Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perchè il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma sopratutto Sommelier per passione e dedizione. Dirigente in una importante realtà del mondo automotive, Ivan racconta con passione e semplicità, territori e produttori d’eccezione.
WIA Ambassador, Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino, creata appositamente per lui, si arricchirà ogni settimana di suggestive esplorazioni e di scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.
Seguiamolo in quest’avventura.

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23 Giugno, 2023

Pomario, la nobiltà per il vino

Pomario, la nobiltà per il vino La nobiltà e il vino. Antico connubio poi nemmeno tanto diffuso. Sarà che un tempo i nobili non prestavano tanto attenzione a queste cose. Il vino era uno dei tanti prodotti delle proprie terre. Uno di più, uno di meno, faceva poca differenza. Abituati a tutt’altro piuttosto che andar per campi a lavorare o a trasformare i prodotti della terra. C’era chi si occupava di questo. Le cose, mondane, da fare erano altre. La terra? Si certo c’era perché dalla terra nasce tutto e il valore di un nobile si calcolava anche in funzione della vastità delle sue proprietà. Ma se quel nobile producesse un vino buono o meno, forse, all’epoca, non interessava a nessuno. Contava il titolo, le proprietà, la rendita. Solo da relativamente pochi anni (quando si parla di nobiltà il “poco” ha una accezione di parecchie decine di anni) alcune casate nobiliari hanno prestato il proprio nome all’etichetta di un vino. C’è chi l’ha fatto per necessità (anche i ricchi piangono mi verrebbe da dire), chi per estro, chi per noia. Tutti, comunque, accomunati da un comune denominatore: le terre di proprietà. Vigne vecchie, tramandate di generazione in generazione. Nessun problema di disponibilità economica (anche se non sempre è così) utile per far decollare il business. Tanto marketing utile a scrivere storie, piò o meno vere, sull’interesse nel vino dei propri avi. Insomma, pochi, davvero pochi, i nobili che hanno inoculato nel vino un po’ di passione e cuore (interessante l’articolo della celebre rivista Forbes). Certo, a dissertar di vino e nobiltà non può non venirmi in mente Alberto Sordi ne “Il Marchese del Grillo” e le sue vigne del Mascherone. Tralascio ovviamente una delle battute, da nobile, che ha reso celebre quel film ma ne cito solo l’inizio “Mi dispiace, ma io so io….”. Comunque sia, si può nascere nobili così come si può esserlo di animo. Difficilmente si posseggono entrambe le doti (e qui la battuta di Alberto Sordi ci starebbe tutta). Quando però, in rarissimi casi, vi è una convivenza di nobiltà di sangue e d’animo, anzi quando quest’ultima prevale nettamente sulla prima, allora il risultato è senza pari. Il titolo nobiliare è importante. Non fosse altro perché se un merito va dato alla nobiltà è la storia “trasportata” tra i secoli anche attraverso le proprie dimore e quanto in esse contenuto. La nobiltà d’animo include la classe (non quella sociale) e le buone maniere, spesso proprie di quelle persone che non solo sorridono, ma lo fanno con naturalezza. Senza ostentare. Senza far pesare la storia, il casato, il titolo. Le buone maniere delle quali si circondano e a volte, non sempre, si trasmettono anche ai propri figli. Incontro Giangiacomo Spalletti Trivelli ed il figlio Andrea. Ci conosciamo per caso ad una degustazione. Di entrambi mi conquista il sorriso e la loro sfrenata passione per il vino. Giangiacomo ha un volto sorridente, non certo austero né tantomeno annoiato. Ha il sorriso e l’animo di un ragazzo che vede il suo futuro ancora da essere scritto e costruito. L’entusiasmo nel suo sguardo, nel tono di voce, nelle movenze, nei modi di fare. Solare lo definirei. Sarà che la sua azienda, la Pomario, non è solo il suo e della sua famiglia, angolo di mondo lontano dal mondo, ma rappresenta una creazione nata senza volerlo. Non solo da lui ma anche dalla moglie Susanna e dai figli Andrea e Raimonda. L’attività principale di Giangiacomo e della famiglia intera è sempre stata all’insegna della ospitalità esercitata anche attraverso Villa Spalletti Trivelli, un gioiello dei primi del novecento, a due passi dal Quirinale, oggi annoverata tra le Dimore Storiche Italiane: un boutique hotel, un angolo nascosto di Roma, che vale la pena di visitare. L’ospitalità si fa anche nei modi con cui ci si pone. Nell’atteggiamento. Nelle movenze. Come quelle di Giangiacomo ed Andrea: si capisce immediatamente l’inclinazione verso la sacralità dell’ospite. Comunque sia, la storia di Pomario, dunque della azienda vinicola, nasce per puro caso nel 2004. Vivere al centro di Roma può sembrare fantastico ma per certi versi devastante vista la caoticità che porta con sé. È per questo che Giangiacomo e sua moglie Susanna cercano uno sfogo in campagna ad una distanza da Roma accettabile: non più di un’ora e mezza. Cercano qualcosa che sia loro. Niente di preconfezionato. Hanno bisogno di una casa in campagna. Magari da rimettere a posto. Le agenzie immobiliari fanno varie proposte ma nessuna di queste soddisfa le loro esigenze. Bei posti ma tutte case restaurate non proprio con buon gusto. Da rimetterci mano insomma. Ma un bel rudere da rimettere a posto?” L’agenzia propone una cosa vicino a Monteleone di Orvieto. Ecco, prima di andare avanti vado direttamente alla fine ovvero ad un aneddoto che Giangiacomo, in chiusura della nostra chiaccherata ha ricordato. Parto dalla fine perché quell’aneddoto esprime esattamente tutta la storia di Pomario. Dell’amore e della passione di persone che, pur non avendo mai avuto a che fare con la campagna, dunque con la vite ed il vino, hanno profuso per oltre 17 anni. Senza la benché minima intenzione di smettere. Anzi. Susanna ed io siamo andati una domenica ospiti da un amico di vecchia data che aveva acquistato una proprietà vicino Todi. Abbiamo mangiato e poi ci ha fatto visitare la proprietà. Era così bella che con mia moglie ci siamo guardati e lei ha detto “se quel giorno Fabio (l’agente immobiliare), ci avesse fatto vedere questa cosa, Pomario non sarebbe nata. Eh già. Sarebbe stato difficile acquistare una proprietà come quella di Pomario che di bello, all’apparenza, non aveva nulla per un’altra pronta e vivibile. Quello che infatti trovano Giangiacomo e Susanna è il nulla. Già, il nulla. Abbandonato da tempo. Lasciato alla mercè del tempo Siamo arrivati qui in una giornata orrenda. Nebbia spaventosa. Non si vedeva nulla. Siamo entrati in un bosco avvolto nel surreale silenzio. Si vedeva solo una vigna e degli olivi fino a quando è emersa la casa che sembrava un po’ la casa che si disegna da bambini. Insomma, non una bella impressione. Come la racconta, sembra una scena di un film horror. Fabio, l’agente immobiliare non sembrava avesse avuto una buona idea a portarli lì, in quel giorno. O forse no. Perché Giangiacomo e Susanna decidono di tornarci. Con il sole. Chissà, forse una scintilla era già scoccata senza saperlo. Vai a capire se il cuore riesce a vedere più degli occhi e oltre la nebbia. Fatto sta che il compromesso viene firmato subito dopo essere ritornati. Con il sole. Al cuor non si comanda. Anche se poi si arriva a comprendere come i lavori necessari per rendere abitabile una casa, senza neanche acqua e luce, con tutto da rifare, con le terre incolte, non siano proprio banali. Ma al cuor non si comanda. Punto. Abbiamo anche conosciuto una persona che ha vissuto qui per pochi anni e fino agli anni 50. Dopo di che c’è stato l’abbandono. Il proprietario non curava né gli olivi né la vigna. Quando la abbiamo acquistata era in vendita da alcuni anni. Aveva anche il problema di far rivivere il posto poiché mancava l’acqua, la luce. Casa a parte, che a chiunque darebbe dei grattacapi non dà sottovalutare, occorreva anche dar conto di una bella pertinenza di 50 ettari: quaranta di bosco (quello fitto dal quale emerse la casa disegnata) e il resto diviso tra ulivi, terreno seminativo e un misero ettaro di vigna vecchia. Trebbiano, Sangiovese, l’uva era tutta mischiata come erano quelle dei contadini di un tempo. Insomma, qui non può non intervenire il Marchese Onofrio del Grillo quando porta il francese Blanchard nella sua tenuta e questo gli chiede “Sono tue queste terre?”. “E qui è tutto mio” fa il Marchese. “Fino a dove?” rincalza Branchard. “Ma non lo so. Fino al mare”. 50 ettari sono tanti. Specialmente se non hai in mente nessuna intenzione di fare qualcosa di agricolo e l’idea di metter su una azienda. Il rischio è lasciarli incolti. La terra c’era. Era bella così. Già ristrutturare la casa era cosa difficile. Così che l’uva raccolta si conferiva alla cantina sociale. Giangiacomo non è uno che se ne sta con le mani in mano. Sogna. Perché il suo animo lo porta a questo. Immaginare il futuro come gli piacerebbe che fosse. Un giorno dissi all’agronoma Federica De Santis “Ma se provassimo a fare una vinificazione qui con la vecchia vigna”? DCIM101MEDIADJI_0143.JPG È qui che si apre l’atto enoico (non eroico!) di Pomario con attori che entrano in scena a costituire, da qui in poi, una parte fondamentale della storia. Una qualunque struttura, grande o piccola che sia, si basa sulle persone. Persone che, certo, lavorano e devono percepire il loro stipendio. Ma che quando riescono a costituire l’anima dell’azienda, diventano di questa parte integrante. Federica non può che rivolgersi alla sua amica enologa Mery Ferrara, la quale coglie immediatamente le potenzialità del terreno, dell’esposizione, dell’influenza del bosco. Un unicum al quale non può non dedicare la sua attenzione. Compriamo una pigiaderaspatrice usata, una pompa (entrambe stanno ancora lavorando), una barrique, un tonneau e partiamo. Siamo nel 2009 e l’unica vigna è quella trovata e rimessa a posto col poco tempo a disposizione. Si ricava a malapena il quantitativo di uva atta a riempire un tonneau di rosso e una barrique di bianco. È venuto un vino che ha risentito del tonneau e della barrique nuova. Già l’anno dopo era meglio. Ogni tanto apriamo una bottiglia ed ancora strepitoso. È buona norma offrire del vino ai propri ospiti. Anche perché se lo produci a qualcuno lo devi pur far bere. Fatto sta che qualche ospite suggerisce a Giangiacomo di mandare alla rivista Decanter a Londra una bottiglia di Satriano, il rosso da Sangiovese in purezza. Abbiamo vinto la medaglia d’argento! Così che abbiamo subito clonato le vecchie varietà di Sangiovese, Trebbiano e Malvasia coprendo le fallanze della vecchia vigna. Fortuna del principiante? Ottime vigne? Brave enologa e agronoma? Sarà un mix magari, ma a fronte del risultato non si può non impiantare le nuove vigne. Il progetto del vino è ufficialmente avviato. Eh già direte voi. Facile partire con un progetto del vino quando sei nobile e disponi di finanze necessarie all’opera. Calcoli e business plan, non sono stati fatti all’inizio. Era solo passione e cuore. I calcoli cominciamo a farli adesso perché siamo alla conclusione del progetto. Ci stiamo arrivando. Tutto è stato fatto senza calcoli e con i mezzi per poterli fare. Un consulente ci ha fatto avere i fondi europei per fare le cose al meglio. Il 40% a fondo perduto ha aiutato. Giangiacomo non si nasconde perché non ne ha bisogno. Ciò che traspare è il vero amore per questa avventura. Amore e passione che vanno aldilà dell’aspetto economico. In fondo, l’avventura, senza l’anima, il sorriso e l’amore per queste terre, avrebbe portato solo alla rovina. O neanche sarebbe iniziata. E poi abbiamo, per colpa o per fortuna, mia moglie chiese a Mery: “ma un vino come il Calcaia, potremmo farlo qui”? Sarà una coincidenza ma la cantina Barberani che produce il Calcaia, vino muffato da Grechetto e Trebbiano toscano, era (ed è) seguita da Maurizio Castelli con il quale Mery collaborava. Si individua subito un terrazzamento che degradava verso il bosco, lì dove le nebbioline possono consentire all’uva di vivere in simbiosi con i ceppi di Botrytis Cinerea. Solo 8000 mq sui quali vengono impiantati Sauvignon Blanc e Riesling. Et voilà il “Muffato delle streghe” è servito. È un nome che ho voluto dare perché derivato dalle donne di Pomario. Lo ha voluto mia moglie, con una enologa, una agronoma, una cantiniera. E dire che mia moglie disse a Maurizio “Io non bevo vino perché sono astemia”. Maurizio le rispose “Signora lei è una potenziale alcolista”! Sicuramente una scommessa vinta per un vino che ha dato grandi soddisfazioni all’azienda e che la connota in maniera identitaria nel panorama vinicolo. Ho avuto modo di assaggiarlo e non posso che dirne bene. Completate e rimesse a posto le vigne con 4 ettari in totale, nel 2015 viene inaugurata la cantina per le degustazioni e l’enoturismo. Attività cardine per la famiglia vista la sua vocazione alla ospitalità. In zona l’enoturismo sta crescendo molto e cantine come la nostra non ce ne sono. Nel 2016 si coglie l’opportunità di rilevare dalle banche l’azienda vicina dell’allora Presidente della AS Roma Sensi. 170 ettari di cui 25 coltivabili. Lì abbiamo piantato 5 ettari di vigna ed oliveto. Ma a quel punto la cantina non bastava più e di nuovo giù a lavorare per l’ampliamento aggiungendo anche barricaia e bottaia. Pensare a come sia nato tutto questo riporta Giangiacomo al passato. La filosofia che guida i vini, il perché siano nati in un certo modo. Cosa ha contraddistinto i prodotti di Pomario. L’input credo di averlo dato io perché quando nemmeno si pensava che questa attività commerciale potesse diventare di un certo rilievo dissi a Mery Ferrara durante il primo incontro “a me interessa fare un vino di questo posto non qualcosa è più facile da vendere”. Il legame con questo posto è viscerale ed è tangibile parlando con Giangiacomo ed Andrea. Sembra strano quando qualcosa la si acquista. Le impressioni che mi hanno trasmesso parlano invece di un luogo ricostruito mantenendone l’atmosfera primordiale. Come quando si lucida l’argenteria ormai ossidata. Oggi è quasi difficile trovare un vino cattivo però si somigliano quasi tutti senza avere una identità precisa. L’identità invece rende un vino speciale. I nostri hanno una personalità che può piacere o meno ma ce l’hanno. Mery Ferrara ha sicuramente dato gli indirizzi enologici ma poi solo il tempo e la sperimentazione hanno dato il corso giusto ai vini. Sperimentando si è capito ad esempio sul Sariano quale potesse essere la botte migliore così che oggi ce le facciamo fare in Francia. Per l’Arale prima si faceva la fermentazione in acciaio, ora in barrique con le macerazioni in funzione dell’annata. Da un punto di vista di gamma delle etichette? Una lo abbiamo aggiunta da poco: il Ciliegiolo. Piccola produzione sperimentale. Ma penso che possa essere un buon prodotto perché proprio del territorio. Proviene da un nuovo vigneto. 900 bottiglie. Nel 2022 saranno 1500. Poi c’è un cru che vorremmo fare da una nuova vigna di due ettari e mezzo da un clone di Sangiovese, poi la Malvasia Nera, la Fogliatonda, l’Aleatico (Gamay). L’enologa ha decretato che è un vino da ceramica e abbiamo comprato un’anfora da dieci ettolitri. Il prossimo anno imbottiglieremo la prima annata. Da vendere prevalentemente in cantina. Probabilmente ad un prezzo più elevato. Gli altri vini sono abbastanza collaudati. Batticoda che è il bianco di ingresso da uve Grechetto. Sta avendo tanto successo e migliora di anno in anno Rubicola, un rosso che non fa legno realizzato con 70% Sangiovese e 30% Merlot. L’annata 2021 ha fatto un altro bel salto di qualità Rondirose, Sangiovese, Ciliegiolo e Merlot Il rosé piace e ha un suo spazio Arale, blend di Trebbiano e Malvasia in macerazione e affinamento in barrique. Sariano, il meraviglioso Sangiovese in purezza realizzato con lieviti autoctoni ed affinamento in botte. Sariano e Arale hanno il loro pubblico che si divide come accade tra tifosi. Chi ama Arale non ama Sariano e viceversa Infine il Muffato delle Streghe da Riesliing e Sauvignon Blanc. Non siamo partiti dall’idea che i nostri vini fossero i migliori al mondo e potevano dunque essere venduti ad un prezzo più alto. Abbiamo sempre cercato di essere onesti. La differenza di prezzo del muffato è dovuta alla lavorazione in biologico veramente difficile. Vendevamo una bottiglia di muffato ogni sei di Sariano. Ne avevamo davvero poche. Adesso abbiamo liberalizzato la vendita E una Bollicina? Il dibattito c’è. Le bollicine è bene farle nei posti più vocati anche se potremmo fare bollicine buonissime. Ma non credo ne valga la pena Andrea sembra avere idee diverse. Almeno riguardo la bollicina. Sa però riconoscere i meriti. Del papà. Dal punto di vista tecnico non mi posso ancora lanciare più di tanto perché il limite di gestire Villa Spalletti a Roma è non poter gestire la quotidianità della cantina. Magari con il tempo potrò presenziare quantomeno alle fasi più importanti della cantina. Creare una azienda come Pomario dove il vino non si era mai fatto, in una regione dove il vino si fa ma non ad altissimi livelli, e vedere i risultati raggiunti in 17 anni che per il vino sono niente, è fantastico. Pomario ha certamente qualcosa su cui si può lavorare. Come le etichette che mi piacciono da morire ma andrebbero aggiornate. La bollicina è uno degli argomenti dibattuti. Sono un appassionato di bollicine e come mamma per il muffato mi piacerebbe avere la nostra. Rischierei l’alcolismo con la bollicina a casa perché sarebbe difficile non berla. A livello commerciale avrebbe una cassa di risonanza e visibilità alla cantina. È comunque una moda che non passerà, dunque abbiamo il tempo di realizzarla. Insomma, onore al merito da parte di Andrea. Grande passione per il vino ma poco tempo per fare il vignaiolo. Per il momento! Mi è molto piaciuta l’idea della riserva/cru che servirà a far conoscere la cantina che oggi piace per il numero limitato di bottiglia e una famiglia che ci lavora. Si vede che non siamo vignaioli di tradizione ma una famiglia vocata all’ospitalità alla quale piace far sentire chi viene a visitare Pomario come parte di Pomario. Su questo credo di aver dato un mio minimo contributo e su questa linea vorrei continuare. Insomma, che dire, purtroppo so stati bravi! Ecco che mi torna alla mente ancora li marchese Onofrio Del Grillo dinanzi al quale si presenta Aronne Piperno per essere pagato. “Aronne, tu lavori bene, bello l’armadio, bella ‘a cassapanca, bello tutto, bravo! grazie, adesso te ne poi annà!”. Non è questo il caso di Andrea. Sa riconoscere il merito e non saprebbe nemmeno cosa cambiare. Onestamente non saprei cosa cambiare. Per la conoscenza che ho di questo mondo, si sono mossi bene. Abbiamo un team veramente speciale. Ad esempio, Stefania che nulla aveva a che fare con il vino, a sentirla parlare oggi sembra sia nata in mezzo alle vigne. È impressionante in un mondo dove “l’attaccamento alla maglia” sta sparendo, il senso di appartenenza del team. A Pomario, dall’ultimo arrivato a chi ci sta dal 2006, c’è un grande attaccamento. La settimana scorsa ho portato quattro albergatori per vedere il posto. È bastata una mezzora di Stefania per fargli acquistare 14 cartoni di vino. La squadra è fantastica. Unica. Da tutte le parti del mondo mi dicono che abbiamo delle persone incredibili che lavorano per voi. È proprio vero che sono le persone a fare la differenza. Senza il tocco umano, possono essere posti bellissimi ma rimangono cose. Scatole vuote. .Ho vissuto la storia di Pomario da ragazzino prima e vedendola a distanza, perché vivevo a Singapore, poi. Solo la passione può portare a creare una cosa così dal nulla nonostante non si avesse esperienza. Ricordo la preoccupazione di mia sorella per le finanze familiari. Andrea sembra avere tutta la voglia di essere parte dell’evoluzione di Pomario. Quasi come se volesse essere li invece che a Roma. Non lo nasconde poi nemmeno più di tanto. (Andrea) La mamma ha preteso per fortuna il muffato.. (Giangiacomo) Se fosse stato per me il muffato non ci sarebbe stato. Magari ci sarà la firma di Andrea sulle bollicine (Andrea) 100 mesi sui lieviti perché o si fa bene o non si fa Manca all’appello Raimonda in tutta questa storia. Mia figlia ha un marito che ha un naso e un palato notevole. Assaggiare i vini con il marito è una esperienza notevole (Andrea) Faceva i complimenti anche quando erano imbevibili. Ma lo faceva bene. Raimonda ha meno passione di Andrea per il vino per quanto la diverta e le piaccia venire a Pomario. A modo suo con amici, conoscenti, ecc, qualche mano nelle vendite ce l’ha data. Avendo avuto tre figli in tre anni e dovendosi occupare anche della Villa ha meno possibilità di incidere. Magari in futuro troverà un ruolo in Pomario. Cosa contraddistingue la Pomario? Andrea risponde di impulso “la genuinità”. In un mondo dove la qualità sta scomparendo Giangiacomo gli fa eco con la naturalità dei prodotti. Utilizzando anche un termine del quale non se ne può più, sostenibilità. Siamo partiti con l’idea che questo vino ce lo saremmo bevuti solo noi. L’idea della certificazione biologica è venuta dopo. Dovevamo fare il vino senza usare niente che potesse farci male. È stata molto importante la presenza di Federica, agronoma molto brava e incline. Pomario non poteva non trasformarsi per Giangiacomo e Susanna, da residenza di campagna a casa. Lasciate le redini di Villa Spalletti Trivelli ad Andrea e Raimonda (mi sa che non vedevano l’ora di lasciale…), che fai, ti fai scappare l’opportunità di vivere lontano da Roma, in campagna, in una stupenda tenuta come quella di Pomario? Mia moglie ed io siamo più a Pomario che a Roma perché Andrea e Raimonda hanno preso le redini della villa. Federica De Santis dirige le attività della terra e della cantina interfacciandosi con Mery. Abbiamo poi un gruppo di ragazzi fantastici. I ragazzi hanno sposato la filosofia di Pomario e il nostro amore per questo posto. Ciò che apprezzo di più è la loro versatilità. Chi preferirebbe stare al posto dell’altro? Io sto bene dove sto (Giangiacomo) (Andrea) Io ho un piede e mezzo a Villa Spalletti e mezzo a Pomario. Non mi dispiacerebbe stare più là. L’idea di starmene in campagna non mi dispiace anche se per adesso sono felice di promuovere e far crescere Villa Spalletti. Il mondo del vino sta passando da passione sfrenata a lavoro. Già la passione. Come si fa a non vedere la passione che, nobiltà e disponibilità economiche a parte, c’è in Giangiacomo ed Andrea. Non so francamente quanti anni abbia Giangiacomo. L’età non conta e, chiederla, mi sembra sempre scortese. Mi affascina però il suo animo che è proprio di chi guarda sempre al futuro in maniera positiva e costruttiva. Poi, di un tratto, dice una cosa, che spiega tutto. Questo lavoro nasce da una passione. Che mi piace fare anche vista l’età raggiunta. Mi piace pensare che i prossimi anni potrò dedicarli al vino. Più si va avanti con l’età e più il tempo passa velocemente. Pensiamo sempre più al passato più che al futuro che ci sembra corto. Viviamo di ricordi. Questo però aumenta la velocità del tempo che passa. Un’attività come questa comporta che stai sempre ad aspettare qualcosa: il nuovo vino da mettere in bottiglia, la nuova vigna che finalmente produrrà, cosa ci riserverà la nuova annata. È un modo per essere, a qualsiasi età, proiettati verso il futuro. Come fai a non essere d’accordo? Chiudo citando ancora il Marchese Del Grillo quando, sempre parlando con Banchard, parla dell’essere nobile. “Blanchard te credi che è facile nascere da ‘na famiglia come la mia, aho a Roma, col Papa i Cardinali. Da bambino sognavo de fa lo scienziato, l’esploratore, ma a chi le dicevo ‘ste cose? mi padre era un omo zitto, non me diceva mai gnente, studia e prega, mi madre me diceva: prega! così quanno è morto mi padre, mamma m’ha messo un precettore che m’ensegnava il catechismo, me dava certe bacchettate sul culo c’avevo due chiappe rosse come ‘n cocomero. Adesso faccio solo scherzi!…..perchè…. a Roma che voi fa? Che c’è? Chiese, Cupole, tetti, gatti mendicanti e…streghe…..” Ecco, Giangiacomo è riuscito a dare sfogo alla sua passione. Trovando finanche le streghe. Con il Muffato.   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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16 Giugno, 2023

