C’è un filo invisibile che unisce le vigne del Collio a quelle della Loira, le botti di Montalcino alle anfore dell’Istria. È un filo fatto di terra, di mani, di scelte. E di storie che Emanuele Muzzo vuole narrare.
“Vigne e Orizzonti” nasce per raccontare questo intreccio: un viaggio continuo tra territori e culture del vino, con il cuore a Est — tra Friuli Venezia Giulia, Slovenia e Croazia — ma con lo sguardo sempre aperto verso le Langhe, il Chianti, Montalcino, il Piemonte settentrionale e le grandi regioni vinicole d’Europa.
Qui troverai racconti di vignaioli, assaggi, riflessioni, e talvolta abbinamenti inaspettati tra calice e piatto. Perché il vino è emozione in primis ma anche incontro, esplorazione e racconto. E ogni confine, quando si parla di gusto, è solo una linea “immaginaria” da attraversare.
12 Novembre, 2025
Bouzy, tra luce e gesso. Il Pinot Noir secondo Paul Bara
Bouzy si trova sul versante sud della Montagne de Reims, dove le colline si aprono al sole e il Pinot Noir trova una delle sue espressioni più piene e generose. Stiamo parlando di un villaggio leggendario, anima solare delle Montagne di Reims, uno dei 17 villaggi classificati Grand Cru della Champagne, e il suo nome evoca da sempre potenza, frutto e profondità.
Il pendio di Bouzy guarda verso sud, con altitudini comprese tra i 150 e i 250 metri: un’esposizione privilegiata che garantisce maturazioni perfette e un microclima più caldo della media regionale.
Qui il gesso affiora appena sotto la superficie, ma il terreno mostra un carattere più argilloso rispetto ad altri cru vicini, donando vini di struttura, calore e densità.
A Bouzy domina il Pinot Noir, che occupa oltre il 90% del vigneto. È un’uva che qui assume tonalità profonde e generose: fragola matura, ciliegia, spezie e una sottile nota affumicata che firma il terroir.
È anche una delle zone simbolo per la produzione dei Bouzy Rouge, vini rossi fermi (AOC Coteaux Champenois) che rivelano quanto questo suolo sia vocato alla pienezza e all’energia del Pinot Noir.
Il carattere dei Champagne di Bouzy è deciso: vinosi, ricchi, carnosi, con una tessitura ampia e una spalla acida ben bilanciata.
Nei Blanc de Noirs prevalgono note di frutti rossi, mandorla tostata e mineralità gessosa.
Sono Champagne che seducono per profondità e volume, più che per tensione o austerità.
Una Champagne solare, piena di luce e materia, capace di unire forza e dolcezza.
Negli ultimi vent’anni, Bouzy ha vissuto una rinascita grazie ai vigneron indipendenti che hanno creduto nella forza identitaria del loro cru.
Oggi, accanto alle maison storiche, nuove generazioni esplorano parcelle specifiche e micro-cuvée, restituendo una lettura più sottile di un territorio spesso associato solo alla potenza.
Bouzy è sinonimo di generosità, luce e calore.
Un Grand Cru che parla con voce piena, rotonda, sensuale, simbolo della Champagne più solare e carnosa.
Qui il Pinot Noir non è solo un’uva: è una dichiarazione d’identità.
Paul Bara. L’eleganza classica di Bouzy in una maison famigliare
Tra le colline di Bouzy, nel cuore della Montagne de Reims, la famiglia Bara coltiva la vite dal 1833.
Oggi la Maison è guidata da Chantal Bara, settima generazione, che custodisce un patrimonio di savoir-faire unico: fedele alle radici ma sempre attenta alla precisione contemporanea.
Paul Bara rappresenta l’archetipo del vigneron di Bouzy: viticoltura familiare, cura maniacale dei dettagli e un’idea di Champagne profondamente legata al terroir.
Ogni bottiglia è una fotografia fedele del suolo e dell’anima di questo villaggio Grand Cru.
Gli 11 ettari di vigneto della Maison si trovano interamente a Bouzy.
Il terreno, composto da gesso affiorante e argille brune, con esposizione piena a sud, garantisce maturità e concentrazione.
Il Pinot Noir regna sovrano (oltre l’80%), con piccole parcelle di Chardonnay che aggiungono freschezza e finezza.
L’insieme regala uve dense, aromatiche e ricche di polifenoli: la base perfetta per Champagne strutturati, longevi e di profonda identità.
Il segreto della Maison è la precisione classica. Fermentazioni in acciaio per preservare la purezza del frutto, uso limitato del legno, lunghi affinamenti sui lieviti e dosaggi misurati.
Il risultato è uno stile immediatamente riconoscibile: vinoso ma fine, ricco ma teso, con quella firma gessosa che distingue i grandi Champagne di Bouzy.
Le cuvée di Paul Bara sono la perfetta sintesi tra potenza e grazia: il Pinot Noir si fa velluto, energia e luce. La degustazione mi ha molto impressionato e sorpreso positivamente. In passato non sempre ero rimasto convinto daglj champagne Paul Bara
La degustazione
Dopo la visita alle cantine, immersi tra pupitre, botti e il silenzio dei gessi, la degustazione ha offerto un viaggio completo nel linguaggio di Bouzy firmato Paul Bara.
Bouzy Rouge 2020 – Coteaux Champenois
Un rosso fermo ancora giovanissimo, brillante e succoso, che esalta la purezza del Pinot Noir. Frutto rosso croccante, tannino setoso e lunga tensione minerale.
Grand Millésime 2018
Pinot Noir 90%, Chardonnay 10%. Annata generosa e solare, che restituisce uno Champagne pieno, cremoso e denso, con equilibrio impeccabile tra frutto e freschezza.
Grand Rosé de Bouzy
Uno dei rosé più iconici della regione, frutto di un raffinato assemblaggio con Bouzy Rouge. Lampone, melograno, spezie dolci e una piacevole vena agrumata. Un rosé che incarna l’anima sensuale del villaggio.
Brut Réserve Grand Cru
L’espressione più pura della Maison. Cremoso, agrumato, di fine persistenza salina. Uno Champagne dallo stile classico, elegante e impeccabile.
Extra Brut Grand Cru
Più teso e minerale, il volto sobrio e cesellato di Paul Bara: la struttura del Pinot Noir incontra una freschezza vibrante che invita al sorso successivo.
Una degustazione coerente e completa, che parla al bevitore con una costanza stilistica e la nobiltà del Pinot Noir di Bouzy: vini che uniscono generosità e rigore, luce e profondità.
Paul Bara è una delle rare maison rimaste totalmente indipendenti e a conduzione familiare in un villaggio Grand Cru. La filosofia di Chantal Bara è semplice: “Rispettare la terra, ascoltare il vino, non forzare mai la natura.”
Questa purezza d’intento si riflette in ogni cuvée: autenticità senza artifici, classicità senza rigidità.
In sintesi Paul Bara è il volto più autentico di Bouzy: un equilibrio perfetto tra forza e misura, tradizione e precisione. I suoi Champagne raccontano la nobiltà del Pinot Noir, ma con una voce chiara, raffinata, luminosa.
Bevendo Paul Bara, si assapora la storia stessa di Bouzy.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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22 Ottobre, 2025
Eric Taillet. Il Meunier come identità e orgoglio
La strada che attraversa la Vallée de la Marne corre tra pendii dolci, vigneti ordinati e piccoli villaggi che sembrano sospesi nel tempo. È una Champagne diversa da quella dei boulevard di Épernay o Reims: più rurale, più vera, dove il Pinot Meunier non è un comprimario ma il cuore pulsante del paesaggio e della cultura locale.
È qui, a Baslieux-sous-Châtillon, che vive e lavora Eric Taillet, uno dei vignaioli che più di tutti hanno creduto nel potenziale del Meunier, trasformandolo da “uva di taglio” a protagonista assoluto. Il suo nome è ormai legato indissolubilmente a questa varietà, e la sua voce è tra le più ascoltate nel movimento di valorizzazione del vitigno, grazie anche alla fondazione del Meunier Institute, nato per diffondere conoscenza e rispetto per questo patrimonio.
Visitare Taillet non è semplicemente varcare la soglia di una cantina: è entrare in un universo costruito attorno a un’idea forte. Quella di un’uva identitaria, capace di raccontare con autenticità il territorio della Marna e le persone che lo abitano.
Il Meunier al centro di tutto
Eric non si limita a produrre Champagne: porta avanti una missione. Da anni difende e valorizza il Meunier, dimostrando con ogni bottiglia la capacità di questo vitigno di regalare vini di grande energia, freschezza e sorprendente longevità. Per lui il Meunier non è solo un elemento di equilibrio nelle cuvée: è voce autonoma e autorevole, espressione pura del territorio che lo ha visto nascere.
Una visita che diventa lezione di terroir
Accogliere gli ospiti è parte della sua filosofia: sorridente, diretto, con un entusiasmo contagioso. Dopo una breve introduzione in cantina, Eric ama portare subito tra i filari. Passeggiare nelle vigne con lui significa capire quanto il Meunier sia legato al suo terroir: suoli argillosi-calcarei, esposizioni diverse e un microclima che ne esalta la personalità fruttata e generosa.
In vigna la sua attenzione è maniacale: rese contenute, rispetto della biodiversità, scelte agronomiche pensate per preservare la vitalità dei suoli e la precisione aromatica delle uve. Questa stessa precisione si riflette nella vendemmia e nella pressatura: Eric è ossessionato dalla qualità dei succhi. Con l’aumento della superficie vitata — oggi circa 8 ettari — può finalmente utilizzare una pressa pneumatica, ma fino allo scorso anno lavorava con una tradizionale Coquard. Da un marc si ottengono normalmente circa 2.550 litri di mosto, di cui 2.050 di cuvée: Eric, invece, si ferma a 1.700 litri. Rinuncia volutamente a parte del succo per avere solo il cuore più puro e preciso della pressatura. La degustazione 🥂 Bansionensi – 100% Meunier Il vino simbolo della maison: profondo, carnoso, con note di frutta gialla matura, scorza d’agrumi e una tensione salina che allunga il sorso. Mostra tutta la capacità del Meunier di essere protagonista, non comprimario. 🥂 Exclusiv’T – 100% Meunier Cuvée d’ingresso, luminosa e immediata. Naso di mela croccante, fiori bianchi e agrumi freschi, con un leggero accenno di pasticceria. Bocca tesa, agile e precisa, con un finale sapido e invitante. Perfetta introduzione allo stile Taillet. 🥂 Renaissance – 100% Meunier Più profondo e complesso: accenni speziati, frutta secca, miele chiaro e agrumi canditi. La bocca è ampia, strutturata ma sempre dinamica. Un Meunier di classe, con potenziale evolutivo. 🥂 L’Authentique – 100% Chardonnay Un bianco sorprendente per una maison della Vallée de la Marne. Naso teso e minerale, con agrumi, fiori bianchi e una sottile nota gessosa. In bocca è cesellato, vibrante, di grande purezza: dimostra che Eric sa interpretare anche lo Chardonnay con precisione e sensibilità. 🥂 Luminous’T – Rosé de Saignée 100% Meunier Colore brillante, profilo vinoso e intenso. Note di fragoline di bosco, melograno e agrumi rossi, con un tocco speziato. Bocca strutturata ma fresca, con bella energia e tensione. Un rosé gastronomico, che racconta un’altra sfaccettatura del Meunier. Conclusione Visitare Eric Taillet non è soltanto scoprire una maison: è partecipare a una dichiarazione d’amore per il Meunier. Un’uva che da “cenerentola” della Champagne si è trasformata in protagonista, capace di affascinare e sorprendere.
E grazie a vignaioli come lui, oggi il Meunier non è più un comprimario: è voce autentica di un terroir che ha ancora tanto da raccontare. La sua ossessione per la precisione — dal grappolo in vigna al cuore della pressatura — racconta meglio di qualsiasi slogan la sua filosofia: meno, ma meglio. Ogni scelta è calibrata per esaltare l’identità del Meunier e la purezza del terroir. Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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In vigna la sua attenzione è maniacale: rese contenute, rispetto della biodiversità, scelte agronomiche pensate per preservare la vitalità dei suoli e la precisione aromatica delle uve. Questa stessa precisione si riflette nella vendemmia e nella pressatura: Eric è ossessionato dalla qualità dei succhi. Con l’aumento della superficie vitata — oggi circa 8 ettari — può finalmente utilizzare una pressa pneumatica, ma fino allo scorso anno lavorava con una tradizionale Coquard. Da un marc si ottengono normalmente circa 2.550 litri di mosto, di cui 2.050 di cuvée: Eric, invece, si ferma a 1.700 litri. Rinuncia volutamente a parte del succo per avere solo il cuore più puro e preciso della pressatura. La degustazione 🥂 Bansionensi – 100% Meunier Il vino simbolo della maison: profondo, carnoso, con note di frutta gialla matura, scorza d’agrumi e una tensione salina che allunga il sorso. Mostra tutta la capacità del Meunier di essere protagonista, non comprimario. 🥂 Exclusiv’T – 100% Meunier Cuvée d’ingresso, luminosa e immediata. Naso di mela croccante, fiori bianchi e agrumi freschi, con un leggero accenno di pasticceria. Bocca tesa, agile e precisa, con un finale sapido e invitante. Perfetta introduzione allo stile Taillet. 🥂 Renaissance – 100% Meunier Più profondo e complesso: accenni speziati, frutta secca, miele chiaro e agrumi canditi. La bocca è ampia, strutturata ma sempre dinamica. Un Meunier di classe, con potenziale evolutivo. 🥂 L’Authentique – 100% Chardonnay Un bianco sorprendente per una maison della Vallée de la Marne. Naso teso e minerale, con agrumi, fiori bianchi e una sottile nota gessosa. In bocca è cesellato, vibrante, di grande purezza: dimostra che Eric sa interpretare anche lo Chardonnay con precisione e sensibilità. 🥂 Luminous’T – Rosé de Saignée 100% Meunier Colore brillante, profilo vinoso e intenso. Note di fragoline di bosco, melograno e agrumi rossi, con un tocco speziato. Bocca strutturata ma fresca, con bella energia e tensione. Un rosé gastronomico, che racconta un’altra sfaccettatura del Meunier. Conclusione Visitare Eric Taillet non è soltanto scoprire una maison: è partecipare a una dichiarazione d’amore per il Meunier. Un’uva che da “cenerentola” della Champagne si è trasformata in protagonista, capace di affascinare e sorprendere.
