Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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22 Novembre, 2024

Cantina Villa Gianna. L'Agro Pontino, che meraviglia!

  Sono proprio un imbecille e magari sono anche in buona compagnia.
Sono nato e ho vissuto per cinquanta anni a Latina. Ho amato e amo la mia terra. Il lavoro mi ha portato a fare tante esperienze diverse in diverse parti d’Italia e del mondo. Si dice che quando capitano queste cose la mente si apre. Vero. Assolutamente vero. A mio figlio consiglierei assolutamente esperienze simili.
C’è un però in questo. L’ipermetropia. Conoscete quel difetto della vista per il quale da lontano si vede benissimo ma quando dobbiamo vedere una cosa vicino appare tutto sfocato?
Allo stesso modo, quando le esperienze ti portano fuori dalla tua terra, tutto ciò che vedi è bello e nuovo. Apprezzi tutto, compreso le sfumature che i luoghi nuovi evidenziano. Quello che è vicino casa invece, quello che hai sempre avuto vicino, quelli al quale ogni tanto torni, lo dai per scontato. Con la conseguenza che non approfondisci nulla. Vivi le cose senza quel pizzico di curiosità che invece utilizzi in altri contesti. Ipermetropia. Dannata ipermetropia. Latina. Anno di fondazione 1932. Immersa nell’Agro pontino. Quello che fu palude pontina. Poi il mare, il meraviglioso mare, è a pochi km cosi da consentire ai venti carichi di sale di arrivare fin sotto le montagne distanti quasi trenta km. Terreni fertili per via dei residui limosi della palude. Quei grandi acquitrini pieni di malaria e bonificati grazie al sacrificio di migliaia di persone arrivate dalle più svariate regioni d’Italia. Quello che c’è, sembra poco e invece la biodiversità del territorio è pazzesca. La provincia si estende da Aprilia fino al Garigliano, fiume che separa il Lazio dalla Campania. C’è il mare con le meravigliose spiagge del litorale di Sabaudia, il Monte Circeo che sembra il volto della maga Circe. C’è Terracina e il litorale fino a Sperlonga, meta preferita degli antichi romani come Tiberio che qui costruì la sua Villa. Ci sono i castelli antichi con il feudo dei Caetani a Sermoneta, l’Oasi di Ninfa, le Abazie, i monti Lepini, Itri, Formia, Gaeta. Potrei continuare e continuare a rimango un imbecille. Perché solo un imbecille, o un ipermetrope (senza voler dire che le due cose coincidano!) non si accorge di quello che c’è attorno. Non riesce a vedere vicino e allora guarda lontano. Ricordate la canzone Meraviglioso di Domenico Modugno? Meraviglioso
Ma come non ti accorgi
Di quanto il mondo sia
Meraviglioso
Meraviglioso
Perfino il tuo dolore
Potrà apparire poi
Meraviglioso
Ma guarda intorno a te
Che doni ti hanno fatto
Ti hanno inventato
Il mare
Tu dici non ho niente
Ti sembra niente il sole
La vita
L’amore Ecco, non mi sono mai accorto, veramente, di quanto sia meraviglioso ciò che ho sempre avuto sotto gli occhi. Ho girato il mondo e ho imparato a conoscere il vino di tutto il mondo. Ogni regione italiana con tutte le sue diversità in termini di vitigni, clima, territorio, persone. Ho assaggiato centinaia di vini e conosciuto centinaia di produttori. Mai però, da qui l’imbecillità, mi sono soffermato a guardare quanto di meraviglioso avevo a pochi metri da casa. Avrò visto l’insegna della Cantina Villa Gianna migliaia di volte. Tutte le volte che ho percorso la SS148 Pontina per andare al mare in quel di Sabaudia, San Felice al Circeo, Terracina, Sperlonga. Tutte le volte che con i miei genitori andavamo al paese di mio padre o di mia madre. Tutte le volte che si andava a mangiare una pizza da Bibò, una pizzeria di San Donato. L’ho vista e l’ho snobbata. La vedevo e la ignoravo. Poi, in un pomeriggio di inizio estate vado all’Abbazia di Fossanova per una bellissima manifestazione invitato da Slow Food, Vini d’Abbazia. Poco prima di andare via noto tra i vari banchi di assaggio proprio Cantina Villa Gianna. La trovavo quasi fuori posto nel chiostro dell’Abbazia. Però mi dico: dai, vinci i tuoi pregiudizi e vai. Padrone di casa, un distinto signore sempre sorridente. Alto, capelli brizzolati, abbronzato, occhiali alla moda, ben vestito nonostante le temperature. Mi presento dicendo che anche se di Latina non avevo mai avuto il piacere di provare i suoi vini. Lui, al secolo Gianluca Giannini, amplifica il suo sorriso e mi dice: allora devi provarli tutti.
Mi versa il primo calice di Bellone, il vitigno locale per antonomasia. Vedendo sul viso un non so che di approvazione mi dice: questo è un vino del TUO territorio. Questo “TUO” mi rimbomba nella testa provocandomi un misto a fastidio e senso di imbecillità. Poi mi versa un altro bianco, Innato, blend di Malvasia, Trebbiano e Chardonnay. La mia faccia è ancora più di approvazione e lui incalza: questo è un vino del TUO territorio. La mia dose di autostima diminuisce drasticamente. Poi mi versa un rosso, Barriano, blend di Merlot, Cabernet Sauvignon e Sangiovese con 12 mesi di botte. Devo aver fatto una faccia ancora più stupita perché il copione si ripete: questo è un vino del TUO territorio. Sprofondo perché non mi capacito di quanto sia ipermetrope (non posso ripetere che sono imbecille no? Lo ringrazio e sto per andare via quando mi ferma e mi dice: aspetta, devi assaggiare un altro vino del TUO territorio. È cosi che mi versa nel calice Elogio, passito da uve Moscato di Terracina. Non posso ricordare la mia faccia ma ricordo perfettamente la sensazione di sapidità del moscato. Quella stessa sapidità che ha accompagnato tutti i vini degustati. Capisco non solo che Gianluca ha calato l’asso ma anche di quanto io sia veramente un imbecille. Adesso il quadro è chiaro. In cantina mi accoglie Francesco, fratello di Gianluca. Loro, insieme ad Alessandra sono la terza generazione della Famiglia Giannini. Mio nonno Domenico arrivò qui dalle Puglie intorno alla fine degli anni 50. Mio padre è del ‘43 e aveva sette anni. L’Opera Nazionale Combattenti gli assegnò il podere 1007. C’erano tanti alberi da frutto. Il qui è tra Latina e Sabaudia. C’è solo pianura perché le montagne sono a quasi trenta km. Il mare invece è a meno di tre in linea d’aria. Prima della bonifica solo acquitrini, palude, malaria, morte. Terreni limosi, sabbiosi, argillosi emersi solo grazie alla rete di canali realizzati e gestiti dal Consorzio di Bonifica e dall’Opera Nazionale Combattenti che distribuiva le terre per coltivarle. Dopo bonificate. Nessuno, oltre i coloni che avevano contribuito alla bonifica, voleva venire a vivere qui (magari non solo qui). Si scappava dalla campagna attirati dalle fabbriche e da un lavoro che sembrava, ecco appunto sembrava, essere meno duro. Qui però non c’era nulla. Tutta campagna. Qualche borgo abitato. Tutto piatto. Il mare? Non era una risorsa. Lo era la campagna. Se ti andava di coltivarla. Nonno Domenico, da buon pugliese, portò con se le barbatelle attratto non tanto dalla voglia di fare vino quanto di produrre uva da tavola. Coltivazioni a tendone ce ne erano già tante in queste zone. 200, 300 quintali per ettaro ottenuti grazie alla grandissima fertilità. Tanta produzione, come si usava a quei tempi, voleva dire tanta prosperità. Era però attratto dall’uva dolce e scrocchiarella che c’era qui: il Moscato di Terracina. Pensava che fosse il futuro anche come uva da tavola. Mio padre dice sempre che la zona di Terracina aveva i terreni che arrivano fino al mare. Tra le rene e i tumuliti gli addori de li muscatelli va per la valle Le terre che custodivano (e custodiscono) il Moscato di Terracina erano e sono dei veri e propri lingotti. Micro particelle che i contadini custodiscono in modo geloso senza nessuna idea di cedere. Ancora oggi si contano solo 49 ettari vitati a Moscato. Gioiellerie, per via di acini grandi e color oro. Gioiellerie nel loro valore intrinseco. Bigiotterie perché un territorio semi sconosciuto non riesce a farsi conoscere come dovrebbe. Se si va a cena in queste zone, con tutto il ben di Dio del territorio e del mare, ci si aspetterebbe di trovare i vini del territorio. Peccato che con la calata dei romani che chiedono solo vini non del Lazio, è difficile. Così come è difficile far raccontare a chi dovrebbe delle meraviglie che ci sono. Nonno fece amicizia con qualcuno di loro iniziando a dialogare. Si spostò poi all’interno verso la zona di Monte San Biagio dove prese contatti più solidi. Sempre per l’uva da tavola. Tre figli, papà era l’ultimo che seguì le orme del padre. L’idea del nonno era desalinizzare l’argilla in un territorio vergine e fertile ma con una serie di problematiche. Più ci si avvicinava al mare e più i terreni, senza l’ausilio di lavorazioni meccaniche era complicato. Nonno arrivò per andare a Terracina ma gli venne assegnata la terra, dieci ettari, qui. Nonno Domenico muore nel 1984 ed è papà Giovanni che non solo continua l’attività ma contribuisce a far crescere l’azienda con l’idea di mettere insieme i produttori con le viti a tendone. Costituisce qundi una cooperativa vinicola specializzata maggiormente in uva da tavola. Per il vino non c’era nemmeno la denominazione. La Circeo DOC e quella del Moscato di Terracina furono le ultime del Lazio. Non ci si credeva nel vino. Chi vuoi avrebbe mai pensato che nel giovane Agro Pontino si potesse produrre vino di qualità? Nessuno, tanto che le DOC di riferimento furono proprio le ultime del Lazio. La Circeo DOC è del 1996, quella del Moscato di Terracina del 2007. Significative due cose: la composizione delle uve della DOC Circeo (Trebbiano, Malvasia del Lazio, poi Sangiovese e Merlot con inserimenti di Chardonnay, Cabernet Sauvignon), segno evidente di contaminazioni portate dai coloni; anche per il Moscato di Terracina, rese consentite molto alte (dalle 12 alle 13 tonnellate per ettaro per il Circeo, 11 per il Moscato.) per via della fertilità di queste terre e la incapacità di pensare di come questi vini siano di qualità. Papà conosce mia mamma Gianna, Giovanna di origini venete ma nata a Latina. Quarta di nove figli con tradizione veneto. Merlot e Cabernet insomma. Papà la conobbe e si innamorò di lei. Nasce Gianluca e la cooperativa prende il nome da lui: San luca. Il 18 maggio è stata la fondazione. Poi successe un casino nel Lazio. Tutto ciò che era eccedenza non aveva valore e lo stato pagò per l’estirpazione. Così i soci, che soci non erano perché c’era un rapporto fiduciario, si ritirarono. Papà aveva visto in quattro anni la zona di produzione della tavola bianca e rossa far aumentare quella dei mosti muti che partivano poi per il nord. Grande qualità ma bassa struttura e grado. Li comincio il bello. Si presero i soldi per estirpare i tendoni con produzione da 2/300 quintali per ettaro e misero i kiwi. La cooperativa che non ce la fa più. I soci che svaniscono. Non resta che continuare come cantina privata. Era la fine degli anni 90. Un pò lo scandalo del metanolo, un pò per le pianificazioni sbagliate, un pò per le crisi di quegli anni, la tempesta perfetta del vino è servita e non può che colpire le cantine sociali. Quelle dove i soci conferiscono tutto il proprio raccolto. Ad aumentare la tempesta, almeno nel Lazio, due ulteriori fenomeni. Il primo, i contributi per l’estirpazione delle viti. Il secondo, la coltivazione dei kiwi, un frutto prima di allora pressoché sconosciuto ma che piantato in grandi quantità e praticamente a spese dello stato, fa fare Bingo ai coltivatori. Altro che vino. Nasce quindi la Cantina Villa Gianna con mio fratello e mia sorella e mamma che mette bocca ovunque anche nella scelta dei vini. Una cantina a matrice femminile. Sorride di gusto Francesco. La famiglia è così coesa che non è un problema. Ma ha ragione circa la mamma. Giovanna, Gianna, è un bella signora tutta energia che quando si fanno le degustazioni sfodera le sue creazioni. Giovanni, non è da meno (per bellezza ed energia). Lo si trova spesso (direi sempre!) all’ingresso della cantina che è indaffarato sul tavolo con una miriade di carte. Una cantina, tanta uva, tante varietà, tanta qualità, un territorio è praticamente sconosciuto. Vendere vino è difficilissimo. Se non a basso prezzo e comunque non imbottigliato. Perfino i romani quando arrivano in quel di Sabaudia, snobbano il vino locale. Mio padre, insieme a Bernardino Santarelli, il papà di Toni e ad Attilio Scienza sperimentarono tutta una serie di vitigni che potevano ampliare la gamma dei vitigni locali. Soprattutto gli alloctoni che entrarono a far parte di alcuni disciplinari. Petit Verdot, Cabernet, Tempranillo, ecc. Poi Sauvignon, Chardonnay, Viognier. L’idea era capire se l’Agro Pontino potesse essere ricettivo per questi vitigni Facile (ma nemmeno tanto) trovarsi in un territorio con una storia, con tante aziende, con dei disciplinari, ma se non hai niente per le mani è complicato. Dannatamente complicato. Eppure ci si danna l’anima perché si ha la consapevolezza di quanto di buono vi sia. C’è un terreno fantastico, una esposizione pazzesca, una serie di vitigni che danno espressioni incredibili, il mare vicino, i monti a protezione, i venti termici, le brezze marine…. Cosa si può volere di più?
Occorre sperimentare e solo chi è stato pioniere lo può fare. Bernardino Santarelli creò Casale del Giglio, una azienda che ha fatto della sperimentazione la sua forza. Attilio Scienza è uno degli enologi più affermati in Italia. Giovanni Giannini dedica tutta il suo impegno in Villa Gianna. Anche noi con Merlot, Cabernet Sauvignon e Sangiovese nella denominazione Circeo siamo dovuti andare a capire quale fosse il terreno giusto, il porta innesto ideale, ecc. Da Le Ferriere con deriva vulcanica a qui con argilla e sabbia, dopo l’Appia terreni neri e profondi, sopra Terracina carsici e rossi. Grazie a questa cosa capimmo quali vitigni alloctoni potessero essere interessanti con un occhio sempre a quelli autoctoni. Adesso abbiamo Bellone, Malvasia del Lazio, Moscato di Terracina, Trebbiano, Sangiovese, Merlot, Cabernet, Syrah, Chardonnay per le bollicine con Caprolace fatta vicino al lago. Poi a Ninfa le due Malvasia di Candia e Puntinata. Una azienda con grandi quantitativi prodotti necessariamente orientata verso l’horeca, che nasce per un segmento più grande e che ha mantenuto, al contrario di tanti altri, i volumi. La forza di aver tentato le strade del biologico, del biodinamico e la maggiore forza nel rendersi conto come in queste zone, con l’umidità del mattino e quella della sera, fare biologico e biodinamico sia impossibile. Due stabilimenti, uno sulla SS 148 Pontina e l’altro a Borgo San Donato, per un totale di 1.7 milioni di bottiglie. Una scelta che ha connotato l’azienda nella mente dei consumatori. Una azienda molto presente e un rapporto qualità prezzo centrata. Lo stare nella grande distribuzione fa pagare lo scotto di una percezione strana. Roma ci assorbe il 70% della produzione. Il Moscato di Terracina finisce prestissimo con le sue 56 mila bottiglie di secco e 64 mila di amabile. Va centellinato. Negli anni pò abbiamo costruito un segmento un segmento particolare con numeri bassi.
12 mila bottiglie di Innato. 14 mila di Barriano. 9.600 di Elogio. 3.300 di Passito. Una nicchia. Potevamo chiamarci Giannini ma abbiamo scelto di rimanere Villa Gianna. Questo ci ha creato difficoltà. Non ci siamo mai vergognati perché possiamo fare un prodotto di nicchia. Oggi ci troviamo in una nuova realtà frutto del sacrificio di otto anni dove Gianluca ed Alessandra sono stati gli interpreti nel pensare che Villa Gianna non è più una etichetta di prezzo ma una casa di ospitalità che diventa un modo diverso di comunicare l’azienda. Con il proprietario che sta vicino a te e racconta il vino. Che ti fa fare esperienze. Questo era sempre mancato. Chi ci vedeva da fuori ha mutato la sua percezione. La struttura in effetti è bellissima e accogliente. Un grande salone per le degustazioni con tavoli alti e comodi sgabelli. Tavoli che servono per ospitare chi ama bere del buon vino e mangiare prodotti locali che prepara ancora la signora Gianna. Poi una immensa sala allestiti con tavoli tondi e una bella scenografia di botti. Qui si fanno le grandi cene. Per eventi insomma. Non matrimoni ma eventi che hanno il vino come elemento di comprimarietà. I nostri vini non hanno dimensioni di vini costosi. Il prezzo basso dipende dalle nostre uve che hanno un prezzo basso anche per chi ci conferisce. Solo il Moscato arriva a 100 euro per quintale. Nella filosofia delle persone se un vino costa è buono ma nella logica industriale non è giustificato un prezzo alto. Quando Francesco mi dice queste cose mi si aprono gli occhi e il cuore. Il concetto che l vino debba essere fruibile ed acquistabile da tutti dovrebbe essere sancito nella costituzione. Già 50 euro per un cartone da sei è un prezzo importante se veni da un concetto di sfuso. È difficile scardinare questo. Gianluca non vuole nemmeno stare a queste cifre. Abbiamo un Wine Club di oltre 500 iscritti per gli eventi che facciamo. Vogliono i servizi. Gli sconti. Le degustazioni. Questo genera un indotto meraviglioso. La chiacchierata con Francesco è spedita, viva, concreta. Passiamo da aspetti pratici a tematiche commerciali. Dalla storia alla attualità. Passeggiamo per le vigne come per la cantina. Tutto nella normalità e convivialità che più naturale non si può. Il moscato di Terracina ha un impatto cromatico e olfattivo importante e crea nelle persone un pò di sgomento. Quando vuoi fare assaggiare il Moscato alle persone ti rispondono “no io il moscato non lo bevo” ma che moscato lei ha in testa? Dolce stucchevole…il moscato profuma, è stucchevole e io a pranzo e cena non ce la faccio a berlo. Te lo dicono. Così l’elogio non lo vendi. Hanno amato altro. Non siamo tanti seppur sembriamo tanti. Gianluca è l’amministratore e cura la parte commerciale
Alessandra è la parte amministrativa. Io e Alessandro (che ha sposato mia sorella) ci rapportiamo io più verso la parte della filiera produttiva e i clienti locali, lui verso il mondo horeca. La parte agricola e di cantina io con papà. 80 anni e tira ancora le redini perché ne sa di più e ha tanto da insegnarci. È ovvio che dietro di lui c’è l’agronomo e l’enologo. Abbiamo i disciplinari da rispettare. I vigneti sono gioielli perché papà ci tiene Barriano nasce da Bassiano perché i primi caratelli di rovere venivano da Bassiano e perché la prima collaborazione che facemmo prevedeva a Bassiano le botti per l’affinamento. Poi è rimasto il nome che la ricorda. Rudestro viene dai territori del sottocolle. Qui cominciamo a cambiare impasto e sono ottimi per Merlot e il Sangiovese. Il Rudestro fa otto mesi di affinamento in botti di rovere francese e sei mesi in bottiglie. Ecco Gianluca. Il suo sorriso anticipa sempre la gentilezza dei modi e l’eleganza. Rivedo in lui le movenze del padre che lo sovrasta per altezza. Con lui non si può non parlare del territorio. Lui che ama queste terre in maniera viscerale. Come me è nato qui ma a differenza mia, e per questo lo stimo in maniera incredibile, ha speso la sua vita qui. A realizzare impresa in un territorio giovane, troppo giovane per essere ancora conosciuto. Troppo giovane per generare sensazioni nelle persone. Il mare, quello che è a soli tre km da qui, è incantato. La sabbia è bianca e l’acqua trasparente. Non c’è parcheggio e questo ti consente, anche in piena estate, di avere il primo ombrellone vicino almeno a dieci metri. Tutta spiaggia libera con solo qualche botteghino che oltre a vendere bibite, gelati e un pò di cibo, offre ombrelloni e lettini. Non c’è ricettività però. Pochissimi hotel. Pochi bed&breakfast. Sembra un posto per indigeni o per i fortunati che sono riusciti a farsi una casa (abusiva poi sanata) negli anni 70. E se qualcuno pensasse che sono sempre i soliti, beh sbaglia di grosso poiché proprio da queste parti e specificatamente a Sabaudia, credo che la locuzione “radical chic” sia stata coniata. E in ogni caso, si addice benissimo. Questo è un territorio giovane che deve ancora compiere 92 anni all’interno di un palcoscenico complesso. È stato duro e l’ho vissuto in prima persona poiché è dal 1994 che gestisco la cantina e dal ’99 la parte commerciale. Dal ’94 al ’98 mi sono fatto un giro per la nostra bella Europa per capire che grado di qualità avesse la mia azienda nel mercato di riferimento. Dal ’98 al ’99 l’attenzione a riuscire a decollare è stata importante. Tanta l’attenzione del mercato ma ho notato che essere presente nel mercato servivano i numeri. Tra il ’94 e ’99 anni di tribolazione.
Poi anche noi come i somarelli ci siamo legati ad un riconoscimento tipico ovvero una denominazione. Nel ’97 nella doc Circeo e nel 2007 il moscato di Terracina. Dal ’94 lavoriamo nel campo biologico dove il primo cliente della grande distruzione è stato il sig Coop che mi chiamò a corte dicendo che mancava nell’assortimento laziale un vino biologico. L’Agro Pontino non è stato avvantaggiato in questo con l’umidità della sera e della mattina. Nel ‘98 dal biologico siamo passati al biodinamico. È durata tre, quattro anni ma poi da li ho dovuto ritrasformare il tutto verso l’agricoltura tradizionale. Mi ricordo quando tornavamo con il motorino la sera, tagliavamo la nebbia. Il mare a tre km mitiga ma oltre l’umidità arriva anche il sale. Dopo la sperimentazione nella ricerca di vitigni diversi su un terreno sabbioso, limoso abbiamo sperimentato investendo tanto ma tanto. È stato bello navigare in queste acque pionieristiche. Mi trovo con uno zainetto pieno di informazioni. Vorremmo riabbracciare la biodiversità che con l’esperienza mi consente di avere se non altro le domande. Mio nonno che è arrivato qui e che ho conosciuto fino ai miei 14 anni, e papà hanno coltivato un territorio che fino a ieri era sconosciuto. Oggi ai miei primi 54 anni sono soddisfatto dei trenta anni di esperienza in Villa Gianna. Nessuno ce lo ha regalato ma siamo stati noi gli artefici. Partire da zero con la consapevolezza di essere seduti su qualcosa con un potenziale incredibile e produce qualcosa che è difficile spiegare al mondo. Questo è l’Agro Pontino. Quando avrete la fortuna di assaggiare un vino di Villa Gianna, capirete cosa vuol dire mare e sole, sabbia e sale, vento e terra. Se in genere la quantità non fa mai rima con qualità, qui e in queste terre non può invece che essere così. Perché altrimenti non si riesce nemmeno a sopravvivere nel selvaggio mondo del vino. Già il vino del Lazio è praticamente sconosciuto e considerato, sbagliando di grosso, dozzinale, figuriamoci quello dell’Agro Pontino. La conseguenza è doverlo vendere a prezzi bassi rispetto ad altri di qualità pari (o inferiore). Con il Bellone ci siamo portati avanti con il concetto di autoctono locale. Un Bellone marino che è l’origine del Bellone. Fino a 9 anni fa, non esisteva. Ci ha dato una visione diversa. Nella mia visione dei prossimi anni c’è un altro passo da fare. È la Malvasia che dobbiamo curare. Mi piace tanto in visione degli orange Wine. Il Bellone quando arriva a maturazione diventa color bronzo con un grado alcolico superiore ai 14.5 gradi. Vedo tanti vini. Ventitré etichette. Una vastità far pensare ad una azienda di massa e non di qualità. Fa pensare se si pensa con la solita mente e con la visione ipermetrope. Non ho beneficiato di fare questo per hobby. Se l’avessi fatto per hobby potevamo mettere capitali e ottenere il massimo. Ma dovevo fare azienda. Noi produciamo vini eccellenti che non si possono mettere a prezzi alti. Quale è il giusto posizionamento? Quanto è disposto a pagare il consumatore o quanto vuoi che sia il prezzo? Il problema è essere conosciuti nel territorio. Non abbiamo ancora nel Lazio colui che ti propone il vino del Lazio. Quanto è vero questo. Andate in un ristorante di Roma o della provincia e provate a vedere lo spazio che viene riservato ai vini della regione. Fate la stessa cosa in un’altra città del Lazio e saranno ancora meno. Neanche i ristoratori ci credono. Sbagliano e sbagliano di grosso. Il nostro ulteriore problema è che abbiamo una biodiversità pazzesca tra Formia, Gaeta, Monte San Biagio, Sabaudia, Atina, Latina. È complicato e serve essere specializzati. Con tutto bagaglio dell’esperienza altrui se riusciamo a mettere un pò di dna serio esplodiamo. Cosa c’è di più eccitante nel corteggiare la tua terra? Un entusiasta. Un positivo. Una eclettico. Una persona che non si è mai data per vinta. Che ha lottato contro tutti e tutti e ancora sta lottando. Lotta con un sistema che non crede in se stesso. Contro gli altri produttori che non riescono a fare sistema. Lotta contro il tempo per cercare di fare qualcosa e poter lasciare a figli e nipoti qualcosa nel solco del padre e del nonno. Volevo fare il vignaiolo. Vengo dall’istituto agrario. Poi nel ’98/’99 visto che i soci non erano molto propensi al fare impresa, abbiamo, con mio padre e mia sorella, riorganizzato l’assetto produttivo.
Spacchettando l’impresa agricola dall’impresa produttiva da quella commerciale. Questo ci ha fatto gioco ma oggi dobbiamo riorganizzare il tutto per tornare sui vecchi passi per avere una azienda agricola che si approccia alla ospitalità e alla parte commerciale. La doc Circeo bianco è sconosciuta al mondo. Però se ti parlo della Maga Circe magari lo ricordi. Oggi mi rendo conto che sono tanti gli elementi a favore di una politica visionaria di un territorio e alla esperienza di altre regioni. Questo può consentire ad imprenditori di planare su una nuova dimensione. È un imprenditore prima di tutto. L’azienda, le persone che ci lavorano, la famiglia. Poi il territorio. Ogni cosa fa di Gianluca un vero imprenditore. Con uno zainetto pieno di esperienza e una visione chiara di come vorrebbe che sia il futuro. Oggi ho rimesso in discussione la linea enoteca perché ho bisogno di una maggiore emozionalità nelle etichette. Nel mondo della distribuzione ho bisogno di family feeling e storytelling. È come la mucca che va all’abbeveratoio: non le puoi cambiare il percorso. Le ventitré etichette dovranno essere otto. Io sono ancora giovane e se noi produttori del Lazio riuniamo le nostre capacità produttive non riusciamo a soddisfare le esigenze di Roma. E invece siamo invasi da tutto il mondo. La virtuosità di questa azienda è il know how che ritorna nella famiglia. Dal pioniere vitivinicolo di mio nonno se ne è creato uno. Noi siamo tre figli e si è moltiplicato come se fosse un lievito. Abbiamo generato sette nipoti e un terzo di loro ha virato verso l’agro alimentare. La mia attività è diventata un lievito. Me la sento come un vestito creato su misura su un territorio che può fare la differenza per il Lazio e per queste zone. Qui non abbiamo ne un castello ne una grotta. Ho dovuto chiamare l’azienda villa Gianna. Il nome è mamma e Giovanna. La generatrice è lei. Lascio che Gianluca si esprima perché è un lucido imprenditore. Un entusiasta. Una persona che ha voglia di costruire sopra delle fondamenta solide costruite dal padre e dal nonno, ma poco visibili dall’esterno. Non solo per Cantina Villa Gianna ma per l’intero territorio. Investiamo per il futuro cosi che il territorio si possa esprimere. Maturità professionale in un contesto territoriale. La perseveranza imprenditoriale. Me lo sento dentro. Magari vorreste sapere dei vini perché poi, alla fine, si può pensare che siano quelli i protagonisti. Anche se continuo a pensare che le persone siano i veri protagonisti, anche se aver conosciuto una azienda, una famiglia (Giannini), un luogo, le vigne, fanno passare i vini quasi in secondo piano, capisco che mancano i vini. Non posso esimermi dunque e ne inserisco qualcuno. È giusto condividere le incredibili sensazioni che mi hanno offerto. Per gli altri venite con me a qualche degustazione o passate in Cantina. Parto da Elogio, Moscato di Terracina in versione secca. Se gli acini sono color oro, Elogio si presenta di un paglierino molto scarico. Forse è meglio così: i sentori che emergono sono già prepotenti e legarci un colore d’orato, forse spaventerebbe. I sentori dunque. Pesca bianca, glicine, biancospino, frutti tropicali, melone bianco, biancospino, salvia, timo. Un ventaglio di odori che si sprigionano ad ogni olfazione e aumentano roteando il calice. Nel sottofondo, sempre presente, sempre attivo ma mai invadente l’essenza dolce di camomilla e miele sapientemente mitigata dagli agrumi. Lime in particolare. È però la sapidità marina che esalta il naso. Quello iodio che mi ricorda l’odore del sale sulla pelle e mi fa sognare le sere d’estate in riva al mare.
In bocca è fresco, secco, sapido, piacevolmente agrumato con la nota dolce e aromatica che è latente, lontana, non invadente. Non disturba affatto. Caldo sì e dotato di buona persistenza grazie alla quale la bocca rimane in uno stato di puro godimento.
Gianluca sostiene sia nato per accompagnare il pescato locale, quello che i pescherecci di Terracina portano poi ovunque. Io però l’ho accompagnato ad un semplice broccolo romanesco ripassato in padella con aglio olio e peperoncino ed è stato da applausi. Provate a togliere il broccolo mettendo uno semplice spaghetto e…. Poi arriva Innato il cui dorato nel calice non si vergogna affatto di apparire. Blend di Malvasia, Trebbiano e Chardonnay surmaturate, ha dalla sua l’immediata sapidità. Il sale marino emerge prepotente come ad affermare che gli acini e i venti del mare hanno stretto un solido sodalizio. Frutti come la pesca percoca, l’albicocca, il melone vogliono certamente esserci. Gli agrumi, che fanno da corollario al miele, emergono ma senza prevaricare. La salvia e la mentuccia non sono da meno. La mandorla, ovviamente salata, chiude il bouquet in maniera elegante.
Il sorso appare immediatamente caldo e sapido così che la sensazione è di essere in riva al mare al tramonto. Sempre in buona compagnia. E non solo del vino.
Armonico e bilanciato in maniera eccellente con la frutta che arriva accompagnata dal sale e dalla salvia in un tripudio di sapori che non invadono, accompagnano. Torna il miele con la pesca ed il melone e, in sottofondo, gli agrumi così da rendere sinfonica la bocca. Ad ogni olfazione arriva un nuovo frutto, ad ogni sorso una nuova sensazione. Insomma, i tre vitigni si sono integrati perfettamente come un pairing perfetto.
Innato risulta uno di quei vini che riesce a accompagnare piacevolmente tutto il pasto partendo dall’aperitivo. Solo che una bottiglia non sarà mai sufficiente indipendentemente dal numero di calici in cui versarlo. Barriano, il Circeo DOC Riserva da uve Sangiovese, Merlot e Cabernet Sauvignon. Un mix di uve che rappresenta a pieno la multiculturalità di questi luoghi. La caratteristica di questo vino è il suo essere vellutato tanto all’olfatto quanto al gusto.
I sentori sono immediatamente caldi ed avvolgenti grazie alla ciliegia che diventa visciola, alla prugna, al sottobosco muschiato. Poi freschi e tenui per via della violetta e dell’arancia sanguinella. Infine fini e complessi grazie alle spezie (noce moscata, noce moscata, chiodi di garofano, vaniglia) e alle tostature (tabacco da pipa, pellame). Un velo di balsamico amplifica senza rinunciare alla finezza.
Il sorso parte vellutato per poi scoprire gli eleganti tannini. Mai banale per via della freschezza che crea il giusto equilibrio. La bocca è ampia e goduriosa per via di un gusto morbido ma mai stucchevole e senza eccessi. Caldo e secco con una bella sapidità che a ricordare il camino nella casa al mare. È una carezza, come quella del sole al mare in inverno: non brucia, allieta e scalda. Infine il Moscato Passito 2022. Se da un passito ci si aspetta dolcezza in questo si trova sapidità. Se si chiede colore in questo si trova quello del mare di una giornata assolata. La dolcezza del moscato si cela dietro lo iodio. La camomilla diventa miele, la pesca bianca, i frutti tropicali, le noci, il biancospino, la salvia, la pera Smith: tutto si fonde tra dolcezze e sapidità.
Il sorso è una meravigliosa coccola iodata. Un sole invernale che scalda senza far sudare. La freschezza che non ti aspetti. L’avvolgenza arriva senza che ce ne si accorga. Non ci sono orpelli. Non c’è opulenza. C’è tanta ampiezza. Tanta discrezione. La dolcezza intrinseca si fa ammaliare dalla fresca sapidità. La bocca, dopo una persistenza importante, si ritrova in uno stato di vera, inaspettata, grazia. Lo accompagno ad una cacio e pepe. Follia? No, meraviglia assoluta. Ho messo gli occhiali e imparando ad osservare ciò che ho vicino scevro da pregiudizi, con gli occhi di un bambino. Ho scoperto di esserne innamorato. Forse da sempre, ma ho sempre detto a me stesso che ci sarebbe stato tempo per dirlo, per dimostrarlo. Ora che l’età è avanzata, che la maturità è arrivata, capisco quanto sia importante il tempo e con questo anche ciò che è dinanzi agli occhi. Le cose migliori, sono sempre li, dove sono sempre state. Fanno parte della nostra storia. Del dove siamo nati. Del dove siamo vissuti. Solo che dobbiamo maturare per capirlo. Grazie Gianluca per avermelo ricordato. Grazie a Francesco per avermi illuminato. Grazie per non avermi dato ne dell’ipermetrope ne dell’imbecille. Tanto me lo sono dato da solo! Vorrei solo che anche tanti altri vedessero, vivessero e apprezzassero questo territorio. Ne vale veramente la pena!   Il sito Internet https://www.cantinavillagianna.it/ Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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15 Novembre, 2024

