C’è un filo invisibile che unisce le vigne del Collio a quelle della Loira, le botti di Montalcino alle anfore dell’Istria. È un filo fatto di terra, di mani, di scelte. E di storie che Emanuele Muzzo vuole narrare.
“Vigne e Orizzonti” nasce per raccontare questo intreccio: un viaggio continuo tra territori e culture del vino, con il cuore a Est — tra Friuli Venezia Giulia, Slovenia e Croazia — ma con lo sguardo sempre aperto verso le Langhe, il Chianti, Montalcino, il Piemonte settentrionale e le grandi regioni vinicole d’Europa.
Qui troverai racconti di vignaioli, assaggi, riflessioni, e talvolta abbinamenti inaspettati tra calice e piatto. Perché il vino è emozione in primis ma anche incontro, esplorazione e racconto. E ogni confine, quando si parla di gusto, è solo una linea “immaginaria” da attraversare.
23 Luglio, 2025
Michele Moschioni. Il tempo come maestro
Una serata organizzata da amici diventa l’occasione per incontrare di nuovo dopo tanti anni Michele Moschioni. Una bellissima serata tra storie, aneddoti, degustazioni e sorrisi. Ma soprattutto un’immersione profonda in ciò che è oggi – e da sempre – il suo vino: un’espressione autentica, ostinata e potente del Friuli più vero.
Friuli, terra famosa nel mondo per i vini bianchi. Certo, perché per i vini rossi è difficile superare Piemonte e Toscana. Sì, però provate ad andare a Cividale del Friuli da Michele Moschioni, lì, colui che produce solo vini rossi in Friuli – e che vini.
Attenzione: io sono un grande sostenitore dei vini rossi in Friuli, a patto che i produttori ritornino al passato (cosa che stanno facendo, peraltro). Infatti, i rossi friulani degli anni ’80/’90, a base di Merlot o autoctoni friulani, erano – e sono tuttora – bevibili, grandi vini.
Ma torniamo a Cividale del Friuli e all’azienda di oggi. Per la precisione, nella frazione di Gagliano, località importante per Celti, Romani e Longobardi, con resti delle varie epoche in questa zona.
È qui che, dal 1500, è presente la famiglia Moschioni, che opera in zona come mezzadri, e nel 1953 acquista dalla Curia 13 ettari di terreni sulle colline, in zone vocate per la viticoltura. Siamo infatti nella zona della DOC Colli Orientali del Friuli.
Inizialmente si dedicano al seminativo e all’allevamento di animali da latte, e il vino viene prodotto ma venduto sfuso ad altri produttori. Ad un certo punto, un incidente al padre di Michele, attuale gestore dell’azienda, lo porta a prendere la decisione di abbandonare la stalla e puntare tutto sul vino.
Michele decide fin da subito che il suo progetto doveva essere incentrato sulle uve a bacca rossa, delle quali si innamora, con la predilezione per le uve autoctone della zona. Quindi sì a Merlot, Cabernet Sauvignon e Franc che spopolavano in quegli anni, ma lui decide di puntare su Tazzelenghe, Schioppettino, Refosco dal Peduncolo Rosso e Pignolo, di cui alcune viti, ancora presenti e con 70/80 anni, sono ancora a piede franco. Questi ultimi saranno i simboli di “Casa Moschioni”.
Il progetto è interessante, sì, ma immaginatevi le difficoltà iniziali e la diffidenza, a partire dalla propria famiglia.
Sputate parte delle uve bianche, le nuove viti vengono piantate nei vari appezzamenti (i lotti sono 6, distanti al massimo 3 km dalla cantina), studiando il terreno e il clima, e prendendo ad esempio gli insegnamenti dei “vecchi”. Infatti, non è vero che “tanto siamo in collina e le uve vengono di qualità”, perché ogni varietà ha bisogno del suo terreno e delle condizioni ideali.
La filosofia in vigna è quella dell’agricoltura biologica (azienda certificata però solo nel 2017), niente diserbanti o prodotti chimici di alcun genere, le vigne sono inerbite. Le rese sono basse volutamente: 50 quintali per ettaro, che scendono a meno della metà per il Pignolo. Il tutto deve essere il più naturale possibile, sia in vigna che in cantina. Infatti, anche tutte le lavorazioni sono manuali, per poter avere una grande qualità.
Le uve sono portate a maturazione massima – direi tardiva – vengono vendemmiate a mano in cassette o plateau, e poi riposano qualche giorno in un locale, per una specie di appassimento, anche se dura pochi giorni ma permette comunque di arricchire le uve, come per una sovramaturazione, diciamo. Le uve, grazie a una ventilazione naturale, se il clima lo consente, o meccanica, perdono così ancora un po’ di acqua, concentrando gli zuccheri.
Qua c’è da dire che l’ispirazione a Michele è venuta negli anni ’90, avendo conosciuto Bepi Quintarelli; i vini avevano grande potenzialità e struttura, ma mancavano di eleganza e finezza, così Bepi gli consigliò di portare le uve a una maturazione fenolica ancora più estrema, cosa che, anche con la vendemmia ritardata al massimo e l’età giovane dei vigneti, non era comunque sempre possibile. Con la maturità delle uve, il tempo in cassetta post-vendemmia si è infatti ridotto a 3-4 giorni.
Vengono poi diraspate quando sono ancora integre e vinificate. La fermentazione alcolica avviene in tini di legno, senza controllo della temperatura e ad opera di soli lieviti indigeni. Passano poi in acciaio per un breve periodo. Segue poi l’affinamento che inizia in barriques di 1° e 2° passaggio per 12 mesi (ogni anno il 50% delle barriques viene rinnovato), per poi passare in botti grandi da 20/30 Hl per un periodo che va dai 2 ai 4 anni, a seconda del vino. Pignolo e Schioppettino tornano per un breve tempo in barriques. Poi, una volta imbottigliati, i vini riposano dai 12 ai 18 mesi in cantina prima della commercializzazione.
L’utilizzo della solforosa è minimo, solo se serve. Nessuna aggiunta di enzimi, nessuna filtrazione e/o chiarifica durante i vari passaggi o prima dell’imbottigliamento. Come potete ben capire, una vinificazione molto complessa e lunga, perché per Moschioni il tempo è un elemento fondamentale per la maturazione dei suoi vini. Infatti, facendo due calcoli, i vini vengono messi in commercio dopo 7/8 anni dalla vendemmia.
Moschioni produce solo vini se, nelle varie degustazioni – anche con amici enologi – il risultato lo emoziona davvero. Altrimenti non li imbottiglia: li declassa nel Rosso Moschioni, il vino più semplice della gamma. È proprio da questa filosofia che nasce, nel 2014, il Bisest.
Dai 13 ettari escono poco meno di 40.000 bottiglie. Le etichette sono 5:
3 vini autoctoni in purezza: il Pignolo, lo Schioppettino e il Refosco dal Peduncolo Rosso
2 blend: il Rosso Celtico (50% Cabernet Sauvignon, 50% Merlot) e il Rosso Reâl (50% Tazzelenghe, 25% Merlot, 25% Cabernet Sauvignon)
Ma nelle annate “minori” troviamo altre 2 etichette: il Rosso e il Rosso Bisest, che sono blend che possiamo definire declassamenti (ma non di affinamento, infatti un eventuale declassamento viene deciso in fase di maturazione) delle 5 etichette base. Le annate declassate sono: 2005, parte della 2008, 2010, 2014.
Il Metodo Classico è prodotto da qualche anno, ed è composto da Chardonnay 70%, Ribolla Gialla 20% e Refosco Bianco 10%. Vino molto strutturato ma di buona beva, rimane 6 anni sui lievti, non dosato. Vino che preoccupa Michele perchè con l’innalzarsi delle temperature diventa difficile ottenere la maturazione fenolica con un grado alcool potenziale attorno ai 10/11 gradi alcool (che poi diventerebbero circa 13 con la seconda fermentazione, che viene effettuata in aprile successivo alla vendemmia con aggiunta del mosto). Frutta esotica matura, pasticceria da abbinare a frutti di mare.
Sempre su spinta del figlio, nel 2022 viene prodotto anche un bianco friulano da uve Tocai Giallo provenienti da vigne degli anni ’50: 4 giorni sulle bucce e poi fermentazione in legno. La prima annata imbottigliata è la 2022, perché la 2021, pur vinificata, non ha convinto Michele. È un bianco che esprime in tutto e per tutto lo stile Moschioni, pieno, avvolgente molto fruttato e agrumato.
Vini potenti, strutturati, alcolici, ma che – grazie alla loro acidità e freschezza – risultano essere anche estremamente bevibili e adatti all’invecchiamento. Vini che, comunque, secondo me hanno bisogno di tanto tempo – soprattutto il Pignolo – per esprimersi al meglio. Se si ha la pazienza di aspettarlo, si beve una grande bottiglia che non ha nulla da invidiare ai grandi rossi d’Italia.
Bisest 2014 – blend di Pignolo 50% e Schioppettino 50%. (“Bisest” è il termine friulano che significa “bisestile”: fa riferimento alla credenza popolare “an bisest, an funest”, ovvero che gli anni bisestili siano inaffidabili e talvolta persino funesti!)
Al naso è complesso: confettura di frutta varia, come fragole, poi sottobosco, tabacco, cioccolato, spezie. In bocca è pieno e avvolgente, con buona freschezza, morbidezza, calore, bell’equilibrio e tannino levigato. Da bere subito e in grado di accontentare tutti i palati, anche se io lo metterei in cantina ancora per qualche anno – caratteristica che, per me, è comune a tutti i vini di Michele, che hanno bisogno di tempo per esprimersi appieno.
Rosso 2014 – blend di Merlot, Cabernet Sauvignon, Tazzelenghe e Refosco dal Peduncolo Rosso, con percentuali variabili. Cuoio, caffè, cacao, frutti di bosco. Morbido, intenso, fresco, ma ha ancora bisogno di bottiglia per esprimersi al meglio.
Pignolo 2013 – da viti vecchie, arrivate in azienda negli anni ’40 dall’Abbazia di Rosazzo. È ancora un bambino, con un tannino molto presente e fitto. Grande freschezza. Al naso: prugne, ciliegie, spezie, tabacco. Ancora qualche anno prima di iniziare ad apprezzarlo davvero, ma io direi almeno altri 10 per goderne appieno, come con la 2003 di cui vi parlo dopo.
Refosco dal Peduncolo Rosso 2015 – al naso: frutti di bosco, ciliegia, cioccolato. Al palato è rotondo, morbido, corposo, con buona freschezza e persistenza, anche se – probabilmente – è il vino che mi convince meno.
Schioppettino 2013 – al naso: amarena sciroppata, more, prugne, poi pepe nero e spezie. Pieno e complesso anche al palato, dove emerge una nota di liquirizia inizialmente non percepita al naso. Complesso, caldo, speziato, corposo, con buona freschezza, tannino ben presente e grande persistenza. Un vino che, secondo Moschioni, ha sicuramente una bella identità precisa. Un gran vino, senza dubbio.
Rosso Reâl 2015 – blend di Tazzelenghe 50%, Merlot 25%, Cabernet Sauvignon 25%. “Reâl” significa “vero” in friulano. Il Tazzelenghe (il cui nome deriva da “taglia-lingua”, per la sua acidità e ruvidità) è stato vinificato in blend dopo varie prove, per smussarne i tratti più spigolosi.
Al naso: frutti di bosco, fiori, spezie, liquirizia, mora. Al palato, grande acidità, vino pieno e avvolgente – come tutti quelli dell’azienda – con bella struttura, tannino importante, sapidità e freschezza nel lungo finale.
Rosso Celtico 2015 – Merlot 50%, Cabernet Sauvignon 50%. Un uvaggio classico, in cui il Merlot viene raccolto e lasciato riposare; una volta pronto il Cabernet, si procede alla vinificazione congiunta. È il vino più prodotto. Chiamato così in riferimento ai ritrovamenti del periodo celtico nella zona; lo stesso stemma dell’azienda – presente su tutte le etichette – richiama quell’epoca.
È il vino più “facile”: molto fruttato, con uva surmatura rossa, ciliegie, piccoli frutti di bosco. Tabacco e caffè emergono alla distanza. Al palato è corposo, strutturato, con tannino presente, buona freschezza, e un finale morbido, sapido e decisamente fruttato.
E poi qualche vecchia annata dalla mia cantina bevute recentemente:
Schioppettino 2007 – all’olfatto note scure di pepe, tabacco, cioccolato e liquirizia. Sentori balsamici prevalgono inizialmente sul frutto, che emerge nel finale. Al palato è avvolgente, con buona freschezza, grande struttura, tannino ancora presente e in evoluzione. Buona persistenza.
Schioppettino 2003 – naso molto complesso ed elegante: in primo piano frutta matura, viola appassita, confettura di fragole, poi cacao e pepe. Al palato è pieno, ampio, avvolgente, corposo, rotondo, con tannini eleganti, buona freschezza e un finale lunghissimo e fruttatissimo.
Pignolo 2003 – senza parole. Un vinone, da tutti i punti di vista. Un’esplosione di frutta al naso: more, ciliegie, cacao, cuoio, sentori vegetali leggeri che si amplificano con l’ossigenazione. Al palato il tannino è ancora ben presente, graffiante, potente, fresco, ma con una beva sorprendente. Come vi dicevo, un vino da aspettare, ma un grande vino.
Ampia visione, grande passione e determinazione, voglia di migliorarsi: questo è Michele Moschioni, vignaiolo friulano DOC, che ha fatto e continua a far conoscere al mondo che il Friuli è anche terra di grandissimi vini rossi.
Emanuele Muzzo
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
Vigne e Orizzonti
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16 Luglio, 2025
Martissima. Marta Venica, fuori dal coro, dentro la vigna
Il Collio è una terra dove il vino è storia, cultura e identità. Un mosaico di colline dorate, di vigne che si rincorrono lungo confini invisibili tra Italia e Slovenia, di famiglie che da generazioni parlano con la lingua della terra. Ma anche nei territori più celebri, ogni tanto, nasce una voce fuori dal coro. E quella voce, oggi, si chiama Martissima.
Ci troviamo a Cormons, ed è stata una delle scoperte più belle del 2022. Sto parlando dell’azienda di Marta Venica, un nome che nel Collio non è certo nuovo. Marta porta infatti un cognome importante: Venica, quello dell’azienda familiare Venica & Venica, celebre produttore della zona. È la figlia di Giorgio e la nipote di Daniele, fondatore della storica cantina. Un destino scritto, verrebbe da pensare.
Marta, dopo aver curato a lungo la parte agronomica della cantina di famiglia, ha sentito il bisogno – spinta anche dalle esperienze all’estero – di creare qualcosa di suo. Qualcosa che fosse totalmente scollegato dalla realtà in cui era cresciuta. Una visione più personale, libera, istintiva.
Si laurea in Viticoltura ed Enologia, viaggia, osserva, ascolta. E nel 2019 nasce Martissima, nel cuore del Collio, proprio a Cormòns.
Sono state proprio le esperienze all’estero a darle la spinta. Tant’è vero che, quando parla dell’Argentina, si illumina. Era lì che sognava di produrre un vino. E quel sogno è diventato realtà nel 2022, quando – durante un soggiorno presso la produttrice Paula Michelini, viticoltrice nella Valle de Uco – si è ritrovata davanti a una vigna di Tocai friulano piantata negli anni ’60. E lì è scattato qualcosa.
L’Argentina continua a essere una fonte viva d’ispirazione. È stato infatti un produttore italiano trasferitosi laggiù a ispirarla fin dall’inizio: Piero Incisa della Rocchetta, nipote del marchese Mario Incisa — sì, quello del Sassicaia — che in Patagonia guida la splendida Bodega Chacra.
Il nostro primo incontro avviene in un vigneto centenario, nel cuore di Cormòns. E lì capisco subito che il suo progetto parte dalla vigna, e in particolare dalla gestione del suolo.
Oggi l’azienda si estende su circa sei ettari, divisi tra Cormòns, Corno di Rosazzo e un futuro avamposto a Versa, nel comune di Romans d’Isonzo, dove Marta ha acquistato un casale che sta ristrutturando. Sarà la sua nuova cantina, ma anche una fattoria, un luogo di biodiversità reale, con animali, orti e nuovi esperimenti agricoli.
L’agricoltura segue i principi della biodinamica: filari inerbiti, uso di tè, tisane e compost autoprodotto il più possibile. L’obiettivo, oltre alla biodiversità, è ridurre drasticamente l’utilizzo di rame e zolfo.
C’è un attaccamento fortissimo alla terra. Ma non è che poi, in cantina, si cambi registro. Anzi.
Zero compromessi è il mantra tra le vasche della cantina, dove ci rechiamo per continuare il racconto e iniziare gli assaggi.
La cantina attuale si trova a Cormòns. Me l’aspettavo piccola, quasi provvisoria. E invece mi ritrovo in una “grande stanza”, ordinata ma vissuta, con tante piccole vasche in acciaio, botti in legno e anche qualche uovo in ceramica (che però, mi confessa, non ama e non utilizzerà più, almeno per ora).
Ogni vigneto viene vendemmiato e vinificato separatamente. Il progetto punta a valorizzare le espressioni del territorio, partendo dal rispetto del vigneto e lasciando in secondo piano la purezza varietale, in favore di una più profonda identità di terroir.
In cantina, la parola d’ordine rimane sempre la stessa: zero compromessi — e Marta me lo ripete più volte.