E grazie a vignaioli come lui, oggi il Meunier non è più un comprimario: è voce autentica di un terroir che ha ancora tanto da raccontare. La sua ossessione per la precisione — dal grappolo in vigna al cuore della pressatura — racconta meglio di qualsiasi slogan la sua filosofia: meno, ma meglio. Ogni scelta è calibrata per esaltare l’identità del Meunier e la purezza del terroir. Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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8 Ottobre, 2025
Chavot-Courcourt e Laherte Frères. L’anima autentica della Champagne
Ci sono luoghi in Champagne che sfuggono ai riflettori delle grandi maison e restano sospesi in un tempo più intimo e vero. Uno di questi è Chavot-Courcourt, piccolo villaggio della Vallée de la Marne, incastonato tra colline di vigne e silenzi rurali. Qui la Champagne si mostra senza orpelli, fatta di terra, lavoro e dedizione.
Un villaggio tra Marna e gesso
La geografia di Chavot-Courcourt è speciale: un mosaico di suoli che mescolano gesso, argilla e sabbie, capaci di regalare vini dal carattere vibrante. È il regno del Meunier, vitigno a lungo considerato “minore” e oggi riscoperto per la sua capacità di esprimere energia e immediatezza. La sua presenza domina i filari che circondano il paese, alternandosi a parcelle di Chardonnay e Pinot Noir che arricchiscono la complessità del terroir.
La famiglia Laherte
È qui che nasce, nel 1889, la storia di Laherte Frères. Oggi la maison è guidata da Aurélien Laherte, settima generazione, che ha saputo trasformarla in un punto di riferimento per la Champagne artigianale.
Con circa 11 ettari suddivisi in oltre 70 parcelle, i vigneti si estendono non solo a Chavot, ma anche nei villaggi circostanti e in parte nella Côte des Blancs. Questa frammentazione è una ricchezza: ogni parcella viene coltivata e vinificata separatamente, per esaltare al massimo l’identità di ciascun terroir.
Aurélien lavora secondo principi biologici e biodinamici, con grande attenzione alla biodiversità e alla vitalità del suolo. Le fermentazioni sono spontanee, il legno è usato in modo rispettoso (botti, foudres, barrique) e il dosaggio resta minimo, per lasciare che sia il vino a parlare.
Un viaggio in cantina
Visitare Laherte significa respirare questa filosofia fin dall’ingresso: le presse Coquard tradizionali, le botti che custodiscono i vins clairs, la cura quasi maniacale per ogni dettaglio. Ogni cuvée nasce da un pensiero preciso, da un equilibrio fra tradizione e innovazione. Aurélien racconta il suo lavoro con passione contagiosa, sottolineando l’importanza del Meunier, vitigno spesso sottovalutato ma che qui trova espressioni sorprendenti.
Champagne degustati
La visita si è trasformata in un vero viaggio sensoriale, con una batteria di vini che hanno messo in luce la poliedricità della maison.
Ultradition Extra Brut (60% Meunier, 30% Chardonnay, 10% Pinot Noir, con il 40% di vins de réserve)
Note di agrumi, frutta fresca e pasticceria leggera. Al palato è morbido e avvolgente, con vibrante mineralità e ottima tensione. Ultradition Blanc de Blancs Brut Nature (100% Chardonnay, 50% vins de réserve)
Fiori, frutta esotica, mineralità gessosa e panificazione. In bocca è teso e fresco, con una mineralità sapida, grande equilibrio e persistenza. Rosé de Meunier (100% Meunier, fermentazione in legno, parziale malolattica, 10% vino rosso, 40% vini di riserva)
Crosta di pane, ribes, arancia rossa, rosa e tocchi minerali. Bocca piena e potente, equilibrata, succosa e con un finale floreale persistente. Les Empreintes (2018 – 50% Pinot Noir da vigna 1983, 50% Chardonnay e Chardonnay Muscaté da vigna 1957)
Bouquet complesso: mango, limone, frutta candita, mandorla, miele. Fresco e vivace, minerale e sapido, con persistenza molto lunga. Les 7 (blend delle 7 varietà tradizionali: Pinot Gris, Chardonnay, Meunier, Petit Meslier, Arbanne, Pinot Noir, Pinot Blanc)
Prodotto con metodo solera e dosaggio extra brut. Sentori di frutta gialla e bianca, pane e pasticceria. In bocca ampio, corposo, rotondo, con finale secco e fruttato. Grande beva e profondità. Petit Meslier Extra Brut (100% Petit Meslier, da varie annate, fermentato e affinato in legno, 40% vins de réserve)
Vitigno raro e affascinante. Perlage finissimo, agrumi in tutte le declinazioni, anche canditi. Fresco, verticale, succoso, con slancio minerale. Una nota distintiva: le retro-etichette di Laherte sono tra le più dettagliate della Champagne. Riportano con trasparenza blend, parcelle, percentuali di vins de réserve, vinificazione, dosaggio e data di dégorgement, rendendo ogni bottiglia anche un documento didattico. Il tramonto che non si dimentica Dopo la visita in cantina, salire verso l’Église de Saint Martin, piccola chiesa romanica immersa nei vigneti, è un rituale da non perdere. Il panorama si apre su tutta la Vallée de la Marne, e al tramonto diventa pura poesia: i filari si accendono di luce dorata, le ombre si allungano e il silenzio accompagna il respiro lento del paesaggio. È un momento che completa l’esperienza di Chavot e che rivela l’anima più profonda della Champagne: un intreccio di natura, spiritualità e vino. Conclusione Chavot-Courcourt e Laherte Frères rappresentano insieme la Champagne che emoziona senza bisogno di sfarzi: fatta di paesaggi, di famiglie che tramandano un sapere e di vini che parlano direttamente al cuore. Perché scoprire la Champagne non significa solo bere grandi nomi, ma anche sedersi davanti a una chiesa millenaria, alzare il calice e lasciarsi avvolgere dal tramonto. Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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Note di agrumi, frutta fresca e pasticceria leggera. Al palato è morbido e avvolgente, con vibrante mineralità e ottima tensione. Ultradition Blanc de Blancs Brut Nature (100% Chardonnay, 50% vins de réserve)
Fiori, frutta esotica, mineralità gessosa e panificazione. In bocca è teso e fresco, con una mineralità sapida, grande equilibrio e persistenza. Rosé de Meunier (100% Meunier, fermentazione in legno, parziale malolattica, 10% vino rosso, 40% vini di riserva)
Crosta di pane, ribes, arancia rossa, rosa e tocchi minerali. Bocca piena e potente, equilibrata, succosa e con un finale floreale persistente. Les Empreintes (2018 – 50% Pinot Noir da vigna 1983, 50% Chardonnay e Chardonnay Muscaté da vigna 1957)
Bouquet complesso: mango, limone, frutta candita, mandorla, miele. Fresco e vivace, minerale e sapido, con persistenza molto lunga. Les 7 (blend delle 7 varietà tradizionali: Pinot Gris, Chardonnay, Meunier, Petit Meslier, Arbanne, Pinot Noir, Pinot Blanc)
Prodotto con metodo solera e dosaggio extra brut. Sentori di frutta gialla e bianca, pane e pasticceria. In bocca ampio, corposo, rotondo, con finale secco e fruttato. Grande beva e profondità. Petit Meslier Extra Brut (100% Petit Meslier, da varie annate, fermentato e affinato in legno, 40% vins de réserve)
Vitigno raro e affascinante. Perlage finissimo, agrumi in tutte le declinazioni, anche canditi. Fresco, verticale, succoso, con slancio minerale. Una nota distintiva: le retro-etichette di Laherte sono tra le più dettagliate della Champagne. Riportano con trasparenza blend, parcelle, percentuali di vins de réserve, vinificazione, dosaggio e data di dégorgement, rendendo ogni bottiglia anche un documento didattico. Il tramonto che non si dimentica Dopo la visita in cantina, salire verso l’Église de Saint Martin, piccola chiesa romanica immersa nei vigneti, è un rituale da non perdere. Il panorama si apre su tutta la Vallée de la Marne, e al tramonto diventa pura poesia: i filari si accendono di luce dorata, le ombre si allungano e il silenzio accompagna il respiro lento del paesaggio. È un momento che completa l’esperienza di Chavot e che rivela l’anima più profonda della Champagne: un intreccio di natura, spiritualità e vino. Conclusione Chavot-Courcourt e Laherte Frères rappresentano insieme la Champagne che emoziona senza bisogno di sfarzi: fatta di paesaggi, di famiglie che tramandano un sapere e di vini che parlano direttamente al cuore. Perché scoprire la Champagne non significa solo bere grandi nomi, ma anche sedersi davanti a una chiesa millenaria, alzare il calice e lasciarsi avvolgere dal tramonto. Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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22 Settembre, 2025
Vilmart. Tra gesso e legno la piccola Krug di Rilly-la-Montagne
Ai piedi della Montagne de Reims, immerso tra boschi e vigne di gesso, sorge Rilly-la-Montagne, un villaggio che racconta in modo autentico l’anima della Champagne. Qui, dove il Pinot Noir trova la sua massima espressione e lo Chardonnay regala finezza e tensione, la viticoltura è parte integrante della vita quotidiana. Le case affacciate sulla strada principale si alternano a piccole cantine e vecchi portoni in legno, segni concreti di una tradizione vitivinicola che affonda le radici nei secoli.
Rilly è un luogo in cui il terroir parla con voce decisa: i suoli gessosi trasmettono verticalità e freschezza, mentre l’esposizione delle parcelle dona vini di struttura, capaci di unire forza e delicatezza. È in questo scenario che nasce e cresce una delle maison più ammirate dagli appassionati: Vilmart & Cie,
Fondata nel 1890 da Désiré Vilmart, la maison è rimasta sempre familiare, attraversando cinque generazioni fino ad arrivare oggi nelle mani di Laurent Champs, custode di un patrimonio fatto di vigneti, esperienza e sensibilità. I suoi 11 ettari sono coltivati con rispetto assoluto per l’ambiente: nessun diserbante, nessun insetticida, lavorazioni manuali e attenzione costante all’equilibrio naturale della vigna. Una filosofia che parte dalla terra e che prosegue coerente in cantina.
In una zona, la Montagne di Reims, tradizionalmente dominata dal Pinot Noir, Vilmart sceglie di andare controtendenza: qui il protagonista è lo Chardonnay. Le vigne, tutte in villaggi classificati premier cru (e vicino all’azienda), sono piantate con oltre il 60% a Chardonnay con il resto dedicato a Pinot Noir. Uno scelta precisa che segna lo stile della maison, fatta di freschezza, eleganza, tensione minerale e longevità.
Ma è soprattutto la vinificazione è ciò che rende Vilmart inconfondibile. Qui non esiste acciaio: tutte le fermentazioni e gli affinamenti avvengono in legno, tra barrique e foudres, con l’obiettivo di dare profondità, complessità e un’impronta unica agli champagne. La fermentazione malolattica non viene mai svolta, scelta che conserva la freschezza e la tensione acida, regalando vini di straordinaria longevità.
Il risultato sono champagne che non cercano la facile immediatezza, ma la raffinata armonia del tempo. Non a caso, molti appassionati amano definire Vilmart la piccola Krug della Champagne, per la capacità di coniugare l’eleganza del legno con la precisione cristallina del terroir.
La visita con Léa
La nostra esperienza a Rilly è stata resa ancora più speciale grazie all’accoglienza di Léa, che ci ha guidati alla scoperta della cantina con grande passione e competenza. Passeggiando tra i foudres e le barrique, ci ha raccontato la filosofia di Laurent Champs, fatta di rigore e delicatezza, ma anche di visione e rispetto per i tempi del vino. Ogni dettaglio sembrava avere un senso: la scelta di non svolgere la malolattica, l’uso esclusivo del legno, i lunghi affinamenti che trasformano le cuvée in vere e proprie opere d’arte enologica.
La degustazione è stata il momento culminante della visita.
Abbiamo assaggiato le diverse cuvée della maison, dalla Grande Réserve, immediata e vibrante, al più elegante Grand Cellier, fino ad arrivare al Coeur de Cuvée, che incarna alla perfezione la raffinatezza e la complessità dello stile Vilmart. Ogni calice era una tappa di un percorso coerente e affascinante, in cui il frutto e la freschezza si intrecciavano con profondità e struttura.
Grande Réserve – la cuvée più rappresentativa, che racconta il carattere classico di Rilly: vinosità, materia e una bella spinta minerale, con un bellissimo finale di pesca bianca. Una firma riconoscibile.
Grand Cellier – qui lo Chardonnay emerge con decisione. Tanti agrumi e fiori binachi al naso che poi ritornano al palato con una grande verticalità e tanta energia.
Grand Cellier d’Or – maggiore complessità e struttura, con il legno che disegna finezza e profondità. Un vino che invita a tornare al bicchiere più volte.
Cœur de Cuvée 2016 – la punta di diamante dove la complessità è pura armonia: frutto maturo, miele, frutta candita, confettura, poi ancora spezie delicate, non invadenti, grande persistenza e prospettiva di evoluzione. Se il naso è complesso il palato ancora di più. Grande Chamapgne
Rubis – il rosé della maison, dove il Pinot Noir incontra lo Chardonnay. Elegante, con note di piccoli frutti rossi, palato fresco e delicato, perfetto esempio di equilibrio tra frutto e tensione.
Una degustazione che non vorresti finisse mai, ogni calice era una tappa di un percorso coerente e affascinante, in cui la mano di Laurent Champs si percepisce chiaramente: mai ostentata, sempre tesa a far dialogare terroir e materia con eleganza.
Visitare Vilmart a Rilly-la-Montagne non è soltanto scoprire una grande maison: è vivere un’esperienza che ti porta dentro l’anima stessa della Champagne. Grazie a Léa, il racconto si è trasformato in un dialogo vivo, capace di trasmettere non solo nozioni, ma soprattutto emozioni.
Emozioni ed un’esperienza che va oltre la degustazione. È entrare in contatto con una filosofia fatta di rigore, sensibilità e rispetto. È scoprire come il legno possa diventare non un marchio invasivo, ma uno strumento di finezza. È, soprattutto, lasciarsi sorprendere da champagne che non sono soltanto bollicine, ma come dice Laurent Champs, vini gastronomici, da tavola e da meditazione, capaci di emozionare oggi e di raccontare nuove sfumature con il passare degli anni.