Marco Mascellani. L’enologo delle permutazioni

622.614.630 È il numero delle combinazioni possibili per realizzare il fatidico sei al Superenalotto. Portarsi a casa il montepremi è, sempre, una questione di mera fortuna. Pensare solo di creare un sistema per la certezza di vincere, è impossibile. Non fosse altro perché sarebbe troppo oneroso.  Seicentoventiduemilioni di possibili combinazioni. 90 numeri su 11 ruote.Un numero esorbitante.  Se avessimo la capacità di usare i 545 vitigni censiti in Italia per creare blend con 2, 3, 4 varietà, si potrebbero realizzare 390.545.692 diverse combinazioni. Ovvero diversi vini. Quando si parla di “combinazioni” è bene precisare che l’ordine con il quale gli elementi vengono posizionati non è rilevante. Sarebbe come dire vinifichiamo prima un Cabernet, poi un Pinot, poi un Merlot e infine un Sangiovese oppure scegliamo una diversa sequenza, senza che il risultato cambi. Visto che questa affermazione potrebbe essere tranquillamente considerata una eresia, occorre parlare di “permutazioni”: il numero di elementi possibili salirebbe alla astronomica cifra di 87 miliardi. Immaginando poi uno stesso vitigno coltivato in diverse zone (un Grillo coltivato in Sicilia miscelato con uno coltivato in Puglia) sarebbe come aggiungerne altri vitigni ai 575 censiti in Italia con la conseguenza di aumentare il numero di possibili blend. Infinite possibilità insomma. Il mondo del vino offre infinite possibilità.  Teoria certo. Follia anche. Impossibile direbbero in molti. Che senso avrebbe? Tutta la narrazione dei terroir andrebbe a farsi benedire in un nanosecondo. Tutto il pathos del territorio e delle aziende che lo rappresentano, finirebbe all’istante.  Eppure, riflettiamo. Pensiamo alle possibilità che 575 vitigni offrono. Cosa si genererebbe assemblando uve di Cabernet Sauvignon e Malvasia? Quali precursori si attivano? Cosa si genererebbe invece assemblando mosti o vini?  Una nuova frontiera per alcuni. Una eresia per altri. Nascerebbero vini Frankestein oppure grandi vini? I blend ci sono dagli albori del vino anche se è solo nell’800 che si sviluppano come tecnica enologica vera e propria volta a creare nuovi vini, stabilizzarne altri, correggerne altri ancora. Già, perché, senza fare i puristi, spesso si assiste all’utilizzo del blend per correggere difetti o portare le caratteristiche del prodotto al livello voluto.  Dove voglio arrivare? Semplice: miscelare con sapienza e conoscenza vini, mosti e uve può essere una vera grande opportunità per il mondo del vino. Unico vero problema (con tutto ciò che ne conseguirebbe) sarebbe il vedere camion refrigerati andare su e giù per la penisola carichi di uve, mosto o vino (quest’ultimo già accade…). Un pò come capita ora per le acque minerali: in Italia ci sono 140 stabilimenti di produzione per un totale di 256 differenti marchi e circa l’80% è trasportato su gomma ovvero non si consuma nella regione di produzione… Marco Mascellani è un giovane enologo romano nato e vissuto per gran parte della sua giovinezza a Ostia (che è un quartiere di Roma non un comune a parte.. anche se nel tempo ci si è provato a farlo visto che conta più 90.000 abitanti e dista da Roma 29 km…).  La prima vigna la vedo a 17 anni quando con la famiglia ci trasferiamo in Umbria. Non avevo minimamente idea che sarei finito a fare vino. I miei aprirono un ristorante ad Orvieto e da li iniziai nel mondo enogastronomico.  Ostia è una realtà difficile a Roma, ma se sei un ragazzo stai bene dovunque. In estate poi, quando Ostia si trasforma nel Paese dei Balocchi, cosa vuoi di più dalla vita. Un trasferimento a 17 anni non può che essere traumatico. Ostia prima, Orvieto poi. Dura, davvero dura. Ma tocca dare una mano al ristorante. C’è poco da stare arrabbiati.  La passione per l’enologia nasce per caso. Inizio infatti il corso da sommelier per aumentare le conoscenze nel mondo del vino per un maggiore supporto al ristorante. Mi piaceva stare in sala. Alle volte la propria vocazione, la strada verso il futuro, è la vita che te la serve. Magari fosse in un calice di vino. A Marco succede e, oltre a berlo, ha bisogno di capire cosa ci sia realmente in quel bicchiere. Un colpo di fulmine che lo teletrasporta a Perugia a studiare enologia (magari pure per riprendersi un pò di vita).  Il bicchiere di vino che ti offre la vita, devi riempirlo. Altrimenti quando finisce, è finita proprio. Il Marco che ho conosciuto è persona determinata. Schematica. Metodica. Precisa. Ma anche un sognatore dinamico. Di quelli che non possono stare fermi per la voglia di imparare e fare. Di mettersi in gioco e non tirarsi mai indietro. A pochi km da casa dei miei genitori stavano costruendo l’azienda Falesco. Di famiglia Cotarella. A Montecchio insomma. Si parlava tanto di Cotarella in quel territorio. Re indiscusso di quella zona. Fu la prima porta cui andai a bussare per fare il tirocinio. Parlai direttamente con Pier Paolo Chiasso che era il direttore generale. Andai li con il curriculum. Lui (Cotarella) insegnava a Viterbo.  Poi andai a Montefalco nell’azienda Terre della Custodia che aveva avviato da poco il processo della vinificazione. Serviva un consulente interno e io ero molto giovane. 22 anni. Mi mandò li a fare esperienza.  22 anni. L’indole di chi ha voglia di spaccare il mondo. Ma con calma. Solo quando si sarebbe sentito pronto intendendo per questo l’aver maturato le competenze necessarie. Iniziai a scalpitare e sempre con lui ho avuto l’opportunità a 26 anni di essere catapultato in Puglia. Prese la consulenza da Leone de Castris e mi chiese se ne volevo diventare l’enologo responsabile. Per me fu una bellissima sfida. La accettai pensando di andare a farmi una esperienza lavorativa nel Salento per qualche anno. Invece poi ci sono rimasto. Abbastanza felicemente.  10 anni li in azienda. Un percorso che consente a Marco di capire che se voleva dar sfogo a tutta la sua voglia di fare occorreva intraprendere un altro percorso. Un percorso al quale aveva già pensato ai tempi della Facoltà a Perugia ma senza esperienza non si poteva proprio fare Volevo fare il consulente. Perché ti permette di avere una esperienza incredibilmente maggiore rispetto a lavorare nella stessa aziende con le stesse uve, gli stessi vigneti. Quando ho iniziato il percorso di studi era quello che volevo fare. Chi sa fa. Chi non sa, insegna. Non so se sia un vecchio adagio o un modo di dire che mi è entrato nel cervello da lungo tempo. Però mi è venuto in mente mentre parlavo con Marco. Nella mia vita professionale ho avuto a che fare con tanti consulenti. Alcuni bravi ed illuminati, altri meno. Ho sempre apprezzato poco i teorici, quelli che ti dicevano le cose per come si imparano ai corsi di management o di marketing perché poi, calate nella realtà, trovavano poco spazio. Un pò di più lo trovavano le loro parcelle. Marco è pacato. Possa le parole che comunque emergono spontanee. Semplice nelle espressioni. Determinato ma sempre con posatezza. Direi gentilezza che il tono della sua voce, ancora con forte influsso romano, mostra.  È una persona che programma. Che sa a aspettare. Senza essere impulsivo. Ha programmato anche l’essere un consulente enologico. Il tempo giusto. I modi giusti.  Quando ci si interfaccia con i produttori è sempre bene sapere come funzionano le cose. Nel 2018 mi sono dimesso da Leone de Castris iniziando la libera professione. Con con Cotarella i rapporti siano ottimi tanto che conservo ancora un paio di consulenze in Puglia.  Si fa presto ad essere stregati dal Salento e dalla Puglia. Non è solo sole e spiagge. Il Salento è il cuore pulsante della Puglia. Un tamburellante ritmo vitale che la Taranta rappresenta. La gioia di vivere che si incunea nei corpi delle persone abituate qui, da sempre, a lavorare la terra. Gli olivi, le masserie, le vigne. Ogni pietra sa di sale e sole. Sa di mare e di vento. Lu sule, lu mare, lu ientu. Marco vive a Lecce con la moglie e i due figli. In Puglia ha il grosso delle sue consulenze. Salento, Valle di Itria, Gioia del Colle, Nero di Troia. La percorro tutta. Lavoro in Abruzzo, Sicilia e Toscana. Faccio venti vendemmie in una. Cosi ho una visione più ampia. Attitudine personale. Ci sono enologi che hanno impiegato la loro vita in maniera splendida facendo crescere la cantina e il territorio. Persone che si sono dedicate anima e corpo ad un produttore, ad un territorio, ad alcuni vitigni. Con forza e dedizione, con costanza e caparbietà.  Per come sono fatto io ho fame di nuove cose. Le alternative erano due: cambiare una azienda ogni tre anni ma difficile per la famiglia o fare il consulente. Se hai voglia di conoscere nuovi territori, nuovi produttori che se ne escono con delle idee per le quali tu dici “non ci avevo mai pensato” o per le quali sei costretto a dire che non si può fare. Questo ti da una linfa variegata. Io sento questa necessità. Marco non solo vive l’azienda ma la vive, grazia al suo pragmatismo, per la parte che realmente gli interessa: quella enologica.  Per uno dinamico e bonariamente irrequieto, il lavoro in cantina non poteva essere propriamente per lui. Quando si sta in cantina come enologo, è impossibile fare solo quello. In cantina si fa di tutto ed è giusto sia così altrimenti non ci si starebbe con i costi. Il consulente gli consente invece di dedicare tutta la sua attenzione e determinazione nel modo che ama.  Potendo scegliere, scelgo di occuparmi quasi esclusivamente della parte tecnica. Fisicamente faccio sempre il giro dei vigneti, assaggio delle vasche per vedere delle criticità. Si possono fare dei lavori in cantina laddove non sono mai stati svolti. Si formano i cantinieri per materiali o pratiche mai arrivati in cantina. Io sono uno strumento pensante nelle loro mani.  I vini sono delle aziende. Le aziende rimangono gli enologi passano. Se ad un vino viene associato il mio nome, ne sono contento ma il vino non deve essere mio. Deve rimanere dell’azienda. È proprio questo il lavoro. Ecco Marco. Non una prima donna, non un comprimario. Forse un ghostwriter. Un suggeritore di battute. Avete presente a teatro quella buca posta proprio al centro del palcoscenico? Li dentro c’è il suggeritore. Un personaggio fondamentale per gli attori che vedono in lui l’amico, l’ancora di salvataggio per i momenti, che ci saranno, di totale appannamento. Lui è la sicurezza per il semplice fatto che c’è.  Il suggeritore può decretare il successo o l’insuccesso di uno spettacolo. È il regista occulto. Colui che può tranquillamente cambiare le sorti della serata.  Ricordo un bellissimo episodio del film Una estate al mare di Carlo Vanzina (2008) nel quale il grandissimo Gigi Proietti, grande anche come doppiatore (sapevate che è lui che doppia Sylvester Stallone in Rocky e grazie a lui abbiamo quel meraviglioso Adrianaaaaa?) interpreta il conte Duval che, smemorato, deve ricorrere al suggeritore per recitare nella commedia La signora delle Camelie. Lo trovate a questo link. Quando smetterete di ridere (ci vorrà un po’ di tempo, tornate a leggere l’articolo! Ho dei vini modello in testa come stile. Che rispecchiano la contemporaneità. Più verticali, dinamici, non opulenti. Vini che possono saper supportare l’invecchiamento ed evolversi in maniera migliorativa senza essere vinoni che stancano. Marco ha le idee chiare in fatto di vini. Le tira fuori quando servono e quando qualcuno gli chiede di fare qualcosa per lui.  Da quando ho cominciato il percorso del consulente, delle venti aziende che collaboro, più della metà sono nuovi progetti. Nati con me. Mi hanno detto: ho la vigna, ho venduto l’uva fino all’altro ieri e adesso voglio fare vino. Non sono stati tanti i vini che mi sono trovato già fatto. Da una parte mi fa piacere dall’altra non mi ha permesso di entrare in una azienda con un background produttivo serio. Il sogno di molti enologi o almeno di quelli che amano mettersi in gioco. Occorre stare spalla a spalla con il produttore. Non tirarsi indietro rispetto alle decisioni. Saper dire dei no.  È difficile anche mettere mano a vini già consolidati. Marco è riuscito anche in questo. Con Vallone per il Graticciaia, è uno di quei vini sui quali abbiamo fatto un lavoro di make-up spogliandolo rispetto allo stile opulento ed ossidativo. Su quel vino, gradualmente, abbiamo sempre di più tirato fuori il frutto, abbassando il residuo zuccherino nonostante sia un vino da uve appassite. Facciamo svolgere quasi completamente la fermentazione alcolica mentre prima era un vino molto molto morbido con uno stile ossidativo. Un vino che ha una storia abbastanza importante per la Puglia (più di trenta vendemmie). Ho fatto proprio una analisi scientifica attraverso lo storico delle etichette. Una super verticale delle trentadue andata di Graticciaia. Lo stile di trenta anni fa va interpretato. I primi Graticciaia erano secchi. Poi negli anni 90 sono aumentati i residui zuccherini, poi sono discesi. Adesso sono scesi ancora. Ecco questo è un tipo di vino dove, d’accordo con le proprietà abbiamo lavorato di fino. Smussando gli angoli. Rendendolo più bevibile e più verticale. Poi i nuovi vini e le nuove aziende.  Un’azienda salentina che imbottigliava ma era poco considerata è Marulli. Piccolina perché fa 70mila bottiglie. Cresciuta tanto in termini di visibilità e percezione del mercato. Era considerata una azienda fai da te. I risultati sono arrivati. Abbiamo creato un vino da Negramaro e Montepulciano, Malassiso. Non esisteva e ci sta portando grandi soddisfazioni.  Ho iniziato a lavorare con la cantina Curtomartino di Gioia del Colle, un territorio magico dove abbiamo lavorato per la doc con il bianco, il rosato che non fa nessuno, il Primitivo, l’Aleatico passito. Siamo usciti adesso con i primi due vini. Poi la riserva 2022. sono convinto che mi darà soddisfazioni. Sull’Etna ho creato un vino da un vigneto di un ettaro che si trova a 1000 metri sul versante sud ad Adrano. Dove ha investito anche Gaja. 5000 bottiglie di uvaggio diverso a piede franco. C’è del Nerello Mascalese, Greanche, Pinot Nero. Materia, struttura, eleganza e sinuosità Quando poi gli chiedo circa la sua filosofia in cantina mi da una risposta che mi fa letteralmente scoppiare a ridere. Sono democristiano. Sto nel mezzo. Il mondo non è bianco e nero. L’essere estremisti non porta mai a decisioni sagge. Sulle fermentazioni spontanee se il territorio ti consente di avere delle uve con parametri analitici corretti e la cantina ha livelli di pulizia adeguati, si può fare. Nei territori dove lavoro non c’è questa possibilità. Nel centro sud Italia è tutto più difficile. L’utilizzo dei lieviti è secondario. Ne sono convinto. Sono importanti perché ti danno una garanzia fermentativa e sono uno strumento che hai a disposizione per guidare da un punto di vista micro biologico la fermentazione alcolica essendo sicuri che lo zucchero si trasforma. Hanno un impatto aromatico ma fino ad un certo punto. Da un Trebbiano non uscirà mai un Sauvignon. Dove posso utilizzo lieviti che valorizzano la varietà dell’uva. Sulle varietà a carattere tiolico, cerco di utilizzare lieviti che lavorano sui precursori aromatici dei tioli. Se si utilizzassero lieviti indigeni con ph 3.30 e ph 6.5 c’è il rischio di penalizzare le potenzialità dell’uva e del territorio. Al tempo stesso cerco di non conciarlo il vino. Senza che abbia difetti. Ci sono tanti modi per proteggere il vino ma questo valorizza il territorio se non ha difetti altrimenti lo si rende uguali. Ecco, una risposta del genere fa capire quanto Marco abbia testa sulle spalle. Il suo essere “democristiano” lo porta a scegliere il meglio per i propri clienti. Senza estremismi e senza pensare che le cose si debbano o si possano fare solo in un modo. Alle volte si demonizza l’utilizzo dei lieviti selezionati ma è un modo poco intelligente di guardare alle cose. Specialmente quando non sono le proprie. I lieviti indigeni, quando ci sono, quando le condizioni di vigna e di cantina lo consentono, sono una ottima soluzione perché è segno che li si può fare. Non sempre però ci sono proprio le condizioni e in questo caso, occorre agire diversamente. Agire.  Siete riusciti ad inquadrare bene Marco e la sua esperienza? Perché solo così si può capire  perché abbia deciso di intraprendere una propria avventura che da consulente per i produttori lo fa diventare proprio produttore.  Era un pò che ci pensavo. Poco prima della passata vendemmia mi si è accesa la lampadina e mi sono detto: voglio provare a farlo. Più per gioco. Ho la necessità di trovare una zona franca.  Sono molto schematico nel mio lavoro. Ho tutti file excel. Abbastanza scientifico. Il lavoro deve essere il più sistematico possibile e avevo bisogno di una zona franca. Selvaggia.  Mi trovavo a fare tagli finali in cantina e pensavo a come ci sarebbe stato bene un ulteriore uvaggio. Complessità. Dobbiamo sempre valorizzare il territorio e i vitigni che coltivano ma avere la possibilità di avere qualcosa che sia estetica e basta, edonostica, organolettica, togliendo dalla testa il territorio ma seguendo l’istinto. Mi piaceva l’idea di cambiare ogni anno in funzione dell’annata. Quest’anno magari un  bianco, il prossimo un rosso… Ora però non è ancora il momento di continuare. Le luci si spengono come nella canzone di un pugliese doc, Domenico Modugno, L’uomo in frack È giunta mezzanotteSi spengono i rumoriSi spegne anche l’insegnaDi quell’ultimo caffèLe strade son deserteDeserte e silenzioseUn’ultima carrozzaCigolando se ne va Il fiume scorre lentoFrusciando sotto i pontiLa luna splende in cieloDorme tutta la cittàSolo va un vecchio frack   Lasciamo che passi la notte e aspettiamo l’aurora per svelare il progetto di Marco. Un indizio, nel prologo di questo articolo, così come nel titolo, già c’è. Tra un paio di settimane, il nuovo articolo. Anzi, la prima permutazione.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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8 Novembre, 2024

