Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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11 Aprile, 2025

Armando Castagno. Il divulgatore

  Un bicchiere d’acqua quando il nostro corpo ha sete è come un bicchiere di vino quando ha sete la nostra anima. Ecco perché un pasto senza vino mi fa pensare a un bambino incapace di ridere. (M. Soldati) Prendo una bottiglia. La guardo. Osservo l’etichetta. Leggo informazioni circa il vino nella retro etichetta. La stappo. Verso un giusto quantitativo nel calice. Lo osservo. Lo annuso. Lo sorseggio. In che momento di questo processo arriva qualche stimolo particolare al cervello? Quel “click” che induce a pensare a tanto altro? Arte, storia, cultura. Ricordi, pensieri, sensazioni. Sì può essere attratti dall’etichetta: un bel nome magari noto, una forma grafica sinuosa, artistica, storica. La provenienza da un luogo della nostra memoria. Il colore. Certo ma più o meno, trasparenza a parte sono quelli. La gag di Antonio Albanese che fa il sommelier è devastante in tal senso. L’odore. Complicato per chi non è abituato o non interessato. Il sapore. Ecco qui ci si trova d’accordo tutti. A meno che non ci si limiti al dualismo “buono/non buono”. Semplice e semplicistico. Ma in fondo è l’approccio della stragrande maggioranza delle persone. Quelle che vanno al ristorante e ordinano una bottiglia da 50€ pensando di bere un capolavoro ma in realtà non sanno che la troveranno a 15€ al supermercato. Semplice e semplicistico.  Proviamo però, per un attimo, a paracadutarci nel luogo dal quale il vino proviene. Facciamo una sorta di zoom con Google Maps: lo stato, la regione, il paesino, l’azienda, la vigna. Uno zoom geografico insomma. Sarebbe meraviglioso se riuscissimo a fare anche uno zoom storico e capire che cosa è stata quella vigna nel corso dei secoli. Cosa e chi ha visto passare. Chi l’ha lavorata. Dove i vini sono stati bevuti e da chi. Lo zoom geografico ci consente di capire cosa ci sia intorno alla bottiglia. Quali siano gli influssi geologici, geografici, meteorologici. Potremmo capire tanto. Ma se ciò che abbiamno nel calice potesse parlare, racconterebbe la sua storia e quella dei propri avi. Racconterebbe di chi ha accudito la terra prima, la pianta poi, gli acini infine. Racconterebbe di persone, del loro tempo, della loro vita. Racconterebbe ogni cosa per renderci partecipi di quanto di magico e speciale sia finito nel calice.  Raccontare per divulgare. Cercare di trasmettere, a chi è aperto a farlo, quanto di imponente e maestoso c’è non dentro ma a monte della bottiglia. Pensare al vino non con una semplice bevanda ma come un concentrato di emozioni e di storia. Di vita insomma. La mia vocazione è quella di divulgatore. Cerco di digerire un tema e cerco di renderlo approcciabile agli altri. Incontro Armando Castagno. Un divulgatore come lui stesso si definisce.  Quando si scrive di una persona come lui, cadere nella banalità o commettere errori è quasi una certezza. La nostra è una chiacchierata, di quelle che hanno l’unico scopo di comprendere chi è l’uomo Armando e perché abbia voluto cimentarsi in una impresa travolgente e al tempo stesso ardua. Parlare di vino attraverso i territori, la storia e l’arte che li hanno attraversati, non è per tutti. Non lo è ad esempio per chi considera il vino una semplice bevanda. Non lo è per chi vuole solamente vendere il vino. È per chi vuole porsi delle domande per le quali, solo in minima parte, ci sarà una risposta. Ho 55 anni. Nato e sempre vissuto a Roma. Laureato in giurisprudenza come i miei genitori. Mi sono laureto in Storia dell’Arte con lode. Ho scritto 12 libri sul vino e sono in questo mondo da trentadue anni. Ho tenuto centinaia di corsi. Oggi insegno per Accademia Treccani e organizzo master per varie organizzazioni di varia natura. Ho scritto libri per il rapporto vino e arte. Qualcuno da solo, qualcuno con colleghi. A triplice firma. Ho pubblicato per Giunti, SlowFood, Treccani, ecc. Rimango sempre un amatore e un appassionato. Non mi sento di essere integralmente aldilà della barriera che separa il fruitore e l’appassionato dal docente e distributore di verità. Sono un semplice appassionato. La voce pacata. Lo sguardo vigile. Un sorriso celato per un quarto dall’aplomb, per un ulteriore quarto dalla fisionomia del viso.  Colgo una sorta di remora nel narrare il suo curriculum: non riesco a comprendere a pieno se sia modestia (nonostante sappia di essere uno dei massimi esperti in questo campo) o semplice ritrosia. Non si sottrae comunque al parlarne. Siamo due giornalisti che si confrontano su temi che riguardano il mondo del vino. Anche se in maniera più laterale. Entrambe veniamo da mondi diversi. Armando non se ne innamora bevendo o approfondendo le tecniche di produzione, i territori, i gusti, i sentori, ecc ecc ecc. Il suo è un percorso che gli consente di entrare nella casa del vino dalle fondamenta. Nell’autunno del 1992 avevo 23 anni. Studiavo e lavoravo. Lavoro da quando avevo 16 anni. Ho fatto il giornalista per 27 anni. Redazioni varie. Mi sono occupato di sport, di football americano, di calcio. Soprattutto britannico. Ho fatto anche il telecronista. La mia grande passione. Il mondo del vino mi è venuto addosso perché mi sono accorto che non si trattava di una bevanda piuttosto piacevole quanto di un fulcro di un sistema culturale vero e proprio. Leggevo i testi di Soldati, di Veronelli, di Cardinali, di Bruni, di Monelli. Una serie di grandi autori che avevano toccato il tema vino. Mi sono accorto che c’era una parte del mondo del vino interessante dal punto di vista edonistico e culturale. Io probabilmente mi sono avvicinato al vino più con la seconda e per la seconda che per la prima.  Dalle fondamenta. Pochi avranno letto gli autori che cita Armando. Peccato dico io. Vi siete persi una grande occasione per capire meglio il mondo del vino. Dai cataloghi di Veronelli ai viaggi di Soldati il vino ha avuto modo di essere raccontato nella sua essenza di liquido ottenuto per fermentazione delle uve e più intimamente perché facente parte della cultura di un paese, di un territorio, di persone. È così che la differenza tra i vari vini non può essere immaginabile nel solo vitigno quanto nell’essenza stessa dei territori dai quale provengono.  Mi ha attratto la materia. Non sono un grande bevitore. Mi interessa più il vino come centro di un sistema di valori culturali, di tutela del paesaggio, della ruralità. Per me è stata la leva. È un percorso verso le profondità del mare quello di Armando. Cercare il centro di un sistema di valori culturali nel vino è come fare il viaggio al centro della terra alla scoperta di mondi nascosti e mai esplorati. Un viaggio che è senza ritorno nel senso che non prevede distrazioni. Un viaggio come quello di Mario Soldati nel suo Vino al vino, ovvero non il viaggio di una bottiglia di vino che arriva sulle nostre tavole ma il nostro intimo viaggio verso dove il vino viene prodotto. Perché solo così se ne capisce l’intimità della sua creazione Bisogna andare al vino: non che il vino venga a te (M. Soldati) Giornalismo e vino sono andati in parallelo Fino al 2013. Io ho insegnato in AIS dal 2001 fino al 2013 con in parallelo il mestiere di giornalista. Dall’ottobre del 2013 mi sono dedicato esclusivamente al vino. Faccio altro perché faccio da otto anni corsi di arte. È la mia passione più profonda. Cerchiamo di fare un accostamento perché fondere arte e vino è arbitrario. Sì tratta di mettere in cortocircuito sistemi percettivi che abbiamo e che possono essere utilizzati sia per guardare in un certo modo l’arte sia il vino. Anziché guardarlo solo con un occhio al piacere puro e sorgivo come è la bevuta, il vino può dare qualcosa in più. Senza fonderli.  Sì può avere un approccio artistico alla produzione del vino ma diventare artisti ce ne corre. C’è chi si crede artista facendo del vino senza sapere effettivamente cosa sia un artista. Io mi limiterei a dire che chi produce vino può al più essere un artigiano. È stato un approccio che ha portato via molto tempo per essere messo a punto. Non c’era nulla di simile prima. Senza falsa modestia. Non mi viene in mente nessuno. Un percorso sofferto perché bersi il bicchiere di vino con pane e salame è molto meno faticoso. Armando racconta i territori elevandoli rispetto alla loro semplicità apparente. Ma non così tanto per scriverne o parlarne. Ogni territorio ha tanto di non già scritto per il semplice motivo che nessuno si è mai preso la briga di capirlo, interpretarlo dunque scriverlo.  Il vino è l’unico elemento dell’agro alimentare che oltre ad essere un elemento nutriente è anche una specie di testo che noi infiliamo nel nostro corpo. Ci racconta un sacco di cose che bisogna semplicemente provare a leggere. Leggere e trasmettere delle sensazioni anche celebrali. Vedere un fenomeno, come nasce e perché nasce. Perché nasce li. Non faccio questo viaggio per poter poi descrivere un vino ai miei lettori; ma solo per invitarli a viaggiare a loro volta Questo riporta ai territori e alla loro conoscenza profonda. Non basta leggerne occorre viverli.  Senza divagare, ieri sera sentivo un dibattito (l’ennesimo…) sull’Ucraina, sul loro popolo, sui perché della guerra, del riarmo, dell’Europa, della Russia, di Trump. I soliti volti noti della televisione si accapigliavano emettendo verità e sentenze ammettendo come nessuno di loro fosse mai stato in Ucraina. Mi sono chiesto come fosse possibile una cosa del genere. Parlare di un luogo e di un popolo senza averli vissuto. Anche marginalmente. Mi sono risuonate in mente proprio le parole di Armando. Mi sono dato molto tempo per viaggiare. Io sono un viaggiatore indefesso. Piuttosto che accogliere queste nozioni per averle letto o sentito dire, ho sempre cercato di procurarmele di prima mano. Sono trent’anni che giro come un pazzo. Lo sa anche il mio concessionario. Mercedes-Benz. Ho scritto un libro sulla Borgogna di quasi quattro kg. Sono ottocento pagine fuori formato. È un atlante e mi è costato tanti viaggi. Però è il modo più onesto anche nei confronti del lettore di proporre qualcosa di nuovo e originale. Complicato e per niente immediato un approccio del genere. Se non altro, non popolare nel senso letterale del termine. Bere un bicchiere o contemplarne la bottiglia; provare a scoprire le sensazioni olfattive e gustative oppure capire il perché sia cosi e solo cosi. Non è un approccio divisivo come novelli Guelfi e Ghibellini, ma una modalità di pensare diversamente. Allargare i propri orizzonti sensoriali a quanto presente dentro una semplice bottiglia abbia da raccontare. Far si che la materia grigia non si annebbi appena bevuto un calice ma provi a trovare delle connessioni con il territorio dal quale il liquido proviene.  Noi cerchiamo di convocare solo chi è molto motivato a seguire. Non le grandi platee. Avrei potuto parlare del vino anche in grandi trasmissioni della Rai dove mi era stato proposto di andare, o ai vari TG5, ma non mi è mai interessata la divulgazione ecumenica di questi valori. Mi rendo conto che non siano valori proprio nazional popolare. Come non lo è la preparazione accademica o l’approfondimento autentico. Non forzerei mai nessuno ad occuparsene.  Ciò non contrasta affatto con un approccio più tradizionale ed edonistico del vino. Lo integra. Ne da una visione in più. Anche se sono pochi che vengono a sentire, poco importa.  Nessun tipo di contrasto. Semmai un alimento in più per chi vuole cibarsene. Senza screditare l’approccio tradizionale prettamente edonistico e conviviale. L’uno non esclude l’altro. Un senso di divulgazione per sentire il vino in una dimensione diversa. Giampaolo Gravina, un mio fraterno amico, portava una visione del vino filosofica, multidisciplinare, ampia. Con la cercheremo di far conoscere qualche testo di Giampaolo. Una volontà divulgativa senza la voglia di insegnare qualcosa. Un percorso inizia allo stesso modo per poi prendere due strade diverse e, alla fine, ricongiungersi. Sì può scegliere l’una o l’altra strada. Dipende solo dalla voglia di mettere in gioco i propri recettori. Ho trovato emulatori sul mio cammino ma è una ottima cosa. Significa che l’idea non è destituita di fondamento, non è campata per aria. Qualcuno l’ho apprezzato e ho anche imparato da lui. Difficilmente sentirete parlare Armando di un vino in particolare. Mai una recensione. Mai un giudizio.  Mi viene spesso chiesto di parlare di un vino. Di solito dalla azienda che lo produce. La risposta è sempre no. Quando mi capita di parlare in contesti aziendali, cerco di parlare informando senza prendere posizione specifica sul vino prodotto in zona. Il mestiere di critico pretende una certa distanza dalla produzione in modo da poter offrire al mio destinatario che non è il produttore ma il lettore, un parere sincero e non dettato da interessi nascosti. Credo che sia giusto così. Mi ci ritrovo e tanto in questo approccio che è anche il mio personale. Un critico se così si vuole definire, non può essere di parte. κριτικός era per i greci l’arte di giudicare senza che questa abbia una accezione positiva o negativa. Non c’è neutralità per la critica. Semmai c’è la facoltà intellettiva di giudicare. Intellettiva, non economica…. Il 4 maggio Armando Castagno sarà a Roma per due meravigliose Masterclass sulla Borgogna e sulla Loira nell’ambito di ViniAmo. Una grande occasione per provare ad attivare i propri recettori e trovare ulteriori domande Domande non risposte. Domande. Porsi dei problemi di natura estetica valutativa. Criteri di valutazione. Di scelta. Corti circuiti estetici. Un aiuto nella situazione del vino nel suo contesto, storico etnografico antropologico, locale, rurale. Contestualizzare il vino non decontestualizzare. Cerco in tutti i modi di contestualizzare il vino. È buono o non è buono. È certamente lecito però non è il mio approccio. Non è tanto lo amo o non lo amo ma lo capisco o non lo capisco. Lo inquadro o non lo inquadro dentro il suo sistema. Quale sia l’obiettivo di tutto questo per Armando è complicato. Divulgare si, ma poi? Dopo che hai divulgato, dove ci porterà l’aver appreso? E dove condurrà Armando? Non c’è un obiettivo perché è un continuo progredire. Come diceva Mario Luzi, approdo non c’è approdo, c’è soltanto il viaggio. L’idea è di un viaggio senza meta. Approdo? Non c’è approdo, c’è il viaggio appena
Ma ora quanto dura il viaggio?
Quanto la intollerabile quarantena?
O è un inganno, solo del mutamento della scena? Alla mia età si sente tutto il peso di quello che hai fatto prima. L’ideale sarà darsi una calmata a fare freneticamente i biglietti del treno o il pieno di diesel e scrivere con calma qualcosa qui, sulla mia scrivania. Questa è la mia intenzione ma non ci sono mai riuscito. Sono anni che me lo dico. Con il dodicesimo libro che è un diario di viaggio della Franciacorta ho avuto lo stimolo a capire cosa sono in grado di fare con la narrazione. Non soltanto nella compilazione di atlanti o della letteratura critica che mi avevano occupato per i venti anni precedenti. Potrebbe essere la narrativa una frontiera. Ma zero stress. Devo vedere se mi piace farlo. Ho un concetto volatile del mestiere. Ha tanti aspetti dunque è inutile incaponirsi. Se tornando indietro avessi memoria di quello che ho fatto proverei a fare quello per cui avevo studiato ovvero la carriera in magistratura. Per fare anche quella visto che mi è rimasta un pò qui. Se non avessi memoria, rifarei la stessa cosa senza sapere quanta fatica c’è voluta. Non è per tutti ne tantomeno per molti. In tanti rimarranno ad aprire una bottiglia e a versarne immediatamente il contenuto nel calice aspettando che l’alcol faccia il suo effetto. In ancor di più non si porranno domande ne cercheranno risposte. Però se solo una persona in più parteciperà ad una Masterclass di Armando, sarà comunque un grande risultato. Il vino ha bisogno di persone come Armando in grado di dedicare il proprio intelletto a comprendere e tramandare. PS Se vi starete chiedendo da quali altri due quarti è celato il sorriso di Armando vuol dire che siete stati attenti al racconto. Questo vuol dire che siete pronti ad una sua Masterclass, assistendo alla quale scoprireste che gli altri due quarti sono proprio il suo racconto. Perché ciò che Armando racconta durante una sua masterclass lo rende felice per il semplice fatto di rivivere i luoghi che ha visitato e divulgarli. Questi sono i due quarti mancanti. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Azienda Vitivinicola Di Gaspero. Flavia e la traiettoria circolare Arrow Right Top Bg

