Cave Monaja. Chul Kyu o Andrea Peloso: il custode coreano delle radici valdostane
Un volto coreano, un’anima profondamente valdostana e vigne antiche aggrappate alla montagna. Andrea Peloso ha trasformato Cave Monaja in un luogo nel quale radici lontane, piccoli appezzamenti abbandonati e vitigni autoctoni tornano a vivere insieme. I suoi vini nascono dal tempo, dalla fatica e dalla memoria: assaggiarli significa entrare in una Valle d’Aosta intima e ostinata, lasciandosi guidare da un uomo che ha scelto di appartenere alla terra prendendosene cura.
Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.
Cesare Pavese, La luna e i falò
Cave. In latino è un imperativo: fermati, stai attento, guarda. Gli antichi romani lo incidevano sulle soglie di casa accanto all’immagine del cane da guardia. Era un monito per i distratti. Cave canem.
In italiano è lo spazio scavato nella roccia, il luogo dove la materia si trasforma, dove il silenzio ha spessore e la temperatura obbedisce solo alla montagna. Una cella, un segreto, qualcosa che non si rivela senza impegno.
Infine, in francese, è la cantina. Il luogo dove si produce o si custodisce il vino. La Valle d’Aosta è il crocevia dell’Italia verso la Svizzera francese e la Francia. Un luogo attraversato nei secoli a partire dai romani.
Cave Monaja è tutte queste cose insieme: un avvertimento e un rifugio, una soglia e un ventre, una azienda che produce vino in una regione poco nota magari perché troppo lontana.
Monaja è il cognome del nonno materno, l’uomo che per Andrea Peloso, nome italiano, nome della quotidianità, è stato radice, bussola, orizzonte. Cave Monaja vuol dire: entra in questo spazio. Fallo sapendo da dove viene.
Chul Kyu, nome nome coreano che i genitori adottivi hanno conservato con la discrezione delle persone perbene, arriva in Valle d’Aosta che ha tredici mesi. Viene da Seoul. Viene da un altro emisfero, dove i caratteri si scrivono diversamente e il paesaggio dell’infanzia non ha niente a che fare con le creste delle Alpi. È però in Valle d’Aosta che diventa se stesso.
Pavese aveva capito e raccontato che il rapporto tra un uomo e il suo paese non è una questione di sangue. È una questione di tempo, di fedeltà, di cose che si imparano respirando. Ma anche di integrazione. Quella che oggi faticosamente ricerchiamo nelle generazioni di immigrati arrivati in Italia e troppo spesso lasciati ai margini. Anguilla, il protagonista de La luna e i falò, torna al paese d’infanzia dopo anni di lontananza e scopre che quella terra lo tiene ancora, che l’appartenenza non si cancella. Si aspetta, paziente, come le radici sotto la neve.
Quando ascolto Andrea parlare della Valle d’Aosta non colgo in nessun istante la nostalgia di chi è partito. C’è solo la certezza di chi ha scelto di restare.

Chul Kyu, ovvero Andrea: la doppia origine come forza
In Corea, i nomi tradizionali trovano radici nei caratteri cinesi e dalla loro combinazione si può trarre un significato, quasi un destino suggerito a chi lo porta. Andrea non conosce con precisione i caratteri originari
Sono cresciuto qui. La Corea la conoscono meglio i ragazzi di adesso che vanno pazzi per il K-pop
È l’ironia leggera che Andrea usa spesso, come scudo e dono insieme. Conosce quello che quei caratteri, tradotti in gesti quotidiani, hanno prodotto: un uomo che ragiona in modo concreto, che non si perde nelle ideologie, che alle scelte arriva con metodo. Persino nell’adolescenza, quando si trattò di scegliere l’indirizzo scolastico,
Mi feci semplicemente una tabellina: per ogni indirizzo scolastico riportavo le ore di studio e le ore di pratica.
Agraria prometteva più pratica e meno teoria. Non fu così, naturalmente. Ma intanto aveva scelto.
La sua storia è fatta di quel modo di costruirsi un destino attraverso scelte pragmatiche che nascondono, sotto la superficie razionale, una vocazione molto più profonda. Un uomo che guarda allo specchio e vede un volto coreano sentendo dentro i suoni, i ritmi, i sapori di una cultura alpina. Questa tensione, invece di spezzarlo, lo ha reso più solido di molti che non hanno mai dovuto interrogarsi su chi sono.
Mi spaccio per un coreano, ma alla fine sono più valdostano di tanti altri.
Ecco la sua filosofia. Quella che raffigura come l’identità non sia un dato biologico ma una costruzione continua fatta di luoghi, di persone, di abitudini, di radici che si scelgono ogni giorno anche senza sapere di sceglierle. Si è italiani per diritto di sangue oppure perché si è vissuto così tanto nel nostro paese da averne assimilato a pieno ogni tratto? Che meraviglia la moltitudine di razze che portano parte della loro cultura per assimilarne tanto della nostra. Contaminazione positiva. Fusione e arricchimento.
Andrea racconta di un amico, adottato in Corea e cresciuto a Reggio Calabria. Quando apre la bocca parla con il classico calabrese stretto.
Ci sono rimasto di sasso.
È una storia bellissima e non è solo qualcosa da raccontare a cena. È la prova provata che l’appartenenza ha poco a che fare con i cromosomi e molto con il dialetto che ti viene spontaneo, con il modo in cui si taglia il pane, con la montagna che vedi ogni mattina dalla finestra. Certo, tutto ciò devi volerlo. Devi staccarti da quello che rappresenta le tue origini, senza perderle mai, è compenetrarti nei luoghi dove ti trovi. Questa è vera integrazione.

La scuola dei Canonici e la formazione silenziosa di un vignaiolo
Per capire Cave Monaja bisogna capire Andrea e per capire Andrea bisogna fermarsi su quella prima scuola. Quella che lo ha formato nel profondo: l’Istituto Agricolo della Valle d’Aosta gestito dai Canonici del Gran San Bernardo. Un ordine religioso noto ai più per i cani che salvavano i viandanti sulle Alpi in tempesta, ma celebre nell’istruzione valdostana per un rigore che oggi farebbe sobbalzare qualsiasi genitore di buona volontà.
Eravamo in 55 in prima. In seconda eravamo 25
Selezione vera. Una struttura dove il convitto era obbligatorio anche se abitavi a cinque minuti a piedi, dove gli orari erano quelli di un monastero, dove il linguaggio doveva essere appropriato in ogni circostanza.
Quasi meglio fare il militare. È una delle scuole che mi ha segnato di più. Mi ha permesso di diventare quello che sono.
Una formazione severa, metodica, fondata sul senso di responsabilità individuale. Una formazione che si riversa oggi in ogni scelta che applica in azienda, nella precisione con cui organizza i passaggi in vigna, nella pazienza con cui aspetta che le vigne abbandonate riprendano vigore, nel rigore con cui costruisce la sua presenza sul mercato. I Canonici del Gran San Bernardo, volenti o nolenti, hanno contribuito a formare uno dei vignaioli più interessanti della Valle d’Aosta.
Da lì, la Langa. La scuola di Alba. Il professor Rissone che lo nota e gli trova lavoro prima ancora che finisca gli studi. Le prime esperienze tra i grandi vini piemontesi come Barolo e Barbaresco e poi, per contrasto, il lavoro in un’azienda industriale orientata all’export di Moscato.
Ebbi modo di vedere le due realtà, che sebbene facessero parte del mondo del vino erano completamente diverse.
È lì che capisce cosa vuole fare. Non il volume. Non la convenienza. La qualità, quella che lascia traccia.

Il ritorno e la vigna dell’amica: come nasce un’azienda per caso (ma non troppo)
Le cose grandi non nascono quasi mai da un piano preciso. Quasi sempre da un gesto piccolo, apparentemente casuale, che poi si espande come fanno i cerchi sull’acqua. Cave Monaja nasce così: da una vigna abbandonata, da un nonno anziano che non ce la fa più, da un’amica che chiede un favore.
Qualsiasi cosa fai è comunque meglio di niente.
Una frase che è il vero punto di partenza di tutto. Andrea inizia a occuparsi di quella vigna nei ritagli di tempo. Il passaparola fa il resto: nel giro di una stagione, da trecento-quattrocento metri quadri si ritrova a gestirne oltre tremila.
Ho iniziato a fare delle riflessioni, perché altrimenti si rischiava di iscriversi agli Alcolisti Anonimi.
La sua è una battuta che vale come una confessione. Il lavoro in vigna a tempo perso produce vino che non si vende. Divertente ma poi che ce ne si fa?
Nel 2018 decide e formalizza tutto. Affitta dei locali, procura le attrezzature, crea un’identità aziendale. Cave Monaja. Il nonno, le cave come metafora di tutto ciò che si trova solo scavando in profondità, la cantina.
Quello che rende straordinario questo percorso è una scelta che la maggior parte degli imprenditori del vino non farebbe mai: Andrea non ha volontà di possedere la terra. Tutte le vigne sono in gestione, nessuna in proprietà.
Quello che ho sempre voluto fare è fungere da custode.
Custode: parola antica, dal latino custos, il guardiano, il protettore. Chi custodisce qualcosa sa che non gli appartiene, ma se ne prende cura come se fosse suo. Forse di più.

La Valle d’Aosta, la viticoltura eroica e un mosaico di 140 metri quadri
Due ettari e mezzo. Trenta appezzamenti. Nove comuni. Il più piccolo misura 140 metri quadri.
Quando parlo con qualcuno e dico due ettari e mezzo, pensano alle colline distese, alle file ordinate. Invece è un puzzle.
La Valle d’Aosta è la regione vinicola più piccola d’Italia per superficie, ma è anche una delle più antiche, delle più ostinate, delle più cariche di storia silenziosa. Qui la vite si coltiva aggrappata alle pendici delle Alpi a quote che vanno dai 400 ai 1200 metri, in condizioni che altrove sarebbero impensabili. Si chiama viticoltura eroica, e il nome non è retorica: è una categoria codificata dal CERVIM, che la definisce tale su pendii oltre il 30%, su terrazzamenti, a quote elevate, su piccole superfici frammentate. Esattamente quello che fa Andrea ogni giorno, tra un comune e l’altro, salendo e scendendo sentieri che una volta erano l’unica via.
Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, descrisse le vigne alpine come prodigi della tenacia umana. Non è cambiato granché. I contadini di queste montagne hanno sempre saputo che la vigna in quota non si coltiva per convenienza: si coltiva per fedeltà, per memoria, per quella cosa difficile da spiegare che si chiama appartenenza.
Andrea governa questo mosaico con una logica che, senza enfasi, definirei filosofica. Le vigne vecchie hanno sessanta, ottant’anni. Ospitano un mix di vitigni autoctoni che nessuno ha mai separato, perché non c’era motivo di farlo: erano vigne per uso familiare, per il calice a tavola, non per l’etichetta commerciale.
Non siamo in un contesto come la Toscana o il Piemonte, dove i vitigni sono fortemente identitari. Qui sono vini nati in un contesto di montagna, legati a varietà del territorio che oggi iniziamo a far conoscere, ma che un tempo erano semplicemente quel mix che contribuiva ad avere un buon calice sul tavolo.
In Valle d’Aosta la terra veniva divisa tra tutti i figli eredi. Ognuno doveva avere il suo fazzoletto di terra per sussistenza. Coltivare non per vendere ma per sopravvivere. In montagna, la vita è difficile e la sussistenza diventa, in molti casi, sopravvivenza che solo i beni della terra può assicurare.

Il blend impossibile: raccogliere per maturazione, non per vitigno
In un vigneto convenzionale, si vendemmia per vitigno: si raccoglie lo Chardonnay quando è maturo lo Chardonnay, il Pinot Nero quando è maturo il Pinot Nero. Ma nelle vigne di Andrea, piantate dai nonni dei nonni senza logica commerciale e con la sola bussola del gusto familiare, i vitigni sono mescolati, distribuiti senza separazione. Una pianta di Blanc de Morgex accanto a una di Petit Rouge accanto a una di Muscat. Non è un puzzle perché il risultato non è una immagine da scoprire. Semmai è una sorta di enciclopedia viva, di racconto di barbatelle prese da altri contadini e arrivate li chissà da dove e da chi.
Come si vendemmia un sistema del genere?
Faccio due o tre passaggi per ogni appezzamento, cercando di convogliare le epoche di maturazione.
Ciò significa che Andrea entra in vigna più volte, raccoglie le uve mature in quel momento, indipendentemente dal vitigno e le unisce. Il blend non nasce in cantina ma in campo, attraverso il tempo e il lavoro. Le sei etichette nascono dalle quote altimetriche, dalle esposizioni, dalle età delle piante: non dal vitigno, ma dal luogo e dal momento.
È un metodo antico, rispettoso, profondamente logico. Così produce vini che non assomigliano a niente di ciò che siamo abituati a etichettare. Un approccio che accetta la realtà nella sua complessità invece di semplificarla per convenienza. L’approccio che indica, con una filosofia quasi Zen, che la natura non si divide in categorie rigide ma va accettata, assolta nel suo tempo.
Sono cresciuto qui, la cultura coreana la conosco poco.
Certe disposizioni interiori abitano le persone indipendentemente da dove le hanno imparate.
Va bene la filosofia, vanno bene i principi ma Andrea è sempre solo. A dividersi nei suoi svariati appezzamenti in pendenza dove entrare vuol dire scalare.
La pergola di tre secoli e la storia che aspettava di essere trovata
Fine Seicento. Luigi XIV governa la Francia, Newton sta elaborando i Principia Mathematica, Vivaldi non ha ancora diciotto anni. In qualche angolo della Valle d’Aosta, qualcuno pianta una pergola di Petit Rouge che ancora oggi dà uva.
Questa pianta, più di trecento anni, radici che hanno attraversato guerre, pestilenze, rivoluzioni, industrializzazione, cambiamento climatico, è oggi sotto la cura di Andrea Peloso. È stata lei, ma solo in parte, a dargli la visibilità che meritava: Geo&Geo lo ha invitato, Rai 3 ha parlato di Cave Monaja, La Repubblica ha scritto di questa vigna straordinaria, l’allora ministro Martina lo ha citato su RTL. Una vigna diventata voce, ambasciatrice di un intero territorio.
La storia riconosce, in chi sa ascoltarla, un interlocutore degno. Un vignaiolo che prende in cura qualcosa di antico, e quell’antico lo introduce al mondo: è uno scambio che ha la logica delle cose vere, quelle che resistono al tempo non per caso ma perché qualcuno ha avuto la pazienza di custodirle.
Il sarto e il vino: costruire l’identità con ciò che si ha
Ho cercato di fare un po’ quello che fa un sarto.
Una metafora che descrive il suo approccio creativo. Il sarto non sceglie i tessuti dal nulla: guarda la persona davanti a lui, ne capisce le proporzioni, le esigenze, il carattere. Poi prende i materiali che ha e solo quelli: la seta, il lino, il cotone per unirli in qualcosa che quella persona non sapeva di volere ma che, indossandolo, riconosce come proprio.
Cave Monaja conta sei etichette. Ognuna nasce da un’idea precisa, da un gruppo di vigne specifico, da un approccio diverso alla cantina. Le vigne più vecchie, quelle con i vitigni autoctoni in campo misto, vanno verso i vini più tradizionali: affinamento in botti di legno esausto. Non nuovo, non barriques aromatizzanti, ma botti rigenerate, piallate, private dei residui dei passaggi precedenti. L’interazione con il legno è solo microossigenazione, non invasione. Una scelta tecnica ispirata, dichiaratamente, al nonno.
Il contenitore per antonomasia era la botte. Così si faceva un tempo. Mi piace parlare di criteri di buon senso. Mio nonno non si preoccupava di essere biologico o biodinamico. Si preoccupava che ogni scelta avesse un senso.
Una frase che incornicerei per farla leggere ai tromboni del vino. A quelli che se non c’è una certificazione neanche degnano di uno sguardo. Quanto mi piacerebbe che si tornasse al buon senso. Anche perché, parlano sempre di territorio, ritorno alle origini, alle tradizioni, ai nonni. Però dimenticano che i nonni nemmeno avevano una etichetta da apporre alla bottiglia. Figuriamoci una certificazione!
I Vini di Cave Monaja
Monaja300. Vallée d’Aoste AOC Rouge
Petit Rouge 40%, Fumin 30%, Vien de Nus 30%. Produzione limitata a trecento bottiglie annue. Fermentazione in acciaio con lieviti indigeni, macerazione post fermentativa di tre/quattro settimane, affinamento per 24 mesi in barrique di rovere francese e altri 12 mesi in bottiglia.
Trecento bottiglie, quanti gli anni della vite monumentale di Farys. Una pergola sopravvissuta agli uomini che l’hanno piantata, alle case rimaste vuote, agli inverni capaci di cancellare ogni sentiero. È ancora lì, aggrappata alla montagna, con le radici protese verso una profondità che appartiene alla memoria.
Nel bicchiere il rubino ha il colore della sera quando le ombre risalgono lentamente la valle. Il profumo si apre sull’amarena, sulla confettura di frutti di bosco e sulla mora, avvolte da liquirizia, cioccolato e spezie. Ogni aroma sembra portare con sé una stagione lontana, una mano sul tronco, una voce perduta tra le pietre.
Il sorso ha la gravità delle cose attraversate dal tempo. La materia avvolge il palato, il tannino ne disegna la struttura, la freschezza apre un passaggio e conduce verso una persistenza profonda. Rimangono il frutto scuro, la spezia, il calore del legno e una sensazione terrestre che sembra provenire direttamente dalle radici.
Monaja300 contiene molto più di una vendemmia. Custodisce tutto ciò che quella vite ha visto e continua a trattenere in silenzio. Berlo significa avvicinarsi a tre secoli di vita e sentirli ancora pulsare dentro un grappolo.
Foehn. Vallée d’Aoste AOC Rouge
Fumin 40%, Petit Rouge 30%, Vien de Nus 30%. Vecchie vigne di sessanta/settant’anni, poste tra i cinquecento e i settecento metri. Fermentazione in acciaio con lieviti indigeni, affinamento per 18 mesi in tonneaux di rovere francese e ulteriori 12 mesi in bottiglia.
Il föhn arriva quando la montagna decide di cambiare il cielo. Scende caldo, attraversa la valle e porta via le nuvole. Le cime riappaiono vicine, precise, quasi potessero essere raggiunte allungando una mano.
Andrea ha dato il nome di quel vento al suo primo vino. Sembra una scelta voluta per raccontare il momento esatto in cui quella intuizione di vigne disperse ha finalmente trovato una direzione.
Il rubino intenso conserva riflessi violacei. Nel profumo si incontrano frutti di bosco, confettura, frutta secca, caffè e una sfumatura di cocco. Il Fumin offre profondità, il Petit Rouge porta energia, il Vien de Nus cuce le sensazioni in una trama fluida e coerente.
Il sorso riempie la bocca con calore, mentre i tannini setosi accompagnano il frutto maturo. La freschezza percorre la materia e restituisce equilibrio. In fondo rimane una dolcezza scura, vicina alla confettura, insieme alla memoria delle spezie e del legno.
Foehn parla di quei momenti rari in cui tutto diventa improvvisamente chiaro. Il paesaggio resta lo stesso, eppure lo sguardo lo riconosce per la prima volta. La strada era già lì. Serviva soltanto un vento capace di liberarla.
Stau. Vallée d’Aoste AOC Blanc

Chardonnay 60%, Muscat 20%, Traminer 20%. Macerazione sulle bucce per 24/36 ore, fermentazione in acciaio e invecchiamento per 12 mesi in barrique di rovere francese. Vigne situate tra i seicento e i mille metri.
Lo stau è l’aria che risale la montagna e si ferma davanti alla sua grandezza. Si addensa, raccoglie umidità, trattiene la pioggia. Il cielo si abbassa e la valle entra in una quiete carica di attesa.
Nel calice il giallo paglierino si accende di riflessi dorati. I fiori bianchi e la zagara emergono con delicatezza, seguiti da una sfumatura di vaniglia. Il Muscat allarga il profumo, il Traminer aggiunge una vibrazione aromatica, lo Chardonnay sostiene l’insieme con pienezza.
In bocca il vino entra ricco e morbido. La freschezza cresce nel cuore del sorso e ne solleva la materia, mentre la sapidità porta il pensiero verso la roccia e le vigne coltivate in quota. Il finale rimane sospeso tra il calore del frutto e il respiro freddo della montagna.
Stau racchiude l’emozione dell’istante che precede la pioggia, quando ogni suono sembra allontanarsi e il paesaggio trattiene il fiato. È una promessa direi sospesa, intensa proprio perché attende di compiersi.
Sélection Monaja. Vallée d’Aoste AOC Rouge
Fumin 40%, Petit Rouge 40%, Vien de Nus 20%. Vigna familiare di sessanta-settant’anni situata ad Aosta, a 650 metri. Fermentazione in acciaio con lieviti indigeni, macerazione post-fermentativa di tre-quattro settimane, affinamento in acciaio e almeno 12 mesi in bottiglia.
La vigna da cui nasce Selection Monaja appartiene alla famiglia. Tra i filari crescono ciliegi, peri e fichi, come accadeva nei piccoli appezzamenti destinati a nutrire una casa prima ancora che a produrre un’etichetta. Sembra che ogni pianta conservi un posto, una funzione, una memoria. Sta li perché qualcuno l’ha piantata per essere proprio li.
Il rubino intenso introduce la ciliegia matura, la confettura e i frutti di bosco. Il Fumin scende in profondità, il Petit Rouge accende il frutto, il Vien de Nus porta respiro. L’acciaio lascia emergere questa armonia con chiarezza, mantenendo viva l’impronta della vigna.
Il sorso possiede corpo, energia e una freschezza capace di attraversare la materia. Il tannino accompagna con fermezza, il frutto si distende e il finale lascia una traccia lunga, scura, profondamente vitale.
Selection Monaja racconta ciò che accade quando un’eredità viene accolta con cura. La terra passa da una generazione all’altra attraverso gesti ripetuti, nomi pronunciati a tavola, alberi piantati da qualcuno che forse immaginava già il futuro. Andrea raccoglie quella voce e la porta nel presente, lasciandole la stessa inflessione familiare.
Prêt à Boire Rouge

Pinot Noir 40%, Syrah 30%, Petit Rouge 20% e piccole percentuali di altri vitigni a bacca rossa. Produzione di 788 bottiglie. Fermentazione in acciaio con lieviti selezionati autoctoni, breve macerazione prefermentativa, fermentazione alcolica di otto-dieci giorni, fermentazione malolattica sulle bucce e affinamento sulle fecce fini per circa cento giorni nel vaso ovoidale di cemento Nomblot.
Il rubino è intenso e profondo, con una consistenza visiva che anticipa la pienezza del sorso. Mora e ciliegia emergono subito, seguite dall’arancia rossa, da una sfumatura ematica e da un respiro balsamico che amplia ogni sensazione. Arriva anche il pomodoro maturo, succoso, ancora caldo di sole. Una morbida carezza di vaniglia completa il quadro aromatico, pur in assenza di legno.
Questo vino porta dentro una casa di montagna. Un camino acceso, la tovaglia a quadri, il pane tagliato in fette spesse. Fuori il freddo stringe le finestre. Dentro le voci si sovrappongono, i piatti passano da una mano all’altra e il calore appartiene alle persone prima ancora che al fuoco.
Il sorso entra fresco e asciutto, trova tannini levigati e si distende in una materia succosa, quasi palpabile. La ciliegia ritorna insieme alla polpa del pomodoro e alla mora. La morbidezza avvolge la bocca, quindi cede lentamente il passo a una freschezza crescente. La sapidità affiora nel finale e lascia una traccia minerale capace di prolungare l’esperienza.
Il Pinot Noir porta luce, la Syrah calore e profondità, il Petit Rouge imprime l’accento valdostano. Nel cemento ovoidale queste voci si incontrano e trovano una forma comune, mantenendo ciascuna il proprio colore.
Prêt à Boire Rouge possiede la complessità delle emozioni familiari. Sembra semplice perché arriva senza distanza, con la naturalezza di qualcosa che conosciamo da sempre. Eppure continua a cambiare nel bicchiere, passando dal frutto alla terra, dal calore alla freschezza, dalla morbidezza alla vibrazione minerale.
Alla fine resta la ciliegia. Resta una lieve patina sul palato. Soprattutto, resta quella casa immaginata davanti al fuoco, con un posto ancora libero a tavola e qualcuno che sta versando il vino.
Funambule Brut Nature
30 mesi sui lieviti. 40% Malvoisie de Nus, 30% Muscat, 20% Traminer con piccole percentuali di Chardonnay e Petite Arvine.
Funambule cammina su un filo e il nome non può che rendergli rende giustizia procedendo leggero, quasi sospeso, senza mai perdere la direzione.
Il perlage è finissimo, delicato, lontano da qualsiasi aggressività. Sale nel bicchiere discretamente, come la neve che inizia a posarsi sui tetti. Al naso si muove tra mela cotta, albicocca matura, agrumi canditi e una sfumatura di burro che racconta il lungo riposo sui lieviti. Emergono poi ricordi di cannella, mosto cotto e una nota alcolica appena percettibile che ne amplifica la profondità aromatica.
Il sorso sorprende per la pulizia. Le bollicine accompagnano senza invadere, lasciando spazio a una freschezza vibrante che attraversa tutto il palato. La mineralità è protagonista e alimenta una salivazione continua, quasi compulsiva, che invita immediatamente al sorso successivo. Il percorso gustativo non è lineare, ed è proprio qui che risiede il suo fascino: l’ingresso mostra una leggera sfumatura amaricante che apre la strada a una progressiva esplosione di limone, sapidità e tensione. Il gusto si allarga sulla lingua, cresce, si espande.
La profondità è il suo tratto più personale. Non richiama la freschezza estiva o la leggerezza di una terrazza assolata. Evoca piuttosto il calore raccolto di una baita alpina mentre fuori l’aria si raffredda. Un calore silenzioso, avvolgente, che nasce dalla pietra, dal legno e dal tempo.
Funambule è uno spumante intenso e contemplativo. Un vino che non si limita a rinfrescare il palato ma invita a rallentare, fermarsi e ascoltare quello che ha da raccontare. Come le migliori storie di montagna, continua a parlare anche dopo l’ultimo sorso.

La strategia: alta ristorazione, stampa, e la cura del racconto
Cinquemila, seimila bottiglie l’anno. Un’azienda minuscola per il mercato. Una boutique. Eppure Cave Monaja è in carta da Vittorio, tre stelle Michelin, Cantalupa e da Enrico Bartolini al Mudec di Milano. Non per caso.
Ho capito che se non riesci a far percepire il valore di quello che fai, difficilmente riesci a valorizzare l’impegno profuso.
Ufficio stampa a Milano, degustazioni con giornalisti almeno due volte l’anno, presenza mirata nell’alta ristorazione. Non per snobismo, ma per necessità: in quei contesti un sommelier ha il tempo e le competenze per raccontare il vino a tavola. Il vino di Andrea ha bisogno di essere raccontato, perché è fatto di dettagli che non si leggono in etichetta.
Il cliente importante cerca esperienze e vuole prodotti che possano trasmettere, comunicare, raccontare storie.
Concordo senza riserve. Anche io, nelle serate che organizzo, ho visto come le persone non vogliano solo bere: vogliono sapere. Vogliono ascoltare come dietro una bottiglia ci sia una storia e come questa cambi il modo con cui il vino entra nel palato. Il vino è la più narrativa delle bevande e non è un caso che ci abbia costruito intorno un modo intero di fare giornalismo.

Slow Food Corea e il cerchio che si chiude
Andrea racconta come Slow Food Corea lo abbia contattato e invitato a presentare l’azienda. In quel contatto, in quella terra d’origine che tende la mano, ha trovato una strana specularità che non si aspettava.
Mi sono reso conto che aver creato un’azienda che valorizzasse un’identità territoriale, che si fondasse sulla storia del prodotto in un determinato contesto… per certi versi mi è sembrato di poter pensare che avesse una qualche attinenza col voler dar valore a quello che è la storia di ciascuno di noi.
Un’azienda che recupera vigne abbandonate, che custodisce varietà autoctone dimenticate, che difende la memoria agricola di un territorio. Un uomo che porta nel volto una storia e nella voce un’altra. Cave Monaja e Chul Kyu: due storie di radici salvate dall’oblio, due modi diversi di dire che niente va perduto se qualcuno si prende la briga di ricordare.
Il consolato coreano, con cui Andrea mantiene i contatti attraverso l’associazione di adottati che ha presieduto, propone i suoi vini ai genitori coreani in visita. Un vino della Valle d’Aosta, figlio di vitigni autoctoni alpini, offerto come ponte tra due mondi. Proprio come il simbolo in etichetta: la lettera iniziale del nome coreano, scritta in hangul, affiancata al nome di una cantina valdostana. Due alfabeti. Un’identità sola.

Il futuro di Cave Monaja: seduto a tavola, con calma
Chiudi gli occhi e riaprili tra vent’anni. Cosa vedi Andrea?
Spero di essere seduto a tavola davanti a un cliente importante.
Chiarezza di chi sa quello che vuole. Di chi desidera che Cave Monaja cresca quanto basti per avere qualcuno che si possa occupare della vigna così da potersi dedicare alla cantina, alla comunicazione, ai clienti. Vuole girare, raccontare, stare in quei contesti dove il vino non è solo qualcosa da bere ma qualcosa da raccontare, da spiegare. Da vivere.
L’annata 2025 è stata ottima. Le vigne si stanno riprendendo. Le bottiglie stanno aumentando. Il grafico fiorentino che arriva dalla moda capisce l’estetica. Il simbolo coreano in etichetta racconta più di mille didascalie.
Il custode valdostano con gli occhi a mandorla sale ogni mattina su appezzamenti di 140 metri quadri sparsi su nove comuni. Controlla i tralci. Ascolta la vigna. Decide quando vendemmiare.
Cave, dicevano i romani. Fermati. Guarda. Questo merita attenzione.
Aveva ragione, come sempre, la lingua di chi sapeva di fare le cose per rimanere.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
