Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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Il Candore di Roma. Il Falstaff White Wine Party Arrow Right Top Bg

22 Luglio, 2026

Il Candore di Roma. Il Falstaff White Wine Party

  Al Grand Hotel Plaza di Via del Corso, la Capitale ha vestito di bianco la sua prima festa firmata Falstaff, tra storia liberty, walk-around tasting e i grandi bianchi d’Italia Grand Hotel Plaza, Roma — 23 giugno 2026 Vides ut alta stet nive candidum Soracte…
Orazio, Odi, I, 9 Il bianco non ammette mezze misure. Veste la sposa il giorno delle nozze e il neonato al fonte battesimale, ricopre il Soratte come lo vide Orazio duemila anni fa dalla sua villa sabina, si porta in agosto sulla pelle abbronzata per farla risaltare ancora di più. È un colore di soglia, il confine netto tra due stati. Il prima e il dopo; l’inverno e l’estate; il silenzio e la festa. Come ogni soglia vive di contrasto: bianco e nero, il diavolo e l’acqua santa, tannino e freschezza. Per una generazione intera il vino bianco italiano ha inseguito il rosso, cercando nel legno, negli affinamenti lunghi, negli arrotondamenti da grande struttura. Una legittimità che forse non gli apparteneva affatto. Poi qualcosa si è capovolto, non ovunque e non subito, ma con la forza lenta delle correnti di fondo. Oggi il rosso, che resta il principe indiscusso del mercato, flette leggero verso la freschezza, la beva pronta, la temperatura più bassa nel bicchiere. Caratteristiche queste che un tempo appartenevano solo al bianco. Il mondo enologico sembra essersi ribaltato e forse è proprio in un simile ribaltamento che affonda le radici un evento come il Falstaff White Wine Party: non una fiera o una degustazione professionale in senso stretto, ma una dichiarazione d’intenti travestita da festa. Il Grand Hotel Plaza si veste di bianco Martedì 23 giugno, con l’estate romana già nel pieno del suo caldo secco, Falstaff ha scelto Roma per il debutto italiano del suo format internazionale. La cornice non poteva essere più giusta: il Grand Hotel Plaza, cinque stelle lusso incastonato nell’antico Palazzo Lozzano di Via del Corso, disegnato nell’Ottocento dall’architetto Antonio Sarti e arricchito nel secolo successivo dagli interventi di Armando Brasini e dagli affreschi di Renzo Mongiardino. Un palazzo che ha visto Fellini attraversarne i saloni e le troupe hollywoodiane, da Ocean’s Eleven a Gangs of New York, posare le cineprese sotto i soffitti a cassettoni e i lampadari di cristallo del Salone delle Feste, ai piedi dello scalone di marmo di Carrara dove un leone scolpito veglia silenzioso da più di un secolo. Raggiungerlo in scooter, tagliando il traffico impossibile del tridente in un pomeriggio di giugno, ha lasciare fuori il caos della città per entrare in un tempo sospeso, dove il dress code fatto di tonalità di bianco, per tutti, trasformava ogni ospite in una piccola nota dello stesso accordo cromatico. Dalle 14.30 alle 22, oltre cinquanta cantine provenienti da quattordici regioni italiane hanno animato gli spazi del Plaza con un percorso di assaggio libero, alternato a masterclass verticali dedicate all’Albana romagnola, al Super-Soave firmato Inama, alla longevità del Gewürztraminer raccontata a due voci dalle Cantine Bozen e Tramin. A completare il quadro, un dj set che ha trasformato il pomeriggio in una festa vera e propria. Con buona pace di chi cercava il silenzio necessario per concentrarsi su ogni singola etichetta, ma in perfetta coerenza con l’idea stessa di vino bianco: leggerezza, gioia, voglia di vivere senza troppe cerimonie. Friuli Venezia Giulia, la culla del vino bianco italiano Se esiste una regione che più di ogni altra incarna la vocazione italiana al bianco, è il Friuli Venezia Giulia. Terra di ghiaie, di brezze adriatiche che risalgono le vallate, di una luce diversa da qualunque altra, più tersa, quasi baltica nella sua trasparenza. Il calice di Pierpaolo Pecorari, che lavora le ghiaie alluvionali dell’Isonzo a pochi passi dal fiume che dà il nome alla denominazione, ha restituito tre facce diverse di quella luce: la Ribolla Gialla 2025, ancora giovanissima, tutta scatto acido e polpa di mela verde; il Pinot Grigio, che qui non concede nulla al colore scarico da moda commerciale ma trattiene un’ombra ramata e una nota di pera matura; il Pinot Bianco, il più silenzioso dei tre, teso come una corda, percorso da quella salinità che solo i terreni di fiume sanno restituire. Diversa, ma non lontana nello spirito, la voce di Butussi, che dai Colli Orientali porta in dote il Pinot Grigio Ramato. Un vino che rifiuta la sbiancatura da battaglia commerciale e sceglie la macerazione sulle bucce, il colore rame che anticipa un sorso ampio, quasi tannico, profumato di scorza d’arancia candita e miele di castagno. Poi la Malvasia, aromatica senza mai essere invadente, percorsa da una nota di salvia e fiori bianchi che rende i vini di collina friulani riconoscibili a occhi chiusi. Grande sapidità, ovviamente! Amandum, il cui nome è un gerundivo latino «ciò che deve essere amato». Un’etichetta che ha scelto un destino più preciso da onorare: nel trittico di Pinot Bianco, Friulano e Malvasia da Manzano non noto affatto spettacolarità. Semmai una coerenza che è anche naturalezza da bere senza pensarci . Che, a pensarci bene, è forse la qualità più difficile da raggiungere in un vino bianco.  A chiudere il cerchio friulano è I Magredi, cantina che prende il nome dalle omonime distese ghiaiose scavate nei millenni dai torrenti Cellina e Meduna: un suolo povero, quasi arido, che costringe la vite a scavare in profondità e restituisce vini di grande mineralità. Il Friulano porta quella tipica nota di mandorla amara sul finale che lo rende inconfondibile, mentre il Traminer aromatico si apre su rosa e litchi senza mai perdere la spina dorsale acida che il terreno magro impone a ogni cosa che vi cresce sopra. Trentino-Alto Adige, la patria alpina del Gewürztraminer Salendo verso nord, il paesaggio cambia e con esso cambia la grammatica stessa del vino bianco: non più ghiaie di pianura ma terrazzamenti scavati nella montagna, escursioni termiche sempre più marcate, un’aromaticità che si fa via via più esplicita.  Albino Armani, famiglia che ha origine in Vallagarina e si espande prima con Antonio, il papà di Albino, in Val d’Adige poi con lo stesso Albino in Friuli, nella Marca Trevigiana e in Valpolicella. I tre vini bianchi che ho assaggiato derivano proprio dei tre territori vocati per questo tipo di vino. Terradeiforti prende il nome dai soldati che nei secoli presidiavano questo passaggio alpino. I suoi vigneti di ghiaia e roccia calcarea restituiscono un Pinot Grigio Valdadige teso nella sua sapidità e suadente nei sentori e soprattutto nella sua colorazione d’oro per via della macerazione sulle bucce. La Ribolla Gialla conduce nelle terre friulane restituendone una espressione pulita, minerale, fruttata. Insomma persistentemente piacevole. Infine, il Gewürztraminer Crosano riporta alle origini offrendo una apertura che si esprime con un ventaglio di rosa canina e frutta esotica e un meraviglioso equilibrio in bocca che si chiude con un finale che strega. Se un luogo può chiamare casa propria il Gewürztraminer, quel luogo è Termeno, Tramin, in tedesco, è il borgo che secondo la tradizione ampelografica ha dato il nome stesso al vitigno. È qui che lavora Elena Walch, tra le interpreti più eleganti dell’Alto Adige contemporaneo, che ha portato in degustazione un trittico capace di attraversare tutto lo spettro dei bianchi altoatesini: il Pinot Bianco 2023, verticale e quasi austero; il Sauvignon 2024, che alla consueta esuberanza aromatica affianca una mineralità di montagna rara da trovare altrove; il Gewürztraminer 2023, sintesi più alta del trittico: litchi, rosa, un accenno di pepe bianco, una morbidezza glicerica che non scade mai nello stucchevole. L’apice assoluto della sezione alpina porta la firma di J. Hofstätter: il Vigna Pirchschrait 2016, un Gewürztraminer di dieci anni che dimostra, contro ogni pregiudizio sulla presunta incapacità di questo vitigno di invecchiare, come un grande cru possa affinarsi in bottiglia con la stessa grazia di un bianco borgognone. Il tempo ha smussato la parte più esplosiva del frutto per lasciare spazio a miele, zafferano, frutta secca, senza che la spina aromatica che rende il Gewürztraminer unico al mondo si perdesse mai per strada. Lombardia e Veneto, tra Lugana, Custoza e le Venezie Il Lugana appartiene a quella ristretta categoria di denominazioni italiane capaci di rendere un vitigno, la Turbiana, sinonimo di un intero territorio: le argille di origine glaciale che circondano il basso lago di Garda, sedimentate migliaia di anni fa dal ritiro dei ghiacciai, trattengono l’umidità e restituiscono vini di grande sapidità e longevità.  Cà Maiol, tra i nomi storici della denominazione, ha attraversato tre annate e tre livelli diversi della piramide qualitativa: il Prestige 2025, immediato e agrumato me lo vedo già pronto per la beva dell’estate; il Molin Superiore 2023, più ampio, percorso da quella nota di mandorla è la firma della Turbiana matura; il Sùere Riserva 2021, che ha riposato abbastanza a lungo da sviluppare sentori quasi ossidativi controllati di camomilla, cera d’api, mantiene la schiena dritta e rende il Lugana un bianco capace di affinare, non solo di dissetare. Poco distante, tra Verona e il lago, nella zona di Custoza, con Monte del Frà ho scoperto il Cà del Magro Custoza Superiore 2023: un blend che mescola Garganega, Trebbianello e altre varietà locali in un equilibrio che è tutto un elogio della misura. Frutto bianco maturo, un accenno di erbe di campo, un finale che non strafà mai. È il bianco della cucina veneta quotidiana, pensato per accompagnare e non per dominare la tavola. A introdurre, infine, il primo capitolo di un racconto che nel corso del pomeriggio avrebbe attraversato l’Italia intera è stato Tinazzi, con l’Istà, Pinot Grigio delle Venezie 2025: fresco, diretto, la versione più immediata e solare di un vitigno che qui, tra le pianure venete, trova l’espressione che lo ha reso un fenomeno globale. Valle d’Aosta, i vigneti più alti d’Europa Non esiste, in tutto l’arco alpino europeo, un vigneto che si spinga più in alto di quelli valdostani, dove la vite si aggrappa ai pendii fino a sfiorare i milleduecento metri e il Monte Bianco domina l’orizzonte come un testimone immobile.  Di Rosset Terroir, che lavora tra Quart e i comuni limitrofi, ho assaggiato tre etichette capaci di raccontare l’altitudine come un vero valore. Il Sopraquota 300, teso e verticale; lo Chardonnay 770, che nel nome porta la quota del vigneto e nel calice tutta la tensione di un frutto che matura lentamente, cullato da escursioni termiche che qui sono la regola e mai l’eccezione; il Chamave Muscat, aromatico, mai stucchevole, che profuma più di fiori di montagna che di frutta tropicale. Se Rosset gioca con l’altitudine come concetto, Le Cime Basse la vive come condizione assoluta: siamo a Morgex, nella Valdigne, dove crescono i vigneti più alti d’Europa e il Prié Blanc, vitigno autoctono allevato ad alberello basso, spesso ancora a piede franco perché la fillossera qui non è mai riuscita ad arrivare, regala vini di una purezza minerale quasi tagliente. Il Valimaro, il Balzani e il Grifamante sono tre interpretazioni diverse dello stesso principio: frutto bianco appena maturo, agrumi di montagna, una sapidità che ricorda più la neve appena sciolta che il mare. Bere questi vini significa assaggiare un’idea di viticoltura eroica nel senso più letterale del termine grazie alle vigne coltivate a mano su pendii che nessuna meccanizzazione potrà mai raggiungere. Ogni bottiglia trasforma in leggerezza una fatica quasi alpinistica. Toscana, la Maremma che guarda il mare Scendendo verso il centro Italia, il paesaggio si apre sulla Maremma Toscana, dove La Fattoria di Magliano lavora tra le colline che degradano verso la costa tirrenica, in un territorio che deve la sua identità enologica tanto al mare quanto alla macchia mediterranea che lo circonda. Brissaia, Brissi e Pagliatura sono tre nomi che suonano quasi come toponimi contadini, e nel calice restituiscono la stessa concretezza: vini che non cercano l’esotismo aromatico ma la salinità diretta, il frutto bianco maturo sotto il sole, un finale che richiama la macchia fatta di ginestra, elicriso, rosmarino selvatico. Poi la frutta esotica da manuale. È il bianco mediterraneo nella sua accezione più autentica, solare senza essere pesante, capace di reggere il caldo di un pomeriggio romano di giugno come pochi altri sanno fare. Campania, il Pallagrello e la memoria dei Borbone Pochi vitigni raccontano una storia di rinascita quanto il Pallagrello Bianco. Coltivato nell’area di Caserta e Terra di Lavoro era amato alla corte borbonica al punto da essere impiantato nella tenuta reale di Carditello, poi quasi scomparso nel secondo Novecento e riportato in vita solo negli ultimi decenni da un manipolo di produttori ostinati.  Canestrini è tra questi. Il suo Pallagrello Bianco ha mostrato tutta la ricchezza aromatica che ha reso questo vitigno un caso di studio nel panorama enologico campano: frutta a polpa gialla, una speziatura dolce che ricorda la cannella, un corpo pieno che non scade mai nella pesantezza grazie a un’acidità sempre presente sotto la superficie. Accanto, il Melograno ha aggiunto una nota di frutto rosso e una freschezza quasi croccante, un contrappunto capace di alleggerire ulteriormente un pomeriggio già dominato dal caldo di giugno. Sicilia, l’Etna e la lava che si fa luce Non esiste territorio italiano dove il rapporto tra suolo e vino sia più diretto, quasi brutale nella sua evidenza, del versante nord dell’Etna. Pietradolce lavora contrada per contrada su quelle colate laviche che il tempo ha trasformato in terra fertile così che il suo Etna Bianco 2024, Carricante in purezza come vuole la tradizione, ha restituito agrumi ancora acerbi, una salinità quasi marina nonostante la distanza dal mare, un’acidità tagliente che è la firma inconfondibile del vitigno. L’Archineri 2023, dalla contrada omonima, ha aggiunto un livello di complessità ulteriore: erbe aromatiche di montagna, un accenno affumicato che richiama la pietra lavica stessa, un finale lunghissimo che sembra non voler mai concludersi. Sullo stesso versante, ma con un progetto diverso, con Alberelli di Giodo h degustato due annate consecutive di Carricante in Terre Siciliane: 2023 e 2024. Coltivato, ovviamente, ad alberello, la forma di allevamento tradizionale che protegge i grappoli dal sole implacabile e costringe la vite a radicare in profondità nella roccia vulcanica. Il confronto tra le due annate è stato un piccolo esercizio di degustazione verticale in miniatura: il 2023 più aperto e già armonico, il 2024 ancora scattante, tutto nervo e agrume, con davanti anni di evoluzione possibile. Tinazzi, l’Italia intera in tre calici Tornando a Tinazzi, che aveva aperto questo viaggio con l’Istà delle Venezie, il cerchio si chiude con altre due etichette capaci di dimostrare quanto un’unica azienda possa oggi permettersi di raccontare l’Italia intera in un solo assaggio: l’Arasi Pinot Grigio 2025, più mediterraneo e speziato rispetto al cugino veneto; il Cavallere Chardonnay Puglia 2025, che chiude idealmente il viaggio nel Sud più profondo. Uno Chardonnay che rinuncia al legno per puntare tutto sulla freschezza fruttata, sulla pesca bianca, su un finale che profuma di macchia mediterranea pugliese e di terra rossa scaldata dal sole. Tre Pinot Grigio e Chardonnay diversi, tre territori distanti centinaia di chilometri, un’unica firma capace di adattarsi a ogni latitudine senza perdere mai la propria riconoscibilità. Bianco, il colore che resta Alla fine di un pomeriggio che ha attraversato quattordici regioni in un solo salone, sotto i lampadari di cristallo di un palazzo che ha visto passare Fellini e le troupe di Hollywood, resta la sensazione che il bianco, colore neutro solo in apparenza, sia in realtà il più democratico dei colori enologici italiani: quello che mette d’accordo le ghiaie friulane e la lava etnea, le altitudini alpine e le coste maremmane, senza mai chiedere ai territori di rinunciare alla propria voce. Orazio, guardando il Soratte imbiancarsi di neve, consigliava all’amico Taliarco di non pensare al domani e di godersi il vino portato in tavola. Duemilaseicento anni dopo, con un dj set a fare da colonna sonora al posto della lira, il consiglio resta identico: il bianco, quando è fatto con cura, non chiede di essere capito fino in fondo. Chiede solo di essere bevuto, con la leggerezza di chi sa che l’estate, in fondo, dura poco.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Il fuoco che non si spegne. Fabio Mecca, l’enologo nato sotto il vulcano Arrow Right Top Bg