Rilly-la-Montagne è un villaggio che custodisce segreti e tradizioni, ma è attraverso Vilmart che quei segreti diventano calici di pura eleganza.
Emanuele Muzzo
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9 Settembre, 2025
Ambonnay, cuore pulsante della Montagne de Reims
Adagiato sul versante sud-orientale della Montagne de Reims, il villaggio di Ambonnay custodisce un patrimonio vitivinicolo e culturale unico. Con poco più di mille abitanti e un territorio che sfiora i dodici chilometri quadrati, il comune mantiene ancora oggi la dimensione intima e raccolta delle comunità rurali della Champagne.
Le origini del nome si perdono nella storia: secondo alcuni studiosi deriverebbe da Amboniacus, un possidente romano che introdusse la viticoltura in queste terre; altri lo collegano a bonne haie, la buona siepe che un tempo delimitava le foreste circostanti. In entrambi i casi, il filo conduttore resta la vite, presente da secoli e parte integrante dell’identità del paese.
Passeggiare tra le vie di Ambonnay significa compiere un viaggio nel tempo. Se l’anima di Ambonnay si riconosce nelle sue pietre, è nei vigneti che pulsa la sua vera essenza. Il comune è infatti uno dei soli diciassette classificati Grand Cru al 100%, un privilegio che ne certifica l’eccellenza viticola.
La superficie vitata si estende per circa 385 ettari, in larga parte coltivati a Pinot Noir (oltre 300 ettari), varietà regina di questo terroir, e in misura minore a Chardonnay (poco più di 70 ettari). I vigneti si adagiano tra i 120 e i 180 metri di altitudine, raggiungendo i 200 metri in direzione di Bouzy. I suoli calcarei e l’esposizione soleggiata a sud e sud-est creano condizioni ideali per vini di grande struttura e ricchezza aromatica, capaci di unire profondità e longevità.
Ambonnay è un nome imprescindibile nella geografia dello Champagne: molte maison di prestigio possiedono parcelle nel villaggio, a partire da Krug, che qui custodisce il celebre Clos d’Ambonnay, uno dei vigneti più preziosi al mondo. Non mancano i piccoli vigneron, custodi di tradizioni familiari secolari, che affiancano le grandi etichette con interpretazioni artigianali del terroir. Il villaggio è noto anche per l’Ambonnay Rouge, un raro e ricercato Coteaux Champenois fermo da Pinot Noir, ulteriore testimonianza della straordinaria vocazione di queste vigne.
Tornando al Clos d’Ambonnay, questo è uno dei vigneti più piccoli e prestigiosi al mondo: appena 0,68 ettari, racchiusi da mura fin dal 1766. Si trova nel cuore di Ambonnay, villaggio Grand Cru della Montagne de Reims, celebre per il Pinot Noir di straordinaria intensità e profondità.
Krug, fedele alla sua filosofia di osservare e valorizzare ogni singola parcella, identificò questo vigneto dopo una lunga ricerca durata sette anni. Nel 1994 lo acquistò, riconoscendone il potenziale unico. La prima vendemmia fu quella del 1995, presentata al pubblico soltanto nel 2007, dopo oltre un decennio di paziente affinamento.
Con questa scelta, la Maison ha consacrato Ambonnay come terroir imprescindibile della propria identità, confermando il legame storico che da sempre la lega al Pinot Noir di questo villaggio, infatti in tutte le grandi Cuvée c’è sempre stato del vino di Ambonnay.
La rarità è un tratto essenziale del Clos d’Ambonnay. Dal 1995 al 2006 sono state prodotte soltanto sei annate (1995, 1996, 1998, 2000, 2002, 2006), per un totale poco superiore alle 4.000 bottiglie per annata.
Ogni millesimo rappresenta quindi un’uscita eccezionale e attesissima, oggetto di culto tra collezionisti e appassionati. Si tratta, di fatto, di una delle produzioni più esigue e ricercate dell’intera Champagne.
Il Clos d’Ambonnay è un Blanc de Noirs al 100% Pinot Noir, espressione pura del villaggio e del vigneto. Dopo la fermentazione in piccoli fusti di rovere, seguendo la tradizione Krug di vinificare separatamente ogni parcella, i vini riposano in cantina per oltre 10–12 anni sui lieviti.
Il risultato è uno Champagne di potenza e complessità straordinarie, capace di coniugare la generosità del Pinot Noir di Ambonnay con l’inconfondibile finezza dello stile Krug.
Note tipiche comprendono aromi di frutta nera matura, spezie, cacao, torrefazione e note affumicate, che si intrecciano con freschezza minerale e una struttura imponente. È uno Champagne che evolve magnificamente nel tempo, mantenendo tensione e vitalità anche dopo decenni, infatti le mie prime bevute della 1995 e 1996 ad inizio anni 2010 non mi impressionarono affatto ritenendole troppo giovani. Riprovata la 1995 appena post Covid ha mostrato tutta la sua freschezza e potenza.
Il Clos d’Ambonnay si inserisce accanto al più noto Clos du Mesnil (100% Chardonnay, da Le Mesnil-sur-Oger), completando la visione di Krug di esaltare i due vitigni nobili della Champagne in interpretazioni monovarietali e monoparcellari.
Se il Clos du Mesnil racconta la purezza cristallina dello Chardonnay, il Clos d’Ambonnay incarna l’anima più intensa e carnale del Pinot Noir. Entrambi, però, condividono la filosofia Krug: il tempo, la precisione artigianale e il rispetto assoluto del terroir.
Oggi il Clos d’Ambonnay è molto più di uno Champagne: è una leggenda enologica, simbolo di esclusività e di ricerca estrema della perfezione, che rafforza ulteriormente il legame indissolubile tra Krug e il villaggio di Ambonnay, ed infatti è proprio di fronte al Clos d’Ambonnay, che dopo 7 anni ha inaugurato Joseph 2.0, la nuova cantina voluta dalla Chef de Caves Julie Cavil. Non soltanto un centro produttivo, ma un progetto pensato per il presente e per le prossime generazioni, in linea con la visione di Joseph Krug, che nel 1843 sognava di offrire ogni anno lo Champagne migliore possibile.
La nuova sede, avviata nel 2017, si estende su 9.500 metri quadrati e concentra tutte le fasi della vinificazione: dalla ricezione dei mosti all’imbottigliamento. Otto cantine indipendenti, 330 serbatoi firmati dall’italiana Defranceschi e una progettazione che unisce ergonomia, sostenibilità e controllo naturale di gravità e microclima. Un luogo costruito a misura di uomo e di vino, capace di conciliare innovazione e precisione senza mai tradire la tradizione.
Il cuore resta il parco barrique: 4.300 fût champenois da 205 litri, con un’età media di 17 anni, disposti su due piani per garantire rotazione e gestione ottimale. Da Krug il legno è destinato esclusivamente alla fermentazione: dopo sette mesi i vini vengono travasati in acciaio, mantenendo pratiche rare come il soutirage à l’ancienne, reso qui più agevole da un rubinetto appositamente ideato.
Con Joseph 2.0, Krug affonda ancora più saldamente le proprie radici ad Ambonnay, terroir simbolo della Montagne de Reims e patria di Pinot Noir d’eccellenza. Non è un caso: in ognuna delle 173 cuvée uscite finora c’è sempre stato almeno un tocco di Ambonnay. È qui che, accanto al Clos du Mesnil, Henri e Rémi Krug individuarono nel 1994 il Clos d’Ambonnay, secondo “solista” della Maison. Oggi la nuova cantina rappresenta la naturale continuazione di quella storia.
Le persone sono il cuore del progetto”, ricorda Julie Cavil. Joseph 2.0 non è un tempio dell’automazione, ma uno spazio che valorizza il lavoro degli uomini e delle donne che ogni anno orchestrano l’inconfondibile musica di Krug. Nella nuova Joseph 2.0, che domina, ma in maniera sobria, Place du Barancourt, troviamo anche tutti gli uffici tecnici, ma questa cantina serve solo per la vinificazione e conservazione dei vini di riserva. Una volta effettuato il tirage tutte le bottiglie vanno nelle storiche cantine di Reims per l’affinamento sui lieviti.
Champagne Soutiran – Destino, memoria e artigianalità di Ambonnay
Come detto Ambonnay è sede di tante aziende artigianali, come ad esempio Soutiran la cui storia è profondamente legata ad Ambonnay. Tutto inizia con Gérard Soutiran, nato nel 1916 in piena Prima Guerra Mondiale. Rimasto orfano, fu accolto da un viticoltore che gli trasmise l’amore per la vigna. Dopo una carriera militare, nel 1950 fondò la sua maison, dando vita alle prime bottiglie di Champagne Soutiran.
Negli anni successivi il testimone passò al figlio Alain, che insieme alla moglie Roselyne ampliò i vigneti e creò nuove cuvée. La figlia Valérie portò poi la maison oltre i confini francesi, trasformandola in un marchio conosciuto a livello internazionale. Oggi Valérie, con il marito e chef de cave Patrick Renaux, guida l’azienda restando fedele ai valori originari: rispetto del terroir, artigianalità e tempo.
Il cuore dei vigneti è ad Ambonnay, dove il Pinot Noir raggiunge una delle sue massime espressioni: struttura, profondità e frutto maturo, bilanciati dalla freschezza e dalla tensione minerale dello Chardonnay. Alcune parcelle si trovano anche in Premier Cru come Trépail, Chigny-les-Roses, Ludes e Chamery.
Il tempo è ingrediente fondamentale da Soutiran, infatti ogni cuvée riposa in cantina dai cinque agli otto anni sui lieviti, sviluppando complessità aromatica, eleganza e una mousse finissima. La vinificazione parcellare e l’uso calibrato del legno contribuiscono a definire lo stile della maison: ricco, profondo, ma sempre sostenuto da freschezza e tensione minerale.
Durante una degustazione completa con Valérie Soutiran, emerge chiaramente il filo conduttore che lega tutte le cuvée della maison: la capacità di raccontare Ambonnay. Dal più fresco ed elegante Signature Grand Cru alle etichette di maggior struttura e complessità, ogni bicchiere restituisce una visione diversa e autentica del villaggio. Signature, più immediato ma mai banale, perfetto esempio di equilibrio tra potenza e freschezza. Le cuvée millesimate, capaci di mostrare l’evoluzione e la complessità che solo le grandi parcelle del villaggio sanno donare.
Il racconto appassionato di Valérie ha trasformato la degustazione in un viaggio: non solo vini, ma storie di famiglia, di sacrificio e di amore incondizionato per la terra.
Soutiran non è soltanto una maison di Champagne, ma il racconto di una famiglia e di un territorio. Ad Ambonnay il tempo diventa ingrediente fondamentale, capace di scolpire vini memorabili. Ogni bottiglia è un invito a scoprire la profondità e la poesia di un Grand Cru che non smette di sorprendere.
Ambonnay non è soltanto un villaggio Grand Cru: è un microcosmo che racchiude l’essenza della Champagne. Qui convivono la grandezza di una Maison iconica come Krug, con il mito del Clos d’Ambonnay e la modernità della nuova cantina Joseph 2.0, e la voce sincera e autentica di produttori come Soutiran, capaci di raccontare con verità e passione il volto più umano di questo territorio. Ed è forse proprio questo intreccio di grandezza e autenticità che rende Ambonnay il villaggio che porto più nel cuore.
Emanuele Muzzo
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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20 Agosto, 2025
Vertus. Dove il gesso incontra l'identità
Parte meridionale della Côte des Blancs, là dove le colline iniziano ad aprirsi verso la pianura e il gesso affiora quasi in superficie, sorge Vertus. Non ha la fama di Le Mesnil o l’aura rarefatta di Avize, ma chi conosce davvero la Champagne sa che è proprio qui, tra le vigne di Vertus, che si custodisce l’anima più autentica del Chardonnay.
Classificato Premier Cru, Vertus è un villaggio che sorprende per la varietà dei suoi suoli e l’ampiezza delle sue esposizioni: parcelle più alte, luminose e verticali si alternano a vigneti più bassi e argillosi, donando profondità e nuance ai vini. È anche uno dei pochissimi villaggi della Côte des Blancs dove il Pinot Noir ha ancora spazio, seppur in misura ridotta, a testimonianza di un’identità composita e mai banale (in passato, in questa zona, il rapporto tra i due vitigni era esattamente inverso).
In questo scenario si muovono due realtà che, pur molto diverse per stile e storia, rappresentano le vette qualitative della zona: Larmandier-Bernier e André Jacquart. Due famiglie, due approcci, due declinazioni del terroir di Vertus.
Se i Larmandier-Bernier sono pionieri della biodinamica e dell’espressione più pura del cru – basti pensare alla loro celebre Terre de Vertus, cuvée senza dosaggio e senza assemblaggio –, André Jacquart offre una visione più ampia e levigata, capace di unire rigore tecnico e grande precisione stilistica, a partire dai suoi appezzamenti storici nel lieu-dit Mont Aimé.
Raccontare Vertus attraverso queste due maison significa attraversare due anime del villaggio: quella più radicale e territoriale, e quella più elegante e scolpita. Entrambe, però, accomunate da una medesima tensione: tradurre il gesso in vino, con verità.
Larmandier-Bernier. La biodinamica a Vertus come linguaggio del terroir
Nel 1988 Pierre Larmandier lascia Parigi per tornare a Vertus, nella Côte des Blancs (non Vallée de la Marne), e proseguire l’attività familiare con l’aiuto della madre Elisabeth Bernier e della moglie Sophie. Nasce così una delle realtà più emblematiche della Champagne contemporanea: una maison che ha scelto di dare voce alla natura attraverso il rigore dell’agricoltura biodinamica.
Con 16 ettari di vigneti, per lo più piantati a Chardonnay, Larmandier-Bernier coltiva parcelle distribuite tra Vertus e alcuni dei più prestigiosi Grand Cru della Côte des Blancs: Cramant, Chouilly, Avize e Oger. Le vigne superano i 40 anni di età, e il lavoro in campo è orientato a ridurre le rese e incoraggiare le radici ad andare in profondità, per catturare l’anima minerale del suolo gessoso.
