Valeria Radici Odero Frecciarossa
30 Ott 2026
Suggestioni di Vino

Frecciarossa. Valeria Radici Odero e la traiettoria irreversibile

 

Tra le colline dell’Oltrepò Pavese, dove il Pinot Nero trova una delle sue espressioni più autentiche, Frecciarossa custodisce una storia fatta di famiglia, ritorni e visione. In questo nuovo appuntamento di Suggestioni di Vino incontriamo Valeria Radici Odero, custode di una delle realtà più rappresentative del territorio, per raccontare il legame profondo tra radici, biologico, identità e futuro. Un viaggio che attraversa generazioni, vini e paesaggi, dimostrando come il carattere di un luogo possa vivere per sempre dentro una bottiglia.

 

Tout le malheur des hommes vient d’une seule chose, qui est de ne savoir pas demeurer en repos dans une chambre.
Pascal, Pensées, 139

(Tutta la sventura degli uomini viene da una sola cosa: non saper stare in quiete in una stanza.)

Una freccia, un destino

Gli antichi credevano che il nome fosse già una profezia. Sagitta, la freccia, era per i Romani simbolo di direzione, di scopo, di traiettoria irreversibile. Un oggetto che, una volta scocca­to, non mente: va dove deve andare. Chissà se questo destino è già nel nome di Frecciarossa, la tenuta che sorge silenziosa tra le colline dell’Oltrepò Pavese, in quel lembo di Lombardia che guarda la Liguria e sogna la Borgogna. Una freccia rossa. Come il sangue che scorre nelle viti. Come il vino che scende nel bicchiere. Come le radici che tirano verso casa chi si è allontanato.

Quando ho incontrato Valeria Radici Odero, ho immediatamente capito che avrei dovuto smettere di fare domande per, semplicemente, ascoltare. Capita. Capita quando incontri persone che portano addosso una storia intera, non come un peso. Semmai come un mantello che le avvolge definendole senza schiacciarle. Valeria ha la voce dalla cadenza raffinatamente morbida di chi ha vissuto in più posti e ha assorbito da tutti. Senza appartenerne a nessuno per davvero, tranne che ad un posto. Uno solo. Frecciarossa.

Valeria Radici Odero Frecciarossa

L’Oltrepò Pavese: il territorio che non si lascia dimenticare

In certi luoghi il vino diventa l’ineluttabile, inevitabile conseguenza del paesaggio. Avete presente la nebbia nella Pianura Padana, la Bora a Trieste, il vento sul Mar Ligure o il sole cocente a Palermo. Ecco, l’Oltrepò Pavese appartiene di diritto ad uno di questi luoghi. Lo affermo con quella sensazione che arriva quando si ha davanti qualcosa di sottovalutato. Quasi con una piccola rabbia. Perché questa terra merita un racconto più grande di quello che generalmente le viene dedicato.

Siamo nella parte meridionale della Lombardia, oltre il Po rispetto a Pavia. Altrimenti mica si chiamerebbe Oltrepò (che poi non ho mai capito perché pò non si debba scrivere con la P maiuscola visto che richiama il fiume Pò). Un sistema collinare che sale dolcemente verso i 900 metri dell’Appennino Ligure su un suolo fatto di argille, calcare, marne in grado di lavorare il vino dall’interno, costruendolo dalle fondamenta. Un clima continentale con venature mediterranee, dove le escursioni termiche danno ai vini quella nervatura acida così da renderli eleganti, longevi, mai banali. Infatti qui c’è il Pinot Nero. Perché l’Oltrepò è, con la Franciacorta, il più grande territorio lombardo dedicato a questo vitigno impossibile, il più ingrato e il più generoso di tutta la viticoltura mondiale.

Stendhal, che l’Italia la conosceva meglio di molti italiani, scriveva che la bellezza non è che la promessa della felicità. L’Oltrepò è esattamente quella promessa: una bellezza che non si mostra subito, che chiede di essere cercata, che si rivela solo a chi ha la pazienza di tornare.

Valeria Radici Odero Frecciarossa

Valeria: l’arte di partire per imparare a tornare

Valeria Radici Odero nel 1990 ha appena 24 anni. L’Italia è in tumulto per i Mondiali di calcio. Tutti volevano stare qui. Era una grande festa in ogni luogo. Lei invece prende e se ne va a Parigi.