4 Aprile, 2025

Azienda Vitivinicola Di Gaspero. Flavia e la traiettoria circolare

  Cosa accade se ci si trova al momento giusto nel posto giusto? Non mi ci sono mai trovato sinceramente. Sarà che, come si dice in questi casi, la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo, non lo so proprio. Spesso mi sono trovato nel momento sbagliato al posto sbagliato o anche nel posto giusto al momento sbagliato. Trovarsi nel posto sbagliato al momento giusto lo vedo alquanto strano. Magari sarà comunque successo. Chi lo sa. Certo è che, pur trovandosi nel momento giusto al posto giusto, occorra capire per chi è giusto o, peggio, se in quel momento lo si ritiene giusto per poi scoprire che è sbagliato. Quanto ingarbugliata è la vita. Un vero casino. Sì fanno spesso delle scelte pensando che siano quelle giuste e in qualche caso ci si trova a guardare indietro con un punto interrogativo stampato sulla fronte. Cosa fatta capo ha, avrebbero detto le persone sagge un tempo. Una sorta di presa di coscienza della ineluttabilità del tempo che scorre e della impossibilità di tornare indietro. Ecco perché in genere si dice rimorsi tanti, rimpianti mai.  Ho sempre impostato la mia vita
in modo da morire con trecentomila rimorsi 
e nemmeno un rimpianto.
(Fabrizio De Andrè) Flavia Di Gaspero è una donna energica e che sia donna del nord, te ne accorgi subito. La fierezza che si unisce ai tratti somatici. Sa di pragmatismo già in quel suo vestirsi in maniera sobriamente elegante. Il sorriso evidenzia poi un animo dinamico, dotato di grande empatia. Ma è la forza con la quale parla, che incute vera energia. Sono atipica. La mia azienda nasce intorno agli anni trenta perché mio nonno come tanti friulani rimase in zona. Tanti andarono all’estero.  Il Friuli Venezia Giulia è terra di confine. È qui che iniziava o finiva la guerra. Quando si invadeva o si veniva invasi, piuttosto che quando l’invasore veniva rigettato aldilà del confine. Confine poi.. Solo in tempo di guerra era un vero confine. Perché in queste zone non è che nel periodo di pace il confine separava poi così tanto.  Siamo a Faedis, poco sopra Udine. È qui che sorge l’azienda Di Gaspero Flava e Umberto. I cugini Di Gaspero. Non bastò al Friuli la devastazione della Grande Guerra e la successiva crisi. Ci si mise pure la gelata dell’inverno 1928-1929 a creare ulteriore povertà. La gente andò via e quelli che rimasero se la videro veramente male. Essendo il nonno Eugenio il primo di quattro fratelli dovette essere responsabile come tanti altri da queste parti. Nonno Eugenio rimase qui. I suoi figli hanno iniziato con lui a lavorare in campagna. Era normale questo. Seguirono le orme del papà. Erano tutte aziende miste. Non c’era una specializzazione. Seminativo, stalla, bosco, vigna. Un pò tutto. Non solo non c’era una specializzazione ma la campagna non poteva assolutamente essere l’unica fonte di sostentamento. Sì faceva il muratore, l’operaio, l’artigiano. Qualunque cosa pur di portare un pò di soldi a casa. La campagna era solo un serbatoio di cibo. Un modo per spendere meno e mangiare, più o meno, ogni giorno. Piccoli appezzamenti, orti perlopiù. E la vigna era sempre proprio dietro casa. Accanto agli ortaggi.  Mio zio è andato una settimana con un fotografo ma ha visto che non era cosa sua. Ma se vedessi mio zio capiresti subito che non è cosa sua. Il senso artistico ce l’ha ma solo nella vigna. Papà è andato una settimana a Marghera a fare il meccanico ma non è voluto stare li. Evidentemente avevano entrambi uno stimolo di autonomia. Dopo l’esperienza settimanale hanno detto meglio fare l’esperienza di papà. Il vino lo iniziano a fare per consumo familiare. Niente di più, niente di meno. Ciò che serviva alla tavola insieme agli ortaggi. Consigli di amici, ristoratori. Chiunque ne sapesse più di loro. Ovvero tutti.  Come molte aziende qui, sono nate così. Se eri fortunato avevi figli che andavano a Conegliano a fare enologia alla scuola. Tutti si servivano della consulenza di enologi che passavano anche se nasce tutto da collaborazioni con amici della zona.  Ma i Di Gaspero non erano fortunati. Solo pian piano, facendo sacrifici, quelli veri, le terre di famiglia si estendono. Nessuno voleva coltivare le terre allora e nessuno le vuole coltivare oggi. Coloro che rimangono sanno che la terra diventa tutto per loro. Assorbe energie, denari, tempo. Nessuno vuole farsi soggiogare così. Chi rimane può anche prendere le terre a pochi spicci. Ne dovrà buttare di tempo, soldi e sudore in quel che modo. Pian piano abbiamo allargato arrivando a 12 ettari che non è tantissimo ma nemmeno poco per una azienda di qui. Qui, la zona a Faedis, a nord dei Colli Orientali, è una media dimensione.  Rispetto alle aziende a sud di Cividale verso Gorizia, quando c’è stata la fine della mezzadria li si sono evolute più velocemente. Dalle nostre parti sono rimasti più legati alla tradizione perché piccole aziende.  Faedis è un paesino con poco più di 1600 anime. È posta proprio all’imbocco di una valle lunga e stretta tra le Prealpi Giulie. Ci si può inerpicare in gustose passeggiate trovando anche tante vecchie vigne. Qui sono rimaste anche delle vigne molto vecchie. Abbiamo una vigna dell’ex sindaco di Faedis del 1895 che è tuttora produttiva con il Refosco di Faedis. Ma non c’è solo quella ma altre vigne con 80 e 60 anni. Molto facilmente. Questo aiuta ad avere uve bilanciate o in annate siccitose. Fin qui sembra una storia di quelle normali. Nonno, papà, zio. Insomma basta solo che Flavia dica di come lei abbia iniziato sulle orme del padre e il gioco è fatto. Ma non è proprio così. Per quanto mi riguarda è stata una cosa più particolare. Mentre mio cugino Umberto, che è mio socio, è rimasto in azienda da sempre seguendo subito le orme del genitore perché sempre piaciuta la campagna (è anche cacciatore e pescatore), io ho fatto Ragioneria anche se la campagna mi piaceva. Sono del 62 e qui ad agraria a Cividale c’erano solo maschi. La famiglia influenzava e andai a fare ragioneria. Pareva mi piacesse ma andavo bene per dovere. Non ero portata. La facevo bene ma non era la passione.  Una scelta spintanea si direbbe. Ragioneria invece che Agraria solo perché la scuola di Cividale era frequentata solo da maschi. Certo, se nessuno mandava le proprie figlie! Non è però che all’epoca la campagna fosse cosa facile. Non c’erano i mezzi meccanici, le previsioni atmosferiche, i trattamenti particolari e, soprattutto, la cultura giusta. Tutto era dannatamente più duro e chi aveva una figlia femmina si augurava per questa una vita migliore. Non sempre era discriminazione. Il più delle volte, una sorta di protezionismo. Durante gli anni, correvo e mi sono detto: faccio l’Isef. Mi scoraggiarono ad andare li e persi l’entusiasmo. Presi il diploma di ragioneria e finì in banca anche se non mi piaceva. Mi sono detta: stai qui al massimo tre anni.  Ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?  Così cantava Antonello Venditti nel 1975. Una canzone dedicata all’ingresso nell’età adulta. Come Flavia che dai banchi di scuola  Compagno di scuola, compagno per niente Si ritrova in banca. Wow! Direbbero in molti. Un posto fisso e che all’epoca era super ambito. Non per tutti. Non per uno spirito libero come Flavia. Sono stata lì quattro anni e mezzo dopo di che mi sono detta che volevo entrare all’Isef. Ho fatto dunque anni di allenamento a Udine su e giù con la bici e di tutto di più. L’esame all’Isef andò bene e mollai la banca. All’Isef a Perugia.  Da Faedis a Perugia. Meno male che c’era una zia li Con la banca avevo messo da parte i soldi e a Perugia avevo mia zia. Vivevo da lei. Una zia sorella. Mi bastava per i viaggi, i libri, l’università. Con i miei che partecipavano ovviamente.  Belli i sogni anche se spesso rimangono tali. Dopo l’Isef l’insegnamento sembrerebbe essere il passo successivo. Solo che entrare a scuola era ed è complicatissimo. Pochi posti per tanti pretendenti. L’unico modo per essere di ruolo a scuola era, ed è, quello della supplenza. Strada lunga, tortuosa e senza un approdo sicuro. Un pò come un sentiero di montagna. Uscendo dall’Isef fu difficile entrare a scuola. Mi sono reinventata allora con tante cose: corse per bambini, CUS, allenamenti, ecc. Nel frattempo seguivo un pò in azienda. Aiutavo con i clienti. Davo una mano nei registri, con le persone, ecc. Poi mi sono detta che dovevo fare una scelta. In azienda c’era bisogno di una persona e quando decisi di entrare in azienda, mi chiamarono a scuola. Era il 2007 quando ero in azienda. Dopo quindici anni dall’esame… I concorsi della scuola. Mi chiedo a cosa servano se si deve fare il supplente per quindici anni. E dire che i supplenti nella scuola rappresentano circa il 24% del totale docenti. C’è qualcosa che non torna nei numeri. Ma così va la vita. Flavia l’anima in pace se l’era messa. Non so se sia una attitudine tipicamente friulana ma lei capisce e accetta che se vuoi fare bene le cose o fai una cosa o l’altra. Ah quanta gente conosco che pensa di fare più cose bene contemporaneamente. Vaglielo a spiegare che non è una questione di multitasking. Hai una sola mente che, giocoforza, si concentra dove ha più piacere o interesse. Non esiste il multitasking.  Soles duebus sellis sedere. Sei solito stare su due sedie. Una frase rivolta da Decimo Liberio a Cicerone che si era rifiutato di fargli posto in senato poiché senza onore.  Andavo a scuola. Ho provato a fare un paio di anni ma avevo messo le basi qui prendendo le responsabilità più grande.  Tre anni per la precisione. Alle superiori.  Facevo anche gli esami. Dunque dormivo pochissimo. A giugno era una roba terribile. La scelta fu obbligata.  Lezioni private, scuola, palestra, sostituzione di qualche collega. Poi l’azienda. Nel mezzo, la vita privata che le regala a Flavia due figli. Meraviglioso certo ma una complicazione in più.  Eppure lei, il pensiero all’azienda, alla campagna, alla vigna, l’aveva sempre.  Era una cosa che sentivo dentro perché arrivavo da una famiglia e ho vissuto molto il territorio. Ho svolto anche attività legate al sociale, alle pro loco. Il vino la fa un pò da padrona. Per anni è stata una delle attività principale di questi luoghi.  La vita di Flavia deve essere stata quella che definiremmo da donna schizzata. Eclettica, elettrica, dinamica, forte. Tutto torna. Tutto insieme ad una serietà tutta friulana: mai fare due cose insieme. Anche se i colleghi le ricordavano che il posto fisso non si abbandona mai, lei non ascoltava. E quindi? Firmo le dimissioni?
Non bestemmiare. Il posto fisso è sacro Nel mezzo c’è anche uno schiaffo da parte del Senatore Binetto alias Lino Banfi a Checco Zalone. Mi è dispiaciuto lasciare il rapporto con i ragazzi.  Mica si preoccupa del posto fisso Flavia. Meraviglia! Insomma, molla il posto fisso (povero Senatore Binetto!) ed entra a tempo pieno in azienda. Con il cugino Umberto che ha sempre fatto il viticoltore. Da dopo le superiori subito in azienda. Umberto si è sempre occupato della vigna, dei seminativi ecc. Lui con mio papà.  Insomma, Flavia voleva fare l’Agrario e si è ritrovata a fare ragioneria. Voleva andare all’Isef e si è ritrovata in banca. Decide di fare l’Isef e riesce a mollare tutto. Non ha la pretesa ne l’obiettivo del posto fisso ma quando lo raggiunge, molla tutto per ritornare da dove era partita.  Una sorta di gioco dell’oca con la carta di tornare al punto di partenza.  Senza patemi d’animo. Con tanta gioia. Come se fosse una liberazione. Un ritorno a casa. Anzi a Casa.  In azienda Umberto si occupa più della cantina ma si fanno gli assaggi insieme. Io ho fatto anche il corso da sommelier. Ma non vuol dire niente perché poi devi applicarlo. Aiuto in cantina certo. Lui si occupa anche della vigna insieme a mio zio che a 85 anni va ancora in vigna. Mio papà purtroppo sono nove anni che non c’è più. Ci avvaliamo di studenti o pensionati in vendemmia.  Per capire che azienda sia la Di Gaspero, occorre bene capire il territorio. Non siamo nei Colli Orientali e siamo pur sempre in Friuli. Per arrivare qui occorre essere proprio motivati. È per questo che qui sono le persone del luogo, dunque la vendita diretta, a fare la partita.  Facciamo molta vendita diretta. Vendiamo tanto sfuso. Ci sono clienti che vengono qui da cinquant’anni. Mi ricordano che ero più che bambina.  Se la sentiste parlare converreste con me che ha la forza di una ventenne con la voglia di cambiare ancora le cose. Sempre all’insegna di quella ospitalità che la sua famiglia le ha donato. La mia famiglia era con una nonna e un papà molto accoglienti. Avere sempre gente per casa così che il cliente era trattato come una persona di casa. Forse l’accoglienza ti fa scegliere il vino per il piacere di andarlo a prendere. Una sorta di familiarità. La Di Gaspero oggi consta di 12 ettari e 12 tipologie di vino. Tante varietà. Tanta voglia di rispettare i vitigni locali. I vitigni di base della nostra zona sono il Verduzzo, il Friulano, il Merlot, il Refosco. Prima che entrassi io abbiamo incrementato il Pinot, lo Chardonnay e la spumantizzazione. Ora abbiamo incrementato la produzione del Refosco. Ho cercato sempre di spronare al miglioramento perché negli anni la frequentazione di altri miei colleghi mi ha permesso di carpire meglio del mondo esterno. Il Verduzzo di Di Gaspero è qualcosa di immensamente godurioso e così avvolgente che ci si può perdere al solo guardarlo nel calice per quel suo affascinante dorato. Se poi, per sbaglio o per cultura, provassimo ad annusarne gli effluvi, ecco allora che il rapimento diventa cosa sicura. La frutta è ambrata e cotta e disidratata, secca e candita; il vegetale è dei fiori di camomilla e miele, della salvia e del mandorlo. Un pò di balsamico a ricordarci che le alpi con i suoi faggi sono ad un passo. In bocca è piacevolmente dolce, non stucchevole, con una freschezza che c’è e non se ne va via rendendo così questo Verduzzo uno di quei vini che vanno giù tanto ma tanto bene. Si sente la dolcezza ovviamente ma con la giusta temperatura e per via della importante sapidità, risulta essere secco e verticale. Il passaggio in botte lo ha certo arrotondato ma non domato del tutto. Tornano le note di frutta secca e mela cotogna a creare una persistenza lunga e indimenticabile.  Il Friulano ha sentori semplici di agrumi e frutti tropicali: mango, pesca bianca, ananas. Poi una bella nota erbacea, quasi di sottobosco che si lega al glicine, alla salvia e alla camomilla. Un bellissimo e soave mix con la mela che emerge grazie ad un leggerissimo balsamico.  In bocca è particolarmente piacevole con la nota di mandorla e ad dolce agrume. Le erbe e la salvia escono alla chetichella donando freschezza e finezza.  Un bellissimo esempio di Friulano non propriamente tagliente per via di una verticalità decisamente ammorbidita. La sapidità c’è e si fa sentire spingendo molto. Finale di grande pulizia.  Lo Chardonnay è alla vista vegetale per quella colorazione verdognola. Sono i sentori erbacei e la pera insieme alla pesca bianca a donare semplice finezza. Lineare, pulito.  Il vegetale, piacevole e scorrevole, ritorna al sorso. Nessuna stucchevolezza anzi propria verticalità. Pera e mela verde provano a insinuarsi per donare quel tanto di morbidezza che rende equilibrato un vino che tende ad essere amarognolo verso il finale. Buona la persistenza. La Ribolla Gialla è tenue e delicato. Tutto è delicato, dai sentori ai sapori. Minerale, sapido, scorrevole, verticale anche se in bocca mi ha ricordato una ampolla: parte verticale come il vino che si insinua nel collo della bottiglia per poi aprirsi nella pancia della stessa. Si apre inaspettatamente in bocca. Essenziale, pulito, duttile, sapido. Dall’aperitivo al secondo, è uno di quei vini che non ci si stanca di bere. Anche tutti i giorni. Non abbiamo il biologico perché siamo in una zona molto umida. Siamo piccoli e hai contaminazioni ovunque. Siamo a basso impatto ambientale e cerchiamo di fare meno trattamenti possibili seguendo le indicazioni del consorzio. Una donna che ha voluto fare cose un tempo precluse agli uomini ha una personalità forte che non può non farle guardare avanti. È così che capisce che c’è qualcosa da valorizzare a Faedis: il Refosco. Il Refosco. Già ma tutti conoscono il Refosco dal peduncolo rosso. Cosa è ora il Refosco di Faedis? Niente di più (ma niente di meno!) di un Refosco. Diverso o se non altro identitario di un territorio, quello di Faedis. Se ne hanno notizie in epoca non certo antica ma comunque da oltre 130 anni fa.  Perché cestinarlo? Perché non valorizzarlo? Serve una associazione. Oltre che una DOC. L’associazione per il Refosco nasce nel 1998 sulla scia di quanto avevano già fatto per Ramandolo. Loro sono riusciti ad ottenere la DOCG. Noi abbiamo pensato di valorizzare il Refosco di Faedis per portarlo tra i vitigni raccomandati. Qui non si coltivava più di quello dal Peduncolo Rosso. Rispondeva meglio di altri vitigni. I mezzadri davano tutte le uve al padrone insieme al Picolit. L’impossibilità di ottenere una DOC poiché tolto dal disciplinare dei Colli Orientali tanto che pochi a Faedis imbottigliavano. Questo ha generato la cancellazione. Si continuava a produrre senza imbottigliare.  Un vitigno da valorizzare e preservare in un luogo dove in pochi imbottigliavano. Oppure lo mettevano in bottiglia senza etichetta. Nessuno vendeva ai ristoranti oppure vendevano ma sempre senza etichetta. Che ci volete fare, è normale quando il consumo è prevalentemente locale. A chi volete interessi l’etichetta? Basta che il vino sia buono e prodotto da chi si conosce. Quando sono entrata io abbiamo iniziato ad etichettare.  Ci vuole tanto per costruire una DOC. Ci sono delle regole chiare e regolamenti da rispettare. Sì includono i vitigni che iniziano il percorso e, una volta costituita, occorre che i vignaioli li usino. Se si smette di farlo, occorre aggiornare i disciplinari. Per forza. Per evitare di infilarsi in pastoie burocratiche.  Volevamo la DOC ma non chiamandolo dal Peduncolo Rosso. Da li è partito l’iter che è molto lungo. È uscita la legge per la cancellazione di molti toponimi e nel 2004 è stato cancellato.  Eravamo nel mezzo dell’iter. Abbiamo ottenuto un reinserimento nell’articolo due come Refosco nostrano e poi fatto richiesta di sottozona. Nel 2011 abbiamo avuto il riconoscimento della sottozona Faedis con il Refosco Nostrano.  Quello che per anni era stato Refosco di Faedis viene dunque cancellato lasciando al concetto di sottozona l’unico spiraglio per evitarne l’estinzione. Perpetua. Abbiamo fatto ricerche storico fotografico a partire dal sistema di allevamento. Qui era diffuso la Doppia Cappuccina. Il Refosco è molto produttivo e occorreva utilizzare un sistema di allevamento più contenuto. Abbiamo ottenuto il Guyot e il Doppio Speronato. Andavamo insieme in vigna. A chi si poteva dare il ruolo da Presidente se non ad una donna energica e con tanta voglia di fare? A Flavia ovviamente Io sono la presidente da sempre. Anche perché questo ruolo è arrivato quando ero fresca di azienda. Eravamo poi quelli più elastici che non avevano litigato con nessuno. Speravo durasse un pò ma sono sempre io.  Dieci aziende che costituiscono i Viticoltori del Refosco di Faedis. Insieme hanno creato la loro etichetta. Nera o bianca. Riserva o tradizionale. La differenza è l’affinamento: per l’etichetta bianca è di dodici mesi; diventano ventiquattro per la nera. Il Refosco di Faedis è nella versione Etichetta Bianca ovvero con dodici mesi di legno e la Riserva, Etichetta Nera, con ulteriori dodici mesi. La Bianca. Bello e pulito nel bicchiere. Un rubino che sa di frutta croccante e fiori. Un pò di tabacco e di noce moscata insieme a pepe e vaniglia emergono timidamente sospinti dal lieve balsamico. Sensazione di piacevole rilassatezza, di fresca intensità che cela carattere. Non un riposo del guerriero ma un essere pronti a qualunque evenienza. Nel mentre, ci si riposa. Il sorso è fresco e, devo dire, meno fresco di quello che mi sarei aspettato. La trama tannica, indubbiamente presente, non è importante. Non quanto la sapidità che spinge allungando la persistenza. Ampiezza interessante. Ciò che più mi è piaciuto è l’equilibrio che consente un gradevolissimo finale grazie ad un velo di dolcezza che bilancia perfettamente la apparente rusticità. Si lascia bere e bene anche per via di una struttura non particolarmente importante. Non è esattamente fine ma di quella sobria eleganza che mi ricorda qualcuno…. Poi la Nera che ho provato nell’annata 2016 e 2018.  Il 2018 è di quel rubino intenso, profondo con le note balsamiche a rendere palesi le note di frutta non particolarmente matura e il sottobosco. Il 2016 resiste al tempo in maniera incredibile. Certo il colore granata lo identifica come più avanti nel tempo. Il balsamico c’è sempre, i sentori diventano più cotti, le spezie e le tostature sono amplificati. Il tempo ha dato morbidezza. All’assaggio la freschezza del 2018 non sfigura rispetto a quella del 2016 che appare più morbido anche per via dei tannini addomesticati ma non domati totalmente. Due vini che mantengono la loro identità esaltando l’evoluzione. L’intensità del 2016 si contrappone alla quasi rusticità del 2018. Caldi e sapidi lasciano la bocca comunque pulita, fine e intensamente pronta. Sono due vini che si possono anche bere senza particolari abbinamenti ma uniti ad una pasta con cacciagione (o un ragù intenso) piuttosto che una carne, si esaltano. Sarò godurioso ma legandola ad un sigaro di tabacco kentucky, mi ha esaltato.   Sono due vini pronti ancorché con caratteristiche diverse dovute al tempo trascorso in bottiglia. Interessantissimi perché espressioni identitari del Refosco. Diversi dalle altre aree del Friuli. Meritano non solo una menzione speciale ma qualcosa di più. Meritano una evoluzione territoriale e temporale. Occorre credere in questi progetti. Non bastano pochi ardimentosi che comunque devono essere ringraziati per il lodevole lavoro svolto. Non solo Refosco ma, ovviamente, anche vitigni trapiantati in Friuli da lungo tempo come il Merlot o autoctoni come lo Schioppettino. Il Merlot, che ha subito un affinamento di 24 mesi in legno, è scuro e impenetrabile. I sentori sono di fragola e soprattutto ciliegia. Vinosi, veri, appassionanti. Nero e verde che si uniscono. Il nero dei frutti di bosco e della ciliegia; il verde del sottobosco erbaceo. Poi spezie dolci per evocare finezza e non solo rotondità. Mi ricorda un dolce con cioccolato e frutti di bosco. Piacevolezza e ancora finezza. In bocca il Merlot rispecchia esattamente quanto il naso ha percepito in una sorta di meravigliosa continuità. La ciliegia spinge e i delicati tannini non si oppongono. Sembra amabile ma la freschezza contrasta egregiamente donando equilibrio e, soprattutto, costringendo a non fermarsi al primo sorso. Vero. Un vino vero. Un Merlot che miscela vegetale e fruttato senza che spezie e tostature disturbino. Lo Schioppettino non ha bisogno di legno. È uno di quei vini quasi amabile ma non banale. Rotondo già nei sentori di frutta croccante (ribes, fragoline di bosco, more, mirtilli) e di fiori rossi di campo.  In bocca fresco e arrotondato da tannini gentili, non invadenti, piacevoli. Una rotondità non banale ma vero, sincero. Rustico e non eccessivamente persistente lo connotano come un incredibile vino da tutti i giorni, da merenda, da cena spensierata. Da amici.  Poi abbiamo potenziali di ragazzi che potrebbero entrare. Con il cambio generazionale siamo alla ricerca di nuove leve per far entrare nuova linfa. Che abbia voglia e ci creda. Flavia è sprintosa e paziente. Sa che per queste cose non bisogna avere fretta. Non si diventa famosi in poco tempo. E lei è una che il tempo lo macina.  Presidente dell’associazione. Commerciale e contabile per la propria cantina. Sommelier. Mamma di una di una ragazza di 30 anni che è maestra elementare e insegna e di un ragazzo di 27 fisico teorico che lavora a Milano. Dobbiamo tener duro perché non è un periodo florido. Sì respira un’aria un pò pesante di malcontento. Papà diceva che ci sono i corsi e ricorsi storici e occorre tener duro. Hai degli attimi di pensiero nei quali avrei bisogno di qualcosa di friccicarello che arriva dai ragazzi. Cerco di stare sul pezzo nel fare cose. Mi piace organizzare da me qualche evento, qualche piccolo concerto. Mi piace avere la gente che viene qui. Essere un punto di aggregazione oltre che vendere vino. È una forza della natura. Non si piega e non si spezza. In più, porta sempre con se il suo sorriso. Solo che per trovarla è abbastanza complicato. Fosse anche per una telefonata. È sempre impegnata. Mi piace che la gente stia bene insieme. Faccio gli aperitivi estivi. Serate teatrali e di concerti legati al vino. È importante che la gente venga a noi. Non abbiamo la capacità di uscire per via delle quantità limitate. Di Friulano ne ho 7000. È difficile attirare le persone perché il Friuli non è poi cosi dietro l’angolo.  Sprintosa forse è poco. Magari è lei quella multitasking. Mi sa che mi devo ricredere! Il mio scopo aziendale sarebbe di farmi conoscere in italia ma non nella grande distribuzione perché non abbiamo i numeri. Abbiamo tutti dei vini buoni. Abbiamo lavorato tanto sul Refosco perché ci caratterizza. È la nostra unicità. In Friuli poi facciamo tutti il Friulano. Abbiamo il Verduzzo e piccole specialità che ci caratterizzano. Ultimamente abbiamo impiantato una piccola vigna di Malvasia. Vorrei fare un bianco che abbia dei profumi floreali e che sia fatto con degli autoctoni. Perché sono gli autoctoni che ti fanno riconoscere. Abbiamo lo Chardonnay ma lo fanno in milioni. 35000 bottiglie per 12 ettari. Una resa bassissima che non può che essere sintomo di tanta qualità. E altrettante fatica. Un punto di arrivo dovrebbe essere di restringere la gamma per concentrarsi sugli autoctoni. Il problema è che purtroppo anche negli anni trascorsi si è andati incontro al cliente. Riesco a terminarle ma potrei venderne di più se avessi più clienti della bottiglia.  La bottiglia e l’imbottigliamento. È dura far cambiare le abitudini ai clienti che da cinquant’anni arrivano a Faedis da Flavia e Umberto a prendere il vino. Anche perché, se il vino è buono mica è detto che devi conservarlo a lungo. Lo bevi come lo bevevano i nostri nonni: a tavola, e chissenefrega della bottiglia.  Dura a far morire questi usi. Ma poi, c’è da chiedersi, è giusto che muoiano? Oppure rappresentano quel vero fascino di una azienda agricola a km 0? Certo, la voglia di espandersi, di aumentare i volumi e i margini. La necessità di far conoscere i propri prodotti fuori dal territorio. Però è anche vero che oggi si parla sempre più di territorio che va vissuto più che esportato. Vivere un territorio è ben diverso dal sentirne parlare. Se non ci fossero più le persone che arrivano in azienda per riempire la tanichetta, si potrebbe ancora parlare di territorio? Umberto ha un figlio grande che fa lingue. E ha una bimba piccolina di pochi anni. Lei è molto vivace e dinamica. Chissà. Solo che io avrò ottanta anni. L’unico problema è che ci sia la salute per andare avanti. Portare avanti una azienda è sempre complicato. Si fanno sacrifici perché la stessa sopravviva a se stessi. La speranza è nei figli. In questo caso di Flavia e Umberto. Senza stress e senza costrizioni. Con la speranza messa li in un angolo. Ma sempre viva.  Il ragioneria mi ha aiutata molto a capire cosa è una fattura e gestirla. Magari servirebbe a tutti. Se non avessi fatto ragioneria forse avrei fatto l’Isef e sarei rimasta nello sport. Se però ripartissi dal 1997 partirei diversamente nel campo dell’ospitalità dettando le tipologie del vino offerto.  Sono proprio le persone come Flavia a salvare e promuovere il territorio nel quale vivono e che considerano casa. Una casa non chiusa, aperta alle persone con quel senso di ospitalità che sa di famiglia, di comunità. Una zona bellissima dal punto di vista naturalistico che diventa casa di tutti coloro che vogliono visitarla. Le vigne, l’associazione, la pro loco. Ogni cosa serve a promuovere il territorio. La propria azienda, la Di Gaspero, è solo parte integrante di un territorio. Non è l’unica. Questa la forza della mentalità di Flavia. Questo lo spirito che dovrebbe armare quei viticoltori che credono di essere speciali rispetto agli altri. Non si accorgono che, così facendo, sottraggono forza al territorio.  Flavia e la sua dinamicità. Sì è trovata nel posto sbagliato al momento giusto. Qualcuno ha scelto per lei e da li la vita è andata in un certo modo. Fino a quando ha scelto lei e solo lei per se stessa, dimostrando come la forza di volontà, la capacità e la positività, paghino sempre.  È così che Flavia ha percorso una traiettoria circolare che, partita dalla terra, dalla sua terra è tornata alla terra, la sua terra. Come quegli amori che fanno dei giri immensi ma poi ritornano.  … Certi amori non finiscono
Fanno dei giri immensi e poi ritornano
Amori indivisibili
Indissolubili, inseparabili   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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28 Marzo, 2025