Dal 2004 non vengono più impiegati prodotti chimici di sintesi né in vigna né in cantina. Pierre lavora secondo i ritmi e gli equilibri della natura, affidandosi a preparati biodinamici, lavorazioni manuali e all’uso esclusivo di lieviti indigeni, sia per la fermentazione alcolica che per la presa di spuma.
In cantina, i vini fermentano in botti di rovere e acciaio, senza aggiunta di zuccheri (i dosaggi sono nulli o minimi), con l’obiettivo dichiarato di lasciar parlare il terroir. Il risultato sono Champagne puri, vibranti, essenziali, che raccontano con nitidezza il gesso, la luce e l’equilibrio delle vigne da cui provengono. Sono Champagne vivi, minerali, profondi e mai ruffiani.
Come ama ripetere Pierre stesso
Lasciamo il terroir libero di esprimersi.
La mia visita a Vertus
A metà luglio ho avuto il privilegio di visitare la maison e di trascorrere alcune ore tra le vigne, la cantina e la sala di degustazione, accompagnato da uno dei membri del team. L’accoglienza è stata sobria ma calorosa, come nello stile di chi preferisce lasciare parlare il vino.
A colpirmi subito è stata la serenità del luogo: filari ordinati, nessun eccesso, solo l’essenziale. Anche la cantina riflette questo approccio: niente tecnologia invadente, ma legno, acciaio e silenzio, e qualche anfora di Tava per esperimenti. Ogni gesto ha un peso e un ritmo naturale, come se tutto seguisse un tempo lento e consapevole.
Durante la degustazione ho potuto assaggiare una selezione che partiva dalla cuvée Latitude – Champagne ampio, cremoso, solare – fino ad arrivare alla finezza verticale e calcarea della Longitude. A seguire, due parcelle singole: Les Chemins d’Avize e Vieille Vigne du Levant, entrambe capaci di sfidare il tempo. La pulizia, la tensione e la profondità di questi vini testimoniano un lavoro coerente e privo di compromessi.
Latitude e Longitude: nomi che parlano di geografia e identità
Le due cuvée principali della maison – Latitude e Longitude – sono nate per raccontare in modo chiaro e immediato l’origine delle uve da cui provengono.
Latitude è prodotta esclusivamente con uve provenienti da Vertus, località situata più a sud rispetto agli altri Grand Cru della Côte des Blancs. La sua posizione “in larghezza”, lungo una fascia latitudinale più meridionale, conferisce al vino un profilo più rotondo, maturo, generoso.
Longitude, invece, nasce da una linea verticale (immaginaria) che unisce villaggi Grand Cru come Cramant, Avize e Oger: tutti posti che si trovano sullo stesso asse gessoso, e che danno vita a uno Champagne più verticale, affilato, cristallino.
I nomi delle cuvée non sono quindi un esercizio di stile, ma una dichiarazione di intenti: esprimere, già dall’etichetta, la provenienza e la vocazione stilistica del vino.
Conclusione
Larmandier-Bernier non è solo una delle maison più rispettate della Champagne biodinamica, ma un esempio vivente di come rigore, visione e coerenza possano dare forma a vini di verità.Vini che non cercano applausi, ma ascolto.
André Jacquart. Lo Chardonnay tra Le Mesnil & Vertus
La tenuta nasce nel 1958 a Vertus, ma le sue radici affondano profondamente a Le Mesnil-sur-Oger, patria d’origine del fondatore André Jacquart, uno dei nomi più influenti tra i vigneron dello Chardonnay.
È una maison indipendente, oggi guidata con energia e visione da Marie Doyard e dal fratello Benoît, nipoti di André e pronipoti, dal lato paterno, di Maurice Doyard, figura storica che contribuì alla fondazione del CIVC – il Comitato Interprofessionale del Vino di Champagne.
L’eredità familiare si traduce in 24 ettari suddivisi in oltre 200 parcelle, un patrimonio che Marie interpreta secondo un progetto preciso:
lunghe maturazioni sui lieviti (minimo 5 anni per i sans année, almeno 8 per i millesimati),
bassissimi dosaggi (intorno ai 3 g/l),
uso attento della barrique per la fermentazione.
Un elemento distintivo della maison è l’approccio alla vendemmia: Marie seleziona le parcelle per coerenza stilistica e territoriale, pressandole in lotti che già rappresentano un primo livello di assemblaggio. I vini non svolgono la fermentazione malolattica, mantenendo così una spiccata freschezza e tensione.
Con circa 100.000 bottiglie l’anno, André Jacquart è oggi una delle maison più interessanti della Côte des Blancs: sintesi rara di tradizione, precisione tecnica e coraggio interpretativo.
L’approccio unisce struttura e finezza, con fermentazioni in barrique e lunghi affinamenti.
Lavora cru sia di Le Mesnil che di Vertus, offrendo Blanc de Blancs intensi, gastronomici, vibranti.
La gamma si distingue per la capacità di declinare con coerenza stili diversi: dalla tensione calcarea del Mesnil alla rotondità più fruttata di Vertus, fino alle cuvée che giocano sull’equilibrio fra i due poli.
Tradizione e visione al femminile.
La visita di metà luglio ha confermato e rafforzato queste impressioni: la degustazione si è svolta presso la sede storica di Vertus, dove l’accoglienza è stata attenta e puntuale. Marie Doyard, pur non presente, ha lasciato trasparire il suo tocco in ogni dettaglio, dai materiali informativi alla disposizione delle bottiglie. Il Blanc de Blancs “Expérience” si è distinto per precisione esecutiva e mineralità scolpita, mentre il “Mesnil Expérience” 2016 ha offerto un’evoluzione profonda, giocata su note iodate, cenni di nocciola e una cremosità che non intacca la verticalità. L’assaggio ha confermato una mano tecnica ma non fredda, capace di coniugare rigore e dinamismo.
Particolarmente significativo il confronto tra i due “Expérience” provenienti da Mesnil e Vertus: il primo più austero, teso, quasi tagliente; il secondo più solare, ampio, con un finale sapido che invita al ritorno. Due anime dello Chardonnay che dialogano nel bicchiere con chiarezza espressiva.
Una maison da seguire con attenzione, capace di imporsi per personalità in un panorama sempre più affollato.
Emanuele Muzzo
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
Vigne e Orizzonti
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12 Agosto, 2025
Senza Meja. Giovani vigneron oltre ogni confine
L’emozione di esserci: l’incontro con Senza Meja
Ero in Champagne, immerso tra visite in cantina e calici di grandi cuvée, quando hanno iniziato ad arrivarmi, uno dopo l’altro, gli inviti a un evento di degustazione–presentazione a Gorizia.
Di Senza Meja ero già a conoscenza da qualche mese: sapevo che c’era fermento, che un gruppo di giovani vigneron stava costruendo qualcosa di nuovo, senza confini. Ma quando ho visto i nomi di quei produttori – ragazzi e ragazze che conosco bene, che stimo e che so quanto cuore mettono nel loro lavoro – non ci ho messo un secondo a decidere: devo esserci. Sono tornato e mi sono trovato catapultato in un’atmosfera elettrica, fatta di energia, sorrisi e bicchieri che raccontavano storie vere. L’evento era curato nei minimi dettagli: una bellissima degustazione, vini sorprendenti, qualche stuzzichino e la presenza di chi fa della convivialità una missione. C’era il sempre presente Pedja Kostić del panificio Pagna – amico e complice di tanti produttori naturali – con i suoi pani fragranti. Un prosciutto tagliato a coltello con maestria da Elena, la mamma di Nikolas, e i formaggi della Fattoria Gortani. Ma i veri protagonisti erano i vini: ognuno con una sua voce, ognuno con una sua luce. Ho bevuto bottiglie davvero memorabili, frutto di lavoro pulito, biologico, biodinamico, di vigne vecchie recuperate e fermentazioni spontanee.
E poi c’erano loro, le fidanzate e i fidanzati, le mogli e i mariti dei produttori e delle produttrici, a dare una mano, a versare, a sorridere. Perché dietro a Senza Meja non c’è solo un’associazione, c’è una comunità che si muove insieme. Chi sono e cosa fanno Senza Meja – “senza confini” – è un’associazione nata da un gruppo di giovani vigneron under 40 che operano tra il Collio, inteso in senso ampio, e la Brda slovena. È stata presentata a Gorizia, negli spazi suggestivi di Casa Krainer, antico stabile del centro storico.
Questi produttori hanno scelto di lavorare in agricoltura biologica, rigenerativa e biodinamica, promuovendo pratiche sostenibili in campagna e vinificazioni rispettose in cantina: fermentazioni spontanee, niente additivi, niente correzioni. Alcuni sono nuovi progetti nati da poco, altri sono figli di aziende storiche che oggi si aprono a una nuova visione. L’obiettivo? Unire, condividere, creare rete in una zona dove storicamente non è mai stato facile fare squadra. Senza Meja promuove il territorio, coordina attività ed eventi, sostiene la formazione dei soci e organizza degustazioni e iniziative per far conoscere questi vini autentici. Un luogo reale, un sogno condiviso A testimonianza della voglia di stare insieme e di farsi conoscere, Senza Meja ha aperto una sede fisica, un punto d’incontro e di degustazione nel cuore di Gorizia:
Wine Bar Senza Meja – Via Rastello 36, Gorizia
Qui il pubblico può incontrare i vini dei soci, degustarli e acquistarli, respirando in prima persona lo spirito di questa nuova generazione. I protagonisti Ecco i giovani vigneron che, con passione e coraggio, danno vita a Senza Meja, con una brevissima nota su ciascuno: Cora Basilicata (Le Due Terre) – friulana, tra i migliori bianchi d’Italia, e grandi rossi Anzè Ivancic (Anzè) – Brda slovena, visione fresca e sperimentale Tereza Keber (Renato Keber) – nuova generazione, tradizione reinterpretata Ian Kristiancic (Movia) – stile iconico, macerazioni lunghe ma non solo Peter Radovic (Radovic) – piccola cantina, bianchi minerali intensi Tamara Podversic (Damijan) – macerazioni profonde, Collio puro Tamara Lukman (Stekar) – Brda, vini spontanei e materici Jakob Zidarich (Zidarich) – Carso, rossi vibranti e Malvasia e Vitovska di carattere, Kristian Keber (Keber) – giovane guida di una storica azienda del Collio Davide Gaggiola (Fuorizona) – Friuli sperimentale, progetti fuori dagli schemi Ivana Radikon (Radikon) – simbolo del Collio naturale, tradizione di famiglia Maia Reja (Reja) – Brda, interpretazioni delicate e fini Martin Klinec (Klinec) – vini di collina, biodinamica rigorosa, lunghe macerazioni Carlo Montanar (Denis Montanar) – Bassa friulana, vini salini ed emozionanti Mitja Sirk (Sirk) – giovane talento, bianchi energici Gregor Peter Viola (Gravner) – legame con l’anfora e le lunghe attese Marco Pecorari (San Lurins) – Collio, cura maniacale in vigna Nikolas Juretic (Nikolas) – interpretazioni moderne con radici profonde Toni Blazic (Blazic) – Brda, vini eleganti e tesi Federico e Marianna Stroppolatini (Stroppolatini) – giovani, stile pulito e sincero Luca Dellisanti e Davide Gaggiola (Okus) – progetti condivisi, ricerca continua Alexis e Jannis Paraschos (Paraschos) – vigneron greco-friulani, vini vibranti Marta Venica (Martissima) – Friuli, energia nuova al femminile Valentina Terpin (Terpin) – Brda, macerazioni intense e poetiche Matteo Bensa (La Castellada) – Collio storico, oggi in chiave giovane Un augurio A questi ragazzi e ragazze va un grande in bocca al lupo: che continuino a moltiplicarsi, a lavorare pulito, a raccontare il Collio e la Brda con vini vivi, sinceri e pieni di futuro.
Senza Meja non è solo un nome: è una dichiarazione d’intenti, è un movimento, è la dimostrazione che insieme si può andare lontano. Se capitate a Gorizia, fermatevi in Via Rastello 36: il Wine Bar di Senza Meja è molto più di un luogo di degustazione. È una porta spalancata su un mondo fatto di vignaioli veri, di vini che raccontano storie e di giovani che hanno deciso di condividere la loro passione. Sedetevi, assaggiate, ascoltate: lì dentro c’è il futuro del Collio e della Brda. Emanuele Muzzo Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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Di Senza Meja ero già a conoscenza da qualche mese: sapevo che c’era fermento, che un gruppo di giovani vigneron stava costruendo qualcosa di nuovo, senza confini. Ma quando ho visto i nomi di quei produttori – ragazzi e ragazze che conosco bene, che stimo e che so quanto cuore mettono nel loro lavoro – non ci ho messo un secondo a decidere: devo esserci. Sono tornato e mi sono trovato catapultato in un’atmosfera elettrica, fatta di energia, sorrisi e bicchieri che raccontavano storie vere. L’evento era curato nei minimi dettagli: una bellissima degustazione, vini sorprendenti, qualche stuzzichino e la presenza di chi fa della convivialità una missione. C’era il sempre presente Pedja Kostić del panificio Pagna – amico e complice di tanti produttori naturali – con i suoi pani fragranti. Un prosciutto tagliato a coltello con maestria da Elena, la mamma di Nikolas, e i formaggi della Fattoria Gortani. Ma i veri protagonisti erano i vini: ognuno con una sua voce, ognuno con una sua luce. Ho bevuto bottiglie davvero memorabili, frutto di lavoro pulito, biologico, biodinamico, di vigne vecchie recuperate e fermentazioni spontanee.
E poi c’erano loro, le fidanzate e i fidanzati, le mogli e i mariti dei produttori e delle produttrici, a dare una mano, a versare, a sorridere. Perché dietro a Senza Meja non c’è solo un’associazione, c’è una comunità che si muove insieme. Chi sono e cosa fanno Senza Meja – “senza confini” – è un’associazione nata da un gruppo di giovani vigneron under 40 che operano tra il Collio, inteso in senso ampio, e la Brda slovena. È stata presentata a Gorizia, negli spazi suggestivi di Casa Krainer, antico stabile del centro storico.
