Torre Albineta
09 Ott 2026
Suggestioni di Vino

Torre Albineta. La terra come eredità, la vigna come destino

 

Tra le colline del Pollino, in Basilicata, la storia di Torre Albineta attraversa oltre cinque secoli di memoria familiare. Lavinia di Giura Lucifero ha lasciato una carriera nel design per raccogliere un’eredità fatta di vigne, olivi, boschi e responsabilità. Un progetto che unisce vino, identità e visione imprenditoriale, riportando al centro una terra ancora tutta da scoprire.

 

Caelum non animum mutant qui trans mare currunt.
Quinto Orazio Flacco, Epistulae, I, 11

Cambiano il cielo, non l’animo, coloro che attraversano il mare. Lo scriveva Orazio, il più lucano dei poeti latini. Nato a Venosa, figlio di un liberto, voce immortale di una terra che allora si chiamava ancora Lucania e che ancora oggi porta quella parola nel nome come una fiamma tenuta viva nonostante tutto. Ogni volta che torno a pensare alla Basilicata, quella frase mi risuona in testa con una forza strana. Perché è una regione che le persone lasciano, attraversano mari e frontiere, vanno a cercare fortuna altrove. Eppure qualcosa dentro di loro resta lì, fermo come una torre di pietra su un crinale del Pollino.

Torre Albineta.

Torre AlbinetaDue parole che portano con sé il peso e la luce dell’antico. Albus, in latino, è il bianco dell’alba, il bianco della luce che taglia l’orizzonte prima che il sole emerga davvero. Albineta evoca il bosco di pioppi bianchi, quei tremanti alberi che i latini associavano al mondo dei morti e al tempo stesso alla rinascita. Li piantavano lungo i confini, come sentinelle. Una torre che guarda. Un bosco che custodisce. E tra questi due elementi, in un angolo di Basilicata che Orazio avrebbe riconosciuto, l’azienda agricola di Lavinia di Giura Lucifero, figlia del Marchese Fabrizio di Giura di Battifarano, erede di una storia che inizia nel Quattrocento e non ha ancora finito di stupire.

Una famiglia che attraversa i secoli. E i continenti

Quando incontro Lavinia per la prima volta, mi bastano pochi minuti per capire che quella che sto per ascoltare non è la storia di una produttrice di vino. È la storia di una famiglia che ha tenuto duro per cinque secoli in una delle regioni più dimenticate d’Italia e di una donna che ha deciso di non lasciare che quella storia finisse con lei.

I di Giura sono in Basilicata dalla fine del Quattrocento, tra i comuni di Castronuovo di Sant’Andrea e Chiaromonte, nell’alta valle dell’Agri, sulle pendici lucane del Parco Nazionale del Pollino. La torre che dà nome all’azienda è una masseria fortificata del Cinquecento, appartenuta in origine ai Chiaromonte, la potente famiglia normanna che aveva fatto di questo lembo di Mezzogiorno il proprio feudo. Fu acquistata nel 1898 dai figli del Prefetto Giovanni di Giura, e da allora è rimasta di famiglia.

La storia che mi colpisce di più e che Lavinia accenna quasi di sfuggita, è quella di Nicola Ludovico di Giura, uno dei suoi antenati che, nel 1900, imbarcatosi sulla corvetta Ettore Fieramosca, raggiunse la Cina in missione come ufficiale medico della Regia Marina Militare Italiana. Quello che seguì ha del romanzesco: Nicola Ludovico rimase in Cina per trent’anni, diventando medico personale dell’Imperatrice Cixi e poi dell’ultimo imperatore Pu Yi. Fu ammesso alla Città Proibita, insignito del titolo di Mandarino alla Corte Imperiale. Poi tornò in Italia come primo traduttore dei classici cinesi nella nostra lingua. È come rivedere L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci con le stanze dorate, la solitudine immensa e chiedermi come dovesse sembrare la Basilicata, il verde assoluto, il silenzio del Pollino, l’aria che sa di resina e di ginestra ad un uomo che aveva visto la Città Proibita. Forse la capiva meglio, dopo. Forse ogni grande viaggio è, alla fine, un modo per tornare.

