Ci siamo dimenticati le emozioni del vino
24 Feb 2026
Editoriale

Ci siamo dimenticati le emozioni del vino

 

Il vino non può essere degustato adottando un approccio mi piace-non mi piace: sarebbe come andare al cinema e guardare solo l’ultimo quarto d’ora del film. Perché in enologia il prodotto finale ha senso solo se hai ben presente tutto il procedimento, che è lungo e inizia in vigna: una volta analizzato tutto il procedimento ti puoi fare un’idea, e far seguire una valutazione

Quando a sostenere una tesi del genere è Riccardo Cotarella, voce incontrastata dell’enologia italiana, non ci si può che inchinare. Ed è esattamente quello che fanno coloro che bazzicano il mondo del vino. 

È come se il vino venisse posto su una sorta di piedistallo e idolatrato come fosse il protagonista principale di non so quale spettacolo. 

Dal mio punto di vista, è non ho paura di dire la mia perché non ritengo di andare “contro” nessuno semmai di fornire una visione diversa, questo è proprio uno dei mali dell’attuale momento che il vino e tutto il settore sta soffrendo. Un male che allontana i giovani e tutti quelli che non hanno voglia, non si sentono all’altezza, non considerano utile sapere prima di provare. 

Parlare, parlare, parlare. Che senso ha se poi non si può godere a pieno di un bicchiere di vino in compagnia?

Il vino deve prima di tutto essere buono. E piacere. Non ci sono mezze misure. Il vino è un prodotto edonistico non necessario. Si beve dalla notte dei tempi per rendere speciale il pasto e renderlo celebrativo. Si beve perché l’effetto dell’alcol toglie le barriere, i freni inibitori. Agevola la comunicazione, che poi è l’elemento essenziale della socialità. Deve però essere buono. Non si consuma qualcosa di non necessario quando non piace. È soggettivo? Certamente. È dannatamente soggettivo. 

Quale è dunque il compito di un comunicatore del vino, di un sommelier, di un intenditore, di un giornalista? 

Anzitutto consapevolezza, la consapevolezza di come il vino debba avere la sua unica collocazione, a tavola. Non altrove. A tavola e solo a tavola ad accompagnare il cibo con il ruolo di attore non protagonista. Potrebbe vincere un oscar ma solo ed esclusivamente da attore NON protagonista. 

Una volta metabolizzata quella che potrebbe essere per molti uno smacco esistenziale, la scelta del vino non può essere fine a se stessa ma idonea al cibo che si sta per consumare. Banale? Eh, non tanto poiché alle volte sembra che si scelga il vino per il puro gusto di poterne parlare. 

Ora immaginiamo la scena. A tavola, insieme ad altre persone, discorrendo del più e del meno, apriamo una bottiglia di vino. Siamo noi quelli più esperti e sappiamo tutto, davvero tutto di quel vino. Ne conosciamo le caratteristiche, il procedimento, la vigna di provenienza, il terroir, il vignaiolo. Tutto, davvero tutto. Cosa facciamo? Ne parliamo senza che ci venga avanzata la richiesta? Di cosa parliamo? Quanto tempo ne vorremmo parlare? 

Il vino ha in se un racconto che non ha nulla a che vedere con una scheda di valutazione. Ha a che fare con quegli elementi, pochi ed essenziali, che lo contraddistinguono rispetto ad un altro. La regione, il vitigno, il vignaiolo. Gli aneddoti di una vita. A cosa serve tutto il resto? Nulla forse. Non aggiunge, semmai, toglie, qualcosa alla narrazione. Toglie l’interesse. Elimina qualunque appeal. Ricordate Postiglione nel film Compagni di scuola? Ecco, proprio lui. Saccente e noioso. Sbadigli assicurati con il risultato che il vino non avrà più la giusta temperatura di servizio.

Anche una degustazione professionale non può che arrivare (ma anche partire) ad un buono/non buono, piace/non piace. Perché è quella l’essenza del vino. 

La degustazione professionale, di per se, deve lasciare qualcosa. Deve trasmettere qualcosa. La vera domanda è: ma riesce a trasmettere una emozione?

Emozione. 

Processo interiore suscitato da un evento-stimolo rilevante per gli interessi dell’individuo

Ora, una lezione intensiva può certamente insegnare qualcosa di tecnico relativamente al vino. La scelta dei vitigni, le tecniche in vigna, il terroir, il processo in cantina, i lieviti, ecc. Non può insegnare i sentori perché questi sono dei ricordi legati ai momenti nei quali li abbiamo provati. I sentori non si insegnano. Certo, l’olfatto può essere educato, ma una masterclass non basterebbe. Poi c’è il comportamento in bocca, il colore, ecc. ecc. ecc. Tutte cose estremamente tecniche. 

Le prime si potrebbero leggere su un comunicato stampa o una brochure. Le seconde, per chi è esperto, degustatore o sommelier, anche a casa da solo. Ovvio che in compagnia è meglio ma è anche vero che le suggestioni sono dietro l’angolo.

Dove sono le emozioni in tutto questo?

Non ci sono. A meno che chi parla non tiri fuori, qualora ve ne siano, ricordi, sentimenti, sensazioni anche intime. Condividendole con gli altri per condurli in mondi paralleli che forse, proprio tramite il vino, si riuniranno. Per quel potere che è la suggestione della convivialità, dello stare insieme, del condividere pezzi non solo della propria vita ma dell’anima. 

Il vino è un mezzo non un fine. Il vino, per quel miracolo divino chiamato alcol, che altro non è che un escremento di un microorganismo chiamato lievito, rende tutti più liberi ed uguali, livella ogni condizione sociale, abbassa le difese, crea connessioni. Le connessioni che consentono di condividere la nostra essenza.

Questo è il vino. Questa la sua potenza. 

Se è buono allora continueremo a berlo. Se non è buono, abbandoneremo il bicchiere li dove lo abbiamo trovato e al diavolo le emozioni, al diavolo la condivisione, al diavolo le chiacchiere in libertà, al diavolo la voglia di stare insieme. Al diavolo tutto.

Sicuri che il buono/non buono non conti?

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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