No alcol: ma perché?
Mi sto chiedendo da giorni perché dovrei bere un vino dealcolato.
Fa meno male. Certamente.
L’alcol può essere un problema sia se assunto in dosi atti a sfidare un alcol test sia in minime quantità.
Però è anche vero che, come scriveva Oscar Wilde: Tutto quello che più ci piace o è illegale, o è immorale o fa ingrassare.
Sempre lo stesso scrittore soleva dire L’unico modo per resistere alle tentazioni è cedervi.
Senza voler dunque entrare nel merito delle disquisizioni giuridico normative circa i vini dealcolati, la domanda che continua a ronzarmi in testa è sempre: perché?
C’è il latte senza lattosio. C’è la pasta senza glutine. Ci sono le bevande senza zucchero. Senza lievito. Senza sale. Senza grassi. Senza olio di palma. Senza coloranti. Senza conservanti. Senza zolfo. Senza additivi aggiunti.
In tempi andati l’abbondanza era ciò che si chiedeva maggiormente. Quasi una architettura barocca del wine&food. C’erano le barrette con dentro goduria pura (ricordate i Mars?) così come c’erano i vini con tanto legno da farli sembrare masticabili.
Oggi sembra che se hai qualcosa, anche di naturale come può essere ad esempio il lattosio, non va bene. Occorre togliere. Less is more.
Poi però, se ci si ferma un attimo a pensare, la domanda dovrebbe venire spontanea: come si fa a togliere qualcosa che normalmente c’è?
Con la chimica ovviamente.
Certo, se non c’è l’olio di palma (che poi, cosa abbia fatto di male l’olio di palma, a parte deforestare alcuni paesi e sfruttarne le popolazioni, non l’ho ancora capito) ci sarà qualche altro olio (sempre ottenuto sfruttando qualche paese povero…). Ma se devo togliere il lattosio al latte o l’alcol al vino, un po’ di chimica devo sempre utilizzarla. Non c’è verso.
Ecco allora che si sceglie di togliere qualcosa da un prodotto naturale attraverso un procedimento chimico rendendolo di fatto non più naturale. Per business mica per altro.
Immaginiamo i produttori di vino biodinamico che si sono dannati l’anima per realizzare capolavori senza chimica e senza aggiungere nulla al processo produttivo che devono poi usare la chimica per dealcolare i propri vini. Una contraddizione ma anche una impossibilità etica. Anche per i piccoli produttori sarebbe impossibile perché troppo costoso. Ne consegue che saranno a vantaggio di pochi. Sempre i soliti.
Come la mettiamo?
Poi, problemino etico a parte, c’è pure Oscar Wilde.
In che senso?
Beh, dalla notte dei tempi si è bevuto il vino per stare insieme in allegria liberando, almeno in parte, i freni inibitori grazie proprio alla presenza dell’alcol.
Bere il vino è piacevole già quando si apre una bottiglia e se ne sentono gli effluvi. Il colore del vino nel calice. I sentori che si sprigionano e che attivano i nostri sensi pronti ad assaporarne il sorso. Il gusto che avvolge piacevolmente la bocca. Un sorso che va dal verticale all’ampio lasciando sensazioni di puro godimento. Il calore. La sapidità. La struttura. Il connubio con il cibo. L’esaltazione. L’euforia. L’allegria. Una poesia. Un gioioso rito. La magia dello stare insieme in maniera spensierata.
Apro una bottiglia di dealcolato e tutto questo non c’è più. Svanito nel nulla.
Così mi domando: ma che lo bevo a fare se manca tutto questo? Cosa c’è nella vita se mancano momenti di questo genere?
Si, ma fa male.
Magari si. Ma fa male pure il fumo. Fa male pure lo smartphone. Fa male pure l’aria delle città inquinate. Fa male pure il sole. Allora tanto vale rimanersene in casa a mangiarsi del semolino senza glutine condito con formaggio senza lattosio (anche se a rigor del vero il Parmigiano lo è naturalmente), bevendo acqua senza cloro.
Che tristezza!
Ve lo immaginate uno come James Bond che invece di ordinare un seduttivo Bollinger del ’67 gli tocca ordinare un dealcolato del mese prima? Sempre che non ripieghi su una Coca Cola. Zero ovviamente.
Altro che tristezza.
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