Cambiano il cielo, non l’animo, appunto.

Torre Albineta

 

Lavinia: nata a Nizza, cresciuta nel verde

Lavinia di Giura Lucifero è nata a Nizza, perché suo padre Fabrizio faceva il broker e lavorava in Francia. Madre veneziana, padre con radici profonde in Lucania, infanzia divisa tra più città: un perfetto blend, come lei stessa dice ridendo, con quella naturalezza di chi ha capito presto che le identità più interessanti sono sempre il risultato di mescolanze.

Quando mi chiedono di dove sono, mi definisco italiana. Col cuore romano, però. E con tanta educazione veneziana. Non saprei dire quale parte prevalga sull’altra.

Le vacanze, quelle erano sempre lì. In Basilicata. Nella tenuta di Battifarano, a rincorrere i cani randagi tra i boschi, ad arrampicarsi sugli alberi, a stare con gli agnellini mentre i genitori non la intrattenevano perché i genitori di una volta non intrattenevano. 

Ma ci pensate? Oggi, noi, genitori siamo sempre alla ricerca di un intrattenimento per i figli, fermamente convinti che serviamo noi e solo noi per farli stare bene. Quante volte ho pensato che quella libertà apparentemente distratta fosse in realtà la migliore scuola del mondo. Certo, un tempo, i bambini lasciati nel verde imparavano a conoscere la terra, il silenzio, il tempo che scorre a un ritmo diverso. Oggi dove li lasceremmo?

Ogni volta che vado lì sento le tensioni che si sciolgono. Dove siamo noi, se fai un giro su te stesso di 360 gradi, non vedi nulla che non sia verde. Una volta venne un architetto da Milano e mi disse: qui ti soffoca. Ma se pensi che il verde è il colore più rilassante, capisci subito che cosa stava perdendo.

Lavinia invece aveva studiato design. Aveva lavorato per anni con Michele Tonci, uno degli studi di architettura d’interni più raffinati di Roma, aveva messo le mani su Piazza San Cosimato a Trastevere, aveva vissuto a New York. Una vita che filava, con la precisione di un progetto ben eseguito. Come quei tratti di matita che diventano forme.

La scelta: lasciare il tratto per la terra

Nel 2017, suo padre Fabrizio comincia a porre quella domanda che molti genitori proprietari di terre, prima o poi, arrivano a porre: e a questa azienda? cosa succede? Sua sorella risponde subito di no. La campagna non fa per lei. Lavinia, invece, esita.

Ho avuto un periodo di grossi dubbi, grossi davvero. Poi ho detto: vediamo cosa siamo capaci a fare. Mi ci butto.

Aveva già tre figlie. Aveva un lavoro che amava profondamente. Aveva una vita costruita mattone per mattone nella città. Eppure quella terra, quei 290 ettari di cui 70 seminati e il resto bosco, quella torre medievale, quei vigneti che esistevano già quando l’azienda fu acquistata a fine Ottocento, attirava come una calamita. Come attirano certe cose che non si spiegano, che non seguono la logica del foglio Excel, che abitano in un posto più profondo della ragione.

Ci vuole tanto coraggio oggi per rinunciare a qualcosa che funziona per qualcosa che potrebbe funzionare. Si, magari è vero che con il Covid molti equilibri si sono spostati. In fondo ne ho incontrati tanti che hanno cambiato vita. Persone che hanno creato qualcosa di piccolo per farlo crescere. Hanno messo in gioco parte di se stessi per ritornare alle origini. Oggi che si è sempre alla ricerca di ottimizzazione, di rischio calcolato, di voglia di certezze infrante, le persone che rischiano sono sempre più rare. Così come sono sempre più rare quelle che scelgono. Ecco, Lavinia ha scelto.