17 Luglio, 2026

Il fuoco che non si spegne. Fabio Mecca, l’enologo nato sotto il vulcano

  Alcuni luoghi non si lasciano mai davvero. Per Fabio Mecca è il Monte Vulture. Da quelle terre vulcaniche della Basilicata è iniziato un viaggio che lo ha portato a diventare uno degli enologi più apprezzati del Paese, senza perdere il legame con le proprie radici, con l’Aglianico e con l’idea che il vino sia prima di tutto una storia di persone Ogni uomo porta il proprio fuoco dentro di sé.
Alcuni lo custodiscono. Altri ci bruciano la vita.
I migliori ci fanno il vino. Barile. Un nome che sa di destino. In genere si dice che il destino è scritto nelle stelle. Pensare che possa essere scritto nei suoli vulcanici del Monte Vulture, in quel lembo di Basilicata che odora di zolfo rappreso e di mosto la mattina presto di settembre, fa un po’ strano. Eppure in Basilicata, Barile è un paese di grotte e cantine scavate nel tufo, di una comunità arbëreshë che parla ancora la lingua degli albanesi fuggiti secoli fa, di vigne piantate su cenere e pietra lavica da chi sapeva che quella terra brontolava ancora, sotterraneamente e che il fuoco spento di un vulcano è forse il padre più generoso che un vigneron possa desiderare. È su queste terre che Pier Paolo Pasolini decise di girare il suo Vangelo secondo Matteo nel 1964, intuendo in quei paesaggi pietrosi qualcosa di biblicamente vero. A Barile è nato nel 1982 Fabio Mecca. Anno 1982: l’Italia vince i Mondiali di Spagna e un bambino apre gli occhi a Barile, provincia di Potenza, quasi senza accorgersene. È Fabio stesso che me lo racconta. Ha il tono leggero e ironico che non posso che riconoscere in chi nel meridione non solo è nato ma ne è parte integrante. Un tono che trasforma la biografia in commedia La mia data di nascita è il 1982, quando hanno vinto i Mondiali. Mi sono laureato nel 2006, quando l’Italia si giocò la qualificazione agli ottavi con l’Australia. Mentre Totti segnava il rigore, stavo discutendo la tesi. Due Mondiali, una laurea, una vita intera compressa tra i calci di Gentile a Zico e quelli della testata di Zidane a Materazzi. Una parentesi storica durante la quale l’Italia smise di avere paura di se stessa, almeno per novanta minuti. Una paura che è tornata tant’è che sono dodici anni che non partecipiamo più ad un Mondiale di calcio. Se nasci a Barile, impari presto che la terra non si piega. A niente e nessuno. Devi ascoltarla e sapere ascoltarla. Se poi nasci con la Cantina Paternoster di fronte casa,  cresci inevitabilmente dentro un calendario scandito non dai giorni della settimana ma dalle fasi della vite: il grappolo che si forma, il trattamento, la vendemmia del moscato, l’attesa.  Fabio Mecca è cresciuto dentro quel ritmo. La sua famiglia è legata ai Paternoster ovvero la cantina fondata nel 1925 da Anselmo Paternoster. Non una cantina qualunque nel Vulture ma la prima ad imbottigliare l’Aglianico del Vulture per venderlo al mondo. La stessa che poi ha portato l’Aglianico del Vulture a diventare DOC grazie Giuseppe detto Pino, il primo enologo del territorio. Cento anni di storia viticola che Fabio non può che portare addosso come una seconda pelle. Ho vissuto sempre in sinergia con l’azienda, con i tempi della natura, con i tempi della vendemmia anche quando ero più ragazzo. Sai, iniziava l’estate e i miei amici andavano al mare la prima volta, ma il mio tempo era scandito dall’attesa del trattamento il giorno dopo o dalla vendemmia del moscato. È facile immaginarlo bambino, nemmeno adolescente, mentre i coetanei dormono ancora e lui già sa che quella mattina c’è qualcosa da fare in vigna. Sono quelle cose, quei pezzi di vita, che non si vivono come obbligo. È semplicemente appartenenza.  Il Classico che non ti aspetti e poi da Barile a Conegliano Il padre di Fabio, medico, aveva letto Benedetto Croce, forse anche Giovanni Gentile. Sicuramente credeva che una mente ben formata fosse una mente libera. E prima di lasciare il figlio all’agrario, dove sarebbe andato di corsa con naturalezza gli chiese una cosa sola: la maturità classica. Mio papà è medico e mi ha chiesto solo di prendere la maturità classica, in modo tale da poter avere una visione più ampia. Io non l’ho assecondato di primo acchito, ma poi ho accettato perché ho compreso quello che mi voleva dire. Devo dire che poi mi ha aiutato tantissimo: la metodologia dello studio, la determinazione, l’etimologia delle parole. Vi ricordate il professor Keating de L’attimo fuggente? Strappate la pagina, anzi l’intera introduzione. Non è la Bibbia, non andrete all’Inferno. Continuate a strappare, strappate, questa è una battaglia, una guerra, e le vittime sarebbero i vostri cuori e le vostre anime Il padre di Fabio non era Keating. Era l’uomo che insistette perché il figlio leggesse i classici prima di sporcarsi le mani con il mosto, certo che un giorno quelle radici avrebbero dato frutti insospettabili. E aveva ragione. Dopo il liceo classico, Fabio segue la sua natura e va a Conegliano Veneto, Scuola Enologica, istituzione-madre di ogni enologo italiano che si rispetti. I primi tre mesi non può che essere drammatico visto che tutti i compagni di corso provenivano da percorsi tecnico-agrari, sapevano già di cosa si parlava. Lui arrivava dai drammi dei greci e dalla sintassi latina.  Non capivo un cazzo di quello che dicevano. Ancora quella ironia meridionale e, per ironia della sorte, mentre Totti calcia il rigore contro l’Australia, Fabio Mecca diventa enologo. Isole & Olena e Paolo De Marchi: la palestra di un’anima Prima di tornare a casa, Fabio fa una tappa che nella sua narrazione torna continuamente, come un leit motiv: la Cantina Isole & Olena, in Toscana, da Paolo De Marchi. È lì che impara il vocabolario del vino che ancora oggi parla. La viticoltura di precisione. Il legno lavorato barrique per barrique. L’analisi parcellare. Il rispetto per quella che lui chiama l’identità del vitigno. Da Paolo De Marchi è stata una palestra di vita, prima di tutto, e poi di approccio al mondo della viticoltura di precisione. Mi si è aperto totalmente un altro mondo, mirato davvero alla qualità. Legno per legno, barrique per barrique. Ma quando finirà che un enologo del Sud sia costretto ad andare in Toscana, in Piemonte, in Veneto, per capire cosa significhi lavorare il vino con cura maniacale? Perché al Sud sembra non essere possibile?  È la storia di un Paese che ha esportato la propria bellezza vinicola soprattutto dal centro verso il nord, lasciando il Sud a inseguire, spesso a rimorchio. Fabio Mecca è uno di quelli che ha capito che il recupero doveva partire da dentro. Dall’apprendere prima, dal restituire poi. Sono cose che si portano dentro come idee ossessive. Fabio è fatto così: cita il Cervaro della Sala, la Tunina di Jermann, l’Ornellaia del Beppe Caviola come se fossero testi sacri da comprendere. Non certo da imitare.  Vintage Tunina, Cervaro della Sala. Vini che stappano quotidianamente come si stappa il Tavernello. Eppure mi hanno sempre detto: sì, va bene il territorio, il vitigno, ma c’è l’uomo. Cosa fa l’uomo per ottenere questo?  L’inibizione della malolattica. La vinificazione in legno per certi vitigni. Il contatto sulle fecce fini per i bianchi. Tecniche che sembrano soltanto processo. In realtà sono scelte filosofiche. La porta chiusa in faccia e il debito di gratitudine Torna a casa. Torna alla Paternoster, alla cantina che ha davanti agli occhi da bambino, al profumo di Aglianico che gli ha invaso i polmoni. Ma l’azienda nel frattempo ha uno zio enologo rientrato dopo vent’anni. Come potrebbe accogliere bene il giovane nipote con la laurea di Conegliano e le idee di De Marchi ancora fresche in testa? Ero rientrato con mille stimoli, come dice Jovanotti, con mille visioni diverse. In cantina come enologo c’era mio zio, il quale non ha accettato di buon grado né la mia irruenza né la mia intromissione. Sono stato accompagnato con educazione alla porta. Me ne sono andato con tanto dispiacere familiare. Ma ora lo ringrazio.  Sembra paradossale, ma lo ringrazio perché mi ha messo nella condizione di applicarmi diversamente. I giovani. Irruenti. Decisi. Determinati. Sembrano sapere tutto con solo qualche vendemmia sulle spalle. Non ammettono che l’esperienza è come un vino che deve maturare nella botte. Può anche maturare da solo ma ha bisogno di essere controllato oltre che coccolato.  Davo tutto per scontato, per possibile. Per me la prova di una fermentazione in legno dell’Aglianico era semplicemente da fare. Quando ho preso e ho scoperchiato cinque tini per far fermentare all’interno, non ho chiesto il permesso. Dall’altra parte qualcuno avrebbe dovuto comprendere il mio perché senza gridare e sbattermi fuori. Ma erano vent’anni fa. E le porte chiuse in faccia insegnano, sempre. Il dolore è certamente il miglior maestro e non perché sia buono, ma perché è onesto. Non mente sui risultati. La porta chiusa in faccia è diventata per Fabio una sorta di molla. Già, una vera molla che lo ha proiettato fuori dalla Basilicata, dentro Roberto Cipresso, dentro l’Italia intera. Difficile non vedere in quella umiliazione, perché tale era, anche se Fabio non la chiama così, il seme di tutto quello che sarebbe diventato. Roberto Cipresso e l’Italia come mappa sentimentale Roberto Cipresso è uno degli enologi più influenti d’Italia, scrittore oltre che tecnico, uomo che ha tradotto la vigna in pensiero. Fabio lo contatta, Cipresso lo accoglie. Per tre anni diventa il suo responsabile nel centro-sud. Tre anni in giro per vigneti d’Italia. Dalla Campania all’Abruzzo, dal Veneto alla Toscana. Però serve. Serve ad imparare ogni giorno qualcosa che non sapeva di non sapere. Nel 2010 inizia la carriera da libero professionista. La prima azienda è la Cantina Villadora a Terzigno, in Campania, sul versante del Vesuvio. Un altro vulcano manco a farlo apposta. Altra cenere, altra mineralità primordiale, altro clima, altro vitigno. Ed è lì che Fabio capisce qual è il suo metodo da consulente: Ho applicato un approccio diverso rispetto alla Paternoster. Ho ascoltato quelle che erano le necessità, quello che voleva essere il percorso. Ho replicato con assoluta dedizione. E solo quando la fiducia era maturata, quando eravamo arrivati ai risultati che l’azienda aveva chiesto, ho iniziato a rompere le scatole, a proporre. Anche lì abbiamo fatto prove di vinificazione in legno del Caprettone, vitigno tornato protagonista. La fiducia prima, la sperimentazione poi. È una lezione che ha imparato dal legno della porta sbattuta in faccia. Ed è anche, mi pare, una lezione di eleganza umana. Ventidue cantine, un’identità, e la questione meridionale del vino Oggi Fabio Mecca lavora con ventidue cantine. Il numero spaventa chi ragiona in termini di omologazione. Una sorta di critica lecita e legittima che mi sento di avanzare. Potrebbe esserlo, l’omologazione. Io cerco di avere al massimo due aziende per realtà produttiva, mai aziende limitrofe. Non applico protocolli standard. Non lo faccio e ritengo di riuscire ancora a trovare quelle identità territoriali che vengono fuori. Poi c’è chi ne ha cinque e chi ne ha cento: è una fase. Al Sud siamo un po’ costretti: le aziende sono piccole, la visibilità è tutta da costruire, la geografia è vasta. Insomma, la questione meridionale del vino. Non un problema di qualità, spesso altissima (e chiunque abbia stappato un Aglianico del Vulture di annata, lo sa bene). È un problema strutturale: aziende piccole, mercati da costruire da zero, territori che ancora faticano a uscire dai confini regionali sui mercati internazionali. Luca Gardini, quando degustò i vini di Fabio anni fa, disse che «l’enologo Mecca è il futuro perché rispetta il vitigno e il territorio». Nel 2025, la Guida dell’Espresso lo ha eletto miglior enologo dell’anno. Forbes lo aveva già messo nella lista degli enologi da seguire nel 2023. Il futuro, evidentemente, è arrivato. Ciò che colpisce di Fabio non sono i premi. È il modo con cui li racconta ed identifica: punti di verifica, non di arrivo.  Quando è periodo di guide, me le compro tutte. Con fattura. Le studio e vado a cercare sia le certezze che le novità, compro le bottiglie perché voglio capire cosa accade, qual è l’espressione, qual è la metodologia. Faccio il calcolo combinatorio delle possibili combinazioni tra centinaia di vitigni: è una cosa pazzesca. Non si finisce mai. Quello che è semplicemente benchmarking, per Fabio è curiosità. In fondo, il cammino non è mai fine a se stesso, ma è il modo in cui la mente impara a conoscere il mondo prima del corpo. Fabio cammina così tra i vigneti d’Italia: con la mente già là, un passo avanti. Il ritorno a Paternoster e i cento anni sotto il Vulcano Dopo sei o sette anni, Fabio torna alla Paternoster. Lo zio si era allontanato. La famiglia lo richiama. Ed è come se il cerchio si chiudesse con una dolcezza inaspettata. Non è certo il ritorno del figliol prodigo, ma quello del figlio che nel frattempo è diventato qualcuno. Uomo prima di tutto. Nel 2016 la cantina viene acquisita dal Gruppo Tommasi, famiglia veneta, grande esperienza nella valorizzazione di territori autentici, da Valpolicella alle Langhe. Un’operazione che avrebbe potuto snaturare tutto. Non è successo. Ho la fortuna di lavorare con questo grande gruppo, il quale non ha assolutamente stravolto nulla dell’aspetto produttivo. Anzi, ha potenziato la strategia, la voglia di andare avanti, dando grande fiducia nel percorso lavorativo che avevo iniziato qualche anno prima. I vini in produzione oggi alla Paternoster sono i vini di Fabio. Dal Don Anselmo, cru storico che porta il nome del fondatore Anselmo Paternoster, nato nel 1985 nel momento più buio del vino italiano dopo lo scandalo del metanolo, quasi una risposta di dignità, fino al nuovo Barone Rotondo, Aglianico del Vulture Superiore DOCG, 2.500 bottiglie da vigneti storici a seicento metri di altitudine, affinato in un’antica neviera seicentesca scavata nella roccia vulcanica.  Non è solo una cantina, è un organismo vivo. Ogni pietra ha una voce. Nel 2025, la Paternoster ha celebrato i cento anni. Un secolo di Aglianico, di vulcano, di famiglia. Fabio, che in quella famiglia è entrato non per nascita ma per vocazione, ha fatto da tramite tra il passato e il futuro, come solo chi ama davvero un luogo sa fare. L’enologo come vice del produttore: una visione del mestiere Quello che mi sorprende di più, parlando con Fabio, è la sua visione allargata del ruolo dell’enologo. Non solamente il tecnico che entra in cantina, assaggia, prende appunti e riparte. È qualcosa di più strutturato e umano insieme. Ritengo che la figura dell’enologo sia totalmente stravolta in questo momento e mai come adesso debba affiancare ancora di più il produttore. Puoi fare il miglior vino del mondo, ma se lo sappiamo solo io e il titolare, ce la cantiamo e suoniamo. Per questo affianco le aziende anche nella comunicazione, nel racconto. Mi metto a disposizione per avere rapporti con giornalisti, con agenti, con distributori, con le guide. È esattamente quello che succede nel mondo del vino contemporaneo: non bastano più le bottiglie buone, bisogna che le bottiglie parlino. Fabio ha capito che l’enologo di oggi è anche e soprattutto un narratore, un mediatore culturale, quasi un agente letterario del vino. Almeno una volta al mese visita ognuna delle sue ventidue cantine. Non delega, non si fa mandare campioni. Va. Guarda. Tocca la terra. Non riesco a non andare almeno una volta al mese in tutte le mie cantine. Devo capire cosa succede, devo avere tutto sotto controllo. È una mia forma mentis, non è un giudizio verso nessuno. So lavorare così. Una forma mentis che, in un’epoca in cui si può seguire le fermentazioni da remoto attraverso sensori e app, è quasi una dichiarazione di principio. Il corpo presente. Le mani che sanno. Il sogno del metodo classico e le porte che si tengono aperte Tante cantine. Tante esperienze. Eppure una persona curiosa ha sempre qualcosa che manca. Non certo come una mancanza vera e propria ma quasi con un latente senso di incompiuto. Un perfezionista, uno che fa dell’imparare un proprio Credo, ha sempre qualcosa che manca. Mi piacerebbe lavorare nelle Marche o in Abruzzo. Li sento miei emotivamente, ci sento ancora quella parte umana, verace, disponibile che a me serve tanto. E poi vorrei fare un gran metodo classico. Non per moda, perché ora un po’ tutti lo stanno facendo. Ma perché mi piacerebbe misurarmi da un punto di vista tecnico: la sosta sui lieviti, i vitigni, il pH, l’acidità. Mettermi lì, da pignolo. Il Metodo Classico per chi ha fatto vini fermi e importanti. I vini fermi per chi ha fatto solo bollicine. Sembra qualcosa di scontato ma non lo è affatto. Due grandi aziende lo hanno contattato negli anni, offrendogli le chiavi dell’intero progetto produttivo. Ha detto di no a entrambe. L’istinto lo ha fermato. Se avessi avuto un’altra vita, una vita parallela, mi avrebbe fatto piacere sperimentare anche lì. Capire com’è la metodologia, cosa vuol dire quando ti affidano l’aspetto gestionale di tutto quello che hanno a livello produttivo. Ma il mio istinto mi porta ancora a dire di no. Mi piace fare quello che faccio. Scegliere di non fare è anch’essa una forma di libertà. Spesso la più difficile. La famiglia, la serenità, il figlio che va al liceo di grafica In genere c’è sempre qualcuno al quale si deve dire grazie. Maestri, mentori, colleghi. Però, a guardarsi bene attorno, c’è chi è davvero molto più importante. Spesso si sottovaluta, si da per scontato. Non è facile stare con una persona che sta sempre fuori, sempre al telefono, sempre con mille cose. Io riesco a fare tutto questo solo se ho la serenità emotiva. Se da quella parte c’è serenità, io sono sereno e affronto tutto. Se c’è qualcosa che non va, perdo la lucidità. Per questo ogni sera cerco di tornare a casa, cenare con la mia famiglia, guardare negli occhi mio figlio, parlarci. È la famiglia. È tua moglie, i tuoi figli. Sono loro ad aspettarti da un giro tra le cantine. Da un lavoro che ti porta fuori e ti tiene lontano da loro. Il rientro a casa, nell’armonia. Alla famiglia occorre sempre dire grazie. Ognuno ha il suo compito. Ognuno ha la propria parte. E può anche accadere, non certo per un contrappasso, che tuo figlio che andrà al liceo classico. Ci ho provato a convincerlo. Non andrà nemmeno all’agraria. Ha scelto un liceo sperimentale di grafica e comunicazione. È giusto che facciano le cose per cui sono portati e hanno voglia. È giusto così. Suo padre, il medico, gli aveva chiesto il liceo classico. Fabio invece non insiste, lascia andare. Forse è questa la più grande prova di maturità. La libertà di lasciare che qualcuno scelga il proprio fuoco. Fuori, da qualche parte sotto il Monte Vulture che, meno male, non erutta da centinaia di migliaia di anni anche se si sente ancora, nei suoli, nelle rocce, nei vini, l’Aglianico sta maturando. Lentamente, come deve fare. Fabio Mecca sarà lì, a settembre, a guardarlo. Forse con una guida sotto il braccio. Forse con un’idea nuova che non ha ancora nome. I vulcani non muoiono. Si trasformano. I migliori enologi, anche.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Le Notti del Vino, Roma, Ponte della Musica Armando Trovajoli Arrow Right Top Bg

