C’è un filo invisibile che unisce le vigne del Collio a quelle della Loira, le botti di Montalcino alle anfore dell’Istria. È un filo fatto di terra, di mani, di scelte. E di storie che Emanuele Muzzo vuole narrare.
“Vigne e Orizzonti” nasce per raccontare questo intreccio: un viaggio continuo tra territori e culture del vino, con il cuore a Est — tra Friuli Venezia Giulia, Slovenia e Croazia — ma con lo sguardo sempre aperto verso le Langhe, il Chianti, Montalcino, il Piemonte settentrionale e le grandi regioni vinicole d’Europa.
Qui troverai racconti di vignaioli, assaggi, riflessioni, e talvolta abbinamenti inaspettati tra calice e piatto. Perché il vino è emozione in primis ma anche incontro, esplorazione e racconto. E ogni confine, quando si parla di gusto, è solo una linea “immaginaria” da attraversare.
13 Maggio, 2025
Il Picolit: viaggio tra storia, terroir e futuro
Il vitigno Picolit e il vino dolce che ne deriva vantano una storia affascinante radicata nella regione Friuli-Venezia Giulia, qui nel nord-est d’Italia.
Alcuni ritengono che l’uva Picolit fosse coltivata già in epoca romana, suggerendo una storia molto lunga nella regione. Studi recenti indicano fortemente che il Picolit è un vitigno autoctono del Friuli Venezia Giulia, il che significa che ha avuto origine ed si è evoluto qui. Probabilmente discende da una vite selvatica selezionata nei secoli per la dolcezza delle sue uve e per la sua particolare predisposizione alla produzione di vini di grande pregio.
Il nome Picolit deriva dalla parola friulana picol o pecol, che significa piccolo: un chiaro riferimento sia alle ridotte dimensioni degli acini e dei grappoli, sia al basso numero di acini per grappolo, dovuto a un fenomeno naturale chiamato aborto floreale. Un’altra teoria lega il nome al peduncolo, che risulterebbe particolarmente corto.
Il Picolit era già conosciuto e apprezzato nel XVII secolo, tanto da comparire nella lista dei vini serviti a un sontuoso matrimonio nel 1682. Ma è nel XVIII secolo che questo vino conobbe la sua vera epoca d’oro, grazie alla figura visionaria del Conte Fabio Asquini di Fagagna (1726-1818). A partire dal 1762 circa, il Conte avviò una meticolosa opera di promozione del Picolit, commercializzandolo in tutta Europa, da Londra a Mosca, e posizionandolo come una prestigiosa alternativa al celebre Tokaji ungherese. Non solo: utilizzò bottiglie in vetro di Murano, sottolineando così l’esclusività e il lusso associati a questo vino.
Nel frattempo, il grande botanico Giorgio Gallesio, autore del celebre Pomona Italiana, (ossia trattato degli Alberi Fruttiferi) descriveva il Picolit (lo chiamò Uva del Friuli o Piccolitto) come uno dei vitigni più singolari e pregiati della penisola, contribuendo così a diffonderne la fama anche nel mondo scientifico e ampelografico dell’epoca.
Per un certo periodo, il Picolit fu considerato uno dei più grandi vini dolci del continente, raggiungendo quotazioni elevatissime. Tuttavia, il suo destino fu segnato da eventi avversi: dopo la morte del Conte Asquini, la fillossera e le difficoltà agronomiche legate alla scarsa produttività della vite portarono a un lento, inesorabile declino, fino quasi a sfiorare la scomparsa nel corso del XIX secolo.
All’inizio del Novecento, però, grazie all’impegno della famiglia Perusini, il Picolit conobbe una rinascita.
Fu proprio Giacomo Perusini a reimpiantarlo nella storica zona di Rocca Bernarda, oggi riconosciuta come il cuore della produzione di qualità. ( Per informazione ora il castello di Rocca Bernarda, sede storica della famiglia, è passato per legato testamentario da Gaetano Perusini all’Ordine di Malta insieme a parte dell’azienda, nella zona i Picolit da provare sono Rocca Bernarda e Specogna Vignaioli)
Fra le prove e ricerche del Perusini, anche quella di trovare una soluzione alla scarsa produttività del vitigno.