Avevo bisogno di orizzonti più grandi.

La gioventù che non sopporta i confini, la curiosità che si traveste da fuga, la necessità biologica di uscire dall’orbita familiare per capire di che materia siamo fatti.

Conosco troppo bene quella sensazione. Quella luce obliqua che prende certe mattine quando si pensa che altrove la vita sia più alta, più densa, più degna di essere vissuta. È un’illusione necessaria. È il motore di quasi tutta la grande letteratura del mondo: da Odissea in avanti, la storia dell’uomo è la storia di chi parte e di chi torna. È il senso del racconto che sta sempre nella distanza percorsa.

Valeria studia Belle Arti pur concedendosi un anno di Agraria forse per compiacere qualcuno o darsi una parvenza di richiamo alla famiglia.

Mi ha dato qualche base di chimica e botanica che ancora oggi mi servono.

La svolta verso il disegno, la pittura, quella parte di sé che aveva bisogno di forma e di colore. Quel senso di evasione che poteva essere nell’arte e che poi ha trovato a Parigi. 

Parigi le ha dato un marito americano, tre figli, un’altra lingua, un’altra pelle. Nel 2011, la vita ha cominciato a chiamarla indietro. Sua madre aveva bisogno di aiuto. L’azienda aveva bisogno di aiuto. Così lei, lentamente, anno dopo anno, come una freccia che torna nel mirino, è tornata a Frecciarossa.

Tornare qui non era solo tornare in un luogo. Era tornare in quello che questo luogo rappresenta, in quello attraverso cui questo luogo vive. Che è sempre stato il vino.

Altro che enfasi retorica o nostalgia sentimentale. Sarà la consapevolezza che alcune cose non si possono spostare, non si possono copiare, non si possono ricreare altrove. Come ha risposto al suo dentista parigino che le chiedeva se non avesse mai pensato di spostare l’azienda in Francia

No. Non è che funzioni.

Tre parole. Un universo. Un modo per dire che non sposti le fondamenta di una casa così come non sposti le vigne in un altro universo. Puoi spostare te stesso in un altro luogo ma non sposterai mai il luogo da dove vieni.

Valeria Radici Odero Frecciarossa

Il filo di Veronelli: la storia entra dalla porta di servizio

Ogni grande azienda ha un momento in cui la storia entra in scena in modo inatteso. Basta un attimo e il caso bussa alla porta. Senza preavviso. Solo che si può aprire o no.

Per Frecciarossa, quel momento ha le sembianze di un giovane curioso che bussa alla porta di un nonno. Il giovane si chiama Luigi Veronelli. È ancora sconosciuto, scrive di cucina non di vino, ma ha già quello sguardo che capisce prima degli altri. Il nonno di Valeria lo accoglie, lo invita a pranzo. Un pranzo improvvisato, piselli dell’orto, uova sode del pollaio. Niente di speciale. Però da quel pranzo nasce un legame speciale che durerà decenni.

Lui tutta la vita si è ricordato di quei piatti che mia nonna aveva preparato.

Veronelli è stato il critico che avrebbe cambiato il modo di raccontare il vino italiano. Il polemista, il filosofo della tavola, colui che si commuove per dei piselli e delle uova sode. Una scena reale, vera, intensa dove la grande cultura non disdegna mai il piccolo, il semplice, l’essenziale. Anzi, li riconosce come la forma più alta di civiltà. Una sorta di sottolineatura di come dalla terra arrivi tutto così che per la terra e per i suoi interlocutori, occorra avere, sempre, il massimo rispetto.

Quando il nonno muore, nel 1980, è ancora Veronelli a consigliare la famiglia sul cosa fare, come rinnovarsi, come ripartire. È su suo consiglio che viene chiamato Franco Bernabei come primo enologo dell’azienda. Bernabei, uno dei nomi più importanti dell’enologia italiana degli anni Ottanta. L’azienda si rinnova rifacendo la cantina, comincia a competere con gli strumenti del suo tempo senza perdere l’identità di sempre.

