Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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Philema. Il vino si fa glamour Arrow Right Top Bg

8 Agosto, 2025

Philema. Il vino si fa glamour

  Non ci sono più le mezze stagioni.
Sì stava meglio quando si stava peggio.
Quando c’è la salute, c’è tutto.
La matematica non è una opinione.
Questa casa non è un albergo.
Il tempo vola
Non si finisce mai di imparare.
I cibi di una volta avevano tutto un altro sapore. Che faccio, continuo? Le frasi fatte, quelle banali. Quelle che in qualunque discussione, in qualche modo escono. C’è poco da fare, escono.  Poi ci si guarda in faccia e ci si mette a ridere cominciando a citarne a raffica. Sempre che non si frequenti persone banali. Perché allora ve la siete proprio andata a cercare! Per certi versi, il mondo del vino è banale. C’è sempre la storia del papà o del nonno che faceva il vino o delle terre di famiglia che occorreva preservare. Ci sono i castelli ricchi di storia, le cantine scavate nella roccia, i vigneti centenari.  Spesso mi invitano a visitare le cantine ma io le trovo di una banalità estrema. Cosa volete che cambi tra una cantina e l’altra? Le botti, i tini, le anfore. Quello c’è. Magari si, qualche volta sono ricche di fascino e di storia. Ma solo qualche volta.  Per tutto il resto, banale.  Non il vigneto. Non la storia delle persone. Quelle no. Ognuna ha in se qualcosa di speciale che va preservata. Non fosse altro perché dentro una bottiglia c’è, sempre, qualcosa di più. Però il vino e il suo mondo sono autoreferenziali. Difficilmente si esce fuori dagli schemi e pochi sono quelli che sperimentano e si adeguano ai tempi. Al contrario, si cerca di rimanere ancorati al passato. In parte è anche giusto così. Rappresentare un pezzo di storia è sempre importante e mantenerla diventa un dovere.  Ma ai giovani, chi ci pensa? Cosa cattura l’attenzione di un giovane? Può una bottiglia di Barolo con la sua austerità rappresentare un oggetto del desiderio per chi è abituato alle novità, ai colori, alla frizzantezza dei propri anni? Così come è mai possibile che non si cerchi in nessun modo di portare i giovani verso il mondo del vino che ne avrebbe tanto ma tanto bisogno? Ho incontrato Pierpaolo Schierano, un imprenditore dell’astigiano che ha deciso di intraprendere un progetto diverso e dirompente nel mondo del vino: Philema. Non vivo del vino e non ho questo stress di un vino che deve piacere al mercato. Sono partito dal presupposto di fare un vino che mi piace. Sono un imprenditore. Ho un parco commerciale con la mia famiglia. Partiti con l’ingrosso e approdati al dettaglio. Pierpaolo gestisce il Parco Commerciale Magnone a Castelnuovo Don Bosco, paesino dell’alto astigiano. Al mondo del vino si è avvicinato con una idea ben precisa: realizzare un prodotto che rompesse gli schemi partendo certo dal vino ma con un brand, Philema, che fosse rappresentativo del concetto che si vuole trasmettere. Non una operazione di puro marketing ma qualcosa che possa comunque contenerlo. Philema, φίλημα, è il bacio conviviale. Un gesto di affetto che indica la convivialità. Nell’antica Grecia il bacio era tipicamente orientato al saluto, alla devozione, alla supplica. Lo storico greco Erodoto descrisse nelle sue Storie (I secolo d.c.) il bacio nel mondo classico inquadrandolo come simbolo di diversità tra le varie culture. Sembra che i grandi cultori del bacio come lo conosciamo oggi, siano stati gli antichi romani e Ovidio, nella sua opera Ars amatoria, L’arte di amare, ne decanta approfonditamente le diverse sfaccettature.  Philema è qualcosa di diverso. Forse meno profondo e viscerale. Superficiale si potrebbe dire ancorché collettivo e aggregativo. Un modo per celebrare lo stare insieme in armonia ed allegria. Un pò come la funzione conviviale del vino. Una funzione della quale spesso ce ne si dimentica. L’autoreferenzialità del mondo del vino porta il prodotto vino ad essere il protagonista delle diverse occasioni mentre, per sua natura, non può che essere comprimario.  Il vino si beve a tavola dove ci si riunisce tra persone. Il vino accompagna il pasto. Il vino allieta le serate.  In nessuna di queste forme il vino è il protagonista indiscusso. Mangiando si beve vino per accompagnare il pasto e renderlo più piacevole. Bere il vino senza accompagnamento di un cibo e in solitaria, diciamocelo, è da sfigati.  Quando allora si esalta il vino e non la sua funzione di co-protagonista, si commette un errore imperdonabile. Quello stesso errore che allontana le persone, giovani in primis. Tanto meglio una birra che è meno altezzosa e pretenziosa.  Mio papà mi ha lasciato dei vigneti. Era un professionista mancato venti anni fa. Non ha mai prodotto vino. Le uve venivano conferite ad una cantina sociale del territorio fino al momento in cui i vigneti non mi piacevano più. Erano storici. Il Fresia esiste da 500 anni qui a Castelnuovo Don Bosco che è in una posizione collinare vocata. I vigneti ci sono dal tempo dei latini dunque 2000 anni fa. Ho deciso di estirpare questi vigneti per re impiantarli. Alla fine del 2016. Nel 2017 i vigneti nuovi. Autunno 2019 la prima vendemmia.vInizialmente volevo solo avere i vigneti a posto. Avere la bellezza morfologica di un territorio. Adesso ci sono 4000 barbatelle nuove tutte messe in file.  La bellezza. Può essere in un oggetto di design come in un territorio. Un paesaggio può essere bello perché la natura lo ha disegnato in quel modo ma se l’uomo in qualche modo è intervenuto, allora occorre disegnarlo continuamente per renderlo sempre bello. Pierpaolo rimette a posto i vigneti del padre, poco più di un ettaro, non già per produrre vino quanto per non vedere un paesaggio deturpato da piante poco curate.  Quello che può sembrare pensiero edonistico è invece la voglia di restituire ad un territorio la bellezza che merita.  Poi mi sono detto: invece di conferire le uve, perché non faccio un vino che piaccia a me. Non son un gran bevitore di vino. Ero profano. Bevevo occasionalmente. Assaggio questo si. C’è poco da fare. Quando si vedono i filari ben posizionati lungo il crinale della collina con il sole che si insinua tra le foglie verdi creando giochi di luce incredibili, non si può non rimanerne affascinati. E non si può non pensare a cosa si potrebbe fare con quelle incredibili piante. Il vino certo. Qui però c’è la differenza tra un imprenditore visionario e un normale vignaiolo che non vuole altro che seguire le tradizioni.  Innanzitutto la scelta di un vino che possa far bene. La mia produzione è di vino rosso. Sentivo tanti che dicevano che il vino rosso ha solfiti, mi viene mal di testa. Volevo certamente un vino legato al territorio. Facendo delle indagini non riuscivo a mettere tutti d’accordo sul tipo di vino. Bollicina, secco, bianco, ecc. Chi se la tira e dice che vuole sempre vino di pregio. Volevo un prodotto genuino che parte da trattamenti naturali nel vigneto dove ne vengono fatti tanti perché il prodotto sia il più naturale possibile. Trattamenti leggerissimo solo a base di zolfo per conservare o tenere il vigneto florido e produttivo. Lontano da flavescenze e da ciò che si può generare. Era un ettaro, oggi 2.3 ettari. Due anni fa ho acquisito due vigneti di Freisa attigui ai miei. Lo porterò a regime tra qualche anno. Li sto ancora curando perché producano Philema. I trattamenti naturali proseguono anche in cantina. Molti travasi per ridurre i solfiti. Lieviti selezionati. Almeno una parte.  La visione era per un prodotto digeribile. Un rosso da bere anche a digiuno (ovvero che non desse bruciori di stomaco o mal di testa) ma non a digiuno poiché conviviale. È così che nasce Philema, il Monferrato rosso. Un vino che sa di vino. In ogni sorso di 𝐏𝐡𝐢𝐥𝐞𝐦𝐚 si ritrova l’essenza di convivialità, di freschezza giovanile, di voglia di bere qualcosa senza pensarci su. Un vino che conquista subito per l’esplosione di frutta 𝘴𝘤𝘳𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘢𝘳𝘦𝘭𝘭𝘢, le note floreali e un leggero tocco balsamico: è la gioia di vivere della 𝐅𝐫𝐞𝐢𝐬𝐚 e della 𝐁𝐨𝐧𝐚𝐫𝐝𝐚. 𝐏𝐡𝐢𝐥𝐞𝐦𝐚 è un vino vero, senza fronzoli, come quelli di una volta: si beve per il puro piacere di berlo, non per l’edonismo di guardarlo o annusarlo. In bocca, una carezza di freschezza, un tannino appena sussurrato e la frutta che persiste, lasciano il palato suadente e appagato. Perfetto per un semplice pane e salame o per un brindisi tra anime innamorate che vogliono solo godere il gusto di un momento condiviso. Sorrisi e divertimento che scorrono leggeri. Tranquillo, veloce, fugace. Come un bacio, preludio di tante altre meraviglie. Lo bevi (anche fresco), continui a berlo. Ti piace. Sorridi. Ami. Non c’è bisogno di alcuna giustificazione. Al rosso poi si affianca una bollicina da Glera.  Avete letto bene, da Glera.  È un extra dry con una base di Glera da vecchissimi vigneti di Valdobbiadene con una percentuale di rosso vinificato in bianco. In autoclave si è arrivati fino a 120 mesi per avere una bolla impercettibile e sentori fruttati. Al metodo classico ci abbiamo pensato ma è una mancanza di tempo. In un mondo ingessato e per certi versi anche ipocrita, realizzare una bollicina, in Piemonte, con uve provenienti da Valdobbiadone, può essere una eresia. Ma è esattamente quello che Pierpaolo voleva: rottura degli schemi. Chi l’ha detto che perché il vino si è sempre fatto in un modo, occorre continuare a farlo così?  Philema Extra Dry rispetta le aspettative ed è assolutamente coerente con la filosofia del marchio. Si voleva qualcosa di pronto e conviviale e l’Extra Dry è la scelta giusta. Qualcosa che potesse accontentare tutti e l’Extra Dry è sempre la scelta giusta. Niente di altezzoso e il Glera è la scelta giusta. Un pizzico di eleganza non fa mai male e l’aggiunta di Chardonnay ci sta tutta. È un Prosecco? Di base si. Ha qualcosa di speciale? Ni, nel senso che sicuramente lo Chardonnay lo rende più verticale e la lunga permanenza in autoclave le bollicine estremamente fini per uno Charmat.  Insomma, l’ho trovato gradevole ed elegante. Non scontato e in grado di accendere una allegria non volgare. Molto versatile così da essere bevuto dall’aperitivo in poi. Un Extra Dry che diventa morbido e ammaliante tanto da piacere molto a chi non ama particolarmente la freschezza di un minor residuo zuccherino. Una di quelle bottiglie che grazie a quella sua stupenda etichetta gialla con le labbra tatuate, ispira ancor prima di stapparla. Se devo dirla tutta, in barba ai Sacri testi, mi è venuta voglia di stapparla con il botto. E così è stato! Pierpaolo ci ha messo la faccia e la propria azienda in un concept del tutto nuovo. Molti altri, fanno lo stesso nascondendoci dietro etichette più o meno blasonate. Non occorre andare alle indagini di Report per sapere come il Glera si sia coltivato anche in Puglia per poi etichettare le bottiglie come Prosecco DOCG. Ci sono fior di produttori che acquistano vino sfuso o uve da altri per poi commercializzare il prodotto finale con tanto di etichetta pluripremiata. Tutti però dimenticano il consumatore finale e la necessità di non apparire come ubriaconi bacchettoni.  Ecco allora che Philema svecchia completamente l’imparruccato mondo del vino e lo fa con elementi di marketing e comunicazione pura. A partire da una etichetta accattivante con le labbra tatuate di meravigliosi fiori colorati e etichette con palette che spingono la bottiglia tra le mani del consumatore. Anche il lettering scelto è realizzato per emergere dall’etichetta grazie ad una tridimensionalità accattivante. La denominazione Monferrato DOC Rosso è secondaria rispetto al nome Philema come a dire che la provenienza è certo importante ma lo è ancora di più la convivialità offerta dal nome.  Il nome è stata una folgorazione notturna. È venuto fuori prima il nome che la produzione del vino. Mi svegliai una notte girando per casa e stavo pensando al nome del vino. Mi venne in mente questo nome e mi sembrava molto adatto al vino che volevo fare. Un Freisa d’Asti con un pò di Bonarda per conferire più struttura all’uva giovane. Philema, l’unione. Come lo è il Monferrato Rosso. Unione tra Freisa e Bonarda. Due vitigni della tradizione piemontese, quella di un tempo, reinterpretati in maniera fresca, giovane, dirompente. Nessun fronzolo, nessuna voglia di rappresentare qualcosa se non il momento in cui la bottiglia diventa parte di qualcosa. Un momentum che si trasforma anche in un altro vino, il Momentum che però si fa solo nelle annate che lo permettono. Il Momentum è il barricato, con un anno di acciaio e sei mesi di rovere. È solo nella annata 2022 perché lo permetteva. Le altre annate non avevano una qualità tale da consentire l’invecchiamento. Non riuscirebbe ad avere quel corpo giusto. La legnosità sarebbe troppo marcata anche per pochi mesi di botte. Momentum 2022 è un riuscito mix godereccio di Fresia (80%) e Bonarda. Colore rubino scuro e immediati sentori di visciola, lampone e mirtilli resi vegetali da un bellissimo sottobosco e da qualche spezia e tostatura. Poi liquirizia e anice stellato. Al naso piace e convince senza essere potente ed elegante. Ma non lo deve essere. La sua è una natura di vino che ha un gusto e deve piacere senza se e senza ma.  In bocca è infatti così: pieno, intenso e tanto godereccio. La visciola arriva lasciando la bocca pulita per via di una intensa freschezza e un tannino domato. Le erbe aromatiche sembrano ricordarsi di esserci e arrivano. Tutto sa di scuro e intenso tanto che ho come la sensazione, per via della visciola, di avere la lingua nera. Magari è una idea per la prossima etichetta. Philema è un occhio non solo al mercato italiano ma anche internazionale.  Come potrebbe non esserlo un vino che già dalla etichetta diventa accattivante e instagrammabile?  Una operazione di marketing, è vero. Ma un marketing arrivato dopo la voglia di fare il vino: Pierpaolo cercava prima il vino poi ha trovato il packaging. Un packaging così bello da essere stato tra i finalisti dei Pentawards a Londra. Un lavoro magnificamente svolto da una dinamica agenzia creativa, la Neom.  Il vino, come l’etichetta, è frutto di un percorso e non di una improvvisazione. Le vigne prima, la cantina poi, la squadra infine. In vigna funziona con due vignaioli che mi seguono i vigneti. Due enologhi. In cantina c’è la collaborazione con Raimondo Marolo. Lui produce con il suo marchio ma ha sposato la mia filosofia. Non lo conoscevo ed è stato bello incontrarsi come pensiero e dedizione al progetto. Avevo a che fare con una ventina di produttori del territorio ma non avrei mai prodotto vini con loro. Volevano producessi presso la loro cantina. Con Raimondo c’è un percorso fatto insieme e lui mi ha dedicato del tempo. Nelle altre cantina mancava l’ascolto della mia idea del vino. Anche in questo c’è unione. Di intenti e di visioni che si sposano per realizzare qualcosa che non c’era. Come ad esempio anche il Gin. Ho un paio di soci con i quali siamo partiti con la produzione di un gin a base di fico. Fichi freschi e foglie di fico oltre a botaniche che sono presenti in questi vigneti. Dal vicino Carlo Quaglia che fa già il gin Portofino. Il gin si chiama Immoral. Ginepro, coriandolo, cardamomo, semi di Angelica, iris, sambuco, fiori di camomilla, cannella, fiori di arancio. Una bella iniziativa. Una sferzata totale ad un territorio statico, fermo attraverso il gin: assolutamente poco piemontese. Ma chissenefrega. In Piemonte ci sono tutte le erbe officinali necessarie a fare un ottimo gin. Perché non farlo allora? Solo perché qui si è sempre fatto Vermouth e Bicerin?  Eppure io ho trovato Immoral gin super interessante. Fresco e con marcate note agrumate che si uniscono al fico mentre genziana, camomilla, rabarbaro, ginepro e assenzio fanno da giusto corollario. Sono però i fiori di zagara e le foglie del limone che secondo me riescono a far esaltare maggiormente il fico. La parte floreale è penetrante e preminente con una sorta di piccantezza inebriante. Lo si beve anche neutro perché non è uno di quei gin “cattivi” nel senso di ruvidezza. Sa essere morbido ma solo il giusto posizionandosi al centro della lingua per renderla secca ma non eccessivamente. La bevuta è dunque garantita. I fiori di zagara ritornano anche in bocca con una sorta di mix dolce vegetale ad alleviare la verticalità spinta. In bocca dunque è sinuosamente verticale tanto da scivolare giù in gola con quella lunghezza di respiro che porta alla mente interminabili abbracci. Adesso a Philema occorre un pò di consolidamento. Dopo l’accelerazione iniziale del progetto serve rafforzare il marchio per diffonderlo a dovere. Sono in una fase di consolidamento di queste tre etichette o due etichette e mezzo vista che una ha solo l’annata 2022. Per poi riprendere il percorso con nuove sperimentazioni. Capire quale potranno essere gli altri prodotti. Qualcosa che possa spaziare dalla piantumazione di un vigneto a bacca bianca, un vermouth, un orange, un metodo classico. Ci sono diverse idee. Affiancare alla bollicina bianca una rosè. Tante cose cosi ma ora consolidamento. Al momento facciamo 18000 bottiglie. Non vinifichiamo tutto. Tra queste c’è anche il Glera dunque poco più della metà derivano dalle mie uve.  Un piano di sviluppo che può avere un discreto futuro. Che va continuato e perseverato affinché si possa provare a fare qualcosa di diverso in questo incipriato mono del vino. Ne hanno bisogno anche i territori, quelli che non devono inventarsi castelli e sotterranei o cercare di scimmiottare i mostri sacri del vino italiano per trovare la propria strada. La via, quella alternativa, può essere proprio questa.  Nessuna storia da inventare, nessun antenato da riesumare, ma rompere gli schemi puntando sui giovani, il vero futuro, con progetti freschi e innovativi come Philema. Ben vengano persone come Pierpaolo che con il suo fare pacato, determinato e irriverente, se ne fregano dei luoghi comuni e dei conformismi.  Il mondo e il futuro del mondo (del vino) ha in se spazio per tutti e, anzi, più idee come Philema ci saranno maggiore sarà la possibilità di soddisfare le esigenze della incredibile diversità che ci troveremo a gestire da qui a breve. Se allora il luogo comune oggi è:  Meglio seguire la massa che rischiare di essere esclusi Proviamo a non seguire la massa e a dotarci di pensiero laterale pensando fuori dagli schemi. Un pò come fanno i bambini che trovano soluzioni creativi a problemi che sembrano banali.  Il principale nemico della creatività è il buonsenso. Cosi diceva Pablo Picasso che di creatività se ne intendeva un tantino.  Serve pensare fuori da quegli schemi che continuano ad essere utilizzati semplicemente perché si è sempre fatto così. Troppi sono i produttori che producono troppi vini ancorché tutti mediamente di buon livello. Pochi, pochissimi coloro che hanno capito che occorre un approccio diverso che non è certo quello dei dealcolati. Perché se si continuerà a voler produrre e vendere il vino (anche dealcolato) incipriandosi il naso, allora la fine per molti sarà vicina.  Grazie Pierpaolo per questo tuo dirompente progetto. Non mollare!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969      
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Radis. Le radici del futuro Arrow Right Top Bg