Tenuta Iacoangeli. Il luogo sicuro: la famiglia

Il 2025 sarà l’anno del Giubileo. Ai milioni di turisti che ogni anno visitano la città eterna, si affiancheranno i pellegrini per l’indulgenza plenaria. L’apertura della Porta Santa nelle quattro basiliche di Roma (San Pietro, San Giovanni in Laterano, San Paolo fuori le mura, Santa Maria Maggiore) darà il via ad un rito, quello che porta alla remissione dei peccati per se stessi e per i defunti, riconosciuto da ogni religione del mondo.  È sempre stato così e spero vivamente lo sarà per sempre.  Da due millenni i pellegrini arrivano a Roma. Da due millenni Roma necessita di posti letto, cibo, acqua, vino. In così grandi quantità che gli osti, da sempre, si sfregano le mani pensando ai guadagni e non alla qualità dell’offerta.  È per questo che il vino laziale non è mai stato troppo considerato. In Italia come all’estero era visto come il vino dei Castelli, l’urina degli Dei, il vino annacquato degli osti romani. Tanto era diffusa la pratica di allungare il vino con l’acqua da parte degli osti che Papa Sisto V, nel 1588, impose di servirlo non più nelle storiche brocche di coccio ma in quelle trasparenti di vetro. Come ogni legge che si rispetti, anche questa ebbe delle conseguenze.  Anzitutto gli osti, non potendo più usare acqua, aumentarono il prezzo del vino. Cosa che non dispiacque affatto alla Chiesa dell’epoca. Poi accadde che il Monte dei Cocci (o Monte Testaccio), notoriamente usato per smaltire le anfore che attraccavano al vicino porto sul Tevere, subì una inaspettata crescita. Infine, vi fu un elevato ingresso di risorse per le casse dello Stato Pontificio e dell’unico produttore delle caraffe in vetro, l’ebreo Meier Maggino di Gabriella. Come dire che a pensar male si fa peccato però a volte ci si azzecca.  Conseguenze a parte, l’elevato consumo e la richiesta di una bassa spesa indussero per anni, centinaia di anni, i produttori delle aree adiacenti a Roma a realizzare grandi quantità di vino a prezzi decisamente bassi. Mio padre e i fratelli hanno preso lavori diversi. Prima non era tanto semplice che venissero coinvolti nell’attività. Nonno aveva le sue idee e papà si andò a scontrare. Papà voleva fare nel 1982 il metodo classico e nonno gli rispose: ma che voi fa la Romanella? Mo se mettemo a fa la romanella… La Romanella. Che ricordi. La si beveva quando ero ragazzo nelle fraschette di Ariccia. Un vino dolce, frizzante, senza impegno. Si beveva quasi come una birra per accompagnare i piatti tipici dei Castelli Romani e l’immancabile porchetta. Si narra che fosse il soprannome di Giovanna Rinaldi, perpetua del Cardinale Ferdinando Taverna che, sbagliando, provocò la rifermentazione di una damigiana. Mettersi a fare la Romanella non era nemmeno nell’anticamera del cervello di qualunque produttore dei Castelli. Per loro il vino era fermo. Meglio se bianco. Ma comunque fermo. Le bollicine le lasciavano alle acque.  Incontro Paolo Iacoangeli e il padre Mauro. Loro, insieme all’altro fratello di Paolo, Matteo, sono la Tenuta Iacoangeli in quel di Genzano di Roma. Esattamente nel cuore dei Castelli Romani.  Nella canzone Nannì gita ai Castelli, pietra miliare della canzone popolare romanesca scritta nel 1926 da Franco Silvestri, Genzano viene citata dopo Frascati e Marino, prima di Arbano (Albano) Guarda che sole ch’è sortito, Nannì
che profumo de viole, de garofoli e panzè,
com’è tutto ‘n paradiso, li Castelli so’ così.
Guarda Frascati ch’è tutto un soriso,
‘na delizia, ‘n’amore, ‘na bellezza da incantà.
Lo vedi, ecco Marino,
la sagra c’è dell’uva,
fontane che danno vino,
quant’abbondanza c’è;
appresso viè Genzano
co’r pittoresco Arbano;
su viette a divertì,
Nannì, Nannì. Per inciso, se vi venisse in mente di organizzare una gita sui Castelli, consiglierei di partire o arrivare proprio da Genzano. Se non altro per questioni logistiche. Canzoni come queste se da un lato hanno rappresentato la popolarità e la schiettezza di questi luoghi quindi dei vini che si producono, dall’altro hanno contribuito a relegare quest’ultimi tra i vini mediocri. Ma si sa, non occorre mai fare di tutt’erba un fascio. Non tutti i produttori hanno sposato il Dio quantità a scapito della qualità. Così come, ai giorni d’oggi, non sono poche le aziende che, grazie alle nuove generazioni, stanno cercando di riportare i vini dei Castelli ai meritati fasti dell’antica Roma.  Qui i terreni sono a matrice vulcanica. L’influsso dei laghi di Albano e Nemi, rende il clima particolarmente idoneo alla coltivazione della vite. Il mare dista pochi chilometri. I venti spirano dal mare e dagli Appennini. Le altitudini dei vigneti sono ideali. Per l’idealità non so davvero cosa manchi.  Noi siamo una piccola azienda. Sei ettari di vigneto. Diviso in cinque varietà. Cabernet Franc, Petit Verdot, Viognier, Bellone, Malavasia Puntinata. Nel 2020 abbiamo ricominciato la vinificazione. Prima vendevamo le uve a varie aziende locali importanti. Abbiamo deciso di metterci in gioco e riprenderci quello che mio nonno già faceva. Ha sempre prodotto vino. Mio padre con i fratelli scelsero strade diverse.  Una attività iniziata con il trisavolo Giovanni ai primi del 900 o forse anche qualche anno prima fino ad arrivare al nonno, Renzo, l’ultimo a produrre imbottigliando. Mauro, il papà di Paolo e Matteo (ma anche di Camilla, ancora troppo piccola per lavorare in azienda), era quello che voleva fare il metodo classico. Non la Romanella. La passione per la vigna tanta ma il non poter afre le cose come avrebbe voluto non ha prodotto altro che un allontanamento. Almeno fino alla morte di Renzo. Papà faceva l’agente di commercio e vendeva macchine industriali. Alle quattro andava in vigna poi alle otto tornava a casa e partiva per farsi le sue due regioni: Lazio e Abruzzo. Ha fatto tanti sacrifici e ha portato avanti il vigneto anche quando nonno è morto. Il vigneto lo ha ereditato lui. È sempre stato quello più appassionato dei fratelli. Dal abbiamo iniziato a riconvertire i vigneti. Siamo entrati anche io e mio fratello. Eravamo piccolini ma già andavamo ad aiutare.  Parlare con le persone aiuta a capire. Si capiscono le storie, i trascorsi, le vite. Le difficoltà, i momenti belli e quelli meno belli. Ti accorgi di tante cose che capitano anche nella tua vita o magari di qualcosa che hai sempre pensato essere lontano milioni di chilometri da te. Parlare con le persone aiuta a capire come si superano le difficoltà.  Abbiamo levato il vecchio tendone ormai fuori uso. Dal 2008 al 2013 era stato un pò abbandonato per via di un tumore al cervelletto dei mio fratello. Non è stato un periodo semplice e la vigna venne abbandonata. Nel 2013 la riconversione partendo dai bianchi. Nel 2016 abbiamo levato i kiwi (due ettari e mezzo) e messo i rossi. Dal 2020 abbiamo acquistato il locale dove siamo adesso per fare il punto vendita. Poi il covid e non c’era nessuno per continuare i lavori. Così abbiamo deciso di allestire la cantina nel locale acquistato in paese. Nel 2020 la prima vendemmia cosi che la nostra avventura è partita. Paolo mi parla con una serenità di animo incredibile per un ragazzo come lui. Ma rileggendo bene il virgolettato, la tragedia è tra le righe. Quella di un bambino, quella di una famiglia tutta. Superata si certo, ma comunque una tragedia. Che aiuta a crescere. Che solidifica. Ma che segna.  Riconvertire è comunque la parola d’ordine. Non si tratta solo di convertire una vigna ma un modo di fare le cose. Prima di vino se ne faceva tanto e se ne vendeva ancora di più. Adesso se ne sarebbe prodotto poco e forse venduto ancora meno. Ma non poteva che essere così. Lo voleva papà Mauro. Neanche tanto per se stesso quanto per i suoi figli.  Le prime annate le abbiamo imbottigliata subito. Erano tremila bottiglie per tre etichette. 1000 di Petit Verdot, 1000 di Roma DOC Malvasia Puntinata e 1000 di Cabernet Franc. L’annata 2020 di Cabernet Franc ha vinto anche la medaglia d’argento alla Città del Vino. Da lì abbiamo ampliato la produzione cosi da essere a 15000 bottiglie. Non imbottigliamo solo. Vendiamo in baking box. Queste ci hanno dato il pane quotidiano grazie al covid anche.  Paolo è un ragazzo che sprizza felicità. Lo vedi schizzare da una parte all’altra della cantina. Lo incontri alle fiere del vino che saluta tutti con quel suo sorriso sornione. La voce squillante di chi fa qualcosa che lo fa stare bene. Lo completa. Una passione sconfinata che nasce durante il liceo scientifico.  Erano gli anni della riconversione del vigneto. In primo liceo mi hanno bocciato. Avevo altre priorità. Pensavo ad un’altra cosa. Non che ora non ci penso. In estate mi sono fatto tutta la vigna per espiare le mie colpe. Invece è stata la miccia che ha scatenato tutto. Ho capito quanto possa essere bello stare immersi nella natura. Tutta la fauna che c’è. Siamo in una parte selvatica. Ci sono gli istrici, le poiane, i falchetti, le volpi, i cinghiali. Poi c’è la pace. Da li è partito tutto.   Quando Paolo parla di “un’altra cosa” ridiamo di gusto. I miei ricordi di quando avevo quindici anni con gli ormoni in uno stato di elevato subbuglio mi fanno solidarizzare immediatamente con lui. Le bocciature non si giustificano mai ma se non altro si comprendono. Se non altro però, l’espiazione della colpa ha generato davvero una redenzione. Ho continuato a fare il liceo ma ogni anno ero sempre più attivo. A settembre andavo in vigna e qualche giorno a scuola lo prendevo come pausa.  Pause senza dispiaceri ovviamente. Però la passione per la vigna, l’aria aperta, la libertà, prendeva sempre più piede. Sarà che Paolo capisce che, come dice un vecchio proverbio romano Chi a Roma vvò gode s’ha da ffa frate. (Chi si vuole divertire a Roma deve farsi prete). È meglio insomma entrare in azienda se davvero i vuole divertire con il vino. Sono entrato sempre di più in azienda fino a quando, da maggiorenne, sono entrato a tutti gli effetti. Finché conferivamo le uve il lavoro era in inverno. La vendemmia era molto più immediata. Raccoglievamo con la macchina. Adesso abbiamo risparmiato questa sofferenza alle viti perché la macchina le fa soffrire e tanto. Raccogliamo a mano e in cassette da venti chili, mai come così da avere grappoli interri evitando fermentazioni spontanee. Ogni anno abbiamo imparato cose nuove. Dal 2021 abbiamo iniziato a fare le fiere. Abbiamo vinto la menzione speciale come migliore azienda familiare del Lazio.  È il 2016 quando Paolo entra in azienda. Papà, Mauro si barcamena tra la lavoro e azienda. Rispettato dai figli che, dotati (cosa rara) di una buona dose di umiltà, hanno sempre visto in lui capacità ed esperienza  Noi non avevamo esperienza e lui ci ha insegnato. Papà faceva il rappresentante ma per la vigna ci è sempre morto.  La mia è una storia di sacrifici. Adesso ho smesso di fare il rappresentante. È meglio stare in vigna. Ancora mi pago l’Enasarco. Però non si poteva abbandonare quel poco che avevamo costruito. Sia mia madre sia mio padre erano due famiglie che facevano il vino. Da sempre. Con mio padre c’è stato quell’attrito che ci ha allontanato. Poi mio fratello ha messo i kiwi, i babaco, le serre. Per me c’era solo il vino. Il kiwi viene dalla Nuova Zelanda ma che c’entra con noi? È vero che chi li ha fatti c’ha fatto i soldi però è pure vero che chi gestiva queste cose non sempre dava i soldi. I babaco ci hanno portato via tanti soldi. La pianta era favolosa me il frutto non era sto granchè. Un peperone dolce. Ha richiesto tanti soldi. Papà faceva il vino e lo metteva in bottiglie. Nel primo impianto venduto da queste parti con la sterilizzazione e non la pastorizzazione è stato il suo. Avevamo una tecnologia sull’imbottigliamento innovativa per queste parti. Il padre di mia moglie aveva fatto la pastorizzazione solo che rendeva i vini morti. Mantenere un vino era difficile specialmente dalla parti nostre con i bianchi. Che meraviglia ascoltare questi ricordi. Mauro parla con la sua voce acuta e squillante. In poche parole Mauro descrive una storia. La storia della sua famiglia. Le difficoltà. Le speranze. I sacrifici. I contrasti. Tutti passati. Tutti messi da parte perché alla fine, gettare via tutto non si poteva. Per la famiglia. Per i figli. C’è un velo di sofferenza nel suo tono di voce. Qualcosa che arriva da dentro. Dal passato. Una tristezza latente. Papà ha studiato agraria ed era partito per fare questo. Poi i casi della vita.. Nonno gli ha insegnato tutto. Con lui aveva un rapporto bellissimo. Ha imparato tutto dal nonno e adesso sta insegnando a noi. Piano piano ci ha dato più responsabilità. Ora in cantina c’è mio fratello Matteo mentre io mio occupo della parte commerciale e del vigneto insieme a papà. Sono diventato anche potatore. Ho imparato tante nuove tecniche. Abbiamo un consulente enologico ma Matteo ha studiato per questo. Ha fato agraria e Velletri. Piano piano sta studiando o meglio stiamo spingendo perché diventi enologo. Camilla ha sedici anni e pare che non ne voglia sapere nulla di vino. È presto per coinvolgerla ma la capacità delle donne in una azienda sono oro. Danno sempre una spinta propulsiva incredibile e instancabile  Infine mamma Martina, la più contenta di tutti che vede una famiglia unita e coesa. Soprattutto felice.  Non mi posso lamentare de sti ragazzi. Gli manca solo la responsabilità. Ancora non hanno capito che certe volte devono mettere al primo posto il loro futuro. Io cerco solo di indirizzarli. I vini li decidiamo insieme. Alle volte faccio degli errori e invece vengono ottimi vini. Prendo un pò dell’esperienza che mi hanno dato mio papà e mio nonno. Prima il vino era molto duro. Non era cosi. Adesso i profumi sono intensi. La bevibiiltà è fantastica. Prima si sentiva molto la solforosa. A me dava fastidio e ancora oggi mi da fastidio. Prima avevamo delle vigne con tutto dentro. Malvasia, Bellone, Trebbiano. La fermentazione era a temperature elevate. Adesso fermenta a tredici gradi uniformemente e lentamente. Se avessi detto a nonno di fermentare nel frigo mi avrebbe tirato una botte in testa. Nel 1982 volevo fare il metodo classico. Avevo preso le informazioni. Avevo i preventivi. Mio padre mi disse: ma come pretendi di mettere il vino nelle bottiglie e vende ‘na Romanella? Mio padre non capiva sebbene lui fosse stato uno molto avanti. Per lui però era una cosa che non andava.  Quest’anno abbiamo imbottigliato la base per fare il metodo classico con il Bellone. Però non mi non mi pronuncio perché dobbiamo imparare. Prima ce lo beviamo noi.  Sentire parlare Mauro con tutta la sua vibrante schiettezza è un tuffo nel passato. I ricordi di bambino, di quando mio padre mi portava a prendere il vino nelle cantine sociali dei castelli o nelle piccole botteghe. Le pizzerie con la Romanella e il vino nelle caraffe. Tutto mi sa di passato. Ma anche di grande modernità. Capire, nelle poche parole, la difficoltà di un uomo che avrebbe voluto fare cose diverse e innovative per l’epoca ma non era possibile. Si è sempre fatto cosi magari si sarà sentito rispondere Mauro. Produrre in maniera diversa, magari diradando in vigna o affinando in vino in cantina erano cose fuori dal mondo. Figuriamoci tenere le bottiglie ferme per qualche anno per produrre il metodo classico.  Noi ci siamo dati un obiettivo. Offrire ad ogni cliente ma un prodotto che sia non dico perfetto ma quasi. Cerchiamo di fare ogni lavoro in modo rigoroso e pulito. Sulla pulizia siamo intransigenti. Siamo affetti da un disturbo compulsivo della pulizia. Tipo Malati di Pulito. Quello che fanno in televisione. Mio fratello ci fa arrivare certe bollette della luce e dell’acqua. Abbiamo tecniche di santificazione a vapore. Abbiamo investito tanto per ottenere vini puliti. Vogliamo trasmettere emozioni e far vivere la nostra storia fatta di travagli e di peripezie. Di varie generazioni che ci sono succedute e hanno lasciato un piccolo segno in questo ambito. Vogliamo far vivere ai nostri clienti tutta la nostra storia. È anche un’arma a doppio taglio perché non possiamo fare il vino come lo faceva nostro nonno. Non mi piace però definirli clienti ma persone. C’è solo una cosa di filosofia. L’amore per la vigna e per il vino È quello che stavo dicendo papà. Me interrompi sempre. Eh sono il papà. Sette i vini bianchi prodotti dalle Tenute Iacoangeli. Quattro bianchi e tre rossi.  Tre vini bianchi in purezza da Malvasia, Bellone e Viognier; un blend, Roma DOC con Bellone (55%), Viognier (15%), Malvasia (30%). Due rossi da Cabernet Franc e Petit Verdot in purezza e un blend tra gli stessi due. Io ne ho assaggiati quattro. Il primo è il Bellone Roma DOC. Un vino essenziale e diretto. Sapido e fresco con sentori essenziali di limone e della sua foglia; salvia e timo. Poi una bella e spiccata mineralità. Infine sentori di mandorla. Fresco, tutto molto fresco con la nota di mandorla dolce a creare un piacevole equilibrio. 
Anche in bocca freschezza e mineralità sapida si sentono esaltando la facilità di beva. Va giù come una lama e lascia la bocca fresca e vogliosa grazie all’agrume che c’è in maniera equilibrata e sobria. Molto intrigante proprio perché essenziale e non piacione. Persistenza bassa così da renderlo perfetto anche per un semplice aperitivo. Non è un vino da sensazioni particolari ma è così immediato e decisamente essenziale che a bottiglia si finisce con estrema facilità! Sempre in tema di Roma DOC, la Malvasia Puntinata, un vino che definisco immediatamente, anticipando il giudizio finale, da applausi. Perché?
Già dal colore che è un bellissimo dorato. Lo si versa nel calice e c’è il primo wow. I sentori di mela, miele, mandorla, salvia, mentuccia, timo, agrumi, frutti tropicali, zenzero creano un meraviglioso mix che esplode anche per via del terreno vulcanico riconoscibile da un accenno di pietra focaia. Secondo wow. 
Il sorso è ampio, fresco, caldo con i suoi 15 gradi, molto sapido e tanto minerale. L’agrume che c’è nel sottofondo contribuisce a rinfresca e rigenerare la bocca. Il vegetale delle foglie di limone pulisce e dona equilibrio a qualcosa che dovrebbe, nell’immaginario, partire molto dolce. Terzo wow.
Intriga, strega e ammalia anche grazie ad un finale che vorrebbe andare verso l’amarognolo della mandola ma proprio non ce la fa. Applausi dunque. Questi territori, prima del bianco erano da rossi. Il mercato ha portato ai bianchi. Qui si è sempre piantato rosso. Mio padre ha sempre avuto una parte di rosso in gamma. Noi ci abbiamo sempre creduto. Qui si piantava il Merlot, il Sangiovese, il Ciliegiolo. Adesso stanno prendendo vitigni importanti. Sta arrivando il Cesanese, il Cabernet Franc. Il rosso è il 1571, blend di Cabernet Franc e Petit Verdot con affinamento in acciaio (ho provato la versione 2021).
Colore rubino con un lievissimo riflesso porpora. I sentori sono immediatamente freschi e verdi con la frutta rossa non ancora matura che viene fuori roteando il calice: ciliegie belle e croccanti, prugna, sottobosco. Quello che mi piace di più è proprio la nota erbacea che impreziosisce confondendo il naso. Una intrigante sensazione di finezza. Sentori che diventano prima densi per poi trasformarsi in vivi e freschi.
Anche il sorso sa di verde sa di fresco. Sa di tannini maturi ai quali non posso che associare il colore verde. C’è pienezza di bocca ed una ottima sapidità che si trasforma però in elegante finezza verticale ma anche spigolosità. Come se fosse un caldo abbraccio nel quale le unghie nella carne sanno di passione. Un vino  che si dimostra dunque estremamente interessante nel suo sapere di terra, di verde, di vigoria, di impatto. Fine per la sua persistenza non particolarmente elevata ma comunque di rispetto. Due vitigni particolari che legati senza legno e con solo acciaio ne fanno una bottiglia da ricordare. Infine un rosato, Diana, da Petit Verdot che è bello dal colore, affascinante dai sentori, convincente dal sapore.
Il colore è cerasuolo. Bello e limpido
I sentori sono di piccola frutta rossa come fragoline di bosco, ribes, arancia. Ma quello che spicca e mi lancia un bellissimo parallelo è che sembra di avere il naso in un bicchiere con del Campari dentro. Affascinante. Un Campari con sentori vinosi e un mix di dolce ed amarognolo.
In bocca ritorna il Campari con il finale lievemente amarognolo che si arricchisce grazie alla marcata mineralità cosa questa che, insieme al suo essere secco e fresco, comporta una buona persistenza.
Può accompagnare una pasta ma anche un aperitivo. Semplice, versatile, ben equilibrato. Cosa si può volere di più? Convincente!   Come espansione di terreno non abbiamo bisogno. Dobbiamo aumentare la qualità. Con i terreni possiamo arrivare fino a sessantamila annuali. Se capitano occasioni ci penseremo. A me piacerebbe il Semillon o il Petit Manseng. Ma vogliamo investire sull’ampliamento della nostra capacita di fuoco. Ad esempio il Viognier in purezza è stata una sperimentazione. Le ultime due annate sono state troppo calde con un vino da 16 gradi. Noi vogliamo fare un passo per volta. In queste zone l’errore fatto è stato quello di grosse estensioni per poi non sapere cosa fare del prodotto finito. Cosi che facevano scendere il prezzo. Noi siamo contrario a questo. Prima devo conquistare il mercato soddisfacendo i clienti. Se aumentano i clienti allora bisognerà aumentare la quantità La saggezza del padre. Di colui che ha vissuto il passato di queste zone. Lo scotto di aver sentito per tanto, troppo tempo, la stessa di Franco Silvestri. Fontane che danno vino, quant’abbondanza c’è Non se ne poteva più di vedere imprenditori che acquistavano terreni con l’unico scopo di produrre di più a basso costo (e bassa qualità).  I contrasti con il papà saranno stati anche per questo.  Quando siamo usciti con il Cabernet Franc sfuso ci hanno preso per matti. Veniamo da un paese dove vendono lo sfuso a 1.80 a litro mentre noi lo abbiamo messo a 5 euro al litro. A meno di quello non esce. In un mese abbiamo finito tutto.  Le persone sono molto attente a quello che vogliono bere. Non c’è più l’osteria perché si bevono tanti litri a settimana.  Un cambio netto di filosofia, del modo di pensare e fare. Dal “tanto per farne tanto” a “poco per farlo di qualità”. Che però nessuno in nessuna zona d’Italia si azzardi a parlare. Qui, sui Castelli, si faceva esattamente come si è sempre fatto in ogni parte d’Italia. L’unica differenza è il tempo e la vicinanza di un bacino come quello di Roma che, per inciso, tutti i produttori vorrebbero frequentare.  Ci tenevo a dire che siamo responsabili pure se papà dice il contrario. Dice cosi perché poi usciamo la sera a quando torniamo tardi abbiamo difficoltà ad alzarci ma ci alziamo lo stesso. Che bello vederli battibeccare. Con il sorriso. Con gli sguardi compiaciuti di un padre che sa di avere avuto una immensa fortuna con due figli completamente immersi nell’azienda; con quelli di un figlio che non solo fa le cose con amore e passione ma vede riflesso negli occhi del padre, tanta soddisfazione.  Il padre di mia moglie ha un negozio di abbigliamento e sarebbero potuti andare li a fare una vita meno dura e invece sono qui. Sono molto contento. Non abbandoniamo quello che è stato sempre fatto.  Mauro se ne è andato in fine dei conti per dei contrasti ed è tornato quando aveva la consapevolezza di poter fare. Mollando tutto per star qui. Andare e tornare. Andare per poi tornare. Cosa è questo se non un vero insegnamento per i ragazzi?  Si può scappare ma solo se si torna si ha il vero coraggio di affrontare la vita. Ed è per questo che a Mauro dedico una poesia di Trilussa, Vino bono. Non già perché beve del vino di Frascati ma per il finale che sa di luogo sicuro, di famiglia.  Mentre bevo mezzo litro,
de Frascati abboccatello,
guardo er muro der tinello
co’ le macchie de salnitro.
Guardo e penso quant’è buffa
certe vorte la natura
che combina una figura
cor salnitro e co’ la muffa.
Scopro infatti in una macchia
una specie d’animale:
pare un’aquila reale
co’ la coda de cornacchia.
Là c’è un orso, qui c’è un gallo,
lupi, pecore, montoni,
e su un mucchio de cannoni
passa un diavolo a cavallo!
Ma ner fonno s’intravede
una donna ne la posa
de chi aspetta quarche cosa
da l’Amore e da la Fede…
Bevo er vino e guardo er muro
con un bon presentimento:
sarò sbronzo, ma me sento
più tranquillo e più sicuro. PS I premi non hanno tardato ad arrivare! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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6 Novembre, 2024

