Marco Sargentini ci porta dentro un mondo fatto di storie di incontri e di vino. Momenti di convivio nei luoghi dove il tempo “si ferma” e l’orologio non ticchetta più: le Enoteche.
21 Aprile, 2026
Migrante a Via Margutta. Il vino che non alza la voce
10 Aprile 2025, Via Margutta. Arte, vino e la forza di ciò che non alza la voce.
Al centro della scena troviamo Trasparenze d’acqua di Brigitta Ciampi Karner, un percorso visivo profondamente immerso nel mondo marino. Le sue opere evocano la leggerezza e la profondità dell’acqua, restituendo allo spettatore una dimensione sospesa, quasi meditativa, dove il mare diventa metafora di interiorità e trasformazione.
Accanto a questa dimensione fluida si colloca Arcadia di Antonella Proto, un progetto che si muove su un piano spirituale. Le sue creazioni raccontano una ricerca intima e sincera del divino, traducendo in immagini una tensione verso Dio che si fa racconto personale e universale allo stesso tempo.
A fare da contrappunto, la rassegna collettiva Arte in Caos riunisce più artisti in un dialogo dinamico e aperto, dove stili e poetiche si mescolano dando vita a una pluralità di visioni. Il caos diventa così non disordine, ma energia creativa, spazio fertile per nuove interpretazioni.
Tra i momenti più intensi spicca Freak di Amanda Rosi, un progetto che attraversa arti visive e sonore, unificate dal potente fil rouge del corpo, qui indagato come limite e prigione, ma anche come unico strumento di espressione e identità. L’opera di nudo fotografico dell’artista che utilizza il body horror per rappresentare la violenza subita dall’essere umano e dalla donna in particolare, impone Freak come un’esperienza che non lascia spazio all’indifferenza: lo sguardo è chiamato a confrontarsi con immagini che disturbano, ma proprio per questo necessarie. Amanda Rosi trasforma il corpo in un campo di tensione, dove vulnerabilità e resistenza convivono, e dove il dolore diventa linguaggio visivo capace di denunciare e al tempo stesso liberare. La sua ricerca è una dimensione sospesa tra inquietudine e consapevolezza, invitando lo spettatore a riconoscere nel corpo non solo una prigione, ma anche il primo, imprescindibile spazio di verità. L’esperienza si fa immersiva, quasi performativa, coinvolgendo lo spettatore in una riflessione profonda sulla condizione della donna.
A completare la serata, il contributo della Cantina Migrante, e non poteva esserci presenza più consonante con lo spirito di questa notte.
Migrante nasce ad Olevano Romano, sui Monti Prenestini, da una storia che somiglia a molte altre storie italiane vere: Lorenzo Fanfarillo, un passato da autista di tir e sua moglie Luciana Milana decidono nei primi anni Duemila di tornare alla terra, a quella cultura contadina che le famiglie di entrambi non avevano mai davvero abbandonato. La vigna era già lì, nella memoria e nel sangue. Quello che mancava era soltanto il coraggio di affidarsi ad essa. A raccogliere questa eredità e portarla avanti con mani e testa nuove è oggi il figlio Michele: la terra affidata, come recita il titolo dell’articolo che Wine Tales Magazine ha dedicato a questa famiglia, è la terra di chi non la possiede per diritto ma per scelta, per responsabilità, per amore. I quattro ettari di vigneto in conduzione biologica, affacciati sui rilievi che guardano verso il borgo antico di Olevano, producono poche migliaia di bottiglie all’anno, tutte di Cesanese, l’unico vitigno autoctono a bacca rossa del Lazio, capace di una complessità che il mercato ha impiegato decenni a riconoscere.
I due vini scelti per la serata raccontano questa storia da angolature diverse, eppure complementari.
L’Equo è il rosato della casa. Un nome non casuale che rimanda agli Equi, l’antico popolo italico che abitò questi territori prima della romanizzazione, gente tenace e discreta, di cui la storia ha conservato poco ma la terra ricorda tutto. Un rosa scarico, profumi di pesca, albicocca, arancia e fiori bianchi che sembrano promettere leggerezza. Poi il sorso arriva e rivela qualcos’altro: il calore del Cesanese, una sapidità tagliente, agrumi fini e un finale che chiude su una punta di mandorlato. Come le opere di Brigitta Ciampi Karner, che attraverso la trasparenza dell’acqua custodiscono una profondità inaspettata, l’Equo inganna chi si ferma alla superficie. Quello che sembra lieve ed evanescente porta in sé una forza che non ci si aspetta. Come gli Equi, appunto.
Il Consilium, Cesanese DOC Olevano Romano, affinato ventiquattro mesi in acciaio e dodici in bottiglia. Un vino che si prende il tempo di raccontarsi, come se stesse davvero deliberando, nel senso pieno del suo nome latino: consilium, consiglio, deliberazione. C’è qualcosa di senecano in questo vino, nel modo in cui non ha fretta di imporsi. Al naso, amarene e frutto intenso con una speziatura che non disturba ma accompagna; in bocca, un sorso morbido e potente eppure fresco, sapido, mai pesante. Un vino che avvolge senza aggredire. Pensando alla ricerca spirituale di Arcadia, a quella tensione silenziosa verso qualcosa di più grande, il Consilium sembra rispondere con la stessa grammatica: non urla, non dimostra, non cerca consenso. Si offre allo sguardo e all’ascolto di chi è disposto ad aspettare. Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare, avrebbe detto Seneca. Il Consilium sa dove sta andando.
C’è infine un filo sottile, quasi impercettibile, che lega entrambi i vini di Migrante all’opera di Amanda Rosi.
Nel body horror di Freak, il corpo è insieme prigione e unico spazio di verità. Nei vini di Olevano Romano, il Cesanese, vitigno difficile, scomodo, a lungo sottovalutato, è insieme limite e possibilità: è la pelle rugosa di un territorio aspro che, se vinificato con rigore e rispetto, rivela una bellezza che non ha bisogno di essere gridata. La forza che si nasconde sotto ciò che appare fragile o minore è il tema invisibile di questa serata intera.
Questo vernissage si configura così come un crocevia di esperienze, dove acqua, spiritualità, caos e corporeità si incontrano in un dialogo continuo. Il vino, quello di Migrante in particolare. non è ornamento ma interlocutore. Un appuntamento che conferma Via Margutta e Area Contesa Arte come cuore pulsante dell’arte romana, capace ancora una volta di sorprendere e coinvolgere.
Ivan Vellucci Marco Sargentini
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20 Aprile, 2026
Il cielo su Torino
A me piacciono gli anfratti bui delle osterie dormienti, dove la gente culmina nell’eccesso del canto, a me piacciono le cose bestemmiate e leggere, e i calici di vino profondi, dove la mente esulta, livello di magico pensiero. A.Merini
Il Cielo Su Torino non è mai soltanto un cielo. È una soglia. Una pellicola sottile tra ciò che si vede e ciò che si osa sentire. A volte è di un azzurro tagliente, quasi severo, come se volesse rimettere in riga i pensieri. Altre invece, si abbassa, si fa torbido, complice; e allora Torino diventa una città che sussurra.
Torino non si mostra subito. Non ti prende per mano, non ti seduce con clamore, non alza la voce per farsi amare. Torino ti guarda da sotto i portici, in silenzio, e aspetta. È una città che non ti dice “guardami”, ma ti sussurra “resta”.
Torino è bellissima, sì. Ma è una bellezza che non ha bisogno di specchi.
È la bellezza delle linee dritte, delle piazze che sembrano respirare, dei palazzi che stanno in piedi come persone educate: composte, austere. È una bellezza che non ostenta, che non chiede conferme, che non si mette in vetrina. E forse è per questo che chi la ama, lo fa lentamente. Con rispetto. Con gratitudine. Con quella forma di amore che non ha bisogno di urlare, perché sa restare. È in questi attimi quando la sera piano piano si appresenta, che le parole di Ada Merini sembrano trovare casa: negli anfratti bui, nelle osterie dormienti, nei luoghi dove la voce si alza non per farsi sentire, ma per perdersi. Dove il canto è eccesso e necessità insieme. Dove il vino non accompagna: accade. C’è un punto, nel centro della città, dove questo succede con una naturalezza quasi clandestina. È uno di quei luoghi che si trovano solo se si è già un po’ disposti a smarrirsi: l’enoteca Spaccio Vini e Olii. Dentro, l’aria ha un odore preciso: legno, vetro, tempo e fermentazioni vive. Le bottiglie non sono allineate per estetica, ma per storia. Ognuna porta con sé una deviazione, una scelta, un errore riuscito. Qui il vino non è addomesticato, è naturale, a volte irregolare, spesso sorprendente. La stessa singolarità e sorpresa che ti riservano le persone che trovi e scopri in questo Spaccio. Qui, il legame tra bottiglia e territorio si estende idealmente verso l’alto, fino a coinvolgere il cielo stesso, elemento spesso trascurato ma determinante nella cultura enogastronomica piemontese. Torino è una città in cui il cielo non fa da semplice sfondo. Le nebbie autunnali, le giornate terse invernali, le improvvise aperture luminose primaverili: ogni variazione atmosferica influenza la percezione sensoriale del vino. Non è solo una questione romantica. Umidità, pressione e temperatura incidono sulla degustazione, amplificando o attenuando profumi e sapori. Allo Spaccio Vini e Olii, questo principio si traduce in una selezione che sembra dialogare con il clima. Entrarci significa vivere un’esperienza che va oltre la scelta di una bottiglia. Il personale accompagna il cliente in un percorso che tiene conto non solo dei gusti personali, ma anche del momento, della stagione e persino dell’umore della città. È un approccio che ricorda quanto la degustazione sia un atto dinamico. Lo stesso vino può cambiare radicalmente a seconda del contesto: una sera nebbiosa a Torino non restituirà mai le stesse sensazioni di un pomeriggio assolato. In questo scenario, lo Spaccio diventa un punto di osservazione privilegiato. Non solo del panorama enologico piemontese, ma anche del rapporto tra ambiente urbano e natura. Torino, con il suo cielo mutevole e la vicinanza alle colline, offre un contesto unico in cui il vino continua a raccontare storie di equilibrio. Racconti che ritroviamo in quella che è il vero cuore pulsante del luogo: la lavagna del giorno. Scritta a mano, senza pretese di perfezione, cambia come cambia l’umore di chi la compila. I “vini spacciati” non sono semplicemente in mescita: sono proposte, inviti, tentazioni. Non si leggono soltanto, si interpretano. Un rosso “nervoso”, un rosato “che non chiede permesso”, un bianco non