15 Luglio, 2026

Sul Ponte della Musica il Tevere ascolta il vino

  Le Notti del Vino, Roma, Ponte della Musica Armando Trovajoli Un ponte, di notte, è sempre una promessa. È come se dichiarasse che le due sponde, in fondo, non sono mai state davvero separate. Per questo, qualcuno prima di noi, ha semplicemente reso visibile un legame che già esisteva. Il Ponte della Musica Armando Trovajoli si allunga sul Tevere con le sue arcate bianche, sospese come una partitura, e per tre serate di giugno ha smesso di essere un semplice attraversamento per diventare un luogo. Un luogo che teneva insieme il quartiere Flaminio e la sponda del Foro Italico e dello Stadio Olimpico, certo, ma che teneva insieme soprattutto le persone e il vino, in quella maniera diretta, senza troppe cerimonie, che Roma d’estate riserva a chi ha voglia di scendere in strada . O, questa volta, su un ponte. Una degustazione all’aperto, in una città che di spazi belli all’aperto ne ha in abbondanza e di sale eleganti al chiuso ne offre invece pochissime, è già di per sé un piccolo privilegio. Se poi lo spazio in questione è un’architettura contemporanea che si specchia nel fiume, con il tramonto che si allunga sull’acqua e la temperatura calda ma non opprimente delle sere romane, il privilegio si fa quasi incanto. Calice alla mano, tra sorrisi scambiati e mani strette, si camminava avanti e indietro lungo la campata centrale, e ogni pochi passi un banco d’assaggio apriva una porta su un pezzo d’Italia diverso. Le Notti del Vino 2026: un ponte tra le due rive di Roma diVino sotto le Stelle è il nome che Roma ha scelto per la propria tappa de Le Notti del Vino, il circuito estivo promosso dall’Associazione Nazionale Città del Vino e affidato, nella Capitale, alla cura organizzativa di Decanter Wine Academy. Per la seconda edizione consecutiva è stata ancora Roma ad aprire il calendario nazionale. Un calendario che da giugno a settembre attraverserà borghi e città del vino di tutta Italia. Per la seconda volta la scelta è caduta sullo stesso luogo: il Ponte della Musica Armando Trovajoli, tra il quartiere Flaminio e l’area dello Stadio Olimpico e del Foro Italico. Confermare una location significa anche dichiarare che ha funzionato, che il pubblico l’ha riconosciuta come propria. Per tre serate nel primo fine settimana di giugno, dal venerdì alla domenica, dalle diciannove a mezzanotte, il ponte si è trasformato in un percorso di degustazione con etichette provenienti da tutta Italia, raccontate direttamente da chi le produce. Non un’astrazione, non un catalogo: cantine vere, con le mani vere di chi la terra la lavora, disposte lungo la campata come tanti piccoli avamposti del proprio territorio. Al vino si sono intrecciati altri linguaggi. La masterclass “Donne del vino: storie e aneddoti nel calice” curata dalle Donne del Vino Lazio il venerdì, una degustazione alla cieca il sabato pensata per stanare “l’intruso” tra quattro vini laziali e uno straniero, un percorso guidato di abbinamento cibo-vino la domenica, insieme a musica dal vivo, un flash mob di tango e un’area food truck pensata per accompagnare i calici. Il vino, insomma, non veniva servito come un oggetto da analizzare al microscopio, ma come parte di una serata che aveva altre stelle altrettanto luminose: la musica, il fiume, la gente. Vini snelli per una serata leggera Quello che si respirava tra un banco e l’altro era soprattutto freschezza. Non solo quella delle bottiglie tenute in ghiaccio, ma quella di uno stile. I vini in degustazione raccontavano, quasi tutti, una stessa direzione di gusto: snella, poco ingombrante, distante dagli orpelli e dalle grandi architetture di legno e struttura che per anni hanno definito l’idea di “vino serio”. Bottiglie pensate per essere bevute con piacere immediato, senza troppi complimenti, capaci di accompagnare una conversazione senza mai pretendere di sovrastarla. «Assaggia questo, viene da un vitigno che qui non si arrende facilmente» si sentiva dire poco più in là, tra una risata e un calice riempito a metà. La sintesi perfetta di una serata in cui il vino sceglieva di restare un passo indietro rispetto alle persone, senza per questo perdere nulla della propria voce. Ed è forse questa la lezione più preziosa che il Ponte della Musica ha restituito quest’anno: il vino funziona meglio quando non recita la parte del protagonista assoluto, ma quella dell’eccedenza che rende migliore tutto il resto. Il cibo, la tavola, gli amici, il divertimento. Un’eccedenza che, tra le tante cantine incontrate, ha trovato alcune interpretazioni particolarmente convincenti. Cantina Cellinese e il Negroamaro che si toglie l’abito rosso: il Frata del Salento Nel cuore del Salento, a Cellino San Marco, la Cantina Cellinese porta avanti da oltre cinquant’anni una storia cooperativa che oggi riunisce più di trecento famiglie di viticoltori, custodi di quella terra rossa e ventosa che i Messapi conoscevano già come vocata al vino. È una cantina che negli ultimi anni ha scelto di affidare le proprie decisioni enologiche a Fabio Mecca, lo stesso enologo lucano di cui questa rubrica ha già raccontato il percorso e il talento, e che qui applica la medesima cura sartoriale a un vitigno che si spoglia della propria identità più nota per indossarne una inedita. Il Frata nasce infatti da uve Negroamaro vinificate in bianco: un’operazione che richiede mani sicure, perché la buccia scura di questo vitigno pugliese, se lasciata macerare anche solo per poco, tradisce colore e struttura. Nel bicchiere, Frata si presenta invece con un giallo paglierino luminoso, quasi a smentire la propria origine, e apre un profumo delicato di fiori bianchi e agrumi, con un fondo di frutta a polpa chiara che ricorda la pesca acerba. La bocca è tesa, sapida, capace di quella freschezza che di solito si attribuisce a vitigni ben più settentrionali. La dimostrazione che il Negroamaro, interrogato con la giusta pazienza, sa rispondere con una voce completamente diversa da quella per cui è conosciuto. Tenute Agricole Santojanni: la Scintilla nata sul Vulture, tra Aglianico e Malvasia A Forenza, tra le montagne e i boschi dell’entroterra lucano, la famiglia Santojanni coltiva da tre generazioni una terra che porta ancora nel proprio nome la memoria delle antiche eruzioni del Vulture: cenere e lapilli trasformati, nei secoli, in humus fertile per la vite. Le due contrade storiche dell’azienda, Malandrino e San Zaccaria, custodiscono vigneti che per quasi cinquant’anni hanno cresciuto separatamente Aglianico del Vulture e Malvasia di Basilicata, come due voci che si conoscevano ma non si erano ancora incontrate davvero. È da quell’incontro che nasce Scintilla, uno spumante rosé extra dry millesimato ottenuto per il settanta per cento da Aglianico e per il restante trenta da Malvasia, che porta con sé la struttura del primo e i profumi aromatici della seconda. Il nome racconta la scintilla d’amore che nella storia della famiglia ha unito due giovani cresciuti in quello stesso vigneto, e che oggi si ritrova, quasi per gioco, anche nell’incontro fra le due uve. Nel calice, Scintilla si mostra rosa buccia di cipolla, con un perlage fine e persistente; il naso si apre su note floreali e di piccola frutta rossa, mentre il sorso resta secco e intenso fino a una chiusura che lascia intravedere un accenno dolce, quasi un ultimo sorriso prima del brindisi successivo. Cantina dei Colli Ripani: La Jella, il Mercantino e la nuova Chioccia d’Oro delle Marche Sulle colline marchigiane che scendono dolcemente verso l’Adriatico, a poco più di cinquecento metri d’altitudine eppure incredibilmente vicine alla costa, la Cantina dei Colli Ripani riunisce da oltre trecentotrenta produttori di Ripatransone e dei comuni limitrofi. È una realtà cooperativa che ha fatto della propria altitudine quasi un manifesto: la linea 508, dedicata al punto più alto del Colle San Nicolò, raccoglie le etichette che meglio rappresentano l’ambizione del territorio. Tra queste, La Jella interpreta la Passerina in versione Offida DOCG con un’eleganza che smentisce la fama minore di questo vitigno, regalando un bianco fresco e diretto, capace di raccontare gli agrumi e i fiori di campo senza mai appesantirsi. Il Mercantino, Pecorino della stessa denominazione, porta invece il nome di Luigi Mercantini, il poeta risorgimentale nato a Ripatransone: un omaggio che restituisce al calice un profumo intenso di melone e mango, sorretto da un palato sapido e persistente, quasi a voler onorare, sorso dopo sorso, la voce di chi in quelle terre è nato e ha cantato. Accanto a questi due nomi già noti agli appassionati, la cantina ha da poco presentato La Chioccia d’Oro, un nuovo Verdicchio Superiore pensato per posizionarsi su una fascia più ambiziosa: la prova che anche una cooperativa radicata nella tradizione può continuare a scrivere nuovi capitoli, senza tradire la propria storia. Tenuta Viglione e la Murgia in quota: il Metodo Classico 514 e il Maidomo mai domato A Gioia del Colle, nel cuore della Murgia pugliese, la famiglia Viglione coltiva la vite dal 1937 e arriva oggi alla terza generazione con centocinquanta ettari condotti in regime biologico certificato dal 2005. È una terra calcarea, ventilata, che vive di un’altitudine (circa quattrocentocinquanta metri) inusuale per la Puglia, e che regala ai vini una freschezza e una precisione difficili da raggiungere altrove, a quote più basse. Proprio a quell’altitudine è dedicata la linea 514 Altitude, un Metodo Classico Extra Brut che nelle sue due versioni, bianco e rosé, racconta due tempi diversi della stessa attesa: il bianco affina quarantotto mesi sui lieviti e si presenta affilato, verticale, con note di fiori bianchi, mela verde e agrumi accompagnate da una leggera crosta di pane; il rosé, ottenuto da un raffinato incontro tra Primitivo e Racemi di Primitivo, riposa addirittura sessanta mesi e si offre rosa salmone con riflessi ramati, un perlage fine e persistente, un naso di fragoline di bosco, lampone e ciliegia. Diversa e più giocosa è la storia del Maidomo, un bianco ottenuto da un’uva a bacca rossa, il Negroamaro, che il nome stesso dichiara “mai domato”: un vino che non si lascia ottenere facilmente, ma che ripaga con un giallo paglierino dai riflessi dorati, profumi di cedro, bergamotto e frutta tropicale, e un sorso fresco, teso, quasi balsamico, che invita irresistibilmente al secondo calice. Cantina Belardi: il racconto etrusco di Cerveteri tra Radiante, Incanto, Sinuoso e Rapito A pochi chilometri da Roma, un territorio conosce il vino da tremila anni prima che diventasse una moda: Cerveteri, l’antica Caere etrusca, dove la necropoli della Banditaccia, patrimonio dell’umanità, ricorda che qui si beveva e si commerciava vino già quando Roma era poco più di un villaggio sul Palatino. È in questo paesaggio, tra uliveti e vigne che si affacciano sul Tirreno, che la famiglia Belardi coltiva le proprie etichette, ognuna delle quali porta con sé un frammento di leggenda. Radiante, il Vermentino dell’azienda, nasce nei terreni vicino al Monte Abatone, proprio di fronte al bosco sacro dedicato al dio Silvano: narra la tradizione custodita dalla cantina che fu qui, secondo Virgilio, che Enea, attraversate le acque gelide del fiume con le sue schiere, si fermò all’ombra di quegli alberi per far riposare uomini e cavalli, scoprendo dalla vetta del monte gli accampamenti etruschi di Tarconte, giunto in suo soccorso contro Turno e i Rutuli. Un vino che porta nel nome, Radiante, la luce di quella costa e di quel sole, con profumi di mela e pesca bianca e una sapidità minerale che richiama direttamente il mare vicino. Sinuoso, il Verdicchio della cantina, racconta invece una storia più intima e recente: quella di un capostipite di famiglia originario delle colline di Fabriano, patria del vitigno, che portò con sé fino a Cerveteri il ricordo di quel vino di casa, tanto che nel 2018 la famiglia scelse di piantarne il primo vigneto proprio in suo omaggio. Incanto, lo Chardonnay, cresce invece su un piccolo appezzamento detto “la collina dell’incanto”, circondato da ulivi, da cui si scorge l’azzurro del mare voltandosi appena verso nord. E infine Rapito, il Moscato giallo dai grappoli dorati così belli, sotto il sole della maturazione, che chi li raccoglie confessa quasi di non avere il coraggio di staccarli dalla vite: da qui il nome, un vino che profuma di tiglio, salvia, ginestra e fiori d’acacia, e che chiude con un accenno mandorlato capace di risvegliare il palato. Fontana Candida: Vigneto Santa Teresa e Luna Mater, l’anima di Frascati Poche etichette raccontano i Castelli Romani come quelle di Fontana Candida, storica cantina di Monte Porzio Catone che da decenni interpreta il Frascati attraverso i suoli vulcanici (le cosiddette “terrinelle”)  che caratterizzano l’intera denominazione. Qui il vino non è mai stato una scoperta recente, ma una consuetudine antica affinata bottiglia dopo bottiglia, annata dopo annata. Il Vigneto Santa Teresa, Frascati Superiore DOCG, nasce da un singolo cru selezionato per la sua posizione e le sue condizioni ideali: la Malvasia del Lazio (la Puntinata ovviamente), si accompagna al Trebbiano Toscano in un vino che l’affinamento in barrique e la successiva maturazione in bottiglia rendono complesso ed elegante, senza perdere la freschezza tipica dei migliori bianchi della zona. Ma è il Luna Mater Riserva a rappresentare il vertice della produzione, un vino che porta nel nome un richiamo alla genesi e alla procreazione, e insieme un legame con la luna, da sempre custode silenziosa delle pratiche agricole e delle fasi di imbottigliamento. Nasce da vigne che hanno superato il mezzo secolo di vita, un uvaggio di Malvasia di Candia, Malvasia del Lazio, Greco e Bombino che matura per dodici mesi (almeno quattro dei quali in bottiglia) nelle antiche grotte di tufo scavate sotto le colline di Frascati, dove umidità e temperatura restano costanti come in un abbraccio. Nel calice, Luna Mater si mostra di un giallo dorato brillante, con un bouquet ampio di pesca bianca, pera, miele e una nota di vaniglia che ricorda l’affinamento nel legno; il palato è strutturato, equilibrato tra acidità e morbidezza, con un finale lungo che intreccia mandorla tostata, erbe aromatiche e una sottile mineralità. Tenuta Lungarella: Jvlivs, il vino degli imperatori tra i Monti Prenestini Poli è un piccolo comune romano incastonato tra i Monti Lucretili e i Monti Prenestini, un luogo che gli antichi imperatori romani scelsero come rifugio quando cercavano pace, silenzio e serenità lontano dalla città. È a loro che la famiglia Lulli (con il padre Marino, che ebbe l’idea dopo la pensione, e i figli Luigi e Alexander, che oggi la portano avanti) ha voluto dedicare l’intera linea di etichette dell’azienda, tutte firmate JVLIVS, in un omaggio che si lascia illuminare anche dalla vicinanza al Santuario della Fortuna Primigenia, visibile dalle pendici della tenuta. Solo due ettari, strappati al bosco e coltivati a quattrocentocinquanta metri d’altitudine, bastano a raccontare un territorio che non appartiene a nessuna denominazione codificata e che per questo si concede il lusso della sperimentazione. Jvlivs Vermentino nasce da una scelta precisa della famiglia, che ha preferito questo vitigno, più vicino nello stile a certe interpretazioni toscane, alla Malvasia più diffusa nella zona dei Castelli: nel bicchiere restituisce riflessi chiari e verdolini, sentori di pesca gialla, susina e mimosa, un’acidità discreta che pulisce il palato e invita al sorso successivo. Jvlivs Rosato, ottenuto da uve Cesanese, si mostra invece con un rosa pesca delicato ed elegante, quasi una versione mediterranea di certi rosé provenzali: litchi, pompelmo rosa e lampone accompagnano una beva fresca e persistente, capace di conversare a lungo con chi lo assaggia. A completare l’esperienza, tra gli assaggi finali della cantina, un Vermouth di produzione artigianale che chiude la serata con la stessa cura silenziosa con cui, tra le colline di Poli, si custodiscono i muretti a secco e il paesaggio disegnato dalla famiglia negli anni. Il vino resta un’eccedenza, la vera stella era la serata Alla fine di tre serate come queste, quello che resta non è tanto la somma dei calici assaggiati, quanto la sensazione, rara e per questo preziosa, che il vino avesse davvero fatto il proprio lavoro nel modo più giusto: aggiungendosi alla serata invece di occuparla, accompagnando la musica e il tango invece di competere con essi, aprendo conversazioni invece di chiuderle in una scheda tecnica. Ogni cantina incontrata sul Ponte della Musica, dal Salento alla Murgia, dal Vulture alle Marche, dall’Etruria di Cerveteri ai Castelli Romani fino ai Monti Prenestini, ha portato con sé non solo un’etichetta, ma un pezzo di terra e di famiglia, restituito attraverso un calice che chiedeva solo di essere ascoltato con la stessa attenzione con cui si ascolta un racconto. Il merito di aver saputo, per il secondo anno consecutivo, trasformare un ponte in un luogo di incontro va riconosciuto a Le Notti del Vino e a Decanter Wine Academy, capaci di intuire che la cultura del vino cresce meglio quando si toglie la cravatta e si mette a proprio agio tra la gente, il fiume, le luci della città. Il Ponte della Musica, intanto, resta lì, sospeso sul Tevere, pronto a diventare di nuovo, alla prossima occasione, quella promessa silenziosa che unisce le due rive.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Andrea Piubello. Il garage di qualcun altro Arrow Right Top Bg