1 Agosto, 2025

Radis. Le radici del futuro

  Quando le radici sono profonde, non c’è motivo di temere il vento. Cosa sono le radici, le nostre radici? In una società abituata ad essere cosmopolita forse siamo diventati tutti apolidi. Un tempo anche se si cambiava città, se non Paese, per trovare lavoro, l’attaccamento alla terra natia era così forte che non si poteva non tornare. Alle radici. Ricordo che quando andavamo in estate a Camigliano (CE), il paese di origine di mamma, rimanevo incuriosito dalle tante auto con targa Svizzera che si vedevano per il paese. Mamma mi spiegava che erano delle persone emigrate che tornavano un mese intero per le vacanze. Tornavano a trovare i genitori anziani ma anche a vivere il paese dove erano nati. Le radici. Difficile spiegare ad un ragazzo di città cosa siano le radici. Non ci sono più le famiglie di una volta o le tradizioni da rispettare. Si scappa da dove si è nati e quando si rimane, spesso, si viene tacciati di bamboccionismo. Ma vivere nella propria terra e lavorare su di essa è altra cosa. Non è mai semplice e lo è ancor meno se si tratta di montagna, con i pendii ripidi e le condizioni climatiche che certo non invogliano. La Valtellina è come un grande tubo che parte dal lago di Como e prosegue dritto dritto verso est fino a Tirano dove devia improvvisamente verso nord per arrivare a Bormio. Nel fondo valle sorgono i centri abitati tra i quali emerge ovviamente Sondrio. Poi una miriade di paesini e frazioni. Ai lati, le montagne iniziano ad inerpicarsi per poi perdersi in altezza. Proprio sui terreni delle pendici, pascoli e terreni seminativi si alternano a terrazzamenti vitati. Qui il Nebbiolo di montagna, la Chiavennasca, la fa da padrona. Sassella, Inferno, Valgella, Grumello, Maroggia. Queste le mitiche sottozone ognuna fautrice di espressioni diverse del Nebbiolo di montagna.  Grandi escursioni termiche, venti del lago, terreno sabbioso limoso con scarsa profondità (si appoggia su solida roccia). Un microclima che porta il Nebbiolo ad esprimersi ovviamente nella sua eleganza ma con caratteristiche profondamente diverse rispetto a quelle del Piemonte. Come quest’ultimo però, ha bisogno di tempo (e legno) per essere domato. Una regione splendida e rigorosamente tipica. Ma difficile, così dannatamente difficile da un punto di vista enologico da essere definita eroica.  Le vigne sono pezzi di montagna strappate a quest’ultima attraverso piccole e strette terrazze caratterizzate dai muri a secco, unici baluardo alla riconquista del territorio da parte dei boschi. Coltivarle vuol dire essere pronti a lavorare tutto a mano e con scarsa possibilità di usare mezzi meccanici. Vuol dire essere pronti ad andare su e giù per i pendii in qualunque stagione e qualunque condizione metereologica. Vuol dire saltare da un appezzamento all’altro per via della estrema parcellizzazione del territorio. Accade quindi che chi coltivava un tempo queste terre, oggi non ha più le forze per continuare. Vendere è complicatissimo e quando le stesse terre rappresentano l’unica fonte di reddito piuttosto che l’unica proprietà disponibile, la riluttanza prende il sopravvento.  Occorre però continuare a coltivarle perché il bosco è sempre in agguato. Lasciarle incolte per qualche stagione vuol dire donarle proprio al bosco. Ecco che la soluzione possibile è l’affitto. Già, ma a chi? Chi è il folle che vuole fare una vita del genere? Io ne ho trovati due, Alessandro Bana e Stefano Panizza. Loro sono giovani. Loro hanno scelto di coltivare le vigne in Valtellina. Loro sono Radis e io incontro Alessandro. La nostra azienda è nata per caso. Ho lavorato per nove anni in una azienda metalmeccanica, fino al 2017, quando con Stefano e degli amici, un pò per gioco, abbiamo deciso di lavorare una vigna di 600 metri quadri. Uno sfogo, un gioco. Volevamo il vino per autoconsumo.  Studiare, potare, chiedere in giro. Il papà di un amico ad aiutarli. Peccato che in primavere una gelata pazzesca gli consente un raccolto di sole due cassette.  È proprio vero che le cose che nascono per gioco. C’è chi ha come passatempo lo sport, chi la musica, chi i viaggi. Chi qualunque altra cosa. Alessandro e Stefano si scelgono la vigna. Che qui, in fondo, vuol dire fare trekking. Su e giù per i pendii fermandosi per le lavorazioni o la raccolta. Paesaggi mozzafiato. Aria pura e, al ritorno, tanta allegria. Cosa volete di meglio? Eh ma così sembra tutto facile quando facile non è. Ci vuole tanta voglia per fare cose come questa.  Stefano ha studiato a Padova, forestale. Ha il suo studio di dottore forestale. Oltre alla passione per la vigna c’era anche un pò di insoddisfazione personale. Poi ho sposato sua sorella e siamo diventati cognati. Ci vedevamo più spesso. Due ragazzi di Tirano. Un gruppo comune di amici. È cosi che si sta insieme e quando si sta insieme, oltre ad innamorarsi della sorella dell’amico, si parla, si chiacchiera, ci si confida. L’insoddisfazione per un lavoro ad esempio. Quel tarlo latente che ti fa pensare a tutti i giorni che dovrai lavorare prima di ritrovarti in pensione e senza aver costruito nulla. La vigna invece, l’uva, il vino, una azienda. Un sogno! La prima vigna è arrivata tramite il papà di Stefano che la lavorava già. Una vigna di famiglia in comodato d’uso.  Come si usa da queste parti. Per tenere la vigna pulita e non farla diventare bosco. I genitori di Stefano coltivano le vigne di altri. Non è la vecchia mezzadria ma un vero e proprio affitto. Conviene a tutti. Solo che chi te le affitta si deve veramente fidare.  Il papà di Alessandro invece, oggi in pensione, coltiva mele e mirtilli. La mia famiglia, sopratutto nonno e mio cugino che ha un’altra azienda vinicola, fa vino. Alessandro è uno di quei ragazzi che da giovane deve averne combinate di cotte e di crude. Ha fatto la scuola Industriale senza saperne il perché. Forse annoiato, forse svogliato, forse ribelle. Però cantava e canta ancora. Dopo le scuole superiori e con poca voglia di lavorare, se ne andò a Milano per due anni a studiare musica e canto.  Non c’era nulla che mi interessava. Alcune scelte sono inconcepibili. Davvero non lo so. Prima di iniziare a lavorare, dopo la fine delle scuole superiori, ho fatto due anni a Milano per una scuola privata di musica. Canto. Avevo dei gruppi musicali e suonavo. La passione la porto avanti tuttora. Prima era rock progressive, PFM, Pink Floyd. Poi c’è stato un cambio e ci siamo ritrovati qualche anno fa con un mio amico che scrive canzoni. Faceva il batterista. Ha fatto esperienze in Africa, Medio Oriente, Balcani. Scrive le sue canzoni anche a sfondo politico e il genere è un misto tra reggae, rock, indie. Io sono il cantante insieme a lui. Da batterista ha sempre avuto l’impedimento di non riuscire ad esprimere ciò che scriveva. È cosi che Alessandro se ne va in giro tutt’ora a suonare con il suo gruppo e se cercate Ti regalerei la mia testa, potrete ascoltare la sua voce. Abbiamo iniziato nel 2017. L’anno successivo, una zia di Stefano ha mollato una vigna e ci ha chiesto di lavorarla. Non ce la faceva più. Abbiamo presa questa vigna e gli anziani della zona hanno capito che due giovani avevano voglia e ci hanno dato un’altra vigna. L’azienda che abbiamo adesso è nata (siamo a tre ettari) così. Ogni anno qualche anziano mollava e sapendo che c’eravamo noi, ci contattavano.  Chissà cosa deve essere per una persona anziana capire che è arrivato il momento nel quale non ce la si fa più fisicamente. Andare su e giù non è più cosa. Il fisico non regge anche se la mente è ancora più attiva di prima.  Cosa farci con le terre però? Lasciarle andare no. I figli non ne vogliono sapere. Lasciarle andare no. Darle a qualcuno ma a chi? Lasciarle andare no. Occorre trovare dei ragazzi che hanno voglia. Ma dove trovarli? Lasciarle andare no. Poi in paese ti parlano di questi ragazzi che mettono a posto le vigne. Trovi la forza per andare a vederle e dici a te stesso che le trattano bene le vigne e tratteranno bene anche le tue. È un sollievo. Lasciarle andare no. Succede cosi da queste parti. Le vigne sono per eroi. Piccoli pezzi di terra che rendono tanto per via del Dio Nebbiolo ma come rendono tanto richiedono.  Ora siamo sul versante Retico. Tirano e Villa di Tirano. Circa tre ettari dai 450 metri nella fascia più bassa fino ai 700 metri. Dei tre ettari sono tre macrozone. Una a Villa, una a Tirano nella fascia bassa e la terza nella fascia alta. Giovani che tornano e si dedicano alle vigne. Recuperano e curano le vigne degli anziani che non ce la fanno più. Tornano per insoddisfazione personale e per fare qualcosa per se stessi. È cosi che trovano soddisfazione nella vigna e nei lavori manuali. Nel 2018 e 2019 abbiamo preso più vigne. Nel 2019 abbiamo vinificato metà della parte e il resto l’abbiamo vendute. A fine 2019 abbiamo detto: dobbiamo decidere. C’era la possibilità di prendere altre vigne. Abbiamo deciso di fare il salto aiutato anche da mio suocero che mi ha detto: se vuoi nel mentre vieni nella mia azienda ad aiutarmi. Così ho mollato il lavoro. Stefano si è dedicato al lavoro in vigna mantenendo l’altro. Abbiamo trovato un connubio e aperto l’azienda nel 2020. I trattori e tutte quelle cose che avevano un costo abbastanza alto erano dell’azienda del papà di Stefano. Una fortuna. Se parti da zero non ce l’avremmo fatta. Le prime vinificazioni sotto casa di Alessandro con una barrique, una pompa e un tino. Senza esperienza. Molti testi. Tanto studio sui libri di enologia e comunque un cugino con una cantina a cui chiedere. Eravamo e siamo curiosi e non ci siamo mai limitati nel fare domande. Avevo fatto il corso ONAV dove avevo conosciuto tante persone e produttori. Ho preso un pò da tutti e riportavo in cantina quando c’era da fare quei testi.  Così Alessandro e Stefano iniziano a fare vini. Prima solo il Rosso di Valtellina poi nel 2021 anche il Superiore che però doveva aspettare in botte prima di uscire sul mercato  Nel 21 abbiamo fatto anche il Superiore che doveva però aspettare per vendere il rosso e comprare la botte di legno. L’abbiamo pagata circa 9000€. Sul legno siamo sempre stati contro perché snaturava troppo la territorialità. Ma essendo obbligatorio abbiamo optata per un legno grande. Baitèi è il Valtellina Superiore provato nel millesimo 2021. Baitèi, un rimando alle capanne di un tempo realizzate con pietre a secco e usate dai pastori per riparare gli attrezzi o le provviste.  Un vino di montagna ancora giovane e il meraviglioso color rubino con un piccolo riflesso ancora porpora non può che svelarne l’età.  I sentori sono di frutta rossa croccante, more poi ribes mirtilli e fragoline di bosco. Non può mancare il balsamico che accentua i sentori porta con se del vegetale, come fosse sottobosco muschiato. Spezie non invadenti di pepe e, all’improvviso, chiodi di garofano e un po’ di anice stellato. In lontananza un sussurro di cacao. Il sorso è fresco come una giornata di primavera in montagna con il balsamico che avvolge offrendo una grande capacità di respiro a polmoni pieni. La giovinezza di Baitèi si esprime con la croccante voglia di spensieratezza e di gioco. Un nebbiolo di montagna dotato di forte verticalità e media ampiezza quasi tagliente e che al contempo lascia una meravigliosa sensazione in bocca. È come una lama di sole che penetra avvolgendo: una giornata al mare d’inverno quando il sole scalda solo quando i raggi colpiscono la pelle. Poi la lama di freddo.  Con il tramonto il sole scende lasciando solamente freddo. Partiti da 7000 bottiglie nel 2021 poi il 2021 con 12.000 bottiglie per arrivare al 2022 con 17000 bottiglie. Una crescita importante prima con uno poi con due infine con tre vini. Crescita accompagnata dalla crescita delle vigne e del lavoro. Ovviamente. Muràchi, il Rosso di Valtellina ha un nome che come Baitei si incunea dritto dritto nel territorio. Muràchi sono infatti quei cumuli di pietra che si creano dopo aver realizzato i terrazzamenti. Duro lavoro. Davvero un duro lavoro fare i terrazzamenti su questi pendii. Muràchi è il Nebbiolo anzi, è la Chiavennasca nella sua espressione più vera visto che non ha visto il legno nemmeno con il cannocchiale astronomico. Solo acciaio per restituire un vino fresco e croccante che sa di montagna in un misto di finezza e rusticità. La versione 2022 è già pronta fin dal calice per un rubino che sa di ciliegia spremuta. Vivido e a tratti luminoso, esprime la sua freschezza di ribes, ciliegie e fiori rossi senza nemmeno sforzarsi più di tanto. Solo roteando il calice arriva un pò di alcol: ma che buono ciò che respiro. In bocca i tannini sono eleganti, altro che rustici. Si fresco, si bilanciato, si verticale. Si tutto ma ciò che più mi piace è la sua semplice eleganza. La bocca è fresca e pulita. Il sentore di ciliegia è quello di un frutto non maturo ma già dolce. Ci vorrebbe solo una fetta di formaggio o dello speck e il gioco è fatto. Mi ha convinto Muràchi e mi ha convinto tanto. Più di Baitèi? Diciamo che se la battono ma con gli amici, per finire la bottiglia, Muràchi la vince! Noi ci diciamo razionali sostenibili. Razionali perché il biologico logisticamente parlando era improponibile. Meccanizzato solo per mezzo ettaro. Tagliamo tutti a mano e i trattamenti tutti manuali. Impossibile. Gli interventi devono essere tempestivi e se ne devono fare di più. Adesso stiamo cercando di andare a ragionare sul fatto che siamo in una zona più interna. La valle va da est a ovest. Essendo più lontano dal lago l’azione mitigatrice viene meno. Il versante inizia a girare verso nord e quindi la nostra esposizione è più sud est. Abbiamo circa dieci giorni di differenza con sassello e inferno. Se loro partono a trattare agli inizi di maggio noi trattiamo dieci giorni dopo. Con le vigne in alto e ventilate riusciamo ad avere trattamenti più distanti.  Posati, ragionatori, entusiasti. Ragazzi che hanno la testa sulle spalle, che non si montano la testa, che fanno il passo quando possono e senza strafare. Nessuna voglia di seguire la moda con i lieviti indigeni perché non si sentono pronti. Lieviti selezionati ma stiamo facendo dei test con gli autoctoni. Va di moda non usare lieviti selezionati ma noi facciamo il passo nel tempo giusto. Nessun tipo di trattamento aldilà dei metabisolfiti. Nessuna chiarifica.  Le vigne non loro. Tutte in affitto con solo un piccolo pezzettino di 1700mq di proprietà. Ma non c’è preoccupazione. Ci sono i contratti che li tranquillizzano per dieci/quindici anni e un abbandono che si incrementa sempre di più.  C’è magari l’interesse fino a quando non vedono quanto sia complicato. Quando ci sei dentro e ti rendi conto di cosa voglia dire, è tutta un’altra cosa. In estate è complicato. Essendo in due stargli dietro è tosta. Alessandro ormai è full time in azienda. Stefano ancora no anche se nell’ultimo anno c’è stato quasi sempre. Le cose stanno andando bene. Stanno ingranando i due ragazzi. Anche con le vendite.  Il primo anno siamo riusciti a vendere tutto da soli in Valtellina. Girando come dei pazzi. Poi sono iniziati i contatti in zona Brescia, a Como. L’anno scorso abbiamo visto che era dura star dietro a tutto. Incompatibile con la vigna. Abbiamo deciso di investire nella promozione e negli eventi e facciamo eventi da novembre fino a marzo per portare la Valtellina in giro. Sta portando risultati.  Ragazzi con il sale in zucca e la capacita di capire, programmare e soprattutto, investire. Non è da tutti credetemi. Alessandro e Stefano hanno però un futuro. La voglia di fare e fare bene. Lo spirito di sacrificio e il grande amore per la Valtellina. La capacità di realizzare vini che sanno fortemente di vita e di territorio con la grande capacità di resistere al tempo e ai tempi. Un mix incredibile che è sinonimo di uno sviluppo che li porterà lontano. Non sicuramente in termini di crescita perché anche loro sanno che oltre le ventimila bottiglie non ha senso andare in questo territorio. Bisogna ingrandirsi un pochino ma neanche più di tanto. Arrivare a superare le ventimila bottiglie. Ci sarebbe anche una idea di un piccolo agriturismo. Il nome Radis nasce dal collegamento con le tradizioni del territorio tiranese e le nostre famiglie che sono agricoltori. C’è sempre stata l’idea di un posto dove esporre i nostri prodotti. Una idea invernale che poi quando finisce l’inverno si mette da parte per lavorare sul serio. Poi girare l’Italia affinché non solo Radis ma anche la Valtellina possa crescere. Ci si sta lavorando e noi nel nostro piccolo portare il nome come dovrebbero far tutti. Vogliamo tutti diventi una chicca. Alessandro e la sua famiglia. Una moglie, una bambina piccola. Stefano e la sua famiglia. Una mogli e quattro figli. Radis, l’azienda, le radici piantate nella loro terra, nel loro territorio.  Quelle radici che giorno dopo giorno arriveranno sempre più in profondità così che tra un pò saranno in grado di abbracciare anche le loro famiglie. Per promettere un futuro, In Valtellina.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Giorgio Gianatti. Le bottiglie che aspettano Arrow Right Top Bg