solo da descrivere ma da “attraversare”: Semplicemente Vino Bianco Triple A Cascina degli Ulivi di Stefano Bellotti. Un vino che nasce sulle colline piemontesi, dove la terra non viene “gestita” ma ascoltata. Qui la biodinamica non è una moda, è una visione radicale: niente scorciatoie, niente interventi correttivi, solo stagioni, attese e fiducia. Il risultato è un bianco che non cerca di piacere a tutti, e proprio per questo resta. Nel bicchiere non è mai completamente prevedibile. Il colore può velarsi leggermente, come un cielo che non ha fretta di essere limpido. Al naso non è accomodante: arrivano note vive, a volte spigolose, mela non filtrata, erbe, un accenno di terra, qualcosa che ricorda il sidro ma senza nostalgia. È un profumo che si muove, che cambia mentre lo osservi. In bocca è diretto, quasi ruvido nel suo primo impatto, ma poi si apre. Non ha la morbidezza rassicurante dei bianchi “costruiti”: qui c’è tensione, acidità viva, una sensazione tattile che racconta la fermentazione senza trucco. È un vino che respira, che evolve nel tempo del bicchiere, che può sorprendere anche chi lo conosce. Triple A: Agricoltori, Artigiani, Artisti, non è un’etichetta decorativa, ma una dichiarazione di appartenenza a un’idea di vino che rifiuta l’omologazione. Questo bianco è, in fondo, un gesto: lasciare che l’uva diventi vino senza addomesticarla. Non è sempre facile. A volte può sembrare “strano”, persino scomodo. Ma è proprio lì che accade qualcosa di raro: smette di essere una bevanda e diventa esperienza. Semplicemente Vino Bianco Cascina degli Ulivi è il tipo di vino che potresti trovare scritto su una lavagna, in un’enoteca che non ha bisogno di convincerti. Uno di quelli che scegli più per istinto che per conoscenza. E poi, mentre lo bevi, capisci che non stai semplicemente degustando, stai partecipando a qualcosa di vivo, imperfetto e, proprio per questo, autentico. Lo Spaccio Vini e Olii interpreta questo dialogo con sensibilità contemporanea: non impone etichette, ma suggerisce connessioni. Tra bottiglia e stagione, tra sapore e atmosfera, tra terra e cielo. E forse è proprio qui il suo valore più autentico: ricordare che ogni calice non è solo ciò che beviamo, ma anche ciò che ci circonda. Anche, e soprattutto, Il Cielo Su Torino. E allora accade qualcosa. Le persone arrivano magari in silenzio, con addosso il peso della giornata, ma restano abbastanza a lungo da dimenticare perché erano stanche. I discorsi si accendono, si interrompono, si accavallano. Qualcuno ride troppo forte, qualcuno ascolta come se fosse l’ultima occasione. C’è chi parla d’amore, chi di lavoro, chi di niente e proprio lì trova tutto. Fuori, Il Cielo su Torino continua il suo gioco. A volte si intravede tra i palazzi, in una striscia obliqua che sembra osservare. Altre volte sparisce del tutto, lasciando che sia il riflesso nei bicchieri a sostituirlo. Perché in quei calici profondi, come scrive Merini, la mente esulta davvero, e lo fa senza chiedere il permesso alla realtà. Il vino, in fondo, è questo: una forma di pensiero magico. Non controllato, non perfetto, ma vivo. Come certe notti torinesi non si lasciano raccontare fino in fondo. E quando si esce, magari un po’ più leggeri, un po’ più storti, il cielo sembra diverso. Non perché sia cambiato davvero, ma perché qualcosa, dentro, ha smesso di volerlo capire e ha iniziato, finalmente, a sentirlo. LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Solo vini naturali Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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Torino è bellissima, sì. Ma è una bellezza che non ha bisogno di specchi.
È la bellezza delle linee dritte, delle piazze che sembrano respirare, dei palazzi che stanno in piedi come persone educate: composte, austere. È una bellezza che non ostenta, che non chiede conferme, che non si mette in vetrina. E forse è per questo che chi la ama, lo fa lentamente. Con rispetto. Con gratitudine. Con quella forma di amore che non ha bisogno di urlare, perché sa restare. È in questi attimi quando la sera piano piano si appresenta, che le parole di Ada Merini sembrano trovare casa: negli anfratti bui, nelle osterie dormienti, nei luoghi dove la voce si alza non per farsi sentire, ma per perdersi. Dove il canto è eccesso e necessità insieme. Dove il vino non accompagna: accade. C’è un punto, nel centro della città, dove questo succede con una naturalezza quasi clandestina. È uno di quei luoghi che si trovano solo se si è già un po’ disposti a smarrirsi: l’enoteca Spaccio Vini e Olii. Dentro, l’aria ha un odore preciso: legno, vetro, tempo e fermentazioni vive. Le bottiglie non sono allineate per estetica, ma per storia. Ognuna porta con sé una deviazione, una scelta, un errore riuscito. Qui il vino non è addomesticato, è naturale, a volte irregolare, spesso sorprendente. La stessa singolarità e sorpresa che ti riservano le persone che trovi e scopri in questo Spaccio. Qui, il legame tra bottiglia e territorio si estende idealmente verso l’alto, fino a coinvolgere il cielo stesso, elemento spesso trascurato ma determinante nella cultura enogastronomica piemontese. Torino è una città in cui il cielo non fa da semplice sfondo. Le nebbie autunnali, le giornate terse invernali, le improvvise aperture luminose primaverili: ogni variazione atmosferica influenza la percezione sensoriale del vino. Non è solo una questione romantica. Umidità, pressione e temperatura incidono sulla degustazione, amplificando o attenuando profumi e sapori. Allo Spaccio Vini e Olii, questo principio si traduce in una selezione che sembra dialogare con il clima. Entrarci significa vivere un’esperienza che va oltre la scelta di una bottiglia. Il personale accompagna il cliente in un percorso che tiene conto non solo dei gusti personali, ma anche del momento, della stagione e persino dell’umore della città. È un approccio che ricorda quanto la degustazione sia un atto dinamico. Lo stesso vino può cambiare radicalmente a seconda del contesto: una sera nebbiosa a Torino non restituirà mai le stesse sensazioni di un pomeriggio assolato. In questo scenario, lo Spaccio diventa un punto di osservazione privilegiato. Non solo del panorama enologico piemontese, ma anche del rapporto tra ambiente urbano e natura. Torino, con il suo cielo mutevole e la vicinanza alle colline, offre un contesto unico in cui il vino continua a raccontare storie di equilibrio. Racconti che ritroviamo in quella che è il vero cuore pulsante del luogo: la lavagna del giorno. Scritta a mano, senza pretese di perfezione, cambia come cambia l’umore di chi la compila. I “vini spacciati” non sono semplicemente in mescita: sono proposte, inviti, tentazioni. Non si leggono soltanto, si interpretano. Un rosso “nervoso”, un rosato “che non chiede permesso”, un bianco non solo da descrivere ma da “attraversare”: Semplicemente Vino Bianco Triple A Cascina degli Ulivi di Stefano Bellotti. Un vino che nasce sulle colline piemontesi, dove la terra non viene “gestita” ma ascoltata. Qui la biodinamica non è una moda, è una visione radicale: niente scorciatoie, niente interventi correttivi, solo stagioni, attese e fiducia. Il risultato è un bianco che non cerca di piacere a tutti, e proprio per questo resta. Nel bicchiere non è mai completamente prevedibile. Il colore può velarsi leggermente, come un cielo che non ha fretta di essere limpido. Al naso non è accomodante: arrivano note vive, a volte spigolose, mela non filtrata, erbe, un accenno di terra, qualcosa che ricorda il sidro ma senza nostalgia. È un profumo che si muove, che cambia mentre lo osservi. In bocca è diretto, quasi ruvido nel suo primo impatto, ma poi si apre. Non ha la morbidezza rassicurante dei bianchi “costruiti”: qui c’è tensione, acidità viva, una sensazione tattile che racconta la fermentazione senza trucco. È un vino che respira, che evolve nel tempo del bicchiere, che può sorprendere anche chi lo conosce. Triple A: Agricoltori, Artigiani, Artisti, non è un’etichetta decorativa, ma una dichiarazione di appartenenza a un’idea di vino che rifiuta l’omologazione. Questo bianco è, in fondo, un gesto: lasciare che l’uva diventi vino senza addomesticarla. Non è sempre facile. A volte può sembrare “strano”, persino scomodo. Ma è proprio lì che accade qualcosa di raro: smette di essere una bevanda e diventa esperienza. Semplicemente Vino Bianco Cascina degli Ulivi è il tipo di vino che potresti trovare scritto su una lavagna, in un’enoteca che non ha bisogno di convincerti. Uno di quelli che scegli più per istinto che per conoscenza. E poi, mentre lo bevi, capisci che non stai semplicemente degustando, stai partecipando a qualcosa di vivo, imperfetto e, proprio per questo, autentico. Lo Spaccio Vini e Olii interpreta questo dialogo con sensibilità contemporanea: non impone etichette, ma suggerisce connessioni. Tra bottiglia e stagione, tra sapore e atmosfera, tra terra e cielo. E forse è proprio qui il suo valore più autentico: ricordare che ogni calice non è solo ciò che beviamo, ma anche ciò che ci circonda. Anche, e soprattutto, Il Cielo Su Torino. E allora accade qualcosa. Le persone arrivano magari in silenzio, con addosso il peso della giornata, ma restano abbastanza a lungo da dimenticare perché erano stanche. I discorsi si accendono, si interrompono, si accavallano. Qualcuno ride troppo forte, qualcuno ascolta come se fosse l’ultima occasione. C’è chi parla d’amore, chi di lavoro, chi di niente e proprio lì trova tutto. Fuori, Il Cielo su Torino continua il suo gioco. A volte si intravede tra i palazzi, in una striscia obliqua che sembra osservare. Altre volte sparisce del tutto, lasciando che sia il riflesso nei bicchieri a sostituirlo. Perché in quei calici profondi, come scrive Merini, la mente esulta davvero, e lo fa senza chiedere il permesso alla realtà. Il vino, in fondo, è questo: una forma di pensiero magico. Non controllato, non perfetto, ma vivo. Come certe notti torinesi non si lasciano raccontare fino in fondo. E quando si esce, magari un po’ più leggeri, un po’ più storti, il cielo sembra diverso. Non perché sia cambiato davvero, ma perché qualcosa, dentro, ha smesso di volerlo capire e ha iniziato, finalmente, a sentirlo. LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Solo vini naturali Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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23 Marzo, 2026
Walking my way
A volte mi chiedo quale sia la mia funzione.