Quello che arriva dal passato è un dovere verso il futuro. Se ti compri un’azienda fai quello che vuoi. Ma se ti arriva da qualcuno che ci ha lavorato, che ha fatto sacrifici per portarla fino a te chi sei tu per distruggerla?

Non sei nessuno. Non ne hai il diritto. Semplicemente non puoi. 

Torre Albineta

Dal frantoio alla cantina: costruire un prodotto finito

L’azienda che Lavinia prende in mano nel 2017 ha tutto e non vende niente. Grani antichi come la Carosella del Pollino*, un’eccellenza assoluta. Olio, venduto sfuso agli amici. Uva, ceduta a quintale ad un acquirente esterno che ogni anno abbassava il prezzo. Animali, boschi, masserie svuotate e lasciate andare. Un patrimonio immenso tenuto in sospeso tra la gestione del passato e nessun progetto per il futuro.

La prima attività nella quale Lavinia si cimenta è costruire un locale per imbottigliare l’olio. Studia le normative sull’etichettatura degli oli extravergine con la stessa cura con cui aveva studiato i capitolati d’appalto nel design. Gira i supermercati fotografando le bottiglie. Si presenta ai frantoi. Impara. Anticipa la raccolta, passando dall’oliva nera a quella verde. Nel 2019 esce la prima bottiglia con etichetta. Disegnata da lei ovviamente e con lo stemma della famiglia e il disegno della casa.

Ho lavorato molto sulla qualità. Devi scontrarti con le mentalità. L’oliva va raccolta nera perché produce di più. No: l’oliva va raccolta verde perché fa un olio migliore. Un anno facciamo così, l’anno dopo rifacciamo come va fatto.

Con il vino, la storia è un po’ più accidentata. Ma anche più avvincente. L’uva veniva venduta a quintale. Un anno di meno, l’anno dopo ancora di meno. 

Ad un certo punto ho detto: ma perché devo stare sotto i ricatti di questi? Questa azienda ha sempre fatto vino. Siamo nel territorio dell’antica Enotria. Facciamo una cosa seria.

Questa è la Lavinia che ho conosciuto. Ferma, decisa eppure sorridente. Ti guarda, ascolta, sorride e poi agisce con una forza che se non ti adatti, ti travolge. Ha il sangue lucano…

Torre Albineta

Il vigneto, l’Aglianico e l’enologo che ci ha creduto

Il vigneto di Torre Albineta è piccolo. Sono solo due ettari e mezzo ma è come se fosse un archivio vivente del Novecento vinicolo meridionale. Sangiovese, Barbera, Montepulciano, Merlot, Cabernet: un miscuglio ereditato dal secolo precedente, piantato senza troppa logica varietale quando il vino si faceva per i contadini e per i fattori, non per i concorsi. Lavinia lo racconta con un sorriso

All’epoca andavano dal vivaio e mettevano quello che trovavano. Le barbatelle gliele dava un amico, una cosa così. Tanto il vino doveva essere da tavola, fresco. Non facevano cose strane.

A questo patrimonio storico ha aggiunto Aglianico e Cabernet affidandosi a un giovane enologo lucano, lo stesso che lavora con Battifarano e Luigi Lauria, due nomi importanti per il vino di questa regione. 

Non so se ci ha preso in simpatia o se ha creduto nel progetto. So che si è dedicato davvero.

Quando si parte per una nuova avventura, ciò che si produce ha qualcosa di inaspettato, incerto. Lo si definisce sperimentale ma è pur sempre qualcosa di nuovo del quale non si ha alcuna certezza. Ecco perché, quando Lavinia insieme al suo enologo, decidono, prima di imbottigliare di vinificare separatamente ogni varietà, la classifico come qualcosa di raro ed intelligente. È certamente una vendemmia a perdere con delle micro-vinificazioni. Da proprio da queste, sono nate le prime tre etichette. Quest’anno, con la piantumazione del Fiano, arriverà anche il bianco insieme alla cantina propria. Torre Albineta avrà la propria cantina, piccola, autonoma, tutta sua.

