Castello Frisari. La terra deve avere un nome
09 Set 2026
Suggestioni di Vino

Castello Frisari. La terra deve avere un nome

 

Nel basso Salento, Carlo e Roberto Guarini hanno dato vita a Castello Frisari, un progetto che mette il Negroamaro al centro di una ricerca sulle identità territoriali. Tra vigneti, suoli e microclimi differenti, la zonazione diventa lo strumento per raccontare come la stessa varietà possa esprimere caratteri diversi e restituire valore alla terra da cui nasce.

Carlo e Roberto Guarini, la geografia del Negroamaro

La terra accompagna gli uomini molto prima che imparino a comprenderla, li precede, li divide, li costringe a scegliere quale posto occupare dentro la propria storia. Alcuni la ricevono in eredità e trascorrono la vita a custodirla, altri sentono il bisogno di interrogarla, di attraversarla palmo a palmo, quasi volessero scoprire se sotto un cognome antico possa ancora nascere un pensiero nuovo. 

A Scorrano, nel basso Salento, due metri e mezzo di pietra separano la vecchia cantina dall’esterno, una parte appartiene alla fortezza costruita alla fine del Trecento, l’altra all’ampliamento agricolo arrivato secoli dopo. Le volte raccontano le epoche meglio di qualsiasi targa: a ombrello nella parte più antica, a stella in quella successiva; sopra, il paese ha cambiato forma, la piazza ha preso il posto delle vigne, sotto sono rimasti gli ambienti nei quali il vino veniva prodotto e venduto sfuso fino agli anni Quaranta. 

Poi il silenzio, gli attrezzi fermi, la polvere, una scala murata. 

Castello Frisari. La terra deve avere un nome

Carlo e Roberto Guarini sono ripartiti da qui, dal punto in cui una storia familiare sembrava essersi fermata. Da quel punto hanno creato Castello Frisari, una piccola azienda dedicata esclusivamente al Negroamaro, riportando la produzione dentro gli antichi spazi di Palazzo Guarini Frisari.

Davanti alla vecchia diraspatrice progettata dall’ingegner Garolla alla fine dell’Ottocento, Carlo si ferma. In Salento il nome dell’inventore è diventato verbo, oggetto, gesto quotidiano: la macchina viene ancora chiamata carolla, anche da chi ignora l’origine di quella parola. È una delle forme più intime della memoria, quando una persona scompare dai libri e continua a vivere nel linguaggio delle mani. 

Forse Castello Frisari nasce dalla stessa esigenza: lasciare un nome dentro l’uso della terra. 

Due fratelli, una storia lunga quasi mille anni 

I Guarini arrivarono in Salento in epoca normanna e la storia documentata della proprietà familiare attraversa quasi un millennio. Oggi l’azienda Duca Carlo Guarini, guidata dalla famiglia, coltiva vigneti, oliveti, cereali, ortaggi e legumi in diverse tenute salentine e dichiara circa settecento ettari di proprietà. Carlo e Roberto continuano a lavorarvi insieme al padre e agli altri familiari. 

Castello Frisari. La terra deve avere un nome

In apparenza possedevano già tutto: un cognome riconoscibile, vigne, esperienza, una cantina avviata, una storia capace di sostenere qualsiasi racconto. Eppure il privilegio più autentico consiste nella possibilità di assumersi una responsabilità nuova, senza vivere soltanto di quanto hanno costruito gli altri. 

Avevamo in mente un altro stile di vinificazione e un’altra ricerca agronomica sui microclimi del basso Salento. Nell’azienda di famiglia c’erano già mio padre, mio zio e mia zia. A noi interessava sviluppare un’idea diversa, per i fatti nostri, senza aggiungere semplicemente un’altra linea o un’altra etichetta.

Quel “per i fatti nostri” potrebbe sembrare una dichiarazione di indipendenza, invece possiede il tono, concreto, di chi desidera difendere entrambe le esperienze. Castello Frisari cresce accanto all’azienda familiare, evita di copiarla e rinuncia a mettersi in concorrenza con quanto esiste già. 

Se avessimo voluto produrre duecentomila bottiglie, il progetto avrebbe perso senso e sarebbe entrato nello stesso mercato dell’altra azienda. Lo abbiamo disegnato su una dimensione che ci permettesse di gestire entrambe le realtà e, soprattutto, di lavorare come volevamo.