10 Luglio, 2026

Andrea Piubello. Il garage di qualcun altro

  Ogni storia importante nasce da una domanda. Quella di Andrea Piubello ne contiene una particolarmente semplice: cosa accadrebbe se avessimo il coraggio di entrare nel garage di qualcun altro? Da questa immagine prende forma un racconto che parla di opportunità, visione e della capacità di riconoscere il valore delle idee prima che diventino evidenti a tutti. Alle volte le immagini che si formano nella nostra mente sono così potenti da diventare delle suggestioni vere e proprie. Un pò come le favole, quelle che i nonni ci raccontavano da piccoli tenendoci sulle ginocchia. Evocavano immagini. Che rimangono impresse nella nostra mente. Magari in un angolo nascosto per poi riemergere all’improvviso. Senza che neanche le evochiamo.  Andrea Piubello è un ragazzone che ti fa subito simpatia. Senza spocchia. Senza nessun tipo di sovrastruttura mentale. La semplicità di una persona che ha nel cognome una sorta di nomen omen. È così che quando ripenso alla nostra chiacchierata, non è il vino che mi torna in mente. Almeno non subito. È un’immagine che diventa quasi la scena da film. Vedo un ragazzo che di notte, dopo ore di vendemmia, attraversa il buio per andare a controllare le temperature di un fermentino in una cantina non sua. Il signore che possedeva quella cantina era a letto da tempo. Dalle otto di sera. Stanco dal suo lavoro e troppo stanco per curarsi di quello altrui. Da quel momento in poi, il problema era di Andrea. Così, notte dopo notte, Andrea vegliava su sessanta quintali d’uva che erano già, anche se lui ancora non lo sapeva con certezza, i sessanta quintali più importanti della sua vita. Avrei potuto iniziare da altro. Dalla Valpolicella, per esempio, territorio che negli ultimi anni è diventato uno dei più dibattuti d’Italia, dove la tradizione dell’appassimento si misura ogni giorno con una generazione di produttori che vogliono alleggerire, rinfrescare, reinventare. Dove il rischio del pendolo che oscilla troppo da una parte è reale quanto quello di non oscillare affatto. Oppure potevo iniziare dai numeri: quarta generazione di viticoltori, 2021 come anno zero, due bicchieri del Gambero Rosso appena ottenuti per i primi due vini mai prodotti. Ma i numeri vengono dopo. Prima viene la notte in quel garage. Non il suo garage, tiene a precisare. Un domani, quando le cose andranno bene, potrò dire di essere partito da un garage. E aggiungere che non era neanche mio. Questa piccola parentesi, quel “neanche mio”, dice tutto di Andrea Piubello. L’ironia leggera che serve a non prendersi troppo sul serio. L’orgoglio che non ha bisogno di gonfiarsi. La precisione di chi vuole che le cose siano raccontate come stanno davvero. Andrea è nato nel 1990, da una famiglia di viticoltori della Valpolicella che porta il soprannome idola, soprannome proveniente da un’epoca di povertà rurale in cui chi passava da quelle parti trovava sempre qualcosa da mangiare: un uovo, un salame, un posto a tavola. Il bisnonno aveva il vigneto insieme al maiale e alla gallina, come si usava. Il nonno cominciò a specializzarsi. Il padre e lo zio completarono la transizione verso la viticoltura pura. Andrea è cresciuto in quella sorta di ineluttabile continuità cominciando a lavorare nell’azienda di famiglia a diciotto anni. Rimanendoci fino ai trentuno. Quattro generazioni in linea diretta. Un pedigree, direbbero in Francia. Eppure qualcosa non tornava. Per me era quasi un dovere andare al lavoro, per prendere lo stipendio tra virgolette Lo dice con quella calma che ho imparato a riconoscergli. Una calma che è armatura raffinata più che un temperamento naturale. Il problema non era la vigna. Era cosa ci si faceva con l’uva. Perché nell’azienda di famiglia il ciclo finiva lì: si coltivava, si raccoglieva, si portava tutto alla cantina sociale.  Vedere mio papà e mio zio fare ore e ore di lavoro e ridurlo in cantina senza valorizzarlo, non mi sembrava giusto, neanche a livello di fatica. L’erede che vuole imbottigliare, il padre che dice stiamo bene così, la frattura silenziosa che cresce sotto la superficie dei pranzi di famiglia. Un vero e proprio archetipo, in questo. Non è l’Amarone del conflitto tragico. Non c’è dramma, non c’è sangue versato. È più la storia di una divergenza lenta, di un bivio che si apre per gradi. Le nuove generazioni che capiscono la fatica del lavoro che le precedenti hanno così interiorizzato da non rendersene più conto. Come se bastasse quell’atavico passaggio dalla schiavitù alla mezzadria alla proprietà. Le nuove generazioni non si accontentano e non perché vogliono di più. Vogliono solo un giusto riconoscimento.  Andrea ha provato, ha proposto, ha trovato porte chiuse. Una chiusura d’amore e di rassegnazione. La cantina sociale era comoda. Economicamente sicura. Organizzativamente semplice. Cambiare avrebbe significato stravolgere tutto. Finché Andrea ha deciso che stravolgere tutto era esattamente quello che voleva fare. Il 2019, il garage non suo. Il 2020, un enologo, le prime sperimentazioni serie. Il 2021, la proposta al padre e allo zio. Vi pago le uve quanto vi darebbe la cantina sociale, ma le prendo io e le vinifico io.  Un accordo pulito, senza strappi. Una continuità che si biforca invece di spezzarsi. Ho fatto subito Amarone, Recioto, Valpolicella Superiore e due Metodo Classico.  E qui, se non lo si conosce ancora, ci si potrebbe fermare a ridere bonariamente. Partiamo dall’inizio: Amarone. Certo. Perché no? Eppure non c’è incoscienza in questa scelta. C’è progettazione. Andrea aveva già in testa una gamma e ha cominciato dai vini con affinamento lungo perché così, quando sarebbe arrivato il momento di commercializzarli, avrebbe avuto tutto pronto insieme.  Cominci con i vini a invecchiamento e poi quando si avvicinano all’uscita, hai già pronta anche la parte più fresca.  Una logica da imprenditore e non certo da visionario solitario. Due Metodo Classico. Uno fermentato in legno, l’altro in acciaio. Pensati inizialmente per una sboccatura a cinquanta o sessanta mesi. Poi l’assaggio dell’anno scorso e il vino era già. Così, anche per una questione di cassa si è deciso di uscire prima. Almeno si sarebbe cominciato ad ammortizzare.  Una scelta sia tecnica che di bilancio Senza imbarazzo. Mi piace questa franchezza. Il mondo del vino ha troppi romantici che fingono di non fare i conti. Andrea li fa e non se ne vergogna. In questi anni trascorsi ad ascoltare produttori mi sono sempre chiesto: cosa si nasconde sotto la superficie di chi fa vino in solitudine? Non in solitudine esistenziale, ma in solitudine operativa. Quelli che sono soli a prendere le decisioni, a fare gli investimenti, a svegliarsi la mattina con il pensiero di una cantina nuova da costruire e di debiti da onorare. Andrea è fisicamente tranquillo. Voce bassa, ritmo misurato, nessuna enfasi gratuita. Ma quando gli dico che lo vedo calmo, ride piano All’apparenza sì. Dentro sono abbastanza il contrario. Da giovane ero abbastanza vivace e ribelle, diciamo.”  È un paradosso interessante e non è solo carattere. È estetica.  Mi piace dare l’impressione di essere una persona inquadrata, seria. I vini sono così anche loro. È vero. I vini di Andrea Piubello sono vini posati. Vini da affinamento, da attesa, da silenzio. Ma dentro, lui lo sa e lo dice, cerca qualcosa che li spiazzi un po’. Una freschezza, un’acidità, una nota che non ti aspetti.  Ti aspetti una cosa e trovi qualcos’altro. Non il solito marmellatoso. La modernità, per me, è quella. Questa è la sfida della Valpolicella oggi. E non è una sfida semplice. Da un lato ci sono i produttori che alleggeriscono tutto trovando vini con undici gradi e mezzo, solo acciaio per realizzare il Valpolicella moderno che secondo Andrea rischiano di snaturare il territorio Vanno a scimmiottare altri vini e perdono identità. Dall’altro c’è la tradizione che se non viene rimessa in discussione diventa inerzia zuccherina. La via stretta, la sua via, è quella di chi vuole tenere struttura, tannino, grado, ma non rinunciare all’eleganza.  La sfida è quella. La potenza con la piacevolezza. Chissà quanto questa tensione sia in realtà universale. Non solo nel vino. È la stessa tensione che attraversa ogni artigianato contemporaneo: come rimanere fedeli a una tradizione senza diventarne prigionieri. Come innovare senza tradire. Come essere riconoscibili in un mercato che premia la novità. L’Amarone non è il Barolo e non dovrebbe cercare di esserlo. Sono due mostri sacri diversi nati con strutture e schemi di finezza ed eleganza diverse. Perché copiarsi? Perché provare ad imitarli? Copiare l’uno con l’uva dell’altro non funziona e non ha senso. I miei assaggi Amarone della Valpolicella DOCG 2021 Corvina, Corvinone, Rondinella provenienti da viti di 45 anni a Monte Cereolo ovvero  terreno calcareo. Appassimento 90 giorni. Affinamento 30 mesi in tonneau di rovere francese e americano, poi 1 anno in bottiglia. L’Amarone di Andrea si presenta con la consapevolezza di chi sa esattamente di cosa sia fatto, senza bisogno di alzare la voce. Il colore è rubino fondo, quasi impenetrabile, da osservare con la lentezza che merita un’uva che ha dormito novanta giorni in fruttaio prima ancora di diventare vino. Al naso l’apertura è scura e composta: ciliegia sotto spirito, prugna matura, un filo di cacao amaro che tiene a bada la dolcezza. Con il tempo nel calice emergono sfumature di tabacco, cuoio leggero e una speziatura calda fata di pepe e chiodi di garofano. Un contributo discreto del legno, mai prevaricante. È il rovere che non parla sopra il vino, attende il suo turno e lo accompagna. In bocca la struttura è importante, i tannini ben estratti e già levigati dall’affinamento, ma ciò che sorprende, evidenziando la mano di Andrea, è una certa verticalità di fondo, un’acidità che tiene tutto in tensione e impedisce al vino di afflosciarsi nella dolcezza che la denominazione potrebbe tentare. Il finale è lungo, con un ritorno di frutta secca e un’eco quasi iodica che riporta al calcare di Monte Cereolo. Un Amarone che vuole essere bevuto, non solo contemplato. Valpolicella Superiore DOC Corvina, Corvinone, Rondinella, Teroldego da viti di 25 anni a Monte Scalucce, terreno calcareo ricco di scheletro. Affinamento 24 mesi tra tonneau e barrique di rovere francese e americano, poi 6 mesi in bottiglia. Se l’Amarone è il vino che Andrea ha scelto per dimostrare di saper aspettare, il Superiore è quello in cui si vede cosa abbia in mente per il futuro della Valpolicella. Un futuro in cui struttura ed eleganza smettono di essere in contraddizione per andare a braccetto. Il rosso è intenso, con riflessi granati che compaiono ai bordi come una firma dell’affinamento. Al naso è vivo, fresco, più gaio del fratello maggiore: frutti rossi a polpa soda, una nota floreale residuo e un cenno di speziatura dolce che non sovrasta. In bocca è tonico, con una trama tannica ancora decisa ma non aggressiva. Un residuo zuccherino talmente basso da risultare virtualmente secco con il rovere che arrotonda quel che serve. È un vino che sta cercando il suo punto di equilibrio definitivo e lo sa. Proprio per questo è interessante berlo adesso: c’è ancora un po’ di movimento dentro, qualcosa che non si è ancora seduto del tutto, e in quella tensione sta molto del suo carattere. Andrea dice che i suoi vini devono spiazzarti un po’. Questo ci riesce. Cuvée N°7 Spumante Metodo Classico Pas Dosé Garganega e Trebbiano di Soave provenienti da viti di 40 anni di un terreno vulcanico con fascia calcarea. Fermentazione in tonneau di acacia, 7 mesi di bâtonnage sulle fecce fini. 7 come il nome della cuvée. 36 mesi sui lieviti in bottiglia. Si vede che il ragazzo ha studiato Il legno di acacia rappresenta un dettaglio che racconta già tutto: non la quercia, non il rovere, così da essere più delicata, più floreale, meno invasiva. Una scelta precisa in un vino dove ogni scelta è precisa. La Cuvée N°7 è la sorpresa della gamma, quella che uno non si aspetta da un produttore della Valpolicella e che invece dice molto di chi è Andrea quando può fare quello che vuole. Dorato brillante, bollicina fitta e longanime, persistente come deve essere un metodo classico che ha passato tre anni a maturare in bottiglia. Al naso è composto ma generoso: la mela cotogna e la pesca bianca sono mature. C’è, ovviamente, una vena di acacia e, sotto tutto, un fondo di crosta di pane, lievito integrato, autolisi discreta. In bocca la beva è verticale, come piace ad Andrea: non larga, non opulenta, ma dritta, con una acidità che taglia e pulisce. La bollicina cremosa accompagna senza ingombrare. Il pas dosé è una scelta coraggiosa ma che personalmente approvo su tutta la linea. Si chiude lungo, minerale, con quel rimando vulcanico del terreno che torna puntuale come una firma. Due bambine piccole. Una di tre anni, cosa questa che ci fa sorridere all’unisono. Anch’io ho una figlia di tre anni e c’è un linguaggio segreto tra chi vive questa fase. Un linguaggio fatto di sguardi stanchi e tenerezze continue.  Penso spesso a cosa vorranno fare le mie figlie. Mi ricordo quando non riuscivo a incanalare le mie idee. Mi ricordo quanto era difficile. Quindi seguirò i loro sogni, non i miei. Detto così sembra semplice. Non lo è. Ci vuole una generazione intera, a volte due, per smettere di confondere il proprio progetto con quello dei figli. Andrea ci è già arrivato a trentaquattro anni. Non male. Nel mondo di una cantina c’è spazio per tutto. Per chi ama il vigneto, per chi studia enologia, per chi fa marketing, per chi gestisce il commerciale. Se vorranno, ci sarà posto. E se non vorranno, saranno libere. Fine. Prima di salutarci Andrea mi parla della cantina nuova che sta costruendo, degli  investimenti, dei pensieri, della paura.  Ma mi tiene vivo. Mi fa svegliare la mattina. Devo andare, devo fare, devo correre. È benzina. Se perdessi quello, perderebbe tutto il fascino. Ho sentito dire cose simili molte volte, in molte cantine. Ma da Andrea suona diverso. Forse perché viene da qualcuno che è partito davvero da zero. Da un garage non suo, da sessanta quintali, da notti a controllare le temperature mentre il proprietario dormiva e che quindi sa esattamente quanto vale quella benzina. Non è una frase fatta. È una biografia compressa in due parole. Il bello del percorso, non della meta. Lo so, è un luogo comune. Ma come tutti i luoghi comuni, è diventato tale perché è vero. E Andrea Piubello, che ha trentaquattro anni, un Amarone in affinamento, una cantina nuova da costruire, due bambine che lo aspettano a casa, ne è la dimostrazione silenziosa e precisa.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di Fossanova Arrow Right Top Bg