Dopo la sua morte prematura nella prima guerra mondiale il suo lavoro fu continuato dalla moglie, Giuseppina Perusini Antonini pittrice, scrittrice, ma anche abile donna d’affari, che iniziò il rilancio dei vini friulani nel mercato nazionale ed internazionale. Suo figlio Gaetano, professore all’Università di Trieste, continuò ed ampliò la ricerca sull’agricoltura ed i vitigni tradizionali, mentre l’altro figlio Giampaolo proseguì in particolare la selezione della Ribolla Gialla.
Fu Giuseppina, che con i figli, iniziò una produzione continuativa di elevata qualità che colpì appassionati e giornalisti dell’epoca, tant’è che nel 1959, il celebre critico enologico Luigi Veronelli visitò il Friuli appositamente per degustare il Picolit della Contessa Giuseppina Perusini. Ne rimase così colpito che dichiarò:
Non credo esista in Italia un vino più nobile di questo… In Italia, le sue qualità lo renderebbero ciò che Château d’Yquem è per la Francia.
Un riconoscimento tanto simbolico quanto meritato, che rilanciò l’attenzione su questo grande vino dolce.
Nel 2006, il Picolit ha ottenuto ufficialmente la denominazione di origine controllata e garantita (DOCG) per il Colli Orientali del Friuli Picolit, con la zona di Rosazzo che è considerata la più vocata, infatti se trovate delle bottiglie anni 80 e 90 di Abbazia di Rosazzo, quando vinificava Walter Filipputti, avete in mano, conservazione permettendo, un grandissimo vino. Oggi quei vigneti sono gestiti dall’azienda Livio Felluga, e quindi lo dovete provare assolutamente . Nella zona di Cialla è DOCG sottozona Cialla. Con la vendemmia 2025 il Picolit vinificato secco sarà componente della nuova sottozona Savorgnano del Torre, dove si parla di un blend con l’80% di Friulano e il 20% di Picolit: il vini si chiamerà semplicemente Savorgnano.
Una delle peculiarità del Picolit è la sua scarsa produttività, dovuta a un fenomeno noto come aborto floreale, che causa una bassa fecondazione dei fiori. Questo rende difficile l’autoimpollinazione, costringendo i coltivatori a favorire la fecondazione incrociata tramite altre varietà, come il Verduzzo Friulano. Tuttavia, questa pratica comporta il rischio di mutazioni genetiche, spingendo alcuni produttori a limitarla. La resa limitata ha però un lato positivo: gli acini, pochi ma concentrati, sviluppano un’elevata dolcezza e intensi aromi.
Oggi, il Picolit, vinificato in purezza, da vita a un vino dolce da meditazione unico e raffinato, con sentori al naso di mandorla, pesca, frutta disidratata, castagno, mentre al palato è pieno, armonioso e alcolico. Spesso viene gustato da solo o in abbinamento a formaggi erborinati e dessert. Le bassissime rese del vitigno, dovute alla naturale scarsità di acini per grappolo, ne limitano la produzione rendendolo ancora oggi un prodotto raro e prezioso, il cui prezzo riflette la complessità e la nobiltà racchiusa in ogni bottiglia.
In alcune zone della Slovenia, nella Valle del Vipava, il Picolit è coltivato e conosciuto con il nome di Pikolit.
Una giornata dedicata al Picolit: degustazione presso Ronchi di Cialla
Per celebrare la storia e la straordinaria identità di questo vitigno, ho avuto il piacere di organizzare e condurre una degustazione tematica nel cuore dei Colli Orientali, presso l’azienda Ronchi di Cialla, una delle realtà che più ha creduto nel valore del Picolit. Tanto che oggi, insieme ad Aquila del Torre, è una delle pochissime aziende che producono un 100% Picolit secco.
La degustazione, interattiva e arricchita dalla presenza della famiglia Rapuzzi che ci ha ospitato (la signora Dina, Pierpaolo e il nipote Jacopo) e di Michele Ciani di Aquila del Torre, è stata un viaggio dentro il carattere autentico del vitigno. Due aziende molto diverse per storia e collocazione, ma unite da una filosofia comune: rispetto assoluto del vitigno e della sua espressione più pura.
