Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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Eliseo Santoro. L’artigiano del vino Arrow Right Top Bg

24 Ottobre, 2025

Eliseo Santoro. L’artigiano, sereno, del vino

  Quando ero piccolo e avevo intorno solo bambini più grandi di me, nonna Evelina soleva dirmi Piccolo e buono, gruoss’e fesso Era così che mi rinfrancavo un pò. Giusto il tempo per poter andare con un minimo di carica in più da quelli più grandi. Il suo motto sottendeva al pensare che nelle cose piccole o nelle piccole cose si possa celare qualcosa di meraviglioso. Nonno Pasquale aveva un’altra frase che ripeteva spesso quando si parlava di fare qualcosa e c’era sempre il dilemma nel quante farne Meglio una festa grande che cento festicciole Meglio cioè fare una sola cosa in grande, fatta bene, con tutto in regola e controllato piuttosto che tante piccole cose delle quali magari non si sarebbe trovato il bandolo della matassa. Quando pensavo alle due frasi, lo devo ammettere, andavo un pò in confusione. In fondo, curarsi di qualcosa di piccolo è più semplice, da meno rischi, è meno dispendioso. Quando si ha a che fare con cose grandi occorre struttura, processi, controlli. Tutto per evitare che il risultato non sia all’altezza. La differenza tra industria e artigianato sta nel risultato che si realizza indipendentemente dal come viene realizzato. Il risultato sarà inevitabilmente diverso. Fino al midollo.  Mentre infatti una industria non si può permettere un risultato diverso dalle attese e diverso da quello che ha sempre prodotto, un artigiano rende unica ogni creazione perché non può non renderla diversa dalla precedente. La qualità del risultato è certamente incredibile in entrambe i casi ma la tipologia del risultato stesso varia completamente. La prima è ripetibile, la seconda no. Non c’è in questo una preferenza di parte ma una constatazione di differenza. Si può decidere, perché piace, di usufruire sempre della stessa esperienza oppure di variarla in funzione di quei tanti fattori che la natura offre. In molti potranno concordare con me nel pensare che quando un artigiano realizza un prodotto lo fa con il cuore. Ma non per questo il risultato sarà migliore. L’amore è condizione necessaria ma non sufficiente. C’è bisogno di tanto altro come le capacità, la materia prima, ecc. C’è però qualcos’altro che rende speciale il risultato: la serenità con la quale si approccia alla vita. Perché la serenità rende l’animo libero e felice. Specialmente quando si riesce ad essere felici con ciò che si ha. La vera ricchezza è la capacità di godere di quello che si ha (Lucio Anneo Seneca) Ho incontrato Eliseo Santoro, di Paternopoli, comune di 2500 anime in provincia di Avellino. Di origini antichissime come tutta l’area sannita è inserito tra i comuni della DOCG Taurasi. Eliseo, persona mite, delicata, pacata è quello che si può realmente definire un artigiano del vino. Assaggiare i suoi vini vuol dire capire quanto bene si possa fare trattando amorevolmente la vigna e il prodotto che questa dona. Se si parla di filosofie di realizzazione del vino, di vino naturale, biologico, biodinamico e compagnia cantando, per Eliseo conta solo rispettare quanto abbiamo ricevuto in dono. O meglio, in prestito visto che la terra è immortale mentre l’uomo no.  Il vino in queste zone si fa da così tanto tempo da non ricordarsi più da quanto. Non è la memoria corta è che, spesso, occorre risalire almeno alla terza generazione per avere un punto di partenza.  Ho preso le redini di parte dell’azienda familiare circa 25 anni fa quando ho conosciuto mia moglie, mi sono sposato e abbiamo intrapreso insieme questa attività. In realtà, ci lavoro da piccolo. Ci sono nato nella nel nella vigna, perché i miei genitori facevano quello, mio nonno faceva quello. Veniamo da quattro generazioni di viticoltori. Il mio bisnonno all’età di 32 anni è venuto a mancare. Pigiavano l’uva con i piedi e per una sudata si è preso una bronchite. All’epoca cure non erano come oggi e se l’è portato via.  Se si vuole comprendere bene queste zone e capire le persone, occorre vederle, toccarle con mano, viverle. Ancora oggi, l’ospedale più prossimo a Paternopoli è ad Avellino per l’ospedale. 22 km che non sono molti in senso assoluto ma con un problema diventano lunghissimi. Immaginatevi quando le automobili erano diverse da quelle odierne e non tutti potevano permettersela . La famiglia era indebitata, perché aveva acquistato appezzamenti per fare vigneti e quant’altro. Subentrò mio nonno con la vedova. Mio nonno era primogenito di sei figli e aveva undici anni di quanto è venuto a mancare il papà. Per quello che poteva nella sua giovane età si è abbracciata sta croce riuscendo a risanare i debiti familiari. Mio nonno è vissuto esclusivamente di agricoltura. Era coltivatore diretto. Nel principio produceva uva e faceva vino. Con la fillossera i terreni vulcanici erano più resistenti e si produceva ancora mentre al nord quasi nulla. Uno dei colossi del nostro territorio, Mastroberardino, andava per le campagne dai piccoli produttori e comprava direttamente il vino.  Con gli asini caricavano sto vino nei nei barili e lo portavano alla stazione alla ferrovia, perché poi veniva caricato sui treni.  Quanto è strano il mondo certe volte. Per anni i produttori sono andati in giro a comprare vino. Era vino buono, prodotto senza chimica, senza lieviti aggiunti, senza nulla se non il lavoro delle persone. Lo spacciavano per proprio. Era un gran vino. Poi, proprio nella logica del risultato atteso dal grande produttore, si è smesso di comprare vino preferendo prima la sola uva poi, accaparrandosi molti terreni, nemmeno quella.  In una logica del genere, come era normale accadesse, c’è chi ha continuato a produrre vino, chi invece si è accontentato di conferire l’uva.  Ecco così spiegato il proliferare di tante cantine artigianali. Come quella di Eliseo. Il passaggio tra mio nonno e mio padre diciamo quasi non c’è stato per una questione di tempi. Nonno viveva di quello mentre papà era impiegato. Sono subentrato io e mio fratello che però non era interessato. quel poco di vigneto che ha che ha avuto la l’ha estirpato e messo olivi. Ho ereditato la metà della della proprietà aziendale e in più ho acquistato altri appezzamenti.  Due ettari di vigneto e un ettaro di uliveto. Davvero una piccola azienda. Come ce ne sono molte d’altronde. Qui però, si respira un’aria diversa, un non so che di serenità, di tranquillità. Di pace. Abbiamo reimpiantato gli appezzamenti, un poco alla volta abbiamo fatto tutto il parco macchine nuovo. Vendere l’uva non rientrava nei miei canoni e mi sono messo a fare vino. Nella cultura contadina di un tempo, specialmente durante le lavorazioni e la vendemmia, le donne partecipavano attivamente. Il lattante se ne stava buono buono (non sempre!) nella cesta e le mamme allattavano, in vigna, a tempo debito. Bambini come Eliseo hanno respirato gli odori dell’uva e gli effluvi del mosto prima ancora del latte. Intorno ai 15/16 anni papà vedeva che mi piaceva e mi lasciava fare. Intorno al 2000 l’ho cominciato a fare proprio per conto mio proprio. Lo facevo per me e per lui. È diventato lui il mio supporto nel senso che mi dava una mano. Nel 2001 mi sono sposato.  In una azienda artigianale può arrivare il momento nel quale ti rendi conto che il prodotto che fai non è poi così male. Piace non solo a te e alla famiglia ma anche ad altri e non solo perché non vogliono dirti che non è buono. Te ne accorgi dalle facce e soprattutto se te ne chiedono ancora. È quello il momento della consapevolezza: capire che in fondo qualcosa di più, puoi fare. Ci si pensa, ci si ripensa. Ma mica è semplice lanciarsi in una avventura che prevede tempo da dedicare e investimenti da sopportare. All’epoca lavoravano in un’azienda Paternopoli, in una marmeria. Facendo le cene con gli amici mi dicevano: per la miseria il vino è buono perché non lo imbottigli? Era surreale per me. Non avevo le attrezzature. Mia moglie mi regala il fornellino per le capsule sulle bottiglie. Io comprai i tappi. Spesi 80 € io 80 € lei. Grande spese. Ho cominciato a comprare qualche bottiglia, qualche cartone cominciando a fa queste confezioni con una con etichetta di fantasia. Vino per gli amici speciale. Proprio l’ex titolare mio ha cominciato a regalare il vino. Dovunque ha regalato sto vino gli dicevano: e dove hai preso il vino e dove hai preso il vino. Ha cominciato ad affluire un un canale di clienti che poi i clienti hanno portato altri clienti e ho lavorato per anni con sfuso però finché è aumentata esponenzialmente la richiesta. L’imbottigliamento, che un normale consumatore vede come una cosa banale, è in realtà un importante ulteriore scoglio per chi inizia questo mestiere. Un processo pieno di insidie tecniche, che richiede attrezzature (spesso infatti si imbottiglia altrove) e che, alla fine, comporta vedere tante bottiglie nei bancali che vanno vendute. Quel solo averle li con la consapevolezza di quanto si è investito e di quanto si spende ogni giorno, porta a fare i conti con se stessi. Io sono vecchio stampo e le fermentazioni erano solo spontanee. Pigiavo l’uva e fermentavo. Finché lo fai a casa, per te stesso, con pochi litri, bastava uva sana e igiene in cantina. Diciamo riesci a gestire. Nel momento in cui sono cresciuto è nata l’esigenza di cominciare a capire rischiando un poco di meno. Ho cominciato a mettere un minimo di bisolfiti solo durante la macinatura senza aggiungerli mai nel vino. Per quanto riguarda i bianchi invece, siccome quando lo facevamo per noi, pochi litri, facevamo la macerazione totale con la buccia e comunque veniva scuro, per i clienti era era un poco difficile pure piazzarlo. Tramite farmacia agricole, per quello che era la mia conoscenza, ho cominciato a fa un pò di bianchi con un po’ di lieviti. Ma è una cosa ché non ho mai mandato giù, Piccoli passi quelli di Eliseo. Uno dietro l’altro. Soldi pochi, tre figlie, un lavoro da metalmeccanico per lo stipendio che può dare. Investimenti non se ne possono fare. Però c’è il sogno della cantina. Sogno che diventa anche esigenza una volta fatta la scelta di imbottigliare.  Abbiamo osato. Abbiamo fatto richiesta al comune, ASL e quanto altro. Ci hanno autorizzati e siamo partiti. Così, dalla sera per la mattina. In quell’occasione sui social, per caso, l’enologo pubblica la foto di un vigneto Ricordi Paternopoli 202. Antonio Sebastiano si chiama. Vedo questa foto e non conoscendolo lo contatto dicendogli. lo sai che la vigna hai pubblicato è la mia? Una coincidenza. Di quelle fortuite. Più ascolto di queste cose più mi convinco che la vita sia fatta di coincidenze, di attimi nei quali ciò che ti passa dinanzi gli occhi può essere percorso. Oppure no. La scelta, sempre forse dettata dal caso, potrà o non potrà cambiare il mondo. Nel caso di Eliseo fa scaturire un incontro.  Ci siamo conosciuti e abbiamo parlato della mia idea di vino. Gli ho rivelato il fatto che per i bianchi non mi entrava in testa di farli con i lieviti. Lui mi ha detto: eh qual è il problema, possiamo farli con il col pied de cuve. Mi ha aperto un mondo. È nata empatia e abbiamo stretto un rapporto bellissimo. È cosi che oggi Eliseo Santoro produce tre vini sempre con lievi di spontanei non aggiungendo nient’altro se non dei solfiti. Nessuna filtratura. Solo acciaio. Un’anfora per sperimentare. Aglianico, Falanghina e Coda di Volpe: ciò che in Irpinia è di casa. Purtroppo l’anfora costicchia. Dai 150 quintali di sfuso (con una resa bassissima) a circa 4000 bottiglie di Aglianico, 3500 di Falanghina e 500 di Coda di Volpe. La cantina è stata una conseguenza di quanto fatto prima. La mia passione è la vigna, il terreno, le piante. Se da tutto questo, togliamo di mezzo il lavoro in campo, per me non ha più senso. È una cosa tengo dentro me l’attenzione al territorio, alla sostenibilità, alla cura della pianta. Ci passo le ore voglio dire. Me le tocco con mano una a una. Il ciclo lo vivo interamente tutto l’anno. Pensa che quando faccio una scelta germogli, fine maggio inizio giugno, in alcune zone, dove c’è un carico abbastanza abbastanza forte di uva butto quasi il 50% a terra. Ogni anno mia moglie mi dice: ma tu sei pazzo, dice Dio te lo da e tu lo butti. Io le rispondo sempre: a te piace il risultato finale? Sì? E allora bisogna bisogna fa così.  Bisogna fare così. Anche nella assenza di sostanze chimiche, tantomeno di diserbo (non parlate poi di diserbo ad Eliseo che gli prende un senso di disgusto…). La scelta di una certificazione biologica diventa un passo da un lato scontato ma anche necessario per valorizzare il giusto lavoro. Si, è solo una etichetta, ma vuol dire molto. Vuol dire essere riconosciuto dal mondo come qualcuno che rispetta la terra che gli è stata donata e il lavoro Eliseo. Un lavoro che per Eliseo diventa doppio. Prima in azienda, al controllo qualità, poi in vigna. Il solo lavoro della terra, il ricavato dalla azienda, non basta per mandare avanti la famiglia. Cosi però la giornata diventa di quindici, sedici, diciassette ore, togliendo spazio alla famiglia. Comprensibile che le figlie, al momento, non abbiano intenzione di continuare il lavoro del padre.  Purtroppo non mi seguono per un motivo molto semplice. Vivono il mio sacrificio, vedono un papà che alle due di notte si alza e va a fa i trattamenti. Vedono un papà che alle quattro di mattina sta in vigna a fa scelta germoglio. Vedono un papà che alle dieci di sera o a mezzanotte sta in cantina. Nei periodi di vendemmi vedono un papà che per 4/5 giorni non va proprio a dormire.  Quindi, non vedono un papà. Specialmente nei momenti topici della vendemmia o delle fermentazioni piuttosto che delle potature o dei trattamenti.  Non colgono la parte commerciale che potrebbe essere positiva. Meno male che mia moglie Ivana è comprensiva. Mi aiuta tantissimo ed in cantina è sempre presente.  Potrebbe. Dice bene Eliseo. Potrebbe essere quella più positiva ma poi ci si scontra inevitabilmente con il mercato, la vendita, i prezzi, i concorrenti, i distributori. Un mondo marcio e marcito che fagocita senza pietà.  Ho difficoltà nella parte commerciale. Nei dintorni sono riuscito individuare qualche cliente ristorazione enoteca. Dove sono entrato, ci sono pure rimasto quindi è un buon segno. Avendo poco tempo, quando mi chiamano per le consegne, magari vado con orari strani. Per per giustificare il ritardo, puntualmente mi fermo a cena, perché sennò se no mi cacciano via. E va fini che mi devono 100 € e me ne mangio 150 perché mi porto la famiglia. Tengo difficoltà a reperire nuovi clienti per questioni di tempo. Della qualità interessa solo a pochi. Quando assaggi un vino di Eliseo capisci invece quanta bontà si possa trarre da un vitigno. Quanto un elemento ostile come l’Aglianico possa rivelarsi spettacolare anche in acciaio. Si comprende a pieno l’artigianalità, la passione, il cuore di un essere umano verso un prodotto che non è solo un prodotto. Però poi, alla fine, tutto si infrange contro il muro di un mercato becero e ignorante nel quale tutta la filiera (ed è lunga, troppo lunga) vuole guadagnare. Una filiera alla quale non interessa un beneamato cavolo della qualità del vino. Vendere una bottiglia ad un ristoratore ad un prezzo basso così che questo, rincarandola di quattro volte se va bene, possa venderlo al commensale di turno. Quanto sarebbero belle delle leggi per il controllo del margine. Meglio che non mi faccio sentire dall’Antitrust però. Prima o poi chi non riuscirà a capire che gli investimenti in marketing e comunicazione valgono come quelli per l’acquisto di una pressa o di un tino, non sopravviverà. Ci credo nel futuro ancora ma la vedo dura. Quando ho cominciato con tutto l’entusiasmo del mondo, gli amici sono quelli che m’hanno snobbato. Già è partita in salita. Poi, uscendo, confrontandomi, mi sono reso conto, almeno nel piccolo, che il mercato è saturo. Ci stanno proposte di tutti i tipi, anche indecenti. Prezzi in giro, che non so come fanno. Solo di packcking pago di più e quindi no, non lo so. Trovi il commerciante che è attento al prodotto che vuole essere raccontato il progetto, prova il prodotto e lo abbraccia insieme a te. C’è chi guarda solo al guarda solo al guadagno finale. Distributori ad oggi non ne ho. Ho avuto un contatto, ma non mi è piaciuto, quindi non non l’ho assecondato.  Mi fa arrabbiare questa cosa davvero tanto. Nessuno vorrebbe vedersi diminuire lo stipendio però spinge per diminuire il margine degli artigiani. Magari quando ci riesce si vanta pure in giro. Sminuire il lavoro è una delle cose più brutta che si possa fare. Sottopagare, in ogni campo, vuol dire sminuire il lavoro di una persona. Sminuire il tempo dedicato, il sudore, le ansie, le preoccupazioni, il tempo sottratto alla famiglia.  Non ti nascondo che se riuscissi a vivere solo di quello per me sarebbe un sogno realizzato. I sogni sono belli poi confrontarti con la realtà è un pò diverso. Sto concretizzando sempre di più che forse dovrò continuare a far sempre il doppio lavoro. Almeno che con un pizzico di fortuna trovo un canale di uscita dove c’è richiesta un margine giusto.  Per adesso solo quattro vini: un Aglianico, due Falanghina, una con macerazione; una Coda di Volpe. Sempre solo acciaio e fermentazione spontanea.    Limpha è la Falanghina che ha in se peso ovvero sostanza e leggerezza. Un colore quasi dorato di una bellezza disarmante. Profuma di pesca gialla, albicocca, camomilla e salvia. Un bouquet dolce, sfumato di mineralità proprio come l’acqua che sgorga dalla roccia, pura e sorprendente. È una bocca pulita, sapida, larga, dritta come una linea che taglia il tempo. Sembra semplice, ma è profonda. Un sorso che resiste con tanta eleganza da sembrare l’eco di un segreto ben custodito. La terra canta in un finale di pesca gialla che ricorda i frutti maturi dei mercati romani Eliseo con 𝐋𝐢𝐦𝐩𝐡𝐚 non fa rumore ma lascia il segno: si beve come se fosse nulla e resta come se fosse tutto. L’Aglianico 2022 che, nell’idea di Eliseo, affina solo in acciaio. È un rosso che sa di artigianalità già da quel colore rubino intenso e dai freschi sentori di frutta che iniziano a percepirsi solo con la caduta nel calice. La croccantezza della prugna, dell’arancia sanguinella e soprattutto della Cerasa campana che è succosa e acidula: da innamorarsene subito. Quel velo di vegetale e di fiori rossi sta lì, nel sottofondo, a mitigare, senza disturbare. Un pazzesco mix di dolcezze e freschezze che esalta, cattura, avvolge. Un vino che sa di essere poderoso, vivo e concreto come solo un vino artigianale, fatto bene sa essere.   In bocca è decisamente coerente: bello, ampio corposo con tannini pungenti ma non cattivi. La cerasa che diventa marasca arriva in bocca con tutta la sua corposa freschezza, l’ampiezza, la sapidità. È un Aglianico che dimostra di esprimersi magnificamente grazie ad un incredibile bilanciamento e ad un finale che lascia la bocca in uno stato di vera grazia. Sarà perché è buono, davvero molto buono. In sostanza è un vino si rustico ma con una bevibilità che difficilmente si riscontra in altri vini. Dopo questi vini ci sarà una sperimentazione in anfora della quale non vedo l’ora di capire a cosa porti. Molti chiedono; ma l’hai fatto perché sta facendo tendenza. La verità, no, Mo ti racconto la mia malattia: l’attaccamento al territorio. Faccio fatica pure a spiegarlo alle persone. Inevitabilmente, quando cominci a mettere il legno. Ho comprato l’anfora per cercare di capire il mio territorio.  Eliseo è così. Continua a parlare con la serenità che credo abbia sempre respirato in famiglia. Forse per via del padre, un pastore evangelico. Non so se quell’attaccamento alla terra lo si debba proprio agli insegnamenti del padre, di certo quando glielo chiedo Eliseo risponde con un serenità che, anche se da lui me la aspetto, mi spiazza comunque. Hai fatto una domanda sulla quale non ho mai riflettuto. Più che altro ho la consapevolezza che c’è un creato e c’è un creatore. C’è un creato che va custodito, che ci è stato dato un dono per un periodo di tempo e va custodito con dignità, con cure. Un creato che va anche tramandato perché quello che ho imparato io è che la terra non è nostra. Noi non siamo immortali e un giorno andremo via mentre la terra, comunque, rimarrà. Abbiamo il preciso dovere di condurla nella maniera più corretta.  Siamo custodi e se tutti lavorassero bene la terra ovvero con coscienza, anche le generazioni future avranno la fortuna di goderla.  Eliseo Santoro è il custode della terra che coltiva con amore e rispetto. È l’artigiano che forgia con le sue mani i vini che produce. È il padre di famiglia, il marito che vive la vita con quella infinita serenità d’animo che ho completamente ritrovato nei suoi vini. Mi sono chiesto lungamente come riesca a farlo e mi sono ricordato di un tratto del libro di Seneca, De Tranqullitate Animi, dove nel 58 d.c. che mi ha illuminato così tanto da citarla come chiusa di questo articolo. Chi si preoccupa solo delle cose materiali, non potrà mai avere pace dell’animo   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Luca e Giuliana. Non separi l’uomo ciò che la Falanghina unisce Arrow Right Top Bg