Cesidio Di Ciacca, uno scozzese in Ciociaria

Cesidio Di Ciacca, uno scozzese in Ciociaria La vita è fatta di speranza e sofferenza. Di gioie, di dolori. Di lavoro, di fatica. Di litigi e riappacificazioni. DI viaggi, di scoperte. Di luoghi. Di ambizioni e sperimentazioni. Di figli, nipoti. Di nonni e genitori. Di famiglia. Di ricordi. Ogni pezzo della nostra vita produce ricordi. Che poi, prima o poi, riaffiorano. Possono esserci ricordi di vita vissuta o di narrazioni. Se così e se la curiosità è in noi, se c’è la voglia di capire le proprie origini, allora, si scava. Non solo dentro la propria memoria per trovare agganci, ma nelle carte, nei documenti, nelle foto. Perché? Perché le proprie origini sono le fondamenta della propria vita. Si può fuggire a tutto ma non alle origini. Da dove nasce tutto e dove tutto ha una spiegazione. Picinisco e Cockenzie. Picinisco è un piccolo paese in provincia di Frosinone: una terra di mezzo tra Lazio, Abruzzo e Molise. Immerso nel verde del Parco Nazionale d’Abruzzo. Oggi conta circa 1200 abitanti che erano tre volte tanto nel 1921. Fermiamoci ora proprio qui e cerchiamo di ritornare a quei tempi. Siamo alla fine della Grande Guerra. L’Italia ne usciva devastata e la povertà imperversava ovunque. Figuriamoci in un piccolo paesino del frusinate dove l’unica fonte di reddito poteva essere l’agricoltura e la pastorizia. Di uomini ne erano rimasti pochi. Decimati dalla Grande Guerra prima, dalla Spagnola poi. A Picinisco così come nei paesi limitrofi. Unico possibile modo di sopravvivere era andare via, emigrare verso lidi migliori. Verso luoghi mai sentiti ma che potevano offrire speranza. Fu così qualcuno prese l’iniziativa andando in luoghi più o meno lontani e, si sa come è nel paese, parte uno, poi parte la famiglia, poi qualche parente si accoda, poi qualche amico. Si creano le cordate di persone che da quel paese vanno nello stesso stato, paesino lontano di chi ha avuto il coraggio di partire per prima. Alle volte si perde anche la cognizione di chi sia stato il primo. Da Atina partirono alla volta della Francia; da Casalvieri per l’Irlanda; da Alvito e San Donato per l’America; da Settefrati per il Canada; da San Biagio per la Svezia. Da Picinisco partirono invece per la Scozia. Ecco, così iniziano i ricordi di Cesidio Di Ciacca. Un omone che è tanto alto quanto tenero (ed è molto alto Cesidio!) che ti conquista con quel suo accento misto tra britannico e italiano. Cesidio non è nato in Italia ma a Cokenzie, in Scozia. Nella vita è stato un importante avvocato, consulente e consigliere per varie società private impegnate in ambito alberghiero, finanziario, commerciale. Un personaggio che sembrerebbe lontano anni luce dal mondo del vino. Ma non dalle sue origini. Siamo tornati a Picisnisco per le vacanze ogni anno. I miei genitori dopo il matrimonio non sono tornati spesso perché avevano 8 figli e una gelateria. In Italia non c’era nessuno. I nonni materni nati a Picinisco, il nonno paterno in un paesino vicino, la nonna paterna nata a Londra e poi riportata a Picinisco a 6 anni. Dopo sposati, entrambe le famiglie seguirono la cordata di Picinisco verso la Scozia. Tante delle famiglie di Picinisco sono andate in Scozia. Quasi tutti i paesi della valle sono emigrati. La catena è iniziata con qualche persona. I ricordi di Cesidio sono come un fiume in piena. Ricordi frutto della memoria certo ma anche dell’attento studio della propria storia tramite l’analisi delle carte, delle foto, dei documenti. Così come della narrazione dei parenti. Quando ne parla c’è un misto tra orgoglio e tristezza: i fatti possono essere tragici ma rappresentano comunque il passato. Che non si può cambiare. All’inizio della seconda guerra mondiale, il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra. Lo stesso giorno ogni maschio civile italiano presente sul territorio della Gran Bretagna viene arrestato. Nonno Cesidio è tra questi. Arrestato e deportato tramite una nave, l’Arandora Star, verso il Canada. È il primo luglio 1940. Il due luglio, dopo un solo giorno di navigazione, la nave affonda. Muoiono 800 persone, 446 dei quali, italiani. Circa 100 provenivano dalle valli del frusinate. 23 da Picinisco. Una tragedia come questa, per quanto grave, potrebbe non avere influenze sui flussi della storia. Li ha su un paesino piccolo come Picinisco. Decimato dalle guerre e dai flussi migratori, 23 persone, con tutti i parenti che si sono portati dietro, fanno un discreto numero. Un numero tale da comportare il mancato ritorno di tutti a Picinisco. Anche perché la guerra qui fu veramente dura. La linea Gustav a difesa di Cassino passava proprio per queste parti così che i bombardamenti non fecero altro che alimentare la fuga di chi poteva. Eppure, prima delle tragedie, qui si tornava ogni tanto. Alle origini si torna sempre. Dalle foto che ho trovato, quasi ogni anno, i miei nonni Di Ciacca tornavano per la vendemmia. Non venivano tutti ma a turno. I Di Ciacca abitavano a Picinisco, in un piccolo borgo chiamato proprio “I Ciacca”. Li c’era la casa di famiglia dove la nonna di Cesidio, continuava a venire ogni tanto con qualche nipote. Prima che il borgo si svuotasse. Era il 1969 quando l’ultima abitante del borgo, una prozia di Cesidio, morì. Anche gli ultimi cugini di Picinisco da lì a pochi anni morirono portando così il borgo alla desolazione. Un borgo lasciato all’abbandono, disabitato e senza nessuno che se ne prendesse cura. Così stupisce che il comune di Picinisco, a seguito del terremoto del 1984, ricostruì parte del borgo in cemento. Il comune rifece i tetti in cemento rovinando tutto. Le case del borgo non erano danneggiate perché costruite sulla roccia che a sua volta poggiava su terreno argilloso. Le radici di Cesidio sembrano cancellarsi da una vita che scorre in direzioni diverse. Proprio quella apparente cancellazione indica a Cesidio la necessità di ritrovarle. Ritornando lì dove tutto era iniziato. Dove lui andava l’estate con la nonna. Dove i Di Ciacca avevano il proprio borgo oramai devastato. Disabitato. Inesistente. Ogni anno tornavamo in Italia per le vacanze. Quando la casa di nonna era in vendita, verso il 2000, decisi di non acquistarla per via di litigi in famiglia. Comprammo invece casa ad Ischia per dimostrare che non avevamo interessi a Picinisco. Tornammo a Picinisco in occasione di un matrimonio e chiesi a mia moglie di poter comprare una casa al borgo. Volevo fare un bed and breakfast di livello. Non solo per noi ma anche per permettere alla famiglia di utilizzarlo. Nessuno vuole andare in vacanza per stare peggio. Abbiamo così creato piccoli appartamenti per noi e per affittarli. Da lì l’idea di recuperare il borgo con l’albergo che sarebbe servito per accogliere e dimostrare al territorio che siamo una famiglia seria con l’interesse del paese. Nelle parole di Cesidio c’è tanto rispetto per la sua terra. Per Picinisco, per la Ciociaria, per il borgo dove i suoi nonni nacquero. Rispetto ma anche sensibilità per non essere visto come colui che arriva dalla Scozia per comprarsi tutto. Lo fa in punta di piedi, quasi sussurrando. Perché le persone in queste zone ci sono rimaste invece di partire. Qui hanno trascorso la loro esistenza e vedere qualcuno che arriva da lontano per comprare credendo di poter risollevare le sorti del paese, di rimettere tutto a posto in poco tempo e solo grazie ai soldi, non può che generare critiche. Quello che Cesidio non vuole. Per rispetto. Quando ho venduto le quote delle società con le quali ho lavorato, decisi di dividere gli investimenti in Gran Bretagna e in Italia. Ho lavorato con le borse e con il found management e capii che sarebbe stato meglio gestire i nostri fondi direttamente trovando qualcosa in Italia economicamente sostenibile. Fare il vino sembrava una buona opportunità. Anche se trovare il mercato si è rivelato più difficile di quanto mi aspettassi. Cesidio che porta il nome del nonno paterno. Di quel nonno mai conosciuto e tragicamente morto per colpe che non aveva. Cesidio che decider di trascorrere qui i suoi giorni dopo aver lavorato tanto tempo in Scozia. Cesidio che torna alle origini. Cesidio che vuole qualcosa da lasciare ai suoi figli. Come il vino che rappresenta le radici di questa terra. Ho bevuto vino. Ho sempre bevuto vino. Forse per conoscere mio nonno e la sua vita. Non sono riuscito a conoscerlo perché morto 15 anni prima della mia nascita. Mamma decise di battezzarmi con il nome di nonno. In Gran Bretagna gli italiani erano battezzati con i nomi inglesi. Per integrarsi o forse per confondersi. Infatti il mio secondo nome è Martin. Mamma però, all’ultimo momento e per rispetto del padre mi battezzò con il nome di Cesidio. Insolito per la Gran Bretagna (anche per l’Italia). Sono andato a scuola negli anni 60 e c’era risentimento verso gli italiani ma ero alto e abbastanza grande così da difendermi. Posso però dire che il nome ha avuto un impatto nella decisione di fare vino. Finito il bed and breakfast generando un vero albero diffuso, Cesidio inizia a comprare i terreni attorno al borgo ormai parcellizzati dalle eredità, diffusi tra parenti litigiosi. Tutti intorno al borgo Di Ciacca, dove la sua famiglia ha avuto origine. In punta di piedi e senza voler arrecare danno alla comunità. Anzi dimostrando che l’albergo diffuso potesse essere di aiuto all’economia locale e che le terre potevano dare qualcosa utile a valorizzare il territorio. C’erano 140 persone che avevano le loro particelle. Pezzi di terra abbandonati da persone emigrate. Una casa, un pezzo di pascolo, un pezzo di bosco, divisi per dividere l’eredità della famiglia. Un puzzle di proprietà e tanti litigi. Era tutto abbandonato. Un deserto. Cosa impiantare? Vitigni internazionali come fanno in molti da queste parti? Perché no? Buona resa, guadagno meno complicato. Già. Ma non identitario. Cesidio studia e dallo studio apprende come in queste zone si sia celebrato dall’antichità il vitigno Maturano. Un vitigno della collettività. Non c’era nulla. Il borgo non c’era. Le vigne non c’erano. Ho preso tralci dai contadini a un km da qui. La scelta del vitigno Maturano fu semplice perché volevo riprodurre ciò che c’era prima. Se le cose stanno bene prima deve esserci un motivo per cambiarle. Volevo fare Cabernet o Sangiovese come tutti gli altri. Il Sangiovese mi piace perché il Chianti Rufina era l’unico vino che si poteva comprare in Scozia. Mio cognato che aveva un negozio di vino, mi disse che era meglio qualcosa di autoctono. Il Maturano era un vitigno celebrato in paese come vino di una certa importanza con un legame forte con il territorio. C’erano in giro piccoli vigneti con filari di Maturano e ho fatto una ricerca per identificarli. C’erano in ogni parte del paese mentre fuori c’erano produttori ad Alvito, Pescosolido, Arce. I Presi i tralci dai vicini per evitare chiacchere e chiesi al vivaio del paese i consigli su come utilizzarli. “Il paese è piccolo e la gente mormora” diceva Giorgio Faletti a “Drive in”. Come dargli torto. Dover fare le cose, per il paese, ma senza attirarsi le di queste malelingue. Lo “straniero” che arriva chissà che vuole Acquistare i terreni può sembrare un’opera di speculazione. Ma qui, a Picinisco, le terre che acquista Cesidio, sono lembi di terra incolti da anni. Luoghi dove neanche un pascolo verrebbe bene. Eppure deve stare attento. Le acquista e le rimette a posto. Come si deve. Pezzo dopo pezzo. Centimetro dopo centimetro. Facendo i drenaggi. Estirpando l’erba che aveva ormai invaso tutto. Cesidio ha il sogno di impiantare le viti di Maturano, solo quelle. Perché quelle rappresentano il territorio. Solo quelle. Niente altro. Ma non ha esperienza per quanto sia uno che studia e si documenta. Allora non gli rimane altro da fare che rivolgersi ad un enologo. Ma viene dalla Scozia e non ha armi se non quelle date dalle sue capacità di documentarsi, chiedere. Lo scozzese cerca e trova Alberto Antonini. Uno di quelli che si è guadagnato la stima di grandi brand e che lavora con i più importanti produttori. Un personaggio celebrato. Ciò nonostante non sa nulla del Lazio. Figuriamoci del Maturana. Ha assaggiato il suolo e mi ha detto che era pulitissimo e riposato. Ci ha consigliato di non fare irrigazione. Bisognava sistemare tutte le fosse. Abbiamo impiantato tutto a mano perché le piccole radici con terra friabile potevano entrare bene e vivere di più nel tempo. Volevamo replicare i sistemi di una volta mettendo i pali di castagno invece che di cemento. Dopo anni di fatiche il 2016 sembra l’anno buono per far sì che il vigneto desse i primi frutti. Siamo nel bel mezzo di un parco e i cinghiali entrano rovinando tutto. Era necessaria una recinsione. Ho trovato un fornitore in Gran Bretagna che faceva recinsioni per gli zoo e l’ho chiamato per chiedere consiglio sull’altezza della recinsione ecc. Mi ha risposto “Cosa c’è in quella zona? Cinghiali, lupi, istrici, cervi, camosci, orsi. Orsi? Ma dove vivi in uno zoo? Messa la recinsione il 2017 è l’anno della prima vendemmia. Finalmente. L’anno comunque si è sfruttato per imparare dell’altro. Come sulla muffa nera presente in cantina. Si capisce che non è muffa ma i batteri amici, lieviti. Vivono sulla pietra. Quella pietra che è la montagna. Non certo sull’acciaio o sul legno. Magari sulla terracotta ma questa non è tradizione di questi luoghi. Il cemento allora sembra la soluzione ideale ma per fare ciò che ha in mente Cesidio serve qualcosa di particolare: delle vasche ovali. Anche qui ricerca e studio (ricordiamoci che Cesidio è sempre uno scozzese in Italia) per approdare alla Nico Velo di Padova specializzata nella produzione innovativa di tini. Abbiamo comprato varie tipologie di botti perché nessuno sapeva il protocollo per realizzare il Maturano. Dovevamo sperimentare. Il primo anno 2017 la cantina non era pronta. Abbiamo fatto la fermentazione nella cantina di un’altra persona nella valle. Metà solo pressatura, metà macerato per quattro giorni. La fermentazione si bloccò a dicembre per poi riprendere a marzo. Decidemmo di non aggiungere nulla per capire l’evoluzione. I due vini che preparammo non erano piacevole. Ma decidemmo di fare un blend nominato “Matrimonio” servito al matrimonio di mia figlia. Nessuno era molto convinto del vino durante il matrimonio dove c’erano anche produttori di vino. L’anno scorso tutti cambiarono idea perché il vino si è arrotondato e ammorbidito. Evoluzione. Questa è la parola chiave. C’è l’evoluzione di una storia. Quella della vita. Quella di tante altre cose. Anche quella del vino, materia viva. Il Maturano è uno di quei vitigni che evolve, si trasforma, assume forme e significati diversi grazie al tempo e alla conservazione. Quando lo si mette nel calice si capisce il perché venisse celebrato almeno in queste zone (forse anche così custodito da non essere portato fuori): il colore è d’oro! Oggi Cesidio produce tre tipologie di vini (in realtà c’è anche un Cabernet di Atina, Riserva) oltre ad un passito. Sempre ed esclusivamente da Maturano. Ho trovato alcune ricette di nonna che usava l’uva passa e ho pensato che un passito ci stesse bene! Nostalgia, con macerazione dei grappoli interi per tre giorni. Poi, senza lieviti, fermentazione del mosto pressato a temperatura controllata (18°) per 20 giorni. Sulle fecce fini per 9 mesi in cemento e in bottiglia per 12. Matrimonio, due masse diverse unite poi in matrimonio. La prima pigiata sofficemente a bassa temperatura, la seconda diraspate e lasciate a macerare sulle bucce. Affinamento in cemento e infine in bottiglia per 24 mesi. Sotto le stelle, prima macerazione a grappoli interi a 3° per 3 giorni. Pressatura soffice con stabilizzazione per 3 giorni, fermentazione per 25 giorni senza lieviti aggiunti. 