Abbiamo parlato a lungo delle potenzialità del Picolit, soprattutto in versione secca. Come ha sottolineato Michele, in ogni vino si riconosce nitidamente l’impronta varietale, quella firma inconfondibile che questo vitigno lascia nei profumi e nella struttura, al di là dello stile di vinificazione. Interessante anche il tema degli abbinamenti gastronomici: il Picolit è un bianco straordinario, capace di sposarsi tanto con piatti delicati come i crostacei e le ostriche, quanto con portate più complesse come il foie gras o i formaggi stagionati. Giocando con annate, tipologie e temperature di servizio, le possibilità diventano davvero infinite. Ma di questo avremo modo di parlare in una futura degustazione, a cui sto già lavorando…
La line up è sta mista ma per praticità parto dai vini di Aquila del Torre, con due annate di Oasi, il Picolit secco che l’azienda produce dal 2010.
L’annata 2020 ha mostrato subito muscoli e freschezza, un vino che danza fra energia e sapidità; mentre il 2015 si è rivelato più elegante, con note di albicocca secca e un tocco balsamico che mi ha fatto immaginare abbinamenti perfetti come delle capesante al forno. Per le versioni dolci, il Picolit 2022, giovane e pieno di vita, con profumi di fiori bianchi e mela, sostenuti da una freschezza sottile che impedisce ogni deriva dolce; e infine il Picolit 2013, più ricco e complesso, con aromi di mela candita, zafferano, erbe officinali, e una lunghezza straordinaria sul palato, annate nelle quali Michele appassiva di piu le uve.
Poi è stato il momento dei vini di Ronchi di Cialla, dove emerge con forza l’essenza pura del terroir, quel connubio di clima, suolo e mano dell’uomo che la famiglia Rapuzzi custodisce con rispetto assoluto.
Abbiamo assaggiato il Ciallabianco, splendido taglio di Ribolla Gialla (60%), Verduzzo (10%) e Picolit (30%), in due annate: la 2021, fresca, elegante, precisa di grande beva e pulizia, e la 2014, più complessa, capace di raccontare profondità anche in un’annata difficile, a dimostrazione della longevità dei bianchi friulani quando nascono da mani sapienti e da vigneti speciali.
Il viaggio è proseguito con il Sol, il Picolit secco firmato Ronchi di Cialla.
La 2009 ci ha conquistati con la sua intensità esotica, ricca di fichi secchi, datteri, spezie orientali, il tutto attraversato da una vena salina che rende il sorso teso e avvincente. La 2003, una bottiglia da pelle d’oca, ha regalato profumi stratificati di frutta tropicale disidratata, miele, incenso, con un palato opulento ma mai stanco, dove la mineralità torna a tenere il vino in perfetto equilibrio. A chiudere, due autentiche perle: il Picolit di Cialla nelle annate 2017 e 2005. Il 2017, ancora giovane ma già compiuto, armonioso, vivo, capace di tenere insieme dolcezza e freschezza in un abbraccio perfetto; il 2005, un vero gioiello, profondo e avvolgente, con profumi che spaziano dall’albicocca disidratata alla resina, dal caramello alle spezie dolci. Lo abbiamo abbinato a un piatto sorprendente: anguilla affumicata con confettura di pere. L’incontro fra la dolcezza, la grassezza e la sapidità del piatto e la trama nobile del vino è stato un piccolo miracolo di armonia. Una curiosità interessante emersa durante la degustazione riguarda la denominazione: per i Picolit vinificati secchi non è possibile riportare in etichetta il nome del vitigno. Da qui l’uso di nomi di fantasia come Oasi e Sol, capaci comunque di evocare l’unicità di questi vini. In conclusione, più che una degustazione, è stata una vera e propria immersione nel cuore autentico del Friuli, attraverso uno dei suoi vitigni più rari, difficili e affascinanti. Un viaggio che ha raccontato non solo vini straordinari, ma anche persone straordinarie, capaci di custodire con amore una storia antica e preziosa. Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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La 2009 ci ha conquistati con la sua intensità esotica, ricca di fichi secchi, datteri, spezie orientali, il tutto attraversato da una vena salina che rende il sorso teso e avvincente. La 2003, una bottiglia da pelle d’oca, ha regalato profumi stratificati di frutta tropicale disidratata, miele, incenso, con un palato opulento ma mai stanco, dove la mineralità torna a tenere il vino in perfetto equilibrio. A chiudere, due autentiche perle: il Picolit di Cialla nelle annate 2017 e 2005. Il 2017, ancora giovane ma già compiuto, armonioso, vivo, capace di tenere insieme dolcezza e freschezza in un abbraccio perfetto; il 2005, un vero gioiello, profondo e avvolgente, con profumi che spaziano dall’albicocca disidratata alla resina, dal caramello alle spezie dolci. Lo abbiamo abbinato a un piatto sorprendente: anguilla affumicata con confettura di pere. L’incontro fra la dolcezza, la grassezza e la sapidità del piatto e la trama nobile del vino è stato un piccolo miracolo di armonia. Una curiosità interessante emersa durante la degustazione riguarda la denominazione: per i Picolit vinificati secchi non è possibile riportare in etichetta il nome del vitigno. Da qui l’uso di nomi di fantasia come Oasi e Sol, capaci comunque di evocare l’unicità di questi vini. In conclusione, più che una degustazione, è stata una vera e propria immersione nel cuore autentico del Friuli, attraverso uno dei suoi vitigni più rari, difficili e affascinanti. Un viaggio che ha raccontato non solo vini straordinari, ma anche persone straordinarie, capaci di custodire con amore una storia antica e preziosa. Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
7 Maggio, 2025
Variazioni di Verduzzo
Ringraziando il direttore Ivan Vellucci, inauguro questa nuova rubrica chiamata Vigne e Orizzonti partendo dalla mia terra. E inizio con due articoli su due vitigni che danno vini che magari sono noti come vini dolci, da fine pasto, ma in realtà sono anche grandi nelle versioni secche: il Picolit e il Verduzzo.
Oggi, il Verduzzo.
Tra i vitigni più interessanti e meno compresi del panorama vinicolo friulano la palma “di vincitore” spetta sicuramente al Verduzzo.
Uno dei vitigni più interessanti del panorama vinicolo friulano, purtroppo negli anni “snaturato” in Veneto e nelle Grave del Friuli, dove è stato utilizzato per produrre vini dolci senza vera anima, dolci per il solo piacere immediato di palati poco allenati. Personalmente ritengo che le versioni secche e soprattutto quelle macerate rappresentino il lato più autentico e affascinante di questo vitigno. Ma prima di parlare del Vitigno andiamo a parlare di un pò di storia Le prime testimonianze scritte che parlano di un vino riconducibile al Verduzzo risalgono al banchetto del 1409 in Friuli in onore di Papa Gregorio XII. Questo evento sottolinea non solo la presenza antica della varietà, ma anche la sua considerazione già in epoca medievale: immaginate un vino locale scelto per essere servito a un pontefice! Anche se nei documenti dell’epoca il termine “Verduzzo” non era ancora standardizzato, è molto probabile che si facesse riferimento a questa varietà o a sue antenate. Alcuni studiosi ipotizzano persino radici ancora più antiche, collegando il Verduzzo alle pratiche vitivinicole dell’epoca romana, anche se la mancanza di documentazione specifica rende impossibile una conferma definitiva. È importante distinguere il Verduzzo Friulano dal Verduzzo Trevigiano: due varietà geneticamente distinte, spesso confuse in passato per via della somiglianza dei nomi, con il secondo molto più produttivo del primo. In Friuli Venezia Giulia il Verduzzo è coltivato nella fascia centrale dei Colli Orientali del Friuli, a nord-est di Udine. Qui prende anche il nome di Ramandolo, da cui nasce il primo vino DOCG del Friuli: un passito ambrato, alcolico e dolce. Il suolo di questa zona, la celebre ponka (alternanza di marna e arenaria), contribuisce in modo decisivo alla complessità e alla freschezza dei vini. Non mancano esempi eccellenti anche tra i vini dolci fuori Ramandolo (frazione di Nimis in provincia di Udine) basti pensare al Cratis di Roberto Scubla e al Verduzzo di Ronchi di Cialla, un vino “dolce non dolce”, capace di abbinamenti gastronomici sorprendenti come il salmone marinato con lo stesso vino e cotto al forno. Va segnalata anche la nuova strada percorsa da alcuni produttori, come Federico De Luca di Ronc