Fermentazioni spontanee (che, mi confessa, le creano sempre una certa tensione, perché sono vive, imprevedibili), nessun additivo, nessun enzima, solo pochissima solforosa. Tutto pensato per ottenere un vino il più possibile naturale, sincero, territoriale.
I vini
Martissima Collio bianco 2024 – Ribolla Gialla. Le uve provengono da un vigneto in cima alla collina a 170 metri dove la ponca affiora in superficie. Contatto con le bucce di una notte n pressa e poi fermentazione spontanea in tonneaux e acciaio inox dove segue anche l’affinamento sulle fecce fini per 8 mesi. Segue un anno di bottiglia. Buona acidità e persistenza per questo bel bianco estivo, da beva
Martissima Rosato 2024 Igt Venezia Giulia. Da uve Pinot nero pressate sofficemente, vino dai sentori fruttati perfetto per l’estate
Martissima Colliop Bianco 2022
Le uve provengono da un vigneto su una collina a Mernico il paese più a Nord della Doc Collio.Un blend di Friulano, Ribolla Gialla e Malvasia. Fiori bianchi, sentori minerali, frutta a polpa bianca come pesca, mela e una leggera pera nel finale. Fresco, sapido e minerale al palato, di ottima beva grazie anche alla sua succosità. Martissima Collio Bianco “Giardino del Monte” 2022 Da un unico vigneto a Cormons di viti centenarie dove questo convivono con molte specie e varietà di alberi da frutto, il tutto circondato da un bosco rendendolo un luogo unico. In questo vigneto tutte le lavorazioni sono fatte a mano E’ un blend classico del Friuli Venezia Giulia degli inizi del 900, che mirava ad unire struttura (tocai friulano) aromaticità (malvasia istriana) e freschezza (ribolla gialla). Vino di grande impatto e intensità gustativa. Schioppettino Tin Tinut 2022
Altro bel progetto questo dello Schioppettino. Macerazione a grappolo intero e affinamento in barrique per un bellissimo rosso dinamico. Martissima Rosso DOC Collio 2020
Un rosso friulano inaspettato, incredibile, vivo, elegante. Vinificazione di stampo borgognone, a grappolo intero, con uve provenienti da viti di oltre 50 anni coltivate nel comune di Dolegna del Collio.
Le uve — Merlot con piccole percentuali di Refosco e Franconia — vengono vinificate in parte in tonneau e in parte in acciaio. Tanta frutta, un tocco di spezia, e una beva che ti fa tornare voglia di bere rosso in questa fantastica regione. Circa 1.000 bottiglie prodotte. Sempre rimanendo il tema zero compromessi l’annata 2021 non e’ stata imbottigliata perché non ritenuta all’altezza. Uscirà nel 2025 l’annata 2022 Quando torno a casa dopo una visita da Marta, porto con me due cose: il sapore nitido dei suoi vini e l’eco della sua voce quando parla di terra, di fermentazioni, di sogni in Patagonia. I suoi vini mi fanno stare in pace. Mi sorprendono sempre, anche quando penso di conoscerli. Hanno quella rara capacità di parlarmi in silenzio, senza bisogno di spiegazioni. E ogni volta che li riassaggio, ritrovo qualcosa di nuovo: un dettaglio, un’intuizione, una vibrazione. Con Marta ho la fortuna di confrontarmi spesso. Ci vediamo, ci parliamo, condividiamo assaggi. È uno scambio che arricchisce, umano prima che professionale. Marta è giovane, determinata, curiosa, ma soprattutto libera. E i suoi vini lo raccontano con la stessa autenticità con cui lei cammina tra le vigne, senza mai ostentare. In un territorio spesso abituato ai nomi blasonati e ai successi consolidati, Martissima è un gesto nuovo, leggero e profondamente radicato. Se non la conoscete ancora, vi consiglio davvero di andare a trovarla. Ascoltatela, assaggiate, lasciatevi sorprendere. Il Collio ha una nuova voce. E vale la pena ascoltarla. Emanuele Muzzo Su Instgram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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Le uve provengono da un vigneto su una collina a Mernico il paese più a Nord della Doc Collio.Un blend di Friulano, Ribolla Gialla e Malvasia. Fiori bianchi, sentori minerali, frutta a polpa bianca come pesca, mela e una leggera pera nel finale. Fresco, sapido e minerale al palato, di ottima beva grazie anche alla sua succosità. Martissima Collio Bianco “Giardino del Monte” 2022 Da un unico vigneto a Cormons di viti centenarie dove questo convivono con molte specie e varietà di alberi da frutto, il tutto circondato da un bosco rendendolo un luogo unico. In questo vigneto tutte le lavorazioni sono fatte a mano E’ un blend classico del Friuli Venezia Giulia degli inizi del 900, che mirava ad unire struttura (tocai friulano) aromaticità (malvasia istriana) e freschezza (ribolla gialla). Vino di grande impatto e intensità gustativa. Schioppettino Tin Tinut 2022
Altro bel progetto questo dello Schioppettino. Macerazione a grappolo intero e affinamento in barrique per un bellissimo rosso dinamico. Martissima Rosso DOC Collio 2020
Un rosso friulano inaspettato, incredibile, vivo, elegante. Vinificazione di stampo borgognone, a grappolo intero, con uve provenienti da viti di oltre 50 anni coltivate nel comune di Dolegna del Collio.
Le uve — Merlot con piccole percentuali di Refosco e Franconia — vengono vinificate in parte in tonneau e in parte in acciaio. Tanta frutta, un tocco di spezia, e una beva che ti fa tornare voglia di bere rosso in questa fantastica regione. Circa 1.000 bottiglie prodotte. Sempre rimanendo il tema zero compromessi l’annata 2021 non e’ stata imbottigliata perché non ritenuta all’altezza. Uscirà nel 2025 l’annata 2022 Quando torno a casa dopo una visita da Marta, porto con me due cose: il sapore nitido dei suoi vini e l’eco della sua voce quando parla di terra, di fermentazioni, di sogni in Patagonia. I suoi vini mi fanno stare in pace. Mi sorprendono sempre, anche quando penso di conoscerli. Hanno quella rara capacità di parlarmi in silenzio, senza bisogno di spiegazioni. E ogni volta che li riassaggio, ritrovo qualcosa di nuovo: un dettaglio, un’intuizione, una vibrazione. Con Marta ho la fortuna di confrontarmi spesso. Ci vediamo, ci parliamo, condividiamo assaggi. È uno scambio che arricchisce, umano prima che professionale. Marta è giovane, determinata, curiosa, ma soprattutto libera. E i suoi vini lo raccontano con la stessa autenticità con cui lei cammina tra le vigne, senza mai ostentare. In un territorio spesso abituato ai nomi blasonati e ai successi consolidati, Martissima è un gesto nuovo, leggero e profondamente radicato. Se non la conoscete ancora, vi consiglio davvero di andare a trovarla. Ascoltatela, assaggiate, lasciatevi sorprendere. Il Collio ha una nuova voce. E vale la pena ascoltarla. Emanuele Muzzo Su Instgram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
9 Luglio, 2025
Un giorno da Roncus. Venezia nel calice, Collio nel cuore
Un giorno a Roncus non è solo una giornata tra vigne e bottiglie: è un’immersione nella visione di Marco Perco, tra il Collio più autentico e un nuovo progetto lagunare che ridà voce alla Dorona di Venezia. Un racconto che parte da Capriva e approda alle Vignole, sull’onda di un’idea che unisce terroir diversi sotto lo stesso orizzonte.
Tutto è iniziato con una telefonata, una di quelle che sanno di libertà. Sono le 8:30 del mattino, squilla il telefono: è il mio caro amico Marco.
Sei libero oggi? Che ne dici di farci una giornata nel Collio?
Non ci penso due volte. Fuori è una splendida giornata di fine primavera, il sole già scalda come in estate e il termometro si avvicina ai 30 gradi. Alle 10 siamo in viaggio, senza una meta precisa, solo la voglia di prenderci il tempo, di perderci tra colline, vigne e chiacchiere.
Marco è un grande appassionato di vino come me, e così iniziamo a girovagare tra le colline di Ruttars, poi Plessiva, infine Zegla. È durante questo zig-zagare tra cru e filari che mi torna in mente una cosa: Roncus, l’azienda di Marco Perco a Capriva del Friuli, ha appena aperto l’agriturismo. Lo conosco già, e so che lì non si sbaglia. Chiamo, risponde lui: c’è posto. Prenoto.
Quello che ci aspettava era molto più di un pranzo. L’azienda Roncus sorge a Capriva del Friuli, nel cuore del Collio Goriziano. Una realtà che ha radici profonde nella storia agricola della zona, e che oggi Marco conduce con spirito artigiano, attenzione al dettaglio e grande coerenza. Il nome “Roncus” deriva da “ronco”, appezzamento terrazzato: qui la vite cresce tra colline, boschi e ponca, quel terreno marnoso che regala struttura, sapidità ed eleganza. La filosofia è semplice quanto rigorosa: interventi minimi in vigna e in cantina, fermentazioni spontanee, lunghi affinamenti sulle fecce fini. I vini vengono messi in commercio solo quando sono pronti, senza inseguire mode o tempistiche di mercato. La bottiglia, per Marco, è l’ultima tappa di un percorso fatto di ascolto e tempo. Ma c’è un altro lato, meno conosciuto, del suo lavoro: la Dorona di Venezia. Un progetto che nasce lontano dalle colline friulane, in un luogo dove il vino sembra impossibile, un sogno lagunare tra terra e acqua. Andiamo virtualmente a Venezia, sull’Isola delle Vignole. Molti restano interdetti all’idea che nella laguna di Venezia si possa fare viticoltura. Eppure, prima di essere la città dei canali, dell’arte e dei palazzi, Venezia era anche una città-orto. Fino al 1100 persino piazza San Marco era un giardino coltivato. Le isole di Sant’Erasmo, Vignole e Mazzorbo erano il cuore pulsante di questa Venezia contadina, e tra tutte le colture spiccava una varietà a bacca bianca: la Dorona di Venezia. Vitigno autoctono, vigoroso, capace di adattarsi alla salinità del suolo lagunare, la Dorona era considerata un vino “da signori”, spesso destinato alle tavole dei dogi. Poi arrivò il 1966: la più devastante acqua alta mai registrata, con la marea che raggiunse i 194 cm. Gli orti, le vigne e le colture furono sommersi, bruciati dall’acqua salata. La tradizione agricola andò in frantumi. Dopo decenni di oblio, la Dorona è tornata a vivere grazie a progetti pionieristici come quello di Mazzorbo. Ma è sull’isola di Vignole, in un luogo ancora più appartato e selvaggio, che oggi prende forma una nuova rinascita. Tutto nasce da una visita in laguna, su invito di un amico ristoratore, per conoscere un terreno incolto ma ancora in possesso di vecchi diritti d’impianto. Un campo nascosto tra i rovi, dove la viticoltura era solo un’eco remota. Ma quell’isola senza strade, senza bar, senza auto — abitata da pochi ortolani e qualche sparuto filare — aveva qualcosa di unico. Assaggiando le verdure cresciute nella terra lagunare, dense di sapori e mineralità, è nata la convinzione che quel suolo potesse esprimere vini profondi, autentici, unici.
È così che nasce l’azienda agricola Biniola, dal nome latino dell’isola, con l’intento di recuperare la Dorona, non solo come vitigno, ma come simbolo agricolo e culturale della Venezia più nascosta. La selezione delle barbatelle è avvenuta grazie al lavoro dei Vivai Rauscedo, con materiale genetico raccolto tra le isole minori e biotipi diversi di Dorona mai impiantati prima. Un patrimonio ampelografico prezioso, con una linea genetica che risale a oltre 200 anni fa. Recenti studi hanno confermato che la Dorona non è identica alla Garganega, come si credeva, ma il frutto di un incrocio naturale tra Garganega e Bermestia Bianca, varietà da tavola dell’Emilia. Il vigneto di Vignole affonda le radici in un suolo stratificato: sabbia e torba ricca di minerali nei primi cinquanta centimetri, poi argilla e acqua salmastra, leggermente clorata.
Tutti questi elementi contribuiscono a costruire l’identità del vino, assieme all’aria satura di sale e al silenzio irreale che pervade l’isola. La Dorona, uva neutra e dalla buccia spessa, proprio come la Garganega, assorbe e restituisce il carattere del suolo in cui cresce. Le uve, raccolte a mano e trasportate via barca, vengono vinificate nella cantina A Mi Manera di Toni Bigai, nel Lison Pramaggiore, entro i confini della provincia di Venezia per mantenere la IGT. Qui inizia un processo enologico coerente con la visione del progetto: niente macerazioni, niente barrique, niente lieviti selezionati, solo fermentazioni spontanee in cemento, per non alterare l’identità salmastra e terrosa del vino. La Dorona viene proposta in due versioni: una leggermente filtrata, più elegante, e una non filtrata — identificata in etichetta con la dicitura dialettale No Filtrà, più pietrosa, più viva, quasi prelevata direttamente dalla botte.
La bottiglia porta in etichetta una pennellata d’autore: un disegno originale di Lele Vianello, illustratore che ha lavorato con Hugo Pratt, evocando un mondo sospeso tra laguna e avventura. La produzione, ancora limitata, è destinata a crescere con l’impianto di un nuovo ettaro e mezzo di vigna.
Ma il progetto non punta solo al vino:
prevede anche uno sviluppo enoturistico su misura, che permetta a chi arriva a Venezia di scoprire l’altra faccia della laguna. L’idea è quella di un percorso immersivo: passeggiata tra orti e vigneti, degustazione sotto un portico affacciato su Venezia, con vista sull’Arsenale, San Michele, Murano.
Un’oasi lontana dal turismo di massa, dove la Dorona dialoga con la natura, la cultura agricola e il paesaggio. Il progetto si chiama Dalla Collina alla Laguna: un filo che unisce il Collio friulano e la laguna veneziana, due mondi diversi ma complementari, entrambi capaci di raccontare, attraverso il vino, il senso più profondo di un territorio.
Come dice chi l’ha ideato Non aspiriamo a fare il vino più buono al mondo, ma il vino più unico al mondo. Un vino che sa di sale, di vento, di erbe lagunari. Un vino che conquista non per potenza, ma per verità, ovvero identità. Una giornata tra fra bottiglie, parole e semplicità
A tavola Marco ci guida con generosità. Si comincia con una bottiglia di Bianco Vecchie Vigne 2017 che, a suo dire, non è perfetta. Senza pensarci troppo, ne apre subito un’altra. E ha ragione: il vino si apre, si distende e si illumina. Non è una questione di forma, ma di verità. Poi arrivano il Val di Miez 2019 (in anteprima), un vino profondo e in divenire, e la Dorona 2022, che nel calice racconta salinità, luce e tensione. Infine, ecco il Friulano 2021, integro, schietto, con quella forza gentile che è cifra del Collio migliore. La cucina accompagna i calici con pari dignità. Uno dei piatti che più ci ha colpiti è stata una rivisitazione di radici e fasioi, preparata con verdure dell’orto e un guanciale croccante adagiato sopra: goduriosa, rustica e raffinata insieme. Poi una carbonara ben fatta, saporita, che sorprende non solo per la riuscita tecnica ma per il gesto che la accompagna: l’incasso del piatto viene devoluto al CRO di Aviano. Un segno concreto di attenzione e umanità, che rende l’agriturismo un luogo ancora più vero. Chiude il pranzo un capretto con patate, croccante, tenero e saporito, servito con quella naturalezza che fa sembrare semplice anche ciò che non lo è. Ma il cuore della giornata è stato il confronto con Marco Perco. Una lunga chiacchierata tra fra appassionati veri, senza filtri né parole sprecate. Si è parlato di vini e di tempo, di identità e di scelte, di Collio e di laguna. Con rispetto, lucidità e passione. Roncus non è solo un’azienda agricola. È una visione: un luogo dove il vino non è prodotto, ma racconto. L’agriturismo ne è l’estensione naturale, e il progetto lagunare sulla Dorona ne rappresenta il lato più poetico e radicale. In un mondo che urla, qui si ascolta. E ci si ricorda quanto siano preziose le giornate nate per caso, quelle che cominciano con una telefonata e finiscono con un brindisi tra amici al Collio, alla laguna, alla bellezza delle cose fatte con amore. Emanuele Muzzo Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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Quello che ci aspettava era molto più di un pranzo. L’azienda Roncus sorge a Capriva del Friuli, nel cuore del Collio Goriziano. Una realtà che ha radici profonde nella storia agricola della zona, e che oggi Marco conduce con spirito artigiano, attenzione al dettaglio e grande coerenza. Il nome “Roncus” deriva da “ronco”, appezzamento terrazzato: qui la vite cresce tra colline, boschi e ponca, quel terreno marnoso che regala struttura, sapidità ed eleganza. La filosofia è semplice quanto rigorosa: interventi minimi in vigna e in cantina, fermentazioni spontanee, lunghi affinamenti sulle fecce fini. I vini vengono messi in commercio solo quando sono pronti, senza inseguire mode o tempistiche di mercato. La bottiglia, per Marco, è l’ultima tappa di un percorso fatto di ascolto e tempo. Ma c’è un altro lato, meno conosciuto, del suo lavoro: la Dorona di Venezia. Un progetto che nasce lontano dalle colline friulane, in un luogo dove il vino sembra impossibile, un sogno lagunare tra terra e acqua. Andiamo virtualmente a Venezia, sull’Isola delle Vignole. Molti restano interdetti all’idea che nella laguna di Venezia si possa fare viticoltura. Eppure, prima di essere la città dei canali, dell’arte e dei palazzi, Venezia era anche una città-orto. Fino al 1100 persino piazza San Marco era un giardino coltivato. Le isole di Sant’Erasmo, Vignole e Mazzorbo erano il cuore pulsante di questa Venezia contadina, e tra tutte le colture spiccava una varietà a bacca bianca: la Dorona di Venezia. Vitigno autoctono, vigoroso, capace di adattarsi alla salinità del suolo lagunare, la Dorona era considerata un vino “da signori”, spesso destinato alle tavole dei dogi. Poi arrivò il 1966: la più devastante acqua alta mai registrata, con la marea che raggiunse i 194 cm. Gli orti, le vigne e le colture furono sommersi, bruciati dall’acqua salata. La tradizione agricola andò in frantumi. Dopo decenni di oblio, la Dorona è tornata a vivere grazie a progetti pionieristici come quello di Mazzorbo. Ma è sull’isola di Vignole, in un luogo ancora più appartato e selvaggio, che oggi prende forma una nuova rinascita. Tutto nasce da una visita in laguna, su invito di un amico ristoratore, per conoscere un terreno incolto ma ancora in possesso di vecchi diritti d’impianto. Un campo nascosto tra i rovi, dove la viticoltura era solo un’eco remota. Ma quell’isola senza strade, senza bar, senza auto — abitata da pochi ortolani e qualche sparuto filare — aveva qualcosa di unico. Assaggiando le verdure cresciute nella terra lagunare, dense di sapori e mineralità, è nata la convinzione che quel suolo potesse esprimere vini profondi, autentici, unici.
