Marco Capitoni. L’uomo delle frasi
Cosa è effettivamente un tatuaggio? Un rituale arcaico, un modo per raccontare di se stessi. Distinguersi. Evidenziarsi. Ricordare qualcosa. Semplicemente essere.
Ho sul mio corpo tre tatuaggi, tutti pegni d’amore. Segno di amore eterno poiché indelebile verso colei che ho capito amare e che amerò per sempre. Una scelta non di impeto o sulle ali dell’entusiasmo ma ponderata, fortemente voluta. Tanto da averli disegnati io stesso nella forma e nel significato. Lei, mia moglie, li ha uguali.
Scusate, divagavo.
Un tatuaggio rappresenta il nostro essere. Una necessità di donare al nostro corpo qualcosa di incancellabile. Un marchio che ci contraddistinguerà per sempre. Lo affidiamo al corpo perché sia sempre presente. Forse nascosto ai più, ma comunque presente. Un pò come affidare il messaggio ad una bottiglia ed abbandonarla nell’Oceano con la speranza che qualcuno lo legga. Cristoforo Colombo, trovatosi in difficoltà, affidò all’Oceano le sue scoperte con la preghiera di consegnare il messaggio alla Regina Isabella di Spagna. Poi pure questo divenne illegale…
Anche un libro è una sorta di messaggio affidato alla stampa e comunque a chi vorrà leggerlo. In tutti i casi sembra sempre una richiesta, la necessità dell’eterno. Affidare le proprie idee in forma scritta a qualcuno o qualcosa perché sopravvivano a se stessi e all’oblio. Lasciare qualcosa di se perché si possa essere ricordati.
Una semplice frase invece cosa può essere? Tutto o niente. Dipende dove viene collocata e che significato ha. Ci sono aforismi, frasi estrapolate magari da un contesto, che diventano pietre miliari del pensiero.
Pensate a Carpe diem di Orazio oppure il Πάντα ῥεῖ, Panta rei, tutto scorre di Eraclito o ancora Ἐγὼ ἐκεῖνος εἰμί, Sono quello che sono, passo della Bibbia (Esodo).

Ho conosciuto Marco Capitoni direi per caso. Un semplice messaggio tramite Instagram, preludio di una lunga e intensa chiacchierata che ha rilevato un uomo profondo e intenso, capace di mettere in gioco ogni cosa pur rimanendo con la propria razionale filosofica integrità. Anche se Marco si definisce agricoltore da sempre, nato da una famiglia di agricoltori da sempre in Val d’Orcia, quando si ha la fortuna di poter disquisire con lui della vita, il primo pensiero è che celi studi di filosofia. Lui però continua a dire di essere semplicemente un contadino di Pienza. Come tutta la sua famiglia.
Non c’era un Capitoni che non fosse contadino. I Capitoni erano contadini. Eravamo tantissimi. Già con mio babbo erano sette fratelli. Quando sono nato io eravamo tredici. Io sono figlio unico ma nello stesso nucleo familiare, c’erano tutti. Ci siamo dati connotazioni familiari più consone ai tempi.
Quando ero alle scuole elementari, ci costrinsero (e non uso il verbo a caso) a guardare il film L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. Di per se era già pesantissimo ma in lingua originale bergamasca con sottotitoli in italiano, rasentava La corrazzata Potëmkin di fantozziana memoria. Pesantezza a parte, il film rappresentava la vita contadina di un tempo con gli episodi che narravano la vita di quattro famiglie all’interno della medesima cascina. Un incubo che nulla a che vedere poteva avere con pensieri idilliaci e bucolici.
La famiglia contadina ha tanti aspetti positivi ma non era quella cosa bucolica con il nonno davanti al camino e i tizzoni che ardono a raccontare le favole ai bambini. Le persone erano obbligate a stare insieme. Se eri contadino, dovevi fare il contadino. Dovevi sposarti una moglie che era figlia di contadini. Lavori molto duri e poco gratificanti. Dieta molto scarsa. Vivere e lavorare insieme. Gomito a gomito. Una doccia, cosa non secondaria, non c’era.