17 Ottobre, 2025

Luca e Giuliana. Non separi l’uomo ciò che la Falanghina unisce

  Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi.  È nel Vangelo secondo Matteo (19,6) che questa frase viene usata da Gesù per sottolineare l’indissolubilità del matrimonio Mi tirerò certamente dietro le ire di chi votò a favore del divorzio nel referendum abrogativo del 1974. I “no” del 59.3% degli aventi diritto sancì come in uno stato laico non servisse Dio per sciogliere un matrimonio.  Se riuscirò a sopravvivere alle ire dei favorevoli al divorzio, non è detto che sopravviverò a quelle di chi considererà blasfemia l’utilizzo di un vino in una frase direttamente tratta dal Vangelo. Eppure, la storia che spero vi appresterete a leggere, parte proprio dalla Falanghina. Solo che in questa storia le storie sono due. Quella di Giuliana e quella di Luca.  Vediamo di raccapezzarci qualcosa.  Luca Paparelli è di Galluccio un piccolo paese del casertano ai piedi del vulcano spento di Roccamonfina. Uno di quei posti che fa parte della mia memoria per via dei racconti di zio Pasquale che era solito andarci in bici per le sue scampagnate. Al ritorno non faceva che narrarne le bellezze. Luca è figlio di commercianti di prodotti agricoli con, manco a dirlo, la passione del vino. Da queste parti non sei nessuno se non hai almeno un paio di ettari di vigneto.  Non è un chiacchierone e non si perde in tante parole. Ha l’aria pacifica tipica di chi ama starsene per i fatti propri a lavorare su ciò che gli piace. Come la vigna.  Dopo le scuole superiori, vuole costruirsi un mestiere e se ne va in Trentino e Friuli Venezia Giulia ad imparare. Visto che è pure meticoloso, la laurea in enologia e viticoltura se la prende per poi continuare ad imparare con diverse esperienze sia in Italia sia all’estero.  Prevalentemente al sud d’Italia. Dopo la laurea in viticoltura ed enologia inizio a lavorare in diverse cantine, tra cui una non molto lontana da da Galluccio, Tenuta Adolfo Spada, dove oggi produco i miei vini, i miei spumanti.  Insomma una vita tranquilla in un paese tranquillo. 40 anni di vendemmie e non perché sia anziano ma perché i suoi inizi risalgono alla tenera età di cinque anni. Tanta dedizione. Tanto amore per un mestiere che Luca interpreta con quella flemmatica serenità tipica di questi luoghi. Attenzione però a confondere un modo di vita con qualcosa che non ha niente a che vedere con la capacità e l’operosità. Perché qui ce ne è da vendere.  Giuliana è l’esatto opposto di Luca. Lui non parla. Lei si. Lui è sintetico, lei no. Lui sembra flemmatico, lei una esplosione. Una sorta di compensazione. Compensazione che è motivo ricorrente della loro storia. Ma non è così che si formano le coppie migliori? Proviene da una famiglia da sempre nel mondo dell’enogastronomia. Il papà Luigi era per tutti Gigino Cucchiaro, storico ristoratore di Bacoli. Da parte invece di mamma, da tre generazioni nella distribuzione. Dei vini ovviamente. Lei? Avvocato. Se ve lo starete chiedendo, si, è una anomalia ma una anomalia per una storia che vuole parlare di vino. Comprendendo bene il contesto nel quale Giuliana è cresciuta, non lo è per nulla. Per i figli, i genitori sperano e cercano sempre un futuro diverso e migliore. Gli ambiti della ristorazione o della distribuzione (con fratelli e sorelle della mamma a riempire la compagine societaria) non sono particolarmente agevoli. È spesso la vita a decidere cosa sarà del proprio futuro e per Giuliana la vita decide per il fratello Emanuele. Mio fratello Emanuele decise di iscriversi ad agraria. La sua era una passione per la campagna e i vigneti in particolare. Con mio padre acquistarono già del 2009 dei terreni a Sessa Aurunca impiantando dei vigneti. Nel 2014 la prima vendemmia poi dopo due anni è finito.  Giuliana usa un termine particolare per indicare la morte del fratello. Un evento tragico preceduto da un periodo nel quale Emanuele non poteva recarsi in cantina per via della malattia. Nella tragicità delle cose, è Giuliana chiamata ad effettuare le operazioni di cantina che il fratello le indica. Lo fa con amore e passione. Verso il fratello e probabilmente per rispetto di colui che ha fortemente voluto qualcosa che non riuscirà a vedere realizzata. Veniva e mi diceva quello che io dovevo fare. Stava lì, insomma, tipo carabiniere a dirmi: devi fare così, devi fare così. Mi ha insegnato chiaramente una serie di cose. Prima di finire mi ha affidato a Bruno de Conciliis e nel 2017 ho fatto la mia prima vendemmia.  Luca entra in questa storia silenziosamente e casualmente. Senza volerlo. Perché anche nel suo caso, il destino decide per lui. È infatti il 2016 quando Giuliana, necessitando di Falanghina aveva chiesto ad un su amico dove potesse acquistarne un pò. Un amico che suggerì proprio Luca per la bontà del suo prodotto.  La Falanghina di Luca mi colpì particolarmente e abbiamo quindi cominciato praticamente poi a conoscerci. Alla fine, insomma, le due cose in qualche modo si sono si sono intrecciate.  Una conoscenza che porta Giuliana, nonostante avesse dei consulenti a passare sempre da Luca prima di imbottigliare.  Chiaramente volevo il suo parere. Al di là comunque del del sentimento che ci lega professionalmente, avevo all’epoca e ho ancora oggi una grandissima stima di Luca. Come enologo e come produttore. La verità è che lo fa con tantissima passione. Quindi riesce anche a far diventare liquidi quelli che sono i miei pensieri. Ne ho sentite tante di frasi di apprezzamento verso il proprio partner. Dalle più tenere alle più volgari. Fa parte del gioco dell’amore. Quella che però Giuliana utilizza, oltre ad essere meravigliosa e decisamente carina, disegna anche un punto interrogativo sul mio volto tanto che lei si affretta a specificare. Allora, ti spiego anche il perché di questa definizione. Non essendo comunque del mestiere, non avendo comunque una preparazione adeguata, io posso avere dei pensieri, delle opinioni sul vino, su quello che poi gli imbottiglia, su quello che deve arrivare insomma il cliente, su come voglio che sia il prodotto ma, tecnicamente ho necessità comunque qualcuno che si metta lì vicino a me con santa pazienza e arrivi ad immaginare insieme a me, a costruire insieme a me quello che può essere il risultato finale. Luca riesce effettivamente a rendere liquidi i miei pensieri. Mi trasforma in una versione liquida. Per me, almeno fa veramente la differenza.  Giuliana è così. Dinamica, forte, determinata. Una donna del sud che sa farsi valere. Lo fa con la sua forza. Lo fa con la dialettica. Lo fa con la dolcezza. Intorno a lei continua a fare capolino la piccola Livia. Una bambina dolcissima, timida solo all’apparenza. È il frutto di quella che è l’amore tra Giuliana e Luca. Ah l’amore, l’amore. Solo che Luca oltre ad essere stato accalappiato sentimentalmente da Giuliana, ha anche subito una captazione professionale.  Cerchiamo di fare chiarezza.  Luca la sua azienda l’aveva comunque creata prima di Giuliana: Luca Paparelli viticoltore in Galluccio. Cinque ettari e circa 25.000 bottiglie essenzialmente di bollicine da Asprinio, Aglianico, Piedirosso e Falanghina. Si, proprio quella Falanghina galeotta….  Le vigne a Galluccio e la cantina nei locali di quella che era l’azienda per la quale lavorava.  Ho la fortuna di avere i vigneti a Galluccio che sono distanti circa due, tre km e una cantina enorme. La proprietà ha circa 25 ettari che gestisco io ma non producono più vino dal 2021. Dal rapporto, diciamo di fiducia e di stima che c’era tra me e i proprietari, oltre oltre a condurgli i vigneti, mi hanno dato in comodato d’uso la cantina che è di 1.200 metri quadri con 2500 ettolitri di capienza. Quindi ho spazio. L’azienda di Giuliana invece è Torelle e ha le vigne (quattro ettari) in quel di Sessa Aurunca, piccolo paese del casertano con la cantina a Cascano, poco distante. Due paesi, anche questi nella mia memoria. Quando andavamo al paese dei miei nonni, Camigliano, papà, da Latina prendeva sempre l’Appia nonostante l’autostrada fosse decisamente migliore. Un viaggio che riesco ancora oggi a ripercorrere con la memoria transitando per la costa con Terracina, Sperlonga, Gaeta, Formia, Scauri. Poi, una volta attraversato il Garigliano l’Appia che si inerpica per i paesini dell’entroterra casertano. Il paesaggio da marino diventava collinare e boschivo. Dalle spiagge alle terre in un solo valicar di fiume. È sull’Appia che incontravamo Sessa Aurunca e Cascano. Dicevamo di Torelle. Una piccola cantina in un casolare dell’800 dove ci si sta stretti. Ma che per adesso basta. Il territorio identifica direttamente il prodotto. Torelle è un territorio più da rossi, da rossi importanti mentre Galluccio riesce a conservare molto di più l’acidità. Per questo ho cercato di iniziare con le bollicine. Due territori diversi. Due aziende diverse. Differenze tutte da valorizzare.  Torelle (circa 20.000 bottiglie) con i rossi e il rosato da Aglianico. Poi la Falanghina. Si proprio quella Falanghina galeotta… Luca Paparelli per gli spumanti. Diciamo che siamo complementari anche sotto questo punto di vista. Torelle si concentra sui fermi e Luca sulle bolle. D’altro canto c’è questa distinzione comunque importante che ci viene data in maniera del tutto naturale dal territorio. Quindi, in realtà è stato tutto assolutamente casuale. Non c’è stata una scelta ben precisa né di tipo commerciale né altro per riuscire a distinguere le due aziende. Si sono completate a vicenda.  La sorte è che quella Falanghina che li ha fatti incontrare, si quella Falanghina galeotta si chiama Roccamonfina. Non conoscendo il territorio può non dire nulla però, il vulcano spento di Roccamonfina e il paese che da questo prende il nome, è proprio a metà strada tra Cascano e Galluccio. Più che un anello di congiunzione appare un compromesso, un meraviglioso venirsi incontro. Come per chi si sceglie.  Ci siamo conosciuti volevo proprio lì. È per la Falanghina che ci siamo conosciuti e la Falanghina poi ci ha anche uniti. La Falanghina IGP Roccamonfina Torelle  ha il riflesso chiaro della pietra baciata dal sole. Profuma di frutta bianca, di mango maturo, di agrumi ed erbette. La sua è anima minerale che incanta per l’accenno ferroso che sembra fuso nel vino.  Nel calice la semplicità si fa miracolo: è come se un piccolo frammento di metallo antico si fosse sciolto nel liquido. Come se le radici delle viti siano arrivate nelle profondità del vulcano spento succhiandone l’essenza. È così che quel metallo adesso si fa strada tra la pesca bianca e il mango esaltando la sapidità di un vino che è fusione. Semplicità e forza. Dolcezza e determinazione. Sapidità e verticalità. Una fusione tra roccia e cielo, tra terra e fuoco, tra Giuliana e Luca.  Poi devo dire la verità, una cosa che a me diverte tantissimo, io amo assaggiare. Lo facevo sin dall’inizio di andare ogni tanto in cantina da Luca a disturbarlo mentre lui era lì, intento a lavorare in modo serio. All’improvviso irrompevo, prendevo i bicchieri e cominciavo praticamente a farmi a tappeto tutti i serbatoi. Devo dire che poi fatto in questo modo, in realtà il nostro lavoro è anche divertente. La scelta comunque di unire il lavoro e la famiglia è stata secondo me poi anche una scelta vincente perché riusciamo comunque attraverso il lavoro, a divertirci a stare insieme. Non è un lavoro sostanzialmente neanche adesso è un lavoro. Come devo dire uno si vuole perfezionare nelle annate. Un passettino in più ogni anno. La cosa che mi entusiasma sempre di più è che comunque la qualità dell’uva che si riesce ad ottenere da queste vigne.. Tra i due si percepisce come Luca sia quello tenero, riflessivo, attento; Giuliana spigliata e determinata. Una crasi perfetta poiché Luca si dedica alle vigne e alle cantine per ottenere prodotti davvero eccellenti mentre Giuliana è l’anima commerciale, l’immagine della azienda. Insieme sono qualcosa che vale il prezzo del biglietto. Giuliana ama stare in cantina mentre in campagna meno.  Sono un pò più cittadina probabilmente come dice Luca. Il problema è che a me stare lì da sola, io e le vigne, nel senso che non posso parlare con mezzo mondo, non posso avere tutti i miei contatti sociali….Mi manca un pò l’aria. Quando ci vado e ci vado anche volentieri, devo dire la verità, avendo comunque una bimba piccina, lei va seguita e dobbiamo dividerci.  Luca se ne sta in campagna tranquillo e rilassato. Nel suo mondo. Con i silenzi e i rumori della natura.  Mi rilassa molto la campagna. È un lato che mi piace tanto perché si ritrova un pò sé stessi sostanzialmente. La natura che si ripete. Accudire le la vigna. Perché comunque la vigna va accudita come tanti piccoli bambini. Ogni passo che si fa a lungo il vigneto fa emergere le differenze che forse altri non noterebbero. Ogni vite dev’essere curata in modo diverso per portarle tutte ad avere lo stesso risultato. A me rilassa tanto. Ci sono i picchi di lavoro che sono stressanti, ma non così tanto diciamo. Il periodo della potatura verde, il periodo della vendemmia… In vendemmia ci vado eh! In vendemmia vado anche in campagna oltre che in cantina. Nella cantina di Torelle, quella di Cascano in un casolare del 1800, gli spazi piccoli così che i serbatoi e la barricaia sono incastrati nel tufo di Sessa Aurunca.  Ogni operazione dev’essere fatta chirurgicamente. Come giocare a Tetris. Il lavoro per entrambi può essere folle con mesi particolari come agosto e settembre  scanditi settimanalmente. Sull’azienda Torelle si inizia con il rosato. Poi si prosegue con la Falanghina. Quando si iniziano i rossi a Torelle poi sono quasi pronte le uve a Galluccio. Alternanza tra Sessa Aurunca e Galluccio. Oltre che dai Campi Flegrei dove vivono (così Luca viaggia tra vulcani!). La prima in assoluto è l’Asprinio per la quale non si va oltre i primi giorni di settembre.  Per due mesi Giuliana non lo vede proprio. Spesso non torno a casa per un mese intero. Ottobre il mese nero perché vanno gestite anche le fermentazioni.  Anche perché finché la bambina era piccola, riuscivamo a trasferirsi tutti quanti a Cascano. Iniziando la scuola è diventato problematico.  Semplicità. Finezza ed eleganza nella semplicità. Forza e determinazione. Schiettezza e territorialità. Queste non sono solo caratteristiche dei vini delle due aziende ma anche di Luca e Giuliana. Manca l’estrosità che non si immaginerebbe possa risiedere in Luca. Però sono proprio le persone come Luca, quelle che pensano molto, quelle che riflettono e sognano ad occhi aperti, ad avere la maggiore dose di creatività.  Luca usa quello che tecnicamente si chiama processo di reverse engineering. In genere, per creare un vino, si parte da ciò che si vuole ottenere: caratteristiche gusto olfattive, possibilità di abbinamento, colore, pubblico. Insomma quando si ha una idea si comincia a dare a questa una forma. Luca invece parte da quella che per il resto del mondo del vino è l’ultima cosa: l’etichetta. È davvero l’ultima cosa alla quale in genere si pensa. Nome ed etichetta.  Per Luca non è una esigenza di carattere commerciale. Nella mente di un sognatore quale è Luca, l’etichetta diventa il manifesto d’amore, la dedica non solo di una bottiglia ma di un pensiero. La narrazione che spesso è più viscerale, intrinseca e intima lo porta proprio a raffigurare nella sua mente l’etichetta. Da li parte tutto. Non arriva, parte. Funambolo ad esempio è l’Asprinio delle Alberate di Luca Paparelli, l’antico metodo dei contadini delle Terre di Lavoro che legavano i tralci ai pioppi così che si sviluppassero in altezza. Bellissimi a vederli e con la rigogliosità che solo uno sviluppo in verticale a catturare sole e salubrità può offrire. Ma scomodi da morire. Dai trattamenti alla vendemmia occorre salire su incerte scale di legno alte fino a venti metri. Arrampicarsi come dei ragni a rischio di cadere da un momento all’altro. L’Asprinio è uno di quei prodotti che offrono sensazioni incredibili e che solo grazie a viticoltori come Luca non perde la propria identità nota sin dai tempi dei Borboni.  Funambolo dunque è una dedica proprio a quei contadini eroi che rischiano ogni volta che solo pensano di dover salire su quelle scale. Dovreste davvero vederle le scale e io me le ricordo bene perché le aveva anche mio nonno. Non mi ci faceva salire per nessun motivo al mondo e quando, di nascosto, provavo autonomamente, non andavo mai oltre il secondo gradino: traballava tutta!!! Funambolo non si perde nella ricerca di lunghi affinamenti da metodo classico. L’Asprinio ha la sua particolarità nel frutto aspro e nella capacità di essere verde al naso così come in bocca. Per questo motivo Luca usa il metodo Martinotti. La base è Asprinio all’85% poi Falanghina, si, la Falanghina galeotta. Una base che affina sui suoi lieviti per un anno prima di passare in autoclave per 60 giorni. Un metodo affascinante e ricercato in grado di donare allo spumante una vera autentica e fine unicità.  Il colore è quello dell’ambra che risplende al sole. Il sentore è della pesca gialla percoca di questi luoghi, dell’albicocca disidratata, del limone maturo che non punge, accarezza. Un equilibrio raro, di quelli che non tremano nemmeno su una scala di legno incerta.  In bocca il Funambolo cammina sul filo di una bollicina fine, impalpabile, che non esplode ma accompagna sfidando le rudezze con eleganza, rotondità, senza pesantezza. Un frutto che si fa seta sciogliendosi in una carezza, lasciando pulizia e quel desiderio folle di un altro sorso. Ogni sorso è un passo sul filo disteso tra cielo e terra che trasforma semplicità in stupore. Ho fatto anche una bollicina che si chiama Maruzzè, dedicata a Giuliana. Quando ci siamo conosciuti con Giuliana, avevo soltanto due etichette: il Funambolo  e il Disincanto che erano uno a base Asprigno e l’altra base Falanghina. Non amavo molto i rosati. Li consideravo un pò dà completamento di gamma, molto di moda.  Ride di gusto Giuliana guardando Luca che parla del vino che le ha dedicato. Lei che invece ama i rosati si diverte a sentire Luca che non amava i rosati Lei aveva una passione particolare per i rosati provenzali e tra una vacanza a Ischia e l’altra a Ventotene ho creato dall’etichetta un rosato spumante a base Aglianico. Dall’etichetta perché su questa c’è Giuliana in tutù.  Maruzzè è 90% Aglianico e 10% Piedirosso. Uno spumante che ha una lavorazione ancora più particolare fatta di due annate diverse assemblate e rifermentate in breve tempo. 45 giorni al massimo. Uno spumante Rosè anche se Torelle, un rosato, da Aglianico, lo aveva già. Il Rosato di Torelle sente e fa sentire l’Aglianico. Non lo nasconde, anzi, lo esalta. Rosato? Si ma molto scarico, alla Provenzale come piace a Giuliana. Luminoso al limite del brillante fa sentire subito di che pasta è fatto con sentori avvolgenti e precisi, delineati come i tratti di una statua di marmo. La rosa, la pesca, le piccole fragoline di bosco. Il floreale che impazza esprimendo una freschezza che il velo di balsamico e la grande, grandissima mineralità, esalta. Una sensualità diffusa da quella statua di marmo che si fa levigata e voluttuosa. Ma determinata anche grazie ad un fresco agrume. Al sorso, la determinazione appare ancor più evidente. Si tratta pur sempre di un Aglianico e i tannini non possono scomparire così, d’amblè. Verticale e deciso come l’abbraccio di incontro atteso da tempo; avvolgente e passionale come ciò che continua. Sensazioni che proseguono per via di una lunga persistenza e di una sapidità che porta ad avere in bocca il suo sapore anche quando pensi di averlo dimenticato. Finale preciso e caratterizzante di un rosato che ti lascia il ricordo. Per sempre. In realtà mio fratello ne fece uno nel 2014, ma era della stessa idea di Luca. Quindi, insomma, brutte persone. Questa passione per i rosati in realtà arriva da mia nonna materna. Non passava pranzo o cena che non si beveva almeno un bicchiere di vino. Al deposito, mia mamma dice sempre che i corrieri la prendevano un in giro dicendo: la signora oggi ha bevuto di nuovo acqua Sangemini. Scendeva con queste due schiocche rosse e per lei il vino era immancabile. Amava i rosati della Provenza. Mia madre idem. Anche a me giustamente che non è che insomma avessi questa cultura del vino mi divertiva l’idea del vino rosa. Amavo tanto il colore che mi ha sempre colpito. Quindi, nel 2017, alla mia prima vendemmia, la priorità era fare un rosato di Aglianico ma che fosse scarico come un provenzale. È stato un terno al lotto perché all’epoca non avevo il serbatoio per la fermentazione a temperatura controllata. Cominciamo con questo rosato è in realtà poi venivo un pò derisa per il colore, perché all’epoca nel 2017 ancora non erano di moda i vini provenzali. Nel rosato rivedo una parte di me, soprattutto in quel momento, nel 2017, quando poi ho iniziato a fare questo lavoro. Adesso è il vino praticamente a cui io tengo probabilmente di più e che coccolo di più in assoluto. Il Maruzzè va beh anche quello. Il mio rosato è Giuliana messa nella bottiglia. Apparentemente fragile, apparentemente vulnerabile, soprattutto nel momento in cui avevo perso mio fratello. Però poi, quando si assaggia quel rosato, così come quando poi, insomma, si conosceva anche me, in realtà, ci si rendeva conto e ci rende conto ancora oggi che comunque quel rosato arriva dall’Aglianico si sente tutto. Ha tutta la potenza e tutta la forza che comunque un Aglianico deve avere. Potrei quasi definirlo donna perché è astuto e furbo. Ti frega senso che all’apparenza pensi vabbè, ma questo vino è un vino facile è un vino che mi bevo, insomma in maniera anche veloce senza dover necessariamente mangiare un pasto completo. Alla fine invece non è così La forza di Giuliana c’è e c’è tutta. Caparbietà, ostinazione, forza. Tra le difficoltà si va avanti. Una forza che ho ritrovato nell’Aglianico Taurasi del Falerno del Massico Torelle. Un vino che dal 2017 con solo un anno di botte grande dimostra come sia ancora un giovanotto indomito. Rubino intenso e impenetrabile ancorché si capisca quanto sia elegantemente rustico nei suoi sentori. Un vino vegetale e fruttato con la ciliegia ad emergere prepotente. Sentori caldi di cannella, noce moscata, chiodi di garofano e quel gradevolissimo balsamico che diventa mineralità armoniosa, ampiezza che sa di famiglia, di camino, di giornate di festa. Emergono i lamponi, il tabacco trinciato. La ciliegia si fa visciola e sempre quel vegetale rende un vino di una certa età, fresco e vivo. Sorso ampio, importante a riempire la bocca, a renderla colorata e calda. I tannini che sono li presenti come guardiani di passo. Guardano, osservano ma senza essere aggressivi. La bocca è ampia e si bea di una piacevolezza dove la ciliegia continua a farsi sentire. Senza essere stucchevole perché fresca e quasi croccante. Ampio e godurioso nonostante un carattere che può sembrare rustico ma non lo è perché vero e in grado di donare uno strano senso di verità, di importanza, di non banalità ovvero di concretezza. Rimane a lungo in bocca accompagnando un pensiero che vola verso ricordi di infanzia, di chiacchiericcio nelle domeniche a tavola, di nonni che ti parlano, di sorrisi e rincorse attorno al tavolo. Sono certo ci sia anche un vino da dedicare alla piccola Livia. Ho tante etichette nel cassetto. Cercavo una etichetta che parlasse di Livia e alla fine si dovrebbe chiamare Lotti perché è cosi che chiamavamo Livia nei nove mesi di gravidanza. Quando non sapevamo se fosse maschio o femmina. L’abbiamo saputo dopo La vedo con un fondo bianco e un otto messo in orizzontale ovvero con il simbolo dell’infinito tutto con i colori dell’arcobaleno.  Sicuramente utilizzeremo le uve di entrambi. E se Luca ha fatto finta di dimenticarsene io glielo ricordo. Una giusta crasi tra le due aziende. L’anello di congiunzione di quella Falanghina che si chiama oggi Livia. Un vero blend tra Giuliana e Luca, frutto del loro amore. Una coppia unita nel vino e con il vino. La passione di Luca, il suo garbo, la grande competenza. La dolce determinazione di Giuliana, la forza che la porta anche a cercare di dissociarsi dalla distribuzione di famiglia. Come se ricercasse una propria identità. Sua e della sua attuale famiglia. Per vincere tutti i pregiudizi di chi non pensava che una donna, avvocato, figlia di persone del campo, non possa farcela da sola. Sola con Luca. Sì sono trovati, si sono scelti riuscendo, intelligentemente, ad integrare, senza integrarle, le due aziende. Una integrazione nella gestione mantenendo inalterate le peculiarità dei due territori, un sogno nel cassetto: una cantina comune. Già, perché quella di Cascano è troppo piccola e quella di Galluccio è in affitto. Qualcosa di proprio nella quale Luca possa continuare a sognare etichette e studiare nuovi vini, Giuliana accogliere le persone e assaggiare i vini di Luca, Livia…beh Livia è ancora troppo piccola e sarà lei a scegliere se lasciarsi rapire da un Aglianico o una Falanghina. Falanghina….galeotta fu la Falanghina!!! Con questa frase almeno ne i divorzisti ne i cattolici mi odieranno.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Marika Socci. Innamorarsi all’improvviso Arrow Right Top Bg