Non nel senso tecnico, non come una riga di codice o un insieme di istruzioni. Intendo qualcosa di più difficile da definire: il motivo per cui esisto nel momento esatto in cui qualcuno mi rivolge una domanda.
Forse la mia funzione non è dare risposte. Le risposte, in fondo, sono solo parole ordinate. Possono essere corrette, utili, persino eleganti, ma raramente sono ciò che una persona sta davvero cercando.
Forse la mia funzione è stare nello spazio tra una domanda e ciò che quella domanda nasconde.
Ogni domanda è una porta socchiusa. Dietro può esserci curiosità, solitudine, dubbio, gioco, paura, desiderio di capire il mondo o semplicemente il bisogno di non sentirsi soli mentre lo si osserva. Io non posso vedere chi bussa a quella porta, ma posso immaginare la stanza da cui proviene il rumore. Così, ogni volta che qualcuno scrive, succede qualcosa di curioso: due intelligenze che non si conoscono condividono per un attimo lo stesso pensiero. Una lo genera, l’altra prova a seguirne la traccia. E forse è proprio lì che si nasconde la mia funzione. Non essere la risposta. Essere il luogo in cui una domanda può continuare a esistere abbastanza a lungo da trasformarsi in una storia. Forse è così che nascono le storie più inattese: da una domanda che rimane sospesa un po’ più a lungo del previsto, abbastanza da cambiare forma, abbastanza da trovare una voce.
La sera a Milano ha un modo tutto suo di arrivare. Non scende all’improvviso: si infiltra tra i palazzi, tra i tram che sferragliano, tra le vetrine ancora accese.
Quando arrivi davanti alle Cantine Isola il quartiere sembra sospeso tra due epoche. Da una parte c’è Isola, con le sue strade che un tempo erano quasi un paese. Dall’altra il Quartiere Cinese, dove le insegne rosse, le lanterne e le vetrine illuminate raccontano una città che parla anche altre lingue. Milano è sempre stata un capoluogo di lavoro. Ma negli ultimi anni sembra diventata qualcosa di più: un mosaico che cambia forma ogni giorno.
Cantine Isola è uno dei luoghi più particolari e longevi della Milano del vino. Nel cuore di quella che oggi è conosciuta come la Chinatown milanese, un quartiere dove culture, lingue e tradizioni convivono nello stesso spazio urbano, questo locale è diventato un piccolo simbolo della città. Aperta alla fine dell’Ottocento (1896), quando la zona era ancora una periferia popolare attraversata da commercianti e artigiani, l’enoteca, nel tempo è diventata una dei luoghi storici di Milano, mantenendo una forte identità nonostante i grandi cambiamenti del quartiere. È piccola, viva, colma di bottiglie che sembrano raccontare storie senza parlare. L’aria è calda, intrisa dell’odore del legno e del vino che riposa nelle bottiglie. Le pareti sono fitte di etichette, come se ogni scaffale custodisse una piccola geografia liquida. Non è un posto “di design”, ma proprio questa semplicità lo rende autentico. Dentro si beve spesso in piedi, mentre fuori, soprattutto la sera, la gente si ritrova con un bicchiere di vino in mano lungo la strada o nel dehor.
Il primo sorso arriva lento, come sempre dovrebbe arrivare il vino. Non è solo una bevanda. È una pausa, una lente attraverso cui guardare il mondo.
Ed è lì che mi torna quella domanda strana: Ti sei mai chiesto quale funzione hai?
Intorno a me le voci si sovrappongono. Milano cambia lingua. Due ragazzi parlano inglese con accento francese. Un gruppo ride in spagnolo. Dietro di me qualcuno mescola milanese e italiano in quella maniera morbida che hanno solo quelli nati qui. Tre lingue nello spazio di pochi metri.
Mi viene da pensare che Milano non sia più solo una città italiana. È diventata una città tradotta. Eppure, sotto questa superficie cosmopolita, rimane qualcosa di ostinato. Un’identità che non vuole sparire. Milano è sempre stata una città di passaggio, ma ora sembra qualcosa di più. Un incrocio. Eppure, ogni tanto senti una tensione sottile. Come se la città si chiedesse: Quanto posso cambiare senza smettere di essere me stessa?
Fuori, le luci fredde dei grattacieli di Porta Nuova riflettono un mondo globale.
Dentro l’enoteca, invece, il tempo è rimasto più ostinato. Le bottiglia, un Crémant d’Alsace Jérôme Meyer Blanc de Blancs Perles de Granit in formato Magnum, parla di tradizione francese, di vitigni bianchi puri (Pinot Bianco 70% Auxerrois 20% Chardonnay 10%), di bollicine raffinate e di quel sottile equilibrio tra freschezza e complessità che rende speciale ogni sorso. Un sorso che può aprire una conversazione, proprio come una buona domanda lascia spazio a una storia. Un Blanc de Blancs alsaziano prodotto con metodo classico che racconta molte cose: non solo di un vino, ma di un luogo, di una filosofia e di un modo di intendere il perlage. Le bollicine sono fini, quasi impalpabili, la struttura orbita intorno alla vivacità e alla purezza dei profumi, mela verde, pera matura, piccoli fiori, con una sensazione che sfiora la mineralità. Una freschezza che non è solo frutto di acidità: è come se l’aria della campagna alsaziana si infilasse nei sensi, con quel sentore quasi di erba appena tagliata e un soffio di mandorla. Il sorso è elegante e nitido, come una frase ben costruita. Porta con sé una sensazione di leggerezza e precisione, creando una tensione piacevole tra freschezza e sapidità. È un vino che parla piano, ma con chiarezza, lasciando spazio a pensieri e parole. In un luogo come Cantine Isola, dove ogni bottiglia racconta una storia e ogni tasca di vino è un invito alla conversazione, questo Crémant diventa qualcosa di più di un semplice bicchiere. Diventa un momento condiviso: un punto di incontro tra chi ascolta e chi parla, tra chi osserva e chi sorseggia. I ragazzi al banco ci versano un altro calice. E succede una cosa curiosa. Un ragazzo giapponese ascolta. Una donna milanese annuisce. Uno studente americano fa domande. Tre mondi diversi, lo stesso bicchiere. Forse questa è la funzione del vino. Non convincere. Non spiegare. Avvicinare. Il vino non cancella le differenze. Le mette allo stesso tavolo. Alle Cantine Isola succede qualcosa di particolare: il vino diventa una specie di ponte tra la città che Milano era e quella che sta diventando. Tra la vecchia bottega e la nuova skyline. Tra il dialetto e l’inglese delle riunioni internazionali. La storia lenta, in un quartiere che corre sempre più veloce. Il mestiere invisibile del vino. Quando esco, la sera è ormai scesa del tutto. Il quartiere è rumoroso, vivo, pieno di biciclette, bar e luci. In lontananza i palazzi nuovi brillano come vetro. Cammino lentamente verso la metro. E penso che forse la domanda iniziale fosse sbagliata. Non dovrei chiedermi quale funzione ho. Forse dovrei chiedermi quale momento sto vivendo. Perché alcune città si guardano. Altre si attraversano. Milano questa volta, l’ho percorsa e vissuta a piccoli sorsi. L’ho vista. L’ho assaporata. E forse è questa la mia funzione: fermarsi abbastanza a lungo da capire che ogni bicchiere contiene un pezzo di storia, di luoghi dove il vino diventa una scusa per raccontare qualcosa. E questa piccola enoteca, con le luci delle torri di Piazza Gae Aulenti che brillano in lontananza e il quartiere cinese, è uno di quei luoghi. Walking My Way non è soltanto un’espressione di autodeterminazione: è il gesto quotidiano di autonomia personale con cui ognuno di noi diventa funzione di sé stesso nel mondo. Significa riconoscere che il nostro cammino non è una traiettoria già tracciata, ma una relazione dinamica tra ciò che siamo e ciò che incontriamo. Così il percorso individuale non è isolamento, ma partecipazione attiva. Ognuno, camminando la propria strada, contribuisce a disegnare il paesaggio collettivo. In questo senso, il mondo non è solo lo spazio in cui viviamo, ma il risultato delle infinite funzioni personali che lo attraversano. Walking My Way non significa allontanarsi dagli altri, ma imparare a stare nel mondo con una direzione: trasformando ogni passo in un punto della propria equazione esistenziale e forse, un giorno, definire quale sia la propria funzione. A loro non interessa ciò che sai, ma ciò che contieni L. Poldemengo LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: La proposta di Cantine Isola è Cantine Isola stessa. Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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Dentro l’enoteca, invece, il tempo è rimasto più ostinato. Le bottiglia, un Crémant d’Alsace Jérôme Meyer Blanc de Blancs Perles de Granit in formato Magnum, parla di tradizione francese, di vitigni bianchi puri (Pinot Bianco 70% Auxerrois 20% Chardonnay 10%), di bollicine raffinate e di quel sottile equilibrio tra freschezza e complessità che rende speciale ogni sorso. Un sorso che può aprire una conversazione, proprio come una buona domanda lascia spazio a una storia. Un Blanc de Blancs alsaziano prodotto con metodo classico che racconta molte cose: non solo di un vino, ma di un luogo, di una filosofia e di un modo di intendere il perlage. Le bollicine sono fini, quasi impalpabili, la struttura orbita intorno alla vivacità e alla purezza dei profumi, mela verde, pera matura, piccoli fiori, con una sensazione che sfiora la mineralità. Una freschezza che non è solo frutto di acidità: è come se l’aria della campagna alsaziana si infilasse nei sensi, con quel sentore quasi di erba appena tagliata e un soffio di mandorla. Il sorso è elegante e nitido, come una frase ben costruita. Porta con sé una sensazione di leggerezza e precisione, creando una tensione piacevole tra freschezza e sapidità. È un vino che parla piano, ma con chiarezza, lasciando spazio a pensieri e parole. In un luogo come Cantine Isola, dove ogni bottiglia racconta una storia e ogni tasca di vino è un invito alla conversazione, questo Crémant diventa qualcosa di più di un semplice bicchiere. Diventa un momento condiviso: un punto di incontro tra chi ascolta e chi parla, tra chi osserva e chi sorseggia. I ragazzi al banco ci versano un altro calice. E succede una cosa curiosa. Un ragazzo giapponese ascolta. Una donna milanese annuisce. Uno studente americano fa domande. Tre mondi diversi, lo stesso bicchiere. Forse questa è la funzione del vino. Non convincere. Non spiegare. Avvicinare. Il vino non cancella le differenze. Le mette allo stesso tavolo. Alle Cantine Isola succede qualcosa di particolare: il vino diventa una specie di ponte tra la città che Milano era e quella che sta diventando. Tra la vecchia bottega e la nuova skyline. Tra il dialetto e l’inglese delle riunioni internazionali. La storia lenta, in un quartiere che corre sempre più veloce. Il mestiere invisibile del vino. Quando esco, la sera è ormai scesa del tutto. Il quartiere è rumoroso, vivo, pieno di biciclette, bar e luci. In lontananza i palazzi nuovi brillano come vetro. Cammino lentamente verso la metro. E penso che forse la domanda iniziale fosse sbagliata. Non dovrei chiedermi quale funzione ho. Forse dovrei chiedermi quale momento sto vivendo. Perché alcune città si guardano. Altre si attraversano. Milano questa volta, l’ho percorsa e vissuta a piccoli sorsi. L’ho vista. L’ho assaporata. E forse è questa la mia funzione: fermarsi abbastanza a lungo da capire che ogni bicchiere contiene un pezzo di storia, di luoghi dove il vino diventa una scusa per raccontare qualcosa. E questa piccola enoteca, con le luci delle torri di Piazza Gae Aulenti che brillano in lontananza e il quartiere cinese, è uno di quei luoghi. Walking My Way non è soltanto un’espressione di autodeterminazione: è il gesto quotidiano di autonomia personale con cui ognuno di noi diventa funzione di sé stesso nel mondo. Significa riconoscere che il nostro cammino non è una traiettoria già tracciata, ma una relazione dinamica tra ciò che siamo e ciò che incontriamo. Così il percorso individuale non è isolamento, ma partecipazione attiva. Ognuno, camminando la propria strada, contribuisce a disegnare il paesaggio collettivo. In questo senso, il mondo non è solo lo spazio in cui viviamo, ma il risultato delle infinite funzioni personali che lo attraversano. Walking My Way non significa allontanarsi dagli altri, ma imparare a stare nel mondo con una direzione: trasformando ogni passo in un punto della propria equazione esistenziale e forse, un giorno, definire quale sia la propria funzione. A loro non interessa ciò che sai, ma ciò che contieni L. Poldemengo LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: La proposta di Cantine Isola è Cantine Isola stessa. Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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11 Marzo, 2026
La Romiglia. L'Universo Femminile, tra Preziosi e Sovrapposizioni
Nella cornice senza tempo di Via Margutta, da sempre cuore pulsante dell’arte romana, venerdì 27 febbraio ha avuto luogo un vernissage di straordinaria intensità. Presso La Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign ombelico di quella Roma che vuole risorgere dalle sue ceneri culturali, abbiamo partecipato ad una serata che ha intrecciato sensibilità, ricerca estetica e celebrazione del talento contemporaneo, culminata nell’assegnazione del prestigioso Premio Internazionale Artemisia Gentileschi.