Sasso di Sole. Roberto, tutto il resto è noia

  Si d’accordo il primo anno ma l’entusiasmo che ti resta ancora
è brutta copia di quello che era, cominciano i silenzi della sera
Inventi feste e inviti gente in casa così non pensi, almeno fai qualcosa
Si, d’accordo ma poi… Tutto il resto è noia
No, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia
Maledetta noia. Ci si innamora e l’innamoramento è qualcosa di così meraviglioso che quando accade si viene investiti da un vero e proprio tsunami. Quello che ci fa fare follie riempiendoci il cuore e la mente di una irrefrenabile voglia di vita. Franco Califano cantava Tutto il resto è noia senza nascondersi, con sincerità, per affermare quanto l’amore possa essere così travolgente e al tempo stesso non infinito. La gioia si trasforma in noia e la noia è l’anticamera, maledetta, della fine.  Occorre essere forti per continuare ad amare. Quella forza che deriva dal credere fortemente in se stessi. Roberto Terzuoli lo guardi e capisci che lui è un tipo forte e determinato. Con la faccia e lo sguardo da latin lover. Alto, capelli brizzolati, barba appena pronunciata, occhi chiari. Un sorriso che dice tutto di lui. Anche di una sua forte consapevolezza di se.  Roberto Terzuoli nasce nel 1974 li.  E mi indica una casetta posta in un vertice della sua azienda, Sasso di sole.  Dove è nata la cantina c’era un masso che ora è stato spostato all’ingresso. C’era un masso alla cui ombra ci mettevano il vino per berlo di giorno quando faceva caldo. Quando lo toccavano la sera, questo sasso dicevano che il sasso era fatto di sole per quanto scottava. Ecco che la località si chiama Sasso di Sole. Sasso di Sole è una località di un piccolo paese in provincia di Siena, Torrenieri. Tra la Val d’Orcia e Montalcino, quel territorio sacro per la viticoltura italiana. Non immune alle crisi e alle sciagure di persone prive di scrupoli ma pur sempre un aerale che ha fatto la storia per il vino in Italia e nel mondo.  Sono nato li e cresciuto li fino a 6 anni. Poi mi sono traferito li e poi mi sono traferito nella struttura principale. Ho fatto una sorta di triangolo ma non mi sono mai allontanato da qui. Una sorta di triangolo è vero. I tre vertici di una storia. Di quelle di famiglia che nell’Italia agricola è facile trovare. Anche se poi una è sempre diversa dall’altra. La prima è la più vecchia. Ci abitavano i miei nonni che hanno avuto quattro figli maschi. Poi 8 cugini. Due hanno deciso di rimanere a fare i contadini, gli altri hanno deciso di fare altro. L’azienda è stata divisa tra i due fratelli maschi, mio babbo e mio zio. Mio zio, il fratello più grande è rimasto nell’azienda dove sono nato mentre noi nella divisione abbiamo costruito questo stabile e tutto il resto. Due aziende assolutamente limitrofe che derivano dalla divisione di un medesimo patrimonio. Nulla di male. Nulla di anormale.  Nella divisione c’era mezzo ettaro. Da allora abbiamo iniziato a lavorare e a crescere. Oggi siamo a 12 ettari. Ogni anno piantiamo qualcosa perché ci piace tribolare un pò. Altrimenti ci si annoia. Il nostro primo Brunello risale al 2001 quando abbiamo fatto la divisione. Poi abbiamo costruito la prima parte della cantina. Prima nella abitazione dei miei e nel 2007 qui. Oggi è di circa 2000 mq. Mezzo ettaro per iniziare. Di vigna si intende. Le terre erano tante e coltivate come si faceva in un tempo dove il vino, anche se sei vicino Montalcino, era roba per pochi.  Roberto parla con lucida determinazione. Lo senti spigliato e pronto. Nessun tentennamento nelle sue parole. Ha in se la forza di chi crede in ciò che fa e crede soprattutto in se stesso. Senza boria o sottovalutazione. Con oggettività direi. Basandosi sui fatti e sui riscontri.  Ho la fortuna di avere ancora i genitori in vita e che lavorano. Babbo 75, mamma 74. Lui è ancora nella vigna con il trattore. Ha vissuto in un momento nel quale c’erano da fare tanti sacrifici ma questi erano proporzionali al risultato. Oggi non è tanto uguale. Se non adoperi la testa rischi di lavorare tanto e guadagnare poco. Prima più lavoravi più guadagnavi. Oggi devi stare attento anche a quanto gasolio metti nel trattore. Quelle che possono sembrare parole normali, semplici e soliti lamenti di un imprenditore, sono invece fonte di determinazione per Roberto. La consapevolezza dei propri mezzi conduce a strutturare qualcosa di diverso rispetto al semplice lamento. Porta a capire quanto siano importanti altri fattori oltre quello produttivo. Come l’accoglienza e la comunicazione. Spesso entrambe sottovalutate dai produttori. Se però l’accoglienza qui in Toscana e soprattutto in queste zone sia ormai una necessità imprescindibile, la comunicazione resta ancora un luogo inesplorato per molti. Ho da sempre lavorato qui. Ho fatto gli istituti di agraria. Dal 98 al 2005 ho lavorato da Biondi Santi. Ero responsabile agronomico. Ho capito qualcosa che non conoscevo ovvero il turismo del vino. Li venivano da tutto il mondo, cosa che non succedeva nel resto delle aziende montalcinesi. Ho dunque iniziato ad improntare l’azienda sulla produzione e le visite aziendali. Roberto ha le sue certezze ma è guarda, ascolta, si fa una sua idea e poi applica quello che ritiene possa essere il meglio per la sua azienda. Nella gestione, nello sviluppo, nei prodotti. Anche questo vuol dire essere determinato e cercare solo quello di cui ha bisogno. Non facciamo camere perché sopra la cantina ci vivo io, ma diamo la possibilità a chi viene qui di visitare la cantina, degustare, fare una passeggiata in vigna. Non facendo la Disney del vino ma facendo vedere chi siamo e che facciamo. Devono andare in autonomia a farsi la passeggiata nella vigna. Rimanere con i piedi per terra e, soprattutto, nella terra, vuol dire capire che ciò che si ha non va spettacolarizzato. Sì fa presto a cadere nel tranello dell’offrire qualcosa di diverso rispetto alla natura che circonda. La Disney del vino non dovrebbe mai appartenere a chi nella terra è nato e non dovrebbe essere usata da chi nella terre non ci è nato. Per rispetto se non altro. Produciamo i vini di Montalcino e abbiamo anche la fortuna di essere vicini alla val d’Orcia dunque produciamo anche l’Orcia. Perché dico la fortuna? Perché siamo un patrimonio Unesco che ci da risonanza nel mondo. In un periodo tutto globalizzato è un valore essere notati perché qui l’uomo ha agito bene. Nonostante tutto sia basato sul vino in queste zone, qui c’è il grano, ci sono gli olivi, i girasoli. Quando si parla di biodiversità, quella vera, occorrerebbe prestare particolare attenzione a non dedicare ogni metro quadrato al prodotto che più degli altri porta margini ma occuparsi anche di come far si che tutto il territorio possa continuare a svilupparsi. Uno dei modi è anche quello di inserire colture diverse con necessità e sviluppo diverso. Prendere dal terreno nutrienti diversi e restituire all’ambiente nutrimento diverso. La fortuna, o capacità di programmare e gestire, di questo territorio è stata quella di mantenere una certa biodiversità agricola nei momenti di massima proliferazione dei vigneti. Il Consorzio del Brunello di Montalcino ad esempio, nato nel 1967, verte su una superficie di 24mila ettari dei quali solo 3500 sono vitati (2100 adibiti a Brunello).  Noi siamo stati lontani dalle vie di comunicazione. Ci siamo preservati degli errori degli altri. Il Brunello viene prodotto in nove milioni di bottiglie con un terreno vitato di circa il 20% del territorio di Montalcino. Oggi ci sarebbe, se ci fosse stata l’esplosione delle vigne, un prodotto diverso per via di un territorio diverso. La strada è stata percorsa nella maniera giusta.  L’essere lontani dalle vie di comunicazione fu la fortuna e l’inizio della fine per il Brunello di Montalcino. O di un nuovo inizio. Se la nascita di un capolavoro come il Brunello la si deve alla necessità di offrire ai pellegrini ricchi che passavano per Montalcino sulla strada per Roma, la Cassia, un vino più nobile rispetto al Sangiovese classico, la disgrazia di centinaia di anni di storia ha una data: 4 ottobre 1964 quando l’allora Presidente del Consiglio, Aldo Moro, inaugurò l’Autostrada del Sole. Fu così che chi prima transitava per la via Cassia si spostava sulla più comoda e moderna Autostrada del Sole.  La storia ci insegna che le campagne si spopolarono per poi riprendersi solo grazie ad imprenditori lungimiranti ed ad amministratori intelligenti che diedero al Brunello e a tutta la zona una nuova e florida vita. Anche se qualcuno poi se ne approfittò. Ma questa è un’altra storia… L’azienda ha cento ettari, 12 vitati. Un paio di oliveto, due di bosco, grano, favino. Facciamo le rotazioni come faceva mio nonno. L’obiettivo è arrivare ad avere circa venti ettari per recuperare gli investimenti in tecnologia. La tecnologia è importante per non mettere schifezze nel vino. Dal fare il vuoto prima di mettere il vino nella bottiglia che mio nonno non faceva. Nonno diceva a mio padre passami un secchio di aria. Nonno faceva sgrondare in un secchio del vino che poi veniva ributtato sopra perché i lieviti avevano bisogno di aria. Oggi ci sono i refrigeratori, i sensori, ecc. questo ci aiuta. La schiettezza è la forza di un uomo come Roberto. Parla chiaro e con chiarezza. Non ha paura di ciò che dice perché è consapevole di quanto sta dicendo. Con convinzione e con la capacità di comunicare la bontà dei suoi pensieri. Di un amore che lui ha verso questa terra. Ragionato e consapevole. Forte di chi vuole andare avanti, giorno dopo giorno, senza annoiarsi. Altro che tutto il resto è noia. Per Roberto la noia è nel non fare nulla. O fare qualcosa che per lui è sbagliato o peggio, inutile. Non sono un talebano che parla di vino naturale. Perché chi ne parla, mente a chi compra. Io non ho clienti ma amici e non mi va di dire cose che non facciamo. Se il vino puzza è perché non lavi le botti. L’uva non viene in natura. La vite è una pianta strisciante e noi la innalziamo per fare un prodotto di qualità. Aria, sole, ecc. è il lavoro dell’uomo che permette di fare un ottimo vino. Il vino poi viene perché l’uomo lo lavora. Altrimenti viene l’aceto. Difficile dargli torto. Ma anche non possibile. Il vino non può essere naturale nel senso stretto del termine. C’è bisogno del lavoro dell’uomo perché si compia il miracolo. Ciò che si dovrebbe dire con maggiore realismo è che alcuni vini possono essere prodotti con la manualità dell’uomo artigiano che rispetta la natura. In vigna e in cantina, senza aggiungere, senza alterare. Assecondando la natura e ottenendo solo ciò che quel territorio, quel vitigno, quel tempo è in grado di offrire.  Prima era difficile capire le cose. Arrivava quello che diceva se dai questo prodotto la vigna si salva, il vino pure ecc. Loro si sono trovati a pensare che se gli si dava quel tipo di prodotto si era più salvaguardati. Il problema della non coscienza era che quel prodotto te lo ritrovavi nel vino. Oggi c’è consapevolezza.  Un tempo era così. Perché negarlo? C’erano strani imbonitori che giravano per le campagne offrendo miracoli con le loro pozioni magiche. La mancanza di cultura ma soprattutto di conoscenza (e badate bene non ho detto ignoranza perché di quella non ce ne è mai stata) sulle conseguenze dell’utilizzo di questi intrugli, portava inevitabilmente al loro utilizzo. Criminale è solo chi, ancora oggi e con le conoscenze che abbiamo, ne fa uso. Anche se occorre premettere che nel campo dei preparati chimici si sono fatti passi avanti enormi. Se vado a misurare il consumo pro capite della mia famiglia, devo stare attento e fare un vino salubre. Magari tra vent’anni mio figlio si accorgerà che qualcosa che utilizziamo ora fa male. Ma ci sta.  La consapevolezza. Quella che ti fa dire certe cose e te ne fa fare altre di conseguenza. La vita è così in fondo. Ma non si arriva qui per caso. Ogni vita è fatta di qualcosa che ti porti dentro nel bene e nel male. Nella vita ci sono tante consapevolezze. Ne ho raggiunte qualcuna vivendo qui, qualcuna studiando, qualche altra facendo esperienze fuori di qui. Ho avuto la fortuna di nascere in un territorio dove ho visto un pò tutto. Dal bestiame al seminativo alla vigna. Quando i miei amici andavano a giocare a pallone che avevo dieci anni, io ero a dare una mano ai miei. Mi pesava perché quando sei ragazzino pesava. Nella prima abitazione abitavamo in diciotto. Ora io abito in 150 mq con la mia famiglia. Era meglio allora? Era meglio ora? Io non lo so. Io sono nato con il latte di mia madre e poi prendevo il latte della mucca. Cinquanta anni fa. Non so se ora siamo nel benessere. Ma prima era cosi.  Quella che è oggi una persona decisa e determinata, ha la sua storia, una parte della quale lo ha portato ad essere come lo si vede. Guascone e sorridente, tenero ma deciso, forte ma con qualche debolezza. Tutto ciò che ognuno di noi vive sulla propria pelle, lo forgia, lo modella. Solo in alcuni casi prende il sopravvento. Non in Roberto. Io ho la fortuna di viaggiare molto. Esportiamo in quindici paesi. Ti rendi conto del mondo. Luoghi totalmente diversi dai nostri. Però ti aiutano a capire dove vuoi andare. Conoscere vuol dire valutare. Per un lungo periodo della mia vita ho fatto karatè. Li ti insegnano che se uno ti tira un cazzotto più forte devi evitarlo. Non puoi andarci addosso. Lo eviti ma al limite glielo tiri te. Intanto mi scanso. Oggi c’è una tecnologia che ti consente di fare un prodotto che dura anche trent’anni. Cosa che non aveva mio nonno. Dei solfiti in più dovevi metterceli. Il tappo di oggi non era quello di trent’anni fa. La tecnologia ti aiuta E se qualcuno può pensare che a Sasso di Sole si produca un vino convenzionale allora è bene sappia che qui tutto è in biologico. Quando Roberto parla di tecnologia si riferisce ai macchinari, alla temperatura, al controllo. Non certo a qualunque piccolo elemento che possa solo pensare di alterare quella biodiversità che qui è un Credo. Io continuo a parlare con Roberto e continuo a guardarlo. L’aria da guascone c’è sempre. Come uomo lo guardo e mi rendo conto che deve averne combinate tante. È un bell’uomo senza dubbio e forse proprio questa sua caratteristica me lo ha fatto accostare al Califfo e a Tutto il resto è noia. Forte, bello, determinato (non voglio dire dannato come Califano!). Ci vogliono persone perlomeno forti e determinate per tenergli testa. Anche se lui fa di tutto per non sembrarlo, l’animo di chi non cede il passo emerge sempre prepotente. Sorride, fa battute ma c’è poco da fare. Il suo animo è quello. Con un’anima ribelle. Sono un pò ribelle si. Ieri mi fa: tu sei troppo diretto. Lo sai perché gli ho risposto? Perché non ho debiti. Rispetto le persone e le pago. Sembra brutto ma è rispettoso per le persone. Io fo vino e se lo stellato mi dice che non me li paga perché sono uno stellato, non lo faccio. La sua è ancora consapevolezza. Che si unisce ad essere rispettoso delle persone che lo circondano. Rispettoso ma anche un pò geloso, come se avesse in se una voglia di unicità. Qualcosa che non gli va giù di condividere con altri. Io ho un enologo che sta con me da sempre. Abbiamo fatto un percorso Di studi insieme. Era un consulente. Da due anni a questa parte l’ho assunto. Ecco io sono un pò geloso. Ce l’ho come difetto. Sono un pò geloso. Da due anni lavora fisso qui. Roberto Ciani. È lui l’enologo della cantina. Dalle sue mani passano circa 70/80 mila bottiglie l’anno. L’avere a che fare con uno come Roberto non deve essere per nulla semplice. Roberto comunque delega e lascia fare. Intervenendo dove necessario.   Lui è una persona estremamente utile. Ha in mano una cantina. Sì occupa anche delle visite in cantine. Se te hai una visone globale riesci a lavorare meglio. Una persona che lavora in più aziende, consiglierà le stesse cose alle varie aziende. Ma non può fare la fermentazione con le mie idee. Il vino è come un bambino di cinque anni che tiene li. Se cammina sbatacchia la testa. Un consulente che viene li una volta al mese non va bene perché occorre che ci sia un persona che sta li tutti i giorni. Non mi serve una persona che mi da la ricettina. Se non è determinazione e consapevolezza questa! Da un lato sì la gelosia. Ma poi c’è di più. C’è la voglia di avere dei prodotti che siano sempre rigorosi e rispettosi dei suoi principi. Per fare questo occorre dedizione e solo persone che hanno questi principi possono lavorare con lui.  Le mie persone lavorano e non devo dirglielo io di rimanere. Sono persone splendide. Ma i sacrifici vanno pagati e io li pago di più.  Come appare, lui è. Da spazio. Da delega. Non sta con il fiato sul collo. È schietto. Come i suoi vini. Intanto il mio è un vino schietto. È un vino che è totalmente legato al territorio. Non si adopera ne barrique ne tonneaux. Non deve sapere di vaniglia o altro. La nostra uva proviene da vigne sul cui terreno la sarchiatura equivale all’acquatura, il terreno deve essere sempre lavorato. Così mantiene l’umidità. Noi non utilizzano lieviti selezionati ma facciamo pied de cuve. Concentriamo di più. Facciamo tutta una serie di operazioni che non sono mai le stesse nella diverse annate. I grappoli non sono mai tutti perfetti. La maturazione dell’uva dipende dal semino che c’è all’interno. Se schiacci un semino marrone ti da la sensazione di maturità, se schiacci quello verde ti da la astringenza. In poche parole Roberto ha spiegato come fa il vino. Meraviglioso. Terreno sempre lavorato, botti grandi, lieviti indigeni, pied de cuve. Et voilà.  Sangiovese e solo il Sangiovese. Nel suo Credo non c’è altro. Tipo “non avrai altro Dio al di fuori di me”. Scusate la blasfemia. Ho assaggiato due suoi rossi caratteristici delle due diverse zone: Montalcino e la val d’Orcia. Innanzitutto il Brunello di Montalcino 2019. Prodotto con Sangiovese grosso e i canonici due anni di botte grande in circa 15.000 bottiglie, è uno dei Brunelli più schietti e veri abbia mai assaggiato.  La sua complessità aromatica, non è spinta ma autentica. È l’esatta trasposizione nella bottiglia di Roberto.  La frutta al naso è cotta e si arricchisce di un sentore di castagna, parte integrante di un travolgente sottobosco. C’è la cannella e i chiodi di garofano a sembrare uno di quei decotti delle sere invernali. Cuoio e prugna cotta ad essere la durezza e la morbidezza che si uniscono. Insomma un bouquet che fa credere nella dolcezza sapendo che c’è anche una innata freschezza. Quando il vino arriva in bocca si ritrova proprio l’altalenanza di morbidezza e freschezza. Come una sorta di caldo bacio che può trasformarsi in passione sfrenata. Come un camino in inverno o una calda sera d’estate. I tannini sono li presenti, duri e morbidi al contempo. Caldo, fresco, ammaliante. Un vino di grande potenza e grande forza che si lascia senz’altro bere per le sue  morbidezze che non devono ingannare poiché poi possono risultare anche spigolose. La seta si scontra con la lana in un matrimonio che può durare nel tempo viste le sue lunghe prospettive lunghe. L’ho abbinato ad un sigaro e non me ne sono pentito. Poi l’Orcia DOC 2021, circa 22.000 bottiglie prodotte. Un vino perfettamente centrato che forse rivela ancor di più l’animo di Roberto. Meno imponente del Brunello, più essenziale e intenso mantenendo vivo il dualismo tra morbidezze e durezze. Nell’Orcia i sentori sono profondamente diversi e viranti verso una frutta matura ma non cotta, un vegetale vivo di sottobosco e muschio, note pungenti di tabacco e pepe, un pellame che sa di quella pelle di un giubbotto da duro. Poi, all’improvviso, inaspettatamente, una sensazione di incenso. La senti, non ci credi, non ti rendi conto. Troppo tardi perché avviene una sorta di inebriamento, un piacevole stordimento.  La voglia di rimettere il naso dentro per scovare altro, nulla può contro l’irrefrenabile necessità di un sorso. Ben si fa perché in bocca il vino si comporta esattamente come al naso in una sorta di perfetta sintonia.  Una serie di vibranti sensazioni si accavallano per creare armonia, pulizia e meraviglia in bocca. Il tannino è evidente e presente ma la freschezza e soprattutto la sapidità portano la bocca ad essere irrorata continuamente godendo a pieno della prugna e della ciliegia, vive e polpose, che danzano beatamente. Nessuna stucchevolezza, nessuna pomposità. Concretezza suadente per un vino vero che ti porta con se.  Terzo vino, inaspettato sono delle bollicine neanche per le quali si è abbandonato il Sangiovese grosso. Io amo il mare. Siamo a circa un ora e qualcosa dal mare. Abbiamo un piccolo appartamento li e gli amici ci chiedevano le bollicine. Mi ha invogliato un mio amico proseccaro. Fermentazione senza bucce a temperatura bassissima. Trecento bottiglie finite subito. Poi mille finite lo stesso. Allora ho deciso di dedicarci una vigna specifica su un terreno alluvionale. Molto fresco. Tutto sangiovese. Ne facciamo tre, quattro, cinquemila. In funzione della stagione. Lo vendiamo pure piuttosto caruccio. Noi produciamo 40/50 quintali per ettaro. Non posso competere con il Prosecco. Anche perché facciamo qui la fermentazione e poi prendo un camion frigo e lo mando su. Ci metto molta attenzione. Il metodo non classico è per avere qualcosa di più fresco. Il classico lo gestirei pure meglio ma non è questo il mio lavoro. Il mio lavoro è fare rossi. Una bollicina in rosato con metodo Charmat. Che dire? Buona ma buona. Colore, più che rosato, cerasuolo aranciato. Dalle bollicine che emergono dal calice si capisce che è un metodo Martinotti o Charmat che dir si voglia ma poi in bocca il perlage è più fine di quanto ci si possa attendere. La bellezza di questo metodo di spumantizzazione è che tutti i sentori del Sangiovese siano li ad aspettare solo di essere scoperti. Cominciando dalla violetta. Immancabili poi in una bollicina, le fragoline di bosco, i ribes e i lamponi. Quindi, per nulla scontati, arancia e mandarino. Si capisce che il lavoro di cui parlava Roberto, c’è tutto.  In bocca? Beh un godimento puro per via della discreta sapidità e di un gusto che ricorda, specie nel finale, gli agrumi ed una sorta di caramello salato. Con il plus di una persistenza anche lunga.  Più che un esperimento, oggi in circa 4000 bottiglie, direi che è una concreta solidità. Lasciarsi stregare dal metodo classico è facile ma apprezzo più la determinazione di un convinto fautore del Sangiovese che usa lo Charmat per lasciare inalterate le caratteristiche del vitigno. Una vera scoperta! Non parlate mai a Roberto dei bianchi perché non ne ha mai avuto minimamente idea. Mai avuto l’idea dei bianchi. A me piace il rosso perché i bianchi so bevande. Roberto (l’enologo) mi conosce cosi bene che difficilmente gli boccio le cose che mi chiede. Quello che non condivido non me lo propone proprio. Vorrebbe anche altri vitigni ma sa che non lo accetterò mai.. solo Sangiovese. Solo Sangiovese. Come era un tempo qui quando si coltivava solo quel che c’era. Non quello che serviva ai clienti. Se volevano il bianco, che andassero a prenderlo da qualche altra parte. Non a Montalcino!  Insomma una cultura che arriva dal passato. Magari da papà Bruno. Così, quando Roberto parla del padre, gli si occhi si accendono. Riconoscenza certo con qualcosa di più che non ho colto a pieno. Un rapporto speciale per due caratteri davvero simili. Non ho conosciuto papà Bruno ma una frase di Roberto valgono più di ore di dialogo. Papà mi da tanti altri problemi. Non ho un dipendente che mi regga più di un anno insieme a lui. Chissà chi mi ricorda…. L’altro giorno si trebbiava con mio padre che mi diceva: vedi Roberto, su quel pogetto li ci voglio piantare un uliveto. Io pensavo: 75 anni, l’ulivo è ancora più lungo rispetto al vino. Lui ha una visione a tra venti anni ma non gli interessa.  Una visione bellissima. La forza di un uomo che non pensa ad oggi ma la sua una visione si estende nel tempo. Aldilà della propria esistenza. Come se comprendesse a pieno l’essenza della terra, colei che non ha un vero proprietario se non la natura. Che va assecondata nei suoi cicli e soprattutto nei suoi tempi. Averne cura per preservarla per chi verrà dopo di noi e dopo ancora.  Lui si rende conto che siamo enormemente più avanti in termini di qualità oggettiva rispetto agli anni 90. Tra un vino che faceva Biondi Santi e una azienda normale, c’era un abisso. Oggi è tutto più omogeneo per via degli investimenti. Stanno andando giù quelli che non hanno investito nell’azienda.  Un solo obiettivo per Roberto, arrivare a venti ettari, di solo rosso ovviamente, da lasciare al figlio.  Non ho il minimo dubbio. Senza cambiare nulla. Cambierà lui se vorrà farlo. Quando una persona è così, non c’è rischio che si annoi. Tira dritto per la sua strada. Magari mietendo vittime oltre che grano. Forse è difficile stargli dietro perché estremamente veloce, esigente e attento ad innovare ma quando ci si riesce, il divertimento è assicurato. Così non c’è da annoiarsi e se tutto il resto è noia, quel resto non è certamente nel perimetro di Roberto e della sua Sasso di Sole. Il sito internet di Sasso di Sole è qui Instagram qui     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Conti d’Attimis Maniago. Fabio, un passo per volta Arrow Right Top Bg