Questi produttori hanno scelto di lavorare in agricoltura biologica, rigenerativa e biodinamica, promuovendo pratiche sostenibili in campagna e vinificazioni rispettose in cantina: fermentazioni spontanee, niente additivi, niente correzioni. Alcuni sono nuovi progetti nati da poco, altri sono figli di aziende storiche che oggi si aprono a una nuova visione. L’obiettivo? Unire, condividere, creare rete in una zona dove storicamente non è mai stato facile fare squadra. Senza Meja promuove il territorio, coordina attività ed eventi, sostiene la formazione dei soci e organizza degustazioni e iniziative per far conoscere questi vini autentici. Un luogo reale, un sogno condiviso A testimonianza della voglia di stare insieme e di farsi conoscere, Senza Meja ha aperto una sede fisica, un punto d’incontro e di degustazione nel cuore di Gorizia:
Wine Bar Senza Meja – Via Rastello 36, Gorizia
Qui il pubblico può incontrare i vini dei soci, degustarli e acquistarli, respirando in prima persona lo spirito di questa nuova generazione. I protagonisti Ecco i giovani vigneron che, con passione e coraggio, danno vita a Senza Meja, con una brevissima nota su ciascuno: Cora Basilicata (Le Due Terre) – friulana, tra i migliori bianchi d’Italia, e grandi rossi Anzè Ivancic (Anzè) – Brda slovena, visione fresca e sperimentale Tereza Keber (Renato Keber) – nuova generazione, tradizione reinterpretata Ian Kristiancic (Movia) – stile iconico, macerazioni lunghe ma non solo Peter Radovic (Radovic) – piccola cantina, bianchi minerali intensi Tamara Podversic (Damijan) – macerazioni profonde, Collio puro Tamara Lukman (Stekar) – Brda, vini spontanei e materici Jakob Zidarich (Zidarich) – Carso, rossi vibranti e Malvasia e Vitovska di carattere, Kristian Keber (Keber) – giovane guida di una storica azienda del Collio Davide Gaggiola (Fuorizona) – Friuli sperimentale, progetti fuori dagli schemi Ivana Radikon (Radikon) – simbolo del Collio naturale, tradizione di famiglia Maia Reja (Reja) – Brda, interpretazioni delicate e fini Martin Klinec (Klinec) – vini di collina, biodinamica rigorosa, lunghe macerazioni Carlo Montanar (Denis Montanar) – Bassa friulana, vini salini ed emozionanti Mitja Sirk (Sirk) – giovane talento, bianchi energici Gregor Peter Viola (Gravner) – legame con l’anfora e le lunghe attese Marco Pecorari (San Lurins) – Collio, cura maniacale in vigna Nikolas Juretic (Nikolas) – interpretazioni moderne con radici profonde Toni Blazic (Blazic) – Brda, vini eleganti e tesi Federico e Marianna Stroppolatini (Stroppolatini) – giovani, stile pulito e sincero Luca Dellisanti e Davide Gaggiola (Okus) – progetti condivisi, ricerca continua Alexis e Jannis Paraschos (Paraschos) – vigneron greco-friulani, vini vibranti Marta Venica (Martissima) – Friuli, energia nuova al femminile Valentina Terpin (Terpin) – Brda, macerazioni intense e poetiche Matteo Bensa (La Castellada) – Collio storico, oggi in chiave giovane Un augurio A questi ragazzi e ragazze va un grande in bocca al lupo: che continuino a moltiplicarsi, a lavorare pulito, a raccontare il Collio e la Brda con vini vivi, sinceri e pieni di futuro.
Senza Meja non è solo un nome: è una dichiarazione d’intenti, è un movimento, è la dimostrazione che insieme si può andare lontano. Se capitate a Gorizia, fermatevi in Via Rastello 36: il Wine Bar di Senza Meja è molto più di un luogo di degustazione. È una porta spalancata su un mondo fatto di vignaioli veri, di vini che raccontano storie e di giovani che hanno deciso di condividere la loro passione. Sedetevi, assaggiate, ascoltate: lì dentro c’è il futuro del Collio e della Brda. Emanuele Muzzo Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
5 Agosto, 2025
Le Mesnil-sur-Oger e Clos du Mesnil
Una mattina a Le Mesnil-sur-Oger: tra gesso, filari leggendari di Chardonnay e silenzi
La firma di Pierre Péters e il Clos du Mesnil
Ci sono luoghi che non sono soltanto paesi, ma orizzonti di luce e materia.
Le Mesnil-sur-Oger è uno di questi: un pugno di case, un campanile romanico e chilometri di filari che affondano nel gesso. Qui la Champagne diventa racconto puro, scolpito nella roccia e sospeso tra tradizione e visione.
Siamo in un angolo della Côte des Blancs dove la voce della Champagne è limpida e inconfondibile: uno dei 17 Grand Cru, un villaggio adagiato su colline di gesso vivo, dove lo Chardonnay diventa pura luce liquida. Questo villaggio è la sua casa.
Ogni filare sembra scolpito nella pietra, ogni parcella è una piccola storia di pazienza e precisione. È una terra che non fa sconti, ma che a chi sa ascoltarla regala vini di una tensione e di una profondità uniche al mondo. Le Mesnil-sur-Oger: un villaggio e la sua anima di gesso Le Mesnil-sur-Oger è un piccolo comune francese di soli 1.236 abitanti, nel dipartimento della Marna, nel cuore del Grand Est. Una cittadina tranquilla, dominata dalla chiesetta romanica di Saint Nicolas, dove il tempo sembra scorrere al ritmo lento delle stagioni della vite.
Per gli appassionati, è tappa obbligata la visita al Musée de la Vigne et du Vin, un piccolo scrigno che racconta la storia viticola del villaggio. Siamo nella Côte des Blancs, patria di eccellenza di Sua Maestà lo Chardonnay. Qui non esistono particolari sottozone: sono i village e il loro sottosuolo a dettare le regole.
E il terroir di Le Mesnil è un vero teatro naturale, dove si intrecciano gesso e minerali in una combinazione che ha reso celebre questo village grazie a Maison leggendarie come Salon e Krug. Il gesso assorbe il calore dei raggi solari e, come una riserva idrica naturale, rilascia acqua nei periodi più siccitosi, garantendo alla vite un equilibrio prezioso anche nelle annate più difficili. Una curiosità che racconta la grandezza del luogo: Le Mesnil conta 435 ettari vitati, di cui ben 432 coltivati a Chardonnay, suddivisi in 75 diversi lieux-dits. Numeri che, da soli, spiegano perché qui lo Chardonnay trovi una delle sue espressioni più pure. Pierre Péters: una storia di famiglia e di gesso Maison familiare storica, Pierre Péters incarna la più pura espressione dello Chardonnay Grand Cru della Côte des Blancs.
Il domaine affonda le sue radici nel 1858, quando Gaspar Péters, originario del Lussemburgo, si trasferì a Le Mesnil-sur-Oger avviando una piccola attività viticola grazie alle vigne della moglie.
Nel 1919 Camille Péters, figlio di Louis Joseph, fu uno dei primissimi viticoltori della Champagne a decidere di vinificare e commercializzare le proprie bottiglie con il proprio nome.
Nel 1929, in piena crisi economica, nacque ufficialmente il marchio “Camille Péters”, e nel 1930 la famiglia acquisì 2,5 ettari nel celebre lieu-dit “Les Chétillons”.
Già nel 1932, a soli 12 anni, Pierre Péters partecipava alle prime fiere da solo, iniziando a sviluppare le vendite. Nel 1944, dopo la morte improvvisa di Camille, Pierre prese le redini dell’azienda e due anni dopo, nel 1946, uscì la prima cuvée con il nome attuale “Pierre Péters”, annata 1944.
Per 35 anni Pierre dedicò la sua vita allo sviluppo del marchio e dei vigneti nella Côte des Blancs. Nel 1967, a causa di problemi di salute, Pierre passò la gestione al figlio François, che guidò la maison per oltre 40 anni, portando la superficie vitata a 17,5 ettari e ampliando enormemente la notorietà in Francia e all’estero. Nel 2007 Rodolphe Péters, enologo, 6 generazione, entrò ufficialmente in azienda dopo 12 anni di esperienza nel mondo del vino e dello Champagne. Dal 2008 ne prese la guida e ha dato ulteriore impulso qualitativo, curando con attenzione maniacale l’immagine e la reputazione del marchio, oggi esportato per oltre l’80% della produzione. Nel 2009 nacque la cuvée “Rosé for Albane”, una piccola rivoluzione per una maison storicamente devota al Blanc de Blancs.
Nel 2016 fu la volta della serie “L’Étonnant Monsieur Victor”, un assemblaggio speciale che racconta un nuovo capitolo familiare.
Nel 2019 la famiglia si trasferì nella nuova sede e celebrò il centenario con l’anniversary cuvée “HERITAGE”, un condensato di 19 annate firmate da quattro generazioni. Nello stesso anno venne lanciata una nuova parcella proveniente dal lieu-dit Montjoly a Le Mesnil-sur-Oger. Les Chétillons: l’anima più pura “Les Chétillons” è il nome della cuvée speciale che richiama un prestigioso lieu-dit del Grand Cru di Le Mesnil-sur-Oger.
La famiglia possiede tre parcelle di vigne vecchie, oltre 45 anni di età, acquistate nel 1930. Ogni parcella viene vinificata separatamente e poi assemblata per dare vita a una cuvée di singolo vigneto. Tutta la potenza e la mineralità del suolo calcareo di Le Mesnil si esprimono in questo vino prodotto dal 1971. La sua fama ha superato i confini francesi, e lo stesso Michael Edwards lo descrive come “uno dei più bei pezzi di terra di tutta la Champagne”. La tenuta si estende su circa 20 ettari, distribuiti in parcelle situate nei migliori comuni Grand Cru della Côte des Blancs: Le Mesnil-sur-Oger, Oger, Avize e Cramant. Le vigne, frutto di selezione massale delle piante più vecchie, hanno un’età media di 30 anni e affondano le radici nei celebri suoli di gesso affiorante, che conferiscono ai vini tensione e mineralità inconfondibili. Le barbatelle vengono autoprodotte in azienda e solitamente provengono dal vigneto Les Chétillons. Le esposizioni sono ad est e i vigneti sono protetti dai venti che soffiano da Ovest; il suolo, come detto gesso puro è un naturale serbatoio d’acqua. Consapevoli del valore di queste parcelle, la famiglia adotta pratiche agricole sostenibili con l’obiettivo di ottenere uve di qualità eccelsa nel massimo rispetto della terra e della natura. L’approccio alla vigna è scrupoloso e sostenibile, certificato HVE (Haute Valeur Environnementale).C’è molta attenzione al rispetto dell’ambiente in ogni fase, compresa la scelta dei materiali per le etichette e i cartoni, nonché la scelta dei mezzi da utilizzare per spedire gli Champagne. La vendemmia è manuale, i grappoli selezionati con cura e la pressatura avviene in modo lento e delicato, per estrarre solo il mosto fiore, la parte più fine e pura. In cantina, ogni parcella viene vinificata separatamente, per cogliere e conservare l’identità dei singoli terroir. Ai vini dell’annata si affianca un patrimonio di oltre venti vendemmie di vins de réserve, utilizzati con maestria per creare assemblaggi ricchi, complessi, ma sempre riconoscibili per freschezza, finezza e verticalità. Oggi guidata da Rodolphe Péters, la maison produce esclusivamente Chardonnay Grand Cru, con vinificazioni essenziali e un’attenzione maniacale alla precisione. Dopo un attento monitoraggio della maturazione, i grappoli interi vengono raccolti a mano e trasportati con cura in pressa. La spremitura avviene lentamente per separare e isolare solo il mosto più nobile, fondamentale per lo sviluppo delle cuvée. Il Chardonnay, vitigno a bacca bianca, dona finezza allo Champagne e riflette con precisione il suolo che lo genera. Per questo la maison seleziona accuratamente le uve e isola il mosto fiore per ottenere quella mineralità, quel tocco agrumato e quella finezza che contraddistinguono i vini Pierre Péters. Le fermentazioni si svolgono in piccole vasche d’acciaio inox a temperatura controllata, ciascuna chiaramente identificata per parcella e frazione. I vini sostano poi sui lieviti e vengono degustati regolarmente per monitorarne l’evoluzione, preparandoli all’assemblaggio delle diverse cuvée. La “Cuvée de Réserve” è un assemblaggio di vini dell’ultima vendemmia con una riserva che attinge a oltre vent’anni di vini di annate precedenti. I “millésimé” invece nascono dalle migliori parcelle e solo nelle annate ritenute eccellenti.
Lo stile Péters è limpido, scolpito nel gesso: finezza, purezza, verticalità. Non è un caso che qui lo stile prediletto sia Brut o Extra Brut: lo Chardonnay di Le Mesnil, spesso vinificato senza svolgere la malolattica, conserva un’acidità affilatissima. Questi vini sono lame sottili e lucenti, capaci di tagliare e accarezzare allo stesso tempo, sostenute da un dosaggio minimo che non ne offusca la purezza. Nella elegantissima sala di degustazione, davanti a me tre vini che sono tre capitoli di una storia familiare. Extra Brut: non è la porta d’ingresso alla maison, perchè quello è il Brut, ma questo è un vino cesellato, salino, fresco come un mattino di primavera a Le Mesnil. Le bollicine fini, la bocca tesa ma mai esile, la scia minerale che resta lì, a ricordarti dove ti trovi. Esprit 2020: qui la profondità si fa più evidente. L’annata dona frutto e rotondità, ma la matrice resta quella inconfondibile del villaggio. È un vino che gioca sull’equilibrio tra cremosità e gesso, tra un soffio floreale e quella lama sottile che taglia il palato con eleganza. Les Chétillons 2017: il mito, il cru che da solo racconta cosa può fare Le Mesnil. Un luogo, tre parcelle, vinificate separatamente e poi fuse in un Blanc de Blancs che è pura poesia. In bocca un cristallo che vibra: agrumi canditi, note fumé, un filo di erbe bianche e quella persistenza infinita che ti fa dimenticare il tempo. Assaggiare questi vini nel loro luogo d’origine cambia tutto. Le bottiglie che conoscevo da anni ora hanno un volto, un odore, una luce. Ogni sorso sembra parlare direttamente con il terreno sotto i miei piedi. E mentre torno verso la mia stanza, proprio di fronte alla maison, il silenzio della notte a Le Mesnil è rotto solo da un pensiero: certe bottiglie non sono solo bollicine, sono mappe di territori, sono geografie dell’anima. Clos du Mesnil – Il rettangolo sacro dello Chardonnay A pochi passi dalla maison Péters si trova uno dei vigneti più celebri al mondo: Clos du Mesnil, un fazzoletto di terra di poco più di un ettaro racchiuso da mura antiche, interamente piantato a Chardonnay. Qui nasce uno degli Champagne più ricercati di sempre, firmato Krug, che racconta in modo assoluto la purezza di Le Mesnil. Questo clos è considerato un vero “monopole”, una sorta di Grand Cru dentro al Grand Cru, e conferma quanto straordinario possa essere questo terroir quando viene ascoltato senza compromessi. Un ettaro. Un muro. Una leggenda.