9 Luglio, 2026

Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di Fossanova

Nec vero terrae ferre omnes omnia possunt.
(Non tutte le terre possono produrre ogni cosa)
Virgilio, Georgiche, II   Da Latina, prima di arrivare a Priverno, la strada attraversa quelle che furono paludi e che oggi sono distese ordinate, segnate ancora dalla geometria delle bonifiche. Piccole frazioni, nate per dare riparo ai braccianti, scandiscono il percorso come stazioni di un pellegrinaggio laico. Poi, all’improvviso, il bosco si chiude attorno a un catino verde, e in fondo, quasi sospesa, appare l’abbazia. Fossanova sembra non annunciarsi. È quasi una rivelazione. Come qualcosa di non immediatamente spiegabile. Non certo un miracolo perché fu costruita dalla mano dell’uomo. È uno dei più alti esempi di gotico cistercense in Italia, consacrata nel 1208, con un rosone che pare disegnato per lasciar passare soltanto la luce necessaria a pensare. Qui, per la quinta volta, si è tornati a celebrare Vini d’Abbazia, la manifestazione che intreccia la storia della viticoltura monastica con il presente, spesso inquieto, del vino italiano.   Vini d’Abbazia: il monastero diventa racconto del vino Ogni abbazia porta con sé un’aura doppia: quella della sacralità e quella, più sottile, del mistero. Le grandi architetture gotiche, i chiostri, i borghi che sorsero intorno per accogliere viandanti e pellegrini in cerca di un pasto e di un riparo, raccontano una civiltà che ha saputo conservare, nel tempo, anche la memoria della vite. Furono i monaci, custodi degli orti e delle vigne dei monasteri, a tramandare nei secoli vitigni che altrimenti si sarebbero perduti. L’iniziativa, promossa da Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina e Azienda Speciale Informare, ha saputo nel tempo costruire un seguito sempre più ampio: la quinta edizione, andata in scena dal 12 al 14 giugno, ha attirato oltre cinquemila presenze, con più di duemila calici versati nella sola giornata d’apertura. Masterclass esaurite ogni sera, dal racconto dei grandi rossi firmato da Roberto Cipresso al viaggio nei monasteri condotto da Vincenzo Mercurio, fino all’itinerario tra grandi bianchi e bollicine guidato da Chiara Giovoni: un programma capace di tenere insieme cultura, ricerca e convivialità, con incursioni persino nell’arte contemporanea grazie alla mostra di Silvia Iorio dedicata al vino osservato al microscopio. Il chiostro e il refettorio: degustare dentro la pietra Entrare nelle viscere di Fossanova, scendere nel refettorio dove si tengono le masterclass, attraversare il chiostro dove si allineano i banchi d’assaggio, è qualcosa che sfiora il misticismo. Le cantine che partecipano sono in buona parte sempre le stesse, un circuito che si va consolidando edizione dopo edizione, ma la loro capacità di sorprendere, tra continuità e new entry, resta intatta. Bere un calice sotto quelle volte è un gesto che si carica di un peso diverso: non è solo degustazione, è una sosta dentro la storia.   Il Lazio che si racconta attraverso le abbazie È evidente, a uno sguardo attento, come la manifestazione sia anche un formidabile strumento di promozione per il territorio laziale. Fossanova è parte di un Lazio enologico che ha ancora bisogno di visibilità e Vini d’Abbazia la offre con intelligenza: attraverso le masterclass dedicate, attraverso i press tour che nelle ultime edizioni hanno coinvolto realtà come Casale del Giglio e Cantina Carpineti, due eccellenze che portano il nome della regione oltre i suoi confini. I vini del Lazio occupano oggi una parte sostanziale dell’esposizione, affiancando le etichette propriamente abbaziali con le denominazioni del basso Lazio, dal Cesanese del Piglio alle altre strade del vino regionale. Ecco allora che le associazioni quali La Strada del Vino di Latina, Strada del Vino Cesanese, Consorzio Vini DOC di Cori, Consorzio Vignaioli del Lazio, Consorzio Cesanese del Piglio, Consorzio Cabernet Atina DOP, diventano, tra le colonne del chiostro, ambasciatrici di fantastici territori. È un escamotage, certo, perché i vini laziali con le abbazie non hanno sempre un legame diretto. Ma è un escamotage onesto, che funziona e che merita di essere raccontato per quello che è: un modo intelligente di dare voce a un territorio che, a ben vedere, meriterebbe comunque una propria identità, indipendente da ogni sotterfugio. Resta, in ogni caso, un’iniziativa che nobilita il Lazio anche fuori dai suoi confini e che si è ormai conquistata lo status di appuntamento fisso.   I vini assaggiati a Fossanova: un viaggio tra Francia, Lazio e oltre   Dominique Gruhier. Abbaye du Petit Quincy, Épineuil, Borgogna Dal 1212, quando i monaci dell’Abbazia di Quincy piantarono i loro filari nelle terre di Épineuil a dieci minuti a nordest di Chablis, su quelle stesse marne kimmeridgiane che hanno fatto grande la Borgogna, la storia non si è mai interrotta. Dominique Gruhier ha ereditato queste vigne e, con pazienza da converso, le ha riportate all’essenziale: agricoltura biologica, fermenti indigeni, solforosa al minimo. I suoi vini hanno quella luminosità propria di chi lavora senza mascherare. Crémant de Bourgogne Extra Brut
Il perlage è fine come polvere di gesso. Alla vista, un giallo paglierino che trattiene la luce senza esibirla. Al naso emerge prima il territorio con l’immancabile calcare, il lievito, la scorza di agrume. Poi il frutto, discreto: mela cotogna e pera. Al palato è tagliente nella sua onestà: nessuna concessione alla morbidezza, solo una freschezza calcarea che pulisce e invita. Un crémant che non cerca di sembrare Champagne, e proprio per questo vale di più. Chablis
Il Chablis di Gruhier porta nel bicchiere tutta la mineralità delle marne oxfordiane. Bianco dai riflessi verdi, con un naso che apre su agrumi, pietra bagnata e un sottile accenno iodato che ricorda la distanza, non così grande, dal mare. In bocca l’acidità è una spina dorsale precisa: non aggressiva, ma strutturale. Il finale è lungo, quasi salino, come acqua filtrata tra le rocce. Un bianco che non si offre, si guadagna. Bourgogne Épineuil Cuvée Juliette. Pinot Noir
Dai migliori appezzamenti della Côte de Grisey, vigne piantate nel 1978, vendemmia in grappoli interi al cento per cento: la Cuvée Juliette è il vertice silenzioso di Gruhier. Rosso rubino di media intensità, con riflessi violetti che tradiscono la gioventù. Al naso si stratificano ciliegia, ribes, fiori di campo e un lieve tocco selvatico. La firma di sottobosco che pochi Pinot di Côte d’Or sanno replicare. In bocca è fresco, nervoso, con tannini vellutati che avvolgono senza stringere. Il finale è lungo, speziato, con un’eco minerale che resta. Un rosso da abbazia nel senso più vero: fatto per durare, non per stupire subito.   Abbazia di Praglia. Metodo Classico Extra Brut, Colli Euganei L’Abbazia di Praglia è l’unico luogo al mondo dove i monaci benedettini producono ancora il metodo classico secondo la tradizione di Dom Pérignon. A Praglia la chiamano ancora col suo nome originale: metodo benedettino. La cantina è scavata nella cisterna sotterranea del chiostro pensile; il remuage avviene a mano, come ha sempre fatto. La sosta sui lieviti raggiunge i trenta mesi. L’uvaggio di Domnus Abbas mescola in parti uguali Garganega, Chardonnay e Raboso.  Insolito, quasi ecumenico: il vitigno bianco dei Colli Euganei, quello internazionale e il ribelle rosso del Piave vinificato in bianco. Il risultato è un Extra Brut dal colore ambrato caldo, con un perlage cremoso e paziente. Al naso si apre su note di pasta frolla, agrumi canditi, erbe aromatiche e una tenue mineralità che ricorda le pietre vulcaniche dei Colli. In bocca è setoso ma non cedevole, sapido, con una persistenza aromatica che non finisce mai del tutto. Bevuto nel chiostro di Fossanova acquista una solennità che non appartiene alla sola chimica del vino. Bellavista. Curtefranca DOC Convento Santissima Annunciata, Monte Orfano, Franciacorta Sul Monte Orfano, nel margine sud-occidentale della Franciacorta, il Convento della Santissima Annunciata esiste dal 1449, quando l’ordine dei Servi di Maria ottenne il permesso di costruire un luogo di preghiera tra gli ulivi e le querce di quella collina. Dentro, un affresco di Girolamo Romanino — l’Annunciazione — custodisce ancora la luce del Cinquecento. Fuori, 5,45 ettari di vigna che i frati coltivano ininterrottamente da secoli, fino a quando fra Sebastiano, sentendo avvicinarsi la fine, nel 1984 non affidò quella terra all’amico Vittorio Moretti: perché non andasse perduta. La prima vendemmia firmata Bellavista è del 1991, il primo studio italiano di valorizzazione di un cru, ante litteram. La vigna è divisa in due parcelle da un albero di fico. Due suoli diversi e complementari. Quello superiore più calcareo e fresco, quello inferiore più argilloso e profondo. Così, danno vita a vendemmie separate, fermentazioni distinte in piccole botti di rovere bianco di tre-quattro anni e, solo alla fine, si fondono in un’unica cuvée. Il vino riposa poi almeno un anno in bottiglia prima di uscire. Questo Monte Orfano, diverso per microclima e composizione geologica dal resto della Franciacorta, riceve il sole con un’intensità quasi mediterranea: gli ulivi che lo costeggiano non sono un’anomalia, sono una dichiarazione. Nel calice, il Curtefranca si veste di un giallo paglierino carico, quasi dorato. Al naso è un vino che non si apre tutto subito: chiede pazienza, come ogni luogo sacro. Poi arrivano, uno dopo l’altro, l’albicocca matura, l’ananas, il melone bianco, la pesca gialla e sotto,  persistente ed elegante, il geranio, la rosa antica, un tocco di vaniglia che il rovere ha depositato senza sovrascrivere. La mineralità è la nota più vera: gessosa, quasi iodica, inaspettata a questa latitudine. Al palato è armonioso e preciso, con una freschezza che percorre tutto il sorso tenendo a freno la morbidezza senza mai negarla. Il finale è lungo, sapido, con un ritorno floreale che chiude il cerchio.   Castello di Magione. Ordine di Malta, Colli del Trasimeno, Umbria Il Castello di Magione nasce nel 1170 come hospitium per i pellegrini che percorrevano la Via Francigena verso Roma e Gerusalemme. Oggi appartiene ancora all’Ordine Sovrano Militare di Malta, che custodisce anche il segreto di una produzione vinicola iniziata nel Medioevo. I vigneti si distendono tra i 250 e i 350 metri sul livello del mare, sui suoli argillo-calcarei delle colline che cingono il Lago Trasimeno. Il Grechetto, vitigno autoctono umbro, coltivato in due cloni, è l’anima bianca di questa tenuta. Grechetto
Paglierino luminoso, quasi dorato in controluce. Il naso è diretto e nitido: fiori di ginestra, pesca bianca, mandorla fresca, con un tocco erbaceo che rinfresca senza distrarre. Al palato la struttura è più pronunciata di quanto ci si aspetti visto che la tradizione umbra vuole Grechetti capaci di tenere il templ’acidità è vivace, calibrata, mai spigolosa. Finale fruttato con una nota di mandorla amara che chiude elegantemente. Un bianco che porta nel bicchiere la luce del Trasimeno. Morcinaia. Merlot, Cabernet Sauvignon, Sangiovese
Il nome viene dal dialetto umbro e designa il cumulo di pietre ammassate ai bordi dei campi durante la bonifica: sassi tolti dalla terra per farla lavorare. Anche nel vino si sente quella fatica, quell’identità guadagnata. Rubino profondo con riflessi granati, affina dodici mesi in barrique. Al naso: frutto scuro e maturo — mora, prugna, amarena — con un balsamo sottile e una speziatura che ricorda la polvere di cacao e la cannella. Al palato è pieno, rotondo, con una progressione erbacea-balsamica che rivela la presenza del Sangiovese di clone Montalcino. Tannini levigati, persistenza lunga. Un rosso da cavalieri, nel senso più letterale del termine. Nero Cavalieri. Pinot Nero
Il Pinot Nero a Magione è un atto di coraggio: un vitigno che chiede terreni freschi e altitudini generose, coltivato sulle colline del Trasimeno con una precisione quasi liturgica. Nel bicchiere è rosso rubino limpido, trasparente, quasi timido. Al naso si fa trovare con profumi di ciliegia, lampone e una leggera nota floreale di viola; sotto, un sottofondo terroso che ricorda il fungo porcino fresco. In bocca è agile, con tannini fini e un’acidità che vivifica ogni sorso. Non ha la profondità di un Borgogna, ma ha qualcosa di altrettanto prezioso: la sincerità del luogo.   Zlati Grič. Slovenske Konjice, Stiria Slovena Zlati Grič, letteralmente “colle d’oro”, sorge sopra la città storica di Slovenske Konjice, a metà strada tra Lubiana e Maribor, in quella Stiria slovena che profuma di Riesling, Pinot Grigio e vigne vecchie sulle terrazze loessose. La cantina porta nel nome una promessa di luce. Nei vini, la mantiene. Carthusiana White
Un assemblaggio bianco che nasce nel segno della certosina cura: vendemmia tardiva, lavorazione lenta, perlage fine e persistente. Giallo paglierino vivace con riflessi dorati. Al naso è aromatico e complesso. Fiori di tiglio, pesca gialla, agrumi canditi. Una freschezza floreale che non stanca. Al palato è morbido e avvolgente, con una sapidità finale che riequilibra la struttura. Un metodo classico che porta il nome dei certosini con tutta la calma che quella parola impone. Carthusiana Rosé
Rosa tenue, quasi ramato, con bollicine fini che risalgono lente. Al naso: fragola selvatica, melograno, rosa canina. Al palato è secco, vivace, con una freschezza che colpisce prima del frutto. Il finale è breve ma netto, pulito, con quel carattere da Extra Brut che non lascia residui. Un rosato sparkling da abbinare alla leggerezza di una sera d’estate, dentro un chiostro. Sauvignon
La Stiria slovena offre al Sauvignon un clima continentale che ne esalta la parte aromatica senza appiattire la mineralità. Questo bianco ha un naso caratteristico e preciso: foglia di pomodoro, ribes bianco, pompelmo, con una traccia minerale quasi gessosa. In bocca è secco, teso, con un’acidità tagliente che porta lontano. Un Sauvignon da meditazione, non da aperitivo. Sivi Pinot. Pinot Grigio
“Sivi” in sloveno significa grigio, ma questo Pinot Grigio non ha nulla di anonimo. Bianco dai riflessi ramati, con un naso che apre su pera williams, mandorla fresca e una leggera nota speziata. Al palato è strutturato, quasi oleoso nella texture, con una freschezza che bilancia la rotondità. Finale lungo, con un accenno di zafferano che sorprende. Più simile a un Alsaziano che a un Pinot Grigio triveneto. Renski Rizling. Riesling Renano
Nella Stiria slovena il Riesling renano trova una casa di elezione. Questo bianco ha la verticalità propria del vitigno: colore paglierino con riflessi verdolini, naso di pesca bianca, limone candito, pietra focaia e un leggero accenno di idrocarburo che già preannuncia come invecchierà. Al palato è austero, preciso, con un’acidità che percorre tutto il sorso come una freccia. Finale lunghissimo, quasi salino. Un vino che chiede rispetto e lo restituisce.   Abbazia di Propezzano. Morro d’Oro, Colline Teramane, Abruzzo L’Abbazia di Propezzano nasce nell’VIII secolo come rifugio per i pellegrini e i crociati diretti ai porti dell’Adriatico verso la Terra Santa. Oggi, sulla stessa collina teramana che domina il versante più nobile del Montepulciano d’Abruzzo DOCG, la famiglia Savini De Strasser ha riportato in vita le cantine abbaziali a partire dal 2011. I vigneti sorgono di fronte alla facciata della chiesa, lungo la vecchia via lastricata. PEC, Pecorino
Il Pecorino dell’abbazia porta nel calice il profilo delle colline teramane: fresco, teso, dotato di una bella mineralità. Fiori di campo, agrumi, erbe aromatiche: un naso semplice e onesto. In bocca è vibrante, con quella sapidità adriatica che caratterizza i bianchi d’Abruzzo più autentici. Un vino senza pretese, che proprio per questo sa di verità. CAb. Cerasuolo d’Abruzzo Superiore 2024
Rosso ciliegia luminoso, quasi rubino. Il Montepulciano d’Abruzzo diventa altro, quando incontra la breve macerazione del Cerasuolo. Una quint’essenza di frutto e roccia. Al naso emerge il melograno maturo, poi l’amarena, il lampone, i fiori di campo, con una nota balsamica appena accennata che arriva dai suoli argillosi delle Colline Teramane. Al palato è asciutto, non generoso di morbidezza: la freschezza comanda, la sapidità chiude, e il finale, lungo e persistente, rimanda dritti alla ciliegia matura. Un rosato da invecchiamento, come ricordano i produttori abruzzesi più capaci: non “si invecchia una bottiglia di rosé, ma si può invecchiare un Cerasuolo”.   Crypta 2024. Vignaioli in Grottaferrata (Gabriele Magno, Emanuele Ranchetta, La Torretta) “Crypta Ferrata”: è il nome originale di Grottaferrata, dal latino che descrive le inferriate ritrovate sulla grotta dove nel 1004 San Nilo fondò l’abbazia greco-ortodossa che ancora oggi celebra il rito italo-bizantino. Su quel tufo vulcanico dei Castelli Romani, tra anfore interrate e fermentazioni spontanee, cinque cantine dell’associazione Vignaioli in Grottaferrata hanno dato vita a Crypta, un progetto collettivo che unisce Malvasie, Trebbiano e uve autoctone in una cuvée che è dichiarazione di territorio. I due bianchi Crypta di Garbiele Magno ed Emanuele Ranchetta si somigliano nel calice per il giallo oro con riflessi ambrati. Al naso sono complessi e quieti allo stesso tempo: erbe di macchia, scorza d’arancia, pietra calda al sole, e un sottofondo di miele d’acacia che emerge solo dopo qualche minuto. Al palato, morbidi, non flaccidi. La minerale freschezza del vulcano si fa sentire in una vena acida che percorre tutto il sorso. Il finale è lungo, lievemente amaricante, come certi bianchi vinificati sui lieviti che sanno trattenere la profondità del territorio. Un vino che ha nel nome la sua storia migliore. Cosa li differenzia? Tutto. La stratificazione olfattiva, il livello di freschezza, il finale. Meraviglioso però constatare come dallo stesso territorio possano nascere vini così identitari pur con le medesime radici. Diversi cosi come il rosato de La Torretta. Uno di quei vini che meritano per la sua immediatezza che non è semplicità. Si tratta di una beva semplice ma decisa, determinata, avvolgente e di impatto. Emotivo prima di tutto ma poi beverino e versatile. Non banale, non scontato. Interessante   Cremisan 1885. Beit Jala, Betlemme, Palestina Il nome viene dall’arabo Kerem Zan (vigna delle uve Zan) e designa le pendici di Beit Jala, a cinque chilometri da Betlemme e dodici da Gerusalemme. Dal 1885 i Salesiani producono vino su quella collina, e dal 2007 lo fanno con la guida tecnica di Riccardo Cotarella. Il capo enologo Fadi Batarseh ha studiato 64 diverse varietà di vite palestinese e ne ha identificato 21 genotipi unici: tra questi, ha scelto i quattro da vinificare in purezza. Cristiani, musulmani ed ebrei lavorano qui fianco a fianco. Il vino come grammatica condivisa in una terra segnata da ogni conflitto possibile. Dabouki
Vitigno autoctono palestinese dalle bacche dorate, vendemmiato a mano a metà settembre e fermentato a freddo in acciaio. Paglierino tenue, quasi trasparente. Al naso: melone bianco, limone e sale del Mar Morto. Un naso marino e minerale insieme. Al palato è fresco, acido, con una sapidità insolita per un bianco mediterraneo. Breve affinamento sui lieviti che aggiunge un accenno cremoso al finale. Un bianco che sembra venire da un altro tempo, da una viticoltura che precedeva tutto. Hamdani Jandali
Un assemblaggio di due vitigni bianchi autoctoni, Hamdani e Jandali, che crescono su terrazze di argilla rossa sotto il cielo della Giudea. Al naso è più aromatico del Dabouki: frutta tropicale, albicocca matura, fiori di sambuco, una nota speziata quasi esotica. Al palato è più strutturato, con una rotondità che la Hamdani apporta e una freschezza che la Jandali garantisce. Finale lungo, con un ritorno fruttato che sorprende. Un bianco che porta nel bicchiere secoli di memoria agricola mai interrotta. Baladi Aswad
L’unico rosso di Cremisan, da uve Baladi Aswad. Letteralmente “il rosso locale”. Vendemmiato all’inizio di settembre e affinato quattordici mesi in botte. Rubino di media intensità, con riflessi granati. Al naso è un rosso aromatico e profumato: ciliegie nere, spezie orientali, un accenno di rosa essiccata e cuoio. Al palato i tannini sono presenti ma non aggressivi, e l’acidità bilancia bene la struttura. Il finale è persistente, speziato, con quella particolare asciuttezza che appartiene ai vini nati su suoli calcarei e pietrosi. Bere un sorso di Baladi a Fossanova è un gesto che porta insieme due mondi di culto e contemplazione che forse si assomigliano più di quanto si pensi.   Casa Esposito. Scala, Costiera Amalfitana, Campania Scala è il borgo più antico della Costiera Amalfitana. Casa Esposito è Nicola e con lui una piccola realtà nata dall’eredità del nonno Mario, viticoltore tra le montagne della costa, che coltiva vigne terrazzate a 500 metri sul calcare piroclastico del 79 d.C., lì dove il Vesuvio ha lasciato la sua firma più duratura. Produzioni minuscole, metodi artigianali, vitigni autoctoni: Falanghina, Biancolella, Pepella, Ginestra, San Nicola, Piedirosso, Aglianico, Tintore. Scalese. Spumante Bianco Pas Dosé
Falanghina e Biancolella all’ottanta per cento, con saldo di Pepella, Ginestra e San Nicola: un assemblaggio di Costiera che è omaggio al nonno Mario. Giallo paglierino vivace, con riflessi verdolini e un perlage persistente e numeroso. Al naso è un bouquet di Costiera: limoni sfusati, pompelmo, pesca bianca, ananas, fiori bianchi e un tocco di erba salmastra che ricorda la brezza marina. In bocca è fresco, tagliente, con un’acidità cristallina che porta lontano. Pas Dosé, senza zucchero aggiunto: purissimo, onesto, quasi severo nella sua franchezza. Un vino da scogliera. Macerine. Vino Frizzante Rosato
“Macere” è il nome dei muri a secco che reggono i terrazzamenti della Costiera: pietre estratte dalla terra e rimesse a mano, dalle più grandi in basso alle più piccole in cima. Un’architettura della tenacia. Il vino porta quel nome e quella struttura. Piedirosso, Aglianico e Tintore fermentano quattro mesi in acciaio, poi rifermentano in bottiglia per altri quattro. Frizzante vero, non spumante: pressione sotto i tre bar. Rosa cerasuolo carico, con bollicine vivaci e numerose. Al naso: fragola matura, lampone, amarena, rosa canina, un tocco di ribes. Al palato è fresco, sapido, con un’acidità in primo piano che illumina il finale fruttato e persistente. Un rosato che assomiglia al territorio che lo ha generato: aspro e bellissimo. Rudus. Falanghina
Il nome evoca i “ruderi delle Ferriere”, quella valle impervia tra le montagne di Scala e Amalfi dove un tempo si arrivava solo a dorso di mulo. Nicola Esposito dedica la sua Falanghina a quel luogo e al nonno che lo amava. Paglierino luminoso, con riflessi dorati. Al naso è fruttato e aromatico: melone bianco, pesca bianca, agrumi, con una nota erbacea che ricorda l’erba appena tagliata in montagna. Al palato è sapido, fresco, con una nota minerale che arriva dal calcare piroclastico e non lascia. Finale persistente, fruttato e lungo. Una Falanghina che profuma di storia.   La Matina. San Marco Argentano, Calabria Su una collina che domina la valle del fiume Follone, nel cuore della Calabria settentrionale, l’Azienda Agricola La Matina coltiva circa due ettari di vigneto su un’altura storicamente detta “u muntu”. Il vitigno è il Magliocco dolce, principe della DOP cosentina, lavorato in biologico e vinificato con tecniche artigianali. Due soli vini: il Muntu rosso e la Mádam rosata. Una realtà piccola, quasi segreta, che porta nei calici profumi di una Calabria lontana dai circuiti. Mádam. Rosato DOP Terre di Cosenza
Rosa intenso con riflessi cerasuolo: un rosato che non ha paura del colore. Al naso si apre un bouquet avvolgente fatto di ciliegia, mirtillo, fiori di rosa, un tocco di melograno maturo. Un’eleganza quasi nobile, da nobildonna appunto, consapevole del proprio rango. Al palato è morbido, ricco di materia, con una freschezza calibrata che bilancia il peso del Magliocco. Il finale è lungo, fruttato, con un persistente ritorno floreale. Un rosato che non sussurra: parla a voce piena, con misura.   Trama (M di Trama). Cori, Provincia di Latina, Lazio Cori è uno dei borghi più antichi del Lazio, su quelle colline lepine che guardano le pianure pontine. L’Azienda Trama ha radici profonde in quel territorio e una filosofia chiara: rispetto della terra, lieviti indigeni, tempi lunghi in acciaio sulle fecce fini. I suoi due vini bianchi, Capofitto e Piedefermo, sono espressioni di un Lazio che merita di guadagnare, sul campo, sorso dopo sorso, il posto che merita. Capofitto. Bianco Lazio DOC
Il nome è un’immagine: buttarsi capofitto, senza esitazione. Paglierino luminoso con riflessi verdolini. Al naso è aromatico e fresco per via della mela verde, del gelsomino, degli agrumi e di un tocco di frutta esotica che tradisce il sole laziale. La mineralità, sottile e persistente, arriva dal suolo di Cori. Al palato è vivace, con un’acidità pulita e un finale lungo che porta con sé quella nota floreale inalterata. Affinamento sulle fecce fini per sei mesi in acciaio: nessun trucco, solo il tempo che lavora. Un bianco onesto, senza paura di sé. Piedefermo. Bianco Lazio IGT
Fermenti indigeni, nessuna chimica in vigna né in cantina, recupero dei metodi di vinificazione della tradizione territoriale: Piedefermo è la scelta più radicale di Trama. “Piede fermo” è la postura di chi non cede, di chi rimane ancorato alla propria identità. Nel calice è un bianco più concentrato, più complesso del Capofitto: naso di fiori gialli, miele d’acacia, pesca matura, con una vena sapida che percorre il sorso dall’attacco al finale. In bocca è pieno, con una struttura inaspettata per un bianco laziale, e un finale persistente che non finisce senza aver lasciato traccia. Un vino che ha deciso chi essere, e non ha cambiato idea.   Un’abbazia, un calice, una memoria che resta Quando si lascia Fossanova, il bosco si richiude dietro le spalle come si era aperto. Il rosone resta lì, immobile, a custodire un’eredità che attraversa i secoli passando per la vite. Non possiamo ascrivere Vini d’Abbazia ad un semplice evento di degustazione se pur arricchito con tante iniziative, convegni, masterclass e il buon cibo dei presidi Slow Food del territorio. È qualcosa che assomiglia più ad un esercizio di memoria collettiva, capace di restituire al pubblico, sempre più giovane, il senso profondo di un gesto antico quanto la civiltà stessa. La consacrazione di uno, cento, mille territori primo tra tutti quello che ospita Vini d’Abbazia che potrebbe anche diventare un vero e proprio circuito itinerante. Ma sempre con la sua vera casa a Fossanova. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Esagoni d’autore. Il legno delle barriques s’innamora del marmo ubriaco di vino Arrow Right Top Bg

