I giovani e il vino. Facciamo una riflessione
I giovani non bevono più vino.
Il consumo di vino tra i giovani sta diminuendo.
I giovani bevono altro.
Sono tutti epiteti che abbiamo letto e sentito nel corso del tempo. Fior di studi, provenienti chissà da dove, hanno evidenziato queste tendenze. Una sorta di epitaffio scritto sul mondo del vino dovuto ad una mancanza di attenzione da parte delle giovani leve sul prodotto più importante del panorama agricolo italiano. Una filiera che secondo questi studi rischia di andare in crisi in poco tempo. Se non già in crisi da tempo.
Si parla di filoni statistici piuttosto che di eccessivi prezzi delle bottiglie al ristorante. Nessuno però si è però mai interrogato su cosa vedano i giovani in una bottiglia di vino né su quali siano i gusti e le tendenze dei giovani. Si è anche affermato che i vini dealcolati possano essere la soluzione al problema.
Perché faccio questa premessa? Perché credo che niente di tutto ciò sia più sbagliato e privo di fondamento reale. È senz’altro vero che una rondine non fa primavera o che non ci sono più le mezze stagioni, ma è altrettanto vero che quando ci si trova a manifestazioni come Vini Selvaggi, queste che possono essere delle certezze si sgretolano miseramente.
Mi sono trovato a Vini Selvaggi a Roma lo scorso fine settimana e quello che ho visto mi ha fatto molto riflettere. Stiamo parlando di una manifestazione che tratta unicamente vini naturali, intendendo per questi vini che non hanno subito processi chimici o in qualche modo goduto (si fa per dire) di supporto chimico. Non si utilizza in vigna alcun tipo di sostanza chimica, c’è un uso ridotto della solforosa, ci sono lieviti assolutamente indigeni. Insomma, qualcosa di un po’ più stringente rispetto alla biodinamica che a parlare con gli operatori, quasi tutti ripudiano e rifuggono.
Qual è la cosa che mi è balzata agli occhi in questa manifestazione?
Immaginate di essere in una grande struttura nella quale generalmente si tiene un mercato: grandi spazi, grandi altezze. Al posto delle bancarelle della frutta e verdura, tanti banchetti con altrettanto produttori di vino naturale. Chi si aggirava tra questi banchetti erano nella quasi totalità ragazzi. Sorridenti, attenti, interessati a parlare con i produttori anch’essi giovani e in qualche caso, di una certa età votati alla viticoltura naturale. Calici che si alzavano, bicchieri che si svuotavano, bottiglie che versavano vino tanta allegria. Tanta voglia di conoscere, tanta voglia di sperimentare vini che non puzzano più, che sono decisamente interessanti ed identitari, che riescono a promuovere il territorio e i vitigni, che sono in grado di esprimere sensazioni anche molto particolari. Non vi sono solamente vini di pronta beva e immediati ma anche sperimentazioni, nemmeno tanto tali, di utilizzo di anfora, botte, barrique, tonneaux. Tecnica e semplicità applicate alla produzione del vino.
L’autoreferenzialità del vino e in qualche modo la mancata voglia di sdoganare un prodotto considerato aristocratico da un lato ed elevato dall’altro, l’utilizzo di termini roboanti e altisonanti, le master class piene di parole prive di qualunque empatia e altrettanta voglia di avvicinare le persone “normali” al mondo del vino. Ecco tutto questo genera l’allontanamento dei giovani al vino.
Ascoltavo i dialoghi tra i produttori e ragazzi a Vini Selvaggi ammirando i tratti semplici delle storie. Vignaioli, persone semplici che hanno dedicato la propria vita al vino. C’è chi abbandonato il proprio lavoro per dedicarsi alla campagna, c’è chi ancora non lo abbandonato ma ci sta pensando, c’è chi ha ricevuto il testimone dai genitori virando completamente la metodologia, c’è chi è semplicemente andato in continuità. Tutti accomunati dalla voglia di produrre vini semplicemente complessi. Dove la complessità è nelle proprie storie, nei sentimenti, nella vita. Riuscire a portare all’interno delle bottiglia la propria anima così da rendere ogni vino diverso dall’altro e dallo stesso dell’anno precedente. Vini che cambiano anche nei pochi minuti di una chiacchierata.
Semplicità e complessità intrinseca ma non estrinseca. La voglia di semplificare non è banalizzare ma tornare alle basi del vino. Una spremuta di uva che ha subito il minor numero di trattamenti per essere solo quello che può essere. Non quello che la commercializzazione vuole che sia. Da un vitigno che non ha le caratteristiche di longevità non si può pretendere che un vino semplice. Utilizzare eccessivamente la botte vuol dire camuffare il vino. Utilizzare la chimica vuol dire correggerlo commettendo un abominio.
Nei vini che ho assaggiato non ci sono sensazioni di artefazione chimica. Semmai di semplice tranquillità. Vini che possono essere bevuti quasi come fosse una birra. Senza sovrastrutture. Senza grandi pensieri. Senza grandi riflessioni su quello che può essere un sentore piuttosto che un retrogusto. Non serve farsi venire idee e su quello che è il retropensiero del vignaiolo che ha creato questo vino né inventare storie. Semplicità. Voglia di trovare nel vino il puro godimento istantaneo. Una bottiglia che deve essere aperta e non conservata perché la vita è adesso. Oggi. Non domani, non dopodomani, non fra qualche anno.
Questo modo di pensare dei giovani è un modo che rispecchia la società moderna dove i ragazzi non vogliono perdere tempo nell’investire nel futuro. Sanno che la vita è adesso e ora. Oggi voglio vivere quello che posso vivere non fra qualche anno.
Noi avevamo questa voglia di pensare al futuro, forse perché c’erano le condizioni per un futuro possibile. Io andrò, forse, in pensione a 67 anni. Un ragazzo che comincia a lavorare oggi non sa quando andrà in pensione e se vi andrà. Allora perché investire nel futuro quando invece posso godermi l’attimo adesso? La stessa cosa è nel vino. Ho una bottiglia, la strappo me la bevo con gli amici senza tante sovrastrutture, senza la necessità di aspettare domani o il prossimo anno. Senza la necessità di farla stare ferma per chissà quanto tempo, perché maturi. La voglio adesso. La voglio bere adesso. Ne voglio godere adesso. Voglio una bottiglia che abbia il giusto costo. Quello che serve per remunerare quel vignaiolo che con tanta dedizione per la vita e per ciò che lo circonda, lo ha prodotto. Ha avuto rispetto per tutto. Anche per me.
Ecco, i giovani hanno bisogno di questo e se non lo si capisce allora abbiamo fallito tutti.
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
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