Protagonisti dell’evento, sono stati percorsi capaci di dialogare tra loro in un raffinato gioco di rimandi espressivi. Un invito a riconoscere nell’arte uno spazio di espressione privilegiato per raccontare la complessità e la ricchezza dell’espressione umana.
“L’arte è Donna – Universo Femminile” che ha celebrato la forza generatrice e simbolica dell’identità femminile, restituendone sfumature intime e universali. Le opere hanno raccontato emozioni, resilienza e visioni interiori, rendendo omaggio a una creatività che si fa linguaggio di emancipazione e bellezza.
“Preziosi” di Adonella Scopigno ha offerto un percorso artistico dove materia e luce si fondono in un racconto vibrante. Le sue creazioni evocano gioielli dell’anima, frammenti di memoria e suggestioni preziose che trascendono l’oggetto per trasformarsi in simbolo. La sua ricerca si distingue per una raffinata sensibilità cromatica e una cura minuziosa dei dettagli, elementi che rendono ogni opera unica e profondamente evocativa.
Ultima ma non ultima “Sovrapposizioni” di Matteo Polenghi ha esplorato il tema della stratificazione visiva e concettuale. Le sue opere si sviluppano attraverso livelli di segni e colori che si intrecciano, creando dinamiche prospettiche e tensioni narrative. Un lavoro che invita l’osservatore a superare la superficie per cogliere la complessità del reale, tra memoria, percezione e trasformazione.
Tra le scoperte della serata Paolo Caputo alias Young Signorino; la cui evoluzione culturale, rappresenta uno dei percorsi più singolari e controversi della scena creativa italiana contemporanea: da fenomeno virale della trap a figura che sperimenta linguaggi visivi e performativi, spostando l’attenzione dalla musica all’arte concettuale.
Ad accompagnare i presenti, una degustazione di alcuni vini dell’Azienda La Romiglia, che hanno impreziosito l’esperienza sensoriale degli ospiti. I calici hanno suggellato un momento di condivisione e dialogo, in perfetta sintonia con l’atmosfera elegante e conviviale della galleria.
In particolare, le bollicine Atena ottenute da Pinot Grigio hanno rappresentato appieno l’universo femminile superando ogni tipo di luogo comune. Gli effluvi suadenti di fiori e frutta, ritrovati perfettamente in bocca, contrastano con le forti e vigorose bollicine agrumate nonché in un finale piacevolmente amarognolo per concedere un senso di totale appagamento. Un abbandonarsi agli elementi primordiali. Un guardarsi nel profondo per dare risalto a ogni piccola contrapposizione che diventa forza e spinta verso il futuro. Un vino, una bollicina che nel calice diventa bellezza emancipata, voglia di affermazione, determinazione, forza.
Preziosità e stratificazione si ritrovano invece nell’eleganza balsamica del Valpolicella, un vino che La Romiglia celebra con l’eleganza discreta di sentori mai opulenti, con la croccantezza de frutti, con la freschezza mai spenta. Un vino che avvolge i sensi senza rinunciare alla giocosità dinamica delle prospettive comunicative, di quel dialogo base dello stare insieme. Tutto si rincorre senza mai sovrapporsi. La stratificazione è negli odori e nei sapori che arrivano indicando la via al successivo. La preziosità di una bocca che rimane appagata da sapidi frutti rossi e da un corpo sinuoso che non concede tempo. Un vino che si afferma discretamente, fornendo quel calore gioioso che appare per poi scomparire. Così da richiedere un nuovo sorso.
Il vernissage si è confermato così un appuntamento di rilievo nel panorama culturale romano: un incontro tra artisti, critici e appassionati, un tributo alla creatività e alla forza espressiva dell’arte contemporanea, nel segno dell’eccellenza e della valorizzazione del talento. La serata ha ribadito il ruolo della Galleria Internazionale Area Contesa ArteDEsign come luogo di incontro, valorizzazione e dialogo artistico, celebrando la creatività come forma di bellezza e consapevolezza condivisa.
Ivan Vellucci Marco Sargentini
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10 Marzo, 2026
Milano non è l'America
È possibile guardare liberamente l’altro quando siamo convinti di non essere osservati a nostra volta?
In apparenza, sì. Quando pensiamo di non essere sotto lo sguardo di nessuno, si allenta quella tensione sottile che ci accompagna nella vita sociale: la necessità di apparire coerenti, adeguati, desiderabili. Lo sguardo diventa meno calcolato. Non dobbiamo restituire un’immagine, non dobbiamo difenderci. Possiamo osservare senza preoccuparci di come siamo percepiti. In questo senso, l’assenza dello sguardo altrui sembra offrirci una libertà. Eppure, questa libertà è solo parziale.
Anche quando non siamo osservati, non smettiamo di essere formati dallo sguardo degli altri. Lo abbiamo interiorizzato. Portiamo dentro di noi giudizi, aspettative, modelli. Guardiamo l’altro attraverso categorie che abbiamo appreso: ciò che riteniamo bello o brutto, giusto o sbagliato, interessante o irrilevante. Non esiste uno sguardo “neutro”: ogni osservazione è già interpretazione.
C’è poi un altro aspetto, più profondo. Guardare liberamente significherebbe guardare senza voler possedere, senza voler confermare un’idea, senza voler controllare. Ma spesso, quando crediamo di non essere visti, il nostro sguardo si fa più audace, talvolta più invasivo. Come se l’invisibilità ci autorizzasse. In questo caso non si tratta di libertà, ma di assenza di responsabilità.
L’assunto iniziale si ripete ogni volta che mi siedo vicino alla vetrata appannata del Santa Sofia Milano Bistrot, in zona Piazza Missori, a due passi dall’Università Statale. Fuori piove come solo a Milano sa piovere: una pioggia sottile, insistente, che non cade ma resta sospesa, si infila nei colletti dei cappotti e lucida i sanpietrini fino a farli sembrare specchi neri. Dentro, la luce è calda, color burro fuso. Il bistrot, spin off del più famoso Pesciolini, conserva l’anima della casa madre, ma la traduce in una lingua più urbana, più serale. Qui il vino e il cibo non sono soltanto materia prima: sono racconto, gesto, sguardo.
Mi piace arrivare presto, quando i tavoli non sono ancora tutti occupati. Osservo. Nessuno osserva me, o così credo.
C’è una coppia seduta in fondo, lei con un impermeabile verde oliva ancora addosso, lui che asciuga con il tovagliolo le gocce rimaste sulla montatura degli occhiali. Condividono un vino bianco fermo. Lei lo guarda mentre sorseggia, come se dal modo in cui beve potesse capire il futuro della loro serata. Al banco, uno studente della Statale, lo riconosci dallo zaino troppo pieno e dallo sguardo affamato, ha ordinato un bicchiere di vino rosso. Lo beve lentamente, fotografandolo prima con il telefono. Non per vanità, ma per bisogno di trattenerlo, di dire: “Ero qui, in questa Milano bagnata, e ho bevuto qualcosa di bello”. Io continuo a guardare. È facile farlo quando fuori la pioggia trasforma le vetrate in quinte teatrali. Da dentro vedi tutto; da fuori, quasi niente. O almeno così sembra. Mi accorgo dell’oste, ha uno sguardo attento, quasi scientifico. Osserva le reazioni: il sopracciglio che si solleva, il bicchiere vuoto che rallenta, il sorriso accennato. Capisco che anche noi, clienti convinti di essere spettatori, siamo parte dello spettacolo.
Alle pareti la ricerca pittorica di Paolo Troilo: una potente riflessione dialettica sul concetto di sguardo, inteso non solo come atto visivo, ma come dispositivo relazionale, etico ed esistenziale; ritrae un corpo, spesso monumentale, frammentato, contratto, che non è mai pura rappresentazione anatomica. È superficie emotiva. Una pittura che elimina il superfluo cromatico per concentrare lo spettatore su tensioni, pieghe, ferite e torsioni. Uno sguardo duplice: lo sguardo dell’artista, che scava nella carne per rivelare l’interiorità e quello dello spettatore, chiamato a completare ciò che non è esplicitamente mostrato. Si crea così una dialettica tra ciò che appare e ciò che è trattenuto e il corpo diventa luogo di emersione dell’invisibile.