25 Luglio, 2025

Giorgio Gianatti. Le bottiglie che aspettano

Per avere pazienza, ci vuole pazienzaE quando la perdi, ci perdi anche tu!Per avere pazienza, ci vuole pazienzaE quando la perdo… la perdi anche tu! La pazienza è una virtù particolare. Capacità di vivere in armonia con ciò che ci circonda. Senza stress. Lasciando che lo scorrere del tempo faccia il suo corso così che la foglia di gelso si trasformi in seta. Un processo naturale che può essere solo contemplato o interrotto per mano dell’uomo. La pazienza è l’arte di accettare di non interferire in ciò che la natura compie. Contemplarne il ritmo, l’incedere degli attimi evolutivi ognuno diverso dal precedente. Aver la forza d’animo di rimanere distanti eppure immersi in questo incredibile e incantevole processo. So che non far per me. Per una persona che va a mille e che considera ogni istante non vissuto al massimo come un istante perso. Ma è bello che ci siano invece persone che quando vedono che il mondo crolla, si spostano quel tanto che serve per non farsi colpire. Ma non è che scappano, si scansano e basta. Giorgio Gianatti, dalle sue vigne a Montagna in Valtellina sopra Sondrio, non solo produce vini, li aspetta. Per anni, senza fretta. Perché il tempo dia a questi il modo di esprimersi al meglio. Lo fa da sempre. Con una serenità invidiabile. Incontro Giorgio ad una degustazione dove si parla di Nebbiolo, Nebbiolo nel cuore, organizzata a Roma da Marco Cum. Mi colpiscono immediatamente due cose. La prima è la sua espressione serafica. La seconda l’età dei suoi vini: non ce ne è uno con meno di quattro anni. Contadino da sempre. Anzi no, da quando aveva quindici anni e di andare a scuola non gli andava proprio. Io vengo da una famiglia contadina. Mio papà e mia mamma avevano una azienda agricola quindi con anche le mucche. Prati, vigne, mucche. Una azienda familiare. Io sono del 62. Ho fatto le scuole fino alle medie. Poi volevo fare il ragioniere ma dopo due anni e mi sono accorto che facevo troppa fatica a studiare. Non ero attratto dalla terra. Il paesino è di quelli piccoli (poco meno di tremila anime). Circondato da montagne scoscese di grumo (la roccia dalla quale deriva il nome Grumello) offre certamente paesaggi e scorci degni di Heidi ma, oltre questo, poco altro. Figuriamoci negli anni 60 e 79 quando Giorgio era piccolo. Doveva comunque aiutava il papà e poi c’erano i compiti. Almeno fino a quando decise che di studiare non ne aveva voglia. Nel frattempo gli amici che giocavano a pallone in strada (così si faceva anche in città un tempo che tanto di macchine non ne passavano). Dai vieni Giorgio a giocare. Giocare ogni tanto ci voleva. Anche quando, non andando più a scuola, occorreva lavorare in azienda e seriamente. Lui, il maschio di casa e con due sorelle più grandi, una insegnante e l’altra infermiera, se lo era scelto il suo futuro. Nell’aprile del 78 ho iniziato a lavorare in azienda. Era faticoso per via del lavoro manuale. Se lo sceglie Giorgio il suo lavoro. Ma d’altronde, se vedeste questi luoghi e conosceste Giorgio, capireste che il binomio è perfetto.  I dirupi scoscesi, dove le terre coltivabili devono essere strappate ai grumi e terrazzate, sono luoghi mistici fatti di natura e silenzi spezzati solo dallo scricchiolio delle proprie scarpe o dal chiurlo degli uccelli. È qui che Giorgio passa le sue giornate. Nelle sue vigne. Due ettari di terra che chiunque maledirebbe per la difficoltà che comportano. Su e giù. Giù e su. Ci vorrebbe uno ski-lift ma non si può. Ha disegnato le sue vigne prima nella sua testa poi cucendo i singoli appezzamenti di terra presi un pò per volta da chi, al contrario suo, era stufo di andare su e giù.  Nel 79 papà ha avuto problemi di salute e si è assentato per la malattia. Quasi un anno. Gli amici di papà, i vicini, gli amici, hanno aiutato a lavorare e fare vendemmia. Vendere vino era difficile. Tramite una persona qui ero andato alla Negri e venduto 100 ettolitri di vino. Avevo 17 anni e due mesi. Ero un bambino. Quando c’era papà era venuto uno che voleva il vino ma da Negri spuntai 5000lire in più ad ettolitro. Grande è la fierezza con la quale Giorgio parla di quel momento. C’era la preoccupazione per il padre ma anche la solidarietà delle persone. C’era la necessità di vendere quel vino prodotto e la soddisfazione di averlo venduto ad una azienda importante. 17 anni e due mesi per fare un affare. Qualcosa che lo accompagnerà per tutta la vita. Ancor oggi infatti vende vino alla Negri. Papà cosi mi lasciò spazio. Qualche anno dopo abbiamo fatto la prima etichetta di Grumello e da quel momento papà ha passato l’azienda a me per poter imbottigliare. I primi anni 80. Nell’83 si inizia ad imbottigliare. Una scelta quella della bottiglia, utile per far conoscere il prodotto con il proprio nome. Non il primo in valle ma sicuramente tra le prime tre aziende della provincia di Sondrio.  Avevamo la cantina sotto casa. Delle botti in legno. Un pò di cemento. C’erano le scale ripide che portavano in cantine.  La prima annata 3000 bottiglie. Che sembrano poche ma provate voi a portarle su e giù per le ripide e buie scale di una cantina, vedrete quante ve ne sembreranno. Da quel primo anno ad oggi sono passati quarantadue anni e di bottiglie se ne sono aggiunte poco più di 8000.  Ancora adesso vendo vino alla Negri, 30/40 ettolitri. Mio papà ha sempre fatto vino. Da solo. Negli anni 60 lo mandava sfuso in Svizzera. Sì muoveva in provincia. A me è sempre mancata l’esperienza in qualche azienda.  Già papà Silvio metteva il vino nelle botti. Qui si è sempre fatto cosi. Senza un passaggio in botte sarebbe stato impensabile bere il nebbiolo di montagna. Venderlo dunque, impossibile. Ho cambiato il legno dal castagno alla rovere per renderlo meno austero. Diversa tostatura. Il tino di cemento era grande e scoperto. Poi ho messo i tini in acciaio. Ma non ho cambiato più di tanto. Ricordo quando pulivo le botti da bambino. Papà era fissato con la pulizia. Ricordi semplici. Modifiche semplici. Giorgio è una persona semplice. Che non si vanta anzi, si nasconde e si emoziona. Per lui il vino è quello che ha sempre fatto. Niente di più, niente di meno. Lo ha sempre fatto in quel modo. Lo ha sempre aspettato. Senza fretta. Con pazienza. Come gli ha insegnato il padre.  Per essere un vino completo, per uscire bene, deve avere un pò di anni. Se bevi un Grumello dopo due anni, non è completo. Ha bisogno di maturare. Se vuoi venderlo per i soldi puoi farlo, ma non è completo. Il Rosso di Valtellina puoi venderlo dopo sei mesi ma io adesso sto vendendo il 21 e inizio il 22.Non sono diventato miliardario ma sto bene. Non sono i soldi quelli che muovono persone come Giorgio. Certo che sono importanti perché si deve pur campare e supportare la famiglia (anche se la moglie lavora come biologa all’ospedale di Sondrio e la figlia studia alla Luiss di Roma), ma non sono la vera ragione di vita.  Provate a chiudere gli occhi e a pensare di trovarvi in montagna. Il sole che vi scalda il viso, l’aria fresca che infonde i polmoni, il silenzio, i profumi dei fiori e dell’erba, il cinguettio degli uccelli. A che servono i soldi quassù? A nulla. Non servono a nulla. Non c’è la fretta di guadagnare perché non c’è quella di spenderli. Ecco allora che le bottiglie possono aspettare. Il vino può aspettare. Non c’è necessità alcuna di avere fretta. Nel 2009 ho fatto la cantina nuova e si lavora molto meglio. Almeno ha smesso di andare su e giù per le scale. Non per le vigne. Con le vigne ho fatto un gran lavoro. Papà aveva un ettaro e mezzo ed erano sparse. Almeno venti appezzamenti. Qui sono tutti pezzettini piccoli. La vigna Sassina, dove faccio il Grumello, era di circa 2000 mq. Adesso sono a quasi due ettari di vigneto unico. Quelle in alto sono state abbandonate perché erano vicino il bosco. Tutti abbandonavano quelle. Nel Sassina le ho messo insieme. Un bel lavoro. Ne sono orgoglioso. C’è voluta molta pazienza.  Una attività rigorosa e paziente. L’ultimo pezzettino comprato appena due anni fa.  Qui tutto è dannatamente difficile. Una volta preso un pezzo di terra occorre fare le terrazze e non sempre si può entrare con gli scavatori. Sì deve fare a mano per via delle pendenze estreme. Occorre arrampicarsi.  Ho dovuto portare l’escavatore con l’elicottero. Mi è costato tantissimo ma adesso riesco a lavorarlo. Era una pendenza pazzesca e c’è voluto un lavoro altrettanto pazzesco. Ho creato una strada nelle vigne per transitare in sicurezza. In vigna va ancora da solo. È lui che si occupa dei trattamenti. Non è in biologico ma agisce come tale. Complicato quando sei da solo. Complicatissimo in queste zone. Per le condizioni climatiche si può fare certo ma con più persone e più trattamenti.  I vini di Giorgio rispecchiano pienamente quel binomio territorio-vignaiolo che si chiama terroir. Aspettare perché il vino sia al momento giusto. Avere pazienza, senza patemi d’animo. Senza fretta. Lasciando che il tempo scorra.  Mio papà aveva una piccola vigna a Sassina. Ai tempi andarci non era facile per via della particolarità. Mi è sempre piaciuta e mi sono affezionato tanto. Ero e sono un testone. Il Grumello era quello meno noto e questo non mi piaceva. Questa vigna me la sono immaginata come la volevo. Volevo fare vino li. C’è voluto tempo, pazienza e soldi. Sono appezzamenti di 110 metri quadri. Solo che costava più il notaio. Fino al 2010 ho fatto solo un vino. Con la nuova cantina ho iniziato a fare il San Martino e il Rosso di Valtellina. Più di tanto non voglio fare. Cosa posso fare? Il rose? Il vino in anfora? Adesso con il rosso mi faccio il rose? Ma scherziamo? Il San Martino è un vino da farci un monumento. Un Nebbiolo Grumello del 2012, dimostrazione che i vini di Giorgio devono aspettare per essere bevuti: 40 giorni di appassimento e due settimane di fermentazione. Poi un passaggio in acciaio e infine per 15 mesi in botticelle di rovere. Infine bottiglia, per anni. Il colore granata parla di già di qualcosa di bello ed elegante. È un Nebbiolo in fondo e la montagna gli ha donato qualcosa di diverso rispetto ad altre zone. Lo si percepisce dal balsamico che emerge dal calice e lascia scoprire una elegante e raffinata frutta sotto spirito: ciliegia, prugna, zest di arancia. Le spezie cominciano a fare capolino così che il cardamomo, i chiodi di garofano, il pepe, la cannella, il coriandolo emergono fiere senza paura. Poi le tostatura con tabacco e cioccolato che si fondono nel Mon Chéry. Fiori rossi, anice stellato e muschio selvatico arrivano per donare fresca dolcezza. Quasi pungente.  È un incredibile bouquet, perfettamente bilanciato e dal quale emerge un sussurro di dolcezza. Insomma, un calice dal quale non toglieresti mai il naso ma al contempo vuoi farlo perché la curiosità logora! In bocca è come se il Nebbiolo di montagna volesse rappresentare tutta la sua imponenza e forza. Quella frutta sotto spirito adesso diventa aspra, quasi dura che in bocca si scioglie come neve al sole donando sensazioni meravigliose di freschezza e avvolgenza. Soprattutto finezza ed eleganza. Il tannino c’è. Raffinato, nobile. La bocca è in uno stato di grazia ancorché il San Martino è forte, deciso, determinato. Di montagna. Quella montagna, impervia e fredda, che ha vinto anche sull’appassimento delle uve lasciando la dolcezza sottesa, non stucchevole. Ampio, complesso, intenso. Avvolge e stupisce e avrei bisogno di un camino e di un sigaro insieme ad un quadrotto di cioccolato. Ma anche di un arrosto con castagne.  Un vino che mi ha assolutamente meravigliato e che merita di essere annoverato tra quelli memorabili. Lo si può, anzi, lo si deve aspettare. Che meraviglia Giorgio! Nessuna intenzione di andare fuori dalle righe. Nessuna voglia di ingrandirsi o di seguire le mode. Tre vini, rossi, bastano e avanzano.  A dire il vero io ho sempre il sospetto che quella vendita a Negri sia sempre per lui la soddisfazione più grande. Certo i propri vini, con la propria etichetta. Ma vendere a Negri spuntando un prezzo migliore di quello del padre… Il vino deve essere Valtellina. Un vino tradizionale. Non c’è la mia mano perché si fa cosi da anni. Il mio vino non è lo stesso tutti gli anni. Lo lascio il vino sulle bucce per 40 giorni mentre da Arpepe, che sono miei amici, lo lasciano per anche quattro cinque mesi. Ma io non sono convinto. Sassina è il Valtellina Superiore 2017. Un vino memorabile. Raramente ho degustato un Nebbiolo che già dal bicchiere meraviglia per quel suo essere completamente trasparente. Granata si ma trasparente. La sensazione non può che essere di eleganza e finezza congiunta.  Al naso continua la meraviglia. La frutta, ciliegie, lamponi, prugna, è matura. Il balsamico fa emergere con grazia la parte alcolica e, soprattutto, quella minerale. Si respira il sole che cuoce i sassi di montagna fatti di calcare e minerali ferrosi, di muschio e di fiori. Poi le spezie che il legno ha donato insieme alle tostature. Lievi, sottese, eleganti. Tutto l’olfatto sa di dolce e soave freschezza. Una sensazione che so già non poter ritrovare in bocca.  Però è ancor meglio poiché l’impalpabilità del colore si trasforma in energica danza sinuosa per via di una freschezza viva e un tannino che sa di roccia levigata dal vento. Sassina è verticalmente ampio. Un ossimoro che trova verità in quella vellutata sensazione che si spande in bocca per poi essere memorabilmente verticale. La durezza di un Nebbiolo di Montagna scivola via sui pendii fatti di prati e neve. C’è da rimanerne incantati anche per via di una persistenza che non è particolarmente lunga in bocca ma che rimane indelebile nella mente. Mi sono innamorato! Il terzo dei tre è Rosso, il Rosso di Valtellina 2021. Forse è proprio lui il vino della gente, quella che si riunisce al bar dopo il lavoro o in trattoria per un pasto in compagnia. Chiavennasca e un sussurro di Rossera e Pignolo con sei mesi tra acciaio e legno (poco) per un vino fresco e croccante che offre sentori di frutta nera e rossa come prugna, lampone, mora, ribes e fragoline di bosco accompagnati da fiori e un muschio verde. Il balsamico, marchio di fabbrica, c’è sempre e apre il naso ancorché in maniera non prepotente come gli altri vini della gamma. Sentori comunque semplici che non risentono minimamente del legno. In bocca sa di montagna con i tannini ben saldi e presenti che accompagnano il sorso fio alla fine legandosi ad un incantevole amarognolo. Fresco e tagliente come un sasso mal levigato e con una croccantezza che rimane inalterata dall’olfazione alla deglutizione. Semplice, dinamico, vero. Non particolarmente caldo, piacevole per la leggerezza con la quale si propone e la doppia anima: da una parte la durezza di una lama, dall’altra il gusto di fragoline di bosco che rimane in bocca a dispensare carezze. Insomma, davvero un vino nel quale ho trovato montagna, roccia, durezza ma anche il caldo del sole nelle giornate di primavera Ride Giorgio. Una risata composta come composto è lui. Lo vedi che è sereno e felice. Che non ha bisogno di nulla se non di ritornare tra le sue montagne. Vive con la moglie a Sondrio e torna a Montagna ogni giorno. Ci sono le sue vigne e c’è la mamma ormai splendida novantaquattrenne. Torna perché questo è il suo mondo. Non sa cosa ci sarà dopo di lui. Gli piacerebbe che qualcuno continuasse, che magari la figlia si innamorasse di qualcuno che ama questi luoghi come lui. Ma sa che è una remota ipotesi. C’è un velo di tristezza nel tono di voce, negli occhi, ma lo scaccia per non farmi vedere. Orgoglio magari, chissà. Di certo, appena Giorgio ritornerà tra le sue vigne godendosi il paesaggio sottostante, ogni pensiero svanirà all’istante cadendo giù per i grumi. Se farà un tonfo appena arrivato a valle, non lo saprà mai. È troppo in alto. PS il testo all’inizio è tratto da una meravigliosa canzone cantata dai bambini dello Zecchino d’Oro che sarebbe bello non solo ascoltare con attenzione ma ascoltarla con l’animo di un bambino. Farà bene al vostro! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Luca Mastracci. Il territorio sulla pizza Arrow Right Top Bg