12 mesi sulle fecce e 36 mesi in bottiglia. Preparazioni complicate. Tanto per non farsi mancare nulla ma utili a raggiungere le 30.000 bottiglie. Qualche ragionamento per il futuro con il nuovo enologo Andrea Barbato che dovrà vedersela con Cesidio se vorrà innovare e utilizzare il legno. Non sono convinto porti il sapore giusto per ricordare il passato” Anche perché Cesidio sa che ora deve iniziare a vendere con continuità prodotti meravigliosi ma poco noti. Ora abbiamo la possibilità di distribuzione in Scozia, Canada, Cina, india. In Italia è più difficile perché dicono che il prezzo è troppo alto: non c’è l’esperienza di pagare per la qualità. Cesidio non è solo in questa avventura. A casa, la moglie Selina. Anche lei di origini italiane. Poi i due figli Giovanni e Sofia (per ora in Scozia con la sua famiglia, gestendo a distanza già molte cose, ma presto in Italia a supportare fattivamente Cesidio). Una famiglia, quella dei Di Ciacca, che grazie all’impegno di Cesidio ha trovato le proprie origini costruendo da queste una vera ripartenza. Cercata, voluta, agognata. Soprattutto realizzata con un progetto ampio e ben delineato che richiede ora lo slancio finale. C’è tutto per avere successo. Vai Cesidio! Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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9 Giugno, 2023

I Chicchi, dove l’amore c’è

I Chicchi, dove l’amore c’è La Pontina, Strada Statale 148, collega Roma a Latina e prosegue poi per le località balneari di Sabaudia, San Felice Circeo, Terracina. Ogni mattina è percorsa dai pendolari che dalla pianura pontina vanno a Roma e dai romani che fanno il percorso contrario. L’avrò percorsa centinaia di volte in entrambe le direzioni, spesso, per evitare il tremendo traffico mattutino e del fine settimana, costretto ad uscire in quel di Ardea, piccolo paesino a pochi km da Roma. Questo per dire che non ho mai nutrito una grande stima per Ardea. Almeno fino a quando il caso non mi ha portato ad incontrare Enrico e Federica dell’azienda I Chicchi. Di Ardea appunto. È proprio vero che “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Pur percorrendo quella strada così tante volte non mi sono mai spinto un pelo più in là, quel tanto che sarebbe bastato per incontrare non solo due splendide persone ma anche per comprendere come qualcosa di buono, di tremendamente buono si possa fare anche in un luogo inaspettato. Ardea dunque. La leggenda dice che venne fondata da Ardeas, figlio di Odisseo e Circe. La certezza invece è che da essa prese il nome la mitica vettura Lancia. Va beh sto divagando. Qui il suolo è un incontro di argille marine e materiali eruttivi: siamo proprio a metà strada dal mare e dai vulcani spenti dei colli albani oggi laghi (Albano e Nemi). Colline non troppo impervie ed esposizioni giuste. Ecco, allora c’è da chiedersi: cosa c’è di meglio per produrre vino? Enrico e Federica sono una di quelle coppie che quando le vedi capisci subito la sintonia che c’è tra loro. Sono due persone miti, di animo meraviglioso che quando li incontro la sensazione immediata è quella di conoscerli da sempre. Ci sono anche due cani che sembrano usciti da un cartone animato della Warner Bros chiamato “Pappy’s Puppy” dove Ettore, cane mastodontico, riceve dalla cicogna un piccolino che non fa altro che gironzolargli intorno. Qui tutto è semplice e all’insegna della semplicità e della schiettezza. Ogni cosa è realizzata senza fronzoli, con la essenzialità di chi non ama sovrastrutture e artificiosità. Guardi Federica, guardi Enrico e capisci che hanno tutto ciò che serve. Amore incluso. La loro è una storia non semplice. Enrico è nato qui vicino. Con i nonni che e la passione per la terra come per il vino. Nonno Umberto aveva una sensibilità particolare per la terra e le piante. Possedeva un pescheto e coltivava la terra per vendere i suoi prodotti. Principalmente frutta. Ricordo che quando ero piccolo aveva la vigna rossa ma lasciò solo un filaro di Malvasia e Cacchione per fasse il vino per casa. Nonno Fausto aveva pure una bella cantina ma gli mancava la sensibilità di Umberto. Stava sempre a smucinare il vino. Nonna gli diceva “che stai a fa co sto vino? Lo stai sempre a toccà. Così se snerva”. “Ma non me rompe li cojoni” rispondeva Fausto. Il vino comunque diventava imbevibile. Nonno Umberto invece, con la sensibilità che si ritrovava faceva poco più di 300 litri di vino. Ed erano buoni nonostante li tenesse nello scantinato in mezzo all’olio del trattore e alle cose che gli servivano per lavorare Veniva il vino perché lui era dolce. Come il suo vino. Federica invece viene da una famiglia del nord trasferitasi qui in zona negli anni 70. Il papà che lavorava nelle acciaierie financo in Germania dove lei ha imparato il tedesco. Persone semplici. Vere. Di quelle che sanno cosa voglia dire sacrificio e lavoro. La loro avventura enoica inizia nel 2011 quando comprano il terreno che impiantano nel 2013. Immediatamente biodinamico. Ecco, biodinamico. Chi pensa che quello del biodinamico sia un mondo di persone esaltate, sbaglia di grosso. Tantomeno chi dice che si diventa biodinamici per scelta commerciale. Quando conoscerete Enrico e Federica vi renderete conto che non è così. Si può essere biodinamici per il semplice pensare che la terra ci dà già tutto per produrre qualcosa di magico come il vino. Senza aggiungere null’altro. Così come non si ricercano certificazioni. Perché i timbri e la burocrazia servono per chi li vuole vendere non per chi ha la coscienza a posto. Enrico ha fatto la scuola agraria. Non con tanta convinzione. Al terzo e quarto mi hanno dato due materie. Forse perché quando si cominciava a parlare di concimi e veleni mi sono storto. In terzo iniziano le materie tecniche con i concimi, gli insetti e come ammazzarli. Mi sono disturbato e disamorato. Al quinto mi hanno dato sto 39, mi sono diplomato e poi mi sono laureato in scienze antropologiche. “Mettece ‘na pezza” come dicono a Roma. Enrico, pur da laureato, deve sbarcare il lunario. Lavora come giardiniere e anche così prova disturbo nel dare il veleno per le piante. Nel 2006 poi, l’illuminazione. Sulla rivista Porthos n.26 c’era una intervista a Carlo Noro e lì mi si è accesa la lampadina. L’articolo mi fece nascere l’idea che qualcosa mi avevano nascosto durante gli studi. Ciò che balena per la testa di Enrico è per lui dirompente. Come se nel corso degli studi gli avessero raccontato solo una parte della storia. Nel 2009/2010 segue i corsi di Carlo Noro e diventano amici. È l’inizio dell’avventura. Faccio biodinamico da 13 anni. Non certifico nulla perché mi sono rotto le scatole della burocrazia. Ispettori biologici e Demeter. Non c’è bisogno di certificare. Venite a fare le analisi al terreno e all’uva. Federica è sempre presente. Con il suo sorriso. La sua semplicità. Supporta Enrico in tutto. Si vede che non è solo una spalla. Gli sguardi sono quelli di due persone che sono una cosa sola. Mandano avanti loro l’azienda anche se Federica ha un lavoro. Perché le spese sono tante e non riescono altrimenti. Si percepisce un’aria meravigliosa come se ci fosse in giro tanto amore. Amici e parenti che li supportano nella vendemmia come se fosse una grande famiglia. In cantina poi li supporta Michele Lorenzetti della scuola di Carlo. Assaggiamo i vini. Siamo noi tre e i due cani. Il più piccolo mi salta continuamente sulla gamba. Vuole giocare e giocare ancora. È tutto così meraviglioso. Partiamo da Dimà, un bianco da Malvasia di Candia per un 95% e Trebbiano Toscano. Serviva una etichetta di uve bianche per generare un po’ di cash. Ma qui le uve devono essere quelle giuste e di giusta provenienza. Enrico ci tiene ed è inflessibile in questa. 23 giorni di fermentazione in cemento con le bucce più il 15% di grappoli interi. Torchiato e messo in vasca per tre/quattro travasi. Imbottigliato a metà giugno. I sentori sono davvero interessanti tanto che appena si scalda un po’ il vino nel bicchiere, virano sul miele. Un vino tranquillo e semplice con fiori e frutta e sentori iodati che si beve bene anche senza aspettare che si raffreddi bene in frigo (anche perché tenderebbe ad appiattirsi). Secco, fresco, pulito. Con una bella pulizia di bocca e un finale lievemente ammandorlato. Da aperitivo con i suoi 11.5 gradi ma anche da “carbonara”: si sposa benissimo. Proviamo Maros un rosato di Grenache che fa solo acciaio così da mantenere inalterati i sentori delle fragoline croccanti e delle ciliegie. C’è la rosa e la mineralità del suolo ma anche dell’influenza marina. Il sorso non può che rappresentare a pieno i sentori: c’è la freschezza, c’è la sapidità. È secco e caldo quanto basta ma soprattutto è avvolgente e pieno. Mi piace e già lo vedo per un aperitivo o per accompagnare un piatto di crostacei. Enrico e Federica amano i rossi. Quando ne parlano gli occhi sono ancora più brillanti del solito. Due etichette con lo stesso uvaggio: Cabernet Franc e Sauvignon. Come in Borgogna. Anche per le rese visto che qui al massimo si arriva a 60 quintali per ettaro. Quando va bene. Altrimenti si è intorno ai 40! Il primo dei due è l’Incastro 2021. Fermentazione in cemento con il 20% di grappoli interi: con il raspo insomma. Non ricorda la Borgona? Un vino giovane già dal colore e dai semplici e croccanti sentori vinosi così da essere piacevole anche in estate. Non è impegnativo neanche alla beva ancorché da abbinare per la presenza di tannini maturi ma decisi. Secco, caldo, sapido e dalla persistenza non elevatissima. Enrico e Federica producono anche l’olio. Biodinamico ovviamente. Con delle bruschette i vini si accompagnano meglio. I vini cambiano con l’annata. Ogni anno è diverso dall’altro e non sai come debba essere interpretata. Il bagaglio ci serve per interpretare le annate. Piano piano riusciremo ad andare da soli. Con questa premessa non possiamo non assaggiare due annate del gioiello di casa: il Torrebruna. Quando hai a che fare con una viticultura biodinamica che non ti permette alcun “aggiustamento”, le annate sono quelle che sono. La meraviglia è proprio questa: il vino rispecchia la natura e le caratteristiche che il tempo (meteorologico) dona. Le uniche licenze che ci si può permettere sono delle macerazioni più o meno lunghe o l’utilizzo di raspi. Poco altro. Nel 2018 la fermentazione in cemento è durata 17/18 giorni con bucce e raspi. Poi dopo essere stato torchiato e ripulito è stato rimesso in cemento per dieci mesi e sei tra tonneau e barrique di secondo passaggio. Avevo tonneau e barrique e li ho messi li. Il colore è rubino impenetrabile e al naso si affaccia un ampio bouquet che fornisce una sensazione di morbidezza. Ed è strano visto che non l’annata non calda. La ciliegia che viene fuori prepotente, sembra quella che si sente quando si apre il vasetto della confettura: avvolgente. Sentori dolci come tabacco, vaniglia, chiodi di garofano arrivano puntuali. La bocca è coerente con l’olfatto. Secco, caldo, sapido con i tannini maturi e quasi eleganti. Si può quasi bersi senza accompagnamento poiché morbido ma non troppo. Un gran vino nonostante che si abbina bene anche con una pasta. Il pubblico alle fiere si divide a metà tra la 17 e la 18. Nel 18 le piante erano inchiodate perché la peronospora bruciava i getti verdi e non si riuscivano a sintetizzare gli zuccheri. Abbiamo fatto la pre-vendemmia e ci abbiamo fatto un rosato Assaggiamo quindi il Torrebruna 2017. L’annata calda, otto mesi di cemento e dieci di legno hanno donato a questo vino una profondità ed una intensità pazzesche. Al naso i sentori sono scuri e penetranti come se nel calice ci fosse tutta l’immensità del mare. Le differenze climatiche risultano particolarmente evidenti anche ai meno esperti. Vengono fuori le spezie, e le tostature, la macchia mediterranea, la frutta in confettura, i fiori in potpurri. Tutti i sentori sono corposi, masticabili. Anche al sorso c’è avvolgenza e armonicità con un tannino presente ma non aggressivo, particolare. La persistenza è lunga. Secco e caldo ovviamente. Fresco il giusto. Un vino che è viscerale, da camino e meditazione. Veramente interessante. Lo mangi con una carne arrosto, magari con prugne, ciliegie, castagne. Andiamo in cantina ad assaggiare l’annata 2020 direttamente dalla botte: promette bene e va tenuta d’occhio. I vini del Lazio sono stati a lungo derisi e bistrattati per motivi storici ma anche per una qualità oggettivamente non eccelsa. Tanta quantità, poca qualità. Tranne rari casi nel passato, più frequenti oggi. Realtà come I Chicchi rappresentano esempi da seguire per l’utilizzo di tecniche volte al rispetto dell’ecosistema nonché di vitigni nobili e complicati ma esemplificativi di come si possano produrre grandi vini in zone considerate non vocate. Tutto questo però non sarebbe assolutamente possibile senza l’amore di persone come Enrico e Federica che vedono tutto ciò che è loro intorno con il cuore. Perché “Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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31 Maggio, 2023