21 Marzo, 2025

Conti d’Attimis Maniago. Fabio, un passo per volta

  ‘O sanghe. Il sangue. Nella smorfia napoletana il sangue fa 18 e il 18 è, notoriamente(!), tra due numeri particolari con altrettanto particolari significati: Il 17, la disgrazia; il 19, la risata. Meraviglioso a pensarci bene. Il 17, la disgrazia, richiama la morte; il 19, la risata, la gioia di vivere, la vita stessa. Il sangue è scorre tra la vita e la morte, tra l’abisso dell’oblio e la voglia di vita pura. Senza sangue si va verso il 17, con il sangue che pulsa nelle vene, verso il 19. Ed è per questo che il sangue è vita. Quella che si trasmette di generazione in generazione. Contraddistingue una famiglia, una stirpe. Financo la cittadinanza come vuole lo Ius sanguinis.  Ora vi starete chiedendo dove voglia andare a parare con questa premessa. Beh, nella vita ci sono delle coincidenze. Quelle che fanno si che un particolare non sia messo li per caso. Magari è un vero caso, però quando lo si nota, gli si da un significato particolare.  Io sono la diciottesima generazione che lavora in azienda qui a Buttrio. L’azienda è nata il 15 febbraio 1585 a seguito di un matrimonio, quando Lavinia Freschi di Cuccagna sposa un uomo che si chiama Pompeo di Maniago. Lei porta in dote l’azienda come casa forte ovvero struttura a difesa del castello che passava di linea maschile Fabio d’Attimis Maniago è la diciottesima generazione di una nobile famiglia, i Conti d’Attimis Maniago, una azienda che produce vino dal più di 500 anni in quel di Buttrio, un piccolo comune a pochi km a sud est di Udine. Una sorta di avamposto delle colline che salgono fino all’Abbazia di Rosazzo per poi sconfinare in Slovenia. Il Friuli, quello vero. Qui si è sempre fatto vino anche se abbiamo notizie da quando le terre entrano in possesso della famiglia. Se uno fa attenzione sulla bottiglia è citato un estratto del nostro archivio che dice che già nel 1524 si faceva vino. Il 21 giugno del 1524 un vasel di vino è stato venduto da un oste del quartiere di Udine, borgo Acquilea. Avete mai visto qualche film della saga di Harry Potter? Il maghetto uscito dalla penna di quel genio letterario che è J.K. Rowling? Orbene, ad Hogwarts, la scuola di magia, appesi alle pareti c’erano distese di quadri fatati cha si animavano a loro piacimento. Non c’è da stupirsi quando si parla di maghi e magia. Cosa c’entra Harry Potter con d’Attimis Maniago? Fabio, ecco cosa c’entra. Lo guardi e, barba a parte, è lui, il maghetto di Harry Potter. Non solo per l’aspetto fisico che lo potrebbe anche accostare (ma solo da un punto di vista visivo) a Nanni Moretti, ma anche e soprattutto perché sembra quasi fuori posto, come membro di una casata nobile, ad occuparsi di vino. Il suo aspetto minuto. Lo sguardo attento dietro gli occhiali. Il sorriso delicato. I modi di fare colmi di gentilezza e affabilità.  Ecco, sembra. Perché poi ad essere attenti si capisce quanto un ragazzo di quasi ventotto anni abbia più cognizione di causa di persone con più vendemmie sulle spalle.  Sarà che è cresciuto in cantina. Tra filari e botti respirando, ancor prima del latte, gli effluvi del vino.  Quando sono arrivato in azienda, tre anni fa dopo aver studiato economia a Trento e poi lavorato per un periodo da Lunelli in Ferrari, ho controllato e visto il materiale pre esistente per farlo mio. Ho trovato una vecchia intervista del 2001. Io sono del 1997 e avevo quattro anni. Il giornalista raccontava della visita in cantina seguito da mio papà e ad un certo punto arrivano nella zona delle barrique. È un racconto. Il giornalista scrive che stavamo guardando le botti e mi spiegavano delle botti, delle preferenze per le tostature ecc. Poi, dietro una barrique ho notato che c’era una macchinina. Papà si è scusato ma io gli ho detto di non doversi scusare perché se i figli giocano già nella barricata in tenera età, crescono bene. Noi abitiamo in azienda. Per me è sempre stato un viavai di botti, trattori, vino. Giocavo in cantina. Non mi è mai stato detto che avrei dovuto fare questo. È stato tutto naturale.  Una persona posata e che posa le parole. Non le pesa. Le mette giù con garbo e delicatezza come se fossero pesate. C’è educazione e rispetto nelle sue parole. Educazione che deriva probabilmente dalla famiglia e dal contesto. Rispetto per ogni cosa che ha intorno e per la responsabilità che in qualche modo sente su di se. Portare avanti una azienda che ha così tanti anni è un onore e, soprattutto, un onere.  Ho un fratello minore che sta studiando enologia a Milano. Dell’azienda si è occupato oltre papà e nonno anche lo zio Gianfranco. È stato forse il primo che ha dato impulso alle attività. Ho avuto poco modo di conoscerlo per una questione anagrafica.  Anche se può sembrare anomalo, Conte d’Attimis Maniago è una azienda a conduzione familiare dove tutti fanno tutti e tutti hanno fatto. Lo spirito friulano in fondo. Io mi occupo prevalentemente di estero perché prima di cominciare l’università ho fatto due anni in Inghilterra. Parlo inglese e tedesco. Papà è più di vecchia scuola perché parla il Francese che poi è la lingua del vino. Quando si parla con un distributore o un ristoratore, noi abbiamo circa ventitré tipologie di vino. Il Pinot Grigio ad esempio noi lo proponiamo in bianco e in ramato. La Ribolla Gialla ferma, Charmat e Metodo Classico. Far assaggiare tutto ad un cliente è un lavoro lungo dunque occorre intuire le esigenze del cliente. Magari gli faccio una pre selezione utile a non sbattere la testa. Ma siamo una azienda famigliare dunque faccio tutto. L’altro giorno ero a caricare cartoni per una spedizione.  Si direbbe che Fabio è uno di quei ragazzi con la testa sulle spalle. Non si scompone. Non ha tentennamenti. È deciso mantenendo comunque un aplomb invidiabile. Di certo non c’è nulla fuori posto in lui e nelle sue parole. Agisce solo quando sa di poter apportare un contributo. Grande saggezza! Non ho una preparazione tecnica e sono molto sincero sulla cosa. Non mi sento a mio agio a influire nelle scelte tecniche. Però devo esprimere una opinione perché è necessario capire come si sta lavorando. Altrimenti tanto vale vendere CocaCola. Deve esserci un legame con ciò che si produce. Andare a vedere cosa accade in campagna è fondamentale e Fabio non si tira indietro. Al contempo sa che poi, per intervenire, servono persone competenti. Lui lascia fare. Rispettando i ruoli.  Anche questo è educazione e rispetto per una azienda che ha fatto della sperimentazione, dunque della valorizzazione delle competenze, un vero Credo. Siamo stati tra le prime azienda ad avere dei cantinieri in cantina. Tra i primi ad avere un enologo laureato che sapeva fare il vino da un punto di vista tecnico. Siamo stati tra i primi ad utilizzare la temperatura controllata nella fermentazione. Oggi immancabile ma negli anni 40 e 50 non era cosi scontato. Siamo stati tra i primi ad avere una linea di imbottigliamento fissa. Si sperimenta. Alcune cose vengono bene altre non necessariamente bene. Avevamo sperimentato la temperatura alta per fare invecchiare prima il vino. Oggi sappiamo che non si può fare ma lo sappiamo solo sperimentando. Stessa cosa con la vendemmia meccanica. Siamo stati i primi in regione a comprare una vendemmiatrice meccanica perché all’epoca non si sapevano gli effetti sulla qualità della vita, sulla longevità del raccolto. Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle e coinvolgendo negli studi l’istituto di Conegliano. Adesso sappiamo come muoverci. L’esperienza secolare è il vero asset di questa azienda. Una tradizione molto lunga. Sperimentare. Certo, non è semplice farlo quando si è una piccola azienda, magari a conduzione completamente familiare. Se sei grande, almeno per il territorio che ti ospita, allora puoi fare tanto. Sì dovrebbe utilizzare il “devi”. Ma nulla è dovuto a questo mondo. Ci si affida alle persone illuminate che si incontrano sul proprio cammino.  Già nel 1630 abbiamo documenti del Conte Paolo di Magnago che ristruttura vigenti e rifà gli impianti secondo quelli che erano i dettami dell’epoca. Quella che posso definire la storia più importante, anche se è difficile parlare di storia per una azienda che ne ha tanta, è il ventesimo secolo. Dal 1900 si comincia a parlare di vino e coltivare il vigneto in maniera più scientifica. Io sono la diciottesima generazione ma il nostro enologo Francesco Spitalieri e figlio del nostro precedente enologo. Una persona che entra in azienda sapendo già tutto. Sa come si è sviluppata in un certo modo. Una visione più profonda.  Un senso di famiglia allargato che si unisce a praticità e continuità. Un modo perché ciò che fa parte della Storia non si fermi in una sorta di flusso senza fine. Succedeva spesso nell’antichità. Bello, per certi versi, sapere che accade anche oggi.  Quando si parla di sperimentazione si ha la percezione sia qualcosa che rimane a chi la fa traendone i benefici. Non fosse altro perché richiede tempo e denaro. Per Fabio e la sua famiglia è invece voluto dire mettere a disposizione della comunità ciò che si è scoperto. Condividere dopo aver sperimentato. A livello dimensionale andrebbero messi degli asterischi. Per il Friuli cominciamo ad essere una azienda con una superficie interessante. Non sarebbe cosi in Veneto. Eravamo a cena tre produttori veneti e tre friulani. Chiacchieravano e dicevano: quella è una cantina piccola fa solo un milione di bottiglie. Ci siamo guardati e abbiamo alzato le spalle. I vini della Conti d’Attimis Magnago, come da tradizione friulana sono per la quasi totalità monovarietali.  Poi qualche blend lo facciamo. Il Brolio 80% Friulano e Pinot Bianco lo volevo per valorizzare i vigneti dell’azienda che hanno in media 45 anni. Abbiamo un impianto di Merlot del 1929 e non ho alcuna intenzione di espiantarlo anche se è un problema con il trattore. Abbiamo un vecchio vigneto di Friulano, Ribolla Gialla e Malvasia vendemmiamo tutto assieme e vinifichiamo con la stessa massa. È stato un assaggio continuo coinvolgendo tutta la famiglia.  Questo è il Brolio. Ronco Brolio per la precisione. Un vino che ammiri già nel calice per quel suo giallo paglierino che vorrebbe essere dorato. Ma è un friulano e non deve certo farsi bello. È sostanza e questo deve dimostrare. Anche il passaggio in botte non lo scalfisce. Lo rende certo più rotondo anche nei sentori ma poi arriva la mineralità a dirti da dove proviene. La paglia, il fieno, il timo, la salvia, l’acacia. Tutto ricorda la campagna e quelle latitudini. La botte ha donato sentori di camomilla e del limone trasformato in lime, gli aghi di pino che il vento trasporta, il legno del cedro che si tende. Sentori che cambiano ad ogni sorso così che la bocca deve urlare per ricevere. Il sorso è avvolgente e verticale. All’inizio l’ampiezza predomina sapendo di ambra antica e legni speziati. Poi trascina giù in verticale verso freddi abissi. Più che un’onda, un placido torrente che termina in una cascata, dura e verticale, a precipitare verso il basso per poi riemergere e continuare il viaggio. Come un docile compagno che non continua a stupire, ad ammaliare e a mutare ogni volta che si assapora. La Ribolla Gialla in purezza sa di Friuli dalla bottiglia, al calice, al naso, all’assaggio. Un percorso imprescindibile e ben realizzato.  I sentori di agrumi, fieno appena tagliato, i frutti tropicali si fondono con la minerale balsamicità per un bouquet semplice e preciso. Senza fronzoli ma efficace. La pesca bianca, il timo, la salvia e la mentuccia, nobilitano, rinfrescano. Aggiungono qualcosa in maniera leggera ed elegante per poi ritrovarsi nel sorso che sa quasi di limone affumicato. Fresco e con una bella persistenza a stuzzicare il palato grazie a quella mineralità già evidente al naso. Infine il Tazzelenge che sa in tutto e per tutto di Friuli per quel carattere intenso e duro. Ma che sa sciogliersi in un caldo abbraccio. Sono sempre stato affascinato da questo vino già dal significato tagliente del nome. Si adatta perfettamente al Friuli. Ma solo se non lo conosci e non conosci le persone. Già, perché quella asprezza è solo apparente, superficiale. C’è bisogno di conoscenza, frequentazione, tempo. Ecco allora che il Tazzelenghe di Conte d’Attimis Maniago aspetta a lungo in botti prima di essere considerato pronto. Anche se pronto per un Tazzelenghe vuol dire poco e molto.  Già il naso infatti lascia intravedere qualcosa di succoso e fine ma aspro con le fragoline di bosco, l’arancia rossa e la pesca. Certo, c’è il balsamico ad amplificare ma poi, quando non te lo aspetti, arrivano note quasi burrose di cannella, noce moscata, liquirizia, cioccolata. La ciliegia emerge prepotente insieme alla erbe alpine che si confondono in un mazzolin di fiori. Sono quasi in confusione per un Tazzelenghe se devo dirla tutta. Confusione che ridiventa certezza al sorso. È lui, è il Tazzelenghe, con il tannino che spinge e la freschezza che si fa sentire. Però poi la sensazione è quella di una caramella balsamica. Avete presente quelle caramelle dure che conservano all’interno un succo di incredibile piacevolezza? Si esatto, di quelle per le quali il morso è quasi un obbligo visto che non si riesce a succhiarle fino a rendere l’involucro così sottile da romperlo.  Arriva l’apoteosi della ciliegia e della fragola pulita dalla freschezza e ruvidità del tannino nonché dalla marcata mineralità. La persistenza non può che essere lunga ma ciò che mi rimane in bocca è una piacevolissima sensazione: come quei rossetti alla ciliegia e fragola che rimangono impressi nella memoria dopo un lungo bacio.  Determinato, deciso ma con emozioni piacevolissime. La vasta produzione avviene grazie ad una tenuta di ben 86 ettari che ha assoluto bisogno di persone. Competenti e appassionate. O salgo sul trattore o mi metto sul computer. Poi ci sono le competenze. Uno non può essere laureato in economia, marketing, agronomia, enologia, ecc Una persona saggia nonostante la sua giovane età. Sì capisce che viene da una famiglia posata e con i piedi ben piantati per terra. La necessità di portare avanti un lavoro e una azienda senza possibilità di fallire. Nemmeno contemplata. Non esiste che una tenuta che ha quasi seicento anni possa in qualche modo fallire. Non è possibile. Anche se ventitré etichette sono davvero un pò troppe da gestire.  Sono troppe si. Non ho nessun problema ad ammetterlo. È frutto di una viticoltura che è da poco tempo improntata a vino di qualità. C’è stato un momento che occorreva capire cosa potesse esprimersi meglio qui. Se mi sposto di cinque km le condizioni climatiche e di terreno possono cambiare drasticamente. La scelta che prendo qui non è detto che si applichino altrove.  Sperimentazione anche in questo ovviamente. Un modo per capire cosa il territorio potesse offrire.  Sono venti anni che lavoriamo lentamente per sfoltire. Un lavoro iniziato da mio padre quando è entrato in azienda. Ha eliminato il rosato, il Traminer. L’ultimo decesso è stato lo Chardonnay.  Due linee ben distinte, Conte d’Attimis Maniago e Casali Maniago che sono emanazioni della conformità stessa del territorio. Vitigni tipicamente territoriali come Friulano, Ribolla Gialla, Pinot Grigio, Malvasia istriana tra i bianchi; Refosco, Schioppettino, Tazzelenghe tra i rossi, che si affiancano agli internazionali Sauvignon, Pinot Grigio, Merlot, Cabernet, Pinot Nero. Ovviamente non può mancare il Picolit. Siamo sempre in Friuli.   La nostra azienda si articola in un corpo unico che si divide in due pendii con composizione diversa. La parte di collina che è la tipica Ponca friulana e quella pedecollinare che ha una prevalenza di argille. Due terreni diverse e due tipologie diverse. Queste hanno dato luogo a due linee diverse con due etichette diverse per non creare confusione.  Nessuna voglia di espandersi. Nessuna necessità di andare alla ricerca di particolari cru o vitigni. Ce ne è a sufficienza. Anzi, sarà un processo di focalizzazione territoriale. Come è giusto che sia.  Lentamente elimineremo tutte le varietà internazionali per dare risalto a quelli autoctoni. Poi arriveranno i cru.  Fabio si dimostra sempre più lineare e posato. Nessun tipo di follia, grilli per la testa o alzate di ingegno. Il carattere è quello della famiglia e, come dice lui stesso La mela non cade lontano dall’albero. Ha preso una sorta di testimone dal padre. Un testimone che lui stesso dovrà custodire e consegnare. Continuità. Questo si richiede a chi fa parte di una famiglia con una storia come quella dei d’Attimis Magnago. Si può avere una visione diversa ma magari rimane nel cassetto. Solo così non si stravolge il percorso. Una sorta di crescita sobria, di quelle che avvengono senza che nessuno se ne renda veramente conto. Quando si parla di un vino ci sono tre fattori che determinano il risultato. Il clima e sulla superficie è molto uniforme. Il terreno e abbiamo già parlato anche se ci sarebbe da parlare dell’altitudine. Poi l’uomo. La nostra produzione è diversa da altri. Ho una idea di cosa deve essere il friulano per come si esprime qui. C’è sempre una fortissima impronta stilistica data dalla azienda.  Fabio si trova a suo agio perfettamente in tutto ciò. Il futuro lo vede in continuità. Il lavoro su una azienda storica è rimanere coerenti con il passato ma sempre aggiornati. La storia si evolve.  Noi facciamo circa trecentocinquantamila bottiglie su entrambe le linee e se qualcuno mi dice come sta andando il mercato io gli dico di chiedere a qualche altro perché certamente non posso influire. Il trenta per cento venduto fuori Italia. Per una azienda storica la crescita è lenta ma costante. Un perimetro definito che è la storia e da li non si esce. Rimanere cosi come si è evolvendosi. Senza stravolgere la storia.  Una storia che deve, necessariamente, continuare. Fabio lo sa e lo vive senza alcun tipo di costrizione. È la sua famiglia. È la sua vita.  Tra venti anni mi vedo con i capelli più bianchi. Sempre qui a fare più o meno questo. Pensando a chi viene dopo di te. Un passo alla volta. Un passo per volta. Per altri 500 anni.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Rabbia Diversità incontra Cantina Villa Gianna Arrow Right Top Bg

16 Marzo, 2025

Rabbia Diversità incontra Cantina Villa Gianna

Continua il meraviglioso connubio tra arte e vino, vino e arte. Chi venga prima non lo so e forse non è neanche importante. Quel che è importante è che il vino si possa degustare insieme ad altre persone così come è importante che si possa parlare di vino con altre persone. L’occasione stavolta è stata la mostra Rabbia Diversità, presso Area Contesa Arte di via Margutta a Roma. Teresa M. Zurlo, affiancata dalla Direttrice Artistica Tina Zurlo, ideatrici della
Mostra, dalla Madrina Adriana Russo e dai Critici d’Arte Alfio Borghese e Mario Salvo ha presentato la Rassegna nella Sala Picasso e la Personale Amica Carissima… di Maria Luisa Segura nella Sala Chagall. La normale diversità ha ispirato gli accostamenti di vini di un territorio magico ancorché sottovalutato da un punto di vista vitivinicolo. Normale diversità. Perché, ogni romano che si dica tale non ha certamente mancato di andare al mare in terra pontina: Circeo, Sabaudia, Terracina. Il mare meraviglioso che incanta come incantava la Maga Circe, distoglie forse l’attenzione dalla terra. Quella terra che, baciata dal sole e accarezzata dai venti del mar Tirreno, una volta palude, oggi fertile terreno, dona rigogliosità e magica complessità all’uva. Nascono così vini pazzeschi meritevoli di essere scoperti e goduti a pieno. Cantina Villa Gianna produce da anni vini eccellenti affiancando vitigni locali come il Moscato di Terracina a grandi classici internazionali come lo Chardonnay. Per valorizzare la diversità abbiamo dunque scelto di abbinare due espressioni di Chardonnay: le bollicine brut da metodo Charmat e il Bianco di Caprolace, Chardonnay fermo. Il terreno in parte argilloso, in parte sabbioso donano grande finezza. I venti del mare aggiungono una incredibile sapidità. Ecco dunque che la diversità del territorio diventa unicità. Le dune del Parco Nazionale del Circeo si fondono nel mar Tirreno e i terreni bonificati da arditi contadini danno vita a due vini che meritano solo di essere ammirati come opere d’arte. O perlomeno bevuti insieme ad esse. Diversi con rabbia. Quella rabbia derivante dal non essere noti nemmeno a quelle migliaia di romani che andando verso il mare, poco dopo Latina, guardano quel cartello che indica Cantina Villa Gianna, accelerano per la fretta di arrivare al mare. Eppure, per ammirare le spiagge in tutto il loro splendore, occorre attendere il tramonto, quando il sole va a morire nel mare di una morte dolce e suadente. Come questi vini. Scopriteli come scoprite le fantastiche opere d’arte che Area Contesa sa esprimere. A proposito, lo sapevate che Caprolace è il nome del lago costiero che separa Sabaudia dal mare? Andateci all’alba e ammirate il sole che sorge dietro il monte Circeo dal ponte che porta al mare. Andateci al tramonto, quando il profilo della Maga si colora di rosso. Ne rimarrete così incantati così da capire la magia della maga.     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
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14 Marzo, 2025