18 Luglio, 2025

Luca Mastracci. Il territorio sulla pizza

  Ho imparato a cucinare quando mi stufai di mangiare la pasta al sugo che mia mamma cucinava ogni santo giorno. Non perché le piacesse particolarmente. Piaceva a papà. Lui non mangiava ne riso ne pasta non condita con il pomodoro perché sosteneva di essere stato mesi in ospedale a mangiare solo riso in bianco. La nonna non se ne ricordava ma lui sosteneva fosse così. Quale la verità, non l’ho mai saputo. Di certo lui voleva solo la pasta al sugo. A pranzo. Perché prima, il pranzo non era frugale come adesso. Tutti insieme alle 14, quando papà tornava dall’ufficio. Cascasse il mondo. Così come la cena alle 20.30. Primo, secondo e frutta. Con un bicchiere di vino. Per papà ovviamente.  Fu così che un giorno presi in mano la padella e misi dentro qualcosa per condire la pasta. Da li non mi sono più fermato e mi è servito molto specialmente con le prime esperienze lavorative a Torino quando abitavo da solo. La conseguenza ora è che mia moglie non cucina (e meno male) e dunque tocca a me farlo. Non che sia uno chef, ma mi difendo.  Luca Mastracci ha cominciato a fare la pizza perché a casa sua non si faceva.  Pensate i casi della vita. Ho conosciuto migliaia di mamme che non sapendo fare la pizza, l’andavano semplicemente a comprare in pizzeria. Chissà quanti pizzaioli mancati ci sono al mondo. Già, ma se non scrivo che Luca è un pizzaiolo non si capisce molto il paragone.  Ma si può dire semplicemente pizzaiolo di un ragazzo che a trentacinque anni ha già aperto cinque pizzerie? Un pò riduttivo francamente. Allora potremmo dire un imprenditore pizzaiolo. Non mi piace e non per qualche sotteso significato ma solo perché  quando un ragazzo di un piccolo paese vicino Latina, Priverno, parte da questo per portare in giro la sua idea di pizza con lo scopo di ritornare da dove è partito, allora si tratta di qualcos’altro. Un entusiasta probabilmente. Una persona aggrappata con le unghie alle sue radici nelle quali trova ispirazione per le sue pizze. O forse semplicemente un ragazzo semplice che ha cominciato per caso, ha continuato per caso e ha scoperto di essere bravo. Senza, mai, dimenticare le sue origini.  Ero talmente portato che mi inserirono nel mondo del lavoro in una pizzeria di San Felice Circeo, Il Capriccio. Pizzeria romana. In estate c’era tanto flusso. Giornate impegnative. Non avevo esperienza. Ma mi ha dato tanto. Raccontata così sembra un normale inizio. Un locale, i primi impasti, le prime pizze di prova, i fallimenti, i piccoli passi. Cose normali o comunque come dovrebbero essere. Agli inizi insomma.  Arrivai il giorno di Pasquetta che avevano licenziato il primo pizzaiolo e mi dissero che dovevo fare le pizze. Ricordo i crampi alle mani. Mi chiedo ancora come abbia fatto a portare il servizio a termine.  E se è un pizzaiolo come Luca a chiederselo senza darsi una risposta, chi sono io per farlo? Una prova di quelle degne del più improbo dei talent show. C’era da sentirsi protagonista di una qualche candid camera. Peccato fosse solo vita vera.  Gettato nella fossa dei leoni senza possibilità alcuna di venirne fuori vivo.  Luca dal giorno di Pasquetta non solo ne esce sano, ma gli piace pure.  Il giorno seguente deve cimentarsi con gli impasti poiché è tutta sua ora la responsabilità. Meno male aveva fatto un piccolo corso per la pizza così da avere i primi rudimenti. Da li in poi però solo ulteriore studio e sperimentazione. L’exploit l’ho avuto quando ho iniziato a fare l’impasto napoletano che ancora mi porto dietro. Un bel tratto di riconoscimento. Mi sono messo a studiare. Andavo a mangiare nelle pizzerie di Napoli. Da 50 Kalò. Poi a Roma da Bonci. Cercavo di capire quale fosse la visione di questi pizzaioli che ancora oggi fanno la differenza.  In pochi lo ammettono e coloro che lo fanno sono quelli umili nonché onesti. In ambito marketing si chiama benchmarking e nessuno dico nessuno ne fa a meno. Capire cosa e come gli altri facciano le cose è assolutamente fondamentale. Non già per copiare (chi lo fa vuol dire che non ha idee sue) quanto per apprendere tecniche, carpire l’importanza dei dettagli, il rapporto con il cliente. Soprattutto infine, come ciò che si fa si posiziona rispetto a ciò che si osserva.   Luca è un millennial poiché nato nel 1991. Quando nasce Facebook (2004), ha 13 anni; Instagram (2010), 19. Come quelli, furbi, della sua generazione, sa che i social possono essere un valido aiuto per crescere in notorietà. Devi saper far qualcosa però. Non si diventa noti senza saper far nulla. Perché nulla puoi dare, nulla ricevi.  Con i social hanno cominciato a conoscermi. Così nel 2017, passando per il Mercato Centrale, mi riconosce Gabriele Bonci e mi invita ad andare a lavorare con lui proprio al Mercato Centrale. Stavo già facendo i lavori per aprire una pizzeria a Priverno. Così l’esperienza al Mercato Centrale dura circa sette mesi.  La pizzeria a cui Luca fa riferimento si chiama Pupillo. Un locale, un progetto sviluppato insieme ad altri soci dal quale si separa dopo qualche anno per iniziare la sua avventura personale.  Pupillo è una vera pietra miliare della crescita di Luca.  La sua è una filosofia che unisce all’impasto i prodotti del territorio ciociaro e pontino. Non qualcosa di civettuolo, modaiolo, gourmet ma un autentico sguardo verso la propria terra, i prodotti, i produttori. La partecipe volontà di diventare un punto di riferimento per valorizzare i prodotti del basso Lazio.  Già ai tempi avevo studiato il personaggio di Gabriele Bonci e cercai di portare il mio territorio, la Ciociaria e l’Agro Pontino nelle pizze. La Ciociaria è bestie animali, bufale, latte, ecc. L’Agro pontino verdure, ortaggi, serre. Iniziai a selezionare i fornitori locali. Il territorio è la mia impronta. Avevo e ho amici agricoltori. Persone come  Gaetano Mastrantoni, uno dei primi ad utilizzare la carne di bufala affumicata che ancora oggi va avanti. Fattoria Lauretti e tanti altri. Ricordo che andai in tempi non sospetti da Pupillo proprio per capire le qualità di un tanto decantato pizzaiolo e della sua filosofia legata ai prodotti del territorio. Ne rimasi piacevolmente colpito ma decisi che non era il momento di scrivere di Luca. In troppi scrivevano e forse non volevo essere tra i tanti. Non era un vezzo da parte mia ma ho sempre creduto che la sovraesposizione porta invidia e danni.  A Priverno non c’era nessuno. C’era gente che storceva la bocca cosi come altri che avevano assaggiato il mio prodotto. Non è stato facile ma nemmeno difficile impormi sul mercato della provincia. Priverno era la mecca della pizzeria in provincia. Poi l’anno scorso, senza che lui, Luca, lo sapesse, le nostre strade in qualche modo si sono ricongiunte. È successo quando ha aperto la pizzeria stagionale Tintarella al lido di Latina. Ero curioso e ci sono andato con mio figlio. Ho dovuto aspettare giugno di quest’anno per rimangiare la sua pizza: davvero notevole e, soprattutto, mantiene le promesse. Anche se al mare è complicato proporre tutte le pizze del menù della pizzeria di Frosinone o Aprilia, la semplicità delle pizze tradizionali, merita e merita davvero.  Ah, quasi dimenticavo, ho anche provato un paio di volte la pizza romana di Velo, sempre a Latina. Altra creatura di Luca. Impasto completamente diverso tanto che non è possibile (se qualcuno vi dice il contrario, non credetegli) riconoscerne la mano e pochi riferimenti al territorio. Però veramente buona e digeribile.  La romana era una voglia di imporre quel prodotto su Latina. Mancava quel prodotto ai tempi. C’era stato un exploit di pizze napoletane. Mancava quella romana e abbiamo deciso di imporci ritornando alle origini. La mia pizza è quella napoletana. La romana fa parte dei miei progetti e della voglia di emergere Per un ragazzo che non provava entusiasmo per lo studio, la pizza ed il lavoro diventano una sorta di liberazione. Voleva quello e quello ha fatto. San Felice una opportunità presa senza esperienza e preparazione. Poi tutto il resto. Con tanto studio, tanta passione, tanta bravura, un pizzico di faccia tosta. Soprattutto tanto tanto lavoro. Nel 2019 apro la pizzeria a Frosinone. Nel 2022 inizio il nuovo format con Velo, la pizzeria romana. Nel 2024 apro una seconda pizzeria ad Aprilia e Tintarella, il format estivo. Nel 2025 apro al Mercato Centrale. Così ora dalle 9 fino a pranzo sono al Mercato Centrale. Poi Treno, Priverno e Tintarella al mare fino alle due. Poi casa. Tutti i giorni così. Ovviamente, quando non è stagione per (la) Tintarella, c’è sempre Frosinone, Aprilia e Latina da visitare. Un ragazzo di trentacinque anni, altro che bamboccione nullafacente. Vuoi il successo: te lo devi meritare. E sudare. Luca è molto fiero delle sue imprese. Non si nasconde ne nasconde quelli che sono i suoi traguardi intermedi. Già, intermedi. Perché a trentacinque anni di pizze da fare ne ha ancora tante e la voglia di sperimentare, crescere e far conoscere il proprio territorio è incredibilmente alta. Mettendoci la faccia e il nome. Velo a parte, le pizzerie si chiamano come lui: Luca! Ho portato Frosinone tra le prime 15 pizzerie più gettonate di Italia.  Nonostante i premi, gli spicchi, le classifiche, rimane umile. I social gli hanno certamente dato una mano in termini di velocità di crescita ma perlomeno è consapevole che la stessa velocità può diventa anche caduta. Occorre sempre umiltà e determinazione. Due caratteristiche che sono in Luca. Insieme ad una sana dose di ironia che non fa mai male. Sono altresì convinto che dinanzi al forno la determinazione diventa forza e direttività. Assolutamente necessaria in cucina. Umiltà che c’è anche nel suo essere recalcitrante, quasi intollerante a qualunque accostamento delle sue pizze al tanto di moda gourmet.  Non siamo gourmet ma siamo popolari. Ero contro quella concezione di pizza. Gourmet come qualità ma non è cosi. Popolare è qualità. Popolare significa qualcosa da raccontare. In questo modo e solo in questo modo si può raccontare il territorio.  La Ciociaria, proprio come l’ha definita Luca è pecore, pastori, pascoli, bufale. L’Agro Pontino, serre, ortaggi, mare, pesce, bufale. C’è poco di gourmet da queste parti. Tutto è essenziale. Un pò come l’architettura razionalista delle città pontine, figlie del fascismo che qui ha portato vita. Latina, Aprilia, Pomezia, Sabaudia, Cisterna. Tutte figlie del razionalismo che ancora oggi sopravvive. Sono scomparsi, purtroppo (perché la storia non si cancella) i tombini sui quali era inciso Littoria. Così si chiamava Latina un tempo. Priverno era già lontano da queste logiche. Arroccato sulle colline come gli altri paesi che scendendo da Frosinone si incontrano per arrivare al mare: Roccacorga, Maenza, Prossedi, Sezze Romano. Poi solo pianura con i borghi della malaria. Accampamenti di coloni che avevano nella chiesa, nel bar e nel crocevia di strade, il punto di incontro per i pochi momenti di socializzazione. Fino poi al mare di Terracina passando per Fossanova e la sua Abbazia. Sabaudia era complicato da raggiungere. Latina un pò fuori mano.  A Terracina ci si andava per il pesce, per chi se lo poteva permettere. Per quelle meravigliose e profumatissime uve dorate di Moscato di Terracina divenute vino solo grazie ad ardimentosi vignaioli. Per le fragole Favette, piccole e gustosissime perle. Per i pomodorini che grazie alla terra salmastra regalavano sensazioni straordinarie anche solo con un pò di pane e olio (quando c’era). È proprio con quest’ultimi che Luca realizza la sua pizza simbolo. La margherita bruciata è il fulcro di quello che ho creato. È una pizza semplice con un pomodorino bruciato raccolto dall’Azienda Agricola Ferrante, trasformato da una piccola azienda di Priverno, Adriano Ficarola così che noi lo manteniamo in barattolo per un anno. È quello che vorrei raccontare. Riportare i produttori locali sulla pizza cosi che questa sia un legame con il territorio. Questo è sempre stato importante per me. Un volto alla pizza. Questa pizza è fatta con il guanciale di Antonio Lauretti. Questa con il fiordilatte di Alveti&Camusi. Il volto dei produttori. Il territorio. I prodotti tipici. Valorizzare ogni eccellenza nota solo nello stesso territorio su una pizza per offrire qualcosa di unico. Ogni produttore ha un trascorso fatto di sfide che narrano storie. La difficoltà di emergere per la diffidenza verso un territorio poco noto seppur portatore della vera vena multiculturale. Il territorio ciociaro ricco di tradizioni chiuse tra le montagne, quello pontino che con il mare ha poco a che spartire. In Ciociaria, pastori e pecore sopravvissuti alla storia. Nell’Agro Pontino, coloni provenienti da ogni parte di Italia per la grande bonifica delle paludi che, rimasti aggrappati alle loro origini, hanno continuato a produrre qui quanto già facevano nelle terre d’origine. Alla fine, Luca Mastracci, non è che un collezionista di volti, di sapori, di tradizioni che trovano dignità su una semplice pizza che diventa grande non solo per un impasto incredibile ma anche per quello che riesce ad evocare con sapori veri, mai banali, genuini. Ricchi di storia, anzi, di storie. Non ci sono pizze gourmet perché i prodotti sono semplici. Non ci sono pizze da inventare perché ciò che gli viene in mente, lo realizza.  Se mi viene una cosa in mente vado dai fornitori e la faccio. La pizza peggiore che feci fu fegatini di maiale e spinaci. La misi sul menu. Me la sono mangiata solo io. L’unico vero sogno di Luca è qualcosa di semplice. Come tutto ciò che fa. Voglio riprendermi in mano Priverno. Quello è il mio sogno. Non solo la pizzeria. Tutto il progetto. Il marchio.  Un ritorno al futuro. Un ritorno alle origini. Un ritorno a casa.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Francesco Crisponi. A Mamoiada si respira serenità Arrow Right Top Bg