Ingham, il Marsala Superiore che celebra la Sicilia

La saga dei Florio, narrata da Stefania Auci nei due romanzi I leoni di Sicilia e L’inverno dei Leoni si intreccia con la storia della Sicilia di fine Ottocento. I personaggi della Saga si incrociano nelle vie di Palermo, nei palazzi del potere. Si intrecciando vite, speranze, dolori, successi, insuccessi. Si tessono trame e si creano nuovi affari. Paolo Florio prima, Ignazio poi e infine Vincenzo Florio intrecciarono rapporti con l’inglese Benjamin Ingham, un commerciante tessile che, sulla scia dei Woodhouse iniziò la produzione e il commercio del vino Marsala tanto caro agli inglesi. Vincenzo Fiorio aprì a sua volta una azienda per la produzione del Marsala. Non per contrastare Benjamin ma perché gli pareva un buon affare e un buon modo per entrare nei palazzi nobiliari. Insieme, Vincenzo e Benjamin furono anche soci nella società di navigazione con i battelli a vapore con la quale il Marsala venne trasportato in tutto il mondo. Fu Benjamin Ingham che aprì la mente al giovane Vincenzo: il futuro, le aziende, le macchine a vapore, l’impresa. Persino le donne. Forse, senza Benjamin, Vincenzo Fiorio non sarebbe diventato quel grande imprenditore che tanto ha dato alla Sicilia e al mondo. L’intraprendenza di Benjamin lo portò ad aprire il suo stabilimento di produzione del Marsala (Baglio) a pochissima distanza da quello di John Woodhouse per poi aprirne altri a a Castelvetrano, Campobello di Mazara, Balestrate e Vittoria. Il suo vino, lievemente più dolce di quello di Woodhouse, è noto col nome di «Colli»; le qualità migliori vengono chiamate «London Particular», «Inghilterra» o «Bandiera». Chiamò a se suo fratello Joshua che, grazie alla sua esperienza in Spagna introduce a Marsala il sistema delle Soleras Y Criaders. Una produzione dunque innovativa, presto seguita da tutti gli altri. Purtroppo Benjamin non ha figli e il suo patrimonio passa al nipote Joseph Whitaker, un nome importante per il Marsala siciliano. Purtroppo la Grande Guerra e il Proibizionismo americano portano alla cessione dai Whitaker al gruppo Cinzano. È il 1928.   Oggi Ingham torna a vivere grazie a Vulcanica. Stefano Saccardi, veterano nel mondo degli spirits, e Sonia Spadaro, produttrice vitivinicola etnea, ideatori della pregiata vodka siciliana insieme alla socia Serena Bonetti, nella volontà di trovare un marsala semisecco di qualità che ben si accostasse al carattere di Vulcanica, con la collaborazione di Cantine Florio, hanno deciso di creare un prodotto di eccellenza nato in vigna ma studiato appositamente per la mixology, e per rendere perfetto il loro signature cocktail Sicilian Martini fatto con Vulcanica vodka, Ingham Marsala e il cucuncio tipico Siciliano. Ma che nome dare ad un prodotto così importante se non quello di colui che ha fatto la storia del Marsala nel mondo? Così rinasce oggi Ingham Marsala Superiore. Le uve pregiate È sulla fascia costiera di Marsala, Petrosino e nell’entroterra della provincia di Trapani, che viene coltivato il Grillo per la produzione di questo Marsala Superiore. Un terreno siliceo e ricco di terre rosse, vigneti allevati tipicamente ad alberello marsalese e/o a spalliera bassa con densità di almeno 4000 ceppi per ettaro, e un clima insulare con inverni miti ed estati calde e asciutte, caratterizzate dalla presenza di venti vigorosi. Il processo di produzione Vendemmia manuale e a maturazione avanzata per permettere la concentrazione zuccherina negli acini, che durante la pressatura rilasciano nel mosto le preziose sostanze contenute nelle bucce. Fermentazione a temperatura controllata e preparazione della concia con l’aggiunta di mistella al vino ottenuto, ovvero mosto cotto e alcol di origine vinica, per permetterne la fortificazione. Al termine della fermentazione il vino è pronto per il cosiddetto “innamoramento”, ovvero all’incontro con l’alcol che influenzerà l’evoluzione organolettica. L’innamoramento segna il passaggio tra le operazioni «atte a dare Vino», marcate dalla loro stagione agronomica, a quelle «atte a dare Marsala», caratterizzate dalla somma delle stagioni che si susseguono durante l’affinamento in cantina ed è qui che avviene la nascita di una “nuova creatura”: il Marsala Ingham. La maturazione di Ingham avviene per almeno due anni in botti di rovere.   Come l’ho trovato Il colore ambra, quasi aranciato che appare nel bicchiere è brillante. Coinvolge già quando le prime gocce iniziano ad uscire dalla bottiglia la cui etichetta è un bellissimo tuffo nel passato di fine Ottocento. Quando si prova a mettere il naso nel bicchiere si viene risucchiati come se vi fosse canto di sirene: crema pasticcera, frutta secca, miele di castagno, arancia candita, fichi caramellati, noci, nocciole, bacche di ginepro. Poi ancora un infuso di fiori secchi, noce moscata, chiodi di garofano, vaniglia, pellame, coriandolo. Sono i fichi caramellati che mi rimangono fissi in mente e nelle narici e ricordano quelli di nonna che derivava dai fichi aperti e lasciati seccare al sole. Il pellame è così intenso che sembro essere in un negozio di giubbotti di pelle. Il sorso è ampio, secco e con una nota dolce molto pervasiva ancorché meravigliosa. Il cacao e la noce caramellata vengono fuori attenuati dall’agrume. Non stucchevole e con una lunga persistenza a far rimanere i chiodi di garofano e il dattero ad emergere e stanziare in attesa di un nuovo sorso. La bocca rimane ampia e goduriosa così che questo Marsala conquista, ammalia, strega portando il godimento ad un livello superiore. Gli occhi si chiudono e immagino solo il bacio della mia donna che è necessario per condividere questo stato di grazia .   Da provare il  Il Sicilian Martini Un twist del Martini cocktail, il classico per eccellenza tra i top drink più bevuti al mondo, in una versione intrigante, morbida al palato e autenticamente Siciliana. La ricetta per prepararlo: 6 cl di Vodka Vulcanica 1,5 cl di Ingham Marsala Garnish cucuncio (il cappero gigante tipico siciliano)   Vulcanica Vodka Ingham è commercializzato da Vulcanica Vodka, l’autentica Vodka siciliana artigianale, distillata dal mix di 5 tipologie differenti di grani antichi (Perciasacchi, Russello, Timilia, Maiorca, Margherito) coltivati alle pendici dell’Etna, il più grande Vulcano attivo d’Europa e Patrimonio dell’Umanità. L’unica vodka con queste caratteristiche e proprietà organolettiche già molto apprezzate in diversi Paesi del mondo, primo dei quali in USA. Vulcanica e Ingham sono distribuite, per l’Italia, da Distilleria Nardini.   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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1 Novembre, 2024