È così che nasce l’azienda agricola Biniola, dal nome latino dell’isola, con l’intento di recuperare la Dorona, non solo come vitigno, ma come simbolo agricolo e culturale della Venezia più nascosta. La selezione delle barbatelle è avvenuta grazie al lavoro dei Vivai Rauscedo, con materiale genetico raccolto tra le isole minori e biotipi diversi di Dorona mai impiantati prima. Un patrimonio ampelografico prezioso, con una linea genetica che risale a oltre 200 anni fa. Recenti studi hanno confermato che la Dorona non è identica alla Garganega, come si credeva, ma il frutto di un incrocio naturale tra Garganega e Bermestia Bianca, varietà da tavola dell’Emilia. Il vigneto di Vignole affonda le radici in un suolo stratificato: sabbia e torba ricca di minerali nei primi cinquanta centimetri, poi argilla e acqua salmastra, leggermente clorata.
Tutti questi elementi contribuiscono a costruire l’identità del vino, assieme all’aria satura di sale e al silenzio irreale che pervade l’isola. La Dorona, uva neutra e dalla buccia spessa, proprio come la Garganega, assorbe e restituisce il carattere del suolo in cui cresce. Le uve, raccolte a mano e trasportate via barca, vengono vinificate nella cantina A Mi Manera di Toni Bigai, nel Lison Pramaggiore, entro i confini della provincia di Venezia per mantenere la IGT. Qui inizia un processo enologico coerente con la visione del progetto: niente macerazioni, niente barrique, niente lieviti selezionati, solo fermentazioni spontanee in cemento, per non alterare l’identità salmastra e terrosa del vino. La Dorona viene proposta in due versioni: una leggermente filtrata, più elegante, e una non filtrata — identificata in etichetta con la dicitura dialettale No Filtrà, più pietrosa, più viva, quasi prelevata direttamente dalla botte.
La bottiglia porta in etichetta una pennellata d’autore: un disegno originale di Lele Vianello, illustratore che ha lavorato con Hugo Pratt, evocando un mondo sospeso tra laguna e avventura. La produzione, ancora limitata, è destinata a crescere con l’impianto di un nuovo ettaro e mezzo di vigna.
Ma il progetto non punta solo al vino:
prevede anche uno sviluppo enoturistico su misura, che permetta a chi arriva a Venezia di scoprire l’altra faccia della laguna. L’idea è quella di un percorso immersivo: passeggiata tra orti e vigneti, degustazione sotto un portico affacciato su Venezia, con vista sull’Arsenale, San Michele, Murano.
Un’oasi lontana dal turismo di massa, dove la Dorona dialoga con la natura, la cultura agricola e il paesaggio. Il progetto si chiama Dalla Collina alla Laguna: un filo che unisce il Collio friulano e la laguna veneziana, due mondi diversi ma complementari, entrambi capaci di raccontare, attraverso il vino, il senso più profondo di un territorio.
Come dice chi l’ha ideato Non aspiriamo a fare il vino più buono al mondo, ma il vino più unico al mondo. Un vino che sa di sale, di vento, di erbe lagunari. Un vino che conquista non per potenza, ma per verità, ovvero identità. Una giornata tra fra bottiglie, parole e semplicità
A tavola Marco ci guida con generosità. Si comincia con una bottiglia di Bianco Vecchie Vigne 2017 che, a suo dire, non è perfetta. Senza pensarci troppo, ne apre subito un’altra. E ha ragione: il vino si apre, si distende e si illumina. Non è una questione di forma, ma di verità. Poi arrivano il Val di Miez 2019 (in anteprima), un vino profondo e in divenire, e la Dorona 2022, che nel calice racconta salinità, luce e tensione. Infine, ecco il Friulano 2021, integro, schietto, con quella forza gentile che è cifra del Collio migliore. La cucina accompagna i calici con pari dignità. Uno dei piatti che più ci ha colpiti è stata una rivisitazione di radici e fasioi, preparata con verdure dell’orto e un guanciale croccante adagiato sopra: goduriosa, rustica e raffinata insieme. Poi una carbonara ben fatta, saporita, che sorprende non solo per la riuscita tecnica ma per il gesto che la accompagna: l’incasso del piatto viene devoluto al CRO di Aviano. Un segno concreto di attenzione e umanità, che rende l’agriturismo un luogo ancora più vero. Chiude il pranzo un capretto con patate, croccante, tenero e saporito, servito con quella naturalezza che fa sembrare semplice anche ciò che non lo è. Ma il cuore della giornata è stato il confronto con Marco Perco. Una lunga chiacchierata tra fra appassionati veri, senza filtri né parole sprecate. Si è parlato di vini e di tempo, di identità e di scelte, di Collio e di laguna. Con rispetto, lucidità e passione. Roncus non è solo un’azienda agricola. È una visione: un luogo dove il vino non è prodotto, ma racconto. L’agriturismo ne è l’estensione naturale, e il progetto lagunare sulla Dorona ne rappresenta il lato più poetico e radicale. In un mondo che urla, qui si ascolta. E ci si ricorda quanto siano preziose le giornate nate per caso, quelle che cominciano con una telefonata e finiscono con un brindisi tra amici al Collio, alla laguna, alla bellezza delle cose fatte con amore. Emanuele Muzzo Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
2 Luglio, 2025
JNK. Dal Vipava con amore, il vino secondo Kristina
Ci sono vini che non si dimenticano. Non perché siano perfetti, ma perché ti parlano. Ti prendono il tempo, la bocca e i pensieri. In Slovenia, nella Valle del Vipava, c’è una piccola cantina che non fa rumore ma lascia il segno. È lì che il vino profuma di storia, di mani callose, di attese lunghissime. È lì che torno oggi.
E così, virtualmente, i nostri orizzonti si allargano fino a spingersi tra le vigne della Slovenia, con il cuore e con la mente. Precisamente a Šempas, a pochi chilometri da Nova Gorica e dal confine italiano. Siamo proprio nella Valle del Vipava, ed è qui che si trova la cantina vinicola Mervič, conosciuta nel mondo degli appassionati semplicemente come JNK. JNK è una piccola cantina a conduzione familiare, fondata nel 1890 da Ivan Mervič, soprannominato appunto “Jnk”. Fu lui ad acquistare i primi terreni e piantare le prime 200 viti. Da allora, la cantina è passata di padre in figlio, e oggi raggiunge livelli qualitativi molto alti. Alla guida troviamo Kristina Mervič, con il supporto del padre Boleslav. Ho un rapporto molto bello con Kristina: la incontro sempre volentieri, che sia in una fiera o in un passaggio veloce nella piccola cantina. Lei ti accoglie sempre con un sorriso sincero, con un calore silenzioso che racconta più di mille parole. L’azienda possiede 3,5 ettari di vigneti, in gran parte collinari, con pendenze che arrivano fino al 45%. I vigneti sono posti tra i 100 e i 350 metri di altitudine, su suoli variabili caratterizzati da un’alternanza di marne e antiche argille, che donano ai vini struttura, corpo, buona acidità, e soprattutto grande mineralità. Il microclima è particolare: è il risultato dell’incontro tra i venti freddi del nord e le brezze miti del mar Adriatico. Uno dei vigneti più piccoli si trova nel paese di Šmihel, accanto a una chiesetta dedicata a San Michele, da cui prende il nome il vino Sv. Mihael (un uvaggio di più varietà, che vedremo tra poco). Insieme allo Chardonnay, rappresenta – a mio avviso – la vera punta di diamante della produzione. Completano la gamma dei bianchi la Ribolla Gialla, il Jakot (Tocai Friulano) e la Malvazija. I rossi sono invece affidati ai due vitigni bordolesi per eccellenza: Merlot e Cabernet Sauvignon. La produzione totale si aggira attorno alle 8.000 bottiglie. La filosofia aziendale è semplice e chiara: solo da una grande materia prima nascono grandi vini. Tutti i lavori in vigna sono manuali, senza utilizzo di sostanze chimiche. Anche la vendemmia è manuale, eseguita solo a piena maturazione delle uve, con un’accurata selezione dei grappoli. Le rese sono basse: l’obiettivo è raccogliere uve perfette e sanissime. In cantina si prosegue con la tradizione: le uve bianche macerano sulle bucce per 3, 5 o 8 giorni, mentre i rossi arrivano fino a 40 giorni di macerazione, sempre con lieviti indigeni e senza controllo della temperatura. L’utilizzo di solforosa è minimo: la macerazione estrae anche una parte dei tannini, che contribuisce a proteggere naturalmente il vino. Le concentrazioni totali di solforosa sono spesso sotto i 50 mg/l. Gli affinamenti in bottiglia, per scelta aziendale, sono molto lunghi. Una volta svinati, i vini maturano sulle fecce fini in botti di rovere di varie dimensioni, a seconda del vino, seguiti da un ulteriore affinamento in bottiglia di almeno un anno, spesso prolungato. I vini escono pronti, mai prima di 3–4 anni dalla vendemmia. L’etichetta e la conchiglia C’è una storia affascinante dietro l’etichetta delle circa 8.000 bottiglie prodotte ogni anno. La racconta Kristina: L’immagine rappresenta un fossile, Mervicia exima gen., una conchiglia unica al mondo, scoperta nel 1967 nella palude Barje di Lubiana da mio zio Jože, lì per motivi di studio. Il nome di questo fossile, dal colore perlato, riporta il nostro cognome. L’etichetta gli è dedicata. Il vino, come un fossile, può durare tantissimi anni. Degustazioni e note di assaggio di qualche vino Rebula Riserva 2009 Scorza d’arancia candita, miele, albicocca, frutta secca, fiori di campo essiccati. Pulizia impeccabile. Al palato è pieno, caldo, ampio, molto sapido e lunghissimo. Da bere con formaggi stagionati. Sv. Mihael 2011 Uvaggio di Sauvignon, Pinot Bianco, Malvasia e Ribolla. Spettacolare. Profumi di erbe di campo, nocciola, miele, pesca, albicocca, datteri. Più resta nel calice, più evolve. Vellutato come seta, fresco, elegante e potente. Finale lunghissimo, con ritorni di albicocca e dattero.
Da aprire almeno un’ora prima, servire a 14 °C. Perfetto con polpo alla brace o nella peka. Sv. Mihael 2012 Giallo dorato intenso e luminoso. Profumi eleganti e ricchi: fieno, fiori, erbe aromatiche, albicocca, pera. Al palato è vellutato e fresco, elegante e persistente. Secondo me non ai livelli della 2011, ma comunque un grande vino. Bianco da lunghissima evoluzione. Vitovska 2018 Che grande sorpresa questa Vitovska fuori dal classico contesto carsolino. Giallo luminoso. Profumi eleganti e ricchi: erbe aromatiche, mango, miele, spezie, albicocca, pera. Al palato è vellutato e fresco, verticale, elegante e persistente. Bianco da lungha evoluzione da provare con crostacei alla griglia. Chardonnay 2003 Bevuto circa un anno fa. Giallo oro, al naso fruttato ed erbaceo. In bocca pieno, ampio, elegante, avvolgente. Ricco, intenso, persistente. Un vino da capretto al forno e voi penerete che abbinamento stano, ma fantastico ve lo assicuro. Peccato averlo bevuto troppo in fretta… uffa! Merlot 2007 Assaggiato alla Locanda Devetak circa un anno fa, in abbinamento a uno splendido filetto di cinghiale – tanto buono da fare il bis, di entrambi: vino e cinghiale. Acidità ben presente, tannino smussato. Colore rosso rubino intenso. Profumi eleganti di mirtillo e lampone, con una leggera nota vegetale e speziata. Al palato è saporito, persistente, elegante. Non mi stancherò mai di dirlo: dopo Pomerol, questo areale – Friuli Venezia Giulia, Slovenia, ma direi l’Istria in genere – è la seconda casa del Merlot. Poi ci sono altri vini come Pinot Bianco e Cabernet Sauvignon, ma ne parleremo in futuro. Considerazioni finali In un mondo di macerati spesso troppo estremi o instabili, JNK riesce a trovare una precisione rara, una pulizia che non sacrifica né la materia né l’identità. È vino naturale, sì, ma anche vino che sa aspettare, che evolve senza spigolature. Sono bottiglie che porti a tavola quando vuoi condividere, non quando vuoi stupire. Ti restano dentro, come certe conversazioni che non dimentichi. Vini di grande classe, piacevoli e seducenti, capaci di emozionare. Vini che meritano tempo, attenzione, ascolto. Nell’ultimo anno ne abbiamo bevute tante e ogni bottiglia è stata un piccolo evento.
Vini da bere, non solo da degustare. Chapeau. In ogni bottiglia, un fossile che respira. Un tempo che non corre. Un vino che parla. Emanuele Muzzo Su Instgram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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E così, virtualmente, i nostri orizzonti si allargano fino a spingersi tra le vigne della Slovenia, con il cuore e con la mente. Precisamente a Šempas, a pochi chilometri da Nova Gorica e dal confine italiano. Siamo proprio nella Valle del Vipava, ed è qui che si trova la cantina vinicola Mervič, conosciuta nel mondo degli appassionati semplicemente come JNK. JNK è una piccola cantina a conduzione familiare, fondata nel 1890 da Ivan Mervič, soprannominato appunto “Jnk”. Fu lui ad acquistare i primi terreni e piantare le prime 200 viti. Da allora, la cantina è passata di padre in figlio, e oggi raggiunge livelli qualitativi molto alti. Alla guida troviamo Kristina Mervič, con il supporto del padre Boleslav. Ho un rapporto molto bello con Kristina: la incontro sempre volentieri, che sia in una fiera o in un passaggio veloce nella piccola cantina. Lei ti accoglie sempre con un sorriso sincero, con un calore silenzioso che racconta più di mille parole. L’azienda possiede 3,5 ettari di vigneti, in gran parte collinari, con pendenze che arrivano fino al 45%. I vigneti sono posti tra i 100 e i 350 metri di altitudine, su suoli variabili caratterizzati da un’alternanza di marne e antiche argille, che donano ai vini struttura, corpo, buona acidità, e soprattutto grande mineralità. Il microclima è particolare: è il risultato dell’incontro tra i venti freddi del nord e le brezze miti del mar Adriatico. Uno dei vigneti più piccoli si trova nel paese di Šmihel, accanto a una chiesetta dedicata a San Michele, da cui prende il nome il vino Sv. Mihael (un uvaggio di più varietà, che vedremo tra poco). Insieme allo Chardonnay, rappresenta – a mio avviso – la vera punta di diamante della produzione. Completano la gamma dei bianchi la Ribolla Gialla, il Jakot (Tocai Friulano) e la Malvazija. I rossi sono invece affidati ai due vitigni bordolesi per eccellenza: Merlot e Cabernet Sauvignon. La produzione totale si aggira attorno alle 8.000 bottiglie. La filosofia aziendale è semplice e chiara: solo da una grande materia prima nascono grandi vini. Tutti i lavori in vigna sono manuali, senza utilizzo di sostanze chimiche. Anche la vendemmia è manuale, eseguita solo a piena maturazione delle uve, con un’accurata selezione dei grappoli. Le rese sono basse: l’obiettivo è raccogliere uve perfette e sanissime. In cantina si prosegue con la tradizione: le uve bianche macerano sulle bucce per 3, 5 o 8 giorni, mentre i rossi arrivano fino a 40 giorni di macerazione, sempre con lieviti indigeni e senza controllo della temperatura. L’utilizzo di solforosa è minimo: la macerazione estrae anche una parte dei tannini, che contribuisce a proteggere naturalmente il vino. Le concentrazioni totali di solforosa sono spesso sotto i 50 mg/l. Gli affinamenti in bottiglia, per scelta aziendale, sono molto lunghi. Una volta svinati, i vini maturano sulle fecce fini in botti di rovere di varie dimensioni, a seconda del vino, seguiti da un ulteriore affinamento in bottiglia di almeno un anno, spesso prolungato. I vini escono pronti, mai prima di 3–4 anni dalla vendemmia. L’etichetta e la conchiglia C’è una storia affascinante dietro l’etichetta delle circa 8.000 bottiglie prodotte ogni anno. La racconta Kristina: L’immagine rappresenta un fossile, Mervicia exima gen., una conchiglia unica al mondo, scoperta nel 1967 nella palude Barje di Lubiana da mio zio Jože, lì per motivi di studio. Il nome di questo fossile, dal colore perlato, riporta il nostro cognome. L’etichetta gli è dedicata. Il vino, come un fossile, può durare tantissimi anni. Degustazioni e note di assaggio di qualche vino Rebula Riserva 2009 Scorza d’arancia candita, miele, albicocca, frutta secca, fiori di campo essiccati. Pulizia impeccabile. Al palato è pieno, caldo, ampio, molto sapido e lunghissimo. Da bere con formaggi stagionati. Sv. Mihael 2011 Uvaggio di Sauvignon, Pinot Bianco, Malvasia e Ribolla. Spettacolare. Profumi di erbe di campo, nocciola, miele, pesca, albicocca, datteri. Più resta nel calice, più evolve. Vellutato come seta, fresco, elegante e potente. Finale lunghissimo, con ritorni di albicocca e dattero.