Nel cuore di Le Mesnil, la maison Krug ha custodito uno dei più celebri clos della Champagne.
Il Clos du Mesnil non è solo un vigneto: è un monumento alla purezza. Viene vinificato separatamente solo nelle migliori annate, e ogni bottiglia racconta l’essenza più estrema dello Chardonnay su craie.
Silenzioso, raro, senza tempo. Il Clos du Mesnil è Champagne in forma di meditazione. Se la Krug Grande Cuvée è il simbolo della Maison, è con il Clos du Mesnil che si sfiora la leggenda. Questo piccolo vigneto murato di 1,84 ettari nel cuore di Le Mesnil-sur-Oger è oggi considerato una delle più alte espressioni dello Chardonnay in purezza: uno Champagne mitico, celebrato dagli appassionati e ricercato dai collezionisti di tutto il mondo. Protetto da mura costruite nel 1698 – come ricorda l’incisione storica scolpita nella pietra – il Clos du Mesnil è un monopole circondato dal borgo stesso. Qui, grazie all’orientamento sud-est, alla protezione muraria e al suolo gessoso, nasce uno dei Blanc de Blancs più puri, intensi e longevi dell’intera regione. Nel 1971, Rémi e Henri Krug, quinta generazione della famiglia, acquistarono alcune parcelle a Le Mesnil-sur-Oger, con l’intento iniziale di rafforzare l’approvvigionamento di Chardonnay per l’assemblaggio della Grande Cuvée. Ma tra quelle vigne si celava un vigneto diverso da tutti: il Clos du Mesnil.
Da subito, i vini ottenuti da questo appezzamento si rivelarono straordinari per precisione, profondità e tensione. Dopo anni di osservazioni e degustazioni, nel 1979 la Maison decise di vinificare separatamente il raccolto, dando vita al primo Krug Clos du Mesnil, prodotto da un’unica parcella e da una sola vendemmia. Il Clos è suddiviso in sei parcelle vinificate separatamente, e solo le migliori entrano nella cuvée finale. Le vigne più vecchie superano i cinquant’anni, mentre la parcella più giovane è stata ripiantata nel 2016. Le uve vengono pressate direttamente nel clos, prima della vinificazione secondo i rigidi canoni Krug. Negli ultimi anni, la parte bassa del Clos du Mesnil è stata convertita alla biodinamica, con risultati sorprendenti: i vini mostrano una nuova vitalità e una definizione ancora più luminosa.
Il Clos du Mesnil è oggi un unicum nel panorama champenois: uno Champagne di luce, precisione e purezza, prodotto solo nelle annate eccezionali, capace di unire la tradizione secolare e la ricerca estrema della verità di un luogo. Ed è stato lì, proprio di fronte al muretto che protegge il vigneto, che abbiamo stappato un Krug Grande Cuvée 172ème Édition, appena usciti dalla degustazione da Pierre Péters. Un sorso che, guardando quelle viti storiche, ha avuto un sapore diverso; “ certo sarebbe stato perfetto stappare un Clos du Mesnil proprio lì, ma certe bottiglie meritano tempo e silenzio: meglio degustarle con calma, seduti a tavola.” Prima di chiudere 2 parole sul Krug Degustato La Krug Grande Cuvée 172ème è ‘costruita’ attorno ai vini dell’annata 2016, un’annata non facile, dall’andamento piuttosto contrastato (la vendemmia, ad esempio, per Krug ha richiesto quasi un mese, dal 9 settembre al 2 ottobre!), al cui assemblaggio concorrono il 42% di vins de réserve, compresi tra il 2015 e il 1998. Una cosa curiosa è che questa è una cuvee firmata interamente da Eric Lebel come chef de cave, che ha ricevuto questo incarico dalla famiglia proprio nel 1998, per poi lasciarlo alla sua ‘allieva’ nel gennaio del 2020 (Chiaramente sboccatura e dosaggio sono di Julie Cavil, la chef de cave, anche se Erik fa parte del comitato di degusazione oltre ad essere il deputy director). E’ composta da 146 vini di 11 annate differenti. Ha sostato sostato 6 anni sui lieviti, prima di essere dosata da extra-brut e poi riposare altri 20 mesi, prima di essere commercializzata a metà 2024. Il blend è 36% Chardonnay, 44% Pinot Noir e 20% Meunier. All’olfatto emergono sentori tostati e di brioche, richiami agrumati molto intensi che esaltano la grande freschezza. Una lama come al solito, di una grande finezza, e una mineralità che affiora dopo qualche minuto; chiude con un finale asciutto e sapido, di grande pulizia: una Krug Grande Cuvée di finezza e di grandissima bevibilità, alla quale il tempo donerà ulteriore complessità e intensità. Lasciare Le Mesnil significa portarsi via un pezzo di quella luce bianca che filtra tra i filari.
Ogni sorso degustato – dal cesello di Pierre Péters alla profondità di un Krug – diventa una mappa sensoriale che rimane nella memoria come un segreto condiviso.
In un calice di Champagne, qui, non c’è solo vino: c’è il tempo, la pietra, la mano dell’uomo e quella tensione sottile che ti fa desiderare di tornare. Sempre. Emanuele Muzzo Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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Le Mesnil-sur-Oger è uno di questi: un pugno di case, un campanile romanico e chilometri di filari che affondano nel gesso. Qui la Champagne diventa racconto puro, scolpito nella roccia e sospeso tra tradizione e visione.
Siamo in un angolo della Côte des Blancs dove la voce della Champagne è limpida e inconfondibile: uno dei 17 Grand Cru, un villaggio adagiato su colline di gesso vivo, dove lo Chardonnay diventa pura luce liquida. Questo villaggio è la sua casa.
Ogni filare sembra scolpito nella pietra, ogni parcella è una piccola storia di pazienza e precisione. È una terra che non fa sconti, ma che a chi sa ascoltarla regala vini di una tensione e di una profondità uniche al mondo. Le Mesnil-sur-Oger: un villaggio e la sua anima di gesso Le Mesnil-sur-Oger è un piccolo comune francese di soli 1.236 abitanti, nel dipartimento della Marna, nel cuore del Grand Est. Una cittadina tranquilla, dominata dalla chiesetta romanica di Saint Nicolas, dove il tempo sembra scorrere al ritmo lento delle stagioni della vite.
Per gli appassionati, è tappa obbligata la visita al Musée de la Vigne et du Vin, un piccolo scrigno che racconta la storia viticola del villaggio. Siamo nella Côte des Blancs, patria di eccellenza di Sua Maestà lo Chardonnay. Qui non esistono particolari sottozone: sono i village e il loro sottosuolo a dettare le regole.
E il terroir di Le Mesnil è un vero teatro naturale, dove si intrecciano gesso e minerali in una combinazione che ha reso celebre questo village grazie a Maison leggendarie come Salon e Krug. Il gesso assorbe il calore dei raggi solari e, come una riserva idrica naturale, rilascia acqua nei periodi più siccitosi, garantendo alla vite un equilibrio prezioso anche nelle annate più difficili. Una curiosità che racconta la grandezza del luogo: Le Mesnil conta 435 ettari vitati, di cui ben 432 coltivati a Chardonnay, suddivisi in 75 diversi lieux-dits. Numeri che, da soli, spiegano perché qui lo Chardonnay trovi una delle sue espressioni più pure. Pierre Péters: una storia di famiglia e di gesso Maison familiare storica, Pierre Péters incarna la più pura espressione dello Chardonnay Grand Cru della Côte des Blancs.
Il domaine affonda le sue radici nel 1858, quando Gaspar Péters, originario del Lussemburgo, si trasferì a Le Mesnil-sur-Oger avviando una piccola attività viticola grazie alle vigne della moglie.
Nel 1919 Camille Péters, figlio di Louis Joseph, fu uno dei primissimi viticoltori della Champagne a decidere di vinificare e commercializzare le proprie bottiglie con il proprio nome.
Nel 1929, in piena crisi economica, nacque ufficialmente il marchio “Camille Péters”, e nel 1930 la famiglia acquisì 2,5 ettari nel celebre lieu-dit “Les Chétillons”.
Già nel 1932, a soli 12 anni, Pierre Péters partecipava alle prime fiere da solo, iniziando a sviluppare le vendite. Nel 1944, dopo la morte improvvisa di Camille, Pierre prese le redini dell’azienda e due anni dopo, nel 1946, uscì la prima cuvée con il nome attuale “Pierre Péters”, annata 1944.
Per 35 anni Pierre dedicò la sua vita allo sviluppo del marchio e dei vigneti nella Côte des Blancs. Nel 1967, a causa di problemi di salute, Pierre passò la gestione al figlio François, che guidò la maison per oltre 40 anni, portando la superficie vitata a 17,5 ettari e ampliando enormemente la notorietà in Francia e all’estero. Nel 2007 Rodolphe Péters, enologo, 6 generazione, entrò ufficialmente in azienda dopo 12 anni di esperienza nel mondo del vino e dello Champagne. Dal 2008 ne prese la guida e ha dato ulteriore impulso qualitativo, curando con attenzione maniacale l’immagine e la reputazione del marchio, oggi esportato per oltre l’80% della produzione. Nel 2009 nacque la cuvée “Rosé for Albane”, una piccola rivoluzione per una maison storicamente devota al Blanc de Blancs.
Nel 2016 fu la volta della serie “L’Étonnant Monsieur Victor”, un assemblaggio speciale che racconta un nuovo capitolo familiare.
Nel 2019 la famiglia si trasferì nella nuova sede e celebrò il centenario con l’anniversary cuvée “HERITAGE”, un condensato di 19 annate firmate da quattro generazioni. Nello stesso anno venne lanciata una nuova parcella proveniente dal lieu-dit Montjoly a Le Mesnil-sur-Oger. Les Chétillons: l’anima più pura “Les Chétillons” è il nome della cuvée speciale che richiama un prestigioso lieu-dit del Grand Cru di Le Mesnil-sur-Oger.
La famiglia possiede tre parcelle di vigne vecchie, oltre 45 anni di età, acquistate nel 1930. Ogni parcella viene vinificata separatamente e poi assemblata per dare vita a una cuvée di singolo vigneto. Tutta la potenza e la mineralità del suolo calcareo di Le Mesnil si esprimono in questo vino prodotto dal 1971. La sua fama ha superato i confini francesi, e lo stesso Michael Edwards lo descrive come “uno dei più bei pezzi di terra di tutta la Champagne”. La tenuta si estende su circa 20 ettari, distribuiti in parcelle situate nei migliori comuni Grand Cru della Côte des Blancs: Le Mesnil-sur-Oger, Oger, Avize e Cramant. Le vigne, frutto di selezione massale delle piante più vecchie, hanno un’età media di 30 anni e affondano le radici nei celebri suoli di gesso affiorante, che conferiscono ai vini tensione e mineralità inconfondibili. Le barbatelle vengono autoprodotte in azienda e solitamente provengono dal vigneto Les Chétillons. Le esposizioni sono ad est e i vigneti sono protetti dai venti che soffiano da Ovest; il suolo, come detto gesso puro è un naturale serbatoio d’acqua. Consapevoli del valore di queste parcelle, la famiglia adotta pratiche agricole sostenibili con l’obiettivo di ottenere uve di qualità eccelsa nel massimo rispetto della terra e della natura. L’approccio alla vigna è scrupoloso e sostenibile, certificato HVE (Haute Valeur Environnementale).C’è molta attenzione al rispetto dell’ambiente in ogni fase, compresa la scelta dei materiali per le etichette e i cartoni, nonché la scelta dei mezzi da utilizzare per spedire gli Champagne. La vendemmia è manuale, i grappoli selezionati con cura e la pressatura avviene in modo lento e delicato, per estrarre solo il mosto fiore, la parte più fine e pura. In cantina, ogni parcella viene vinificata separatamente, per cogliere e conservare l’identità dei singoli terroir. Ai vini dell’annata si affianca un patrimonio di oltre venti vendemmie di vins de réserve, utilizzati con maestria per creare assemblaggi ricchi, complessi, ma sempre riconoscibili per freschezza, finezza e verticalità. Oggi guidata da Rodolphe Péters, la maison produce esclusivamente Chardonnay Grand Cru, con vinificazioni essenziali e un’attenzione maniacale alla precisione. Dopo un attento monitoraggio della maturazione, i grappoli interi vengono raccolti a mano e trasportati con cura in pressa. La spremitura avviene lentamente per separare e isolare solo il mosto più nobile, fondamentale per lo sviluppo delle cuvée. Il Chardonnay, vitigno a bacca bianca, dona finezza allo Champagne e riflette con precisione il suolo che lo genera. Per questo la maison seleziona accuratamente le uve e isola il mosto fiore per ottenere quella mineralità, quel tocco agrumato e quella finezza che contraddistinguono i vini Pierre Péters. Le fermentazioni si svolgono in piccole vasche d’acciaio inox a temperatura controllata, ciascuna chiaramente identificata per parcella e frazione. I vini sostano poi sui lieviti e vengono degustati regolarmente per monitorarne l’evoluzione, preparandoli all’assemblaggio delle diverse cuvée. La “Cuvée de Réserve” è un assemblaggio di vini dell’ultima vendemmia con una riserva che attinge a oltre vent’anni di vini di annate precedenti. I “millésimé” invece nascono dalle migliori parcelle e solo nelle annate ritenute eccellenti.