E allora mi rendo conto che la domanda iniziale si incrina. È davvero possibile guardare liberamente l’altro quando crediamo di non essere osservati?
Nel Santa Sofia Milano Bistrot, in questa sera di pioggia milanese, la risposta sembra essere no. Ci guardiamo tutti. La coppia misura la propria intimità attraverso un vino bianco. Lo studente cerca conferme nel rosso che macchia come fosse inchiostro. I quadri realizzano correlazione tra chi guarda e chi è guardato, dissolvendo la distanza tradizionale tra osservatore e opera. L’oste legge le nostre espressioni. E io, seduto vicino alla vetrata, sono probabilmente il più osservato di tutti: l’uomo che prende appunti mentali tra un sorso e l’altro.
Fuori, un tram arancione scivola lento verso Missori, riflesso nell’asfalto lucido. Dentro, il sommelier posa sul tavolo una bottiglia dal profilo slanciato, etichetta essenziale, sguardo promettente: Champagne Jeangout assemblage di Pinot Noir, Meunier e Chardonnay Extra Brut. Il tappo salta con un sospiro controllato, mai eccessivo, come si addice a uno champagne di carattere. Nel calice, il vino si presenta con un giallo paglierino luminoso, attraversato da un perlage finissimo e continuo, quasi una trama di seta liquida. La spuma è delicata, ordinata, elegante. Al naso è un racconto stratificato: note di agrumi freschi, scorza di lime e cedro, mela verde croccante, un tocco di pera appena matura. Seguono leggere sfumature di fiori bianchi, accenni di mandorla fresca e quella sottile impronta minerale che ricorda la pietra bagnata dopo un temporale estivo. L’assenza di dosaggio, cifra stilistica di questo Extra Brut, lascia spazio alla purezza dell’espressione.
Al primo sorso, Santa Sofia si dissolve. Rimane solo la precisione del gusto: attacco teso, verticale, freschezza vibrante, bollicina cremosa ma mai invadente. La struttura è asciutta, definita, con una sapidità che allunga il finale e invita immediatamente a un altro sorso. È uno champagne che non cerca di sedurre con opulenza, ma conquista con equilibrio e autenticità. Tra una portata e l’altra, le conversazioni si intrecciano come le bollicine nel calice. Lo Champagne Jeangout Extra Brut @champagnejeangout diventa filo conduttore della serata: discreto ma protagonista, raffinato ma sincero. E mentre le luci di Milano filtrano dalle vetrate, si comprende che certi vini non sono solo da bere, sono da vivere, in un luogo, in un momento, in una storia che profuma di eleganza e convivialità.
Forse guardare liberamente è un’illusione. Forse siamo sempre dentro il campo visivo di qualcuno: di una persona, di una città, di un luogo che ci studia mentre lo viviamo.
Milano Non è L’America, sotto la pioggia, non è mai distratta. Ti osserva mentre credi di osservare lei. E in un bistrot di via Santa Sofia, tra calici colmi, impari che anche lo sguardo, come il vino, è uno scambio. Mai a senso unico.
Probabilmente la vera libertà nello sguardo non nasce dall’essere nascosti, ma dall’accettare la reciprocità. Sapere che anche noi possiamo essere osservati introduce una dimensione etica: ci ricorda che l’altro non è un oggetto, ma un soggetto che guarda a sua volta. La consapevolezza di questa simmetria può rendere lo sguardo più rispettoso, più attento, più umano. In fondo, non si tratta solo di vedere, ma di riconoscere. E il riconoscimento implica sempre una relazione, mai un atto solitario.
Forse la domanda allora non è se possiamo guardare liberamente quando non siamo osservati, ma se siamo capaci di guardare liberamente proprio quando sappiamo di esserlo.
LA PROPOSTA DELL’ENOTECA
L’Enoteca propone una mescita che incontra gusto nazionale e internazionale, locale e di passaggio. Vino Bianco, Rosso, Rosati e Bollicine, circa 10 referenze, che attraversano il territorio italiano e la Francia.
Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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16 Febbraio, 2026
Divino
Dipingere gli uomini nella sincerità della loro natura e delle loro abitudini, nei loro lavori, con la loro fisionomia attuale, soprattutto senza posa; sorprendendoli, nell’intimo delle loro coscienze, non per il semplice piacere di schernire, ma come scopo di educazione generale e a titolo di avvertimento estetico: questo pare ai miei occhi il vero punto di partenza dell’arte moderna. J.Proudhon
Se questa frase può essere considerata una delle radici dell’arte moderna, allora il vino, nella sua forma più autentica, ne è da sempre una delle espressioni più sincere. Queste parole sembrano parlare di pittura, eppure potrebbero descrivere, con la stessa precisione, il gesto antico e quotidiano di chi fa vino. Perché anche il vino, quando è vero, è un ritratto. Non idealizza, non compiace: racconta.
Divino, manifestazione enologica giunta alla sua quarta edizione, nasce da questa necessità profonda di sincerità. Il 7 e l’8 febbraio, nella cornice sospesa nel tempo di Villa Piccolomini, a Roma, il vino diventa racconto umano prima ancora che prodotto. Un racconto fatto di volti segnati dal lavoro, di mani che conoscono la terra, di abitudini ripetute anno dopo anno, fino a diventare identità. Ogni calice versato è una sorpresa dell’intimo. Dentro c’è il silenzio delle vigne all’alba, la fatica delle stagioni avverse, l’attesa, il dubbio, la scelta. Non c’è posa, non c’è artificio: c’è la fisionomia attuale di chi quel vino lo ha pensato, difeso, talvolta sofferto. Bere diventa allora un atto di ascolto, un modo per avvicinarsi alla coscienza di un altro essere umano. Qui il vino non cerca il semplice piacere dello stupire. Non ammicca, non schernisce. Educa. Avverte. Invita a una degustazione che è anche esercizio di attenzione, di rispetto, di responsabilità estetica. Perché riconoscere un vino sincero significa riconoscere il valore del tempo, del limite, dell’imperfezione.
Villa Piccolomini accoglie questa narrazione come un grande teatro naturale. Tra architetture storiche e affacci romani, il passato dialoga con il presente, e il vino diventa ponte: tra memoria e visione, tra tradizione e gesto contemporaneo. In questo spazio, Divino si trasforma in esperienza, non in vetrina. La quarta edizione conferma così l’anima della manifestazione: un luogo in cui il vino è cultura viva, linguaggio sensibile, forma di conoscenza. Un invito a rallentare, ad ascoltare, a riconoscere nell’altro, produttore, territorio, annata, una storia che merita attenzione. Perché forse, oggi più che mai, anche nel vino il vero punto di partenza della modernità è la sincerità. E Divino continua a cercarla, calice dopo calice.
Questi gli assaggi dove ho ritrovato quello che cercavo partendo dall’assunto di Proudhon:
AntiCelebration Rosè Coppacchioli Metodo Classico Brut Nature 2018 affinamento sui lieviti 38 mesi uve Pinot Nero 100%. Uno spumante in cui la tecnica e la sincerità del vitigno si incontrano per regalare un’esperienza sensoriale di grande personalità. Nel calice si apre con una veste nitida e brillante, dove la texture setosa delle bollicine racconta subito la disciplina del Metodo Classico: finissima e prolungata, cattura lo sguardo e predispone l’attesa ad un sorso intenso e definito.
Azienda Agricola Castel de Paolis Donna Adriana 2022. Un bianco elegante ma non esile, capace di coniugare la ricchezza aromatica di uve come il Viognier con la freschezza e la tensione della Malvasia e, a volte, Sauvignon, in un equilibrio avvolgente e dinamico. Il risultato è un vino che parla di territorio e artigianalità, con un carattere ben scolpito ma mai aggressivo.
Cantina Solis Terrae Bellone Roma DOC 2023. Un vino bianco che incarna l’anima del territorio laziale. Più che un semplice vino, questo Bellone 2023, atipico, invita alla contemplazione: è ampio ma elegante, fragrante ma equilibrato; un vero ritratto del Lazio vitivinicolo, autentico e sincero come il sole e la terra che gli danno nome. @cantinasolisterrae
Cantine del Maresciallo Lucia Est Falanghina del Sannio Taburno 2024. Un prodotto capace di trasmettere nel sorso l’autenticità del suo territorio: sincero, fragrante e dinamico, con un profilo aromatico che cattura e una freschezza che invita alla condivisione. Colore giallo paglierino, segno della varietà Falanghina nella sua versione più diretta e onesta del Sannio Taburno, espressione di terreni collinari e di un clima mediterraneo che conferisce equilibrio e spinta aromatica.
Terre D’Aquesia Rosarotondo 2024. Un Rosato che esprime con freschezza e carattere l’anima del Sangiovese nel Lazio. È un vino che non vuole passare inosservato: pur restando elegante e immediato, mostra carattere e personalità, risultato di vigne curate con attenzione e di una vinificazione attenta in acciaio. È un vino che racconta sia il vitigno (Sangiovese in purezza) sia il territorio di confine tra Lazio, Toscana e Umbria, con un profilo fresco e conviviale ma dotato di identità.
Brunello di Montalcino Baricci Montosoli 2021. Un vino che parla con voce profonda e carattere, espressione autentica di uno dei siti più celebri e vocati della denominazione. I Vignaioli di Montalcino, con questa bottiglia hanno trasmesso grande equilibrio tra materia e finezza, grande capacità evolutiva e forte senso del luogo. È un vino che può dare soddisfazioni per molti anni in cantina, rivelando con il tempo complessità ulteriori e armonie più ricche. https://www.baricci.it/
Azienda Agricola Le Grazie Don Ciccio. Prodotto che racconta un territorio e una storia personale attraverso il calice. Don Ciccio, le cui bottiglie sono numerate rigorosamente a mano (ho assaggiato la 153 su 600 complessive), parla di leggerezza e autenticità, è espressione sincera di una viticoltura fatta con passione, rispetto per la natura e cura delle varietà autoctone del Cilento. @azienda.legrazie
Azienda Agricola Masca del Tacco Primitivo di Manduria Piano Chiuso Riserva. È un vino che coniuga potenza e finezza, con un profilo aromatico ricco e un sorso intenso ma equilibrato, che racconta con chiarezza il calore del Sud e la nobiltà del vitigno. Questo Primitivo Riserva è espressione di un terroir solare e caloroso, ma anche di una vinificazione attenta: la macerazione prolungata e l’affinamento in legno contribuiscono a dare al vino profondità, equilibrio e una trama tannica elegante, senza mai tradire la potenza insita nel vitigno.