Stefano Menti il Maestro del vino biodinamico

Stefano Menti il Maestro del vino biodinamico Si sente spesso parlare di vino biodinamico. Il più delle volte da chi non lo produce e sempre con grande scetticismo. Come se si trattasse di qualcosa proveniente da un altro pianeta. Esoterismo. Pratiche particolari, alle volte incomprensibili. Raramente si ha la possibilità di parlare con qualche produttore biodinamico che lascia da parte la filosofia per farsi capire. Anche attraverso i suoi prodotti: i vini. Stefano Menti è uno di questi. Una persona splendida che non ti mette dinanzi altro che la sua esperienza. E i suoi vini. Stefano non si vanta di nulla. Non nasconde o rinnega il suo passato. Un passato di un ragazzo che ha dovuto dedicarsi al vino. Senza volerlo. Senza averlo chiesto. Non sono arrivato dalla scuola. Ho fatto Ragioneria e dopo il militare ho iniziato ad occuparmi della vendita di prodotti per l’igiene. Siccome sto scrivendo un libro, mi dicono che devo dire così anche se vendevo carta igienica. Non pensavo di entrare in questo mondo qui. A 18 anni il vino non mi piaceva. Mio papà e mio zio facevano un vino che non mi piaceva. Conoscevo solo il vino di mio papà. Quando uscivo fuori con i miei amici per ubriacarmi e dicevo “ah però”. Erano vini che ora ripugno perché con tanto legno. Barrique. Era la moda del tempo. Che però mi ha fatto capire che i vini potevano anche essere buoni. Siamo a Gambellara, patria della Garganega. Qui in molti fanno vino da generazioni sul suolo vulcanico. In molti, così come papà e zio di Stefano. Quei vini che a Stefano non piacevano e non gli andavano proprio giù. L’azienda non se la passava tanto bene così che la società tra i due fratelli si scioglie con la conseguenza di trovarsi in una difficile situazione economica. Io che facevo un altro lavoro ho deciso di investire in azienda più per senso di famiglia che perché ci credessi. Ecco, così è l’ingresso nel mondo del vino di Stefano. Non per amore. Non per passione. Non per necessità. Per senso di responsabilità. Ora, uno che entra in un business nemmeno poi tanto facile, un business dove c’è da lavorare la terra e per fare questo oltre che faticare servirebbe anche un minimo di conoscenza, ma cosa diavolo gliene frega di buttarsi sul biodinamico? Andando a vendere in giro il vino ho trovato tante belle persone anche di quelle importanti che lavoravano in ristornati uno/due stelle e che parlavano con me invece di snobbarmi. Ero un ragazzetto con vini dozzinali. Mi hanno invece dato degli spunti dicendo che i vini erano altra cosa. Così, assaggiavo i vini che loro mi consigliavano e quelli che mi piacevano venivano tutti da agricoltura biodinamica. Forse si sono solo incontrati i gusti o forse è scattato qualcosa di magico tra Stefano e una cultura, un modo di essere quale è il biodinamico. O forse è stato anche un mero calcolo commerciale. Perché Stefano sa bene che la Garganega la lavorano in tanti dalle sue parti e se vuole emergere, qualcosa, di diverso, si deve inventare. All’inizio essere biodinamici rappresentava la voglia per emergere. Ci sono zone non è necessario essere biodinamici perché tanto i prodotti li vendi lo stesso. Che senso ha cambiare e sbattersi per essere diversi, biologici, biodinamici. In altre zone dove ci sono le cantine sociali, non si cambia perché tanto l’uva non viene pagata di più. Qui era davvero necessario fare qualcosa per emergere. Poi è diventata una necessità perché i risultati ci sono. L’ecosistema funziona meglio. Quando il vicino soffre la siccità tu soffri meno. Quando arriva la grandinata la tua pianta si riprende meglio di quella del vicino. L’unica cosa strana è perché il vicino non cambia vedendo questi risultati. Era il 2000 circa. All’epoca di biodinamico si parlava pochissimo. Anche perché coloro, pochissimi, che lo praticavano non volevano parlare con nessuno. Certo non posso biasimarli visto che venivano derisi e messi all’indice. Volevo andare a trovare e mi dicevano che non accettavano produttori in cantina. Mi sentivo ancora più sfigato. Eppure non si scoraggia. Incontra Sangiorgi grazie al quale legge “il vino tra terra e cielo” di Nicolas Joly (pubblicato da Porthos) ed inizia ad approfondire ed appassionarsi al tempo stesso. Stefano si va ad infilare in un cul de sac. Anche perché il papà non è che remasse proprio nella sua stessa direzione. Per uno che da oltre cinquant’anni faceva vino con il metodo tradizionale, quei metodi, proposti da un ragazzino che di vino non ne sapeva nulla, non potevano certo trovare la sua approvazione. Neanche i consulenti gli servivano. I consulenti erano molto integralisti e mi dicevano che o la biodinamica si fa così o niente. Nel 2010 incontrai Adriano Zago che ancora adesso è l’agronomo biodinamico più famoso in Europa. È stato un discepolo di Pierre Masson. Mi disse che non aveva molto tempo ma che, quando in zona, mi avrebbe dato una mano. Stefano si applica e si applica sul serio. Una caratteristica questa che non si può non riconoscergli. Lui si applica. Sperimenta ma sempre e solo dopo essersi documentato. Non fa mai le cose per caso. Ogni cosa deve essere programmata, controllata, verificata. Nel rispetto della natura. Quella natura che, se rispettata, è in grado di emanare energia. I cambiamenti sono presto visibili nel vigneto e nell’orto. Ho cominciato a lavorare con un ragazzetto che mi ha abbandonato per finire l’università. Nel 2015 poi, Marco Barba che faceva il carpentiere prima e a lavorare in una azienda biodinamica nel cantone della Jura diviene il mio braccio destro. Adesso abbiamo 9 ragazzi a tempo indeterminato. Assumono giovani per essere pronti per il futuro. Il più vecchio nel team ha 50 anni mentre gli altri sono ventenni. Assunti a tempo indeterminato così che possano avere un futuro. Gli diamo un abbigliamento figo perché lavorano meglio e hanno una immagine. Abbiamo idea di fare una azienda che funzioni da sola. Come è cresciuto Stefano dopo venti anni. Ora è un manager. Conosce il vino. Sa produrlo. Sa coltivare la vigna. Sa gestire le persone. Sa gestire una azienda. A tal punto che delega e fa consulenza. Non mi sono goduto la giovinezza e l’ho fatto solo per senso di responsabilità verso i miei genitori. Tutti gli anni li ho passati a lavorare come un cretino senza soldi. Con frustrazione perché i risultati non arrivavano. Nel tempo ho capito che sono contento così perché per me è più importante il tempo libero dei soldi. Chissenefrega di guadagnare tanto se non puoi goderteli. Essere una azienda biodinamica per la Menti, per Stefano, non è solo una questione di rispetto per la terra. È etica. È impegno sociale. È rispetto per tutto ciò che lo circonda. L’azienda lavora 5.5 ettari di vigna. Poi boschi e orti. Ma non basta. Perché la cultura biodinamica che Stefano e il suo staff hanno ormai metabolizzato fa sì che altri si siano rivolti a lui per ottenere supporto. Negli anni abbiamo attratto un sacco di gente per aiutarli in cantina. È un progetto di consulenza ampio senza averne cercato nessuno. Insomma le aziende chiedono di essere supportate in vigna, in cantina, nella gestione del vino. Così accanto all’azienda agricola e vinicola è nata una società che fa consulenza. Una azienda che è nei colli Berici ci teneva a passare alla biodinamica. Gli abbiamo dato una serie di libri da leggere, libri pratici: intanto leggiti questi libri qui così quando veniamo a parlare perdiamo meno tempo. Vieni qui quando facciamo il corno letame così vedi come si fa. Ti metti lo zaino in spalla e ti insegniamo come si sparge. Ti diamo una serie di check list che sono le stesse che abbiamo noi. Stefano è pratico ma non sbrigativo. Vuole che la cultura che lui ha imparato non debba essere qualcosa che si vende un tanto al chilo. Se la vuoi applicare devi impegnarti. Devi capire cosa c’è di differente e, se la accetti, la applichi. Ma non seguendo regole ferree. Seguendo ciò che puoi e ritieni migliore per la tua realtà. Le aziende ci chiedono di vinificare da noi o di supportarli in cantina o vigna. Abbiamo attirato gente dalla Campania, Toscana, Sardegna. Puntiamo a dare loro le conoscenze per poi arrangiarsi da soli. Un modello di business che porta oggi la Menti a fatturare circa il 78% nel proprio vino, il restante 22% nella consulenza. Niente male per un ragazzo che non voleva fare questo mestiere. Quando iniziamo a parlare dei vini Stefano mostra tutta la sua carica energetica. Non è un talebano. Non è uno che disdegna i vini non biodinamici. È pragmatico. Il vino piace o non piace. Il vino suscita o non suscita emozioni. Il vino è fatto o non è fatto bene. Molto semplice. Quando mi racconta un episodio, non posso fare a meno che ascoltarlo con interesse e stupore. Io bevo tantissimi vini e mi piace berli con attenzione. Ogni dieci giorni facciamo una degustazione alla cieca in cantina con tre vini naturali o non dove si deve dire mi piace o non mi piace. Quando cominci a produrre e capisci che oltre all’uva sul vino ci possono essere 83 ingredienti non riportati in etichetta e sul biologico possono essercene 60. Sul biologico ci sono dosaggi altissimi. Una sera di vendemmia siamo andati ad una festa di amici. Tutti appassionati di vini che portavano bottiglie di vino costose e vecchie. È arrivato un Radikon che abbiamo aperto con grandi aspettative. Non era cattivo ma non era nemmeno buono. Sembrava un vino morto perché sapeva di acqua e alcol. Eravamo tutti fan di Stanko Radikon e nessuno ha detto niente. La mattina scendo presto in cantina a controllare e mi arriva un messaggio che la notte era molto Stanko Radikon. Tutti noi abbiamo ricomprato lo stesso vino della stessa annata ed è sempre stato un vino della madonna. Ecco, abbiamo tutti pensato che quella sera il vino non aveva voglia di festeggiare. Quando senti parlare Stefano capisci quello che in genere c’è scritto nei sacri testi del vino: il vino è materia viva. Allora se è vivo, ha in sé l’energia del suo produttore. Sarà suggestione. Sarà spiritualità. Ci si può credere o meno. Però il vino è bello per questo, perché è vita e morte. È gioia e tristezza. È felicità. È amore. In ogni sua forma ed espressione. Giovanni parla dei suoi vini con amore. Come un padre parla di sua figlia. Leggi in lui l’emozione. Negli occhi c’è solo ed esclusivamente amore. Amore incondizionato che sa comunque vedere quei difetti che non rifugge ma ammette. Accetta. Come si accettano le paturnie dei propri figli fino quasi a trasformarle in pregi. Tutto però esclusivamente naturale. Come la natura riesce ad offrire. Senza edulcorare nulla ma lasciando che la natura, e la tecnologia, faccia il suo corso. Eppure si dà ancora oggi dello sfigato. Gli è rimasta addosso quella “sfigataggine” del ragazzo che cominciò senza voglia e solo per dovere. In fin dei conti, credo che la sua sia solo una grande, grandissima umilità. Hai mai pensato di fare il furbo con i vini? In passato ero molto integralista forse più di adesso perché convinto che i vini per essere buoni dovevano essere fatti con uva integra. Con la tecnologia invece si può ovviare. Adesso poi non posso più perché sono così riconosciuto per quello che faccio che mi perdonano anche cose che non vanno proprio bene. Specialmente con i rifermentati. Una volta che imbottigli il vino che deve rifermentare, che ha poca solforosa, poco alcol, che ha fatto la malolattica, che non è microfiltrato e che deve rifermentare con lieviti indigeni, hai tutti gli elementi per fare male. Li quando ti va storto qualcosa non puoi fare niente e devi riconoscere commercialmente che non è il massimo. Noi lo vendiamo non fregando la gente ma dicendo che è meglio assaggiarlo prima. Li abbiamo sempre venduti. È tempo di assaggiare i vini di Stefano. Iniziamo da Roncaie. È il vino più semplice da uve Garganega rifermentato in bottiglia aggiungendo solo mosto di passito. Puoi berlo sbattuto così hai tutta la quantità di lieviti. Va aperta a 45 gradi. Noi iniziamo a fare questo vino nel 2007. È stato un po’ la conseguenza di un errore. È un vigneto dell’85 in pianura. Ho fatto una potatura cortissima con pochi grappoli. Il terreno è molto fertile e gli acini si rompevano. Dovevo accettare la resa che fa il vigneto e il basso grado alcolico. In primavera aggiungiamo del mosto di passito in misura di 10 grammi di zucchero per litro. Lui riparte a fermentare, lo imbottigliamo e diventa un frizzante col fondo. È un vino da merenda, da pizza e da frittura (pesce e verdure). È un vino da piscina da bere al posto di una birra. Raramente va in riduzione. Usando il mosto di passito c’è meno fondo. 2000 bottiglie nel 2007 e oggi varia dalle 13 alle 20 mila bottiglie. Mi ha attirato delle consulenze perché ci vuole tecnica. È un vino estremamente particolare al naso. Scovo delle inaspettate morbidezze e una vinosità non accentuata. La rotondità è ovviamente frutto del mosto. Non è un vino per tutti perché non propriamente limpido. Ma proprio per questo dovrebbe essere assaggiato da tutti. Magari alla cieca e con un bicchiere scuro. Perché è davvero una esperienza dalla quale si fa fatica a separarsene. È un vino che ha evoluzione continua. Avrà una bolla sempre più fine. Diventerà più cremoso e dorato facendo crescere la nota burrosa. Che vuol dire abbinarlo con lieviti dolci. C’è molta frutta, molti fiori. Un retro olfatto che porta la frutta ad essere matura. Quando lo bevi continua a stuzzicare la voglia di berlo ancora e finisci per berti tutta la bottiglia. Con un aperitivo è fantastico per via di persistenza niente affatto male. La bocca rimane pulita per via di un delicato agrume, non forte così da portare la bocca verso la dolcezza. La pizza in abbinamento, se è bianca, funziona bene così come i formaggi non carichi. Anche una mozzarella di bufala, una caprese o una fresella con pomodoro e tonno. Ottimo prodotto da piscina, da lido. Anche a pranzo. Bella impronta. Riva Arsiglia 2020. Garganega in purezza. La prima cosa che si nota della bottiglia è il tappo a vite, scelta dovuta alla capacità di mantenere inalterato il prodotto nel tempo. Deriva dal vigneto più vecchio dell’azienda. Impiantato nel 1932 con successive aggiunte. Fermentazione con lieviti spontanei e affinamento in cemento per almeno un anno. Bella pulizia anche senza nessun filtraggio. Eppure è stato due anni sulle fecce! Insomma qui c’è tanta tecnica e ascoltare Stefano che ne parla in maniera così facile è davvero disarmante. Al naso i sentori sono bellissimi. Appaiono gli idrocarburi dovuti alla matrice vulcanica del terreno, tipico della zona, così come i terziari come menta, alloro, mentuccia. Poi c’è la camomilla che tende a virare verso il miele. La frutta è come se occorra andarla a cercare. Non va bevuto molto freddo per dar modo ai sentori di esprimersi con tutta la loro forza. Mi piace soprattutto per la palese continuità con il Roncaie: appartengono alla stessa mano. In bocca c’è rotondità e pastosità con i sentori che si trasformano in sapori. La rotondità si avverte nonostante il vino sia decisamente secco. La persistenza risulta quasi inferiore al Roncaie. Proviene da vigne vecchie, cosa questa che si evidenzia dal maggiore estratto. Nelle annate più calde arriva a 12.5 gradi; in quelle fredde a 9. C’è una buona sapidità che avvolge al sorso. Al pari del Roncaie, intriga perché non banale tanto che al primo sorso non lo capisci, ne bevi un altro po’ e ancora non è chiaro. Devi berlo e riberlo per capirlo conquistandoti perché conquista tornando in mente in maniera sempre non esaustiva. Intrigante davvero anche perché può invecchiare continuando a cambiare. Finiamo con il Monte del Cuca 2020, la versione macerata della Garganega che fa fermentazione sulle bucce. Non c’è una regola per la fermentazione in cemento. Questo ha fatto 40 giorno. Affinamento in cemento e botti di legno grande per poi assemblare le parti. Prima annata prodotta è stata la 2010. La macerazione si vede tutta dalla colorazione orange. L’evoluzione al naso fornisce sentori pastosi di frutta matura e prugna secca e nocciola. I terziari sono quelli del Riva Arsiglia per continuare ancora con la gamma. La complessità olfattiva si avvicina a quella di un rosso e i tannini che si sentono in bocca non fanno che confermarlo. Nonostante la sua verticalità, ha una buona struttura. È secco e caldo; avvolgente e sapido. Molto ben abbinabile a cibi succulenti. Un pesce grasso ci starebbe benissimo. Ma anche un coniglio. Mi piacerebbe abbinarlo con della porchetta per le parti grasse e le spezie. Peccato, siamo arrivati alla fine della chiaccherata con Stefano. Peccato perché parlare con Stefano è una vera esperienza. Al pari o superiore di quella del degustare i suoi vini. C’è energia nelle sue parole e nei suoi prodotti che riconosci per il filo conduttore che li unisce. Quella di Stefano è passione sì ma anche e soprattutto capacità di comprendere come il rispetto per la natura, il rispetto vero, legato a processi e tecniche ben precise siano la base per produrre qualcosa di speciale. La cosa che più mi è piaciuta di Stefano è comunque la sua umiltà. Nonostante tutto non smette di ricordare quando era un ragazzo sfigato. Lo dice più a sé stesso che agli altri. E forse è solo un modo per dire al mondo come, in fondo, le idee e i progetti prevalgono su tutto. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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26 Maggio, 2023