Da aprire almeno un’ora prima, servire a 14 °C. Perfetto con polpo alla brace o nella peka. Sv. Mihael 2012 Giallo dorato intenso e luminoso. Profumi eleganti e ricchi: fieno, fiori, erbe aromatiche, albicocca, pera. Al palato è vellutato e fresco, elegante e persistente. Secondo me non ai livelli della 2011, ma comunque un grande vino. Bianco da lunghissima evoluzione. Vitovska 2018 Che grande sorpresa questa Vitovska fuori dal classico contesto carsolino. Giallo luminoso. Profumi eleganti e ricchi: erbe aromatiche, mango, miele, spezie, albicocca, pera. Al palato è vellutato e fresco, verticale, elegante e persistente. Bianco da lungha evoluzione da provare con crostacei alla griglia. Chardonnay 2003 Bevuto circa un anno fa. Giallo oro, al naso fruttato ed erbaceo. In bocca pieno, ampio, elegante, avvolgente. Ricco, intenso, persistente. Un vino da capretto al forno e voi penerete che abbinamento stano, ma fantastico ve lo assicuro. Peccato averlo bevuto troppo in fretta… uffa! Merlot 2007 Assaggiato alla Locanda Devetak circa un anno fa, in abbinamento a uno splendido filetto di cinghiale – tanto buono da fare il bis, di entrambi: vino e cinghiale. Acidità ben presente, tannino smussato. Colore rosso rubino intenso. Profumi eleganti di mirtillo e lampone, con una leggera nota vegetale e speziata. Al palato è saporito, persistente, elegante. Non mi stancherò mai di dirlo: dopo Pomerol, questo areale – Friuli Venezia Giulia, Slovenia, ma direi l’Istria in genere – è la seconda casa del Merlot. Poi ci sono altri vini come Pinot Bianco e Cabernet Sauvignon, ma ne parleremo in futuro. Considerazioni finali In un mondo di macerati spesso troppo estremi o instabili, JNK riesce a trovare una precisione rara, una pulizia che non sacrifica né la materia né l’identità. È vino naturale, sì, ma anche vino che sa aspettare, che evolve senza spigolature. Sono bottiglie che porti a tavola quando vuoi condividere, non quando vuoi stupire. Ti restano dentro, come certe conversazioni che non dimentichi. Vini di grande classe, piacevoli e seducenti, capaci di emozionare. Vini che meritano tempo, attenzione, ascolto. Nell’ultimo anno ne abbiamo bevute tante e ogni bottiglia è stata un piccolo evento.
Vini da bere, non solo da degustare. Chapeau. In ogni bottiglia, un fossile che respira. Un tempo che non corre. Un vino che parla. Emanuele Muzzo Su Instgram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
26 Giugno, 2025
Roxanich. Dove il vino ascolta la terra e il tempo gli insegna a parlare
Vigne e Orizzonti ci porta questa volta oltreconfine, tra le colline rosse e i silenzi luminosi dell’Istria croata. Siamo a Motovun, borgo incantato sospeso tra cielo e terra, tartufi e memorie, noto anche per aver dato i natali a Mario Andretti.
È alle sue pendici che prende vita Roxanich, la cantina visionaria di Mladen Rožanić: un luogo fuori dal tempo, dove tradizione, biodinamica e radicalità si fondono in un’idea di vino che non rincorre il mercato, ma il senso.
Una storia che merita di essere raccontata. Un Incontro Folgorante La mia scoperta di Roxanich avviene per caso – o forse no – tra le suggestioni dell’Orange Wine Festival di Isola nel 2023. Quei vini mi colpiscono al cuore: profondi, opachi, ribelli. Li ritrovo pochi mesi dopo all’Amber Wine 2023, ed è chiaro che non si tratta solo di suggestione. C’è sostanza, visione, autenticità e rimango impressionato dalle annate proposte, non certo le ultime come succede sovente con i vignaioli del Friuli Venezia Giulia Nel marzo 2024, in un intreccio curioso di coincidenze, conosco un collaboratore di Mladen da Specogna, nei Colli Orientali. Poche parole bastano per far nascere un invito che cambierà tutto: due giorni (con Tania mia moglie) a Motovun con Mladen e il suo braccio destro Stjepen, che con generosità e passione mi immergono nella loro visione. Una filosofia che sento mia: zero interventismo, tempo, autenticità. I vini escono solo quando sono pronti, e ogni bottiglia racconta la sua storia con radicale onestà. Sono tornato da Roxanich anche pochi giorni fa, con un gruppo di amici e clienti: volevo che conoscessero personalmente questo mondo perché credo fermamente che meriti di essere scoperto, compreso, vissuto. E merita essere diffuso, raccontato. Filosofia e Origini: Il Tempo come Ingrediente Per Mladen Rožanić, la vera sfida era dare nobiltà e longevità ai rossi istriani. Le sue prime tre etichette, tutte del 2005, sono state proprio tre vini rossi, vinificati e invecchiati secondo una filosofia personale e rigorosa. Enologo autodidatta, Rožanić ha approfondito il pensiero di Rudolf Steiner e di Maria Thun, abbracciando biodinamica e antroposofia. Per lui il vino è cibo, e come tale merita tracciabilità totale: annata, vitigno, data di vendemmia e imbottigliamento, esposizione, ore di sole, millimetri di pioggia – tutto è sempre riportato in etichetta.
L’uso di solforosa? Solo se strettamente necessario, per non compromettere il vino. Il tempo è incorruttibile. È l’unica cosa che non possiamo comprare. Quella che scopro non è solo una cantina. È un pensiero liquido. A Roxanich il vino non è mai spinto, mai forzato, mai corretto. Si lavora in vigna in modo biologico, si vinifica in modo naturale e non interventista: fermentazioni spontanee, lunghe macerazioni (anche per i bianchi), nessuna chiarifica, nessuna filtrazione. E soprattutto: i vini escono solo quando sono pronti. Nessun calendario commerciale, solo il tempo della materia. Le uve di Roxanich provengono da una delle zone vinicole più spettacolari e ambite della Croazia: l’“Istria Rossa”. Il nome deriva dal suo caratteristico suolo calcareo rosso, ricco di ferro, con acidità neutra e grande mineralità – condizioni ideali per la coltivazione delle varietà autoctone e internazionali coltivate in azienda. I vigneti si estendono per oltre 26 ettari e forniscono a Roxanich uve già naturalmente ricche di sapore, coltivate senza l’uso di pesticidi o arricchimenti artificiali. I principali cru aziendali – Mondellebotte (Bačva), Bussure e Valle – erano noti fin dall’antichità come “terreni migliori” della zona. La posizione dei vigneti, a circa 200 metri sul livello del mare e relativamente vicini alla costa, garantisce un benefico scambio termico tra giorno e notte, contribuendo alla complessità aromatica e alla struttura dei vini. Mladen Rožanić, discepolo dei viticoltori della Valle del Rodano, ha compiuto fin da giovane un vero e proprio pellegrinaggio enologico, visitando cantine in tutta Europa prima di tornare nella sua natia Istria per dar vita alla sua visione. È una filosofia che sento mia. Che mi parla di verità, di fiducia nella natura, di pazienza. Una filosofia che, oggi più che mai, ha bisogno di essere raccontata. Le Tre Linee Roxanich: Freschezza, Famiglia, Profondità First Roses Linea d’ingresso, fondata su macerazioni brevissime di 24 ore, pensata per offrire freschezza e bevibilità pur rimanendo fedele alla filosofia della casa. Perfetti per l’aperitivo, sono vini diretti, giocosi, ma mai banali. Un invito a lasciarsi incuriosire. Montona – Malvasia Istriana Roxanich Rovigno – Blend di Malvasia Istriana, Pinot Bianco, Chardonnay Draga – Pinot Bianco Mirna – Sauvignon Blanc Portorose – Rosato da Borgonja Istriana e Terrano Venezia – Blend variabile di Merlot, Terrano, Refosco, Cabernet Sauvignon Sorelle Linea affettiva e simbolica, dedicata alle sei figlie di Mladen. Ogni vino porta il nome di una figlia, in ordine di età, e riflette la sua personalità attraverso il vitigno scelto. Sono state proprio loro a scegliere il vino che più le rappresentava. Vini longevi, macerati e fermentati spontaneamente, tanto in bianco quanto in rosso. Lara 1/6 – Malvasia Istriana Petra 2/6 – Plavac Mali e Terrano Sara 3/6 – Chardonnay Mara 4/6 – Rosato da Borgonja Istriana Zara 5/6 – Blend di Sauvignon Blanc, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Vermentino, Glera, Friulano, Riesling Italico Tara 6/6 – Blend di Malvasia Nera, Syrah, Lambrusco, Barbera, Cabernet Franc, Borgonja Istriana Philosophy La gamma più ambiziosa e meditativa. Vini da lunghissime macerazioni e affinamenti prolungati, nati per durare nel tempo e cambiare nel bicchiere. Bordo’ 2012 – Merlot Sauvage – Cabernet Sauvignon Teran Re – Terrano Pinot Nero – In purezza Super Istrian – Cabernet Sauvignon, Merlot, Borgonja Istriana Porat Antenal – Vino liquoroso in stile Madeira da uve Cabernet Sauvignon 2009, fortificato con distillato di vino e invecchiato 10 anni in barrique. Omaggio al porto fluviale di Antenal, storico snodo commerciale ai tempi dei Romani, secondo per importanza solo a Venezia. A completare la linea Philosophy, due Metodo Classico in tiratura limitata: Les Bulles – Malvasia Istriana Les Bulles Rosé – Borgonja Istriana e Terrano
Entrambi disponibili in due sboccature: una dopo circa 3 anni, l’altra dopo 5–6 anni. La Cantina: Un Santuario Scavato nella Roccia Nel 2019, Roxanich inaugura una cantina monumentale a sei livelli, scavata nella collina sotto Motovun. È un luogo totale, dove il vino si affina in botti grandi, anfore, barrique e silenzio. Sembra un tempio contemporaneo, fatto di luce soffusa e pietra viva. Qui, tra botti che riposano in penombra e corridoi che odorano di mosto e roccia, ho vissuto due giorni irripetibili. Il vino, qui, è rituale e ricerca, estetica e ascolto. E Mladen, con il suo sguardo sereno e profondo, ti insegna che fare vino significa anche fare silenzio. La cantina ospita anche un elegante wine hotel, una spa e un ristorante gourmet: un invito a immergersi totalmente nella visione di un uomo che ha scelto la strada meno battuta. Conclusione: Una Lezione di Lentezza In un mondo ossessionato dalla velocità, Roxanich ci ricorda che il vino — come la vita — ha bisogno di tempo. Tempo per maturare, per esprimersi, per diventare se stesso. Ogni bottiglia è un gesto di resistenza, una voce che sussurra:
Ascolta, non correre, assapora. E una volta che ti lasci trasportare, non torni più indietro. Perché in un mondo vinicolo sempre più standardizzato, Roxanich è una voce fuori dal coro. È la prova che un’altra strada è possibile: lenta, consapevole, profonda. Chi beve Roxanich non cerca perfezione, ma verità. Non cerca effetto, ma emozione.
Ogni bottiglia è un atto di libertà.
E chi l’assaggia lo sa: questi vini non ti lusingano, ti mettono alla prova. Ma se ti arrendi alla loro complessità, non li dimentichi più. Emanuele Muzzo Su Instgram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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È alle sue pendici che prende vita Roxanich, la cantina visionaria di Mladen Rožanić: un luogo fuori dal tempo, dove tradizione, biodinamica e radicalità si fondono in un’idea di vino che non rincorre il mercato, ma il senso.
Una storia che merita di essere raccontata. Un Incontro Folgorante La mia scoperta di Roxanich avviene per caso – o forse no – tra le suggestioni dell’Orange Wine Festival di Isola nel 2023. Quei vini mi colpiscono al cuore: profondi, opachi, ribelli. Li ritrovo pochi mesi dopo all’Amber Wine 2023, ed è chiaro che non si tratta solo di suggestione. C’è sostanza, visione, autenticità e rimango impressionato dalle annate proposte, non certo le ultime come succede sovente con i vignaioli del Friuli Venezia Giulia Nel marzo 2024, in un intreccio curioso di coincidenze, conosco un collaboratore di Mladen da Specogna, nei Colli Orientali. Poche parole bastano per far nascere un invito che cambierà tutto: due giorni (con Tania mia moglie) a Motovun con Mladen e il suo braccio destro Stjepen, che con generosità e passione mi immergono nella loro visione. Una filosofia che sento mia: zero interventismo, tempo, autenticità. I vini escono solo quando sono pronti, e ogni bottiglia racconta la sua storia con radicale onestà. Sono tornato da Roxanich anche pochi giorni fa, con un gruppo di amici e clienti: volevo che conoscessero personalmente questo mondo perché credo fermamente che meriti di essere scoperto, compreso, vissuto. E merita essere diffuso, raccontato. Filosofia e Origini: Il Tempo come Ingrediente Per Mladen Rožanić, la vera sfida era dare nobiltà e longevità ai rossi istriani. Le sue prime tre etichette, tutte del 2005, sono state proprio tre vini rossi, vinificati e invecchiati secondo una filosofia personale e rigorosa. Enologo autodidatta, Rožanić ha approfondito il pensiero di Rudolf Steiner e di Maria Thun, abbracciando biodinamica e antroposofia. Per lui il vino è cibo, e come tale merita tracciabilità totale: annata, vitigno, data di vendemmia e imbottigliamento, esposizione, ore di sole, millimetri di pioggia – tutto è sempre riportato in etichetta.