Questo è il patrimonio che Valeria eredita. Non solo le vigne, non solo le cantine. Ma una storia di relazioni umane, di fiducia, di intuizioni condivise. Un’eredità immateriale che vale più di qualsiasi appezzamento.

Il biologico, la terra, l’equilibrio delle piante

Quando Valeria riprende in mano le redini dell’azienda, la prima cosa alla quale si dedica, prima ancora di pensare ai vini, alle etichette, ai mercati, è condurre tutta la produzione in biologico. Una scelta che racconta molto di lei. Non è marketing, è solo un atto di fedeltà e d’amore.

È il mio modo di pensare le cose. Di rispettare la natura in un luogo in cui viviamo, in mezzo ai nostri vigneti.

Trova Pierluigi Donna, agronomo, e con lui comincia un lavoro paziente e certosino sul rapporto tra la pianta e il suolo. Perché il biologico non è solo l’assenza di chimica: è una filosofia che parte dall’idea precisa che una pianta in equilibrio produce frutta migliore. 

Più la pianta sta bene, più la qualità del frutto è buona. È come i pomodori: quelli dell’orto non hanno niente a che fare con quelli del supermercato.

L’immagine è semplice, quasi ovvia. Eppure è la stessa cosa che i più grandi vignerons del mondo, da Lalou Bize-Leroy in Borgogna a Nicolas Joly in Savennières, ripetono da decenni. La grandezza del vino comincia dalla terra, non dalla cantina. La cantina può salvare o rovinare, ma non può inventare quello che il suolo non ha già dato.

Frecciarossa oggi ha 22 ettari di vigna certificati biologici, più tre di noccioli a rappresentare un esperimento di biodiversità che i cinghiali avevano quasi fatto fallire

Me li hanno devastati. Poi li abbiamo cintati col filo elettrico e ora va meglio

Per il resto: circa 100-120.000 bottiglie l’anno. Un numero che può sembrare piccolo o grande a seconda dei punti di vista ma che comunque è il risultato di grandinate, gelate, stagioni capricciose e dello sforzo del biologico. La campagna non garantisce niente. Pretende solo rispetto.

Valeria Radici Odero Frecciarossa

Pietro, la nuova freccia

Pietro è il figlio di mezzo. Valeria lo definisce una persona con una monopassione totalizzante. Dopo aver visto il vino, non ha più voluto vedere altro. Cresciuto a Parigi ha percorso la vita in maniera inversa a sua madre: a Frecciarossa ci ha messo radici così che ora spinge l’azienda verso una ricerca sempre più profonda.

Ogni generazione porta qualcosa di sé, qualcosa del suo tempo. Ti mantiene il progetto più moderno, più attuale.

Con Pietro è arrivata una nuova ossessione: l’affinamento. Non solo scegliere le barrique, ma sapere da quali foreste provenga il legno, capire come le molecole del rovere dialogano con il Pinot Nero, alzare la barra della ricerca fino a livelli che Valeria, che si è sempre occupata più della produzione in vigna e in cantina, riconosce come conquista generazionale.

In Sideways, il film di Alexander Payne del 2004 che ha cambiato il modo in cui l’America guarda al Pinot Nero, il protagonista Miles dice: «Il Pinot Nero è così difficile da coltivare. Ha bisogno di cure costanti, di attenzione. Solo nei posti giusti, con le condizioni giuste, riesce a esprimere il suo potenziale. È una varietà fragile, riservata.» 

È una metafora delle persone, ovviamente. Ma è anche la verità assoluta su questo vitigno. E Pietro sembra uno che quella verità l’ha capita nel profondo.

Gli altri due figli? Il più piccolo fa il cuoco con passione autentica a Parigi, in un ristorante che porta il nome di Chateaubriand, quel nome letterario e gastronomico insieme. Il più grande si è dedicato alle Belle Arti, come aveva fatto sua madre. Uno dei suoi professori era anche compagno di classe di Valeria. 

È stato molto divertente

È la circolarità del tempo che si fa vita: ogni generazione riprende i fili della precedente e li porta altrove, senza spezzarli.