dai Luchis, che ha creato il Nui, un Metodo Classico 100% Verduzzo: una sfida originale e coraggiosa. Però se è vero che il Verduzzo si è sempre prestato naturalmente alla produzione di vini dolci con ottima predisposizione all’invecchiamento, negli ultimi anni alcuni produttori stanno esprimendo il suo potenziale anche nei vini secchi di grande personalità e struttura. Per la sua alta presenza di tannini viene spesso definito il più rosso dei vini bianchi, il che lo rende ideale sia per la macerazione sulle bucce che per la vendemmia tardiva e il successivo affinamento in botte. I vini ottenuti sono fruttati, profumati, tannici e freschi, capaci di raccontare il territorio con grande sincerità. Tra le versioni secche molto interessante il vino de I Clivi di Corno di Rosazzo e l’OgniCost di Marco Pinat a Savorgnano del Torre, il Monsier Verduc di Marco Cecchini un vino dalla breve macerazione. Marco Sara, purtroppo, ha deciso di non produrlo più secco, puntando invece sull’altro bianco, conosciuto per vini dolci, che da grandi risultati secco ovvero il Picolit. Ho avuto il privilegio di organizzare una serata molto speciale presso l’Azienda Agricola Denis Montanar, riunendo attorno a un tavolo alcuni appassionati clienti e quattro produttori che lavorano il Verduzzo in macerazione sulle bucce: Denis e Carlo Montanar Aleks Klinec Stefano Poser di Sassocorno Bressan Mastri Vinai (purtroppo assenti per motivi familiari) I vini degustati, rigorosamente alla cieca, erano: Sassocorno 2018 e 2019 Bressan 2018, 2020, 2021 Montanar 2012, 2015, 2018 Klinec 2003, 2012 Inoltre abbiamo assaggiato una bottiglia straordinaria di Verduzzo dolce 1989 prodotto da Montanar, proveniente dalla più antica vigna di Verduzzo del Friuli, situata a Scodovacca (Villa Vicentina). Questa vigna storica, di circa 110 anni, purtroppo è stata estirpata nel maggio 2024 per fare spazio a un impianto fotovoltaico, nonostante i tentativi dei Montanar di salvarla. Fortunatamente, è stata effettuata una selezione massale, preservando così il patrimonio genetico di quelle piante. Il Verduzzo è una varietà che decide da sola quando è pronta, sia in vigna sia in cantina: questa è stata una delle grandi verità emerse dalla degustazione.
È un’uva che ha bisogno di bottiglia per esprimersi al meglio: non a caso Montanar ha commercializzato prima la 2019 della 2018, proprio perché la 2018 risultava ancora troppo giovane. Il confronto tra i vini ha mostrato mani diverse e interpretazioni autentiche: Bressan ha regalato vini molto profumati, anche se forse in bocca mancavano della stessa complessità degli altri. Montanar ha presentato 3 annate completamente diverse: il 2012 si è rivelato straordinario, bottiglia strepitosa (vi ricordo sempre che non esistono grandi vini, ma grandi bottiglie) con una leggera nota dolce frutto di una vendemmia particolarmente tardiva da abbinare assolutamente con un Castelmagno d’Alpeggio. Come detto secondo me la 2018 come detto ancora troppo giovane, grande complessità gustativa e olfattiva la 2015. Klinec ha proposto i vini più complessi: il Verduc, così si chiama in Slovenia, (2012 e 2003) è stato un’autentica emozione, con il 2003 dove il naso era un caleidoscopio di sentori in continua evoluzione partendo una grandissima varietà di frutta a guscio, andando a varie tipologie di miele, thè, spezie. Qua probabilmente bisogna mettersi seduti su una poltrona e degustarlo con calma senza dargli una collocazione precisa, un vino da meditazione. Aleks è un produttore che crede molto in questa varietà, ne ha piantato anche di recente. Sassocorno ha confermato grande coerenza tra naso e bocca, con un 2019 particolarmente felice. Poser e Klinec hanno anche sottolineato un dettaglio tecnico importante: nel Verduzzo la macerazione finisce naturalmente con la fermentazione, perché l’uva estrae tutto subito, senza bisogno di forzature. Per accompagnare la degustazione, dopo una selezione di salumi dell’azienda Montanar e di formaggi di Malga, ho fatto preparare anatra nostrana alla pechinese, ovvero laccata all’arancia: un piatto per me perfetto per esaltare la materia tannica e la freschezza dei vini.
