Suavia. Meri, Valentina, Alessandra: le principesse della vigna
04 Ott 2025
Il viaggio di Orfeo

Suavia. Meri, Valentina, Alessandra: le sorelle della vigna

 

Ci sono parole che hanno un potere evocativo immediato, oltre al significato aggiungono sensazioni, immagini, suoni, iniziano a raccontarti una storia.

Per esempio a Codogno, il paese in cui sono nato e cresciuto, c’è un edificio storico che è conosciuto come Ospedale Soave, dal cognome dell’architetto neoclassico che lo progettò intorno al 1770.

Rimase in uso come ospedale fino agli anni 40 del secolo scorso dopodiché è diventato un “contenitore” di eventi, io ci organizzai anche cinque mostre di arte contemporanea.

Da bambino l’Ospedale Soave, che sorge alla fine di un grande viale alberato, con la cupola verde rame, le colonne in pietra, il cancello sempre chiuso in ferro battuto, mi faceva pensare ad un posto magico. Associavo le parole Ospedale+Soave ad un luogo di miracoli, dove ogni paziente sarebbe senz’altro guarito! Un anticipo di Paradiso sulla terra.

Poi….si cresce, ti spiegano che Soave è solo il cognome dell’Architetto, e tutta la poesia finisce in una oretta di vista guidata con la classe, avrò avuto si e no 8 anni.

Va beh!

Ma esiste un altro Soave, questo si un anticipo di Paradiso sulla terra, tra Verona ed i Monti Lessini, colline morbide, dolci, a volte nascoste nella foschia, molte di origine vulcanica con un vitigno la Garganega che la fa da padrona.

Suavia. Meri, Valentina, Alessandra: le principesse della vigna

Tra questi paesaggi fiabeschi, tra borghi medioevali e castelli, tre principesse Meri, Valentina ed Alessandra nell’antico borgo di Fittà guidano una azienda dal nome magico, Suavia antico nome di Soave.

Fondata nel 1982 dai loro genitori, Giovanni e Rosetta Tessari e certificata azienda biologica dal 2020 oggi conta una area di 30 ettari nella zona classica del Soave, Fittà, Carbonare, Castellaro e Tremenalto, con una produzione di circa 250.000 bottiglie all’anno interamente dedicata alla vinificazione in bianco tra Trebbiano di Soave e Garganega. Di quest’ultima varietà vantano viti che sanno di memoria storica, biotipi che raccontano oggi il passato di 70 anni fa ed oltre.

Suavia. Meri, Valentina, Alessandra: le principesse della vignaNota a parte merita il Trebbiano di Soave, parente stretto del Verdicchio, che fino agli anni 50/60 del secolo scorso godeva di una estensione pari alla Garganega. Vitigno delicato e sofferente alle variazioni climatiche ed ai parassiti è stato quasi del tutto espiantato negli anni successivi a favore della stessa Garganega o di altre qualità più resistenti, la sua rinascita è merito di Valentina, enologa della cantina, che nei primi anni del 2000 dopo una ricerca tra le vigne più vecchie del Soave Classico ed in collaborazione con L’Università di Milano riesce ad individuare 14 genotipi di Trebbiano di Soave, ristretti poi a quattro con una selezione massale.

Esce nel 2008 la prima annata di Massifitti, il primo esempio di Trebbiano di Soave in purezza di tutto il territorio, autentico paradigma di stile, risultato della tenacia e dell’amore per questa varietà e questa terra di tutta la famiglia Tessari.

Amore che si riscontra anche nella filosofia di allevamento delle vigne, non una monocoltura spinta, ma una variegata biodiversità tra boschi di querce, acacia, piante di ulivo, da qui una piccola produzione di un ottimo olio varietà Grignano dal sapore quasi agrumato e piacevolmente piccante.

E il bello sta proprio qui….cura e attenzione per il passato e tanta cura ed attenzione per il presente: Suavia affida i suoi vini al tempo con la chiusura del tappo Stelvin, che ahimè ancora oggi è questione di dibattito e pregiudizi.

E la poesia?

La poesia rimane intatta al primo sorso, questo metodo di chiusura difatti elimina qualsiasi rischio durante l’affinamento in bottiglia, racchiude uno specifico momento di vita del vino cosi come lo vuole la cantina, sorrido se penso al prossimo tabù da infrangere, le bottiglie con questa chiusura ancora orizzontali? No no, in piedi va benissimo. Ma….un passo alla volta.

A tal proposito prendo in prestito una famosa opera, una frase al neon, dell’artista fiorentino Maurizio Nannucci,  “ALL ART HAS BEEN CONTEMPORARY” a sottolineare come il nuovo sia storicamente  divisivo, ma anche come il contemporaneo dopo una manciata di anni diventa un classico.

Prima di iniziare la degustazione Alessandra, oggi nostra preziosa Virgilio in questo viaggio enologico, ci racconta la composizione morfologica del territorio: prevalenza di suolo calcareo ad Ovest, prevalenza di suolo vulcanico ad Est, introduzione necessaria per capire al meglio i vini di Suavia.

Iniziamo con gli uvaggi Garganega prima ed il Trebbiano di Soave poi: Soave Classico 2024, Garganega lavorata in acciaio, è subito un pot pourri di fiori freschi bianchi, vengono in mente il biancospino, il mughetto, profumi delicati, così la frutta una mela croccante allo stesso modo la pera, un sentore di pompelmo rosa ed una fresca nota erbacea ne fanno un vino perfetto per le calde serate d’estate, con una scia sapida che favorisce la beva. Morbido, cremoso ed elegantemente avvolgente.