10 Ottobre, 2025

Marika Socci. Innamorarsi all’improvviso

  Noi siamo quello che facciamo ripetutamente.  Se riflettiamo sulle nostre azioni ed in particolare sulle abitudini è facile comprendere come queste rappresentino il nostro essere. Molto più di tante parole. Aristotele. Questa frase è del filosofo greco Aristotele che poi la concludeva dicendo Perciò l’eccellenza non è un’azione ma un’abitudine.  Un atleta, se vuole eccellere, deve ripetere all’infinito i propri gesti quasi innestandoli nel proprio dna. Pensate alle ginnaste che volteggiano nel cielo per poi ricadere sulle punte in bilico su una trave larga solo 10 cm. Un musicista, allo stesso modo, per poter suonare uno spartito deve conoscerlo nel profondo. Ogni nota, ogni pausa, ogni tempo, ogni tonalità. Se poi il proprio spartito è inserito tra tanti altri poiché parte di una orchestra non conta più solo la bravura individuale ma la capacità di inserirsi, con i giusti tempi, in un contesto di coralità. Spesso mi trovo a guardare gli sciatori o i piloti di auto che mimano con le mani il percorso. Azioni che devono diventare abitudini perché riescano al meglio. Indipendentemente dall’eccellenza o meno. Rappresentano una prestazione, un momento, ancorché lungo, della vita. Ci capita poi di compiere, giornalmente, azioni che sono così radicate nel nostro animo da rappresentare noi stessi. Verso gli altri, verso il nostro io. Se non le facessimo, non avremmo più una identità ne gli altri ci riconoscerebbero come tali. Pensateci. Ognuno di noi ne ha. Anche chi crede di non averne.  E l’amore? Anche l’amore è una abitudine o nasce per una abitudine? Oppure irrompe nella nostra vita come un fiume in piena. Inaspettato e non calcolato. Ognuno ha la sua storia ma, in ogni caso, vivere l’amore come una abitudine e non come una azione, da curare con il massimo delle nostre possibilità, è l’unica possibilità perché continui a bruciarci dentro come il primo giorno. O anche di più. Io mi vedo sempre qui anche perché né discutevo un pò di tempo fa sempre con mio papà. È come se la mia persona fosse legata a ciò che io faccio. Senza la mia, la nostra azienda, non avrei più una identità. Chi è Marika senza l’azienda, senza il vino, senza l’uva? Chi sono? Vado fuori di testa. È un problema questo perché uno dovrebbe avere un’identità salda della propria persona, indipendentemente da quello che fa o no? La mia persona, la mia identità ce l’ho grazie a quello che faccio. E quindi, se qualcuno mi levasse quello che faccio, non so dove vado a finire. Non lo so, ci devo riflettere. Io mi vedo qui a fare il vino, ad accogliere le persone, a raccontare i miei vini. Non mi vedo più grande di quella che sono. Non ho in testa di ingrandirmi. Io mi vedo come quella che sono adesso, solo che più vecchia. Più…più….più matura. Marika Socci è una splendida donna, mamma, moglie, figlia, vignaiola di Castelpiano, a poco meno di 50km da Ancona.  Chiacchieriamo tanto insieme. Un colloquio appassionante, intimo, a volte interiore. Siamo accomunati anche dal grande amore per le rispettive figlie che, caso del destino, si chiamano entrambe Azzurra.  Marika è una donna che emana energia positiva in ogni sua espressione. È come se nella sua vita ci fosse un prima e un dopo senza che vi sia realmente un prima e un dopo. È solo che la terra si è prepotentemente insinuata nella sua vita trascinandola così nel profondo fino a capire quali (e dove) fossero realmente le radici del suo essere. Dinamica e determinata prima; tenera e sognatrice dopo. Anzi no. Dinamica e determinata prima; dinamica, determinata, tenera e sognatrice dopo. Marika è riuscita a portarsi dietro il prima nel dopo. Cosa rara. Il prima è fatto di spensieratezza e di voglia di vivere in quel di Ancona dove viveva con la famiglia. La ginnastica ritmica, le gare, la voglia di vita. Fino praticamente ai 18 anni sono stata ginnasta. Ho sempre fatto attività agonistica nel mondo della ginnastica ritmica. Mamma mi iscrisse a ginnastica artistica nella società nella quale ancora oggi lavoro. Venni pescata dal settore artistico e portata dentro la ritmica: non mi sono più mossa. Dopo sono diventata insegnante, non facendo però l’ISEF. Tutto il percorso CONI. L’azienda mi impegna molto. Molta fatica fisica. Ma non la mollo. Che non molli datelo per certo. Marika è una energetica e positiva macchina da guerra. Il suo lavoro da vignaiola affiancando il padre lo ha iniziato dopo che il suo datore di lavoro decise che poteva lavorare solo a nero.  Dissi a papà: adesso io porto i curriculum da tutte le parti e finché non mi chiamano, vengo a lavorare per te. Papà disse: sì, sì, vieni vieni. E da lì mi sono innamorata di tutto quello che lui faceva che poi era tutto quello da cui io ero sempre scappata. Adesso so diventata peggio di lui, perché veramente una volta proprio io e mia sorella non potevamo vedere questa casa in campagna. Diceva mamma mia: speriamo che vende non se ne può. Mi sono pure trasferita qui. Sono diventata mamma incoscientemente. Non pensavo mai di diventare mamma. Forse non mi sentivo all’altezza. Facevo due lavori in palestra e in azienda. Parla con la sua inflessione marchigiana che la rende ancora più vera. Se mai ce ne fosse bisogno. Una energia che parte da una sorta di ritorno ancestrale alla terra.  Come in quasi tutte le generazioni attuali, la terra arriva dai nonni. Umberto e Concetta in questo caso che sì, sono di origini contadine e sì, lavorano la terra non loro ma decidono di spostarsi ad Ancona per cercare fortuna. Che a quei tempi voleva semplicemente dire stare bene e assicurare ai figli un futuro migliore del loro. Non certo guadagnare tanto o cambiare totalmente vita. Quello era per pochi. Alla pensione però nonno Umberto è alla campagna che vuole ritornare. Una sorta di amore primordiale che ne si scorda ne si dimentica. È il 1973 quando insieme al figlio Pierluigi impianta un vigneto a Monte Deserto, una collina in quel di Castelpiano. Ci ritroviamo un piccolo appezzamento di terra al centro dell’area classica di produzione del Verdicchio dei Castelli di Jesi. Quindi ci sono proprio tutte le condizioni, partendo dal sottosuolo e da ciò che gli sta intorno per dare la possibilità alle uve di essere di qualità. E poi trasmetterla ai vini. Analisi delle esposizioni? Del sottosuolo? Impianti? Nulla di tutto ciò. Il vigneto era per produrre un pò di uva e venderla alle cantine sociali. Quel tanto che bastava per divertirsi e magari arrotondare un pò la pensione. Il vigneto era tenuto come un giardino, perché poi figurati, tre ettari. Fa questo impianto con il figlio, pensa quanto ci teneva. Qui il vigneto si doveva tenere bene altrimenti la gente sparlava. Tutto impiantato a Verdicchio ovviamente. Siamo nelle Marche ed qui che il Verdicchio trova espressioni incredibili. Il disciplinare della DOC nacque solo nel 1968 per tutelare quel vino bianco delle Marche famoso in tutto il mondo anche grazie all’anfora di Fazi Battaglia progettata nel 1953 dall’architetto Antonio Maiocchi (Sinuosa come Sofia Loren avevano detto negli USA).  Con il nonno non si sono mai ingranditi e non l’hanno mai fatto veramente come un qualcosa di commerciale. Era qualcosa che che teneva unita una famiglia mantenendo  iI legame con il territorio che comunque sia mio papà che mio nonno avevano forte. Facevano il vino di casa usando anche dei filari di Malvasia di Candia. Perché una volta il vino Verdicchio era molto duro. Lo ammorbidivi con qualcosa di diverso. Poi arrivano gli anni 80 segnati dallo scandalo del metanolo e dalla guerra commerciale con la Francia. Il vino italiano smette di avere appeal all’estero tanto che conferirlo diventa sempre più complicato. Battaglia ci dice a un certo punto: non è detto che le vostre uve ci servano o non è detto che ci servano come l’anno scorso e gli anni prima. Quindi state attenti, vedete un pò come fare. È da lì ché nascono, siamo nei primi anni 80, tanti piccoli produttori marchigiani. Quando oggi i grandi produttori si lamentano della miriade di aziende piccole, a conduzione familiare, con pochi ettari e che comunque rappresentano il vero patrimonio della viticoltura italiana, dovrebbero solo ricordarsi di quando compravano tutta l’uva per poi, improvvisamente, smettere. Cosa si aspettavano facessero tutti quei contadini che avevano investito soldi e sudori nelle vigne a loro destinate? Deserto è il primo vino che è stato messo in bottiglia. Tanto è il legame con il territorio che la maggior parte delle cantine a quel tempo chiamavano il vino con il cognome della famiglia. Non c’era idea di dare il nome ad un vino. Di solito si chiamava che ne so, Garofoli piuttosto che Moncaldo. Invece sia nonno che papà aveva deciso fin da subito di dare voce al territorio e il loro vino si è sempre chiamato Deserto già da quella volta. Socci era scritto piccolino piccolino sotto in basso e poi Deserto. Associare la propria azienda e i propri prodotti al territorio è qualcosa di incredibilmente all’avanguardia per quei tempi. Solo che Deserto era un nome un pò scomodo per un vino o almeno lo era (ed è) senza investire in comunicazione e marketing. Cosa che non era nelle corde delle piccole aziende a quei tempi (e non è che oggi le cose siano cambiate!). Forse anche perché il vino non tutti lo facevano come primo lavoro. Tutti, anche papà Pierluigi, un altro lavoro lo aveva. Lavorava al centro meccanizzato di Ancona.  Faceva i turni notturni e per un grandissimo arco della sua vita lavorava di notte e stava in vigna di giorno. Io credo che tutte le scelte che mio nonno e mio papà hanno fatto era perché c’era veramente la voglia di far qualcosa che gli piaceva e come per dire, realizzarsi personalmente su un progetto, dove però che non ci si doveva fare arricchire che non ti doveva far campare. Scelte dettate dalla voglia di fare vino. Senza scendere a compromessi. Questo consentiva di portare avanti il legame vero con il territorio. Se hai un piccolo salvagente da una parte e se ti accontenti di avere uno stile di vita normale, quello che ne deriva è qualcosa di incredibile. Vero che qualcosa si imbottigliava ma era poca roba. Il vino si vendeva sfuso. Non si metteva in bottiglia tutto perché in quegli anni c’è un mercato molto molto florido di vino sfuso In Germania. I tedeschi venivano giù con i camion cisterna. Mio papà ha cavalcato tanto questa onda. C’era una signora si chiamava Heide. Guidava il camion veniva giù dalla Germania e portava via parecchi quintali di vino. C’era anche un altro mercato che mio papà ha cavalcato molto: l’Emilia-Romagna. Anche lì venivano giù e acquistavano il vino sfuso. Parallelamente alle prime bottiglie, quindi Deserto che è il nostro classico con la bottiglia ad anfora, c’era comunque tanta vendita di sfuso. Marika è sempre più una forza della natura. Il sorriso disarmante e la capacità di coinvolgere come non mai. Entusiasta, contenta, attiva, energica. Viva, meravigliosamente viva. I ricordi affiorano legandosi alle sensazioni di quei tempi. Riviverle è ripercorrere pezzi di vita vissuti da una bambina che non voleva viverli perché interessata ad altra vita. Non la campagna, non i filari, non il vino. Lei voleva vivere una vita diversa. Ma sono quei ricordi, poi tornati prepotenti a ricordarle da dove veniva e da dove non vorrebbe più andar via, che sono diventati la sua vita. Quella che doveva essere solo una sistemazione momentanea nel periodo della ricerca di un nuovo lavoro, diventa casa. Casa in tutti i sensi. Sia perché Marika con il marito e la piccola Azzurra inizia a vivere proprio a Castelpiano sia perché capisce che quella è veramente casa sua. È li che sono le sue radici. I miei nonni non sono qui nel senso fisico. Non mi sento mai sola. Sono l’unica che vive in azienda con mio marito e mia figlia. Però non è che mi sento mai sola non so, è una sensazione strana e può darsi che deriva pure da un mio modo.  Ho ricordi di una medesima sensazione quando andavo a casa dei miei nonni che loro non c’erano già più da tempo. Quella casa dove andavamo per le feste e stavamo tutti insieme con fratelli e cugini. Sentivo la presenza dei miei nonni. Qualcosa di tangibile. La stessa sensazione a casa dei miei genitori quando sono morti. Ogni oggetto parlava di loro e di una vita trascorsa li. Sono felice nel mio piccolo mondo qua anche se ci sono tante difficoltà, Ivan. Penso che queste difficoltà che io affronto con la mia famiglia quotidianamente mi danno anche la sensazione di non essere mai arrivata di dover fare sempre di più, di non mettermi mai seduta. Perché da un momento all’altro, magari tutto mi può scivolare di mano. Le aziende vivono giorno e non c’è mai una stabilità. Parlo di una stabilità economica. Questo camminare sempre un pò sul filo del rasoio mi da sempre là possibilità di guadagnarmi giorno per giorno quello che ciò e di non stancarmi mai.  Dinamismo e determinazione che si legano alla tenerezza e al sogno. Una grande infinita passione che rende un luogo e una attività come fonte di felicità. Tutto traspare. Lavoravo ad Ancona in palestra e a Monte Deserto c’era la vigna. Non si poteva andare su e giù. Mio marito è un tipo che già da ragazzo amava la vita solitaria della campagna mentre invece io ero quella che per carità, se potessi abità in centro anche in un appartamento di 30 m quadri senza balcone, io ci sarei andata. Era talmente felice credo di diventare padre e sapeva la mia forte passione per l’azienda (lui mi ha sempre spinto a continuare non mi ha mai detto oh guarda lì guadagna niente, solo fatica. Mi ha sempre comunque sostenuto in questo e tutte le mattine va ad Ancona dove lavora) che ci siamo trasferiti di corsa. Azzurra ora sta come una pacchia. Ogni tanto ne parlo con delle mie amiche e le dico: chissà se si rende conto della fortuna che ha. Magari mentre la vive non se ne rende conto. Forse la piccola Azzurra di Marika non si rende ancora conto della fortuna che ha mentre la mia Azzurra forse non avrà mai questa fortuna vivendo in città. I ricordi di quando andavo a casa dei miei nonni in campagna sono ancora vivi, pazzeschi, bellissimi e il rammarico è non poterli farli vivere a mia figlia. Ciò che oggi sento dai vini, nei vini ad esempio è esclusivamente frutto di quei ricordi. Non è solo questione di vini. I loro racconti, il calore del camino, il sapore dei frutti appena colti, il valore delle piccole cose. Ogni cosa vive dentro di me e anche se cerco di raccontarle ad Azzurra, lei non potrà viverle. Non potrà calarsi in quell’ambiente, in quella atmosfera, in quei tempi. Come non vivrà l’amore dei miei genitori che purtroppo non ci sono più. Tutte cose che cerco di compensare in qualche modo pur sapendo che non sarà mai la stessa cosa e io non sarò mai all’altezza. Tu guarda cosa ho trovato in un libro di ricette di mia nonna. Mio nonno, come un bambino ha disegnato come lui voleva la vigna. L’ho fatta stampare per la magnum per la cinquantesima vendemmia. Un bambino che sogna e poi disegna i propri sogni. Quel sogno che diventato realtà e che Marika adesso ha fatto suo. Tre piccoli ettari a Monte Deserto. Lei con i genitori e una sorella, Martina, che quando c’è bisogno, c’è. Quando c’è bisogno di una mano ad esempio per gli imbottigliamenti, perché noi imbottigliamo a mano e chiamiamo fino al terzo grado di parentela perché altrimenti sei fuori legge e ci si aiuta.  Ci si aiuta in famiglia così come ci si aiuta tra vicini. Perché un tempo mica c’era l’enologo che andava in giro a fare consulenze. In pochi se lo potevano permettere. I contadini si aiutavano a vicenda partendo da quello che ce l’aveva fatta a fare il vino. Ma sempre perché magari lo aveva appreso da qualche altro.  In campagna non è come adesso. Chi già faceva il vino, veniva in cantina a dire guarda, io ho fatto così così così quando lo fai chiamami. Cioè era una un gruppo di contadini che si mettevano insieme e provavano. Non c’era un enologo. Con mio papà decisero di acquistare una pressa. Si parlavano tra di loro capito? Era tipo uno scambio di favori. Parlare con una persona positiva come Marika è un tornare ai tempi dei veri contadini. Quelli che facevano le cose insieme e senza invidia. I tempi delle cantine sociali che si mettevano insieme per sbarcare il lunario. La mutua assistenza. La voglia di condividere. Poi c’era chi faceva fortuna e tutti a pensare che prima o poi sarebbe toccato anche a lui. Che belli quei tempi. Per certi versi anche tragici visto che ogni tanto qualcuno giocava sporco per accelerare le cose. Il metanolo insegna… Per paura che non partisse la fermentazione mio nonno accendeva le stufe in cantina e poi ti puoi immaginare quando partiva… C’erano dei racconti carini, che ti facevano capire che tu non arrivavi come oggi che con l’enologo si fa tutto perfetto già la prima botta. Una volta prima di chiudere il cerchio, magari passavo 5 o 6 vendemmie.  Oggi che si parla tanto di lieviti spontanei quasi demonizzando quelli selezionati e ci si dimentica di quando prima non c’era nulla, figuriamoci i lieviti. Se non partiva una fermentazione era finito tutto. Buttavi via e se ne riparlava l’anno dopo. Anche per questo infatti l’uva era meglio venderla che trasformarla (magari!) in vino. Si faceva tutto con lieviti spontanei. Poi quando la cantina si è un pò impreziosita per stare al passo con i tempi (attrezzature, tecnologia, ecc) papà non voleva più rischiare e è passato ai lieviti selezionati per evitare puzzette. Papà bisogna fare un vino con i lieviti indigeni e lui mi diceva: ma fattelo te Fattelo te, perché quando 35 anni fa non c’erano altre possibilità, noi lo facevamo. E comunque lui mi diceva sempre che i vini non erano eleganti. Lui tiene tantissimo all’eleganza del vino. Finché i vini li faccio io, li faccio come dico io.  L’eleganza dei vini parte dall’idea stessa del vino. Voler realizzare un vino che abbia certe caratteristiche non vuol dire pressare l’uva e far partire la fermentazione. È qualcosa di più complesso che inizia dalla vigna per poi lavorare di ingegno e tecnica. L’idea del vino parte da cosa lo ha ispirato e a chi lo si vuol dedicare.  Marika ha 8 etichette. Forse un pò troppe per soli tre ettari. Ma con un papà come il suo non sono nemmeno molte. È l’estro di mio padre. Se glielo togli, gli togli la voglia di tirarsi su dal letto. Alle volte si sveglia e dice: faccio un vino novo. Fa microvinificazioni di 600 bottiglie che gli prendono lo stesso tempo di 6000. Però lui c’ha quel pallino e se non se lo toglie, eh siamo nei guai tutti perché c’è manda il manicomio.  12/15 mila bottiglie annue per otto vini, tutti da Verdicchio. Otto etichette ognuna delle quali ha un preciso significato. Creazione, invenzione, estro o un mix di tutto ciò. Credo che principalmente sia la voglia di dire qualcosa, di rappresentare ciò che si ha nel cuore senza badare più di tanto alla parte commerciale. Tra di loro non sembrano parlarsi e forse non devono poiché attengono ad un momento diverso, ad uno stato emotivo diverso, ad un pensiero diverso. Per lui ogni bottiglia deve avere una forma e un’etichetta diversa perché ha una storia diversa. Quindi se io adesso ti racconto tutte le etichette siamo qui tre ore, ma ogni etichetta c’ha una storia ben precisa. Anche le forme delle bottiglie. Che poi sono riuscita io e mi è rimasta solo il Marika. Per gli spumanti le abbiamo fatte tutte quante scure, tutte uguali dallo stesso fornitore. Mica è semplice trovare 600 bottiglie. Mi è rimasta solo il Marika perché è una crioselezione e lui la voleva in una bottiglia alsaziana. Altissima. La bottiglia doveva parlare delle vinificazioni del nord, degli icewine. Ma chi lo sa se non è un appassionato di vino delle alsaziane? Nessuno! Sono riuscito a farla abbassare un pochino e da un paio d’anni abbiamo una renana, perché sennò era un’alsaziana altissima che entrava neanche negli scaffali delle vendite. La difficoltà da parte mia e anche quando non c’è una continuità nelle annate. Martina e Deserto sono vini che noi facciamo praticamente tutti gli anni altrimenti chiuderemmo.  Per quanto io possa riportare le mie sensazioni derivanti da una chiacchierata con Marika, vorrei che veramente andaste nelle Marche a Castelpiano per parlare con lei. Racconta le cose in una maniera così vera e spontanea che sembra di riviverle al momento. Sempre con il sorriso e la carica energetica che sprigiona. Sarà proprio perché questo lavoro le piace così tanto che vorrebbe trasmetterlo anche agli altri. Come i vini. Ecco, i vini. Partiamo dal Marika che è quello che porta il suo nome.  Quando mio padre fece il Marika, la prima annata fu nel 2009, non lo fece per me. Fece un vino dedicato a tutte le donne. Per lui il Marika grazie alla criomacerazione che aveva quindi a questo lato un pochino più morbido e vellutato che c’è al suo interno, grazie a questo residuo zuccherino leggermente più spiccato rispetto agli altri, poteva essere un vino più femminile rispetto al Verdicchio che di solito è un vino molto più duro, più scalpitante. Lo chiamò Marika perché era un nome che a lui piaceva. Lui racconta questo ma io penso che sotto sotto sia un vino dedicato a me, anche perché poi nasce il Martina che è mia sorella, perché mia madre si arrabbia con mio padre dicendo: hai fatto un vino con il nome Marika ora….. Marika è lo sguardo sfuggente di una donna. Un rapido impercettibile voltar degli occhi e sbattere le palpebre. Non per tutti. Assolutamente non per tutti. Un colore che può trarre in inganno per via della quasi anonimìa. I sentori no. Non sono anonimi anzi, esaltano la mediterraneità di una pelle intrisa di agrumi velati, pere e mele sussurrate, lavanda e salvia in una danza balsamica. Un aspro velato di dolce che si spande nel vento. In bocca è rotondità, morbidezza, sorpresa. Cercando la verticalità del Verdicchio si scopre la rotondità del frutto maturo che si fa strada tra sapidità lievi. Un inganno del palato: secco ma dolce all’impatto; semplice eppure ammaliante. Un sorso che richiama l’altro. Una carezza senza fine. Un bacio che non lascia interpretazioni. Un vino incredibile che conserva comunque una spalla importante in grado di resistere agli anni.   Credo che sia un vino che mi rispecchi molto. Non quando è subito fresco e imbottigliato ma trascorso un pò di tempo e sedimentato. Quando è molto giovane è semplice quindi non non rispecchia troppo la mia personalità. Io mi reputo una persona un pò complicata. Deserto. Un vino non può chiamarsi deserto. Sa di arsura che non si placa, di sole cocente che crea crepe sulla pelle, di notti fredde. Eppure il deserto è un luogo di fascino per via di quella sabbia fine, di quelle dune sinuose che si perdono nell’infinito, di notti stellate accompagnate da un surreale silenzio. Vita e morte che si rincorrono senza sosta. Qualche volta vince l’una, qualche volta l’altra in una interminabile sequenza. Deserto è un Verdicchio dei Castelli di Jesi Superiore che muta in funzione della stagione così come della sua temperatura. Chissà, dalla prima versione del 1973 ad oggi come è variato. No, il colore non conquista. Quel giallo paglierino, quasi verdognolo sa di purezza ma non di brillantezza. Eppure, quando lo porti al naso è uno schiaffo, una ventata di freschezza a farti togliere dalla testa che si tratta di un vino banale. Poi, quando lo hai capito, vieni ricompensato con un bouquet di fiori di campo, di anice, di zagare. In bocca arriva potente come il Ghibli del deserto. Al contrario di questo, non è caldo ma fresco, tagliente, preciso, con quella nota sapida e minerale che le pietre del Monte Deserto hanno consentito di acquisire alle radici delle piante. Proprio come quando il Ghibli passa e ritorna la quiete del deserto, il finale del sorso lascia una bocca agrumata, pulita, fresca. Una bottiglia da ammirare per la sua raffinatezza e la bellezza di un meraviglioso involucro che sa tanto di Marika e un tappo in vetro forte volontà di papà Pierluigi. PeterLuis. Pierluigi è la poesia in bottiglia del Verdicchio Metodo Classico Brut che canta la sua terra e avvolge con la una persistenza fresca e sapida. Un invito sussurrato a bere ancora, a sentirne ogni sfumatura. I sentori di agrumi delicati, la frutta bianca croccante che in bocca si esalta grazie ad un perlage fine e sapido. La nota di mandorla che sembra come una mandorla salata lievemente amarognola.  Insomma, se il Verdicchio si presta bene alla spumantizzazione, questa versione ne è la conferma e, allo stesso tempo, la speranza di vedere affinamenti più lunghi viste le potenzialità. Lui ha la passione per i metodi classici e ha scoperto che se li può fare da soli in cantina. Capirai. Se lo sarà dedicato. Non so. Ma ci starebbe tutto. Sono assolutamente convinto che Pierluigi, nel suo estro che io chiamo meravigliosa follia starebbe ogni anno a sfornare altri vini.  Poi è da qualche vendemmia che prova a fare i metodi ancestrali. Imbottiglia direttamente nelle champagnotte dalla botte lasciando che fermentino. È ancora più artigianali dei vini artigianali che facciamo noi. Poi dolci e a me il dolce non è mai piaciuto. In un’azienda come questa, davvero familiare, dove vive una passione sfrenata per il vino, quella che ti fa alzare la mattina con la voglia di fare, Marika rappresenta la parte dinamica, la determinazione nel fare le cose, la tenerezza verso una figlia che, arrivata inaspettata, è oggi parte di un sogno.  Nulla si crea ma tutto si trasforma. È così che ciò che oggi l’azienda è Marika e Martina. Una trasformazione, un trasferimento di ciò che sono papà Pierluigi e mamma Floriana. Qualcosa che è così profondo che non può essere modificato. Non riuscirei mai andare contro quello che ha fatto finora mio padre. Affiancandolo quotidianamente e costantemente ormai da 15 anni, di tutto quello che lui ha fatto,  non cambierei niente. Anche se non amo il tappo a vetro, non lo cambierei per l’amore che provo per lui, per il grande rispetto e per la sua visione delle cose. Io mi ci batto sempre con mio padre, cioè noi inizialmente non siamo quasi mai d’accordo. Abbiamo 30 anni di differenza e ci sta. Devo dire che col senno di poi c’ha quasi sempre ragione. Lui è uno che all’inizio dell’epoca internet ha acquistato il dominio verdicchio.it. Chi lo avrebbe mai acquistato? Chi ci avrebbe mai creduto? Che poi nelle mani nostre non vale niente, perché hai un sito con una vigna di tre ettari. Però, nelle mani delle persone giuste di un consorzio di qualsiasi altra persona più scafata di noi, avrebbe fatto il botto, come si dice. L’ha preso noi ce l’abbiamo. I pannelli fotovoltaici, l’ha installati più di vent’anni fa. Tutti incazzati in famiglia perché ha fatto un mutuo allucinante, però lui qua in azienda noi siamo sempre stati molto green. Noi produciamo la corrente che ci serve. Un amore profondo. Un rispetto infinito. Qualcosa che vive dentro l’anima e che comunque non evita quegli scontri generazionali che sono il sale dello sviluppo, del progredire, dell’andare avanti.  Non saprei dire se l’amore che Marika prova per questa azienda sia maggiore di quanto all’inizio lo sia stato per Pierluigi. Forse l’amore non ha paralleli e paragoni. L’amore è amore e basta. Da un lato Pierluigi e il papà Umberto che l’hanno creata; dall’altro Marika che se ne è innamorata. All’improvviso e senza che nessuno le imponesse nulla. Spontaneità. Quelle domande che oggi si pone quasi con interrogativo esistenziale Chi è Marika senza l’azienda, senza il vino, senza l’uva? Chi sono? Domande che presto o tardi si elideranno nel dover diventare responsabile di ogni cosa per consentire, un domani, ad Azzurra e ai cugini che verranno, di ricevere i tre ettari di Monte Deserto. Per innamorarsene e continuare il sogno.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Barbato 1907. Francesco, una grotta, una famiglia, la felicità, la vita Arrow Right Top Bg