Nina Trinca. Donatella, Andrea, Nina: risorgere

  C’è un prima e un dopo nelle cose della vita. Qualcosa che è accaduto prima. Qualcosa che accade dopo. A volte sono in connessione. A volte no. Un filo rosso, se c’è, occorre individuarlo cosi per provare a collegare quegli invisibili punti che ne tracciano la via.  Cosa è la vita se non un cercare di unire puntini attraverso il tempo, unico elemento che accomuna tutti? C’è un prima e un dopo nella storia di Donatella (Giovannangeli) ed Andrea (Trinca). Anzi, forse c’è pure un prima prima. Quando li vedi insieme, capisci cosa voglia dire l’amore tra due persone. All’apparenza diverse eppure complementari. Donatella studi al DAMS di Bologna. Scenografa prima, impiegata in una società informatica a Roma dopo. Guarda i casi della vita! Andrea di professione “serciarolo” (con la r non con la l di selciarolo). Mastro serciarolo per la precisione. Ora, per i non romani, un serciarolo è colui il quale è specializzato nella posa dei sampietrini (o sanpietrini) alias i blocchetti di leucitite che tanto fanno arrabbiare i romani per via delle strade scomode a piedi e in auto.  Steso er letto de rena, attacc’ar volo
a mette in sito serci… e serci assecco.
Piazza li sampietrini accosti, ar lecco
come blerge a l’accosto sur vetrolo. Così inizia una poesia di Luciano Luciani dedicata a Er serciarolo. Thanks to GalQuadrato, Giulia Iacobelli e Giulia Paiferlman Vignaiola la mamma di Andrea e comunque una famiglia impiegata nell’agricoltura. Famiglia borghese quella di Donatella.  Unione all’apparenza improbabile. Dubbi che al solo vederli insieme scompaiono all’istante. Anche perché tra loro, oltre ad esserci una stupenda intesa corredata di complici sguardi e teneri sorrisi, c’è Nina, una splendida bambina di quasi sette anni. Qualcosa ci deve essere stato prima prima. Qualcosa che li ha resi ancora più uniti. Non mi va di indagare facendo domande inopportune. La giornata è bellissima. Un lieve vento allieta e solleva dal caldo di un sole che splende. Passeggiare per le vigne è fantastico. Perché rovinare questo idillio? Chiacchierando con Donatella e Andrea l’impressione è di due persone che hanno sofferto. Ferite che lasciano il segno sulla pelle penetrando la carne. Ma non l’anima. Che rimane intatta. Tante volte abbiamo letto e sentito delle difficoltà del periodo del lockdown covid. Non mi riferisco al non poter andare al cinema o all’inventarsi runner per uscire di casa o ai ragazzi privati della scuola e della socialità. Mi riferisco alle vere difficoltà. Quelle che ti fanno piangere e disperare perché non sai letteralmente come arrivare a fine giornata. O meglio, neanche sai se ci arriverai. Sotto covid mi sono trovata in cassa integrazione per un anno. I soldi li ho visti dopo sei mesi al trenta percento. Lui con il cantiere fermo per quattro mesi. Dalla sera alla mattina ci siamo ritrovati senza stipendi, con una bambina di due anni e mezzo, mutuo, rate delle macchine, asilo che voleva comunque la quota. Sai che vuol dire piangere tutte le sere? Se non ci fossero stati i genitori non sapevamo come comprarci da mangiare. Poche, sintetiche, dure, angoscianti le parole di Donatella. In due magari te ne freghi ma quando c’è anche una bambina e niente o nessuno che ti possa supportare, il panico è esattamente quello che ti assale bloccando il respiro.   Vita vera. Dura e senza appello. Di quelle situazioni che solo le persone vicine possono in qualche modo conoscere e supportare. Meno male che c’erano i genitori a dare quel minimo di supporto. Santi genitori che in qualche modo ci sono sempre. Ma può l’Italia affidarsi sempre al nucleo familiare? Mah! Prima c’era un prima.  Noi stavamo cercando una casa con il giardino No, noi stavamo a cercare un appartamento più comodo.  Vabbè però io volevo un giardino.  Lui voleva una casa in campagna e io ci so cresciuta. Sono cresciuta nella classica casa di campagna da borghese. Qui vicino. Però i miei genitori avevano uno status che se lo potevano permettere. Giardiniere, golf, baby sitter. Io dicevo a lui: noi abbiamo un lavoro ma non che ci faccia fare la vita da nababbi. La casa in campagna non ce la possiamo permettere a meno che non ci facciamo una attività.  Poi c’è il poi ovvero il covid e altro che casa. Occorre pensare a sopravvivere. Poi se ne parla. Se se ne parlerà.  È la vita che ti riserva un altro puntino. Quello che non conosci ma poi arriva. Inaspettato. Ma arriva.  Mio padre vendette la casa di campagna perché con la mamma volevano ritirarsi in una situazione più al centro del paese e ha dato a me e mio fratello una specie di eredità anticipata che, non ci sono bastati, ma ha permesso di comprare questa casa. Un importante acconto e poi mutuo. Mutuo, prestiti. Di tutto. Ora stiamo tranquilli perché siamo qui. Il qui al quale si riferisce Donatella è Zagarolo, un piccolo paese alle porte di Roma. Magari conosciuto come nome per il film del 1974 con Franco Franchi Ultimo tango a Zagarol. Ecco sì, senza la “o”. Ma tutti se ne fregano e dicevano Zagarolo  Mi tocca mettere un altro “prima”. Però stavolta è un “prima” meno “prima”. Insomma “nel mezzo”. Perché mentre Donatella diceva ad Andrea che un conto era vivere in campagna da benestanti un conto da persone normali ecco che un altro puntino si presenta alla porta. Non ho manco finito di dire sta cosa che beccai l’annuncio di questa vendita. Stava fuori da una settimana perché poi fu assaltata. Ho fatto carte false per prenderla. Tolsero subito l’annuncio. C’era già una offerta in atto. Riuscì a rintracciare il proprietario e fare una offerta più alta. Alla fine.. Una casa di campagna con vigne annesse. Grechetto,  Sangiovese, Malvasia Puntinata. Il vecchio proprietario oltre ad essere in regime biologico aveva pure un piccolo locale che usava da cantina. Tutte le attrezzature ,imbottigliamento incluso. Le vigne non stavano un granché bene. Era solo e faceva ciò che poteva.  Solo che Donatella impiegata, Andrea serciarolo, di vino….poco o niente.  Lui viene da una famiglia contadina. La mamma era vignaiola. Ricordo il nonno si. Però a me piaceva tanto beve er vino A noi c’è sempre piaciuto bere. Zagarolo è terra di vini anche se non l’hanno mai sfruttato. Nel momento in cui ragionavo su cosa poter fare in campagna, comparve questo annuncio. Le cose non accadono mai a caso. Poi una azienda già certificata biologica. Noi cercavamo e lo volevamo fare. Io vengo dal teatro come scenografa. Ho studiato al DAMS di Bologna. Avrei voluto fare arte ma poi la vita mi ha portato in una s.p.a. Avevo la preparazione a livello artistico che serve per un progetto come questo perché ci muoviamo bene a livello di sito, pagine, etichette. Poi anni di esperienza in una spa mi permette di gestire il processo aziendale a livello di carte, progetti Senza di lei io…tante volte dico: ma lasciamo perde famo il vino per noi La gente non pensa ma ci è voluto un anno e mezzo solo di carte… Le ultime carte so arrivate due giorni e mezzo prima di vendemmià lo spumante. Abbiamo perso la prima vendemmia 2021 e rischiato di perdere anche la 22 perché se non hai l’inizio attività non puoi Lei ci si è messa e c’è riuscita Sono diventata la stolker degli uffici romani. Sacro e profano uniti insieme. Divisi a metà. Ognuno con la propria metà del mondo che però combacia perfettamente con l’altra. Decisi, determinati. Forse dettati da una innata disperazione. La voglia di riemergere. Di vivere. Di tornare a vivere. Siamo divisi a metà. Gli dico che non siamo intercambiabili perché io non so fare quello che sai fare tu. Non metto bocca sulla produzione. Il nostro enologo è anche agronomo e m’ha insegnato tanto. I genitori hanno fatto questo tutta la vita. È vero che sono vecchia scuola però il primo anno sono stati un grande aiuto nonostante abbiano una età. La madre è pensionata vignaiola per le vigne dei castelli romani. Andrea che si dedica alla vigna e alla produzione nonostante un lavoro pesante come quello del serciarolo. Vado prima li poi torno li. O il contrario. Diciamo diciotto ore a palla. Però quando io arrivo qui e dopo due ore di macchina, parcheggio, apro lo sportello e cambia il mondo. Lei mi dice che me sono dimenticato di loro. Ma qui c’è tanta roba da fare Alle nove di sera lo chiamo per dirgli: ma vieni a casa? Ascoltarli è qualcosa che merita il prezzo del biglietto. Sono frasi dette in simbiosi e con il sorriso sulle labbra. Sguardi che si incrociano mentre la mia piccola Azzurra gioca con Nina che le fa da sorella maggiore. È un clima meravigliosamente idilliaco. Su Zagarolo ci siamo noi appena nati che facciamo un prodotto che punta alla qualità e qualche altra cantina. Per fare qualità devi lavorare la testa. Lavorare un vigneto in un certo modo.  Prima qui era tutto cordone speronato ma l’enologo mi ha detto che per i bianco dobbiamo fare Guyot. Questo è il terzo anno e piano piano verrà sempre meglio.  Anche l’enologo ci dice che abbiamo fatto cose eccellenti in così poco tempo. Con la prima raccolta ci siamo resi conto che un grappolo stava qui, uno li. Il vecchio proprietario era solo. Faceva il vino lui. Faceva tutto qui. Anche l’imbottigliamento. Quando ho comprato diceva che aveva tutto. L’imbottigliamento qui non possiamo farlo perché non è sterile.  Come fanno qui intorno. Ma cosi le bottiglia non sono mai uguali. Noi abbiamo l’enologo perché io faccio il serciarolo, lei lavora in amministrazione, qualcuno mi dovrà aiutà. Ci posso mette la passione o i libri ma l’enologo ci vuole.  Un confronto ci vuole sempre Le etichette le ho fatte io che vengo dall’arte ma ho pagato per farle perché altrimenti non mi posso criticare. Avevo bisogno di un occhio esperto che fa etichette da tanto tempo. Stessa cosa l’enologo. La cantina è piccola. Poco più di un ufficio. Le botti dove sta riposando il rosso, poi in un’altra stanza i serbatoi per i bianchi. Scatole di vino accatastate con curo. Si vede che Andrea è guidato dalla mano di una donna.  L’anno scorso abbiamo prodotto per diecimila ma non sono uscite. Il metodo classico è in grotta e ci sarà tra poco. Il Cabernet che è stato un anno nel tonneau nuovo. Massimo che possiamo fare sono diecimila bottiglie. C’è anche una cantina che qui si chiama grotta. In effetti ha le sembianze di una grotta perché evidentemente scavata con il piccone. O a mano. Qui a Zagarolo tutte le case ne hanno una. Quando si apre la porta si viene immediatamente accolti da un pazzesco cambio di temperatura. Fuori fa caldo e quando si inizia a scendere la ripida scala. Gli otto gradi arrivano subito a raffreddare tutto e tutti. Uno sbalzo termico indifferente che garantisce la perfetta conservazione dei vini. Ed in effetti nelle nicchie sono riposte le duemila quattrocento cinquantatré bottiglie di metodo classico a riposare beatamente al buio e al fresco. Mi piace tantissimo questa cantina o grotta che dir si voglia. Mi ricorda la cantina del nonno a Camigliano. Nonno Antonio non mi ci faceva mai andare perché pericolosa (come in fondo lo era). Li c’era tutto il suo vino. Quando Mimma (nonna materna) dichiarava che da li a poco si sarebbe mangiato, nonno Antonio diceva che andava a prendere il vino in cantina. Non riemergeva se non quando qualcuno andava a chiamarlo. Unico problema era il cammino, barcollante, tra la cantina e la sala da pranzo. Mimma arrivò a mettere acqua nelle bottiglie provocando uno dei litigi più chiassosi della storia.  È proprio vero che le persone hanno in se tanto. Solo parlando, creando la giusta atmosfera, toccando i giusti tasti, si instaurano dei meravigliosi, seppur brevi rapporti utili ad entrare nell’anima di queste. Quando con Donatella iniziamo a parlare dei vini, delle etichette, dei nomi, è come se ci conoscessimo da una vita. C’è un tale livello di complicità che rimango in pace con me stesso ascoltando le sue parole. I nomi dei vini derivano tutti dalle Sacre Scritture. Noi venivamo dal momento cosi duro e difficile e la promessa che avevo fatto a me stessa fu che mai più ci saremmo dovuti ritrovare in quelle condizioni. In questo progetto abbiamo riposto la nostra speranza più grande. Una sorta di resurrezione.  Resurrezione con tutti i risparmi. Tutte le finanze. Tutto ciò che Andrea e Donatella potevano immettere in questa avventura. Loro stessi. Tutto abbiamo riposto. Noi, le nostre fatiche fisiche e psicologiche. Materiali  Dedicando una azienda a Nina: Nina Trinca.  Con questo cognome c’era poco da pensarci! Piccola digressione. In romanesco il verbo “trincare” non è solo bere. Ma è bere con gusto e quantità. Si dice “te sei trincato un litro de vino” per dire che hai divorato un litro intero.   Ci stavamo impazzendo e avevamo solo lei. Ho una malattia autoimmune con la quale riesco a condurre una vita normale. Ci sono dei momenti difficili nei quali faccio più fatica rispetto ad una persona sana rispetto agli incidenti della vita. Anche un semplice raffreddore, diventa polmonite. Altri figli non li abbiamo potuti prevedere. Comunque è lei, ha il nome, il cognome, si presta. Anche perché un domani sarà tutto suo. Penso che le stiamo lasciando una grande eredità. Penso che le stiamo lasciando il buon esempio perché vede che ha due genitori che le sorridono, che lavorano, che le insegnano tante cose, che la portano in mezzo alla natura. Nelle occasioni anche a visitare posti nuovi. La speranza è che possiamo regalarle non la ricchezza perché siamo talmente piccoli che non succederà. Però il sostentamento, la tranquillità. Noi guadagniamo benino. Io sono un part time e il lavoro di Andrea con tutta la fatica che fa non è tanto ma non è poco ai giorni d’oggi. Se noi riusciamo a guadagnare qualcosa da questo posto lavorando per gli altri, staremo bene. Senti qui che pace. Questo è il progetto nostro.  L’intimità di queste parole è stupenda. Tanti puntini che si collegano insieme. Una coppia che diventa famiglia. Una malattia che è una spada di Damocle. Il covid. I sacrifici. La casa in campagna. L’idea del vino. La voglia di lasciare qualcosa a Nina.  Nina che continua a sorridere scorrazzando per le vigne con Azzurra. Nina che la riconosci come una bambina felice e tranquilla. Due genitori meravigliosi. Innamorati. Infaticabili. Sempre con il sorriso. Donatella che affronta tutta la sua vita con un sorriso disarmante. Provate a vedere la pagina Facebook e capirete. Non c’è voglia di arricchirsi da questa attività. Solo ed esclusivamente quella di lasciare un futuro a Nina ed Andrea. Quando parlo con Donatella, quando scrivo “Nina ed Andrea” capisco. Ma non voglio scriverlo. Noi vorremmo arrivare alla sostituzione almeno di Andrea. Lui che possa dedicarsi solo a questo. I nomi dei vini esprimono comunque concetti di rinascita. Come rinascita, risurrezione, nuova vita è l’intera avventura di questa famiglia. Io conoscevo bene queste storie e ho legato il progetto dal primo momento alla rinascita. Sono molto credente, non cattolica, cristiana. Ho dedicato questa cosa alla spiritualità. Sono profondamente cristiana. Lo sono sempre stata ma l’ho scoperto da tre anni a questa parte. Ho capito che vivevo nei precetti cristiani ma non lo sapevo. Poi ho preso coscienza di questo. Serenità d’animo. Serenità nelle cose che fanno. Serenità nella famiglia come nella coppia. Voglia di rinascita anzi di resurrezione. Speranza di resurrezione.  Eloì che è rosso significa signore mio. È l’unica etichetta che si distingue dalle altre perché ho rappresentato il cervo e non una persona. Cervo è il trionfo Del bene sul male. Un trionfo di uva sempre legato al fatto che mi auguro il trionfo della nostra azienda. Un trionfo non economico che di deve stare ma di tranquillità. Non avidità. Mi dispiace quando la vedo negli altri.  Eloì è il blend paritario di Merlot e Sangiovese grosso con affinamento in solo acciaio.
Pieno è il Merlot, fresco il Sangiovese. Così la teoria, cosi la pratica. Un vino che è cosi schietto che sembra quasi scolastico. Ma scolastico non è. Perché mica è semplice fare un vino che sa di quello dal quale proviene. Il trionfo è proprio il mantenere questi due vitigni uniti nella loro complementarietà. Ci sono tutti i sentori pieni, fruttati e vegetali del Merlot. Ci sono le freschezze e le florealità del Sangiovese. C’è il sorso fresco e pungente del Sangiovese come c’è la morbidezza del Merlot. Il tannino, le noti fresche, la morbidezze, si bilanciano con la sapidità a fare da arbitro. La frutta che è quasi matura al naso, diventa matura in bocca così da donare, unendosi alla freschezza, una piacevole ampiezza. Un vino che vive e vive di vita vera ma che, essendo mortale, non potrà durare a lungo. Del doman non v’è certezza. Talitha è il meraviglioso rosato da Merlot e Sangiovese grosso. Un vino dedicato a Nina già dal nome, di origine aramaica che vuol dire “fanciulla, alzati” (fa riferimento all’episodio della resurrezione della figlia di Giairo, quando Gesù disse: «Talità kum», che significa: Fanciulla, io ti dico: alzati!). Meraviglioso, tenue e incredibilmente delicato. Come una fanciulla. Nel calice è un rosa quasi aranciato. Il naso è incredibile per le sue note di pesca sapientemente miscelate con petali di rosa, fiori di mandorla e di campo. Ne sento la morbidezza che si accentua con i frutti tropicali e la mela e qualche frutto rosso. 
In bocca torna immediatamente la pesca, prepotente e avvolgente. Come se quella fanciulla si fosse veramente svegliata. Mantiene la morbidezza e la tenue freschezza creando un incredibile equilibrio. La sapidità dei terreni di riporto vulcanico, pian piano, emerge lasciando, dopo una discreta persistenza, la piacevolissima sensazione di pesca percoca. Giairo è la Malvasia Puntinata. Giairo, capo della sinagoga e padre della fanciulla risorta, è un nome che in ebraico vuol dire Javhé irradia (dove Javhé è il Creatore).
Questo vino irradia tranquillità. Sarà per gli effluvi della Malvasia o per quel meraviglioso bilanciamento con un finale di mandorla dolce, ma questo Giairo, si finisce. Accompagnandolo ad un pesce (anche un semplice calamaro) o dinanzi alla tv. La suggestione è provarlo con un dolce tipo una tartelletta alla crema. 
I sentori della Malvasia escono puliti dal calice. La delicatezza della pesca bianca, della mela, della pera. La freschezza delle erbe: del tiglio, della camomilla, della saliva. La pungenza del balsamico e della mineralità. La dolcezza elle note vanigliate attenuate dagli agrumi. Voluttuosità, freschezza e tanta morbidezza aromatica che associo, chiudendo gli occhi, al colore giallo.
La dolcezza di sottofondo spicca anche al sorso che si dimostra ampio ancorché verticale. Secco, fresco e decisamente sapido, come se la mineralità dei terreni vulcanici spingesse per emergere e farsi notare. Le note mielose, sempre in compagnia degli agrumi tornano per espandersi bilanciandosi perfettamente e fornendo una sensazione di calda tenerezza. 
Mi abbandono al sorso. Non ne posso fare a meno. Ho assaggiato anche il Cabernet che uscirà a breve. Ancora non è pronto perché è una prova di botte. Ma le prospettive di questo vino sono incredibili. Va aspettato e poi sarà grande.  Trovare e collegare i puntini della propria vita non è semplice. Ci si può perdere. Dinanzi ad una difficoltà o ad una distrazione, perdere la via è un attimo. Da li in poi, trovare il puntino dal quale ripartire, può essere impossibile.  Se hai in te la serenità e la felicità dettata dall’apprezzare ciò che hai intorno, persone o cose che siano, i puntini ti si presenteranno davanti senza sforzo.  Donatella ed Andrea sono così. Felici e sereni. Con una figlia che cresce in un ambiente nel quale anche lei è felice e serena. Se arrivi qui a Zagarolo, sei accolto in famiglia e respiri quest’aria, ne vieni pervaso, ne fai parte. Tutto qui intorno ne fa parte. È così intensa che anche i grappoli ne sono pervasi. Possono i vini non farne parte? Impossibile. Davvero impossibile.  Qui tuto sa di felicità. Quella semplice. Per questo chiudo dedicando a Donatella, Andrea e soprattutto alla piccola Nina una poesia di un poeta romano, Trilussa C’è un’ape che si posa
su un bocciolo di rosa:
lo succhia e se ne va…
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa. Thanks to GalQuadrato, Giulia Iacobelli e Giulia Paiferlman     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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25 Ottobre, 2024