Oggi la produzione si aggira intorno alle undicimila bottiglie e l’obiettivo indicato da Carlo arriva intorno alle diciottomila. Piccoli numeri, soprattutto davanti ai circa sessanta ettari vitati dell’azienda di famiglia. Proprio questa misura consente ai fratelli di seguire appezzamenti, prove e vinificazioni con una precisione quasi artigianale. 

Roberto è agronomo ed enologo, porta in cantina tecniche apprese in Francia e una conoscenza quotidiana delle vigne; Carlo segue la gestione, il progetto, il racconto, tutto ciò che serve a trasformare un’intuizione in impresa. 

Mio fratello è l’agronomo e l’enologo, io faccio un po’ tutto il resto. Siamo molto allineati e lui riesce a interpretare quello che immagino. Quando abbiamo cominciato, nel 2016, l’obiettivo era concentrarci esclusivamente sul Negroamaro, la varietà che rappresenta maggiormente il basso Salento e, per noi, anche la più flessibile, versatile e interessante.

Un allineamento non è un fatto naturale e quando avviene è davvero meraviglioso. Difficile ma possibile. Certo, con la fatica di costruire un’identità comune tra due personalità, due competenze e una famiglia dalla presenza inevitabilmente forte. Roberto possiede il rigore di chi ripete “aspettiamo”; Carlo porta l’impazienza necessaria a muovere le cose. Uno misura il tempo della vigna, l’altro quello del progetto. Castello Frisari vive nell’equilibrio tra queste due velocità. 

Il basso Salento visto da vicino 

Per molti consumatori il Salento resta una figura semplice: pianura, sole, caldo, mare. Basta invece attraversarlo lentamente per accorgersi della varietà di suoli, venti, profondità, esposizioni e consuetudini che cambiano da paese a paese. 

A sud di Scorrano cominciano le Serre Salentine con le lievi ondulazioni capaci di modificare il paesaggio dentro distanze minime. Galatone guarda verso ovest con terre rosse più profonde. Ugento avvicina il calcare alla costa, tra Felline e Torre San Giovanni, a circa un chilometro dal mare. Scorrano possiede un appezzamento quasi interamente calcareo, segnato dai cuti, le pietre che affioravano e che sono state frantumate per preparare il terreno. Verso Torre Sant’Andrea un nuovo impianto attende di consegnare la propria risposta. 

La zonazione comincia così, prima ancora dei confini ufficiali: una vigna, un assaggio, una differenza capace di tornare vendemmia dopo vendemmia. 

Noi abbiamo sempre creduto nel valore della terra. Da agricoltore l’unico vero patrimonio che possiedo è la terra. Se sviluppo un lavoro che trascura il nome della zona, creo soprattutto un valore commerciale; se riesco a dimostrare che quel luogo può generare un prodotto con caratteristiche precise, costruisco valore immobiliare, culturale e strutturale.

Castello Frisari. La terra deve avere un nome

È il passaggio che rende Castello Frisari un progetto imprenditoriale prima ancora che enologico. Nel mercato c’è un incredibile e insostenibile affollamento di nuove etichette spesso senza un senso vero. Carlo e Roberto hanno scelto di investire sulla riconoscibilità dei luoghi, affinché il prezzo di una bottiglia trovi una ragione dentro la vigna e la vigna acquisisca valore grazie alla bottiglia. 

Se oggi si discute di sostenibilità attraverso vetri più leggeri, riduzione dei consumi, certificazioni e bilanci, esiste anche una sostenibilità della terra: fare in modo che un appezzamento abbia valore sufficiente per continuare a essere coltivato, che un vigneto possa competere con l’abbandono e con le colture capaci di offrire ritorni più immediati. Non solo dare dignità alla terra dunque ma a chi la lavora.

Se produco una bottiglia costosa in una zona alla quale nessuno riconosce valore, basta un errore commerciale e alla fine rimane poco. Io voglio valorizzare il mio patrimonio e far capire che un determinato territorio può dare un vino di una determinata qualità. Il prodotto viene giustificato dal posto e il posto acquista valore attraverso il prodotto.