8 Luglio, 2026

Esagoni d’autore. Il legno delle barriques s’innamora del marmo ubriaco di vino

  Omnia mutantur, nihil interit. Tutto si trasforma, nulla va perduto. Ovidio lo scriveva pensando agli dèi e alle metamorfosi dei corpi, ma avrebbe potuto scriverlo guardando una vasca di fecce sul fondo di una cantina, o un blocco di marmo di Carrara ridotto in polvere sul pavimento di un laboratorio. Le cose, quando muoiono, raramente finiscono. Più spesso aspettano qualcuno che le guardi due volte. Mattia Franzelli quel “qualcuno” lo è da sempre. Lo avevamo lasciato, nel racconto del legno, chino sulle doghe di rovere consumate dal vino e dal tempo, a restituire dignità a ciò che le cantine considerano rifiuto. Oggi torna, e non è più solo: ha trovato due compagni di viaggio che parlano la stessa lingua, quella dei materiali che hanno già vissuto una vita e ne reclamano una seconda. Il risultato è qualcosa che assomiglia, per dimensioni e per ambizione, a un piccolo manifesto: un mosaico di esagoni, otto centimetri per cinque, dove convivono legno di barrique, marmo “ubriaco” di vinaccia e resina naturale traslucida. Tre materiali, una sola origine: il vino.   Il marmo che si è ubriacato di vino Marmo ubriaco. Non è propriamente un vezzo linguistico. È la descrizione esatta di un processo. Da uno scarto della lavorazione del marmo, quella polvere finissima che normalmente finisce in discarica o, nella migliore delle ipotesi, in qualche fondo stradale, nasce una pasta che viene letteralmente immersa nelle vasche e nelle botti dove il vino ha appena finito di fermentare. Quella polvere bianca assorbe i residui umidi delle fecce, si impregna del colore e dell’odore della vinificazione e, quando viene ricompattata in lastra, non è più marmo: è qualcosa che del marmo ha la struttura, ma del vino ha la memoria. Questa polvere riassemblata ha la possibilità proprio di immagazzinare colori e profumi. Non è semplicemente un marmo colorato. È una frase che mi ha fatto molto pensare, per associazione bizzarra, a un passaggio di Patrick Süskind: in Profumo l’odore diventa memoria, identità, persino potere. Qui l’operazione è (meno male) più umile e più onesta. Non si tratta di catturare l’anima di nessuno, ma di lasciare che un materiale racconti, anche attraverso il naso, da dove viene. Tre materiali, un’unica matrice Al legno delle doghe e al marmo imbevuto di vinaccia si aggiunge un terzo elemento: una resina naturale, trasparente, dentro cui vengono immerse foglie o vinacce Capace di diventare una superficie traslucida retroilluminabile. Tre materiali che arrivano da tre lavorazioni completamente diverse, falegnameria, lapideo, design degli interni, che però condividono lo stesso punto di partenza: lo scarto della filiera del vino. Mattia ha una lucidità che gli conosco. La stessa lucidità che gli fa subito mettere le mani avanti Bisogna stare attenti alla comunicazione. Il riciclo ce l’ho io con il legno, lo ha il marmo con le fecce. La resina, invece, è semplicemente un materiale naturale e sostenibile, ma non nasce da uno scarto. Onestà narrativa prima ancora che onestà commerciale: in un mondo del vino che spesso usa la parola “sostenibilità” come un profumo da spruzzare ovunque, sentirla maneggiata con questa precisione chirurgica è quasi un sollievo. La geometria che racconta: perché un esagono Perché proprio l’esagono? Avrebbe potuto essere un quadrato, una forma più semplice, più “già vista”. E invece no. L’esagono è la forma dell’alveare, ma è anche, per chi lavora il legno, la forma che ricorda vagamente la sezione di una botte. È la forma con cui, da Pompei a Ravenna, gli artigiani romani componevano i loro mosaici: piccoli frammenti di materiale di scarto, marmi spezzati, tessere irregolari, messi insieme uno accanto all’altro fino a diventare immagine, fino a diventare arte. Nella storia i mosaici nacquero proprio per recuperare lo scarto. Poi, piano piano, sono diventati capolavori. Mi viene in mente, non ci posso fare nulla perdonatemi, Le città invisibili di Calvino così come la città di Tamara, fatta di segni che vanno letti uno dopo l’altro per ricostruire un senso. Anche queste formelle esagonali, otto per cinque centimetri, pensate per essere affiancate in un mosaico libero, quasi casuale, sono segni. Rivestimenti per pareti, balconi, superfici da abitare con lo sguardo e con le dita, pensati per i luoghi dell’accoglienza vinicola: sale degustazione, spazi che hanno bisogno di stimoli nuovi una versione evoluta dell’accoglienza nel mondo del vino. La perfezione dell’imperfezione Gli esagoni hanno spessori diversi, tre millimetri, cinque millimetri, mai uguali. Non c’è uniformità e questo è anche bello. C’è proprio questa perfezione dell’imperfezione che ci piace mantenere. il kintsugi è l’arte giapponese di riparare la ceramica rotta saldando le crepe con l’oro: l’oggetto, dopo la rottura, non torna com’era. Diventa più prezioso di prima, perché porta visibile la sua storia. La stessa filosofia che trovo in queste tessere irregolari: il legno segnato dai cerchi della botte, il marmo che porta nei pori il colore di una vendemmia, la resina che trattiene una foglia. Ogni pezzo racconta un prima. E nessun pezzo è uguale all’altro, esattamente come non esistono due annate identiche, né due calici versati nello stesso identico modo. Oltre l’esagono: metallo, pietra, vetro Non è questo un punto di arrivo. Semmai il primo passo. Il primissimo passo. Proprio il giorno prima della nostra chiacchierata, Mattia aveva parlato con una designer che lavora il metallo: i cerchi delle botti, quella “parte nobile” delle bardature che spesso finisce buttata, ossidati e tagliati, potrebbero diventare altri esagoni dello stesso mosaico. E poi la pietra locale, il galestro toscano, la pietra lavica, il vetro, qualsiasi materiale che un territorio porti con sé. I limiti sono veramente inesistenti Insomma, un vero programma di lavoro per i prossimi anni. Non c’è più l’archistar che cala il progetto dall’alto come un oracolo, ma un lavoro a quattro o sei mani. L’artigiano, il designer, il vignaiolo, tutti seduti allo stesso tavolo, con tre bicchieri di vino davanti. Toccare il vino con le dita Se può servire a creare suggestioni, a evocare certe sensazioni e magari a rendere memorabile la piccola esperienza di gustare un vino mentre con una mano si sfiora un materiale che ha partecipato all’evoluzione di quel vino, allora abbiamo raggiunto lo scopo. Tutto questo è Vinergy, il progetto che unisce tre anime: Barriquade di Mattia, Myuca Design Studio, Maarmo. Tre mani, tre materiali, una superficie che sfida il tempo e lo spazio. È un’idea piccola e enorme insieme: il vino non si racconta solo con il naso e con la lingua, ma anche con i polpastrelli, appoggiati su una superficie che, letteralmente, è stata dentro quella botte, dentro quella vasca, prima che il vino arrivasse nel calice. Una memoria tattile della cantina, trasferita in una sala d’accoglienza. Dopo il primo capitolo dedicato al legno (qui il racconto originale: Mattia Franzelli, il racconto del legno), questo è il secondo: meno individuale, più corale e, ne sono certo, solo l’inizio. Perché Mattia ha l’entusiasmo del bambino che scopre qualcosa di nuovo e la fa suo. Ha la voglia di sperimentare per accostare qualcosa a qualcos’altro. Per dare vita a qualcosa che altrimenti avremmo buttato. Ma non si butta mai ciò che può e deve avere un’altra vita.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Principi di Corleone. Non è solo un nome, è un destino Arrow Right Top Bg

8 Luglio, 2026

Principe di Corleone. Non è solo un nome, è un destino

  Pronunciare Corleone significa evocare immagini che appartengono all’immaginario collettivo. Eppure esiste un’altra storia. È quella della famiglia Pollara e di Principe di Corleone, un’azienda nata alla fine dell’Ottocento che oggi custodisce una Sicilia fatta di boschi, vigne di montagna, varietà autoctone e legami familiari capaci di attraversare le generazioni.   Corleone è un piccolo paese al centro della punta della Sicilia diventato famoso anche grazie ai film memorabili della saga de Il Padrino usciti dal genio di Francis Ford Coppola. Le origini di Don Vito Corleone erano solo la trasfigurazione cinematografica del fenomeno mafioso che aveva in Corleone un centro nevralgico. Occorre però andare oltre e capire come Corleone non sia solo saghe e Mafia. Per andare oltre la linearità del tempo c’è bisogno di attraversare quel paesaggio che smette di essere cartolina di mare turchese, degli agrumeti, delle tonnare abbandonate per diventare qualcos’altro. Qualcosa di più antico, più serio, più silenzioso. Boschi di sughero, querce, mucche al pascolo, la neve che ad agosto non è fantasia ma realtà concreta, acqua che scorre sul terreno mentre il resto dell’isola brucia. È la Sicilia dell’entroterra, quella che non finisce nelle brochure del turismo enogastronomico, quella che bisogna meritarsi attraversando venticinque minuti di bosco senza segnale per arrivarci. Il bosco di Ficuzza, vicino Corleone. Uno dei polmoni verdi più grandi di tutta la Sicilia, dove le vigne arrivano a quote che nessuno si aspetterebbe trovare su quest’isola. Poi perdi il segnale. E capisci di essere arrivato nel posto giusto. Leoluca Pollara ha trentotto anni e quattro generazioni sulle spalle. Il bisnonno Giuseppe aveva acquistato queste terre dal Principe di Corleone a fine Ottocento, nel 1892. Una storia di mobilità sociale prima ancora che di vino: un agricoltore che compra da un aristocratico, che trasforma la proprietà nobiliare in impresa contadina, che costruisce mattone dopo mattone qualcosa che oggi sfiora il milione di bottiglie l’anno. Cento ettari di vigneto tra Monreale e le pendici di quel bosco. Un agriturismo ricavato dal caseggiato originario. Tre generazioni di Pollara a tenerla in piedi, tra avvocati e passaggi generazionali, tra mode del mercato e fedeltà al territorio. Il nome dell’azienda porta un peso specifico enorme e sarebbe ingenuo fingere il contrario. Principe di Corleone. Tutti pensano a Marlon Brando, a Coppola. Poi invece si scopre che Corleone è un comune dell’entroterra siciliano, che il bosco di Ficuzza è un’altra cosa rispetto all’immaginario collettivo, che lì le vigne crescono in condizioni che stravolgono ogni preconcetto sulla Sicilia vitivinicola. E il Catarratto, già il Catarratto, quello che tutti considerano il vitigno più anonimo dell’isola, il cavallo da tiro della produzione di massa, a quelle altitudini diventa qualcos’altro. Tutti pensano alla Sicilia e pensano al mare. Io sono qui ad aspettare un cliente e per arrivare da me ha passato un bosco, le montagne, le mucche. La settimana scorsa c’era pure la neve. Una vendemmia anticipata, niente irrigazione di soccorso, perché non serve: lì d’agosto c’è ancora acqua sul terreno. Il risultato è un Catarratto che al naso non assomiglia a nessun altro Catarratto siciliano. Sembra qualcosa di friulano, di trentino, di elegante e profumato, di contemporaneo. Un vino che disorienta piacevolmente chi arriva con i preconcetti giusti per essere smentiti. Leoluca porta questa storia con la disinvoltura di chi è cresciuto dentro e non ha bisogno di enfatizzarla. Ha studiato Economia Aziendale, fatto il master in management delle aziende vitivinicole, il tirocinio da Frescobaldi a Firenze. Un percorso costruito con coerenza, orientato fin dall’inizio verso un unico punto di arrivo. Eppure quando gli si chiede se da giovane avesse mai pensato di andare altrove, la risposta è quasi sbrigativa nella sua onestà  Ho studiato, ho fatto il mantenuto. Ma la mia testa era sempre lì. Non c’è nostalgia, non c’è retorica della vocazione. C’è la lucidità di chi ha capito presto cosa voleva e ha costruito gli strumenti per ottenerlo. Il fratello Pietro, libero di scegliere, ha scelto Agraria e poi enologia ad Asti così che adesso segue la parte agronomica e vitivinicola. Un cugino si è aggiunto da poco sul fronte commerciale. Una quarta generazione compatta, in un settore dove le famiglie tendono a dividersi più che a tenersi insieme. Siamo in azienda io, mio fratello Pietro e mio cugino. Bisogna andare d’accordo, perché è importante farlo. Con cento ettari e quasi un milione di bottiglie non è che puoi permetterti di stare a fare i dispetti. Le aziende di famiglia non sono mai solo poesia e Leoluca lo sa meglio di chiunque. Anni fa, quando lo zio Pippo è venuto a mancare e sua figlia Delia era ancora minorenne,  forse mal consigliata, ha scelto di non proseguire l’attività, di liquidare la sua quota.  Avvocati, casino, casino. Ritornando nel tempo, ha detto: forse ho fatto un grande sbaglio. Una frase che rimane sospesa, con tutto il suo peso irrisolvibile. Arriva sempre così, quella consapevolezza. Arriva quando l’azienda va bene, quando le bottiglie escono, quando ci si accorge che quello che si è ceduto valeva molto di più di quello che si è incassato. Non è un giudizio sulla cugina che aveva sedici anni, era sola, e le decisioni che si prendono in quel momento non sono mai del tutto libere. È un’osservazione sulla natura brutale dei passaggi generazionali nelle aziende familiari, su come siano sempre snodi dolorosi anche quando vanno bene, su come ogni volta che si recide un ramo si perda qualcosa che non si recupera.  È così. Nel momento in cui le cose vanno bene, è facile cercare di impegnarsi di più. Ogni passaggio generazionale non è mai nuovo. È sempre tosto mediare. C’è sempre qualcuno che ha ragione e qualcuno che ha un po’ di torto. Il vino in Italia è pieno di queste storie. Di sangue che non è mai solo metafora. Leoluca è anche presidente nazionale dei Giovani di Confagricoltura. Seicentomila iscritti, sede a Roma, collaborazioni con La Sapienza per percorsi di orientamento alla carriera agricola. Non è un dettaglio secondario. È la cartina di tornasole di un certo tipo di personalità: quelli a cui non basta il proprio campo, che hanno bisogno di un orizzonte più largo, che trasformano la propria esperienza in sistema.  Ci sono posti in Italia dove l’agricoltura non va granché bene e posti dove un ettaro di terreno vale tantissimo. In Trentino, in Alto Adige, in Toscana. Io ho duecento ettari in Sicilia. Paradossalmente, in proporzione, dieci ettari in Alto Adige valgono più di quello che ho io qui. Non c’è amarezza in questa constatazione. C’è la consapevolezza fredda di chi conosce bene i numeri e non si racconta favole. Si torna sempre ai vini. Si torna sempre al Catarratto di montagna, che è il primo che sceglie se gli si chiede di indicare tre bottiglie della cantina.  È un vitigno di alta montagna, un prodotto unico nel suo genere. Ha profumi molto eleganti al naso, molto da vino trentino o friulano. Molto contemporaneo, quando invece il Catarratto di per sé è considerato un po’ spento. Sophia Bio Catarratto IGP Terre Siciliane Ottocento metri sul livello del mare. Contrada Ciccotta. Corleone ovviamente. Quando si dice che un vino racconta un posto, di solito è una metafora. Qui è una descrizione precisa. Il Sophia Bio Catarratto è la trascrizione fedele di un territorio che non assomiglia a nessun altro vigneto siciliano: alta montagna, suolo limo-argilloso, vendemmia che si sposta verso ottobre quando il resto dell’isola ha già finito da un pezzo. Nel bicchiere, giallo paglierino con riflessi verdolini che sembrano catturare la luce filtrata tra i rami del bosco di Ficuzza. Al naso sorprende e disorienta. In senso buono. Fiori bianchi di pesco, agrumi luminosi, mandorla fresca: un profilo che il Catarratto siciliano di pianura non conosce, che appartiene più ai vini del nord che al sud, eppure è tutto qui, in questa terra di querce e mucche al pascolo. In bocca è fresco, verticale, persistente, con un finale armonico che non chiede nulla in più perché non ne ha bisogno. Un vino che dimostra, con eleganza e senza alzare la voce, che la Sicilia ha ancora molte cose da raccontare che non si aspetta nessuno.   Poi c’è l’Orlando ovvero lo Syrah che come vitigno internazionale si è adattato con una fedeltà sorprendente al territorio del Monrealese.  Ha questa nota di cioccolato fondente che è veramente molto distintiva. Ridente Orlando Syrah DOP Monreale Il nome viene ovviamente dalla poesia epica siciliana, quei poemi cavallereschi in ottava rima che i cantastorie siciliani tramandavano di piazza in piazza con la voce e il gesto. Sembra che ci qualcosa di teatrale e di antico in questo vino, qualcosa che si annuncia già al naso con una complessità che non ti aspetti qui in Sicilia per via dei frutti di sottobosco scuri e maturi del cioccolato fondente decantato da Leoluca , liquirizia, un filo speziato che attraversa tutto come un filo conduttore. Trecentotre metri di altitudine, Contrada Malvello, Monreale, il Syrah qui non è l’internazionale anonimo che tanta parte d’Italia ha piantato e dimenticato. Si è adattato, ha messo radici, ha trovato il suo modo di essere siciliano senza smettere di essere se stesso. In bocca è rotondo e complesso, con tannini setosi che accompagnano una persistenza lunga e soddisfacente. Un vino che racconta bene quella storia di vitigni stranieri arrivati in Sicilia e diventati, nel tempo, qualcosa di irripetibile altrove. Come spesso accade alle cose migliori: arrivano da fuori e diventano più autentiche di quelle nate qui.​​​​​​​​​​​​​​​​ Poi il Nero d’Avola, ovviamente Quando parli di Sicilia il Nero d’Avola ci deve stare, ci sta sempre. Sophia Bio Nero d’Avola DOP Sicilia Il Nero d’Avola è il vitigno più siciliano che esista, nel bene e nel male: quando viene maltrattato è scontato e pesante come certi cliché sull’isola; quando viene rispettato, come qui a Contrada Ciccotta a settecento metri di altitudine, diventa qualcosa di genuino e commovente. Rosso rubino intenso nel calice, con quella densità cromatica che preannuncia una bocca seria. Al naso le note di frutta rossa sono nette e pulite, accompagnate da un gioco insolito e piacevole di mandorla e arachide tostata che rimanda alla terra vulcanica e calcarea dell’entroterra palermitano. La macerazione breve, solo quattro o cinque giorni e l’affinamento in bottiglia senza passaggi in legno restituiscono al vitigno la sua voce naturale, senza forzature. In bocca è elegante e corposo allo stesso tempo, tannini gentili, struttura generosa, quella morbidezza di fondo che è il marchio di fabbrica del Nero d’Avola quando cresce lontano dal caldo soffocante della costa. Un vino che non cerca consensi facili. Li ottiene lo stesso Come non citare il Nerello Mascalese, reimpiantato dopo che i nonni lo avevano estirpato perché negli anni Novanta non valeva niente e gli internazionali valevano tutto.  I miei nonni avevano totalmente strappato il Nerello Mascalese perché nessuno lo voleva. Nessuno. Adesso lo abbiamo reinnestato, ci facciamo anche un metodo classico, un blanc de noir di mascalese.  La storia del vino italiano è piena di queste ironie amare. Di chi ha strappato via quello che oggi varrebbe una fortuna e piantato quello che oggi non vuole più nessuno. A proposito di quello che non vuole più nessuno Abbiamo ancora in portafoglio l’unico Pinot Bianco di Sicilia. Così come il Cabernet, il Merlot. Siamo l’ultimo dei Mohicani degli internazionali siciliani. Una punta di orgoglio bizzarro, come si porta un reperto di archeologia commerciale. Sa benissimo che il vento è cambiato. Sa che i mercati esteri come il Giappone, l’Australia, la Thailandia, il Belgio, il Regno Unito, vogliono sempre più gli autoctoni, i vitigni che non trovano da nessun’altra parte.  Se arrivi in certi mercati con un vitigno autoctono che non fa legno, solo acciaio, ti guardano male. E poi è esattamente quello che comprano. Questo è il paradosso del mercato globale del vino: più si allontana dalla produzione di massa, più pretende autenticità. Ma l’autenticità deve essere spiegata, raccontata, confezionata in modo comprensibile per chi non ha mai sentito parlare di Catarratto o di Perricone. Ed è lì che entra in gioco Leoluca con tutta la sua parte: marketing, etichette, fiere internazionali, export. Il Fancy Food di New York, il Foodex in Giappone, la TX Bangkok. Un uomo che detesta fare la dichiarazione dei redditi  La faccio fare, non la voglio nemmeno vedere, i numeri sono cose amorfe Lui che ha usato il background da economista per capire il mercato, per leggere i consulenti, per tradurre quello che le vendemmie producono in storie che il mondo vuole sentirsi raccontare.  Quando facciamo gli incontri con i consulenti, so come rispondere, so agganciarmi bene ai discorsi, so capire cosa propongono e cosa non ci dicono. Il background formativo mi è stato di grande aiuto. È una divisione del lavoro familiare che funziona proprio perché ognuno sa dove stare.  Mio fratello e mio padre dicono: questi sono i vini, tu vendili. In realtà poi si cerca sempre di adattare. Se il mercato mi chiede un Catarratto più profumato, lo dico in cantina prima della vendemmia successiva. Sono io che detto un po’ le specifiche, perché sono io che so cosa chiede il mercato. Una storia affiora quasi di passaggio ma che vale la pena fermarsi a considerare. Il Perricone, vitigno autoctono siciliano che i Pollara vorrebbero recuperare insieme al Nerello Mascalese. Un metodo classico che richiede cinque, sei anni prima di dare i primi frutti.  Quello che ci spaventa è che fra cinque, sei anni saremo pronti con un vino che magari il mercato non chiede più. Siamo titubanti. Volevamo prima trovare un vigneto già esistente nella zona, fare un pre-esperimento senza mettere in terra noi per primi. Ma non abbiamo trovato nessuno con il nostro stesso protocollo.  Biologico, sostenibile, metodi di raccolta precisi. Non si entra a caso, non si compra l’uva al chilo da chiunque. L’identità passa anche da questo: scegliere con chi stare, anche a costo di aspettare. L’attesa oggi ha un sapore diverso rispetto a vent’anni fa, perché nel frattempo la Sicilia agricola sta cambiando in modo che sarebbe sembrato fantascienza a chi la coltivava un tempo. La notizia della tenuta di Baglio di Pianeto a Noto, venduta a una società che la trasformerà in coltivazioni tropicali, circola tra i produttori siciliani con il tono di un lutto. Mango. Frutta esotica. Addio vigneto. E nella zona di Balestrate, a due passi dall’aeroporto di Palermo, stanno strappando gli agrumeti per piantare mango, sorvegliato di notte da guardie armate perché vale tre euro al pezzo.  Stiamo tropicalizzando. Lo capisco benissimo, per arrivare a fare frutta tropicale ci vuole coraggio, però mi sembra un po’ eccessivo. Ci stiamo adattando, certo, ma c’è un limite oltre il quale non è più adattamento. È resa. La famiglia Pollara, quel sole estremo non ce l’ha, non del tutto. A quelle altitudini del Monrealese, il bosco di Ficuzza fa da scudo e da serbatoio. È un privilegio geografico che si è trasformato nel tempo in identità produttiva, in ragione di esistere che va oltre il nome dell’azienda. Il sogno di crescere è bellissimo, senza dubbio. Ma a volte di crescita si può pure morire. Voglio una crescita sostenibile. E mi piacerebbe concentrarmi ancora di più sulle varietà autoctone siciliane, anche all’estero. Quello sì, quello è il sogno. Una crescita sostenibile. Non è solo lessico aziendale. È una filosofia che si forma solo attraverso l’esperienza diretta di un’azienda che in centotrenta anni è sopravvissuto a tutto: due guerre, le mode degli internazionali, il ritorno degli autoctoni, i passaggi generazionali con i loro strappi e le loro cicatrici. Chi ha visto tutto questo da dentro non insegue la crescita come valore assoluto. La valuta, la pesa, decide quanta ne può reggere senza perdere il controllo di quello che si è. Quando siamo a Vinitaly con duecentocinquanta aziende intorno, noi ci siamo sempre stati. Quando siamo arrivati eravamo in sette. La storia, la tradizione, la famiglia, l’essere stati sempre presenti e riusciti sempre ad adattarsi. Questo è il primo valore. Gli altri sono arrivati dopo. Quasi tutti dopo. Ha ragione. Nel vino italiano, dove ogni anno nascono decine di nuove cantine finanziate da capitali di ritorno dall’edilizia o dalla finanza, la storicità non è un optional. È un argomento. È qualcosa che non si compra. Il nome Principe di Corleone è un destino pesante da portare. Leoluca lo porta con disinvoltura, quasi sfidando chi si aspetta che se ne scusi. Non c’è niente da cui scusarsi. C’è invece tutto da raccontare: un bisnonno che compra terre da un principe, quattro generazioni di Pollara che costruiscono, un bosco che protegge vigne di montagna, un Catarratto che profuma di nord, un Nerello che torna dopo essere stato strappato, un giovane presidente di Confagricoltura che sogna una crescita sostenibile mentre il mango avanza. La Sicilia del vino è anche questa. Non solo mare. Non solo sole. Non solo Etna. C’è un entroterra che aspetta, paziente e silenzioso, di essere raccontato, di andare oltre un nome, che merita di essere identificato con quello che di buono, di tanto buono, un territorio è in grado di offrire.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Tenuta Casachiara. Il richiamo della terra Arrow Right Top Bg