Il logo di Torre Albineta reca in se l’ape, già presente nello stemma di famiglia e simbolo del lavoro e della natura. Il motto della famiglia di Giura è *modus et ordo*: con misura e con ordine. Due parole latine che suonano come filosofia e promessa. Misura e ordine. Sembrano concetti così lontani dalla società moderna nella quale l’eccesso è la norma e il disordine è quasi una virtù. Sentirsi dire modus et ordo da una donna che gestisce da Roma un’azienda agricola di quasi trecento ettari in Basilicata suona come una piccola rivoluzione silenziosa.

Torre Albineta

La Basilicata e il caso Chiaromonte: da Banfield a oggi

Torre Albineta è a Chiaromonte. Fu scelta negli anni Cinquanta dall’economista americano Edward Banfield come caso di studio per il suo celebre libro The Moral Basis of a Backward Society. Banfield la chiamò “Montegrano” e la usò per illustrare il concetto di familismo amorale: la tendenza delle comunità povere a massimizzare il vantaggio immediato del proprio nucleo familiare, incapaci di costruire fiducia e cooperazione oltre i legami di sangue. Un libro controverso, discutibile in molte delle sue conclusioni, ma che ha lasciato una cicatrice nell’immaginario di questa regione.

Settant’anni dopo, Lavinia torna su quella stessa dinamica. Su concetti che si inseguono non come stereotipo ma come un dato di fatto di una società che avrebbe tanto bisogno di quelle ventate di novità che giovani imprenditori sanno imprimere.

La Basilicata è molto indietro a livello imprenditoriale. C’è molto individualismo, molta gelosia. Non c’è la collaborazione che trovi in Toscana. La mentalità è: se cresce lui, io perdo terreno. Mentre invece è il contrario: se cresce la regione, ci guadagniamo tutti.

Non gliel’ho detto di Banfield. Non era necessario. Lei lo sa già, perché lo vive ogni giorno. Ma non si è arresa. Continua a portare amici, giornalisti, operatori del settore in Basilicata. Continua a fare sistema dove il sistema fatica a nascere. Continua a scommettere. Continua a scegliere un territorio che è tanto suo quanto di chi ci vive da generazioni. 

È un po’ quello che è successo in Puglia, la regione-specchio che nel confronto con la Basilicata ritorna spesso nelle conversazioni con i produttori lucani. Vent’anni fa le masserie pugliesi erano abbandonate, le spiagge deserte, i vini sconosciuti. Poi qualcuno ha cominciato a credere. Poi un altro. Poi un altro ancora. Borgo Egnazia era niente. Oggi è uno dei resort più celebrati d’Europa. La Basilicata ha tutto quello che aveva la Puglia: paesaggi straordinari, storia millenaria, prodotti eccellenti, ospitalità autentica. Le manca ancora la massa critica di persone che ci credano insieme.

Lavinia è una di quelle persone. Lo è con la sua determinazione quanto con il suo sorriso. Lo è con la voglia quanto con la sua capacità. Non è semplice stando spesso a Roma e dovendosi occupare delle figlie.

I vini di Torre Albineta
Torre Albineta. IGT Basilicata Rosso

Il vino bandiera dell’azienda porta il nome della torre. Forse non è un caso. Nasce dal vigneto più antico di San Giovanni, quello che Lavinia ha trovato come un archivio disordinato del Novecento vinicolo meridionale. Sangiovese perlopiù poi Barbera e Montepulciano. A seicento metri di quota, dove le escursioni termiche tra il giorno e la notte sono ancora quelle di una Basilicata antica e non addomesticata, le uve maturano lentamente e con carattere. La fermentazione avviene in vaso aperto, come vuole la tradizione più onesta. Poi il vino poi affina dodici mesi in acciaio sulle proprie fecce fini. Nessun legno, nessuna correzione, nessuna maschera.