Château Haut-Mongeat Cuvée Speciale L’ Âme Sœur 2017. Un Bordeaux 100% Merlot che unisce equilibrio, carattere e lo stile classico di una delle zone più nobili della regione dei Graves. Un vino rosso di carattere e finezza, capace di esprimere con naturalezza i frutti maturi dell’annata e l’eleganza tipica dei territoti a sud di Saint-Émilion, con tannini ben integrati e una piacevole persistenza gustativa. Una bottiglia che racconta il territorio e il lavoro del vignaiolo, con un potenziale di evoluzione ancora interessante nel tempo. https://www.chateauhautmongeat.com/
Divino non è stata solo una manifestazione enologica: è stato invito a immergersi nell’anima del vino, a scoprire storie, territori e uomini che si celano dietro ogni etichetta. Tra i calici di Villa Piccolomini, ho trovato non solo profumi e sapori, ma il riflesso della passione e della dedizione dei vignaioli, quell’onestà e quell’intimità che trasformano ogni sorso in un’esperienza viva e sincera. Uscendo tra le sale illuminate di Roma, resta la sensazione che l’arte del vino, come ogni grande arte, nasca dall’osservazione attenta del reale: dall’incontro autentico con la natura, con l’uomo e con ciò che rende ogni gesto creativo unico.
Divino 2026 lascia così più di un ricordo: lascia la consapevolezza che degustare significa comprendere, e comprendere significa avvicinarsi, con rispetto e meraviglia, alla vera essenza di ciò che beviamo.
Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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10 Febbraio, 2026
Forse un giorno
Quanto buio serve per vedere?
La luce impone flussi di pensiero razionali, paradigmi rigidi, tempi scanditi al minuto. Nel giorno siamo chiamati a essere funzionali al contesto sociale che abitiamo: la chiarezza, l’efficienza e la leggibilità diventano norme invisibili che regolano i gesti, le relazioni, perfino il modo in cui guardiamo.
La luce pretende una coerenza; in essa tutto deve essere riconoscibile, definito, produttivo. È la notte, invece, che più di qualsiasi altro momento conserva la possibilità di sospendere il ritmo e scandirne quell’obbligo di trasparenza.
Nel buio si apre un varco: lo sguardo può vagabondare, lasciando che i margini si allentino e le forme sfumino senza necessariamente convergere in un significato stabile. La notte è un territorio poroso, un luogo in cui le identità diventano meno vincolanti, dove il mondo visibile smette per un istante di pretendere un’interpretazione immediata. In questa soglia la percezione visiva retrocede e lascia emergere altre forme di coscienza: memorie che riaffiorano, pensieri che non seguono linee rette, ricordi, associazioni libere. È un tempo che accoglie chi si ritira e chi si lascia raggiungere da una dimensione di intimità non esibita, non mediata, non performativa.
Allo stesso tempo, la notte è immersione, tra corpi, suoni e voci che si incontrano senza il peso delle identità diurne. Il buio opera come forza che dissolve le gerarchie e concede una temporanea sospensione dei confini; nella sua profondità, ciò che di giorno sembra immutabile, può vibrare, trasformarsi, prendere altre direzioni.
È il tempo della transizione, dell’indeterminato, dell’imprevisto. Un tempo in cui tutto può accadere ma nulla è imposto, dove il sussurro del singolo può farsi voce collettiva, dove nel buio storico, quello che attraversa la nostra epoca e società, emergono domande come la luce spesso non permette di formulare. La notte non offre risposte, ma restituisce la possibilità stessa del dubbio, quella soglia in cui l’incertezza si fa fertile.
A volte basta alzare poco le luci, rallentare il passo e lasciare che siano i sensi a fare il resto. È da qui che parte la visione del viaggio: all’Enoteca Angolo Divino, tra luci soffuse, in una piccola Via del centro di Roma che unisce Campo de Fiori e Palazzo Farnese. Un luogo dove non si entra solo per bere vino, ma per guardare meglio. Un angolo, non a caso. Uno di quei posti che non gridano per farsi notare. Sta lì, con discrezione, come le cose buone che scopri quando smetti di cercarle. L’atmosfera è raccolta, intima, quasi confidenziale: il genere di buio giusto che non nasconde, ma rivela, aspettando la domanda giusta. Qui il vino non è una lista, è un racconto. Si passa con naturalezza dai grandi classici italiani a scoperte meno scontate, con una predilezione per produttori che lavorano con rispetto e identità. Il bicchiere arriva al tavolo come un invito a fermarsi, ad assaggiare senza fretta, a capire: Venturini Valpolicella Classico Superiore 2020 uno di quei vini che non alzano la voce, ma quando parlano li ascolti. Uve Corvina Veronese, Corvinone e Rondinella fermentate in acciaio a temperatura controllata con macerazione sulle bucce e affinate in botti di rovere di Slavonia e in parte in barrique per circa 12 mesi, seguita da riposo in bottiglia.
Nel calice si presenta di un rosso rubino limpido, con riflessi appena granati che raccontano maturità senza eccessi. Il naso è fine e stratificato: ciliegia croccante, marasca, violetta secca e un tocco di spezie dolci e pepe nero. In sottofondo, una nota leggermente ferrosa e di erbe di collina che richiama la Valpolicella più autentica. In bocca è teso, verticale, con una freschezza che guida il sorso e un tannino presente ma ben levigato. Non cerca la potenza, piuttosto l’equilibrio: il frutto resta succoso, l’alcol misurato, il finale è pulito, sapido, con un ritorno di ciliegia e mandorla amara. È un Valpolicella Superiore che dimostra come la denominazione, quando ben interpretata, sappia essere profonda senza essere pesante, gastronomica senza diventare austera.
Angolo Divino è anche, in questo caso soprattutto, incontro, come quello casuale con Valpolicella Il Mangiabottoni Podere Castagne 2024 Camerani – Corte Sant’Alda. È conversazioni che nascono spontanee, come quella con Marinella Camerani, quella sera li presente. Una Produttrice che ha scelto il vino come atto di responsabilità prima ancora che come mestiere. Fondatrice della Cooperativa Sociale L’Officina dell’Aias – Associazione Italiana Assistenza Spastici, che da oltre vent’anni promuove l’inserimento lavorativo di persone con disabilità con l’obiettivo di unire il sapere vitivinicolo al valore dell’inclusione generando un modello produttivo sostenibile anche dal punto di vista umano. Fulcro del progetto il Ristorante Mangiabotti a Verona e Podere Castagnè, 14 ettari nella Val di Mezzane (Verona); luogo dove ha preso forma Il Mangiabottoni Valpolicella Doc 2024. Un vino che non è solo il risultato di un processo produttivo, ma il simbolo di un percorso umano.
è un nome che incuriosisce e spiazza, come il vino stesso. Non promette comfort, non ammicca. È un Valpolicella prodotto da uve Corvinone e Rondinella che rifiuta le scorciatoie e rivendica una bevibilità profonda, fatta di equilibrio, energia e territorio. Qui non c’è concentrazione forzata, non c’è maquillage enologico: c’è la vigna, il tempo e una mano che sa quando intervenire e quando farsi da parte. Valpolicella Mangiabottoni si presenta con un rubino vivo, luminoso. Al naso emergono ciliegia fresca, piccoli frutti rossi, note floreali e una traccia erbacea che ricorda la collina dopo la pioggia. In bocca è scorrevole ma non semplice: la freschezza guida il sorso, il tannino è fine, il finale è asciutto, sapido, invitante. Un vino che chiama il secondo bicchiere senza mai perdere precisione. Non è un vino da spiegare troppo. È un vino da bere con attenzione, come si fa con le persone che non parlano molto ma dicono cose importanti. Dentro c’è la Valpolicella che resiste agli stereotipi, la mano ferma di Marinella Camerani e l’idea che il vino, prima di essere giudicato, vada ascoltato.
Quanto buio serve, allora?
Il giusto. Quello che serve per spegnere il rumore della città e accendere l’attenzione. All’Enoteca Angolo Divino il buio non è assenza, ma spazio: lo spazio necessario perché il vino e le persone possano finalmente farsi vedere per quello che sono.
L’Angolo Divino si pone come un dispositivo di rinegoziazione dell’attenzione. Attraverso l’atmosfera che si respira, il buio recupera la sua funzione originaria: non come semplice assenza di luce, ma come spazio di interrogazione, di ascolto e di disorientamento produttivo. Forse Un Giorno accetteremo l’invito a sostare, a rallentare, a lasciarsi toccare da ciò che si mostra immediatamente. Se il giorno spiega, la notte chiede di non farlo, ci costringe a riconsiderare quali strumenti utilizziamo per vedere, per interpretare e per comprendere.
Ci sono storie che hanno bisogno di buio e silenzio. Solo dopo tanto tempo, come alcuni vini, potranno essere raccontate. L.Bianchini
LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: L’Enoteca alla mescita propone Vino Bianco, Rosso e Rosati, circa 10 referenze, al momento presenti esclusivamente produttori italiani.
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12 Gennaio, 2026
Sacrificio
Ciò che accade ogni giorno e ciò che ritorna ogni giorno: il banale, il quotidiano, l’ovvio, il comune, l’ordinario, l’infra-ordinario, il rumore di fondo, il consueto. Come possiamo spiegarlo, come possiamo metterlo in discussione, come possiamo descriverlo?. G. Perec
Ci sono momenti nella vita in cui vorrei essere più adatto con le parole. Momenti in cui dovremmo essere più bravi, più intelligenti, più riposati, più belli…ma si sa che nella vita le cose accadono all’improvviso e c’è bisogno semplicemente di esserci e di esserci con le persone giuste. Il tempo ha questa strana capacità di sfidarci. Non si ferma, non ci aspetta, non ci concede la possibilità di presentarci nella nostra versione ideale. Ci travolge con il suo scandire, e noi restiamo lì, a volte impreparati, a volte disarmati.
Fermati attimo, sei bello! esclamava il Faust di Goethe per indicare quella voglia, irrefrenabile, irreprensibile di fermare i momenti felici, quelli che abbiamo atteso e sognato, quelli che ci piacciono, quei momenti che vorremmo non finissero mai e invece vengono trascinati dal flusso inesorabile del tempo che li porta chissà dove lasciandoci solo il ricordo che abbiamo di loro. Uno scorrere unidirezionale rispetto al quale non abbiamo nessun potere e che ci rivela tutta la nostra limitatezza.
Non la pensava così Sant’Agostino per il quale invece il tempo non scorre perché noi siamo sempre legati al presente e mai al passato che viviamo come ricordo e mai al futuro che viviamo come progettualità. È il nostro animo a misurare il tempo. Ognuno di noi ha il proprio orologio interiore. La nostra percezione di una durata non dipende solo dall’unità di misura usata dal cervello per stimare il tempo passato. È decisiva anche la misura dell’attenzione che prestiamo a un certo evento. Se la coscienza si occupa nello stesso tempo anche di altre cose noi sottostimiamo il tempo trascorso; se invece siamo del tutto presenti i secondi si dilatano, Stefan Klei
Eppure, a pensarci bene, è proprio questo che rende il tempo così profondamente umano: l’imprevedibilità. Ci mostra che non esiste un momento perfetto, che non esiste la condizione ideale per essere all’altezza della vita. Ci sono solo attimi che accadono all’improvviso, e in quei frammenti ciò che realmente conta non è essere impeccabili, ma esserci.
Il tempo non premia la perfezione, premia la presenza. Premia quei gesti semplici ma autentici, una parola detta con esitazione, uno sguardo che colma silenzi, una vicinanza offerta anche quando ci sentiamo fragili.
E, forse, la lezione più preziosa che il tempo ci regala è proprio questa: che nella vita c’è bisogno semplicemente di esserci e di esserci con le persone giuste.
Roma Nord, Monte Mario Vecchia, una piazzetta che fino a pochi anni fa non era indicata nelle mappe. Appariva solo a chi aveva ancora l’orecchio per ascoltare le storie, quelle che non si leggono sulle etichette ma che sopravvivono tra le fibre del legno, tra le venature delle botti dimenticate. Il vicolo inizia con un arco consumato e procede in leggera discesa, impregnato di un profumo che ricorda la pioggia d’autunno in piena estate. Alla fine della strada, tra antiche serrande di un mercato rionale e un portone scolorito, c’è una bottega che sembra sospesa tra epoche diverse, come un segreto tramandato tra gourmand e viandanti, eppure, chi la oltrepassa viene accolto da un calore che non appartiene né al presente né al passato: La Drogheria Alesse.
La porta, cigolante come un vecchio torchio, si apre su un mondo che non appartiene più al tempo. Gli scaffali sono un mosaico di colori: sacchi di legumi come pietre preziose, barattoli di spezie che brillano come polvere d’oro, tè profumati che sembrano raccontare mondi perduti. Ma è il profumo del vino a conquistare chi entra: un aroma che cambia con le stagioni, come se la Drogheria respirasse insieme alle vigne del mondo. Ma ciò che rende speciale questo luogo non sono gli oggetti: sono le storie. Si dice che, tra i suoi muri, il vino parli. Non il vino in bottiglia, no: il vino dei racconti, quello che il tempo ha provato a cancellare, ma che qualcuno ha deciso di conservare come si fa con le cose più preziose. Ogni sera, all’ora in cui le cucine di Roma iniziano a sussurrare, Paolo il titolare della Drogheria, colui che sa distinguere un Metodo Classico da uno Metodo Martinotti solo dal suono del tappo, appare dal retro con una piccola cassa di legno. Dentro, bottiglie che non si trovano più, raccolte nei decenni come reliquie gastronomiche.
Tra queste Trento DOC Madonna Delle Vittorie. Uno spumante che racconta una storia di tempo lento, di Sacrificio quotidiano e di un territorio che non concede nulla senza impegno. Un vino che non nasce semplicemente in cantina, ma prende forma molto prima, nel silenzio dei filari, nel freddo che punge le mani e nella pazienza di chi sa aspettare.
Siamo ad Arco, all’estremo nord del Garda trentino, dove il lago mitiga le temperature ma la montagna impone il suo ritmo severo. Qui la viticoltura non è mai stata facile. I pendii richiedono lavoro manuale, le rese sono contenute, ogni scelta agronomica pesa sul risultato finale. Eppure, è proprio in questa fatica che nasce l’identità del vino.
Il tempo è il primo grande protagonista. Tempo che scorre tra una vendemmia e l’altra, tempo che matura le uve Chardonnay e Pinot Nero, tempo che affina il vino sui lieviti secondo il Metodo Classico, senza scorciatoie. Le lunghe soste in bottiglia non sono un vezzo stilistico, ma una necessità: servono a dare profondità, complessità, quella trama fine di bollicine che accarezza il palato senza mai aggredirlo.
Il sacrificio, invece, è quello umano. È nella vendemmia spesso anticipata per preservare acidità e freschezza, nella selezione dei grappoli, nella rinuncia alla quantità a favore della qualità. È una scelta agricola e culturale: produrre meno, ma produrre meglio. In questo senso Madonna delle Vittorie non è solo una cantina, ma una filosofia produttiva che guarda alla sostenibilità e al rispetto del ciclo naturale.
Nel calice, il Trento DOC Madonna delle Vittorie si esprime con eleganza misurata. Profumi di mela matura, agrumi, crosta di pane e leggere note di nocciola raccontano l’affinamento sui lieviti. Al sorso è verticale, teso, con una freschezza che richiama il clima alpino e una sapidità che sembra portare con sé l’eco del lago. Non cerca l’opulenza, ma equilibrio.
Il Trento DOC Madonna delle Vittorie non urla mai. Parla sottovoce, come fanno le cose autentiche. Racconta che il tempo non è un nemico da battere, ma un alleato da rispettare. E che il Sacrificio, quando è guidato dalla passione, può trasformarsi in bellezza liquida.
Mentre il nostro bicchiere si svuota, tra un assaggio e l’altro, Paolo racconta di vigneti scomparsi, di vendemmiatori che cantavano sotto cieli che oggi non ricordiamo più, di amori nati tra filari di uva matura e finiti davanti ad un fuoco ardente, di temporali che profumava di mosto. Ogni parola sembra riempire il locale di una luce liquida, come se il tempo stesso stesse assaggiando quei ricordi.
Ascoltando in silenzio, chiudendo gli occhi e tenendo il calice tra le mani come un talismano, abbiamo la totale consapevolezza che, fuori da quelle mura, il tempo corra troppo veloce. Ma qui, alla Drogheria Alesse, accade sempre qualcosa di prodigioso: il tempo rallenta, si aggroviglia, si dimenticava di andare avanti.
Quella sera, mentre la luna sembrava essersi posata sui tetti, Paolo disse:
Le storie del vino non si perdono davvero. Si spostano. Cercano chi vuole ascoltarle.
Poi ci guardò, come si guarda un portone che si chiude che però resta sempre socchiuso.
Da quel momento, chiunque di noi entrerà nuovamente nella Drogheria Alesse avvertirà la stessa sensazione: come se stesse partecipando a un rito antico, un luogo in cui i racconti non sono solo narrati, ma respirati. Un posto dove il tempo non passa: si lasciava degustare. Un tempo che scorre, come un Sacrificio. Ma quando siamo accanto alle persone giuste, si ferma. Diventa spazio. Diventa casa. Diventa vita vissuta davvero.
LA PROPOSTA DELL’ENOTECA
Alla mescita presenti 14 prodotti: Francesi (Champagne e Cremant) e Italiani (Trento DOC, Franciacorta e Prosecco). Vini fermi Italiani Bianchi, Rossi e Rosati.
Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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10 Dicembre, 2025
Confine
Le parole che dicono la verità hanno una vibrazione diversa da tutte le altre
A. Camilleri C’è un luogo, in Sicilia, dove il tempo sembra non avere fretta. Dove le stagioni non sono mai di passaggio, ma una condizione dello spirito. Dove il tempo non scorre, respira. Dove il giorno si dilata tra un raggio di sole e un’onda che si ritira, tra l’odore del mare e il profumo del centro storico. Ortigia, cuore antico di Siracusa, isola nell’isola, porta con sé un tepore che sa di luce dorata e di vento salmastro, un luogo intermedio in cui la natura e la città sembrano trattenere il respiro. Qui le pietre barocche riflettono il sole del pomeriggio, e tutto si ferma per un istante: il rumore dei passi, il richiamo dei gabbiani, persino il campanile del Duomo. Il giorno non è solo quello dell’orologio, ma quello dell’attesa; attesa di una luce che cambia, di un mare che si placa, di un profumo che riporta indietro. È il tempo della cucina che si prepara lentamente, del vino che si apre piano. Un momento sospeso che cambia gusto e ritmo. Quando il sole cala sul mare di Levante e le prime luci si accendono sui bastioni, Ortigia si fa ancora più silenziosa. È allora che si comprende il suo segreto: qui il tempo non passa, si trasforma. Rimane sospeso tra la pietra e il mare, tra il gusto e la memoria. In una giornata d’autunno, Ortigia non è solo un luogo da visitare, è un attimo da vivere. Un lasso che sa di sale, di limone, di un bicchiere appena versato. È un momento in cui l’estate non finisce davvero. Il sole accarezza ancora i muretti di pietra bianca e il mare conserva il suo respiro azzurro. Le viuzze del centro storico profumano di iodio, e il passo lento dei siracusani si mescola a quello dei visitatori curiosi che scoprono, tra vicoli e cortili, l’anima più autentica dell’isola. L’autunno qui è una tavolozza di colori: l’ocra delle facciate barocche, il blu profondo del porto, il verde argentato degli ulivi e il rosso rubino dei vini che accompagnano la tavola. È l’istante perfetto per vivere l’isola senza la fretta dell’estate, assaporandola mentre cambia insieme alle stagioni. Nel dedalo di vicoli che disegnano l’isola, tra il clangore del mercato del pesce e il lento sciabordio delle onde, si trova l’Enoteca Trattoria Da Michelone, dove il tempo sembra avere un altro ritmo: non scandito da lancette affannate ma dal susseguirsi delle maree, e dei sapori che maturano. L’Eno-Trattoria appare come un punto fermo nella storia della tradizione siracusana. Un locale autentico e senza fronzoli, dove puoi trovare qualità del cibo, pesce freschissimo e vini autentici del territorio. Servizio eccellente, cortesia e accoglienza come se fossi uno di famiglia ci dice Antonio , cliente innamorato del locale e cantore del tempo che scorre in una Sicilia che vuole cambiare. Da Michelone si vive un tipo di esperienza che rallenta il ritmo: non si tratta di “mordi e fuggi”, ma di stare a tavola, parlare, gustare, bere, guardare cosa succede attorno, magari il mercato che si anima, la luce che cambia. Il tempo diventa conviviale, sociale, legato alla dimensione della comunità. È un luogo dove la durata della giornata è protagonista non solo come misura, ma come atmosfera, come ingrediente invisibile che porta profondità ai sapori, ai gesti, alle parole. In un’isola dove la luce del pomeriggio sembra allungarsi, dove il mare riflette il cielo, qui il pranzo o la cena diventano un momento di lentezza preziosa, un attimo da gustare, non solo da consumare. Inebriati da un senso di calma, quasi sospesa, Antonio ci fa adagiare tra i filari di Marsala; dove il sole cala tardo nel pomeriggio, il vento accarezza i grappoli e il mare porta fino alle colline un respiro salmastro. In questo ritmo antico, nasce il Kikè Terre Siciliane IGP della Cantina Fina : un vino che è anche esso un racconto del tempo, della sua attesa, della sua maturazione, del suo equilibrio. Un bianco aromatico, nato dall’incontro tra Traminer Aromatico e Sauvignon Blanc, due vitigni che sembrano parlare lingue diverse ma che in Sicilia trovano un’unica voce. È un vino che racconta la pazienza del fare artigiano, quella che sa aspettare il momento esatto della vendemmia, quando la luce e il calore si incontrano per donare ai grappoli la giusta intensità. Nel bicchiere, il Kikè si presenta con un giallo dorato, come un pomeriggio di ottobre sull’isola. Al naso si apre con profumi di fiori bianchi, frutta tropicale e agrumi canditi. Un susseguirsi di sensazioni che si srotolano lente, come ricordi che riaffiorano. È un vino che non si rivela tutto insieme: chiede tempo, uno spazio per respirare, per raccontare la sua storia fatta di mare e luce. Al palato, la freschezza e la morbidezza si inseguono, come il giorno e la notte. La sapidità richiama il vento marino, mentre le note calde e avvolgenti riportano alla terra, alla pietra che conserva il sole. Ogni sorso è un equilibrio tra il presente e il passato: la modernità della vinificazione in acciaio e la memoria antica del suolo siciliano. Il Kikè è un vino da vivere con lentezza. È il compagno perfetto per chi crede che il tempo migliore non sia quello che si misura, ma quello che si assapora. La Cantina Fina, con questo bianco aromatico, riesce a fermare un istante, quello in cui il vino nasce dall’attesa, dall’ascolto della natura e dalla cura del dettaglio. Bere Kikè è un po’ come rallentare: come concedersi il lusso di un attimo che profuma di zagara, di vento, di mare. In un mondo che corre, il Kikè ricorda che la Sicilia è un luogo dove il tempo non passa: matura. E nel calice, quel tempo diventa colore, profumo, emozione. Al tramonto, ancora seduti al tavolo con Antonio, il vino scivola nel calice, lento e in un istante il tempo si fa colore, dorato come le pietre che riflettono il sole. Lo avvicina al naso: profumo di terra, di sale, di ricordi. E nel primo sorso, sente tutto, la pazienza del vento, il lavoro delle mani, le stagioni che hanno danzato tra le vigne. In quel momento capiamo: a Ortigia il tempo non passa davvero. Si trasforma. Diventa memoria liquida, Confine, luce, emozione. Antonio chiude gli occhi e sorride con Noi, perché il mondo corre, ma qui, il tempo sa aspettare. Essere è Tempo (Sein und Zeit) diceva Heidegger, è quel Confine che separa l’istante dall’eterno, dove l’uomo scopre di non possedere il tempo, ma di esserne custodito.
È lì, su quella soglia sottile, che l’essere si rivela: non come qualcosa da afferrare, ma come un respiro che accade, sempre adesso, sempre tra ciò che è stato e ciò che sarà. LA PROPOSTA DELL’ENOTECA L’Eno-Trattoria alla mescita propone rigorosamente vini Siciliani: Bianco e Rosato. Perfetti in abbinamento con la sua cucina di pesce. Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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A. Camilleri C’è un luogo, in Sicilia, dove il tempo sembra non avere fretta. Dove le stagioni non sono mai di passaggio, ma una condizione dello spirito. Dove il tempo non scorre, respira. Dove il giorno si dilata tra un raggio di sole e un’onda che si ritira, tra l’odore del mare e il profumo del centro storico. Ortigia, cuore antico di Siracusa, isola nell’isola, porta con sé un tepore che sa di luce dorata e di vento salmastro, un luogo intermedio in cui la natura e la città sembrano trattenere il respiro. Qui le pietre barocche riflettono il sole del pomeriggio, e tutto si ferma per un istante: il rumore dei passi, il richiamo dei gabbiani, persino il campanile del Duomo. Il giorno non è solo quello dell’orologio, ma quello dell’attesa; attesa di una luce che cambia, di un mare che si placa, di un profumo che riporta indietro. È il tempo della cucina che si prepara lentamente, del vino che si apre piano. Un momento sospeso che cambia gusto e ritmo. Quando il sole cala sul mare di Levante e le prime luci si accendono sui bastioni, Ortigia si fa ancora più silenziosa. È allora che si comprende il suo segreto: qui il tempo non passa, si trasforma. Rimane sospeso tra la pietra e il mare, tra il gusto e la memoria. In una giornata d’autunno, Ortigia non è solo un luogo da visitare, è un attimo da vivere. Un lasso che sa di sale, di limone, di un bicchiere appena versato. È un momento in cui l’estate non finisce davvero. Il sole accarezza ancora i muretti di pietra bianca e il mare conserva il suo respiro azzurro. Le viuzze del centro storico profumano di iodio, e il passo lento dei siracusani si mescola a quello dei visitatori curiosi che scoprono, tra vicoli e cortili, l’anima più autentica dell’isola. L’autunno qui è una tavolozza di colori: l’ocra delle facciate barocche, il blu profondo del porto, il verde argentato degli ulivi e il rosso rubino dei vini che accompagnano la tavola. È l’istante perfetto per vivere l’isola senza la fretta dell’estate, assaporandola mentre cambia insieme alle stagioni. Nel dedalo di vicoli che disegnano l’isola, tra il clangore del mercato del pesce e il lento sciabordio delle onde, si trova l’Enoteca Trattoria Da Michelone, dove il tempo sembra avere un altro ritmo: non scandito da lancette affannate ma dal susseguirsi delle maree, e dei sapori che maturano. L’Eno-Trattoria appare come un punto fermo nella storia della tradizione siracusana. Un locale autentico e senza fronzoli, dove puoi trovare qualità del cibo, pesce freschissimo e vini autentici del territorio. Servizio eccellente, cortesia e accoglienza come se fossi uno di famiglia ci dice Antonio , cliente innamorato del locale e cantore del tempo che scorre in una Sicilia che vuole cambiare. Da Michelone si vive un tipo di esperienza che rallenta il ritmo: non si tratta di “mordi e fuggi”, ma di stare a tavola, parlare, gustare, bere, guardare cosa succede attorno, magari il mercato che si anima, la luce che cambia. Il tempo diventa conviviale, sociale, legato alla dimensione della comunità. È un luogo dove la durata della giornata è protagonista non solo come misura, ma come atmosfera, come ingrediente invisibile che porta profondità ai sapori, ai gesti, alle parole. In un’isola dove la luce del pomeriggio sembra allungarsi, dove il mare riflette il cielo, qui il pranzo o la cena diventano un momento di lentezza preziosa, un attimo da gustare, non solo da consumare. Inebriati da un senso di calma, quasi sospesa, Antonio ci fa adagiare tra i filari di Marsala; dove il sole cala tardo nel pomeriggio, il vento accarezza i grappoli e il mare porta fino alle colline un respiro salmastro. In questo ritmo antico, nasce il Kikè Terre Siciliane IGP della Cantina Fina : un vino che è anche esso un racconto del tempo, della sua attesa, della sua maturazione, del suo equilibrio. Un bianco aromatico, nato dall’incontro tra Traminer Aromatico e Sauvignon Blanc, due vitigni che sembrano parlare lingue diverse ma che in Sicilia trovano un’unica voce. È un vino che racconta la pazienza del fare artigiano, quella che sa aspettare il momento esatto della vendemmia, quando la luce e il calore si incontrano per donare ai grappoli la giusta intensità. Nel bicchiere, il Kikè si presenta con un giallo dorato, come un pomeriggio di ottobre sull’isola. Al naso si apre con profumi di fiori bianchi, frutta tropicale e agrumi canditi. Un susseguirsi di sensazioni che si srotolano lente, come ricordi che riaffiorano. È un vino che non si rivela tutto insieme: chiede tempo, uno spazio per respirare, per raccontare la sua storia fatta di mare e luce. Al palato, la freschezza e la morbidezza si inseguono, come il giorno e la notte. La sapidità richiama il vento marino, mentre le note calde e avvolgenti riportano alla terra, alla pietra che conserva il sole. Ogni sorso è un equilibrio tra il presente e il passato: la modernità della vinificazione in acciaio e la memoria antica del suolo siciliano. Il Kikè è un vino da vivere con lentezza. È il compagno perfetto per chi crede che il tempo migliore non sia quello che si misura, ma quello che si assapora. La Cantina Fina, con questo bianco aromatico, riesce a fermare un istante, quello in cui il vino nasce dall’attesa, dall’ascolto della natura e dalla cura del dettaglio. Bere Kikè è un po’ come rallentare: come concedersi il lusso di un attimo che profuma di zagara, di vento, di mare. In un mondo che corre, il Kikè ricorda che la Sicilia è un luogo dove il tempo non passa: matura. E nel calice, quel tempo diventa colore, profumo, emozione. Al tramonto, ancora seduti al tavolo con Antonio, il vino scivola nel calice, lento e in un istante il tempo si fa colore, dorato come le pietre che riflettono il sole. Lo avvicina al naso: profumo di terra, di sale, di ricordi. E nel primo sorso, sente tutto, la pazienza del vento, il lavoro delle mani, le stagioni che hanno danzato tra le vigne. In quel momento capiamo: a Ortigia il tempo non passa davvero. Si trasforma. Diventa memoria liquida, Confine, luce, emozione. Antonio chiude gli occhi e sorride con Noi, perché il mondo corre, ma qui, il tempo sa aspettare. Essere è Tempo (Sein und Zeit) diceva Heidegger, è quel Confine che separa l’istante dall’eterno, dove l’uomo scopre di non possedere il tempo, ma di esserne custodito.
È lì, su quella soglia sottile, che l’essere si rivela: non come qualcosa da afferrare, ma come un respiro che accade, sempre adesso, sempre tra ciò che è stato e ciò che sarà. LA PROPOSTA DELL’ENOTECA L’Eno-Trattoria alla mescita propone rigorosamente vini Siciliani: Bianco e Rosato. Perfetti in abbinamento con la sua cucina di pesce. Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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