11 Luglio, 2025

Francesco Crisponi. A Mamoiada si respira serenità

  Cosa è la serenità? La definizione più bella che ho trovato è stata quella che mi è apparsa appena ho cercato su Google la parola serenità La condizione del cielo quand’è sgombro di nubi e del tempo quando il cielo è così Sembra una banalità ma queste parole possono essere utilizzate per qualunque accezione si voglia dare alla serenità.  Si è sereni quando il nostro animo, la nostra mente, il nostro cuore, è libero da qualunque tipo di impedimento sovrastrutturale in grado di alterarne, in genere peggiorando, lo stato in cui siamo. Essere sereni ha una immediata e importante conseguenza, il vivere bene. Forse anche più a lungo. Seneca diceva che La vita è come una commedia: non importa quanto lunga, ma come è recitata. Pensare di recitare per tutta la vita è complicato ma, interpretarla in un modo piuttosto che in un altro è assolutamente dirimente. Di certo, se si continua a desiderare sempre qualcosa di diverso rispetto a quello che abbiamo, la condizione di serenità viene meno. Disturbo nuovamente Seneca per ricordare ancora una sua espressione: Nessuno può essere felice se è costantemente immerso nei desideri.  Ecco allora, per essere sereni occorre apprezzare la propria vita. Complessa o semplice che sia. Persone come noi vivono una vita intensa e molto bella. È una frase che mi colpisce molto. Specialmente quando si tratta di una sorta di introduzione alla chiacchierata che sta per avvenire. Francesco Crisponi e sua moglie Patrizia. Ci siamo conosciuti ad un interessantissimo evento incentrato sui vini della Sardegna organizzato da Maurizio Valeriani e Vinodabere. Già li ero rimasto colpito dalla loro semplice serenità. Due persone, due cuori, due anime. Unite in un meraviglioso idillio di serenità. Vivono a Mamoiada, piccolo paese del nuorese, conosciuto forse ai più per i Mamuthones, le maschere del carnevale locale di tradizione antica. Uomini vestiti con pelli di pecora e maschere nere che incedono con piccoli saltelli per le vie del paese provando a prendere al lazo le donne in segno di buon auspicio. Un rituale antichissimo che si lega a doppio filo con il vino che a Mamoiada non è solo un liquido ma ulteriore segno di una cultura millenaria.  I Mamuthones fanno la prima uscita il 16 e il 17 gennaio che ovvero quando si assaggia il vino nuovo. Si usa buttare a terra un goccio di vino per restituire alla terra il vino poiché è stata generosa proprio nel darci il vino. Il rito dei Mamuthones è propiziatorio della nuova annata. Quando non sono potuti uscire per il maltempo l’annata non è andata bene. Adesso devono uscire anche quando piove. Magari non fanno i fuochi ma escono. A Mamoiada ci sono 380 ettari di superficie vitata. Quasi l’8% del territorio comunale. Tanti piccoli appezzamenti, tante Ghiradas, sparse un pò ovunque. In fondo ogni famiglia deve avere la sua vigna.  Mio nonno aveva i vigneti. Mio padre lavorava le vigne. Abbiamo sempre lavorato in questa realtà. Questo mondo ci appartiene. È spontaneo e normale. Dal 2000 quando la cantina sociale è fallita, ci siamo messi ad imbottigliare. A Mamoiada ci sono circa una quarantina di piccole realtà. Dalle 3000 alle 10000 bottiglie. Qualcuna anche di meno. Noi produciamo circa 4000 bottiglie. Nei bar di Mamoiada non si parla di calcio ma di vino, di vigna, di potature. Ogni famiglia coltiva il Cannonau e la Granatza alla maniera degli anziani del paese, nobili e instancabili dispensatori di saggezza. Nessuno qui è invidioso della propria vigna e del proprio vino.  Noi veniamo da una tradizione importante. Parliamo di 40 cantine che imbottigliano ma in realtà ce ne sono duecento. Ogni famiglia produce vino. Fa parte del nostro patrimonio culturale. La vivi perché viene tramandata nei secoli. Come il vitigno Cannonau. Gli anziani sono sempre dispensatori di ottimi consigli. Hanno una disponibilità di animo incredibile. Vogliono essere coinvolti attivamente nella vita sociale. Qui ci si ferma a parlare anche se sei di fretta. Se ti fermi a parlare con un anziano e chiedi consigli, finisci per assaggiare il suo vino nella sua cantina. L’unica cosa che non si deve mai fare è criticarlo. Il vino si intende. Gli anziani qui sono persone da rispettare, quasi venerare. Per la loro esperienza. Per il bagaglio culturale che portano con se. Per non essersene andati. Sempre pronti a condividere la propria conoscenza per il semplice piacere di farlo. Per la voglia di tramandare gli insegnamenti che loro stessi hanno ricevuto. Non per business, solo per la voglia di continuità.  Gli anziani sono molto più preparati e disposti di noi. Noi ne facciamo anche questione di business, loro no. Il vino qui si ama per la sua spontaneità fatta di lieviti indigeni e fermentazioni spontanee. Di piante ad alberello la cui età è sconosciuta ai più. Di trattamenti in vigna quasi inesistenti. Di vinificazioni senza fronzoli e dettate solo da pulizia, amore, serenità. Ed è proprio questo che si ritrova nei vini di Mamoiada: la semplice perfezione. Ecco perché Mamoiada è un patrimonio pazzesco. Una luogo di tradizione che deve vivere. Una radice che deve vivere. Senza la radice un albero muore Io non vengo da questo mondo perché ho lavorato nel campo dell’edilizia e mia moglie è infermiera e lavora in ospedale. Nel 2021 abbiamo deciso di cominciare questa avventura prendendo dei vigneti e iniziando a lavorarli. Un problema di salute costringe Francesco ad abbandonare il lavoro. Già questo potrebbe spaventare i più e, se aggiungiamo che ci sono ben otto figli (sette maggiorenni e una di nove anni), credo che in pochi sarebbero riusciti a dormire la notte.  Nel 2021 ho dovuto lasciare per un problema di salute l’edilizia. Ci siamo detti: cosa si può fare. Il modo con il quale Francesco dice quel “cosa si può fare” è disarmante per la serenità che dimostra. Certo, c’è il lavoro di Sandra ma non è che basti. Eppure la decisione è di prendere dei terreni e lavorarli.  Qui tantissimi anziani decidono di darti questi terreni a mezzadria. Ho una casa abbastanza grande dove ho deciso di fare una cantina. Facciamo qui il vino ma non l’imbottigliamento perché viene il camion a domicilio. Abbiamo avuto anche una botta di culo di trovare dei vigneti con terreni incredibili. Lavoriamo anche un vigneto centenario. Io ho un enologo che è Francesco Sedilesu che è un pò l’iniziatore della nuova viticoltura qui. È un mio vicino di casa. Lo chiamo in ogni momento. Ci siamo immersi in questo mondo dopo aver studiato.  Ricominciare. Partendo da zero. Sì può fare se la comunità, le persone che hai intorno, sono con te. Le 2500 anime di Mamoiada sono una vera grande famiglia unita nella voglia di stare bene insieme e di pensare al bene del territorio. Io ho avuto la fortuna di essere amministratore a Mamoiada dal 2010 al 2015. Assessore alla cultura e vicesindaco. Una predisposizione a voler bene a questo territorio. Il vino qui è una esperienza condivisa. Si cerca di ottimizzare l’esperienza di tutti. Qui non si respira rivalità e concorrenza.  Nessuna invidia. Nessuna rivalità. C’è spazio per tutti perché qui il vino è veramente cosa di tutti. Qui hanno veramente compreso come per star tutti bene occorra una rete di persone che unite, ancorché ciascuno con la propria individualità, lavorano insieme per il bene del territorio.  Ho fatto sempre le escursioni. Ma è una attività occasionale. Mamoiada sta diventando una località interessante nonostante sia una realtà di 2500 abitanti. Tanta cultura. Identità. Iniziamo i nostri giovani a questo.  Poter condividere il territorio. Condividere ciò che si fa e ciò in cui si crede. La cosa più bella. Così bella da dar vita anche ad una associazione che si occupa del vino di Mamoiada: Mamojà. L’associazione nasce per volontà di Francesco Sedilesu. È stato uno che si è impegnato tantissimo per la valorizzazione del territorio. Il vino non è solo una bevanda ma qualcosa di radicato nella società. Con il vino viviamo tutti i momenti solenni della vita: dal battesimo al matrimonio. I momenti di festa e religiosi. Tutta la convivialità. Le nostre vendemmie sono festa. Anche nelle parole di Francesco c’è tanta voglia di condivisione. Lui e la moglie, una cantina giovane che ha bisogno di crescere e di promuovere il proprio vino. La consapevolezza è che con solo due ettari in affitto non si va da nessuna parte. Da soli.  Sanno di avere per le mani un patrimonio pazzesco. Due vigne con piante di venticinque e oltre cento anni. Qualcosa da curare in maniera maniacale e, soprattutto, grande responsabilità.  Ci sono sempre gli agronomi che danno una mano. In anni dove ci sono state malattie legate alla vita, questi vigneti centenari hanno cosi sviluppato anticorpi che non c’è stato bisogno di fare nulla. Noi siamo in biologico. La nostra scelta è rischiare che qualche annata non sia al massimo della produzione. Una pianta ultracentenaria è come una persona anziana della quale si ha profondo rispetto per quanto ha donato al mondo. Ha oltre cento anni ma ha ancora tanto da dare. Occorre grande cautela e accortezza per evitare che non resista alla forza di lavorazioni mal fatte. Per tutto il resto, ci pensa da sola: ne ha viste di cose nel corso della sua lunga vita. È solo cosi che ha resistito fino ad oggi: adattandosi e lottando. Ora però è stanca. Stanca per gli innumerevoli frutti prodotti, per le infinite vendemmie e per tutte le ferite inferte dalle continue potature. Avrebbe bisogno di riposo. Ma non è giunto ancora il momento.  Nella vinificazione cerchiamo di rimanere fedeli alla tradizione. Innovazione con gli strumenti ma non facciamo grandi cose. È il territorio che è generoso. Più ci metti di tuo più le cose non vanno. Poi, le rese qui sono bassissime. Due le etichette prodotte entrambe da Cannonau. Poi un rosato sperimentale e un bianco da Granazza che prima o poi diventerà continuativo visti i nuovi impianti (oggi ci sono solo 200 bottiglie…).  Due espressioni del Cannonau che recano in se le particolarità di due Ghiradas diverse e due età diverse delle vigne. Due etichette che caratterizzano Mamoiada come l’esatta provenienza del vino: le visera, le maschere dei Mamuthones stilizzati che si congiungono ai cerchi concentrici delle pietre istoriate della Stele di Boeli, Sa Perda Pintà Il Ghirada Elisi è qualcosa di monumentale per la capacità di essere fedele al territorio nel rispetto delle vigne centenarie dalle quali proviene. Il passaggio in botte (tonneaux da 500 litri) lo ha ammorbidito quel tanto da non farlo essere spigoloso. È giovane e vivo e il suo rubino intenso ne è fedele attestazione.  Profuma di bosco e di frutta croccante, di mirto potente e di spezie antiche, di terra bagnata e di duro pellame. Profumi che il balsamico esaltare maggiormente in maniera che quasi non ce ne si accorge. Ogni sorso è un colpo di tamburo che accompagna il passo di un Mamuthones, ogni aroma che emerge, una maschera che cade.  Il calore si sprigiona in bocca, armonico, fresco, sapido. Avvolge, penetra nelle viscere, senza possibilità alcuna di poterne fare a meno.  Una rusticità elegante, un patrimonio da preservare come una maschera del carnevale storico. Ogni volta che se ne versa una lacrima nel calice non può che essere un ringraziamento a quelle piante che continuano a regalare cotanta meraviglia prodotta in sole mille bottiglie.  Visera è l’altro Cannonau. Proviene da vigne non centenarie ma pur sempre antiche. Non è una diminutio anche perché voglio vedere quante vigne hanno venticinque anni. Il colore è un bellissimo rubino che inizia a virare verso il granata. Limpido, bellissimo e con una vivacità che sa di eleganza e finezza. I sentori sanno immediatamente di mirto e di un prugna matura con una vena di acerbo dato dai piccoli frutti neri e reso accattivante dall’incipiente sottobosco. Il mirto avanza assecondato da un po’ di balsamico. Qualche piccola spezia, soprattutto noce moscata, chiodi di garofano e pepe che è poi quello che svetta un po’ di più. Il sapore in bocca è meraviglioso: c’è ampiezza e c’è un tannino maturo e non invadente anzi, gentile. La frutta, che si percepisce al contempo polposa e croccante, si espande in bocca lasciandola poi pulita in una maniera pazzesca. Sapido da provocare una lunga salivazione e un finale che fa miracolosamente mutare la prugna in secca con un senso di quasi affumicato. Interessante, meraviglioso, ampio, godurioso ma anche fine, elegante; ricco e completamente, indissolubilmente legato alla Sardegna, a questo territorio grazie alla sua inconfondibile macchia mediterranea che emerge. Si sente la giovinezza di queste piante rispetto al centenario, ma Visera è un vino veramente fatto bene bene bene.  Bevendo questi due vini, sono rimasto appagato. Totalmente appagato. ho veramente trovato un senso di serenità nel calice (non attraverso il calice…). l nostro motto è poco ma buono. Ma lo facciamo dire agli altri. Ghirada Elisi e Visera, sono qualcosa in più del buono. Sono vini autentici , incredibilmente territoriali. Non impostati. Non costruiti. Non artefatti. Veri. Le annate sono diverse ma va bene cosi. Non c’è mai un vino come l’annata precedente. Non usiamo lieviti, le fermentazioni sono spontanei, non aggiungiamo niente. I nostri vini non sono abboccanti. Ma ci piace farli cosi. Patrizia è presente anche se in disparte. Guarda il marito Francesco con occhi innamorati. Vaglielo a dire a quelli che sostengano come l’amore si spenga con l’arrivo del figlio. Qui ce ne sono otto e a guardarli sono una coppia bellissima. Serenità. Tutto qui il segreto. Io in primis sono un amante della natura e tante volte ho detto a Francesco di voler avere una campagna. Il toccare con mano la cura di queste vigne, la cura della pianta, del terreno, ci ha fatto bene. Prima era solo delegata agli altri ma trovare soddisfazione quando deriva dal tuo lavoro è meraviglioso. Noi facciamo tutto a mano. Anche le etichette. Quando abbiamo tempo mettiamo le etichette.  Se non sono parole di pura serenità queste allora non ho capito niente della vita.  Quando lui faceva le escursioni si andava anche in cantina di altre persone. Quando abbiamo fatto sotto casa la nostra ed è venuto il primo gruppo, è stata una grande soddisfazione. I gruppi vengono ospitati in famiglia e cuciniamo noi. Noi siamo contenti così. Mamoiada fa parte del carnevale storico. Ospiteremo in cantina i gruppi delle maschere estere. Ho avuto l’incarico di fare uno scambio culturale per vivere il territorio. Aldilà della politica che in questo caso c’entra il giusto, quello che continua ad essere di tutta evidenza è la capacità di una popolazione di fare fronte comune per la valorizzazione del territorio. Fronte comune che vuol dire non essere invidiosi e collaborare perché ciò che conta davvero è il bene comune. Quando c’è questo, quello individuale è solo una immediata e diretta conseguenza.  I Mamuthones, il carnevale, i percorsi, le cantine, le ghiradas, il vino, il formaggio. Tutto questo fa il territorio. Tutto questo è Mamoiada. È qui che c’è l’azienda di Francesco Crisponi e di sua moglie Patrizia. È qui che si producono i loro vini. In un ambiente che sa di famiglia unita. Si vede. Sì respira amore e unità. Soprattutto serenità.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Serate romane, lo Zibibbo di Giovanni Benvenuto Arrow Right Top Bg

9 Luglio, 2025

Serate romane, lo Zibibbo di Giovanni Benvenuto

  Lo Zibibbo. Quante suggestioni fornisce questo nome. Sensazioni di dolcezza, sensazioni di rotondità, sensazioni arabeggianti che inneggiano alla Sicilia. Un vitigno, un vino che con la sua dolce dolcezza ha accompagnato momenti indimenticabili, spesso relegati al passato, alle nostre nonne, ai pranzi in famiglia, alle coccole di fine pasto. Magari anche ai viaggi in Sicilia, dove questo vitigno è parte integrante della storia. In un viaggio in Calabria ho scoperto come lo Zibibbo possa non solo trovare casa in una terra diversa dalla Sicilia, ma essere vinificato anche in versione secca. Ho scritto articoli su un paio di cantine della Costa degli Dei e uno in particolare è riferito ad una persona che non solo stimo tantissimo, ma che è diventata un mio grande amico: Giovanni Benvenuto e la sua Cantine Benvenuto di Francavilla Angitola, in provincia di Vibo Valentia. A pochi km da Pizzo Calabro, sulle colline che si affacciano sul mar Tirreno, Giovanni, con una maniacale gioiosità, è custode di terre fertili e di vigne i cui filari sono gioielli su radici. Per Giovanni, la vinificazione dello Zibibbo è stata da subito una ragione di esistenza della sua realtà e di quella delle altre cantine del territorio. Valorizzare un territorio fantastico anche attraverso l’interpretazione dello Zibibbo. Una cantina che, credetemi, vale la visita. Come vale la pena godersi l’estate sulle spiagge della Costa degli Dei. Nelle afose serate romane abbiamo insieme deciso di far scoprire proprio ai romani cosa c’è di meraviglioso in Calabria, terra di montagne, di spiagge meravigliose, di tramonti indimenticabili con vista sulle isole Eolie, accanto a Tropea (patria delle cipolle) o a Pizzo Calabro (e il suo tartufo). Lo Zibibbo vinificato secco da Cantine Benvenuto è qualcosa che non si può non far conoscere. Fosse anche solo per invogliare qualcuno che certamente si recherà in Calabria a passare alle Cantine Benvenuto per brindare al mare seduti sotto gli alberi di Giovanni. Le due serate si sono svolte grazie al validissimo aiuto del mio amico fraterno Fabrizio Paschini presso i due ristoranti Ristò La Salle e La Dispensa. Due serate ricche di spunti di riflessione e, soprattutto, di grandissimo interesse dimostrato dalle persone che non solo hanno apprezzato i vini, ma hanno potuto comprendere la storia e le capacità che la di Giovanni. Due serate diverse. Due menu diversi. Un solo successo: lo Zibibbo. Vediamo gli abbinamenti ottenuti con i due diversi ristoranti. Il Sughero Storto è il Metodo Classico di Cantine Benvenuto. Dodici mesi di affinamento sulle fecce fini e 24 mesi di riposo prima della sboccatura. La spalla è importante e la sapidità è di quelle che si allungano in bocca a dare un senso di lunghezza incredibile. Il naso non può (e meno male) nascondere il vitigno: la crosta di pane, la frutta che è secca e arricchita da miele e da quell’uva passa tipica dello Zibibbo che fa impazzire di gioia; un po’ di pesca ed albicocca. Meraviglia al naso devo dire. Di quei sentori che non ti stancheresti mai di sentire. Ecco allora che siamo andati sul sicuro al La Dispensa con un arancino alla gricia mentre al Ristò La Salle l’insalata di mare è stata un po’ un azzardo. Ma è servita a far capire come un naso complesso possa poi abbinarsi a qualcosa di semplice. Sublime. Ecco lo Zibibbo in purezza che abbiamo degustato in tre diverse versioni: Zibibbo con fermentazione in acciaio, Bianco di Falco con fermentazione in barrique di rovere, Orange con quattro mesi di macerazione sulle bucce. Quando si è difronte a versioni come queste non si può che rimanere stupiti sia dalla versatilità del vitigno sia dalla bravura di Giovanni Benvenuto. La matrice olfattiva dello Zibibbo c’è in tutte le versioni. Come una sorta di marchio di fabbrica, di timbro ritmico che caratterizza una canzone rendendola riconoscibile anche dal plagio. Sono gli acuti, il ritmo, la profondità, l’intensità a creare le differenze tra una versione e l’altra. Lo Zibibbo in purezza con affinamento in acciaio è la versione senza fronzoli, con frutta fresca e fiori di zagara al naso e soprattutto con una incredibile sapidità in bocca. Una versione che personalmente ho apprezzato tantissimo poiché ha lasciato un ricordo dal primo giorno che ho conosciuto Giovanni a Francavilla Angitola. Il Bianco di Falco è l’espressione massima dello Zibibbo di Giovanni. Lo sdoganamento di un vitigno spesso bistrattato e considerato uva da tavola che si prende una rivincita pazzesca dimostrando come ci possa essere eleganza, finezza e grande pienezza. Basta saperlo trattare con le giuste maniere. Rimane la grande sapidità in bocca con l’aggiunta di una avvincente e lunga, lunghissima rotondità. Persistenza e rotondità che ci hanno permesso di abbinarlo a dei paccheri con doppia consistenza di guanciale a La Dispensa e Fregola ai frutti di mare al Ristò La Salle. Nel mezzo tra i due, l’Orange. Forse un vezzo, forse una sperimentazione, non so. Di certo un grande vino che cito per ultimo non perché sia ultimo ma perché dotato di uno spettro olfattivo e gustativo tale da renderlo non solo versatile ma anche pieno, fresco, frizzante. In una parola direi, incredibile. Si, perché quei fiori di zagara diventano arancio puro. I sentori fruttati evolvono mantenendo la parte agrumata che da limone arriva al pompelmo. Tutto si enfatizza per via di quelle fantastiche bucce che hanno donato tutto ciò che potevano al mosto. L’intensità del palato è poi sbalorditiva. Un vino che sembra potente ma poi seduce, ammalia, invade i sensi e non li lascia più soli. La guancia di maiale de La Dispensa e il salmone in salsa d’arancio de La Salle, dimostrano l’estrema potente versatilità dell’Orange. Se lo Zibibbo in purezza rappresenta l’iniziazione e il Bianco di Falco la morbida carezza, l’Orange è l’apoteosi. Come una serie di fuochi di artificio che chiudono in bellezza una serata tra innamorati. Ho volutamente lasciato alla fine Celeste, il rosato di Giovanni Benvenuto ottenuto da Greco Nero calabrese e Magliocco canino che abbiamo a La Dispensa abbinandolo ad un Maritozzo con stracciata d’Andria e pomodorino confit, con un baccalà in umido a La Salle. Alla fine perché se con lo Zibibbo abbiamo voluto dimostrare la versatilità e grandezza di un vitigno spesso associato a vini dolci, con Celeste è la Calabria a venire fuori. Due vitigni tipici di questa regione che per finezza ed eleganza olfattiva e gustativa possono, chiudendo gli occhi, offrirci sensazioni così intense e particolari da proiettarci in Provenza o in Corsica. Ma siamo in Calabria (o a Roma) ed è proprio questa la meraviglia di una terra spesso sottovalutata e bistrattata. Esperienze meravigliose. Esperienze di una Calabria che vale la pena non solo di visitare e godere ma di continuare a farlo con i vini di Giovanni Benvenuto. A Giovanni va tutto il mio ringraziamento perché, oltre ad essere una persona estremamente speciale, ci ha regalato dei vini che stanno pian piano conquistando sempre più palati. Con vero, autentico merito!     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Madame Barrique. La seconda vita Arrow Right Top Bg