Marco cerca di inquadrare in maniera cruda ma al contempo scanzonata la sua infanzia, quella di un bambino del 1965 che pur a sessanta anni di distanza sembra un’era geologica fa per quanto sia cambiato. Qualcosa di lontano nel tempo e nello spazio ma comunque non perso nella memoria.
Vivevano a Podere Sedime, dove oggi c’è l’azienda di Marco. Sedime, il sedimento che deriva dal latino sedimen, l’area dove poggiano le fondazioni. È li che tutto ha inizio. O fine. In ogni modo è li che c’era l’abitato, i terreni di pertinenza, il ricovero degli animali attrezzi e persone. Tutto insomma. Proprio tutto.

Sono nato nel 1965 e l’assetto rispecchiava il pre mezzadria. I miei sono venuti in questo podere nel 1963 e nel 1968 hanno comperato. Il podere era una coltivazione promiscua. Vaccine, maiali, vigna, ulive e grano.
Una famiglia intera che arriva qui e qui si sedimenta. Come ciò che rimane quando il fiume è passato. Sedimenti.
Tutto torna in fin dei conti.
Un tempo i figli arrivavano quando dovevano arrivare. Anche a distanza di tempo. Se la famiglia si allargava era solo una benedizione divina: sì bocche da sfamare ma anche braccia per coltivare.
Fratelli e nipoti insieme. Almeno fino a quando, a metà degli anni novanta, le campagne si spopolarono per l’esodo verso la città alla ricerca di una vita migliore. Podere Sedime non fu da meno così i terreni vennero acquisiti dal babbo di Marco e Marco si voltò non trovando nessuno dietro di se. Era lui che avrebbe dovuto portare avanti l’azienda.
Metà anni novanta è il momento che fa da spartiacque. Il mio tassello nell’azienda di famiglia. Ho avuto anche io una forzatura a rimanere in azienda. Anche se il mio babbo non me l’ha mai chiesto, sapevo che su ogni muro del podere c’era scritto tu stai qui.
Hai voglia a fare esperienze esterne per capire, crescere, comprendere cosa c’è alidilà del poggio. Ciò che Marco faceva dava solo l’impressione di un tentativo di evasione da una vita che forse non voleva. Forse, perché erano di quelle evasioni dalle quali si rientra spontaneamente. Non c’era che lui a poter e dover continuare l’opera del babbo. Un dovere morale che però cozzava con quel senso di comprensione della realtà che diceva a Marco che qualcosa di più si poteva ottenere. Non fosse altro per valorizzare tutto quel sudore.
Ad onor del vero, nel momento in cui però io ho proposto anche se non glielo ho detto perché si parlava poco, di cambiare l’assetto organizzativo dell’azienda per passare alla produzione del vino per proporlo in bottiglia, ho avuto una sostanziale accettazione.
In una frase due aspetti, entrambe lati di una medesima moneta.
Il primo è relativo al dialogo. Sì parlava poco. Una verità nelle realtà contadine. Non si discute a casa. Magari al bar con gli amici. Ma a casa no. Le cose hanno un inizio e una fine. È sempre stato così e così sarà sempre. Parlare non serve. Se non ad alimentare discussioni inutili.
Il secondo alla consapevolezza, all’apertura mentale di una famiglia che capisce come il figlio, Marco, abbia il diritto di modificare le cose. Perché l’azienda sarà sua un giorno ed è bene che se ne occupi da subito.
Marco vuole una azienda che non solo produca ma trasformi così da avere margini e soddisfazione.
Margini e soddisfazione. Sarà il leitmotiv di tutta questa storia. Marco e la sua voglia di riscatto. Non per se. Per una famiglia che ha dato tanto senza ricevere altrettanto. La fatica, i sacrifici, le difficoltà. Per cosa? Nulla. Non rimaneva nulla nel vendere il foraggio a chi poi si arricchiva senza aver sudato e prodotto calli. Ingiusto. Ingiusto e immorale.

Per il vino si sommavano due elementi. Quello più economico che faceva immaginare per una maggiore marginalità rispetto al cerealicolo per il quale sarebbero servite dimensioni più elevate. Il vino è una cosa che fa parte di noi. Come il pane sulla tavola. Il vino, non la bottiglia. Non ero stato bagnato dal sacro fuoco del vino.