Avenida Calò. Chiara e Francesco, in Italia come arrivo

  Behind every great man is a great woman
Dietro ogni grande uomo, c’è una grande donna.  È una frase attribuita alla scrittrice inglese Virginia Wolf per rivendicare il ruolo delle donne nei successi degli uomini. Lei, impegnata nella lotta per la parità di diritto tra i sessi, fu bersagliata dalle femministe moderne per l’uso di quel “dietro” invece di un più corretto e confortevole “a fianco”. Troppo facile fare le sofisticate ai giorni d’oggi. Promuovere la parità dei diritti nei primi anni del 900, era tutt’altra cosa.  Un essere umano, per essere grande ha bisogno di qualcuno al suo fianco che abbia perlomeno la medesima statura. Solo in questo modo si realizzano le grandi cose, i grandi progetti. Non c’è mai una singolarità ma una somma di idee che diventano eccezionali. Una sorta di moltiplicatore esponenziale fatto non solo di cose tangibili ma anche di quel sostegno mentale ed emotivo necessario affinché si realizzino i sogni. Non c’è un protagonista. O meglio c’è un protagonista visibile e uno meno visibile.  E tu, cosa vorresti fare?
Non lo so
Avrai qualche idea
Vorrei soltanto scrivere È un dialogo tratto dal libro autobiografico di J.R. Moerhinger, The Tender Bar. Il bar delle grandi speranze. Moerhinger è considerato forse il più grande gosthwriter dei giorni d’oggi. A lui si deve il successo di Open, la biografia di Andrè Agassi e di Spare, il libro che in un solo giorno ha venduto quattrocentomila copie narrando del Principe Harry.  Un gosthwriter sta dietro le quinte e vi rimane senza mai apparire. Scrive immedesimandosi completamente nella vita di qualche altro prendendone parte se pur marginalmente e per un breve periodo. Poi, una volta pubblicata l’opera, assiste al successo senza alcuna possibilità di farne parte. Va bene così. Nessun rimpianto. Nessuna invidia. Ciò che manca probabilmente ad un gosthwriter è la voglia di supportare il suo cliente, incitarlo a fare sempre di più e meglio.  Se però si fondono in una medesima persona il gosthwriter e colei che sta dietro, pardon, al fianco di una persona speciale, si ottiene Chiara Maggi. Eh lo so che vi dirà poco questo nome. Magari, se siete amanti della buona, anzi dell’ottima pizza napoletana il nome di Francesco Calò vi sarà maggiormente familiare.  Francesco è artista indiscusso della pizza. Non un semplice pizzaiolo, uno chef della pizza. Impasto, materie prime, tecnica. Ogni cosa studiata per essere incredibile. Chiara è colei che abilita l’opera di Francesco ad essere conosciuta ed apprezzata.  Una coppia perfetta. Pugliese. Di Oria, piccolo paese in provincia di Brindisi posto al centro della strada di collegamento tra Taranto e la stessa Brindisi.  Già questo ai puristi della pizza napoletana, ne sono certo, farà storcere il naso.  Oddio, a pensarci bene, anche io sono un purista della pizza napoletana.  Al tempo, io lo sono del tipo di pizza non della provenienza. Non è che la provenienza napoletana deve per forza essere un fattore dirimente. Se uno è bravo, lo è da qualunque parte del mondo provenga. Solo dopo aver assaggiato quella di Francesco Calò ho deciso di scrivere questo pezzo. Non conosco Francesco ne lo ho mai conosciuto. Sono andato casualmente alla sua pizzeria a Roma, Avenida Calò, con mia moglie e ho trovato una pizza così seducente e al tempo stesso concreta che ho pensato non potesse non avere dietro una storia fantastica. Chi ho conosciuto in pizzeria è Chiara, la moglie di Francesco. Con lei abbiamo iniziato a chiacchierare e, devo dir, mai punto di vista fu meglio azzeccato. Chiara e Francesco. Francesco e Chiara. Insieme da quasi venti anni. Originari di Oria, un piccolo paesino in provincia di Brindisi. Lo trovate al centro del tacco d’Italia giusto nel mezzo della direttrice Taranto-Brindisi. La loro avventura inizia quando Francesco, decide di andare via dalla Puglia alla volta di Londra. Una nuova avventura. Una nuova vita. Un modo per mettersi alle spalle le delusioni di un progetto non andato per il verso giusto. E non per demerito suo.  Francesco Calò è figlio di panificatori di Oria. Un piccolo forno. Di quelli di paese dove tutti vanno a prendere il pane.  Ricordo ancora quando nonno Antonio mi mandava a prendere il pane con la bicicletta. Avrò avuto cinque anni. Saltavo in sella alla Graziella e andavo al forno di Tonino Cappabianca. Arrivato li, chiedevo la pagnotta da un kg di pane cafone, me la incartavano in quella carta paglia marrone tendente al giallo, risalivo in sella alla Graziella tenendo il pane sotto l’ascella alla francese e via. Mai pane fu più buono.  Siamo insieme da 19 anni. Quando ci siamo conosciuti ero al quarto liceo e lui si era diplomato al linguistico. Non ha voluto continuare gli studi perché c’era il panificio di famiglia. Un buchetto ma non so quanto pane sfornassero al giorno. I nonni avevano alzato non so quanti palazzi con una piccola bottega.  I tre figli Calò lavorano tutti nel panificio. Ma non era la vita che voleva Francesco. Dormi di giorno, lavori di notte. Una vita invertita. Si arruola in marina fino a che il papà non gli chiede di tornare per ampliare il panificio.  Eh l’invidia… L’invidia fa brutti scherzi. Non si sa come mai ma fino a quando il forno era piccolo e poco appariscente, i guadagni ci sono. Quando si prova ad ingrandirsi, le cose vanno male. Comune se la grandezza spaventasse. Iniziano i problemi di gestione familiare. Francesco voleva cambiare la tipologia di lavoro. L’attenzione alle materie prime. I nuovi prodotti. Va tutto in tilt e Francesco capisce che senza un cambio di direzione forte, le cose precipiteranno. I genitori non ascoltano il figlio. Spesso capita… Non passa un anno che il panificio chiude. Una sofferenza predetta, un appello rimasto inascoltato. Una delusione che colpisce Francesco, che pure si era dato da fare con idee innovative ed una spiccata predilezione per la pizza, che lo segna.   In un paese piccolo, l’innovazione non poteva avere senso. Non solo per motivi di mentalità ma banalmente per problemi di numeri.  Quando Francesco capisce che deve andare via, la sua fortuna è trovarsi accanto una donna, Chiara, che gli prende la mano e gli dice “tranquillo, andiamo”. Scelgono di andare a Londra. Li ci sono tante opportunità. Occorre solo crederci e coglierle. Un giorno salutò un suo cliente che lavorava a Vienna. Era un carabiniere di stanza all’ambasciata a Vienna. Gli disse, ti saluto perché la prossima volta che tornerai (tornava sempre per fare scorpacciate di prodotti pugliesi) non mi troverai perché me ne vado a Londra. Galeotta fu questa conversazione perché il carabiniere disse: ma cosa vai a fare a Londra, è una jungla. Devi venire a Vienna che è una città stupenda e ricca di opportunità Francesco rimane colpito da questa idea. Anche perché Londra da un lato affascinava, dall’altro spaventava. Il salto da Oria a Londra non era poi così banale.  Disse sai che c’è? Andiamo a vedere Vienna. Partimmo per una settimana a Vienna. Francesco ebbe subito delle proposte lavorative. Gli piacque subito la città e disse “restiamo a Vienna”. A Vienna ci siamo rimasti cancellando i voli per Londra. Le difficoltà iniziali sono state pazzesche. Anche con la lingua che è il tedesco. La cultura è più glaciale. Almeno quindici anni fa. Via Toledo a Vienna   Chiara è laureata in lingue ma, sfortuna vuole, non ha studiato il tedesco. Francesco ha imparato l’arte della panificazione nel forno di famiglia e si è dedicato alla pizza. Vienna è una città bellissima e con tante possibilità ma per due ragazzi che vengono da un paesino della Puglia, niente è semplice.  Io mi ero laureata in lingue ed avevo la passione dell’estero. Gli dico: io me ne voglio andare. Così partiamo e andiamo. Partiamo con pochi spicci in tasca.  Francesco è l’artista, lei è la voce narrante, il sorriso che ti accoglie in sala, la lavoratrice dietro le quinte.  Quando si assiste ad una sfilata di moda, abiti e modelle sono al centro della passerella a prendersi gli applausi. Poi esce lo stilista e ancora più applausi. Spesso ci si dimentica che se tutto è andato per il verso giusto ovvero la sequenza degli abiti, la musica di sottofondo, le luci, il colore della stessa passerella, la numerosità e qualità del parterre (e si potrebbe andare avanti per molto ancora) è perché sono sono stati scelti e gestiti in un modo tale da generare applausi.  Ma applausi non se ne prende chi ha gestito tutto. Al limite, qualche volta, si ringrazia l’organizzazione.  Chiara e Francesco sono sul medesimo piano. Anche se Chiara vuole stare nelle retrovie. Una scelta che solo una persona dotata di grande personalità può compiere.  Abbiamo lavorato tanto. È un film quello che abbiamo fatto. Per i primi 4 anni ha fatto tanta gavetta in altre pizzerie. Essendo già nato nella imprenditoria con l’attività di famiglia, voleva mettersi in proprio. Costi proibitivi.   Ci compensiamo molto. Ci siamo trovati a lavorare insieme. Ho sempre pensato di mantenere vita privata e di coppia separati. Lui ha iniziato il suo percorso professionale, io il mio. Ho cercato di fare quello che mi piaceva mantenendo il mio curriculum di studi. Chiara non è una di quelle persone che si adagiano, si accontentano o si mettono in modalità stand by. Attiva, propositiva, positiva. Di stare ferma a fare la casalinga, non è proprio il tipo. Ha studiato e vuole mettere a frutto i suoi sacrifici. Francesco da una parte con il suo lavoro, lei con il suo. Sceglie di lavorare nell’hospitality, nella organizzazione eventi. Marketing insomma.  Sono laureata in lingue ma non parlavo tedesco. Ho dovuto faticare senza sapere la lingua del posto. C’è stata tanta determinazione e caparbietà.  Due ragazzi con tante belle speranze che incontrano, come è normale che sia, tante difficoltà in un paese straniero. Si fa la gavetta però. Si guadagna poco e si mettono da parte i soldi. Un progetto di vita e professionale. Solo quando si ha questo vale la pena di fare i sacrifici.    Francesco partecipando ad alcuni bandi ha avuto accesso ai fondi per aprire una propria attività.  Mi chiese di lavorare insieme anche se ero terrorizzata all’idea di dover rinunciare alla mia indipendenza lavorativa. Gli risposi: no guarda, tu fai quello che devi fare, io ci sono ma ho anche il mio lavoro. Sembra il sogno che si realizza. Almeno quello di Francesco. Una pizzeria tutta sua con la quale portare i sapori dell’Italia a Vienna.  Quante volte ho sentito questa frase e quante volte ho visto i locali adattarsi ai gusti locali per sopravvivere. Già, per sopravvivere occorre venir meno al progetto iniziale. Capita e capita di sovente. Francesco però non ci sta.  Quando abbiamo aperto l’attività a Vienna non è stato per niente facile. I primi mesi li abbiamo passati in bianco. Reduci dalla esperienza negativa in Puglia, un locale estremamente bello, un menu spaziale, una pizza eccezionale ma con un contesto difficile. Inflazionato in termini di gusti e sapori e di tanti pizzettari che con la tradizione non avevano nulla a che fare.  Perseverare con la propria idea. Quando la si ritiene valida e vincente occorre andare avanti capendo come mettere a terra tuta la forza propulsiva della quale si dispone.  Francesco era in acque non tranquille. La paura di poter sfiorare un secondo fallimento era li. Latente. La pizzeria non decollava. I numeri non arrivavano nonostante le recensioni importanti e i clienti soddisfatti. Ma il locale era grande e necessitava di volumi. Io gli ho sempre detto continuo a lavorare dove lavoro ma ti gestisco il marketing. Pizza fantastica, menù eccezionale, abbinamenti con vini di livello invece che con la solita birra. Insomma c’era tutto per poter scrivere una storia di successo. Recensioni positive incluse.  Una idea nuova e buona si vende da sola. Fu la frase che fece scatenare come una pazza un direttore marketing quando un mio collega novellino provò a parlare di un prodotto nuovo. Mai cosa fu ed è più sbagliata. Se fai qualcosa di nuovo e di buono, devi comunicarla al mondo altrimenti la sai solo tu! La fortuna di Francesco è quella di avere vicino una compagna come Chiara. Una che sa e che osa. Un giorno gli dico: quanti soldi abbiamo in banca? Lui mi dice: che domanda mi fai. Non ce ne sono tanti. Ti devo fare una proposta gli rispondo. Facciamo un investimento in termini di pubblicità e sono sicura che ci convertirà qualcosa. Con molta paura, perché se avessimo fallito ci saremmo giocati i soldi e non avremmo avuto spiagge dove correre, lui mi dice: a te la responsabilità. Se sei convinta di quello che dici, usali. Se pensi che poi non ritornano, non lo fare perché poi siamo a zero. L’idea di Chiara, tanto folle quanto azzeccata, è di mettere la pubblicità della pizzeria nell’area Schengen dell’aeroporto di Vienna.  Ero sicura avrebbe convertito. Costava tantissimo. Ci sono stati i primi incrementi. Iniziamo a lavorare e bene. Potevamo pagare tutto. Eravamo contenti. Io continuavo a fare il marketing raccontando sempre la nostra storia. Il prodotto soprattutto. L’anima del brand è Francesco e il prodotto. Francesco si specializza in tante pizze. Fa master su master. Diventa istruttore. Io sono la prima fan che lo sostiene. Ho sempre creduto fermamente lui abbia un talento innato. Vado a mangiare la pizza e quando trovo una buona pizza lo dico. Ma per il paragone ho sempre visto la maestria, la tenacia, la caparbietà.  Via Toledo. Questo il nome della pizzeria di Vienna. Anzi, Enopizzeria. Che già spiegare ad un austriaco cosa volesse dire “Enopizzeria” deve essere stata una impresa. Aggiungere poi il gusto italiano a palati poco inclini a sapori autentici e distanti, un incubo. Via Toledo è stata aperta lo stesso anno che è nata nostra figlia. Ho partorito a luglio e mia figlia aveva due giorni di vita. Francesco era affianco a me stremato che seguiva gli architetti. A novembre apriamo e lui ha sacrificato il periodo più bello della bambina per perseverare il suo obiettivo: prendermi quello che in Puglia mi hanno tolto. Un sentimento di Rivalsa e rivincita.  Chiara è una donna forte e determinata ma l’essere fan di Francesco la porta a guardare il marito con un amore così grande che vederlo crescere e realizzato diventa gioia pura. Non ci sono gelosie verso la carriera dell’altro. È partecipazione. È vicinanza. È compenetrazione in un progetto che non è di business ma di vita. Amore puro Poi le cose avvengono così per caso. Oppure no. Vallo a capire. Di certo, quando hai vicino una persona come Chiara che fa della curiosità e della capacità di guadare oltre un suo tratto caratteristico, forse il caso non esiste.  Si parlava di questo Campionato di Pizza doc che c’era a Nocera. Gli dissi: perché non vai a fare il campionato? Altra dimostrazione di amore. Un vero stimolo verso la sua consacrazione. Non una semplice scommessa ma qualcosa di più. Ci credeva più Chiara che Francesco. Tu sei pazza. Ci sono napoletani. Se mi presento pugliese, da Vienna, figurati. Cosa vuoi portare a casa? Ci devi credere. Tu sei bravo. Vacci comunque. Se porti qualcosa a casa, bene, altrimenti ti sei fatto comunque una esperienza. Prima che partisse era sempre incerto. Il giorno prima non voleva partire. Diceva che il locale aveva bisogno di lui. Adesso sta lavorando. Io gli dicevo ma vai. Non scocciare. Senza aspettative. Cosa fa una donna che ama? Crea le condizioni perché il proprio amore possa trovare la felicità attraverso la serenità. Nessuna pressione. Nessun ostacolo. Tanta partecipazione e complicità.  Ero con lui e la bimba era con noi. Alla serata della premiazione. 350 partecipanti e una giuria nascosta. Francesco gareggiò su due o tre categorie. La premiazione iniziò alle 7 e alle 9 il nome di Francesco non veniva mai chiamato. Francesco ci rimase male.  Sembra dura la sconfitta. Arrivano le nubi peggiori. Quelle che ti fanno dubitare di tutto e di tutti gli sforzi fatti. Ma nemmeno ci credeva, come avrebbe potuto vincere? Poco prima della conclusione annunciano la premiazione più ambita quella del miglior pizzaiolo italiano nel mondo. Le speranze erano nulle fino a quando sentiamo Francesco Calò sul palco. Il che io lo guardo e gli dico: hai visto? Lui sale e prende la coppa bellissima. Una serata stupenda che porto nel cuore.  Un vero effetto wow. Un fulmine a ciel sereno. Una vita che cambia. Almeno non subito. Ti sembra di toccare il cielo con un dito per una realizzazione personale. Non pensi a se e come questa cosa possa cambiarti effettivamente la vita. Sei il numero uno. Solo che ancora non lo sai. Avenida Calò a Roma Eravamo in aereo con questa coppa enorme. Eravamo partiti attivando tutti i canali social, le press release. Un orgoglio da festeggiare a Vienna. All’epoca lavoravo per Hilton ed ero event manager mantenendo la seconda vita nel marketing di Francesco. Il giorno dopo il telefono inizia a squillare come non mai. Era qualcosa di incontenibile. Le testate giornalistiche, le radio. Tutti volevano fare le interviste. Non potevo stare al telefono mentre lavoravo. Quella mattina io andavo e venivo dal bagno dove rispondevo alle chiamate. Penso proprio che il momento fosse quello.  Esco dall’hotel per andare a prendere la bambina all’asilo e Francesco mi chiama allarmato perché non ce la fa più a prendere ordinazioni. Poi riceve una chiamata da una nostra cliente che non sapevamo fosse giornalista. Lavorava per Heute che è una delle testate più importante di Austria. Le loro copie sono nella metro di Vienna. Si congratulava con lui e gli preannunciava un articolo sul giornale. Annunciare ai viennesi che avevano sotto casa il miglior pizzaiolo del mondo non poteva che generare una inferno positivo. Una presa d’assalto.  Cinquanta metri di fila e abbiamo dovuto bloccare le prenotazioni. Chi prima arrivava aveva un’ora di tempo per mangiare. La gente arrivava con poster di Francesco per un autografo. Poi è arrivata la tv austriaca e la rai.  Se ci credi, perseveri e, soprattutto, ti impegni, i risultati arrivano. Ma non se sei da solo. Non se non hai chi crede in te. Chi ti supporta nei momenti bui. Il campionato è stato un faro importante perché poi l’attenzione sulla realtà viennese è arrivato.  Quando hai il faro puntato e ciò che fai è di alta qualità, non possono che arrivare altri riconoscimenti. Dall’essere inserito, al secondo posto, tra le 50 pizzerie migliori di Europa alla migliore carte dei vini. Premi in tante classifiche. Effetto wow che va gestito senza montarsi la testa.  Ho dato le dimissioni da Hilton nel 2019. Dovevo prendere in mano tutta la comunicazione di Francesco e di Via Toledo. Chiara è l’esatta dimostrazione di come possa essere fondamentale comunicare ed occuparsi del marketing. Perché le cose non arrivano mai da sole. Mai. Abbiamo aperto dei pop up a Belgrado e a Dubai. Siamo stati due anni a Dubai dunque tornati a Vienna perché occorreva un refresh al locale e sistemare alcune cose. Poi abbiamo detto cosa facciamo? Da pugliesi il sangue pizzica. Non ci piace arenarci e stare nelle comfort zone. Eravamo stanchi dalle vita di Vienna. Una città con un potenziale pazzesco ma con una cultura che deve essere tua. Scappavamo il we. Volevo andare in Spagna dove avevo vissuto per l’Erasmus o aprire un altro locale a Vienna. Qui non abbiamo trovato quello che cercavamo. Quando è arrivata nostra figlia Francesco aveva neanche 30 anni e io 27.  La mancanza dell’Italia è tanta. C’è poco da fare. Mancano le piccole cose che all’estero non puoi trovare. Ma non per Chiara che di tornare in Italia non aveva granché voglia. In fondo la bambina era stata sempre all’estero. Madrid poteva essere la scelta giusta.  Avevo trovato la scuola a Madrid. Cercavo casa. Avevamo contattato agenzie per il locale che volevamo noi nella zona che volevamo noi. Ma non usciva. La scelta fu di spostarci comunque a Madrid per far iniziare la scuola alla bambina e poi trovare sul posto tutto. Spesso la storia si ripete. Per qualche inspiegabile motivo, la storia ritorna. Quasi inaspettatamente.  Eravamo ad Ostuni in Puglia in vacanza. Ero al telefono con un agente di Madrid. Francesco riceva una chiamata, si allontana e ritorna e mi fa: amò ti devo parlare. Anche io, c’è qualcosa che si sta smuovendo su Madrid. Aspetta non hai capito risponde lui. In che senso? Ho trovato il locale giusto. Ero convinta fosse Madrid. Lui dice. Il locale giusto, piccolo come voglio io, nella zona dove voglio io. A Roma nord Boooom. Il cielo di Roma, l’aria di Roma, la gente di Roma. Vuoi mettere Roma con qualunque città del mondo? Sta cadendo la notte
sopra i tetti di Roma
tra un gatto che ride e un altro che sogna
di fare l’amore.
Sta cadendo la notte
senza fare rumore
sta passando una stella
sui cortili di Roma
e un telefono squilla
nessuno risponde
a una radio che parla
e’ vicina la notte
sembra di accarezzarla.
Amore vedessi
com’e’ bello il cielo
a via Margutta questa sera
a guardarlo adesso
non sembra vero che sia lo stesso cielo
dei bombardamenti, dei pittori
dei giovani poeti e dei loro amori
consumati di nascosto
in un caffe’ Il trip è partito e mi è venuta in mente questa canzone parlando con Chiara. Via Margutta, di Luca Barbarossa. Anno 1987. Descrive con una leggera, quasi struggente melodia Roma di notte.  Anche se Roma nord è un’altra cosa, lo so. Forse non tutti lo sanno. Roma nord è una città diversa dalla Roma che tutti conoscono. Uno spicchio di città compreso tra il Grande Raccordo Anulare, la via Cassia, la via Flaminia e la via Trionfale che arriva fino ai Parioli. Non andate oltre. Qui le persone sono diverse. Federico Moccia le descrive bene nel libro La ragazza di Roma nord. Non un capolavoro ma un modo per capire cosa vuol dire vivere qui. Ho trovato Avenida Calò quasi per caso. Volevo una pizzeria napoletana a Roma. Una che non conoscevo. Mia suocera sa della mia passione per il cibo e il vino e mi inonda di nuove proposte. Tra le quali quella di Avenida Calò. L’unico giorno libero della babysitter è lunedì. Ok la pizzeria è aperta. Si trova al Flaminio, un bel quartiere di Roma Nord, proprio a ridosso dello Stadio Olimpico. Prenoto per poi accorgermi che c’è la partita della Roma. Poco male, andiamo con lo scooter e pazienza se mia moglie protesterà un pò per via del casco.  Arriviamo, veniamo accolti da una simpatica e cordiale ragazza che ci propone il menù degustazione. Propone un abbinamento con il vino ma le dico che ci penso io. Mia moglie le sussurra che sono un giornalista sommelier e lei si ritira quasi mestamente. Chiedo una bottiglia di bollicine. Un Crémant D’Alsace Blanc de Blancs Vincent Stoeffler. Chardonnay, Pinot Nero, Riesling. Perfetta per la cena. Avrei voluto un pas dosè ma era purtroppo terminato Il menù degustazione è un tripudio di sapori che danzano su fritti e tranci di pizza presentati in maniera molto innovativa, a tratti barocca. Accomunati dalla voglia di stupire. Ma con classe. Gli impasti sono soffi di scirocco, il vento caldo che arriva da sud. Le materie sono scelte con estrema cura e gli abbinamenti che possono sembrare azzardati, si dimostrano invece azzeccatissimi. Ho amato la semplice marinara per la qualità delle materie prime, per la nuvola dell’impasto, per quel pomodoro con il giusto compromesso tra dolcezza e acidità: la prossima volta che ci torno, ne prendo una intera. Ma come potrei rinunciare alla Margherita che diventa poesia e alla Salsiccia e Friarelli che si scioglie in bocca senza che te ne accorgi per via delle sue tre consistenze. Il trancio con il tartufo si trasforma da esercizio stilistico in una scatenata pizzica salentina.  Tutto è studiato e testato. Sì capisce benissimo che c’è qualcosa di speciale nella costruzione della pizza. Qualcosa di attento e meticoloso. Attento e meticoloso come è il servizio. Siamo seguiti per tutta la cena in maniera costante e discreta. Poi ad un tratto si materializza Chiara. È li che decido di scrivere questa storia. Ma glielo dico solo dopo aver pagato il conto. Non prima di aver mangiato anche il dolce. Fritto ovviamente ma con quel senso di soffice leggerezza che ha accompagnato l’intera cena.  Ho sempre sostenuto che la qualità della pizza si capisce solo il giorno dopo e, visto che questo articolo è scritto giorni dopo, posso senz’altro affermare che la pizza di Francesco è una delle più digeribili abbia mai assaggiato.   Roma sia in fin dei conti. Roma non è un passaggio. È un arrivo. Siamo partiti essendo niente e nessuno con due spicci in tasca. Abbiamo fatto passi avanti pazzeschi e l’Italia è un arrivo. Con la voglia di fare bene anche qui. Non escludo che possiamo fare altro altrove perché Francesco ha tantissime richieste che spesso ha rifiutato. Lui ci mette la faccia e crede nella qualità assoluta del suo prodotto. Non comprometterebbe mai la qualità. La forza di uno chef è quella del creare un team coeso e un metodo di lavoro replicabile. Solo in questo modo si possono gestire locali a distanza. La voglia sopita di espansione. Senza eccedere per non compromettere la qualità. Nuove idee e progetti. Nuove opportunità. Tutto con un format particolare che prevede anche vini di qualità che si legano, spesso solo per suggestione, alla pizza. Anche perché se si vuole la pizza con la birra, comunque c’è. Non si toglie nulla al format tradizionale e comune della pizzeria. Semmai si aggiunge qualcosa.  Noi siamo contenti dell’accoglienza che Roma ci ha riservato. Siamo convinti del nostro e di ciò che facciamo. Questo non significa piacere in assoluto. La cucina è degustibus. Se parliamo di obiettività, quello che facciano è identitario. Quando ha vinto il campionato ha creato un blend. Il fatto di conoscere le diverse tipologie di farina grazie alle sue radici gli ha fatto dire: mo basta, mi sono stancato di sentir dire la gente che la pizza gonfia. Io mi creo il mio blend. Una mossa parzialmente controcorrente quella di Francesco. Soprattutto quando vinci un campionato e gli sponsor correrebbero per essere rappresentati. La creazione di un proprio blend di farine a marchio registrato non lo lega a nessun produttore ma rende la sua pizza riconoscibile, identificabile.  Io sono appassionata di vini. Semplice appassionata. Volevo sdoganare il fatto che per bere del buon vino si debba mangiare solo piatti particolari e non vino? Volevamo elevare il concetto di pizza nonostante questa sia popolare. Abbiamo la marinara a 7 euro. Fatta con pomodoro buono.   Pizza e vino. Enoteca. Enopizzeria. Qualcosa che a Vienna hanno dovuto spiegare. Non a Roma. Anche se a Roma non ci sono, ancora, i vini della carta di Vienna. Nemmeno tutte le pizze.  A Vienna è difficile ma abbiamo una carta vini molto pesante. Vini prestigiosi e pesanti. I palati prevedono gusti particolari. Ci sono due pizze che non abbiamo ancora qui al menù perché più care. Una con il tartufo bianco, pizza Magnatum. È una pizza studiata con sapori calibrati e bilanciati. Super complessa. C’è il burro alla nocciola, gli spinaci cotti nel brodo di gallina, il tuorlo d’uovo a pasta gialla, il tartufo bianco pico magnatum, ecc. Noi la abbiniamo al vino più caro della carta di Vienna che è il Barabaresco di Gaja.  Abbinamenti di suggestione. Abbinamenti che portano la pizza ad un livello alto. Perché in fondo fossilizzarsi su abbinamenti canonici? Certo, non si rispetteranno appieno le regole della sommelerie, ma quelle della eleganza, esclusività, innovazione, lusso, certamente si. Chiara e Francesco. Non ci sarebbe una Via Toledo e una Avenida Calò senza uno dei due. O se non altro non sarebbero così come sono. Magari la pizza sarebbe lo stesso buona senza Chiara ma mancherebbe il suo sorriso in sala.  Sono sempre stata e continuo a restare dietro la quinte. Tutto quello che ho comunicato non l’avrei comunicato senza Francesco. Io sto bene perché non sono io la star. Molti non riescono a capirlo. Per me è riduttivo.  Si potrebbe dire che se ci fossero più donne come Chiara, forse ci sarebbero più uomini di successo. Sarebbe una frase profondamente sbagliata poiché non è un tema di uomini e donne e di donne che si fanno un passo indietro rispetto al marito. Si tratta di due persone, una coppia che si ama che fa della loro forza comune il segreto del successo. Quello di una famiglia. Poco conta chi sta dinanzi ai riflettori. Quello è solo il mezzo per raggiungere lo scopo. La soddisfazione non è del singolo ma, mai come in questo caso, della squadra.  Francesco e la sua arte si uniscono alle altrettanto importanti abilità di Chiara di comunicare guardando oltre.  Insieme sono Avenidà Calò. Oltre che Via Toledo. E chissà cos’altro!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
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7 Marzo, 2025