4 Luglio, 2025

Madame Barrique. La seconda vita

  Quante volte abbiamo sentito dire come un gatto abbia sette vite? Sette, come i cicli della luna: quattro fasi di sette giorni ciascuna. Una credenza popolare nata nel medioevo quando si attribuiva ai gatti la reincarnazione di una strega. La sprezzante abilità degli stessi felini non faceva altro che alimentare il sentito popolare. Meno male che gli inglesi non sono arrivati nel continente più di tanto perché per loro il gatto di vite ne aveva nove. Paese che vai, usanza che trovi! Sei un gatto ha sette vite, noi quante ne abbiamo?  Ovviamente, almeno per quello che mi è dato di sapere, una sola. Anche se, da un punto di vista squisitamente legato alle opportunità che l’unica vita ci offre, anche più di una. Tante le persone che ho incontrato nel corso del mio cammino che hanno dimostrato la capacità di cambiare vita. Di aver avuto e di aver sfruttato la possibilità di fare altro nel senso di cambiare completamente ciò che stavano facendo per dedicarsi a qualcosa di diverso e soprattutto di stravolgente.  Non necessariamente occorre cambiare tutto. Non necessariamente c’è bisogno di voltare completamente pagina. Magari c’è una seconda vita allorquando si arriva ad un punto del nostro percorso. Per l’età, per pensieri, per abitudini. Semplicemente a volte, quando quello che si è sempre fatto diventa non più necessario. Termina la funzione così come è nata e si trasforma in altra.  Pensiamo ad esempio alla funzione della mamma. La mamma accudisce i propri figli da quando nati e per tutto il loro percorso di crescita fino a quando, inesorabilmente, cominceranno ad intraprendere la propria strada senza possibilità alcuna di influenzarne il percorso. E meno male dico io: sai quanti figli mammoni ci sono in giro che rimangono attaccati alle tette della mamma? La mamma è sempre la mamma e non smette mai la sua funzione ma nel rapporto con i figli, cambia affinché questi diventino indipendenti. È proprio a quel punto che la mamma muta la propria funzione da chioccia a insostituibile punto di riferimento. Allo stesso modo, quando una barrique ha terminato il suo scopo, ovvero quello di affinare il vino, può continuare la sua funzione, anche se con meno vigore, affinando altri vini magari di altre aziende oppure, cambiare completamente il suo scopo. Ho visto barrique trasformate in tavolini e sgabelli piuttosto che riportate alla loro iniziale composizione, le doghe e da queste in altro: opere d’arte.  Giuliana Allegretti in arte Madame Barrique, nella sua seconda vita, senza smontarle, le usa come tele per dipingere.  Seconda vita per Giuliana, seconda vita per la barrique. Non potevano che incontrarsi ad un certo punto del reciproco percorso. Ho studiato architettura e ho lasciato perdere per lavorare nelle fabbriche dei piatti.  Giuliana abita a Civita Castellana un bellissimo paese della provincia di Viterbo a metà strada tra quest’ultima e Roma. Era famosa per la produzione di ceramica: dai sanitari ai piatti, si produceva di tutto. Almeno fino alla delocalizzazione in Cina di alcune grandi aziende che sì, hanno trovato margini e prosperità (prima di essere fagocitate dagli stessi cinesi) ma anche dato vita al disastro desertificante del territorio. Oggi lo stesso territorio si è ripreso perlomeno la ceramica di qualità anche se i tempi d’oro sono finiti da un pezzo. Peccato, perché qui si produceva ceramica dagli antichi Falisci…. Mio padre era amministratore delegato di un gruppo molto grande. Ho avuto l’occasione di andare a lavorare nello studio grafico dell’azienda. Sono stata una delle prime ad usare Photoshop. Era il 1990. Non disegnavo sui piatti. Disegnavo su carta, scannerizzavo a andavo su Photoshop. Poi si facevano gli impianti per la serigrafia. Giuliana ha l’aria di una persona soddisfatta della propria vita. Mamma, nonna, moglie. Non si chiede l’età ad una signora anche se è lei a dirmelo (ma non la scriverò mai). Di certo, non li dimostra. Anche perché sprizza energia da ogni dove e ha come impazienza di raccontarsi. Esprimere tutta se stessa tramite una attività che le da non solo gioia di vivere ma linfa vitale.  All’università mi ero arenata su geometria e poi è arrivata l’occasione di andare a lavorare. Non me ne sono mai pentita fino agli anni 2000 quando c’è stata la grande crisi della ceramica per i cinesi che hanno iniziato a copiare. Avevamo grandi clienti: Ikea, Carrefour, ecc. Produzione industriale per tanti brand. Tutti sono andati in Cina e hanno chiuso le fabbriche.  Scanzonata, divertente. A tratti si prende in giro da sola. Traspare completamente la sua gioia di vivere per una seconda vita ritrovata e che non ha minimamente l’intenzione di lasciarsi sfuggire. Un marito con un bel lavoro nelle acciaierie di Terni, la necessità di occuparsi dei figli. Insomma i pianeti si allineano a che Giuliana diventi mamma a tempo pieno e grafica nei ritagli di tempo. Rielaborazione fotografica. Facevo le cose per gli amici. Tutto gratis.  Arriva il tempo delle mutazioni. Quei momenti nei quali ricordi di essere brava non solo ad essere mamma ma anche a far si che quella che era lavoro prima, passione poi, riemerga prepotente. Non già come spirito di rivalsa o necessità di essere qualcosa o qualcuno di diverso, quanto per incanalare l’energia, non solo creativa, che Giuliana ha in se. Poi mi sono stufata di fare le cose gratis per gli amici. Ho iniziato gli studi di sommelier per conoscere il vino. Mi chiamavano Sue Ellen. Sono andata a fare una degustazione da Caprai e ho comprato una botte. Me la porto a casa e ho pensato: la voglio decorare.  Solare e allegra. Sorride anche con gli occhi. Serena e spensierata. Mossa da fantasia, creatività e voglia di fare. Senza stress. Così è Giuliana. La voglio decorare con le caratteristiche tipiche del vino che l’ha contenuta. Sagrantino, forse dall’oriente. Ho cercato di esprimere a modo mio il tannino. Una esplosione verde. Così ho pensato di vedere su internet se esistevano botti di questo genere. Mi è venuta in mente Madame Barrique. Non esistevano botti del genere. Volevo fare qualcosa che di distinguesse dagli altri. Ho creato un logo MB e l’ho registrato.  La creatività senza quel pizzico di folle determinazione serve a poco. Il genio inteso come espressione della genialità dell’intelletto applicato a qualcosa, deve essere non solo incanalato correttamente ma anche strutturato. Altrimenti rimane fine a se stesso. Giuliana di determinazione ne ha da vendere. Senza stress però. Perché la vita, la seconda vita, va vissuta con tanta tanta serenità.  Poi ho mandato le foto a Radio DJ perché la ascoltavo sempre. Mi hanno chiamato e chiesto: hai una pagina Instagram? Io non ce l’avevo Semplice e carinissima. Non una sprovveduta ma proprio semplice e spontanea a dimostrazione che le cose possono nascere dalla creatività anche per puro caso. Da li si parte per un viaggio che è frutto proprio della determinazione. Certo che devo andarmela a risentire quella puntata… Ho creato subito la pagina Instagram per mettere online i reel di ciò che realizzo. Comprato il treppiedi, la luce. Ho iniziato e da Radio DJ mi hanno richiamato. Ogni volta che mi chiamavano, guadagnavo follower. La barrique diventa una tela sulla quale dipingere qualcosa che riconduce a quanto la stessa barrique ha amorevolmente custodito nel tempo. Un viaggio che parte dal contenuto per estendersi al mondo circostante. L’introspezione che diventa estensione del territorio. Esplosione di pensieri, di idee, di creatività. Il mondo del vino come arte inspiratoria.  La cura della barrique per riportarla al primordiale splendore: dalla scartavetratura al trattamento cn cementite, a riciclo e smalto. Le pennellate di colore per ridare vita al legno. I disegni, creati con gli Uni Posca, perché i pensieri diventino arte. Questo è il lavoro di Madame Barrique. Questa l’arte che vuole fare di una barrique, un semplice barile di legno, un’opera d’arte. Che resista al tempo. Ho fatto allora quella bordolese, il riesling. Ogni vino, terra, vitigno ha qualcosa che mi viene in mente. Al Vinitaly mi hanno chiesto di fare una botte che riguardasse il Lazio. Ho creato quella della Malvasia Puntinata con decori etruschi e romani che richiamano proprio le origini. Fino ad oggi Madame Barrique ha creato quattordici opere d’arte. Perlopiù vendute ai privati cosa questa che ha dell’incredibile e che, in molti casi, evidenzia ancora come il settore del vino non sia aperto alle novità.  Da anni mi batto perché il vino trovi non solo la sua giusta collocazione (ovvero a tavola!) ma anche il giusto ruolo di comprimario. Diciamocelo chiaramente: il vino non deve essere il protagonista di qualcosa ma l’elemento che completa, migliora, nobilita altro. Può e deve essere comprimario al pasto. Può e deve essere comprimario ad una festa. Può e deve essere comprimario ad un evento. Ma non può e non deve essere protagonista di qualcosa.  Prendo le botti da Scacciadiavoli e poi c’è un grande lavoro. Tanti mi chiedono informazioni e una mi ha già cominciato a copiare. C’è una signora francese che mi ha copiato e una italiana che mi ha copiato integralmente. Sono rischi che si corrono. Ecco allora che se il vino può essere comprimario ad esempio in una mostra d’arte, può far diventare protagonista ciò che è stato utilizzato per produrlo.  Se le aziende capissero quanto il vino sia solo la conseguenza di un racconto che si imprime nella mente del consumatore, allora le barrique di Giuliana sarebbero un perfetto anello di congiunzione nel processo della comunicazione.  Io penso e inizio a cercare su internet decori o cose tipiche della zona di provenienza. Ad esempio, sto pensando di farne una dedicata al Pinot Nero e la immagino con il rosso Borgogna, il pizzo a tombolo che fanno in Alto Adige. Con Photoshop elaboro gli schizzi che metto su una botte bianca digitale sulla quale simulo il decoro.  La creatività di Giuliana è meravigliosa già per come si pone.  Ha l’entusiasmo di una adolescente che si accompagna ad una matura voglia eruttiva di dire ciò che le passa per la testa senza remore e senza freni. Quando lavoravo per Ikea dovevo fare mille simulazioni perché non gli andavano mai bene. Io però faccio lo stesso. Faccio le simulazioni e le faccio vedere ad amici e parenti. Sento i loro giudizi. Se qualcuno mi chiede una cosa specifico lo faccio. Creare una barrique non è cosa da poco. Ci vogliono tre settimane di lavoro manuale e preciso. Un processo creativo e realizzativo che è meticoloso e attento. Come se Giuliana si immergesse in un mondo fatto di colori. Un ritorno ai disegni di bambina, alle mani sporche, ai fogli bianchi pasticciati di tratti colorati che solo ora prendono forma.  I suoi video su Instagram sono significativi del processo creativo. Io lavoro la sera o la notte. Spesso mio marito sta fuori. È complicato. Dipingere è stressante per gli occhi. Complicato e stressante ma, nel suo studio, chiusa dentro se stessa, Giuliana è se stessa e con se stessa. Il mondo è fuori e li può anche restarsene. Mi piacerebbe che queste botti viaggiassero. Una l’ho mandata in Spagna. Ho conosciuto dei signori giocando a golf, gliela ho fatta vedere, gli è piaciuta e l’ho spedita. Ecco mi piacerebbe che andassero in giro. Certo guadagnarci qualcosa no sarebbe male Ride di gusto Giuliana. Questa passione che si sta trasformando il lavoro, non lo fa certamente per soldi. Il guadagno sarebbe una attestazione, un riconoscimento. Un modo per dire a se stessa “sei così brava che qualcuno è disposto a pagare per avere una tua opera”. Ecco, questo. Non saprei dargli un valore. Per ora la vendo a 1500€ ma è poco per il lavoro che c’è.  Su Instagram mi scrivono in tanti ma sono strani: quanto è grande sta botte? A quanto la fai? Il grande minestrone dei social è lo specchio della società. Si incontrano persone interessanti come Giuliana e dementi perditempo che non sanno cosa vogliono dalla vita. Ma è così, è la società che è così.  Sono stata contattata dal Consorzio del Chianti per andare ad una manifestazione per dipingere la botte li. Mettendoci tre settimane ho proposto di dipingere qualcosa. Vediamo ora se va in porto. Quanto sarebbe bello entrare in una bottaia e trovare botti decorate cosi da rompere quella monotonia monocromatica, a volte cupa, delle botti e barrique. Mi sono personalmente stufato di entrare e avere la sensazione di un déjà vu. Tutte le barricaie si assomigliano e sono monotone. Vista una vista tutte. Eppure ogni vignaiolo ci tiene a farla vedere e visitare. Come se ci fosse qualcosa di diverso nella propria.  Se Antinori mi dicesse di fargli una botte sarei felicissima. Sai quanti ne ho stalkerati? Mi dicono belli ma poi nulla.  Non è una casalinga annoiata ma una entusiasta impegnata. Una donna che sente la propria realizzazione in qualcosa che la appassiona e per certi versi la realizza. Stare chiusa a realizzare le sue opere la appaga. Certo, se c’è bel tempo non perde l’occasione di andare a giocare a golf! Me ne ha comprata una un’ortopedico siciliano che l’ha vista in cantina a santa Teresa e l’ha voluta per la sua villa in costruzione a Malta. Dice che andrà sul giornale. Le speranze e l’entusiasmo sembra quello di una adolescente. I sogni per qualcosa che avverrà. Forse un giorno. Qualcuno che la chiamerà per dirle di volere le sue barrique. Una attesa che la riempie di forza creative che le fa dire che  Una barrique, dopo aver contenuto 225 litri di felicità, merita di diventare una Madame Barrique Con Giuliana la felicità non è solo quella del vino o della pittura o dei pennarelli che usa per le decorazioni. È probabilmente il suo aver ritrovato se stessa realizzando comunque qualcosa di unicamente meraviglioso. Opere d’arte ognuna delle quali unica ed irripetibile. Oggetti che non sono solo cose ma elementi rappresentativi di un ciclo vitale di transito da una vita all’altra. Elementi che riemergono dal passato per essere proiettati nel futuro. La storia che si intreccia con lembi di territorio. Il terroir. Il vitigno. La cantina. Il vignaiolo. Il pensiero. Le stagioni. La vita. La morte. La rinascita. L’amore. Tutto questo è in quelle pennellate, in quei fanciulleschi tratti di un pennarello che ci ricorda tanto della nostra giovinezza.  Madame Barrique grazie per tentare di rendere colorato un mondo così ingessato come quello del vino. Non fermarti. Non perdere la tua verve artistica e, soprattutto, quello spirito di eterna fanciullezza che contraddistingue il tuo essere.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Serate romane con i vini delle Langhe di Cristian Ferrero Arrow Right Top Bg