Amanda e Gianni. Delinquent, galeotto fu in Nebbiolo

Secondo i più recenti dati ISTAT, in Italia risiedono 15.582 persone provenienti dagli USA. Per lavoro, perché sedotti dal Bel Paese o magari da qualche italiano o italiana. Chi può dirlo.
Solo 857 hanno trovato ospitalità in Piemonte. 482 sono donne.
Amanda Courtney è una di queste. È arrivata in Piemonte nel 2011 sedotta dal Nebbiolo prima, da Gianni Albesano poi. Anche se non ho ancora ben capito chi abbia sedotto chi. Due caratteri indubbiamente particolari. Amanda esplosiva e sempre sorridente. Gianni all’apparenza pienamente piemontese nella sua posatezza si rivela invece una di quelle persone che non sta mai ferme con la voglia di fare tante cose. Lui era molto attivo. Ha tenuto tutti sulle punte dei piedi. Keeps everyone under feet we say in english. È sempre running. Così attivo dunque impegnativo che il nonno lo chiamava scherzosamente “delinquent”. Una parola che, anche se in piemontese, è comprensibile sia in italiano sia in inglese. Tanto che Amanda e Gianni non ci hanno pensato un attimo quando hanno dovuto scegliere il nome per la loro azienda. Volevamo avere un nome non tradizionale. Giovanni Albesano o Amanda non andava bene. Delinquent riportava un pò la lingua piemontese ed è anche una parola che mia mamma può dire tranquillamente. Una coppia nata in cantina. In quella cantina nella quale Amanda faceva il suo stage e Gianni lavorava. Io vengo da Stati Uniti come si sente sicuramente dall’accento. Sono nata vicino Boston e ho vissuto prima di venire in Italia a Los Angeles per circa dieci anni. Li ho cominciato questa strada di vino. Formazione completamente distante dal vino quella di Amanda. Studi legati alla lavorazione dei metalli e un impiego, negli USA, nell’ospitalità. Mi sono trovata a lavorare in posti belli e fighi. Li è cominciato il percorso nel vino. Cominciato per caso. Facevo la cameriera. Assaggiando i vini mi sono stupita perché dietro c’è una storia che da la diversità. Primo impatto ad effetto wow insomma fino a quando, nel 2011, si ritrova in Italia ad imparare di più di quello che era un suo grande amore: sua Maestà il Nebbiolo. Gianni, nato e vissuto a Castagnole delle Lanze (AT) da una famiglia il cui nonno aveva delle terre con vigne vendute prima che morisse. Impegnato da oltre ventitré anni, come vignaiolo prima, cantiniere poi, in una importante azienda produttrice di Barolo e Barbaresco. La stessa sede dell’incontro con Amanda. Sono venuta per il Nebbiolo e rimasta per Gianni. È stato un matrimonio combinato. Non abbiate paura. Non è uno di quei matrimoni nei quali i genitori degli sposi si mettono d’accordo in anticipo. Amanda è meravigliosamente così e utilizza termini non sempre in maniera corretta. Anche se parla l’italiano meglio di molti altri italiani che conosco. Lo parla con quell’inconfondibile e marcato accento di un americano in Italia. La sentite parlare e capite subito che è americana. No way! La famiglia con la quale lavora e nella quale è cresciuto (con la quale stiamo ancora insieme tanto) stavano cercando di spingere Gianni verso me. Come straniera posso fare solo novanta giorni. Gli ultimi mesi i miei genitori sono venuti qui per un viaggio. Era la prima volta fuori gli Stati Uniti. Siamo stati nel sud perché i miei bisnonni venivano da Avellino. Campania, Puglia poi Roma. Gianni è venuto un we a Roma e io ho pensato per dirmi ciao ciao. Ha conosciuto i miei genitori e mio papà si è innamorato di lui cosi da invitarlo a casa nostra. Mio papà aveva l’amore per il cibo schifezza e voleva invitare Gianni per farglielo conoscere negli USA. Lo ha invitato per natale. Gianni è venuto. Ha conosciuto tutta la mia famiglia e dopo il pranzo la mia famiglia ci chiedeva quando ci sposavamo. Da li è nato tutto. Che paradosso. Un piemontese nato e vissuto nella patria del buon cibo e del buon vino che, tra un hot dog e un hamburger, si innamora e si sposa. Ora si capisce bene la manovra a tenaglia. Anche se possiamo certamente dire “galeotto fu in Nebbiolo” perché elemento di congiunzione tra Amanda e Gianni. Solo che, come al solito, una citazione del genere non può che farmi scattare nella testa qualche film o canzone. In questo caso, la canzone di Renato Zero Galeotto fu il canotto Il cielo è azzurro, il mare è bluPer la merendina, ci pensi tu!Partiamo alle cinque?Torniamo alle otto?!Affittiamo il canotto!Affittiamoci un canottoE prendiamo il largoVerso il mare bluOh, oh, oh, caraRemo un po’ io, remi un po’ tuHai portato il gorgonzolaL’emmental, le uovaCioccolata e the?Oh, oh, oh, caraCosa farei senza di te! Sposati e in Italia, Amanda si impegna nel promuovere il territorio delle Langhe con i turisti americani e Gianni continua il suo lavoro in cantina. Fino al 2017, quando lo zio di Gianni chiese a quest’ultimo se avesse voluto acquistare una vigna. Un ettaro di nebbiolo attaccato alla casa della mamma di Gianni. Insomma parte di quei terreni venduti nel 2003 alla morte del nonno. Dissi a Gianni che aveva tanti anni nel vino, io posso assaggiare qualcosina…da li è nato tutto. Gianni lavora ancora. Gli piace il suo lavoro. Va li con piacere. Segue le lavorazioni dei vini rossi. Non ha studiato enologia ma è cantiniere. Una volta si occupava anche delle vigna. Adesso segue qualcosa come trecentomila bottiglie rispetto alle 12/14 mila di Delinquent. Delinquent come azienda nasce nel 2018 su insistenza proprio di Amanda che, entusiasta come non mai, convince Gianni. E deve pure intestarsela! Io ho spinto per crearla perché avevo già la partita IVA. Prima del vino facevo promozione del territorio. Wine education e classes per stranieri come libera professionista. Lei nel mondo del vino ci stava in qualche modo. La partita IVA l’aveva. Gianni dal canto suo poteva avere le terre mentre di esperienza ne aveva e tanta. Gli ho detto: prendiamo subito che sei scemo? Lui aveva un pò paura. È una cosa grossa. È più grande di noi gestire l’azienda. Anche se noi siamo piccoli c’è tanto lavoro. Stiamo costruendo la cantina e la sala degustazione. Insieme imparano. Insieme lavorano. Con Gianni che s’impegna anche nei corsi per la potatura capendo che la potatura di del Nebbiolo è altra cosa. Se si sbaglia non si fa l’uva. È un corso molto bello per la vita delle piante. Qui la media delle viti piantate è venticinque anni. Con questo metodo cerchiamo di fare rese più basse. Facciamo tremila bottiglie di Nebbiolo. La vigna dello zio è un ettaro circa. Acquisita nel 2017. Li c’era il Nebbiolo impiantato nel 2003. Abbiamo comprato un altro pezzo di mezzo ettaro e poi affittiamo altri due pezzi per Freisa e Grignolino per un totale di tre ettari e mezzo. Gianni si divide tra il lavoro che da uno stipendio fisso e l’azienda. Amanda ha smesso il lavoro di promozione e si occupa più della vigna per lasciare lui più libero. Tre ettari e mezzo, sparsi tra vari comuni, richiedono un impegno intenso. Altrimenti facciamo otto giorni a settimana. Serve un enologo? A parte l’esperienza di Gianni qui hanno inaugurato una nuova formula. Abbiamo i nostri amici nell’ambito del vino che vengono ogni tanto ad assaggiare. Lavorano nel settore del vino. Ci parliamo così che qui è quasi un Social Wine. Che meraviglia. Altro che social network e digitale. Qui c’è concretezza pura e soprattutto quella socialità che è il vino stesso a chiamare e chiedere. Amici che arrivano e ti danno un parere. Che puoi seguire o meno ma perlomeno sai cosa ti aspetta. Si assaggia il vino, si mangia qualcosa e la socialità, quella vera, è fatta. Parlando di socialità Amanda mi dice una cosa che se fosse stata detta da un’altra persona l’avrei presa come una furbata commerciale. Lei no. Sia per come la dice sia perché se la si conosce è facile capire la sua schiettezza. La nostra casa è in Castagnole. In paese. Alla vigna c’è una casa che non è però grande per vivere i e fare attività contemporaneamente. Abbiamo deciso di lasciarla perché ha una vista strepitosa. È un peccato se la teniamo solo per noi. Vogliamo condividerla con tutti perché è un posto meraviglioso. È un peccato se la teniamo solo per noi. Quando hai dinanzi agli occhi un paesaggio del genere hai due strade: tenertelo tutto per te oppure condividerlo.
Amanda e Gianni hanno scelto di condividerlo. Un motivo di business certo che c’è dietro. Ma loro sono piccoli. Troppo piccoli per pensare che una cosa del genere possa avere un così alto valore aggiunto, in un così meraviglioso territorio, da sfruttarlo in tal senso.
Condividere questo luogo. Condividere la meraviglia della vista e dei profumi. Il resto, semplicemente non c’è. O verrà. Ma no ora. Io cerco di aiutare in tutti i modi per la commercializzazione. Siamo in una zona dove tutti fanno vino e uscire come nuova realtà è complicato. Abbiamo un importatore negli usa. Stiamo cercando per espanderci li, poi Canada e Europa. Obiettivo dichiarato è arrivare a sette ettari e spingere ulteriormente la commercializzazione negli USA. È li che Amanda può dare il vero valore aggiunto.
Gianni? Nessuno sa quando Gianni si staccherà dall’altra azienda. Non è che stiamo andando indietro con l’età. Amanda lo vorrebbe tutto per se Gianni ma sa che è ancora impossibile e incompatibile con l’azienda attuale. Con sette ettari però, da sola non ce la farebbe. Avendo una cantina (che oggi è in costruzione) anche peggio. Senza Gianni, il sogno, non sarebbe possibile. Vediamo nel tempo cosa lui decide. A lui piace il suo lavoro. Facendolo da tanti anni se lo sente suo. Sarebbe come lasciare una persona con la quale sei stato insieme da tanti anni. Una coppia solida. Una vita che scorre. Una azienda che comincia ad ingranare. Una rete di amici che li supporta e che Amanda stimola con continue iniziative. Nessun figlio all’orizzonte. Ai figli non pensiamo. Mia sorella ha due figli dunque se i nipoti vogliono venire a darci una mano ci fa piacere. Il più grande ha 14 anni e la piccola 10. Vivono a Boston. L’età perfetta per lavorare. Mia mamma viene a settembre per fare la vendemmia. Poi ci da una grande mano per la cena.
Gianni e Amanda, la Delinquent, produce quattro vini. C’è il Nebbiolo, quello della prima vigna. Poi due vini che sanno di Piemonte vero. Quello di un tempo. Quello dei nobili e quello della gente comune. Fatto di vini che si trovavano sulle tavole delle osterie come su quelle dei nobili. Ci piaceva portare l’importanza di queste uve dimenticate. Volevamo poi un bianco che facesse la malolattica non avendo le vasche per la temperatura. Il Cortese poteva andar bene. Il bianco ci serviva per berlo in estate e fare cash. Tutti i nostri vini fanno un passaggio in legno per dare importanza. Il Grignolino non scherza perché è complesso. Abbiamo fatto una macerazione più lunga della norma per avere più colore e tannino. Può invecchiare. Possiamo dimenticarlo in cantina. Lo stesso per la Freisa perché vogliamo riportare l’importanza del Nebbiolo nella Freisa. Volevamo fare una cosa importante con la Freisa. Il Nebbiolo è fine ed elegante con il tannino importante. Per la Freisa volevamo il carattere molto grezzo con il tannino spigoloso e l’acidità forte. Tutta l’operazione è una sorta di sperimentazione ibrida: vitigni piemontesi generalmente bevuti freschi e senza legno resi longevi. Senza Smussare nulla. Il Grignolino è lo Schersa nen (non scherzare in piemontese). Non scherza perché essenziale e così pazzesco che solo mettendo il naso nel calice ho voglia di tuffarmici dentro. Sarà per la lunga macerazione e il passaggio in legno, ma io mi ci tuffo!
Sentori vinosi di frutta polposa e matura (prugna, arancia, ciliegia), rosa canina arricchiti dall’ematite e amplificati dal balsamico. Finezza e freschezza che al sorso si amplificano risultando tagliente e tannico così da necessitare un abbinamento. Anche semplice e poco nobile come del salame.
Poi scende giù come una lama con la frutta che torna amplificata da una meravigliosa sapidità.
Un vino che sembra appropriato per le tavole di antiche osterie pronte per una 𝘮𝘦𝘳𝘦𝘯𝘥𝘢 𝘴𝘪𝘯𝘰𝘪𝘳𝘢. Invece stanziava sulle tavole dei nobili. Il Nebbiolo fa affinamento più lungo. Dove abbiamo abbiamo il nostro pezzettino è di fronte Neive uno dei tre paesi del Barberesco. C’è molto calcare, limo, sabbia. Fa la strada come del Barbaresco ma non tutto l’affinamento. Lo rendiamo più delicato con un anno in tonneau usate. Gli altri fanno barrique usate. Ci piace perché da una bella frutta e finezza al Nebbiolo. È pochi anni che facciamo il Nebbiolo e adesso stiamo capendo. Ci sono vigne dove c’è la liquirizia, menta, rosa, viola. Invece la nostra ha il rabarbaro. Stiamo notando. Un pò di prugna. Cose più scure. Il Nebbiolo Superiore nel calice ciò che accoglie è un bellissimo colore rubino che si specchia in ampie unghie granata. La trasparenza sa di un vino importante.
I sentori ispirano balsamica dolcezza, morbidezza e tenuità. La frutta, perlopiù prugne, ciliegie, more e frutti di bosco, è al limite della maturazione. Il lievissimo sottobosco, le spezie e le erbe aromatiche arrivano come piccole carezze.
Il sorso non è da meno per dolcezza ancorché perfettamente bilanciata. Tutto è giusto. La freschezza, la secchezza, i tannini non troppo invasivi, la sapidità, il retrogusto lievemente fruttato. Tutto è delicatamente soave.
Il finale regala una sorprendente sensazione di fichi secchi. Per fortuna che la lunga persistenza lo fa rimanere in bocca a lungo. Mi è piaciuto e tanto. Uno dei migliori Nebbiolo abbia mai bevuto. La Freisa. Al naso è uno di quei vini che con i sentori anticipano a pieno il gusto. Tutto sa di freschezza balsamica. Frutta croccante e fiori di campo rendono vivo e pungente ciò che arriva al naso. Se chiudo gli occhi sembra di essere al tavolo di una osteria, quella con la tovaglia a scacchi rossi e bianchi, il cestino del pane al centro, la caraffa con il vino.
Il sorso conferma l’olfatto. Beverino ancorché con i tannini pungenti e un finale lievemente amaricante che lo rende idoneo ad accompagnare un formaggio (ma anche un salume). Secco, fresco, moderatamente caldo e una persistenza non particolarmente lunga.
Insomma, schietto, preciso, non particolarmente strutturato, ben bilanciato che conquista per la sua semplicità. Nel tempo. Perché i tannini hanno bisogno di tempo per ammorbidirsi. Per il blend Barbera e Freisa vogliamo dare un pò più di acidità alla Barbera per renderla ancora più bevibile. Losna è una parola piemontese che vuol dire fulmine perchè questo vino si beve in fretta. È il nostro vino di entrata mentre il Freisa, per noi, è l’ultimo perchè i tannini sono importanti e non puoi berlo prima del Nebbiolo. Losna, Grignolino, Nebbiolo, Freisa. Definire Losna un vino di entrata è davvero riduttivo. Magari il tappo a vite inganna. Specialmente i meno informati. <Versandolo nel calice non si può che rimanere attratti dallo stupendo e brillante colore rubino e dalla sua unghia porpora. Ci si comincia a ricredere.
I sentori mantengono il balsamico, fil rouge dei vini Delinquent, cosa questa che fa apprezzare maggiormente l’intensità della frutta e del floreale. Una frutta quasi matura con note di arancia candita, ciliegia, mora, prugna. Il sottobosco viene fuori insieme alle note speziate di cioccolato e noce moscata. L’insolita liquirizia arriva a stupire. Meno male che era un vino d’entrata!
Il sorso sa di vino vero. Un bellissimo e riuscitissimo bilanciamento con tannini appena pronunciati e la liquirizia che contribuisce a lasciare la bocca in uno stato piacevolissimo allungando oltretutto la persistenza. La nota balsamica sembra arrivare anche in tutto il cavo orale contribuendo anzi, accentuando, la sensazione di stare bevendo un vino intenso e interessante. Uno di quei vini che bevi e bevi come faresti con uno ruffiano. Anche se Losna ruffiano non è. Vino d’entrata? Decisamente no! Di questa esperienza mi rimane l’impressione è che in Delinquent sia stata più Amanda a crederci piuttosto che Gianni. Amanda è l’anima che spinge e che tira. Una persona solare arrivata in un posto come il Piemonte con i piemontesi, sabaudi, chiusi e riservati che non ha avuto, grazie al suo carattere, alcun problema ad integrarsi. Sono abbastanza conosciuta in zona per fare le feste e portare tutti insieme a celebrare qualcosa anche se è qualcosa di easy come Halloween. Ecco, io auguro proprio questo a Gianni ed Amanda: festeggiare ogni istante della loro vita continuando a fare i loro vini perché questi sono l’esatta trasposizione del loro essere. Esprimono la loro gioia e la loro difficoltà, la schiettezza e la sfrontatezza, l’amore e la spensieratezza. Loro due sono la dimostrazione di come un vino contenga veramente l’anima del produttore. Fedor Dostoevskj scriveva nei Fratelli Karamazov Colui che genera un figlio, non è ancora un padre, un padre è colui che genera un figlio e se ne rende degno. o detto alla nostrana maniera I figli sono di chi li cresce Amanda e Gianni, loro che vivono la loro vita in un bellissimo angolo di paradiso condividendo ciò che hanno, sono riusciti a trasferire nei loro vini, tutto il loro essere.
Non possono che esserne fieri, dunque degni.
Grazie di esserci.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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18 Ottobre, 2024

Mila Vuolo. Dalla vigna al mare

Ed è qualcosa da cui non puoi scappare. Il mare… Ma soprattutto: il mare chiama… Non smette mai, ti entra dentro, ce l’hai addosso, è te che vuole… Puoi anche far finta di niente, ma non serve. Continuerà a chiamarti… Senza spiegare nulla, senza dirti dove, ci sarà sempre un mare, che ti chiamerà (Alessandro Baricco) Come si fa a scappare dal mare? Ma soprattutto, perché si dovrebbe scappare? Quando è nel mare che nasci, la salsedine, il suo odore acre, fanno parte del tuo respiro; lo sciabordio delle onde è il suono che regala tranquillità. Non c’è paura, solo rispetto per qualcosa che, sai, essere più grande, molto più grande di te. Mila Vuolo è dal mare che arriva. Il mare è il suo elemento. Dalla sua casa non vede il mare, lo tocca. Ci sta con i piedi dentro. Solo a vederla in viso, comprendi come i suoi colori sono quelli di una donna che il mare lo ha vissuto e lo vive. Un sorriso bianchissimo che spicca sulla pelle scura dove io capelli che sembrano appena asciugati dopo una nuotata in mare aperto. Mio padre era di Cetara. Io vengo dal mare non dalla campagna. Ogni giorno cerco di ricavarmi l’ora di mare. Quella è la mia passione. L’aria aperta è il mare. L’elemento primordiale. Le nuotate, la barca a vela. Il sole che scalda la pelle. Il sale che la liscia per poi scavare lunghe crepe su di essa. Un elemento concreto ancorché evanescente poiché puoi amarlo e viverlo ma mai utilizzarlo come base per costruire qualcosa. Mi piace l’idea di costruire qualcosa che al mare non posso costruire. Un paesaggio modificato, un prodotto mio. Anche se non so che fine farà. Ci ho investito e ci continuo ad investire. Che non posso cambiarmi la macchina, non mi interessa. Sto raccogliendo risultati sempre di più ma non ancora abbastanza. È vero che se devo identificarmi nel tempo libero mi identifico nel mare ma vivere in campagna mi piace. Siamo nei rioni collinari ma a pochi km dal centro. Quando vivevo a Roma impiegavo più tempo per arrivare in piscina. Qui vivo i ritmi della campagna, faccio la vita sociale di città e il tempo libero del mare. È alla terra Mila che fa riferimento. Una terra che forse non ha mai voluto ma che si è trovata. Per poi viverla, amarla e trovare in essa la possibilità di una vita tutta sua. Mila ha un sorriso che illumina ciò che le è intorno e che usa quasi come modo per celare una certa timidezza. O magari quella voglia di essere da un’altra parte. Magari al mare, su uno scoglio a contemplare l’orizzonte mentre le onde si infrangono e il sale è l’unico sapore che hai in mente. Prima di sette figli e con un padre noto ginecologo di Cetara, meraviglioso borgo di pescatori della costiera amalfitana, Mila studia informatica all’università per poi trasferirsi immediatamente a Roma in quella che era la Telecom. È il 1990 quando, a soli 25 anni, Mila sbarca a Roma. Single. Neolaureata. Un lavoro fisso. Una casa. I Mondiali di calcio. Il mix perfetto per stare bene e divertirsi e, soprattutto, per guadagnarsi quella indipendenza e autonomia che prima non aveva. Quando parlo con Mila ho sempre, costantemente, l’impressione che in lei ci sia sempre stata una voglia di autonomia frenata in qualche modo dal padre. Quel padre che con tutta probabilità le aveva trasmesso l’amore viscerale per il mare e che nel 1980, animato dalla voglia di fornire ai propri figli prodotti genuini, aveva acquistato un piccolo fondo agricolo alle porte di Salerno. Quasi tredici ettari con una casa colonica e un colono che era li da tempo immemore. Qualche filare di vite, nocciole, ortaggi. Tra i miei fratelli ci sono tre medici, un ingegnere, due laureati in giurisprudenza. Mio padre non c’era più e a quel punto avrei avuto l’autonomia che non avevo prima. Era un peccato abbandonare questo posto. Nel frattempo al lavoro, mentre all’inizio mi entusiasmava poi non era più la stessa epoca. Si facevano fesserie in modo pomposo. C’è stata l’occasione e sono andata via dal lavoro. Il dottor Vuolo muore nel 1999. Nove anni dopo che Mila arriva a Roma e dopo 19 dall’acquisto del fondo. Fino a quel momento Mila non si era minimamente interessata del fondo. Nominalmente era intestata a mia madre ma la seguiva lui con il colono. Era una tenuta fatta per investimento e per avere il vino, la frutta, gli ortaggi a tavola. C’erano le nocciole che si vendevano. Era una delle realtà di inizio secolo. Animali, grano. Papà mi diceva “perché non ti interessi della campagna?”. Perché non mi lasceresti fare e da te io non voglio prendere ordini. Papà ha aperto la strada a tutti. Ha aperto il futuro a noi. Amore e odio; rispetto e riconoscenza. Ma lontananza. La vita di Mila era a Roma e il ritorno a casa voleva dire Cetara e mare. Non terra. Ho cominciato a lavorare a gennaio ’90. Papà è morto nel ’99. Già nel 2000 avevo però preso tre mesi di aspettativa per vedere di poter far qualcosa qui con i progetti di imprenditoria giovanile. Progetto che in realtà ho presentato il giorno prima di fare trentasei anni. Non è andato a buon fine. Ho continuato il lavoro e nel frattempo abbiamo impiantato un pezzo di vigna perché già con mia madre e le mie sorelle ne avevamo iniziato a parlare. Sarà pure una bella vita quella di una neolaureata a Roma in un momento storico nel quale non è che la vita costasse come ai giorni d’oggi, ma se da un lato hai il mare che ti scorre nelle vene, il lavoro non soddisfa più e non c’è più nulla che possa minare la tua indipendenza, allora anche Roma diventa un ostacolo. Sono venuta definitivamente qui con un esodo agevolato. Mi sono offerta volontaria. È il 2002 e Mila prende tutta la sua vita di Roma riportandola a Salerno e Cetara. L’aveva programmato già dal 2000 aspettando solo una occasione. Programmato e progettato cominciando a fare l’impianto delle viti espiantate tempo prima.
Malessere? Noia? Nostalgia? Di tutto un pò. Dalle colline di Salerno, le Colline di Giovi, il mare del golfo si vede in maniera nitida. Non è solo una visione meravigliosa ma una esperienza sensoriale con gli occhi che viaggiano verso l’infinito del mare e le narici che assorbono l’odore dello iodio che i venti marini portano fin qui su. Su queste colline, il vino si è sempre fatto. Fiano e Aglianico principalmente con il Cabernet Sauvignon usato per mitigare il gusto forte di quest’ultimo. Un vino di quelli veri, tradizionalmente venduto sfuso. Almeno fino a quando, nel 1986, lo scandalo del metanolo non portò alla impossibilità di venderlo in questa forma. La conseguenza? Vigneti espiantati.
Anche quello del dott. Luca Vuolo fece la stesa fine. Addio ai circa 500 ettolitri prodotti e immediatamente venduti.
Proprio però nel ricordo di questa qualità delle vigne, Mila con la sua famiglia, già nel 2000, decidono di impiantare nuovi vigenti. Nel 2000 c’eravamo appoggiati alla persona che ci aveva fatto l’impianto. Però non era capace di seguirmi né io di capire come andavano le cose. Mi sono cosi avvalsa della collaborazione di un enologo/agronomo con il quale collaboro ancora oggi, Guido Busatto che è Veneto e all’epoca seguiva qualche altra cantina in Campania. Il ritorno di Mila non è semplice. La terra c’è ma non è la sua terra. È quella della famiglia anche se nessuno la vuole coltivare assorbiti come sono in altre attività.. Lei si. Il progetto che ha in mente contempla la terra. Anche se di questa non sa nulla e si deve affidare a qualcuno. Ero cosi fuori dal mondo che mi sono affidata all’enologo. Poi mano mano ho imparato a prenderne confidenza e a protestare. Mi sono iscritta nel 2007 al corso di viticoltura ed enologia. Ho seguito per tre anni le lezione però di esami ne ho fatti pochi perché non ne avevo più voglia. Ogni anno c’è qualcosa per la quale è bene che all’enologo mi ci affidi. Mila sa che deve affidarsi c’è poco da fare. Lei non sa e deve farsi seguire
Se conosceste Mila, capireste come sia una che non si abbatte. Mai. Parla con una quella calma alternata da sorrisi che è propria delle persone che prendono la vita con serietà ma leggerezza. Un quasi fatalismo che non è quello dei pessimisti. Al contrario, delle persone che amano la vita giorno dopo giorno. I sistemi di gestione dei ripartitori elettronico digitale io che ne sapevo che erano? Adesso gestisco alberi di olivo. Le fasi alte sono accomunate. Mi appoggio alle persone ma poi decido io. L’unica cosa che riesco a delegare è il lavoro nei campi. Quattro sono gli ettari impiantati a Fiano, Aglianico e Cabernet Sauvignon. Il resto della azienda olivi e nocciole. Ho cercato di far salire il livello qualitativo delle colture. Adesso cerco i frantoi. Vado tutti i giorni in azienda. Le nocciole sono un investimento più tranquillo. Le raccogli e il mese dopo arriva l’incasso. Con il vino ci metto anche sei sette anni per far uscire una bottiglia. Già, sette anni. Sembrano tanti ma per far ammorbidire l’Aglianico, alle volte non bastano. Un vitigno ostico, duro, determinato. tannico. Richiede tempo per essere domato. Così tanto che induceva i contadini ad usare il Cabernet per ammansirlo. Che poi un simile blend non fosse più identitario, era il prezzo da pagare. Ma tanto, con l’Irpina a pochi km, a chi volete importasse del vino salernitano? La mia prima vendemmia con Guido Busatto è stata nel 2003. Molto siccitosa. Di Aglianico sono riuscita a produrre qualcosa mentre di Cabernet niente. Un paio di damigiane che abbiamo bevuto l’anno dopo alla festa dei miei quaranta anni. L’Aglianico è rimasto in purezza non per scelta ma per caso. È venuto meglio di quanto ce lo aspettassimo. Si conosceva in giro come il primo Aglianico in purezza dei colli di Salerno. Abbiamo continuato a farlo per una scelta di coerenza. Cosi vinifico a parte e in purezza il Cabernet Sauvignon. Scoprire, casualmente, come si è scoperta la penicillina, che il Cabernet non serviva a meno di non volerlo bere fresco, deve essere stato un bel punto segnato da Mila. Anche se poi un Aglianico da bere giovane Mila lo produce comunque. È il Prêt-à-porter che ho testato nella annata 2021.
Siamo sui colli di Giovi e non in Irpinia. I terreni sono calcarei con arenaria e marne mentre in Irpinia (senza voler generalizzare) calcarei e argillosi a matrice di riporto vulcanico. Ciò che però cambia drasticamente è il clima con le limitate escursioni termiche di Giovi nonché la presenza del mare.
Il risultato è un vino che, sempre e comunque con tre anni di vita dopo il solo acciaio, assume sentori freschi e vinosi con la frutta che è delicata, non particolarmente matura. Prevale la arancia e un fiori ancora non particolarmente rossi. Una ciliegia, di quelle gialle e rosse, una susina fanno sentire la loro presenza.
Assaggiandolo si percepisce l’Aglianico per la sua importante trama tannica che tende a non essere aggressiva. Prêt-à-porter si lascia bere in maniera scorrevole per via di un percorso sensoriale molto interessante: parte indubbiamente fresco e con un bellissimo gusto dei frutti scoperti all’olfatto; il tannino prende il sopravvento, ma dura poco così da far rimanere la bocca in un piacevole stato. La persistenza che comunque è buona, non viene disturbata dalla ruvidezza del tannino. Il finale, solo leggermente amarognolo, lo rende abbinabile con piatti di pasta (magari all’uovo) al ragù così come con una carne, purché non sia alla brace. Il bilanciamento è ben riuscito e quello che mi piace di più è il percorso gustativo che lo rende bevibile. Rimanendo Aglianico! Il mio vino è l’Aglianico in versione classica. Mi sono resa conto che anche quello del 2009 sta ancora benissimo. Dunque dico questo è il mio vino e quando riesco a venderlo lo vendo. Senza manovre commerciali. Per evitare lo stoccaggio delle bottiglie ho deciso di fare una linea più veloce. Tenere ferma la produzione di diecimila bottiglie all’anno non è possibile. L’Aglianico Colli di Salerno in purezza è quello del 2016. Un tempo congruo per poter far ammorbidire il vitigno che ha comunque avuto il suo passaggio in legno. Il riflesso che ha un accenno di granato sembra far sperare in un ammorbidimento che i sentori di frutta abbastanza matura confermano. La freschezza del sottobosco, accentuate dal leggero balsamico, sembrano dire che ancora non è tempo per le morbidezze. Non ci sono sentori particolarmente legnosi e questo mi piace perché vuol dire che si conserva l’autenticità. Le ciliegie si trasformano piano piano in visciole; la liquirizia, la cannella, la noce moscata si fanno strada. Tutto esprime semplicità e schiettezza. Veridicità.
Il sorso è immediatamente denso di tannino con la ciliegia che dona, al contempo, freschezza e dolcezza creando un giusto bilanciamento con una persistenza non particolarmente lunga. Il tannino è maturo e importante come si conviene ad un Aglianico. Si avvicina certamente a quelli irpini ma decisamente più morbido e, soprattutto, con una straordinaria potenzialità evolutiva. Oltre l’Aglianico in purezza nelle due versioni, anche un rosato, un Fiano e il Cabernet Sauvignon che Mila adesso vinifica in purezza. Anche se il fiano sta andando troppo bene. Uscivo con le annate vecchie ma ho finito tutto. Non sono riuscita, con le tremila bottiglie, a farlo uscire nel momento quando sta al meglio. Ma non ci stavo dietro per il mercato. Mila non è persona con l’animo propriamente commerciale. Rifugge i social, non ha un sito internet. Vende solo con piccole distribuzioni o facendo assaggiare i suo vini durante le manifestazioni tematiche. Non ho mai fatto una commercializzazione spinta. Non amo i social cosi faccio di tutto per far assaggiare il vino. Altrimenti si conserva e in qualche modo lo vendo. L’azienda è piccola. Si riesce a gestire. Nessuna velleità di ampliare perché di grande c’è già il mare. Andare incontro all’ignoto si può fare certamente ma vorrebbe dire imbarcarsi in qualcosa che magari la distoglierebbe dal suo mare. Non ho mai voluto prendere uva da fuori o da ampliare. Se ci fosse qualcosa di adiacente ci penserei ma mi piace l’idea che quando entro nel mio cancello so cosa fare. Questa è la dimensione che mi piace. È una attività che ho scelto dunque mi deve piacere. Parlare con Mila è come parlare con qualcuno di famiglia. Che sia la mamma o la zia, inocula tranquillità. Non ama gli eccessi, non ci sono sfarzi attorno a lei. Tutto è essenziale. Come le etichette dei suoi vini: quando si sta in spiaggia o su una barca, basta un costume. Niente di più. L’essenzialità di Mila, la voglia di mare, forse anche di lontananza dal mondo. È nella mia indole stare sola. Voglio accentrare un pò perché delego poco. Le cose mie mi piace seguirle. Mila è indipendente. Lo voleva essere con il padre, l’esperienza di Roma lo dimostra, quella della vigna lo conferma. Determinata, decisa, cosi che anche per il vino la devi convincere. Il rosato l’ho voluto fare io perché il Fiano mi finiva mentre l’Aglianico mi rimaneva. Per sopperire a questi due limiti mi sono imposta nel farlo con le proteste dei miei collaboratori che pensavano si incasinasse tutto. È venuto bene ci è piaciuto. Magari non ho conosciuto Mila nel suo aspetto di determinazione e decisione però ciò che vedo è una persona delicata, quasi nascosta. Che deve comunque coinvolgere le persone in tante attività. Perché il vino è così. Ho sempre fatto la vendemmia pubblica. Dopo i primi anni siccitosi e visto che l’Aglianico teme l’umidità, sono in biologico e le vigne giovani, capitava spesso che l’uva cominciava a guastarsi e serviva selezionare gli acini. Serviva tanta manodopera e ho coinvolto gli amici. Dopodiché è rimasta la tradizione. È importante far vedere cosa c’è dietro una bottiglia di vino. Vengono i miei fratelli e gli amici. Si creano delle belle situazioni. Cosa ci sarà nel futuro, nemmeno lei lo sa. Non può porsi il problema perché formalmente la proprietà non è sua ma della famiglia. Figli non ce ne sono e i nipoti devono ancora farsi sotto. Una delle mie tre sorelle è diventata sommelier dunque viene con piacere. Non ho figli e non so se qualcuno dei miei nipoti vorrà interessarsene. La proprietà non è mia e non posso delegare qualcuno. Ho sessanta anni e va bene cosi. Il mood tranquillo. Le parole posate. Una celata impazienza di scappare al mare. La sua è una scelta di vita non di azienda. Poi gli amici, la famiglia e il mare. Il mare. C’è una frase di Herman Broch, scrittore austriaco, che descrive meglio di me una persona come Mila. Gliela dedico Coloro che vivono in riva al mare difficilmente possono formare un solo pensiero di cui il mare non sia parte.       Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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11 Ottobre, 2024