Nel bicchiere si presenta con un rosso rubino intenso che nell’unghia vira al granato, con quella velatura profonda che si vede nei vini che hanno vissuto veramente il territorio. Al naso è generoso senza essere fracassone: la ciliegia e la mora aprono la strada, poi arrivano il ribes e i piccoli frutti di bosco. Su tutto scende la nota floreale di violetta indica, con esattezza la sua presenza. La macchia mediterranea fa il resto con il pepe, il timo, la salvia. Una sorta di firma del Pollino. In bocca i tannini sono eleganti e avvolgenti, la bevibilità è generosa, la persistenza porta con sé qualcosa che assomiglia alla soddisfazione. Quella sensazione rara di un vino che non chiede di essere analizzato, ma solo bevuto, preferibilmente con qualcuno di cui ti fidi.

RuLa. IGT Basilicata Rosso

Quando Lavinia mi spiega il nome di questo vino, sorrido.RuLa. Era il modo in cui i cinesi pronunciavano il cognome di Giura: Daifu Rula, il Dottor di Giura; Nan jué Rula, il Barone di Giura. Il medico lucano che alla corte imperiale di Pechino era diventato qualcosa di diverso da quello che era partito. Non meno italiano, non meno lucano, ma capace di attraversare il mondo senza perdere sé stesso. L’etichetta porta uno dei suoi timbri cinesi, quegli ideogrammi che sembrano disegni e che per trent’anni avevano firmato ricette, diplomi, comunicati per l’Imperatrice Cixi. Pensare a tutto questo mentre si stappa una bottiglia di Aglianico e Cabernet Sauvignon prodotta sul Pollino mi provoca una vertigine. Ma è esattamente il tipo di vertigine che mi piace.

Il RuLa è un vino impegnativo. 60% Aglianico, 40% Cabernet Sauvignon, affinato in barriques, con l’ambizione dichiarata della grande struttura. Il colore è rosso rubino intenso, fitto, quasi laccato. Al naso è aromaticamente complesso e intrigante: amarena, prugna, mora, poi il ginepro e il mirto che riportano subito alla macchia del Pollino. Poi ancora pepe, cannella, un tocco di vaniglia che il legno ha lasciato senza sopraffarne la voce. In bocca è ampio, persistente, con una struttura importante e tannini che la barrique ha educato alla rotondità senza toglier loro il carattere. Avvolgente. Non posso non usare questa aggettivo. È il termine giusto per un vino che ti prende con gentilezza senza lasciarti andare. È il vino di un antenato che ha attraversato mari e civiltà senza dimenticare chi era. Ha senso che si chiami come lui.

Basìleia. IGT Basilicata Rosato

Basìleia. In greco classico: regina. Non principessa, non fanciulla, non ninfa, regina. La scelda di un nome che già dice tutto sul tono che Lavinia vuole dare a questo rosato in perfetto collegamento con la Basilicata. Basileis come i re greci che colonizzarono questa costa millenni prima che Roma sapesse cosa fosse il vino, chiamarono queste terre. Nasce dalle piante di Sangiovese Barbera e Montepulciano più antiche del vigneto di San Giovanni. Qui le escursioni termiche costruiscono profumo e acidità senza bisogno di trucchi.