2 Luglio, 2025

Serate romane con i vini delle Langhe di Cristian Ferrero

Metti una sera d’estate a Roma. Trenta gradi e nemmeno il ponentino a mitigare la temperatura. La serata degustativa organizzata nella centralissima e meravigliosa location dell’Etico Food a Roma, ristorante albergo che fa della inclusività la sua ragione di essere, conta circa settanta invitati. Siamo ospitati all’aperto, negli spazi antistanti l’hotel. Siamo su due livelli con la scalinata che collega i due spazi. Luci soffuse, piante verdi e l’architettura tipica della zona fanno da cornice alla serata. I partecipanti non sanno cosa aspettarsi. Sanno solo che l’azienda che ci accompagnerà in questa esperienza è quella di Cristian Ferrero. Cristian Ferrero, un giovane vignaiolo delle Langhe. Ha solo venticinque anni e quando ne aveva ventuno, ha acquisito la proprietà e responsabilità delle vigne di famiglia. Prima un solo ettaro, poi tre, quindi sette e oggi dodici. Il suo primo vino è stato un Barolo. Proprio appena ha iniziato la sua attività, ha messo in botte il nebbiolo per produrre il Barolo prodotto a Bricco San Pietro (tanto devo aspettare tre anni ha detto). Una delle 181 MGA delle Langhe. Poi gli altri. Lo Chardonnay, il Barbera Superiore, il Nebbiolo. Tutti vini che si contraddistinguono per una incredibile eleganza e finezza. In pochi azzarderebbero a portare in degustazione in una serata di fine giugno i vini delle Langhe. Eppure, è quello che ho deciso di fare. Dimostrare che un vino rosso si può bere anche in estate. Purché le temperature siano quelle giuste e non la tanto inflazionata temperatura ambiente. In un ambiente a trenta gradi sarebbe impossibile bere un vino alla stessa temperatura. Sarebbe alcol melassoso. Impossibile. Obiettivo della serata è, oltre divertirsi e stare insieme, far comprendere come le temperature di servizio giochino un ruolo fondamentale nell’assicurare una corretta esperienza degustativa. Oltre che il vero piacere di beva. Con cosa li abbiniamo i vini delle Langhe? Una battuta di carne, un agnolotto del plin, dei formaggi, un brasato. Ma ci sono trenta gradi! Giusto, non è possibile. Bella occasione per sfatare un ulteriore luogo comune e abbinare i vini delle Langhe con il pesce. Con Serena, manager dell’Etico e lo chef Paolo ho dato indicazioni ben precise. All’inizio li ho trovati scettici. Un po’ come saranno gli ospiti ma conquisterò anche loro. Partiamo dallo Chardonnay. Un vitigno molto diffuso nelle Langhe insieme all’Arneis. Quello di Cristian Ferrero, affinato solo in acciaio, è decisamente semplice, fine ed elegante. Sentori di fiori prevalentemente e qualche piccolo frutto. Fresco, secco e sapido ha in sé una tenue consistenza. L’abbinamento perfetto è con una insalata di mare accompagnata da una julienne di verdure. Semplice, delicata, con una bassa consistenza. Il matrimonio è perfetto. La pulizia del palato è assicurata. Così come il piacere. Il giusto modo, semplice e soft per iniziare un pasto. Nessuna pesantezza. Nessuna opulenza. Per la Barbera Superiore, continuiamo con finezza ed eleganza. Qui sale la sostanza perché il passaggio in botte di sei mesi ha creato maggiore complessità olfattiva e gustativa. È una Barbera ben fatta che mantiene freschezza e rotondità. I sentori sono ampi e qualche speziatura e tostatura si sente. Non invadenti. Non predominanti. Buona sapidità e ottimo bilanciamento in bocca. Invece della tartare di Fassona, lo chef Paolo ha preparato una azzeccatissima tartare di tonno con una leggera salsa di soia. L’integrazione con la Barbera supera l’esame a pieni voti. C’è la consistenza del tonno con la sua persistenza che trovano nella Barbera un giusto legame. Pazzesco. Arriviamo al Nebbiolo, ulteriore esempio di eleganza. Nel calice è trasparente e sinuoso. Vibrante nei sentori si esprime con tutta la potenza del nebbiolo in misura meno impegnata rispetto al Barolo. Il legno impatta e da il suo imprinting ma è il frutto vegetale che diventa ben maturo a creare le sensazioni migliori. La beva è potente ma senza graffiare. Comunque sia, intriga perché è profondo e vellutato. Il bilanciamento è riuscito egregiamente. Bravo il ragazzo non c’è che dire. Cercavo un abbinamento insolito e l’ho trovato con un risotto al polipo in rosso. Per apprezzare meglio la combinazione tra i due invito i commensali a quello che amo chiamare mappazzone: metti un boccone di risotto in bocca e subito dopo un sorso di vino. Solo così si è in grado di valutare la bontà dell’accoppiamento. Le regole della sommellerie prevedono la nascita di nuovi sapori se il paring è di livello. È così infatti. Davvero incredibile ciò che ne deriva. Anche gli ospiti se ne rendono conto e i sorrisi sono evidenza di meraviglia. Anche Serena arriva da me a dire che non si aspettava una cosa del genere. Per ultimo c’è il Barolo Bricco San Pietro 2021. Complicato abbinare un vino del genere. Ma la temperatura è quella giusta. Non andiamo oltre i 16 gradi. Appena messo nel bicchiere si incrementerà subito. Nel calice il Barolo è il Barolo. L’eleganza è innegabile. Occorre dire grazie al Marchese Falletti che con il matrimonio contratto con la nobildonna francese Julienne Cobert ha suscitato l’attenzione dell’enologo Louis Oudart dunque del Conte Camillo Benso di Cavour. Il Barolo alla maniera dei vini francesi nasce così. Quello di Cristian è graffiante ma di quel graffio che sa di passione e tanta ma tanta passione. I sentori sono grintosi graffi che penetrano balsamicamente nella mente lasciando il segno pungente di frutta non ancora matura e di sottobosco. Fini spezie sonnolenti si destano repentinamente aumentando la sensazione di ficcante finezza. Ruggenti e impetuose sensazioni che sanno di maestosa complessità. In bocca la freschezza dei potenti tannini sembra incutere timore come le fauci di un felino. Sono denti forti ma delicati ad afferrare i propri cuccioli. È così che un cuore di fragoline selvatiche e petali di rosa appassita riesce ad evocare eleganti sensazioni lasciando la bocca meravigliosamente al sicuro. Elegantemente coinvolgente ha in sé la fierezza del 𝐍𝐞𝐛𝐛𝐢𝐨𝐥𝐨 e la lungimiranza di 𝐁𝐚𝐫𝐨𝐥𝐨 per un vino che come il leone cucciolo, sarà Re quanto prima. Come abbinarlo? Con quale pesce? Qualcosa di grasso e masticabile. Il salmone. Gratinato e sul quale lo chef Paolo aggiunge una emulsione di vongole. La differenza di temperatura tra il salmone e il Barolo fa il suo mestiere. L’abbinamento da insolito e inaspettato, diventa incredibile. Nessuno ci credeva eppure et voilà. Un vignaiolo giovane, Cristian Ferrero, che con tanta sapienza ed un tocco di estrosa genialità (al quale meglio aggiungere un po’ di spavalda incoscienza) crea vini eleganti e raffinati. Un luogo incredibile come Etico Food a Roma che grazie a Serena e al suo meraviglioso staff nel quale va citato lo chef Paolo. I miei compagni di viaggio Giorgio e Fabrizio senza i quali le serate non sarebbero le stesse; Stefania che riesce ad essere una PR eccelsa. Tutti i partecipanti che sono stati al gioco e, spero, abbiano davvero gradito l’azzardo. È stata comunque una serata memorabile.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Marco Capitoni. L’uomo delle frasi Arrow Right Top Bg