Da Rimini alle Crete Senesi ovvero Mocine

Da Rimini alle Crete Senesi ovvero Mocine Vignaioli si nasce o si diventa? Totò, il principe della risata, amava dire che “Signori si nasce. E io lo nacqui”. In fondo Antonio De Curtis, alias Totò, forse un po’ di sangue blu lo aveva. Comunque sia divenne il Principe della risata e di Napoli intera. Senza divagare però, la domanda rimane. Ci si può trovare ad avere le vigne in casa e dover decidere cosa farne così come si può essere colpiti da una folgorazione sulla via di Damasco. Valerio Brighi è un caso davvero unico nel panorama vitivinicolo poiché rappresenta non solo il vignaiolo diventato tale e non nato così, ma perché ha scelto di diventarlo senza essere animato dal sacro fuoco della passione per questo splendido mondo. No, Valerio l’ha fatto per mero calcolo. Per fornire alla sua azienda un elemento importante di sostentamento. Ma attenzione. Perché Valerio si è così innamorato del mondo del vino tanto che la prima volta che parlo con lui mi dice: In questo mondo ho imparato che ci si incontra e si incontrano persone meravigliose Siamo nelle Crete Senesi, ad Asciano. Tra Siena e Montalcino, in una terra da sempre dedicata a produrre frumento e foraggio su quelle dolci colline dal colore cangiante con le stagioni così da offrire paesaggi unici e straordinari. Di vigne però ce ne sono davvero poche. Forse perché dopo la seconda guerra mondiale vennero tutte tolte per dare spazio ad un diverso tipo di agricoltura. L’azienda agricola Mocine, quella di Valerio, ha storia antica. Ma proprio perché antica, in un territorio poco vocato alla produzione del vino, la focalizzazione non poteva che essere sull’agricoltura tradizionale, ovvero la produzione di frumento e foraggio. Valerio non è di queste parti. Lui è riminese doc. Romagnolo nel midollo. Svelto, diretto, schietto, pragmatico. Una persona vulcanica che quando ti parla sta già pensando a cosa ti dirà dopo. Gli aneddoti si susseguono senza sosta. Una ne pensa e cento ne fa. Con cervello: pesando e ponderando tutto. Con umiltà: lasciando fare a chi sa. Con determinazione: non lasciando nulla al caso. Valerio gestiva l’azienda stando a Rimini. Cosa questa non certo facile. Ma nemmeno lo è per uno di Rimini andare a vivere nelle Crete Senesi. Valerio non me lo dice, ma credo che a Rimini si divertisse. E molto. Fatto sta che ad un certo punto della sua vita capisce che per gestire bene le cose di una azienda agricola di grandi dimensioni, occorre essere sul posto. Ci sono milioni di cose da fare. Cominciando dal temere o conti in regola. Volevo trovare soluzioni alternative all’agricoltura che mi permettesse un risultato positivo e più stabilità. La ricerca di fonti alternative all’agricoltura lo portano a mettere su la riserva di caccia, l’agriturismo, l’agricoltura. Prima di essere folgorato dalle vigne. O meglio, dal potenziale che le vigne ed il vino potessero offrire. Passando una volta per Montalcino ho notato le vigne. C’ero passato centinaia di volte ma non gli avevo mai dato peso. Invece quella volta sono rimasto affascinato e mi sono messo subito a fare un business plan per capire come poter fare vino. Eccolo qui Valerio. Ora, alzi la mano chi ha mai visto un vignaiolo fare un business plan. O anche un proprietario di una azienda agricola. Valerio non è così. Lui ama parlare con i fatti e i numeri sono fatti. Certo, un conto è fare vino a Montalcino, altro ad Asciano, nelle Crete Senesi dove di vigna non se ne vede neanche un filare. Non se ne vede a meno di non studiare un po’ di storia. Ed essere curioso. Altra caratteristica di Valerio. Storia e curiosità fa sì che Valerio scopra come nel Palazzo Venturi di Asciano e nella Abbazia di Monteoliveto ci fossero delle cantine che secondo i miei calcoli potevano contenere almeno 2000 quintali di vino ognuna. Una successiva visita al catasto (guarda tu Valerio dove è andato ad impegolarsi!) gli fa scoprire che quasi tutti i terreni avevano una vigna. Dunque qui si produceva vino! Insomma, la vigna dal punto di vista economico poteva stare in piedi e anche commercialmente qualcosa si poteva fare visto che il territorio aveva delle potenzialità Mi consentiva di spalmare i costi fissi avendo l’azienda una serie elevata di costi fissi. Quando uno ha in mente in numeri! L’azienda certamente si è sempre retta ma dopo gli anni 90, quando la miniera d’oro della riserva di caccia ha smesso di produrre pepite (chissà forse per il via del cambio generazionale, della diversa propensione delle generazioni) si doveva cercare qualcosa che potesse aiutare ulteriormente al sostentamento. Prima delle vigne ne ho pensate di tutte. Anche le erbe medicinali per la farmacia. Insomma la vigna per necessità. La vigna per spalmare i costi fissi. La vigna per differenziare. Io però di vigna e di vino non so niente. Certamente ho sempre ritenuto questo un vantaggio perché quando non sai le cose sei più attento, vuoi capire, fai domande. Ecco le domande. Ora immaginatevi la scena che per i più sembra surreale ma non per Valerio. Lui ha bisogno di capire. Non è uno che si improvvisa e parte. No, Valerio senza un business plan nemmeno si alza dal letto la mattina. La scena che ho dinanzi agli occhi quando Valerio me lo racconta mi fa sorridere e non perché la ritenga surreale. Nossignore! È ciò che avrei fatto io e ciò che dovrebbero fare tutti quelli che iniziano una avventura di business (cosa che in molti invece non fanno andando poi a schiantarsi nel migliore dei casi). La scena. Ecco. Immaginate Valerio che si prepara un foglio con 30 domande. Domande utili a mettere giù un business plan: quanto costano le barbatelle, quante barbatelle ci vogliono per ettaro, ecc. ecc. ecc. Una volta preparate se ne va in giro per le cantine a fare queste domande. Invece di tornare con delle risposte, torna a casa con ulteriori domande tanto da averne ora circa 100. Riparte con il giro tornando con più dubbi che certezze. Cosa vuol dire fare la vigna. Cosa vuol dire fare la cantina. Cosa vuol dire fare la commercializzazione. La risposta era questione di numeri ma ho scoperto che gli italiani non lavorano con i numeri. Solo alcune aziende più strutturate sapevano darmi i numeri. Dopo due anni di domande e poche risposte, Valerio riesce a predisporre un business plan. Sembra fatta e lo presenta con orgoglio ad una persona che lui reputa competente nel campo. Orgoglio presto represso quando viene completamente bocciato poiché mancante di diversi elementi. Che fa Valerio, si abbatte? Ma quando mai! Ho completato le parti mancanti anche se l’ho dovuto fare tre volte. Però ho fatto cinque ettari e mezzo di vigna e ho sbagliato il costo di 4000€ a mio favore perché due persone hanno lavorato particolarmente bene. Toh, eccolo qui Valerio. Però business plan, tocca fare il vino. Ah già il vino. È il vino che deve produrre e vendere. Mica il business plan. Ma anche in questo Valerio non può che sorprendere. Qui tutti i conoscenti di Montalcino mi dicevano cose diverse sul vino. Allora ho deciso di prendere la persona più capace che c’è in Italia a fare il vino e seguo quello che mi dice. Perché a me servirebbero 300 anni per imparare. Sceglie Attilio Pagli come enologo e l’agronomo che questi gli suggerisce. Sono l’ultimo ad arrivare sulla piazza dunque è inutile che vado a fare ciò che fanno tutti. Il blend me lo voglio fare un po’ originale. È così che Pagli mi ha messo in contatto con un vecchio professore dell’università di Firenze che mi ha consigliato due vitigni autoctoni come Fogliatonda e Barsaglina. Già ma occorre pure trovarli. Perché saranno pure autoctoni ma in Toscana solo pochi contadini li hanno. Sangiovese, Barsaglina, Fogliatonda, Colorino e il blend Valerio è servito. Se tornassi indietro non lo farei più. La Fogliatonda chiede quasi il doppio delle ore di lavoro e altrettanto per la prevenzione. A livello italiano poi un blend nuovo suscita poco interesse. Arieccolo Valerio. Vignaiolo di arrivo. Lucido nelle sue osservazioni. Business oriented si direbbe se si potesse ancora utilizzare l’inglese nei testi.   Non gli basta poi la vigna. Sere anche la cantina per fare il vino. Avevo un capannone in lamiera e ho capito che si poteva fare il vino anche in un capannone. Ho acquistato le vasche per la refrigerazione e via. Perché per fare il vino non occorre la cantina da due milioni di euro. Tra dieci anni se sarò ancora vivo allora potrò fare dei ragionamenti di investimento più importante. Pragmaticità. Efficacia. Efficienza. Insomma, tutto fatto. anche se lo sa anche lui che un conto è fare un business plan, tutt’altra cosa la commercializzazione. Puoi capire quanto ci vuole per un ettaro di vigna ma capire che riuscirai a vedere 20000 bottiglie è altra cosa. Facciamo il punto. Il business plan funziona (sulla carta). La vigna con i vitigni nuovi c’è (ah per la cronaca ha pure impiantato Vermentino, Chardonnay e Trebbiano per un bianco veloce tanto per generare cash). La cantina ancorché in un capannone c’è. L’enologo e l’agronomo pure. Non manca più nessuno. Solo non si vedono i due liocorni mi verrebbe da dire. Scherzi a parte il vino occorreva venderlo. Ho un amico che ha una bella cantina in Umbria e l’avevo coinvolto nelle cose che facevo. Mi ha dato consigli. Mi ha supportato. Così che quando sono arrivato ad avere le prime bottiglie sono andato a trovarlo per avere un aiuto a venderle. Lui mi ha detto che non mi avrebbe aiutato “tu devi trovare il tuo percorso se lo sai trovare. Può anche essere che non lo sai trovare e devi cambiare mestiere”. Ecco, lo devo ringraziare perché mi ha responsabilizzato: ognuno ha la sua strada. La strada Valerio l’ha trovata comunque con 25.000 bottiglie prodotte e vendute all’anno. Prodotte e vendute. Un binomio da sottolineare e che lui stesso sottolinea. Perché è anche arrivato a produrne di meno quando le scorte in magazzino erano alte. Tanto per non doverle svendere. Chapeau! Ad oggi sono contento perché una buona fetta la vendo negli USA. Senza agenti. Faccio tutto io. Perché la gente compra il vino? Perché ci si incontra. Ecco. Ritorna quella frase che mi ha tanto colpito di Valerio. Valerio che ha la passione per ciò che fa. Non solo per il vino. È un bagaglio culturale. Da applicare ovunque. Un bagaglio che gli arriva dal passato. Da quando dopo la guerra il papà da manovale divenne muratore e poi mise su una piccola ditta. Che si rimboccò le maniche come quelli della sua generazione e costruì da solo la casa dove vivere con la famiglia. Questa cosa rappresenta la voglia di fare. Il proprio lavoro è bello. La mattina quando mi alzo sono contento di fare le mille cose che devo fare. Vino o non vino. Io faccio con gusto il mio lavoro. Attorno a me ci sono una serie di persone che lavorano che sono veramente brave. Ma non trovo più gente che vuole lavorare. Valerio sa che prima o poi avrà bisogno di riposare. Ma trovare qualcuno che possa continuare il suo lavoro è complicato. Sono ameno cinque anni che mi sto guardando attorno ma non trovo il profilo di una persona misto tra commerciale, dirigente, imprenditore. Non la trovo. Un velo di tristezza che dura solo il breve battito di ciglia. Perché Valerio ha tante cose per la testa e ancora di più da fare. Mica si può fermare ad essere sentimentale. Ma va là. Ah dimenticavo i vini. Bianco a parte le chicche della sua azienda sono quattro. Il SantaMarta semplice ed immediato con il blend Valerio senza Fogliatonda. Il Mocine, pieno blend Valerio ma senza legno. L’OttoRintocchi che invece di legno ne fa. S’Indora ovvero Fogliatonda in purezza. S’Indora sono 500 bottiglie che faccio ogni tanto. Hanno le etichette dipinte a mano e firmate dalla mia amica Letizia Fornasieri, pittrice affermate. Se uno vuole conoscere la Fogliatonda in purezza deve berla con questo vino che non è prodotto per scopo commerciale. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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19 Maggio, 2023