Grande onestà e senso del pratico. Non fa fatica a riconoscerlo Marco. Non c’è stata una illuminazione, la voglia di fare del vino perché unti dal Signore o animati da un sacro ideale. Nulla di tutto questo. Il vino era semplicemente il mezzo per aumentare il margine dell’azienda e poter dire: facciamo qualcosa di bello, che ci fa riconoscere curando interamente la filiera. Cultura e filiera. Con margini. Questa la forza del vino e nel vino la bottiglia e nella bottiglia l’etichetta. Perché non è che bastasse produrre uva, occorreva trasformarla. Non bastava trasformarla in vino, occorreva imbottigliarlo. Solo così si sarebbe raggiunto qualcosa. La forza di una etichetta insomma.
Ridare il giusto merito a tutte le generazioni che mi avevano preceduto. Tutto il loro saper fare era stato destinato senza che nessuno se ne rendesse conto.
Orgoglio e voglia di riscatto. Sociale ed economico. Rivincita non verso qualcuno ma verso la società stessa. Non che qualcuno lo abbia richiesto. Veniva da dentro. Qui sì che il sacro fuoco ci sta tutto ma senza essere un Robin Hood. Occorreva farcela da soli.
Per i miei l’obiettivo massimo era fare il miglior foraggio o vendere il miglior vitello di razza Chianina. Vendevamo l’uva alla cantina sociale o facevamo vino sfuso. Non avevamo un granché stimoli in questa zona.
La zona. Come si può non avere grandi stimoli in Val d’Orcia?
Belli i paesaggi con i cipressi (come quelli tra i più instagrammati di San Quirico d’Orcia). Belli i paesini con i loro caratteristici vicoli e gli scorci (sempre instagrammabili). Buoni i vini di Montalcino, di Montecucco o proprio della Val d’Orcia.
Tutto bellissimo e buonissimo. Ora. Per chi è turista. Trent’anni fa non era esattamente così.
Premesso che non c’era Instagram e i cipressi venivano utilizzai solo per dividere le proprietà, i vini avevano certamente già una loro connotazione specifica ma non erano per tutti. Complicato produrli e ancor di più venderli.
Certo è che la Val d’Orcia non concedesse grandi stimoli. Altrove c’erano le città, le industrie, il commercio. La vita non era qui.

Il mio babbo aveva degli amici a Montalcino con i quali andava a caccia e io cercai di fargli apprezzare le aziende di questi che puntavano al cliente finale. Fu utile nel fargli accettare quanto gli stavo proponendo.
Il lavoro di Marco parte da lontano. Nel 1998, quando si iniziano a preparare i terreni. Cinque ettari di vigneto in totale, quattro in aggiunta a quel misero ettaro necessario per il vino di casa e vendere qualcosa in giro. L’attesa dei tre anni canonici per andare in produzione è dura, ma serve per realizzare la cantina. Necessaria se si vuole trasformare.
La scelta fu di trovare gli spazi nelle strutture già presenti recuperando gli spazi.
Nel 2001 la prima vendemmia per proporre il vino in bottiglia. Ci siamo confrontati con più enologi per impostare la futura collaborazione per quello che sembrava più vicino alla nostra mentalità.
C’è chi è pianta il Sangiovese perché qui si fa quello da sempre. C’è chi i vitigni internazionali per realizzare tagli bordolesi (o similari) e distinguersi dalla massa. C’è chi infine, pragmatico come Marco, capisce che avendo poca esperienza e tanta esigenza di vendere vino, servisse qualcosa di facile. Il risultato è così presto fatto: Sangiovese e Merlot.
Il bagaglio che avevamo di conoscenza del mondo vino si limitava al territorio ovvero che siamo a 464 metri sul livello del mare, suoli freschi di formazione marina. Facevamo una buona maturazione del Sangiovese però ad anni alterni. Volevamo un vitigno facile. Io non ho una preparazione tecnica e comunque era più in vigna che in cantina. Volevo vini veri che uscivano dalle pratiche in vigna piuttosto che dagli arrangi di cantina. Il vino in bottiglia nell’immaginario rappresentava qualcosa di industriale. Una uva facile che potesse garantirci anche nelle annate difficili una ottima qualità. Da qui la scelta del Merlot.