Il Negroamaro smette di essere soltanto un vitigno 

Il progetto parte nel 2016 con tre appezzamenti. Uno, mezzo ettaro di vecchi alberelli, viene perso quando il proprietario decide di vendere l’intera proprietà insieme alla casa; restano Galatone e Ugento, poi arrivano Scorrano e la collaborazione per il vigneto di Torre Sant’Andrea. 

Carlo usa spesso la parola “vediamo”. Possiede la curiosità di chi crede nel proprio lavoro e lascia alla terra il diritto di contraddirlo. Mi piace davvero molto come approccio perché in esso è insita la voglia di sperimentare, di provare a capire se effettivamente ciò che hanno in mente possa funzionare o meno, se la zonazione è qualcosa di concreto o meno. 

La particolarità doveva essere evidente, altrimenti avremmo smesso. Mio fratello ripeteva sempre: vediamo. Quando abbiamo assaggiato le prime vinificazioni, abbiamo trovato due anime diverse e le abbiamo ritrovate nelle annate successive. Per questo abbiamo piantato a Scorrano e coinvolto il nostro amico Francesco a Sant’Andrea. Vogliamo capire se anche quel luogo restituirà un’identità degna di essere raccontata.

Stesso vitigno, lavorazioni parallele e lieviti provenienti dalle proprie uve, selezionati grazie alla collaborazione con la ricerca universitaria leccese. Cambiano il suolo, la profondità, la distanza dal mare, l’epoca di maturazione. Cambia il vino. 

La zonazione, qui, evita il feticismo del filare utile soltanto a pochi esperti. La differenza tra Pianura e Serre arriva al naso, alla bocca, perfino a chi possiede poca dimestichezza con le degustazioni. I vini spiegano il progetto prima di qualsiasi discorso. 

Il mio sogno è che una persona entri in un ristorante o in un’enoteca e scelga un Negroamaro per la zona. Vorrei vedere scritto grande Serre oppure Pianura occidentale del Salento e sotto, più piccolo, Castello Frisari. Il punto siamo noi soltanto fino a quando il lavoro serve a dimostrare che questa differenza esiste. Poi deve diventare patrimonio di tutti.

Castello Frisari. La terra deve avere un nome
Sette vini, una carta geografica 

Castello Frisari. La terra deve avere un nomeLa degustazione comincia con Sui Lieviti, Metodo Classico Brut Nature da Negroamaro vinificato in bianco, prodotto senza sboccatura. Nel calice porta una bolla cremosa, più morbida che tagliente, capace di aderire al palato senza stancarlo; pesca, agrumi, frutto tropicale, mandorla fresca e un carattere salmastro raccontano un luogo caldo attraverso l’energia, invece che attraverso il peso. Il sedimento gli consegna materia e profondità, con un richiamo di pane appena spezzato che accompagna il frutto. È una bollicina giovane per scelta, costruita sul piacere immediato e sulla capacità del Negroamaro di trattenere freschezza anche sotto il sole salentino. 

Volevamo una bollicina divertente, interessante, capace di spezzare il nostro clima. Il tema del Metodo Classico, per noi, riguardava il vino e la sua freschezza, più che i lunghissimi affinamenti. La prima annata, la 2021, conserva ancora un’energia incredibile. Parla di caldo, di mare, di mandorle, e riesce a mantenere tutto insieme.

L’Ancestrale, Negroamaro rosato delle Serre Salentine, deriva da un’unica fermentazione, rimane sui propri lieviti ed esce senza filtrazione con un tappo a fungo stile spumante. Ha il colore velato delle albe vicine al mare e una carbonica piena, tenace, pensata per sostenere l’apertura e il residuo. La mentuccia arriva per prima, seguita dalle erbe mediterranee, da una nota di cedro, dal frutto rosso ancora croccante e da una traccia quasi salmastra che riporta a Ugento. Il lievito smussa il profumo e rende il sorso cremoso, poi l’acidità rialza il vino e il calcare lo conduce verso una chiusura asciutta e luminosa. 

