Grazie, dazi!
L’ho sempre detto che ci vuole una scossa vera per muovere le coscienze.
Le guerre provocano morti e devastazione ma da un punto di vista cinicamente economico sono una mano santa. Se di santità si può parlare.
Si producono armi, si ricostruisce dalle macerie.
Sono cinico ma occorre esserlo per svegliare le coscienze.
Quello dei dazi di Trump è un terremoto o una guerra (commerciale). Mettetela come vi pare ma è il giusto scossone che serve ad un mondo del vino ingessato da uno stuolo di altrettanto ingessati parrucconi seguiti da imbonitori alla ricerca di rendite di posizione. Antica e vecchia. Senza futuro.
Sono duro ma per svegliarsi occorre esserlo.
Smettiamola di voler produrre e vendere vino raccontando la storiella delle tradizioni di famiglia e pensare che il vino buono si venda da solo.
Serve una strategia seria, un saper e dover fare le cose da professionisti. Tranne le dovute eccezioni chi produce non può vendere, chi vende non può fare comunicazione. E viceversa, si intende.
In un mercato così globale non è, più, possibile. E forse non lo eran nemmeno prima. Solo che si campava lo stesso.
Nel solo 2024 l’Italia ha prodotto circa 41 milioni di ettolitri. Ne ha esportati circa 22 milioni e ne rimangono in cantina quasi 57 milioni. Non possiamo eseguire operazioni algebriche su questi numeri ma se non altro forniscono l’immagine di un settore che, alla prova dei fatti, produce più di quanto è in grado di vendere.
Se ci limitiamo agli USA, nel 2024 abbiamo esportato li circa 2 milioni di ettolitri, un numero che oltre a rappresentare il 10% delle esportazioni totali, è gonfiato da di una sorta di over stock effettuato da coloro che, non per preveggenza quanto per anticipare un annuncio già fatto da Trump. I 2 milioni sono il culmine di un trend in continua crescita: erano 1.3 nel 2016: +43% in 8 anni. Niente male.
Gran parte dei produttori, per cavalcare il trend, hanno bovinamente prodotto più vino (e non fatemi dire con quale livello qualitativo). Ora però piangeranno per via dell’imponente stock in cantina dovuto non solo ai dazi USA ma anche e soprattutto per un calo di consumi non ascrivibile alle persone che non acquistano vino, quanto alla ingordigia di una catena di distribuzione che, come gli acquedotti italiani, fa acqua da tutte le parti, concentrata nell’aumentare i margini invece che ad investire per il futuro. Ingordigia legata ad incapacità e supponenza.
Ora grazie, sottolineo grazie, a Trump, il vino europeo, dunque italiano, subisce i dazi. 20% di tassa sull’imponibile più le invariate tasse doganali.
Per chi non lo avesse ancora capito, questa è una vera guerra da combattere non con armi ma con intelligenza, arguzia, lungimiranza. Nonché tanta professionalità.
Siamo dinanzi ad un bivio che non può e non deve essere evitata chiedendo aiuti da casa. L’Unione europea e l’Italia dovrebbero dire al popolo dei viticoltori: svegliatevi!!!
Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti,
dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
dai solchi bagnati di servo sudor,
un volgo disperso repente si desta;
intende l’orecchio, solleva la testa
percosso da novo crescente romor.
Questi dazi consentono anzi, impongono, finalmente, una seria riflessione sulla (in)capacità di un settore di sopravvivere a queste guerre senza un rinnovamento profondo e radicale.
Pensiamo solo a quante aziende abbiano un piano di sviluppo, un business plan, un piano dei conti. Quante una chiara strategia di vendita con tanto di azioni da intraprendere calendarizzate e quantificate in termini di spese e ricavi.
L’intero sistema Italia ha la responsabilità di fare tanto. Adesso e solo adesso.
Cosa fare?
Tre strategie possibili.