L’uso di solforosa? Solo se strettamente necessario, per non compromettere il vino. Il tempo è incorruttibile. È l’unica cosa che non possiamo comprare. Quella che scopro non è solo una cantina. È un pensiero liquido. A Roxanich il vino non è mai spinto, mai forzato, mai corretto. Si lavora in vigna in modo biologico, si vinifica in modo naturale e non interventista: fermentazioni spontanee, lunghe macerazioni (anche per i bianchi), nessuna chiarifica, nessuna filtrazione. E soprattutto: i vini escono solo quando sono pronti. Nessun calendario commerciale, solo il tempo della materia. Le uve di Roxanich provengono da una delle zone vinicole più spettacolari e ambite della Croazia: l’“Istria Rossa”. Il nome deriva dal suo caratteristico suolo calcareo rosso, ricco di ferro, con acidità neutra e grande mineralità – condizioni ideali per la coltivazione delle varietà autoctone e internazionali coltivate in azienda. I vigneti si estendono per oltre 26 ettari e forniscono a Roxanich uve già naturalmente ricche di sapore, coltivate senza l’uso di pesticidi o arricchimenti artificiali. I principali cru aziendali – Mondellebotte (Bačva), Bussure e Valle – erano noti fin dall’antichità come “terreni migliori” della zona. La posizione dei vigneti, a circa 200 metri sul livello del mare e relativamente vicini alla costa, garantisce un benefico scambio termico tra giorno e notte, contribuendo alla complessità aromatica e alla struttura dei vini. Mladen Rožanić, discepolo dei viticoltori della Valle del Rodano, ha compiuto fin da giovane un vero e proprio pellegrinaggio enologico, visitando cantine in tutta Europa prima di tornare nella sua natia Istria per dar vita alla sua visione. È una filosofia che sento mia. Che mi parla di verità, di fiducia nella natura, di pazienza. Una filosofia che, oggi più che mai, ha bisogno di essere raccontata. Le Tre Linee Roxanich: Freschezza, Famiglia, Profondità First Roses Linea d’ingresso, fondata su macerazioni brevissime di 24 ore, pensata per offrire freschezza e bevibilità pur rimanendo fedele alla filosofia della casa. Perfetti per l’aperitivo, sono vini diretti, giocosi, ma mai banali. Un invito a lasciarsi incuriosire. Montona – Malvasia Istriana Roxanich Rovigno – Blend di Malvasia Istriana, Pinot Bianco, Chardonnay Draga – Pinot Bianco Mirna – Sauvignon Blanc Portorose – Rosato da Borgonja Istriana e Terrano Venezia – Blend variabile di Merlot, Terrano, Refosco, Cabernet Sauvignon Sorelle Linea affettiva e simbolica, dedicata alle sei figlie di Mladen. Ogni vino porta il nome di una figlia, in ordine di età, e riflette la sua personalità attraverso il vitigno scelto. Sono state proprio loro a scegliere il vino che più le rappresentava. Vini longevi, macerati e fermentati spontaneamente, tanto in bianco quanto in rosso. Lara 1/6 – Malvasia Istriana Petra 2/6 – Plavac Mali e Terrano Sara 3/6 – Chardonnay Mara 4/6 – Rosato da Borgonja Istriana Zara 5/6 – Blend di Sauvignon Blanc, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Vermentino, Glera, Friulano, Riesling Italico Tara 6/6 – Blend di Malvasia Nera, Syrah, Lambrusco, Barbera, Cabernet Franc, Borgonja Istriana Philosophy La gamma più ambiziosa e meditativa. Vini da lunghissime macerazioni e affinamenti prolungati, nati per durare nel tempo e cambiare nel bicchiere. Bordo’ 2012 – Merlot Sauvage – Cabernet Sauvignon Teran Re – Terrano Pinot Nero – In purezza Super Istrian – Cabernet Sauvignon, Merlot, Borgonja Istriana Porat Antenal – Vino liquoroso in stile Madeira da uve Cabernet Sauvignon 2009, fortificato con distillato di vino e invecchiato 10 anni in barrique. Omaggio al porto fluviale di Antenal, storico snodo commerciale ai tempi dei Romani, secondo per importanza solo a Venezia. A completare la linea Philosophy, due Metodo Classico in tiratura limitata: Les Bulles – Malvasia Istriana Les Bulles Rosé – Borgonja Istriana e Terrano
Entrambi disponibili in due sboccature: una dopo circa 3 anni, l’altra dopo 5–6 anni. La Cantina: Un Santuario Scavato nella Roccia Nel 2019, Roxanich inaugura una cantina monumentale a sei livelli, scavata nella collina sotto Motovun. È un luogo totale, dove il vino si affina in botti grandi, anfore, barrique e silenzio. Sembra un tempio contemporaneo, fatto di luce soffusa e pietra viva. Qui, tra botti che riposano in penombra e corridoi che odorano di mosto e roccia, ho vissuto due giorni irripetibili. Il vino, qui, è rituale e ricerca, estetica e ascolto. E Mladen, con il suo sguardo sereno e profondo, ti insegna che fare vino significa anche fare silenzio. La cantina ospita anche un elegante wine hotel, una spa e un ristorante gourmet: un invito a immergersi totalmente nella visione di un uomo che ha scelto la strada meno battuta. Conclusione: Una Lezione di Lentezza In un mondo ossessionato dalla velocità, Roxanich ci ricorda che il vino — come la vita — ha bisogno di tempo. Tempo per maturare, per esprimersi, per diventare se stesso. Ogni bottiglia è un gesto di resistenza, una voce che sussurra:
Ascolta, non correre, assapora. E una volta che ti lasci trasportare, non torni più indietro. Perché in un mondo vinicolo sempre più standardizzato, Roxanich è una voce fuori dal coro. È la prova che un’altra strada è possibile: lenta, consapevole, profonda. Chi beve Roxanich non cerca perfezione, ma verità. Non cerca effetto, ma emozione.
Ogni bottiglia è un atto di libertà.
E chi l’assaggia lo sa: questi vini non ti lusingano, ti mettono alla prova. Ma se ti arrendi alla loro complessità, non li dimentichi più. Emanuele Muzzo Su Instgram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
17 Giugno, 2025
Vignai da Duline. Lorenzo Mocchiutti e Federica Magrini: il rispetto della terra
Siamo nel cuore dei Colli Orientali del Friuli, tra Manzano e San Giovanni al Natisone, in una zona che rappresenta una delle culle più vocate del vino friulano. Qui i suoli marnosi, le brezze delle Prealpi Giulie e l’incontro tra collina e pianura creano condizioni ideali per una viticoltura di carattere e identità.
È una splendida giornata di fine marzo. Salgo in macchina e mi dirigo verso la zona di Manzano e San Giovanni al Natisone. Per la precisione, la mia destinazione è Villanova del Judrio, dove ha sede l’azienda agricola Vignai da Duline.
Arrivo puntuale alle 10:30 e vengo accolto da Lorenzo, titolare assieme alla moglie Federica. Dopo un saluto iniziale, la conversazione si anima subito: parliamo di conoscenze comuni e del fatto che, anni fa, ho avuto la fortuna di degustare la prima annata di Morus Alba. A piedi ci dirigiamo verso uno dei due poderi, La Duline, a circa 500 metri dalla cantina. L’azienda nasce negli anni ’90, quando Lorenzo comincia a gestire il vigneto di famiglia, proprio quello che stiamo per raggiungere. Mi spiega che la filosofia produttiva si basa sul rispetto della terra e del patrimonio viticolo, con una particolare attenzione alla preservazione delle vecchie viti, molte delle quali risalgono agli anni ’20, e alcune addirittura al 1908.
Mentre passeggiamo tra i filari, Lorenzo mi illustra le varietà presenti: Tocai Giallo, Tocai Verde, e poi parliamo di portainnesti, di cura della vigna, di scelte agronomiche. Mi colpisce la sua profonda conoscenza della campagna e il suo focus sui portainnesti – il Rupestris, in particolare, è il suo preferito. È evidente che la passione con cui cura le vigne ha pochi eguali. Il vigneto Duline si estende su 4 ettari e ospita anche cavalli al pascolo. Le figlie di Lorenzo e Federica, appassionate di equitazione, li montano regolarmente, e ai margini del podere si trova la casa di famiglia.
L’azienda gestisce anche un secondo appezzamento, Ronco Pitotti, situato a nord di Manzano: 6 ettari vitati, circondati da oltre 10 ettari di boschi, con una biodiversità straordinaria. Ronco Pitotti ha una storia affascinante. Si tratta di un terreno che, come per La Duline, non ha mai subito la cosiddetta “rivoluzione chimica” degli anni ’70 e ’80, ovvero l’introduzione massiva di diserbanti, fertilizzanti di sintesi e pesticidi sistemici. Fu acquistato da Anna Pitotti e suo marito, Francesco Valori, nel 1979, grazie a una transazione familiare da zia a nipote, e ha mantenuto intatta la sua originaria sistemazione a balze, risalente al 1500. Essendo biologico di fatto da sempre, non ha mai richiesto riconversioni. Dal 2001, la gestione è passata a Federica e Lorenzo, che ne ha curato le viti una a una con pazienza e dedizione. È stato un lungo lavoro di microvinificazioni, data la presenza di oltre 20 varietà, con biotipi differenti. Qui troviamo Pinot Nero – per il quale ha condotto esperimenti per recuperare i vecchi biotipi innestati su diversi portainnesti –, vecchi Merlot (biotipo a bacca piccola e grappolo spargolo) e Sauvignon, con una selezione storica risalente al ’800, ormai introvabile persino in Francia. Particolarmente interessante è la presenza del Tocai Giallo, un vitigno molto diffuso in Friuli agli inizi del ’900 e oggi quasi scomparso. Lorenzo, con grande determinazione, ha contribuito alla sua riscoperta. Su questa varietà abbiamo fatto una lunga chiacchierata, cercando di coglierne le differenze rispetto al Tocai Verde – di cui parlerò in un articolo a parte nei prossimi giorni. Completano il quadro lo Schioppettino e la Malvasia Istriana. Camminando tra le vigne, si percepisce il piacere autentico di trovarsi immersi nella natura. Filosofia produttiva L’azienda di Lorenzo e Federica è una realtà che, con una forte impronta territoriale e tradizionale, produce circa 30.000 bottiglie l’anno. Il loro approccio è quello del vino naturale antelitteram, con un’attenzione estrema all’ambiente. I vigneti non hanno mai visto diserbanti, vengono effettuati solo trattamenti leggeri a base di rame e zolfo. Le fermentazioni sono spontanee, senza l’impiego di lieviti selezionati, e le vinificazioni sono condotte con tecniche semplici e rispettose, per esaltare al meglio il carattere del territorio. Le botti utilizzate sono esclusivamente botti esauste o legni non tostati, evitando qualsiasi sovrastruttura aromatica.
Una curiosità: non si pratica la cimatura. Questa tecnica, riscoperta dai Vignai, è adottata per mantenere le piante in perfetto equilibrio vegeto-produttivo. Il termine “Chioma Integrale®”, coniato con un pizzico di ironia (anche per richiamare la folta chioma di Lorenzo), è oggi sempre più utilizzato anche in altre aree viticole come la Borgogna e Bordeaux. I benefici riscontrati sono numerosi: miglior gestione idrica, fotosintesi più equilibrata e maturazione omogenea. Accanto a Lorenzo, Federica Magrini rappresenta la dimensione più riflessiva e poetica dell’azienda. Custode attenta della coerenza stilistica e intellettuale del progetto, è lei a tessere il filo tra passato e futuro, tra identità contadina e profondità culturale. La sensibilità con cui osserva e racconta il lavoro quotidiano nei campi e in cantina è parte integrante dell’anima di Vignai da Duline. I Vini (o, più propriamente, le poesie liquide) L’interpretazione di Lorenzo e Federica parte da una materia prima intatta, vibrante, e si esprime in un ventaglio di etichette che attraversano la tradizione friulana con profondità e originalità. I vini sono tutti vinificati con fermentazioni spontanee, senza chiarifiche né filtrazioni, e rappresentano lo specchio fedele delle parcelle da cui provengono, delle annate e di una sensibilità contadina rara. Bianchi: Chardonnay “Ronco Pitotti” Friulano “Duline” Giallo Di… “Ronco Pitotti” (prodotto solo in magnum da uve Tocai Giallo) Malvasia “Chioma Integrale” Morus Alba (blend di Malvasia Istriana e Sauvignon) Pinot Grigio “Ronco Pitotti” Sauvignon “Ronco Pitotti” Rossi: Merlot “Valori” Ronco Pitotti Morus Nigra (Refosco dal Peduncolo Rosso) Pinot Nero “Ronco Pitotti” Schioppettino “Duline” Vini non più prodotti: Malvatea (Malvasia) Viburnum (Merlot e Cabernet) Verduzzo Friulano Nel 2025, AIS ha assegnato a Lorenzo e Federica il prestigioso Tastevin per il Morus Alba 2022, riconoscendo la loro dedizione, visione e coerenza stilistica in un bianco friulano fuori dagli schemi, capace di unire intensità, eleganza, longevità e profonda memoria del territorio Due degustazioni, mini verticali, indimenticabili: il tempo come alleato Ho avuto il piacere e l’onore di ospitare Lorenzo e Federica per due degustazioni approfondite, dedicate rispettivamente ai bianchi e ai rossi. L’idea era semplice ma ambiziosa: mettere a confronto due annate per ciascun vino, una giovane e una più matura, per valutare l’evoluzione, la capacità di invecchiamento e la tenuta nel tempo di ciascuna espressione. Un viaggio sensoriale che ha confermato non solo la precisione artigianale di ciascuna vinificazione, ma anche la straordinaria visione agricola, fondata sulla “chioma integrale” e sulla consapevolezza della “rivoluzione chimica” che ogni vino compie nel tempo. Le annate più vecchie si sono rivelate tutt’altro che in fase discendente: erano vive, profonde, in alcuni casi addirittura in fase ascendente. Bianchi in degustazione: Chardonnay “Ronco Pitotti”: 2022 vs 2010 Morus Alba: 2022 vs 2011 Pinot Grigio “Ronco Pitotti”: 2023 vs 2014 Sauvignon “Ronco Pitotti”: 2020 vs 2016 Rossi in degustazione: Schioppettino “Duline”: 2022 vs 2010 Pinot Nero “Ronco Pitotti”: 2021 vs 2011 Merlot “Ronco Pitotti Valori”: 2021 vs 2009 Morus Nigra: 2020 vs 2005 Oltre la tecnica, la rivelazione è stata emozionale: ogni vino ha raccontato una storia, diversa per annata e identità varietale, ma coerente nella sua integrità. In particolare, il Pinot Grigio e il Morus Alba, Chardonnay si sono distinti per la loro sorprendente vitalità in bottiglie con oltre 10 anni di età. In tutti i vini prodotti al Ronco Pitotti si percepisce in modo netto e profondo l’identità del luogo, un legame quasi viscerale con il territorio, che lo Chardonnay riesce ad esaltare forse più di tutti.
Il Sauvignon “Ronco Pitotti”, invece, è un piccolo capolavoro di coerenza e memoria: proviene da un vecchio biotipo oramai quasi scomparso, che Federica e Lorenzo hanno voluto proteggere e salvare dal dimenticatoio del patrimonio genetico friulano. Grappolo più spargolo, grande spalla acida, produzione limitata a una sola botte e vinificato solo in alcune annate: ne è nato uno dei più grandi vini bianchi italiani. E’ un vinoè un vino da “uao”, di quelli che ti fanno sobbalzare dalla sedia. Non ha nulla a che vedere con la maggior parte dei Sauvignon friulani — e non solo — a cui tanti sono abituati e che, troppo spesso, vengono osannati senza reale profondità. Qui si parla di un’altra cosa: complessità, tensione, anima. La prima annata prodotta è stata la 2016. Tra i vini rossi il Morus Nigra 2005 ha espresso la nobiltà del Refosco con una trama tannica finissima e un cuore balsamico di rara eleganza, il Pinot Nero, nelle due annate degustate, non ha nulla da invidiare ai migliori Pinot Nero italiani – e non solo. Espressivo, cesellato, dinamico, con una tensione gustativa che rivela profondità e prospettiva. Il Merlot “Valori”, invece, conferma come il Friuli sia la seconda patria naturale del Merlot dopo Pomerol: qui il vitigno, pur non essendo autoctono, è presente fin dal 1800 (come anche il Pinot Nero) e trova un’espressione tra le più convincenti in assoluto. E infine lo Schioppettino: una finezza e una bontà rara, che affascina con la sua speziatura elegante e la trama tannica lieve ma presente, come una carezza che lascia il segno. Un piccolo excursus a parte lo merita il “Giallo Di…”, purtroppo (per scelta) non presente nelle due degustazioni, ma a pieno titolo tra i più grandi bianchi italiani. Prodotto esclusivamente in formato magnum da uve di Tocai Giallo, vecchio biotipo friulano, si è dimostrato — nelle annate che ho avuto il piacere di degustare di recente (2009, 2017, 2019 e 2021) — un vino di impressionante coerenza e personalità. Colore dorato, luminoso e vivo, sempre. Al naso un bouquet ampio, di grande impatto, stratificato e ricco di sfumature aromatiche. Un vino che non segue le mode, ma detta il suo tempo. E lo fa con eleganza, potenza e visione. Alla Duline e Ronco Pitotti si fa vino come si dovrebbe vivere: con rispetto, profondità e senza mai alzare la voce. Chi assaggia capisce subito che qui non si segue una moda, ma si custodisce un’identità. Complimenti ai Vignai Da Duline custodi di un territorio. Emanuele Muzzo Su Instgram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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Arrivo puntuale alle 10:30 e vengo accolto da Lorenzo, titolare assieme alla moglie Federica. Dopo un saluto iniziale, la conversazione si anima subito: parliamo di conoscenze comuni e del fatto che, anni fa, ho avuto la fortuna di degustare la prima annata di Morus Alba. A piedi ci dirigiamo verso uno dei due poderi, La Duline, a circa 500 metri dalla cantina. L’azienda nasce negli anni ’90, quando Lorenzo comincia a gestire il vigneto di famiglia, proprio quello che stiamo per raggiungere. Mi spiega che la filosofia produttiva si basa sul rispetto della terra e del patrimonio viticolo, con una particolare attenzione alla preservazione delle vecchie viti, molte delle quali risalgono agli anni ’20, e alcune addirittura al 1908.
Mentre passeggiamo tra i filari, Lorenzo mi illustra le varietà presenti: Tocai Giallo, Tocai Verde, e poi parliamo di portainnesti, di cura della vigna, di scelte agronomiche. Mi colpisce la sua profonda conoscenza della campagna e il suo focus sui portainnesti – il Rupestris, in particolare, è il suo preferito. È evidente che la passione con cui cura le vigne ha pochi eguali. Il vigneto Duline si estende su 4 ettari e ospita anche cavalli al pascolo. Le figlie di Lorenzo e Federica, appassionate di equitazione, li montano regolarmente, e ai margini del podere si trova la casa di famiglia.