Pragmatico, semplice, diretto. Obiettivo il riscatto. Il margine sopra ogni cosa. La voglia di emergere. Ma non con artifici o giochetti di cantina. Marco vuole un vino vero. Se lo si deve imbottigliare, che non sia industriale.
Nel 2001 la prima etichetta Capitoni. È l’unica etichetta che ogni anno esce. Quella in blend con il Merlot che è un puzzle che cambia ogni anno. Vendemmie separate. Vinificazione in legno diverso. Dopo i due anni di affinamento, blend finale. Li si sceglie. Minimo 60 massimo 90% di Sangiovese. Il Sangiovese botte grande e qualche tonneau. Il Merlot, barrique e qualche tonneau. Legni Francesi. Andiamo in vendemmia con acidità sostenuti. Tannini di carattere. Serviva una spalla morbida dove far riposare i vini.
Alla faccia della semplicità. Quando parlo con Marco, tutto sembra tranne che una persona che non sappia il fatto suo. Proprietà di linguaggio, termini appropriati, voce cadenzata. Ciò che lui semplifica è una realtà irta di complicazioni. Il processo realizzato per la produzione del Capitoni, blend di Sangiovese e Merlot, è qualcosa di estremamente tecnico. Per nulla banale. Eppure lui lo semplifica rendendolo quasi “scontato”.
Il vino che non ha nomi di fantasia è il risultato del lavoro di tutti noi. Non potevo immaginare nulla di diverso. Poi mi sono sbizzarrito andando avanti.
Sbizzarrito! Più che altro Marco, cervello fine e umiltà di chi conosce i propri limiti, sa che si deve far aiutare da qualcuno per la parte di marketing e commerciale.
C’è il logo e l’etichetta da creare. Così come una vera e propria strategia di posizionamento. Le bottiglie non basta produrle, occorre venderle!

La scelta del logo è la bifora, la cariatide della finestra sopra il portale centrale della Pieve di Corsignano. È una chiesetta di campagna. Ci sono molti rimandi che mi indicavano di attingere a questa struttura. Intanto le Pieve come luoghi di culto rurali. Ritorniamo ad una doccia che non c’era. Anche andare in chiesa in paese poteva essere motivo di imbarazzo. Si andava alla Pieve e si era tutti uguali. Nella Pieve la convivenza di simboli cristiani e pagani che convivono pacificamente. Volevo un legame forte con il territorio e nella pieve si sommavano tante cose.
La realtà contadina di un tempo. Si viveva insieme. Sì mangiava e dormiva insieme. Il bagno era fuori, la latrina con la fossa. Per la doccia occorreva che si riempisse la tinozza con l’acqua calda nella quale, a turno, si faceva il bagno. L’ultimo che entrava, trovava qualcosa di non esattamente pulito. Sempre ci fosse la possibilità di farlo il bagno. Magari una volta ogni mese. Chissà!
Il 2005 è il primo anno di Frasi. C’era la voglia di fare qualcosa di più territoriale. Frasi si fa da una vigna del ‘74: Sangiovese, Canaiolo, Colorino. Botte grande. Volevo mettere insieme gli elementi territoriali. Anche se esco come Orcia i nostri vigneti sono iscritti a Chianti DOCG sottozona Colli Senesi. Nel 2000 fu istituita la DOC Orcia. Magari non sarei uscito come Chianti Colli Senesi ma ritenni di dare credito a qualcosa che stava nascendo. Tuttora la scelta vendemmiale è riclassificare le uve a Orcia DOC
La frase cambia ogni anno. Tra i vari privilegi del vino, la bottiglia che diventa messaggio del risultato del nostro lavoro. Con Frasi mi consente di esprimere qualcosa di non sempre legata al vino. Una frase compressa che ha una decodifica. Quello che voglio dire lo spiego.