- Lo struzzo piangente. Gridare miseria, invocare i santi e abbassare i prezzi così da eliminare tecnicamente i dazi con uno sconto al distributore. Magari chiedendo anche aiuto al Governo. Pratica possibile e facile. Lo spirito assistenzialistico tutto italiano che chiede aiuto alla mamma, in questo caso lo Stato, dal quale farsi rifondere il mancato guadagno. Tutto ciò è mettere la testa sotto la terra. Piangendo perché qualcuno (lo Stato) si commuova. Si ottiene un beneficio nell’immediato ma un danno incalcolabile al settore liberando certamente gli stock e aumentando il grasso delle vacche. Peccato che poi, una volta abituato i distributori ad un prezzo basso, sarà complicato farli tornare ai prezzi corretti. I dazi prima o poi finiranno!
- Il panda. Quando si abbraccia alla mamma, non ci si stacca più. Ogni agricoltore italiano che si rispetti vede la mamma nel proprio paese inteso come territorio. Nemmeno si pensa all’Italia. Basta il proprio campanile. Può anche essere positivo pensarla così poiché vuol dire sviluppare le attività utili a portare le persone da sé. Ospitalità, accoglienza, territorio, promozione. Campanilismo geografico ed enoculturale prodromo allo sviluppo della azienda attraverso la collettività. Può funzionare certo, ma non per soddisfare le esigenze di destoccaggio. Però aiuta. Aiuta soprattutto a pensare fuori dagli schemi e a capire cosa fare di tutte le attuali quantità invendute e future. C’è bisogno però di pensare ad un ridimensionamento. Migliorare e valorizzare il territorio vuol dire vendere meglio senza affidarsi alle grinfie dei distributori e alla ingordigia dei ristoratori. Ci vuole tempo per realizzare questo, ma si può fare. Se si comincia (in alcuni casi, si continua) ci vorranno anni ma sarà bellissimo.
- La fenice. Risorgere dalle proprie ceneri come il mitico uccello e volare. Volare al di sopra delle nuvole, al di sopra delle guerre. Meravigliare il mondo con la propria stupenda bellezza. Richiede impegno, forza e un po’ di sana follia. Oltre che lungimiranza.Il mondo è più grande degli Stati Uniti d’America, vasto e maggiormente ricettivo. Ci sono grandi possibilità all’orizzonte. Grandi possibilità di vendere i propri prodotti nel mondo lasciando gli Stati Uniti a secco. Si chiama politica della scarsità. Rendere introvabile (più che inaccessibile) un bene facendo sì che le persone lo vogliano più di qualsiasi altra cosa al mondo. Il lusso prevede scarsità, non disponibilità. È quello che hanno fatto i cugini francesi legando la loro immagine non alla quantità quanto alla qualità e alla scarsità di prodotto. Immaginiamo cosa accadrebbe se negli Stati Uniti arrivassero pochissime bottiglie di vino ad un costo magari elevatissimo. Sarebbero lusso puro destinate a poche persone. Si farebbe a botte per acquisire una bottiglia di vino italiano. Nel mentre invece di prendere quel 20% dalle proprie tasche e gettarlo alle ortiche, lo si potrebbe investire in quei mercati con grandi potenzialità oggi non raggiunti perché il Dio USA faceva più gola. Cina, Australia, Corea, Giappone, tanto per citarne qualcuno. Investire lì, investire in comunicazione, investire in Storytelling, investire in capacità di vendere i mercati diversi dagli Stati Uniti, investire in professionalità.
I viticoltori dovrebbero chiedere al governo un supporto in questo, nella creazione di strutture e processi volti a promuovere il vino italiano non negli Stati Uniti ma altrove. Una presa di coscienza di quanto ancora legato al processo agricolo sia gran parte del mondo vitivinicolo serve ad evolversi verso qualcosa di maggiormente granitico.
Non si risolvono i problemi con le guerre ma se si viene attaccati, occorre reagire pensando che non ci sarà nessuno pronto a salvarci.
Albert Einstein diceva
Non è possibile risolvere il problema con lo stesso livello di pensiero che sta creando il problema
Pensare dunque di uscire dal problema dei dazi con il solito, becero, modo di pensare, non aiuterà. Magari servirà a far passare la notte, ma non a cambiare il modo di pensare.
Così, alla prossima guerra, saremo punto e a capo.
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
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