Terracruda e l'entusiasmo che può tutto

Terracruda e l’entusiasmo che può tutto. Quello dell’entusiasmo non è uno stato d’animo che si riduce ad una semplice eccitazione partecipe. È qualcosa di estremamente più profondo, potente, massiccio. È il risvegliarsi di una forza tramite la quale non c’è meta che non sia a portata di mano, non ostacolo che non possa essere abbattuto, non collettività che non ne possa essere travolta e coinvolta. È lo stato d’animo attivo, centrato e sorridente che schiude l’infinita realizzabilità dei sogni. L’entusiasmo è qualcosa che coinvolge. Si trasmette come un virus diffondendosi prima intorno formando una vera e propria aureola per poi attaccare gli altri. L’entusiasmo è quello che diffonde Luca Avenanti dell’azienda Terracruda in ogni sua esternazione. Ha un sorriso e una vitalità unica. Ride di se stesso. Ride della vita. Ride dei propri errori. Non è una risata forzata o sciocca. È qualcosa di vero, propria di quelle persone che sanno non prendersi sempre sul serio. Anche se dirigere una azienda è cosa seria. Specialmente quando ci sono sedici ettari (o venti) da condurre e quando occorre garantire lo stipendio a quasi venti persone. Leggerezza e spensieratezza sono proprie delle persone che ne hanno passate tante così come di quelle che hanno sbagliato per poi riuscire. Solo sbagliando si può arrivare alla soluzione. Terracruda è una cantina a gestione familiare. C’è lo zio Vincenzo che invece di godersi la pensione dopo aver lavorato da sempre nell’agricoltura non si è tirato indietro nella gestione dell’azienda. Così è lui che dà le linee guida per la vigna. Poi c’è la sorella Maria Vittoria che solo una brutta malattia riesce a tenerla a casa. Gli studi in Wine Management ne fanno una risorsa fondamentale per il marketing. La cugina Emma che ha un altro lavoro ma nei week end e in estate da una mano in cantina. Il papà Zeno che non può che essere in direzione generale. Infine Luca che ha preso le redini insieme al suo compagno Carlos con il quale sono insieme da oltre 11 anni. Senza dimenticare mamma Adele e zia Nadia! Siamo in sei di famiglia più cinque a supporto tecnico e dieci in vigna. Io sono il frontman che fa la gestione commerciale. È bello dire vado a fare il commerciale ma se bisogna fare il travaso nella botte o andare in vigna, io ci sono Agricoltori e vignaioli non ci si inventa ed infatti le radici della famiglia Avenanti in qualche modo avevano a che fare con la terra. La famiglia di mia mamma, mio zio, i miei nonni lavoravano nell’agricoltura. I miei nonni erano i mugnai e lavoravano il grano. Vivevamo già qui. Erano dei contadini e lo dico in maniera orgogliosa. Da parte di padre invece si producevano, artigianalmente, mobili. Qualità e tanta attenzione ai dettagli. Due famiglie con tanti ettari a disposizione e la necessità di fare una scelta. Venti anni fa si è detto: cosa facciamo con i terreni? Vogliamo perseverarli per bene o non facciamo nulla. Ai tempi avevo venti anni ed erano affascinato dalla vigna. Piantiamo un po’ di vigna e produciamo una piccola quantità di vini. Così non mandiamo in malora i terreni dei nostri nonni. Da qui parte l’avventura. Una partenza che senza entusiasmo non si sarebbe trasformata nella realtà che oggi rappresenta nel territorio marchigiano. Siamo a Fratte Rosa, un piccolo comune di poco più di 800 anime in provincia di Pesaro Urbino, nel cuore delle DOC Bianchello del Metauro, Pergola Aleatico, Sangiovese Colli Pesaresi tra le colline equidistanti dal mare e dal monte Catria. Una zona dove si vinifica da tempo immemore anche se in molti si sono lasciati attirare dalle sirene di vitigni internazionali o comunque non autoctoni. La scelta di Luca e dell’azienda è invece diversa. Identitaria e territoriale. Solo se hai l’entusiasmo te ne vai in giro a ricercare i vitigni abbandonati ancorché presenti sul territorio da sempre. Perché poi oltre a trovarli devi ottenere le barbatelle, devi classificarli, devi normarli. Insomma serve tempo, visione, forza d’animo. Ed entusiasmo. Incrocio Bruni e Garofanata sono due esempi di vitigni poco noti e pressoché abbandonati. Il primo è del 1936 ed è merito del prof. Bruni che al suo tentativo n. 54 di trovare un incrocio resistente alla fillossera provò un mix tra Verdicchio e Sauvignon. Non resisteva alla fillossera ma il risultato fu comunque buono tanto da spingere i contadini marchigiani a coltivarlo. Siamo andati con il nostro enologo a cercarli dai contadini. Abbiamo iniziato con mezzo ettaro e adesso ne gestiamo quasi due ettari. Del secondo, sempre a bacca bianca, non si hanno tracce certe anche se negli appunti del pro. Bruni (sempre lui!) se ne trovano cenni. Va bene l’entusiasmo ma se hai tanti ettari non è che puoi lavorare solo con due vitigni quasi sconosciuti. Ecco che allora si pianta l’Aleatico di Pergola che va ad affiancare il Bianchello e Sangiovese (siamo nelle Marche ed è quasi un obbligo!). Varietà autentiche ed uniche. Basse rese per ettaro con la conseguenza che non puoi che fare qualità! Siamo in collina. Dunque la zona è vocata. Riusciamo a produrre l’Aleatico in versione secca con alcolicità accettabile. Un equilibrio tra freschezza, maturazione e alcolicità. Arrivare ad imbottigliare oltre 150 mila bottiglie denota la capacità di una azienda di compiere un percorso di crescita. Certo, ci sono voluti quasi venti anni. Si sono commessi errori. Si è sperimentato molto. Si è faticato molto. Con l’entusiasmo però, si ottengono risultati. Un entusiasmo che porta a non abbattersi negli incidenti di percorso. All’inizio l’azienda non era solo un affare di famiglia. La poca esperienza e le vigne appena piantate indussero ad inserire un socio che portava in dote vigne storiche, passione per il vino, capacità in vigna. Poi però, quando si capisce che l’essere biologici e diminuire le rese in vigna può essere non solo una questione di identità ma anche di distinzione sul territorio, le strade si dividono. Nel percorso eravamo partiti con una idea di agricoltura tradizionale ma ci siamo resi conto che in un terreno poco blasonato se arrivavamo a produrre il Bianchello così, il mondo non se ne sarebbe accorto. Allora abbiamo detto: noi passiamo al biologico e corriamo i nostri rischi. La cosa è riuscita benissimo. Sarà stato l’entusiasmo o comunque la scelta delle persone in vigna, dell’agronomo, dell’enologo. Fatto sta che nel corso degli anni, sperimentando, sbagliando, i risultati sono arrivati. Ed è arrivata anche una vera filosofia aziendale individuabile nella produzione di vini da mono vitigno. Nessun blend insomma per esaltare le cultivar e far apprezzare appieno ogni singolo acino. Noi abbiamo creduto sin da subito nel mono uvaggio e nelle varietà autoctone. Il Bianchello del Metauro DOC venti anni fa era come oggi. Noi volevamo fare una versione superiore, uno spumante ma era difficile. Se facevi un passito ad esempio dovevi scrivere vino da tavola. Al momento invece sono sette tipologie da una che era. Una gamma che è fatta di tanto lavoro. Ed entusiasmo. Il Bianchello si presta alla spumantizzazione così che facciamo lo charmat, l’ancestrale e il metodo classico. Facciamo il giovane di annata, la vendemmia tardiva con surmaturazione nei migliori anni, il superiore. Ci sono voluti dieci anni per arrivare a quello. C’è un bel percorso. Per arrivare a dei risultati con il mono uvaggio devi sperimentare tanto. E sbagliare tanto. Tantissimi giorni e ore ma questo lavoro lo fai solo se hai passione. Come per il Metaurum. È il Bianchello superiore, prodotto per surmaturazione (un tempo si chiamava Campodarchi Oro perché proveniente dalla vigna che ha il medesimo nome) come evoluzione del vino che una volta sostava due anni di barrique sur lies. Era una impostazione anni 90. Lo facevamo bene. Con la raccolta delle uve a mano. Una chicca insomma. Però poi l’impronta del legno era troppo marcata per il mercato così l’abbiamo alleggerito cambiando solo la lavorazione in cantina per una piccola produzione. Vediamo all’assaggio come si comportano i vini. Ne scegliamo tre. Non possiamo che partire dall’Incrocio Bruni 54 annata 2021. È biologico e dal 2022 sarà certificato. Colore verdolino che sa di giovinezza. Nel calice si sente sia verdicchio sia sauvignon. Molta mela. Agrumi. Molta pera. Fiori bianchi. Un vino semplice che fa solo acciaio. Abbiamo ricercato la semplicità perché ci siamo resi conto che nel mercato locale della ristorazione ce lo richiedeva. Il risultato è un vino beverino forte di una buona aromaticità e giusta persistenza. Agrumi che tornano in bocca insieme a grande freschezza e sapidità rendendolo perfetto con il pesce. È un bel prodotto che fa risaltare i due vitigni sia per le caratteristiche dei singoli sia per la loro unione. Non ritroviamo l’opulenza del Verdicchio perché i sentori sono semplici e definiti, la freschezza è importante, la persistenza non stanca. Il colore verdolino attira forse poco inducendo comunque a non aspettarsi in bocca la piacevolezza che ti fa bere tutta la bottiglia. Insomma, un vino estremamente potabile che dopo qualche ulteriore mese di bottiglia sarà ancora più rotondo. E piacione. Ottimo con un pesce. Poi il Campodarchi Bianchello Superiore. Colore simile al precedente stavolta quasi luminoso. I sentori, grazie alla vendemmia tardiva di fine ottobre, sono più importanti. La frutta è matura e i fiori sono di camomilla che con l’aumentare della temperatura virano sul miele. È un vino che non va bevuto molto freddo. In bocca si presenta fresco, sapido, secco e molto caldo. Parte con una sorta di dolcezza ed aromaticità finendo con una nota amarognola che esalta la capacità di sposarsi con piatti di tendenza dolce come la pasta o anche un rombo con patate. Per un rosso non potevamo che provare l’Aleatico Ortaia 2018. È il nostro vino di punta anche se io prediligo il Sangiovese perché più secco e tannico. Se bevi una volta l’aleatico lo vuoi bere più frequentemente. L’uva viene raccolta verso metà settembre ovvero tardivamente considerando la maturazione precoce dell’Aleatico. Seguono 30 giorni sulle bucce, un anno di barrique dal secondo a quinto passaggio, poi un ulteriore anno di bottiglia. Il colore è un rosso rubino ciliegioso non troppo carico. In fondo l’Aleatico ha la buccia sottile e di antociani ce ne sono pochi. Il risultato è corredato da una bella limpidezza. Quasi trasparenza. Al naso è la balsamicità che emerge immediatamente. Poi c’è sì la frutta ma dopo il tabacco, il pepe, i chiodi di garofano. C’è la rosa, la violetta, il petalo di rosa appassito. La frutta (ici) è esotica ma anche nostrana: il melograno e l’arancia rossa ancora non matura. La frutta in generale non è pienamente matura. In bocca spicca l’aromaticità dell’Aleatico che tende a virare verso l’amarognolo senza mai farlo percepire in pieno. Continua ad esserci sapidità portata dai terreni argillosi con sabbia stratificata. Grande coerenza con l’olfatto e persistenza non particolarmente lunga così che l’abbinamento con un brodetto o una zuppa di pesce (ma anche con un ragù) è assicurato. È un vino che quando lo si beve ricorda in pieno il Pinot Noir arrivando ad essere una grande espressione di Aleatico! Se Luca voleva trasmettere il suo entusiasmo attraverso i vini, devo dire che c’è riuscito in pieno. Io almeno mi sono entusiasmato e non posso che dirgli grazie per avermi coinvolto e contagiato. Quella di Luca e della sua famiglia è una realtà che dimostra a pieno come l’entusiasmo, la determinazione, la passione, lo studio, la programmazione e mai l’improvvisazione possano portare a produrre vini che meriterebbero tanta ma tanta maggiore notorietà. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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12 Maggio, 2023