Due anni di affinamento in botte grandi. Una vigna, una botte, un vino. Un unicum. 4300 bottiglie o zero. Se l’annata vale, esce. Altrimenti non esce.
Le frasi sono di Marco. Raccontano un particolare di quella annata pensando all’annata. Nel 2007 la soddisfazione della fatica, le speranze dei risultati. Orgoglio!
Per me rimane una annata nel cuore. Una delle prime quando ho potuto decidere delle cose. La 2009 erano gli anni in cui doveva uscire il disciplinare del vino biologico. Mi aspettavo uno strumento di chiarezza sulle coltivazioni. Fu una delusione e li la frase fu: poche parole e una stretta di mano. Galantuomini. A dire tutto quanto normato è scritto ma vale di più la stretta di mano.
Le riflessioni di Marco sembrano quelle di un esperto di marketing. Invece sono intuizioni regalate poi a chi di comunicazione se ne intende. Spesso, proprio da questi osteggiate.
Quando abbiamo immaginato la trasformazione pari passo con la parte agronomica ed enologica e proprio perché ero a digiuno di questo mondo ho ritenuto necessario chiedere supporto per la comunicazione. Io l’ho interpretato come il decoder mondo vino. Perché succede questo? Ho lavorato con Maddalena Mazzeschi e abbiamo iniziato ben prima di avere le bottiglie. Mi sentivo bisognoso di avere indicazioni.

Mi è stato chiesto cosa è una consulenza. Immagina di essere in una città che non conosci e devi andare in un posto x. Se sei sveglio e sei abituato a muoverti, magari ti pendi una metro o altro e arrivi a destinazione. Se non sei abituato a muoverti in un ambito simile, prendi un taxi e comunque arrivi alla meta. Sarà più costoso ma arrivi. La consulenza è come un taxi. La meta però la devi sapere tu.
Io dovevo fare queste bottiglie e dovevo venderle. Sembra banale ma è cosi.

L’idea di mettere delle frasi è stata mia. Quando ho parlato di questa idea con Maddalena la sua prima risposta è stata: ma poi bisogna avercela tutti gli anni una frase da mettercela. Io avevo e ho tanto da raccontare. Non sapevo se potesse funzionare però.
Ogni vino è specchio di una annata portando seco quella profonda diversità di una vigna che ha subito o meno quanto il tempo ha donato. È sempre e comunque un dono e c’è sempre un motivo se qualcosa di diverso accade. Di sicuro i vini sono diversi. Sia per quanto accade in vigna sia per quanto il vignaiolo mette del suo. Solo un vino industriale o che ha subito grandi trasformazioni in cantina sarà sempre uguale. Magari qualitativamente pazzesco, ma sempre uguale.
Non tutte le persone hanno poi qualcosa di dire. O, per dirla in un altro modo, ci sono persone che parlano con i fatti, altri con le opere, altri con parole o pensieri. Alcuni, solo alcuni, parlano con tutto questo.
La firma di un vignaiolo è il vino. Una impronta indelebile e inconfondibile che va aldilà delle annate. Possono variare le stagioni ma quell’impronta, rimane. Allora a che serve una firma o una frase?
Io credo che il lavoro nostro e delle generazioni passate abbia in se dei valori e delle cose da raccontare ed esprimere che generalmente non trovano spazio. Non c’era prima la possibilità da parte di chi le viveva di esternarle.
Una sorta di esternazione della rivalsa. Un modo per recuperare il tempo perduto e dire ciò che prima non si poteva dire poiché sotteso o represso. Comunque sia, non detto, non tramandato. Pensiamo a quanta cultura sia insita nelle realtà contadine di un tempo tramandata solo per via orale di padre in figlio cosi da perdersi ad un certo punto del cammino. Cultura contadina che si scontra con le tante difficoltà e le infinitesime soddisfazioni.
È cosi che le frasi sono un modo per esprimere se stessi, le idee, le frustrazioni, le paure, i successi. Senza paura. Senza alcuna remora. Essere giudicati? Perché mai. Ogni frase è spontaneità attinta al profondo. È realtà di animo portata sull’etichetta di un vino che nemmeno si fa ogni anno.