San Leonardo. La Storia attraversa il vino

  Ognuno di noi ha una storia. Personale, della propria famiglia. Brutta, bella, ardimentosa, banale. C’è sempre una storia che solca gli anni come un aratro la terra. Lascia qualcosa. Un segno più o meno tangibile. Qualcosa che si ricorderà o magari no. Dipende da tanti fattori.  Ci sono persone che hanno fatto la Storia. Persone dalle quali è dipeso il corso della Storia per pensieri, azioni, influenze. In certi casi, famiglie intere. Nel passato ogni cosa dipendeva dalla Nobiltà. Un’enclave di persone che per diritto di sangue governavano su terre e stati. Dalla Rivoluzione Francese in poi, anche se a tratti alterni, è cambiato tutto fino quasi a dover nascondere il proprio titolo.  Sì pensa spesso che chi nasce nobile sia un privilegiato. Vita agiata. Strade spianate. Soldi di famiglia. Case, palazzi, proprietà, tenute. Tutto sembra facile ma, è solo mera apparenza. Alle persone, pur sempre esseri umani, viene affidata una grande responsabilità: la custodia del tempo.  Immaginate di ereditare la casa dei vostri genitori. Non vi serve? Ve la rivendete e il gioco è fatto. Se però ereditaste una tenuta con più di 800 anni, sarebbe un tantino complicato rivendervela andando da una agenzia immobiliare. Sconveniente oltre che complicato per le persone che ci lavorano. Per non parlare dei vincoli culturali.  Seduto a conversare con Anselmo Guerrieri Gonzaga, oggi alla guida della Tenuta San Leonardo, vivo una sensazione strana, un misto di timore reverenziale e intimità familiare.  Anselmo ha in se un senso di gentilezza e squisitezza tale da farti sentire come a casa. Al contempo, la storia che scorre nei luoghi di San Leonardo, incute un certo timore reverenziale. Non è solo la storia di un luogo ma quella delle persone che qui hanno vissuto nei secoli. Poi, sullo sfondo, come fosse una sorta di filigrana, sempre presenti ma mai invadenti, le terre, i vigneti e quegli elegantissimi e finissimi vini. Parte integrante della storia ancorché, rispetto a questa, di gran lunga meno longevi. Eppure di vino a San Leonardo si comincia a parlare ufficialmente solo (e perdonatemi il solo) nel 1724, anno in cui la madre del frate Migazzi, cui venne affidata come Priorato la Tenuta, capendo le potenzialità del luogo, impose ai contadini affittuari di piantare particelle di vigna. Un cambio tanto repentino quanto sostanziale dell’economia della zona tanto che il 1724 è anche l’anno impresso nel logo di San Leonardo. Prima di ciò, era tutto diverso. San Leonardo è stato un hospitium, un monastero con hosptitalis per 450 anni. Dal 1215 quando arrivarono i Monaci Crociferi fino al 1660/1670 quando venne chiuso il monastero. Siamo sulla Claudio Augusta, l’antica consolare romana che andava a Bolzano, Merano e valicava. Passava tanta gente e venivano ospitati. Dietro offerta si mangiava e si dormiva. Le persone venivano anche curate perché i monaci erano cerusici grazie alle erbe officinale. L’ordine raggiunse troppo potere e il Papa chiuse il monastero. Avevano oltre 300 monasteri. Questo luogo diventa un Priorato e affidato al sacerdote locale che attraverso la decima paga il fabbisogno della parrocchia.  Scrivere e chiacchierare di San Leonardo è complesso. Almeno se si vuol capire fino in fondo questa incredibile realtà. C’è un costante e continuo intrecciarsi di antenati nella storia d’Italia, di fatti, situazioni, guerre. Ci vorrebbe un trattato specifico ma per quello che ci è utile, facciamo coincidere l’inizio della storia con l’arrivo della famiglia di Anselmo a San Leonardo (Avio, Trentino) nel 1741 per parte dei Marchesi De Gresti. La mia famiglia arriva nel 1741 e si innamorano del luogo. Cominciano ad affittarlo e poi cercano di comprarlo. Ci vogliono 50 anni per portalo via alla Chiesa. Era già passata una generazione. Quello che è stato forse il primo enologo appassionato è stato il mio trisnonno, Oddone De Gresti che alla fine dell’800 produceva il Riesling, il Borgogna ovvero il Pinot nero, il Pinot Grigio, lo Chablis. Era stato un diplomatico e si faceva mandare i vitigni dall’estero. Erano delle collezioni. All’epoca si facevano le collezioni perché non è che si andava in enoteca a comprare il vino. Se lo volevi te lo dovevi fare. Lui collezionava e produceva così da produrre le prime etichette. Al matrimonio della mia bisnonna, nel 1892 mi pare, fu servito il Rieslign di San Leonardo con la stessa etichetta che ha oggi. I destini della famiglia De Gresti si incrociano con quelli dei Guerrieri Gonzaga, entrambe Marchesi, quando nel 1892 Tullio Guerrieri Gonzaga, medico prestato alla carriera militare, sposa Gemma De Gresti. Un matrimonio che dura dieci anni poiché Tullio muore nel 1902 e lascia il figlio Anselmo e la moglie Gemma.  Gemma De Gresti è una di quelle figure che lasciano il segno nella storia. Si dedica infatti anima e corpo al rimpatrio dei prigionieri italiani della Grande Guerra così da essere insignita della Medaglia d’oro dalla Croce Rossa Internazionale. Gemma è anche il nome del rosato. Uno di quei vini che cambia in funzione della stagione. Io ho assaggiato quello da Lagrein e, non so spiegarmi il perché, mi sono sentito catapultato in una realtà che non mi aspettavo. Un vino che mi ha fatto pensare alla dolcezza di Gemma De Gresti, una donna che ha dedicato la propria vita ad ideali più alti.  Il rosa cipria la rappresenta appieno. I sentori sono un misto di montagna come ribes e more e di terreni lontani come la pesca gialla e gli agrumi. Come se dovessero accomunare la provenienza di tutti i soldati al fronte. La freschezza al palato è presente ma non intensa. Ciò che arriva è un allargarsi di sensazioni che sposano in pieno i sentori. Coerenza. Come coerente era Gemma nel suo impegno. Una sorta di lunga persistenza a richiamare la sua resilienza. E, in fondo, la dolcezza di una donna che mise proprio questa al servizio della nazione. Il bisnonno mori giovane. Il nonno era cosi appassionato di vino che cominciò a togliere tutte le altre colture lasciando solo la stalla. Qui tutte le aziende avevano la stalla. Ora, se uno pensa che solo per il fatto di essere nobili si aveva la strada spianata, sbaglia di grosso. Perlomeno non se nella cultura familiare ci sono persone che del lavoro e della disciplina ne hanno fatto una linea distintiva del proprio nome.  Dopo Tullio c’è nonno Anselmo e dopo Anselmo, papà Carlo. Mio nonno ha una intuizione ovvero inviare mio padre in un collegio in Svizzera. Era una punizione perché non aveva voglia di studiare. Dopo il collegio gli impone di studiare enologia. Era una laurea particolare per quell’epoca specialmente per una famiglia aristocratica. Era il 56 ed era molto diverso. Non avrebbe mai pagato i conti della famiglia.  Non avrebbe mai pagato i conti della famiglia. I primi anni del dopoguerra tutto era difficile e non che i nobili se la passassero meglio di chi non di titoli non ne aveva. La Guerra aveva lasciato tragici strascichi per tutti. Chi qualche proprietà ancora l’aveva, doveva mantenerla. Anche difenderla per certi versi. Costava e costava caro. Con il boom economico alle porte, occorreva fare qualcosa di importante. E il vino non lo era. A chi volete importasse il vino in un momento nel quale c’era la ricostruzione e l’Italia si rimetteva in moto? Poi c’erano stati gli americani con tutti i loro miti legati a ben altro che il vino. Papà era molto appassionato. Studia sui libri dei più grandi enologi francesi dell’epoca. Si laurea dopo tre anni ed era convinto di tornare in azienda per dedicarsi alla propria terra. Il nonno non aveva però alcuna intenzione di condividere con lui questa avventura e una settimana prima che lui tornasse, assunse un altro enologo. Che era un mese più giovane di mio padre.  Nonno Anselmo deve essere stato un padre severo ma giusto. Un ragazzo deve saper fare qualcosa prima di mettere le mani sui beni di famiglia. Forse era questo il suo credo. Una sorta di assicurazione sulla futuro e sul nome della famiglia. La responsabilità di condurre attraverso il tempo qualcosa di prezioso. Papà fa armi e bagagli e raggiunge il nonno in Toscana dove si era trasferito da Roma. Siamo nati tutti a Roma anche se le terre sono qui. Siamo mantovani di origine come famiglia. Siamo stati quasi 500 anni a Mantova dopodiché si staccò per andare a Roma. Dopo la guerra la casa era stata bombardata e sceglie Firenze come base. Solo per dovere storico, i Guerrieri, famiglia marchigiana, assunsero il cognome Guerrieri Gonzaga nel 1506 per volere di Francesco Gonzaga, Signore di Mantova. Prima e dopo tale data, un susseguirsi di quel pazzesco intreccio storico che merita ben altra narrazione.  A Firenze mio padre era molto amico dei Frescobaldi, Antinori, Mazzei. Tutte le famiglie produttrice di vino che volevano consigli da mio padre. Tutte facevano vino ma tutte lo facevano mediocre. Le aziende erano in perdita. Mio padre inizia a fare consulenze anche se nessuno lo paga perché il vino sembrava sempre un giocare. Fino a quando lo chiama Mario Incisa della Rocchetta, grande amico di mio nonno e gli chiede di andare a lavorare per lui a Tenuta San Guido. Stava iniziando a fare qualche vino. Aveva appena piantato il Cabernet e mio padre aveva dimestichezza con le uve internazionali. Anche in trentino.  In una sola frase, Anselmo inserisce, con scioltezza e un garbo infinito, quattro mostri sacri del vino italiano. La Storia ci fa capire quanto quella che oggi si definisce, unanimemente, grandezza, al tempo non era che poca roba. Il vino era un gioco, una distrazione. Non certo una necessità. Fino a quando Mario Incisa della Rocchetta non pensa di far sul serio. È quello un vero punto di svolta per l’enologia italiana. Da li in poi si capisce che con il vino, si può fare sul serio. Anche se la Francia era partita qualche secolo prima. Mio padre lavora li per cinque anni e costruisce insieme la cantina. Con il Marchese disegnano quello che poi sarebbe diventato il futuro dei vini. Lui ci tiene a specificare che non ha mai fatto il Sassicaia ma ne ha contribuito alle basi. È stato un visionario, giovane e all’avanguardia. Con il Marchese c’era una grande intesa. Abbiamo pacchi di lettere delle sperimentazioni e i consigli dalla potatura alle fermentazioni.  La figura del padre di Anselmo si delinea piano piano nelle pieghe delle frasi. Carlo Guerrieri Gonzaga non deve aver avuto una vita facile. Un padre severo. Una responsabilità importante. Un percorso che non aveva immaginato ma che diventa suo. Il vino che da costrizione diventa passione. Prima primaria, poi marginale.  Smette di lavorare nel vino perché non si guadagna una lira. Inizia a vendere cementi e tutti i denari li metteva in azienda. Ricordo un articolo di Bruno Vespa nei primi anni 80 su papà. Aveva scritto Salvato dal cemento.  Il cemento serve per fare le case non per seppellire le passioni. Tantomeno gli impegni. La Tenuta San Leonardo rimane li, vicino Avio, in Trentino. La Guerra l’aveva provata e servivano soldi per risollevarla. Come quelli del cemento. Lasciare andare in malora una tenuta, non era nemmeno contemplato.  Rimette a posto San Leonardo perché la famiglia aveva perso tanti denari durante le guerre. Le terre erano totalmente da rimettere tutte a posto. La tenuta all’inizio era molto più grande perché mio nonno morì giovane e papà si trovò a dover pagare le tasse di successione. Sono 300 ettari di tenuta con circa 30 di vigneti. Prima erano 50 ettari di vigneto molto produttivi perché vicino al fiume.  È il 1974 quando Anselmo Guerrieri Gonzaga muore. Per comprendere le difficoltà di una famiglia, ancorché nobiliare, basta pensare alla necessità di vendere le terre per pagare la tassa di successione. Non capitava solo alle famiglie nobiliari. Meno male che l’hanno tolta questa tassa iniqua.  Nonno viene a mancare nel 1974 e papà mantiene la parte più storica circondata da mure. Nel 78 pianta il Cabernet Sauvignon che qui mancava. Nell’82 fa una splendida vendemmia e da corpo alla sua visione di creare qui un grande taglio bordolese che qui comunque abbiamo sempre fatto. Negli anni 60 c’erano già le etichette di San Leonardo ma una volta si facevano con più uvaggi. Fermentazione di più uve contemporaneamente. Invece mio padre parcellizza tutta l’azienda. Era una cosa da visionario fatta senza poter scambiare idee con nessuno. Non c’era la visione di fare un vino internazionale importante. C’era stata il Fojaneghe di Bossi Fedrigotti, primo taglio bordolese. Messo in commercio prima del Sassicaia. Poi c’era il Castel San Michele dell’Istituto Agrario.  La Storia recente della Tenuta San Leonardo inizia qui. Esattamente qui. Agli inizi degli anni 80. Carlo è un visionario dotato di grande gusto e raffinatezza. Il vino italiano in quegli anni inizia a pensare in grande cercando faticosamente di recuperare terreno rispetto ai cugini francesi. I Barolo Boys e i Supertuscan sono solo due esempi di un movimento che cominciava a mostrare i primi muscoli. Solo che non era come adesso. Non c’era internet. Certe cose si sapevano solo se si era molto addentro nel settore e, anche se si sapevano, dovevi andare a vederle. A capirle. A cercare di realizzarle in un contesto diverso.  Nell’85 con il San Leonardo che continuava a crescere decide di chiamare Piero Antinori, suo grande amico per avere il consiglio di Giacomo Tachis, enologo esclusivo della famiglia Antinori.  Il nostro direttore Luigino Tinelli viene mandato due settimane a San Casciano dei Bagni a studiare come si gestivano le barrique da loro mentre Tachis arriva su.  Piero Antinori dice una bella cosa a mio padre. Te lo mando molto volentieri, non lo pagare perché è pagato già da me. Più vini importanti facciamo per l’Italia, meglio è. Un taglio bordolese in Italia è sempre stato il modo per creare un ponte tra l’Italia e il resto del mondo. Un modo per consentire di assaggiare il terroir italiano tramite un vitigno internazionale. Oggi che il mondo sembra senza confini e all’insegna della possibilità di diffondere le informazioni in tempo reale, può sembrare una assurdità. In quegli anni però i vitigni italiani erano semi sconosciuti. Nessuno pensava all’Italia come patria di produzione di vini eccellenti. Ecco perché solo una mente lungimirante poteva strategicamente riporre in un taglio bordolese il cavallo di Troia verso l’internazionalizzazione dell’Italia enologica.   Mio padre perfeziona il San Leonardo con Giacomo Tachis. Le proporzioni rimangono pressoché invariate. È sempre stata a maggioranza Cabernet Sauvignon e una parte di Carmenere che all’epoca chiamavano Cabernet Franc perché pensavano che fosse quello fino all’89 quando mio padre scopri, con l’aiuto di Attilio Scienza cosa realmente fosse.  Cosa è il San Leonardo? Che vino è? È davvero così iconico.  60% Cabernet Sauvignon, 30% Carmenere, 10% Merlot. 24 mesi di affinamento in barrique per il 70% della massa; 30% in tonneaux. Fermentazioni spontanee e tanta tanta cura. Con il San Leonardo facciamo almeno quattro anni di affinamento. Non arriviamo sopra i 13 gradi e mezzo. Sono vini molto contesi nella ristorazione di alta gamma perché non appesantiscono ma esaltano. San Leonardo è un vino elegante e complesso, fine e determinato, austero e avvolgente. La Storia sembra non averlo segnato ancorché porti in se tutta la tenacia di Carlo e dei suoi avi. Ogni sentore, ogni singolo tannino sembra un piccolo tassello non solo della secolare storia della tenuta ma, soprattutto, della Storia ancora da scrivere. Niente è fuori posto e ogni singolo particolare contribuisce a rendere grande questo vino.  Se è vero che le esperienze degustative sono suggestioni, in questo San Leonardo, la Storia crea elementi di pura maestosità. Non è un vino creato a tavolino. In esso c’è la tenacia di Carlo, la sua determinazione, la lungimiranza, la voglia di rendere grande un territorio attraverso la Storia della sua famiglia. Sì distacca completamente dai vini del Trentino per collocarsi nell’Olimpo dei Grandi del vino. Come se San Leonardo diventasse iconicamente il Trentino stesso. Eppure le Alpi si manifestano prepotenti sia al naso insinuandosi con la sua balsamicità nella grande complessità dei sentori, sia in bocca dove la freschezza anticipa un inebriante, elegante e fine percorso gustativo.  La bocca non può che rimanerne estasiata. Una verticale e incontaminata freschezza che si accompagna a tannini setosi, eleganti, decisi. Si allarga in bocca andando a deliziare ogni parte del cavo orale con la sua imponenza verso la quale non si può che provare una sorta di timore referenziale. Ma l’eleganza e la raffinatezza, accolgono, coccolano creando vibrazioni dell’animo. Il ritorno della frutta, ora cotta, è una pennellata di un quadro impressionista: rapida, ma indelebile. La persistenza è ovviamente lunga e armonica, dotata di un senso di nobiltà che coglie e raccoglie i sentimenti.  L’eleganza di questo vino sta nell’essere tale da un tagliere di formaggi ad una carne importante. Ciò che conta è lo stato di grazia nel quale rimane la bocca ad ogni sorso: la forma armonica del gusto. Il San Leonardo non è il solo taglio bordolese dell’azienda. C’è anche il Villa Gresti che non deve in nessun modo essere definito come un fratello minore. Non lo è e non lo sarà perché ha la sua fisionomia data dall’aver unito il 90% di Merlot con il 10% di Carmenere. Entrambe i vitigni trovano qui una espressione pazzesca che farebbe del Villa Gresti il top di gamma di qualsiasi azienda. I 12 mesi di barrique lo rendono rotondo e meditativo senza mai prevaricare il confine della finezza. Già il colore granata e la trasparenza non certo accentuata, gli dona quel tono aristocratico di un vino che ha avuto si un certo invecchiamento ma che può durare ancora nel tempo. Il naso è una esplosione di nuance. Sembra di assistere ai ricordi giovanili di un vecchio principe: una vita variegata e impetuosa fatta di sfarzo e allegria. Con quel tocco di classe che non può, anzi, non deve, mai mancare. Sono le spezie come il pepe, l’incenso, gli aghi di pino, il tabacco, il cuoio a spiccare insieme ai frutti alpini e alle ciliegie. C’è dell’erbaceo che impreziosisce rendendolo vivo, brillante, non stucchevole, fresco. In bocca c’è il godimento meditativo che rende il Villa Gresti unico e iconico. Tutto sa di stole di sete che si intrecciano, di collant, di pizzi, di merletti, di visi incipriate, di labbra che si sfogano. Ma anche di calda meditazione, con un buon sigaro, al caldo di un camino. L’azienda cresce tanto in notorietà fino agli anni 2000. Nel 2001 entro io. Arriva anche Carlo Ferrini che è stato un grande enologo e grande uomo di squadra. Un agronomo prima di tutto, cosa questa che ha rivoluzionato San Leonardo perché siamo ripartiti con la vigna al centro. Mio padre aveva rinnovato tantissimo con agronomi locali che non consideravano la grandissima qualità che si poteva fare. Ferrini capisce e interpreta il vigneto di San Leonardo in un miglior modo. Poi arriva anche Sinonit&Sirchper farci aiutare per il mal dell’esca. Due potatori famosi al mondo. Abbiamo fornito alle nostre manovalanze un grande salto culturale e di qualità. Sono molto appassionate e legate a noi anche da quattro, cinque generazioni. Una famiglia allargata. Più di recente, nel 2015 ho voluto introdurre il biologico e biodinamico e i vini hanno dato un responso eccezionale. Siamo anche Biodiversity Friend, poi Equalitas, il massimo del riconoscimento in Italia. Si riflettono nel vino ma uno lo fa principalmente per il benessere della propria terra. Anselmo traccia la storia di San Leonardo con il padre al centro. Un uomo al quale si deve la modernità e lo sviluppo dell’azienda e dei suoi prodotti. Ma proprio in Anselmo si cela una personalità poliedrica e forte. Solo una persona forte poteva tener testa ad uomo come Carlo che si è forgiato grazie al proprio padre intraprendendo una strada difficile e ardua.  Ho finito l’università a 22 anni e sono andato a lavorare in Sudafrica. Volevo un pò di libertà e girare il mondo. Ho fatto il muratore, ho lavorato nei bananeti. Ho fatto mesi in giro lavorando anche in un allevamento di leoni. Mio padre mi mando in cantina a Costancia, Cape Town. Poi si ammalò gravemente e non si sapeva come sarebbe finita la malattia. Mi disse chiaro e tondo che voleva io lavorassi o per lui o per qualche altro perché  lui non mi avrebbe mantenuto. A Avevo appena compiuto 23 anni, ero giovane e poco indipendente, così inizio a lavorare a San Leonardo. Amavo la campagna e volevo un lavoro nella natura.  Un pò di clemenza per il figlio. Carlo probabilmente sa quanto possa essere duro andare lontano dalla propria azienda, da quella che si ritiene propria. Dalla propria terra. Ma non si esime dal pretendere che il figlio Anselmo, lavori.  Un meraviglioso insegnamento con la speranza che Anselmo lavori a San Leonardo. Non fuori, non in luoghi dove non sia casa sua. A San Leonardo. Quando Anselmo parla della sua terra, della storia, delle persone, gli occhi brillano di una luce speciale. Non si tratta di essere proprietari di un luogo quanto di esserne custodi. Il privilegio, l’onore e l’onere di dover tramandare nelle generazioni qualcosa che viene da lontano e andrà lontano. Il vino, i vini, sono un tramite o semplicemente un dono di questi luoghi, un modo per renderli ancora più nobile di quanto non lo siano già. Siamo amanti dell’azienda, della tenuta, delle persone. Ci piace il nostro piccolo universo. Un mondo con riti e ritmi. L’ambiente vino è strepitoso. Mi è dispiaciuto di non aver fatto enologia o agraria. Ma non sono mai stato un bravo studente.  Eppure, quello che sembra un idillio, per Anselmo non deve propriamente essere stato così all’inizio. Due caratteri forti che si incontrano.  Sei mesi di pacchia e poi subito in azienda. A 23 anno sotto contratto. Siamo stati tutti educati che nella vita ci si fa il mazzo. Il problema era lavorare con mio padre. Il primo giorno arrivai in ufficio e mi disse vedi cosa puoi fare. All’epoca c’era solo una segretaria mentre ora ne abbiamo sei. Tanto per dire come è cresciuta la realtà in venti anni. Dopo un paio di anni avevo delle idee chiare ma mio padre mi ha bloccato quasi subito. Ha fatto bene. La tradizione contro l’innovazione. Generazioni a confronto. Modi di vedere la vita diversi. Solo l’età, come il buon vino, aiuta ad affinare le idee.  Papà ha sempre voluto mantenere lo stile dei vini intatti mentre io volevo cambiarli per adattarli al mondo più contemporaneo. Era un momento nel quale bisognava sopravvivere. Gli dissi: perché non mettiamo un pò di Teroldego nel San Leonardo per attualizzarlo e renderlo più legato al territorio? Mi guardò schifato e mi disse: sei un cretino, torna in ufficio. Gli dissi che dovevamo diventare biologico e mi diede ancora del cretino anche se poi mi diede ragione e ne è diventato il più grande sostenitore anche se è qualche anno che non lavora più in azienda. Non uno scontro anche perché Anselmo non userebbe mai questa parola. Troppo rispetto per il padre e troppo elegante nei modi. Certo, sarei voluto essere una mosca a godermi quei “confronti”.  Anselmo però non è certo uno remissivo o che non porta avanti le sue idee. Il Carmenere in purezza l’ho voluto fortemente io. Mi piaceva la storia e l’unicità di questo vino difficile da raccontare. Fino al 2008 il Carmenere non si poteva nemmeno citare in etichetta del San Leonardo perché è non previsto dal disciplinare. Nel 2007 imbottiglio questo Carmenere in gran segreto grazie a Luigino Tinelli, una persona speciale. 1724 bottiglie come era l’anno di fondazione. Ero un pò spregiudicato ma d’altronde un imprenditore deve andare con testa e cuore. Oltre che un pò di fortuna. Ero giovane e dopo 5 anni gli presentiamo questo magnum dicendo che lo avevamo preso in Francia, che era un vino eccezionale. Lui disse che era molto buono e che somigliava al nostro Carmenere. Papà hai ragione. Tiro via la carta e avevo utilizzato lo stesso stile di etichetta del 1800. Gli piacque e disse che potevamo venderlo. Il Carmenere è in effetti un incredibile vitigno che su queste terre trova terreno ideale. Non hanno senso confronti con il San Leonardo: due vini perfettamente complementari nella loro diversità e accomunati non solo dal terroir ma anche dagli elementi di finezza ed eleganza. È così elegante e suadente che un calice lo si può (forse lo si deve) bere in contemplazione. Dinanzi ad un camino acceso così come ad un paesaggio alpino.  Quando lo si porta al naso è come se volesse intimorire. Avete presente quelle giornate pungenti quando il freddo è così intenso che non vogliamo uscire? Mettiamo il naso fuori e siamo intimoriti così che, qualora non costretti, ci rifugiamo in casa. Ecco, questo Carmenere si presenta con delle pungenti note erbacee. Anche le spezie sono tali. Poi però, tutto muta verso il caldo, l’avvolgente, il morbido. Una calda coperta di frutti e spezie che lasciano la scia come il profumo sensuale di una donna. Impossibile non berlo. Impossibile non lasciarsi tentare dal sorso che, quando arriva si dimostra fresco, non particolarmente ampio ma avvolgente e strutturato. Sa di perfezione quella ciliegia che si sente in bocca quasi croccante, perfettamente cesellata attorno al nocciolo. Sa di perfezione il bilanciamento con un’alternanza di sensazioni come fosse un Bolero di Ravel, un crescendo di ritmo e vigoria che porta all’eternità. Maestoso e incredibile. Lo si comprende per poi esserne stupiti.  I bianchi li ho sviluppati io. Ho fatto un’altra società Marchesi Guerrieri Gonzaga per produrre spumanti Trento DOC. Non ci siamo mai conformati a standard o mode passeggere. Non si addice a San Leonardo. Sarebbe fuori tono e fuori luogo. Il Riesling è il vitigno portato dal trisavolo Oddone. Chissà da quale parte dell’Europa se lo era fatto arrivare. Ho provato la bottiglia 1900 del 2021. Un Riesling che emana da subito il suo inconfondibile sentore di idrocarburi fine ed elegante. Finezza ed eleganza che attraversa tutto il percorso gustativo ed esperenziale di questo vino. Niente di ruffiano, semmai di austero. Per scovare i sentori di agrumi, erbe alpina appena tagliata, timo e salvia occorre pazienza e gentilezza. Per arrivare al mango, un pò di attesa. La freschezza alpina pervade il naso con un lieve pizzicore che sa di mattine di inizio autunno. Non è un vino semplice perché non immediato. Va aspettato e solo quando vorrà, potrà donare sensazioni di sensuale durezza. È come chiedere la mano della propria amata al di lei padre sapendo che questo non la prenderà bene. Nessun uomo meriterebbe la figlia. Sarà austero, con il mento alto, quasi amaro. Poi, vedendo gli occhi della figlia, si scioglie. Lo stesso per questo Riesling che in bocca appare quasi amaro come il succo di un limone verde. Poi però si spande e qualcosa di incredibile accade. Non è verticale ma neanche rotondo. Pervade la lingua e solo alla fine mostra la sua sapidità allungandone la persistenza.  Cosa rimane in bocca? Un senso di pulizia e appagamento. Con la necessità di un nuovo sorso. Proprio parlando di un nuovo sorso, ho lasciato per ultimo Terre, un taglio bordolese fatto da 40% Merlot, 30% Cabernet Sauvignon e 30% Carmenere con un misto di affinamento in botte grande e barrique per 18 mesi. Terre offre la possibilità di godere della meraviglia di taglio bordolese non togliendo ma aggiungendo schiettezza e verità continuando il fil rouge di finezza e raffinatezza della linea San Leonardo. Impossibile, in questo caso, non confrontarlo con il San Leonardo. Il confronto è certamente impari ma si si vuole un vino che offre sensazioni olfattive interessanti e una vivacità gustativa, Terre è ciò che affascina e conquista. I sentori di frutta, fiori e spezie ci sono tutti. Non un compitino ma attenta semplificazione. In bocca, mantiene la freschezza nonostante gli anni unendola ad una intrinseca rotondità. In genere si dice “giovani dentro”. Ecco, Terre è un vino giovane dentro che esprime, con quei tannini delicati, piacevole eleganza. La persistenza non può che essere lunga. Si beve e si abbina con facilità e quel finale lievemente amaricante, lo rende anche intrigante. Il motto dell’azienda che ho scritto io ma che ho fatto firmare a mio padre, sono le parole in cui lui crede. Io le ho solamente sintetizzate. La terra è l’anima del nostro mestiere. Questo è molto San Leonardo. Io spero non cambi mai l’atmosfera di questo posto.  Anselmo è un manager innamorato della sua terra. Una persona che crede nelle cose belle della vita e nei i valori, molti dei quali si collocano nel passato dove occorreva lavorare tanto e sodo. Però con sorriso ed entusiasmo. Un senso di famiglia che c’è ovunque a San Leonardo. Con i collaboratori che appartengono al territorio. Non serve essere particolarmente formati quando il lato umano è ciò che conta maggiormente.  A me piace l’identità di questo luogo e questa identità la fanno le persone. Ci ho sempre creduto e spero fortemente che non cambi mai. Ringrazio tutti i giorni della mia vita papà anche se ci siamo scontrati in forma anche violenta. Lui ha un carattere forte e altrettanto io. Non lo rifarei. Non lo consiglierei a nessuno. Avrei preferito mi avesse mandato sotto padrone. Non penso che andando fuori se poi avrei fatto tutto quello che sono riuscito a fare. Dal 2012 ad oggi l’abbiamo quintuplicata e nel 2012 le cose andavano male. Volevano vini barricati, di moda. C’erano delle mode più totalizzanti di oggi. 450 mila bottiglie prodotte inclusi gli spumanti Trento DOC prodotti con la Marchesi Guerrieri Gonzaga. Un salto pazzesco in tredici anni. Solo un approccio manageriale, una squadra coesa e una grande passione possono ambire a tanto Da soli non si fa molto. Ho avuto persone che mi hanno aiutato dandomi grandi lezioni di vita. Mi rendevo conto che per mantenere tutto questo, immobiliare, il borgo, la chiesa, la cantina, i giardini, l’orto c’è necessità di attenzione e lavoro. È stata l’ansia di capire come gestire al meglio per far sopravvivere e andare avanti. Noi siamo i custodi di San Leonardo. Abbiamo l’obiettivo di tramandarla. Cambiare qui si può ma non si deve vedere. Cambiare per adeguarsi ai tempi senza lasciarsi contagiare dalle mode. Fateci caso, ci sono cose che sono cambiate sotto i nostri occhi senza che ce ne accorgessimo.  Il cambiamento è un processo lento. Ho avuto momenti traumatici personali con mia figlia e sono cresciuto troppo in fretta con situazioni complesse da gestire umanamente. Ne ho pagato anche le conseguenze. Dieci anni fa lavoravo tantissimo. Ne abbiamo fatte di tutti i colori per sfangarla. Abbiamo fatto tanti altri vini e creato la gamma rendendo sostenibile il costo di gestione. Adesso va benissimo. Quanto il marchio sia riconosciuto e che tipo di riconoscimento le viene cucito addosso. Siamo molto soddisfatti perché i nostri vini sono stimati e rispettati da tutti. Noi facciamo dei vini molto eleganti e ci sono tanti degustatori che degustano in batteria con tanti tagli bordolesi più opulenti del nostro. Non è il giusto modo di confrontarli. Finezza ed eleganza non si confrontano così. Sarebbe troppo facile pensare che avere un titolo e una storia, una tenuta e un patrimonio siano un vero aiuto. Non sempre è stato così. Non sempre sarà così. Dipende da come gira la vita, da quando gira. Tutte le cose possono essere un aiuto ma dipende da come le usi. Sì fa presto a criticare chi ha una storia, però se esci fuori dai canoni non hai più una identità riconducibile. Nel nostro caso gioca un grande ruolo perché noi siamo amanti e protettori della storia. Papà si è fatto il suo museo dei mezzi agricoli. Ha fatto tanto per recuperare i valori di questo posto e la sua storia. San Leonardo nasce grazie a mio padre che è stata una persona con una visione.  Innegabile che essere nobile porta con se amicizie importanti, così da trovare aperte molte porte. Porte che però fanno presto a richiudersi. In taluni casi era anche meglio che non si aprissero. Gli anni 80 erano quelli del riscatto sociale, del tutti contro tutti e soprattutto contro chi aveva un titolo perché visto come privilegiato. Si odiava chi era arrivato solo per diritto di nascita. Nobili e ricchi avevano i patrimoni, i soldi, i privilegi. Da un lato l’invidia, dall’altro la delinquenza che rubava, sequestrava, rapiva. Tanto li c’erano i soldi. Mi sono trovato in un tempo molto più facile. Mio padre aveva più da perdere in quel tempo.  Un tempo complicato se visto con gli occhi di oggi. Complicato ma al contempo ricco di opportunità. Occorreva crederci, buttarsi a capofitto in quello nel quale si credeva. Carlo Guerrieri Gonzaga ci ha creduto tanto e soprattutto ha creduto in un territorio che non è mai stato così blasonato se non dopo San Leonardo.  Rappresentiamo il fiore all’occhiello dell’enologia trentina. Io penso che lui abbia sofferto tantissimo quell’epoca. Aveva creato con Attilio Scienza uno studio strepitoso per creare una doc che si chiamava Campi Sarni sullo stile della Sassicaia. Era sulla sinistra dell’Adige con le marne del ghiacciaio. Le marne finiscono al confine di San Leonardo perché nel 1835 c’è stata una frana molto grande di un conoide della montagna. Si chiamava Valpiana. Scienza disse ci fermiamo qui. Andammo a proporre la cosa con la sala gremita e per un contadino di un paesino qui vicino che era stato escluso, non si fece. Una vera miopia.  Se si pensa a quanto giovamento abbia avuto tutta la zona di Bolgheri grazie ai vini di Incisa della Rocchetta a Tenuta San Guido, allora la miopia è tanta.  Io ho preso l’azienda avendoci lavorato tanti anni. Le mie sorelle sono state molto gentili aiutandomi a mantenere la proprietà indivisa. Ci siamo divisi altre cose. Carinamente i miei genitori hanno fatto un lavoro doloroso ma necessario. Soprattutto quando ci sono luoghi dove tutti sono cresciuti e hanno amato. Io mi sono rinchiuso qua dentro anche quando era giovane. Sei molto isolato. Oggi è una meraviglia ma non un tempo. All’epoca mi è pesato. Difficile non pensare al passato, impossibile non pensare al futuro. Anselmo ha una sola figlia, 15 anni, ancora piccola per pensare a come essere parte della futura storia di San Leonardo. Anche se Anselmo non lo dice, il suo destino non potrà che essere parte di questo luogo, per custodirlo ancora nel tempo. Di certo potrà scegliere la modalità con la quale farà parte di San Leonardo ma, in ogni caso, ne farà parte.  Le piace da matti questo luogo e mi dice che vuole continuare. Non la assillo perché è un mestiere che te lo devi scegliere. Ci va tanta passione e tanto sacrificio. Io ho passato tanti di quei fine settimana da solo negli alberghi nelle varie parti del mondo sperduti aspettando il lunedì per andare a vendere. Ci aspettano poi tempi duri. San Leonardo è destinato ad avere un direttore generale capace dove mia figlia può svolgere alcuni ruoli fino a quando non raggiungerà la preparazione necessaria. Lei quello che vorrà fare lo farà bene.  Del vino è difficile non innamorarsene. Frequento ambienti molto più danarosi e importanti ma alla fine anche gente che fattura miliardi chiedono a me come è la mia vita. La persona al tavolo più gettonata diventa il produttore di vino. Se fossi Antinori lo capirei ma io rimango sempre perplesso dell’attenzione per una aziendina come la mia.  Quella della famiglia Guerrieri Gonzaga non è ne una aziendina ne una semplice produttrice di vino. È un pezzo di storia, una favola che ha avuto un inizio e nessuno vuole che finisca. Per continuare a raccontarla ancora.  Ringrazio sempre mio zio ormai morto. Mi aveva regalato da ragazzino dei libri di favole con l’audiocassetta. Li avrò ascoltati mille volte l’uno. Mi hanno profondamente arricchito aiutandomi a raccontare storie. Devi saper raccontare la storia.  Grazie Anselmo. Grazie a te, grazie a tuo padre, grazie alla tua famiglia. Grazie per essere custodi di un pezzo della nostra Storia. Una storia che, prima marginalmente, poi sempre di più, attraversa il vino e continuerà ad attraversarlo negli anni a venire.
Grazie davvero.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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28 Febbraio, 2025