La nonna, il rosato e la democrazia del vino

Parlare con una persona incredibile come Valeria vuol dire calarsi nei suoi racconti. Essere trasportato nella classe e nello charme del suo essere. Leggiadra e sorridente. Affabile e coinvolgente. È così che in uno dei suoi racconti ho risso e riso di gusto. 

Un’estate, Pietro e la bisnonna di 86 anni, ancora presente, ancora combattiva, ancora capace di litigare per una scelta enologica, si scontrano per un nuovo rosato. Lei vuole l’Uva Rara e basta. Lui vuole la Croatina. La discussione va avanti. Alla fine Pietro la spunta, ma non senza un

Ma che palle la nonna con questi

Gli ho detto: amore, trovami un altro dei tuoi amici che litiga con sua nonna per un rosato.

Non c’è da aggiungere altro. Questa scena è Frecciarossa: tre generazioni intorno a una vigna, a un vino, a un’idea di territorio che nessuno vuole cedere per intero. È la vitalità di un progetto vivo, che si discute, che si contende, che si ama abbastanza da litigare sopra.

Valeria ha poi in mente anche un’altra idea che l’ha guidata nel pensare i vini: la democratizzazione del piacere. Il Carillo, ovvero il Pinot Nero giovane, fresco, «del martedì», come lo chiama lei nasce proprio per questo. Un vino accessibile, allegro, quotidiano. 

Un vino molto democratico. Il vino di tutti i giorni. Il vino che dà allegria.

L’idea è arrivata da una visita ai vigneron della Loira: qualcuno le aveva detto che quel Pinot Nero leggero e beverino era «geniale». E lei aveva capito che c’era uno spazio, nella sua produzione, per un vino che non fosse performance ma compagnia.

Basta esibizione della cantina, delle vigne immacolate, delle etichette patinate, dei punteggi acquistati. L’idea di semplicità consapevole è preziosa e geniale. Già Leopardi, nello Zibaldone, sosteneva che il piacere non sia mai così pieno come quando è condiviso senza sforzo. Come a dire che, certe volte, occorre lasciarsi andare senza pensare. È così che mi vengono in mente i film di Totò, di Tomas Milian, di Montesano o di Alberto Sordi che per la critica dell’epoca erano di serie B. Nazional popolari. Ma che male c’è in una risata? Perché bisogna sempre ridere con intelligenza, con le battute per le quali c’è da pensare. La polemica su Pucci al Festival di Sanremo l’ho trovata stucchevole ed inutile ad esempio. Se un comico riempie i teatri sarà meglio di chi invece non li riempie no? E se chi critica non ha piacere ad andare o a vedere il Festival con un comico come lui, basta cambiare canale. 

Giorgio Odero e il Pinot Nero come identità di territorio

Accanto al Carillo, l’altro polo della produzione è il Giorgio Odero: il Pinot Nero che porta il nome del nonno, il vino su cui Valeria e Pietro stanno lavorando con più intensità. Una riflessione costante, aperta, mai definitiva, su vinificazione e affinamento.

Un Pinot Nero dell’Oltrepò deve parlarti della sua terra. Sarà per forza diverso da un Pinot Nero della Borgogna. Avrà delle sue caratteristiche, ed è molto importante lavorarle e rispettarle.

Una frase che potrebbe essere usata come  manifesto di tutto quello che Frecciarossa è e vuole essere. Siamo in un’epoca in cui la globalizzazione del gusto ha appiattito troppi vini verso un modello internazionale indistinguibile, scegliere di restare dentro la propria identità territoriale è un atto di coraggio. Non di conservatorismo, di coraggio. Saper rinunciare a certi mercati, accettare di non piacere a tutti, scommettere su qualcosa di difficile da spiegare. Ma preservando l’unicità del luogo.

Walter Massa, uno dei più grandi vignaioli italiani, custode del Timorasso nel Tortonese, raccontava a Valeria che da studente all’Enologica di Alba, negli anni Settanta, la sua scuola portava i ragazzi a visitare Frecciarossa come esempio di viticultura inerbita. Quando tutti toglievano l’erba, il nonno di Valeria la lasciava. Quando tutti puntavano alla quantità, lui pensava alla qualità. Era un precursore. E oggi, quarant’anni dopo, quella strada è diventata il mainstream dell’enologia d’eccellenza mondiale.