Ne ha fatta di strada dal modesto Podere Sedime di un tempo. Sette ettari e mezzo di vigneto. Poi quindici di bosco. Un uliveto e terreni seminativi per un totale di 50 ettari totalmente bio. Ventimila bottiglie e una redditività completamente diversa da quella dalla quale erano partiti.
Nessuna velleità di andare verso maggiori produzioni al fine di salvaguardare l’artigianalità della quale va tanto fiero. Sperimentazione e crescita però si.

Il 2010/2011 Sono stati gli anni della consapevolezza. Ciò che più mi stonava era una foto olfattiva. I primi mesi dopo la vendemmia le svinature, i primi travasi. Una esplosione di odori in cantina. Portavo il vino a cena perché mi faceva gola. Uno sciroppo di goduria. In legno acquisiscono maggiore importanza, una nobilitazione per ottenere la quale occorre perdere l’aspetto varietale dato dalla zona. Il legno serve per un approdo commerciale ma da vignaiolo mi lasciava mezza soddisfazione. Così ho iniziato la ricerca di un contenitore alternativo. Il percorso di micro vinificazione in acciaio per simulare il legno, anfora, barrique esauste. Nel 2015 abbiamo preso le prime due anfore di terracotta di Impruneta. È il vino che si serve per primo in degustazione ma non è il vino di entrata. C’è la stessa qualità dell’uva degli altri vini. È un clone di Sangiovese che più si adatta a quel tipo di risultato. Qui cerchiamo frutto nella semplicità. Un vino che sa solo di vino. Semplicità nella accezione alta del termine.
Un percorso di crescita. Un percorso di emancipazione sociale. Di ribellione, di orgoglio. Per potercela fare smarcandosi dalla mezzadria, dal padrone, dal doversi limitare a prodotti a basso valore aggiunto. La voglia, unita alla capacità e alla consapevolezza. La fatica, il sudore. Senza fermarsi, crescendo giorno dopo giorno, un passo dietro l’altro. Senza fretta.
Tre vini in gamma. Capitoni, Troccolone, Frasi. Prodotti in quantità variabili in funzione dell’annata ma tendenzialmente con volumi di circa 12.000 per il Capitoni, circa 4.000 ciascuno (in funzione delle annate) per Troccolone e Frasi.
Il Troccolone è il Sangiovese che fermenta e affina in anfora. L’elogio del Sangiovese al territorio della Val d’Orcia.
Bello e invitante l’intenso rubino che reca in se un riflesso che principia ad essere granata.
I sentori sono inaspettati. Al naso arriva qualcosa che spiazza totalmente. C’è la tipicità del fresco vegetale e della viola che contraddistinguono il Sangiovese. Poi però arriva una frutta inaspettatamente cotta: prugna, ciliegia e melograno. Il balsamico esalta l’alcol aprendo completamente le narici e lasciando scoprire note che assomigliano a spezie dolci. Eppure c’è stata solo anfora!
Il sorso è piacevolmente equilibrato, caldo secco fresco con tannini potenti ma non fastidiosi, non invadenti. Dovrei dire, maturi al limite del raffinato. Il Sangiovese si apre in in bocca espandendosi ed equilibrandosi fornendo un finale tendente verso l’amarognolo, marchio di fabbrica di Capitoni. Tutto riempie la bocca in un misto tra pastosità ed eleganza rendendolo intrigante. È un vino vero, direi contadino nell’alto senso del termine per la grande bevibilità e piacevolezza realizzata in anfora con lieviti indigeni. Inaspettato!
Capitoni è l’Orcia Riserva DOC 2020, sapiente mix di Sangiovese (80%) e Merlot (20%). Ventiquattro mesi di affinamento in botti grandi e barrique poi almeno dodici di bottiglie.
Rubino con riflessi granata a dare un senso di eleganza del tempo. Una bella frutta matura virante verso il cotto, arriva subito al naso: prugna, pesca, mela. Poi note speziate si rivelano nel sottofondo insieme al sottobosco in una piacevole amalgama. Chiodi di garofano, anice stellato, un pò di pepe, del cioccolato, del tabacco per un meraviglioso e piacevole bouquet che prima ammalia poi risveglia grazie al velo di balsamico.