Giovannino Pusceddu e la sua Sardegna

Giovannino Pusceddu e la sua Sardegna Cannonau e Vermentino. Vermentino e Cannonau. Non è che si va molto più lontano di così se si vuole identificare la Sardegna nel mondo del vino. Almeno per i più. Parlare di altri vitigni della Sardegna è come dire ad un turista che in Sardegna c’è altro oltre il mare. Se non ci si ferma alla superficie, si può trovare molto di più in Sardegna. Anche oltre le spiagge. Bosa ad esempio. È un paese in provincia di Oristano. Qui, i più esperti, sapranno citare la Malvasia. Di Bosa appunto. Certo, c’è pure il Cannonau. Come privarsene in fondo. Se arriva un turista e gli proponi la Malvasia, probabilmente non la prende. Se non hai nemmeno il Cannonau, cosa vendi? Il Vermentino…. Bosa è sul mare ma a stretto ridosso delle colline che cadono proprio nel mare. Nell’entroterra ci sono pascoli e boschi. È in altura che si trovano erbette che forniscono al latte, dunque ai formaggi e alle carni, un sapore del tutto particolare. Negli anni 50 la Granarolo mandava i camion in Sardegna e acquistava il latte da mio nonno. Poi i latifondi si sono frammentati, il prezzo del latte è crollato e il sistema si è sgretolato Il nonno di Giovannino Pusceddu aveva parecchia terra destinata all’allevamento di bovini e ovini. Oliveti e qualche vigneto con produzione per consumo familiare. C’era il frantoio ma non la cantina. Così che il vino che eccedeva si vendeva sfuso. Come l’olio ovviamente. Non è che si poteva imbottigliare. Tanto il vino si beveva per quello che era. Si coltivava il Pascale perché dava rese altissime grazie anche ai contadini che lo piantavano in zone prossime al fiume. È un vitigno che fa 10 kg a pianta. Peccato che dopo la produzione il vino non arrivasse a primavera inacidendosi precocemente senza che questo impedisse ai contadini di berselo lo stesso. Era un alimento. Ad un cristiano gli davi una bottiglia di questo vino spunto, una cipolla, un panino e quello stava a zappare tutto il giorno. Giovannino da sempre è affascinato dal vino. Così affascinato da aver conseguito una laurea in viticultura ed enologia. Una passione trasmessa dal nonno che, resosi conto che il settore dell’allevamento stava andando in declino, ebbe la pensata di piantare una vigna di 9 ettari di Malvasia e farsi una cantina. Peccato che alla sua morte il padre si sia occupato di altro e la vigna venisse divisa in famiglia. Finiti gli studi Giovannino non rimane in Sardegna. Vuole, ha bisogno, di fare esperienza. Di toccare con mano. Di mettere in pratica gli studi. Visto però che è uno che non ha tanta voglia di aspettare ha una pensata. Ho iniziato con l’idea di fare due vendemmie all’anno, una nell’emisfero nord, una in quello sud. Si dice in genere siano necessarie 14 vendemmie per definirsi enologo. Invece di metterci 14 anni ce ne metto 7 Come fai a non voler già bene ad una persona così? Giovannino va Svizzera per poi tornare e continuare a studiare per diventare sommelier. Visto che deve continuare a fare le vendemmie altrimenti non si può definire enologo, parte per la Nuova Zelanda e l’Australia. Siamo nel 2016 e qui lavora come operaio in una grande cantina. Solo che il metro per definire “grande” in Australia è diverso da quello nostro. In Australia si ragiona a tonnellate. Quando Giovannino racconta dell’Australia ha gli occhi che gli brillano così che si capisce quanto sia appassionato e fiero. Fiero di una esperienza del genere. Unico italiano nella cantina, così l’inglese lo ha imparato bene. Ha anche imparato la pragmaticità degli australiani (che in fatto di vini sono decisamente ad un buon livello). Nella worksheet la mattina leggo “aggiungere 3000 litri di acqua al tank n.18”. Era un modo per portare un vino da 18 gradi a 14: si aggiunge acqua. Per loro è normale. Una cosa che non fa male si fa e basta Stava bene in Australia Giovannino. Imparava l’inglese. Guadagnava il giusto. Faceva il mestiere che gli piaceva fare. Imparava a diventare enologo. Insomma di tornare non è che gli andasse molto. Anche se poi arriva il momento nel quale uno un po’ di nostalgia per la sua terra la sente. Siamo nel 2016 e un pensiero nella testa di Giovannino inizia a frullare. Se ritorno è per fare qualcosa. Così parla con la sua famiglia. Se valorizziamo il terreno, torno, apriamo una cantina e lavoriamo seriamente. Oppure rimango in giro per il mondo. Alla fine apre la cantina Azienda Agricola Fratelli Pusceddu insieme alla sorella Ottavia. Per ripartire subito dopo. Perché le 14 (o 7 per due) vendemmie, le doveva pur completare. Siamo io e mia sorella. Io ho fatto enologia lei tecnologia agroalimentari. Per il momento si è occupata di burocrazia perché stava studiando. Avevamo un operaio che tralasciamo ci ha creato tanti problemi e se ne è andato. Per adesso faccio tutto da solo. Imbottigliano il primo vino nel 2017. Non avendo tutte le attrezzature, porta l’uva nella azienda di Sassari dove lavora Giovannino. Nel 2018, gli investimenti e finalmente la prima annata viene imbottigliata in proprio. Due soli vini. Particolari. Ma solo due. Ecco, qui c’è tutta l’intelligenza e il pragmatismo di Giovannino. Se hai pochi ettari, tra l’altro con rese davvero basse (la Malvasia qui arriva a 30/40 quintali per ettaro) e vuoi in qualche modo affermarti, devi avere la quantità oltre che la qualità. Fare più di due etichette vuol dire disperdere. L’etichetta del rosso Temo è identificativa del territorio ma ha dello strano: c’è un fossile di conchiglia stilizzato. Il terreno intorno a Bosa è calcareo anche se c’è un po’ di argilla. Un calcareo ricchissimo di fossili. I fossili vengono fuori dal terreno. Mi creano problemi perché sono come dei sassi. Li usiamo per i muri a secco dei terrazzamenti. Non durevoli nel tempo perché sono si sgretolano. La disgregazione non è solo dei fossili ma anche dei terreni del nonno. Non rimane molto di quello che era. C’è un mezzo ettaro in campagna dove vivono i genitori. C’è un ulteriore ettaro ereditato dalla nonna. Ho ereditato dalla nonna materna un ettaro di Malvasia di Bosa in una zona che può essere considerata la grand cru della Malvasia. Peccato che la vigna, con meravigliose piante di 40 anni, produceva a mezzo servizio. Troppo poco per essere sostenibile. A malincuore, non rimase che buttare giù tutte le piante e reimpiantare le barbatelle. Infine un ulteriore ettaro e mezzo, piantato a uve a bacca rossa, derivato dalle terre del padre usate come uliveto e bosco. Un totale di 3 ettari e mezzo. In tre luoghi diversi. Tre zone distanti pochi minuti di macchina che con il trattore diventano 25. Tre terreni che cambiano donando ricchezza e diversità alle varie cultivar. Cannonau e Vermentino. Ricordate? Questo si produce in Sardegna. Ma qui siamo a Bosa. Dunque c’è la Malvasia. Poi c’è la vigna di rosso. Ma che rosso? Sembra arzigogolato, ma ricordiamoci che Giovannino è pragmatico. Oltre che enologo (le ha fatte alla fine le 14 (o 7 per due vendemmie). Un enologo pragmatico nonché proprietario (insieme alla sorella Ottavia) di una azienda, sa che poi il vino lo deve vendere. Oltre ad essere buono, il vino deve essere vendibile. Le pensa tutte Giovannino. Così che gli vengono in mente due vini interessanti. Un bianco come blend tra Vermentino e Malvasia. Un rosso che lui non ha timore nel definire “taglio bordolese sardo” poiché blend di Cannonau, Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Se qualcuno pensa che ciò sia frutto di un vezzo, si sbaglia di grosso. Giovannino ha fatto sua l’esperienza certo ma ha perfettamente capito come la distinzione passi per qualcosa di identitario e speciale. Creare un blend di Malvasia e Vermentino vuol dire offrire a questo, stra noto in Sardegna, una nota insolita. Oltre che massimizzare la bassa produzione di Malvasia. Dove ci sono le viti di Malvasia è sì calcareo ma molto argilloso. Va gestito in base alle piagge. La Malvasia si raccoglie ad ottobre ma dipende dal tempo con il risultato che è quasi un passito. Per il rosso, inserire Sangiovese e Cabernet nel Cannonau, vuol dire arricchire il vino sardo fornendo struttura e longevità. Oltre che colore. Giovannino sa il fatto suo. Ama la sua terra e ama parlarne. Così come è meraviglioso quando parla delle sue piante. Delle sue terre. Essere sardo per Giovannino è esistenziale analogamente all’essere enologo. Le due cose si fondono perfettamente quando parliamo della potatura che lui dice di fare tardivamente perché evita le gelate (così non la stimoli e rimane dormiente il più possibile). C’è un detto in Sardegna. Te lo dico prima in sardo poi in italiano. Arbili at mortu sa mama a fritu. Aprile ha ucciso la madre con il freddo. Ogni anno qui succede qualcosa. Sono arrivate anche le cavallette. Ora ci manca Mosè Che mito Giovannino. Fa tutto da solo. In vigna e in cantina. Fa il vignaiolo e l’enologo. Fa il contadino e il cantiniere. Non si abbatte mai Giovannino. Tanto che per non farsi mancare nulla ha pure aperto un ristornate con un amico. Ho preso in gestione un ristorante con un altro socio. Piuttosto che avere una piccola enoteca prendo un ristorante e faccio conoscere i miei vini. Bosa è turistica. Così le persone che lo assaggiano mi contattano. Si è passato ad un bere di qualità e io voglio spostare il consumatore dalle classiche due taniche da cinque litri ad una cassa di bottiglia. Un po’ di sfuso lo vendo per il cash. Fa pagare le bollette Insomma, Giovannino è uno che ci sa fare. Scelte ben precise con uno scopo ben preciso. Senza poi tralasciare una nota di tenerezza. Se non ci fosse la mia compagna mi sentirei da solo in campagna. Assaggiamo per prima il bianco Alvu, con Malvasia (10%) in blend con il Vermentino (90%) con solo acciaio. Il pulitissimo giallo paglierino che ho nel calice sta virando verso il dorato. Colore già proprio del riflesso. Volevo fare qualcosa di diverso. A fare il Vermentino di Gallura sono buoni tutti. Volevo dare una firma locale e ho aggiunto la Malvasia. È un naso da Malvasia con sentori salini. Sapidità. Iodio. Viene bene La frutta viene fuori bene. Ho cercato di lavorare con una peristaltica riuscendo a trattare con i guanti il vino. È una cosa viva e va trattato come una donna. Ho acquistato una candeletta e qualunque movimento è fatto con azoto. Fare un lavaggio con azoto lo pulisce evitando di usare rame. Ecco, questo è Giovannino. Si certo, sta parlando con una persona che ne capisce. Ma la sua naturalezza nel dire queste cose, nell’affrontare la tecnica del vino, è meravigliosa. È padrone della materia e ne parla come se stesse al bar. Un grande! I sentori comunque di questo Alvu sono pulitissimi. La pera, i fiori bianchi di camomilla emergono in maniera distinta. Semplici, puliti, identificativi. In bocca torna a pieno la pera sentita prima al naso. È una pera Smith. C’è la sapidità oltre alla dolcezza della pera con un finale lievemente amarognolo dato dalla Malvasia. È una coda che arriva con la deglutizione scomparendo immediatamente a causa della sapidità. La sensazione che ne deriva è piacevole perché quando l’amaro sta per arrivare, scompare in un gioco che c’è piacere a ripetere. Persistente, secco e caldo. Un calore però che non si percepisce nel pieno dei suoi 14 gradi Non riesco a fare di meno però non li senti. Sono riuscito a bilanciare tutto. È un vino un corposo. Sì sottile ma che poi si allarga grazie alla dolcezza della pera. Quest’ultima, unita alla secchezza, limitano la sensazione di calore. È un vino beverino che rischi di sentire dopo. Da abbinare con un pesce al sale. Per la pasta userei solo crostacei. Poi ecco Temo (nome che deriva dal fiume, navigabile, che attraversa Bosa), il rosso del 2021 per il 70% Cannonau dunque già pronto di suo. Grazie al Cabernet il colore è un rosso rubino acceso. 6 mesi di barrique di secondo/terzo passaggio, acciaio e vetro (la recensione sul mio blog Instagram) Mi sono trovato costretto a fargli fare la barrique perché Sangiovese e Cabernet vanno domati. Il cannonau va in bottiglia perché te lo bevi tranquillamente. Gli altri hanno tannini verdi che devono polimerizzare. Bella pulizia, indicativa di un ottimo lavoro in cantina. Le note che emergono al naso sono dolci di frutta matura, spezie come chiodi di garofano, vaniglia, tabacco dolce, fiori quasi in potpurry. Non può mancare la violetta del Sangiovese. Sottobosco ed ematico chiudono un bel bouquet che avrà tempo per evolversi in bottiglia. È infatti un vino giovane nonostante la rotondità dei sentori merito del legno. Tra alcolicità e acidità, dieci anni di bottiglia gli fanno un baffo. È vero che deve evolversi ma in bocca tornano i frutti. È caldo, secco, sapido. La freschezza ed il tannino ci sono. Così come la importante persistenza. Avrà sicuramente una evoluzione ma è pronto adesso tanto che risulta molto piacevole da bere, meglio se accompagnato. Sarebbe utile prendere più bottiglie per apprezzare le diverse per le annate e la loro evoluzione. Quando ti trovi dinanzi una persona giovane come Giovannino Pusceddu, non puoi che avere speranza per il futuro. Passione, forza, determinazione, voglia di emergere. Unita all’amore per la propria terra e per il proprio duro lavoro. Una durezza che non spaventa anzi appaga. Così come appagano tutti i singoli risultati che ottiene insieme ad Ottavia. Se si dice che per diventare enologi servano 14 vendemmie (7 anni per Giovannino tra i vari continenti) allora io auguro a Giovannino cento di queste vendemmie. Te, le meriti. Ve le meritate tutte. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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5 Maggio, 2023