L’odore della cantina e le radici dell’infanzia

Alcuni odori ci accompagnano dall’inizio della nostra esistenza. Da quando siamo dentro il ventre della mamma. Se chiedeste a Valeria, come ho fatto io, quale odore le sia rimasto dentro più di qualunque altro, capireste da un lato la fuga, dall’altro il ritorno. 

L’odore della cantina quando ci sono i vini in fermentazione. Quell’odore è uno degli odori della mia infanzia.

Sono gli afrori del vino. Quello strepitio che porta nell’aria non solo l’anidride carbonica ma anche una serie di afrori che permeano l’aria. La rendono alle volte irrespirabile. Eppure irrinunciabile. 

Sono odori che la mente ha memorizzato. Come li ha memorizzati il corpo.

Valeria sapeva già tutto sul vino a otto anni, perché seguiva sua madre nelle visite guidate in cantina, sentiva le spiegazioni. Nessuno le insegnava le cose. Annusava, toccava, viveva. Forse questo è il modo più profondo di trasmettere una passione. Non le parole. Gli odori.

Oggi che ho una figlia piccola, capisco questa cosa in modo fisico. Lei stappo una bottiglia e mi chiede se può annusare il tappo prima, il vino poi. Detta da una bocca di tre anni, mi riempie di una gioia che non so descrivere con precisione. Perché so che quell’odore di sughero resterà dentro di lei, anche quando non lo ricorderà più con la mente. L’illusione è che sia associata a me quando non ci sarò più a metterglielo sotto il naso.

L’agriturismo: il vino come porta d’accesso all’innamoramento

Frecciarossa oggi è anche un agriturismo. Una scelta impegnativa ancorché, oggi, fondamentale. Con le migliaia di produttori di qualità, la differenza non la fa solo il vino. La fa il racconto. La fa il luogo. La fa la persona che ti versa il bicchiere e ti guarda negli occhi.

La nostra missione e lo dico sempre a mio figlio, è che la gente ripartita da qui innamorata di Frecciarossa. Innamorata della storia, di come lavoriamo, dei nostri vini, del nostro cibo, di tutto.

Questo è il punto esatto in cui Valeria smette di essere solo una produttrice di vino e diventa una costruttrice di esperienze. Ha ragione e ha ragione da vendere. Il vino, da solo, non basta più a fare la differenza. Non perché i vini siano diventati meno buoni. Anzi, la qualità media dell’enologia italiana non è mai stata così alta. Ma la competizione è talmente intensa che il vino, senza contesto, senza storia, senza volto umano, rischia di perdersi nel rumore.

Frecciarossa ha dalla sua parte qualcosa di prezioso: la vicinanza a Milano. Sotto le colline dell’Oltrepò c’è la pianura Padana, con i suoi dieci milioni di abitanti. 

Basta che venga l’uno per cento

Così che non basterebbero le 120.000 bottiglie

Valeria Radici Odero Frecciarossa

Frecciarossa e la freccia che sa dove va

Torno alla citazione di Pascal con cui ho aperto. Quella che indica nel non saper stare da nessuna parte la sventura degli uomini. Non è da nessuna parte chi è dovunque. Stare ovunque è una sorta di dispersione che diventa inquietudine. Quando però si trova il proprio posto, il vero posto, allora lo si vive in modo pieno, totale, radicato.

Valeria Radici Odero non è da qualche parte. È a Frecciarossa. È nel profumo della cantina durante la fermentazione, nel sapore dell’erba bagnata tra i filari, nella voce di sua madre che ancora oggi litiga per i fiori ma in realtà parla di vino. È nei occhi di Pietro che studia le foreste da cui viene il legno delle barrique. È nel rosso di quella freccia che, come tutte le frecce vere, sa già dove arriverà.

Il richiamo della terra è stato molto forte. Questo posto per me è sempre stato la casa con la C maiuscola. Qui si faceva vino e si viveva. C’è tutta la storia della mia famiglia. Tutto era una cosa unica.

Tutto era una cosa unica. Non so se esista una definizione più bella di cosa significa fare vino davvero. Una traiettoria. Irreversibile.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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