Luca Dellisanti. Okùs, l’eleganza dell’essenzialità

Nella vita si parte tante volte e altrettante si torna. Per andare al lavoro. Per andare a fare la spesa. Per andare ad una festa. Per andare a cena con la propria metà. Si torna. Si torna sempre. In un modo o nell’altro si torna. Così come si torna alla propria terra. Quella in cui siamo nati e vissuti per brevi o lunghi attimi di vita.
si parte e si continua a partire. Brevi o lunghi viaggi che ci portano lontano o lontanissimo. Partir c’est mourir un peu. Sono gli unici versi che si conoscono di un poeta e scrittore francese che scrisse invece tanto ma tanto altro. Edmond Haraucourt . Partire è un pò morire. Perché quando parti per qualcosa che senti come duraturo, se non definitivo, muori un pò dentro. Ti lasci alle spalle pezzi di vita. Belli o brutti che siano, hanno fanno parte della tua vita. Anche se muovi passi verso un ignoto che sarà magari magnifico, dietro ci sono pezzi di vita. Difficili da dimenticare. Luca Dellisanti, da Gorizia, sua città natale, immediatamente dopo il liceo vola a Londra. Li ad aspettarlo c’è Costanza. Stanno insieme proprio dal liceo anche se lei è due anni più grande di lui. A Londra Luca studia e si laurea in genetica per poi andare a lavorare alla Anthony Nolan, una organizzazione no profit che opera nel campo delle cellule staminali.
Luca si occupa dei test di compatibilità tra i pazienti in attesa di trapianto. Analisi del dna, sequenziamento… Uno di quei lavori forse oscuro ma fondamentale per assicurare che un trapianto vada a buon fine. Due anni e mezzo di lavoro e mi è piaciuto tanto. Lavoro, colleghi. Tutto. Non mi è piaciuta per niente Londra. Sei in una grande città. Ci sono tante persone. Ma sei solo. Mi piangeva il cuore. Il week end mi piangeva il cuore. Aprivi Facebook e vedevi gli amici di Gorizia che andavano fuori e facevano festa insieme. Dopo un pò non ho resistito più. Ricordo i we da soli e una infelicità nemmeno latente. Costanza e Luca. Stare insieme a Londra e fare il lavoro che amano non basta. Non basta più. Troppo forte è il richiamo di casa. Le radici. La terra. Davvero a Londra si sentono come due esuli. Difficile capire per chi non è mai stato fuori di casa. Come quei bamboccioni che non riescono ad allontanarsi da casa. Ricordo quando dopo la laurea andai a lavorare a Torino. Non sapevo nemmeno quanto avrei guadagnato. Mi chiamarono il giovedì per essere operativo il lunedì seguente. Partii con il treno e una valigia con un albergo prenotato per solo tre notti. Da li costruii tutto. Furono anni all’inizio complicatissimi. Ma sono sopravvissuto. So bene cosa voglia dire sentirsi solo e lontano da casa. Un lavoro certo bellissimo, gli amici e le cose belle. Ma casa è un’altra cosa. Quando comunque parlo con persone giovani come Luca, capisco quanto ancora di buono ci sia in questo mondo. Quanta voglia di fare. Quanto spirito di intraprendenza e, soprattutto, quanta capacità di mettersi in gioco per ricominciare tutto d’accapo ci sia in certi giovani. Tornare a Gorizia per Costanza e Luca vuol dire salto nel buio. Cosa fare una volta tornati non era chiaro. Di certo, non stare con le mani in mano. Siamo tornati a Gorizia. Eravamo comunque fortunati nell’avere entrambe le nostre famiglie a Gorizia. Anche nella peggiore delle ipotesi di chi come noi si fa le ansie circa il lavoro, comunque c’era e c’è stato il sostegno delle nostre famiglie quando ne abbiamo avuto bisogno. Ma sapere che c’è aiuta. Mio papà è magazziniere in una ditta che commercia apparecchi medicali. Mia mamma lavorava (è appena andata in pensione) in un centro culturale sloveno. Con lei parlo in sloveno e con papà in italiano. Ho fatto le scuole qui a Gorizia con il programma italiano e la lingua che si insegnava in sloveno. Costanza si da da fare e riesce a diventare giornalista. Luca si da da fare e inizia a lavorare nel campo della viticoltura. Era la sua una passione fatta di frequentazioni e contaminazioni scolastiche. Alle medie andavo in classe con tre amici con i quali siamo ancora amici che avevano aziende vinicole su per i colli. Music, Fiegl, Paraschos. Non avevo però mai fatto nessun corso nemmeno da assaggiatore. Mi attirava istintivamente ma senza avere la capacità di comprendere bene. A Londra nel dopo lavoro mi ero iscritto al corso WSET livello tre con una preparazione fatta prima. Se prima c’era un istinto, una volta che ho cominciato a mettere insieme il puzzle ovvero capendo cosa c’è dietro al gusto del vino, ho scoperto un mondo. Così l’interesse è aumentato a dismisura. Quando siamo tornati ho pensato che c’è questa cosa che mi interessa tanto dunque riparto da zero con il vino. Riparto da zero. Ecco la bellezza dei ragazzi. La capacità di rimettere tutto in gioco e ricominciare partendo dalle basi. Luca è uno di quei ragazzi che non fa le cose tanto per farle. Ha bisogno di capire prima di qualunque altra cosa. Capire i processi e i fenomeni. Solo così può pensare di spiccare il volo da solo. Ecco quindi che Luca va a lavorare prima da Paraschos e poi da Radikon. Come dire, all’università del vino. Tornati a dicembre 2017. Nel 2018 la potatura da Paraschos, nel 2019 l’annata completa da Radikon. Sono andato ad imparare da quelli bravi. Ho la fortuna che sono attaccati a Gorizia. Paraschos poi è anche mio amico. Ho cominciato da li a sperimentare. Uno con la mentalità scientifica non può che sperimentare. Luca ha di che cimentarsi visto che qui a Gorizia, un nonno con un pò di vigna non si nega a nessuno. È vero che i miei genitori non sono vignaioli ma il nonno aveva un mini vigneto dietro casa. Così già dal 2018 ho cominciato a fare prove. Non sapendo cosa stavo facendo ho fatto comunque quattro damigiane. Con il culo del principiante sono pure venute bene. Nel 2019, aceto completo. L’annata dunque non esiste. Con la 2020 abbiamo fatto le bomboniere del matrimonio. La 2021 non era per niente buona. La 2022 era buona ed è in vendita. È il metodo scientifico in fondo. Fatto di sperimentazioni. Studio, analisi, sperimentazioni.
Peccato che serva altro per mantenere una famiglia. Luca lo sa ed è per questo che inizia a lavorare in una azienda di Cormons che si occupa di consulenza tecnica e gestionale nel mondo del vino, la Perleuve. Mi sono scervellato anche io per capire come si pronunciasse il nome per poi leggere nel logo che è solo l’acronimo di Per Le Uve.
Solo che senza esperienza specifica, si parte da zero. Motopompa in spalla, tuta bianca e maschera a trattare. Tutta l’estate cosi. Compito di Luca è quello di fare i trattamenti su micro particelle analizzandone poi le evoluzioni e i comportamenti al fine di valutare le migliori strategie. Per la serie, ci si rimbocca le maniche e via. Quando si parte da zero si fa di tutto. Ecco la meraviglia dei giovani che hanno voglia di fare. Dopo due anni sono diventato consulente. Adesso seguo più aziende anche importanti. Abbiamo anche un servizio per le previsioni meteo che ci fornisce i meteogrammi con temperature e umidità oltre che vento. Questo ci serve per i trattamenti fitosanitari. La cosa innovativa dello studio dove lavoro è il fare un monitoraggio serio in vigneto. È vero che ci sono le condizioni meteo giuste per fare il trattamento. È vero che c’è la data giusta. Abbiamo però sufficienti foglie aperte e sviluppate perché ci siano le condizioni ideali dello sviluppo della peronospora? Questo implica che si riduce di tanto. Si va in vigna si verifica la tipologia e poi si consiglia il trattamento. Incluso i prodotti. È molto elegante perché fai un bel lavoro resource demanding. Tante persone però che devono monitorare i vigneti. La voglia di un approccio scientifico di Luca è evidente dalle sue parole. Lui è fatto così. È la sua natura. Una natura che, unita alle frequentazioni dei suoi amici vignaioli, lo porta a capire cosa sia necessario fare per produrre vini naturali. Non è solo una questione di filosofia. L’approccio scientifico di Luca implica che per produrre vini naturali è necessario partire dal vigneto e per lui, che non ne ha, vuol dire trovarne di idonei. Altrimenti niente. Si usa la tecnologia per assecondare la natura. A me piace perché voglio avere un approccio scientifico. Anche se faccio vini naturali non vuol dire che li faccio sulla per partito preso. Certe volte nell’ambito di vini naturali o biodinamici si fanno i vini per religione quasi. Qui l’approccio è un altro. Luca va in cerca di vigneti. Devono avere non solo la giusta collocazione ma anche custodire i vitigni che lui ama. Nelle condizioni in cui abbiamo i vigneti a disposizione qui, è una cosa fattibilissima. Basta scegliere i vigneti giusti. Basta non piantare alcuni vigneti in zone sfavorevoli. Ci sono zone dove è impossibile, difficile o controproducente. Se occorre fare troppi trattamenti non vale la pena. La maggior parte delle aziende che seguo, sono biologiche. Basta non scegliere il posto sbagliato. Sceglie la vigna giusta per essere naturale. Anche in questo c’è programmazione. Il ragionamento dietro è semplice: se posso raggiungere lo stesso risultato con meno input diventa tutto più elegante e salubre. Una parte di rischio con un vigneto nel posto giusto e vendemmiando bene una parte di rischio rimane. Il gioco vale la candela però. È un tema di priorità. Preferisco avere un pò di rischio. Luca sa bene che un lavoro lo l’ha e questo gli consente di mantenere questa filosofia e il rischio che ne consegue. Sono circondato da aziende importanti che fanno vini molto precisi con input minimi. Anche in cantina. Sono super attenti. Sempre ad assaggiare. Hanno avuto una grande influenza e una grande rassicurazione per me. I vini di Paraschos sono strepitosi per me. Sono esempi che mi hanno dato fiducia. Mi hanno mostrato come si facevano i lavori e tuttora mi confronto con loro. L’azienda di Luca si chiama Okùs, una parola slovena che vuol dire “gusto”. Dopo aver iniziato con poco più di seimila metri quadri, adesso sono due ettari presi in affitto dopo due anni di ricerca. Prima c’era la persona che mi ha detto si ma con Pinot Grigio, Carmenere, ecce. Quando ha scoperto che volevo farlo in biologico mi ha detto no. Ho trovato vigneti della varietà giusta ma in zone troppo umide. Oltre alle sfighe che ci sono state, ci abbiamo messo tempo per trovare la soluzione. Parlando con la persona giusta al momento giusto, la zona che mi piaceva e la varietà che mi piaceva. È stata una botta di culo. Volevo una Malvasia Istriana e il Tocai Friulano. La Malvasia non ce la ho. O meglio ho solo mezzo filare. Tutto il resto è Tocai. Poi Merlot. Quando la terra non ce l’hai, devi andare in giro a cercartela. Non sembra, ma di contadini non più disposti o non più in grado di coltivare le viti, purtroppo, ce ne sono tanti. Lasciati da soli dai propri figli o dalle proprie forze. Ben vengano ragazzi come Luca che hanno solo la voglia di rimboccarci le maniche per coltivarli. Certo, che qualcuno si opponga al biologico non lo capisco proprio. Vigneti di venticinque o trenta anni si trovano. Più vecchie si sudano. Anche trovare in affitto in queste zone non è semplice e me le sono sudate. Conosco i vignaioli per il lavoro che faccio. Ma nonostante questo è difficile inserirsi perché prima di darti la loro vigna ci pensano. Quest’anno c’è stata la fiducia di una viticolture che mi ha ceduto parte dei suoi vigneti che non riusciva più a coltivare. Vinifico a casa di un mio amico che mi ha concesso due vasche. Una per il rosso e una per il bianco. Due soli vini per Okùs. Un bianco da Friulano e un rosso da Merlot. Entrambe prodotti secondo la filosofia di Luca che prevede niente se non le uve. Lieviti ovviamente nemmeno a parlarne. Macerazioni anche lunghe. Affinamenti in acciaio. Il Rosso Merlot è rosso ed è Merlot. Il colore rubino scuro con un lievissimo riflesso porpora è quello del Merlot. Sentori vinosi arricchiti dalla balsamicità e dal frutto croccante che emerge prepotente con ciliegia, prugna, mora. I fiori rossi e l’erba appena tagliata conferiscono freschezza a bilanciare sapientemente l’olfatto.
In bocca è un vino vero. Di quelli che ti aspetti per il semplice fatto di essere in queste zone. La freschezza si esalta anche grazie a tannini presenti ma non aggressivi. Persistenza anche abbastanza lunga per un vino senza tempo e con un tempo che ricorda il passato dei vini veri. Tanta sostanza con il frutto vivo e croccante che viene preservato nella sua freschezza. Questo è uno di quei pochi vini ancora rimasti che bevi con pane e salame e in grande scioltezza. Il Bianco da Friulano offre una visione bellissima: dorato, trasparente e luminosissimo. I sentori sono immediatamente di pesca percoca, frutti tropicali come ananas e mango; fiori di camomilla che diventano miele. Grande grandissima rotondità che si arricchisce anche di note di pera, salvia e vaniglia. Insomma tutto sa di rotondità stemperata dalle nuance di mandarino.
In bocca è decisamente meraviglioso con la freschezza, sì presente ma non invasiva; la pesca che torna riempiendo la bocca con un finale quasi mandorlato a stemperare la dolcezza. Sapido, secco e con una base tannica ottenuta grazie alla macerazione nei tini di legno. Persistenza lunga che non disturba, anzi, richiede sempre un altro sorso. Il mandarino torna insieme alla pesca a realizzare un tripudio di sapori. Sa di vino, di quelli veri e di un tempo che non c’è più.  Non c’è nulla di artefatto e si sente cosi che la sua concretezza, meraviglia. Essenziale ed elegante Mi piacerebbe che il cliente apprezzasse la varietà di provenienza del vino apprezzando ad esempio le differenze con un Tocai classico. Sullo stile, uno stile più acidulo, meno alcolico e con aromi e profumi intensi. Che sia fatto in maniera elegante. Se ci sono operazioni che si possono non fare per arrivare allo stesso risultato, non le faccia. Luca parla di eleganza. L’eleganza di uno scienziato che si approccia alla cantina così come alla vigna con metodo e precisione. L’eleganza o meglio l’essenzialità nel fare solo ed esclusivamente ciò che serve. Niente di più. In cantina, faccio solamente io. Ogni tanto mi da una mano un mio amico, Davide. Abbiamo due aziende separate ma ci diamo una mano per tutto. Da quest’anno, avendo preso dei vigneti in più e avendo la fortuna che mia madre e mia zia sono in pensione, mi danno una mano anche loro in vigna. Mamma lavorava in ufficio e mi ha detto che non voleva più lavorare in ufficio. Nonostante il livello raggiunto in così poco tempo, Luca ha la consapevolezza delle cose che fa e di ciò che può ottenere. Se sia l’ardore di un giovane o la sicurezza di chi sa il fatto suo, solo il tempo ce lo dirà. Però, detto tra noi, per uno che faceva sequenziamenti del genoma, seguire le indicazioni di un enologo o di un agronomo, non credo che vi siano particolari problemi. In barba a tutti coloro che pensano ci vogliano tante vendemmie per essere un vignaiolo serio. A livello enologico, potendo tornare indietro, vorrei avere le conoscenze di un enologo o di un agronomo. Non le ho ma non ho le risorse ne il tempo per rimettermi a studiare. Anche se nel tipo i vino che faccio molte cose non vengono applicate. Però conoscendo le basi, sapere perché succede una cosa nel vigneto, anche se decidi di non intervenire, è meglio saperlo. Sono pronto si. Anche per la parte enologica visto che dal 2018 faccio le prove. Ho capito lo stile di vino che mi piace e gli errori più grossi da non commettere. La mia percezione è di avere sufficienti esperienze per potermi dedicare. Eppure, la genetica gli manca. Così come gli manca quella vita con i colleghi a Londra. La genetica mi manca abbastanza. Mi manca molto l’ambiente lavorativo perché a Londra era super. In due anni e mezzo che ero su, sono riuscito a fare passi avanti incredibili con le persone che non vedevano l’ora di incoraggiarti e spingerti. Non è una cosa che si trova dappertutto. Quello mi manca tanto. Sicuramente mi manca quello che in prospettiva sarebbe diventato il mio lavoro. Nei laboratori eravamo chiusi e non vedevi la luce del giorno. In prospettiva non la volevo fare per il resto della vita. Sarei però entrato negli uffici a fare analisi dati e autorizzazioni dei risultati. Non lo volevo fare tutta la vita. Scelte di vita. È davvero stupefacente vedere come un ragazzo giovane come Luca sapesse già cosa volere dalla vita. Un vero ragionamento di prospettiva. Poco comune. Purtroppo.
Per staccarsi dal suo lavoro e dedicarsi esclusivamente al proprio progetto di vita, non è ancora tempo. Ma il ragazzo è sveglio e si farà Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette,
questo altro anno giocherà con la maglia numero sette. Come cantava Francesco De Gregori nella canzone La leva calcistica della classe ‘68. Si sente pronto. Si sente di aver appreso tanto soprattutto perché la fortuna di vivere in un territorio pazzesco come quello del Collio lo ha agevolato nel conoscere tante realtà. Fortuna si ma anche e soprattutto umiltà nell’apprendere e contemporaneamente, sperimentare. Semmai, la vera fortuna è avere vicino una donna come Costanza che ha dimostrato una pazienza non indifferente. Non fosse altro perché Luca oltre al lavoro che sostiene il tutto, ha la sua cantina e le sue vigne a cui dar conto. La piccola Vida, da poco arrivata, sarà un ulteriore stimolo a continuare con questa fantastica avventura.
Non mollare Luca. Non mollare mai. Abbiamo bisogno di persone come te!       Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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4 Ottobre, 2024