Parlando di come già questo vino annunci la qualità e la ricerca espressiva della cantina, senza fronzoli, pulizia nei sentori, risalto dei terreni, Alessandra ci versa nel bicchiere Monte Carbonare 2023, Cru di Garganega.

Qui si cambia registro, ci racconta di come le radici delle vigne affondino in un terreno nero, ma proprio nero, basalto molto scuro comunque drenante, tra i più vulcanici del Soave, sul loro sito viene raccontato come “un pezzo di terra nel bicchiere”.

Rende bene l’idea perché prevale l’idrocarburo, la grafite, la frutta c’è ed è matura, una pesca gialla, corposa, le note sono fumè, qualche nota vegetale di fieno, riposa un anno sulle fecce in acciaio più sei mesi in bottiglia. Una pronunciata acidità e mineralità portano questo vino lontano nel tempo, curioso di assaggiarlo tra tre o quattro anni!

I prossimi tre vini sono parte di un progetto chiamato I LUOGHI , un percorso che personalmente mi piace moltissimo per l’aspetto didattico e la profondità del dettaglio di come un terreno influisca sul risultato finale di un vino.

Nel raggio di tre chilometri Suavia possiede tre particelle in tre U.G.A., unità geografica aggiuntiva, sottozone all’interno di una denominazione DOC o DOCG, in pratica uno zoom all’interno della denominazione.

Suavia. Meri, Valentina, Alessandra: le principesse della vignaEsattamente a Fittà, Castellaro e Tremenalto con una produzione di sole 2.000 bottiglie per particella.

Sorprende come in così poco spazio i terreni siano geologicamente tanto diversi,  diversità che si rispecchia palesemente nei vini.

Un passo alla volta….

Il primo assaggio è Fittà 2020, vigne vecchie anche di 50/60 anni ed oltre, qui il terreno è scuro, la massa è argillosa, per farci capire quanto Alessandra la definisce un pongo, e si alterna con substrati di rocce basaltiche.

I sentori prevalenti sono di frutta matura esotica, papaya, melone, ananas maturo, la mimosa sicuramente, il gelsomino, si sente la mandorla, il cedro, note di affumicato.

Il secondo è Castellaro 2020, si cambia completamente suolo, roccia pura, pietroso e qui le radici devono sudarsi il nutrimento scavando e faticando non poco.

Vengono esaltate le note speziate, sempre un fiore giallo di mimosa e gelsomino, ma il frutto è poco e le spezie tante, pepe bianco, noce moscata, erba di maggiorana, un po di agrume, una balsamicità di mentuccia, le note prevalenti.

Il terzo è Tremenalto 2020, il terreno è poco argilloso in superficie, roccia sgretolata e ossidata con diversi minerali.

Tornano i sentori di idrocarburo accompagnati da una frutta molto matura, una marmellata, fiori di zagara e frutta candita, con una mandorla a chiudere, il sentore minerale è un gesso.

Tutti e tre sono Garganega 2020, distanti pochi metri, ed hanno la stessa vinificazione: 12 mesi in vasche d’acciaio con le fecce fini e 24 mesi in bottiglia, ma in comune hanno solo una cosa, il colore, un bel paglierino tendente al dorato, con una luminosità intensa e scintillante, per il resto si fatica a credere che nascano nella stessa zona, vicinissimi, ed abbiano avuto le stesse identiche lavorazioni.

Concludiamo questa splendida degustazione con il celebrato Trebbiano di Soave.

La prima etichetta è Massifitti 2021, bello teso e verticale, paglierino e riflessi verdolini, esce con pepe bianco, pesca, mandorla nel finale, fiori di sambuco, ben sapido e persistente, note evidenti di calcare, roccia bagnata.

La seconda etichetta di Trebbiano di Soave è Opera Semplice Atto V, un metodo classico con 24 mesi sui lieviti, un pas dosè con bolla fine, frutta dolce e miele di acacia lo rendono molto piacevole, subentra poi una bella acidità quasi astringente insieme a sentori di pasticceria secca, Alessandra ci suggerisce anche un sentore di oliva che effettivamente riscontriamo, prodotto solo nelle annate migliori. Un unicum assoluto nel territorio.

La giornata si chiude con l’unico vino della cantina che si eleva in legno, Garganega Le Rive 2021, 15 mesi in botte grande sulle proprie fecce e affinamento di un anno in bottiglia.

Gode anche di una vendemmia tardiva, a fine ottobre, che ne esalta il grado zuccherino che ben controbatte l’acidità della Garganega, il risultato è un vino paglierino dorato, ricco di frutta candita, di spezie, viene in mente il pepe rosa che di per se tende all’agrume, un pò di vaniglia, insomma è il vino che si lascia bere anche da solo, regge una bella serata autunnale, in compagnia…di un bicchiere.

Da Suavia abbiamo vissuto un’esperienza entusiasmante grazie ad Alessandra, ricca di racconti, di storie, di particolari che aiutano a capire i loro vini, ognuno con la propria identità, con una firma distinguibile tra mille. La parola Mineralità, diventata un eco che accompagna degustazioni, fiere, presentazioni, spesso svuotata di significato, qui finalmente riacquista concretezza e verità.

Meri, Valentina ed Alessandra trasmettono a piene mani l’amore che hanno per questo territorio e per il loro lavoro in vigna, il risultato è un vino scolpito nei dettagli, superlativo, contemporaneo e giustamente molto ambizioso, ci rimane nel cuore la degustazione

 I LUOGHI, tra le più interessanti ed autentica trasposizione di un concetto in un bicchiere.

BRAVISSIME!

 

 

Davide Stroppa
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Il viaggio di Orfeo