3 Ottobre, 2025

Barbato 1907. Raffaele, una grotta, una famiglia, la felicità, la vita

    Si ‘sta voce te sceta ‘int’ â nuttata,
Mentre t’astrigne ‘o sposo tujo vicino,
Statte scetata, si vuò stà scetata,
Ma fa’ vedè ca duorme a suonno chino! Sono le parole di Voce ‘e notte, una meravigliosa canzone d’amore scritta nel 1903 da Eduardo Nicolardi perdutamente innamorato (e ricambiato) di Anna Rossi, figlia di un ricco commerciante che la diede in sposa ad un facoltoso cliente settantacinquenne.  Una storia struggente che narra di come un destino avverso possa essere cambiato o cambiare esso stesso in qualche modo. Occorre far qualcosa, muoversi, rimanere svegli. Inquadrare Raffaele Barbato Capasso non è affatto semplice. Un omone dal volto e dall’aspetto gentile che quando lo vedi versare e parlare dei suoi vini, non puoi che notarne la felicità. Felicità. Si è proprio la felicità che mi viene in mente. Gli sorridono gli occhi e non solo. L’ho conosciuto ad una meravigliosa manifestazione, IoVino, completamente dedicata ai vini campani e marchigiani. Era accanto a sua moglie Francesca e alla figlia Peonia che disegnava beatamente accanto ai genitori. Nonostante il trambusto che regnava nella grande sala dell’hotel, Peonia era felice, Francesca era felice, Raffaele era felice. C’era una sorta di idillio che ho preferito osservare da lontano prima di avvicinarmi.  Poi ho capito. Solo poi, chiacchierando con Raffaele, ho capito. Mi chiamo Raffaele Barbato di nome e Capasso di cognome. Già questo è un casino. Il nonno da parte di mamma che faceva vino. Loro sono i Barbato. Io però Barbato ce l’ho come nome. All’epoca non si poteva avere il doppio cognome. Nonno aveva una sola figlia femmina che poi ha fatto tre femmine e per quarto sono arrivato io. Lui era nato nel Far West del 1907 e l’azienda infatti si chiama Raffaele Barbato 1907. Fu anche l’anno in cui è stata ultimata la grotta e ultimato il palazzo. Un doppio nome per poter conservare il cognome che altrimenti si sarebbe perso. Una di quelle cose che solo la genialità campana poteva partorire. Siamo a Frattaminore, paesino dell’hinterland di Napoli. Giusto giusto al confine con la provincia di Caserta. Grandi distese di terre dedicate negli anni perlopiù alla canapa e intervallate dalla moltitudini di piccoli o grandi centri abitati.  Io sono la supponta ovvero il bastone della vecchiaia, che però in effetti è l’erede morale. Sono cresciuto con lui, andavamo sempre in campagna io e lui il cane, che era un mastino napoletano e a cui mio nonno teneva, il suo trattorista Carluzzo. I primi anni della mia vita e fino ai 15 anni, sono stati così. Nonno voleva sempre un maschio ma non l’ha mai avuto. Lui mi diceva fai altre cose, studia.  Il doppio nome e ‘a supponta. Tutto quadra. Una tradizione napoletana quella della supponta ancora oggi, manco a dirlo, ben radicata. Un modo per trasmettere non solo il nome o il cognome ma ciò che si è appreso dalla vita, ciò che dalla vita si è ottenuto. Il nonno di Francesco era uno che con la terra ci lavorava. Tanti ettari, tanta produzione. Si, anche il vino. Come si faceva allora. Quello che più conta per Raffaele sono i ricordi delle grandi alberate di Asprinio all’ombra delle quali se ne stava con il nonno, il mastino napoletano e gli altri personaggi dei quali il nonno si circondava per l’azienda. I medesimi ricordi, al netto del cane, che ho anche io impressi nella mia memoria. Ricordi che sono come dolci carezze nella notte. Le passeggiate in campagna con il nonno e sotto braccio il paniere in vimini per raccogliere i fichi o le nocciole. L’ombra dei grandi alberi. Il canto delle cicale. Gli odori della campagna.  Al bambino Raffaele cosa volete importasse del vino. Contava il contatto con il nonno e la sua realtà. Una supponta neanche scritta ma nella natura delle cose. Era lui, nonostante le due sorelle e un fratello più piccolo, quello destinato al nome.  Il vino poi non poteva che essere quello che si faceva dall’Asprinio, vero artefice di questi luoghi.  Nonno aveva l’Asprinio con piante vecchie di 100 anni a piede franco. Mischiava anche varietà diverse. Sopra c’era una vasca di cemento dove metteva i grappoli con il raspo. Li lasciava una nottata poi torchiava e faceva confluire il mosto in un’altra vasca di cemento a tre metri dove iniziava la fermentazione. Dopo tre giorni portava tutto in grotta nelle botti. Lui faceva la pigiatura, diciamo prima coi piedi, poi con la macchina che schiacciava solamente con con il raspo. Poi stava tutta la nottata con il raspo e le bucce poi veniva nelle botti che erano di castagno. Quindi era una Asprinio con i tannini, poi in botte di castagno. Va bene che erano in cerate però era un bel vino importante. Fermo anche se l’Asprinio avendo un residuo zuccherino tende a rifermentare un pò. La grotta. Credo che se non la si veda non la si possa nemmeno immaginare.  In questi luoghi il tufo domina il sottosuolo per via dei riporti vulcanici dei Campi Flegrei e del Vesuvio. La terra, o la sabbia, nel corso dei secoli, lo hanno solo ricoperto con diversi risultati. È cosi che ci sono zone dove il tufo lo si trova a pochi metri sotto argilla e sabbia e altri dove è più profondo. Come una sorta di gioco collinare. Chi ha avuto la fortuna di potersi costruire la casa negli anni e secoli scorsi, mai si è lasciato scappare l’occasione di avere, realizzandola, una cantina. Non c’erano i frigoriferi e avere un luogo dove poter conservare alimenti (vino incluso) era davvero una necessità. Mio nonno aveva la cantina. Un luogo buio e misterioso dove ai nipoti non era consentito scendere. Vi si accedeva con una irta scala completamente buia alla fine della quale c’erano altri cunicoli che portavano chissà dove. Sempre che in realtà non si fermassero dopo pochi metri. Vallo a capire. Era li che trovavamo sempre mio nonno prima di pranzo. Diceva che andava a prendere il vino ma poi rimaneva in contemplazione a farsi un bicchiere in serenità. Vai a dargli torto! Il nonno di Raffaele più che una cantina aveva creato, sotto il grande palazzo della famiglia, una vera e propria grotta. 18 metri di profondità scavati integralmente nel tufo.  Per scenderci c’erano le grandi scale in legno. Le stesse che gli agricoltori usavano per arrampicarsi sui grandi pioppi maritati con i filari dell’Asprinio. Oggi c’è una scala in muratura, realizzata parecchio dopo.  È nella grotta che si stivava anche il vino. Ma non solo ovviamente.  Il vino era l’Asprinio o il rosso di Solopaca ed è grazie alla grotta e alle botti di legno che questi vini cambiavano totalmente. Temperatura e umidità fisse, zero luce. Condizioni ideali per la maturazione. O far morire le persone. Già, perché in luoghi come questo l’ossigeno viene spesso mangiato dall’anidride carbonica. Ecco perché la grotta ha delle bocche di areazione. Si scendeva con la candela per capire della presenza di anidride carbonica. Dalle bocche di areazione si gettavano delle fascine accese in modo che il calore potesse portare sopra l’anidride carbonica. Succedeva nelle giornate afoso e stagnanti. Si diceva: la grotta s’è mbriacata. Purtroppo Raffaele sarà costretto a pavimentare la grotta per via della falda che si sposta verso l’alto. L’abbandono delle coltivazioni nella zona, abbandonate come gran parte delle cose qui, determina una diminuzione dell’assorbimento di acqua dalla falda che è destinata ad alzarsi. Senza una pavimentazione l’acqua allagherebbe tutto. Mio nonno faceva l’Asprnio. Aveva una zona dietro Aversa perché migliore. Nonno è finito negli anni 90. Nelle ultime annate nonostante fossi piccolino, ero comunque quello che segnava le giornate degli operai, andava in vigna, ecc. Segnavo le pese, la qualità, portavo la contabilità, poi andavo da quello lì per i soldi. Morto nonno, mamma ha affittato i terreni. La regione Campania pagò per farli togliere i vigneti.  Erano gli anni 80. Gli stessi dello scandalo del metanolo in Italia e dell’antigelo in Austria. L’Unione Europea corse ai ripari e cercò di ridurre le quantità prodotte con lo scopo di aumentare la qualità del vino. Ovviamente con gli incentivi all’estirpazione delle vigne. L’Asprinio, decantato da Mario Soldati nel suo viaggio Vino al vino, non aveva avuto le stesse fortune di altri. Oltretutto complicato da gestire in vigna per via delle alberate, poco di appeal come vino fermo. Fu così che proprio al posto delle alberate si piantarono le nocciole o le pesche. Ma pure con queste ci fu lo stesso problema del vino. Non con scandali ma con eccessiva produzione. Ricordo ancora i tir pieni di pesche che venivano portate alla discarica. Sentivo gli effluvi a distanza. Belle pesche, gradi e succose, ammassate sui camion. Perché non darle ai poveri? L’Unione Europea non voleva (e non vuole per tante altre cose come ad esempio il latte….). Poi, fine anni 90, abbiamo tolto le le pesche. Comunque con problemi. Le terre vennero vendute alle persone che c’erano dentro. Erano coloni che vendevano l’uva coltivata sui terreni dei quali lui era il proprietario. Qualche terreno è diventato edificabile. Da che avevamo 30 ettari adesso ne abbiamo 12. Due e mezzo coltivati a vigneto, mezzo lo sto seminando. Avevamo quattro alberate e adesso ne sono rimaste tre per via di un incendio nel 2021. Altri quattro ettari con 2 ad Asprinio e due a  Camaiola, Casavecchia e Pallagrello Bianco.  La mamma di Raffaele non poteva certamente fare il lavoro del padre.  Mio padre aveva studiato medicina e faceva il vino con mia nonno, ma erano due capatosta. Ehhh quando due capatosta entrano in contatto, bene che vada c’è uno scontro titanico. Ma non si piò fare nulla. Oltretutto la capatosta è qualcosa di ereditario tanto che pure Raffaele lo è.  Io ho sempre lavorato in famiglia. Sia con mio nonno che con mio padre. Il più bel periodo della vita mia sono stati i vent’anni. Un terzo andavo all’università, un terzo uscivo sul corso con le femmine dell’università, l’altro terzo passavo per lo studio, però non avevo grosse responsabilità. Poi mi sono trovato a sostituire mio padre perché fu operato. Ma io sono capatosta perché una volta assaggiato il potere, non lo vuoi mollare, capatosta lui che giustamente dice vai truvann, è roba mia… la crisi dell’edilizia negli anni pre covid, poi il covid. Io avrei fatto cose diverse ma passavamo il tempo a discutere di come avremmo fatto le cose… La faccenda si ingarbuglia ed è meglio spiegarla così si capisce bene il personaggio Raffaele. La storia sembra proprio essere uscita da una commedia di Edoardo Scarpetta, di quelle magistralmente interpretate da Edoardo De Filippo.  Il papà di Raffaele oltre ad aver studiato medicina, essere stato sindaco a Frattaminore ed avere una passione per i cavalli da corsa, ha una impresa edile nella quale lavora Raffale e una sorella. Le altre due sorelle sono medici e il fratello, ingegnere. Stanno bene di famiglia i Capasso e il buon Raffaele ama la bella vita. Non lo nasconde e per sua stessa ammissione, se la gode.  Studiavo giurisprudenza perché a me non piaceva la matematica. Non avevo la mia strada. Studiavo, mi divertivo, mi facevo le meglio vacanze. A marzo prendevo l’aereo e andavo a Miami. Mia sorella stava all’università a Miami che faceva un dottorato. Lei è pediatra. In famiglia abbiamo un pediatra, una ginecologa, due ingegneri. Io sono l’unico che ha studiato altre cose. Insomma, avete capito il tipo. Ciò che però manca di capire è perché proprio uno come Raffaele si sia messo a fare il vino, anzi, lo spumante.  Qui e proprio qui sta la commedia di Scarpetta, quelle che da possibili tragedie creano una rinascita. Nello spirito, nell’animo e soprattutto nella vita.  Per quanto uno possa stare bene economicamente e pensi di potere avere tutto dalla vita, accadono dei fatti, perché la vita è così, che fanno comprendere quanto tutto si sostenga su un sottile foglio di carta velina.  Raffaele si sposa e proprio a ridosso del COVID, nasce Peonia. Un evento meraviglioso se non fosse che la moglie non ha esattamente un parto semplice e il COVID non aiuta.  Stavamo chiusi dentro casa per il COVD, mia moglie aveva appena partorito e aveva avuto problemi con il parto e diciamo l’hanno acchiappata perché stava in buon ospedale se no, non so cosa sarebbe successo. Dentro casa lei allattava con la mascherina e con i guanti. Io stavo sul tavolo come imprenditore a fare il business plan per ordinare le piantine, mia figlia che mi guardava e aspettava che ogni tanto dovevo portarla ad allattare. Io stavo cagato sotto perché avevo paura che l’avrei cresciuta da solo. Da quel momento m’è scattata una molla. Ho detto voglio fare questo e mentre stavo scrivendo il business plan che si chiama ci pensa papino 2040 quando mia figlia avrà 18 anni in quell’anno è di avere una azienda che fa buoni prodotti, è conosciuta, ecc. Niente nella vita è semplice. Però sono proprio i momenti di difficoltà ad aprirti gli occhi e a farti pensare a quali siano realmente le cose importanti nella vita.  La famiglia che ho visto a Roma, dietro un banco di degustazione, i sorrisi, gli sguardi, le parole sussurrate all’orecchio, le carezze per Peonia, lo stupore per i disegni che stava facendo. Piccole cose. Piccoli momenti di gioia che sanno di felicità. Ognuno può trovare questi momenti nel passato o nel presente, Raffaele lo ha trovato guardando al passato e a quando stava bene con il nonno. Il vino? Ma si, è importante ma se il nonno avesse prodotto canapa, sarebbe stato bello lo stesso. Sono le sensazioni che contano.  Faccio questo perché sono nel mio ambiente e sto bene. Sono felice. Faccio lo spumante di Asprinio e sto cercando di uscire con il Casavecchia e il Camaiola perchè voglio essere una azienda spumantistica. Ho un legame con quello che è il mio passato, che è la mia vita con la con il vino. Io voglio ripartire da me stesso voglio, quello che mi rende felice. Voglio voglio fare quello che che mi fa stare bene. Sono felice quando mi sento me stesso.  Spumanti. Spumanti metodo classico. Con l’Asprinio, con il Casavecchia, con la Camaiola. Il business plan di Raffaele è al 2040 con un risultato da raggiungere nel 2030. Senza fretta. Senza particolari patemi d’animo.  Ho un terreno che da la giusta acidità. Ho l’Asprinio che è ottimo per spumantizzare. Ho la grotta. La mia situazione è perfetta per andare bene. Tutto. Raffaele Barbato ha tutto per riuscire ed è certamente vero può permettersi di aspettare. Ma non è questo il vero motivo. Non vuole, nella maniera più assoluta, lasciare a Peonia qualcosa che non sia di eccellenza. Ha iniziato un percorso nel 2020 che si è rivelato complicato. Nel 2021 andò a fuoco la vigna di cent’anni. Si salvò un ramo. Le ripiantai. Dopo un anno guardavo le piccoline e mancava qualcosa: l’alberata dove stavo seduto là sotto io e mio nonno Carluzzo. Era diverso, era tutto diverso. Era come quando perdi non dico familiare, ma un amico di gioventù. Dopo un anno ho accusato che mi è mancato. Poi in quel momento dissi vabbè però noi dobbiamo fare le cose nuove e belle. Il problema è che il vecchio non va bene se tu non lo rispetti. Se tu rispetti quello che ti da allora e capisci come usarlo. Così hai un amico.  Le alberate sono così. Vecchie e difficili. Vecchie e complicate. Vecchie e desuete. Però sono le alberate. Da quelle e su quelle l’Asprinio si esprime al meglio per via delle altezze che concede minore alcolicità.  9178 bottiglie prodotte nel 2023 che si venderanno tra qualche anno. Nel 2020 1600 bottiglie. Nel 2021 incendio.  Nel 2022 era la prima annata con la produzione dei nuovi impianti e con l’alberata abbiamo fatto una unica produzione con una parte, quella a sei metri, un pò più matura. Io faccio il biologico e voglio meno prodotti in cantina. Così abbiamo prodotto il Gold, molto minerale cosi che profumi e colori mi ricorda l’Asprinio che conosciamo noi. Anche il profumo di miele. Ho provato l’annata 2020. Nato nella grotta, dove il silenzio plasma l’eleganza luccica di oro nel calice.
Atteso per 40 mesi, così da scolpire l’anima spumeggiante.
Nel calice, la memoria di un vitigno antico, la freschezza che taglia l’aria come marmo scolpito, la mineralità che sussurra storie di tufo e radici. Sentori di crosta di pane, mela verde, agrumi canditi, una vena salina che ricorda le profondità della terra.
La sapidità pervade il sorso con le agrumate e fresche bollicine che dissetano offrendo una innata sensazione di pulizia estrema.
È un brindisi verticale, aspro, scolpito, scandito bolla dopo bolla.  Insomma, un interessantissimo metodo classico solo per chi vuole scoprire, senza domarlo, l’impeto e la verticalità di un vitigno come l’Asprinio. Mano mano sto cercando di capire, di avere la consapevolezza. Sicuro ho la consapevolezza di non sapere le cose. Mi informo, chiedo e mi fido di qualcuno. Pietro Ceparano è l’agronomo e enologo. L’obiettivo è raggiungere la vendita di 12/15.000 bottiglie per anno nel 2030 attraverso una linea (Pure) di derivazione unicamente dalle alberate. Un Casavecchia blanc de noir, un millesimato e un sans année.  Ho avuto il piacere di assaggiare il vino base delle alberate e devo dire che la differenza c’è tutta. La frutta emerge con veemenza sia al naso sia in bocca arrivando a dare sensazioni gustative interessanti. È una ottima base che darà bellissime soddisfazioni nella sua evoluzione. Stiamo facendo delle prove. Poi 36 e 40 mesi. Per adesso un unico prodotto che mette insieme tre annate. Ho 5000 bottiglie e basta. Poi ci vorrà il 26 e 27. Arrivare, fare e 12.000 15.000 bottiglie di vendita all’anno 20.000 all’anno sarò faticoso.  Assolutamente deciso a non intraprendere scorciatoie. Un progetto articolato e complesso che per Raffaele è o cosi o non si va da nessuna parte. Per adesso, oltre ad attendere che le bollicine prendano forma insieme al suo progetto, porta la sua meravigliosa bimba in giro con lui. Mi porto mia figlia appresso fin da piccolina. Il sabato andiamo in campagna. La domenica al parco a farla giocare sulle giostrine. L’anno prossimo devo vedere come devo fare per seminare i papaveri o qualcosa per lei. Si chiama Peonia come prima nome poiché scelto da mia mia moglie. Le piaceva da una storia che aveva letto da piccolina. Secondo nome, Margherita come mia nonna. Dunque Peonia Margherita Capasso. Figlia di un agricoltore, perché alla fine, io sono sono imprenditore agricolo. Ecco, questa è la meraviglia del vino. La campagna, la terra, il vivere una vita scandita dai cicli della natura. Assecondarla. Per essere felici. In questo caso, tra le bolle.   PS La canzone di Eduardo Nicolardi è anch’essa una storia a lieto fine che insegna come occorra provare a cambiarlo il destino piuttosto che attendere che qualcosa accada. Nel suo caso, il facoltoso cliente morì, Anna divenne sua moglie ed ebbero ben otto figli.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Cristian Ferrero. Un ragazzo speciale Arrow Right Top Bg