Stefano Minelli. L’uomo, l’organizzatore gentile

Non c’è segno esteriore di cortesia che non abbia una profonda base morale (…) C’è una cortesia del cuore che è vicina all’amore. Da essa la più conveniente cortesia del comportamento esteriore deriva (J.W.Goethe) Ho conosciuto Stefano Minelli per caso. È stata, da subito, una di quelle persone che ti fanno subito simpatia senza che te ne spieghi il perché. Mi ha immediatamente colpito la sua gentilezza. Una dote che è difficile da spiegare senza viverla.  La gentilezza di una persona è nei modi prima, negli atteggiamenti dopo. Nelle parole certo e solo in fine, nei fatti. Quando si realizza un filotto del genere, allora si è in presenza di vera rarità. Anche perché, in un mondo digitale fatto di relazioni digitali, spesso ci si dimentica delle persone, di quegli esseri umani che sono dall’altra parte dello schermo in chissà quale parte del globo. Abbiamo dimenticato come essere gentili, cosa voglia dire mostrare interesse, attenzione e rispetto per gli altri. Un imbarbarimento delle relazioni lontano anni luce da quando ci si frequentava per davvero, quando se volevi dire ti amo ad una ragazza dovevi farlo guardandola negli occhi e quando un amore finiva rimaneva una questione privata.  Poi, ci sono persone come Stefano Minelli che con il digitale ha poco a che fare. Sia perché non è per nulla un nativo digitale, sia perché lui è persona che ama le relazioni. Quelle vere e che coltiva. Con la gentilezza. A guardarlo Stefano appare una sorta di gigante buono. Massiccio come uno che ha fatto tanto sport nella sua vita. Volto che esalta la sua “ovalità” (si può dire?) per via della totale assenza di capelli (magari sarà per questa comunanza che mi fa simpatia, vallo a sapere).  Affabile, simpatico, energico ed energetico. Oltre che loquace.  Un sano entusiasmo lo contraddistingue. Contagiante devo dire visto che Stefano sente fortemente il bisogno di condividere le proprie idee in una sorta di generosità gentile.  Con un milione di difetti che penso di avere ritengo di essere sostanzialmente una brava persona. Semplice ma ambiziosa. Corretta. Molto trasparente e che si è trovata in questo mondo a 59 anni, ne faccio 60 il 30 maggio, dopo diverse vite professionali.  Mamma sarda. Papà umbro. Nato a Roma in zona San Giovanni e vissuto a Monte Sacro. Scuole al quartiere Trieste. Famiglia non certamente ricca e trapiantata a Roma. Anche perché un tempo ci si spostava (un tempo si faceva…) nella capitale per lavoro. Non certo perché si era nobili. Quelli, erano da generazione ben piantati a Roma.  Stefano insomma è un romano de Roma. Come in genere si dice.  Con un papà che lavorava sempre, cosa forse inusuale ai tempi del mito del lavoro statale, Stefano non poteva far altro che legarsi agli altri componenti della famiglia. Come lo zio. Venti anni più grande di lui. Poca differenza ma sufficiente affinché potesse diventare un modello. E meno male che lo zio era uno sportivo di quelli veri. Avere un modello diverso negli anni settanta avrebbe portato tutt’altri interessi. Non avendo un sentiero segnato visto che i miei avevano origini umili, avevo come riferimento lo zio. Un laureato, uno sportivo. Un fisico eccezionale. Un riferimento perfetto. Interagivo più con lui che con mio padre che lavorava sempre. Lo zio aveva venti anni più di me dunque stavamo insieme sempre. La classica vita di quartiere non l’ho mai fatta perché ho fatto sempre sport. Non ho mai bighellonato. Una famiglia impegnata a livello sportivo. Di quelle che credono fortemente nei valori dello sport e di come questi possano essere poi applicate alla vita sociale di tutti i giorni.  Mi ci ritrovo fortemente anche io. Mio papà insisteva perché facessi sport e grazie a lui sono cresciuto sano in anni dove era facile lasciarsi prendere dalla noia e cadere nei tranelli della società nella quale in molti si sono persi. Mi costrinse letteralmente a praticare nuoto perché lo riteneva fondamentale. Lo maledissi. Era uno sport che odiavo. Poi sono diventato giocatore di pallanuoto prima, istruttore di nuoto poi. I casi della vita. Non l’ho mai ringraziato quanto avrei dovuto. I cugini sono allenatori di sci. Il cugino grande faceva le gare con Tomba. Lui arrivava sedicesimo e Tomba primo. Lui da cittadino di Roma arrivava a sciare a quei livelli. Quando non arrivi e cresci, diventi allenatore. Si sciava ad Ovindoli Ammazza come pizzica!
Aho, ma stamo sue Dolomiti, mica a Grottaferata sa..
Aho che cojoni, ‘n finiva mai sto viaggio! Se davate retta a me co tre quarti d’ora stavamo a Ovindolo.
A papà, che palle che sei co’ st’Ovindolo però eh!
Artu’, ma invece de baccaia’ ma perché non vai a chiaMa’ un facchino?
Ah io vado a chiama’ il facchino, m’ hai detto de compra’ il borzello a liscia de fa’ il signore e fallo chiama’ da tu madre, ma che fa tu madre, aho magna?
Ma che sei nervoso?
So’ nervoso? Ma io a neve ‘a odio, so’ nervoso?! C’è poco da fare. Ci sono cose che mi fanno scattare altro in mente. Una sorta di interruttore in grado di aprire pagine della memoria come fosse una seduta di ipnosi. Ovindoli anzi, Ovindolo vuol dire Vacanze di Natale. Il vero e solo Vacanze di Natale. Quello di Carlo Vanzina, anno 1983. Nella scena Arturo Marchetti alias Mario Brega arriva a Cortina con la moglie Erminia (Rossana di Lorenzo), figlio Mario (un giovanissimo Claudio Amendola) e suocera Costanza (Franca Scagnetti) arrivano all’hotel Fanes di Cortina… Pura poesia. Meglio non divagare. Il punto che a quel tempo, per sciare, c’era solo Ovindoli. E manco tutto l’anno. Così, giocoforza occorreva fare altro a Roma.  Il mio sport era il tennis. In parallelo allo sci. Ho giocato anche a calcio ecc. Ero talentuoso ma non mi allenavo per via dello studio. Adesso meno male che mio figlio si allena. Ero un velocista e facevo velocità. Dal basket alla pallamano. Una esperienza familiare di olimpionici nella equitazione. Per come la vedo io mi ha aiutato nella vita. Equilibrio, disciplina.  Equilibrio e disciplina. Comprendo bene queste due caratteristiche. Mi ci ritrovo perfettamente. È quello che lo sport mi ha insegnato in tanti anni di pratica. Sconfitte tante. Soddisfazioni meno. Ma quando si arrivava alla fine di un allenamento sfiniti, cotti e con i dolori dappertutto, si respirava a polmoni pieni facendo entrare così tanta aria che ci si sentiva dei giganti. Bastava quello per essere felici. Poi con mio fratello svaligiamo il frigo per la fame e mamma si disperava! Ho fatto tennis a livello agonistico ma non facevo tornei. Mi allenavo con gente di livello alto ma non mi dedicavo, per via degli studi. La priorità era lo studio. Ho fatto economia e commercio..  Anche questo insegna, anzi, insegnava lo sport. Quello vero. Potevi essere un talento ma con lo sport non ci si arricchiva. Dunque doveva essere un modo per essere sani di testa e corpo non per farne una professione. Mens sana in corpore sano. Ora non è che Stefano fosse (e sia anche oggi) uno poco godereccio. Al contrario. Il buon vivere legato al buon cibo e al vino, non potevano no far parte della sua vita. È così che nel periodo dell’università si appassiona al mondo del vino. Il classico giro per le cantine fuori porta si trasforma piano piano in passione. Lasciata un attimo in sordina sempre sacrificata sull’altare della laurea. Che arriva insieme al lavoro.  Avevo un ottimo lavoro dopo la laurea. Undici anni alla Fondazione Olivetti. Prima come amministrativo, poi come direttore amministrativo infine come direttore generale. Un ambiente molto radical chic. La formazione e lo sport mi consentiva di muovermi bene potendo dialogare con l’amministratore delegato cosi come con il tifoso della curva. Una caratteristica che riconosco a Stefano. La capacità di dialogare con tutti usando la stessa gentilezza. Senza distinzione. Senza centellinarla con chicchessia.  La Fondazione Olivetti, nata nel 1962 per volere della famiglia di Adriano Olivetti, è una associazione no profit volta a mantenere alti i valori che l’Olivetti stessa ha rappresentato nella storia imprenditoriale d’Italia. Per fare questo occorreva e occorre creare e mantenere un filo rosso con le istituzioni a tutti i livelli. La presidente era Laura Olivetti (figlia di Adriano). Le organizzavo vari simposi. Erano molto goderecci. Andavo da Limata e da Roscioli per organizzare feste in Fondazione con personaggi così famosi tanto da toglierti la salivazione. Poi bevevano e diventavano normali. Attori, ministri, personaggi importanti. Come i vecchi amori che, per dirla come l’ha scritta un cantautore romano Certo amori, 
Fanno dei giri immensi e poi ritornano Torna a bussare l’amore per il vino che non può che sfociare in un corso da sommelier.  Una passione per il vino che è cresciuta fino al corso da sommelier che mi ha aperto il mondo. Ho capito il vino. Ho messo in pratica con questo corso tutto ciò che è cultura del vino. Era il mio obiettivo. Non un discorso economico ma culturale I tasselli nella vita trovano sempre un posto dove essere collocati. È solo una questione di tempo. Serve attendere e serve essere preparati. Anche alle cose che possono sembrare brutte. Perlomeno per chi non ha spirito di iniziativa e non gode di animo positivo. Il lavoro alla Fondazione si interruppe perché erano finiti i soldi. È stata una esperienza impagabile che mi ritrovo anche ora. Li ero il dottor Minelli che diventava Stefano in altri contesti. Dopo essere stato Direttore Generale della Fondazione Olivetti per quattro anni, finisce l’esperienza così da aprirne altre che non si rivelano proprio il massimo della vita. In fondo, il livello non poteva essere commisurabile. Non potevano che finire con tanta forza e determinazione. Mi dissero: saremmo contenti di averla come direttore generale. Però non abbiamo soldi e lo stipendio lo deve trovare lei con il fundrising. Andai via Nessuna paura. Nessuna esitazione. Un salto nel vuoto per certi versi. Però è così che fanno le persone che sanno di poter fare qualcosa di diverso innamorandosi ogni volta di ciò che si sta facendo. Aprire un cassetto, trovare un sogno riposto li tempo prima, provare a realizzarlo. Qualcuno l’ho realizzato, qualcuno meno. C’è sempre questo percorso di arricchimento continuo. Un percorso che ancora continua e se me ne daranno la possibilità continuerà ancora.  Senza mollare ovviamente. Che poi è il vero insegnamento dello sport. Continuare ad insistete per raggiungere i sogni è figlio di una mentalità che acquisisci con lo sport. Non c’è dubbio. Mi dovevo inventare un lavoro. Mi piaceva il vino ed ero un appassionato con il sogno nel cassetto di aprire una vineria bistrot. La aprì. Si chiamava Sideways. Come il film sul vino. Jack: Dovresti lavorare in un’enoteca! 
Miles: …Eh si’! Sarebbe un’ottima idea! Era un gioiellino. Non mi curavo come imprenditore ma ho iniziato a conoscere produttori, distributori, broker. Al Vinitaly mi stendevano tappeti rossi ma era più una cosa per amici. Erano famosissimi i miei dopo Festival. Stavamo fino alle cinque di mattina a stappare. Ognuno comprava qualcosa e stappavamo. Solo che occorreva essere pieni tutti i giorni della settimana. Non funzionò. È stata comunque una formazione sul mondo del vino molto importante perché ho capito tante cose per le aziende, il modo di approcciare. Quando hai un sogno nel cassetto e anche una certa disponibilità economica (dovuta agli anni in Fondazione), si crea una miscela pericolosissima. Non è un lavoro ma quasi un gioco. Per far fruttare un locale occorre tanta capacità e non ci si può improvvisare. La passione può combinare guai. E ne combina tanto che Sideways deve chiudere i battenti. Con gli strascichi del caso. Sono sempre stato, in passato, benestante. Poi è cambiato tutto: separato, perso il lavoro, ho dovuto cambiare registro. Sapevo relazionarmi con tutti e mi sono reinventato nel mondo del vino. Prima con la vineria bistrot e poi negli investimenti nei vini pregiati che ho fatto per otto anni.  Altro tassello nella vita di Stefano. Uno di quei tasselli che non ti aspetti. Si sente molto parlare di vini pregiati e di investimenti. Vini che si comprano ad un certo prezzo (già impegnativo) per essere po rivenduti nel corso del tempo con margini interessanti. Poche bottiglie, tipicamente francesi. Vini pazzeschi. Gente con tanti soldi pronti a spenderne altrettanti per poter avere nella propria cantina pezzi unici. Bingo! Il lavoro perfetto. Facevo da intermediario per una agente di Londra. Sarebbe stato il lavoro della mia vita ma all’atto pratico non si verificò quanto promesso. Quello che può sembrare un insuccesso però porta con se aspetti positivi che non possono che essere valorizzati. A partire dalle tante conoscenze nel mondo del vino e dalla capacità di organizzare eventi. Per vini pregiati, cosa questa che connota Stefano come una persona che non guarda a realizzare cose comuni o banali ma eventi contraddistinti da finezza ed eleganza.  A Roma c’ero solo io. Organizzavo eventi con cinquanta persone selezionati e proiettate ad investimenti. Mi trovavo ad organizzare questi eventi. A me piaceva e mi sentivo preparato. Così gradualmente mi sono avvicinato ad organizzare eventi con amici. Insomma dalla Fondazione Olivetti, ai vini pregiati, agli eventi. Quello che può sembrare un percorso poco coerente è invece una vera crescita con un legame imprescindibile: passione, capacità, gentilezza. Il primo evento è stato al Torrino dove con BNI si riuniscono professionisti per uno scambio di referenze. Ci vedevamo settimanalmente per trovare clienti. Ci vedevamo in un hotel al Torrino e li ho fatto il mio primo evento. Circa 30 stand. La sala non era cosi grande.  Il primo evento non si scorda mai. Trenta stand. Trenta cantine. Inizia bene Stefano che poi continua con altri eventi per i quali veniva sempre lasciato solo ad organizzare tutto.  Così ho detto perché non mettermi in proprio? È il 2023 quando nasce il primo ViniAmo seguito anche da ViniAmo di Autunno. A Roma ci sono tante iniziative e delle più variegate ma quelle di Stefano sono sempre caratterizzate dalla qualità dei presenti e dalla grande attenzione, umana e professionale. Gradualmente siamo arrivati alla terza edizione di ViniAmo sempre alzando l’asticella. Per numero di persone e stand e per l’apertura agli operatori di settore. Sul terzo ViniAmo abbiamo infatti messo la seconda giornata per gli operatori del settore. Sono state le aziende stesse che me lo chiesero. Così come chiesero il concorso e quest’anno faremo alcune premiazioni. Un organizzatore gentile. Stefano è visto da tutti cosi. Una persona amabile e gentile. Nei modi e nelle cose pratiche. Approccia sempre tutto e tutti in maniera cordiale e corretta. I suoi sono modi gentili e affabili ma non per vendere qualcosa. Lui è così. Non è un venditore o un imbonitore.  Vende solo qualità e sostanza. Qualcosa di concreto. Di qualità. Difficile trovarlo a proporre qualcosa nella quale non crede fermamente.  Abbiamo raddoppiato le date. Chiamare Armando Castagno ti mette in gioco. È una sfida perché se poi l’evento non è all’altezza non viene più. Dunque è una sfida. L’obiettivo di avere rapporti personali buoni è un mio tarlo. Spesse volte mi sono trovato con bastoni in mezzo alle ruote senza saperlo.  Già, un tarlo. Tanto che il difetto che gli riconosco è forse di essere fin troppo gentile. Dovrebbe essere più imprenditore. Tante volte per far star bene tutti e non mettersi di traverso, va incontro alle persone pur sapendo di non arricchirsi mai con questo lavoro. Se vedo una azienda piccola che ha piacere di partecipare e non ce la fa a pagare gli importi che sono sotto la media del mercato romano, cerco di andarle incontro. Io non ho mai chiesto uno sconto in vita mia perché non è mio costume ma se posso andare incontro a qualcuno lo faccio. Un uomo che crede nella buona fede delle persone. Forse un pò fuori dal tempo in cui viviamo ma Stefano è fatto così. Un gentiluomo al quale basta la parola data. Cosa questa che gli avrà magari riservato qualche brutta sorpresa. Ma non gli interessa. Lui è così e sa di non poter cambiare. Sono però molto permaloso. Me le segno al dito ma non è che ti faccio qualcosa dopo. Mi muore dentro quella persona.  Se gli si chiede cosa si potrà trovare nel suo terzo ViniAmo, dimostra ancora una volta un approccio semplice e gentile, concreto e mai altisonante.   Posso promettere sicuramente una qualità nelle aziende che parteciperanno. Un approccio non freddo e asettico da parte delle aziende anzi, un racconto che il produttore fa. Una persona deve essere ammaliata da chi racconta una sua storia. Ti racconta di un figlio purché i vini sono figli di queste aziende. Raccontare il territorio e i loro vini che con mille difficoltà riescono a produrre. Qualità ed eleganza. Non si viene a bere ma ad apprendere.  Anche in queste parole Stefano dimostra di non voler vendere niente. Non fa proclami, non vende cose che non ci saranno. Pure la partecipazione di una figura di grande rilevanza nel mondo del vino come Armando Castagno a parlare dei grandi vini della Loira e della Borgogna rimane in sordina. Quasi si vergognasse di aver avuto il piacere di una simile partecipazione. Però questo è Stefano Minelli. L’ho soprannominato l’organizzatore gentile ma dovrei dire l’uomo gentile perché va aldilà dell’aspetto professionale.  Sono certo che chiunque, partecipando al prossimo ViniAmo il 4 e 5 maggio a Roma, incontri Stefano in mezzo ai tanti produttori presenti, potrà coglierne l’essenza. E se volete fare una prova, fermatelo e stringetegli la mano. Vedrete che sarà come conoscerlo da sempre.      Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Massimago. Camilla, la rivoluzione gentile della Valpolicella Arrow Right Top Bg