27 Giugno, 2025

Marco Capitoni. L’uomo delle frasi

  Cosa è effettivamente un tatuaggio? Un rituale arcaico, un modo per raccontare di se stessi. Distinguersi. Evidenziarsi. Ricordare qualcosa. Semplicemente essere. Ho sul mio corpo tre tatuaggi, tutti pegni d’amore. Segno di amore eterno poiché indelebile verso colei che ho capito amare e che amerò per sempre. Una scelta non di impeto o sulle ali dell’entusiasmo ma ponderata, fortemente voluta. Tanto da averli disegnati io stesso nella forma e nel significato. Lei, mia moglie, li ha uguali. Scusate, divagavo. Un tatuaggio rappresenta il nostro essere. Una necessità di donare al nostro corpo qualcosa di incancellabile. Un marchio che ci contraddistinguerà per sempre. Lo affidiamo al corpo perché sia sempre presente. Forse nascosto ai più, ma comunque presente. Un pò come affidare il messaggio ad una bottiglia ed abbandonarla nell’Oceano con la speranza che qualcuno lo legga. Cristoforo Colombo, trovatosi in difficoltà, affidò all’Oceano le sue scoperte con la preghiera di consegnare il messaggio alla Regina Isabella di Spagna. Poi pure questo divenne illegale… Anche un libro è una sorta di messaggio affidato alla stampa e comunque a chi vorrà leggerlo. In tutti i casi sembra sempre una richiesta, la necessità dell’eterno. Affidare le proprie idee in forma scritta a qualcuno o qualcosa perché sopravvivano a se stessi e all’oblio. Lasciare qualcosa di se perché si possa essere ricordati.  Una semplice frase invece cosa può essere? Tutto o niente. Dipende dove viene collocata e che significato ha. Ci sono aforismi, frasi estrapolate magari da un contesto, che diventano pietre miliari del pensiero. Pensate a Carpe diem di Orazio oppure il Πάντα ῥεῖ, Panta rei, tutto scorre di Eraclito o ancora Ἐγὼ ἐκεῖνος εἰμί, Sono quello che sono, passo della Bibbia (Esodo).  Ho conosciuto Marco Capitoni direi per caso. Un semplice messaggio tramite Instagram, preludio di una lunga e intensa chiacchierata che ha rilevato un uomo profondo e intenso, capace di mettere in gioco ogni cosa pur rimanendo con la propria razionale filosofica integrità. Anche se Marco si definisce agricoltore da sempre, nato da una famiglia di agricoltori da sempre in Val d’Orcia, quando si ha la fortuna di poter disquisire con lui della vita, il primo pensiero è che celi studi di filosofia. Lui però continua a dire di essere semplicemente un contadino di Pienza. Come tutta la sua famiglia. Non c’era un Capitoni che non fosse contadino. I Capitoni erano contadini. Eravamo tantissimi. Già con mio babbo erano sette fratelli. Quando sono nato io eravamo tredici. Io sono figlio unico ma nello stesso nucleo familiare, c’erano tutti. Ci siamo dati connotazioni familiari più consone ai tempi.  Quando ero alle scuole elementari, ci costrinsero (e non uso il verbo a caso) a guardare il film L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. Di per se era già pesantissimo ma in lingua originale bergamasca con sottotitoli in italiano, rasentava La corrazzata Potëmkin di fantozziana memoria. Pesantezza a parte, il film rappresentava la vita contadina di un tempo con gli episodi che narravano la vita di quattro famiglie all’interno della medesima cascina. Un incubo che nulla a che vedere poteva avere con pensieri idilliaci e bucolici. La famiglia contadina ha tanti aspetti positivi ma non era quella cosa bucolica con il nonno davanti al camino e i tizzoni che ardono a raccontare le favole ai bambini. Le persone erano obbligate a stare insieme. Se eri contadino, dovevi fare il contadino. Dovevi sposarti una moglie che era figlia di contadini. Lavori molto duri e poco gratificanti. Dieta molto scarsa. Vivere e lavorare insieme. Gomito a gomito. Una doccia, cosa non secondaria, non c’era. Marco cerca di inquadrare in maniera cruda ma al contempo scanzonata la sua infanzia, quella di un bambino del 1965 che pur a sessanta anni di distanza sembra un’era geologica fa per quanto sia cambiato. Qualcosa di lontano nel tempo e nello spazio ma comunque non perso nella memoria. Vivevano a Podere Sedime, dove oggi c’è l’azienda di Marco. Sedime, il sedimento che deriva dal latino sedimen, l’area dove poggiano le fondazioni. È li che tutto ha inizio. O fine. In ogni modo è li che c’era l’abitato, i terreni di pertinenza, il ricovero degli animali attrezzi e persone. Tutto insomma. Proprio tutto. Sono nato nel 1965 e l’assetto rispecchiava il pre mezzadria. I miei sono venuti in questo podere nel 1963 e nel 1968 hanno comperato. Il podere era una coltivazione promiscua. Vaccine, maiali, vigna, ulive e grano.  Una famiglia intera che arriva qui e qui si sedimenta. Come ciò che rimane quando il fiume è passato. Sedimenti.  Tutto torna in fin dei conti. Un tempo i figli arrivavano quando dovevano arrivare. Anche a distanza di tempo. Se la famiglia si allargava era solo una benedizione divina: sì bocche da sfamare ma anche braccia per coltivare.  Fratelli e nipoti insieme. Almeno fino a quando, a metà degli anni novanta, le campagne si spopolarono per l’esodo verso la città alla ricerca di una vita migliore. Podere Sedime non fu da meno così i terreni vennero acquisiti dal babbo di Marco e Marco si voltò non trovando nessuno dietro di se. Era lui che avrebbe dovuto portare avanti l’azienda. Metà anni novanta è il momento che fa da spartiacque. Il mio tassello nell’azienda di famiglia. Ho avuto anche io una forzatura a rimanere in azienda. Anche se il mio babbo non me l’ha mai chiesto, sapevo che su ogni muro del podere c’era scritto tu stai qui.  Hai voglia a fare esperienze esterne per capire, crescere, comprendere cosa c’è alidilà del poggio. Ciò che Marco faceva dava solo l’impressione di un tentativo di evasione da una vita che forse non voleva. Forse, perché erano di quelle evasioni dalle quali si rientra spontaneamente. Non c’era che lui a poter e dover continuare l’opera del babbo. Un dovere morale che però cozzava con quel senso di comprensione della realtà che diceva a Marco che qualcosa di più si poteva ottenere. Non fosse altro per valorizzare tutto quel sudore. Ad onor del vero, nel momento in cui però io ho proposto anche se non glielo ho detto perché si parlava poco, di cambiare l’assetto organizzativo dell’azienda per passare alla produzione del vino per proporlo in bottiglia, ho avuto una sostanziale accettazione.  In una frase due aspetti, entrambe lati di una medesima moneta.  Il primo è relativo al dialogo. Sì parlava poco. Una verità nelle realtà contadine. Non si discute a casa. Magari al bar con gli amici. Ma a casa no. Le cose hanno un inizio e una fine. È sempre stato così e così sarà sempre. Parlare non serve. Se non ad alimentare discussioni inutili.  Il secondo alla consapevolezza, all’apertura mentale di una famiglia che capisce come il figlio, Marco, abbia il diritto di modificare le cose. Perché l’azienda sarà sua un giorno ed è bene che se ne occupi da subito.  Marco vuole una azienda che non solo produca ma trasformi così da avere margini e soddisfazione.  Margini e soddisfazione. Sarà il leitmotiv di tutta questa storia. Marco e la sua voglia di riscatto. Non per se. Per una famiglia che ha dato tanto senza ricevere altrettanto. La fatica, i sacrifici, le difficoltà. Per cosa? Nulla. Non rimaneva nulla nel vendere il foraggio a chi poi si arricchiva senza aver sudato e prodotto calli. Ingiusto. Ingiusto e immorale. Per il vino si sommavano due elementi. Quello più economico che faceva immaginare per una maggiore marginalità rispetto al cerealicolo per il quale sarebbero servite dimensioni più elevate. Il vino è una cosa che fa parte di noi. Come il pane sulla tavola. Il vino, non la bottiglia. Non ero stato bagnato dal sacro fuoco del vino.  Grande onestà e senso del pratico. Non fa fatica a riconoscerlo Marco. Non c’è stata una illuminazione, la voglia di fare del vino perché unti dal Signore o animati da un sacro ideale. Nulla di tutto questo. Il vino era semplicemente il mezzo per aumentare il margine dell’azienda e poter dire: facciamo qualcosa di bello, che ci fa riconoscere curando interamente la filiera. Cultura e filiera. Con margini. Questa la forza del vino e nel vino la bottiglia e nella bottiglia l’etichetta. Perché non è che bastasse produrre uva, occorreva trasformarla. Non bastava trasformarla in vino, occorreva imbottigliarlo. Solo così si sarebbe raggiunto qualcosa. La forza di una etichetta insomma. Ridare il giusto merito a tutte le generazioni che mi avevano preceduto. Tutto il loro saper fare era stato destinato senza che nessuno se ne rendesse conto. Orgoglio e voglia di riscatto. Sociale ed economico. Rivincita non verso qualcuno ma verso la società stessa. Non che qualcuno lo abbia richiesto. Veniva da dentro. Qui sì che il sacro fuoco ci sta tutto ma senza essere un Robin Hood. Occorreva farcela da soli. Per i miei l’obiettivo massimo era fare il miglior foraggio o vendere il miglior vitello di razza Chianina. Vendevamo l’uva alla cantina sociale o facevamo vino sfuso. Non avevamo un granché stimoli in questa zona.  La zona. Come si può non avere grandi stimoli in Val d’Orcia? Belli i paesaggi con i cipressi (come quelli tra i più instagrammati di San Quirico d’Orcia). Belli i paesini con i loro caratteristici vicoli e gli scorci (sempre instagrammabili). Buoni i vini di Montalcino, di Montecucco o proprio della Val d’Orcia.  Tutto bellissimo e buonissimo. Ora. Per chi è turista. Trent’anni fa non era esattamente così.  Premesso che non c’era Instagram e i cipressi venivano utilizzai solo per dividere le proprietà, i vini avevano certamente già una loro connotazione specifica ma non erano per tutti. Complicato produrli e ancor di più venderli.  Certo è che la Val d’Orcia non concedesse grandi stimoli. Altrove c’erano le città, le industrie, il commercio. La vita non era qui. Il mio babbo aveva degli amici a Montalcino con i quali andava a caccia e io cercai di fargli apprezzare le aziende di questi che puntavano al cliente finale. Fu utile nel fargli accettare quanto gli stavo proponendo. Il lavoro di Marco parte da lontano. Nel 1998, quando si iniziano a preparare i terreni. Cinque ettari di vigneto in totale, quattro in aggiunta a quel misero ettaro necessario per il vino di casa e vendere qualcosa in giro. L’attesa dei tre anni canonici per andare in produzione è dura, ma serve per realizzare la cantina. Necessaria se si vuole trasformare.  La scelta fu di trovare gli spazi nelle strutture già presenti recuperando gli spazi.  Nel 2001 la prima vendemmia per proporre il vino in bottiglia. Ci siamo confrontati con più enologi per impostare la futura collaborazione per quello che sembrava più vicino alla nostra mentalità.  C’è chi è pianta il Sangiovese perché qui si fa quello da sempre. C’è chi i vitigni internazionali per realizzare tagli bordolesi (o similari) e distinguersi dalla massa. C’è chi infine, pragmatico come Marco, capisce che avendo poca esperienza e tanta esigenza di vendere vino, servisse qualcosa di facile. Il risultato è così presto fatto: Sangiovese e Merlot.  Il bagaglio che avevamo di conoscenza del mondo vino si limitava al territorio ovvero che siamo a 464 metri sul livello del mare, suoli freschi di formazione marina. Facevamo una buona maturazione del Sangiovese però ad anni alterni. Volevamo un vitigno facile. Io non ho una preparazione tecnica e comunque era più in vigna che in cantina. Volevo vini veri che uscivano dalle pratiche in vigna piuttosto che dagli arrangi di cantina. Il vino in bottiglia nell’immaginario rappresentava qualcosa di industriale. Una uva facile che potesse garantirci anche nelle annate difficili una ottima qualità. Da qui la scelta del Merlot. Pragmatico, semplice, diretto. Obiettivo il riscatto. Il margine sopra ogni cosa. La voglia di emergere. Ma non con artifici o giochetti di cantina. Marco vuole un vino vero. Se lo si deve imbottigliare, che non sia industriale. Nel 2001 la prima etichetta Capitoni. È l’unica etichetta che ogni anno esce. Quella in blend con il Merlot che è un puzzle che cambia ogni anno. Vendemmie separate. Vinificazione in legno diverso. Dopo i due anni di affinamento, blend finale. Li si sceglie. Minimo 60 massimo 90% di Sangiovese. Il Sangiovese botte grande e qualche tonneau. Il Merlot, barrique e qualche tonneau. Legni Francesi. Andiamo in vendemmia con acidità sostenuti. Tannini di carattere. Serviva una spalla morbida dove far riposare i vini.  Alla faccia della semplicità. Quando parlo con Marco, tutto sembra tranne che una persona che non sappia il fatto suo. Proprietà di linguaggio, termini appropriati, voce cadenzata. Ciò che lui semplifica è una realtà irta di complicazioni. Il processo realizzato per la produzione del Capitoni, blend di Sangiovese e Merlot, è qualcosa di estremamente tecnico. Per nulla banale. Eppure lui lo semplifica rendendolo quasi “scontato”. Il vino che non ha nomi di fantasia è il risultato del lavoro di tutti noi. Non potevo immaginare nulla di diverso. Poi mi sono sbizzarrito andando avanti. Sbizzarrito! Più che altro Marco, cervello fine e umiltà di chi conosce i propri limiti, sa che si deve far aiutare da qualcuno per la parte di marketing e commerciale.  C’è il logo e l’etichetta da creare. Così come una vera e propria strategia di posizionamento. Le bottiglie non basta produrle, occorre venderle! La scelta del logo è la bifora, la cariatide della finestra sopra il portale centrale della Pieve di Corsignano. È una chiesetta di campagna. Ci sono molti rimandi che mi indicavano di attingere a questa struttura. Intanto le Pieve come luoghi di culto rurali. Ritorniamo ad una doccia che non c’era. Anche andare in chiesa in paese poteva essere motivo di imbarazzo. Si andava alla Pieve e si era tutti uguali. Nella Pieve la convivenza di simboli cristiani e pagani che convivono pacificamente. Volevo un legame forte con il territorio e nella pieve si sommavano tante cose.  La realtà contadina di un tempo. Si viveva insieme. Sì mangiava e dormiva insieme. Il bagno era fuori, la latrina con la fossa. Per la doccia occorreva che si riempisse la tinozza con l’acqua calda nella quale, a turno, si faceva il bagno. L’ultimo che entrava, trovava qualcosa di non esattamente pulito. Sempre ci fosse la possibilità di farlo il bagno. Magari una volta ogni mese. Chissà! Il 2005 è il primo anno di Frasi. C’era la voglia di fare qualcosa di più territoriale. Frasi si fa da una vigna del ‘74: Sangiovese, Canaiolo, Colorino. Botte grande. Volevo mettere insieme gli elementi territoriali. Anche se esco come Orcia i nostri vigneti sono iscritti a Chianti DOCG sottozona Colli Senesi. Nel 2000 fu istituita la DOC Orcia. Magari non sarei uscito come Chianti Colli Senesi ma ritenni di dare credito a qualcosa che stava nascendo. Tuttora la scelta vendemmiale è riclassificare le uve a Orcia DOC La frase cambia ogni anno. Tra i vari privilegi del vino, la bottiglia che diventa messaggio del risultato del nostro lavoro. Con Frasi mi consente di esprimere qualcosa di non sempre legata al vino. Una frase compressa che ha una decodifica. Quello che voglio dire lo spiego. Due anni di affinamento in botte grandi. Una vigna, una botte, un vino. Un unicum. 4300 bottiglie o zero. Se l’annata vale, esce. Altrimenti non esce.  Le frasi sono di Marco. Raccontano un particolare di quella annata pensando all’annata. Nel 2007 la soddisfazione della fatica, le speranze dei risultati. Orgoglio! Per me rimane una annata nel cuore. Una delle prime quando ho potuto decidere delle cose. La 2009 erano gli anni in cui doveva uscire il disciplinare del vino biologico. Mi aspettavo uno strumento di chiarezza sulle coltivazioni. Fu una delusione e li la frase fu: poche parole e una stretta di mano. Galantuomini. A dire tutto quanto normato è scritto ma vale di più la stretta di mano. Le riflessioni di Marco sembrano quelle di un esperto di marketing. Invece sono intuizioni regalate poi a chi di comunicazione se ne intende. Spesso, proprio da questi osteggiate. Quando abbiamo immaginato la trasformazione pari passo con la parte agronomica ed enologica e proprio perché ero a digiuno di questo mondo ho ritenuto necessario chiedere supporto per la comunicazione. Io l’ho interpretato come il decoder mondo vino. Perché succede questo? Ho lavorato con Maddalena Mazzeschi e abbiamo iniziato ben prima di avere le bottiglie. Mi sentivo bisognoso di avere indicazioni. Mi è stato chiesto cosa è una consulenza. Immagina di essere in una città che non conosci e devi andare in un posto x. Se sei sveglio e sei abituato a muoverti, magari ti pendi una metro o altro e arrivi a destinazione. Se non sei abituato a muoverti in un ambito simile, prendi un taxi e comunque arrivi alla meta. Sarà più costoso ma arrivi. La consulenza è come un taxi. La meta però la devi sapere tu. Io dovevo fare queste bottiglie e dovevo venderle. Sembra banale ma è cosi. L’idea di mettere delle frasi è stata mia. Quando ho parlato di questa idea con Maddalena la sua prima risposta è stata: ma poi bisogna avercela tutti gli anni una frase da mettercela. Io avevo e ho tanto da raccontare. Non sapevo se potesse funzionare però. Ogni vino è specchio di una annata portando seco quella profonda diversità di una vigna che ha subito o meno quanto il tempo ha donato. È sempre e comunque un dono e c’è sempre un motivo se qualcosa di diverso accade. Di sicuro i vini sono diversi. Sia per quanto accade in vigna sia per quanto il vignaiolo mette del suo. Solo un vino industriale o che ha subito grandi trasformazioni in cantina sarà sempre uguale. Magari qualitativamente pazzesco, ma sempre uguale.  Non tutte le persone hanno poi qualcosa di dire. O, per dirla in un altro modo, ci sono persone che parlano con i fatti, altri con le opere, altri con parole o pensieri. Alcuni, solo alcuni, parlano con tutto questo. La firma di un vignaiolo è il vino. Una impronta indelebile e inconfondibile che va aldilà delle annate. Possono variare le stagioni ma quell’impronta, rimane. Allora a che serve una firma o una frase?  Io credo che il lavoro nostro e delle generazioni passate abbia in se dei valori e delle cose da raccontare ed esprimere che generalmente non trovano spazio. Non c’era prima la possibilità da parte di chi le viveva di esternarle.  Una sorta di esternazione della rivalsa. Un modo per recuperare il tempo perduto e dire ciò che prima non si poteva dire poiché sotteso o represso. Comunque sia, non detto, non tramandato. Pensiamo a quanta cultura sia insita nelle realtà contadine di un tempo tramandata solo per via orale di padre in figlio cosi da perdersi ad un certo punto del cammino. Cultura contadina che si scontra con le tante difficoltà e le infinitesime soddisfazioni.  È cosi che le frasi sono un modo per esprimere se stessi, le idee, le frustrazioni, le paure, i successi. Senza paura. Senza alcuna remora. Essere giudicati? Perché mai. Ogni frase è spontaneità attinta al profondo. È realtà di animo portata sull’etichetta di un vino che nemmeno si fa ogni anno.  Ne ha fatta di strada dal modesto Podere Sedime di un tempo. Sette ettari e mezzo di vigneto. Poi quindici di bosco. Un uliveto e terreni seminativi per un totale di 50 ettari totalmente bio. Ventimila bottiglie e una redditività completamente diversa da quella dalla quale erano partiti.  Nessuna velleità di andare verso maggiori produzioni al fine di salvaguardare l’artigianalità della quale va tanto fiero. Sperimentazione e crescita però si.  Il 2010/2011 Sono stati gli anni della consapevolezza. Ciò che più mi stonava era una foto olfattiva. I primi mesi dopo la vendemmia le svinature, i primi travasi. Una esplosione di odori in cantina. Portavo il vino a cena perché mi faceva gola. Uno sciroppo di goduria. In legno acquisiscono maggiore importanza, una nobilitazione per ottenere la quale occorre perdere l’aspetto varietale dato dalla zona. Il legno serve per un approdo commerciale ma da vignaiolo mi lasciava mezza soddisfazione. Così ho iniziato la ricerca di un contenitore alternativo. Il percorso di micro vinificazione in acciaio per simulare il legno, anfora, barrique esauste. Nel 2015 abbiamo preso le prime due anfore di terracotta di Impruneta. È il vino che si serve per primo in degustazione ma non è il vino di entrata. C’è la stessa qualità dell’uva degli altri vini. È un clone di Sangiovese che più si adatta a quel tipo di risultato. Qui cerchiamo frutto nella semplicità. Un vino che sa solo di vino. Semplicità nella accezione alta del termine. Un percorso di crescita. Un percorso di emancipazione sociale. Di ribellione, di orgoglio. Per potercela fare smarcandosi dalla mezzadria, dal padrone, dal doversi limitare a prodotti a basso valore aggiunto. La voglia, unita alla capacità e alla consapevolezza. La fatica, il sudore. Senza fermarsi, crescendo giorno dopo giorno, un passo dietro l’altro. Senza fretta. Tre vini in gamma. Capitoni, Troccolone, Frasi. Prodotti in quantità variabili in funzione dell’annata ma tendenzialmente con volumi di circa 12.000 per il Capitoni, circa 4.000 ciascuno (in funzione delle annate) per Troccolone e Frasi. Il Troccolone è il Sangiovese che fermenta e affina in anfora. L’elogio del Sangiovese al territorio della Val d’Orcia.  Bello e invitante l’intenso rubino che reca in se un riflesso che principia ad essere granata. I sentori sono inaspettati. Al naso arriva qualcosa che spiazza totalmente. C’è la tipicità del fresco vegetale e della viola che contraddistinguono il Sangiovese. Poi però arriva una frutta inaspettatamente cotta: prugna, ciliegia e melograno. Il balsamico esalta l’alcol aprendo completamente le narici e lasciando scoprire note che assomigliano a spezie dolci. Eppure c’è stata solo anfora! Il sorso è piacevolmente equilibrato, caldo secco fresco con tannini potenti ma non fastidiosi, non invadenti. Dovrei dire, maturi al limite del raffinato. Il Sangiovese si apre in in bocca espandendosi ed equilibrandosi fornendo un finale tendente verso l’amarognolo, marchio di fabbrica di Capitoni. Tutto riempie la bocca in un misto tra pastosità ed eleganza rendendolo intrigante. È un vino vero, direi contadino nell’alto senso del termine per la grande bevibilità e piacevolezza realizzata in anfora con lieviti indigeni. Inaspettato! Capitoni è l’Orcia Riserva DOC 2020, sapiente mix di Sangiovese (80%) e Merlot (20%). Ventiquattro mesi di affinamento in botti grandi e barrique poi almeno dodici di bottiglie.  Rubino con riflessi granata a dare un senso di eleganza del tempo. Una bella frutta matura virante verso il cotto, arriva subito al naso: prugna, pesca, mela. Poi note speziate si rivelano nel sottofondo insieme al sottobosco in una piacevole amalgama. Chiodi di garofano, anice stellato, un pò di pepe, del cioccolato, del tabacco per un meraviglioso e piacevole bouquet che prima ammalia poi risveglia grazie al velo di balsamico. Il sorso è ampio con i setosi è presenti tannini. Secco, caldo, ben sapido e con il frutto che rimane sulla parte esterna della bocca mentre al centro della lingua fa capolino quella intrigante sensazione quasi amarognola. Ampio, fresco, perfettamente bilanciato sia per durezze sia per intensità. Un vino che trasmette a pieno l’idea di un terreno arso dal sole lavorato con tanto sudore. Infine Frasi, il Sangiovese (con aggiunta di Colorino e Canaiolo) proveniente dalle vecchie vigne del 1974 con almeno ventiquattro mesi di affinamento in botti da trentatré ettolitri.  Il colore è intenso, profondo, impenetrabile.  I sentori sono di frutta matura, cotta, densa, scura, intensa. Un velo di balsamico la rende quindi caramellosa. Ruotando il calice emergono le intense e prepotenti note speziate e tostate, mitigate solo da quelle vegetali. Tutto è intenso e profondo, poi polposo da addentare. Cioccolato, tabacco, noce moscata, zenzero. Tutto è veramente armonico e soprattutto, pieno. Il sorso, nonostante siano presenti tannini intensi, comunque non invadenti, è armonico, ampio, sapido. Un gusto di mela cotogna cotta nelle spezie si incanala spavaldamente in gola con un senso di sapida  ampiezza così che, non appena l’effetto dei tannini si placa, arriva la voglia di riprovare le medesime sensazioni. Una spirale di sensuale energetico movimento, di incessante ritmo vorticoso. Anche Frasi restituisce una intrigante bocca con il finale quasi amarognolo: allora è davvero un marchio di fabbrica. Rimane da fare una vinificazione senza solfiti. Nelle tre etichette, l’unico additivo rimasto sono i solfiti. Le fermentazioni sono spontanee, non si inoculano batteri malolattici, non si fanno filtrazioni, non si aggiungono tannini, non si aggiungono stabilizzanti o gomme arabiche. Ci siamo arrivati gradualmente. Quando inizi a capirci qualcosa insomma. Dalla 2015 in poi. Ci facevano aggiungere lieviti o tannini, una vitamina c, ecc. Dal 2015 facendo anche una mezza cosa all’anno ma la facevamo. Non per un fatto religioso ma per provare a vedere quello che era possibile. I vini dovevano comunque rimanere buoni. Adesso che anche il figlio, Angelo, è entrato in azienda, Marco sa che dovrà prima o poi confrontarsi con idee nuove. Fresca linfa vitale che non necessariamente costituirà una continuità.  Per suo input si potrebbe fare qualcosa di diverso. Sì educa per simulazione o per opposto. Nell’approccio che abbiamo avuto mia moglie ed io con Angelo di sicuro abbiamo dato libertà assoluta. Lui lavora con noi ma è stata una sua scelta. Anche contro indicazioni mie. Avrei preferito che l’avesse fatto con maggiore esperienza esterna.  Tanta strada fatta. Tanta ancora da fare. Quella che sembra una storia di successo non è arrivata da sola. Ne Marco ha fatto tutto da solo. Non sarebbe possibile. Saggezza sta nel riconoscerlo.  Mia moglie mi ha dato solidarietà incondizionata. Lavorava in uno studio di commercialisti e si è sobbarcata gratis tutta la parte di contabiltà. Mio babbo da un punto di vista lavorativo ed economico. Abbiamo agganciato dei piani di sviluppo ma li devi portare a compimento anche con la parte amministrativa. Quello che abbiamo fatto da un punto di vista economico non sarebbe possibile. Lo è perché si è fatto in famiglia attingendo a risorse di famiglia.  La saggezza sta proprio in questo. Capire quanto l’apporto di una famiglia sia stato non importante, fondamentale. Un blend di saggezza e umiltà che, ne sono certo, prima o poi Marco riporterà sull’etichetta del Frasi (sempre che non l’abbia già scritto!). Ciao Marco!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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