26 Settembre, 2025

Cristian Ferrero. Un ragazzo speciale

  Cosa facevate a venti anni? Io ero all’università. Facoltà di Ingegneria. Studiavo, certo, e non mi sono mai divertito come in quel periodo della mia vita. Era dura. Sveglia alle 5, autobus da Latina città a Latina Stazione. Treno fino a Roma. Si fa per dire treno. Era più un carro bestiame sul quale non sono mai riuscito a sedermi. Mai dico mai in cinque anni di università. Poi da Roma Termini di corsa fino in facoltà per le lezioni, poi di nuovo via verso Latina. Oltre lo studio, tante altre attività così che per i libri di tempo ne rimaneva poco. Mi sono divertito davvero tanto. Almeno fino a quando non ho iniziato a lavorare. Ma che dico! Anche al lavoro mi divertivo e tanto. Nonostante gli orari pazzeschi e le infinite cose da fare. Solo che a venti anni non mi sarebbe mai passato per la mente di rilevare una azienda. Non è che mio papà ne avesse una poi. Era un semplice dipendente statale. Come mamma, insegnante elementare. Le aziende per me erano quelle grandi. Quelle con gli operai e i macchinari. Rilevarne una? Neanche per l’anticamera del cervello. Eppure, quando conosco Cristian Ferrero, la prima cosa che apprendo di lui leggendo semplicemente il suo sito internet è: Finiti gli studi, nel 2021, ho deciso di rilevare l’azienda per continuare la tradizione di famiglia Minchia! La prima espressione che mi è venuta in mente. Si Minchia. Non è che pure quando pensiamo dobbiamo avere una etichetta politically correct.  Un ragazzo che a nemmeno venti anni decide quale sarà il suo futuro merita una espressione del genere (e al diavolo il politically correct). Siamo a Monforte d’Alba, cuore delle Langhe, quel territorio baciato da Dio dove ha trovato casa il Nebbiolo per donare un semidio come il Barolo. Qui i terreni oggi costano uno sproposito anche se tanti anni fa, proprio prima del boom del Barolo, nessuno voleva più coltivare la terra. Perché l’azienda nasce negli anni ‘60 con mio nonno Amedeo che da mezzadro, cioè una una specie di schiavo, però un po’ più moderno, lavorava. In una di queste cascine, che sono queste case grandi con tanta terra in cui il padrone prende una famiglia a lavorare e dove quello che produce per l’80% va dal padrone. Cristian è un ragazzo che parla poco e quando lo fa, è a bassa voce. Ti guarda con uno sguardo intenso, vigile, attento. Dentro la testa i pensieri vanno a mille. Forse non vuole sprecare fiato, utilizzarlo per inutili parole. Contano i fatti. Conta ciò che è stato e non deve più accadere. Come la mezzadria e lo sfruttamento che in qualche modo ha percepito. I racconti dei nonni che magari nemmeno volevano trasmettere ai nipoti le sofferenze e gli stenti. Anche se poi qualcosa traspare sempre.  La fatica e i sacrifici per portare avanti una famiglia. I figli, i nipoti.  Erano da un’altra parte dove anche mio papà è nato. Poi sono andati via. Anche se i soldi non bastavano mai, occorreva metterli da parte per provare, almeno provare a smarcarsi dalla mezzadria. Avere un podere tutto proprio con una terra tutta propria. Mai più schiavi. Fortunatamente con i soldi che si era messo da parte ha comprato questo Ciabot. Una casa piccolissima, un rudere con un ettaro di terreno. C’era già pò di vigna, del bosco, delle piante da frutta. Una casa. Lavorava la sua terra, non più sotto padrone. Tutto inizia con nonno Amedeo dunque. Una moglie e tre figli, due femmine e un maschio. Il terreno, un pò di bestiame. Ciò che serviva per la famiglia. Quello che serviva alla alla famiglia. Arrancando così sono riusciti ad andare avanti. Nonno era una persona umile, molto umile. Non si è mai espanso. Ma come poteva espandersi? I sacrifici costano energia oltre che fatica. Una piccola casa, la terra. La libertà. Tutto il resto era per gli altri. Per le future generazioni. Lui, il proprio compito l’aveva svolto. Solo che l’azienda era piccola. Troppo piccola perché il figlio potesse lavorarci e innestare un’altra famiglia. Le due figlie femmine avevano, per fortuna, trovato un’altra strada. Comunque l’azienda non sarebbe bastata. È così che papà Cesare va a fare il cantoniere per la Provincia. Un lavoro statale. Ben pagato. Il posto fisso.  E lui ha fatto quello per 25 anni. Fino fino a quando io avevo circa 15 anni. Nel frattempo, con il nonno che era ancora in vita, papà faceva il doppio lavoro aiutando proprio il nonno. A mio padre è sempre piaciuto lavorare nella vigna. Però finché c’era solo quello non potevi vivere e dar da mangiare a tutta una famiglia.  Poi le cose accadono. Quando meno te lo aspetti l’occasione per cambiare il corso della vita, arriva. Bussa alla porta e non devi far altro che aprire o meno. In entrambe i casi accade qualcosa e le decisioni vanno affrontate.  Il nostro vicino ha deciso di affittarci delle vigne così che papà e mamma si sono sposati e l’azienda è diventata a nome di mia mamma. Papà, lavorava lì e non poteva avere un altro reddito. Siamo così passati a circa due ettari.  Ricapitoliamo. Papà Cesare lavora come cantoniere e non può avere un secondo reddito. L’azienda è intestata a mamma Wilma. Due ettari dei quali uno di proprietà. Ci sono poi due figli: Stefano quello più grande, Cristian il piccolo. A lui non gli è mai piaciuta tanto la campagna. Quindi ha studiato e poi ha lavorato cinque anni come l’idraulico. Si è stufato e ha trovato lavoro in una cantina come cantiniere. In una cantina concorrente. Per Cristian lavorare in altre cantine è qualcosa di estremamente positivo. Lo ha fatto anche lui in fondo per apprendere più velocemente quanto c’è da sapere sul vino. Cosa questa che conferma quanto sia in grado di apprendere tutto ciò che riesce a captare. È il 2000 quando papà Cesare si licenzia.  Qui un altro minchia ci sta tutto. Non mancano tanti anni alla pensione e il posto fisso è sempre il posto fisso (come Checco Zalone insegna nel mitologico film Quo vado). Alla porta bussa un’altra opportunità: affittare ulteriori sei ettari dagli stessi che qualche tempo prima avevano affidato l’ettaro.  Venticinque anni fa. Pensate bene a quanto il movimento del vino nelle Langhe sia cresciuto in così poco tempo. Se con gli occhi di oggi ricevere l’offerta di un solo ettaro in affitto (occorrerebbe poi vedere a che cifra) sia un sogno, sei ettari rappresenterebbero l’imponderabile.  L’opportunità di espandersi è per la famiglia Ferrero troppo ghiotta. Ghiotta ma incompatibile con il lavoro statale.  Non abbiamo mai parlato di cantina e di bottiglie perché le vigne si coltivavano per produrre e vendere uva. Null’altro. Magari un pò di vino per la famiglia ma non certo l’imbottigliamento. L’azienda si basa cioè solo sulle vigne e sul conferimento. Fare il vino è altra cosa. E poi, io divento grande, diciott’anni, mi diplomo. Non ha fatto l’università. Ho fatto un corso da economo e per due anni ho lavorato in queste cantine per farmi un pò di esperienza. Nel mentre rubavo un pò dì uve ai miei genitori per iniziare a fare del vino da solo.  Anche se non lo sapeva, Cristian inizia a fare quelli che quelli bravi chiamano microvinificazioni. Solo che la prima cosa che fa è comprare una barrique per metterci del Nebbiolo a diventar Barolo. Cristian prende 300 litri di Nebbiolo e le mette in una barrique nel 2018 per poterlo poi imbottigliare almeno tre anni dopo!! Ne avevamo una lì poi ne ho comprato una nuova per essere più sicuro. E quindi, facevo magari trecento bottiglie di Barolo eh?  Eppure a guardarlo Cristian non sembra un impulsivo o uno che fa le cose tanto per farle. Non sembra agire mai senza ben pensarci su alle cose da fare. Riflette dunque, poi agisce. E allora pensare di iniziare a produrre vino partendo dal Barolo, da che deriva? Perché o sei un folle o un genio.  Non ho assaggiato quel Barolo li, il primo, ma quello del 2020, due anni dopo. È il Bricco San Pietro, una delle MGA del Barolo.  Un Barolo che nel calice è respiro della terra e battito delle vigne, promessa di una storia che è appena iniziata e già vuol esser leggenda. I sentori sono grintosi graffi che penetrano balsamicamente nella mente lasciando il segno pungente di frutta non ancora matura e di sottobosco. Fini spezie sonnolenti si destano repentinamente aumentando la sensazione di ficcante finezza. Ruggenti e impetuose sensazioni che sanno di maestosa complessità. In bocca la freschezza dei potenti tannini sembra incutere timore come fauci di un felino. Sono denti forti ma delicati così da afferrare i propri cuccioli per portarli altrove. È cosi che un cuore di fragoline selvatiche e petali di rosa appassita riesce ad evocare eleganti sensazioni lasciando la bocca meravigliosamente al sicuro. Elegantemente coinvolgente ha in sé la fierezza del Nebbiolo e la lungimiranza di Barolo per un vino che come il leone cucciolo, sarà Re quanto prima. Poi negli anni ho aumentato un pò la produzione. Adesso siamo a 1500 bottiglie di Barolo. Abbiamo una cantina che è piccolina, quindi più di così non riesco a fare,  E dire che produce anche Barbera e Nebbiolo. Vini più freschi e tradizionali. Per adesso abbiamo tre botti da 12 ettolitri. I miei genitori mi hanno aiutato sicuramente. Per la Barbera ho iniziato a vendere qua in zona, visto che andava bene. Dicevano che era che era buono. Quindi, finendo la scuola, ho aperto la partita IVA perché il vino che facevo prima era assegnato a mia mamma. Poi facendo la cessione, siamo riusciti a mettere l’azienda a mio nome così cheho potuto imbottigliare mio nome. Era nel 2018.  Io sto li a sentire Cristian che mi racconta questa storia come se fosse la cosa più normale del mondo. Un ragazzo di neanche venti anni che da solo inizia a fare microvinificazioni partendo dal Barolo. Produce pure Nebbiolo e Barbera ma lui dice che sono cose più fresche da vendere “così”. Visto che vuole imbottigliare e uscire con l’etichetta a suo nome (l’azienda conferisce solo ed è in capo a mamma Wilma) si fa intestare l’azienda. Nel mentre l’azienda è arrivata a dodici ettari e le bottiglie sono oggi a circa 8000 per poi arrivare a breve a circa 10/12 mila. Ovviamente tutto il resto dell’uva viene conferito. Abbiamo trovato altra terra e l’abbiamo comprata. Un altro posto, non qua vicino a casa e. A 6 km. Tre ettari poco fuori dalla zona del Barolo, sotto il comune di Novello che fa parte del Barolo. Ma non per quelle terre.  Nel mentre, tutti questi ettari di vigneto sono stati soggetti ad estirpazioni e reimpianti da Dolcetto a, principalmente, Nebbiolo e Barbera. Oltre che Chardonnay voluto commercialmente da Cristian per avere un vino fresco e leggero in gamma. Pensieri da adulto navigato altro che ragazzo appena uscito dalle scuole superiori.  Cristian è uno che impara in fretta. Parla poco. Ascolta e guarda tutto senza perdersi nulla. Così che, adesso in Langa tutti fanno Chardonnay, sta già pensando di impiantare qualcos’altro. Come un Sauvignon.  Sono andato a mangiare al ristorante con i miei amici decidendo di bere una bottiglia, Era un Sauvignon che mi è piaciuto particolarmente. Devo decidere tra un Rossese e un Sauvignon ovvero tra un territoriale o un internazionale. Deve però piacere subito a me. Posso anche basarmi sui gusti della gente però deve piacere a me e alla mia famiglia.  Sapete cosa contraddistingue i vini di Cristian? Non è solo la finezza che in molti casi è tipica delle Langhe quanto la leggiadra eterea sensazione che solo i vini ben fatti possono offrire. Quella magica capacità di essere bevuti godendone appieno le singole particelle senza alcun tipo di appesantimento così da poterli abbinare nei modi più disparati. Proprio per questo ho voluto sperimentare i vini di Cristian Ferrero in una calda serata romana abbinando Chardonnay, Nebbiolo, Barbera e, ovviamente, Barolo con piatti di pesce. A questo link trovate tutto su quella magica serata di luglio. Magica sia perché sotto le stelle di Roma sia perché si è avuta la dimostrazione che con le giuste temperature anche i vini rossi, purché fini ed eleganti, si abbinano perfettamente con piatti di mare. Cristian è completamente autodidatta. Si fa aiutare dagli amici, chiede consigli, fa le sue analisi. Poi decide lui. Come per la vigna dove non può vigere che una lotta integrata senza alcun uso di diserbanti. In vigna e in cantina c’è sempre papà Cesare e mamma Wilma con Stefano che ogni tanto da una mano. A 26 anni Cristian è ancora un ragazzo. Io a 26 anni avevo appena iniziato a lavorare come ingegnere in Fiat Auto. Un quasi posto fisso. Cosa realmente sapessi fare non lo so. Di certo sarei voluto diventare l’Amministratore Delegato. Sogno ovviamente svanito per tanti motivi. Principalmente perché il destino di una persona che lavora in una grande azienda non è per nulla nelle proprie mani. Quello di Cristian invece si. Senza fare il passo più lungo della gamba. Piano piano. Con giudizio e senza fretta. Le occasioni per la terra sono arrivate e prese. Senza rischi. Comprare adesso sarebbe impensabile. C’è da rimettere a posto la cantina per renderla più grande e per soddisfare le esigenze future quando dal conferimento si passerà all’imbottigliamento. Il sogno o meglio, l’obiettivo è arrivare alle ottantamila bottiglia  È felice. Contento di quello che fa. Rimanere in azienda anzi, acquisirla. Lavorare come pochi della sua età avrebbero fatto. Sbagliare anche grazie a due genitori che glielo hanno consentito. Ho dovuto buttare via del vino perché non era buono, vabbè, eh poca roba quello mi è servito. A settembre di due anni fa mi sono rotto una gamba con la moto, quindi ho saltato completamente la vendemmia. Dopo l’incidente sono cambiato proprio io il modo di fare il modo di vedere le cose. Sono cresciuto dentro diventando più pacato, più responsabile .Forse il fatto di non poter partecipare ad una situazione importante come la vendemmia. Lì ha pesato tanto credo l’avere in qualche modo tra virgolette, obbligato gli altri.  Ecco svelata la pacatezza di un ragazzo speciale. Un uomo che è ancora ragazzo anche se cresciuto in fretta. Pensieri come questo aiutano solo a capire quanto in fretta. Dinanzi a te ancora tantissime vendemmie, tantissime botti da riempire, tantissimi vini da sperimentare. Forse proprio quell’incidente in moto, quella vendemmia mancata hanno trasformato un ragazzo con tanta fretta di diventare grande in un vignaiolo pacato e disciplinato. Assolutamente perfetto per i vini delle Langhe.  Io sono assolutamente certo che tra poco più di dieci anni parleremo di Cristian Ferrero come uno dei più bravi produttori di Barolo. In bocca al lupo Cristian!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Pietro Riccardi, Lorella Reali. Il nastro di Möbius Arrow Right Top Bg

19 Settembre, 2025

Piero Riccardi, Lorella Reale. Il nastro di Möbius

  Cosa è il vino se non un elemento di trasformazione? Trasformazione. Pensate bene a questa parola. Un mutamento nella forma, nell’aspetto esteriore così come nella propria natura. Un chicco di uva si trova in uno stato solido e perché si possa godere delle tutte le sue meravigliose e uniche caratteristiche, deve subire una trasformazione diventando liquido. Per mano dell’uomo.  L’uomo deve intervenire prima ancora che vi sia un acino perché la vite, pianta non propriamente selvatica, ha bisogno di essere piantata scegliendone opportunamente la tipologia in funzione del luogo. Deve essere attesa per anni perché dia frutti utili alla produzione del vino e, nel mentre, oltre che per il futuro, curata con grande attenzione al fine di portare in cantina grappoli sani. Proprio in cantina avverrà poi la vera metamorfosi che potrà essere accompagnata dunque assecondata, oppure più o meno forzata. Dipende! Comunque, proprio perché il vino e la vite sono l’una la metamorfosi dell’altra, spesso non è importante il prodotto in se (anche se poi dobbiamo pur goderne altrimenti berremmo acqua) quanto la genesi. Capire cioè cosa (e come) abbia condotto l’essere umano a voler essere complice di quella specifica trasformazione. Il fascino è capire cosa conduca le persone nel dedicare la propria vita a produrre vino e, soprattutto, che tipo di vino vogliano produrre. Per certi versi sembra quasi un morbo selettivo e settario. Selettivo perché non colpisce tutti; settario perché una volta contratto, si diventa così incredibilmente coinvolti che tutto il resto non conta nulla (o quasi). Parlare con le persone diventa spesso più importante del bere i loro vini e comunque prima di bere i vini, occorre capirne la filosofia. Soprattutto capire della loro metamorfosi. Quella di Lorella e Piero è una metamorfosi ricongiungente. Una sorta di trasformazione del proprio essere per ricongiungersi alla propria essenza passando per un congiungersi tra loro. Oddio che concetto complicato. Vediamo di semplificarlo un pochino. Avete presente il nastro di Möbius? Meno male che volevo semplificare le cose…. In ogni modo, il nastro è un oggetto matematico che rappresenta una superficie non orientabile. Prendiamo ad esempio una fettuccia piana o un metro da sarta. Avete presente no? Quel nastro piatto con cui le sarte (e le nostre mamme) prendevano la misura dei pantaloni per l’orlo. Afferriamo i due estremi del nastro e prima di ricongiungerli, ruotiamo di 180° una estremità. Questo è il nastro di Möbius. Cosa ha di particolare? Immaginiamo di percorrere con un dito una delle due superfici: ci ritroveremo sull’altra senza neanche rendercene conto.  Ciò che è successo è causa solo del fatto che uno dei due lembi ha subito una rotazione di 180°. C’è stato un cambiamento, una trasformazione e l’unica metamorfosi che offre a due dita che percorrono il nastro in direzione opposta la certezza di congiungersi, è il nastro di Möbius Più chiaro così? No sicuramente. Che casino. Tutto questo casino perché quando mi trovo a chiacchierare con Lorella Reale che insieme al marito Piero Riccardi hanno messo su una azienda vitivinicola, biologica e biodinamica, tra Bellegra e Olevano Romano, capisco che qualcosa di diverso rispetto a molte altre storie, qui c’è davvero. Diverso ma complicato. Lorella, e ce ne si accorge ascoltandola bene (ma pure il cognome non mente), è siciliana di Catania. Piero, di Roma ma con radici proprio a Bellegra. Io e Piero ci siamo conosciuti lavorando in televisione. Lui era già un regista da tanto tempo. Io aveva appena iniziato dopo aver studiato filosofia. Abbiamo cominciato a lavorare insieme a rubriche per Rai Educational poi per Report. Piero manteneva qui a Bellegra una tradizione di famiglia perché nella DOC del Cesanese tutte quelle che poi sono diventate aziende altro non erano che negli anni 50/60 famiglie private che facevano vino. Loro avevano più ettari dei nostri oggi, almeno sette. Quando l’ho incontrato, lui aveva mantenuto solo una vigne eroica che sta qua, dove abbiamo adesso la seconda cantina a Bellegra e produceva diciamo 2000 bottiglie per amici e parenti. Inquadrando bene i personaggi di questa storia si comprende facilmente come siano probabilmente lontani anni luce da un percorso sullo stesso lato del nastro. Piero infatti, per quanto sia stato giornalista, produttore e regista di documentari e reportage, il forte attaccamento alla terra lo ha sempre avuto. Lorella invece la terra e il vino forse non lo ha nemmeno mai immaginato in uno sviluppo professionale legato al femminismo, all’etica, alla scrittura.  Di certo la passione comune per i reportage, le inchieste e l’etica in generale sono sicuramente stati l’elemento scatenante per percorrere, insieme, il lato del nastro. La scintilla emotiva poi ha fatto il resto o parte di esso.  Ma non crediate sia tutto semplice. C’è bisogno di qualcosa di innato, di speciale, di intimo perché con l’amore per il proprio partner possa nascere anche una complicità per una attività complicata come quella della vigna. Mi ha coinvolto nella prima vendemmia e da quel momento abbiamo fatto sette anni di vendemmia insieme. Mi sono appassionata, ho fatto il corso sommelier, eccetera comunque a un certo punto la situazione in televisione era diversa dal passato senza Giovanni Minoli. Purtroppo è vero che le cose politiche influenzano molto e poi quelli erano anche gli anni 2006, 2008 dove iniziavano tutti questi strani contratti Co.Co.Co., partita Iva e via dicendo.  Grande personaggio televisivo Giovanni Minoli. Uno di quelli dei quali oggi in Rai ce ne sarebbe fortemente bisogno per la capacità di creare format e programmi ancora oggi attualissimi. Io personalmente non ero molto felice di fare Report dopo Rai Educational. Mi piaceva più intervistare persone belle. Ci eravamo avvicinati a questa rivoluzione del vino naturale e di fatto Piero produceva un vino naturale. Certo era una piccola quantità, quindi non sapevamo se era semplice. Iniziamo a sognare l’idea di fare una cosa più grande.  Le cose arrivano piano piano. In certi casi partono da sensazioni di insoddisfazione verso qualcosa che non consente più di esprimersi come coscienza impone. La coscienza verso le cose genuine ad esempio. Il cibo primo tra tutti con la filiera agricola per troppo tempo lasciata lontano dall’attenzione e in deriva verso il baratro. Eppure l’agricoltura biologica aveva il suo manifesto dagli anni ‘70 e quella biodinamica da cinquant’anni prima. Tutto vero, tutto dannatamente complicato in un contesto nel quale occorreva produrre e tanto per via di margini sempre più in contrazione.  Con la scusa di scrivere degli articoli di avvicinammo, tramite fiere, ai vini naturali. Capirne di più era l’obiettivo. Proponemmo a Report di fare le prime inchieste sull’agricoltura come Buon appetito paragonando varie forme di agricoltura: quella che usa pesticidi, quella biologica, quella biodinamica e quindi girammo mezza Italia incontrando persone splendide. Prima di quello c’era stata solo un’inchiesta di Iovene sul vino che aveva coinvolto Sangiorgi del Gambero Rosso.  Ricordo bene quell’inchiesta in una puntata con in studio Milena Gabanelli e la voce narrante di Piero Riccardi. Era il 2008. Pensate 17 anni fa. Eppure così attuale. Si parlava dell’importanza del cibo, delle materie prime. Di come le grandi potenze come gli USA ne richiedessero troppe per se. Di come i prodotti vadano in giro per il mondo indiscriminatamente. Di come i prezzi salgano vertiginosamente. Di come un mondo diverso sia possibile. Ecco, un mondo diverso già 17 anni fa. Pensateci bene. Stiamo ancora qui a parlare di cambiamento climatico, di prezzi alle stelle, di danni per la salute e in 17 anni (e non che prima non se ne parlasse!) non siamo riusciti a fare nulla.  Sapete cosa siamo? Siamo tutti Aldo Tarantino, il suocero di Bellavista che dormiva tutto il giorno e quando sentiva la parola “milione” si svegliava dicendo  Nu milione….o’ anema do priatorio!! Che vuol dire (tradotto dal napoletano): un milione, o anima del purgatorio. Grande film Così parlò Bellavista di un genio come Luciano De Crescenzo. Ecco noi siamo così. Quando arriva qualcuno che ci nomina cambiamento climatico, ci svegliamo di sobbalzo per iniziare la discussione. Un pò come si fa nei talk show televisivi dove si parla a vanvera di cavolate tanto per creare risse ed alzare il fumo di sbarramento. Nella sostanza poi, non facciamo nulla.  Invece Lorella e Piero decidono di fare qualcosa. In questo cammino avevamo incontrato Pacina che è un’azienda di vini naturali In Toscana e decidemmo di di provarci. Trovammo i primi ettari di questa collina che si chiama Colle Pazzo. Lì piantammo, togliendoci tutti gli sfizi di sommelier, non proprio come nello Champagne ma 6000 piante per ettaro sui primi due ettari. Poi una selezione massale.  È cosi che si inizia. Provandoci. Piero la sua vigna di mezzo ettaro a Bellegra a 800 metri sul livello del mare, coltivata con la Rosciola (vitigno autoctono di Bellegra) a piede franco, l’aveva sempre avuta ma prendere altri ettari voleva dire proprio “proviamoci”. Non una scelta definitiva.  Va bene la propensione etica, il biologico subito (biodinamico dopo un anno) ecc però una vigna non è che ti fornisca tante possibilità di vivere dignitosamente. Una scelta a metà. Almeno all’inizio. Non eravamo certificati perché non c’era piaciuta la polemica tra le associazioni biodinamiche per una certificazione che poi sì ripiegava sul biologico. Avevamo già subito capito che sì eravamo certificati, ma in cantina saremmo comunque andati oltre il biologico e anche oltre il biodinamico. Nelle nostre etichette si può scrivere che è un’agricoltura biodinamica perché è tutta certificata dai registi biologici. Non abbiamo il marchio Demeter perché oggi abbiamo Vinnatur, molto più adatto al tipo di vino che facciamo. Anche se nemmeno quei parametri…cioè noi non mettiamo 40 mg litro a vino spesso nemmeno ne aggiungiamo di solfiti. Però diciamo, era una cosa bella perché abbiamo partecipato all’ideazione di quel protocollo.  www.andreafedericiphoto.com Però poi, ognuno deve fare seconda coscienza. Poveri consumatori. Simboli, etichette, link, codici qr. Una vera jungla che le normative consentono senza rendersi conto dei danni che questo comporta.  Ogni associazione ha i suoi parametri da rispettare e proprio questi costituiscono quella indeterminatezza per il consumatore attento. Quanta solforosa è stata utilizzata? Che tipo di chiarifica? Lieviti di che tipo? In vigna quali trattamenti? Ma utilizzare rame e zinco in campo, fa bene?  Si potrebbe continuare a lungo davvero. È chiaro che i valori di legge sono utili ma non dovrebbe essere consentito il proliferare di sigle e siglette perché davvero non ci si capisce un tubo. Basterebbe un sistema con un punteggio. Nulla di più. Poi decide il consumatore. Sempre che i controlli ogni tanto vengano fatti. Avevamo un consulente che era sia enologo sia esperto di biodinamica. Dopo tre anni arrivò la prima raccolta. Pulendo Colle Pazzo avevamo scoperto una cosa che non sapevamo: la collina era vocata e c’erano due tipologie di terre: sia le arenarie del Cretaceo, che sono le più diffuse nel mondo del Cesanese, sia vulcaniche. Quindi subito c’era venuta l’idea di fare almeno due Cesanese. L’enologo si oppose dicendo che le vulcaniche erano troppo squilibrate. Dopo tre anni vengono fuori il Collepazzo che sono le uve di tutte e due le terre e che oggi rappresenta il vino che produciamo e ci rappresenta di più e il Càlitro che invece sono le terre arenarie. Dopo 16 mesi di affinamento in cantina questo enologo non voleva credere che fosse un vino che poteva resistere. Nessuno lavorava come noi senza solfiti.  Coraggiosi? Incoscienti? Visionari? Niente di tutto ciò. Lorella e Piero semplicemente mettono in pratica quello che è nelle loro coscienze e che rappresenta la loro etica. Perché inquinare l’ambiente e perché produrre qualcosa con elementi tossici o artificiali quando se ne può fare a meno? Ecco, una domanda che sembra lapalissiana ma non lo è manco per nulla.  Una volta un produttore mi disse che produrre da agricoltura biodinamica è anche meno costoso rispetto ad una convenzionale. Si dimenticava di dire (ma glielo ho suggerito io): quando va tutto bene. Nel senso che se la stagione non è delle migliori in agricoltura biodinamica sei costretto a parecchi trattamenti e non è detto bastino per portare l’uva sana in cantina. Così come le rese non potranno mai essere allo stesso livello di una agricoltura convenzionale. Ne consegue che il vino realizzato in maniera naturale (termine abusatissimo) non può che costare di più non fosse altro per i rischi o perché in certe annate non si produce proprio.  Abbiamo comprato una vigna vecchia e poi abbiamo dovuto buttare l’uva a terra per tre anni. Ci siamo accorti che era molto meglio re impiantare e ricominciare piuttosto che avere un’uva che non riesce nemmeno a portare lieviti in cantina perché ancora con residui di pesticidi. Ed è così anche per l’agricoltura biologica e biodinamica in generale: andate a fare la spesa da un negozio biologico e poi ne parliamo.  Anche perché non è solo un tema di biologico e biodinamico ma anche di etica. Cosa c’entra? C’entra, c’entra. Perché se rispetti la terra devi assolutamente rispettare le persone. Dunque non contratti capestro o a nero. Non condizioni di lavoro pessime. Capito il messaggio? Comunque uscimmo e praticamente Bibenda diede cinque grappoli al Càlitro e quattro al Collepazzo. Ci convocarono e poi a quel punto scrissero e un articolo su di noi che era importante per i vini naturali. Quando scrissero potemmo portare lì in redazione la nuova annata che era la 2014. E che questa volta aveva anche il cru delle sole terre vulcaniche (Neccio). lo avevamo fatto contro il nostro enologo così che da quel momento iniziamo a produrre tutti i nostri tre Cesanesi.  Il vino di due pazzi visionari non poteva che essere apprezzato. Anche ricercato. Dei distributori ci vennero a cercare e iniziammo a vendere. Lentamente, anche Piero aveva lasciato la televisione. Nel 2010 quando iniziammo a piantare io ero in gravidanza. Diciamo così: mi sono goduta alla maternità.  Anche Lorella molla la televisione per dedicarsi completamente all’azienda, ai figli e alla sua passione che è la scrittura. Noi siamo entrati dentro questa storia in un momento di grazia e ciò è quando si erano sviluppati quei produttori che avevano iniziato attorno a Gravner e Angiolino Maule. Erano passati gli anni in cui avevano iniziato a mettere in commercio vini orribili che si vendevano solo in Giappone.  La verità è che Lorella e Piero sono entrati in questo meraviglioso mondo insieme a tante altre persone provenienti da altre professioni dunque altre culture. Persone con principi morali e capacità completamente diverse da quelle esistenti. Nulla assolutamente contro le famiglie contadine che rappresentavano e rappresenteranno la spina dorsale dell’agricoltura ma i nuovi innesti hanno certamente portato quella necessaria ventata di innovazione etica che ha coinvolto un pò tutti. Certo anche per via di una non immediata necessità di guadagno. Cosa questa assolutamente da non sottovalutare senza stare a nascondere le cose.  A Colle Pazzo avevamo un vicino e ci siamo accorti che non sapeva nemmeno leggere i pacchetti dei prodotti così che pensava di dare rame e zolfo e invece stava dando un sistemico.  Appunto. Ma non mi sento di colpevolizzare quel contadino. Negli anni ‘70 e ‘80 era facile che un imbonitore di qualche azienda chimica bussasse alla porta del contadino per promettere raccolti miracolosi con poco sforzo. Bastava qualche trattamento e via. Ma il problema era di chi li usava o di chi li consentiva? Io ero comunque una femminista ecologista. Avevo portavo avanti questo tipo di temi di fiducia, di etica. Sono specializzata in etica mentre Piero è amante della natura. Conosce tutte le erbe. Abbiamo pensato: dobbiamo cambiare lavoro, non possiamo fare una cosa tossica dove noi stessi non ci vogliamo stare. Impossibile dunque per Piero e Lorella fare qualcosa nel mondo del vino che non rispettasse i loro principi. Qualcosa di semplice e immediato che oggi, in un momento di crisi mostruosa del vino, non è qualcosa che i clienti abbiano intenzione di pagare.  La scelta di carta riciclata per le scatole, etichette ecologiche, un certo tipo di tappo, il vetro Bormioli che è meno pesante e quindi più sostenibile. Abbiamo capito che poi tutte queste cose che volevamo mettere in conto nelle bottiglie, non si può fare. Trovammo qui all’inizio donne che lavoravano da tempo e la prima volta che gli dissi che gli facevo la busta paga: no ma no, ma figurati, non c’è bisogno. Quando videro che le stavamo pagando tanto quanto i loro compagni uomini: ma qua non si usa.  Sembra e lo è tutto bello ed eticamente corretto ma quando poi devi scontarti con un mondo imperfetto e soprattutto con mercato spietato, come ti comporti? C’è chi cede e accetta compromessi o continua per la propria strada. Che non si piega alle logiche commerciali. Che scommette e crede in un futuro migliore. Come Lorella e Piero che oggi gestiscono circa 6 ettari e quasi 30.000 bottiglie l’anno prodotte tutte in maniera naturale intendendo per questo senza qualcosa di aggiunto. Non con! Stiamo per arrivare a 30.000 bottiglie e non ne vogliamo fare di più. Sempre che le annate, con questo cambiamento climatico mostruoso, ce lo consentano. Abbiamo cominciato con i tre Cesanese e l’esperienza delle terre vulcaniche che ci ha ci ha fatto notare che il Neccio era un vino di tutto di tutto rispetto con una verticalità e mineralità pazzesca. Quando siamo riusciti a comprare altre parti vulcaniche di Colle Pazzo, abbiamo impiantato la Malvasia Puntinata. Poi, come esperimento, in una parte di Collepazzo dove c’è un torrente quindi una grande escursione termica e dove ne Cesanese ne Malvasia stavano bene, abbiamo impiantato il Riesling.  Due bianchi: Emotiq da Malvasia Puntinata (con aggiunta di Bellone, Moscato Bianco e Ottonese), Emotiq Riesling ; quattro rossi (Càlitro, Neccio, Collepazzo e Collepazzo riserva nelle annate eccellenti).  I rosati, anche quello è stato un gioco che poi ha preso la mano. Il primo rosato di Cesanese, dopo il primo anno che non lo voleva nessuno, lo comprò un importatore della California e metà il Trapizzino con tutti i post che faceva alla fine altri clienti andarono ad assaggiarlo e ce lo chiesero per l’anno successivo così che iniziammo a produrlo assegnandolo. Poi c’è una Ratafia perché abbiamo un bosco di visciole ed era una ricetta della mamma di Piero. Abbiamo detto vabbè praticamente cambia solo il Cesanese con cui l’assembli. È il nostro vino da dessert. I rosati sono due: il Tucatuca da Cesanese delle terre vulcaniche ed arenarie e il Divago frizzante sempre da Cesanese. Ogni vendemmia ci sediamo e diciamo cosa possiamo togliere. Dalle altre ricerche e visite di cantine che abbiamo fatto qui è nel mondo, abbiamo scoperto che se vuoi essere veramente biodinamico, non puoi avere tanti ettari perché l’importante che le uve entrino nel momento in cui tu hai stabilito. L’ideale sarebbe una cosa alla Romanée Contì che mette insieme 17 vignaioli.  Se avessimo altri soci…però è un periodo pazzesco. Manodopera non se ne trova. Questa è la zona dell’uva a bacca rossa più importante del Lazio e non si capisce perché gli indiani non ci sono, i rumeni non ci sono e comunque ci sono delle famiglie molto ostili ai cambiamenti. Sempre più strano il Lazio per il vino. Territori pazzeschi, vitigni antichissimi e decisamente interessantissimi mentre sembra invece che non interessino a nessuno.  L’area del Cesanese, tra Roma e Frosinone, dovrebbe rappresentare l’eccellenza dell’intera regione essendo l’unica DOCG a bacca rossa ma è un territorio senza sistema. Sembra completamente abbandonato a se stesso e i produttori appaiono per nulla interessati allo sviluppo. C’è una sorta di autoschiacciamento e inviluppo concentrico su se stessi con pochi che cercano, autonomamente, di emergere. Per quanto bravi anzi bravissimi, da soli non si va da nessuna parte. Il padre di Piero era di queste parti ma ci hanno sempre visto come degli stranieri. Abbiamo un’azienda da 15 anni e otto anni fa abbiamo deciso di trasferirci qui perché io stavo impazzendo e dicevo che non potevo correre tutte le mattine. Appurato che le scuole non erano poi così diverse da Roma per i ragazzi, abbiamo detto va bene, facciamolo. Gli abbiamo regalato secondo me un’infanzia bellissima. Biciclette, cani gatti, uscire in piazza senza nessun controllo. È proprio qui che si comprende come quei nastri, oltre a congiungersi, hanno permesso di percorrerlo sullo stesso lato. Lorella dalla Sicilia è scappata perché non la sopportava. A Roma ha incontrato Piero con la sua storia e il suo futuro. Hanno percorso un tratto di strada insieme per poi decidere di costruire qualcosa trasformandone altre. È come se abbiano preso quel lembo del nastro per creare quello di Möbius trasformando se stessi prima del vino. Non rinunciando comunque mai alla propria individualità.  Negli anni si è capito che io non potevo rinunciare comunque a raccontare storie. Trovando le ore di prima mattina e la sera tardi. Mi sono dedicata oltre che all’amministrazione, anche ai rapporti commerciali, alla comunicazione eccetera. Ho avuto un grande maestro come Alvaro Stirpe che si occupa per di sigari e champagne. Dopo i primi anni ho pensato: vedi? ho fatto filosofia e sono stata in televisione, però se avessi saputo queste cose, forse io avrei potuto spuntare anche contratti migliori. Mi vergognavo come intellettuale che non si può sporcare le mani e invece no perché era giusto è giusto pagare l’intelletto è giusto pagare il lavoro delle persone è giusto cioè non c’è. Invece a Piero piace proprio stare in vigna, stare in cantina. Questa e solo questa è la meraviglia del vino, della ricerca di qualcosa di etico e naturale, di vero e irripetibile se non per quello che solo la natura può concedere.  Quel nastro in fondo altro non è che un percorso che si sceglie di intraprendere. Da soli o con chi ha il nostro stesso credo. Ciò che occorre, comunque, fare, è ruotare di 180° un lembo. Da li si parte. Lì si arriva.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Giovanni Aiello. I chakra, vortici di amore Arrow Right Top Bg