Nel bicchiere il colore è un bellissimo rosa tenue con sfumature corallo. Non è un rosato che strilla, che si dimena, che luccica nel calice. È come una donna elegante che si ammira per quella attrazione data da chi non ha bisogno di farsi notare per forza. Al naso è delicato e preciso: ciliegia, piccoli frutti di bosco e rosa canina. Quella nota selvatica e leggermente amara che è bellissima e che non si incontra spesso. Nessuna ridondanza, nessuna esagerazione. In bocca la freschezza è vivace, l’acidità vibrante e pulita, la sapidità presente, la persistenza lunga quanto basta per non voler smettere. È un rosato da bersi con attenzione e non già perché difficile. Semmai perché sarebbe un peccato farlo distrattamente. Una regina non si tratta con superficialità.

Tre figlie, una torre, un futuro da costruire

Il mio futuro lo vedo giù. Non appena le mie figlie saranno all’università, mi immagino a settimane alterne in Basilicata.

Tre figlie. Le ha portate a imbottigliare l’olio, ad attaccare i cartelli nel vigneto, a fare le cose usando le mani. 

Sono queste le piccole cose che si fanno per stare insieme, per avvicinare le persone ai propri ricordi, al proprio passato. È l’unico modo per poterlo fare.

Non lo dice troppo esplicitamente alle proprie figlie ma la sua speranza è che almeno una delle tre voglia prendere in mano quello che lei sta costruendo. Non sarà una eredità immobiliare ma un’azienda viva, in movimento, con una cantina propria, con prodotti finiti, con un nome che inizia a farsi riconoscere.

I sogni che ha nel cassetto sono quelli di chi non si ferma mai. Come i *peperoni cruschi*, quella meraviglia fragile e affumicata che è il simbolo gastronomico della Basilicata e che pochissimi fanno davvero bene. Gli eventi in vigna, le cene sotto gli olivi accanto alla piscina. La ricezione, quando ci saranno le risorse umane e la struttura per farla come si deve. Prodotti per la cura del corpo con l’olio dell’azienda. Senza chimica, senza compromessi.

Non è soltanto guadagnare. È fare cose che funzionano.

Lavinia Di Giura
Modus et ordo: il senso di tutto

Modus et ordo. Con misura e con ordine. Un motto che descrive perfettamente non solo la famiglia di Giura, ma anche il modo in cui Lavinia lavora: un passo alla volta, senza correre, senza sovrastimare né sé stessa né le risorse che ha. L’olio prima, poi il vino, poi la cantina propria, poi il bianco, poi gli eventi, poi l’agriturismo. Una cosa per volta, fatta bene.

Ho conosciuto tanti produttori che partono con tutto insieme e finiscono per fare tutto a metà. Lei no. Ha la pazienza di chi sa che le cose buone crescono lentamente, come i boschi del Pollino che circondano la sua torre.

E poi c’è l’attaccamento. Quello che non si impara nei master di marketing o nei corsi di enologia. Quello che ti fa dire no a un parco agrisolare anche quando arrivano i soldi veri. Quello che ti fa restare fedele a una terra che ti chiede tutto e ti dà tutto, che ti mette di fronte a notti insonni di fisica e matematica con le figlie da un lato e una vendemmia in ritardo dall’altro. Quello che però, quando arrivi lì e giri su te stessa di 360 gradi e non vedi nulla che non sia verde, ti fa capire che non c’è nessun altro posto al mondo dove vorresti essere.

Quell’azienda è parte di me. È un rifugio. È un’oasi. È il posto dove tutti i nodi si sciolgono, dove le idee tornano in ordine. Non ho mai, neanche per un secondo, pensato di venderla.

Orazio lo avrebbe capito benissimo. Lui che era nato a Venosa, in fondo a pochi chilometri da dove oggi Lavinia alleva la sua vigna, aveva capito, duemila anni fa, che è in quella stessa terra, ostinatamente bella, che si può attraversare il mondo intero senza cambiare l’animo. Che certe radici non si sradicano. Che certi amori sono più forti di qualunque buona ragione per andare altrove.

La Torre Albineta è ancora lì, sul crinale del Pollino. Guarda. Aspetta. E finalmente, dopo molto tempo, qualcuno l’ha capita.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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