Lo stile Péters è limpido, scolpito nel gesso: finezza, purezza, verticalità. Non è un caso che qui lo stile prediletto sia Brut o Extra Brut: lo Chardonnay di Le Mesnil, spesso vinificato senza svolgere la malolattica, conserva un’acidità affilatissima. Questi vini sono lame sottili e lucenti, capaci di tagliare e accarezzare allo stesso tempo, sostenute da un dosaggio minimo che non ne offusca la purezza. Nella elegantissima sala di degustazione, davanti a me tre vini che sono tre capitoli di una storia familiare. Extra Brut: non è la porta d’ingresso alla maison, perchè quello è il Brut, ma questo è un vino cesellato, salino, fresco come un mattino di primavera a Le Mesnil. Le bollicine fini, la bocca tesa ma mai esile, la scia minerale che resta lì, a ricordarti dove ti trovi. Esprit 2020: qui la profondità si fa più evidente. L’annata dona frutto e rotondità, ma la matrice resta quella inconfondibile del villaggio. È un vino che gioca sull’equilibrio tra cremosità e gesso, tra un soffio floreale e quella lama sottile che taglia il palato con eleganza. Les Chétillons 2017: il mito, il cru che da solo racconta cosa può fare Le Mesnil. Un luogo, tre parcelle, vinificate separatamente e poi fuse in un Blanc de Blancs che è pura poesia. In bocca un cristallo che vibra: agrumi canditi, note fumé, un filo di erbe bianche e quella persistenza infinita che ti fa dimenticare il tempo. Assaggiare questi vini nel loro luogo d’origine cambia tutto. Le bottiglie che conoscevo da anni ora hanno un volto, un odore, una luce. Ogni sorso sembra parlare direttamente con il terreno sotto i miei piedi. E mentre torno verso la mia stanza, proprio di fronte alla maison, il silenzio della notte a Le Mesnil è rotto solo da un pensiero: certe bottiglie non sono solo bollicine, sono mappe di territori, sono geografie dell’anima. Clos du Mesnil – Il rettangolo sacro dello Chardonnay A pochi passi dalla maison Péters si trova uno dei vigneti più celebri al mondo: Clos du Mesnil, un fazzoletto di terra di poco più di un ettaro racchiuso da mura antiche, interamente piantato a Chardonnay. Qui nasce uno degli Champagne più ricercati di sempre, firmato Krug, che racconta in modo assoluto la purezza di Le Mesnil. Questo clos è considerato un vero “monopole”, una sorta di Grand Cru dentro al Grand Cru, e conferma quanto straordinario possa essere questo terroir quando viene ascoltato senza compromessi. Un ettaro. Un muro. Una leggenda.
Nel cuore di Le Mesnil, la maison Krug ha custodito uno dei più celebri clos della Champagne.
Il Clos du Mesnil non è solo un vigneto: è un monumento alla purezza. Viene vinificato separatamente solo nelle migliori annate, e ogni bottiglia racconta l’essenza più estrema dello Chardonnay su craie.
Silenzioso, raro, senza tempo. Il Clos du Mesnil è Champagne in forma di meditazione. Se la Krug Grande Cuvée è il simbolo della Maison, è con il Clos du Mesnil che si sfiora la leggenda. Questo piccolo vigneto murato di 1,84 ettari nel cuore di Le Mesnil-sur-Oger è oggi considerato una delle più alte espressioni dello Chardonnay in purezza: uno Champagne mitico, celebrato dagli appassionati e ricercato dai collezionisti di tutto il mondo. Protetto da mura costruite nel 1698 – come ricorda l’incisione storica scolpita nella pietra – il Clos du Mesnil è un monopole circondato dal borgo stesso. Qui, grazie all’orientamento sud-est, alla protezione muraria e al suolo gessoso, nasce uno dei Blanc de Blancs più puri, intensi e longevi dell’intera regione. Nel 1971, Rémi e Henri Krug, quinta generazione della famiglia, acquistarono alcune parcelle a Le Mesnil-sur-Oger, con l’intento iniziale di rafforzare l’approvvigionamento di Chardonnay per l’assemblaggio della Grande Cuvée. Ma tra quelle vigne si celava un vigneto diverso da tutti: il Clos du Mesnil.
Da subito, i vini ottenuti da questo appezzamento si rivelarono straordinari per precisione, profondità e tensione. Dopo anni di osservazioni e degustazioni, nel 1979 la Maison decise di vinificare separatamente il raccolto, dando vita al primo Krug Clos du Mesnil, prodotto da un’unica parcella e da una sola vendemmia. Il Clos è suddiviso in sei parcelle vinificate separatamente, e solo le migliori entrano nella cuvée finale. Le vigne più vecchie superano i cinquant’anni, mentre la parcella più giovane è stata ripiantata nel 2016. Le uve vengono pressate direttamente nel clos, prima della vinificazione secondo i rigidi canoni Krug. Negli ultimi anni, la parte bassa del Clos du Mesnil è stata convertita alla biodinamica, con risultati sorprendenti: i vini mostrano una nuova vitalità e una definizione ancora più luminosa.
Il Clos du Mesnil è oggi un unicum nel panorama champenois: uno Champagne di luce, precisione e purezza, prodotto solo nelle annate eccezionali, capace di unire la tradizione secolare e la ricerca estrema della verità di un luogo. Ed è stato lì, proprio di fronte al muretto che protegge il vigneto, che abbiamo stappato un Krug Grande Cuvée 172ème Édition, appena usciti dalla degustazione da Pierre Péters. Un sorso che, guardando quelle viti storiche, ha avuto un sapore diverso; “ certo sarebbe stato perfetto stappare un Clos du Mesnil proprio lì, ma certe bottiglie meritano tempo e silenzio: meglio degustarle con calma, seduti a tavola.” Prima di chiudere 2 parole sul Krug Degustato La Krug Grande Cuvée 172ème è ‘costruita’ attorno ai vini dell’annata 2016, un’annata non facile, dall’andamento piuttosto contrastato (la vendemmia, ad esempio, per Krug ha richiesto quasi un mese, dal 9 settembre al 2 ottobre!), al cui assemblaggio concorrono il 42% di vins de réserve, compresi tra il 2015 e il 1998. Una cosa curiosa è che questa è una cuvee firmata interamente da Eric Lebel come chef de cave, che ha ricevuto questo incarico dalla famiglia proprio nel 1998, per poi lasciarlo alla sua ‘allieva’ nel gennaio del 2020 (Chiaramente sboccatura e dosaggio sono di Julie Cavil, la chef de cave, anche se Erik fa parte del comitato di degusazione oltre ad essere il deputy director). E’ composta da 146 vini di 11 annate differenti. Ha sostato sostato 6 anni sui lieviti, prima di essere dosata da extra-brut e poi riposare altri 20 mesi, prima di essere commercializzata a metà 2024. Il blend è 36% Chardonnay, 44% Pinot Noir e 20% Meunier. All’olfatto emergono sentori tostati e di brioche, richiami agrumati molto intensi che esaltano la grande freschezza. Una lama come al solito, di una grande finezza, e una mineralità che affiora dopo qualche minuto; chiude con un finale asciutto e sapido, di grande pulizia: una Krug Grande Cuvée di finezza e di grandissima bevibilità, alla quale il tempo donerà ulteriore complessità e intensità. Lasciare Le Mesnil significa portarsi via un pezzo di quella luce bianca che filtra tra i filari.
Ogni sorso degustato – dal cesello di Pierre Péters alla profondità di un Krug – diventa una mappa sensoriale che rimane nella memoria come un segreto condiviso.
In un calice di Champagne, qui, non c’è solo vino: c’è il tempo, la pietra, la mano dell’uomo e quella tensione sottile che ti fa desiderare di tornare. Sempre. Emanuele Muzzo Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
30 Luglio, 2025
Aquila del Torre. Riesling d’autore e l’alba dei nuovi Cru
Ci troviamo a nord di Udine, in quella che, a mio parere, è una delle più belle aziende vitivinicole friulane: un anfiteatro di vigneti, spesso terrazzati, unico nel suo genere. Siamo nella zona dei Colli Orientali del Friuli, in località Savorgnano del Torre, nel comune di Povoletto.
Dal 1996 l’azienda è di proprietà della famiglia Ciani ed è condotta dal figlio di Claudio, Michele.
Conosco l’azienda da una decina d’anni, ma penso che nell’ultimo periodo abbia raggiunto una maturità e un’identità molto specifiche, che ho potuto riscontrare nei vini in questi ultimi 5-6 anni. Ogni volta è sempre affasciante ed istruttivo fare un tour delle vigne con Michele che racconta la filosofia e i lavori che sono stati svolti e che continuano a essere portati avanti. L’azienda è certificata biologica dal 2013, ma è praticamente a conduzione biodinamica dallo stesso periodo. Punto focale, infatti, è la biodiversità di questa bellissima zona. L’idea è quella della valorizzazione massima del terroir. Dei 50 ettari totali dell’azienda, 18 sono vitati, piantati a Picolit, Riesling, Refosco, Merlot, Friulano e Sauvignon. L’età media delle vigne è di 30 anni, con il Picolit e il Friulano che raggiungono anche i 60 anni. L’anfiteatro è stato suddiviso in terrazzamenti dove, in alcune zone, si trova un solo filare; in altre, due. Il cuore della collina è coltivato a Refosco e Merlot, la parte verso la cantina a Sauvignon, quella opposta a Friulano. Sulla parte più alta si trovano Picolit e Riesling. Il sistema dei terrazzamenti ha permesso anche la realizzazione di canali per lo scolo delle acque, favorendo le lavorazioni, che sono praticamente tutte manuali. Michele, di formazione agronomica, ci spiega tutto con grande amore e passione. Ci racconta la scelta della biodinamica mentre camminiamo tra i vigneti, dove in alcuni punti le pendenze sono veramente importanti. Ma poter camminare in un ambiente sano è un’esperienza che non ha eguali.
Vi consiglio di provare a camminare in un vigneto coltivato in biodinamica da anni: noterete la differenza! Michele ci racconta che la squadra che si occupa dei lavori in vigna è sempre molto felice di venire a lavorare qui. All’interno della tenuta si notano casette per api, fondamentali per l’equilibrio dell’ecosistema e dei vigneti. Ci avviciniamo alla cantina. Mentre osserviamo il paesaggio circostante, arriva anche papà Claudio, che poi si fermerà a chiacchierare durante la degustazione. La cantina è moderna, con attrezzature in acciaio per la vinificazione, ma anche uova in cemento per la vinificazione e l’affinamento dei vini, delle quali Michele è molto soddisfatto. Per ora sono tre, ma presto aumenteranno. Le lavorazioni sono artigianali, con l’utilizzo del pied de cuve per l’avvio della fermentazione, rigorosamente con lieviti indigeni. Nessuna aggiunta nelle varie fasi: i vini bianchi affinano per molti mesi sulle fecce fini, mentre i rossi, dopo una macerazione sulle bucce, invecchiano in barriques di rovere francese, mai solo di primo passaggio, ma sempre con un misto. Ne escono vini molto interessanti, caratterizzati da finezza e ottima bevibilità. Vini che, come detto, hanno trovato una forte identità, accompagnati da etichette molto belle e riconoscibili: “Aquila del Torre” è abbreviato in AT, in grafiche diverse per ogni vino, ma sempre unite da un filo conduttore che rappresenta il legame tra uomo e terra visto attraverso il vino. Veniamo ai vini, tutti degni di nota. Oggi vi parlo solo di alcuni: Riesling: sentori di mele e agrumi, poi erbe mediterranee e note floreali. Al palato il vino è teso, croccante, con bella persistenza e bevibilità. Sauvignon Prima Luce: non il classico Sauvignon. Viene affinato in botti di legno per 12 mesi. Al naso sentori complessi e ampi: frutta tropicale, spezie dolci, erbe mediterranee, agrumi. Al palato è pieno e rotondo, equilibrato, pulito, con buona freschezza e persistenza. Una bella bevuta! Oasi: una piccola chicca, una perla unica nel suo genere. È un Picolit vinificato secco. Al naso il bouquet è ampio: sentori di canditi, vaniglia, tostature, ricordi di panettone e spezie dolci. Al palato è pieno, avvolgente, con bella mineralità, grande persistenza e bevibilità. Refosco dal Peduncolo Rosso: frutti di bosco, viole e spezie al naso. Al palato è fresco, pieno, succoso, con bella ampiezza e persistenza. Una beva molto piacevole. Azienda punto di riferimento della zona, credo che nei prossimi anni i loro vini siano destinati a una crescita ancora più importante. Ma Aquila del Torre non è soltanto un’azienda esemplare per la cura della vigna e la sensibilità verso la biodiversità: è anche una delle pochissime realtà dei Colli Orientali del Friuli capace di produrre Riesling di altissimo livello.