3 Luglio, 2026

Tenuta Casachiara. Il richiamo della terra

  Non sempre sono le persone a scegliere la terra. A volte accade il contrario e dei luoghi che continuano a farsi sentire, anche dopo anni, fino a trasformarsi in una direzione da seguire. È da questo richiamo che prende forma la storia di Tenuta Casachiara, un racconto di famiglia, memoria e identità che trova nel territorio il proprio punto di partenza e la propria ragione d’essere.   Richiamo. Chiamata alle armi. Vocazione. Chi più ne ha, più ne metta. Perché limitarsi? Quello che conta è che arriva un momento nella vita di ciascuno in cui il richiamo, o come diavolo lo volete chiamare, arriva. Non bussa alla porta, non chiama al telefono. Si insinua, lento, nei silenzi. Nei ritorni a casa che durano un weekend e sembrano durare molto di più. Nelle passeggiate tra i filari che non si sono mai smessi di conoscere anche quando si viveva altrove. Spesso sono attimi fugaci. Di quelli che arrivano in vacanza o durante gli incontri con gli amici durante i quali ci si promette di rivedersi per concretizzare il sogno. Solo che poi passa e non torna. Non si sedimenta.  Piergiorgio Mandolesi quel momento lo ha riconosciuto durante il COVID. Ma era lì, sotto traccia, da decenni. Manager, con una lunga carriera nel settore finanziario, Piergiorgio è uno di quegli uomini che hanno costruito la propria vita con metodo, visione, concretezza. Il tipo di persona che si capisce subito, quando parla, che non si muove per impulso. Eppure c’è una parte di lui, quella che ogni tanto tornava a Teramo, guardava i terreni di famiglia a Castellalto e non riusciva del tutto a stare ferma. Quella parte ha aspettato. Ha aspettato decenni. Poi ha vinto. Ne parliamo in una di quelle conversazioni che iniziano come un’intervista e diventano qualcos’altro. Come succede quando di fronte hai qualcuno che non recita un copione ma racconta semplicemente quello che è. Il nonno Bernando e i fazzoletti di terra Tutto comincia, come spesso accade nel vino italiano, da una storia familiare. Dal nonno materno Bernando, che negli anni sessanta, partendo da quei pochi ettari lasciati in eredità, amplia piano piano l’azienda agricola fino agli attuali 65 ettari nella provincia di Teramo. Seminativi, uliveti. Poi, in un angolo, in meno di cinque ettari, un vigneto. Una parte sempre coltivata, sempre curata, ma con l’uva conferita a terzi. Così aveva fatto il nonno, così aveva continuato il padre, medico in pensione che ha sempre tenuto insieme camice bianco e stivali da campagna con quella rara grazia che appartiene ai veri uomini di terra. Piergiorgio aveva provato a dire la sua, molto prima Gli ho sempre chiesto a mio padre: ma perché non proviamo a fare qualcosa noi? E lui mi rispondeva: tu parli facile, vai all’università a Milano, a Roma, fai solo teoria. Così quell’idea era rimasta lì. Sopita ma non spenta. Come i cerchi concentrici di un tronco che crescono anche nell’anno più difficile, anche quando nessuno li vede. La scintilla e come funziona davvero Si parla spesso del COVID come di una parentesi, un guasto da riparare. Ma per alcune persone è stato qualcosa di diverso: uno specchio. Il momento in cui la distanza dalla propria vita normale ha rivelato cosa di quella vita si volesse davvero tenere e cosa, invece, si portava soltanto per inerzia. Ero a Teramo, avevo tempo, avevo silenzio. E ho pensato: quella cosa che volevo fare tanti anni fa, mi piacerebbe davvero farla. Allora mi metto avanti con quello che posso. Mi sarebbe facile romanzare troppo, fare di questa storia il classico racconto del manager che lascia tutto per la vigna. Ma Piergiorgio non ha lasciato niente. Ha aggiunto. E questa differenza è importante, più di quanto sembri. Il vino che produce Casachiara non è una fuga dalla realtà, è una costruzione parallela. Con le stesse competenze che usa nel settore finanziario, visione, progettualità, gestione del rischio, trasferite in un contesto che parla un’altra lingua, quella della terra e delle stagioni. Una lingua che, a quanto pare, Piergiorgio masticava già. Casachiara: una dedica, un simbolo, una quercia Il nome dell’azienda è una storia dentro la storia. Chiara è sua madre. Il cui nome di battesimo, in realtà, è Anna Rosaria. Ma tutti, proprio tutti e da sempre, la chiamano Chiara. Banalmente perché così la chiamava la nonna. Una di quelle cose che nelle famiglie diventano verità per pura forza affettiva. Senza saperne realmente il perché. Senza farsi troppe domande. Mia nonna materna, ad esempio, si chiamava Antonina ma l’ho sempre chiamata, come gli altri nipoti, Mimma. Semplicemente perché quel Mimma era la storpiatura di “mammina”, meraviglioso vezzeggiativo con il quale la sentivamo chiamare dalle figlie. Doveva chiamarsi Casa Bernardo, in dedica a mio nonno. Ma non andava altrettanto bene. E allora Casachiara: una dedica alla parte materna della famiglia, a mia madre e a lui. Il logo racconta la stessa poetica. Davanti al casolare c’è una grande quercia che campeggia sul vigneto. Quell’albero poteva essere il simbolo perfetto, la forza visiva immediata. Ma rischiava di sembrare troppo simile ad altri. E allora la grafica è diventata concettuale: una sezione di tronco vista dall’alto, con i suoi cerchi concentrici, e sopra la foglia della quercia. Solidità, memoria, crescita silenziosa. C’è dentro tutto quello che Piergiorgio sta costruendo. Naturale. Ma con metodo. Qui arrivo alla parte che più mi ha colpito di questa conversazione. Perché il mondo del vino naturale è attraversato da una contraddizione che pochi ammettono apertamente: l’ideologia del naturale può diventare l’alibi per la sciatteria. Il vino torbido non è romantico. È solo un difetto. La riduzione marcata non è carattere, è un problema tecnico. Piergiorgio, che al vino naturale si è avvicinato per gusto e convinzione, non certo per moda, lo sa perfettamente. Un approccio naturale e artigianale è un approccio comunque tecnico. Non è improvvisato. Per me il vino naturale non giustifica un difetto marcato, una riduzione enorme, un vino completamente torbido. Ecco perché fin dall’inizio si è affiancato a un consulente enologo. Non per delegare le scelte, ma per avere qualcuno che le sue idee sapesse trasformarle in pratica con rigore. Un rapporto fatto di principi fissati in anticipo: nessun legno, solo acciaio e cemento. Tanto per lasciare al vitigno la sua voce senza interferenze. L’accordo iniziale è che io stabilisco i principi, il come mi piace fare le cose, e lui li mette in pratica. Salvo confrontarsi sempre, ovviamente. Il tecnico arriva in vigna con i rifrettometri, misura la gradazione zuccherina, controlla il pH. Poi in cantina l’intervento è prossimo allo zero. È questa la sintesi possibile, l’unica credibile: tecnologia al servizio della natura, non contro. Berni, il Montepulciano che porta il nome del nonno La prima etichetta è uscita nel 2021. Solo Montepulciano, pochissime bottiglie, una produzione quasi sperimentale. Il vino si chiama Berni, da Bernardo, il nonno Fernando, con quel diminutivo affettuoso che nelle famiglie abruzzesi suona come una carezza. Seguono poi il Montepulciano e il Trebbiano d’Abruzzo, costruendo una gamma essenziale, coerente, senza dispersioni. Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG 2022 Berni Ci sono vini che entrano nel calice come si entra in una stanza buia: con cautela, lasciando che gli occhi si abituino prima di capire cosa contiene quella oscurità. Il Colline Teramane DOCG 2022 di Casa Chiara è uno di questi. Non è un vino che si presenta. È un vino che aspetta. Il colore è nero, quasi impenetrabile, con quei riflessi violacei che nei Montepulciano maturi diventano quasi materici. Un fluido denso, primordiale, che nel calice si muove lento come qualcosa che custodisce qualcosa. E in effetti lo fa. Al naso arriva prima la marasca. Matura, quasi sotto spirito. Poi i legnetti di liquirizia, i fiori nel buio, il cioccolato fondente. E poi, più in profondità, tabacco, chiodi di garofano, e quel tono ferroso, ematico, primordiale che non ha niente di artificioso. È la sincerità di un vino che non ha avuto paura di essere se stesso. La Denominazione d’Origine Controllata e Garantita Colline Teramane è la denominazione che porta il nome dei colli dove il nonno Fernando ha ampliato quei fazzoletti di terra sessant’anni fa. Non è un caso che Casachiara abbia voluto spingersi fin qui. Durante la degustazione ho sentito salire dal calice un balsamico verticale, netto, che apre qualcosa dentro. Una stanza che non sapevi di avere, come succede con certi ricordi familiari che tornano all’improvviso senza preavviso. In bocca è potenza pura. I tannini sono affilati, indomiti, presenti senza mediazioni. Sembrano mettere alla prova. Solo per un attimo, però. Perché poi arriva il ritorno dolce e sapido della ciliegia, che si amalgama lentamente, scalda, abbraccia. Come la mano di un anziano che ha lavorato tutta la vita e non è più morbida come non sarà mai più morbida ma sempre e ancora capace di stringere con un calore che nessuna morbidezza potrebbe restituire. Il nonno Fernando non c’è più. Ma in questo vino, in questi tannini che cedono piano al calore della ciliegia, in questo balsamico che sale fino alle radici, c’è qualcosa che gli assomiglia. Piergiorgio probabilmente lo sa. Forse è proprio per questo che lo ha chiamato Berni. Nel vino sta un’anima che chiede solo di essere ascoltata. Quest’anima è Casachiara. La filosofia di Piergiorgio in materia di etichette è netta e, devo dire, condivisibile in un’epoca in cui molti piccoli produttori naturali sembrano voler competere per il numero di referenze Nel mondo dei vini naturali vedo una tendenza a fare 50.000 etichette. Io penso che anche per chi lavora in modo artigianale, la riconoscibilità sia fondamentale. Fare troppe cose da pochi ettari significa non essere più riconoscibile come brand. Senza un numero sufficiente per bottiglia, non sei conosciuto. Ha ragione. Il vino si deve vendere. Non è una dichiarazione di resa al mercato, è semplicemente il presupposto perché un progetto possa sopravvivere e crescere. I vini in cantina non si raccontano da soli. Montepulciano d’Abruzzo DOC 2021 Lunga macerazione, fermentazione spontanea con lieviti indigeni, nessun solfito aggiunto. Affinamento prolungato in cemento e poi in bottiglia. Il tempo che serve, non quello che si decide a tavolino. Il risultato è un vino che vuole raccontare un territorio. Al colore è rosso rubino intenso, vivido e trasparente, con quella luminosità che nei Montepulciano vinificati senza intervento diventa quasi una firma. Al naso è complesso e mutevole: frutta scura matura, note terrose, spezie sobrie, cenni ferrosi ed erbacei sul finale. Ogni respiro porta con se qualcosa di diverso: la collina, il vento, la luce di quell’annata. In qualche modo è come se la fermentazione spontanea avesse lasciato dentro al vino qualcosa di vivo che continua a muoversi nel calice. Una sensazione che mi ricorda quella della frutta colta sull’albero in campagna confrontata con quella surgelata del supermercato…. In bocca è compatto, asciutto, progressivo. I tannini sono morbidi e levigati, sostengono il corpo senza oppressione. La sapidità e la freschezza guidano il sorso con equilibrio e continuità fino a una chiusura lunga, nitida, che richiama il frutto e la pietra delle Colline Teramane. Non è ancora il vino definitivo di Casachiara. È semmai il vino di un inizio. Di quelli che promettono molto. IGT Colli Appennini Trebbiano 2022 Il Trebbiano d’Abruzzo è uno di quei vitigni che ha dovuto aspettare per essere capito. Per decenni è stato considerato un vino minore comprimario della grande viticoltura italiana. Poi qualcuno ha deciso di prenderlo sul serio e da quel momento il Trebbiano ha risposto come solo i grandi vitigni sanno fare: rivelando una profondità che nessuno si aspettava. Quello di Casachiara nasce sulle Colline Teramane, fermenta con lieviti indigeni, macera sulle bucce per due giorni senza però essere un orange e perdere di scorrevolezza. Anzi, direi che abbia guadagnato in rotondità e presenza. Nessuna chiarifica, nessuna correzione. Il vino fa il vino. Al colore è giallo oro brillante, quasi aranciato, limpido e vivo, con una luminosità che già indica con precisione qualcosa sulla pulizia del lavoro in cantina. Al naso è complesso senza essere ostentato: frutta a polpa bianca, fiori secchi, erbe di campo. Quindi quella mineralità sottile di pietra bagnata e sabbia calda. Infine scorza di limone. Un tutto che cambia ad ogni respiro così da sembrare di non lasciarsi mai afferrare del tutto. Una sorta di modifica sensoriale che si evolve nel tempo. In bocca è asciutto, dinamico, salino, con una persistenza lunga e chiara che chiude su mandorla fresca e un ricordo minerale che parla direttamente dei colli da cui viene. Mandarino, arancia e, soprattutto, uva. Una vera spremuta d’uva impregnata di frutti, di dolcezze, di freschezza, di vita. Un Trebbiano forse divisivo e polarizzante: da una parte chi lo odierà; dall’altra chi lo amerà follemente perché diretto e stratificato, energico e preciso. Un Trebbiano che racconta il carattere del vitigno e del territorio senza cedere a facili compiacenze. Cerasuolo d’Abruzzo DOC 2023 Il Cerasuolo è il vino che l’Abruzzo non smette di sorprendere. Non un rosato, non un rosso leggero: qualcosa di terzo, che non si lascia classificare con facilità. Il nome cerasuolo è la ciliegia, cerasa in dialetto. Anche se in realtà deriva dal latino cerasus, ciliegio. Non so se sia arrivato così per caso o fortemente voluto ma il colore è davvero brillante e luminoso con una tonalità viva che alla vista trasmette energia prima ancora che arrivi qualsiasi profumo. Eppure non sembra un rosato ma nemmeno un Cerasuolo. Ha un colore che definirei un incrocio tra un rosso cardinalizio e un granata. Intenso e capace di stupire. Ottenuto da Montepulciano d’Abruzzo con poche ore di contatto sulle bucce (ovvero il tempo necessario e non un minuto di più) fermenta spontaneamente con lieviti indigeni. Nessuna chiarifica. Neanche lontanamente. Al naso è un bouquet stratificato che si rivela per gradi: ciliegia scura, piccoli frutti rossi croccanti, rosa canina. Poi erbe aromatiche di campo e quella mineralità sottile che non si impone mai. Infine accade che ti trovi al naso un pomodoro rosso e maturo e capisci che c’è un filo che lega ogni sfumatura alla collina teramana da cui viene. In bocca è fresco e armonico, con tannini delicati e levigati che danno sostegno senza irrigidire. La sapidità guida il sorso con leggerezza e precisione, il fruttato, soprattutto il pomodoro, mantiene nitidezza fino alla chiusura lunga, minerale, territoriale. Non appesantisce, non stanca. Ha quella struttura equilibrata che permette di berlo, anche fresco, con piacere immediato e scoprirlo diverso al terzo bicchiere. Un vino che racconta collina, mani e territorio. Con precisione e senza fronzoli. L’ambizione massima è 10.000 bottiglie. Non di più. Una dimensione che permette qualità, controllo, identità. Forse, in futuro, qualche ettaro in più di pecorino. Forse una piccola linea riserva, con anfore o cemento, per chi vuole esplorare. Ma sempre dentro un perimetro chiaro, sempre dentro quella quercia con i cerchi concentrici. Teramo, la famiglia, e il senso del ritorno Piergiorgio vive a Teramo con la moglie e le due figlie. La più piccola ha quattro anni e quando la porta in campagna vuole aiutare in tutto.  La più grande è molto mia madre. Curiosa, attenta, connessa. Sua madre Chiara lo supporta tantissimo, capisce, è parte di tutto questo. Quando vado li, mi rigenero. Alle volte ho proprio bisogno di andare in campagna. Il vino e la campagna diventano cura, ritmo alternativo al mondo della finanza. Non hobby nel senso riduttivo del termine tanto che Piergiorgio stesso rifiuta quella parola. Dimensione parallela che dà respiro all’altra. I weekend, le notti, i ritagli di tempo. Le domeniche a fare travasi, le sessioni pomeridiane ad assaggiare le vasche insieme al consulente. Un mondo dentro l’altro. E poi c’è il futuro. Quello che Piergiorgio enuncia con quella che lui chiama «apprensione tra virgolette», ma che io leggerei come desiderio lucido Tra me e te, io mi vedrei tra qualche anni a dedicarmi al cento per cento all’azienda agricola. Magari prima o poi avverrà. Non sarebbe una sconfitta per me. Sarebbe anche un omaggio alla memoria del nonno. Dove trovare Casachiara I vini di Tenuta Casa Chiara stanno muovendo i primi passi fuori dall’Abruzzo. Roma è il mercato di riferimento, con una distribuzione avviata ormai da un paio di anni. Milano è arrivata più di recente, con Radici e il circuito lombardo-piemontese. All’estero, per ora, c’è la Svezia attraverso una piattaforma che connette produttori direttamente con consumatori finali e piccoli ristoratori. Piccoli numeri ma contatti in crescita. Nessuna fretta. Nessun socio da soddisfare. Un’azienda familiare senza debiti di urgenza, che può permettersi di costruire con gradualità. In un mondo del vino che spesso confonde la velocità con la qualità, questa è forse la libertà più rara. C’è un filo che tiene insieme questa storia: il tempo. Il tempo che Fernando ha impiegato ad ampliare quei fazzoletti di terra. Il tempo che il padre di Piergiorgio ha dedicato al vigneto tra una visita e l’altra. Il tempo che Piergiorgio ha aspettato prima di fare il passo. Il tempo che il vino stesso richiede: un anno per correggersi, un anno per migliorare, sempre un anno. Il vino, in fondo, è una delle poche attività umane rimaste in cui il tempo non si può comprare. Non con i soldi di un fondo d’investimento. Si aspetta, si assaggia, si impara. E poi si aspetta ancora. Piergiorgio Mandolesi lo sa. Lo ha imparato sulla propria pelle, con quella concretezza che lo contraddistingue e che, in un settore pieno di romanticismo improvvisato, vale quanto una buona annata. PS — Il simbolo di Casachiara è una sezione di tronco con i cerchi concentrici e la foglia di quercia. Ogni anello è un anno. Ogni anno è una vendemmia. Ogni vendemmia è una storia nuova. In quella quercia c’è tutto quello che Piergiorgio sta costruendo per sé, per la sua famiglia, per il nonno Fernando che non c’è più. E per quella terra teramana che, alla fine, lo ha sempre aspettato.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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2 Luglio, 2026