Abbiamo cominciato dall’Ancestrale perché volevamo qualcosa che rompesse gli schemi e ci allontanasse dal mondo delle bollicine classiche, che in quegli anni stava esplodendo. Il mondo degli ancestrali è una giungla, la parola viene usata in molti modi e manca una disciplina precisa. Per me conta l’identità del prodotto: una sola fermentazione, pressione vera e un vino capace di mantenere la bolla.

Il Negroamaro vinificato in bianco, prima annata 2025, nasce a Scorrano da un appezzamento fortemente calcareo. Quasi privo di colore, apre sul fiore bianco, sulla scorza di agrume e su un frutto dolce che richiama la pera matura, con una sfumatura tropicale delicata. In bocca entra verticale, guidato dall’acidità del suolo calcareo, poi il passaggio parziale nel legno allarga il centro del sorso senza appesantirlo. La materia prende una curva più morbida, il frutto torna, il finale recupera secchezza e pulisce il palato. Possiede la spontaneità dell’aperitivo e la struttura necessaria per attraversare un intero pasto. 

Io lo aspettavo da tempo e continuavo a rompere le scatole a mio fratello. Lui rispondeva: aspetta, aspetta. Alla fine abbiamo trovato un compromesso e lo abbiamo presentato tra maggio e giugno. Roberto ha fatto un lavoro bellissimo.

La sua forza nasce dal movimento: parte affilato, si distende, torna ad assottigliarsi. È il vino che assomiglia maggiormente ai due fratelli, perché unisce l’urgenza di Carlo alla pazienza di Roberto. 

Castello Frisari. La terra deve avere un nomeCon il Lacrima, rosato da vecchio alberello di Negroamaro nell’agro di Ugento, la costa si avvicina. Al naso il vino accoglie con una dolcezza di fiore e frutto che potrebbe ricordare certa morbidezza tipica dei rosati salentini. In bocca cambia direzione: l’ingresso delicato si allarga, il frutto prende tensione, la mineralità rende il sorso progressivamente più preciso e la chiusura rimane lunga, asciutta, quasi marina. Il rosa possiede una trasparenza ramata, il profumo sfiora melograno, petalo, ciliegia chiara e pietra calda. 

All’olfatto può sembrare un rosato più consueto, poi in bocca continua a evolversi. La vinificazione a lacrima lavora soprattutto sulla parte esterna dell’acino e fa emergere il carattere floreale. Il vigneto si trova tra Felline e Torre San Giovanni, a circa un chilometro dal mare, su terra calcarea.

Il primo dei tre rossi nasce dall’unione dei vigneti di Scorrano, Galatone e Ugento. È il Negroamaro più giovane e diretto della linea, nato da maturazioni e vinificazioni separate, poi riunite per trovare un equilibrio tra le diverse zone. Il frutto rosso conserva il tono vivo della vendemmia, la mora incontra il ribes, le erbe della macchia mediterranea danno profondità e una spezia leggera accompagna un tannino misurato. La macerazione più breve lascia il vino agile, affabile, immediato, con una leggera rotondità del legno sullo sfondo. 

Volevamo un Negroamaro diretto, fresco e divertente, anche più accessibile. Con la sua giovinezza mantiene tutta la parte fruttata che il tempo trasforma. Roberto ha interpretato perfettamente il mio desiderio: il vino conserva la bevibilità e porta con sé il risultato varietale.

Castello Frisari. La terra deve avere un nomePoi arrivano Pianura di Terra d’Otranto 2022 e Serre di Terra d’Otranto, stessa uva, annata, cantina e tecnica di vinificazione. Il primo nasce a Galatone, su terre rosse profonde; il secondo a Ugento, su terreni calcarei meno profondi e più vicini al mare. La vendemmia delle Serre precede mediamente di circa dieci giorni quella della Pianura. 

Il Pianura ha un respiro scuro e largo. Mora, amarena, prugna, spezia e terra rossa costruiscono un naso profondo, attraversato da una componente balsamica più discreta. In bocca il vino occupa spazio, il tannino possiede presenza e maturità, il frutto rimane pieno, la chiusura si distende con calore e lunghezza. 

Il Serre parla con un’altra voce. Il frutto diventa più teso e salato, la macchia mediterranea entra con forza, mentuccia, mirto e rosmarino anticipano una bocca più verticale. L’acidità appare più netta, il tannino sottile accompagna il sorso e il finale porta con sé una sensazione calcarea, quasi tattile. 