La prova concreta l’abbiamo avuta durante la degustazione che ho organizzato qualche settimana fa, al tramonto, proprio tra i filari di Aquila del Torre. Una degustazione alla cieca, pensata per confrontare terroir e stili, che ha messo in dialogo Riesling provenienti dall’Italia, dall’Alsazia e dalla Mosella. Il Riesling di Aquila del Torre, in questo contesto internazionale, ha saputo distinguersi per tensione, freschezza e una finezza aromatica davvero memorabile. In più, c’è una novità importante per questo territorio: dal 2025 è stato approvato ufficialmente il CRU “Colli Orientali del Friuli Savorgnano” (a livello normativo sottozona, ma mi sembra troppo denigrante questo vocabolo che usa il nostro legislatore), dove è previsto un bianco composto da almeno l’80% di Friulano e il 10% di Picolit. Mi entusiasma vedere come qui si stiano valorizzando vecchie vigne di Picolit e Friulano, due vitigni capaci di offrire un profilo aromatico e una freschezza fuori dal comune, soprattutto quando il Picolit è vinificato in versione secca. Questo tipo di lavorazione esalta i caratteri minerali e la pulizia della beva, con un risultato affascinante e identitario. Il blend Friulano–Picolit mi sembra perfetto per raccontare il terroir di queste colline: l’uso calibrato del legno in piccole e medie capacità aggiunge una dimensione aromatica che si integra alla perfezione con la freschezza e la sapidità di base. È in questo contesto, con queste prospettive di valorizzazione del territorio e delle sue varietà storiche, che la nostra serata dedicata al Riesling ha trovato il suo senso più profondo: dimostrare che anche qui, tra i Colli Orientali, si possono produrre bianchi longevi e di grande respiro internazionale. Dopo aver raccontato la filosofia e la storia di Aquila del Torre, è naturale parlare della degustazione che abbiamo organizzato tra i loro vigneti. Non una degustazione qualsiasi, ma una sfida alla cieca tra Riesling provenienti da tre grandi aree: Italia, Alsazia e Mosella, con qualche incursione fuori confine per allargare lo sguardo. Abbiamo iniziato proprio da casa, con le tre annate del Riesling di Aquila del Torre, 2020, 2015 e 2012 per comprendere come il terroir friulano e la mano di Michele Ciani interpretano questo vitigno. A seguire abbiamo aperto il GraZicA 2023 di Burja, proveniente dalla Vipavska Dolina in Slovenia, e il Windbichel 2021 di Castel Juval, espressione elegante dell’Alto Adige e della Val Venosta. Da lì siamo volati lontano, fino all’Eden Valley in Australia, con il Penfolds “Bin 51” 2023, prima di rientrare in Europa con due interpretazioni radicali e macerate di Pierre Frick: il Riesling Rot-Murlé 2021 e il Grand Cru “Vorbourg” 2022, entrambi dall’Alsazia. Sempre dall’Alsazia sono arrivati altri confronti preziosi: il Riesling Grand Cru Frankstein 2021 di Jeran Louis & Eric Kamm, l’elegante Riesling 2021 di Domaine Weinbach e il Riesling 2022 di Marcel Deiss, una delle firme più particolari della regione. Poi ci siamo immersi nella Mosella con lo Schieferterrassen 2021 di Heymann-Löwenstein, il Wehlener Trocken 2020 di Dr. Loosen, il Alte Reben Trocken 2020 di Markus Molitor, il Nonnengarten Trocken 2022 di Clemens Busch e, infine, il Wehlener Sonnenuhr Kabinett 2021 di J.J. Prüm. La degustazione di Riesling ha portato alla luce vari aspetti importanti. Primo: la Mosella si conferma la terra d’eccellenza per questo vitigno. I produttori che lavorano in maniera pulita, spesso in biodinamica, hanno espresso i migliori risultati. I vini più costruiti “a tavolino”, come il Penfolds o lo stesso Löwenstein, rimanevano indietro: si percepiva che erano vini impeccabili tecnicamente, ma meno autentici nel carattere. Ci siamo chiesti anche se abbia senso macerare il Riesling, come fa Pierre Frick. Alla fine della degustazione ho voluto riprovare i suoi vini dopo quelli della Mosella e devo ammettere che facevo fatica a berli: l’espressione del vitigno appariva forzata e mancava quella finezza che rende il Riesling unico. Marcel Deiss ha portato probabilmente il miglior naso della giornata, con profumi complessi e seducenti, ma al palato il vino si perdeva. Al contrario, Clemens Busch e Markus Molitor sono stati i vertici assoluti della serata, con J.J. Prüm a rivaleggiare ma, a mio avviso, non allo stesso livello per la presenza sempre evidente di un residuo zuccherino. Molitor ha offerto un naso classico con un bellissimo sentore di zafferano, segno di grande precisione ed eleganza. E per concludere, una delle sorprese più belle della degustazione: il Riesling del padrone di casa, Aquila del Torre, annata 2012. Un vino di profondità, con una stratificazione di profumi e sapori sorprendente e un’ottima persistenza. Avercene di Riesling così, capace di dialogare alla pari con i grandi interpreti europei! Questa serata non è stata soltanto una degustazione tecnica, ma un vero e proprio viaggio attraverso territori, filosofie e interpretazioni del Riesling. Ed è bello pensare che proprio qui, tra i terrazzamenti di Savorgnano, si stia scrivendo una nuova pagina per i bianchi dei Colli Orientali del Friuli, con l’approvazione del nuovo CRU e la valorizzazione di vitigni storici come il Friulano e il Picolit. Emanuele Muzzo Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti Se il Riesling 2012 di Aquila del Torre ci ha dimostrato che queste colline possono parlare la lingua dei grandi bianchi del mondo, il futuro che ci attende promette vini sempre più identitari, profondi e capaci di emozionare. E allora, brindiamo a ciò che verrà, perché questa è solo l’inizio di una storia ancora tutta da scrivere.
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Conosco l’azienda da una decina d’anni, ma penso che nell’ultimo periodo abbia raggiunto una maturità e un’identità molto specifiche, che ho potuto riscontrare nei vini in questi ultimi 5-6 anni. Ogni volta è sempre affasciante ed istruttivo fare un tour delle vigne con Michele che racconta la filosofia e i lavori che sono stati svolti e che continuano a essere portati avanti. L’azienda è certificata biologica dal 2013, ma è praticamente a conduzione biodinamica dallo stesso periodo. Punto focale, infatti, è la biodiversità di questa bellissima zona. L’idea è quella della valorizzazione massima del terroir. Dei 50 ettari totali dell’azienda, 18 sono vitati, piantati a Picolit, Riesling, Refosco, Merlot, Friulano e Sauvignon. L’età media delle vigne è di 30 anni, con il Picolit e il Friulano che raggiungono anche i 60 anni. L’anfiteatro è stato suddiviso in terrazzamenti dove, in alcune zone, si trova un solo filare; in altre, due. Il cuore della collina è coltivato a Refosco e Merlot, la parte verso la cantina a Sauvignon, quella opposta a Friulano. Sulla parte più alta si trovano Picolit e Riesling. Il sistema dei terrazzamenti ha permesso anche la realizzazione di canali per lo scolo delle acque, favorendo le lavorazioni, che sono praticamente tutte manuali. Michele, di formazione agronomica, ci spiega tutto con grande amore e passione. Ci racconta la scelta della biodinamica mentre camminiamo tra i vigneti, dove in alcuni punti le pendenze sono veramente importanti. Ma poter camminare in un ambiente sano è un’esperienza che non ha eguali.
Vi consiglio di provare a camminare in un vigneto coltivato in biodinamica da anni: noterete la differenza! Michele ci racconta che la squadra che si occupa dei lavori in vigna è sempre molto felice di venire a lavorare qui. All’interno della tenuta si notano casette per api, fondamentali per l’equilibrio dell’ecosistema e dei vigneti. Ci avviciniamo alla cantina. Mentre osserviamo il paesaggio circostante, arriva anche papà Claudio, che poi si fermerà a chiacchierare durante la degustazione. La cantina è moderna, con attrezzature in acciaio per la vinificazione, ma anche uova in cemento per la vinificazione e l’affinamento dei vini, delle quali Michele è molto soddisfatto. Per ora sono tre, ma presto aumenteranno. Le lavorazioni sono artigianali, con l’utilizzo del pied de cuve per l’avvio della fermentazione, rigorosamente con lieviti indigeni. Nessuna aggiunta nelle varie fasi: i vini bianchi affinano per molti mesi sulle fecce fini, mentre i rossi, dopo una macerazione sulle bucce, invecchiano in barriques di rovere francese, mai solo di primo passaggio, ma sempre con un misto. Ne escono vini molto interessanti, caratterizzati da finezza e ottima bevibilità. Vini che, come detto, hanno trovato una forte identità, accompagnati da etichette molto belle e riconoscibili: “Aquila del Torre” è abbreviato in AT, in grafiche diverse per ogni vino, ma sempre unite da un filo conduttore che rappresenta il legame tra uomo e terra visto attraverso il vino. Veniamo ai vini, tutti degni di nota. Oggi vi parlo solo di alcuni: Riesling: sentori di mele e agrumi, poi erbe mediterranee e note floreali. Al palato il vino è teso, croccante, con bella persistenza e bevibilità. Sauvignon Prima Luce: non il classico Sauvignon. Viene affinato in botti di legno per 12 mesi. Al naso sentori complessi e ampi: frutta tropicale, spezie dolci, erbe mediterranee, agrumi. Al palato è pieno e rotondo, equilibrato, pulito, con buona freschezza e persistenza. Una bella bevuta! Oasi: una piccola chicca, una perla unica nel suo genere. È un Picolit vinificato secco. Al naso il bouquet è ampio: sentori di canditi, vaniglia, tostature, ricordi di panettone e spezie dolci. Al palato è pieno, avvolgente, con bella mineralità, grande persistenza e bevibilità. Refosco dal Peduncolo Rosso: frutti di bosco, viole e spezie al naso. Al palato è fresco, pieno, succoso, con bella ampiezza e persistenza. Una beva molto piacevole. Azienda punto di riferimento della zona, credo che nei prossimi anni i loro vini siano destinati a una crescita ancora più importante. Ma Aquila del Torre non è soltanto un’azienda esemplare per la cura della vigna e la sensibilità verso la biodiversità: è anche una delle pochissime realtà dei Colli Orientali del Friuli capace di produrre Riesling di altissimo livello.
La prova concreta l’abbiamo avuta durante la degustazione che ho organizzato qualche settimana fa, al tramonto, proprio tra i filari di Aquila del Torre. Una degustazione alla cieca, pensata per confrontare terroir e stili, che ha messo in dialogo Riesling provenienti dall’Italia, dall’Alsazia e dalla Mosella. Il Riesling di Aquila del Torre, in questo contesto internazionale, ha saputo distinguersi per tensione, freschezza e una finezza aromatica davvero memorabile. In più, c’è una novità importante per questo territorio: dal 2025 è stato approvato ufficialmente il CRU “Colli Orientali del Friuli Savorgnano” (a livello normativo sottozona, ma mi sembra troppo denigrante questo vocabolo che usa il nostro legislatore), dove è previsto un bianco composto da almeno l’80% di Friulano e il 10% di Picolit. Mi entusiasma vedere come qui si stiano valorizzando vecchie vigne di Picolit e Friulano, due vitigni capaci di offrire un profilo aromatico e una freschezza fuori dal comune, soprattutto quando il Picolit è vinificato in versione secca. Questo tipo di lavorazione esalta i caratteri minerali e la pulizia della beva, con un risultato affascinante e identitario. Il blend Friulano–Picolit mi sembra perfetto per raccontare il terroir di queste colline: l’uso calibrato del legno in piccole e medie capacità aggiunge una dimensione aromatica che si integra alla perfezione con la freschezza e la sapidità di base. È in questo contesto, con queste prospettive di valorizzazione del territorio e delle sue varietà storiche, che la nostra serata dedicata al Riesling ha trovato il suo senso più profondo: dimostrare che anche qui, tra i Colli Orientali, si possono produrre bianchi longevi e di grande respiro internazionale. Dopo aver raccontato la filosofia e la storia di Aquila del Torre, è naturale parlare della degustazione che abbiamo organizzato tra i loro vigneti. Non una degustazione qualsiasi, ma una sfida alla cieca tra Riesling provenienti da tre grandi aree: Italia, Alsazia e Mosella, con qualche incursione fuori confine per allargare lo sguardo. Abbiamo iniziato proprio da casa, con le tre annate del Riesling di Aquila del Torre, 2020, 2015 e 2012 per comprendere come il terroir friulano e la mano di Michele Ciani interpretano questo vitigno. A seguire abbiamo aperto il GraZicA 2023 di Burja, proveniente dalla Vipavska Dolina in Slovenia, e il Windbichel 2021 di Castel Juval, espressione elegante dell’Alto Adige e della Val Venosta. Da lì siamo volati lontano, fino all’Eden Valley in Australia, con il Penfolds “Bin 51” 2023, prima di rientrare in Europa con due interpretazioni radicali e macerate di Pierre Frick: il Riesling Rot-Murlé 2021 e il Grand Cru “Vorbourg” 2022, entrambi dall’Alsazia. Sempre dall’Alsazia sono arrivati altri confronti preziosi: il Riesling Grand Cru Frankstein 2021 di Jeran Louis & Eric Kamm, l’elegante Riesling 2021 di Domaine Weinbach e il Riesling 2022 di Marcel Deiss, una delle firme più particolari della regione. Poi ci siamo immersi nella Mosella con lo Schieferterrassen 2021 di Heymann-Löwenstein, il Wehlener Trocken 2020 di Dr. Loosen, il Alte Reben Trocken 2020 di Markus Molitor, il Nonnengarten Trocken 2022 di Clemens Busch e, infine, il Wehlener Sonnenuhr Kabinett 2021 di J.J. Prüm. La degustazione di Riesling ha portato alla luce vari aspetti importanti. Primo: la Mosella si conferma la terra d’eccellenza per questo vitigno. I produttori che lavorano in maniera pulita, spesso in biodinamica, hanno espresso i migliori risultati. I vini più costruiti “a tavolino”, come il Penfolds o lo stesso Löwenstein, rimanevano indietro: si percepiva che erano vini impeccabili tecnicamente, ma meno autentici nel carattere. Ci siamo chiesti anche se abbia senso macerare il Riesling, come fa Pierre Frick. Alla fine della degustazione ho voluto riprovare i suoi vini dopo quelli della Mosella e devo ammettere che facevo fatica a berli: l’espressione del vitigno appariva forzata e mancava quella finezza che rende il Riesling unico. Marcel Deiss ha portato probabilmente il miglior naso della giornata, con profumi complessi e seducenti, ma al palato il vino si perdeva. Al contrario, Clemens Busch e Markus Molitor sono stati i vertici assoluti della serata, con J.J. Prüm a rivaleggiare ma, a mio avviso, non allo stesso livello per la presenza sempre evidente di un residuo zuccherino. Molitor ha offerto un naso classico con un bellissimo sentore di zafferano, segno di grande precisione ed eleganza. E per concludere, una delle sorprese più belle della degustazione: il Riesling del padrone di casa, Aquila del Torre, annata 2012. Un vino di profondità, con una stratificazione di profumi e sapori sorprendente e un’ottima persistenza. Avercene di Riesling così, capace di dialogare alla pari con i grandi interpreti europei! Questa serata non è stata soltanto una degustazione tecnica, ma un vero e proprio viaggio attraverso territori, filosofie e interpretazioni del Riesling. Ed è bello pensare che proprio qui, tra i terrazzamenti di Savorgnano, si stia scrivendo una nuova pagina per i bianchi dei Colli Orientali del Friuli, con l’approvazione del nuovo CRU e la valorizzazione di vitigni storici come il Friulano e il Picolit. Emanuele Muzzo Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti Se il Riesling 2012 di Aquila del Torre ci ha dimostrato che queste colline possono parlare la lingua dei grandi bianchi del mondo, il futuro che ci attende promette vini sempre più identitari, profondi e capaci di emozionare. E allora, brindiamo a ciò che verrà, perché questa è solo l’inizio di una storia ancora tutta da scrivere.