L’azienda gestisce anche un secondo appezzamento, Ronco Pitotti, situato a nord di Manzano: 6 ettari vitati, circondati da oltre 10 ettari di boschi, con una biodiversità straordinaria. Ronco Pitotti ha una storia affascinante. Si tratta di un terreno che, come per La Duline, non ha mai subito la cosiddetta “rivoluzione chimica” degli anni ’70 e ’80, ovvero l’introduzione massiva di diserbanti, fertilizzanti di sintesi e pesticidi sistemici. Fu acquistato da Anna Pitotti e suo marito, Francesco Valori, nel 1979, grazie a una transazione familiare da zia a nipote, e ha mantenuto intatta la sua originaria sistemazione a balze, risalente al 1500. Essendo biologico di fatto da sempre, non ha mai richiesto riconversioni. Dal 2001, la gestione è passata a Federica e Lorenzo, che ne ha curato le viti una a una con pazienza e dedizione. È stato un lungo lavoro di microvinificazioni, data la presenza di oltre 20 varietà, con biotipi differenti. Qui troviamo Pinot Nero – per il quale ha condotto esperimenti per recuperare i vecchi biotipi innestati su diversi portainnesti –, vecchi Merlot (biotipo a bacca piccola e grappolo spargolo) e Sauvignon, con una selezione storica risalente al ’800, ormai introvabile persino in Francia. Particolarmente interessante è la presenza del Tocai Giallo, un vitigno molto diffuso in Friuli agli inizi del ’900 e oggi quasi scomparso. Lorenzo, con grande determinazione, ha contribuito alla sua riscoperta. Su questa varietà abbiamo fatto una lunga chiacchierata, cercando di coglierne le differenze rispetto al Tocai Verde – di cui parlerò in un articolo a parte nei prossimi giorni. Completano il quadro lo Schioppettino e la Malvasia Istriana. Camminando tra le vigne, si percepisce il piacere autentico di trovarsi immersi nella natura. Filosofia produttiva L’azienda di Lorenzo e Federica è una realtà che, con una forte impronta territoriale e tradizionale, produce circa 30.000 bottiglie l’anno. Il loro approccio è quello del vino naturale antelitteram, con un’attenzione estrema all’ambiente. I vigneti non hanno mai visto diserbanti, vengono effettuati solo trattamenti leggeri a base di rame e zolfo. Le fermentazioni sono spontanee, senza l’impiego di lieviti selezionati, e le vinificazioni sono condotte con tecniche semplici e rispettose, per esaltare al meglio il carattere del territorio. Le botti utilizzate sono esclusivamente botti esauste o legni non tostati, evitando qualsiasi sovrastruttura aromatica.
Una curiosità: non si pratica la cimatura. Questa tecnica, riscoperta dai Vignai, è adottata per mantenere le piante in perfetto equilibrio vegeto-produttivo. Il termine “Chioma Integrale®”, coniato con un pizzico di ironia (anche per richiamare la folta chioma di Lorenzo), è oggi sempre più utilizzato anche in altre aree viticole come la Borgogna e Bordeaux. I benefici riscontrati sono numerosi: miglior gestione idrica, fotosintesi più equilibrata e maturazione omogenea. Accanto a Lorenzo, Federica Magrini rappresenta la dimensione più riflessiva e poetica dell’azienda. Custode attenta della coerenza stilistica e intellettuale del progetto, è lei a tessere il filo tra passato e futuro, tra identità contadina e profondità culturale. La sensibilità con cui osserva e racconta il lavoro quotidiano nei campi e in cantina è parte integrante dell’anima di Vignai da Duline. I Vini (o, più propriamente, le poesie liquide) L’interpretazione di Lorenzo e Federica parte da una materia prima intatta, vibrante, e si esprime in un ventaglio di etichette che attraversano la tradizione friulana con profondità e originalità. I vini sono tutti vinificati con fermentazioni spontanee, senza chiarifiche né filtrazioni, e rappresentano lo specchio fedele delle parcelle da cui provengono, delle annate e di una sensibilità contadina rara. Bianchi: Chardonnay “Ronco Pitotti” Friulano “Duline” Giallo Di… “Ronco Pitotti” (prodotto solo in magnum da uve Tocai Giallo) Malvasia “Chioma Integrale” Morus Alba (blend di Malvasia Istriana e Sauvignon) Pinot Grigio “Ronco Pitotti” Sauvignon “Ronco Pitotti” Rossi: Merlot “Valori” Ronco Pitotti Morus Nigra (Refosco dal Peduncolo Rosso) Pinot Nero “Ronco Pitotti” Schioppettino “Duline” Vini non più prodotti: Malvatea (Malvasia) Viburnum (Merlot e Cabernet) Verduzzo Friulano Nel 2025, AIS ha assegnato a Lorenzo e Federica il prestigioso Tastevin per il Morus Alba 2022, riconoscendo la loro dedizione, visione e coerenza stilistica in un bianco friulano fuori dagli schemi, capace di unire intensità, eleganza, longevità e profonda memoria del territorio Due degustazioni, mini verticali, indimenticabili: il tempo come alleato Ho avuto il piacere e l’onore di ospitare Lorenzo e Federica per due degustazioni approfondite, dedicate rispettivamente ai bianchi e ai rossi. L’idea era semplice ma ambiziosa: mettere a confronto due annate per ciascun vino, una giovane e una più matura, per valutare l’evoluzione, la capacità di invecchiamento e la tenuta nel tempo di ciascuna espressione. Un viaggio sensoriale che ha confermato non solo la precisione artigianale di ciascuna vinificazione, ma anche la straordinaria visione agricola, fondata sulla “chioma integrale” e sulla consapevolezza della “rivoluzione chimica” che ogni vino compie nel tempo. Le annate più vecchie si sono rivelate tutt’altro che in fase discendente: erano vive, profonde, in alcuni casi addirittura in fase ascendente. Bianchi in degustazione: Chardonnay “Ronco Pitotti”: 2022 vs 2010 Morus Alba: 2022 vs 2011 Pinot Grigio “Ronco Pitotti”: 2023 vs 2014 Sauvignon “Ronco Pitotti”: 2020 vs 2016 Rossi in degustazione: Schioppettino “Duline”: 2022 vs 2010 Pinot Nero “Ronco Pitotti”: 2021 vs 2011 Merlot “Ronco Pitotti Valori”: 2021 vs 2009 Morus Nigra: 2020 vs 2005 Oltre la tecnica, la rivelazione è stata emozionale: ogni vino ha raccontato una storia, diversa per annata e identità varietale, ma coerente nella sua integrità. In particolare, il Pinot Grigio e il Morus Alba, Chardonnay si sono distinti per la loro sorprendente vitalità in bottiglie con oltre 10 anni di età. In tutti i vini prodotti al Ronco Pitotti si percepisce in modo netto e profondo l’identità del luogo, un legame quasi viscerale con il territorio, che lo Chardonnay riesce ad esaltare forse più di tutti.
Il Sauvignon “Ronco Pitotti”, invece, è un piccolo capolavoro di coerenza e memoria: proviene da un vecchio biotipo oramai quasi scomparso, che Federica e Lorenzo hanno voluto proteggere e salvare dal dimenticatoio del patrimonio genetico friulano. Grappolo più spargolo, grande spalla acida, produzione limitata a una sola botte e vinificato solo in alcune annate: ne è nato uno dei più grandi vini bianchi italiani. E’ un vinoè un vino da “uao”, di quelli che ti fanno sobbalzare dalla sedia. Non ha nulla a che vedere con la maggior parte dei Sauvignon friulani — e non solo — a cui tanti sono abituati e che, troppo spesso, vengono osannati senza reale profondità. Qui si parla di un’altra cosa: complessità, tensione, anima. La prima annata prodotta è stata la 2016. Tra i vini rossi il Morus Nigra 2005 ha espresso la nobiltà del Refosco con una trama tannica finissima e un cuore balsamico di rara eleganza, il Pinot Nero, nelle due annate degustate, non ha nulla da invidiare ai migliori Pinot Nero italiani – e non solo. Espressivo, cesellato, dinamico, con una tensione gustativa che rivela profondità e prospettiva. Il Merlot “Valori”, invece, conferma come il Friuli sia la seconda patria naturale del Merlot dopo Pomerol: qui il vitigno, pur non essendo autoctono, è presente fin dal 1800 (come anche il Pinot Nero) e trova un’espressione tra le più convincenti in assoluto. E infine lo Schioppettino: una finezza e una bontà rara, che affascina con la sua speziatura elegante e la trama tannica lieve ma presente, come una carezza che lascia il segno. Un piccolo excursus a parte lo merita il “Giallo Di…”, purtroppo (per scelta) non presente nelle due degustazioni, ma a pieno titolo tra i più grandi bianchi italiani. Prodotto esclusivamente in formato magnum da uve di Tocai Giallo, vecchio biotipo friulano, si è dimostrato — nelle annate che ho avuto il piacere di degustare di recente (2009, 2017, 2019 e 2021) — un vino di impressionante coerenza e personalità. Colore dorato, luminoso e vivo, sempre. Al naso un bouquet ampio, di grande impatto, stratificato e ricco di sfumature aromatiche. Un vino che non segue le mode, ma detta il suo tempo. E lo fa con eleganza, potenza e visione. Alla Duline e Ronco Pitotti si fa vino come si dovrebbe vivere: con rispetto, profondità e senza mai alzare la voce. Chi assaggia capisce subito che qui non si segue una moda, ma si custodisce un’identità. Complimenti ai Vignai Da Duline custodi di un territorio. Emanuele Muzzo Su Instgram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
11 Giugno, 2025
Le Due Terre. L'equilibrio della terra
Il racconto artigiano di Flavio, Silvana e Cora
Ci sono vini che parlano. Altri che raccontano. E poi ci sono quelli che sussurrano storie antiche, fatte di gesti lenti, di silenzi, di rispetto.
I vini di Le Due Terre sono questo: un racconto artigiano che attraversa gli anni e prende voce da tre persone: Flavio, Silvana e oggi anche Cora che hanno scelto di ascoltare la terra prima di parlare al mondo. Una verticale di Merlot, con 14 annate in bottiglia e tre magnum, due delle quali a sorpresa, è diventata occasione per ascoltare questa storia direttamente dal vino. Un racconto che, sorso dopo sorso, ci ha condotti in un Friuli intimo, non gridato, ma intensamente vero. Merlot, in questo angolo di Prepotto, diventa voce narrante di un equilibrio costruito nel tempo. Ogni annata ci ha restituito qualcosa: la gioventù vibrante del 2020, la profondità balsamica del 2012, l’eleganza austera del 2008. Ma non sono solo le differenze a emergere. È la coerenza, l’idea chiara, il filo teso tra le stagioni e il pensiero di chi le interpreta. C’è un artigianato sincero che affiora in ogni bicchiere, in ogni dettaglio: la cura del legno mai invasivo, la frutta che resta protagonista, il tannino che evolve ma non si impone. E poi il finale a sorpresa: Sacrisassi 2021 e 1997 in magnum, assaggiati alla cieca. Due annate distanti quasi trent’anni che parlano la stessa lingua. La lingua di un territorio, di una famiglia, di un’idea che oggi più che mai sentiamo necessaria. Un’idea che potremmo riassumere così: fare vino non per piacere a tutti, ma per restare fedeli a se stessi.
E in un mondo di rumore, questo equilibrio è un gesto di coraggio. Ci troviamo (purtroppo virtualmente) a Prepotto, ai confini con la Slovenia. È qui che si trova una delle più piccole aziende dei Colli Orientali del Friuli, ma senza dubbio anche una delle più affascinanti: Le Due Terre, fondata nel 1984 da Silvana Forte e Flavio Basilicata. Negli ultimi anni sono affiancati dalla figlia Cora, che dopo gli studi in enologia e alcune esperienze importanti in Toscana, è tornata in Friuli per dedicarsi all’azienda di famiglia. L’azienda conta poco meno di quattro ettari per una produzione di circa 18.000 bottiglie annue, tutte di altissima qualità. Le quattro etichette principali sono: Sacrisassi Bianco, Sacrisassi Rosso, Merlot e Pinot Nero. Lo Schiopettino veniva prodotto occasionalmente, ma dal 2017 con l’ingresso in azienda di Cora, entra stabilmente come quinta etichetta; putroppo però il 2023 è stata l’ultima annata di Merlot prodotta, avendo “perso” la conduzione del vigneto che è passata ad un altra azienda. Quelli di Flavio e Silvana sono veri vini artigianali e naturali I vigneti circondano la loro casa, che è anche la cantina: sopra l’abitazione, sotto la cantina. L’azienda, volutamente di piccole dimensioni fin dalle origini, non ha mai voluto crescere: questa dimensione consente di seguire ogni fase in vigna e in cantina con la massima cura, e produrre grandi vini naturali. Il nome Le Due Terre deriva dalla peculiarità del suolo su cui sorge l’azienda: da un lato marne, dall’altro terre rosse. Natura e rispetto per il territorio sono i concetti chiave qui. Biodiversità è un altro pilastro della loro filosofia. Durante la visita, Silvana ribadisce più volte la loro visione “naturale”, che però non significa “non fare nulla”, bensì accompagnare con giudizio processi che sono in gran parte chimico-fisici. Per questo, è fondamentale conoscere bene agronomia ed enologia, per ottenere il meglio dall’uva con il minor intervento possibile. In vigna non vengono utilizzati concimi, diserbanti o altri prodotti di sintesi; niente sfalcio dell’erba, e solo un uso limitato di rame e zolfo. L’azienda è totalmente biologica, anche se non lo comunica in etichetta: per la famiglia Basilicata, questo è più importante di qualsiasi certificazione. Dopotutto, beviamo il vino, non i certificati — o sbaglio? La vendemmia è rigorosamente manuale, lunga e selettiva, perché le maturazioni variano molto in base alla posizione delle vigne. In cantina si segue la stessa filosofia: fermentazioni spontanee in vasche di cemento o acciaio, macerazioni variabili a seconda dell’annata, uso minimo di solforosa solo al momento dell’imbottigliamento (che avviene con luna favorevole, a luglio), seguito da altri tre mesi di affinamento in bottiglia prima della commercializzazione. Nessun uso di enzimi, chiarifiche o filtrazioni. I vini di Le Due Terre hanno da sempre un’identità chiara, al di fuori delle mode locali. Le macerazioni, che Flavio ha sempre praticato, donano profondità e struttura. Sono vini affascinanti, longevi, capaci di sorprendere con il tempo e di regalare emozioni. Complessi, sì, ma di quella complessità che invita alla beva. Sacrisassi Bianco: 70% Friulano, 30% Ribolla Gialla. Macerazione tra i 7 e i 20 giorni, affinamento di 21 mesi in tonneaux usati di rovere francese. Uno dei migliori bianchi italiani. Sacrisassi Rosso: 50% Schioppettino e 50% Refosco. Macerazione sulle bucce da 20 a 30 giorni, affinamento di 21 mesi in barrique usate di rovere francese. Pinot Nero: macerazione dai 15 ai 25 giorni, affinamento di 21 mesi in barrique usate. Merlot: macerazione sulle bucce dai 20 ai 30 giorni, poi 21 mesi in barrique. L’annata 2023 sarà l’ultima prodotta. Schioppettino: 21 mesi di barriques dove si vuole valorizzare il vitigno simbolo di Prepotto. Una curiosità: il nome Sacrisassi deriva da una piccola chiesa scoperta durante gli scavi per la vigna, insieme a grossi sassi. L’etichetta rappresenta stilisticamente le due terre e i filari. I vini di Le Due Terre migliorano di anno in anno, grazie all’esperienza crescente e alle vigne che stanno raggiungendo la piena maturità. Il 16 maggio 2025, a San Giovanni al Natisone, Niccolò Lazzarin con la moglie Denise e Francesco del locale Chiamalo Come Vuoi ha organizzato una bellissima verticale di Merlot de Le Due Terre. Abbiamo concluso in bellezza con tre magnum, di cui due a sorpresa: Sacrisassi. A guidarci nel racconto dei vini sono state Cora e Silvana, con la consueta passione e profondità. Ecco le mie impressioni Tutte le annate di Merlot si distinguono per un bouquet ampio e avvolgente, dominato da note di frutta rossa: ciliegia, prugna e lampone emergono chiaramente, accompagnate da una sottile componente speziata – leggere sfumature di pepe e una lieve nota di vaniglia – che testimonia la maturazione in legno, senza mai sovrastare la freschezza fruttata. Il profumo è ricco, complesso ma equilibrato. Con il tempo, la frutta evolve da matura a surmatura, fino ad arrivare quasi a note di confettura nelle annate più vecchie. 2020 – Buonissima. Grande freschezza e impronta varietale, è ancora molto giovane. Profondità e stratificazione nei profumi fanno intuire un grande potenziale: è un vino da dimenticare in cantina. Tannino presente ma non graffiante, il sorso è vellutato e avvolgente. Elegante, mai aggressivo, chiude con un finale lungo, profondo e pulito, in cui torna la frutta rossa.
Giovani e promettenti anche le bottiglie del 2019, 2018 e 2017 – quest’ultima con un tannino più marcato, forse per effetto dell’annata. 2016 – Annata un po’ strana, che non mi ha convinto pienamente (forse la bottiglia?). Cora mi ha detto che da loro ricorda molto la 2014. 2015 – Qui si percepisce bene la stoffa del vino, ma è ancora in fase evolutiva. Un altro indizio del fatto che il Merlot de Le Due Terre ha bisogno di tempo per dare il meglio di sé. 2014 – Annata bistrattata da molti, ma a me è piaciuta molto. Forse non sarà longeva, ma oggi regala una bella bevuta. 2013 – Iniziamo ad entrare nell’Olimpo. Assieme alla 2012, è la mia preferita. Qui si capisce bene quanto il Merlot, in Friuli Venezia Giulia, abbia bisogno di anni per esprimersi e aprirsi totalmente. 2012 – Emergono splendidi sentori balsamici, note di tabacco e cacao che, da qui in avanti, accompagneranno la frutta surmatura in un bouquet sempre più intrigante. 2011 – Tannino ancora presente e un po’ graffiante. È una bottiglia che suggerisce che serva ancora tempo. Frutta, cacao, tabacco e un bel finale persistente. 2010 – Anche questa non mi ha convinto. Un accenno di ossidazione l’ha resa meno piacevole. Forse conferma la teoria per cui esistono grandi bottiglie, non grandi annate. L’ultima bevuta cira 15 mesi fa era tutta concentrata sul frutto, tannino elegante, vino pieno, appagante, con una bella pulizia e finale piacevolissimo che accarezzava il palato 2009 – Molto simile alla 2011, ma con un bellissimo finale in cui spicca la mora. 2008 – Il vino che ti fa dire: “Che classe, che Merlot!”. Lo ribadisco: la seconda casa del Merlot è indubbiamente il Friuli Venezia Giulia.