21 Febbraio, 2025

Massimago. Camilla, la rivoluzione gentile della Valpolicella

  Finito il Festival di Sanremo, sono iniziate le polemiche. Come tradizione impone. Stavolta si parla della mancata presenza di artisti donne nella cinquina finale. Una sorta di illusoria polemica che vedrebbe il complottismo del maschilismo patriarcale. C’è chi è arrivato a dire “Non è la prima volta che diciamo questa cosa. Deve esserci qualcosa di atavico nella nostra mentalità, deve essere qualcosa di inconscio: stai lì lì per votare e...”. Come se la persona che invia l’sms per votare sia atavicamente maschilista così da prediligere il cantante maschio. Non si votano le canzoni ma le persone. Follia? Lasciando ad ognuno la propria idea ed interpretazione, è indiscutibile e incontrovertibile che essere donna non è semplice. Non lo è, non lo è stato e non lo sarà. Potrà nel tempo cambiare la società e spero sinceramente avvenga in fretta, ma per tanti motivi, sarà difficile eliminare una effettiva difformità di parità dei sessi.
Per una donna, farsi strada in un mondo prettamente maschile, è dannatamente duro e tanto più il mondo di riferimento ha radici profonde nella storia, tanto più duro sarà emergere.
Pensiamo all’agricoltura e alle sue radici. Nella società di un tempo come in quella attuale, alle donne era consentito al massimo di badare all’orto o agli animali. On top alla famiglia ovviamente. Tutto il resto, la vera gestione dell’azienda e del lavoro dunque, era per i soli uomini. I maschi. Nessuna discussione. Trovare una donna che si dedicasse all’agricoltura era praticamente impossibile.
Oggi? Oggi magari è pure chic darsi all’agricoltura o alla vigna. Non ovunque, bene inteso. Ma è chic. Integrazione, parità, conquista. Vallo a capire. Di certo, se una donna decide di voler far qualcosa è perché è davvero forte e tosta. Forte
Tosta
Indipendente
Pelle come diamante
Non mi fa male niente
Stronza, forse,
Ma sorprendente
Una mina vagante
Sono una combattente
Fammi mille complimenti e stop
Tanto i miei difetti già li so
Forte
Tosta
Indipendente
Non mi tocca niente Quando ho sentito le parole di questa canzone, Pelle diamante di Marcella Bella, ho immediatamente pensato a Camilla. Camilla Rossi Chavenet è l’anima di Massimago.
La guardo e vedo una donna che esprime tenerezza e classe. Non saprei dire se, incontrandola per strada, direi sia una vignaiola, però quando le parlo capisco che è una delle donne con più carattere io abbia mai avuto la fortuna di incontrare sul mio cammino.
Siamo a Mezzane, in quella parte della Valpolicella a nord est di Verona. Una valle selvaggia, anomala direi rispetto ai paesaggi della Valpolicella Classica. Oggi essere donna e guidare una azienda vitivinicola, diciamocelo, fa figo e si può raccontare. Fa parte della narrazione che si può e si deve fare per poter sembrare qualcosa. Venti anni fa non era propriamente così. Facciamo in fretta a non ricordare quanto l’emancipazione delle donne non sia che una conquista piuttosto recente. In campagna la donna era quella che stava in casa non certo nei campi. In cantina non doveva nemmeno entrare. Occorre ricordare. Ammettere e ricordare quanto maschilista possa essere stato e in parte lo è ancora il mondo dell’agricoltura e del vino.
Una donna come Camilla non è tipo da farsi mettere i piedi in testa. Eppure non è nata in campagna. Ha scelto di andarci. Infatti, il modo con cui parla fa capire la provenienza da una famiglia che nulla ha a che vedere con il vino. Modi gentili, parole ricercate, tono pacato. Sono segni di una educazione importante. Forse rigida, non so. Poi, quando si scioglie, una sorta di animo ribelle e sognatore, emerge come la cresta di un’onda. Di quelle che, infrangendosi sulla riva, si acquetano. La mia è una storia un pò fuori dagli schemi nel bene e nel male. Vengo da una famiglia di professionisti. Mia madre è un avvocato matrimonialista, divide quello che dio unisce. Quando mi sono sposata mio marito mi ha guardato con una paura….Il Prete dice Nessun uomo divida quello che dio unisce… Inizia cosi Camilla. Con la sua tenera ironia. Gli occhi che saettano e sorridono più di quanto possa fare la bocca. Mi fa subito simpatia ma, non so perché, ho come l’impressione che sia meglio non farla arrabbiare. O contraddirla. Mio padre è un dentista. Insomma niente a che vedere con la campagna. Nessuno dei due ha avuto passione per il vino. In casa di bottiglie non ne giravano. Una partenza un pò cosi capisci? Quando ho compiuto diciotto anni, da super appassionata di profumi, volevo fare qualcosa in questo campo. O nei gioielli. Ho sempre avuto un laboratorio dove stavo li a sperlinare come dicevano i miei. Ho sempre avuto l’idea della artigianalità, dei profumi, delle cose vere. Ribellione o concretezza? Forse un misto. Un misto di sensazioni. Di sicuro la voglia di evadere e di far prevalere un carattere poco incline a quanto la famiglia potesse offrirle.
Papà Paolo dentista a Padova. Mamma Lorenza, avvocato esperta di diritto di famiglia che fonda già nel 1982 uno studio che si tramuta in società, CRCLEX nella quale finisce per lavorare anche il fratello di Camilla, Carlo. Insomma, ce ne è per far parte di un complesso meccanismo familiare. O non farne proprio parte. A 18 anni non avevo neanche la patente e mi sono iscritta ad un corso di sommelier che era sui Colli Euganei. Sono originaria di Padova. Scopro il mondo del vino. Wow. A quella età ti fai una idea di quello che vuoi fare da grande. Così dici: minchia, bella sta roba. Vera. Concreta. Divertente. È lei. È Camilla. Ribelle. Anche perché non è che si può accontentare di fare un corso da sommelier. Una come lei, vuole fare. Abbiamo sempre avuto una casa colonica con sei ettari di vigne vecchie. Conferivamo le uve in cantina sociale. Nella vallata di Mezzane tra Soave e la Valpantena. Un pò a latere rispetto alla Valpolicella. Ricordo mio nonno, notaio. Il bisnonno magistrato. Tutti giuristi. Tutti legati alla teoria e al verbo e poco alla pratica. Nonno era uno di nove fratelli e aveva rilevato la tenuta. Aveva due figlie femmine. Prima di mancare diceva: scusate se vi lascio una rogna. Con due figlie femmine, la campagna era una rogna. Era più un problema da risolvere. Vendere no perché apparteneva alla famiglia da sempre. Le parole di Camilla, pur se pronunciate con il sorriso, evidenziano le ferite di quel tempo che, parzialmente, non c’è più. Quando le donne non erano ben accette alla tavola degli uomini.
Nuttata persa e figlia femmina, dice un vecchio adagio siciliano. Mi sono iscritta ad agraria perché mi piaceva il vino. Anche ero spaventata perché sapevo che il mondo del vino era ed è tosto. La tenerezza di Camilla è sempre presente. Paura di sbagliare. Paura di apparire. Di pensare che un mondo maschilista non l’avrebbe mai accolta. Eppure non si ferma. Arrivavo da un liceo classico dunque non avevo niente a che vedere con la chimica. Scelsi agraria. Da li mi sono appassionata e ho studiato al Politecnico a Madrid e poi a Montpellier. Lo stereotipo più grosso l’ho vissuto con i miei coetanei più che con i miei genitori che per primi volevano valorizzare la casa in campagna. Erano anche contenti che facessi qualcosa di esotico forse perché si resero conto che non sarei stata un bravo avvocato. Quando mi sono impuntata sul progetto erano un pò spaventati perché pensavano fosse un capriccio. Sono stati bravi a darmi carta bianca e lasciarmi fare, cosa che è stata la mia fortuna. Dall’altro è andata bene perché anche io avevo una passione vera. La grandezza delle persone sta proprio in questa capacità di capire e assecondare i propri figli. Non abbandonandoli, seguendoli a debita distanza. Certo, per una famiglia come quella di Camilla, pensare che la propria figlia si volesse cimentare nell’agricoltura, non doveva sembrare proprio la migliore scelta di vita. Ma è la forza che c’è dentro che aiuta. Ero l’unica ragazza che faceva agraria. Andavo alle feste e mi chiedevano: cosa studi? Agraria? Ma come tu sei una ragazza.. le mucche, il letame…Studiando all’estero questo stereotipo non esiste ed è strano per l’Italia che è un paese agricolo. In Francia e Spagna sei ingegnere agronomo. In Italia sei di serie B. All’estero ho respirato aria di entusiasmo. Tutto bello però poi dalla teoria occorre passare alla pratica. Dalla città, si va in campagna. Il percorso inverso di Renato Pozzetto nel Il ragazzo di campagna.
E qui la vita non è che sia propriamente semplice. La casa di Mezzane era affidata ad un mezzadro che parlava solo in dialetto. Il freddo arrivava per via di un riscaldamento non c’era. L’umido si faceva sentire eccome. Con il caldo l’aria condizionata se la poteva pure sognare. I campi, le lavorazioni, la vendemmia. Insomma condizioni non propriamente ideali per una ragazza di città. Secondo me i bookmaker avrebbero accettato scommesse sulla permanenza di Camilla a Mezzane. Sono sempre vissuta in città dunque quando venivo qui In campagna tutti i giorni senza riscaldamento. Il mezzadro più vecchio di me che in dialetto mi diceva: non devi fare così, devi fare colà. Stiamo parlando del 2003. Ventidue anni fa. Sembra un secolo a guardarsi indietro ma se ne stiamo parlando è proprio perché nessuno avrebbe scommesso su Camilla e invece si sbagliavano. Ci sarebbe da fargli un gestaccio ma siamo signori!
Il 2007 segna la nascita della azienda Camilla Rossi Chauvenet: Massimago L’azienda era intestata a mia madre con il mezzadro che coltivava l’uva. Quando conferisci le uve devi conferirle tutte. Quando ci siamo staccati è stato un rischio perché vinificavo una parte e l’altra la vendevo. Se non fossi riuscito a venderle non ci saremmo sostenuti. La cantina sociale ti paga magari meno ma ti paga. È una consapevolezza che si raggiunge gradualmente. È come una fase adolescenziale dove non sei ne carne ne pesce. Devi capire chi sei. La tua identità. Lo stile. All’epoca facendo tutto da me ho buttato in aceto tante cose. Devi imparare tutto. Anche i documenti. La vinificazione. I registri. Il mezzadro l’ha presa malissimo e non riuscivamo a parlare la stessa lingua. Poi c’era un pregiudizio profondo nei confronti di una ragazza giovane. Dopo due anni ho dovuto licenziarlo. All’ingresso del fondo avevo messo delle rose. Appoggiate per piantarle. Il giorno seguente non le ho più trovate. Ero una talebana all’epoca. Così ho scritto un cartello: chi ruba le rose non ha cuore. Dopo questo cartello c’è gente che ha scritto sotto. No, non so stata mi. Cosa che dici? Provate solo ad immaginare l’ambiente e cosa Camilla ha dovuto passare. Osteggiata da tutti, probabilmente anche dalle altre donne. Un ambiente che non vedeva di buon occhio anche solo la possibilità che una donna, perdipiù giovane, potesse farcela in campagna. Fare vino poi? Praticamente impossibile. Inimmaginabile. Quando sono arrivata ho subito messo i puntini sulle i. Ho dovuto farlo perché dovevo farmi rispettare. Le etichette che ho fatto erano austere perché all’epoca non doveva risultare che erano fatte da una ragazza. Non era figo come ora. Non volevo che trasparisse che fossi una ragazza giovane che magari giocasse con il vino. Costretta a nascondersi per evitare i pregiudizi. Altro che outing. Difficile stare al mondo in certi tempi. Una maschera perché non apparisse che dietro quella etichetta ci fosse una ragazza che stava giocando. Con il Dio Amarone poi. Con la tradizione. Quando ho fatto lo spumante con le uve dell’Amarone mi hanno chiamato strega: come fai a sprecare le uve dell’Amarone. Non siamo mica a Conegliano. Non serve studiare. Non serve avere l’amore per la terra. Non serve avere la passione. C’è sempre qualcuno che non crede tu possa farcela per il semplice motivo che sei diverso. Che non sei nel solco della tradizione. Che non fai le cose come si sono sempre fatte.   Il primo e secondo anno ho fatto il vino da sola ma malamente. Poi ho chiamato un enologo che era sui Colli Euganei. Parlavo volentieri perché era filo francese. Zero zuccheri residui, finezza. Questo era un grande affronto a quello che era venti anni fa l’Amarone con la pienezza degli zuccheri. Alla mia prima anteprima dell’Amarone del 2008 mi hanno detto: questo non è Amarone. Fin da subito è stato uno choc. Ma mantenere la banda dritta per me è stato un vanto. Pesante ma un vanto. Capire che il tuo stile non appartiene a quello che è in voga al momento, crederci e mantenerlo è stata dura. Non facevo nemmeno il Ripasso perché lo consideravo una scelta volgare. Camilla sei meravigliosa. Ti amo davvero! Definire il Ripasso una scelta volgare è quanto di più vero ci sia. Capisco le scelte commerciali, capisco la necessità di incrementare il business ma realizzare un vino che è stato filtrato con le bucce esauste dell’Amarone è esattamente come mettere dei trucioli di legno nel vino perché sappia di legno. Ne più ne meno. Volgare. Noi volevamo entrare nelle cose, capirle. Questo ha comportato una dilazione nel tempo. Se vuoi farlo con le tue gambe sbattendoci il muso abbiamo commesso errori spendendo tanti soldi. Facendolo in prima persona ti appropri di più di quello che è il progetto. È molto più profondo. La profondità dunque lo stile era un modo per rompere con il passato, distinguersi, affermarsi come donna. Trovare qualcosa che le appartenesse, che rimandasse alla artigianalità più che alla imprenditorialità. Un aspetto questo che Camilla si porta anche oggi dietro. Oggi che è cresciuta è come se fosse un rammarico. Un non essere più in grado, nonostante ci creda ancora, a far lei le cose. Una donna che si sente più vignaiola che imprenditrice. Non ero e non sono interessata a qualcosa di grande. Ho cominciato questo lavoro questo progetto perché quando ho vissuto in Francia ho visto realtà piccole che funzionavano nonostante le dimensioni. Non ho mai pensato che il successo dipendesse dalla grandezza di una azienda. Lo credo ancora Il poter solo pensare che una azienda artigianale possa sopravvivere in questo mondo di squali è come poter dipingere un quadro su una tela per realizzare un capolavoro. Altro che immagine digitale. Sporcarsi le mani per creare qualcosa. Sì può. Sì può ancora. Anche se poi, quando le cose vanno bene e si cresce, le dinamiche cambiano, le necessità mutano, le esigenze diventano altre. Tutte le aziende agricole sono gestite a livello familiare. Il papà sul trattore, il figlio in cantina, la mamma che fa i conti, la figlia….fa marketing. La ragazza non può fare cose importanti. Relegata alle cose minori dove non ci sono scelte importanti. L’assetto familiare organizzativo funziona. Io ero da sola. Proprio da sola. Non potevo nemmeno chiamare mia madre o mio padre. Dovevo sempre assumere qualcuno perché mi aiutasse. Sono riuscita a vendere fino a 30.000 bottiglie poi non ce l’ho più fatta e ho dovuto assumere un commerciale. Quando sei costretto ad assumere del personale, il tuo modello di business cambia. Devi pensare a produrre più bottiglie, modificare i listini, ecc. anche l’impegno a livello personale cambia. Hai voluto fermante fare quel lavoro li per metterci le mani, ti rendi conto che per sostenere la macchina devi viaggiare di più, presenziare, ecc. Non può più occuparti di quello che Volevi. Mi sono resa conto e questo è quello che mi ha cambiato profondamente la vita e i sogni iniziali. Sorride ricordando queste cose anche se un velo di tristezza cala sugli occhi. Come se la crescita non fosse stata una cosa buona. L’aver dovuto lasciare parte di quello che l’aveva fatta crescere per dedicarsi ad altro, all’azienda. Sembra un controsenso perché tutti vogliono crescere, guadagnare tanto. Anche Camilla certo, ma forse non aveva fatto i conti con cosa volesse dire, diventare grandi. Una dinamica a livello personale pesante. Camilla voleva lavorare con le mani e non occuparsi della parte commerciale e si trova, necessariamente, a doverlo fare. Nei miei sogni, nel mio mondo ideale, Camilla stava in campagna. Avrebbe dovuto fare tutt’altro di quello che poi ho dovuto imparare a fare. Inventi la ruota. Adesso, dopo essere cresciuti da trentamila a ottantamila bottiglie sembra che il carico emotivo e fisico sia davvero pesante. Pesantissimo soprattutto nel momento in cui non riesci a trovare le persone giuste nel tuo team. I primi anni sono stati pesanti perché anche a livello di soddisfazione, una startup in tre quattro anni vai a breakeven. In agricoltura o in realtà come queste devi fare investimenti perché hai un prodotto che va a scaffale dopo cinque anni. Un ciclo molto lungo che ti blocca a livello finanziario sopratutto se sei una startup. Partire da zero è drammaticamente difficile. Il biologico non ha certamente aiutato. La giovane età nemmeno. L’essere donna men che mai. Occorre fare i conti con le persone che non aiutano, anzi remano contro cosi. La crescita non ha sacrificato lo stile. Siamo riusciti a mantenere la barra dritta. Lo stile si è mantenuto anche aumentando il numero di bottiglie in termini di referenze. Abbiamo alleggerito i legni. Partiti con le barrique, poi i tonneaux poi le botti grandi. Con la Garaganega e il Valpolicella Superiore siamo partiti con il legno poi solo acciaio. È un percorso. Come un viaggio nel quale capisci quali scarpe ti stanno più comode. Il team è fondamentale. Se parlano la tua lingua, usano gli stessi strumenti di comunicazione, è più facile. Non me lo dice esplicitamente Camilla ma sono certo che quegli anni per lei deve essere stata durissima non solo per le condizioni a contorno ma per la fottuta paura di non farcela. Anche se la famiglia le aveva dato carta bianca, non farcela avrebbe significato far pensare fosse stato solo un gioco. Che gioco non era affatto. Sia per le difficoltà incontrate e superate con tanta fatica, sia perché questo era proprio quello che Camilla desiderava sempre fare. Ma la paura dell’insuccesso è sempre li, latente. Non va via. Se non quando succede che le cose iniziano ad andare bene. Quando ho raggiunto il breakeven è stata la soddisfazione più importante. In termini di vendite. Nel momento in cui le mie vendite ripagavano i costi, ho detto bene sta funzionando. Gira tutto. Non è una cosa da poco. La proprietà, l’immobile, è di mia madre. Ha dato tutto in usufrutto a me. Sono in società con mio fratello. Nonostante la società sia agricola a titolo personale, sono io l’amministratore, deve funzionare. Questo da consapevolezza e fiducia. Si arriva, finalmente a capire, che se i prodotti si vendono, quel progetto ha una ragione di essere. Una donna, una giovane donna, che produce vini fini e raffinati in un territorio dove l’opulenza e la tradizione la fanno da padrona, è una aliena. Difficile da essere accettata a meno che sia un precursore, che anticipa i tempi. Così che quando questi tempi arrivano, et voilà. Una azienda, Massimago, che adesso ha 12 ettari, produce ottantamila bottiglie. È un Wine resort in Valpolicella. 7 vini prodotti (tra i quali pure un Ripasso ma ci sta). Insomma, sembra che possa bastare no? E invece no. Perché poi i sogni, ti portano a volare. Mi sono sposata nel 2016 e adesso ho un bimbo che ha due anni. Ho vissuto a Verona fino a due anni fa poi quando è nato il bimbo abbiamo deciso di trasferirci a Padova. Almeno c’erano i nonni. Da li sono vicino a Venezia e ho tanti voli per la Puglia. La Puglia? Mò che c’entra la Puglia. Non eravamo in Veneto?
L’ho detto che i sogni fanno volare. Abbiamo una azienda dal 2008 in Puglia, Masseria Cuturi. Vini e ospitalità. Molto complesso da seguire. Soprattutto a livello familiare. Un bimbo di due anni che non arrivava mai. Con lo stress era difficile. Coraggio. Forza. Impegno. A guardarla sembra fragile Camilla. Quando parla ha un tono soave dal quale non traspare grinta e determinazione. Ma è acqua cheta e mia nonna diceva di non fidarsi mai dell’acqua cheta. Un pò come quando si va per mare e la regola è di aver sempre timore del mare perché merita rispetto. Camilla ha quella forza interiore che le fa affrontare tutte le cose della vita con leggerezza impegnata ovvero quella capacità per imbarcarsi nelle sfide per amore e passione. Abbiamo sempre avuto una grande affezione per la Puglia. Andavamo in vacanza li. C’era attrazione. Abbiamo conosciuto un tecnico che piantava le vigne ci diceva: voi non avete idea, qui c’è un terreno, vicino al mare, figo… In Veneto sei abituato a piccole pezzi di terra mentre in Puglia ci sono i latifondi. Abbiamo incontrato nel 2008 un tizio che vendeva terreni e ci ha offerto a pochissimo un terreno. Con altri due soci, visto che il progetto era ambizioso abbiamo detto: proviamo. Mia madre era quella che più spingeva. Non so per quale motivo. L’abbiamo sempre chiamata la masciara, la strega buona ha sempre trasformato in oro quello che il suo istinto la spingeva a fare. Per lei era come una chiamata. Così è stata una cosa un pò incosciente. Giù ci sono 300 ettari. Quando siamo arrivati non c’era il vigneto adesso ci sono 40 ettari. Potremmo espanderci ma non vogliamo ampliare il vigneto. È una masseria storica che veniva chiamata la Conca d’oro. Li sono state impiantate le prime barbatelle di primitivo. Siamo arrivati che era all’asta. Abbiamo dovuto recuperare i diritti di impianto e questo per un veneto era la morte. Una delle tante sfide che abbiamo dovuto affrontare pur di stare li. Qualcuno ci dice ma chi ve l’ha fatto fare ad andare in Puglia? Però li c’è una potenzialità pazzesca che in veneto non c’è più. In Veneto tutto è stato inventato. In Puglia è tutto da inventare. Ma chi te lo fa fare Camilla? I meno sensati potrebbero pensare e dire questo. Ecchissenefrega so che risponderebbe Camilla.
Quando sei una donna che ha superato le proprie paure, che ha capito che sgomitando gentilmente, applicandosi, sperimentando, costruendo, si può ottenere qualcosa.
Costruendo. Ecco, questo il verbo giusto. Costruendo. Camilla ha costruito tutto mattone su mattone, chicco su chicco, zolla su zolla. E non si ferma. Sarà una vita su e giù. È come se avessi due figli che vivono in città diverse. Mio marito, quando sono in momenti di estasi dovuto al sole e al mare chiamo mio marito e gli dico perché non ci trasferiamo sei mesi qui? Lui mette giù. Lui ha una azienda in Veneto di impianti delle cantine. Lavora nel mondo del vino dunque. Anche lui ha settanta dipendenti. Insomma tanti cavoli. Due aziende. Due regioni diverse. Un marito. Un figlio. Su e giù per l’Italia e non solo visto che tutti la vogliono in giro. Adesso la vogliono mentre prima non se la filavano. Strana la vita. Strani i sogni. Ma non quelli di Camilla. Il teletrasporto è il mio sogno. Ci sono però due sogni diversi. Due desideri forti. Che Massimago diventi una stella della viticoltura, un brand riconosciuto. Per la Puglia poi mi scontro con la realtà ma vorrei che il prodotto da Primitivo venga riconosciuto come qualcosa di alto livello. Giù vendiamo 80 mila bottiglie dunque il resto della uva, la vendiamo. Vorremmo una boutique winery. In Veneto ce ne sono tante di boutique. Giù ci sono solo realtà grandi che mangiano quelle piccole. Non esistono boutique winery ed è una cosa che crea inquietudine perché capisco che gli imprenditori pugliesi sono eroi perché non hanno quello che abbiamo in Veneto. Qui se vuoi aprire una impresa ti portano tutto, anche la corrente. Giù sembra remino contro. Non hai nulla. È come vivere in due mondi diversi. Soffro come un prodotto bello ed elegante venga svilito dalle grandi realtà. Il sogno, la soddisfazione di Camilla, passa per il successo delle sue aziende. Una voglia di rivincita che non si ferma. Non so se lo faccia solo per lei ma poco importa. Lei c’è riuscita, ci sta riuscendo, ci riuscirà. E non già con arroganza ma con quella grazia e gentilezza che la contraddistingue. Sono in due zone difficili in questo contesto storico. Produco vini rossi importanti con alto grado alcolico. La mia sfida è la rivoluzione gentile per trasformare tutto quello che è pesante in elegante e leggero. Dall’opulenza all’eleganza. È una questione di tempo. Quando il settantenne mi dice che farebbe il vino sorrido. Io vedo la luce in fondo al tunnel dopo venti anni Camilla è una di quelle meravigliose, forti, determinate donne combattenti, autrici di rivoluzioni gentili e non urlate. Concrete, costanti, vere. Come vera è lei e veri sono i suoi vini. Raffinati come i suoi modi, fini come il suo essere, ammalianti come il suo sguardo. Uno sguardo che lascia sempre trapelare un velo di insoddisfazione latente. Magari dovuto al non potersi più occupare, da agronoma, della terra e delle vigne come vorrebbe. O forse solo per coltivare quel suo senso di voler mandare a quel paese il mondo intero e starsene per i fatti suoi. Magari glielo chiederò in una prossima occasione. Quello che però è certo è che Camilla è una di quelle donne che non chiedono permesso, seminano rivoluzioni. Vedete che alla fine, le parole della canzone di Marcella Bella a Sanremo erano perfette per Camilla? Forte
Tosta
Indipendente
Pelle come diamante
Non mi fa male niente
Stronza, forse,
Ma sorprendente Aspettate che non ho finito. Già, mancano i vini che ho assaggiato. Li ho involontariamente lasciati alla fine. Non già per esercizio stilistico o tattica comunicativa. No, non è per questo, ma la storia di Camilla mi ha così preso che sono arrivato alla fine senza parlare dei suoi vini. Poi, quando ho riletto il pezzo, non sapevo dove metterli. Eppure i vini parlano di lei, del suo carattere, della sua forza. Ma anche della sua sensualità e dell’essere donna: capace, determinata. Donna. Tre vini allora.
Duca Fedele, il Valpolicella DOC; Profasio il Valpolicella Superiore; l’Amarone della Valpolicella DOCG. Cominciamo dal Duca Fedele.
Corvina, Corvinone e Rondinella nella loro espressione più semplice ed immediata che non vede neanche di striscio il legno così da renderlo un vino espressivo ed immediato. Eppure nel calice appare setoso, sinuoso, armonico. Sensazione che ritrovo al naso per via di una frutta intensa e viva che si mescola con i fiori rossi. Non me ne vogliate male, ma la sensazione che ho è quella di una gamba sinuosa che si avviluppa alla mia. Pienezza e dolcezza al naso con le fragole, i frutti di bosco, le ciliegie, i ribes, la mora, l’anguria e l’arancia sanguinella a dare freschezza. Un pò di pepe bianco a dare del brio: come se ci si incipriasse il naso.
In bocca l’arancia si fonde con la ciliegia facendo comunque sentire la sua freschezza. La gamba che mi avviluppava ora mi stringe e il respiro si amplia per via del balsamico. Un abbraccio che dura a lungo e con incisività per via dei tannini maturi ma non domi.
Elegante e fine anche nella sua semplicità per un vino che si beve tutti i giorni. Senza impegno e con felicità nell’avere accanto la persona che ami. Profasio, un Amarone che non ha perso tempo ad appassire. In fondo è così che si fa il Valpolicella Superiore. Certo, la permanenza per l’affinamento in botte è, più o meno, la metà dell’Amarone (ovvero 18 mesi) ma il risultato, credetemi, è incredibile.
La finezza è in questo vino e la si vede non appena lo si versa nel calice. Non c’è densità ma trasparenza e profondità quasi brillante. I sentori escono uno dietro l’altro come i topolini attratti dalle note del Pifferaio magico. Sensazioni pungenti e dolci che si alternano per creare sensazioni calde e avvolgenti di puro benessere. Senza mai essere eccessivo o volgare. Dal pepe al pellame, dal sottobosco alla noce moscata, dal cacao al cardamomo, dalla ciliegia sotto spirito alla prugna, dai fiori rossi al cacao. E si potrebbe ancora continuare con il vortice di emozioni.
In bocca il benessere continua con le sensazioni morbide e vellutate con la ciliegia che danza sensualmente in bocca. I tannini sono morbidi e arrivano insieme alla freschezza per fornire sensazioni di continua intensità voluttuosa. Sapido, quasi salato, minerale ho come la sensazione di avere in bocca un dito con del sangue da fermare. Un finale che sembra volersi dirigere verso l’amaro ma non ci pensa minimamente ad arrivarci: ha bisogno di dolcezza, ampiezza, godimento. Perché questo vino seduce e ha voglia di sedurre. Cosa manca per far si che la seduzione si trasformi in sensazioni orgasmiche? L’appassimento ovviamente. Quello che porta in se l’Amarone della Valpolicella DOCG 2018.
Marmellata di ciliegie cotte nel legno di rovere, spezie che danzano tra pepe nero, cannella e chiodi di garofano. Un soffio di tabacco umido e cioccolato fondente, avvolge il naso in un effluvio incantato. Basta un roteare del bicchiere per scoprire un sottobosco segreto, dove la frutta sotto spirito sussurra storie di terre lontane.
In bocca, un orgasmo di sensazioni. L’alcol, forte ma addomesticato dalla corposità del frutto, irrompe impetuoso. La ciliegia diventa amarena: dolcezza avvolgente che si trasforma in un amaro seducente, un abbraccio mortale che non lascia scampo. Persistenza lunga, lunghissima, come la voglia di continuare a bere questo sorso. Elegante e determinato, non anela altro che il calice sia condotto alla bocca per svelare i suoi segreti. Bere questo vino è celebrare un inno alla passione che non chiede permesso, ma conquista. Per finire, a casa di amici, proprio mentre stavo stavo scrivendo questo pezzo, mi hanno offerto Conte Gastone, l’Amarone della Valpolicella DOCG che si differenzia dal precedente per la provenienza da particelle diverse e un anno circa di minor affinamento.
Ecco, direi, per semplificare (spero non troppo) che mentre l’Amarone precedente è la passione matura, calda, sensuale e consapevole, Gastone rappresenta quella giovanile. Ogni sentore, ogni sensazione è altrettanto meravigliosa e goduriosa ma meno ragionata, più istintiva, più primordiale. Ci sono tutte le caratteristiche di finezza ed eleganza liberate da preconcetti e orpelli così da renderlo ribelle e per tutti.
Qualcosa mi dice che Gastone rappresenti la Camilla dei primi tempi mentre l’Amarone classico quella attuale.
Magari mi sbaglio. Chissà Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
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