Dario Sciuto. Manciaciumi: alla fine (o all'inizio), l'Etna

Ci sono espressioni dialettali che in un mondo politically correct sono totalmente bandite. Si usano magari sottovoce, al bar, tra amici. Ma se qualcuno le cita in contesti meno confidenziali, suscitano sdegno, disapprovazione, rigetto. La mia speranza è che non tramontino mai e non già perché offensive, ma perché, spesso, hanno una etimologia che nulla a che vedere con la discriminazione, l’offesa o la denigrazione hanno.
Una di queste è “pepe ar culo” detta alla romanesca maniera. Tradotta letteralmente vuol dire mettere del pepe all’interno dell’ano. Non si tratta però di una pratica omofoba ne tantomeno di una cura naturale o di una pratica di tortura. È un antico modo di dire, derivante dall’effetto che potrebbe provocare effettuare fisicamente l’operazione, che sta a indicare una persona dinamica, eclettica, sempre in movimento, sempre con la frenesia del dover fare qualcosa.
Nella meravigliosa e variegata bellezza tutta italiana, quello che a Roma sa di greve e volgare, assume, in altre località e altri dialetti, forma più criptica ma anche orecchiabile.
È il caso del Veneto dove il prurito è la spisa o della Calabria dove è Mangiasumi. Singolare quest’ultimo perché varcando lo stretto e approdando in Sicilia, diventa Manciaciumi, una parola che deriva dal verbo mangiare. Perché chi lo ha, vuole mangiarsi il mondo intero. Sono un ragazzo catanese nato e cresciuto a San Giovanni la Punta. Nato in montagna perché l’ho sempre frequentata fin da bambino. Sciavo da piccolo. Tormenta era l’ingiuria di mio nonno che negli anni 40 con un gruppo di pionieri iniziò a sciare sull’Etna quando ancora non c’erano gli impianti. Prese questa ingiuria perché sciava con la giacca aperta cosi da sembrare una tormenta.
Terra e mare in queste zone. Dario Sciuto ha 35 anni. È lui che ha il manciaciumi. E proprio perché ce l’ha, ha voluto chiamare così l’azienda creata con altri due soci, Giovanni e Leonardo, Manciaciumi. Nomen Omen si direbbe. Si direbbe bene visto come Dario è arrivato fin qui attraverso una storia di viaggi, di lavori, di sperimentazioni, di sfide, di scommesse, di rinunce, di sacrifici, di valori. Ma anche di libertà.
Prima di andare avanti tolgo al lettore il dubbio del termine “ingiuria”. Non è che il nonno di Dario venisse ingiuriato nel senso di offeso. L’ingiuria in siciliano è il soprannome. Quello che tutti hanno e guai a non averlo! Mi sono laureato in economia per poi iniziare uno stage in uno studio di commercialista alla fine del quale il titolare mi propose di rimanere. L’ho guardato e gli risposti che obiettivamente preferivo andare a lavare i piatti. Così è stato e sono partito per l’Australia iniziando a lavorare proprio nella ristorazione. Ho fatto di tutto: lavapiatti, aiuto cuoco, bar tender. Vedere una terra come turisti non è come viverla nella quotidianità. La Sicilia, Catania, l’Etna. Come non rimanere stregati. Colori, sapori, odori. Ogni cosa è speciale. Unico. Irripetibile. Irriproducibile.
Viverci è altra cosa. Quando certe cose le hai dentro, nel sangue, puoi avere due approcci: te ne stai “ammucciato” come dicono da queste parti ovvero ti accontenti di quello che hai perché lo apprezzi o non ti va di fare altro oppure vai via alla scoperta del mondo. Ammucciato contro Manciaciumi insomma.
Dario, manco a dirlo, non se ne può stare fermo. Quando sei giovane hai la spinta per andar via. Vedi tutto il negativo. Tutta la ristrettezza senza avere l’ampiezza di veduta che hai se viaggi. Non vedi ciò che di bello c’è perché ci sei cresciuto. Il mare e la montagna. La natura, il verde. Non le apprezzi. Penso di essere quello che sono perché ho il sangue etneo ma soprattutto perché ho avuto la fortuna di viaggiare. Questa è una grande verità. Solo se hai vissuto altro puoi apprezzare ciò che hai. Ne vedi le differenze. Ne cogli l’essenza. Ma dai viaggi ti porti dietro sempre qualcosa. Che poi alla fine è quanto ti distingue nella vita. Sono stato a Sidney quasi due anni. Li ho fatto la prima esperienza in un birrificio che alternavo al lavoro di base. In birreria non mi pagavano. Quando parlo con Dario capisco che è un ragazzo semplice. Non si atteggia. Parla con il sorriso e la serenità dell’animo di chi è in pace con se stesso. Pur avendo vissuto anni all’estero la “calata” catanese non l’ha persa. Anche se non quella tipica del centro.
Un ragazzo ammirevole Dario. Una laurea in tasca. Un lavoro sicuro all’orizzonte. Una famiglia. Gli amici. Una terra meravigliosa. Eppure parte e non già con un approdo sicuro, un lavoro, un contratto, una casa. Parte per l’altra parte del mondo. Quasi 24 ore di volo (con scalo). Parte. Sarà per quel suo manciaciumi. Sarà perché la Sicilia gli sta stretta. Ma parte. Senza sapere cosa troverà e senza sapere di che camperà.
Le esperienze. Sono quelle che segnano la vita delle persone. Positive o negative che siano, segnano come rughe sul viso. Puoi valorizzarle o cancellarle. Usarle in modo positivo o negativo. Ma sono dentro. Nel sangue. La passione per la birra partiva dal mio corso di laurea dove avevo iniziato a fare la birra in casa con un poco di amici. In Australia mi dissero che serviva un tecnico ma non potevano pagarmi. Questa esperienza mi ha spinto poi a iscrivermi all’Università di Scienze Gastronomiche a Pollenzo. Facevo un apprendistato per mastri birrai. Qui il primo approccio con Slow Food. Ero orientato all’impatto dei trattamenti sul cibo ecc. Da studenti si fa di tutto per far baldoria e stare con gli amici. Un periodo meraviglioso della vita di un ragazzo che si inserisce in quel pezzo di curriculum non visibile ma presente. Dario fa la birra a casa. Un modo per fare qualcosa di diverso e cimentarsi in una attività. Vallo a sapere che poi quello che è un gioco potrebbe tornare utile. Strana, stranissima la vita. Ti laurei in Economia e Commercio, parti per l’Australia senza arte ne parte e ti metti a lavorare in un ristorante e nel tempo libero, invece di riposarti, vai a lavorare in una birreria. Gratis.
Cosa gli vuoi dire ad un ragazzo del genere? Il corso è stato molto breve. Circo un anno. Consisteva in sei mesi di stage in birrifici. Iniziai uno stage in Birra del Borgo inizio uno stage. Qui ho conosciuto Leonardo che oggi è uno dei soci di Manciaciumi. Mi ha buttato in mezzo in maniera esagerata e sono cresciuto in quell’ambiente portando avanti progetti per lui che mi hanno formato. Dal punto di vista di cantina. Ricapitoliamo. Dario si laurea a Catania, parte per l’Australia dove sta tre anni. Torna per fare l’università a Pollenzo (dopo un anno di giri nel mondo). Esegue lo stage in Birra del Borgo dove inizia a lavorare. Beh direte voi, il prurito sarà un pò scomparso. Ma quando mai!! Borgo viene acquisito da AB-Inbev e pensavo di mollare perché non volevo lavorare per una multinazionale. In realtà mi arrivò una proposta proprio loro di diventare innovation brewer e direttore di produzione in Asia. Accettai ma dopo un pò mi resi conto che per me era un pò troppo. Non mi piacevano ì meccanismi industriali. I metodi insomma. Mi licenzio e accetto l’offerta di diventare mastro birraio in una società di Singapore. Torno a casa per le vacanza e arriva il covid. Resto bloccato nel peggior posto al mondo nel quale potevo trovarmi in quel momento. Il viaggio di Dario dopo essere passato per l’Asia ha uno stop forzato nella sua terra dalla quale era scappato e se ne trovava invece prigioniero. Il Covid non conosce pruriti. A casa dei genitori che era andato a trovare, con il fratello che non vede da un anno.
Ma secondo voi, uno che il prurito ce l’ha endemico, può mai rimanere fermo? Mai! Con dei vecchi amici, uno dei quali uno è uno dei miei attuali soci (Giovanni Nicita), decidiamo di prendere in gestione una vecchia vigna a Nicolosi. Avevamo in gestione, che poi non avevamo in gestione ma c’era una stretta di mano, anzi neanche perché c’erano le zone rosse. Una stretta di mano virtuale. “Andate in vigna perché noi non ci andiamo più e non è stato nemmeno potata”. Principalmente era un podere di circa 6 ettari. La colata lavica che nel 600 distrusse Catania tagliò questi sei ettari in una lingua dei vigna da circa 1.8 ettari. Alberello, piede franco. Almeno il primo mezz’ettaro in alto. Da li ci siamo trovati un muro d’uva. Eravamo in tanti i ragazzi che rientrando rimasero bloccati in Sicilia. Tutti con la terra. Questo Covid qualcosa di buono ce lo ha lasciato e ci ha fatto trovare il tempo per noi stessi. Facevamo tremila e cinquecento bottiglie. Quanto è strana e meravigliosa la vita. Ogni volta che ho la fortuna di catturare queste storie mi sembra di essere come i personaggi di un cartone animato che guardò con mia figlia: Gli acchiappagiochi. Si tratta di una serie di personaggi di fantasia che viaggiano di pianeta in pianete alla ricerca di nuovi giochi. Quando li trovano, oltre a provarli con gli abitanti del luogo, portano indietro il ricordo che poi custodiscono in una sfera di cristallo, la giocosfera. Ogni sfera un gioco. Ogni storia una sfera. Avevo accettato in Asia una offerta importante, uno sviluppo personale interessante. Il covid è stata una batosta per il dover rinunciare a tutto e rimanere bloccato a casa. Il rimettersi in gioco è stato un momento di pancia. I miei genitori mi hanno appoggiato. La madre del sud quando le dicevo che volevo andare a fare il maestro birraio era un pò perplessa. Ma non ha mai fatto mancare l’appoggio. In ogni modo, finisce il covid e i sogni si scontrano con la realtà. Il passatempo del lockdown non può certo essere un lavoro. Tremila e cinquecento bottiglie e della birra (fanno pure quella i ragazzi) non consentono di vivere. Anche perché ognuno ritorna al proprio lavoro. Non Dario che di tornare a Singapore non ha voglia. Riprendo a lavorare per i vecchi proprietari del Borgo che ora sono in Masseria la Cattiva. Con loro passo tre anni stupendi. Li porto qui e si innamorano di questo posto. Nel 2022 sono loro stessi che mi spingono a riprendere. L’aiuto che loro offrono si trasforma in una partecipazione societaria che aiuta a liquidare la parte di soci che non voleva continuare. Catania, Sidney, Pollenzo, Singapore, Seul, Catania, Turi (Bari). Il tutto in meno di dieci anni. Lavorando e reinventandosi ogni volta fino a diventare vignaiolo. Poi uno dice che i ragazzi non vogliono fare nulla. Certo, non tutti. Non Dario certamente. Ma che non si pensi che adesso, con i soci, sia tutto più semplice. I vini del 2022 sono stati vinificati in Puglia. Portavo le uve in Puglia. Ho fatto due viaggi. Due viaggi anche quest’anno. È stato l’ultimo anno di questo gioco un pò matto. Venivo la mattina in vigna con il furgone, vendemmiavo, caricavo il furgone, guidavo sei ore e la mattina lavoravo le uve. Arrivavo con quei trenta quintali. Dopo una settimana raccoglievo le uve più in alto. Una follia ma necessaria dal punto di vista degli investimenti. Per capire se il mercato c’era e se eravamo capire se eravamo capaci. Toh guarda il ragazzo. Umiltà? Necessità? Passione? Di tuto un pò. Di certo Dario non è uno che se ne sta con le mani in mano (manciaciumi…) e le sue esperienze manageriali e industriali, i viaggi, le lingue, sono bagaglio di esperienza. Ma poi si rimbocca le maniche e via. La vigna prese nel 2020 non ci sono più. Nel 2022 il fervore della nuova iniziativa porta nuove vigne ad Adrano prima e Linguaglossa poi. Tre ettari e mezzo in totale a Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Grenache, Carricante, Minnella. Piante di 75 anni. Alcune a piede franco. Questa è l’Etna. Questi i territori meravigliosi e al tempo stesso difficili. L’Etna è un costante ciclo di morte e di vita. Il vulcano è vita e come la vita c’è una nascita e una morte. Dalla morte c’è una nascita. La colata lavica distrugge tutto: brucia, calpesta, inghiotte. Ma poi si solidifica e la ricchezza che proviene dalle viscere della terra, diventa nutrimento per le piante. La fertilità e la ricchezza queste terre si scontra con la difficoltà nel lavorarle. Ciò che si ottiene però è unico. A cosa serve apportare qualcosa dall’esterno se già la natura ti da tutto? Questo è un territorio che non ha mai avuto bisogno di esagerati trattamenti. Si faceva solo un pò di rame. È un terreno molto fertile e resistente. La mia filosofia di vino passa attraverso il mio percorso. Ho una idea di cibo molto fondamentalista. Essendo stato un produttore da tanti anni mi sento in difficoltà nel mettere additivi in ciò che mangio e bevo. Fare tutto con il miglior aiuto possibile lasciando che l’ecosistema agisca da solo. Evitare di mangiare veleno. Mettere qualcosa di strano in caldaia era inaccettabile e se lo facevo era perché c’era qualche mancanza. Ma se lavori con scienza e conoscenza non serve. Non sono un fan di ancestralità e lune. Toccherà vedere se avrò ragione negli anni. Il rapporto con il vino di Dario non può che iniziare da bambino. Nella vigna di nonno Tormenta. Poi la fuga e il rientro senza rinnegare nulla. La laurea è stato comunque importante perché mi sta servendo come Dario imprenditore. Lavorare all’aria aperta è stupendo. Ho vissuto tante metropoli: Shangai, Seul, Roma, Sidney. Mi ero rotto di star chiuso in un ufficio come una sardina. Ho valorizzato altre cose. Stare più su qualcosa a dimensione uomo. La vita della città mi è risultata tossica. Ma ci vuole coraggio. Sono ancora ad un decimo di questo percorso. devo equilibrarmi continuando a viaggiare. Il passaggio da birra a vino può sembrare strano. Eppure le esperienze, quando le metabolizzi (e allora si che sono servite a qualcosa), portano i suoi frutti.
Essere mastro birraio vuol dire da te dipende la qualità del prodotto finale. La pulizia di ogni cosa che entra in contatto con gli ingredienti del processo di produzione è fondamentale. Errori non sono consentiti. Quando impari questo e poi lo riporti nel mondo del vino (che su questo deve ancora fare passi importanti) ti torna certamente utile. Così come l’utilizzo della tecnologia che c’è e va usata con sapienza. In questo modo ci si deve concentrare solo sul campo: la vigna e l’uva. È li che si gioca la partita. Sono a zero di solfororsa ma sempre sotto i venti di libera. Ho riportato le procedure birraie in cantina a livello di pulizia, contatto con l’ossigeno. Usare tecnologia e non additivi. La pulizia dei serbatoi con le metodologie della birra dove è più facile infettare visto il grado alcolico più basso.
Questo approccio ti consente, se la uva è sana, di non usare alcun stabilizzante perché non hai alcuna problematica. Guardo la pianta e l’uva e se è tutto sano e se sono estremamente pulito in cantina, non avrò bisogno di alcuna aggiunta. Per i nutrienti, se faccio un buon lavoro in vigna non dovrò aggiungere nulla in fermentazione. Semplice come bere un bicchiere di acqua. O di birra. O di vino!
Un approccio questo che sfata anche un altro mito, quello del dover avere la cantina prossima al vigneto per non stressare l’uva.
Premesso che molti fanno riposare l’uva per vari motivi, trasportarla su un furgone non refrigerato in un viaggio di sei ore, farebbe drizzare i peli ai puristi. Eppure, sanificano cassette e furgone, caricando poco le cassette stesse e raccogliendo l’uva sana, in che modo si stresserebbe il prodotto? Nessuno appunto. Tanto che i vini non ne risentono affatto. I vini. Ho avuto la fortuna di assaggiare due vini della produzione di Manciaciumi: Malpelo e Tormenta. Fortuna e sottolineo fortuna per due motivi. Il primo è che la produzione (annata 2022) era molto limitata tanto da produrre 2830 bottiglie di Malpelo e 523 di Tormenta. Il secondo è perché la filosofia di Dario, quella che considera i suoi vini “puro succo d’uva” non è un mero slogan ma realtà. Malpelo e Tormenta sono due vini eccezionali. Due creazioni ottenute senza aggiungere nulla a ciò che la terra riesce a produrre. Malpelo è il blend di Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Alicante. Lo versi nel calice, lo vedi di un bellissimo color rubino e ti chiedi come sia stato pulito. Quando ricordi che non c’è stata alcuna operazione ma semplici travasi, le parole legate alla filosofia di Dario, riecheggiano prepotenti. Al naso non ci sono infrastrutture da tostarure e spezie ma semplici sentori di frutta matura (ciliegie, prugna, arance) e fiori (viola e peonia). Poi un interessantissimo sottobosco e un intrigante balsamico. Ogni sentore richiama l’Etna e la Sicilia: sole e montagna che si uniscono.
Il sorso è un equilibrio dinamico tra imponente freschezza e maestosa morbidezza. Tannini ben presenti sui quali sembra essere intervenuto il sole a sedare. La frutta che torna ad invadere la bocca senza essere invadendo donando una bocca pulita ma dopo una lunga persistenza. Non particolarmente corposo.
Insomma, questo vino si identifica davvero con Idda, l’Etna: dall’esterno può sembrare una semplice montagna ma all suo interno custodisce la vera forza. Che ogni tanto rivela. Tormenta, il vino dedicato al nonno, è blend dei due Nerelli Mascalese e Cappuccio. Se Malpelo meraviglia per la pulizia ottenuta senza niente, Tormenta esalta. Nel calice è stupendo, vivo, scarico di colore, granata che sta diventando aranciato. Incredibile! Fine. Tanto fine nel colore tanto fine nei sentori: delicati e tenui di ciliegia, scorsa di arancia, fiori rossi. Il leggero sottobosco e il velo di balsamico continuano a ricordare che è dall’Etna che arriva.
In bocca è meraviglioso. Lo assaggio, lo riassaggio e la sensazione è quella. Poi capisco cosa mi fa venire in mente: la mano di mio nonno che mi accarezza. Sento il calore e l’affetto che mi trasmette la sua mano. Sento la rugosità di una mano che ne ha viste di lune. Ma non mi da fastidio, anzi, mi trasmette ancora di più l’amore. I frutti si amalgamano, la freschezza si fa sentire, la persistenza è buona, il finale è memorabile. Un senso di benessere mi assale e mi porta nei meandri della mente. Questo è un vino che si deve bere senza nulla di accompagnamento. Porta all’estasi anche cosi. Il manciaciumi non ti lascia per tutta la vita. È come essere portatori sani di un gene. Te ne fai una ragione senza mai pensare che qualcosa andrà storto. Perché pure se così fosse, qualcosa da fare la si trova sempre.
Dario e i suoi soci hanno bene in mente cosa fare nel futuro. Arrivare alle 40.000 bottiglie per poter avere la giusta sostenibilità. La cantina, la ricezione, un pò di stanze. Tutto programmato. Alla maniera di Dario. Un piano fatto su una tovaglietta di ristorante. In un pub. Davanti ad una birra. Quella che facevo io. Dovrò metterlo su excel. Con la resa bassa imposta da Dario sarà un bella sfida. Già perché se si vuole puntare e ottenere il massimo della qualità in vigna stressando meno il terreno, le rese non possono che essere basse. L’approccio al vino, quello che non vuole aggiunte e solo fermentazioni spontanee, porta con se anche tanta sperimentazione e divertimento. Al momento le etichette fisse sono Malpelo e Tormenta. Ci sarà un rosato che lo scorso anno era Saro. Dal 2020 ci portiamo dietro un bianco, Sindrome, da Carricante e Minnella che faceva 8 giorni di macerazione e sei mesi di tonneau scarico. Poi divertimento. Vorrei interpretare quello che mi da l’annata e la terra. Lavorando in un certo modo non c’è la standardizzazione. Magari c’è spazio per una bolla o un rosato. Occorrerà leggere tra le righe. Di base cinque etichette e poi divertirsi con le annate e nuove collaborazioni. Nel 2022 abbiamo fatto un bianco con uve etnee e pugliese. Mi spaventava per approccio e per vendite ma è uscito bene. Chiedere a Dario come si vede tra venti anni non sortisce risposte. Ma c’era da aspettarselo da uno che ha il manciaciumi. Cosa vuoi che ne sappia se quello che sta facendo oggi può essere diverso da quello di domani. Però Dario sa che dalla vita vuole questo. L’aria aperta. Il contatto con la gente. La possibilità di sperimentare. Di fare qualcosa che sia legato alla sua terra. Produrre qualcosa di sano e non avvelenato. Io vorrei che questa azienda facesse qualcosa di buono per il mio territorio e la mia gente. Per dimostrare che qualcosa di diverso c’è. Vorrei che l’azienda si allargasse per comunità e posti di lavoro. Ci vuole tanto lavoro che sono disposto a mettere ma ci vuole anche un pò di culo. Sto investendo tutto per fare in modo che questo succeda. Se mi sono sbagliato si ripartirà. Sono però sicuro che funzionerà. Qui è facile costruire un discorso del genere per via di un territorio unico. Non devo inventarmi nulla. Dario Sciuto, trentacinque anni. Con Giovanni e Leonardo sono Manciaciumi. Sono ragazzi con tanta voglia di fare, tanta energia ma, soprattutto, tante idee, buone, per la testa. Loro sono la dimostrazione che qualcosa di buono nel futuro ci può essere. E sono sicuro, ci sarà. Pensando comunque alla storia di Dario, mi vengono in mente le parole di una canzone di Franco Califano E io che non escludo…il ritorno (e ritorno) Come a dire che si commette un errore pensando che un grande amore si possa dimenticare mettendo chilometri nel mezzo. Prima o poi capita qualcosa che ti fa sobbalzare il cuore, o nascere un pensiero. Magari capita un ritorno.       Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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