18 Mag 2026
Vigne e orizzonti

Sassocorno. Il vino è una scelta di passione, non un eredità

 

Francesca Ius, Giuliano e Stefano Poser, un ritorno alle radici a Corno di Rosazzo

A Rosazzo, all’ombra dell’Abbazia, ci sono filari di Tocai che hanno superato il secolo. Stanno lì in un mezzo ettaro di vigna, viti contorte da una selezione massale antica, e quando ci si entra ad agosto si capisce subito di trovarsi in un posto che chiede rispetto. È da queste viti e da poco più di altri cinque ettari sparsi tra Corno di Rosazzo e Rocca Bernarda che esce Sassocorno, marchio commerciale dell’azienda agricola La Badie.

Siamo alle spalle di Villa Nanchini, sede del Consorzio di Tutela dei Colli Orientali del Friuli e Ramandolo, ai confini con Rosazzo, frazione del comune di Manzano. Una zona protetta a nord dalle Alpi Giulie e accarezzata dalle brezze dell’Adriatico, su terreni fatti di stratificazioni di marne e arenarie di antica origine marina. La viticoltura qui è documentata nelle carte dell’Abbazia già nel 1200: vuol dire che le viti, semplicemente, ci sono sempre state.Sassocorno. Il vino è una scelta di passione, non un eredità

Due strade che convergono al vino

Il progetto nasce nel 2017 dall’incontro di persone che al vino sono arrivate da altre strade. Francesca Ius è avvocato — oggi è imprenditrice agricola e amministratore unico dell’azienda. Stefano Poser è medico dello sport, segue personalmente vigna e cantina, cura la parte enologica senza consulenze esterne. Non hanno ereditato la terra, non ci sono cresciuti: l’hanno scelta. È una delle prime cose che ti dicono quando sali con loro tra i filari, e la dicono senza retorica, come si dice un dato di fatto.

L’avventura era partita anche con una vigna in affitto presso l’Abbazia, andata persa dopo poco. Una perdita dolorosa, da cui il progetto ha dovuto riassestarsi sui sei ettari attuali, di cui circa due e mezzo coperti da piante che superano abbondantemente i cinquant’anni e in più punti i cento.

Tre poderi, un sasso

I vigneti sono distribuiti in tre nuclei. A Corno di Rosazzo, attorno alla sede aziendale, si trovano i nuovi impianti del 2018 — Malvasia Istriana, Schioppettino, Refosco dal Peduncolo Rosso — e quelli del 2021 di Pignolo, oltre a mezzo ettaro di viti di cinquantatré anni. A Rosazzo, il mezzo ettaro di Tocai centenario e un altro piccolo appezzamento di viti antiche. A Rocca Bernarda, l’1,3 ettari del podere più grande, con vigne di cinquant’anni circondate da quattro ettari di bosco. È qui che, all’ingresso, si incontra il grande sasso che dà il nome all’etichetta — e all’azienda. Una pietra che non è un vezzo di marketing, è lì da prima di tutti noi.

C’è anche un fazzoletto di 0,2 ettari di Traminer piantato nel 2023 vicino alla sede, voluto come un piccolo giardino dove pascolano le api. Un gesto che dice tanto sul modo di stare in vigna di questa gente.

La filosofia: meno è meglio

In vigna intervento minimo, niente pesticidi, trattamenti ridotti all’osso, basso utilizzo di rame e sovescio tra i filari. Tanta osservazione, perché qui il primo strumento è guardare. In cantina la coerenza è la stessa: vendemmia manuale, vinificazioni parcella per parcella per rispettare ogni terroir, fermentazioni spontanee in acciaio e cemento. Niente enzimi, niente coadiuvanti, e — dato per nulla scontato — la solforosa è stata eliminata per tutto il processo di produzione.

Gli affinamenti sono medio-lunghi rispetto alla media della zona, ripartiti tra botti di acacia, rovere, cemento e anfora. Si imbottiglia quando il vino è ritenuto pronto da bere, senza chiarifica e senza filtrazione preventiva — solo una filtrazione molto grossolana per evitare residui macroscopici in bottiglia. La produzione resta volutamente contenuta, spesso sotto le mille bottiglie per etichetta, con rese che si fermano sui venti-trenta quintali per ettaro nelle vigne vecchie e salgono fino a settanta-ottanta per le più giovani.