Torre Rosazza. Finezza e Tempo

  Se c’è chi chiede tutto e subito, è bene conservare il valore dell’attesa. È la lezione di Torre Rosazza, nei Colli Orientali del Friuli, dove Friulano e Pinot Grigio raccontano come il tempo possa diventare un ingrediente invisibile, capace di amplificare finezza, profondità e memoria del territorio.   Locus iste, quem vides, colitur ab hominibus prudentibus, qui norunt quid sibi quisque debeat.
Seneca, Epistulae Morales, VIII Un nome, un destino Rosa in latino è la rosa, ma rosaceus è ciò che ha il colore della rosa, il tono del laterizio antico, l’incarnato di un tramonto sui colli di ponente. La torre che dà il nome a questa tenuta non è un simbolo scelto a tavolino per fare marketing: è pietra viva, medievale, riportata alla luce nel 2018 durante un restauro che ha restituito al mondo degli affreschi che nessuno sapeva esistessero. Il merlato è riemerso come un segreto sepolto nel calcare, e questa è già una storia degna di un romanzo. Amo le aziende che hanno uno strato nascosto. Quelle dove scavi e trovi ancora qualcosa. L’antico complesso, già fortilizio medievale in località Poggiobello, sorge a poca distanza dall’Abbazia di Rosazzo, fondata nel IX secolo dai monaci agostiniani, ai quali si devono le prime attività di coltivazione della vite e dell’ulivo in questa parte della regione.  Prima i monaci, poi la pietra merlata, poi il vino. Un filo sottilissimo che lega il Medioevo a una masterclass con Riccardo Cotarella che guida una verticale di Pinot Grigio e Friulano come se stesse dirigendo un quartetto d’archi. Il Leone Alato e l’imprenditore che scommette Igor Boccardo non è un uomo che si siede comodamente sui numeri. Quando parla del gruppo Leone Alato del quale è amministratore delegato, sedici mila ettari divisi tra l’anima agricola di Genagricola 1851 e le cinque tenute vitivinicole disseminate in quadro diverse regioni, lo fa con la precisione dell’ingegnere e con qualcosa di più difficile da classificare: una tensione verso il futuro che assomiglia a una scommessa lucida. Cinque cantine. Torre Rosazza nei Colli Orientali del Friuli, Costa Arente in Valpolicella, Duemani in Toscana, Brico dei Guazzi nel Monferrato, Tenuta Sant’Anna ad Annone Veneto. Un gruppo che presidia con rigore i territori del vino italiano senza mai rinunciare a una visione di qualità assoluta. La cifra vera di questo progetto imprenditoriale non è la grandezza del perimetro. È semmai la consapevolezza che il territorio è il valore non copiabile. Che il suolo non si carica su un camion e non si spedisce. Boccardo porta convinamente avanti due pilastri di sostenibilità che non sono slogan. Il primo è la decarbonizzazione: il gruppo è stato infatti una tra i primi in Europa a certificare un obiettivo Net Zero al 2040. Il secondo, più sottile e più rivoluzionario, è la biodiversità misurata. Sensori che contano gli insetti, riconoscono i lombrichi nel suolo grazie all’intelligenza artificiale, mappano l’avifauna e i mammiferi delle tenute. Nelle proprietà friulane sono stati avvistati (e hanno persino figliato) gli sciacalli dorati. Un tempo spia di ecosistemi compromessi, oggi indicatore di un habitat che prospera. Esiste una vecchia idea, cara alle avanguardie del Novecento, che l’arte e la natura si oppongano. Il vino, quando è fatto così, dimostra il contrario. Un suolo sano produce un’uva sana e un’uva sana è la premessa di tutto il resto. Il territorio: la ponca, i ronchi e il Friuli di frontiera Il Friuli è una terra di confine e di avamposto, forte e piena di contrasti.  Basta guardare una mappa per capirlo: le Alpi Giulie a nord, il golfo di Grado a sud, il Natisone che scende verso la pianura, il Collio che sfuma verso la Slovenia. Torre Rosazza è incastonata esattamente in questo punto di tensione geografica, su quella che Giovanni Casati, direttore tecnico delle Tenute del Leone Alato, definisce come “l’ultima collina prima della pianura”. Il termine frontier in inglese porta con sé una doppia valenza: confine, ma anche frontiera aperta, territorio da esplorare. Il Friuli dei Colli Orientali è entrambe le cose. Qui i vitigni si sono incrociati per secoli. Da una parte gli autoctoni come la Ribolla Gialla, il Friulano, lo Schioppettino, il Picolit. Dall’altra, gli internazionali arrivati con i Francesi a metà Ottocento. Non c’era nessuno che potesse tracciare una linea netta tra ciò che è “di qui” e ciò che “viene da fuori”. Il Friulano stesso, considerato il vitigno emblema della regione, è arrivato insieme al Pinot Grigio nell’Ottocento. Ha trovato però questo suolo e non l’ha più lasciato. Il suolo. La ponca. Una stratificazione di marna argillosa alternata a strati di arenaria, ricca di minerali e povera di sostanza organica. Un terreno che si sgretola facilmente, che costringe l’uomo a inventare i terrazzamenti, i ronchi, per tenerlo fermo. Sono proprio i ronchi il paesaggio di Torre Rosazza: colline pettinate come spartiti musicali, dove ogni filare è una nota tenuta a fatica sul pendio. Solo che non è una decorazione. È necessità fisica che è diventata identità culturale. Le radici che penetrano nella ponca alla ricerca dell’acqua trattenuta dall’argilla, le brezze del mare Adriatico che arrivano da sud, le Alpi Giulie che fermano i venti freddi da nord: tutto in questo angolo di Friuli converge verso un equilibrio che non puoi progettare a tavolino. Puoi solo riconoscerlo, rispettarlo, tradurlo in bottiglia. Finezza e tempo. La masterclass Il titolo scelto da Giovanni Casati per la degustazione, “Torre Rosazza: verticali di finezza e tempo”, è di quelli che non si dimenticano subito. Cotarella lo ha citato più volte, compiaciuto. Ha ragione: è un titolo che porta dentro di sé l’intera filosofia di Torre Rosazza. La finezza come vocazione stilistica. Il tempo come argomento da dimostrare, non da dichiarare. La struttura della degustazione era volutamente capovolta: le Riserve prima dei vini classici, le annate più giovani prima delle più vecchie. Un percorso non cronologico ma pedagogico, costruito per mostrare cosa succede quando si dà al vino ciò che il vino chiede. Tempo. Pinot Grigio. Il più famoso, il meno compreso. Cotarella lo ha detto senza giri di parole: il Pinot Grigio è probabilmente il vitigno bianco più frainteso al mondo. Secondo vino più venduto negli Stati Uniti dopo il Prosecco, replicato in ogni latitudine d’Italia con risultati che vanno dall’ottimo al banalissimo, è diventato nei decenni una parola svuotata di contenuto. Torre Rosazza ha scelto un’altra strada. Niente ramato, niente macerazioni lunghe, niente estremismi di nessun tipo. Una vinificazione che rispetta il carattere dell’uva. La buccia colorata porta con sé un tannino impercettibile, una certa corazza olfattiva, una tendenza a manifestarsi lentamente. Oltre che una resa in vigna che punta alla qualità invece che alla quantità. Bandaros Pinot Grigio Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2023 Al naso è ancora giovane, espansivo, fresco. Non grida. Ha una profondità che richiede attenzione. Un senso di floreale che sa di frutta non ancora sbocciata. Sono le erbette quelle che dominano. La salvia, la menta, il sambuco. In bocca domina la piacevolezza tipica del vitigno, con quel leggero retrogusto di mandorla che è la firma della Ponca friulana. Quasi cicciotto ma meno prezioso mancando l’idrocarburo. È un vino ancora in costruzione, muscoloso, a cui il tempo darà l’equilibrio che già promette. Mi è venuta in mente la canzone di Francesco De Gregori “La leva calcistica della classe ’68” Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette,
questo altro anno giocherà con la maglia numero sette Bandaros Pinot Grigio Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2022 L’annata ha portato le sue difficoltà: un’estate torrida, poi le piogge di fine agosto. È logico che il vino le porti nel corpo. Più sottile del 2023, con un’acidità più espressa, note balsamiche che percorrono il profilo olfattivo aprendo ai frutti tropicali, alla mineralità, al pompelmo e alla mandorla. Poi in bocca è tagliente, vegetale, con il limone che spicca sapidamente. Eleganza nervosa, da attendere o da bere subito. Dipende. Dipende da cosa si cerca in un vino. In questo io ho amato particolarmente la verticale pulizia, la non lunghissima persistenza, la capacità di farti dire “porca miseria”! Bandaros Pinot Grigio Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2021 Qui il tempo ha fatto il suo lavoro. Cotarella lo ha descritto con un’immagine perfetta: un quadro in cui non si identifica nulla di separato, ma tutto parla insieme. La pesca, la pera, il biancospino, il gelsomino: nessuno domina, ma domina tutto. Armonia olfattiva e gustativa, dolcezza che non è dolcezza ma equilibrio tra acidità e sostanza. Resterà impresso. Mi ha intrigato la fine citrosità, l’idrocarburo interessante, la mineralità quasi salata che persiste a lungo. La nota di mandorla nel finale che qui diventa preziosa piuttosto che appuntita. Un vino che suggerisce giornate ventose, limoni acerbo, il sale che arriva sul palato. Dopo. Un vino verticale ma con la capacità di pulire la bocca in maniera incredibile.  Pinot Grigio Friuli Colli Orientali DOC 2018 Il vino che ha convinto l’azienda a fare le Riserve. Otto anni, niente legno, niente macerazione. Il colore è un giallo dorato con riflessi ancora vivi. Il naso è esattamente quello che ti aspetti dai grandi bianchi invecchiati: profondità, armonia, qualcosa di antico che non è stanchezza. È il modello ideale di longevità non costruita ma guadagnata sul campo. Pinot Grigio Friuli Colli Orientali DOC 2022 Paradossalmente più aperto e più espressivo della sua Riserva coetanea: al naso è ricco, pieno, immediato, con un carattere varietale che si manifesta senza reticenze. In bocca ha peso e presenza, una certa rotondità che lo rende soddisfacente nell’istante. È un vino realizzato per dare tutto e subito: vigneto diverso, nessuna criomacerazione, produzione pensata per la beva nel breve termine. Devo dire che lo fa con onestà. Non sognerà mai la longevità di una Riserva, ma non è questo che gli si chiede. Nella sua immediatezza dichiarata, c’è una forma di coerenza che vale. Pinot Grigio Friuli Colli Orientali DOC 2024 Il più giovane della batteria. Si sente ma va bene così perché non cerca la complessità ne la simula. Ha un carattere preciso e definito, una finezza molto spinta che si traduce in un’acidità vivace, quasi provocatoria: in bocca fa salivare con una generosità che è già un invito al sorso successivo. Non è un vino esplosivo e non vuole esserlo. È solo (e non è poco) fragranza, pulizia, piacevolezza immediata. Un bianco che non impegna ma non delude, pensato per essere bevuto, ora, nel fiore dei suoi anni. Friulano. Il vitigno che non perdona e non dimentica. Se il Pinot Grigio è il cosmopolita della famiglia, il Friulano è il friulano. Radicato. Esigente. Sensibilissimo al territorio. Molto più sensibile ai cambiamenti di esposizione e di suolo rispetto a qualsiasi altro vitigno della tenuta. Cotarella è categorico: il Friulano è uno dei vitigni più influenzati dal territorio che conosce, in qualunque zona d’Italia. Il cru Masiero, alle spalle del Colle di Santa Caterina, è prodotto da un vigneto composto da quattro cloni, frutto di una selezione massale delle migliori vigne di tutta l’azienda.  Ponca pura, esposizione nord-est, altitudine superiore rispetto ai vigneti del Pinot Grigio. Un vigneto che chiede sole e lo riceve dalla parte giusta. Masiero Friulano Friulano Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2023 Giovane, quasi infantile nel vocabolario di Cotarella: “tre o quattro anni, una vita davanti”. Il profilo è suadente, più rotondo del Pinot Grigio nonostante la sua totale verticalità. Sarà la giovane età che vi devo dire. Le note sono di mela verde e fiori di sambuco; di erba tagliata e di agrume. In bocca si percepisce appena quella sensazione idrocarburica-vegetale che è la firma evolutiva del Friulano: ancora larvale, ancora nascosta, ma già presente. Masiero Friulano Friulano Riserva Friuli Colli Orientali 2022 L’annata sottile si fa sentire anche qui, ma con minor intensità rispetto al Pinot Grigio. La varietà copre le debolezze stagionali anche se rimane un certo grado di leggerezza, di forza sommessa. Come se non si avesse voglia, o forse ancora la forza, di spingere. Le note balsamiche e minerali sono in evidenza quel carattere nervoso di un ragazzo che deve ancora farsi tanto che il finale, amarognolo, dichiara al mondo di dover aspettare. Forse arriverà. Anzi, sicuramente arriverà. Solo che occorre del tempo.  Masiero Friulano Friulano Riserva Friuli Colli Orientali 2021 La meraviglia. Un’onda che avanza senza fare schiuma, senza rivoluzioni. Morbidezza e freschezza in perfetto equilibrio, velluto in bocca, naso e palato saturi di qualcosa che non sai nominare ma che riconosci. Il 2021 in Friuli è stato un’annata straordinaria e la complessità di questo vino la evidenzia a pieno. La mandorla salata, il limone antico, la mineralità che fa pensare al mare vicino. Un vino che si espande e si assottiglia allo stesso tempo e che alla temperatura giusta diventa pastoso e ammaliante. Ha la qualità dei grandi bianchi di Borgogna senza volerla imitare: è semplicemente se stesso.   Friulano Friuli Colli Orientali DOC 2018 Il colore è un giallo paglierino che ha perso ogni sfumatura verdognola e si è orientato verso il dorato, ancora luminoso, ancora vivo. Un’evoluzione cromatica che anticipa ciò che il naso confermerà. Il 2018 è un vino che ha trovato la sua strada senza fretta. Gli idrocarburi vegetali sono presenti facendo registrare quella nota che nei grandi bianchi invecchiati diventa firma. La componente balsamica dosata e la spiccata mineralità attraversano l’intero profilo olfattivo. La mela verde c’è, ma resta sullo sfondo, scalzata da sentori che guardano verso la frutta tropicale matura. Il bouquet è ampio, più che complesso: fine, elegante, costruito su una coerenza interna che non cerca l’effetto ma lo ottiene. In bocca è fresco, secco, verticale. Gli agrumi e i minerali dominano il sorso. La bocca resta pulita in modo quasi insolito per un vino di questa età: nessuna stanchezza ossidativa, nessun cedimento. La persistenza è lunga. Abbastanza da richiedere abbinamenti pensati, perché il vino non lascia spazio all’approssimazione. Un bianco che a sette anni dall’annata ha ancora molto da dire. Friulano Friuli Colli Orientali DOC 2019 Un anno di differenza, un vino completamente diverso. Stesso vitigno, stessa Ponca, altra storia. Se il 2018 è rimasto fedele a se stesso: elegante, verticale, minerale; il 2019 ha imboccato una direzione che sorprende e affascina in egual misura. Il naso è denso, burroso, quasi opulento. Vaniglia, burro, arachidi, rosmarino: una famiglia di sentori che non ti aspetti da un Friulano, eppure qui non risulta forzata. La noce moscata compare e scompare. Sotto tutto c’è qualcosa che ricorda un caramel cremoso, dolce non per zucchero ma per texture olfattiva. Un bouquet molto intenso, costruito su strati che si sovrappongono invece di allinearsi. In bocca la differenza si fa ancora più netta. Dove il 2018 tagliava verticalmente, il 2019 si espande, si apre, riempie la bocca con una pastosità cremosa che porta con sé spezie e frutto. Meno fresco del precedente, con un finale mandorlato che si fa lentamente spazio. La mineralità c’è, ma è la base strutturale di un edificio che ha alzato molto le pareti. La persistenza è lunga anche qui, ma diversa. Più avvolgente, meno tagliente. Friulano Friuli Colli Orientali DOC 2023 Un colore più carico della coetanea Riserva. Al naso sorprende. Più aperto, più ricco, più immediato della sua Riserva gemella. Un paradosso solo apparente, perché senza la protezione della criomacerazione e della struttura superiore della Riserva, il Friulano si manifesta prima e senza filtri. Il risultato è un profilo olfattivo generoso, varietalmente esplicito, che non lascia dubbi su cosa stai bevendo. In bocca è un’irruzione. Il carattere del Friulano si esprime con una forza quasi provocatoria: frutto, mineralità, quella vena agrumata che è il filo conduttore di tutta la gamma. Non c’è la mediazione che il tempo e la struttura della Riserva ancora devono compiere. Con tempo nel bicchiere, si ammorbidisce, diventa più armonioso, meno spigoloso: un segnale preciso di potenziale evolutivo. Un vino che dà molto adesso e promette di dare ancora, a chi ha la pazienza di aspettarlo. Dallo stesso vitigno, sullo stesso suolo, tre annate hanno prodotto tre vini che si riconoscono come fratelli solo da lontano. Il 2018 ha custodito la finezza. Il 2019 ha scelto la ricchezza. Il 2023 l’armoniosità. Dimostrano che il Friulano, quando invecchia su Ponca, non si ripete mai. Cosa rimane Alla fine di una verticale come questa, con sei vini di Pinot Grigio e sei di Friulano che si confrontano attraverso le annate, rimane qualcosa di difficile da sistematizzare. Rimane l’evidenza che il tempo non è un nemico dei bianchi friulani. Rimane la certezza che la Ponca è un suolo che non perdona le approssimazioni ma premia la pazienza. Rimane la figura di Cotarella che porta un bicchiere alla luce, lo osserva, e dice: “Vorrei durare io quanto dura questo vino.” Torre Rosazza è un luogo che custodisce cose emerse dall’oblio: affreschi medievali, vitigni antichi, terrazzamenti che gli uomini hanno costruito per tenere fermo un suolo fragile. Ha la qualità dei posti che sanno aspettare. Come i suoi vini migliori.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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