Sul tavolo i due bicchieri sembrano confutare l’idea che pochi chilometri rappresentino una distanza trascurabile. Il Pianura accoglie e allarga, il Serre tende e solleva. Uno conserva la profondità della terra, l’altro la vicinanza del mare. Nessuno prevale, perché la zonazione acquista senso proprio quando evita una graduatoria e offre una scelta. 

In tutti questi anni abbiamo avuto preferenze diverse e mai un vincitore assoluto. Era esattamente quello che cercavamo. Il consumatore può riconoscere due caratteri e scegliere in base al proprio gusto, al momento, a ciò che porta in tavola. Questo dimostra che la zona esiste. 

L’impresa come atto di fiducia 

Carlo parla di mercato con grande lucidità. Conosce il rischio di una regione nella quale molte cantine nascono sulle stesse dimensioni, inseguono fasce di prezzo simili e finiscono per raccontare il territorio con parole intercambiabili. Per questo immagina un sistema nel quale la zonazione diventi uno strumento comprensibile, simile a quanto accade in altre aree europee: provenienza, qualità e valore capaci di sostenersi a vicenda. 

La sua è una visione contemporanea dell’agricoltura. 

La nostra idea riguarda il vino e anche la dimensione sociale ed economica della zona. Tra un paese e l’altro cambiano tradizioni, dialetti, abitudini, perfino il modo in cui le persone conducevano la vigna. Il Salento possiede una varietà enorme. Vorremmo rappresentarla nel vino e, con il tempo, costruire un lavoro condiviso con altri produttori. Da soli possiamo dimostrare una differenza; per trasformarla in un sistema serve un territorio intero.

Castello Frisari approfondisce il proprio luogo. Al posto di chiedersi quale vino desideri il mondo, Carlo e Roberto cercano di capire quale vino possa nascere soltanto qui. 

Impresa e affetti si uniscono. La famiglia rimane accanto, dentro l’azienda storica, nei lieviti, nelle prime prove di Negroamaro bianco, nei consigli del padre, nelle competenze apprese dentro una tradizione lunga cinque generazioni a Scorrano. L’autonomia dei figli diventa un’altra forma della continuità familiare: separare i percorsi perché ciascuno conservi integrità, creare spazio perché una storia antica possa generare qualcosa che le somigli senza ripeterla. 

Forse crescere significa proprio questo, prendere ciò che una famiglia ci ha affidato e restituirglielo con una domanda in più. 

Castello Frisari. La terra deve avere un nome

Il giorno in cui si chiederà un Negroamaro di Ugento 

Fuori dalla cantina, Scorrano continua la propria vita sopra pietre che hanno visto passare secoli, vendemmie, famiglie, commercianti venuti ad acquistare vino sfuso e ragazzi convinti che per costruire il futuro occorra andare lontano. Carlo e Roberto hanno scelto di raccontare come pochi chilometri tra una vigna e l’altra ma abbastanza per scoprire che il mare, il calcare, le terre rosse e il vento possano cambiare la voce dello stesso vitigno. Tutto sembra passare dal padre ai figli cambiando forma. Come se ogni eredità restasse viva soltanto quando trova il coraggio di evolvere. 

Carlo guarda i bicchieri di Pianura e Serre. 

Il mio sogno è che qualcuno chieda un Negroamaro della zona occidentale del Salento perché sa che quella zona esiste. Vorrei che scegliesse il territorio prima dell’azienda. Quel giorno potrei anche mettermi a piangere.

La sua voce trattiene l’ironia e lascia affiorare la parte più autentica. Dietro la zonazione, le prove, i piccoli numeri, il confronto con il Piemonte o con la Germania, vive il desiderio semplice di consegnare dignità alla propria terra. 

Un giorno, entrando in un’enoteca, qualcuno potrebbe chiedere un Negroamaro di Ugento, di Galatone, di Scorrano o di Torre Sant’Andrea. In quel momento Carlo e Roberto avranno raggiunto il proprio obiettivo, anche se il nome Castello Frisari sarà scritto più piccolo. 

In fondo, una terra comincia davvero a esistere quando qualcuno impara a chiamarla. 

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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