In particolare, Sassocorno 2019 e Montanar 2018 si sono dimostrati abbinamenti che rasentavano la perfezione, raggiungendo una sintonia emozionante tra cibo e vino. In conclusione il Verduzzo è un vitigno capace di esprimere potenza, freschezza, tannino e longevità in una sola bottiglia.
Nelle mani giuste, soprattutto nei vini secchi e macerati, sa regalare emozioni uniche e profonde, senza mai diventare banale o costruito.
Il ritorno dell’interesse per queste versioni autentiche lascia ben sperare: il liquido nel bicchiere racconta non solo la storia di un vitigno, ma anche quella di un territorio, di mani che lavorano rispettando i tempi della natura. Il Verduzzo è pronto, ma solo quando vuole lui. Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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Uno dei vitigni più interessanti del panorama vinicolo friulano, purtroppo negli anni “snaturato” in Veneto e nelle Grave del Friuli, dove è stato utilizzato per produrre vini dolci senza vera anima, dolci per il solo piacere immediato di palati poco allenati. Personalmente ritengo che le versioni secche e soprattutto quelle macerate rappresentino il lato più autentico e affascinante di questo vitigno. Ma prima di parlare del Vitigno andiamo a parlare di un pò di storia Le prime testimonianze scritte che parlano di un vino riconducibile al Verduzzo risalgono al banchetto del 1409 in Friuli in onore di Papa Gregorio XII. Questo evento sottolinea non solo la presenza antica della varietà, ma anche la sua considerazione già in epoca medievale: immaginate un vino locale scelto per essere servito a un pontefice! Anche se nei documenti dell’epoca il termine “Verduzzo” non era ancora standardizzato, è molto probabile che si facesse riferimento a questa varietà o a sue antenate. Alcuni studiosi ipotizzano persino radici ancora più antiche, collegando il Verduzzo alle pratiche vitivinicole dell’epoca romana, anche se la mancanza di documentazione specifica rende impossibile una conferma definitiva. È importante distinguere il Verduzzo Friulano dal Verduzzo Trevigiano: due varietà geneticamente distinte, spesso confuse in passato per via della somiglianza dei nomi, con il secondo molto più produttivo del primo. In Friuli Venezia Giulia il Verduzzo è coltivato nella fascia centrale dei Colli Orientali del Friuli, a nord-est di Udine. Qui prende anche il nome di Ramandolo, da cui nasce il primo vino DOCG del Friuli: un passito ambrato, alcolico e dolce. Il suolo di questa zona, la celebre ponka (alternanza di marna e arenaria), contribuisce in modo decisivo alla complessità e alla freschezza dei vini. Non mancano esempi eccellenti anche tra i vini dolci fuori Ramandolo (frazione di Nimis in provincia di Udine) basti pensare al Cratis di Roberto Scubla e al Verduzzo di Ronchi di Cialla, un vino “dolce non dolce”, capace di abbinamenti gastronomici sorprendenti come il salmone marinato con lo stesso vino e cotto al forno. Va segnalata anche la nuova strada percorsa da alcuni produttori, come Federico De Luca di Ronc dai Luchis, che ha creato il Nui, un Metodo Classico 100% Verduzzo: una sfida originale e coraggiosa. Però se è vero che il Verduzzo si è sempre prestato naturalmente alla produzione di vini dolci con ottima predisposizione all’invecchiamento, negli ultimi anni alcuni produttori stanno esprimendo il suo potenziale anche nei vini secchi di grande personalità e struttura. Per la sua alta presenza di tannini viene spesso definito il più rosso dei vini bianchi, il che lo rende ideale sia per la macerazione sulle bucce che per la vendemmia tardiva e il successivo affinamento in botte. I vini ottenuti sono fruttati, profumati, tannici e freschi, capaci di raccontare il territorio con grande sincerità. Tra le versioni secche molto interessante il vino de I Clivi di Corno di Rosazzo e l’OgniCost di Marco Pinat a Savorgnano del Torre, il Monsier Verduc di Marco Cecchini un vino dalla breve macerazione. Marco Sara, purtroppo, ha deciso di non produrlo più secco, puntando invece sull’altro bianco, conosciuto per vini dolci, che da grandi risultati secco ovvero il Picolit. Ho avuto il privilegio di organizzare una serata molto speciale presso l’Azienda Agricola Denis Montanar, riunendo attorno a un tavolo alcuni appassionati clienti e quattro produttori che lavorano il Verduzzo in macerazione sulle bucce: Denis e Carlo Montanar Aleks Klinec Stefano Poser di Sassocorno Bressan Mastri Vinai (purtroppo assenti per motivi familiari) I vini degustati, rigorosamente alla cieca, erano: Sassocorno 2018 e 2019 Bressan 2018, 2020, 2021 Montanar 2012, 2015, 2018 Klinec 2003, 2012 Inoltre abbiamo assaggiato una bottiglia straordinaria di Verduzzo dolce 1989 prodotto da Montanar, proveniente dalla più antica vigna di Verduzzo del Friuli, situata a Scodovacca (Villa Vicentina). Questa vigna storica, di circa 110 anni, purtroppo è stata estirpata nel maggio 2024 per fare spazio a un impianto fotovoltaico, nonostante i tentativi dei Montanar di salvarla. Fortunatamente, è stata effettuata una selezione massale, preservando così il patrimonio genetico di quelle piante. Il Verduzzo è una varietà che decide da sola quando è pronta, sia in vigna sia in cantina: questa è stata una delle grandi verità emerse dalla degustazione.
È un’uva che ha bisogno di bottiglia per esprimersi al meglio: non a caso Montanar ha commercializzato prima la 2019 della 2018, proprio perché la 2018 risultava ancora troppo giovane. Il confronto tra i vini ha mostrato mani diverse e interpretazioni autentiche: Bressan ha regalato vini molto profumati, anche se forse in bocca mancavano della stessa complessità degli altri. Montanar ha presentato 3 annate completamente diverse: il 2012 si è rivelato straordinario, bottiglia strepitosa (vi ricordo sempre che non esistono grandi vini, ma grandi bottiglie) con una leggera nota dolce frutto di una vendemmia particolarmente tardiva da abbinare assolutamente con un Castelmagno d’Alpeggio. Come detto secondo me la 2018 come detto ancora troppo giovane, grande complessità gustativa e olfattiva la 2015. Klinec ha proposto i vini più complessi: il Verduc, così si chiama in Slovenia, (2012 e 2003) è stato un’autentica emozione, con il 2003 dove il naso era un caleidoscopio di sentori in continua evoluzione partendo una grandissima varietà di frutta a guscio, andando a varie tipologie di miele, thè, spezie. Qua probabilmente bisogna mettersi seduti su una poltrona e degustarlo con calma senza dargli una collocazione precisa, un vino da meditazione. Aleks è un produttore che crede molto in questa varietà, ne ha piantato anche di recente. Sassocorno ha confermato grande coerenza tra naso e bocca, con un 2019 particolarmente felice. Poser e Klinec hanno anche sottolineato un dettaglio tecnico importante: nel Verduzzo la macerazione finisce naturalmente con la fermentazione, perché l’uva estrae tutto subito, senza bisogno di forzature. Per accompagnare la degustazione, dopo una selezione di salumi dell’azienda Montanar e di formaggi di Malga, ho fatto preparare anatra nostrana alla pechinese, ovvero laccata all’arancia: un piatto per me perfetto per esaltare la materia tannica e la freschezza dei vini.
In particolare, Sassocorno 2019 e Montanar 2018 si sono dimostrati abbinamenti che rasentavano la perfezione, raggiungendo una sintonia emozionante tra cibo e vino. In conclusione il Verduzzo è un vitigno capace di esprimere potenza, freschezza, tannino e longevità in una sola bottiglia.
Nelle mani giuste, soprattutto nei vini secchi e macerati, sa regalare emozioni uniche e profonde, senza mai diventare banale o costruito.
Il ritorno dell’interesse per queste versioni autentiche lascia ben sperare: il liquido nel bicchiere racconta non solo la storia di un vitigno, ma anche quella di un territorio, di mani che lavorano rispettando i tempi della natura. Il Verduzzo è pronto, ma solo quando vuole lui. Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti