25 aprile. Buona festa a tutti. Proprio a tutti
25 Apr 2025
Editoriale

25 aprile. Buona festa a tutti. Proprio a tutti

C’è un primo tempo. Poi un secondo. Infine, un terzo.

Nel rugby il terzo tempo è dedicato alla festa. La riconciliazione dopo una partita. Vincitori e vinti, insieme a parlare della partita, delle botte prese e di quelle date, di quella meta non ottenuta per un soffio, del compagno di squadra che si è rotto un braccio, della pioggia che ha affaticato tutti.

Poco importa chi ha vinto. Meno che mai chi ha perso. È andata. Finita. Passata. Nessuno chiede a chi ha perso di ammettere la sconfitta. Nessuno si scaglia contro chi ha vinto. Il campo è lontano nello spazio e nel tempo.

Un boccale di birra, un bicchiere di vino. Le risate. Gli abbracci. Le chiacchiere tra persone. Non più nemici. Solo giocatori.

C’è da festeggiare qualcosa che è finito e che, finalmente, unisce invece di dividere. Niente maglie diverse. Solo persone unite dall’amore per uno sport.

Una guerra non è come il rugby. Ha lasciato dietro di se morte e desolazione. Distruzione e rabbia. Soprattutto, divisioni.

Ho vissuto la guerra nei ricordi dei nonni.

Non potrò mai dimenticare le lacrime di nonna Evelina e il persistente terrore nei suoi occhi quando ricordava il dover mandare papà, 7 anni, a prendere l’acqua perché probabilmente i tedeschi non l’avrebbero ucciso.

Così come non dimentico il racconto del rumore delle bombe, dei rastrellamenti, delle botte dei fascisti evocati da nonna Antonina.

Nonna Evelina e nonna Antonina relegarono quegli orrori nella loro memoria consegnando a me pillole di qualcosa che non sarebbe mai più dovuto essere odio ma solo monito a che non si ripetesse mai più.

Mai, mai e poi mai ho sentito da loro parole di disprezzo verso qualcuno. Era la guerra, dicevano. La brutta e sporca guerra che rende le persone diverse da quelle che sono ogni giorno. Come un l’uomo che ti trasforma in lupo mannaro, come un buco nero che avvolge e travolge senza possibilità di emergere. Anche grazie a coloro che riemersero, i partigiani, la guerra ebbe fine.

Che senso ha chiedere ad un discendente di quei tempi di rinnegare qualcosa? Che senso ha parlare di atrocità da entrambe le parti? Che senso ha?

La vita va avanti. Il mondo è cambiato. Le persone sono cambiate. Chi sostiene che ci siano ancora focolari di fascismo o comunismo è solo animato da spirito di facile protagonismo, ricerca di notorietà piuttosto che di voti.

Nel terzo tempo di una partita di rugby chi parla con astio e voglia di continuare la sfida, non è degno di festeggiare perché non ha capito il vero spirito della riconciliazione: non ci sono né vinti né vincitori ma solo persone che vogliono vivere insieme.

Allora, l’augurio per questo 25 aprile è che prima o poi ci sia una vera riconciliazione senza fazioni, senza voglie di rivalsa, senza necessità di affermare qualcosa che dovrebbe essere patrimonio di tutti: l’Italia.

Non c’è nulla di meglio che brindare, sollevare i calici, guardarsi negli occhi e sorridere alla vita. Libera. Ottenuta da chi, nel bene e nel male ci ha condotti fino qui.

Buon 25 aprile a tutti

 

Ivan Vellucci

ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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