Tutte le annate – tranne le due che non mi hanno pienamente convinto – dimostrano una coerenza e una qualità straordinarie. 2002 – Morbido, vellutato, con una freschezza ancora sorprendente, nonostante l’età inizi a farsi sentire. 2004 (Magnum) – Simile alla 2002, ma più viva e fresca. Profondità aromatica notevole e grande persistenza. Abbiamo chiuso con due Sacrisassi Magnum alla cieca:
2021 – ancora giovane ma già emozionante.
1997 – semplicemente straordinario. Un grande vino, un grandissimo. Peccato che il Merlot non ci sarà più. Emanuele Muzzo Su Instagram Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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I vini di Le Due Terre sono questo: un racconto artigiano che attraversa gli anni e prende voce da tre persone: Flavio, Silvana e oggi anche Cora che hanno scelto di ascoltare la terra prima di parlare al mondo. Una verticale di Merlot, con 14 annate in bottiglia e tre magnum, due delle quali a sorpresa, è diventata occasione per ascoltare questa storia direttamente dal vino. Un racconto che, sorso dopo sorso, ci ha condotti in un Friuli intimo, non gridato, ma intensamente vero. Merlot, in questo angolo di Prepotto, diventa voce narrante di un equilibrio costruito nel tempo. Ogni annata ci ha restituito qualcosa: la gioventù vibrante del 2020, la profondità balsamica del 2012, l’eleganza austera del 2008. Ma non sono solo le differenze a emergere. È la coerenza, l’idea chiara, il filo teso tra le stagioni e il pensiero di chi le interpreta. C’è un artigianato sincero che affiora in ogni bicchiere, in ogni dettaglio: la cura del legno mai invasivo, la frutta che resta protagonista, il tannino che evolve ma non si impone. E poi il finale a sorpresa: Sacrisassi 2021 e 1997 in magnum, assaggiati alla cieca. Due annate distanti quasi trent’anni che parlano la stessa lingua. La lingua di un territorio, di una famiglia, di un’idea che oggi più che mai sentiamo necessaria. Un’idea che potremmo riassumere così: fare vino non per piacere a tutti, ma per restare fedeli a se stessi.
E in un mondo di rumore, questo equilibrio è un gesto di coraggio. Ci troviamo (purtroppo virtualmente) a Prepotto, ai confini con la Slovenia. È qui che si trova una delle più piccole aziende dei Colli Orientali del Friuli, ma senza dubbio anche una delle più affascinanti: Le Due Terre, fondata nel 1984 da Silvana Forte e Flavio Basilicata. Negli ultimi anni sono affiancati dalla figlia Cora, che dopo gli studi in enologia e alcune esperienze importanti in Toscana, è tornata in Friuli per dedicarsi all’azienda di famiglia. L’azienda conta poco meno di quattro ettari per una produzione di circa 18.000 bottiglie annue, tutte di altissima qualità. Le quattro etichette principali sono: Sacrisassi Bianco, Sacrisassi Rosso, Merlot e Pinot Nero. Lo Schiopettino veniva prodotto occasionalmente, ma dal 2017 con l’ingresso in azienda di Cora, entra stabilmente come quinta etichetta; putroppo però il 2023 è stata l’ultima annata di Merlot prodotta, avendo “perso” la conduzione del vigneto che è passata ad un altra azienda. Quelli di Flavio e Silvana sono veri vini artigianali e naturali I vigneti circondano la loro casa, che è anche la cantina: sopra l’abitazione, sotto la cantina. L’azienda, volutamente di piccole dimensioni fin dalle origini, non ha mai voluto crescere: questa dimensione consente di seguire ogni fase in vigna e in cantina con la massima cura, e produrre grandi vini naturali. Il nome Le Due Terre deriva dalla peculiarità del suolo su cui sorge l’azienda: da un lato marne, dall’altro terre rosse. Natura e rispetto per il territorio sono i concetti chiave qui. Biodiversità è un altro pilastro della loro filosofia. Durante la visita, Silvana ribadisce più volte la loro visione “naturale”, che però non significa “non fare nulla”, bensì accompagnare con giudizio processi che sono in gran parte chimico-fisici. Per questo, è fondamentale conoscere bene agronomia ed enologia, per ottenere il meglio dall’uva con il minor intervento possibile. In vigna non vengono utilizzati concimi, diserbanti o altri prodotti di sintesi; niente sfalcio dell’erba, e solo un uso limitato di rame e zolfo. L’azienda è totalmente biologica, anche se non lo comunica in etichetta: per la famiglia Basilicata, questo è più importante di qualsiasi certificazione. Dopotutto, beviamo il vino, non i certificati — o sbaglio? La vendemmia è rigorosamente manuale, lunga e selettiva, perché le maturazioni variano molto in base alla posizione delle vigne. In cantina si segue la stessa filosofia: fermentazioni spontanee in vasche di cemento o acciaio, macerazioni variabili a seconda dell’annata, uso minimo di solforosa solo al momento dell’imbottigliamento (che avviene con luna favorevole, a luglio), seguito da altri tre mesi di affinamento in bottiglia prima della commercializzazione. Nessun uso di enzimi, chiarifiche o filtrazioni. I vini di Le Due Terre hanno da sempre un’identità chiara, al di fuori delle mode locali. Le macerazioni, che Flavio ha sempre praticato, donano profondità e struttura. Sono vini affascinanti, longevi, capaci di sorprendere con il tempo e di regalare emozioni. Complessi, sì, ma di quella complessità che invita alla beva. Sacrisassi Bianco: 70% Friulano, 30% Ribolla Gialla. Macerazione tra i 7 e i 20 giorni, affinamento di 21 mesi in tonneaux usati di rovere francese. Uno dei migliori bianchi italiani. Sacrisassi Rosso: 50% Schioppettino e 50% Refosco. Macerazione sulle bucce da 20 a 30 giorni, affinamento di 21 mesi in barrique usate di rovere francese. Pinot Nero: macerazione dai 15 ai 25 giorni, affinamento di 21 mesi in barrique usate. Merlot: macerazione sulle bucce dai 20 ai 30 giorni, poi 21 mesi in barrique. L’annata 2023 sarà l’ultima prodotta. Schioppettino: 21 mesi di barriques dove si vuole valorizzare il vitigno simbolo di Prepotto. Una curiosità: il nome Sacrisassi deriva da una piccola chiesa scoperta durante gli scavi per la vigna, insieme a grossi sassi. L’etichetta rappresenta stilisticamente le due terre e i filari. I vini di Le Due Terre migliorano di anno in anno, grazie all’esperienza crescente e alle vigne che stanno raggiungendo la piena maturità. Il 16 maggio 2025, a San Giovanni al Natisone, Niccolò Lazzarin con la moglie Denise e Francesco del locale Chiamalo Come Vuoi ha organizzato una bellissima verticale di Merlot de Le Due Terre. Abbiamo concluso in bellezza con tre magnum, di cui due a sorpresa: Sacrisassi. A guidarci nel racconto dei vini sono state Cora e Silvana, con la consueta passione e profondità. Ecco le mie impressioni Tutte le annate di Merlot si distinguono per un bouquet ampio e avvolgente, dominato da note di frutta rossa: ciliegia, prugna e lampone emergono chiaramente, accompagnate da una sottile componente speziata – leggere sfumature di pepe e una lieve nota di vaniglia – che testimonia la maturazione in legno, senza mai sovrastare la freschezza fruttata. Il profumo è ricco, complesso ma equilibrato. Con il tempo, la frutta evolve da matura a surmatura, fino ad arrivare quasi a note di confettura nelle annate più vecchie. 2020 – Buonissima. Grande freschezza e impronta varietale, è ancora molto giovane. Profondità e stratificazione nei profumi fanno intuire un grande potenziale: è un vino da dimenticare in cantina. Tannino presente ma non graffiante, il sorso è vellutato e avvolgente. Elegante, mai aggressivo, chiude con un finale lungo, profondo e pulito, in cui torna la frutta rossa.
Giovani e promettenti anche le bottiglie del 2019, 2018 e 2017 – quest’ultima con un tannino più marcato, forse per effetto dell’annata. 2016 – Annata un po’ strana, che non mi ha convinto pienamente (forse la bottiglia?). Cora mi ha detto che da loro ricorda molto la 2014. 2015 – Qui si percepisce bene la stoffa del vino, ma è ancora in fase evolutiva. Un altro indizio del fatto che il Merlot de Le Due Terre ha bisogno di tempo per dare il meglio di sé. 2014 – Annata bistrattata da molti, ma a me è piaciuta molto. Forse non sarà longeva, ma oggi regala una bella bevuta. 2013 – Iniziamo ad entrare nell’Olimpo. Assieme alla 2012, è la mia preferita. Qui si capisce bene quanto il Merlot, in Friuli Venezia Giulia, abbia bisogno di anni per esprimersi e aprirsi totalmente. 2012 – Emergono splendidi sentori balsamici, note di tabacco e cacao che, da qui in avanti, accompagneranno la frutta surmatura in un bouquet sempre più intrigante. 2011 – Tannino ancora presente e un po’ graffiante. È una bottiglia che suggerisce che serva ancora tempo. Frutta, cacao, tabacco e un bel finale persistente. 2010 – Anche questa non mi ha convinto. Un accenno di ossidazione l’ha resa meno piacevole. Forse conferma la teoria per cui esistono grandi bottiglie, non grandi annate. L’ultima bevuta cira 15 mesi fa era tutta concentrata sul frutto, tannino elegante, vino pieno, appagante, con una bella pulizia e finale piacevolissimo che accarezzava il palato 2009 – Molto simile alla 2011, ma con un bellissimo finale in cui spicca la mora. 2008 – Il vino che ti fa dire: “Che classe, che Merlot!”. Lo ribadisco: la seconda casa del Merlot è indubbiamente il Friuli Venezia Giulia.
Tutte le annate – tranne le due che non mi hanno pienamente convinto – dimostrano una coerenza e una qualità straordinarie. 2002 – Morbido, vellutato, con una freschezza ancora sorprendente, nonostante l’età inizi a farsi sentire. 2004 (Magnum) – Simile alla 2002, ma più viva e fresca. Profondità aromatica notevole e grande persistenza. Abbiamo chiuso con due Sacrisassi Magnum alla cieca:
2021 – ancora giovane ma già emozionante.
1997 – semplicemente straordinario. Un grande vino, un grandissimo. Peccato che il Merlot non ci sarà più. Emanuele Muzzo Su Instagram Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
28 Maggio, 2025
L'Aietta. Francesco Mulinari: il vino, la terra, l’anima
Nuove tappe per Vino e Orizzonti: oggi approdiamo a Montalcino, terra d’eccellenza e tradizione a me molto cara, tra le colline che da secoli parlano il linguaggio del Sangiovese. Cambiamo orizzonte, ma restiamo fedeli alla nostra curiosità: quella che ci spinge a scoprire storie autentiche, come quella di Francesco Mulinari e della sua piccola, ma sorprendente realtà: L’Aietta.
Ci sono luoghi dove il vino non è solo un prodotto, ma un’espressione sincera di vita. Dove il tempo rallenta, i racconti scorrono tra le botti e i sorrisi nascono spontanei, come tra vecchi amici.
L’ho conosciuto per caso, Francesco. Era un pomeriggio d’estate che doveva durare un’ora… finì a cena. Mi sono sentito come da bambino, quando andavo in cantina con mio papà: emozionato, felice, appagato.
Da allora, ogni volta che torno a Montalcino, passo da lui. È diventato un appuntamento fisso, un momento di condivisione autentica. Ritrovo sempre lo stesso calore, la stessa magia. La sua Aietta è una cantina piccola, autentica, scavata nella roccia e immersa in un angolo di Montalcino che profuma di memoria contadina. Francesco non è solo un vignaiolo: è un custode di verità, un artigiano d’altri tempi, un uomo che vive il vino con amore profondo.
Ogni visita da lui è un ritorno a qualcosa di essenziale. È sempre bello ascoltare – e riascoltare – la sua storia: ogni volta mi sembra nuova, ogni volta mi affascina. Sapete quanto io ami le piccole aziende artigianali e il più possibile naturali. Nel 2022, incuriosito da un post su Facebook, sono andato a scoprire questo piccolo produttore di cui non avevo mai sentito parlare. E ne sono uscito trasformato.
Parlo dell’azienda probabilmente più piccola di Montalcino. Se c’è un esempio autentico di vin de garage, è questo: poche migliaia di bottiglie, una qualità sorprendente. Siamo appena sotto le mura del borgo, su una strada ripida che scende verso un piccolo vigneto ad anfiteatro esposto a sud-ovest. Poco prima si trova la cantina, disposta su due livelli: sopra la vinificazione, sotto l’affinamento e lo stoccaggio. La storia della sua azienda nasce da un piccolo appezzamento di mille metri quadrati proprio sotto alle mura di Montalcino (oggi, tra scassi e ampliamenti, è diventato mezzo ettaro), acquistato dal padre nel 1995. Ma come mai Francesco arriva nel mondo del vino? Classe 1983, inizia ad appassionarsi all’agricoltura e nel ’97 si iscrive all’istituto agrario, iniziando a fare pratica sui filari abbandonati del terreno di famiglia. Di questi, in seguito, si scoprì che erano iscritti a Brunello Così mi sono detto: sono a Montalcino, mi piace l’agricoltura, e allora? Facciamo ‘sto Brunello. Fino al 2013 ha girovagato per aziende importanti di Montalcino come Tenuta Vitanza, Casanova di Neri, Il Marroneto, per un periodo da Marino Colleoni, alcune vendemmie da Giancarlo Pacenti e infine al Castello Romitorio Dove stando in ufficio ho imparato gli aspetti burocratici e un po’ pallosi di questo lavoro Ma è in quel momento che decide di dedicarsi esclusivamente al proprio vino. L’azienda nasce nel 2001, quando Francesco decide di coltivare un appezzamento di famiglia. Il nome “L’Aietta” deriva da un terrazzamento del vigneto chiamato “Aia”, dove si organizzavano feste e ritrovi.
Francesco ha restaurato i muretti a secco e piantato tutto ad alberello – scelta quasi obbligata. Basta vedere le foto per capire la fatica. Oggi si cammina tra i filari circondati da boschi, silenzio e una biodiversità mozzafiato. Il dislivello tra la prima e l’ultima vite supera i 100 metri. Oltre a questo appezzamento (unico iscritto a Brunello), coltiva altri vigneti in zone diverse di Montalcino, tra cui uno a sud e uno a est, dove sorgerà la nuova cantina. Ma l’idea resta chiara: essere un piccolo produttore, coerente con sé stesso. Francesco è un tuttologo del vino: vigna, cantina, degustazioni, vendita. Ha iniziato in modo convenzionale, è passato al biologico e ora guarda alla biodinamica, frutto di anni di studio e confronto. Per alcune lavorazioni usa anche il cavallo, in collaborazione con La Piombaia e Villa Cipressi. La cantina è una tana del vino: piccola, vera, piena di bottiglie, cartoni, botti, passione.
Iniziamo la degustazione con il metodo classico rosé a base Sangiovese, affinato in anfora: fine, strutturato, fresco, armonico. Lo beviamo a temperatura di cantina e… finisce troppo in fretta.
I suoi vini sono puliti, precisi, vivi. Raccontano il terroir e il carattere del vignaiolo. Gli assaggi dalle botti e dalle bottiglie si susseguono in un pomeriggio felice, che mi ricorda perché amo il vino e la condivisione. Brunello e Rosso sono esempi perfetti di come si possano fare grandi vini senza chimica, senza tecnologia esasperata, solo con onestà e lavoro. Sono vini senza difetti, verso quella perfezione che è il cruccio di Francesco. Ma soprattutto, sono identitari. Gli altri suoi vini Grandine: doveva essere un passito, ma una grandinata ha cambiato i piani. Malvasia, Vermentino, Zibibbo. Fresco, minerale, aromatico. Una sorpresa piacevolissima. Rosso di Montalcino: fruttato, note di erbe mediterranee, salvia, balsamicità. Tannino elegante, buona persistenza. Autentico. Rosso di Montalcino Anfora, prima annata 2021 Sei mesi di macerazione sulle bucce, sei mesi senza bucce sempre in anfora, poi altri sei in bottiglia. Frutto pieno, vino di corpo e di beva bellissima. Vino spettacolare. Quintoelemento: uvaggio chiantigiano storico (Sangiovese, Colorino, Canaiolo, Trebbiano). Equilibrato, pulito, grande bevibilità. Perché si chiama così? Andate a trovarlo e scopritelo: Francesco è pieno di sorprese. Brunello di Montalcino: ciliegia, ribes, scorza d’arancia, fiori, spezie. Freschezza, pienezza, tannino integrato, lunga persistenza minerale. Un piccolo gigante, già oggi godibilissimo. Sempre a Montalcino, Francesco ha acquisito un podere in zona Ponte degli Abeti (vicino a Fuligni), dove sorgerà la nuova cantina ma anche la sua nuova casa. Qui ci sarà più spazio per lo stoccaggio del vino e per l’accoglienza, ma anche un nuovo terreno dove è stato piantato un vigneto di 2000 metri con 2000 piante di Sangiovese con sesto d’impianto 120×80. Chissà se avremo nuovi vini… Con Francesco il tempo vola. In un mondo del vino che corre veloce, lui è una radice che resiste.