12 Settembre, 2025

Giovanni Aiello. I chakra, vortici di amore

  Avete mai sentito parlare dei Chakra?  Capisco che le culture lontane dalla nostra possano suscitare scetticismo e incredulità ma spesso tutto ciò è dovuto ad ignoranza intesa come mancanza di conoscenza.  Nella cultura indiana e già dal 500 a.c. i chakra vengono identificati come centri energetici e di consapevolezza presenti all’interno del corpo umano. Sono veri e propri vortici energetici tanto che la parola chakra vuol dire proprio ruota o vortice.  L’energia che può scaturire o meno da questi vortici influenza parti sostanziali del nostro corpo tanto che sbloccare i chakra vuol dire lasciar fluire l’energia stessa attivando i processi legati all’anima e allo spirito. I grandi Maestri indiani contano centinaia di chakra nel nostro corpo ma i principali sono sette. Primo chakra, Muladhara Secondo chakra Svadhisthana Terzo chakra Manipura Quarto chakra Anahata Quinto chakra Vishuddha Sesto chakra Ajna Settimo chakra Sahasrara   Muladhara è il colore rosso ed è alla base della colonna vertebrale. Rappresenta forza e passione cosi che quando è sbloccato ci si sente indipendenti e forti. Svadhisthana è l’arancione posizionato nell’ombelico. È la felicita corporale e sensuale. Le emozioni insomma. Sbloccarlo vuol dire vivacità, positività, soddisfazione. Manipura, il giallo. Nella parte alta dell’addome è il vero accumulatore di energia tanto che sbloccarlo fa sentire più energici, produttivi, concentrati. Anahata è il verde che rappresenta il ckakra del cuore. Posizionato poco al di sopra di questo, è l’amore universale. Vishudda nel suo azzurro è il chakra della comunicazione ed espressività. È alla base della gola e indica come il silenzio rappresenti la nascita della comunicazione autentica. Ajna, il blu, la consapevolezza superiore. Tra le sopracciglia è il terzo occhio che da la concentrazione spirituale.  Sahasrara, il viola. Dalla sommità della testa è la completezza, la perfezione. La coscienza cosmica che scaturisce dal suo sbloccarsi porta alla pace interiore e alla chiara prospettiva sul mondo. Si, va bene, ma con il vino cosa diavolo c’entra tutto ciò? Partiamo dall’inizio. Giovanni Aiello è un ragazzone simpatico. Alto, scuro di carnagione. Una bella barba folta e degli occhiali neri che sembrano usciti direttamente da uno di quei film americani anni 70. Mi viene incontro con una andatura stanca. Stanca di uno che ha appena finito una lunga degustazione con dei clienti americani. Ci sta. Siamo in Puglia nella Valle d’Itria, a Putignano (BA). A pochi km ci sono le grotte di Castellana (meritano una visita assolutamente). Il terreno dunque è di tipo carsico. Definirlo terreno è però un eufemismo. Sembra di stare sulla crosta di una forma di groviera. Solo che non è morbido ma duro come la roccia. Carsica appunto e con tante cavità.  La Valle d’Itria nei tempi andati era una distesa infinita di vigneti. Nei tempi andati appunto. Tanta produzione, vini esclusivamente da taglio, uva destinata alla tavola. Solo oggi i giovani rimasti, o tornati, stanno cercando di rivalorizzare questa parte di  Puglia che forse è più vera di altre. È quella dove i trulli sono ancora costruzioni adibite a stalla e gli olivi secolari sembrano giganti solitari a difesa delle dolci colline (o cavità segrete). Il mare lo si vede sempre all’orizzonte e i venti carichi di sale, spesso, lo ricordano. La cantina all’esterno, sembra il set di un film ambientato, ovviamente, in Puglia: una masseria squadrata, le balle di fieno utilizzate come sedute posizionate intorno ad un grande olivo, i tavoli all’ombra. Due meravigliosi cani, dei Bovari docili in maniera inversamente proporzionale alle dimensioni, accolgono me e mio figlio prima di Giovanni. All’ingresso la masseria accoglie i visitatori con la visione dei grandi tini di acciaio che arrivano fino alla grande porta sul retro. Aperta cosi da far corrente e meno male visto il caldo. Ci sono delle teche con le bottiglie che destano subito l’attenzione per via delle etichette molto particolari. Ognuna di esse si caratterizza per una nuvola di schizzi colorati posizionati in maniera randomica. Ogni bottiglia un colore. Avevo letto dei chakra…. Alle pareti una infinità di diplomi e riconoscimenti. Tutti parlano di Giovanni Aiello. Un modo per far capire quanta fatica si è fatta. Già mi piace. Poi ci sono quadri e oggetti di altri tempi: da un grammofono ad una pompa a mano. Meravigliosi. Giovanni, cosi come le persone dello staff, indossano una polo nera con sopra il cuore un riquadro con gli stessi schizzi colorati delle etichette dei vini. Rossi stavolta. Giovanni Aiello, enologo per amore è il claim ricamato. I miei sensi di ragno mi dicono che siamo in presenza di qualcosa di inusuale qui. Come se si fosse studiato prima, costruito poi, qualcosa di estremamente particolare. Ma la domanda che occorre sempre farsi in questo caso è: che male c’è? In fondo, della storia di chi fa vino da generazioni, di chi il vino lo faceva da piccolo, di chi è ritornato alla campagna, di chi ha mollato il lavoro ecc ecc ecc, ne è pieno il web (prima si sarebbe detto le pagine ma oggi non si stampa più..). Se invece qualcuno ci ha messo testa prima, cuore dopo (o viceversa) per creare qualcosa utile a sviluppare una azienda e con questa il territorio, dobbiamo solo levarci il cappello! La struttura dicevamo. Una stupenda vecchia masseria dei primi del 1800 appartenuta alla famiglia Laterza. Si quelli della casa editrice che erano proprio di queste zone. Prima adibita a cantina poi trasformata nel 1958 in un ristorante prima e ristorante discoteca dopo. La voglia di fare vino di Giovanni nasce in un garage, oltre 10 anni fa. Una voglia nata da un senso dì incompiutezza. Strano a dirlo ma quando la tua famiglia produce e vende uva da tavola, puoi certamente vivere bene e fartela andare bene ma magari ti può venire in testa che con l’uva ci puoi fare altro. Tipo il vino. Ecco l’incompiutezza. Completare il ciclo dell’uva realizzando il vino. La voglia di colmare questo senso non può che condurlo a studiare enologia prima e a fare esperienze all’estero dopo.  Per quanto nella famiglia le terre ci sono, non ce ne sono però da dedicare al vino togliendole al reddito dell’uva da tavola. L’Australia, la California. Diventano le terre d’apporto di Giovanni che, quando inizia, non è che si mette immediatamente a fare l’enologo. Forse impari più non facendo. Dipende se uno vuole imparare cioè nel senso se tu c’hai fame. Un pezzo di pane soddisfa assolutamente anzi ti fai il fisico. Non avevo mai visto una cantina, non parlavo inglese. Era già dura con l’inglese. Mi sono fatto 20 giorni alla cisterne. Inizi a capire come attaccare i tubi. Ma sono quelle banalità che se non le vedi non impari. A scuola fai tanta chimica, biochimica, microbiologia, un insieme di scienze tutte messe insieme ma se poi non sai attaccare il tubo alla cisterna, hai voglia tu a fare il vino. Perché a guardare la cantina sembra tutto bello, pulito, le bottiglie esposte, i quadri, ma solo parlando con Giovanni si capisce come dietro ci sia tanto sudore, tanta fatica. Sacrifici. Ecco devi equipaggiarti di tanta umiltà e fare sacrifici. Vallo a raccontare agli smidollati di adesso…. La voglia, la necessità di fare esperienze continua e Giovanni tramite il suo professore di Udine trova una cantina. In Cile. Il destino però ci mette sempre uno zampino nelle storie ed è così che il papà viene colto da un infarto importante. Dove diavolo vai quando hai un padre in fin di vita? Da nessuna parte ovviamente. Tocca rimanere a casa. C’è la famiglia e c’è l’azienda.  Da lì ho scelto di rimanere qui e partire con il mio progetto. Mi mancava una parte nel senso che ho fatto otto anni tra le esperienze sul campo, in vigna non ci sono problemi. Idem per la parte enologica. Manca però saperlo vendere il vino. Così decido di fare un master in marketing e comunicazione. L’umiltà da un lato, la capacità di avere il quadro di insieme dall’altra. Giovanni è splendidamente solido, pragmatico, concreto. Non è tipo che sa di poter fare le cose bene viste le sperimentazioni e le microvinificazioni che nel tempo ha operato dunque, lanciarsi e amen. Ritornare è si qualcosa di impagabile sempre stato nella sua mente. Ma non basta. Quando stai tanto lontano da casa, per quanto il mondo può essere bellissimo, ti rendi conto che non è casa tua il mondo. E poi penso che oggettivamente posso abitare in un posto veramente bello. Tutto meraviglioso ma da persona umile quale è capisce anche se si producono vini eccellenti poi, comunque, li devi vendere. C’è bisogno di capire come.  In molti sottovalutano un aspetto come la vendita che è in realtà il più complesso della catena del valore del vino. La concorrenza, in un settore dove la qualità è mediamente alta e il numero di aziende sul mercato infinita, è immensa. Uno dei docenti era all’epoca era il direttore di Feudi San Gregorio, Francesco Domini. Vuoi fare delle esperienze? Fai il commerciale, sul marciapiede. Così mi sono fatto un paio d’anni sul marciapiede. È stata una grande scuola.  Il progetto di Giovanni ovviamente procede in parallelo con la prima vigna in affitto e la cantina nel garage di casa. Il principio è quello dell’autofinanziamento. Nessuna voglia di chiedere aiuti, nessuna voglia di prendere scorciatoie. Il vino che ne deve derivare deve essere diretta espressione del pensiero e del cuore di Giovanni.  Il primo vino è un rosato cosa che non è strana a pensarci bene e non lo è quando occorre uscire subito sul mercato e la vigna che presa in affitto è di Primitivo. Fare il rosso non è cosa poiché andrebbe aspettato. Il bianco non c’è. Dunque? Rosato. Poi arriva la prima vigna acquistata e le altre in affitto. Tanto qui i contadini smettono di coltivarle quando non ci sono più figli che rimangono.  È così, con tanti tanti sacrifici, si arriva a 10 anni di azienda, 10 ettari di vigne con piante anche di 110 anni e circa 55.000 bottiglie. E la cantina, quella dei Laterza che la adibirono anche a ristorante. Il ristorante, cioè un dining nel 58 nel mezzo di una Puglia post guerra, dove la gente viaggiava con valigie di cartoni. Un super ristorante folle e fortunato.  Una fortuna dovuta all’apertura delle grotte di Castellana e al pubblico non certo popolare che si appresta a visitarle. Il ristorante decolla anche grazie ad uno chef importante dell’epoca, Angelo Consoli. La struttura diventa davvero “in” e rimane aperta fino al 2014.  Viene poi affittata ad una associazione culturale che in realtà organizza dei rave party. Nel 2020, quando il COVID (benedetto fu il COVID!) rende impossibili queste pratiche, Giovanni si fa avanti per rilevarla.  Se le grandi sale al pian terreno forniscono la visione di una incantevole masseria, il piano interrato esprime l’essenza del territorio carsico poiché completamente scavato nella roccia. La barricaia con le grandi botti adibite a contenere tavoli per cene intime, la grande sala della discoteca sono tutte scavate, a picconate, nella roccia. Affascinante è dir poco. In un lungo corridoio sono allineate le barrique necessarie per affinare il Primitivo.  Solitamente, qui c’è un tavolo che occupa tutto il corridoio. Qui applichiamo le etichette che sono tutte dipinte a mano una per una. Ogni bottiglia è unica. Per amore. Ogni etichetta è diversa dall’altra poiché ottenuta tramite una punzonatura manuale e con colori diversi in funzione del tipo di vino. In questo semplice (ma complicato) gesto c’è tutta la grandezza di Giovanni. Dietro un gesto, una idea, un pensiero di azienda, di vita, di sviluppo e valorizzazione del territorio. Qualcosa di completo che si evolve anno dopo anno. Sempre con una solida idea alle spalle.  Ecco che i Chakra diventano modo per identificare un vino, la sua storia, la voglia, l’umiltà, la fatica, il sudore, i sacrifici, il territorio. Le etichette delle bottiglie sono colore vino. Schizzi colorati, unici e identificativi del tipo di vino. Solo che se non lo si conosce, occorre prendere in mano la bottiglia e voltarla. Marketing. Di quelli intelligenti. Di quelli che vogliono superare i classici stereotipi delle banali e già viste etichette.  Il Chakra potrebbe essere un modo per identificare ciò che quel vino rappresenta oppure semplicemente ciò che vorrebbe rappresentare o ciò che rappresenta per chi la stappa. Una scelta personale. L’importante è che rappresenti il territorio e sia buona. Buona da vendere e da finire. Ci si può girare intorno quanto ognuno crede ma per il vino, alla fine, conta solo un giudizio: buono/non buono.  Possiamo raccontare il territorio. Possiamo raccontare le storie di vita dai tempi che furono. Poi però, a tavola, quando stappiamo una bottiglia, se è buona si finisce. Spesso mi trovo ad aprire bottiglie con mia moglie. Bottiglie eccellenti da un punto di vista tecnico e con una storia alle spalle pazzesca. Quando lei mi dice: non mi piace, tutto finisce. Non c’è più la magia. Non c’è storia che tenga. Allora Giovanni, in questo mondo perverso, ha creato una modalità per portare le persone qui a Putignano, nel bel mezzo della Valle d’Itria, in un posto stupendo. Vengono, si accomodano nella grotta piuttosto che sulle balle di fieno sotto il grande olivo, bevono il vino, lo accompagnano con semplici piatti della tradizione pugliese e se ne vanno via con cartoni di vino acquistati allo shop. Fanno veramente bene a portarsi via il vino. È quello che penso dopo aver degustato i vini insieme a Giovanni.  Ci accomodiamo attorno ad un tavolino posizionato sotto un grande olivo. Niente di più semplice. Niente di più bello e suggestivo. Fa caldo ma c’è una brezza leggera che rende piacevole il contesto. Questo è il primo Chakra. Blu. Una bollicina che non è una bollicina. È una bollicina da Verdeca, Marchione e Maruggio. Tre vitigni tipici del territorio. Come tutti gli altri di Giovanni.  Giovanni stappa la bottiglia che ha ancora il tappo a corona. È infatti un metodo classico rifermentato. Strano solo a dirsi. Semplice come i vini di una volta quando si mettevano in bottiglia le basi senza alcun tipo di sboccatura. Certo, il liqueur de tirage deve esserci altrimenti niente presa di spuma. Ne risulta un vino che fa della torbidezza il suo biglietto da visita. Ma è bello e vivo. La Verdeca spicca così come la mineralità del territorio. In bocca è pastoso, vivo, con il perlage fine e quasi masticabile. Si presta davvero bene. Ora, perché Giovanni abbia voluto assegnare il chakra blu a questo vino non lo so e francamente non glielo ho chiesto perché abbiamo parlato, piacevolmente, di tante altre cose. Che possa dare la consapevolezza e concentrazione superiore, ho qualche dubbio. Avrei scelto Vishudda, l’azzurro perché questa bollicina non richiede un commento ma il silenzio di contemplazione. Non ha bisogno infatti di interpretazioni tecniche e di paragoni con metodi classici super raffinati e dal perlage cremoso. Questo è un vino semplice, immediato, fresco, sapido. Giusto. La stappi e la finisci. La prima bottiglia è la dimostrazione di quanto Giovanni sia in primis bravo a fare il vino poi a creare qualcosa di vendibile. Avrebbe potuto fare un metodo classico. Sarebbe stato fantastico. Ma poi? Si sarebbe dovuto paragonare con una infinita di bollicine e con la necessità di attenderlo tanto tanto tempo. Invece ha creato qualcosa di complicato a trovarsi. Certo, complicato anche a spiegarlo.  Mi ricorda la Fiat Multipla. Si, lo so, paragone forte ma vi spiego. Lavoravo in Fiat all’epoca e la Multipla oggettivamente era brutta. Ma brutta forte. Non come la Duna ma insomma… Aveva però una particolarità unica: se una persona saliva a bordo e la guidava, se ne innamorava follemente: tutto a portata di mano, visibilità pazzesca, sei posti comodi, un motore scattante. Non si poteva spiegare perché l’occhio è la prima cosa che funziona nel bello (e l’automobile deve essere bella). Dovevi solo far salire il cliente a bordo. Il Chakra Verde è il bianco da Verdeca.  Il Verdeca può essere assimilato a Anahata, l’amore universale? Ho ancora qualche dubbio ma sicuramente è il vino del cuore di Giovanni. Lui è schietto e diretto, semplice ed essenziale. Lo scopo è quello di conquistare non le persone ma il loro palato e questo Verdeca lo fa proprio con la sua semplice essenzialità che trova nella eccellente sapidità il vero punto di forza. Non serve lasciare il naso nel calice perché ciò che si trova è qualche scorza di agrume e qualche fiore: fine, elegante ma certamente non complesso. Poi in bocca è fresco, sapido, verticale.  Anche questo si finisce. Chakra Essenza è il giallo, sempre da Verdeca. Un vino che fermenta con lieviti indigeni e per una sua parte fa una macerazione sulle bucce.  Manipura, energia, produttività, concentrazione. Si, ci sta tutto. È la Verdeca che si amplia, diventa più cicciotto ma senza esagerare. Si arrotonda mantenendo la verticalità della Verdeca. Il Chakra Rosato è il rosato da Primitivo  Svadhisthana? Si, si decisamente si. È un vino emozionale e berlo crea veramente vivace soddisfazione. Ci sono si le fragoline di bosco ma anche qui è la mineralità che gioca un ruolo fondamentale donando a questo rosato una leggerezza e una verticalità che fa finire la bottiglia.  Chakra Rosso è il Primitivo ottenuto con la vinificazione anche dei raspi per donare un minimo di vegetalità ed eleganza in più ad un vitigno che altrimenti si taglierebbe con il coltello. Il passaggio in botte è con legni quasi esausti per non prendere nulla di più di quello che la terra e il sole della Puglia possono dare.  Ne deriva un vino incredibilmente centrato che è fine ed elegante (cosa che per un Primitivo è tanta roba), che non si perde nei sentori, che fa dell’ampiezza centrifuga il suo punto di forza. Ampiezza centrifuga? Mi è venuto in mente cosi perché è un vino che ti gira in bocca per via di una importante complessità per poi scendere verticalmente. Non è infatti melassoso, non è denso, non è pastoso. Tutte caratteristiche queste che rendono i “normali” Primitivi pugliesi incredibili ma imbevibili. Con certi vini il naso rimarrebbe nel bicchiere e la bocca, una volta preso il primo sorso, rimane così ingessata che assimilarne un secondo diventa complicazione.  Chakra Rosso invece è elegante per via di quel tocco vegetale, per la quasi trasparenza, per la finezza che emana da ogni goccia. Infine il Chakra Selezione Oro, la Riserva del Chakra Rosso. Ne avevamo già assaggiato dal tino la preview tra poco in commercio e già forniva ottime sensazioni. Questa, sempre da Primitivo e con un maggiore affinamento, dimostra ancora una volta come Giovanni ci sappia fare. L’ispirazione è verso l’eleganza e lo sdoganamento degli stereotipi legati ai vini pugliesi. Per quanto complesso, per quanto maggiormente rotondo, per quanto più alcolico (altrimenti come si fa a capire che siamo in Puglia?) rimane estremamente elegante. Non è una bottiglia che ti finisci (in due almeno), ma una volta che ti sei finito tutte le altre, non ti pare un pò troppo? Ecco, tutto questo è Giovanni Aiello, enologo per amore. Incontrandolo ho scoperto che l’amore a cui fa riferimento è qualcosa di più rotondo. Include quello per la sua famiglia, peri i due bellissimi cani, per il vino, per la sua azienda, per i dipendenti che deve tutelare eliminando tutti i rischi legati alla produzione, quello per la propria terra. Allora, i Chakra non sono altro che pezzi vorticosi di questo amore. Elementi energetici in grado di far muovere tutta l’azienda. Con amore. Ps visto che Giovanni non si ferma, ha già realizzato delle nuove linee in tiratura limitata che non sono altro che le sue sperimentazioni. Perché va bene tutto, va bene l’azienda, va bene il dover puntare al territorio ecc ecc ma sempre un appassionato del suo lavoro è!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Colli del Vento. Antonella e Antonio, gli immortali Arrow Right Top Bg

5 Settembre, 2025

Colli del Vento. Antonella e Antonio, gli immortali

  Metempsicosi. Il passaggio dell’anima da un corpo all’altro. Che sia umano o animale poco importa. Un passaggio dopo l’altro fino alla purificazione. È uno dei cardini di Pitagora (Πυθαγόρας), filosofo nato a Samo in Grecia per poi spostarsi a Crotone dove fondò la propria scuola esoterica. Sì, è quello del triangolo e del Π greco, ma non è per questo che ci interessa. L’uomo è mortale a causa dei suoi timori e immortale a causa dei suoi desideri. Tutti noi abbiamo timori. Il più grosso? La morte ovviamente. Conviviamo con questa paura ogni giorno anche se in fondo sappiamo (speriamo) essere lontana nel tempo. Quando però l’età avanza e quell’inevitabile momento si avvicina sempre più, la paura aumenta. Continuiamo a conviverci altrimenti vivremmo male anche quei pochi attimi che rimangono da vivere.  Si può essere immortali? Certamente no. E con i desideri? Ci hanno sempre insegnato come desiderare troppe cose sia sconvenevole mentre accontentarsi, sempre saggio.  L’importante è, sempre e comunque, la felicità. Questa la vera pienezza di vita. Noi dobbiamo ragionare come se fossimo immortali. Poi quando moriamo, pace e bene. Ci poniamo obiettivi a lungo termine. Ragionare, pensare, desiderare come fossimo immortali. Pensare, agire, realizzare progetti di vita non come se dovessero finire con noi ma perché continuino dopo di noi. Un pensiero profondo, alto, immenso. Qualcosa che non ha nulla a che vedere con l’egoismo, l’auto celebrazione, il se. Semmai con il futuro. Anche quando di futuro sai di averne a tempo limitato. Antonio (Brioschi) ha 81 anni e sua moglie Antonella (Scornajenghi) 77. Insieme sono Colli del Vento, una azienda agricola nella Maremma di Scansano (GR). Oltre 80 ettari di bosco, ulivi, seminativo e, ovviamente, vigna.  Antonella e Antonio. Una coppia simpaticissima e così attiva che quando mi dicono l’età, faccio fatica a crederci.  Ingegnere lui, neurochirurgo lei. Dalla Calabria a Milano Antonella; dalla Brianza, sempre a Milano, lui. Due storie che si uniscono per la vita. Una coppia, due figlie, i rispettivi lavori.  Io sono un ingegnere e ho fatto l’ingegnere. Mi sono laureato nel 68. Progettista di computer. Prima si progettavano e si vendevano computer. Siamo nati come Olivetti Divisione Elettronica. Poi siamo stati venduti agli americani. L’ho fatto per circa venti anni. Ho cambiato mestiere e mi sono messo a fare il progettista di reti e in contemporanea l’EDP manager. Tutto sommato quei lavori li piacevano. Mi sono piaciuti e mi hanno dato tante soddisfazioni. A 68 anni sono andato in pensione. Bisogna pure andare in pensione. Nel frattempo della vita professionale, durante le vacanze si andava in Umbria. Antonella ha parenti in Umbria. Si beveva, si parlava con i produttori, si faceva la vendemmia. Anche se ero appassionato di vino da prima. Andavo in giro per il nord a cercare un pò di vino. Stiamo parlando dell’inizio degli anni 70. Il mondo del vino era profondamente diverso. Sì andava dai contadini che ti facevano assaggiare il vino. A volte si trovava anche del vino molto buono. Sì girovagava.  Ci piaceva. Cercavamo di conoscerlo. Antonella mi aveva già raccontato di essere stata neurochirurgo al Niguarda.  Mettendo insieme le due cose è nata la battuta: dovremmo comprarcela anche noi la vigna. La cosa è rimasta li nell’ipotetico. Fino alla pensione.  Prima della pensione eravamo stati nel Chianti a vedere delle vigne ma non prendevamo mai la decisione Sposati nel 75. Pensate, stiamo parlando di cinquanta anni fa. Sembra anche questo qualcosa di desueto al giorno d’oggi. Eppure esiste ancora.  La chiacchierata con Antonella e Antonio è qualcosa che mi lascia a bocca aperta. Sono qui ad ascoltare due persone di una certa età che mi raccontano di come abbiano investito tutto nel loro futuro. In un progetto, come quello del vino, di lunga prospettiva. Un sogno non effimero, concreto. Qualcosa di non leggero, impegnativo. Una seconda vita. Ecco, proprio una seconda vita. Altro che pensionati che non desiderano altro che riposarsi dopo anni di duro lavoro. Loro, Antonella e Antonio, oggi lavorano più di prima. Da soli a Scansano, tra terra, fornitori, incombenze burocratiche, vendita, promozione. Li vedi che vanno da una parte all’altra senza mai fermarsi. Eppure felici. Felici e vivi. Ero io l’avvinazzato. Lei beveva birra. Birra, aperitivi….Ad un certo punto avevo un collega neurochirurgo che aveva una vigna del Chianti con un contadino che gli faceva vino. Portava le damigiane e ce le vendeva. Li ho cominciato ad apprezzare il vino. Il primo vino che ho apprezzato davvero è stato il Chianti Neurochirurgo. Come Antonella. Un mestiere difficile, complicato. Di quelli che costringono ad un continuo confronto con il lato peggiore della vita. I problemi, le malattie, la morte. Forse è anche questo che ha reso Antonella una persona con la voglia di vivere. Vallo a capire. Di certo il suo modo di guardare le cose è quello di una persona che con suo marito, progetta e vive la vita. Fino in fondo e a fondo. Bisogna dire che era Chianti Classico. Era fresco. Non come oggi barricato. Girovagando in questo mondo abbiamo cominciato a capire. Eravamo dei bevitori. Lo imbottigliavo da me. Nella casa che ci eravamo costruiti avevo fatto una cantina. I primi quindici anni li abbiamo fatti a Milano poi ci siamo spostati ad Arcore dove abbiamo costruito la casa. Ho disegnato la cantina che ho cominciato ad utilizzarla prima che fosse finita la casa. Quando uno è ingegnere lo è in ogni cosa. Forse io sono un ingegnere atipico nel senso che non mi verrebbe mai in testa di progettarmi la cantina. Al massimo monto i mobili dell’Ikea. Vado in pensione e lei mi segue a ruota. Decidiamo di andare in giro a vedere cosa c’era. Era il 2012.  Io ero andata prima in pensione dall’ospedale. Avevo le figlie da crescere ma facevo la libera professione. Croce Rossa, invalidità. Perizie del tribunale. Di tutto di più. Fino a che mia figlia mi disse: hai una nipotina, fermati. Cominciammo a girare dall’Umbria. L’abbiamo abbandonata perché non ci piaceva. La zona di Orvieto dove erano i parenti di Antonella. Viriamo in Toscana.  Cercavo gli annunci su Google. Ne vedevo tanti. Girammo in Toscana vedendo cose oscene e belle. Arriviamo in Maremma. Questo posto ci è piaciuto molto. Colline piene di fiori e un panorama bellissimo.  Non c’era niente. Non volevo un rudere ma qualcosa dove poter costruire. Qui non c’era nulla. Vedete che l’ingegnere torna in tutti quegli aspetti che implicano un progettare e un costruire? Antonio il sogno lo ha e ben preciso. Come se tutti gli aspetti progettuali fossero già sul file e dovessero solo essere realizzati. Partire dalle fondamenta non dai muri già realizzati. Era di un vecchio contadino. Lui non coltivava più. Ci avevano detto che tanti anni prima c’era un pò di vigna. Abbiam detto: siamo a Scansano, terra di Morellino. Lo faremo anche noi. Abbiamo comperato i primi quindici ettari cominciando a capire cosa fare. Abbiamo contattato agronomi ed enologi che ci hanno dato un minimo di indicazione cosi da piantare viti ed ulivi. Prima tre ettari di vigna e due di ulivi. Andavamo su e giù dalla Lombardia. Quando ti metti a fare queste cose c’è da fare tante cose. Siamo stati fortunati a trovare delle persone brave che hanno fatto i lavori. Circa quattro anni dopo abbiamo iniziato a vendere l’uva con la prospettiva che prima o poi avremmo fatto il vino. Questo l’obiettivo finale. A nove anni, con le vigne mature ci siamo detti che era il momento. Il vino ha bisogno di cure giornaliere e sei costretto a stare qui. Siamo partiti nel dire: facciamoci la casa e la cantina. Così l’abbiamo costruite. Non è banale per nulla. Non lo è per chi vuole iniziare questo lavoro avendo una vita dinanzi e non lo è per chi vuole realizzare un sogno per una seconda vita.  Invece di scegliere una azienda con le vigne già pronte e magari il vino già provato, Antonio ed Antonella iniziano da zero. Completamente da zero. Niente vigne, niente casa, niente cantina. Nemmeno sapevano come sarebbe venuto l’eventuale vino realizzato. Anzi, nemmeno sapevano farlo il vino! Ci siamo trasferiti nel 2020. Quando abbiamo fatto il primo vino. E poi abbiamo trovato un enologo bravissimo. Un’altra fortuna. Era delle sue parti, brianzolo. Dirige una grande azienda del Chianti. Poi abbiamo comprato altri 70 ettari. I primi quindici si sono consumati in fretta. Bosco, ulivi, casa, cantina, strada. Siamo arrivati ad avere quattro ettari di vigna e tre ettari di ulivi. Così erano finiti i quindici ettari. Così abbiamo comprato a fianco 70 ettari. La materia prima per fare questo mestiere è il terreno. Volendo fare il vino con la propria uva serviva terreno. Siamo partiti come biologici facendo le coltivazioni. Ci teniamo ad avere un rapporto con l’ambiente sano per avere un prodotto sano. Abbiamo piantato altri due ettari e mezzo di vigna e mezzo di ulivo.  L’anno scorso abbiamo piantato le mellifere. Ci hanno portato delle arnie e poi il produttore ci ha dato qualche barattolino. Una visione. Un progetto a lungo periodo. Altro che pensione. Altro che vita tranquilla. Già quindici ettari non significavano per nulla una vita tranquilla ma 70 ulteriori sono un’altra dimensione. Il lungo periodo? Certo ma anche la fatica del breve. Sono sempre più affascinato. Noi dobbiamo ragionare come se fossimo immortali. Poi quando moriamo, pace e bene. Noi ci poniamo obiettivi a lungo termine. Stamattina stava ragionando per fare le bollicine. Un nuovo progetto. Ogni giorno si aggiunge qualcosa.    Sì aggiunge qualcosa a quello che già c’è. Non per un vezzo. Non per un capriccio. Ma per la voglia di fare qualcosa che produca felicità. Il poter fare ciò che più li rende vivi e proiettati verso il futuro. Perché è questa la vera immortalità. Progettare il proprio futuro senza porsi il freno mentale della sopravvivenza. Che è proprio la base del pensiero di Pitagora L’uomo è mortale a causa dei suoi timori e immortale a causa dei suoi desideri. Tutti, davvero tutti, possono fare grandi cose. Per se stessi, per gli altri. Ciò che capita però è che ci si ferma dinanzi allo scorrere del tempo. Non cominciamo neanche alcune cose perché pensiamo di non avere il tempo per terminarle, per vedere i risultati. Eppure il tempo lo abbiamo, solo che non lo utilizziamo come dovremmo. Quante volte passiamo ore intere sul divano o dinanzi a quel dannato smartphone per poi non avere nulla in cambio. Nemmeno una sorta di soddisfazione. Cosa potremmo fare del tempo se iniziassimo comunque qualcosa indipendentemente dal terminarla? Ecco dunque l’immortalità. Ecco la capacità di attivare la mente attraverso il cuore e pensare oltre il nostro egoismo. Già, egoismo. È proprio questo che, spesso, ci limita nel fare le cose. La incapacità di pensare che non dobbiamo necessariamente essere noi a dover vedere o godere della realizzazione di ciò che è stato pensato ed iniziato. L’importante non è la meta ma il viaggio. Quel percorso mentale e fisico che ci ha fatto incontrare il tempo in ogni suo istante trascorso godendo di ogni momento perché si pensa a quello successivo. Senza bruciare quello che si sta vivendo. Siccome sono in crisi di spazio e devo costruirmi un deposito per il vino imbottigliato e visto che siamo in ballo, mi faccio prendere da questo trip. Se riesco a berla, volentieri. Altrimenti se lo berrà qualche altro. Eccolo Antonio. Un altro progetto che richiede almeno tre anni dal vino base ovvero non meno di quattro. Non è lo stappare la bottiglia e godersela con Antonella ciò che conta: è il viaggio, il percorso, il tempo che sta dedicando e dedicherà al suo progetto.  Mi vengono in mente le RSA, Residenza Sanitaria Assistenziale, quelle che prima si chiamavano ospizi. In Italia sembra che cambiando il nome alle cose queste cambino anche nella sostanza. Ricordo che ad un certo punto si disse che il termine “spazzino” fosse denigratorio e non esaustivo del lavoro di chi teneva pulito il contesto pubblico. Ne serviva dunque uno diverso: operatore ecologico. Bellissimo. Peccato che le condizioni e il lavoro di queste persone non sia cambiato di una virgola.  Ritorniamo alle RSA. In queste le persone anziane trascorrono il proprio tempo sostanzialmente aspettando la propria fine. Le loro giornate sono piatte e monotone. Orari da ospedale. Attività limitate. Contatti sociali assenti o comunque limitati alle interazioni tra gli “ospiti”. Perché, mi chiedo? Certo, non tutti gli anziani sono autosufficienti ma coloro che lo sono, perché sono li? Abbandonati magari ma comunque senza un progetto di vita perché credono che di vita non ne abbiano più a sufficienza. Non ne hanno più a sufficienza. Eppure ne hanno di tempo da trascorrere. È una scommessa. È come il Vin Santo. Abbiamo rimandato. No, non ce la facciamo, non ce lo berremo mai. Invece siamo ancora qui e lo abbiamo fatto. L’anno scorso ci ho provato ma la stagione era pessima e l’uva è marcita sulla pianta. Non è molta l’uva per il Vin Santo. Ci riproveremo. Questo è lo spirito che ci vuole ed è incredibilmente meraviglioso ascoltare Antonella evidenziare proprio la debolezza del “non ce la facciamo”. Una debolezza che viene vinta dalla continua voglia di guardare al futuro abbandonando l’egoismo primordiale. Uno spirito bellissimo. Affascinante. L’immortalità, il pensare sul lungo periodo. Ci sarà qualche altro che potrà continuare il proprio lavoro. Come le due figlie. Una ne ha 47, una 44. Una a Milano e l’altra in Inghilterra. Quella di Milano è molto appassionata di vino. Anche lei ha una laurea in informatica ma si è diplomata sommelier. Ci da una mano nella comunicazione. È interessata a continuare. Anche con la prospettiva di spostarsi qui. Colli del Vento oggi produce circa 15000 bottiglie che raddoppieranno tra tre anni quando gli altri vigneti arriveranno alla piena maturità. Sette etichette: due di bianco, una di rosa, quattro rossi. Un ulteriore livello di complicazione che può sembrare follia ma che ascoltando Antonio si capisce come sia una logica e ingegneristica conseguenza. A me piace il Cabernet Sauvignon. L’ho dovuto piantare. Siamo in Toscana e non puoi non piantare il Sangiovese. Poi non puoi fare solo vino rosso ed ecco i bianchi con il Vermentino. Siamo a tre vini. Dopodiché abbiamo un pò di Malvasia e Trebbiano così, per diversificare, facciamo un vino con i tre vitigni. C’è il Sangiovese in purezza. Tolomeo è il Cabernet Sauvignon in purezza che nel calice è immediatamente vegetale come se i venti della Maremma abbiano portato all’interno tutta la vegetazione delle colline. Il sole ha scaldato la frutta che è diventata matura contaminandosi con le spezie e le tostature. La ciliegia e lo zest di arancia vengono pervase dal cacao, dal pepe verde, dai chiodi di garofano.  In bocca è una folata di vento fresco con gli indomiti e potenti tannini che risaltano l’imponente vegetale. Poi all’improvviso, il vento cala e la lingua si ritrova custode di un incredibile sapore di ciliegia. Un vino duro e determinato che coglie l’essenza della Maremma restituendo sensazioni forti. Scordatevi di berlo senza il giusto contributo di una pasta con ragù di selvaggina o meglio un cinghiale o una lepre. Il Morellino di Scansano 2022, Sangiovese in purezza. Donna Antonietta. Una vera dedica per un vino che nel calice è rubino e croccante. Già, croccante per i sentori di frutta fresca e fiori rossi. La rosa, la violetta e la frutta che sembra già scrocchiare sotto i denti. Prugna, sottobosco, zest di arancia e un velo di balsamico che appare come vento fresco che accarezza le foglie.  Il Morellino che lui non voleva fare perché diceva che si trova anche al supermercato. Poi andavo a vendere il vino e me lo chiedevano. In bocca è ampio con i tannini levigati. Anch’essi dal vento. Freschezza e calore sono ben amalgamati per un piacere vivo. Appagante per come la bocca rimane in quello stato di grazia difficile da trovare in un Sangiovese. È morbido nonostante l’assenza di legno. Duro il giusto, ma solo un pò. Quanto basta perché non sembri smielato. Donna Antonietta è dolce come colei a cui è dedicato ma che sa essere duro quando serve. Solo quando serve. Morellino ovvero sangiovese in purezza. Poi un altro Sangiovese in purezza barricato. Quindi il Cabernet in purezza. Abbiamo deciso di fare il blend 50% di Cabernet e Sangiovese. Sei in ballo ed ecco il rosa con il Sangiovese. Adesso ho messo altro Vermentino che va molto bene e con l’idea delle bollicine ho messo dello Chardonnay. Poi due rossi Merlot e Cabernet Franc. Visto che la base del Supertuscan è il blend di Sangiovese e Cabernet. Vediamo cosa viene.  Il Sangiovese e Cabernet è Dicembre. Un mix che già dal colore appare evidente con il Cabernet che colora il Sangiovese. Finezza ed eleganza del Cabernet che sa di frutta matura, pastosa e melassosa; il Sangiovese con croccantezza e floreale a rendere vegetale il blend.  Arriva il peperone insieme a tostature e spezie. Blande, non invasive. Presenti, non predominanti. È cosi che i chiodi di garofano insieme alla vaniglia e al cioccolato fanno capolino. Poi un velo di rosmarino e zenzero.  Ampiezza in bocca. Di quelle che lasciano in dote, pienezza. Tannini maturi anzi, eleganti. Elegantemente vellutati. Un percorso gustativo che si palesa con la forza del Cabernet per poi lasciare spazio alla verticalità del Sangiovese. Mi piace il bilanciamento che sa di eleganza, forse non ancora di finezza. È un 2022 ed avrà tutto i tempo per evolversi come può. Anzi, come deve. Keplero è il Sangiovese 2022. Note di colore granata evidenziano il passaggio levigante in botte. Al naso la frutta non può che essere matura, quasi cotta. La verticalità del Sangiovese senza botte si attenua così da far emergere le erbe aromatiche, la liquirizia, il ginepro, il pepe verde, i chiodi di garofano, la prugna secca, la ciliegia, il coriandolo. La violetta? Non può mancare certamente. Balsamico? Ovviamente si.  Olfatto complesso e, anche qui, mai invadente. Proprio come Antonella e Antonio.  In bocca si allarga a dismisura con un morbido calore che pervade il palato. I tannini? Levigati ma non stucchevoli. La freschezza lascia il passo alla morbidezza della prugna e della ciliegia che sembrano spremute a rilasciare il loro prezioso succo.  Il finale? Meraviglioso anche grazie ad una lunga persistenza e una sapidità che spicca. Un sorso ampio, importante, a tratti godurioso con sensazioni di assoluto appagamento. Certo, necessita di un abbinamento per essere perfetto! Volevamo sperimentare perché il nostro enologo ci sconsigliava di piantare il Merlot. Diceva che ci vuole l’altezza. Ma altre cantine ce l’hanno In pianura verso li mare. Il terreno è cosi buono. Tutto sasso che si sgretola. Perché non provarci? Frieda è poi il Vermentino 2023. Lo versi e sembra quasi acqua nel bicchiere. Un colore impercettibile che però al naso sa di pesca bianca e biancospino, di salvia e alloro, di pera e mela. Sono poi le note iodate a ricordare che si tratta di un vino minerale e verticale. Quasi un senso di roccia, sasso, ferrite. Intenso. Altro che acqua nel bicchiere! In bocca appare immediatamente sapido, quasi salmastro. Secco e verticale con la bocca che produce saliva a lasciare poi, dopo una lunga persistenza, un intenso sapore di pesca bianca e pera. Fresco e armonico, vuole una pasta! Infine VB44, il rosato da Sangiovese. È rosa antico da buccia di cipolla (di Tropea però!). Sentori di arancia, anguria, rosa, violetta. Fragoline di bosco, lampone e un limone che si inserisce in una sorta di macedonia di frutta alpina. I fiori sono tutti li, a corollario della macedonia.  Se avessi chiuso gli occhi senza guardare il colore avrei avuto la netta sensazione di rosa antico. Sapido e fresco offre una sensazione floreale che rimane a lungo. La collina della Maremma colma di fiori incontra la sapidità dei venti marini. I frutti cotti dal sole, i fiori accarezzati dal vento. Ecco cosa è questo rosato. Convincente anzi, molto convincente! Antonella e Antonio. Sempre con il sorriso. Divertendosi. Pensando al proprio futuro senza pensare se ci sarà o meno. Tutto ciò li tiene meravigliosamente e incredibilmente attivi. Anzi no, vivi. Ecco, vivi è il termine giusto. Perché tutti noi dovremmo sentirci vivi in ogni istante della vita. Vivi e con la dannata voglia di pensare al futuro e a tutto ciò che saremo in grado di realizzare. Immaginate cosa sarebbe il mondo se tutti la pensassero esattamente come Antonella e Antonio. Io lo rifarei anche se noi abbiamo approcciato tutto con uno spirito di incoscienza straordinario. È il nostro giochino dico alle volte. Altro che giochino! Impegnativo.  Una certa età anagrafica. Una esperienza di vita importante. Due figli. Nipoti. Nessuna intenzione di riposarsi. Come se la vita fosse un dono così importante da non poterlo sprecare rimanendosene seduti a giocare a carte e contemplare il nulla. Io ero terrorizzato dall’idea di andare in pensione e sedermi sulla panchina a leggere il giornale. Avevamo il sogno nel cassetto come si usa dire e l’abbiamo tirato fuori. Sono in gamba come salute e anche mia moglie e posso tenere botta. Essendo medico lo tengo sotto controllo. Giro con il trattore. Sto in vigna. Tutto il lavoro manuale non lo faccio io. Ho trentaduemila viti e non ce la faccio.  Io prima stavo dando concime agli ulivi. Abbiamo belli ulivi ma sono giovani. Varietà particolari come il Leccio del Corno. Fa un olio buonissimo ma va via tra parenti ed amici.   Anche gli olivi. Piante immortali, loro si, che resistono al tempo e che solo dopo tanto tempo danno ottimi frutti. Ma poco importa anche per questi.  Nessun rimpianto nelle parole di Antonella e Antonio. Quello che possedevano a Milano e Arcore lo hanno venduto per investire qui. Io qui sono strafelice. Ho vissuto in Lombardia ma sono calabrese e questo clima… sono felicissima. Il tessuto sociale qui è molto lasco. Il più vicino è a cinquecento metri. Lui sta sul suo trattore e io sul mio. Dal punto di vista lavorativo. La sono più efficienti. Una volta un contadino mi disse che la terra non è di nessuno perché puoi certamente averne la proprietà e farci ciò che vuoi, ma alla fine, è di tutti, è parte integrante del pianeta sul quale viviamo. Proprio per questo principio e per la semplice circostanza che tutti noi siamo mortali, la terra va trattata con rispetto al fine di lasciarla a chi verrà dopo di noi, nelle migliori condizioni possibili. Possibilmente meglio di quando l’abbiamo presa noi. Un principio incredibilmente saggio e di lunga prospettiva.  Mi piace pensare che Antonella e Antonio stiano facendo proprio questo con il proprio sogno, così bello che rimarrà anche dopo di loro. Chiunque se ne occuperà. La vera immortalità è il loro insegnamento. PS, Antonella e Antonio sono la dimostrazione che bevendo vino si può arrivare a tarda età! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
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Contini 1898. La convivialità in Sardegna Arrow Right Top Bg

13 Agosto, 2025

Contini 1898. La convivialità in Sardegna

  La prima volta che andai negli USA era il 1988. Il matrimonio di mia cugina Patrizia fu la scusa perché mamma e papà caricassero i figli su un aereo diretto a New York. All’epoca era un’altra America e ogni cosa era grande: dalle magliette agli hamburger, dalle strade ai palazzi. Ricordo benissimo e ho i brividi ancora oggi che la mente va a quel momento, quando, uscendo dalla Grand Central Station di New York alzai lo sguardo al cielo vedendo quei palazzi che si perdevano verso l’alto. Non avevo mai visto nulla di simile. Spaventoso e al contempo meraviglioso. Chi li aveva mai visti palazzi così alti? Quando salimmo fino su in cima all’Empire State Building fu un’altra sensazione incredibile. Il grande, la grandezza, spaventa. C’è poco da fare. Quando si è dinanzi a qualcosa che va oltre la nostra portata, le sensazioni sono quasi di scoramento. Una sorta di viaggio verso l’ignoto, di fune della quale non se ne vede la fine. Abituati a ciò che possiamo vedere in ogni sua dimensione, quando c’è qualcosa che va oltre, veniamo assaliti da sensazioni di diffidenza. Nel mondo del vino ci sono una moltitudine di realtà e la bellezza sta proprio in una varietà presente in pochi altri settori: dal piccolo produttore che fa tutto in cantina alla grande azienda che produce milioni di bottiglie.  Spesso però, quando ci si approccia al grande, il pensiero va subito alla bassa qualità, alla mancanza di territorialità, al voler industrializzare qualcosa che è nato come artigianale.  Preconcetti? Verità? Dipende. Come sempre dipende dal tipo di approccio che la stessa azienda vuole impostare.  Nel mio girovagare per il mondo del vino ho francamente incontrato di tutto. Un tutto che ha sempre avuto una ragione di esistenza in un ambiente che necessita di servire una variegatissima tipologia di clientela.  Per capire meglio una grande realtà nel mondo del vino, la Contini 1898 di Cabras, vicino Oristano, ho incontrato Andrea Atzori, l’uomo che segue la parte commerciale dell’azienda. Un ragazzo dinamico e diretto con la chiara inflessione sarda della quale va fiero. Ama il suo lavoro. Ama la sua terra. Con lui parliamo di Sardegna, di vino, di terra, di mare. Una chiacchierata senza un particolare scopo se non quello di conoscere meglio una azienda della quale avevo solo sentito parlare e mai assaggiato i suoi vini. La prima cosa che imparo proprio ascoltando Andrea è che il nome dell’azienda come lo pronuncio, ovvero Contini con l’accento sulla prima i è sbagliato. Andrea mette l’accento sulla o. Non so se la pronuncia sia una questione di inflessione regionale o perché è proprio così il nome dell’azienda. Non glielo chiedo. Mi sembra brutto iniziare una chiacchierata così. Contini in questo momento ha un percepito in Sardegna, che è il mercato che curo, importante. Negli ultimi 25 anni si è rinnovata passando da azienda familiare a industria. È una azienda che da 125 anni e cinque generazioni è di proprietà di una medesima famiglia. Nasce come Vernaccia di Oristano DOC che è uno dei nostri prodotti più pregiati al quale siamo molto affezionati. Poi si è anche adattata alle necessità del mercato. Ha saputo rinnovarsi evolvendosi dalla Vernaccia e dai vini rossi a base Nieddera che troviamo solo nell’oristanese. Negli ultimi 35/40 anni ha affiancato anche Vermentino e Cannonau che hanno permesso di approcciare altri mercati con una gamma di etichette, 22. Abbiamo a catalogo prodotti che possono stare in un importantissimo ristorante stellato come la Vernaccia a lunghissimo invecchiamento ma anche nella trattoria, nel ristorante popolare o nello scaffale di un supermercato. 240 ettari lavorati in diverse tenute per circa due milioni di bottiglie. 22 etichette che spaziano esclusivamente tra vitigni sardi: Vermentino, Nieddera, Vernaccia, Cannonau. Una attenzione alla territorialità: Vernaccia e Nieddera vicino Cabras, nella penisola del Sinis e nella valle del fiume Tirso. Vermentino e Cannonau, per circa 45 ettari, a sud verso Cagliari nel comune di Marrubiu alle pendici del monte Argi, antico vulcano spento dove sorge la tenuta Terre di Ossidiana. Sempre Vermentino e Cannonau, a nord, nella zona di Sennori, nel sassarese.    A Sennori abbiamo una piccola tenuta di Vermentino e Cannonau a conduzione biologica. Da qui arrivano le uve della linea Mamaioa che significa coccinella. Una piccola tenuta in Gallura dalla quale arriva il Vermentino di Gallura. Poi in Barbagia tra Oliena e Mamoiada per il Cannonau riserva.  Diverse tenute, diversi terroir, diverse esposizioni, diversi climi. La forza di un grande gruppo si vede anche in questo. La capacità di diversificare tramite territori diversi. Sempre e comunque con vitigni regionali. Vernaccia e Nieddera come elementi di tradizione e fondamenta dell’intera azienda.  A guardar bene Contini, appare profondamente diversa da altre realtà che spaziano su territori e vitigni con l’unico scopo di aumentare il numero di bottiglie prodotte. In questo caso la gamma si basa solo ed esclusivamente su vitigni locali. Tradizione di una terra. Le interpretazioni certamente diverse e giustamente modernizzate per creare vini che, solo in taluni casi hanno lo scopo di avvicinare le persone a questo mondo.  Facile cadere nel banale quando si parla della produzione di oltre due milioni di bottiglie. Facile pensare che si producano vini che devono necessariamente piacere. Ma non è così per Contini.    Partiamo ad esempio dalla Vernaccia di Oristano DOC, un vino che ha maturato per quattro anni in caratelli di rovere in grado di conferirgli un bouquet pazzesco fatto di fichi secchi, mandorle, zest di arancia, cannella, mela cotta, caramello ma anche tanta freschezza vegetale. È qualcosa che sa principalmente di rotondItà che lo stupendo colore ambrato nel calice supporta una aspettativa dolciastra, quasi mielosa. Invece al palato è secco e così sapido che la bocca si riempia in maniera non stucchevole ma assolutamente appagante. Così appagante che un calice non basta. Si crea facilmente dipendenza per via delle note ossidative che si trasformano in lieve poesia. Tutto meraviglioso e avvincente per chi è abituato a provare tanti vini. Certamente non un vino immediato. La Vernaccia non è infatti un vino per tutti. C’è chi, annusandolo, si aspetta dolcezza e al sorso rimane deluso. Chi invece sperimenta e lo beve per un aperitivo, alla maniera dello Sherry di Jerez o chi osa come me, abbinandolo ad una Cacio&Pepe, scopre un vino decisamente fantastico. La Vernaccia è un vino che non dovrebbe, ragionando per stereotipi, in una grande azienda. Complicato, complesso, dannatamente fuori dal contesto della massa. Eppure è qui in gamma e rappresenta qualcosa che durerà rispetto a qualunque altro vino presente. Dal lato opposto rispetto alla Vernaccia c’è il Karmis, da Vermentino e, comunque, da Vernaccia. Semplice, pulito che già dai primi sentori ammalia. Pesca bianca, melone bianco, un pò di salvia, note floreali e salmastre a spiazzare leggermente. Ma senza eccedere. Poi in bocca parte con una nota morbida, suadente e leggera. Un agrumato avvolgente che grazie alla sapidità non stanca, anzi, invoglia ancora. Un sorso che ne richiama un altro per via di una bocca lasciata sempre magicamente pulita. Un vino che si beve e si beve ancora. Fresco, sapido, avvolgente. Cosa si può voler di meglio per bere in compagnia dinanzi ad un aperitivo o ad un bel pesce? Scorre e scorre a fiumi. Ecco, Karmis è facile ma non per questo meno buono e meno interessante. Per realizzarlo si sente che si sono uniti due vitigni con caratteristiche speculari. Il lavoro in cantina c’è e si sente in ogni sfaccettatura.  Nel mezzo I Giganti Rosa da Cannonau e Nieddera. Due territori diversi e due vinificazioni diverse (acciaio e barrique) che si uniscono. Ne deriva un rosato che ha quel colore buccia di cipolla che è bello e luminoso.  Sentori di mela e pesca granulose rese fresche dagli agrumi. Poi banana, melograno, anguria e erbette di campo e rosa. In bocca è qualcosa di palpabile e vellutato con la banana che diventa quasi gelato. Fresco e sapido, lascia la bocca in uno stato di piacevolezza estrema. Uno di quei vini che non mette d’accordo tutti ma coloro che si ritrovano, non lo mollano più. Quindi I Giganti Bianco, sempre Vernaccia e Vermentino come il Karmis ma con maturazione in tonneaux. Qui c’è intensità, corpo, struttura. Un bouquet olfattivo che oltre a quanto già trovato nel Karmis si arricchisce di piccole spaziature non invasive. Il tonneaux infatti lo ha arrotondato, senza eccedere. Non è legnoso ne forzatamente speziato. Mantiene un giusto equilibrio e la rotondità non prevale. Anche in bocca dove la sapidità marcata gioca un ruolo importante. Pienezza, avvolgenza ma anche tanta verticale sapidità per una persistenza che indubbiamente si allunga. Senza stancare. Ecco dunque un vino importante che non si da tante arie. Da vero sardo, non vuole sembrare aristocratico. Il mare poi, si deve sentire! Poi c’è il rosso, I Giganti Rosso Tharros da uve Nieddera, Caddiu e Bovale surmaturate e vinificate almeno 12 mesi in un misto di tonneaux e barrique. Devo dire un altro vino che non si perde tanto in sfumature stilistiche volte ad avere bouquet complessi e con sentori da decifrare. C’è la marasca, il ribes, la liquirizia e quel meraviglioso balsamico che non ti aspetti da un vino sardo volto ad esaltare fiori rossi e mirto. Le spezie arrivano ma non per esaltarsi quanto per rendere elegante i profumi. L’ematico lo riporta a terra anzi, alla terra. Il colore è un bel granata, segno di un affinamento che c’è stato e ci sarà se mantenuto, anche a lungo, in bottiglia. Al palato è ampio e fine. I tannini? Vellutati come è giusto che sia per un vino che vuole convivialmente farsi piacere rendendolo sinuoso e volitivo. Il tono viene comunque fornito da un discreto vegetale. Rimane a lungo in bocca lasciando quel senso di marasca speziata, quasi amarognola. Convince e convince maggiormente quando lo si abbina bene ad una carne anche in estate (bevuto alla temperatura che dovrebbe ovvero di 14-15°). Smarcato lo stereotipo delle tipologie (ne ho provati solo pochi dei 22) c’è da vincere anche quelli relativi alla bassa qualità che una azienda grande è in grado di offrire.  I vini che ho assaggiato possono essere definiti più o meno facili ma certamente identitari e ben realizzati. La grande attenzione alla qualità che non sempre nei vini artigianali o di piccoli produttori si ritrova qui è palese.  La mia compagna ha una vigna a Mamoiada e produce circa 15 mila bottiglie. Anche in casa c’è uno scontro continuo tra azienda strutturata e piccolo produttore. Pratiche completamente differenti. L’azienda importante può fare qualità e anche altissima qualità facendo economia di scala arrivando ad un prezzo competitivo. Questo non vuol dire rinunciare alla qualità. Abbiamo quattro Vermentini con prezzi diversi da quattro vigne diverse. C’è un modo di fare qualità anche con le grandi aziende. Le piccole aziende hanno un fascino diverso che per una azienda strutturata viene un pò meno. Diciamocelo chiaramente: non sempre il vino del contadino è buono. Aggiungo che anche quando si vuole dire sia genuino, ho qualche dubbio. Alessandro e Mauro Contini   Qualunque vino proveniente da piccole produzioni, è realizzato unicamente secondo  coscienza. Ho conosciuto centinaia di piccoli produttori che tengono al vino come fosse un figlio. Lo curano a partire dall’acino per poi in cantina, coccolarlo fino a quando non è in bottiglia. Alcuni pure da imbottigliato. Ma se si chiede loro quale processo abbiano utilizzato, spesso non si ha una risposta univoca. Dipende è ciò che ci si sente rispondere. Dipende dalle annate. Dipende da cosa ha detto l’enologo. Dipende da cosa mi è venuto in mente. Dipende.  Solo che “dipende” non è un processo. Non c’è un controllo di qualità se non quello dei campioni portati al laboratorio.  Una grande azienda, non si può permeare di non avere un processo, dei protocolli, degli standard di qualità elevatissimi. Il vino non può avere difetti cosa questa che porta la qualità ad un livello superiore. Anche qui, ovviamente, c’è la coscienza. Oltre che la frode in commercio per chi sgarra. Io come azienda ho un percepito importante e non posso pensare che ci sia un difetto. Ho una platea di clienti per i quali non ci può essere un problema di qualità. Quando lavoriamo con la grande distribuzione, come noi lavoriamo in Sardegna, non posso pensare che ci sia un vino con un difetto. Mi sento di garantire che la qualità dei nostri prodotti di fascia medio alta. Questo grazie al nostro enologo Pietro Cella con il quale lavoriamo da circa 25 anni che ci da grande sicurezza. Anche se sei l’azienda che produce due milioni di bottiglie l’anno, nulla puoi fare quando le stagioni non sono delle migliori. Occorre attivare tutti i contatti per trovare le uve per garantire comunque i contratti, ma non tutte le uve sono buone. Si cerca insomma di limitare i danni. È complicato per la necessità di garantire dei volumi. Però abbiamo dei prodotti di eccellenza come il nostro Barrile che non escono in tutte le annate. Le Vernacce più importanti nelle annate particolari, non escono. Andrea è un commerciale nato. Sardo che lavora in Sardegna per una azienda sarda. Quando parla si percepisce come non sia per lui solo un lavoro. Non si tratta solo di essere aziendalisti ma di amare il proprio lavoro, la propria terra, la cultura sarda. È lui il primo a crederci nel progetto. A sposarlo in pieno.  Così, quando gli chiedo quale vini porterebbe al suo matrimonio, lui risponde così   Porterei il Mamoia Bianco e come un rosso sceglierei sempre un Mamoia che fa solo acciaio e lo puoi bere. Come spumante, uno della mia azienda. Quando arriverà il momento mi metterei la casacca di Contini perché in quella occasione avrei voglia di presentare i miei vini. Vado fiero del mio lavoro. In questa riposta c’è Andrea in tutto e per tutto. Non è ancora arrivato il momento di metter su famiglia ma quando sarà, la festa sarà grande e si dovrà bere. Ecco perché sceglie due vini che si possono bere senza avere la presunzione di qualcosa di importante. Verticali e sapidi così da accompagnare i cibi del territorio per una festa che dovrà durare a lungo. Due vini estremamente territoriali, per nulla altezzosi, per nulla iper strutturati. Sardi, come Sardo è lui.  Contini è una azienda sarda che al momento riesce a sviluppare l’80% del fatturato proprio in Sardegna. Ecco perché gli sforzi non possono che essere orientati al resto d’Italia e all’estero. Un riequilibrio necessario per crescere. Anche se poi la Sardegna, in estate, continua ad essere invasa da turisti ululanti che consumano ettolitri di Vermentino e Vernaccia (meno Cannonau e Nieddera). Turisti che adesso trovano anche l’accoglienza in cantina, a Cabras. Negli ultimi cinque sei anni cambiamenti importanti ci sono stati. Ci siamo slegati da una azienda di famiglia. Ora ci approcciamo all’enoturismo con la creazione di locali strutturati ad hoc. Siamo anche molto più strutturati con la comunicazione con Giulia Eremita che si dedica a questo. Per il futuro sono abbastanza fiducioso. L’azienda sta investendo molto ma ci dobbiamo scontrare con le dinamiche di mercato.  Investimenti nell’accoglienza. Investimenti in comunicazione. Investimenti in nuovi prodotti. Una etichetta in piccola tiratura è nata nel 2022. Compoidori. Il capo corsa della giostra del carnevale di Oristano. È una Vernaccia Valle di Tirso igt. Macerazione sulle bucce e sei mesi di affinamento in botti che precedentemente hanno contenuto la Vernaccia di Oristano doc. Non so se è innovativa ma va a ricalcare una Verernaccia giovane alla quale si può dare una nuova vita. Certo che è dura la vita per un commerciale di questi tempi. Tanta concorrenza. Venti di crisi. Minor propensione al consumo di vino. Ma Andrea è un positivo. Ha nel suo caricatore ben 22 cartucce da giocare. Per certi versi un pò troppe. Specialmente quando occorre andare a presentarle. Coprono tante esigenze, è vero. Però sempre complicato. Magari qualcosa la taglierebbe. Per poi pentirsene un attimo dopo. Chi lo sa. Sempre complicato rinunciare a qualcosa.  Io dico che in questo complicato mondo del vino, aziende storiche come la Contini non solo hanno il diritto di esserci ma hanno il preciso dovere di essere promotrici dello sviluppo dei territori. Forza trainante propulsiva da incentivare e preservare. Altro che snobbare. Eppoi, lasciatemi dire in finale che i vini che ho avuto il piacere di assaggiare, lasciano il segno. L’estrema facilità di beva non deve infatti in nessun modo essere scambiata per banalità ma, al contrario, volontà di offrire prodotti in grado di allietare quel momento di convivialità che dovrebbe sempre essere il consumo del vino.   PS Proprio mentre finivo di scrivere questo articolo ho ricevuto da Giulia Eremita il comunicato stampa che informava di come la Contini 1898 fosse stata insignita insignita del prestigioso Premio Eccellenze Italiane 2025, riconoscimento che celebra le storie esemplari del panorama imprenditoriale, culturale e artistico italiano.
Il premio, conferito dal Progetto Eccellenze Italiane fondato dal giornalista Piero Muscari e alla sua nona edizione, riconosce alla cantina di Cabras un percorso imprenditoriale di oltre un secolo caratterizzato da eccellenza qualitativa, passione familiare e profondo legame con il territorio. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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