Tenuta Agricola Pesolillo e l’ospitalità abruzzese

Tenuta Agricola Pesolillo e l’ospitalità abruzzese Cosa porta a produrre vino? Passione? Amore? Calcolo? Si dice spesso che per ottenere risultati economici interessanti il vino debba avere grandi quantità. Volumi e volumi in grado di generare margini sufficienti per essere definiti azienda. Anche se ancor più spesso le aziende sono famiglie, con la loro storia, la tradizione, la continuità. C’è chi è nato vinicoltore. Chi ci è diventato convertendo la coltivazione. C’è chi ha scoperto l’ospitalità per legarla alla cantina. Un po’ per arrotondare, un po’ per darsi un tono. Raramente mi è capitato qualcuno che abbia iniziato a produrre vino grazie all’ospitalità. Nel caso della Tenuta Agricola Pesolillo forse si è trattato proprio di assecondare l’agriturismo. Siamo in Abruzzo, a Chieti. Le colline scendono dolcemente verso il mare separando questo dagli Appennini. Dal mare arrivano i venti salini che rendono le estati meno calde. Così come gli inverni meno rigidi. I terreni, di matrice sabbiosa, sono da sempre vocati alle grandi produzioni di uva. È questa terra di pastori e di agricoltori. Persone ospitali e schiette che non vanno tanto per il sottile quando si tratta di mangiare. Figuriamoci di bere. Incontro Lorenzo Pesolillo, terza generazione della azienda. Un ragazzo che si sta facendo strada e che ora, dopo aver preso una laurea in economia, fatto esperienze all’estero e in Italia per una importante azienda che produce e commercializza la bevanda gassata più famosa al mondo (va beh lo scrivo che è la CocaCola), si dedica anima e corpo alla azienda di famiglia. È Lorenzo che si occupa della promozione e vendita dei vini di famiglia. Ci siamo divisi i ruoli. Un mio fratello fa la sala nell’agriturismo; l’altro sta in cucina. Uno fa più la parte burocratica; uno più cantina vera e propria. A me dicono: con questo vino cosa facciamo? Marco, Luca, Lorenzo. Loro sono i figli di Giuseppe Pesolillo, diretto discendente di Domenico, fondatore dell’azienda nel lontano 1961. 12 gli ettari di terra. Non tantissimi per una azienda agricola. Ma se sai cavalcare il momento, puoi trovarne di che vivere. Ai primi degli anni 90 papà Giuseppe coltiva le pesche per poi venderle all’ingrosso. Alla fine degli stessi anni, vedendo che qualcosa stava cambiando, inizia la coltivazione fuori suolo e in serra. I tempi cambiano ancora e Giuseppe capisce che qualcos’altro su quella terra si può fare. Mette così su l’agriturismo con la ristorazione e le stanze per gli ospiti. La ristorazione, con la schiettezza dei cibi abruzzesi, necessita di vino. Sincero e senza fronzoli. Così come sono gli stessi abruzzesi. In azienda il vino si è sempre fatto perché le vigne fanno parte di questo territorio. Montepulciano (d’Abbruzzo ovviamente) e Pecorino. Si fa il vino dall’uva che rimane dopo il conferimento alla cooperativa. Si faceva per la famiglia e si fa ora per l’agriturismo. Eh già l’agriturismo. Quello ne chiede di vino. Così come di ortaggi e tutto ciò che la terra può dare. Turisti, turisti, turisti. Bella intuizione in una terra che ha tanto da offrire ma ancora poco sfruttata. Avevamo la cantina in versione light. Vinificavamo 5/6000 litri tra bianco e rosso. Per l’agriturismo. Agriturismo vuol dire ospitalità. Vuol dire aver rispetto degli ospiti, dei clienti. Offrire loro prodotti a km zero non avrebbe senso se non biologici: sani e coltivati nel rispetto della terra. Oltre che del territorio. Se inizi a produrre ortaggi a km zero, diventa una filosofia che la vigna non può che recepire. È così che il rapporto con la cooperativa alla quale si conferisce l’uva, si incrina. Non tutti sono infatti disponibili a seguirli nel biologico (forse non riuscivano a vedere lontano). Non tutti limitano le produzioni in vigna badando più alla qualità. L’unica soluzione possibile è coltivare e trasformare l’uva in proprio: un progetto di lungo periodo. Tutta l’uva però. Cosa questa che non potrebbe più essere assorbita dal solo agriturismo. Anche diminuendo le rese, le bottiglie rimangono tante. Occorre pensare a produrre vino e a venderlo. Il passo successivo è dunque una conseguenza: investimenti per le attrezzature di cantina, per la cantina stessa, per le persone, per la commercializzazione. Non è la cantina che ti fa dire wow ma è funzionale e c’è tutto di quello di cui hai bisogno. Un percorso necessario che porta l’azienda a concentrarsi, anche, sul vino. Lorenzo è un ragazzo diretto e con il sorriso sempre pronto. Ha dalla sua l’anima commerciale che lo porta a raccontare con leggerezza e maestria la sua azienda ma anche a fuggire dai lavori in vigna o in cantina. Conosce le sue capacità e riconosce le sue conoscenze. Così come i limiti. Non sono un enologo ma mi fido del nostro. Non puoi saper far tutto per cui ti servi di un tecnico bravo. Soprattutto, quando verso il vino nel bicchiere sento la differenza. Per iniziare a produrre vino, vino che sia rappresentativo del territorio, che non sia opulento ma schietto, pronto e fresco, serve lavorarci sopra. Non sono passati tanti anni. Eravamo pronti per il 2020 ma il covid ci ha bloccato. Siamo usciti nel 2021. Serviva un tecnico ed è stato preso. Serviva l’attrezzatura ed è stata acquistata. Serviva un buon packaging e l’hanno creato. Tutto in un bel piano sequenziale. Merito dell’intuito ma anche di tanta preparazione. Abbiamo ricreato daccapo tutte le etichette. Abbiamo fatto alcune accortezze in cantina sia da un punto di vista tecnico sia di presentazione. Devo essere contento anche se tutti i commerciali vorrebbero sempre di più. È un inizio. Il prodotto piace dunque va bene. I 12 ettari di vigneto diventeranno 15 a breve. Le rese per ettaro sono basse per un territorio che ha fatto (nella maggior parte dei casi) la quantità come focus: 150 quintali per ettaro per il Montepulciano; 100 per il Pecorino. Raccolta manuale su tutti gli ettari. Per come abbiamo i vigneti noi si farebbe anche fatica con la macchina. Ma serve perché con le piccole dimensioni si gestisce bene la tempistica vigna-cantina. Una azienda giovane dunque. Governata da giovani con idee chiare e una filosofia che si ritrova tutta nel bicchiere. La voglia, manco a dirlo, è quella di offrire prodotti genuini, identitari, semplici. Schietti. Come gli abruzzesi. Iniziamo ad assaggiare i vini partendo dal Pecorino superiore. È un 2021. Uva raccolta nella seconda metà di agosto per mantenere freschezza e immediatezza. Il colore verdolino scarico evidenzia la giovinezza. Le note erbacee di fieno appena tagliato, la confermano appieno. I fiori sono bianchi e c’è un sentore vinoso che lo rende già così schietto e diretto. La mela verde Granny Smith è croccante. Le note semplici e dirette non deludono le aspettative. Il sorso non è da meno. Già mi piace il retro olfatto che richiama fortemente i sentori apprezzati all’olfazione. Torna la mela verde donando la sensazione di grande freschezza: non serve gustarlo particolarmente freddo (8/10 gradi). È sapido. Molto diretto, non opulento. Molto verticale. È un vino che ha una freschezza e secchezza così importante da renderlo quasi tannico. Serve abbinarlo ad un piatto di pesce dolce tipo salmone o gustarlo durante un aperitivo accompagnandolo con un formaggio non stagionato. La bocca chiude bene e la persistenza è giusta. Lorenzo è davvero commerciale. Parla a raffica della bottiglia. Del prezzo. Del fatto che deve essere un prezzo abbordabile per il consumatore per portarlo a bere anche due bottiglie. Sa il fatto suo! Passiamo al Rosato IGT. In una terra dove il Cerasuolo è monumento, sembra quasi un controsenso non chiamarlo così. Eppure, anche in questa scelta, noto lungimiranza, determinazione, serietà. Nella bottiglia non c’è il solo Montepulciano ma anche della Malvasia Rossa. Il colore che ne deriva è più chiaro di un classico Cerasuolo. Territorio, vitigno, tradizione. Non aveva senso proporre un Cerasuolo così chiaro. C’è qualcosa di diverso per via della Malvasia che da dolcezza ma no n residuo zuccherino. Quasi aromaticità. Al naso la cerasa è quella bianca, una ciliegia dolce e croccante: dolcezza della Malvasia, croccantezza del Montepulciano. Oltre la cerasa, un po’ di melograno, della pera Smith, un po’ di mela e dei fiorellini di campo, non c’è molto altro. Ancora semplicità dunque. Schiettezza, immediatezza. Come si conviene ad una serata di campagna in estate. Volevamo un prodotto più moderno, internazionale. Questo Rosato si dimostra amabile. Quasi piacione. Lo senti e dici “ah però”. In bocca emerge la parte fresca che al naso veniva coperta dalla Malvasia. La ciliegia scompare quasi per dare spazio ad una fragolina che non smette di essere presente. Molto secco. Sapidità più spinta del Pecorino. In finale molto più convincente di alcuni Cerasuoli. Rimane un senso di agrume in bocca che sembra una arancia. Si può bere da solo! Saltiamo nel mondo dei rossi partendo dal Montepulciano biologico. 2021. L’uva è raccolta in base agli anni tra l’ultima di settembre e la prima di ottobre. Imbottigliato a marzo 2022 dopo 4 mesi di acciaio per ricercare una beva estiva. Un obiettivo che fa capire il perché del vino: l’agriturismo! È nato da quello che ci dicevano i nostri clienti in agriturismo quando gli si proponeva il Montepulciano. Abbiamo voluto fare una versione più beverina. Colore rubino con riflessi porpora dice che nel calice c’è un Montepulciano giovane e non impegnato (né impegnativo). Al naso si intuisce la giovinezza: è come se fosse stato spremuto un grappolo direttamente nel bicchiere. Ricorda, per la frutta che si evidenzia al naso e per la freschezza, un vino novello. Freschezza e accessibilità. Se non ami particolarmente i rossi, questo potresti apprezzarlo. In bocca il tannino non è per nulla irruento. Molto secco. Caldo. La frutta in bocca mi ricorda, positivamente, un novello. D’estate con 30 gradi fuori e il vino a 16 si apprezza. Una bella scelta commerciale pensato per l’agriturismo. Per le serate estive e le cene all’aperto al chiaro di luna. È un vino “infame” (nel senso buono ovviamente!) perché te lo bevi tutto e i suoi 14 gradi rischi di sentirli dopo (ma tanto hai la stanza a due passi e ci può stare). Saliamo di livello e apriamo un Montepulciano “Filari in costa”. Coltivato in un appezzamento di circa due ettari (“in costa” vuol dire in pendenza) con esposizione sud sud est. Maturazione protratta in avanti Il colore ricorda il precedente ma senza la porpora come riflesso. I sentori di mora e ciliegia si sentono più maturi. Un po’ di sottobosco c’è. Il passaggio in botte (su circa il 25% della massa) è breve (sei mesi) e di basso impatto (terzo passaggio delle barrique) lo rendono diretto anche se c’è una maggiore e ovvia rotondità rispetto al precedente. Non mi aspetto tanta freschezza in bocca ma rotondità in evoluzione. Il tannino che si apprezza al sorso è infatti più vellutato. La rotondità c’è pur con un finale leggermente amaricante. Secco e non particolarmente sapido. Un vino non impegnato che ordini nuovamente poiché di facile abbinamento e di beva non impegnata. Ciò che mi piace è la continuità con il precedente rosso. Non so se è un caso o meno. Lo scoprirò assaggiando il prossimo. La Riserva 2019. Sempre di Montepulciano ovviamente. 3800 bottiglie. Etichetta numerata, ceralacca, cartavelina e cartone dedicato. Qui ci si dà un tono. Raccolto ancora più tardi del Filari in Costa, fa un anno di acciaio e un anno in barrique. Poi in bottiglia per un ulteriore anno. L’aumento della complessità olfattiva evidenzia l’evoluzione del vino. La frutta è quasi cotta. I fiori sono vicini al potpurry. Spezie dolci di cardamomo, chiodi di garofano, tabacco, pellame. Poi pepe. La secchezza è la stessa dei precedenti. I tannini sono levigati. La persistenza si allunga e la bocca si chiude precisa con una importante ciliegia. Il maggiore affinamento ha tolto anche il finale amaricante del precedente. La spalla garantisce una sicura evoluzione non tanto per i sentori quanto invece per i tannini che continueranno ad ammorbidirsi. Lo trovo splendidamente abbinabile con la brace (un arrosticino di pecora, manco a dirlo!).  È comunque una bottiglia che non necessita di particolari occasioni per essere bevuta. Anche questo ultimo assaggio mi conferma che c’è un filo conduttore tra i diversi vini a dimostrare che quando si attua un progetto, non necessariamente si deve venire da lontano. Basta essere coerenti e consistenti. La coerenza rende particolarmente evidente l’evoluzione sensoriale dei i vini. Pesolillo è uno dei produttori dove ho maggiormente trovato, nella semplicità, il legame dunque la costante impronta tra i vari prodotti. È bellissimo infatti constatare come da uno stesso vitigno si possano avere sensazioni olfattive e gustative completamente diverse ma legate tra esse. La scelta di produrre vino per l’agriturismo è senza dubbio una scelta intelligente e soprattutto vincente. Cosa ricerchiamo quando andiamo in un luogo del genere? Piacere, relax, convivialità. Proprio come il vino. Cosa è il vino se non sensazioni, ricordi? Ecco allora che aprendo certe bottiglie non possono che tornarci alla memoria le sensazioni vissute. O che vorremmo vivere. Non so quali e quanti clienti dell’agriturismo dovrò ringraziare per aver ispirato questa evoluzione aziendale, ma davvero grazie. Grazie anche alla famiglia Pesolillo che con lungimiranza e capacità è riuscita a realizzare qualcosa che spero, sia solo l’inizio di una storia.   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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28 Aprile, 2023

Barabara Gatti il Moscato ha trovato il suo sorriso

Barabara Gatti il Moscato ha trovato il suo sorriso Quindic’anni, quindic’anni, quindic’anni Poesia di un’età che non ritorna Sulla bicicletta in due senza mani Matti come due cavalli io e te Era il 1976 quando il gruppo “I Vicini di casa” cantavano la canzone “Quindic’anni” garantendosi un successo discografico per poi scomparire nel dimenticatoio subito dopo. Già, è facile cantare una canzone così e poi scomparire. Più difficile è quando, proprio a quindici anni, non puoi scomparire perché inchiodato a responsabilità che non hai chiesto, non hai voluto. A quindi anni sei nel pieno della adolescenza. Vuoi andare in giro in bicicletta senza mani (nel 1976) o scorrazzando con una di quelle dannate macchinette ai giorni nostri. Ti batte il cuore se un ragazzo ti scrive o ti guarda. Pensi al mondo come non dovesse mai finire. Quando però a finire è la vita del faro della tua vita, di colui che ha rappresentato l’esempio, allora il mondo ti casca addosso. Anche una quindicenne ha un’anima e una sensibilità nel capire che quando il papà muore e rimani sola con tua madre, lì, non solo inizia il vuoto, ma il macigno che ti grava sulla testa è qualcosa che non sei sicura di poter sopportare. Barbara Gatti perde il papà quando ha quindici anni. Non c’è solo il vuoto lasciato, il macigno del dolore, la consapevolezza che da ora in poi sarà solo lei con la madre. No, c’è anche una azienda da portare avanti. A quindici anni? Già. Purtroppo. Per fortuna. Chissà. Siamo a Santo Stefano Belbo (Cuneo), luogo noto ai più per aver visto la nascita di Cesare Pavese; ai meno (purtroppo) perché centro nevralgico del Moscato d’Asti. Qui, sulla collina di Moncucco, sorge l’Azienda Agricola Piero Gatti che dagli anni 80 produce il nettare che ha reso famoso questo territorio nel mondo. Piero era il papà di Barbara. Piero insieme a Rita, la mamma di Barbara, fondarono l’azienda nel 1988. Due soli ettari di terra fino a quel momento utilizzati, anche dai loro genitori, solo per produrre uva da conferire. Il grande passo che papà Piero si sentiva nelle corde, forse anche nel dovere, di fare. Barbara era piccola. Così piccola che i ricordi di quei tempi affiorano con difficoltà. Non i momenti felici, le sensazioni che solo la vigna, la vendemmia, la cantina, i viaggi per portare il vino in giro possono imprimerti nella memoria. Gli odori e i sapori del vino sono nella sua memoria. Come un tatuaggio mnemonico. Ricordi sensoriali. Poi arriva quel momento. Quello che non ti aspetteresti mai. Che rifuggi perché non nella testa di un adolescente. Papà Piero che non c’è più. Si fa anche difficoltà a proferire la parola “morte”. Troppo dura. Troppo difficile ancora da digerire. Si dice “è venuto a mancare”. Ma manca. Manca davvero tanto. Come manca il terreno da sotto i piedi. Un terreno che però rimane li. Con tutta la azienda. Con la decisione di cosa fare Scegli tu cosa fare. Se andare avanti con l’azienda o meno. Mamma Rita è questo che dice a Barbara. A soli quindi anni ti viene voglia di scappare. Altro che rispondere. Sai in cuor tuo che se decidi di dire sì, prendi la tua giovinezza e la getti nel cesso. Se dici no, a finire nel cesso è l’azienda di tuo papà. La risposta che Barbara dà alla mamma è racchiusa nel suo sorriso. Sorriso disarmante. Tenero ma duro allo stesso tempo. Di quei sorrisi che ti fanno brillare gli occhi perché riesci a vedere dentro e capire quanto si dimeni tra felicità e tristezza. Felicità per ciò che fa, ciò che le circonda, ciò che è riuscita a portare avanti; tristezza per aver perso una parte importante della sua vita. Sono cresciuta un po’ in fretta. Ho dovuto prendere delle responsabilità che a quindici anni non si prendono. Non ho vissuto a pieno l’adolescenza Forza, tenacia, volontà. E tanto buon umore. Come puoi non aver rispetto per una donna come Barbara? Caso strano ci parliamo nel giorno della festa della donna. Dopo la morte di papà Piero c’è voluta la forza di mamma Rita unita a quella di Barbara per mandare avanti tutto. La mamma è stata un pilastro portante. Si è sobbarcata l’azienda per tanti anni in un periodo dove in queste zone una donna era guardata come una extra terrestre. Era l’unica donna che andava a comprare i prodotti per la vigna. Oggi, per fortuna, ci sono donne che lavorano la terra e guidano pure il trattore. Fino a quando anche mamma Rita non decide che sia arrivato il momento di raggiungere Piero. Così che Barbara è davvero sola. La guardi negli occhi e il sorriso quasi scompare. Troppo facile leggerle dentro una fragilità che però non dà a vedere. Quasi rifugge e sfugge ai pensieri con il sorriso a farle da schermo. Una azienda, che nel frattempo è diventata più grande, da portare avanti non è cosa da poco. Quando poi produci un prodotto identitario ma difficile come il Moscato, devi farlo bene. Devi necessariamente produrre un prodotto di eccellenza. Sì, certo, per i clienti. Ma anche, forse soprattutto, per papà Piero e mamma Rita. Perché loro da lassù guardano, osservano e non possono essere delusi. Barbara lo sa. Sa che il suo di compito non è semplice. È sola. Ma non demorde. Una spera che attraverso il lavoro, l’azienda e i loro insegnamenti di tenerli vivi. Le tocca davvero ripartire da zero. Per una che ha fatto il classico e poi si è iscritta a lingue all’università dover fare tutto da sola perché nemmeno mamma Rita c’è a condividere la conduzione, vuol dire ricominciare. Da zero. Grande umiltà. Grande spirito di adattamento. Grande forza. Occorre chiedere consiglio. Occorre sperimentare. E tanto. Barbara lo fa. Sono andata al Vinitaly da quando avevo quattordici anni Non lo dite in giro che facevano entrare minorenni altrimenti sono problemi!o Barbara ha ampliato i mercati verso l’estero arrivando a vendere il 50% fuori Italia. Papà faceva solo il moscato. Hanno aggiunto poi il Brachetto e i due rossi. Lei ha creato altri vini, il passito e il bianco “Due Gatti”. Cerchiamo di fare vini vegani. Ho fatto esperimenti sui passiti con appassimenti in vigna e graticci. Preferirei però fare vini in tradizione pura. È nato così ed è buono così. Talebana! Ho fatto solo esperienza con persone che mi hanno insegnato i trucchi del mestiere mentre con il vino tanti assaggi. Che ne penserebbe papà dei due vini? Io spero ne sia fiero. La filosofia che abbiamo sposato è sempre la stessa: fare vini di qualità, farli bene, rispettando la terra, le tradizioni. Spero possa esserne fiero. Barbara. È lei che gestisce l’azienda. Lei che crea vini e mantiene la tradizione. Frutto di passione e tanto amore. Una sfida continua con sé stessa. Perché papà Piero e mamma Rita possano essere soddisfatti di lei. Sembra quasi un peso questo. Che lei porta con allegria e fierezza. Ma anche con fermezza. Pretendendo da tutti il massimo, controllando che tutto sia a posto. Non può deludere papà Piero e mamma Rita. Mi spiacerebbe per tutti i sacrifici fatti da mio papà e da mia mamma che qualcosa andasse male. Non può permetterselo. In fondo ora c’è Agata, tre anni. Il futuro di questa azienda. Agata che porta il cognome di Barbara perché la continuità si fa anche così. Se le piace l’aiuto ma se non le dovesse piacere non voglio forzarla. Difficile comunque portare avanti l’azienda con una bambina di tre anni. Difficile, duro ma non da farle perdere il sorriso. Tempo libero non ce ne è dunque cerco di fare i lavori quando dorme o è all’asilo” Sorride mentre lo dice. Sorride di quella tenerezza che Barbara sa “diffondere” nell’ambiente che la circonda. Non si abbatte. Non si scoraggia. Sorride alla vita. E tuo marito? Lui fa l’agronomo. Ci siamo conosciuti per lavoro. Gli chiedo ovviamente di aiutarmi come in vendemmia: si prende le ferie! Se potessi scegliere di tornare indietro ai tuoi 15 anni? Io sono contentissima. Mi piace questo lavoro. Veder bere alle persone una cosa che hai fatto tu è una soddisfazione incredibile. L’idea di Barbara è di aumentare la produzione per via di qualche ettaro in più da far fruttare. Ma senza esagerare.   Poi vediamo quando cresce la mia bimba. Barbara Gatti e la sua spontaneità, la freschezza, la voglia di non mollare. Per papà Piero. Per mamma Rita. Per Agata. Per sé stessa. Ti auguro tante, tante meravigliose vendemmie con la speranza di vedere quanto prima la piccola Agata seguire le tue orme. Ve lo meritate.   PS ho assaggiato il Moscato e che dire se non “wow”? Un vino che per i suoi pochi gradi di alcol e la dolcezza non stucchevole, può essere bevuto da tutti. Un naso ricco di dolcezza con la pesca, la mandorla dolce, l’uva, gli agrumi dolci e i fiori di camomilla. In bocca esplode la dolcezza avvolgente senza essere stucchevole. C’è una base fresca e la sapidità che lo rende non opulento. La chiusura di bocca è gradevolissima, quasi elegante. L’ho degustato con la pastiera: eccellente!   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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