Il sorso è ampio con i setosi è presenti tannini. Secco, caldo, ben sapido e con il frutto che rimane sulla parte esterna della bocca mentre al centro della lingua fa capolino quella intrigante sensazione quasi amarognola. Ampio, fresco, perfettamente bilanciato sia per durezze sia per intensità. Un vino che trasmette a pieno l’idea di un terreno arso dal sole lavorato con tanto sudore.
Infine Frasi, il Sangiovese (con aggiunta di Colorino e Canaiolo) proveniente dalle vecchie vigne del 1974 con almeno ventiquattro mesi di affinamento in botti da trentatré ettolitri.
Il colore è intenso, profondo, impenetrabile.
I sentori sono di frutta matura, cotta, densa, scura, intensa. Un velo di balsamico la rende quindi caramellosa. Ruotando il calice emergono le intense e prepotenti note speziate e tostate, mitigate solo da quelle vegetali. Tutto è intenso e profondo, poi polposo da addentare. Cioccolato, tabacco, noce moscata, zenzero. Tutto è veramente armonico e soprattutto, pieno.
Il sorso, nonostante siano presenti tannini intensi, comunque non invadenti, è armonico, ampio, sapido. Un gusto di mela cotogna cotta nelle spezie si incanala spavaldamente in gola con un senso di sapida ampiezza così che, non appena l’effetto dei tannini si placa, arriva la voglia di riprovare le medesime sensazioni. Una spirale di sensuale energetico movimento, di incessante ritmo vorticoso.
Anche Frasi restituisce una intrigante bocca con il finale quasi amarognolo: allora è davvero un marchio di fabbrica.
Rimane da fare una vinificazione senza solfiti. Nelle tre etichette, l’unico additivo rimasto sono i solfiti. Le fermentazioni sono spontanee, non si inoculano batteri malolattici, non si fanno filtrazioni, non si aggiungono tannini, non si aggiungono stabilizzanti o gomme arabiche. Ci siamo arrivati gradualmente. Quando inizi a capirci qualcosa insomma. Dalla 2015 in poi. Ci facevano aggiungere lieviti o tannini, una vitamina c, ecc. Dal 2015 facendo anche una mezza cosa all’anno ma la facevamo. Non per un fatto religioso ma per provare a vedere quello che era possibile. I vini dovevano comunque rimanere buoni.
Adesso che anche il figlio, Angelo, è entrato in azienda, Marco sa che dovrà prima o poi confrontarsi con idee nuove. Fresca linfa vitale che non necessariamente costituirà una continuità.
Per suo input si potrebbe fare qualcosa di diverso. Sì educa per simulazione o per opposto. Nell’approccio che abbiamo avuto mia moglie ed io con Angelo di sicuro abbiamo dato libertà assoluta. Lui lavora con noi ma è stata una sua scelta. Anche contro indicazioni mie. Avrei preferito che l’avesse fatto con maggiore esperienza esterna.
Tanta strada fatta. Tanta ancora da fare. Quella che sembra una storia di successo non è arrivata da sola. Ne Marco ha fatto tutto da solo. Non sarebbe possibile. Saggezza sta nel riconoscerlo.

Mia moglie mi ha dato solidarietà incondizionata. Lavorava in uno studio di commercialisti e si è sobbarcata gratis tutta la parte di contabiltà. Mio babbo da un punto di vista lavorativo ed economico. Abbiamo agganciato dei piani di sviluppo ma li devi portare a compimento anche con la parte amministrativa. Quello che abbiamo fatto da un punto di vista economico non sarebbe possibile. Lo è perché si è fatto in famiglia attingendo a risorse di famiglia.
La saggezza sta proprio in questo. Capire quanto l’apporto di una famiglia sia stato non importante, fondamentale. Un blend di saggezza e umiltà che, ne sono certo, prima o poi Marco riporterà sull’etichetta del Frasi (sempre che non l’abbia già scritto!).
Ciao Marco!
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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