Ogni volta che lo saluto, so già che non vedo l’ora di tornare. Perché da Francesco non si va solo a degustare vino: si va a respirare verità, a parlare di vita, a sentirsi a casa.
Francesco non fa semplicemente vino. Custodisce un pezzo autentico di Montalcino, fatto di legami sinceri, memoria contadina ed emozioni vive.
Ogni sorso racconta una storia, ogni visita è un ritorno a qualcosa di essenziale. Se amate i vini veri e le persone autentiche, andate a trovarlo.
Vi porterete a casa molto più di qualche bottiglia: vi porterete un frammento di terra, di passione e di umanità.
Con lui si va per un’ora e si resta tutto il pomeriggio e ogni volta, mentre me ne vado, sorrido e penso: forse, un giorno, potrei anche restare (è il mio sogno nascosto nel cassetto) Emanuele Muzzo Su Instgram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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L’ho conosciuto per caso, Francesco. Era un pomeriggio d’estate che doveva durare un’ora… finì a cena. Mi sono sentito come da bambino, quando andavo in cantina con mio papà: emozionato, felice, appagato.
Da allora, ogni volta che torno a Montalcino, passo da lui. È diventato un appuntamento fisso, un momento di condivisione autentica. Ritrovo sempre lo stesso calore, la stessa magia. La sua Aietta è una cantina piccola, autentica, scavata nella roccia e immersa in un angolo di Montalcino che profuma di memoria contadina. Francesco non è solo un vignaiolo: è un custode di verità, un artigiano d’altri tempi, un uomo che vive il vino con amore profondo.
Ogni visita da lui è un ritorno a qualcosa di essenziale. È sempre bello ascoltare – e riascoltare – la sua storia: ogni volta mi sembra nuova, ogni volta mi affascina. Sapete quanto io ami le piccole aziende artigianali e il più possibile naturali. Nel 2022, incuriosito da un post su Facebook, sono andato a scoprire questo piccolo produttore di cui non avevo mai sentito parlare. E ne sono uscito trasformato.
Parlo dell’azienda probabilmente più piccola di Montalcino. Se c’è un esempio autentico di vin de garage, è questo: poche migliaia di bottiglie, una qualità sorprendente. Siamo appena sotto le mura del borgo, su una strada ripida che scende verso un piccolo vigneto ad anfiteatro esposto a sud-ovest. Poco prima si trova la cantina, disposta su due livelli: sopra la vinificazione, sotto l’affinamento e lo stoccaggio. La storia della sua azienda nasce da un piccolo appezzamento di mille metri quadrati proprio sotto alle mura di Montalcino (oggi, tra scassi e ampliamenti, è diventato mezzo ettaro), acquistato dal padre nel 1995. Ma come mai Francesco arriva nel mondo del vino? Classe 1983, inizia ad appassionarsi all’agricoltura e nel ’97 si iscrive all’istituto agrario, iniziando a fare pratica sui filari abbandonati del terreno di famiglia. Di questi, in seguito, si scoprì che erano iscritti a Brunello Così mi sono detto: sono a Montalcino, mi piace l’agricoltura, e allora? Facciamo ‘sto Brunello. Fino al 2013 ha girovagato per aziende importanti di Montalcino come Tenuta Vitanza, Casanova di Neri, Il Marroneto, per un periodo da Marino Colleoni, alcune vendemmie da Giancarlo Pacenti e infine al Castello Romitorio Dove stando in ufficio ho imparato gli aspetti burocratici e un po’ pallosi di questo lavoro Ma è in quel momento che decide di dedicarsi esclusivamente al proprio vino. L’azienda nasce nel 2001, quando Francesco decide di coltivare un appezzamento di famiglia. Il nome “L’Aietta” deriva da un terrazzamento del vigneto chiamato “Aia”, dove si organizzavano feste e ritrovi.
Francesco ha restaurato i muretti a secco e piantato tutto ad alberello – scelta quasi obbligata. Basta vedere le foto per capire la fatica. Oggi si cammina tra i filari circondati da boschi, silenzio e una biodiversità mozzafiato. Il dislivello tra la prima e l’ultima vite supera i 100 metri. Oltre a questo appezzamento (unico iscritto a Brunello), coltiva altri vigneti in zone diverse di Montalcino, tra cui uno a sud e uno a est, dove sorgerà la nuova cantina. Ma l’idea resta chiara: essere un piccolo produttore, coerente con sé stesso. Francesco è un tuttologo del vino: vigna, cantina, degustazioni, vendita. Ha iniziato in modo convenzionale, è passato al biologico e ora guarda alla biodinamica, frutto di anni di studio e confronto. Per alcune lavorazioni usa anche il cavallo, in collaborazione con La Piombaia e Villa Cipressi. La cantina è una tana del vino: piccola, vera, piena di bottiglie, cartoni, botti, passione.
Iniziamo la degustazione con il metodo classico rosé a base Sangiovese, affinato in anfora: fine, strutturato, fresco, armonico. Lo beviamo a temperatura di cantina e… finisce troppo in fretta.
I suoi vini sono puliti, precisi, vivi. Raccontano il terroir e il carattere del vignaiolo. Gli assaggi dalle botti e dalle bottiglie si susseguono in un pomeriggio felice, che mi ricorda perché amo il vino e la condivisione. Brunello e Rosso sono esempi perfetti di come si possano fare grandi vini senza chimica, senza tecnologia esasperata, solo con onestà e lavoro. Sono vini senza difetti, verso quella perfezione che è il cruccio di Francesco. Ma soprattutto, sono identitari. Gli altri suoi vini Grandine: doveva essere un passito, ma una grandinata ha cambiato i piani. Malvasia, Vermentino, Zibibbo. Fresco, minerale, aromatico. Una sorpresa piacevolissima. Rosso di Montalcino: fruttato, note di erbe mediterranee, salvia, balsamicità. Tannino elegante, buona persistenza. Autentico. Rosso di Montalcino Anfora, prima annata 2021 Sei mesi di macerazione sulle bucce, sei mesi senza bucce sempre in anfora, poi altri sei in bottiglia. Frutto pieno, vino di corpo e di beva bellissima. Vino spettacolare. Quintoelemento: uvaggio chiantigiano storico (Sangiovese, Colorino, Canaiolo, Trebbiano). Equilibrato, pulito, grande bevibilità. Perché si chiama così? Andate a trovarlo e scopritelo: Francesco è pieno di sorprese. Brunello di Montalcino: ciliegia, ribes, scorza d’arancia, fiori, spezie. Freschezza, pienezza, tannino integrato, lunga persistenza minerale. Un piccolo gigante, già oggi godibilissimo. Sempre a Montalcino, Francesco ha acquisito un podere in zona Ponte degli Abeti (vicino a Fuligni), dove sorgerà la nuova cantina ma anche la sua nuova casa. Qui ci sarà più spazio per lo stoccaggio del vino e per l’accoglienza, ma anche un nuovo terreno dove è stato piantato un vigneto di 2000 metri con 2000 piante di Sangiovese con sesto d’impianto 120×80. Chissà se avremo nuovi vini… Con Francesco il tempo vola. In un mondo del vino che corre veloce, lui è una radice che resiste.
Ogni volta che lo saluto, so già che non vedo l’ora di tornare. Perché da Francesco non si va solo a degustare vino: si va a respirare verità, a parlare di vita, a sentirsi a casa.
Francesco non fa semplicemente vino. Custodisce un pezzo autentico di Montalcino, fatto di legami sinceri, memoria contadina ed emozioni vive.
Ogni sorso racconta una storia, ogni visita è un ritorno a qualcosa di essenziale. Se amate i vini veri e le persone autentiche, andate a trovarlo.
Vi porterete a casa molto più di qualche bottiglia: vi porterete un frammento di terra, di passione e di umanità.
Con lui si va per un’ora e si resta tutto il pomeriggio e ogni volta, mentre me ne vado, sorrido e penso: forse, un giorno, potrei anche restare (è il mio sogno nascosto nel cassetto) Emanuele Muzzo Su Instgram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
19 Maggio, 2025
Luca Belluzzo. Il coraggio di sognare in grande tra le vigne di Tarcento
Luca è un enologo friulano che unisce tecnica e cuore nei suoi vini artigianali, figli di una viticoltura consapevole e profondamente personale.
Ci sono persone che, quando le incontri, ti lasciano qualcosa. Non solo per quello che dicono, ma per come vivono il proprio mestiere. Luca Belluzzo l’ho conosciuto lo scorso anno, visitando la sua cantina a Tarcento, nella parte Nord-est dei Colli Orientali del Friuli. Una realtà piccola, ma intrisa di visione, passione e autenticità.
Classe 1987, Luca Belluzzo, fa parte di una generazione di vignaioli/enologi di grande talento. Luca ha scelto di ritornare in Friuli dopo un percorso formativo e professionale che lo ha portato tra Francia e Italia a lavorare in prestigiose aziende. Un bagaglio tecnico importante, che oggi mette a frutto non solo nella sua azienda familiare, ma anche nel ruolo di enologo per una delle più importanti cantine del Friuli.
Ma è tra le vigne di famiglia che Luca esprime il suo lato più profondo, infatti non è solo un tecnico, ma un narratore, un vignaiolo innamorato del suo lavoro e della sua terra. I suoi vini sono capitoli di una storia che attraversa generazioni, emozioni, incontri.
Potremmo dire che Luca è un vignaiolo con una doppia anima: da un lato la precisione e la visione di lungo periodo richieste da una grande azienda, dall’altro la libertà creativa e affettiva del vignaiolo-artigiano.
Ci troviamo a Tarcento, quella che attorno al 1930 è stata definita La Perla del Friuli da Chino Ermacora, giornalista, intellettuale, poligrafo negli anni ’30 del Novecento. Zona da sempre dove il vino è stato prevalentemente venduto sfuso. Fino a qualche anno fa anche nell’azienda Belluzzo, prima di Luca. Luca ci accoglie in azienda (ero con mia moglie Tania) una sera, e la prima domanda che gli faccio è come mai ha deciso di produrre vino a Tarcento, non una zona rinomata per il vino in bottiglia. Lui inizia a raccontarmi della storia della famiglia e della zona, e capisco che per lui è una missione ma anche una sfida (vinta) produrre vino da queste vecchie vigne di Tarcento.
La storia inizia con il nonno di Luca, Marco, che si traferisce a Tarcento nel 1959 e inizia l’attività di mezzadro, e alla coltivazione di mais e all’allevamento di bovini da latte, nel 1967 pianta il suo primo vigneto, ovvero nove lunghi filari di Merlot (tant’e vero che il vino Origine un Merlot in purezza è dedicato proprio al nonno che ha piantato questi 9 filari).
Sarà il figlio di Marco, Graziano, papà di Luca a implementare e diversificare la produzione di vino verso la fine degli anni 80, e come in ogni famiglia contadina di quel tempo i maggiori collaboratori diventarono moglie e figli (storia che conosco bene, essendo figlio di contadini)
Oggi, l’azienda Vini Belluzzo si estende su appena 2,7 ettari, frammentati nei dintorni di Tarcento. Un mosaico di suoli: marne, argille, sabbie, calcare. Ogni parcella viene lavorata e vinificata separatamente, per rispettarne l’identità. E’ il papà Graziano che si occupa principalmente della vigna.
Le rese sono bassissime (fino a 35 q.li/ha), le raccolte esclusivamente manuali. Nessun diserbo chimico, grande attenzione alla gestione del suolo e della chioma. La viticoltura è pensata per esaltare le caratteristiche dell’annata e del terroir, senza omologare.
In cantina si respira un ordine preciso, quasi silenzioso. Tutta la cantina, che era una vecchia stalla, ha una storia, fin dal portone di ingresso. Luca vinifica in acciaio e legno. Le fermentazioni sono svolte con lieviti indigeni quando possibile, a temperature controllate ma non forzate. I rossi fanno affinamenti lunghi: barrique di rovere francese, nuovi e di secondo e terzo passaggio, per non coprire ma accompagnare.
Ogni scelta è ponderata. Nessuna chiarifica o filtrazione spinta. I vini riposano il tempo necessario per trovare equilibrio, non per rispettare un calendario commerciale. Tutti i vini, non solo le riserve (la linea più importante), vengono imbottigliate solo se il vino è pronto e della precisone stilistica e pulizia che Luca cerca.
Sono in questo angolo del Friuli, dove nascono vini autentici, innovativi dove si uniscono le vecchie tradizioni di famiglia alle moderne conoscenze enologiche. In questa piccola cantina il vino si fa solo quando la maturazione delle uve è perfetta, quindi solo nelle annate migliori e questo la dice tutta sul grado di qualità raggiunto. I vini che escono, che vi invito ad assaggiare, sono vini che lasciano emozioni, e ogni vino ha una storia da raccontare. Tutti i nomi dei vini hanno una loro storia alla spalle.
Luca produce anche due vini “giornalieri” vinificati solo in acciaio dedicati al paese di Tarcento, ovvero il Perla Bianca, blend di uve a bacca bianca locali e Il Perla Nera ovvero un blend di diversi vitigni a bacca rossa (Merlot, Cabernet, Refosco) le cui percentuali variano a seconda dell’annata nel pieno rispetto della tradizione, che ha sempre proposto il vino di ogni giorno frutto di un uvaggio di vitigni rossi; vino di grande rotondità e morbidezza che ha disarmante facilità di beva.
Wine Not: prima di parlare del vino c’è da dire che è dedicato ad Azzurra la figlia di Luca. E’ un vino rosso che in tante aziende si direbbe “di ricaduta”; praticamente è un blend di parte delle botti di Merlot e Refosco peduncolo rosso che Luca dopo due anni di affinamento in legno non considera meritevoli di essere selezionate per la produzione delle sue Riserve. La vinificazione segue lo stesso iter delle selezioni. All’assaggio un gran bel vino, piacevole, diretto, facile ma non banale. Il vino che fa capire cosa marca la differenza tra bel vino e grande vino. Note di ciliegia, marasca, bel palato, un vino da carni rosse.
White Not: bianco fresco fresco di uscita in commercio, è stato dedicato da Luca alla sua secondogenita Lucia da poco nata. Assolutamente da provare.
Origine, Merlot il cui nome é legato al nonno Marco. Vino di grande struttura e morbidezza, che porta in tavola classe, trasparenza e storia, doti rare e bellissime. Lo stile ricercato é quello di Saint Emillon, dove Luca ha lavorato, e si sente tutto. Esce dopo almeno 3 anni di affinamento solo nelle migliori annate. Frutta matura, spezie, palato pieno e appagante, ennesima dimostrazione che se la casa del Merlot è la Rive Droite di Bordeaux, la seconda casa, o casa vacanze è il Friuli Venezia Giulia. Nell’annata 2021 (appena uscita in commercio) vi è anche una dedica speciale a sua madre Bruna, edizione limitata da non perdere.
Orgoglio, Refosco dal peduncolo rosso, prodotto solo nelle grandi annate da un vigneto su terreno di pura argilla completamente esposto a sud, lavorato interamente a mano. Affinato in botti piccole di rovere nuovo, Esce sul mercato dopo 4/5 anni; all’olfatto ciliegia, amarena, lamponi, more, mirtilli e a seguire cacao, funghi e liquirizia. Ottima struttura e profondità, buona beva, molto varietale, un vino da gustare e assaporare con calma.
Graziano. Prodotto nelle grandi annate, è un Refosco dal peduncolo rosso dalla grande struttura e complessità aromatica, il profumo è ampio, ricco di accenti fruttati, al palato diventa quasi setoso, ottima la persitenza. Affina per 2 anni in botti di rovere ed è Dedicato al papà di Luca, Graziano il deus ex machina delle vigne.
Soleva é la Riserva di Bianco da uve 100% Tocai Friulano ed è dedicata all’amata Eva (sorella di Luca) prematuramente mancata nel giugno del 2017 (quando parla di questo vino la commozione di Luca è evidente). Dopo una macerazione di quattro giorni la fine fermentazione ed affinamento avviene in barrique di rovere francese, per poi proseguire l’affinamento in bottiglia. Commercializzato dopo almeno 2 anni dalla vendemmia. Profumi di agrumi ed erbe mediterranee su tutto, al palato una grande pienezza ed una bevibilità disarmante. Chapeau…
Aurum è un vulcano di sapori, nasce dal lento appassimento con botritizzazione del Verduzzo.
Conclusione
Luca Belluzzo non rincorre le mode. Fa vino per necessità interiore, per raccontare se stesso e le sue radici. Ogni bottiglia è un gesto d’amore per la sua terra, un invito a conoscere Tarcento in primis, ma anche il Friuli, attraverso la sensibilità di un uomo che sa sognare in grande restando ben ancorato alla sua vigna.
Un vignaiolo da ascoltare, prima ancora che da bere.
Emanuele Muzzo
Vigne e Orizzonti
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