E poi c’è il dettaglio che, da solo, racconta tutta la loro idea di vino: ogni bottiglia riporta in etichetta la posizione del vigneto rispetto alla sede aziendale, distanza in metri e direzione cardinale. Sessantaquattro metri a nord-ovest per la Malvasia di Corno di Rosazzo. Duemilatrecentottanta a nord per i Tocai di Rocca Bernarda. Millenovanta a nord-ovest per il Tocai centenario di Rosazzo. Il terroir come coordinata geografica, prima ancora che come narrazione.

Le due gamme

Sassocorno. Il vino è una scelta di passione, non un ereditàLe etichette si dividono in due linee. La conviviale è quella dell’affinamento breve, fatto solo in cemento: il Blancut, uvaggio bianco con Tocai, Malvasia, Ribolla e un tocco di Riesling; il rosato Eresia da Refosco e Schioppettino; il REX da Refosco dal Peduncolo Rosso in purezza. Vini da bevuta vera, immediati ma costruiti con la stessa serietà del resto.

La gastronomica è quella dei macerati e dei lunghi legni. Sui bianchi: la Malvasia Istriana macerata due settimane e poi un anno tra anfora e tonneau di rovere; il Tocai ROCHE da Rocca Bernarda, due anni in tonneaux di acacia; il Badie, il Tocai delle viti ultracentenarie di Rosazzo, due anni in botte grande di acacia da quindici ettolitri; il Verduzzo dei filari sparsi, da uve semi-appassite in pianta, macerazione di sei settimane e quattro anni tra barrique di acacia e tonneau di rovere. Sui rossi: il CUAR, uvaggio a base merlot con cabernet franc e altri rossi locali da vigne di cinquant’anni, due anni in tonneaux di rovere usati; e il Merlot in purezza, sempre da Rocca Bernarda, da viti di quarantasei anni, un mese di macerazione e tre anni tra tonneau, botte grande e un ulteriore passaggio in cemento.

I vini nel calice

Con un quadro tecnico così, il rischio di restare ingolfati nella scheda è alto. Allora vado al sodo, con quelli che mi hanno davvero colpito in più degustazioni.

Il Verduzzo 2019 è probabilmente uno dei migliori macerati che abbia bevuto da questo vitigno. Naso fine e complesso, finale lunghissimo. Un Verduzzo che riconcilia con un’uva spesso ridotta a dolce da fine pasto e che qui, in versione secca e macerata, mostra tutta la sua statura.

Il Badie, il Tocai delle vigne centenarie di Rosazzo, è un grande macerato. Profondità, materia, una verticalità che le viti vecchie sanno dare e che non si inventa. Il Tocai friulano come lo si vorrebbe sempre.

Il CUAR 2020 è un grandissimo vino. Equilibrio e profondità, un Friuli rosso che non insegue Bordeaux ma neanche lo nasconde — lo declina nel suo territorio, con il suo passo.

Il Merlot 2019 è il pezzo forte. Speziato, balsamico, teso, minerale, di ottima profondità. Uno di quei Merlot che ti ricordano perché il vitigno, in Friuli, non è una concessione internazionalista ma una tradizione locale fatta di vigne vecchie e di cantina paziente. Anche il 2018, dalla stessa parcella, conferma il livello.

Sul fronte conviviale, il nuovo Blancut è un grande vino da bevuta seria. Non macerato, fresco, costruito bene: dimostra che la linea di pronta beva non è la cugina povera della casa, è semplicemente un’altra cosa.

Sullo Schioppettino mi riservo il giudizio. L’ho bevuto due volte, mi è parso interessante, ma il vitigno è una bestia complicata e voglio vederlo in altre annate prima di sbilanciarmi.

Un progetto da seguire

Sassocorno è esattamente quello che la rubrica cerca: una piccola realtà che non ha ereditato nulla, che non sta facendo marketing, che ha scelto un territorio storico e un metodo di lavoro rigoroso. Le coordinate stampate in etichetta non sono un’idea pubblicitaria, sono un manifesto: dimmi da dove vieni, e fammelo verificare sulla mappa.

Stefano e Francesca stanno costruendo qualcosa che, sulle viti vecchie di Rosazzo e Rocca Bernarda, ha già una statura precisa. Sul resto — i nuovi impianti di Pignolo, di Ribolla Gialla, del Refosco a Corno — bisogna lasciare il tempo che ci vuole. Ma la direzione è chiara, e il punto di partenza è di quelli che, in Friuli, non si trovano spesso.

Tornerò a Corno di Rosazzo, e tornerò volentieri.

 

Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo