Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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20 Febbraio, 2025

Cantina Torrevilla e il suo Metodo Classico Pas Dosè DOCG 2021

  Cantina Torrevilla è una storica cantina sociale con sede tra le colline dell’Oltrepò Pavese, nella cittadina di Torrazza Coste. Un’area che ha conosciuto la viticoltura già ai tempi dell’Impero Romano in un fluire di storia e tradizione che tutt’ora si interseca con l’azienda e con il lavoro che la cantina sta conducendo nel territorio e sui vini. 500 ettari suddivisi tra 9 Comuni dell’Oltrepadano, tra Lombardia e Piemonte. Dalla cura dei vigneti locati a Codevilla, Torrazza Coste, Retorbido, Montebello della Battaglia, Borgo Priolo, Rocca Susella, Casteggio, Cigognola, Mornico Losana vengono annualmente ricavati circa 45.000 quintali di uva trasformata in oltre 2 milioni di bottiglie capaci di esprimere l’Oltrepò Pavese più autentico. Storia Un autentico punto di riferimento in tutto il territorio soprattutto grazie alle capacità e all’esperienza di antica memoria custodita dai vignaioli del territorio che, vendemmia dopo vendemmia, lavorano insieme alla cantina per produrre vini di alta qualità, puramente rappresentativi del territorio di provenienza. Una storia di lavoro collettivo che inizia ufficialmente nel 1907 con il rogito che sancisce la nascita della cantina di Torrazza Coste e che continua passo dopo passo fino ad arrivare ad oggi- Il 2008 ha segnato un nuovo inizio per Torrevilla per quanto riguarda l’innovazione e gli investimenti economici che, in quell’anno, hanno raggiunto il valore di 1 milione di euro. L’obiettivo che ha guidato questa rivoluzione tecnologica è stata la volontà di mantenere alto il livello qualitativo della produzione in un quadro di competitività aziendale e sguardo puntato al futuro. Un progetto lungimirante che ha segnato un percepibile cambio di passo per la cantina che, nel 2013, si è impegnata in un prezioso progetto per la “Mappatura e Zonazione del Territorio”. Uno studio che ha coinvolto l’Università di Milano e il professor Leonardo Valenti per un’accurata analisi pedologica e climatica dei territori vitati oltrepavesi dove sorgono i vigneti Torrevilla. Nel 2019 si arriva a un ulteriore fase di investimenti con l’implementazione della nuova cantina per la produzione del metodo classico, prodotto diventato simbolo per Torrevilla e per il territorio. Dal 2025 sulle etichette dei vini Torrevilla e La Genisia potrà essere apposto il marchio SQNPI, che garantisce ai consumatori che il prodotto è stato realizzato secondo gli standard della produzione integrata. Territorio e vigne I terreni che caratterizzano la superficie vitata di Torrevilla sono molto diversificati, ognuno con una vocazione particolare, ma accomunati da un clima ideale per la vitivinicoltura. La temperatura media nel corso dell’anno è di 12°C, con forti escursioni termiche giornaliere nel periodo estivo, decisive per il ciclo vegetativo della vite. Il Presidente Massimo Barbieri L’Oltrepò Pavese è la prima zona per quantità di ettari vitati della Lombardia e Torrevilla si inserisce in questo panorama con 500 ettari vitati in totale ciò che caratterizza il nostro lavoro e i nostri vini è il legame profondo con il territorio e con le meravigliose colline che compongono l’Oltrepò Pavese. Ci troviamo in un terroir prezioso, capace di dare unicità ai vini. In questa cornice si inserisce il progetto di mappatura e zonazione effettuato dall’Università di Milano con l’Istituto di Viticultura. Un progetto maturato con il forte desiderio di mescolare la storia e la tradizione di Torrevilla alle tecnologie più all’avanguardia, il tutto con l’obiettivo di creare una mappa di zonazione che permettesse di conoscere al meglio ogni terreno nella sua diversità ed essere in grado di farlo esprimere al meglio anche attraverso il lavoro in cantina. FOCUS ZONAZIONE: caratterizzazione dell’areale viticolo della Cantina Torrevilla Già nel 2013 Torrevilla ha iniziato a lavorare su un importante progetto di studio e analisi del terroir che ha coinvolto l’Università di Milano e alcuni massimi esponenti per quanto riguarda gli studi enologici e geologici. Una squadra di ricerca d’eccellenza, capitanata dal professore Leonardo Valenti, dal direttore di Cantina Torrevilla Gabriele Picchi e formata da: Luigi Mariani – Università di Milano (indagine climatologica) Simone Parisi – Università di Milano (indagine climatologica) Massimo Compagnoni – Studio Geologia ed Ambiente (indagine pedologica) Maurizio Baldi – Studio Chimico Enologico (indagine chimica) Il risultato di questa ricerca è un’indagine enologica e agronomica raffinata e precisa, che ha coinvolto 4727 ettari di territorio oltrepadano, 1192 ettari di vigneto di cui 603 ettari del vigneto Torrevilla. L’analisi è stata svolta grazie all’installazione di 4 centraline di rilevamento poste in località strategiche, includendo ciascuna macroarea climatica degli ettari Torrevilla. Le aree di studio per l’analisi pedologica sono state molteplici e hanno coperto categorie ben precise con l’obiettivo di arrivare a una mappatura finale esaustiva, dove ogni vigna è stata profilata in modo da poter fornire a ciascun vignaiolo indicazioni chiare e univoche sulla produzione delle uve. Elevare la tradizionale sapienza contadina, cercando una piena integrazione con le tecniche e gli studi moderni, è stato l’obiettivo che ha guidato l’attività di studio iniziata nel 2013 e proseguita fino al 2017, creando un background solido e in uso tutt’ora. Torrevilla e il lavoro in cantina I vitigni su cui l’operato di Torrevilla si concentra e che si prestano all’invecchiamento in cantina sono il Pinot Nero, la Crotaina e altre varietà tipiche dell’Oltrepò Pavese, Moscato, Riesling e Barbera. Ciascun vitigno viene lavorato con l’obiettivo di dare un’interpretazione più naturale e autentica possibile, lasciando esprimere le unicità della pianta e il territorio da cui essa proviene. Gabriele Picchi, direttore di Cantina Torrevilla In un’ottica di lavoro in cantina e di investimenti sul lungo termine stiamo lavorando con una prospettiva di ottimizzazione, mantenendo all’avanguardia le tecniche di vinificazione e operando su una capacità di stoccaggio importante. La nostra cifra stilistica, ad ogni modo, rimarrà sempre il terroir e la sua massima espressione raggiunta attraverso la perfetta unione tra la tradizione dei Vigneron oltrepadani e le innovazioni tecnologiche che stiamo apportando anno dopo anno in una continua evoluzione. Torrevilla e il Pinot Nero La particolare vocazione dell’Oltrepò Pavese per la coltivazione del Pinot Nero segna anche una naturale inclinazione di Cantina Torrevilla nella produzione delle bollicine e nel trattare questo vitigno versatile, capace di poter essere vinificato sia in bianco che in rosso e con molteplici metodi. Il Presidente Massimo Barbieri Siamo la terza zona di produzione di Pinot Nero a livello europeo e spesso ce ne dimentichiamo. Invece sono convinto che questo vitigno nobile possa essere la nostra bandiera. Non dobbiamo scordare come proprio lo Spumante con le uve Pinot Nero sia nato per la prima volta proprio qui in Oltrepò Pavese. Il Metodo Classico, nato storicamente in Francia e portato in Italia per primo nelle cantine oltrepadane, affonda le proprie radici nella grande storia dell’enologia. Oggi Torrevilla dispone di un moderno impianto di produzione a ciclo integrato, attivo dal 2019 e dove vengono lavorate uve provenienti da vitigni di prima e media collina, ovvero le parti più alte ed esposte dei pendii oltrepadani. Un lungo lavoro sugli spumanti che ha dato vita a vini pienamente rappresentativi del territorio come il Pinot Nero Nature Metodo Classico D.O.C.G., con uve raccolte a mano vengono portate in cantina e sottoposte ad una pressatura soffice, fermentazione in bottiglia a contatto con le fecce nobili per almeno 24 mesi. Questo vitigno è un autentico patrimonio per il territorio, anche grazie alle condizioni climatiche che garantiscono ottimi risultati qualitativi. Come Torrevilla abbiamo scelto di esaltarlo il più possibile, creando vini che lasciano esprimere liberamente il vitigno e la terra in cui viene coltivato. È proprio questa naturalità che vogliamo mantenere e far spiccare al momento dell’assaggio. Ci siamo impegnati nella lavorazione di questa tipologia di uve mantenendo le sue tipicità, le sue “spigolosità”, ma ingentilendole in modo da poter essere goduto dal palato di tutti. Ho provato il Torrevilla metodo classico nature 2021. Oltrepò Pavese DOCG Approcciarsi ad una bollicina rende nervosi. Non già per una qualche difficoltà di valutazione quanto per il rischio di confronti con mostri sacri del settore. Oggi se non stappi una bollicina con almeno 36 mesi sui lieviti non sei nessuno. Questa bottiglia è stata sui lieviti per 24 mesi. Poi il vitigno. Il Pinot Nero è uno di quei vitigni che nelle bollicine assume forme e interpretazioni pazzesche. Ogni confronto può generare imbarazzo. Certo, l’Oltrepò Pavese è un territorio dove il vitigno si esprime, da anni e anni, in maniera eccellente. Amo il pas dosè. Più di qualunque altro dosaggio. Ovvio che un Brut diventa più “normale” ma odio le alterazioni. Con un pas dosè e solo con questo si riesce a capire la bontà di tutto il processo produttivo a partire dalle vigne. Anche questo mette nervosismo. La bottiglia. Una cuvèe. Impegnativa. Decido un azzardo. La apro a cena con amici. Non lo faccio mai. Quando devo assaggiare una bottiglia, lo faccio da solo. Stavolta però gli ospiti sono amanti delle bollicine. Perché non condividere l’esperienza? Rischioso ma meraviglioso. Stappo delicatamente e verso nei calici. Il perlage è subito fine. Colore paglierino. Nessuna sbavatura. Elegante. Spero di non farmene accorgere ma devo assolutamente sentirne i sentori prima di bere. Non bevo subito. Lascio che si scaldi leggermente. Delicati, delicatissimi effluvi di agrumi e fiori bianchi iniziano a salire grazie alle bollicine. Poi della crosta di pane che si mischia a frutta secca. Sembra proprio quel pane con le noci che è nel porta pane. Ne prendo un pezzo, lo porto al naso, rimetto il naso nel bicchiere. Et voilà. Beccato. Niente di complesso ma estremamente gradevole. Una certa mineralità arriva a completare il bouquet. Interessante. Arriva il momento di bere. Aspetto che siano gli altri a farlo. Cogliere le espressioni degli astanti è sempre importante. Capire se, oltre tutte le considerazioni tecniche che si possono esprimere c’è l’unica cosa che poi, alla fine, conta: è buono? Vedo i sorrisi, i gesti di approvazione Essenzialità e verticalità. La prima sensazione è questa. Non c’è burrosità e non può che essere così con un pas dosè. Però il sorso è comunque ampio e coinvolgente. La pulizia di bocca è esaltante soprattutto per come lascia la bocca: uno stato meraviglioso e piacevole al limite dalla grazia. La sapidità fa egregiamente il suo dovere garantendo una persistenza anche piuttosto lunga. Che dire? Davvero un’ottima bollicina che mi ha assolutamente meravigliato per il suo perlage e estremamente fine e la capacità di rendere pulita la bocca senza essere particolarmente invasiva nonostante il dosaggio zero. Non mi aspettavo qualcosa di civettuolo ma quello che ho bevuto è un Metodo Classico che sfata molti dei pregiudizi a dimostrare come il Pinot Nero con il suo affinamento di 24 mesi e senza alcun dosaggio sia assolutamente centrato. Ah, dimenticavo. La bottiglia è completamente finita prima di arrivare alla fine dell’antipasto!     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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15 Febbraio, 2025

Sanremo, musica e vino. Gli abbinamenti (im)possibili

  Sanremo. Cosa possiamo mai fare durante il Festival di Sanremo?
Cantare ovviamente. Anche se, non conoscendo, ancora, le parole, è complicato.
Cenare? Perché no. Però, a pensarci bene, occorrerebbe rimanere a tavola per troppo lungo tempo.
Allora è più semplice ascoltare, magari cercando di comprendere i testi ed il loro intimo significato. Guardando le espressioni degli artisti. Il loro modo di interpretare i sentimenti attraverso note e parole. I vocalismi, le movenze (anche se quest’anno ci si muove davvero poco sul palco). Insomma, godersi a pieno e senza pensieri, lo spettacolo. Ascoltare non solo con l’udito ma con il cuore, provando a far emergere ricordi, sentimenti, emozioni. Suggestioni. È così che con la redazione, ognuno per se, abbiamo cercato di scavare nei nostri ricordi perché affiorasse, senza alcun richiamo, un vino semplicemente ascoltando le canzoni e guardando gli artisti. Trovare quel punto di collegamento emotivo tra le emozioni provate assaggiando un vino con gli amici, piuttosto che in una cantina o dove volete voi e la canzone. Una ricerca, per nulla forzata e assolutamente spontanea, di quel meraviglioso e suggestivo collegamenti tra sensi: udito, vista, olfatto e gusto. Per compiere un proprio percorso sensoriale o suggerirne uno. In molti casi, il percorso è influenzato dal conoscere i produttori, la loro storia, la loro realtà. I sacrifici e le scommesse, i sogni e gli insuccessi, le sperimentazioni e le gioie. In ogni bottiglia non c’è solo un liquido prodotto spremendo le uve, c’è un pezzo della loro anima. Ed è quel micro pezzo, messo in ciascuna bottiglia prodotta, che rende quel vino speciale e diverso da qualsiasi altro. Solo così si ottengono vini che esprimono emozioni. Suggestioni.
Ecco allora le nostre suggestioni in un ordine puramente casuale. Simone Cristicchi. Quando sarai piccola Un testo intimo e personale. Le note e le parole sono intrise di dolcezze riflessiva. Di abbracci. Di voglia di vivere di intensità ancorché possa prevalere la tristezza.  Ci sono pagine di vita, pezzi di memoria
Che non so dimenticare
E è ancora un altro giorno insieme a te
Per restituirti tutta questa vita che mi hai dato
E sorridere del tempo e di come ci ha cambiato
Quando sarai piccola ti stringerò talmente forte
Che non avrai paura nemmeno della morte
Tu mi darai la tua mano, io un bacio sulla fronte
Adesso è tardi, fai la brava
Buonanotte Su un testo così, a tratti melanconico, a tratti triste e che ricorda i momenti difficili del passato momenti, ci vuole un vino dolce ma che non sia stucchevole. Il dolce per ricordare e perché il sapore rimanga in bocca ad addolcire quel senso di tristezza, il sapido a ricordo delle lacrime versate. 
Ecco allora un Moscato di Terracina in versione secca di Cantina Villa Gianna. Non stucchevole, non civettuolo, non dolciastro e zuccheroso. Dolce al punto giusto e sapido grazie alla vicinanza delle vigne al mare. Maria Tomba. Goodbye (voglio good vibes) Forza e intensità in una canzone di grande positività e spensieratezza. Magari senza pretese ma Maria ha una interpretazione così esplosiva, che basta quella. Se ti vuoi perdere nei miei occhi blu
Devi lasciarti andare molto di più
Voglio le coccole, non le tue bad vibes
Guardami gli occhi e non le poppe
Oppure goodbye (Voglio good vibes)
Oppure goodbye (Only good vibes) Non è poco da dire se lo si afferma con un ritmo incalzante e una personalità fresca e convincente.
Serve allora una bollicina fresca e agrumata. Un pas dose perché lei è già così zuccherosa che non serve aggiungere niente. Un pas dosè da Bombino Bianco di Cantine Re Dauno ci sta tutto. Intenso e profumato con la Puglia di San Severo per una esperienza da incantare. Guardami gli occhi e non le poppe. Oppure goodby Tony Effe. Damme ‘na mano  Sembrava di ascoltare un Franco Califano appena salito sul palco dopo una notte al night grazie alla voce struggente e incantata di Tony. Un conflitto interiore tra l’amore per una donna e il voler rimanere fedeli a se stesso. Come se poi questo contasse qualcosa.  Nun conta niente
Si crolla er monno
Io m’aricordo solo di te
Damme ‘na mano
Sinno me moro
Damme ‘na mano
Che c’ho ner core
Soltanto te
Io e te per tutta la vita La voce rauca, la schiettezza, la voglia di una sigaretta. Per questo serve un rosso schietto, genuino. Un vino che deve darti prima una sberla, poi una carezza. 
Ci vuole Arcanos della Cantina Murales. Un Cannonau di Sardegna che in bocca è uno schiaffo. Di quelli piacevoli. Che ti lascia un finale quasi amarognolo e che ti costringe a riberlo. Nonostante sai che il suo alcol ti possa far male. Ma te ne freghi perché ti piace e non puoi far vedere agli amici che non lo reggi.  Olly. Balorda nostalgia  Una nenia triste e rabbiosa che si fa tenue trasformandosi in rabbia e forza. Un grido di amore nostalgico, di rimpianti e voglia di ritornare a quando ci si risvegliava sul divano.  Ridere, piangere, fare l’amore
E poi stare in silenzio per ore
Fino ad addormentarci sul divano
Con il telecomando in mano
Non so più come fare senza te
Te che mi fai, vivere e dimenticare,
Tu che mentre cucini ti metti a cantare
E tu chiamala se vuoi la fine
Ma come te lo devo dire
Sta vita non è vita senza te
Ma chissà perché
Oh, sta vita non è vita senza te Sono la necessità dei gesti quotidiani a rendere duraturo un amore. Lo stare insieme sul divano. Condividere i momenti semplici. Le cose semplici insomma. Nella semplicità sta la virtù. È per questo che serve in questi momenti un vino semplice. Di quelli che ti porti a tavola così come sul divano. Che bevi senza fretta e senza impegno. Ma buono, così da essere ricordato. Come l’Arneis di Pertinace. La scelta giusta per un vino profumato e secco con la giusta sapidità e il giusto calore. Giusto per momenti leggeri e intimi. Gaia. Chiamo io chiami tu Un brano pop che fa riflettere solo se non ci si perde nel ritmo. Parole che possono sembrare banali ma messe insieme come in un puzzle, danno il senso ad una sorta di frustrazione per una relazione che è quasi tossica. Uscirne o non uscirne, questo il problema. Anche se sa che non ne uscirà perché non vuole uscirne in fin dei conti. Ti ricordi quando
Era soltanto un gioco
Chiamo io chiami tu
Chi è il primo che cede stasera
Dimmi dove sei
Dove dove dove dove
Solo io solo tu
Tanto non ne vale la pena
Chissà dove sei
Dove dove dove dove Tristezza e spensieratezza o meglio voglia di ritornare a quella spensieratezza di essere ancora nel nuvolo dei sentimenti e il chiama io chiama tu è solo la voglia di ricominciare. C’è dannatamente bisogno di un vino che non si faccia scordare. Che incida sulla memoria i momenti belli e a quelli ci si ancori. Quasi per non poter volere nessun’altro. Senza sparare troppo alto, un San Leonardo, blend di Cabernet Sauvigno, Carmenere e Merlot. Il vino iconico della Cantina San Leonardo 1724. Rocco Hunt. Mille vote ancora Rap napoletano di riscatto, di rivincita, di rinascita. Cantato con rabbia e forza. Ma delicatamente, con amore.  Mille vote ancora
Se mi vedi un po’ triste è perché cocche vota
Me manca assaje mamma mia, ‘a casa mia
Dove ancora si muore per niente a vent’anni
‘Sti figlie anna capi’
‘Sta guerra adda ferni’
E mo’ riportami dove
Overamente songo je
‘O cafè dint’‘e canzone
Viento ‘e mare che sbatte pe’ dinto ‘e feneste
Me sceta ‘e po’ se ne va
Me vonno fottere l’anema La comprensione di come siamo e come è difficile stare a questo mondo quando non parti bene nella vita Siamo carte stropicciate nel portafoglio
Siamo anime buone in mondo cattivo
Perciò dicimme: tutt’appost’
Anche quando il mondo cade sulle spalle nostre
Anche quando alle domande non c’è una risposta
A campà accussì è tosta Non può che esserci un vino campano melodico e melanconico dotato di forza e freschezza. Di quelli che ti fanno dire uè ci stong’ anch’io ca. Il Piedirosso, per’ e Palummo Vigna Solfatare di Antonio Iovino che dalla solfatara di Pozzuoli tira fuori un vino complesso e schietto. Così come è la vita. Elodie. Dimenticarsi alle sette  Classe, eleganza, glamour, sinuosità. Questo è Elodie che canta di un amore appassionato che dovrebbe, per qualche motivo, finire. Ma non ci si riesce perché è troppo forte e intenso. La solitudine ed il dolore si alternano al desiderio di rimanere insieme. Travolti da un’idea
Che non vuoi che passi
Che piano piano scivola giù
Dicevi
Stasera
Dove vai amore
Ora che ho bisogno di te
Ancora ancora di più
Solo per fatalità
Insieme
Dove vai amore
Non mi fai
Morire
Ancora ancora di più
Dimenticarsi alle 7
Ma che strano effetto che fa
Mandare giù
La verità In questo caso serve uno bollicina. Qualcosa di elegante e raffinato come Elodie. Per lasciarsi trasportare in un vortice di emozioni dal quale non se ne può più uscire. Così da evitare di pensare o di lasciarlo andare via. Appassionato ed elegante come Cerioli X Brut di Oinoe, un metodo classico da Chardonnay e Pinot Nero con almeno 50 mesi sui lieviti. Fresco, agrumato e soprattutto sapido. Perché la vita è salata. Lucio Corsi. Volevo essere un duro Difficile essere un duro. La vita ti mette dinanzi a quello che sei, una persona normale. Così non puoi che accettare la tua vulnerabilità, le debolezze. Sei così e anche se hai provato ad essere qualcosa di diverso, apprezzati e fatti apprezzare per questo. Volevo essere un duro
Però non sono nessuno
Cintura bianca di Judo
Invece che una stella uno starnuto
I girasoli con gli occhiali mi hanno detto
“Stai attento alla luce”
E che le lune senza buche
Sono fregature
Perché in fondo è inutile fuggire
Dalle tue paure
Vivere la vita è un gioco da ragazzi Non può che esserci un vino macerato per accompagnare questa canzone. Una bacca bianca che è stata in contatto con le bucce per scurirsi, per tentare di essere un duro ma poi non ha fatto altro che rivelare la sua vera, inconfondibile natura. Orange Zibibbo di Cantine Benvenuto, la dolcezza intrinseca dello Zibibbo, alias Moscato, che cerca di mascherarsi da duro. In parte ci riesce perché non è un vino dolce anzi è proprio la sua provenienza che lo rende grande.  The Kolors. Tu con chi fai l’amore  Una canzone pop che si muove su un sottile crinale parlando di quanto possa essere fugace l’amore che corre tra la passione e la paura della perdita. Tutto è fugace e insicuro tanto che occorre chiedere alla propria donna con chi fa l’amore. Aspettando una risposta. Sale come un ascensore quando vengo da te
Se fai così mi togli l’anima
Che cosa stupida
Tanto la cosa importante non è
Tu con chi fai l’amore
Stasera
Domani
Chissà Serve un vino che ti porta su e giù come un’ascensore. Un ritmo che puoi anche continuare a vivere così per l’intera vita. Anzi, forse è meglio. Ci vuole un Petit Arvin di Di Francesco Gasperi, un vino che ti porta su quando lo bevi, giù se rimani con il bicchiere vuoto. Un vino che ti inebria lasciandoti sempre e solo la voglia di un nuovo sorso. Serena Brancale. Anema e core Un rap da guappa napoletana. Sensualità e spudoratezza sguainata per ottenere un bacio, di quelli che si ricordano, non necessariamente carico di passione quanto di spensieratezza ed allegria.  Che s’adda veré, s’adda da veré, s’adda da veré
(Brà)
Pccè io e tè
Sim na cosa sola,
Sim du facce della stessa luna.
Com sta collana che porta fortuna
Bra ù sà, marioul
Nan zi dann’ adenza a nsciun’
Tu sta cummè p’ fa l’amore
Io vogghj attè, anema e core
Italo-americano
Dammi un bacio su un taxi cabrio
Un bacio Serve qualcosa di partenopeo. Frizzante ed intenso. Di quei vini che non ti scordi ma che possono essere utilizzati anche con una pizza. Pazzo e allegro, inusuale e raffinato. Non posso che pensare al Principe Millesimato di Vitematta, un Asprinio di Aversa riportato a metodo classico. Fresco, agrumato, raffinato, in grado di sgrassare una frittura di pesce in riva al mare o accompagnare una pizza in un vicolo di Napoli. Un sorso, poi un bacio. Fedez. Battito Forte, potente, accorata, introspettiva, malinconica. Ci si sente così quando si è in depressione, alternando stati di up a stati di down. Un’altalena dal quale non se ne scende se non con decisioni forti. Un pò come l’amore. Tanto che la depressione si trasfigura in una donna. Poi lasciami respirare
Serotonina cercasi
Illudimi
Dentro i miei occhi
Guerra dei mondi
Tu mi conosci
Meglio di me
Vorrei guarire
Ma non credo
Vedo nero pure il cielo
Vetri rotti schegge negli occhi
Prenditi i sogni
Pure i miei soldi
Basta che resti lontana da me
Vedo il bicchiere
Mezzo pieno
Con due gocce di veleno
Tu mi fotti
Respiri corti
E aumenta pure il battito, battito
Battito, battito Non si può essere banali con una canzone così. Non una bollicina, non un bianco, non un rosso qualsiasi. Serve assolutamente un Barolo in grado di essere complesso e fine, non opulento. Ragionato, che va compreso, spiegato. Barolo Villero Riserva 2012 Franco Molino di Cascina Rocca, intrigante, quasi misterioso, di quelli che quando pensi di aver capito tutto, arriva a stupirti. Per conoscerlo, capirlo, amarlo, c’è bisogno di tempo. Ma può curare l’anima. Francesca Michelin. Fango in paradiso  Una canzone quasi classica ancorché intensa. Un amore finito, le lacrime versate. I ricordi, i rimpianti, la voglia sopita di ritornare, l’impossibilità di farlo. Perché la vita porta anche divisioni. Che vanno accettate. Così come vanno accettate le scelte dell’altro. A volte capita
Di volersi sempre
O mai più
Non c’è più il soffitto
Chissà con chi farai un figlio
Se poi cambierai indirizzo
Se c’è fango in Paradiso
Quante volte mi avrai fatto il cinema
Dentro a quel supermercato
Non so se l’avevi considerato
Che uno dei due sarebbe stato da schifo
Ma va bene
Va bene
Più o meno così
Non mi aspetto niente di sensato
Da chi l’edera la compra già finta e poi in estate la tiene su un balcone in un vaso
Come se
Cambiasse ancora qualcosa così
Ci vorrebbe un’altra vita
E quanto amore sprecherò Un amore finito che fa rimanere intrisi di malinconia che si trasformerà in speranza per una vita futura. Ancora lontana da arrivare. Ma non bisogna arrendersi. Ecco perché ho pensato ad un vino che si chiama L’Arrendevole, un Carmignano Riserva di Edoardo Ceri, blend di Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Un nome che serve per sfidare il mondo esorcizzando il passato. Un vino che avvolge come a conservare quei ricordi intimi ma che poi ti da lo stimolo per bere ancora così da guardare alla vita con positività. Perché di tempo da vivere ce ne è ancora.  Bresh. La tana del granchio  Una ballata armonica e struggente ancorché enigmatica. Un significato che arriva a chi vuol essere aperto con il cuore e l’anima. A chi apprezza le piccole cose, anche quelle sconosciute. Ho una parola sbagliata per ogni frase
Sono soltanto un uomo e non ci so fare
E anche se tu non lo vuoi sapere
Sappi però che alla fine ti voglio bene
Sono una madre che si sgola
Una testa che gira ancora
Una chitarra che non suona
Una borsa piena di buchi
Se capisci che non ti amo
Sei una sirena che non nuota
Cosa puoi dire
Fammi solo sapere quando vuoi guarire
Dall’espressione hai qualcosa da dire per me
Ma lo sento, non mi dai due lire
Un sacchetto di plastica
Tiene i nostri due costumi bagnati
Ce li siamo dimenticati
Nella macchina che è rimasta sotto al sole per tutta l’estate
Ad ottobre li ho ritrovati
Lascio la via per te Il Fammi solo sapere quando vuoi guarire ha inspirato l’abbinamento ad un grande vino prodotto da due meravigliose ancorché timide persone. Un vino che proviene da Ardea, paesino della campagna romana anch’esso sconosciuto. Cabernet Sauvignon e Franc completamente biodinamico per il Torrebruna de I Chicchi. Accompagna la vita con le persone che ami. Achille Lauro. Incoscienti giovani Un amore giovanile di quelli che quando li vivi ti sembrano per la vita raccontato in una ballata moderna e matura. L’amore che si vive con impulso ribelle e strafottente. Quasi incosciente. Quella stessa incoscienza che lo farà terminare. No, lo so gli vuoi bene
L’amore è come una pioggia sopra Villa Borghese
E noi stiamo annegando, naufragando è un romanzo
Sono solo a fare a botte con gli amici miei
Sto strisciando verso il letto e non ci sei
Amore mio veramente
Se non mi ami muoio giovane
Ti chiamerò da un autogrill
Tra cento vite o giù di lì
Di amore muori veramente
Se non ti amo fallo tu per me
Ti cercherò in un vecchio film
Per sempre noi incoscienti giovani
Incoscienti giovani
Oh… bambina
Dormivamo in un Peugeot
Sì noi due ladri di fiori
E ti ricordi o no
Noi prima
A dirsi mai una vita come i tuoi
Sì piuttosto disperati come noi
Amore mio veramente
Se non mi ami muoio giovane
Ti chiamerò da un autogrill
Tra cento vite o giù di lì
Di amore muori veramente
Se non ti amo fallo tu per me Non può che esserci un vino bianco. Di quelli morbidi e struggenti che hanno la peculiarità di farti sentire appagati e realizzati. Ma sempre bianchi sono, dunque non particolarmente intensi. Carico di qualcosa che conduce all’oblio. Vincenzì, un Fiano prodotto sulle colline di Salerno da Bernardino Cera de Le Grazie. Non c’è l’opulenza del Fiano avellinese quanto la morbidezza e la sapidità dei tramonti sul mare. Lo bevi serenamente. Finisci la bottiglia e sai che ci sarà un altro giorno ad aspettarti. Giorgia. La cura per me Un amore che non finisce anche se è finito. Un ricordo che non va via e che è una irrimediabile trappola. Non si può scordare e alla fine è quasi meglio non dimenticare. Accettare il ricordo. Vivere con esso. È un amore memorabile e lo sarà per sempre. Come fosse una lettera custodita in un cassetto che riemerge. Tutto passa
Ma scordarti non so ancora come si faccia
Qualcosa lo dovevo rovinare
Nascondo una lacrima nel mare, ferito
Voglio andare avanti all’infinito
Trovarti dentro gli occhi di un cane smarrito
E no, non cambierà
Dirti una bugia o la verità
Per me fare una follia è come la normalità
Non so più quante volte ti ho cercato
Per quegli occhi, per quegli occhi che fanno da luna
Non so più quante notti ti ho aspettato
Per finire a ingoiare tutta la paura
Di rimanere sola
In questa stanza buia
Solo tu sei la cura per me
No che non ho voglia
Non ho voglia di rincorrerti Un vino memorabile. Di quelli che quando lo bevi ricordi e lo ricordi per sempre. Non puoi sfuggire. Non lo conosci ma quando avviene, è avvenuto. È dentro di te. Gran Tasso è il Merlot di Palazzo Lodron, una lettera d’amore che va assaporato lentamente così da capire che non lo si dimenticherà mai. Su questo pezzo anche Roberto Silvio de Pascale si è cimentato con la sua suggestione.  Un brano che esplora temi di crescita interiore e ricerca di se stessi.  Ho pensato ad un vino che evochi profondità e riflessione, ma anche una certa morbidezza e calore. Un vino rosso strutturato, come un Amarone della Valpolicella Masi Costasera 2018, con i suoi sapori complessi e avvolgenti, note di frutta matura, spezie e cioccolato, che rispecchiano le sfumature emotive e la profondità del brano. Sorseggiare un Amarone mentre si ascolta la cura per me potrebbe offrire un’esperienza armoniosa e appagante dove le note musicali e quelle gustative si fondono in un equilibrio perfetto Rkomi. Il ritmo delle cose Tanto ritmo per questa canzone. Incessante. Un saliscendi di emozioni che non si fermano ma incalzano per cercare, provare, senza sapere di riuscire, a restituire una qualche forma alle relazioni che si creano in un mondo digitale. Questo caos che forma
Il ritmo delle cose
Il ritmo che ci muove
Ci corre nella gola
Ci spezza le parole
È il ritmo delle cose
E ti stancherai come fai coi vestiti
Mi romperai come i tuoi giochi preferiti
Quante cose distruggiamo costruendo
È un violento decrescendo
È un moderno decrescendo
È un inferno a fuoco lento
Amore senza sentimento
È un violento decrescendo
E ti stancherai come fai coi vestiti
Mi romperai come i tuoi giochi preferiti
Quante cose distruggiamo costruendo
È un violento decrescendo
Si può fermare la pioggia
Ma è inutile scomodare i cieli
Se in quelle macchie di Rorschach Serve un vino che ho definito come un senso di evanescente beatitudine che si riempie di beatitudine. Inbianco è il Vermentino creato da Julian Renaud per Colline Albelle. Un Vermentino che sembra avvolgerti come una tenera carezza per poi cadere verticalmente come una lama.  Massimo Ranieri. Tra le mani un cuore  Una canzone per Massimo Ranieri e la sua tradizionale forza emotiva. Un amore finito. Un cuore spezzato. Ma è il suo di cuore. È la sua vita. Deve, necessariamente deve, custodirlo. A tutti i costi.  Tu tienilo in alto
E amalo in ginocchio su un altare
Che ogni tua ferita lo farà sanguinare
La vita intera con il cuore in mare
Il mondo l’ha già fatto a pezzi eppure lì rimane
Proteggilo dal freddo che c’è stato
E troverà la pace dopo quello che ha passato
Se hai tra le mani un cuore
È come sfidare Dio
Consegnalo al suo destino atroce
Un bacio come un padre, poi il segno della croce
La vita intera con il cuore in mare
Il mondo l’ha già fatto a pezzi eppure lì rimane Se allora il cuore è calore, se è scrigno di ogni sentimento, se va preservato a lungo come il bene più prezioso, allora non può che essere un Amarone della Valpolicella. Ho scelto quello di Massimago perché oltre a contenere tutto ciò che serve per scaldare il cuore, è dotato di una raffinatezza che solo la classe di Camilla Rossi Chauvenet può aver donato. Joan Thiele. Eco Una canzone dalle note struggenti e la calda voce rauca di Joan che sembra arrivare dal passato. La dedica al fratello volta a seguire il proprio istinto, le proprie idee. Anche se si va controcorrente e se si ha paura. Visto che la paura non ha età. E ricordo quando eri bambino
E restavamo ore abbracciati nel letto
Per sentirci grandi e la musica poi ci baciava
Per farci sentire un po’ meno soli
Forse sarà l’insicurezza
Sarà che per noi la famiglia non è mai la stessa
Sarà che siamo figli dell’indifferenza
Cresciuti da una donna più pura della bellezza
E se potessi dirti che
Qui la paura non ha età
Tu fissala forte dentro gli occhi
Spara al centro qui la notte non ci fotte Una dolcezza senza età, un andare controcorrente, non può che esprimere un vino dolce come il Ramandolo da uve Verduzzo. Poche difficili bottiglie quelle prodotte da Alessandro di AD Coos che offrono, senza uso di legno, sensazioni di sensuale dolcezza. Di quelle che rimangono a lungo. Come l’amore per un fratello. Shablo. La mia parola  Ritmo hip hop che fonde il rap con il rhythm and blues per un impegno sociale dedicato alle divisioni, alle persone che devono, necessariamente vivere, con quello che hanno. Ai margini della società. Quaggiù odi e ami a giudicarmi è Dio
Amo la mia mami, amo sti money e l’hip-hop
È una street song
Per dare quello che ho
Brucerò fino alla fine
Chiuso tra cemento e smog
È una street song
Qui la gente muore e vive
Senza soldi e alternative
L’unica cosa che so
Suona dal basso questo gospel
È la voce di chi raccoglie le forze Nonostante tutto mette da parte i forse qui vince la legge del più forte
Una canzone di impegno sociale ha bisogno di giovani e di impegno nella vita. Di rispetto per la natura e di voglia di far affermare qualcosa che non necessariamente è loro. Questa canzone calza a pennello per Tormenta di Manciaciumi. Coltivato e realizzato sull’Etna in maniera del tutto naturale con Nerello Mascalese e Cappuccio. Porta a sentire la rugosità della vita che si fonde con la sensazione di benessere che solo la famiglia può dare. Il suo finale è memorabile. Noemi. Se ti innamori muori Voce rauca. Forza e potenza. Amore e passione struggente per un amore che è quasi tossico ma del quale non se ne può fare a meno.  Ti stringerei fino ad odiarti ma lo so,
Che non è facile, lasciarsi perdere, serenamente.
Perché è impossibile scordare quelle notti,
Con i sorrisi e con le borse sotto gli occhi,
La sensazione che se ti innamori muori,
Serenamente.
Credo sia normale, farsi continuamente dei pensieri strani,
Se inizia a svanire, la magia che c’era siamo già alla fine.
Perché non è più la prima volta, che prendi un treno per vedermi Alcol per dimenticare. Alcol per lasciarsi andare via. Un vino inebriante che non riesci più a smettere di bere. Come il Primitivo di Van Thiel che ti porta lascivamente fino all’oblio. Marcella Bella. Pelle di diamanti Il contributo è di Adele Gorni Silvestrini. La donna descritta nel testo mi ricorda un Franciacorta Brut Muratori, 100% Chardonnay, con minimo 24 mesi di affinamento sui lieviti. Un Metodo Classico fresco, energico, verticale. I fiori bianchi, il gelsomino e la pera colpiscono subito l’olfatto mentre in bocca è cremoso e lungo, con un’acidità energica e ancora tanta frutta bianca. Lo capisci se ti amo
Forte
Tosta
Indipendente
Pelle come diamante
Non mi fa male niente
Stronza, forse,
Ma sorprendente
Una mina vagante
Sono una combattente
Fammi mille complimenti e stop  Come la donna descritta nel brano di Marcella Bella, è una bottiglia forte, tosta, indipendente, a cui fare mille complimenti e stop. Tanto i difetti… non ci sono. Coma_cose. Cuoricini Una canzone leggera che fa ballare senza volere essere impegnati come l’amore al tempo dei social. Sfuggente, evanescente, superficiale. Fino a quando non vi è una vera richiesta d’amore.
Allora, li, occorre fare sul serio. A patto di esserne capaci. Crolla il mondo
Ma fortunatamente
Un sabato qualunque
Mi hai portato via da tutta quanta
La modernità
Ma dove scappi senza
Cuoricini, cuoricini
Per l’autostima
Cuoricini, cuoricini
Che medicina
Cuoricini, cuoricini
Ma che tolgono il gusto
Di sbagliare tutto
Poi mi uccidi, poi mi uccidi
Quegli occhi sono due fucili, due fucili
Che sparano sui cuoricini, cuoricini  È pur amore. Leggero ed gioioso. Ma comunque ne vale la pena. Ci vuole un vino giovane e gioioso. Senza particolari pretese che però sa dire la sua. Sa impegnarsi e non deludere. Ostine di Vin Viandante. Da uve Malvasia. Intrigante e misterioso ma fresco e seducente. Come a dire che anche nella semplicità c’è tanto da esprimere. Irama. Lentamente. Un amore che lentamente si spegne. Un sentimento che si spegne fottutamente ancorché rimanga qualcosa di vivo. Si cerca di tenerlo in vita ma senza la reciprocità, non serve a nulla. Servirebbe sofferenza reciproca e di entrambi per rimanere insieme. Senza, c’è solo la separazione.  È meglio fare l’amore se l’amore è un incendio
Speravi che i sensi di colpa finissero
Ma torneranno quando tornerò
E il tuo sorriso mi mastica
Ballavi nuda su una canzone classica (na na na)
Non te ne accorgi che hai distrutto tutto lentamente
Ho distrutto tutto lentamente
Tu
Almeno tu
In quella notte d’estate
Tornassi un attimo
E c’è qualcosa che ti agita
Smetti di piangere mi guardi che sei fradicia
E mi strattoni mentre mi tiri la manica
Cerco il tuo sguardo ma ti giri dall’altra parte
Ma non so più come dirtelo Mi è venuto in mente Aidos, il Fiano di Avellino di Tenuta Scuotto. Un vino che all’olfatto è dolce come il ricordo dell’amore mentre in bocca è verticalmente vibrante al rischio di risultare amarognolo al finale. Eppure ne hai necessità e continui a berlo. Andrea Settembre. Vertebre L’abbinamento e il testo è curato da Valeria Valdata, alias Vally Wine
Una canzone mi ha colpito, dritta fino alla Vertebre!
Sarà che ho un debole per la colonna vertebrale oppure che la vibrazione del giovane cantante ti strappa davvero via la pelle, mentre la canta. Abbino Agathòs ‘17 di Tenuta Le Fracce di Mairano, in provincia di Pavia.
Pinot Bianco intenso e profondo, carico di profumi e ricco di emozioni al palato.
Suadente e avvolgente, con il suo costante profumo di fiori in  sottofondo, proprio a rappresentare la “mascotte” del Festival. Margherite e mimosa, glicine e rosa. Balsamico e agrumato, evidenti note di frutta tropicale matura. Caldo e persistente.
Agathòs significa “di bellezza morale”, di persona pura e dal carattere forte.
Perfetto da accompagnare all’amore puro, Agape, letteralmente amore incondizionato!
Quell’amore che non chiede in cambio nulla ma esiste sempre per se stesso, ed è lo stesso sentimento che ci salverà. Strappami la pelle dalle vertebre
Ma dimmi pecchè nun vuo’ cchiù parla’ cu me
Nei tuoi occhi brucia la città
Che poi stare qui con te è come perdere la dignità
Trascurarsi per me è uguale a fottere
È buttarsi nel fuoco, senza accendere
Tra noi due non so chi vincerà
Nessuno ci ha mai detto come si piange alla nostra età Come nella canzone, alla fine c’è una speranza. Che poi stare qui con te è come perdere la dignità, significa prendere consapevolezza di non meritare davvero tutto questo dolore e credere davvero nell’amore, quello puro, quello che è dentro ognuno di noi, quello che dovrebbe essere l’essenza della nostra vita, non solo fatto di “Cuoricini”……… Clara. Febbre Una cantante e un abbinamento che ha attirato l’attenzione di due redattori. Claudia Riva di Sanseverino e Luca della Regina. Ti sei preso una parte di me
Quella ancora più in fondo dell’anima
Un sentimento
Che se si rompe taglia
Come il vetro
E anche deludere
È un’abitudine
Come nel mio
Primo giorno di scuola
Non so che faccio qui
Il buio è tagliato dalle luci viola
Il cielo fa come un glitch
Tu mi guardi dall’alto
Trascinandomi in basso
Non ascolti quando grido
Sembri fatto di ghiaccio Lady first of course, ed ecco dunque la suggestione di Claudia Abbinerei questo brano a Tisbrino della Cantina del Frignano. Un vino spumante bianco degorgiato (85% Chardonnay, 15% Pinot Nero) spumeggiante e travolgente come Clara. Un’esplosione di frutta matura nello stesso tempo fresco e verticale. Con ‘Febbre’ voglio dare voce a chi si sente intrappolato nelle proprie emozioni ha dichiarato Clara, proprio come fa questo vino quando viene aperto. Il ritornello sottolinea proprio questa lotta interiore e la ricerca di liberazione. Chi di noi non è intrappolato nelle proprie emozioni? Ora Luca della Regina
Clara sul palco di Sanremo è stata come uno champagne millesimato: fine, elegante, ma con carattere deciso. Il vestito ricordava un perlage finissimo, scintillante sotto le luci, mentre il testo e l’interpretazione avevano la stessa profondità e persistenza di una grande cuvée. I suoi occhi intensi, il movimento fluido, quasi ipnotico, tutto evocava l’effervescenza di uno sorso che prima accarezza e poi lascia il segno. Come uno champagne che non si dimentica, ha riempito la scena con una presenza magnetica, sensuale e raffinata. Un Encry Millesime 2013. Francesco Gabbani. Viva la vita Un ritmo che prende e che sembra non voler dire nulla. Edonismo. Ricerca del bello. Evanescenza. Tutto sa di effimero e mai di concretezza. Nonostante questo, la vita va comunque vissuta intensamente e così com’è. Perché essa stessa è effimera e fugace. Viva la vita questa vita che
È solo un attimo
Un lungo attimo
Viva la vita finché ce n’è
Viva la vita questa vita che
È solo un battito
Un lungo battito
A darsi il cambio
Ad aiutarsi
A consumarsi al vento
Assomigliarsi
Pelle e ossa
Stesso fuoco dentro
Insieme due paralisi faranno un movimento
Insieme non si perderanno mai
E dimmi una bugia La mezza verità, che tanto poi si sa…ente e senza paura. Allora, anche le illusioni possono essere belle
Ci vuole allora un vino che sappia raccontare anche senza essere impegnato. Illusorio e schietto. Allora occorre celebrare questo dualismo con Duality di Specogna. Due distinte vigne di Sauvignon Blanc che conferiscono, per la diversa altezza, l’una struttura, l’altra freschezza. Come la vita, alla quale occorre sempre dare quel tocco di sapidità per viverla al meglio. Brunori Sas. L’albero delle noci Un cantautore impegnato con la voce calda e sottile che dedica questa canzone alla figlia Fiammetta. Un ragazzo che diventa uomo prima, padre poi. Che deve confrontarsi con la vita e non solo quella sua. Una evoluzione si direbbe, se non fosse per quella sensazione di voler tornare indietro. Però, vedere crescere la propria figlia e capire quanto sia importante dare amore e darlo con tutto ciò che si dispone, diventa la cosa più appagante.  Sono passati veloci questi anni feroci
E nel mio cuore di padre il desiderio desso è chiuso a chiave
E tu sei stata bravissima all’esame di maturità
Ad unire i puntini fra la mia bocca e la verità
Che tutto questo amore io non lo posso sostenere
Perché conosco benissimo le dimensioni del mio cuore
E posso navigare anche in assenza di stella polare
Vorrei cambiare la voce
Vorrei cantare senza parole
Senza mentire
Per paura di farti soffrire
Vorrei cantarti l’amore, amore
Il buio che arriva nel giorno che muore
Senza cadere
Nella paura di farti male Non può non venirmi in mente un vino che sembra aver paura di esprimersi ma poi, quando lo si lascia respirare, restituisce ciò che di meglio si possa avere. Con calore e generosità. È il Carmione di Fabrizio Pratesi. Blend di Cabernet Sauvignon, Franc e Merlot, è potente e vibrante, suadente e vellutato che non manca di far sentire la sua impetuosità senza freni. Ma che sa essere dolce e tenero, come lo sguardo di un padre sulla propria figlia.  Modà. Non ti dimentico Ci sono amori che finiscono con il rimpianto. Non aver detto o fatto qualcosa. Di non essere stati in grado di quel passo per colpa del dannato orgoglio. Che cosa ci dobbiamo poi fare con l’orgoglio quando perdiamo l’amore.  Che sanno di passione
Che sanno di rimpianti
Che sanno di carezze date al buio mentre dormi
Chissà se ti ricordi
La mia prima domanda
Dicesti non ti posso dare ora una risposta
Eppure lo sapevi
Ma non volevi dirlo
Soltanto per paura
Soltanto per orgoglio
E non te l’ho mai detto che mentre ti baciavo
Tenevo aperti gli occhi e di nascosto ti osservavo
Sembravi una canzone che mi squarciava il petto
Un quadro di Kandinsky dove immaginarmi tutto
Ma è l’ora del ritorno
È l’ora del coraggio
Forse è vero siamo fatti tutti e due per qualcun altro
Ma io no non ti dimentico
Io no, non ti dimentico Potente ed energetico, serve un vino per non dimenticare e da non dimenticare. Qualcosa che entri in noi e rimanga li per sempre. Il Ruset 2016 de La Stradina è uno di quei vini semi sconosciuti che quando lo bevi ti fa dire che Dio esiste e che non devi essere per forza blasonato per fare qualcosa di eccezionale. Solo che devi farlo, senza aver paura. Willie Peyote. Grazie ma no grazie Una sorta di denuncia, detta anzi cantata con ironia e grazia. Anzi grazie. Conformismi, pazzie, malcostume, sentimenti. Grazie ma no grazie a tutto ciò. Già, ma poi cosa ci rimane? Chi bacia sulla bocca i propri figli e c’è chi bacia sulla bocca i propri cani
E quanto va di moda il vittimismo di chi attacca ma dice che si difende
C’è chi dice non si può più dire niente poi invece parla sempre, almeno sii coerente
Almeno per sta volta che c’è chi ancora ti da corda
E c’è chi ha perso la memoria e vorrebbe che tornasse, come se non bastasse
Grazie ma no grazie
Dovresti andare a lavorare e non farti manganellare nelle piazze
Grazie ma no grazie
Questa gente non fa un cazzo li mantengo tutti io con le mie tasse
Grazie ma no grazie
Dovresti dare meno ascolto ai sentimenti che non sono mai dei buoni investimenti
Dovremmo organizzare una rimpatriata tipo una cena di classe
Grazie ma no grazie Se non altro occorre parlarsi e saper parlare anche con le persone che non la pensano come noi. Sforzarci di non ascoltare solo noi stessi ma anche gli altri. Per questo serve un vino che sappia dialogare con tutti. Non che accontenti tutti ma che parli a tutti sapendolo fare. Il Ciliegiolo di Cantina Violati è uno di quei vini fatti bene, semplici, schietti. Che ti mangi tranquillamente con del pane e salame o con del formaggio. Basta poco per stare insieme e dialogare con tutti. Alex Wyse. Rockstar Ma perché bisogna per forza arrivare ad essere una rockstar? Non basta cantare per divertirsi? Forse no ma forse è anche questa società moderna che vuole farci fare cose per forza. Omologazione è costrizione. Spesso non ci si ribella ma ci si adegua. Fa male? Non lo so ma se lo fanno tutti, andrà bene così. Ah, che male fa
trovarti sempre qui
per quanto ti nasconderai
tell my why
che felicità
è tutta colpa, la fantasia, la libertà
asciugherò i tuoi pianti
stessi sguardi persi
live like a rockstar
Solo quando cresciamo diventiamo piccoli
e voliamo via, c’è una navicella sopra casa mia
Non ci sono più rockstar Dunque, c’è da essere ribelli. Diversi o provare ad esserlo. Essere se stessi per evitare di venir risucchiati nel vortice della banalità. Monte di Cuca di Giovanni e Stefano Menti è Garganega puramente biodinamica macerata per oltre 40 giorni. Sapido come l’esistenza; verticale e veloce come il tempo che passa; intenso e pastoso, complesso e non banale, come la vita intera. Così che non puoi farne a meno. Vale LP e Lil Jolie. Dimmi tu quando sei pronto a far l’amore Per amare bisogna essere pronti. Per essere pronti ci vuole consapevolezza. Niente è banale e niente va banalizzato. Puoi amare chi ti pare ma per fare l’amore serve il consenso di entrambi. Concetti semplici e all’apparenza banali. Non tra i giovani che hanno sempre più bisogno di essere guidati nei sentimenti. Forse perché smarriti e impauriti nel doverli dimostrare. Magari per non sentirsi rifiutati in un mondo che già li rifiuta troppo. I miei occhi sono recinto dal quale non puoi scappare più
Io non sono lei, la bambola che prendi e che butti giù
Prenditene una
Una che ti cura
E che ti bacia in bocca solo quando vuoi tu
Una che ti scusa
Che rimane muta
Che ha capito tutto ma ci passa su
Ma sai che sono io quella giusta per te
L’unica donna che
Ti sa far piangere Serve allora un vino acerbo, verde, vegetale. Che sappia restituire delle sensazioni sapide e fresche. Pronte per crescere. Stupendo nella semplicità ed efficacia. Il Grechetto di Terre d’Acquesia fa al caso. Un vino che accompagna senza essere invadente, chiedendo il permesso per piacere.  Rose Villain. Fuorilegge Il desiderio. L’amore. Una passione viscerale, forse soffocante. Quando è cosi, siamo vivi. Decisamente vivi. Ma viviamo sempre nel pericolo che finisca. Ritmo e movenze di Rose che sul palco si muove sinuosa e con un gesto che diventerà certamente moda. Ma forse oltre,
Passato il limite di ore senza te,
Sento il tuo nome,
Inizia a piovere fuori dentro me.
Mi rigiro nel letto, non dormo più,
Vorrei saperti dire di no.
C’è quel film che ti piaceva alla TV,
Sembra che stia parlando di noi.
Se pensarti fosse un crimine stanotte io sarei
Fuorilegge,
Fuorilegge. Un vino passionale è quello che ci vuole. Qualcosa che ti prende l’anima e il cuore. Che genera godimento e passione. Volberg, il Pinot Bianco di Cantina Terlano. Matura e fermenta in botti di rovere così da resistere al tempo. Come i grandi amori. Luminoso, possente, sensuale, raffinato e con quel finale quasi amarognolo a dire: attento, perché l’amore va curato altrimenti… Sara Toscano. Amarcord I ricordi fanno parte di noi. A volte sono tristi, altre felici. Ricordare fa bene, fa stare bene. Basta che non ci aggrappiamo a quelli non andando avanti. Farlo con spensieratezza, ballando e cantando, è uno dei modi che crea allegria. Quella che serve per affrontare la vita con la giusta leggerezza. La ruota panoramica
Mi piaceva anche avere paura
C’è un vento che mi porterà
Mi scioglierà le trecce
Di una vie en rose come Édith Piaf
Non mi rimane niente
C’ero io, c’eri tu
Una lacrima mi scende
Anche se ti scorderò
In un club il sabato
È tutto così amarcord,
Comico e tragico
Cosa eri tu, non lo so
Ma un po’ mi avevi illusa
Sai però
Forse in un film io con te
Non mi c’immagino
Sembra così démodé, però era magico
Cosa sei tu, un déjà vu
Mi sono solo illusa
Amarcord Amarcord. Ricordi. Cosa ci fa ricordare qualcosa? Un particolare. Un piccolo elemento che si stampa nei nostri sensi in maniera indelebile. Nella mia mente c’è una sera d’estate, sull’Etna, al Podere dell’Etna Segreta. Mangiando sulla terrazza che dava sulle vigne di Barbera e Grignolino. Insolite per l’Etna ma capaci di sfruttare la meraviglia del Vulcano dando vita a Le Cùcche. Un vino che oltre a farti dire wow, si è impresso nella mia mente. Amarcord. Trentaquattro canzoni. Trentaquattro vini. Quando scrivo questo pezzo non so ancora chi vincerà e francamente non mi interessa minimamente. Una canzone rimarrà nel nostro cuore per le emozioni che ci suscita. Allo stesso modo potrà fare un vino. Quale potenza potrà esserci se le due emozioni riusciranno a sommarsi?   Ivan Vellucci con il contributo di Claudia Riva di Sanseverino, Adele Gorni Silvestrini, Luca della Regina, Roberto Silvio de Pascale, Valeria Valdata  
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14 Febbraio, 2025

Poderi Moretti. Alessandra e Riccardo, il Roero dei giovani

  Spotlight. Riflettore. Tecnicamente è un dispositivo che emette energia raggiante. Un minuscolo sole in grado di illuminare porzioni più o meno grandi. Lo si usa ad esempio quando si vuole mettere in risalto qualcosa come un quadro, una statua, un particolare. Attirare l’attenzione verso qualcosa o anche qualcuno. Il fascio di luce illumina l’oggetto e tutti posano li il proprio sguardo.
Una sorta di marketing concentrato e localizzato. Fa molto effetto ed è sicuramente efficace.
Solo che tutto ciò che è fuori dalla portata del fascio di luce, passa in secondo piano. Scompare per poco o tanto tempo a seconda di quanto curiosi siano gli osservatori. Se si vuole andare oltre, occorre necessariamente guardare dove di luce ce ne è di meno. Li si possono scoprire cose altrettanto incantevoli. Basta solo guardare. Un pò come succede in questi giorni con il Festival di Sanremo. Tutti i riflettori sono puntati sul palco dell’Ariston e su quanto gira intorno alle canzoni, i cantanti, i presentatori. Trovare qualcosa di decente i tv è complicato. Ma a guardar bene qualcosa di buono, anzi di meglio, si trova sempre. Quando si parla di Piemonte del vino, non c’è dubbio alcuno, si pensa alle Langhe. ça va sans dire.
In effetti sulle Langhe è stato fatto un lavoro meraviglioso da un punto di vista di promozione del territorio. Il vino, molto prima del territorio, aveva raggiunto livelli elevatissimi e si capì che occorreva agire di concerto per creare un vero e proprio riflettore mediatico.
Ricordo, quando lavoravo a Torino, le gite domenicali a caccia di ristoranti e trattorie tipiche. Era sul finire degli anni ‘90. Non c’era molta difficoltà nel trovare posto. Sia per mangiare sia per dormire. Prezzi modici e grande qualità. Provate ad andarci ora. Le cose sono profondamente cambiate e tutto è molto più complicato per via dei flussi di persone che, ogni giorno, invadono pacificamente le Langhe. Il riflettore del Piemonte è esattamente puntato sulle Langhe. Basta però essere curiosi il giusto per accorgersi che dall’altra parte del fiume Tanaro c’è il Roero Fra queste colline
anche il silenzio
è verde (Mauro Alfonso) Tanto strana è la vita quanto lo è la storia. Nel medioevo, forse grazie alla conformazione del territorio che consentiva la costruzioni di piccole roccaforti sulla cima dei colli, era il Roero a prediligere la luce dei nobili. Proprio nel Roero, il cui nome è quello dei Conti Roero, i nobili torinesi avevano le proprie dimore di campagna. Frutteti e vigneti nascosti tra le colline producevano da sempre prodotti eccellenti. Solo che il Conte Cavour aveva casa a Grinzane e si servì di Francesco Staglieno per creare il Barolo attuale. Dal 2014 il Roero è stato incluso nel Patrimonio dell’Unesco insieme a Langhe e Monferrato ripristinando, almeno formalmente, una sorta di equità territoriale. Nel Roero il vino ha due nomi: Roero da uve Nebbiolo e Roero Arneis. Due eccellenze tutte da scoprire. Come da scoprire è un territorio meraviglioso dove giovani come Alessandra Moretti e suo fratello Riccardo, sono il presente e saranno il futuro del Roero. Di famiglia siamo produttori dal 1630. La zona è vocata. L’imbottigliamento l’ha iniziata mio nonno facendo più numeri. Da li stiamo crescendo pian piano. Ci assestiamo sulle cinquantamila bottiglie. Abbiamo un potenziale molto più grosso. Ci vuole tempo a livello commerciale. Il mercato è vivo in zona e c’è richiesta cosi che serviamo molte azienda con Arneis e Nebbiolo. Poderi Moretti è una delle tante aziende del territorio a carattere familiare e come tante è alle prese con le nuove generazioni di giovani che hanno scelto di rimanere o ritornare nelle aziende di famiglia. Sono loro, i giovani, che hanno in se non tanto la voglia di riscatto o rivalsa verso altri territori quanto la consapevolezza di ciò che il Roero possa davvero esprimere. Io e mio fratello Riccardo siamo la nuova generazione. Per fortuna ancora non abbandonati ma seguiti. Riccardo è enologo, come mio padre, e segue più la parte vigna e cantina. Alessandra Moretti è giovane. Ha poco più che trent’anni. Studi alla Scuola Enologica di Alba poi la laurea in Scienze dell’Economia Aziendale. Sia io sia mio fratello abbiamo studiato alla Scuola Enologica di Alba. Una via di mezzo tra un liceo scientifico e un agrario. Abbiamo una formazione tecnica che a me è servita e serve tutt’ora. Poi mi sono laureata in economia. Lui ha proseguito con enologia. Siamo complementari. Siamo anche supportati dai collaboratori e da mio padre che è ancora in azienda. L’entusiasmo accompagna le parole. Alessandra è una entusiasta. Con la testa sulle spalle e i sogni in quel cassetto ormai aperto. Vallo a spiegare a quelli che non sanno cosa vogliono dal proprio futuro. Certo, Alessandra e Riccardo hanno per le mani una azienda di circa 40 ettari dei quali 25 vitati; cinquantamila bottiglie l’anno con un potenziale ben superiore. Insomma non è uno scherzo ma nemmeno un disagio. Semmai una responsabilità. Che però lei non accenna minimamente a viverla come un peso. Ed è questo il bello dei giovani: hanno le loro idee, hanno le capacità, non rifuggono alle responsabilità. Alle volte lo fanno con quella sana leggerezza che non fa mai male. Mio padre è stato bravo con entrambi perché ci ha indirizzato da subito alle attività enologiche. Io ero tentata dal classico perché ho una zia che insegna li. Il mondo enologico sembrava più divertente e già li ho deviato. E non me ne sono pentita. Sono in azienda da dopo l’università ovvero dal 2019. Come supporto per le fiere all’estero e togliendo tempo allo studio da sempre. Ovviamente in vendemmia tutti arruolati. Enologia, economia aziendale. L’obiettivo era restare in azienda. Bello. Davvero molto bello pensare che dei ragazzi capiscano a fondo i sacrifici fatti dai propri genitori e non vogliano dissiparli. Al contrario, valorizzarli. È molto interessante l’università che mi ha dato una preparazione che va oltre le mie esigenze. Ho preso un indirizzo magistrale più orientato a piccole realtà. Anche Marketing. Avendo anche mia madre nel settore bancario ho fatto studi più ibridi. In una azienda serve tutto. Sapere di cosa si parla, fare ragionamenti per investimenti aziendali, è utilissimo. Ho fatto una tesi aziendali sulla tutela dei marchi e ho fatto paralleli con i cru. Molto bello. Credo di avere una preparazione spendibile in più rami dello stesso settore. In azienda vedi tutto in maniera più soft. Occorre leggere tra le righe dei discorsi di ragazzi come Alessandra. Un tempo si diceva “avere sale in zucca” (in realtà tra gli antichi romani con questa locuzione si intendevano i benestanti perché il sale era merce preziosa e la si conservava in zucche scavate). Io preferisco dire che persone come Alessandra non sono per nulla altezzosi e con la presunzione di saper tutto. Studiano, si documentano, sperimentano e, quando parlano, lo fanno solo perché hanno acquisito la consapevolezza. Si sta facendo un gran lavoro in zona ma occorre confrontarci con il cambiamento climatico e un pò il fatto che il mercato sia sempre più saturo e competitivo. Così come siano calati i consumi. Volumi. In molti paesi c’è un consumo di qualità ma più contenuto. Noi che produciamo vini di alta qualità come i Nebbiolo, Barolo, Roero docg, si va a scremare il target di consumatori. Siamo una zona a crescente turismo. Siamo zona UNESCO. Così siamo orgogliosi e ci sono tanti progetti aziendali insieme a tante associazione del territorio per legarci sempre di più a questo. Sentieri tra i vigneti che spieghino si le varietà ma anche dando un risalto storico a quello che c’era e c’è ora.
Qui ci sono molti castelli. Anche la borgata dove siamo noi era sede di un insediamento Allemanno. Alcuni punti dei sentiero sono di interesse storico. Credo sia davvero bello come azienda essere parte viva del territorio. Parte della storia di un luogo per il quale si cerca anche un futuro.
Poderi Moretti è l’unione di due famiglie, Moretti e Occhetti. Mamma Carla e papà Francesco. Mia madre come famiglia di origine era di queste zone ma vissuta a Torino perché i nonni erano andati a lavorare li. Tornava tutte le estati e qui si sono conosciuti. In zona ci si conosce tutti. Alcuni vigneti della famiglia di mia madre erano condotti dalla famiglia di mio padre che hanno da sempre avuto cantina. Anche oggi abbiamo vigneti in affitto. Nello sposarsi mia madre ci teneva a valorizzare alcuni cru importanti per la sua famiglia. Storicamente di proprietà della famiglia di mia madre. Il cognome di mia madre, Occhetti, è lo stesso della borgata dove ci troviamo. Qui molte borgate prendono il nome dalle famiglie che la abitavano. Nella vita contadina di un tempo, era facile sposarsi tra conoscenti e non già perché era un modo per cercare di mantenere le dimensioni della proprietà terriere. Banalmente ci si conosceva e i figli si conoscevano. Andarsene in giro non era ne semplice ne appropriato. Mamma ha una sorella sposata su Torino. Nel dividere le proprietà di famiglia ha preso le terre.
Papà viveva già qui. La mamma ha sposato la causa. Lavorativamente parlando ha sempre fatto altro. Arriva da una carriera in banca anche se ha sempre dato una mano. È una attività di famiglia. Adesso che è in pensione si gode il bello dell’azienda. Una azienda che ha radici nella Storia. È infatti datata 1630 e il blasone lo si deve ad un antenato dei Moretti, Marcanto, distintosi per meriti cavallereschi. Blasone e alcuni terreni fu la ricompensa per i servigi resi. Il blasone che utilizziamo in etichetta lo abbiamo preso dal catasto storico. Ogni comune della zona li teneva. Adesso sono su Torino. Tutti i possedimenti di una famiglia che poteva vantarsi di un blasone era nel catasto. È una ricchezza che ci portiamo dietro. Non è da tutti il conoscere la data certa di inizio della propria storia. Quando la si ha, occorre anche saperla sfruttare da un punto di vista commerciale. Abbiamo delle fatture di vendita di vino sfuso dal trisavolo. Il bisnonno commercializzava damigiane verso la Liguria. Il nonno e papà hanno iniziato l’imbottigliamento e la commercializzazione verso l’estero. Austria, Svizzera e Germania. La cosa bella è che noi e altre aziende della zona, abbiamo traccia di documenti. Cavour aveva messo su un sistema di tracciamento delle produzioni agricole al fine di tassarle. Questo ha creato tracce. Un sistema arcaico ma efficace. Alessandra è precisa. Puntuale. Moderata e tenera. Giovane. Di quelle che non hanno paura di lanciarsi, fare e anche sbagliare. La storia la sente sua, della sua famiglia. Sa però bene che quella che dovranno scrivere lei e il fratello Riccardo, sarà ancora più importante.
Ogni generazione ha i suoi meriti. Ogni generazione ha portato qualcosa all’azienda. Anche solo la continuità che non è mai scontata quando si tratta di coltivazioni. Dal 1630 sono passati 395 anni. Almeno cinque generazioni e solo con le precedenti due, nonno e papà, si è arrivati all’ imbottigliamento. Tanto per dire che non è per niente semplice per una azienda agricola arrivare ad imbottigliare e lo è ancora meno, venderle tutte. Solo che quando si cresce e si ha per le mani una moltitudine di elementi da assemblare, il puzzle è dannatamente complicato. Si vuole ricordare tutto, dare risalto ad ogni piccolo elemento. Ogni luogo, ogni cru, ogni nome, diventa importante. Mantenere le tradizioni. Mantenere le specificità. Tutto è importante perché vissuto e sudato. Nel vero senso della parola.
Alessandra sostiene vi siano due linee e due etichette: Poderi Moretti e Moretti. A guardar bene tutte le bottiglie, c’è molto altro. È assolutamente vero, ed è un valore da preservare, che ci sono vigne specifiche che necessitano nomi e dedizione specifica. Abbiamo voluto così perché ci siamo affezionati noi e i nostri clienti. Mantenere l’etichetta Moretti è perché è quella un pò più storica che già aveva inserito mio nonno. Etichette di 40 anni fa. Poi la nuova linea Poderi Moretti è dove diamo maggior risalto a tante selezioni, cru. Sono le sotto zone che per noi hanno significato. Il toponimo ha un significato geografico o legato a qualcuno di famiglia. Nel promuoverli o portarli in giro si riesce ad essere più campanilistici. Il cru Ccchetti ci teniamo a valorizzarlo perché è casa nostra. Direi che si fa un gran bene a valorizzare un cru così intenso e unico come Occhetti. Ho provato l’annata 2018 e non si può, anzi si deve, rimanerne incantati. Il Dio Nebbiolo non ha santificato solo le Langhe con Barolo e Barbaresco, ma ha lasciato la sua intensa aurea anche qui, nel Roero così che questo Occhetti ne possa essere espressione caratteristica. Con forza e morbidezza, grazia e corpo.
La corposità olfattiva della frutta matura macerata nelle spezie di cardamomo, noce moscata e vaniglia con l’aggiunta di cioccolato e ciliegie; la pungenza del sottobosco e del pepe.
La rotondità di questi sentori appare immediatamente come se fosse una meravigliosa carezza, un guanto di velluto, una ciotola colma di vaniglia, marmellata di frutti di bosco, delicate spezie orientali inserite in un barile di rum. I fiori, insieme al sottobosco, sono li a stemperare un pò questa rotondità. Ma la rotondità è davvero invitante, pastosa, setosa, morbida, vellutata. Un nuvolo di eleganti sentori, sapientemente miscelati che ammaliano e invogliano al sorso
La grazia di vellutate sensazioni, compaiono così in bocca attraverso la trasfigurazione della frutta nera rinfrescata dai tannini eleganti, maturi e setosi. Mai banali.
Si rimane ammaliati da questo sorso che conquista le papille gustative con una ampia freschezza che sa di morbido così che la bocca rimane in uno di quegli stati che si possono definire di morbida contemplazione. Una decina di anni fa hanno mappato tutti i cru e hanno inserito Occhetti come una sottozona. Ci sono tanti cru nel Roero e noi valorizziamo quello perché ci siamo affezionati. Ora è un discorso di tutela maggiore appoggiato dal consorzio. C’è un sistema che aiuta. Tutela e tracciabilità piacciono molto al consumatore. Ci permette di fare discorsi di un certo tipo. La zona è piccola, valorizzata e vocata e occorre sfruttarlo al massimo. È proprio in questi discorsi che Alessandra dimostra il suo grande entusiasmo. Il contatto con il pubblico, il poter spiegare la propria zona, la propria casa. L’avere obiettivi propri, sfidanti, intensi e volti a realizzare qualcosa non solo per se stessa ma per il proprio territorio. Una sfida per la quale serve lavoro intenso e non già solo in vigna o in cantina. Le nuove generazioni hanno finalmente capito che per competere sui mercati, nazionali o internazionali che siano, occorre affrontare il problema commerciale in una maniera diversa.
Per i vecchi vignaioli, il massimo della esaltazione era fare il vino buono. Aprire una propria bottiglia era già un risultato. Impossibile fargli capire che quelle bottiglie occorre venderle e per venderle, oggi, in un mercato così globale e così competitivo, serve ben altro che fare il vino buono. Agganciare nuovi mercati, inserire vini nei ristoranti, bottiglie apprezzate da persone nuove, avere un continuo scambio di opinioni, una interfaccia con il mondo a livello personale è molto gratificante. Più che gestire i propri vigneti e vedere l’azienda girare bene rimanendo comunque a casa. Se non potessi girare e seguire la parte commerciale mi perderei la parte più bella per me. Mi trovo a fare la commerciale su un prodotto che sento mia e conosco dal lato tecnico. Ho interesse che cresca e che venga apprezzata in un certo modo. Poi c’è la vocazione e la predisposizione di ciascuno di noi. Anche se in una famiglia, perché Poderi Moretti è pur sempre una azienda a carattere familiare, c’è bisogno pure di un pò di fortuna nella divisione dei compiti. Riccardo si dedica alla parte enologica insieme a papà Francesco molto vocato alla campagna; Alessandra alla parte commerciale. Una divisione naturale e spontanea. Meno male dico io! Siamo allineati come mentalità e le decisioni si prendono insieme. Sulle decisioni più piccole non si mette più becco. Per gli investimenti importanti è ben diverso. Stiamo impiantando un nuovo vigneto con Nebbiolo. C’è stata la condivisione in famiglia sulle varietà, sulle tempistiche ecc ma poi per la parte implementativa, si lascia campo libero a mio padre. I cloni che si possono scegliere sono tanti ma le analisi del suolo già stringono. Al vivaio vanno loro comunque. Anche perché io non sono proprio sul pezzo. Ma va bene così. Pragmatica e felice di esserlo. Ha trovato la sua felicità radiosa verso il commerciale. Il suo mondo. E mi sa che almeno in famiglia nessuno glielo toglie! C’è un pò lo scontro generazionale che essendo in famiglia nessuno molla. Con mio fratello siamo autonomi e comunque ci sono i collaboratori. Non ci sono cose che segue mio padre che non non seguiamo. Lui ha un approccio diverso e ci mancherebbe. Non ho ancora pensato ad una rivoluzione grossa. Ci sono tante rivoluzioni piccole. Alessandra ancora è giovane. Ma è una cucciola con grinta da vendere. Di quelle persone che tra un sorriso e l’altro, non te le manda a dire le cose. Rappresenta la freschezza di una generazione che vuole volare da sola. Ascoltando gli altri ma volendo anche fare di testa sua. La mia generazione va ognuno sulla propria strada. Prima erano tutti sul fare cose standard tranne pochi luminari. Nel bene o nel male c’è sempre di guardare gli amici e cosa fanno. Noi vogliamo andare per la nostra strada. Se gli altri hanno da dire, va bene cosi. La scelta per una agricoltura tradizionale non cozza affatto con i dettami della nuova generazione. È una scelta dovuta anche alla tipologia di un territorio che rende le cose particolarmente difficili. Non impossibili ma difficili. Siamo in lotta integrata. Dalla scorsa annata abbiamo avuto la certificazione della apina. Abbiamo fatto un investimento fuori zona dove siamo in biologico. Qui alcuni lavorano in biologico. Io trovo che nella nostra zona la gestione in biologico è costoso e difficile. Piove in continuo e ci sono alti rischi per la coltivazione. Ci sono altri metodi per avere un prodotto buono senza essere biologico. Molto posata, molto competente e soprattutto con una strada dritta da seguire. Senza lasciarsi influenzare e senza scimmiottare nessuno. In zone come queste dove possono verificarsi annate piovose, i trattamenti diventano una necessità. Nel regime convenzionale o di lotta integrata ci sono trattamenti che si possono fare, anche a bassissimo impatto. Anche se siamo lontani dalla chimica indiscriminata e scellerata di qualche anno fa, alcuni trattamenti non sono consentiti in regime biologico. Tali trattamenti possono comunque essere fatti una sola volta. Al massimo due.
Il regime biologico, vietando certe tipologie di molecole e consentendone altre, non indica quanti trattamenti possono essere eseguiti.
Se si è in zone dove il biologico è complicato, il rischio è dover fare trattamenti, pur sempre biologici, ma ripetuti. La scelta è dunque se farne uno o tanti. Ma se ne si fanno tanti, non c’è il rischio che le molecole, per quanto consentite, rimangano sulle foglie e nel terreno poiché non hanno avuto il tempo di essere assorbite? Ecco, questo nessuno ve lo dirà mai. Ho un caro amico che ha una azienda biologica della nostra dimensione e ho molto rispetto. Anche per la capacità di avere un prezzo più alto e riuscire a venderlo. Certo, non so se il biologico riesca sempre a ripagare tutto il lavoro che porta dietro. Trattare in maniera oculata. Alla fine questo è il vero obiettivo di tutti. Biologico, biodinamico, integrato, convenzionale. Fate come vi pare ma fatelo bene e con coscienza. Le rese basse ci conducono ad avere più cura. Cinquantamila bottiglie con rese sotto le rese medie del disciplinare. Il resto viene venduto.
Ventitré etichette. Con cru da 2000 bottiglie. Forse un pò troppe. E anche Alessandra lo sa. Io ne farei molte di meno ma i miei ci tengono. Avrei tolto una linea direttamente. Sarei rimasta solo sulla linea nuova. Per quanto i consumatori e i distributori siano affezionati alla vecchia. Però quando una azienda decide di passare ad una etichetta nuova, il consumatore lo deve accettare. In effetti è complesso vedere la differenza tra le etichette. La linea antica, Moretti, ha un modo tutto suo di essere con predisposizione ai vitigni classici della tradizione piemontese di Alba: Dolcetto, Nebbiolo, Barbera d’Alba e Barbera superiore. Sua Maestà il Barolo per chiudere in bellezza.
La Poderi Moretti spazia un pò partendo dai bianchi a base Arneis per poi, passando per un rosato da uve miste, arrivare ai rossi da Dolcetto, Barbera e Nebbiolo (Roero e Barolo) e concludere con due metodo classico Blanc de Blanc 24 mesi e Blanc de Noir 36 mesi.
Un pò ci si perde ma magari ci si potesse perdere sempre cosi. Tra i rossi, il Pulciano 2010. Roero Riserva DOCG con 24 mesi in fusti di rovere e sei in acciaio. Direttamente dalle vigne del cru Occhetti.
Nel calice si presenta con tutta la sua magnificenza. I quindici anni lo hanno reso meno rubino e più granata certamente ma senza intaccare la sua brillante luminosità.
Mai commettere l’errore di bere un calice di questo vino senza averlo fatto respirare un pò. Anche se “anziano” si comporta come un bambino al risveglio che ha bisogno di stiracchiarsi un pò. Tempo, è un vino che va aspettato.
Lasciare che si apra aiuta a far si che la frutta cotta e marmellatosa venga fuori: fragoline di bosco, ciliegia, ribes, more. Poi del prezioso sottobosco che si fa raccogliere da un lembo di pellame. Ancora del tabacco trinciato, della noce moscata, del pepe e del cardamomo. I freschi fiori rossi donano infine freschezza che il velo di balsamico amplifica.
Un corredo olfattivo fine, delicato, soave, con i sentori che emergono piano piano, uno dopo l’altro, alternando morbidezza e freschezza in un meraviglioso balletto.
Il gusto è subito meraviglioso. Fresco, molto caldo. Un’apertura meravigliosa ed una sapidità decisamente incredibile che fa si che la bocca continui ad essere irrorata. La frutta è tutta “molta” ancorché meravigliosamente bilanciata. L’arancia è cotta e la prugna è così potente che arriva fino giù in gola fornendo una incredibile sensazione di pienezza. Il tannino è alleviato dal tempo così che può correre soave pur ricordandosi che è pur sempre un nebbiolo. Senti che danza e senti che la freschezza ancora prevale, nonostante siano passati 15 anni. Una persistenza decisamente lunga e una struttura incredibile con un bilanciamento a dir poco perfetto. In coda il vino torna a vivere come se la profondità dei frutti volessero ancora dettare legge. È un Nebbiolo che è diventato quasi gentile nonostante abbia ancora delle prospettive estremamente lunghe. Insomma un vino che può durare nel tempo cosi da diventare come quegli amori indissolubili che non si sciolgono non si modificano anzi, si fortificano. Non per ultimo ma lo lascio alla fine il Roero Arneis. Cosa gli vuoi dire ad un calice di Arneis? I semplici sentori di frutta tropicale, pera Smith e mela verde si fondono con il vegetale del biancospino e delle foglioline di menta. Il lime diventa quasi zenzero per via di quella pungenza al naso. La freschezza avvolge come una piacevole ventata balsamica tanto che sembra di respirare uno di quei profumi agrumati che vanno tanto di moda: Acqua di Sorrento, Acqua di Parma, Acqua di Ponza, ecc. ecc. ecc (sembra che ogni luogo abbia la sua acqua ormai). Il sorso è decisamente fresco, secco e con una sapidità che spinge dall’inizio alla fine fornendo alla bocca una incredibile pulizia legata alla piacevolezza dell’agrume. Proprio la sapidità crea una ampiezza della verticalità. Persistenza anche buona cosa questa che lo rende estremamente abbinabile. La sapidità non smette di spingere.
Buono ma buono. Gli importanti storici la pensano come mio padre. Non gliela si va a cambiare perché poi per loro gli cade il mondo. Se fossi da sola, io lo farei. Anche perché altre aziende l’hanno fatto. Abbiamo comprato da amici di famiglia dei terreni all’isola d’Elba. In parte ulivi e in parte viti. Magari prima o poi i miei li trasferiamo li come Napoleone. Ride di gusto Alessandra. Non si priverebbe mai dei genitori ma la gestione aziendale è altra cosa. La freschezza dei giovani che vogliono innovare nel solco della tradizione. Senza strafare ma prendendo una propria. Che non necessariamente coincide con la precedente o con quella degli altri. All’Elba siamo in regime biologico. Circa sei ettari. Non usciamo con una etichetta nostra dunque vendiamo tutta l’uva. Li è stato un investimento, qui c’è una logica diversa. Ritorna nei discorsi con Alessandra la voglia di cambiare etichetta. Un modo per affermare l’identità di una azienda, un nuovo prodotto, un nuovo corso. La prima etichetta è come il primo amore. Così che la si cambia solo se costretti. Anche se il tempo, il contesto, il mercato, lo richiederebbe. Alcuni preferirebbero cambiare moglie piuttosto che l’etichetta. Eppure è il biglietto da visita. È quell’elemento che ti fa scegliere una bottiglia quando la vedi sullo scaffale di una enoteca. Deve essere visibile senza esserlo. Deve catturare senza costringere. Deve sedurre senza ammaliare. Alessandra ha studiato, ha visto, ha capito. Sì è confrontata. Mentre prima ci si confrontava solo in ambito locale. Tra i vicini al massimo. Però forse si campava meglio. Nonno Dionigi ha 86 anni ed è ancora lucido. Brontola e viene a controllare come lavoriamo. E spesso non lavoriamo bene come lavorava lui. Apriamo la cantina a tutti e non si può lavorare come prima. Così dice. Le ambizioni ci sono tutte. Quelle di due ragazzi che hanno scelto di volersi prendere, quando sarà il momento, di prendersi sulle spalle il futuro dell’azienda di famiglia. Senza particolare smania ma certamente con le idee chiare. Io spererei tra dieci anni di raddoppiare l’imbottigliato. Commercialmente stiamo girando tanto e creando rapporti duraturi. Mi vedo qui con più cose da seguire ovvero più preoccupazioni. Ma sicuramente più sicura grazie allo storico sulla propria pelle di esperienze e situazioni. Farsi le ossa attraverso l’esperienza. Capire. Comprendere. Ragionare. Ma poi andare con le proprie gambe. Guardandosi intorno per continuare a capire. Osservando il mercato certamente ma anche la natura. Perché poi è sempre quella che comanda. Aziendalmente sarà sempre più un casino per la situazione climatico. L’anno scorso abbiamo perso gran parte della produzione in un giorno solo per la grandine. Non era mai capitata. Sia questo sia il periodo covid ci ha temprato costringendoci a creare anche piani alternativi. Ecco, questa è Alessandra Moretti. Questa l’azienda Poderi Moretti.
Quando si ha la fortuna di conoscere giovani come lei, le speranze per un mondo migliore, francamente in me aumentano vertiginosamente. Non si sta con le mani in mano. Non ci si lamenta. Non si pensa che il mondo sia uno schifo. Non non non. Ma un non positivo perché orientato al futuro. Nonostante la fatica, gli insuccessi, le difficoltà. Grazie Riccardo. Grazie Alessandra. E grazie ai vostri genitori e nonni che vi hanno cresciuto così. Il sito internet dell’azienda QUI
La pagina Instagram QUI     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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7 Febbraio, 2025

Palazzo Lodron. Olivia e Pipo, il sogno. Il loro sogno

Che cosa intende con sogni di felicità? Non mi offende il riferimento ai sogni, perché non c’è mortale sulla faccia della terra che qualche volta non sogni. Ma sogni di felicità! Sogni pacifici, rasserenanti, dolci sogni! Ecco quello che sono: sogni che si avvereranno, mi renderanno la vita, oggi più triste che non allegra, più tollerabile. (W. A. Mozart) Cosa insegnano i sogni? Cosa sono i sogni? Cosa ci portano a fare i sogni? Cosa ci resta dei sogni? Sì sogna mentre si dorme. In quella fase del sonno detta REM, il nostro cervello (ogni circa novanta minuti) genera immagini. Tutti noi sogniamo tanto che, scientificamente parlando, facciamo circa cinque sogni a notte. Solo che non li ricordiamo. Ricordiamo maggiormente qualcosa quando ci svegliamo durante il sonno REM. Che strano, che affascinante è il corpo e la mente.
Sogniamo anche da svegli quando la nostra immaginazione è in grado di andare in avanti nel tempo. Ci prefiguriamo qualcosa che non è neanche nella fase embrionale. La vediamo già realizzata. Tutti sogniamo anche ad occhi aperti. Solo che continuiamo a dormire anche da svegli. I sogni rimangono nel cassetto e non si realizzano. Realizzarli vorrebbe dire crederci, impegnarsi, coinvolgere le persone che sono intorno a noi e a noi cari. Spesso è tutto troppo, troppo difficile. Così, lasciamo stare. Sono grata a mio marito che ha questi sogni e io ammiro quel carattere in grado di sognare qualcosa di grande. Anche di rischioso. Ma si prova a realizzare i sogni. Questa è una bellissima cosa. Una donna che dice una cosa del genere per me ha già vinto. Per la sua intelligenza e il pragmatismo. Un pragmatismo che ha poco a che fare con la mentalità italica. Olivia è nata a Vienna. Olivia von Thurm und Taxis per la precisione. Un cognome che evoca la storia e che, nel caso di Olivia, ne fa parte. È molto ma molto riservata e ci tengo a preservare questo aspetto. Quello che lei ha nella testa e nel cuore adesso è l’avventura iniziata insieme a Pipo, il suo amore, suo marito. Al secolo Johannes Volpini de Maestri. Insieme sono Palazzo Lodron a Nogaredo, vicino Rovereto. Io sono nata vicino Vienna. In basso Austria. Ho studiato storia a Vienna. È stata la mia passione. Conosco mio marito da 35 anni e sono stata con lui tutta la mia vita. Lui ha ricevuto il Palazzo Lodron quando aveva 19 anni. Nogaredo è stato sempre il cuore della sua famiglia e anche adesso per lui è la cosa più importante. Butta dentro tutta la passione e l’amore che c’è. Palazzo Lodron non è un semplice palazzo di un paesino del Trentino. È qualcosa di molto più profondo e iconico. Cosi come Olivia e Pipo non sono solo moglie e marito. Sono qualcosa di più. Spesso noi italiani tendiamo a snobbare qualcosa perché non la conosciamo a fondo o semplicemente perché riteniamo non faccia parte della nostra storia.
Se chiedessimo ad un bambino di Salisburgo cosa rappresenti il cognome Lodron, saprebbe sciorinarci tutto. Non fosse altro perché li sono obbligati a studiare tutto di un personaggio che ha reso Salisburgo la meraviglia che è oggi. Paride Lodron fu arcivescovo di Salisburgo per ben 35 anni. Esattamente dal 1618 al 1653. In questo periodo, grazie al supporto dell’architetto Santino Solari, realizzò non solo i cinque ordini di di mura a bastioni che circondavano la città ma anche l’università di Salisburgo che porta proprio il suo nome.
Era nato a Nogaredo (anche se prima si chiamava Castelnuovo di Noarna) e qui diede incarico, sempre a Santino Solari, di completare il palazzo che oggi porta proprio il nome di Palazzo Lodron. Un palazzo con una storia pazzesca che parte dal tribunale delle streghe a residenza estiva dei Conti Lodron. Vita. Tutta una vita non basterebbe per contenere tutte le storie del Palazzo. Il palazzo è da sempre della famiglia di Pipo. Da più di 400 anni. Sua nonna era la ultima Contessa in casa. La casa è speciale: secondo me è calda e familiare. Un luogo che sa di famiglia. Quella essenza che nulla ha a che vedere con la nobiltà. Magari se ne respira comunque l’aria, ma poco conta. È della famiglia. È di famiglia. Pieno di ricordi di una vita, delle estati trascorse tutti insieme scorrazzando per le vigne o nelle stanze. Una residenza estiva con la terra intorno che rimaneva li a disposizione per le vacanze. Non certo per la vita. Pipo aveva altri interessi, altre ambizioni per la sua vita. Così Come Olivia. Ho studiato Storia e lavorato per una casa editrice che realizza libri d’arte. Dopo qualche mese siamo andati a New York e mi sono dovuta licenziare. Abbiamo vissuto li per due anni. Pipo ha studiato li legge. Poi siamo tornati e c’era già in vista che il contratto con la cantina si doveva chiudere. Cosa facciamo quando questi tre ettari tornano da noi? Due soggiorni di qualche anno a New York con rientro nel 2009. Due figlie, Maria e Flaminia che all’epoca avevano cinque e sei anni. La voglia di ritornare. Olivia parla un eccellente italiano ancorché condito da quel suo meraviglioso accento tedesco. Pardon, austriaco. Completamente differente dal tedesco. Fa qualche errore e se ne scusa immediatamente. Sarei tentato di spostare la conversazione in inglese ma preferisco tenerla sull’italiano: mi piace tantissimo ascoltarla in questa modalità. Sa di tenerezza e Olivia è davvero tenera. Ha gli occhi che esprimono gioia e un sorriso che sa di discrezione. Mi piacerebbe scavare più a fondo della sua storia ma non riesco proprio a voler forzare la sua intimità. Il cognome che portava prima di abbracciare quello del marito, sa di storia antica, di nobiltà, di blasone. È come se volesse tenersene alla larga. Le parole di entusiasmo che usa per narrare l’avventura iniziata con Pipo sono sincere. È serena ora. Le sue scelte di vita sembrano averle portato quella serenità della quale aveva bisogno: la famiglia, Pipo, i sogni. Magari proprio il rientro in Austria e la necessità di capire cosa fare del Palazzo e delle terre. Abbiamo un pò forzato il ritorno perché nel contratto c’era anche metà della casa. La volevamo indietro. Quelle terre, poco più di tre ettari rimasti dalle varie spartizioni dinastiche, erano state date in affitto per trent’anni insieme a parte del palazzo. Un legame con un luogo che torna a galla proprio alla scadenza dell’affitto. Abbiamo parlato dicendo cosa facciamo con la campagna? Diamo in affitto? Diamo l’uva ad un amico e scriviamo vini Volpini? Alla fine abbiamo deciso di provare noi. Volevamo fare un vino di alta qualità e Pipo ha detto che se non funziona continuiamo a ridere perché abbiamo un buon vino in cantina. Ride di gusto Olivia pensando a quei momenti. Nella casa di Salisburgo parlavano del futuro. Dei sogni. Di una vita che avrebbe potuto prendere una strada diversa. O solo di un passatempo. Chissà. Flaminia e Maria li guardavano non capendo. Non capendo di cosa i due genitori stessero parlando. Vino? Vigna? Campagna? Alieni forse. Decidere di prendere la gestione dell’intero Palazzo e delle terre non è cosa di poco conto. Che vuol dire coltivare la terra? Tenere gli impianti attuali? Farne nuovi? Che vino produrre?
Ecco, occorreva partire dal vino. Che vino produrre? Abbiamo deciso di fare un nuovo impianto perché chi l’ha gestita non l’ha gestita bene. Non siamo stati d’accordo con quello che c’era. C’era la pergola e tanti tipi di uva. Volevamo fare un vino che piace a noi. Abbiamo parlato con un agronomo dell’Alto Adige che ha detto: datemi tre bottiglie che vi piacciono così partiamo da quelle. L’agronomo ed enologo è Walter Schullian, uno dei più apprezzato della zona tanto da riuscire a creare anche una propria etichetta, Lacus. Poi Alexander, il vignaiolo. Matteo e Davide gli artefici delle cose che succedono. In inverno abbiamo bevuto tutti i vini del mondo per capire cosa ci piace. In primavera abbiamo dato ad Alexander tre bottiglie di vino. Non mi ricordo cosa gli abbiamo dato! Continua a ridere Olivia ricordando quell’inverno. Quello che per molti può sembrare una stranezza, un frivolo gioco di persone annoiate, per Olivia e Pipo è molto di più. Non si tratta di giocare con le vigne ma di produrre qualcosa che possa rappresentare loro e Palazzo Lodron. Qualcosa di importante, qualitativamente eccellente, memorabile. Vini che potessero dire la loro in maniera decisa e determinata. Altro che gioco, ne sentivano la responsabilità. Lui ha detto ok allora mettiamo, secondo questo gusto, 30% Merlot, 30% Cabernet Franc, 30% Cabernet Sauvignon e un pò di Carmenere. Il risultato è quello che ci piace. Dunque, nel 2015 Olivia e Pipo rientrano in possesso della tenuta e dell’intero Palazzo. Nel 2016 sostituiscono le vecchie pergole con nuovi impianti e barbatelle totalmente nuove. Per la prima annata di produzione occorre aspettare il 2018. Quattro vini: un rosato e tre rossi. Il rosato lo abbiamo fatto perché ci piace il rosato e anche perché la mia suocera ha detto “non c’è niente per me li?” A lei piace solo il bianco e il rosato. Ci piace per avere anche un pò di varietà La forza di volontà di Olivia è pazzesca e seconda solo al suo buon umore. Oltre che alla modestia e discrezione. Per mettere in piedi l’azienda si è dovuta sobbarcare di tante cose visto che Pipo ha il suo lavoro da commercialista a Salisburgo e si può dedicare all’azienda nei fine settimana. Viviamo tra Salisburgo, Austria, autostrada del Brennero e Nogaredo, questa la mia vita. Cerchiamo di essere sempre insieme. Adesso le nostre figlie sono uscite da casa e quindi sono di più a Nogaredo. Forse mettendo da parte quella che era ed è ancora la sua passione. La storia. La Storia è la mia passione. Storia dell’arte. Una passione innata e coltivata grazie a mio papà con il quale leggevo i libri di storia. Con i figli, per stare più a casa, ho iniziato una piattaforma con una mia amica per scrivere biografie. Non di persone ma di privati. Ho fatto questo per venti anni. Il vino però prende sempre più tempo. La Storia. Ritorna la Storia. Olivia è nel flusso della Storia. La sensazione che ho continua ad essere questa. Una sensazione che non va via ancorché sia proprio lei, inconsapevolmente forse, a cercare distogliere l’attenzione. Eppure l’amore per Pipo e per la sua famiglia traspare in ogni sua parola. In ogni suo sguardo. Ogni qualvolta che nomina Pipo o le sue figlie. Come se fosse questo il suo vero sogno. Poi Palazzo Lodron, come fosse un castello Ma l’amore vuole libertà
Poter andare, poter venire
Un castello sarebbe un’alleanza
Quando l’amore è soprattutto erranza.   I sogni di Pipo sono sono diventati anche i suoi.
Nogaredo, la vigna, Palazzo Lodron, il vino. Da produrre, promuovere e vendere. Abbiamo un bellissimo team con enologo, agronomo e dei ragazzi che ci aiutano in campagna. Ci spiegano tutto perché siamo pieni di domande e impariamo in ogni stagione. Come si potano le viti, la vendemmia estiva, ecc. Noi adesso non siamo esperti per niente ma sappiamo di cosa si tratta in ogni stagione. Così ogni anno siamo più decisi di cosa vogliamo e cosa non vogliamo. Diventiamo sempre più sicuri di quanto succede in cantina e in campagna. Modestia e consapevolezza. Oltre che rispetto per chi sa le cose. Ci vuole una gran dose di umiltà per non sopraffare nessuno ed ascoltare. Farsi guidare da chi le mani nella terra le ha messe da generazioni. Umiltà e tanto spirito di intraprendenza. Investire tutti i loro risparmi in questa avventura non è stato affatto banale. Pipo avrebbe potuto comprarsi una Porsche o fare viaggi. Sarebbe stato più facile. È molto più coraggioso iniziare una strada cosi impervia. Anche con il rischio di fare una bruttissima figura. Adesso andiamo a mangiare la pizza e abbiamo una piccola tenuta di vino. Oggi si producono poco più di 9.000 bottiglie. Produzione piccolissima ma che consente di ottenere prodotti di altissimo valore e qualità. Per noi è importante fare vini autentici. Siamo molto contenti e stiamo dietro i prodotti. Vogliamo fare un prodotto autentico e non vogliamo essere biologici per avere il marchio. Vogliamo lavorare cosi. Cerchiamo di lavorare senza farne clamore. Il Palazzo è come uno Chateau di Bordeaux. C’è la torre, la cantina, la casa, le vigne. In fondo tre ettari sono pochi ma al contempo giusti per cominciare a far vivere un sogno. Olivia e Pipo non hanno fretta. Le figlie adesso hanno 21 e 19 anni. Una studia storia a Vienna ricalcando le orme della madre; l’altra, economia come il padre. Hanno già esperienze di lavoro e viaggi e se prima erano scettiche di quanto facevano i genitori, adesso, ne sono certo, ne vanno fiere. Sono curiosa di capire cosa facciamo con loro. Hanno visto che siamo diventati produttori di vino. Ora lavorano un pò con noi. Sono state alle fiere. Lavorano in cantina ma non vogliamo forzare. Prima scettiche ore fiere. Il tempo serve per far maturare il vino. Per renderlo nobile. Per poter compenetrare la storia nelle bottiglie. Ecco allora che queste devono riposare tra le mura del Palazzo Lodron. Impossibile fare diversamente. Tranne il rosato tutte le bottiglie fanno legno. Rimangono nel legno. Sono nel legno anche nella fermentazione. Il covid ci ha salvato. Dopo il 22 la prima annata aveva 4 anni. Dunque ora siamo a posto perché possiamo vendere i vini che hanno 4 anni. Vendiamo i vini pronti. Adesso i vini fanno vedere la loro potenza. I nostri vini stanno tanto tempo in cantina e rappresentano bene il Palazzo. Sono in simbiosi. Scopriamoli i vini di Palazzo Lodron. Il primo non può essere che il Rosato Flaminia. Blend di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot. Flaminia è la nostra figlia più grande è il nome del rosato. L’altra è Maria e ancora non abbiamo ancora il vino. Stiamo lavorando per questo. Forse un Carmenere in purezza. Colore rubino scarico che può essere atipico per un rosato ma, essendo prodotto con il salasso, ci sta. Comunque sia, bello e luminoso, sì lascia ammirare come si ammira l’abito di una damigella.
Al naso subito evidente, come a manifestare la propria precisa identità, appare la fragola. Forse è la fragola più netta che abbia mai sentito in un vino. Così netta che le altre sensazioni erbacee e agrumate, passano in secondo piano. Non che non ci siano, non che non facciano effetto, è che che la fragola, che appare ora succosa e condita da zucchero e limone, rimane completamente impressa all’interno del cavo nasale. Meravigliosa, fresca, croccante. È come se avessi portato al naso il fazzoletto profumato donato da quella damigella. L’odore è così entrato dentro le narici che non riesco a capire più nulla.
Ne bevo un sorso e la sensazione olfattiva si trasforma immediatamente in gustativa: sa ancora di fragola. Ma non è stucchevole. Non sa di uva fragola. Sa di vino secco e sapido, moderatamente caldo con l’agrume che lo rende verticale fino a quando non interviene la fragola ad allargarne la base. La sapidità spinge ancora e la bocca si trova in uno stato beato con la voglia e il desiderio di un nuovo sorso. Il sentore di fragola che diventa sapore con un finale lievemente amarognolo così da rendere non stucchevole ma incantevole questo vino.
Da non lasciarselo scappare visto che sono state prodotte solo 2700 bottiglie. Rizzoi è il blend di Cabernet Sauvignon, Carmenere e Merlot con 18 mesi di affinamento in barrique. Rizzoi è un terreno sopra la casa. Un vecchio nome trentino. È una piccola casa di pietra dove dentro c’è la sorgente dell’acqua. Bello sapere che dall’acqua nasce il vino. Nel calice è intenso e impenetrabile con i sentori che sembrano voler uscire senza nemmeno roteare il bicchiere.
La frutta che emerge al naso è matura al limite del cotto: mela cotogna, arancia, fragole, more, mirtilli, prugna, ciliegia nera matura, carnosa. Il sottobosco evidenzia quella sensazione di montagna che alcuni frutti avevano preannunciato. Il balsamico conferma questa sensazione e il muschio insieme agli aghi di pino non fanno che rafforzarne la potenza. Poi arrivano i sentori del legno: vaniglia, noce moscata, legno di cedro, tabacco. Continuo a roteare il bicchiere e continuo a scoprire sentori nuovi. Come se ognuno pretendesse il proprio tempo. Ognuno il proprio palcoscenico. Tutto è bilanciato. Tutto è privo di eccessi.
Il sorso è decisamente secco, intenso, poderoso, caldo e avvolgente. Quasi vischioso. Il tannino maturo e imponente come il guardiano di un portone pronto comunque a farsi da parte per far entrare, chi deve, a godere dell’interno. La frutta ritorna in bocca prepotente con il velo di sottobosco a rendere prezioso il sorso.
Persistenza lunga e sapidità estremamente spinta.
Un vino assolutamente non banale, preciso, determinato, ampio. Dotato di un bilanciamento perfetto con la ciliegia e la fragola che diventa marmellata e si fonde con il sottobosco alternandosi al ritmo di un valzer viennese. Rimane tanto in bocca ma ciò che rimane maggiormente è la voglia di berlo.
Un vino che sa di tempo, di trascorso ma anche di futuro. Anche in questo caso, poche le bottiglie prodotte: solo 4000. Pare che Wolfang Amadeus Mozart, vicino di casa dei Lodron, avesse una particolare ammirazione per Antonia Lodron così da comporre per lei, nel 1776, il concerto per tre pianoforti e orchestra, Lodron Konzert all’interno del quale è presente il Divertimento n.10. Divertimento n.10 è anche il nome del vino realizzato con l’80% di Cabernet Franc e Merlot affinato per 12 mesi in botte grande.
È questo un vino divertente? Occorre capire cosa voglia dire divertimento. Non è semplicissimo ma immaginate una sequenza di brani strumentali che abbiano dalla loro la scorrevolezza, la leggerezza. Una sorta di intermezzo che voleva spezzare la solennità di alcune opere. Spesso i nobili commissionavano i divertimenti per celebrare qualcosa come una laurea, un matrimonio. In effetti i sentori di questo vino si rincorrono e si esaltano grazie ad un velo di balsamico. Arrivano e scompaiono in maniera fine e delicata. Senza sovrapporsi, danzando nel calice. I fiori delicati lasciano il posto ai frutti di bosco, ai lamponi, alla ciliegia. Questi a loro volta si mettono da parte per consentire alle fragoline di bosco di avvolgere i recettori nasali e stringersi in un abbraccio fresco e caldo. Una sensazione ossimorica che dura giusto il tempo perché il sottobosco possa emergere con la sua vena di legno bagnato. Le spezie si fanno strada come fossero note pungenti di un violino: cannella, noce moscata e cioccolata. Arrivano e scompaiono fino a che riemerge il floreale e l’aria si ripete.
La bocca attende il sorso. Non fosse altro per capire se il gusto richiami o meno le sensazioni olfattive. Assonanza o contrasto. Archi o fiati. Acuti o bassi.
Niente e tutto. Sì rimane stupiti da una fresca pastosità. Quella che sembrava finezza armonica al naso, in bocca diventa densità, importanza, stranezza. È una insolita e intrigante nota affumicata a sparigliare le carte. Sapido, caldo, armonioso, sembra avvolgere delicatamente grazie ad un retrogusto di tabacco trinciato che si unisce alla ciliegia e al cioccolato. Ma poi c’è il tannino maturo ma non ancora arrotondato e la lunga persistenza che lo rendono diverso da come si presumeva fosse. Il soave bilanciamento e il finale di bocca infine è come il termine di una sinfonia nella quale le sensazioni si sono rincorse per brevi, lunghissimi attimi. Per capire Gran Tasso, il Merlot affinato in tonneau per 36 mesi e prodotto in davvero poche bottiglie (ho avuto la fortuna di aprire la bottiglia n. 126 di 425) occorre girare la bottiglia e leggerne l’etichetta: It’s a badger (Italian Tasso) because I dedicate this wine to my Principessa and wife Olivia, born Thurn und Taxis (Torre e Tasso) Gran Tasso è per la mia famiglia Torre e Tasso (Thurn und Taxis). È dedicato alla mia famiglia. Mio marito ha deciso che lo voleva fare per me. Ha fatto Pipo il disegno del tasso. Le etichette le fa un nostro nipote. Cerchiamo di fare tante cose in famiglia. Tutta la famiglia viene qui a Nogaredo l’estate. Tutti si trovano qui. Il palazzo è come un magnete. Pipo ha tre sorelle più grandi e loro hanno i bambini. Tutti vengono a Nogaredo. Vogliono venire tutti ed è molto bello quando ci sono. Gran Tasso è il Merlot che nasce tra le braccia delle Dolomiti dove le rocce sussurrano storie antiche e il sole bacia le vigne come un amante fedele. È un respiro di terroir e cielo, un vino che nasconde nel suo cuore di rubino il calore di un tramonto alpino, la forza silenziosa delle montagne e l’eleganza di un passo danzante tra i filari. Gran Tasso è un tributo di Pipo alla sua Principessa Olivia il cui nome è scolpito in ogni goccia: morbida come la seta di un ricordo; intensa come il profumo di more mature e amarene sotto spirito; fresca come il sottobosco e gli aghi di pino; complessa come il cioccolato, la noce moscata, il tabacco, il pellame; delicata come una rosa; intensa come la prugna e il mirtillo; penetrante come il balsamico. Il Gran Tasso diventa colonna sonora di un istante sospeso con il sorso poderoso e possente, dialogo tra epoche: il minerale delle Alpi incontra l’avvolgenza che sa di storia; l’ombra fresca dei vento si fonde con il calore di un frutto generoso e vivo.
Va bevuto lentamente, dopo averlo fatto respirare lasciando che il suo tannino vellutato racconti di come il vento delle Dolomiti ne abbia modellato la dolcezza; di come il tempo, paziente cantore, abbia intessuto in lei note di spezie segrete. E quando il liquido denso arriva giù fino al cuore, si può godere di un finale quasi amarognolo impervio, a tratti duro ma che sembra ribadire la carezza di una mano delicata.
Il Gran Tasso è la lettera d’amore, sigillata dal cielo, scritta con il sangue della terra e l’inchiostro delle stelle così da essere eterna in un attimo. Adesso sono dentro del vino. La storia interessa sempre ma c’è la necessità del vendere il vino. Olivia vuole assolutamente concentrarsi su questa avventura. C’è sì un devo farlo ma c’è soprattutto un voglio farlo. È contenta dei vini ed è contenta quando qualcuno le fa i complimenti per il vino. Quando vado alle fiere e vedo la risata dei clienti: le persone sono sorprese. Olivia è entusiasta e felice. Glielo si legge in viso. Ed è lo stesso viso di quando parlava della Storia, dello studio, dello scrivere delle persone. Le interviste con le persone, quelle che hanno vissuto la guerra. I ricordi. Le lacrime. Le foto. Tenere tutto questo in un libro è una cosa meravigliosa. Ma non posso fare tutto. Si vede che ha ritrovato qualcosa del medesimo calibro nel vino. Nelle esperienze. È come se Olivia stesse instillando una storia nella bottiglia e Palazzo London le custodirà fino a quando non sono pronte a raccontare un pezzo di Storia. Della storia di questa famiglia. Adesso non abbiamo soldi per ingrandirci. Il business plan dice che non facciamo le cose esagerate. Dovremmo arrivare a circa 20/30.000 bottiglie ma numero di oggi ci rende contenti perché per iniziare ci consente di curare tutto alla perfezione. Dobbiamo far conoscere i nostri vini. Ci vuole tanto tempo e pazienza. Non si fa da un giorno all’altro. Il lavoro porta i frutti. Quello che voglio fare di più sono le cene e gli incontri da noi per invitare più giornalisti, sommelier, enoteche, qui. Voglio fare un centro del buon vino. Vorrei mettere il Trentino nella carta dei vini. In genere c’è solo Trento doc e San Leonardo. Mi piacerebbe che il trentino uscisse di più. In fondo, questa è una storia d’amore. Di amore per una terra e per dei luoghi. Di amore reciproco tra Olivia e Pipo. Di amore per la Storia. Di amore per il vino.
La dedica sul Gran Tasso è solo un piccolo, breve accenno di quello che si respira a Palazzo Lodron dove ogni cosa sa di amore e dove mi piacerebbe poter vedere gli Occhi di Olivia che incontrano quelli di Pipo. Olivia e Pipo Volpini de Maestri hanno adesso solo voglia vivere a Palazzo Lodron e creare una azienda dove il lavoro possa dar vita a qualcosa di speciale. Un Palazzo che dalla Storia e per la Storia ritorna a prendere vita attraverso il loro amore e la materia viva della quale è composto il vino. Che parla della Storia e come la Storia si evolve mantenendo al suo interno il frutto del lavoro e della fatica di tanti.
Qualcosa da raccontare. Qualcosa per tenere in vita i sogni alimentandoli e portandoli nella storia. Mio marito ha i sogni e io lo supporto nel realizzare i sogni. Olivia ha preso il cognome del marito, Volpini de Maestri rinunciando al blasonatissimo suo. Ha rinunciato alla Storia e forse alla sua di Storia. Non ha solo abbracciato un sogno ma lo ha fatto e continua a farlo con amore, infinito amore. Per Pipo. Per Flaminia. Per Maria. Per Palazzo Lodron. Per tutto ciò che questo rappresenta.
Non per far parte del sogno ma per esserne attrice protagonista. Insieme a Pipo. Perché il sogno è di entrambe. Un sogno che magari sarà anche Storia. E se si sentirà ancora una comprimaria sarà solo perché il suo sguardo non è mai solo con gli occhi, ma con il cuore. Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi Il link al sito di Palazzo Lodron è: https://www.palazzolodron.it/ Instagram  Facebook      Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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31 Gennaio, 2025

Cantine Re Dauno. Ilaria Toma, supercalifragilistichespiralidoso!

  Supercalifragilistichespiralidoso
anche se a sentirlo può sembrare spaventoso
se lo dici forte avrai un successo strepitoso
supercalifragilistichespiralidoso Siete mai riusciti a pronunciare la parola Supercalifragilistichespiralidoso? Era una delle canzoni cantate da Mary Poppins interpretata da Julie Andrews nel bellissimo film di Walt Disney del 1964. Supercalifragilistichespiralidoso, una parola inventata dai fratelli Sherman, autori della colonna sonora del film, voleva essere qualcosa per esprimere meraviglia, stupore. Qualcosa che i bambini avrebbero potuto pronunciare per manifestare i propri sentimenti.  Magari i bambini ci riescono ma provate voi e vediamo se ci riuscite! In inglese poi, è anche più complicata: Supercalifragilisticexpialidocious. Meraviglia, stupore. Quelle sensazioni che tutti dovremmo provare dinanzi ai sogni, alla speranza, all’immaginazione, veri sostegni dei periodi bui e delle difficoltà. Continuando a pensare positivamente, prima o poi la luce arriva e i sogni si realizzano. Ilaria Toma ha la forza e la positività di Mary Poppins. Sogna. Sogna il suo futuro e fa di tutto per realizzarlo. Non attende che sia la vita a dirle cosa fare. È lei che vuole deciderlo e approccia la vita con determinazione e dinamicità. Frizzantezza direi. La stessa che c’è nelle bottiglie prodotte grazie alla lungimiranza, intraprendenza e sacrificio di papà Francesco e mamma Angelina nella loro Cantine Re Dauno. Sogni, speranze, impegno, forza, volontà. Ma soprattutto visione. O caso. Chi può dirlo in fondo.  Coraggio, quello si, tanto. Perché solo per pensare di produrre solo ed esclusivamente spumanti in Puglia, di coraggio ce ne vuole e tanto.  San Severo, Foggia. Una città che deve le sue origini a Diomede nel periodo successivo alla Guerra di Troia. Un territorio compresso tra i Monti della Daunia ed il Gargano e con lo sbocco nel Tavoliere delle Puglie non poteva che svilupparsi con l’agricoltura. Cereali e vino.  L’estensione dei vigneti raggiunse quasi il milione di ettari verso la fine del 1800 per poi ridursi a meno di un centesimo di quella cifra con l’avvento della fillossera.  Ci sono tante realtà qui ma noi dobbiamo tutto ai D’Araprì. Sono stati dei pionieri e hanno fatto la storia. Una storia che ormai è di cinquanta anni. Noi possiamo solo imparare e seguire. È un territorio che ha cinquant’anni di storia in ambito bollicine.  Una storia di pochi. Anzi di uno. Almeno a San Severo. Era il 1979 quando tre amici, sognando, iniziarono, primi in Puglia, la produzione di spumanti metodo classico. Molte cantine in queste zone affiancano la spumantizzazione ma non si dedicano totalmente a questo prodotto. Negli ultimi dieci anni sono nate tante altre realtà tra cui la nostra. Io personalmente seguo questa sfida, questo progetto da quasi due anni. Ilaria Toma. 39 anni. Due lauree (Economia Aziendale prima, Giurisprudenza poi). Una vita fuori dalla Puglia. In KPMG a Milano per otto anni. Poi all’estero.  Sono tornata a Foggia nel 2016 perché ebbi un contratto come responsabile amministrativa. Ho iniziato a maturare alcune cose del tipo dove sono stata, il mio territorio ha tutto, non gli manca niente. Nel tempo libero mi affiancavo all’attività dei miei genitori. Una attività nata per gioco e caso.  Il caso che arriva spesso nella vita delle persone. Un caso che ha bisogno di un sogno. Così, quando il caso fa iniziare il sogno, parte una reazione chimica. Supercalifragilistichespiralidoso. È il 2013. Un appezzamento di terreno con olive e viti c’è. Un ettaro e mezzo tenuto come lascito del passato ma niente di più.  Mio padre non nasce nel mondo del vino. Era imprenditore edile ma ha sempre fatto vino per se. Gli veniva molto ma molto bene. Non era il classico vino amatoriale.  Il caso è un amico di papà Francesco che, dopo aver lavorato, manco a dirlo, per D’Arapri e iniziato una propria esperienza non andata purtroppo bene, lo coinvolge per provare a realizzare le bollicine. Facciamo cinquecento bottiglie, ti insegno io. L’anno dopo hanno fatto 1500 bottiglie.  Ilaria è a Milano in quel periodo. La laurea, la carriera, la sua vita di trentenne in una città cosmopolita. Cosa gliene poteva fregare delle bollicine di famiglia?  Io ero a Milano. I miei genitori mi chiamavano e mi dicevano: stiamo aprendo una cantina per le bollicine. Non capivo niente stando a Milano. Ero nel pieno dei trent’anni. A tutto pensavo tranne alle loro idee. Coraggio. Ci vuole coraggio per lanciarsi in una attività del genere. Bollicine e Puglia non sono propriamente un binomio conosciuto e commercialmente interessante. Specialmente dieci anni fa. Incoscienza, gioco, caso, visione. Poco importa. Quello che arriva è l’entusiasmo e l’energia del veder realizzate le cose. Supercalifragilistichespiralidoso! Loro si erano così entusiasmati perché il prodotto era venuto bene e anche gli altri gli davano riscontro. Quello che è passato nella mente di mio padre dieci anni fa, non lo so. Forse entusiasmo e determinazione. Ha continuato per i primi due anni a fare l’imprenditore edile per poi lasciare. C’era anche mio cugino che era pure socio nell’attività edile.  Supercalifragilistichespiralidoso. Vedete che funziona? Ilaria si racconta con calma e tenerezza. Il suo è un modo di esprimersi di una persona che parla con entusiasmo. Ma anche con un certo caos mentale. Di quello positivo e tipico di chi una ne fa e cento ne pensa. Mi ci rivedo molto.  Felice. Serena. Con una positività che emerge prepotente tra una percepibile fragilità e una presunta sicurezza. Responsabilità e rispetto sopra ogni cosa. Per il lavoro dei genitori. Per il sogno dei genitori. Quando ero giù a casa iniziavo ad aiutare in cantina. Avevo trovato lavoro a Foggia dunque aiutavo appena potevo. Un paio di anni fa papà iniziò ad avere qualche acciacco fisico. Ha passato i 65 anni ma è segnato dagli acciacchi. Così ho iniziato ad aiutarlo più spesso. Mi sono resa conto che in dieci anni era stato fatto poco rispetto a quanto mi sarebbe piaciuto. Ma in fondo avevano iniziato l’attività senza una chiara collocazione commerciale. Cercava i clienti porta a porta. Faceva il rappresentante, il commerciale, il produttore, l’accoglienza. Mamma aveva un compito più stanziale. Lei è la chimica dell’azienda tanto che si affiancava all’enologo  nella spumantizzazione.  Una cantina Re Dauno piccola, familiare e territoriale. Poco più di 10.000 bottiglie. Una cantina artigianale, le lavorazioni tutte manuali. In famiglia insomma.  Ho le foto di come a livello amatoriale avevano fatto la cantina. Ma girando l’angolo di casa c’era un palazzo del 1927 del quale vendevano la cantina. Vecchia e abbandonata. Fecero un investimento immobiliare acquistando la cantina. Oggi il palazzo è abbandonato e mi piacerebbe comprarlo ma ci sono questioni di eredi. Lo guardo ogni volta che vado in cantina pensando alle cose che si potrebbero fare. Un salotto delle bollicine. Un pò come ha fatto D’Arapri. Si dice che a San severo, città dell’olio e del vino, ci siano almeno cinquecento cantine sotterranee. Ambizioni, sogni, capacità, esperienza. In una ragazza come Ilaria convivono le sensazioni personali con quelle riferite al suo territorio. È tornata in Puglia e ha capito come anche qui si possa fare qualcosa di bellissimo. C’è tutto. Anche le possibilità.  È tornata con un contratto di responsabilità che richiede impegno e tempo. Ma sa che deve dare una mano in cantina.  Se devo dare una mano, devo darla come dico io e vorrei creare qualcosa. Vedevo cose che i miei genitori non vedevano. Curavo la parte amministrativa ma papà mi faceva fare tutto. Mi sono accollata di tutta una serie di responsabilità che però allo stesso tempo mi piacciono. Sono una persona devo sapere con chi sto parlando. Se parlo con l’enologo lo devo comprendere e infatti mi sono comprata un libro di enologia. Nel frattempo ho fatto il corso da sommelier.  Ilaria non è impaziente. Non è imprudente. Sa che ogni cosa richiede il suo tempo. Tanti piccoli passetti per una storia molto ma molto giovane.  Magari ci risentiamo tra tre anni. Le idee ne ho tante e sono anche belle bellicose.  Supercalifragilistichespiralidoso! Nel frattempo ci sono gli investimenti. Perlomeno quelli del capitale immobilizzato. Produrre metodo classico richiede infatti di per se piccoli investimenti. Forse è pure il prodotto che costa meno. Ci sono però gli immobilizzi. 10.000 bottiglie devono stare 24, 36, 48, 90 mesi e anche più sui lieviti dunque ferme e non vendibili. Capitale immobilizzato che vedrà, forse, un ritorno, solo dopo anni. Metodo più semplice, flusso di cassa più complicato.  Oggi mi sono trovata ad investire un tot il cui ritorno lo avrò tra almeno tre anni. Mi sono poi resa conto che il mercato di mio padre era molto territoriale e ho deciso di spingermi oltre. In Puglia voglio certamente continuare a vendere ma so che il  mercato non è saturo ed è solo capacità di vendita.  Da un lato il fervore giovanile. Dall’altro l’esperienza su scenari e contesti diversi. Dall’altro ancora la capacità di comprendere che se si vuole crescere occorre uscire dal proprio territorio. Esserne radicati ma non impantanati.  Ho detto a papà: fammi provare. Voglio provare ad uscire. Mi sono reso conto che la bollicine piace, è di qualità, viene apprezzata e richiesta. Cosa ci manca allora? Quella meravigliosa consapevolezza che conduce a capire come si abbia tra le mani qualcosa di incredibile e prezioso. Solo che provenendo dalla Puglia e rimanendo in Puglia i prezzi non possono che prezzi bassi. La concorrenza è pazzesca sulle bollicine e i territori notoriamente vocati, sono altri. Prezzi bassi nonostante ci sia solo artigianalità poiché tutto viene svolto a mano con ore di lavoro maggiori  Io devo metterci una giornata per sboccare 500 bottiglie contro le due ore di un macchinario. Ma è normale perché l’azienda è familiare. Quando papà ha avuto degli acciacchi, l’attività è quasi del tutto rallentata. Acciacchi fisici e una importante operazione. Abbiamo dovuto passare tempo insieme a lui. Era sul punto di mollare. Chiudere questa cosa. Io gli dissi: non mollare, non chiudere niente. Chiudere oggi o tra due anni non cambia nulla. Ci volevo provare. Impegnarsi. Eccolo il senso di responsabilità verso il lavoro di mamma papà. Continuare qualcosa per la quale avevano faticato ma soprattutto, sognato. La luce, quella luce che era li a brillare non poteva, nella maniera più assoluta, spegnersi. Un sogno che non era il suo, diventa il suo. Responsabilità, impegno, passione, amore.  Nonostante io gli dia in testa h24, in cuor mio ho visto il sacrificio. Papà si metteva in macchina in estate con la macchina piena di cartoni e se ne andava a Vieste, sul Gargano, sotto il sole e il caldo. Il profondo rispetto per i genitori da parte di una ragazza tosta e determinata. Questa la più grande soddisfazione. Certo le lauree, certo le esperienze fuori dalla terra ma non questa. Questa è sua. La cantina e ogni singola bottiglia è cosa sua. Frutto del suo lavoro e di quello dei genitori.  Quello che ho fatto non lo vedo oggi e lo so. Sto mettendo i tassellini e non ho nessuna fretta perché lo spumante può stare la. Sto ancora studiando e quando Ilaria uscirà fuori sarà solida con idee e progetti. Le mie piccole soddisfazioni le sto avendo e sono contenta. Quello che cerco sta arrivando piano piano. Ilaria è come il suo prodotto: in affinamento. Ci metterà del tempo, ma ce la farà. Mi piace costruire qualcosa anche per questo territorio. La ventata nuova di freschezza nel territorio c’è. Anche tra di noi, nel senso del territorio, ci sono anche altre idee. Sono certa di star cavalcando l’onda giusta. Non vogliamo diventare Berlucchi o Ferrari. Voglio fare qualcosa di mio e raccontare una storia di un vitigno e di un territorio.  Cinque prodotti in gamma a coprire vitigni particolari e territoriali come il Bombino Bianco, il Nero di Troia più l’introduzione del Pinot Nero sfruttando le sue magiche caratteristiche di spumantizzazione.  Gold è l’unione della Puglia (Bombino Bianco) con il resto del mondo (Pinot Nero). Affinamento di 24 mesi per un metodo classico cremoso e armonico. Perlage fine già nel calice e ancor di più in bocca. Sentori burrosi di crosta di pane che diventa tartelletta. L’agrume, la mela verde, il gesso, il vegetale decisamente emergente. Poi la mandorla e il mallo di noce. La nota vegetale e la mandorla intrigano particolarmente l’olfatto. 
Il gusto poi è pieno e intenso con una sapidità incipiente e la mela che sembra essersi unita ad una insolita cannella a dare rotondità. Ne deriva la sensazione di una moderata freschezza. L’agrume fa il suo dovere pulendo e donando ricchezza al sorso. 
Un metodo classico importante, rotondo, non particolarmente verticale e in grado di offrire una esperienza burrosa.  Brut millesimato da Bombino Bianco. Brut Rosè millesimato da Pinot Nero. Pas Dosè millesimato da Bombino Bianco. Una bollicina che ho trovato meravigliosa per la pulizia di bocca. I sentori di agrumi e pasta di mandorle si sono fusi con l’intensa crosta di pane e i fiori di pesco arricchiti dal fieno appena tagliato, iodio e gesso.
La bocca è rimasta incantata dal finissimo parlage e dalla intensa trama strutturale che ha pulito la bocca stessa lasciandola beata con la sensazione agrumata. Un superbo finale, dopo una lunga persistenza, quasi amarognolo. L’ho amato perché possente e non civettuolo, fine e non , determinato e non anonimo. Rosè Nature da Nero di Troia. Anche il Nero di Troia è un vitigno meraviglioso in un territorio che abbraccia tutta la provincia di Foggia. Abbiamo cominciato la sua spumantizzazione del Nero di Troia con un rosato da altissimi livelli. L’annata 2019 è finita nel giro di pochi mesi. Servono le sperimentazioni che sono decisamente recenti. Che cosa sognavo?
Non posso dirlo, perché un desiderio svelato non si avvera più,
E dopo tutto…
I sogni son desideri
Di felicità
Nel sonno non hai pensieri A questo punto occorre citare un altro film di Walt Disney. L’avete riconosciuto? Cenerentola. È lei che canta la melodiosa canzone nella quale parla dei sogni e dei desideri.  Lo so, adesso mi direte che sto esagerando. Non proprio. Nemmeno Ilaria a dirla tutta. Però quando le cose sembrano stiano andando in una certa direzione, i sogni ovvero i desideri ti fanno virare, parzialmente rotta.  Arrivo a foggia. Sto cinque anni a foggia. Compro casa a Foggia. Ci sono i miei. Poi sconvolgo la mia vita. Come? In una maniera che la può far sembrare folle. Ma folle non è. Ilaria ha quella immensa consapevolezza della brevità della vita. Quella necessità che è in tutti noi e che solo ad alcuni fa trovare la forza per cambiare ed inseguire i propri sogni. Entra nelle Forze Armate e vi entra mollando il lavoro a Foggia mentre faceva il concorso ovvero senza saperne l’esito. Un coraggio pazzesco ma l’unica vera maniera per realizzare quel sogno che aveva in serbo da quando aveva 18 anni.  C’era il limite dell’altezza. Era 1.61 quando mi misurarono due volte a 1.58. L’hanno modificato anni fa ma c’era il limite di età. C’era solo un concorso che potevo fare e l’ho fatto. Mi sono detta: ora o mai più. Non voglio avere rimpianti nella vita. Mi sono buttata. Riesco a seguire di più la cantina così.  Un altro cambiamento. Da laureata in economia aziendale a Milano in una grande azienda, poi a Foggia.  A Foggia avevo un team di 15 persone con tante responsabilità. L’azienda era grande e facevo pure fatica ad andare a casa la domenica a mangiare un piatto di orecchiette. Da Foggia alle Forze Armate. Supercalifragilistichespiralidoso Avevo questo sogno della divisa. Ho stravolto un pò la mia vita. Stravolgo sempre le cose. Se la cantina dovesse prendere piede, mi congedo. Io guardo a chi riesce a fare più cose nella vita. La cantina Alberto Longo di Lucera fa il 98% del fatturato all’estero. Lui credo sia andato in pensione ma ha fatto l’intera vita in KPMG. Un background economico. Ma lo ha fatto. C’è stata la capacità dell’imprenditore di mettere le persone giuste al posto giusto.  Io ho una voglia matta di conoscere a questo mondo. Voglio conoscere bene la viticoltura e l’enologia. Il mio ragazzo ha paura e dice basta la devi smettere di studiare. Hai quaranta anni. A settembre mi sono presa pure la laurea in giurisprudenza. Io devo sapere. Devo conoscere. Mi allenavo la notte per il concorso. Si fanno i sacrifici ma la voglia e la determinazione vanno sopra tutto. Ci vuole anche quel pizzico di fortuna.  La fortuna non aiuta chi sta sul divano. La fortuna magari arriva e quando arriva occorre farsi trovare pronti e se non arriva, occorre andarsela a cercare. È per questo che in movimento qualcosa si riesce a prendere. È per questo che Ilaria non riesce a stare ferma. Anche se i suoi punti fermi li ha e se li tiene stretti: la famiglia e la cantina. Oltre che la sua terra. Una responsabilità, un sogno. Una vita da vivere intensamente e in maniera spumeggiante. Con quel suo sorriso tenero e la timidezza che fa fatica a nascondere. La gratitudine ed il rispetto verso papà Francesco e mamma Angelina che portano avanti, giorno dopo giorno, l’azienda mentre lei può dedicarsi solo nei fine settimana. Ma la grinta, quella grinta che la porta a non fermarsi. Senza mai abbattersi.  Supercalifragilistichespiralidoso
anche se a sentirlo può sembrare spaventoso
se lo dici forte avrai un successo strepitoso
supercalifragilistichespiralidoso
Vedete che avevo ragione? Ilaria, ricorda il nostro appuntamento tra tre anni (anche se spero di rivederti prima)! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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26 Gennaio, 2025

Barolo Castellero 2021 Marrone. L’anteprima

Non sono riuscito ad andare a Grandi Langhe ed è un vero peccato. Devo però ringraziare Denise Marrone della Azienda Agricola Gian Piero Marrone che ha comunque tenuto io provassi in anteprima il nuovo entrato nella gamma Marrone, il Barolo Castellero 2021. Il ringraziamento non solo è d’obbligo ma è particolarmente sentito perché mi ha fatto scoprire un vino davvero interessante.  Castellero è un Barolo che ha il diritto di fregiarsi della menzione speciale sottozona Castellero. Incredibile non solo pensare ma anche constatare che ognuna delle 181 MGA (menzioni geografiche aggiuntive) consenta di realizzare vini con sfumature diverse. Magia del territorio, magia della natura.  Castellero 2021 è prodotto con uve Nebbiolo Lampia vinificato tradizionalmente con successiva malolattica in botti da trenta ettolitri e trenta mesi di affinamento, batonnage ogni dieci giorni, sei di bottiglia. Come dire, appena imbottigliato. Il colore nel calice è un elegante, bellissimo e trasparentissimo rubino che lascia intravedere le prime unghie granata. Ne avrà ancora di tempo per esprimersi. Il lavoro di pulizia è stato comunque incredibile.  Quando si ha per le mani una bottiglia di Barolo la sensazione è di aver a che fare con un vino certamente importante tanto che il solo il nome incute timore.  Sarà l’occasione giusta? Con cosa lo abbino? Non sarà troppo impegnato?  Pensieri. Quanti pensieri si fanno prima di aprire un Barolo. Se però si vince la sfida con se stessi riuscendolo a stappare, non si potrà fare a meno di portare il calice al naso. Ciò che accade è l’essere investiti da un cosi raffinato, intenso e particolare effluvio che le domande di cui sopra, svaniscono all’istante. I pensieri lasciano spazio allo stupore e alla meraviglia. La mente è concentrata solo li, nel calice tanto che il naso è dentro e li vorrebbe rimanere.  C’è un misto di misticismo e realismo portando al naso un calice di Castellero 2021: è possibile che i cosi numerosi ed intensi profumi che fuoriescono dal calice siano solamente merito di un vitigno incredibile come il Nebbiolo, coltivato in un territorio così unico come le Langhe (e in questo caso la sottozona Castellero)? Probabilmente anzi, sicuramente no. Ci vuole la mano dell’uomo tanto in vigna quanto in cantina. Uomo? Semmai donna visto che l’enologo della cantina è Valentina, che con Denise e Serena rappresentano l’attuale generazione Marrone (a proposito avete letto l’articolo Azienda Agricola Gian Piero Marrone. La vita, le storie, i ricordi, il vino ?) Frutta matura come ribes, more, lamponi, ciliegie non lasciano il campo all’arancia. La integrano. Arriva una nota caramellosa di china che si unisce al tabacco trinciato e ai chiodi di garofano. Poi pepe e cannella. Nessuno dei sentori si accavalla o sovrasta l’altro ma è come se si accomodassero l’uno vicino all’altro alzandosi ogni tanto. Come a farsi timidamente vedere per poi tornare al proprio posto. Una sorta di rispetto reciproco. Roteando il calice arriva una ventata di freschezza, quasi balsamica, grazie al floreale (viola) e allo stupendo sottobosco. È come se i sentori nobili e corposi necessitassero di tempo e stabilità per esprimersi mentre l’impeto della rotazione risveglia l’energia della gioventù. In fondo è un vino giovane che magari sembra già domato ma domato non è e il saliscendi di suggestioni, lo conferma. Insieme al sorso. È con il sorso che ci si accorge infatti della giovinezza di questo Cavallero, giovinezza che non lo penalizza, anzi, lo rende intrigante e pronto.  La prima sensazione che si ha una volta che il vino arriva in bocca è il retro olfatto e gusto. Strano davvero  È come se dalla gola partisse un incredibile sensazione di ciliegia e di caramello prima che il liquido vi arrivi. Una sorta di accenno del finale di un amplesso. Una anteprima di qualcosa di sublime che avverrà. Ma non subito. Richiederà del tempo. Del lavoro. L’attesa. La spasmodica attesa. Nel mentre occorrerà confrontarsi con le sensazioni date da un tannino domato ma non certo ammansito; dalla freschezza e dalla secchezza che rendono necessario abbinarlo a qualcosa. Mangia, nutriti, mettiti in forza. Perché il bello arriva dopo. Bellissimo e riuscitissimo il bilanciamento ma soprattutto la capacità dell’alternanza di durezze e morbidezze che si rincorrono giocando a nascondino. Persistenza? Buona ma non lunghissima cosa questa che legata ad una ottima sapidità e ad un calore percepito non eccessivo, fanno di questo Barolo Castellero un valido, anzi, validissimo compagno di pasto. Un piatto di carne succosa, tipo un arrosto, è certamente il giusto accoppiamento ma, vista la sua freschezza io l’ho accompagnato con dei salumi e si è creato un meraviglioso e soddisfacente connubio.  Mi è però rimasta in mente la sensazione della gola. La voglia di capire cosa sarà questo Barolo tra qualche anno, quando il tannino si sarà lasciato sedurre riducendo il proprio impeto ed aprendo le porte all’impavido amante.  Nell’attesa lo si potrà stappare senza pensarci e accompagnarlo come ho fatto io in maniera semplice. Rimarrò come un innamorato in attesa della propria donna che lo lascerà attendere e attendere ancora prima di comparire.  Occorre aspettare, aspettare, aspettare. Ma anche così ho avuto grandi soddisfazioni.   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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24 Gennaio, 2025

Vitivinicola Marulli. Vito, what's else?

È agosto. Un caldo pomeriggio di agosto. Sono in viaggio con mio figlio verso le spiagge del Salento. Un amico enologo, Marco Mascellani, mi suggerisce una fermata ad una cantina a suo dire interessante. In fondo è abbastanza vicina alla fine del viaggio. Lungo viaggio. Da Roma al Salento è come una trasvolata oceanica. Il paese è Copertino.
A vederlo sembra un paese uscito da un film western. Waze ogni tanto fa le bizze ma a veder bene dove siamo, cerchiamo di essere comprensivi. Ci fa infatti passare per una strada con tanto di passaggio a livello. Incredibile. Ancora ci sono paesini tagliati in due dalla ferrovia e il passaggio a livello, rallenta ulteriormente i ritmi. Come se ce ne fosse bisogno con questo caldo. Le case di color ocra sembrano tutte uguali e il riverbero del sole le rende più accecanti di quelle che sono. Il vento, u ientu, crea mulinelli tra le strade. Aspetto solo di trovare qualcuno pronto per un duello. Ma forse fa troppo caldo. I duelli si fanno all’alba. Con il fresco. Vito è in ritardo. L’ho sentito prima al telefono. La tipica parlata salentina, il sorriso già dalla voce. Ha detto che arriva.
Parcheggio la macchina nella stradina laterale presa di contromano. Non mi accorgo del segnale e tantomeno nessuno me lo fa notare. Vivi e lascia vivere. Arriva Vito, al secolo Vito Marulli, abbassa il finestrino e mi dice che passeremo dal retro perché il punto vendita è ancora chiuso. Un grande contenitore con i raspi è messo proprio fuori dalla cantina. C’è l’involucro di un profilattico. In effetti la strada, nonostante sia abbastanza in centro, offre riparo all’ombra del grande stabile della cantina. Il contenitore dei raspi poi è grande abbastanza per posizionare la vettura giusto d’avanti. Insomma, una alcova come abbiamo tutti sperimentato. Vito parcheggia. Sembra contorcersi quando esce dalla sua vettura. Alto, corporatura importante e quel sorriso che al telefono sembrava presente, lo è davvero. Ti fa subito simpatia. Ma me l’aveva già fatta al telefono per l’ospitalità che dimostrava. Sembrava ci conoscessimo da una vita. Magia del Salento. Magia di Vito. Apre il portone di servizio della cantina per farci entrare. Adesso ci siamo io e mia sorella che la conduciamo. Io ho 42 anni e Francesca 43. Siamo coetanei. La cosa più affascinate è che noi abbiamo visto fare il vino da nostro nonno prima e nostro padre poi. Fino a 15 anni fa si faceva il vino del territorio per venderlo al punto vendita che ancora conserviamo e poi in Lombardia come vino da taglio. Vito a voglia proprio di raccontarsi. Sembra faccia questo da sempre eppure non è cosi. Lui e Francesca hanno preso in mano le redini dell’azienda, la Vitivinicola Marulli, neanche tanto tempo fa.   Copertino è quasi al centro del Tacco d’Italia. Un pò al di fuori delle rotte dei vacanzieri che arrivano nel Salento per godere dell’incantevole mare. Eppure pochi km dalla superstrada che collega Lecce a Gallipoli. Qui tutto è pianeggiante e arso dal sole. In estate il paesaggio è quasi lunare. I campi sono ingialliti. Le case sono ingiallite. Ogni cosa sembra cotto al sole. Un pò come le spiagge. Però almeno li c’è il mare a mitigare. I venti, quelli del Salento, arrivano comunque fin qui. In paese si vive solo durante la sera, quando cala il sole e le temperature diventano più miti. È allora che le persone escono e si gettano nelle strade a respirare un pò. Mesciu li balli cu puezzi cicare 
Mesciu li balli cu puezzi cicare 
Nu biti la mia bella nu biti la mia bella 
Nu biti la mia bella a ddhu sta more 
A ddhu sta more addhu sta more
Nu biti la mia bella addhu sta more   È la Pizzica, il ballo tipico del Salento. Sembra rappresentare un modo per esprimere la voglia di scatenarsi all’esterno dopo la necessità di starsene rintanati in casa per via del caldo. Un uscire all’aria aperta, liberarsi, godere e amare la vita. Dopo una giornata di intenso lavoro nei campi. Un pò quello che faceva Vito. Già Vito. Perché a vederlo così sembra sornione, ma sornione non deve per nulla esserlo stato da giovane. Qui, nel profondo sud, si aspettava (e si aspetta) l’estate come la Resurrezione. Durante l’anno c’era e c’è poco da fare a Copertino. Ma in estate. beh in estate, arriva il mondo intero qui. Le spiagge si popolano. Gli alberghi si popolano. I locali si popolano. Tutto prende magicamente vita. Contavo venti minuti. Doccia. Cena. Vestito e parti. Rientravo alle 3 e non mi interessava quando rientravo. Sapevo che alle 4.30 avevo la sveglia e mio padre veniva delicatamente e diceva Vito alzati. Non facevo in tempo a chiudere gli occhi che li riaprivo. Ma ero soddisfatto perché mi ero divertito tanto la notte ma sapevo che dovevo fare il mio dovere. Tutta vita. Glielo leggi negli occhi che era un viveur della notte. Sì la campagna. Sì la vigna. Ma la notte bisognava divertirsi. In Salento poi, come fai a rimanere fermo? Pizzica! Mi sono sposato 12 anni fa. L’azienda non aveva questo assetto. Quando ti sposi e tutto proviene da una azienda familiare, devi darti da fare. 22 ettari di proprietà sempre in quel di Copertino. Ogni singola goccia di vino è prodotta con le proprie uve. Prodotta sì, imbottigliata solo da poco. Meno di venti anni. Perché prima, il papà di Vito, come gran parte dei pugliesi, produceva uva o mosto per portarlo in altre aziende. Quelle che sfruttavano il calore del sud. Spacciandolo per proprio. Nel 2003 abbiamo fatto il primo investimento in cantina. Non avevamo freddo ne imbottigliamento. La classica parlata salentina. Gli occhi vigili. Il sorriso. L’orgoglio per la propria terra e il proprio lavoro. Ogni particolare deve essere sottolineato per una terra che aspetta solo di essere valorizzata.
Il mar Ionio è a meno di dieci km di distanza e l’Adriatico a circa trenta. Le brezze sono quelle del mare. Libeccio e Scirocco non sono i soli venti che si incontrano, ma già quelli bastano per creare condizioni pazzesche e portare sale e iodio dal mare. A quello ci pensa il terreno. Negli anni 90 papà, quando ci fu la primi crisi idrica, fece dei pozzi artesiani. Avevo 11/12 anni. Mi ricordo quando le trivelle che arrivavano a 20 metri di profondità e tiravano fuori acqua salata. Erano venature del mare. Per arrivare all’acqua dolce dovevamo arrivare a 60 metri. Quest’anno siamo arrivati a 73 metri. Essere biologici qui diventa quasi uno sport. Le condizioni climatiche creano ambienti così perfetti che, spesso, non serve fregiarsi di alcun titolo per fare le cose per bene. Ci pensa la natura così che l’uomo può solo rovinare tutto. Come si faceva un tempo per produrre di più. Tanto andava tutto al nord. Si mischiava tutto. Non si capiva più nulla. Ma ora, da quando si è capito che anche in Puglia si può fare qualità, ora è tutto diverso. Siamo in una conduzione biologico ma non certificato. Se una cosa è necessaria, la facciamo. Sono più di dieci anni che non utilizziamo pesticidi. Questo ci porta più investimento lavorativo. Con questo clima, produrre bene e tanto, diventa semplice. Scontato per certi versi. Imbottigliare era per pochi. Le uve si vendevano. I mosti si vendevano. Quel che rimaneva era per il punto vendita. Sfuso, ovviamente. La tradizione è avere il punto vendita. La maggior parte delle uve imbottigliata ma per far tornare i conti qualcosa di vende. Il territorio richiede prezzi bassi e occorre adeguarsi. Già, i prezzi bassi. Altra prerogativa del Salento. Qui vendere una bottiglia a prezzi diversi da quelli esageratamente bassi, è un problema. Magari puoi farlo con i turisti che al nord hanno prezzi da capogiro. Ma non sarebbe etico. Poi, comunque, durante l’anno, devi confrontarti con la tua realtà. C’è poco da fare. Vito, invece di scimmiottare qualcuno o qualcosa ha deciso, insieme a Marco Mascellani, di essere fedele al territorio. Acciaio, cemento e poco, pochissimo legno. Giusto quanto serve per il Copertino DOC classico e riserva. Sono un fautore dei vini in cemento. So benissimo il prodotto finale che propongo. Frutta rossa cotta ma mai invadente. L’ho visto fare a nonno e papà. Noi abbiamo uno stile di vino innovativa. Mantenendo i piedi nel Negroamaro. Vogliamo raccontare il territorio con uno stile che vogliamo mantenere. Non so dire se i Vini di Vito siano innovativi. So di certo che non sono opulenti e melassosi come ci si aspetterebbe da un vino pugliese. Ecco, aspetterebbe. Ma chi l’ha detto che un vino pugliese debba essere denso e impenetrabile come la pece? Chi l’ha detto che se un vino non è così, non sa di Puglia? Come se la Puglia non potesse esprimere grazia ed eleganza nei vini. Forse, basterebbe non raccogliere le uve in maniera tardiva visto il caldo che fa. Evitare tanto legno da rendere taluni vini delle assi di legno in bocca. Insomma, grazia ed eleganza anche a queste latitudini. Anche grazie a rese che non sono “quelle di una volta”. Con i bianchi stiamo sui 100 quintali per ettaro. Il Negroamaro, per i rosati stiamo sui 90/100 quintali. Per le vigne vecchie ad alberello pugliese trai 40 e i 50 quintali per ettaro. Abbiamo 7 ettari di alberello pugliese. Un lavorone. Alberello pugliese. Una di quelle cose che dovrebbe entrare, di diritto e senza passare dal via, nel novero delle specie protette. Una sorta di Unesco solo per quelle varietà che non possono, per nessuna ragione al mondo, sparire. L’alberello forse è la modalità più ancestrale della vite. Ne più ne meno di altri alberi da frutto. Solo che per far si che possa mantenere il peso dei rigogliosi grappoli, c’è bisogno di tempo. Quel tempo che i ritmi moderni non consentono. Quel tempo però che consente alle piante di diventare veri e propri alberi, con un fusto robusto. Vito e la sua aziende hanno vigne con alberelli di oltre 90 anni di età. Da queste ricavano Menone, un Negroamaro in purezza che matura tre anni in vasche interrate senza vedere il legno nemmeno con il cannocchiale. Dalle vigne più “giovani”, appena 60 anni, se ne ricava Malassiso, il Copertino DOC riserva che si avvale sia della presenza del Montepulciano proveniente da vigne classiche con cordone speronato di 25 anni, sia da un passaggio in tonneau da 800 litri (500 per il Copertino classico). Con rese basse e tanto lavoro alle spalle, si riescono a ricavare appena 3000 bottiglie di Menone e 2000 di Malassiso. Poche chicche delle quali non si dovrebbe mai fare a meno. Quest’anno festeggiamo 50 anni di attività. Ci presentiamo al pubblico con tre linee di prodotto. La linea Tinente che arriva da vigne più giovani ovvero non oltre 15 anni di età. Gradazioni importanti per vini freschi. La linea delle selezioni. DOC Copertino rosso e rosato. Siamo l’unica azienda a produrre il Copertino rosato. Il disciplinare è molto rigido perché si può fare il rosato solo con il 30% della massa. Negroamaro 100% con due anni di affinamento in cemento. Poi l’unico internazionale della cantina che è uno Chardonnay. Più di venti anni fa c’era la corsa ai vitigni internazionali. Cinquanta anni sembrano pochi. O tanti. Non so. Però l’età delle vigne segnano il passo per qualcosa che già c’era e che ci sarà. Oltre le persone. Forse oltre la famiglia. Vito segue la parte di produzione e vendita, Francesca l’amministrazione. L’azienda è grande ma manco tanto se confrontata ai grandi latifondi di queste zona. Serve comunque tanta manodopera e tanta organizzazione. Cresciamo di anno in anno. Fin quando si cresce, non abbiamo problemi. Se dovesse esserci qualche anno di stecca vuol dire che avrò fatto sega io! Ciò che queste terre producono è qualcosa di meraviglioso. Basta spremere l’uva e si ottengono prodotti che si fa prima a guastare che migliorare. Il sole, il mare, la terra, la gioia, la musica, i venti. Qui basta piantare qualcosa che emerge dalla terra una meraviglia. Poi, occorre solo assecondare il corso della natura ed assecondarla. Senza eccessi e senza la voglia di strafare. La linea dei cru. Menone è il nostro Negroamaro per antonomasia. Ci fa riconoscere. Secco, asciutto, giustamente tannico. 36 mesi in vasche interrate e 12 mesi in bottiglia. Sul cartellino andiamo a segnare quante bottiglie abbiamo prodotto. Malassiso DOC Copertino riserva. 70% Negroamaro e 30% Montepulciano. Presente in azienda dal ‘76 come nella DOC Copertino. La DOC Copertino prevede in alternativa il Sangiovese. Il che suona strano ma poi mica tanto se si pensa che la Puglia era i granaio d’Italia per la capacità di produrre in grandi quantità. Portare qui due tra i vitigni più diffusi in Italia era un modo per aumentare la produzione con due varietà adatte a tagli di ogni genere. Cappuccini è il Primitivo in purezza. Vino complesso e piacevole. Fa solo vasca in cemento. Alberello di 60 anni. Hidria è il progetto più immediato del quale devo dare merito a Marco Mascellani. Una Verdeca orange. Una spinta in più. Surmaturazione sulla pianta. Pigiadiraspatura. Macerazione con le bucce per oltre 20 giorni. Il vino sosta in cantina per 2 anni. Solo cemento. 1500/2000 bottiglie. La cantina sembra quella di un tempo. Stile cantina sociale con le vasche in cemento che svettano tra i tini in acciaio. Un pò nascoste, ma è giusto che sia così, le vasche interrate. Quelle che servivano per affinare il vino un tempo e con le quali Vito produce i suoi prodotti più identitari. Ci vuole coraggio per non mettere i vini nel legno come si fa da queste parti per venire incontro ai clienti e rispettare gli stereotipi del vino pugliese. Anche se qualcosa di diverso si può fare. E Vito lo fa. Vito è elettrico. Schizza da una parte all’altra della cantina ma ciò che gli preme di più è farmi assaggiare i vini. Federico, mio figlio, ha solo sedici anni. Non potrebbe bere. Ma da queste parti si inizia presto. A dir la verità ha iniziato ad assaggiare vini con me da tempo. Senza esagerare ovviamente. Solo per fargli sentire le differenze. Quando iniziamo da uno dei must dell’azienda in effetti si capisce subito la differenza. È una Verdeca. Non grandi nuance olfattive ma di certo colpisce per bevibilità e freschezza. Verticale ma manco tanto. Bevuto a 9 gradi circa non sembra così verticale. Guadagna il sorso per ampiezza e morbidezza. L’agrume e un pò di frutta tropicale viene fuori. Il grado alcolico interessante per il suo calore. Lo iodio viene fuori in maniera prepotente. La Verdeca fa dei grappoloni grandi e stiamo facendo dei diradamenti per portare il vino ad essere superiore. Hidria fa surmaturazione in pianta. Dunque facciamo dalla stessa vigna tre lavorazioni diverse. La stessa Verdeca da grandi soddisfazioni vinificandola in maniera diversa. Altra espressione di bianco è lo Chardonnay. Corte Saggese. Quello che papà ha piantato oltre venti anni fa. Un ettaro e mezzo. Il terroir comunque è buono e qui da noi ha questa freschezza e mineralità incredibile. Verticale Naso dritto. Verticale e immediatamente riconoscibile con la punta iodata che parla di territorio. In bocca è verticale e sapido. Un bel bianco certamente non strutturato ma con complessità superiore alla Verdeca. Sì sente il calore del frutto nonostante sia stato vendemmiato ad inizio di agosto. Siamo nel tacco d’Italia e non può che essere cosi. Un bel fil rouge tra i due vini. Continuità a creare uno stile aziendale. Vito e marco hanno creato un bel connubio. Con Marco mi sono conosciuto otto anni fa. Lo avevo contattato perché ero fissato con il metodo classico. Andai da D’Araprì. Il signor Girolamo mi fece fare tutto il giro e mi diede da bere l’impossibile. Me la ricordo ancora quella giornata. Mi disse se hai bisogno di qualunque cosa per produrre, per qualsiasi cosa, chiamami. Ma se vuoi c’è il nome di questo tecnico enologo che è qui in Capitanata ha tante piccole aziende. L’ho chiamato e gli chiesi se potevo andarlo a salutare. Andai dunque al suo studio. Gli prospettai l’idea e mi disse che sarebbe dovuto venire a Lecce a vedere. La sera stessa mi manda una e-mail con il computo del costo della sua visita. 900€. Fra me e me mi sono detto, ma se mi sta chiedendo 900€ per fare una visita, quanto mi chiederà per fare un metodo classico? Da li iniziai a capire chi fa il metodo classico a Lecce. C’era il Five Roses 60 mesi di De Castris e il Rosa del Golfo di Calò (80 Negroamaro e 20 Chardonnay). Conoscevo anche l’enologo e andai su De Castris. Marco Mascellani era l’enologo. Lo contattai e venne in azienda. Mi disse che non avevo le attrezzature ma che potevamo provarci. Mi venne il colpo di genio e gli dissi: ma tu che sei qui, ti andrebbe di seguire l’azienda? E da li è nata una bella collaborazione che è sfociata in amicizia e stima reciproca. Sono il suo primo tifoso. Il metodo classico non l’abbiamo ancora fatto. Però…mai lasciare nulla al caso. Non lo so se c’è o non c’è Ride di gusto Vito. Fa il misterioso e si diverte. Ha sicuramente in affinamento qualcosa ma non vuole svelarlo. Non insisto perché non voglio metterlo in difficoltà. Lo ha e ben nascosto. Me lo farà assaggiare appena sarà possibile. Ne sono certo. Non si poi può non bere il Negroamaro rosato in purezza. Qui in Puglia il rosato è un must have. Solo che vederlo prodotto da alberelli ancorché “giovani” di circa 35 anni di età, non è usuale. Le vigne dovrebbero essere indirizzate ai grandi vini rossi invece noi ci facciamo un grande rosato. Tenuta Paraida. Il colore è già stupendo e poco amichevole. Un vero cerasuolo che sembra uscito dalla spremitura delle uve. Abbiamo sempre avuto uno stile territoriale. La DOC Copertino prevede una macerazione di 8/10 ore. Facciamo criomacerazione direttamente in pressa. Sgrondo statico. Solo il mosto fiore contribuisce a questo vino come da disciplinare. Semplice, pulito. Molto verificale. Bella presenza gusto olfattiva. Non eccede al naso. Fiori e frutti con lo iodio. Semplice. Persistente e lungo in bocca che non è scontato per un vino salentino. Accompagnata dalla sapidità che me lo fa durare ancora di più. Anche in questo caso c’è la coerenza tra bianco e rosato. Marco ti ha mandato in una azienda senza zucchero residuo. Siamo in una azienda sugar free. Bello vedere come nei vini assaggiati fino ad ora si noti una sorta di evoluzione degli agrumi arrivando fino al mandarancio del rosato. Noi siamo una azienda che promuove la degustazione dei rosati di annata. Una prerogativa del Paraida Rosato è l’evoluzione dell’arancia che arriva sanguinella. Con note soavi ed elegante. Vuoi assaggiare un rosato con una sanguinella dentro? Vito scompare. Vuole stupirmi con qualcosa che ha in disparte. Ne sono certo. Sta via parecchio tempo. Chissà dove tiene le bottiglie speciali. Sarà nello stesso luogo dove conserva il metodo classico. Ricompare con in mano una bottiglia completamente aranciata che accompagna con un sorriso sornione. Non ti svelo l’annata. Sono le classiche bottiglie che abbiamo in cantina per raccontare la longevità del Negroamaro. Stappa e già dal tappo si evidenza l’albicocca. Colore stupendo che svela una stupefacente evoluzione. Ha la vecchia etichetta del Paraida rosato. Il naso cambia completamente evidenziando una albicocca disidratata, la pesca, l’arancia. È un pò freddo e ha bisogno di un pò di calore per riemergere. È una vendemmia 2018. Un vino fresco, arrotondato dagli anni. Secco, quasi tanninico. L’arancia arriva insieme alla nota di macchia mediterranea: alloro, rosmarino, aghi di pino. Caramello. Viene fuori il caramello. La parte dolce. Bellissimo vino. Certo non è per tutti bere un rosato così invecchiato. In fondo da un rosato si vuole immediatezza e la possibilità di berlo al tramonto sulle spiagge dello Ionio guardando il tramonto (pure le spiagge dell’Adriatico sono fantastiche ma non hanno il tramonto…). Andiamo poi sui rossi. Con il Capo Rotondo. Negroamaro al 100%. Solo acciaio. La linea aziendale è perfetta. Mostra la sua continuità. Lineare e pulito con frutti e fiori che non si accavallano. Si distinguono in maniera perfetta creando una meravigliosa armonia. In bocca è secco e lineare. Sembra quasi un bianco ma non può esserlo perché Il Negramaro non glielo permette. C’è grande eleganza. Di quella che non ti aspetti da un vino pugliese. Poi arriva il Menone. Che spettacolo. Già nel calice dove, cosa già vista nel Caporotondo, dimentica qualunque stereotipo pugliese che sa di densità ed opulenza. Al limite della trasparenza grazie a quei tre anni trascorsi in vasche interrate. Arancia, ciliegie, fragoline di bosco croccanti. Note erbace e fiori di quel campo dove le brezze marine arrivano a portare il sale. Come se ce ne fosse bisogno visto le acque salmastre che ci sono nel sottofondo.
In bocca è fresco, secco, armonico. Non pieno, non grandioso ma lineare e ancora pulito con i sentori che si trasformano in sapori e lo iodi che diventa sale a spegnere quasi il calore del sole. Il bilanciamento perfetto con il tannino soave, come se La Sapienza ne avesse spento l’impero. I frutti tendono ad attenuarsi in bocca piano piano, ce il sole che cala lentamente sul mare. Grandioso. Il Malassiso è il rosso riserva. Qui il legno fa il suo lavoro con il 70% di Negroamaro e il 30 di Montepulciano. Le note di speziate e tostate arrivano ma non sono comunque invasive. Il colore fa capire cosa si può fare sia colorando il Negramaro con il Montepulciano sia utilizzando la botte. Ci si avvicina ai classici vini pugliesi: profondi ed intensi e anche in bocca mantiene questa fisionomia. Insomma è la Puglia. Forse niente a che vedere con il Menone ma ci sta tutto. Questo è il vino che si faceva un tempo e la tradizione occorre mantenerla. Per forza. Cappuccini è il Primitivo del Salento. Vero intenso ma al contempo elegante per via della vinificazione che non vede legno. Ancora un pò giovane ma già dimostra il suo potenziale racchiuso nell’impeto e nel grande corpo secco, asciutto ancorché dotato di una intrinseca morbidezza donata dal sole del Salento. Bella azienda quella di Vito e Francesca. Tutto all’insegna della semplicità e guidati dalla voglia di distinguersi con un vero richiamo al territorio. Senza strafare e senza fronzoli. La rivincita della essenzialità territoriale attraverso il duro lavoro e una strategia chiara. Mi sa che tra poco dovrò riscrivere di Vito e della Vitivinicola Marulli. Non fosse altro perché, festeggiando i cinquanta anni di attività, si sono resi conto che è il momento di ristrutturare la parte grafica dell’azienda. Anche l’occhio vuole la sua parte. Per tutto il resto, va bene, anzi, strabene, cosi e finché c’è Vito con la sua esplosività, cosa serve di altro? Vito, what’s else? Ah Vito, aspetto il metodo classico che hai nascosto…. Il sito internet https://www.vinimarulli.com/   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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17 Gennaio, 2025

Rosae Maris. Elisabetta Ceccariglia: Rosa Rosae Rosam

  Ho incontrato pochi i produttori di vino che hanno resistito negli anni alle sirene delle bollicine e dei rosati.
Un tempo c’erano territori vocati e tradizioni a dettare legge. Si produceva solo là dove le condizioni territoriali e climatiche lo consentivano oppure, come nel caso dei rosati, quando era la tradizione ad imporlo.
Nessun contadino avrebbe mai sacrificato le uve rosse per produrre un rosato. Giammai e soprattutto, perché mai. Chi lo avrebbe bevuto un vino che non aveva passato del tempo a contatto con le bucce è diventato un vero vino? Ci sono i bianchi e i rossi. Al limite le bollicine. I rosati? Non pervenuti. Nel 1936 i francesi ricevettero un grande dono: le ferie retribuite. Una conquista avvenuta meno di cento anni fa. Non si direbbe da cosi poco tempo vero? Usarono i giorni di libertà per girovagare per la Francia riscoprendo, specialmente in primavera quando i fiori sono nel massimo del loro splendore, la Provenza. Qui da tempo si produceva il vino rosato. Vini provenienti da Syrah, Grenache, Chinsault, Mourvèdre ottenuti con brevi macerazioni o semplice spremitura, dal colore del petalo di rosa (altro che buccia di cipolla come lo definiamo noi!) e dai sentori delicati. Delicati al naso e in bocca. Rossi da poter bere anche freschi ammirando la lavanda della Provenza.
Una moda? Forse solo la voglia di qualcosa di sbarazzino, meno impegnato dei grandi e complessi vini francesi. Di certo i rosati, rosé francesi, oggi e non solo oggi, hanno conquistato oltre il 30% del mercato. Da noi, non andiamo oltre il 5% (la media mondiale è del 10).
Il primo produttore a vinificare uve a bacca rossa in modalità rosato fu Leone de Castris nel 1943 con il Five Roses. Prima di questo quando il vino era troppo scarico, dunque quasi rosato, era solo perché le macerazioni non erano andate proprio a buon fine. In altri contesti si faceva del salasso per ottenere qualcosa di meno intenso del rosso. Tralasciamo i mix tra bianco e rosso quando ne avanzava poco di entrambe le categorie!! Eppure oggi ogni produttore si sente in dovere di avere un rosato in gamma. Serve per completare quest’ultima e presidiare, in un mercato sempre più competitivo, ogni segmento. Oltre che realizzare cash insieme ai bianchi.
Difficilmente però si trovano produttori attenti e fortemente orientati a realizzare vini rosati con una precisa identità. Sono pochi infatti coloro che dedicano tempo e vigne alla realizzazione di vini identitari. Ora, fatta questa premessa, appare chiaro come ogni territorio sia in grado di produrre vini rosati. Il tema è capire quali condizioni climatiche, quali terreni e quali vitigni (sarà il solito terroir?) siano i più indicati.
Che ne dite della Maremma?
Il mare che lascia spazio prima alle spiagge e alle brevi pianure, un tempo paludi. Le dolci colline che salgono fino ad arrivare su, al monte Amiata. Terreni che da sabbia si trasformano in argilla e poi in calcareo a matrice vulcanica. Brezze marine cariche di sale che spirano dal Tirreno fin a scontarsi con le correnti fredde degli Appennini. Importanti escursioni termiche con il clima che regala emozioni e vita. Sangiovese, Ciliegiolo, Canaiolo, Cabernet, Merlot. È la Maremma, un luogo ancora per certi versi selvaggio ma al tempo stesso dove, lontano dal clamore mediatico della Toscana del Chianti, si può trovare una identità attraverso la seduzione delle tinte rosa, dei sentori di cipria e talco, dalle leggere nuance di fresca frutta nonché da sapori in grado di far perdere l’animo e il cuore in tramonti senza tempo. Guardando il mare o le dolci colline. Proprio in Maremma si può sperimentare trovando incredibili vini rosati dotati di toni aggraziati e gentili. Come quelli di Elisabetta Ceccariglia che è la (o il?) presidente, comunque sia, l’anima della associazione Rosae Maris, associazione che raccoglie 23 produttori, esclusivamente della Provincia di Grosseto, che si dedicano alla realizzazione di almeno un vino rosato. Io sono grossetana. Maremmana proprio. Una volta si faceva la differenza tra Amiata e Maremma ma oggi è tutta Maremma. Questo solo per precisare che io sono nata in Amiata. Sono stata anche astemia pur avendo un babbo orvietano. La cantina, la tradizione del vino c’era fin da piccola. Quando sono nata era una buona annata per il vino di Orvieto e papà aveva messo da parte delle bottiglie. Era abitudine. Il vino ha fatto parte in qualche modo nella vita di tutti noi. Dall’essere solo presenza sulle tavole di tutti i giorni nelle brocche o nelle bottiglie senza etichetta piuttosto che nella vigna del nonno. Io ricordo entrambe le cose. Il nonno con il suo irroratore di verderame e il papà che voleva solo il vino sfuso. In un modo o nell’altro, tutti proveniamo dalla terra. Papà non era produttore ma veniva da una famiglia di agricoltori. Mia nonna provava ma i risultati erano poco apprezzabili. Ricordo quando papà con gli amici degustava il vino con una sorta di buon vivere. Il cibo, la declamazione delle poesie. Da piccola però io bevevo solo aranciate
Quello che c’era ad Orvieto non c’era in maremma. Purtroppo Elisabetta è una di quelle persone riservate e modeste. Con una laurea in lettere, una specializzazione in marketing del turismo e tanta esperienza proprio in questo campo avrebbe di che vantarsi. Ma lei non ne ha bisogno. La sua positività e l’entusiasmo con il quale ha iniziato la sfida di Rosae Maris è di quelle che coinvolgono. D’altronde non può che essere così quando si è mossi da una illuminazione Ho iniziato il percorso da sommelier dopo un viaggio in Francia con una sorta di illuminazione. Ho vissuto in Francia a Parigi per quattro anni. Mi occupavo di turismo. Avevo la conoscenza della Francia meridionale. Perlopiù balneare. Per poi arrivare alla fine degli anni novanta a raccontare la Provenza golosa. All’epoca iniziava una certa gastronomia Francese con prodotti locali. Mi sono trovata più volte ad attraversare la Borgogna. Quella volta però è stata più attenta e profonda cosa questa che diede il colpo di fulmine. La Borgogna è quella zona che ti fa versare il vino. La Borgogna è quella zona che ti fa versare il vino. Versare il vino. Cosa c’è di più immediato e coinvolgente di questo? Un luogo che ti ispira a versare del vino in un calice, lasciarsi trasportare dai profumi e dai sapori. Travolgente! Ero stata invitata come delegazione italiana per esplorare la zona. Mi sentivo come se avessi dovuto essere competente come italiana. Una sorta di voglia di scoprire l’Italia del vino. Oltre che recuperare le radici con il padre. Dal turismo al mondo del vino il passo non è così lontano. Solo che per una come Elisabetta, imparare è non solo una necessità ma una vera e propria passione. Dopo il suo lavoro amministrativo in ospedale, si dedica a degustazioni, convegni ecc. Tutto pur di conoscere a fondo il mondo del vino. Nel 2015 con altri amici sommelier ci siamo trovati a voler fare un evento dedicato ai vini rosati. Spesso si portava un parallelo con la Provenza. Al museo della Bonifica della Casa Rossa a Castiglione della Pescaia. Venne fuori che c’erano 23 aziende con vini interessanti. Si creò una atmosfera molto bella che si è mantenuta. Se oggi i vini rosati rappresentano meno del 5% del consumo di vino in Italia, nel 2015 era leggermente più bassa. Poco era allora, poco è oggi. La differenza probabilmente era l’attenzione verso un prodotto e le sue peculiarità. Fare qualcosa sui vini rosati nel 2015 voleva dire avere una certa visione. Il territorio rivelava una grande attitudine ai vini rosati. La posizione, la vicinanza al mare, ecc. La regione era giovane enologicamente parlando. Seguiva la tradizione toscana con però sperimentazioni. I rosati sono un esempio di sperimentazione che ha portato ad un miglioramento. In fondo, nelle degustazioni dei vini, i rosati sono sempre nascosti, messi in angolo. Relegati a presenza quasi fastidiosa. Come a dire: si poi ci sarebbe anche questo. Troppo delicato. Troppo floreale. Per pochi. Ho un ricordo di piacevolezza dei vini del 2015. Quello che per qualcuno era nato casualmente poi piano piano è cominciato a diventare un progetto. I vini della maremma, almeno quelli che fanno parte di Rosae Maris, sono dei progetti. Prodotti con una vinificazione in bianco della bacca nera. In alcuni casi ci sono delle formule particolari con blend passati in legno, piccole parti di salasso, ecc. anche per chi inizialmente non era un progetto poi lo è diventato. L’idea di una associazione per corroborare un vecchio detto africano: Da soli si va più veloce, insieme si va più lontano. Pensate, anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha usato nel recente vertice Italia-Africa.
Una associazione può aiutare o, se non altro, fornire lo stimolo per fare qualcosa di diverso. Insieme. Oggi la Maremma sta diventando buona anche per la produzione di vini bianchi. Vermentino, Ansonica, Viognier. Ma è sempre stata terra di vini rossi. Da qui la necessità di fare vini freschi con la bacca nera. L’associazione non nasce immediatamente dopo quell’evento. Ci vuole ancora del tempo e quella sana dose di casualità che fa nascere le cose belle. Era stato così piacevole quel fine settimana che un pò ci dispiaceva lasciare andare tutto. Grazie ad un paio di aziende che ci dissero: perché non andiamo tutti insieme a Moniga del Garda. C’era un evento nella terra di Chiaretto e Bardolino. Grande tradizioni di rosati. All’epoca c’era L’Italia in rosa. Un bellissimo evento. Siamo andati li con questo banco. Avevamo la fortuna di essere toscani. Così siamo stati li fino a che la pandemia non l’ha disgregata. Una associazione che si crea spontaneamente. Per il solo semplice fatto di guardarsi intorno e vedere che ci sono persone, aziende, che condividono le stesse idee. Oltre che il medesimo territorio. Abbiamo iniziato ad essere una associazione di fatto prendendo parte alla manifestazione sul Garda cosi come a Calici di stelle a Massa Marittima, il più antico calici di stelle della Maremma. Molti ci invitavano proprio come tavolo dei rosati. Varie occasioni nelle quali ci muovevamo insieme. Eravamo una associazione di fatto. Ma non di diritto. Il primo evento che si chiamava Rosae Maris lo abbiamo sempre ripetuto. Ci incontravamo li e programmavamo i vari incontri estivi. Siamo diventati associazione durante il covid. Abbiamo avuto il tempo di pensare e poi fare. È così che Rosae Maris, in maniera leggera e spensierata ha inizio. Leggera come le ali di un uccello. Libera e senza fronzoli all’interno della quale le aziende possono trovare uno spazio di condivisione di progetti, idee, innovazione. Le aziende con molta libertà sono entrate. C’è chi è entrato subito e chi ha aspettato. Dipende un pò dall’importanza del vino rosato nel catalogo. All’inizio eravamo venti aziende. Abbiamo fatto una masterclass con Elisabet Gabet che una Master of Wine esperta di vini rosati. Abbiamo stretto rapporti con Renato Rovetta che fa la guida Rosa, Rosati, Rosè. Oggi le aziende partecipanti sono 23 aziende. Entrate nel tempo senza aver fatto alcuna campagna di adesione. È un tipo di associazione i cui benefici ci sono nel tempo. Ogni azienda deve avere la sua strategia e la associazione deve mantenere uno spirito di mera collaborazione. Abbiamo un serie di attività annuali date da pianificazione e cose estemporanee. Facciamo un evento legato ai rosati non più come Rosae Maris ma di Castiglione della Pescaia. Stiamo indirizzando le nostre energie su altre cose. La volontà è quella di mantenere ciò che nello statuo è sancito a chiare lettere: riservata ai produttori di vino rosato della provincia di Grosseto. Identità? Campanilismo? No, solo voglia e necessità di portare la Maremma ad essere conosciuta oltre la Toscana. Perché vedete, la Maremma è quel territorio che unisce il mare alla campagna alla montagna. Una sorta di saliscendi dove la natura è ancora protagonista e insieme a questa i gusti della tradizione. Si può dunque innovare e sperimentare. Provare a creare qualcosa che magari possa identificare il territorio in maniera differente e unico rispetto alla Toscana dove il vino è rosso e si chiama Chianti. Dove c’è la carne, la ciccia e poco altro. I vini rosati dunque rappresentano la vera opportunità di essere diversi, innovativi e orientati al futuro a matrice turistica.
L’associazione avrà questo compito nel futuro: spingere all’innovazione e promuovere costantemente il territorio attraverso i vini rosati. Il mondo del vino qui da noi è molto giovane. È interessante e importante spaziare un pò. L’associazione aiuta a ragionare in termini di territorio. Elisabetta Ceccariglia è colei che, con tanta dedizione continuerà ad essere l’anima di Rosae Maris dando la giusta declinazione che le aziende vorranno darsi. Rosae, rosa, rosam.   Ecco la lista delle 23 aziende che con i loro interessantissimi prodotti sono all’interno dell’associazione Rosae Maris Tenuta Montauto Tenuta Dodici Acquagiusta Cantina La Selva Morisfarms Sequerciani Macchiabuia La Chimera d’Albegna Tenuta Monteti Belguardo Bruni Cantina I vini di Maremma Ampelelia Fattoria Le Pupille La Vigna sul Mare Mantellassi Il Ponte Castello Colle Massari Toscana Valdonica Poggio Nibbiale Arillo in Terrabianca Colli del vento Fattoria di Magliano   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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10 Gennaio, 2025

Azienda Agricola Mazza. Una famiglia

  La terra. La terra è come l’acqua. Entrambe generano la vita. La terra senza acqua non è nulla e solo in rari casi la vita si genera senza di essa. Cosa sarebbe l’acqua senza la terra? Non si saprebbe neanche ove contenerla. Due elementi indispensabili per la vita. Due elementi che ne racchiudono migliaia di altri.  Per conquistare la terra o i mari si sono mossi persone e popoli. Migrazioni. Spostamenti. Guerre. Battaglie. La terra o il mare ha attratto persone. Per conoscere nuovi luoghi, nuovi mondi. Piuttosto che per trovare un posto migliore dove vivere.  In Italia, nell’immediato dopoguerra, flussi di persone si muovevano in cerca di qualcosa che potesse creare vita dalle macerie della guerra. Le ferite della guerra avrebbero potuto rimarginarsi solo con altra vita. Chi coltivava già la terra, lo faceva da mezzadri. Costretti a barattare il frutto del proprio sudore e fatica con il proprietario della terra. Quando nasci povero però, è la normalità. In quegli anni, c’era così tanta voglia di fare da generare flussi di speranza animati anche dalla confusione e dalle voci che narravano di come fosse finalmente arrivato il momento degli espropri delle grandi proprietà. Così ci si spostava anche per essere pronti a quella eventualità. La riforma agraria del governo De Gasperi, approvata nel 1959 con la legge stralcio, definiva alcune aree nelle quali i grandi appezzamenti venivano in effetti assegnati ai mezzadri. Si parlava però più che altro di zone ancora con problemi legati alla bonifica. Poca roba e forse voluta solo per far parlare di qualcosa che avrebbe fornito consenso popolare. La storia della Famiglia Mazza è la storia di una di quelle famiglie che decisero di spostarsi in cerca di fortuna. Marchigiani di origine. Contadini. Mezzadri. Persone. La voglia di vivere meglio. Cos c’è di male in questo? Incontro Massimo Mazza. Con il fratello Roberto e le figlie gestiscono l’azienda. Ci fa compagnia nella chiacchierata anche Noemi, una delle due gemelle di Massimo. Siamo una famiglia venuta su dalle marche nel 1954. Erano mezzadri e il nonno disse ai suoi sette figli (cinque maschi e due femmine): ragazzi bisogna dare una svolta alla nostra vita perché non possiamo rimanere per sempre mezzadri. Cerchiamo di creare qualcosa di nostro In quegli anni la terra costava poco ovunque. In Toscana ancor meno. La Toscana di oggi è lontana anni luce da quella del dopoguerra. O anche di prima. Coltivazioni perlopiù cerealicole e terreni destinati all’allevamento del bestiame. Il vino? Cosa per ricchi. Altro che il Chiantishire di oggi con i terreni arrivati a costare un occhio della testa. Il nonno aveva in ballo questa azienda qui a Montelupo. E già il nome fa capire dove siamo. Effettivamente c’erano e ci sono i lupi. Poi un’altra azienda vicino ad Asciano che costava più del Chianti perché a quei tempi c’era la ferrovia e la possibilità di produrre grano. Il nonno disse: non voglio più sentire passare treni vicino casa. Da qui la scelta di comprare a Montelupo. Montelupo. Ai più Montelupo non vorrà dire niente ma forse citando Castellina in Chianti, qualche coscienza si apre. Siamo sempre in provincia di Siena, come Asciano, ma un pò più a nord, nel cuore del Chianti Classico. Gallo Nero per la precisione. Qui i poggi, le colline, sono tenui, poco ripidi. Le fattorie, quelle poche rimaste e non già adibite ad agriturismo, sorgono proprio in cima ai poggi. Da li era facile spostarsi su e giù per coltivare le terre così come erano utili per trovarsi nel punto più alto, ovvero quello maggiormente riparato, in caso di pioggia.  L’Azienda Mazza sorge proprio su uno di questi poggi. Oggi circondato da vigneti. Non così agli inizi.   I nonni Domenico e Maria, avevano accumulato soldi risparmiando circa la metà del necessario. Come si usava a quei tempi, se li facevano prestare dai parenti e piano piano restituivano. Non si andava in banca. Comprarono nel 1954, 82 ettari per dieci milioni e mezzo di lire.  Ci pensate? Rivalutandoli oggi (fonte Il Sole 24 Ore) sarebbero 168.144 euro. Che per 82 ettari di terreno e un casolare sarebbero un nulla. C’era solamente un casolare vecchio e un fienile. Piano piano ristrutturarono il casale portando l’acqua e la corrente. Che a quei tempi non c’era. Sì misero ad allevare polli. Si viveva duramente. Altroché. Altro che tenute con piscina e tutti i comfort in stanza. Non c’era neanche l’acqua per lavarsi. La corrente? Eh magari. Era per quello che si andava a dormire presto. Oltre che per la stanchezza e la necessità di essere pronti all’alba per le lavorazioni in campo e il cibo agli animali. Nel ’58 decisero di impiantare i primi vigneti. Anche se la prima bottiglia era del ’54, imbottigliata anche se a quei tempi si vendeva sfuso.  Impiantare i vigneti in quegli anni voleva dire provare qualcosa di diverso rispetto ai cereali e all’allevamento (dei polli). Solo che non è che il vino si vendesse in bottiglia con tanto di etichetta e a margini interessanti. Prima le uve si vendevano a chi il vino lo produceva già. Le spese per la coltivazione erano alte e comunque sempre a rischio per via delle stagioni, figuriamoci avere una cantina. Da soli non ce la si poteva fare. Ecco perché nascevano le cantine sociali.  Intorno al ‘66 fu fatta la Cantina Sociale di Gaiole, poi fallita e rilevata poi da Piccini. I Mazza furono soci fondatori. Producevano uva e la vendevano alla cantina. Sì accorsero però che gli agricoltori erano quelli che ci rimettevano di più. Fu cosi che investirono per fare una cantina in azienda con 26 cisterne da 200 ettolitri per la vinificazione del bianco, rosso e rosato. Perché si è sempre fatto il rosato. Tutte vasche di cemento vetrificato. Avevano organizzato in questo capannone lungo 40 metri lungo per dieci di larghezza con un sistema per portare le vinacce in maniera meccanizzata.  Da mezzadri, ai polli, al vino. Un percorso. Un modo per cercare di mettere a frutto e diversificare 82 ettari. Per niente facile come mai è facile la vita di un contadino. Ma c’era una famiglia da portare avanti. Gino, Mariano, Giovanni, Adino, Adriano. I figli di Domenico e Maria. Oltre alle sorelle Agnese e Luisa liquidate ovvero fuori dall’azienda come si usava a quei tempi. Può sembrare una pratica arcaica e immorale vista con gli occhi di oggi. Ma al tempo non era così. Già avere cinque figli maschi avrebbe voluto dire dividere l’azienda in cinque. Però almeno i cinque maschi (sempre con la mentalità di quegli anni) fungevano da parte attiva nei lavori dell’azienda stessa. Le figlie potevano sposarsi e avere la propria attività in quella del marito. Perché dare loro la terra? Lo zio Mariano era un autodidatta. Non era sposato e non aveva figli. Aveva fatto la terza elementare e gli piaceva molto leggere. Trattati di agraria, enologia. Mi diceva: guarda che il Guyot è meglio del cordone speronato perché….era una enciclopedia. Quando venne fuori la lotta guidata (o integrata) c’erano degli agronomi che giravano le aziende per consulenza. Io ero fuori perché la nostra è una famiglia grande e io ero il più piccolo di tutti i figli. Quando finì il militare mio padre mi disse, vai a lavorà fuori tanto l’azienda è tua, non te la leva nessuno e più avanti tornerai. Così ho fatto dieci anni alla concorrenza nel vero senso della parola, alla Castellina (dall’89 al 99). Lì c’era questo ragazzo che seguiva anche la Mazza. Mi disse un giorno: Massimo, di a Mariano che c’è da fare un trattamento perché c’è un attacco improvviso di tignola. Veniva monitorata con le trappole. Ora vò anche giù a casa vostra. Dopo tre giorni ritorna e mi dice: il tu zio è incredibile, aveva bell’e che fatto il trattamento. Così iniziò a chiedere consigli a zio Mariano anche se era laureato in enologia. Zio mariano ha insegnato a tanti. Poi c’era Giovanni. Io lo chiamavo il cervellone. Sì metteva lì, disegnava, faceva due calcoli e costruiva. Smontava i trattori, cambiava le frizioni. L’impianto elettrico della cantina lo aveva fatto tutto da solo. Chi ti ha insegnato? C’è una Logica a tutto rispondeva. Il terzo era papà Adino. Ora non c’è più però. Adriano, l’ultimo, venne mandato a studiare. Come si usava con il figlio più piccolo. Diventò un funzionario del Monte dei Paschi. O semplicemente “Il Monte” come si dice da queste parti.  Massimo dipinge con semplicità e chiarezza ogni personaggio di questa saga. Non servono tante parole anche se starei a chiedergli di tutto. So, ne sono certo, che ci sono tanti e tanti aneddoti da raccontare. Tempo fa lessi i libri di Antonio Pennacchi, un gigante della mia terra. Narravano delle famiglie venute dal ferrarese per bonificare la palude pontina. I personaggi si muovevano tra i canali e la malaria, tra le guerre e le difficoltà, tra le disgrazie e i piccoli successi. Ognuno di loro rappresentava un pezzo di vita che, nella famiglia, provava a riunirsi come pezzi di un puzzle. Poiché ciò che distrugge l’uomo non è la disgrazia in sé, ma l’incertezza e soprattutto l’attesa della disgrazia. Alla disgrazia fai pure fronte, e dopo in qualche modo ti rialzi. Ma se quella non si compie – e resta sempre appesa – quando più potrai rialzarti? (A. Pennacchi) Sembrerà strano ma sono le difficoltà ad unire le persone. Quando si è in difficoltà, ci si aiuta, ci si sostiene l’un l’altro. Un piatto di minestra lo dividi perché ti rendi conto che è per tutti e si è tutti nella stessa barca. Sono i successi a dividere. Sono i soldi a creare i malumori. Quei malesseri infingardi che prima o poi emergono per esplodere fragorosamente. Con i quattro fratelli si crea un bel lavoro fino al 95/96. L’azienda volava facendo bellissimi utili. Siamo arrivati a 45 ettari di vigna. Sicché lo zio Giovanni entrò in lite con i suoi fratelli. Divise l’azienda in quattro parti e fece di tutto per non farla comprare dagli altri tre. Fu cosi che l’azienda dello zio Giovanni fu acquisita da Rocca delle Macie di Sergio Zingarelli con il quale andiamo d’amore e d’accordo. Pretese la parte della cantina con i vigneti. I fratelli gli dissero: prendi il terreno ma non la cantina tanto non continuerai. Lui pretese cantina e vigneti. Gli altri tre fratelli continuarono insieme. Fino al 98 quando ci fu la legge per i giovani imprenditori e il mio datore di lavoro Tommaso Bojola mi disse: te lo dico a malincuore, io vorrei tu rimanessi qui fino alla pensione ma passa questo treno, prendilo. Tanto tu prima o poi tornerai alla tua azienda ma fallo ora. Dettero la possibilità di fare fino a 8 ettari di Chianti Classico. Tanta roba. Non avevamo tutta quella terra. Cosi divisero la terra intestandola parte a mio padre, parte allo zio Gino e la parte dello zio Mariano fu intestata a me. Ci dettero 12 ettari di vigneto di Chianti Classico. In pratica ripristinammo quello che lo zio Giovanni ci aveva tolto ritornando a circa 35 ettari vitati. Con la bellezza di 26 ettari di Chianti Classico. Si vendeva 1450 quintali all’anno di Chianti Classico sfuso. Non avendo la bottiglia vendevamo ai grandi imbottigliatori. Vogliono la roba buona e si fidano di noi. Ci fanno una corte. Io gli dico che non li sposo ma ci manca poco. Massimo non è di quei toscanacci che dicono le cose con quel fare burbero. Il suo tono è di quelli a tratti divertenti intervallati da malinconia, che ricordano una storia di famiglia e hanno voglia che la si capisca per benino. Pensieroso ma sempre con il piglio giusto. Ogni tanto i ricordi prendono il largo come quando una folata di vento gonfia la vela della barca. Così si lascia andare ad aneddoti e ricordi che cerca di respingere in fretta. Come se gli facessero male. Come se riaprissero ferite aperte. La sua è la storia della famiglia Mazza. Forse una come tante, ma sua. Viverla sulla propria pelle è ben diversa. Non ci sono colpe per qualcuno. Non si punta il dito contro nessuno. È la vita. È una famiglia che ad un certo punto subisce quello che sarebbe magari comunque successo in caso di spartizione ereditaria. Certo, uniti sarebbe stato meglio ma le cose non vanno sempre per il verso che si immagina. Ricominciare è sempre complicato ma, per una famiglia abituata a lavorare, è qualcosa che si fa. Che si deve fare. E la si fa con voglia e orgoglio. È il 1999 quando Massimo entra in azienda anzi, nelle tre aziende. Ognuna intestata a ciascuno dei fratelli.  C’erano tre aziende. Non c’era la cantina. C’erano serbatoi un pò sparsi. Inimmaginabile.  Qui o si fa la cantina o si chiude dissi. Si chiamò l’architetto per fare il progetto. Dopo quattro progetti presentati in comune otteniamo le autorizzazione a seguito del sopralluogo di 13 persone. La cantina in fondo è grossa con tutti gli ettari. E già si pensava alla crescita. Anche se poi ci siamo sciolti e adesso ci possono giocare anche i bambini. Nel 2003 abbiamo iniziato i lavori di sbancamento della cantina. Zio Gino disse che la cantina bisogna farla versante nord perché il vino non vuol sentire il caldo. Mi fecero sbancare tutto e meno male che avevamo gli scavatori con mio cugino. La platea di 45 cm fu gettata in un giorno solo con tante betoniere. Nel settembre 2006 si riesce a mettere le prime vasche vinificando tutta la produzione della cantina. Siamo rinati con tutta la migliore attrezzature per essere autosufficienti.  Una cantina per tre aziende. Almeno fino a quando delle tre azienda se ne fece una, la Mazza. Nel 2011 lo zio Gino ci ha lasciato. Lui aveva un figlio, Stefano, che lavorava fuori. Questo ci disse: ho la mia attività e non voglio esservi di intralcio. Io e le mie sorelle (erano in tre) usciamo e voi ci liquidate. Per me e mio fratello Roberto è stato un passo grande anche perché non tutte le annate sono state buone. Ringrazio mia moglie che lavora in banca.  Un affitto insomma. Le terre che lo zio Gino lascia al proprio figlio cedute in affitto. Come si faceva e si fa spesso. Solo che prima non si scriveva nulla. C’era la parola. Che in genere bastava. Due anni dopo tornai a casa e mio fratello mi fa: tuo cugino vuole il prossimo anno le terre. Ma gli accordi erano diversi! Lui non si ricorda degli accordi. Diamogliele subito dissi chiudendo il discorso.  Un tempo c’era il diritto di maggiorasco. Era solo il primo figlio maschio ad ereditare tutto. Una pratica crudele. Incivile forse. Ma era l’unico modo per non dividere il patrimonio. La terra.  Prima i figli si facevano. Servivano per coltivare, per mandare avanti la famiglia. Bocche da sfamare certo ma anche braccia che lavoravano. Con cinque, sei, sette figli, dividere tutto in parti uguali come avviene, giustamente, oggi, avrebbe voluto dire iniziare a dissolvere le terre. Iniziare si perché il processo di discendenza prevede solo questo fino a polverizzare l’intero patrimonio.  Lei fa i figli perché le servono, e più è povero e più gliene servono; è quando è ricco che gliene bastano pochi Canale Mussolini. Antonio Pennacchi Nel 2019 è morto lo zio Mariano che non aveva moglie e figli e ha lasciato 14 eredi. Come Mazza Società Agricola abbiamo un contratto di affitto fino al 2036. Lo zio Mariano disse: faccio un contratto lungo poi se sono ancora vivo, me la comprate. Altrimenti la pagherete agli altri. 14 eredi sono tanti e dissi a mio fratello andiamo a finire male. Abbiamo fatto proposte di acquisto ai cugini. Alcuni ci hanno riso in faccia. Altri hanno detto va bene perché l’azienda la gestiamo noi. Roberto in primis perché lui lavora li da quando aveva 14 anni. Andare fino al 2036 sarà dura. Non è passato poi così tanto tempo da quando nonno Domenico acquistò l’azienda con gli 82 ettari di terra. Guardarsi indietro e vedere cosa si era è un pugno nello stomaco. Non solo un patrimonio scioltosi in pochi anni ma soprattutto una famiglia che da grande e numerosa che era si ritrova oggi con Massimo e Roberto uniti solo con le rispettive ali familiari. Loro, se non altro, ancora uniti.  È Noemi, la figlia di Massimo, che mi spiazza quando dice  Eravamo una grande famiglia. I Mazza Una considerazione amara che Massimo vive con tristezza e profonda amarezza. Non c’è voglia di rivalsa ma solo nostalgia per qualcosa che i nonni erano riusciti a creare. Forse senza la capacità di gestire. Perlomeno la parte di azienda vera. Di quelle che sanno che per rimanere grandi, occorre rimanere uniti. Con Roberto, soci al 50%, stiamo cercando di mettere dentro i figli. Roberto ha due figlie una della quale lavora in azienda. L’altra fa la maestra d’asilo e ha altro da fare. Poi c’è mia figlia Noemi che gestisce il software dei sistemi per la gestione della cantina. Ha fatto agraria e ora sta facendo enologia. L’altra figlia Gaia insieme a Noemi sono state assunte da Tommaso per la stagione turistica. Sono gemelle Gaia e Noemi.  Massimo e Roberto. Gli ultimi rimasti dei Mazza, prima che il testimone passi alla successiva generazione, si dividono equamente i compiti. Roberto in campo per trattamenti e lavorazioni; Massimo in cantina.  Il boss in cantina sarei io. Poi ho Alessandro che lavora con me. Un ragazzo bravo e preciso. Avevamo Carlo Travagli come enologo e adesso c’è Filippo Mazzorana della scuola di Carlo. Il martedì e venerdì con Roberto siamo insieme a consegnare su Siena facendo la distribuzione. Abbiamo anche clienti a Firenze. Ce li vedete Roberto e Massimo, i fratelli Mazza, sul furgoncino a consegnare vino per la Toscana? Pagherei per essere a bordo con loro a sentire le storie della famiglia Mazza. Storia vera che fa riflettere sul mondo contadino e la voglia di emergere così come sulla necessità di dotarsi di una struttura seria che i più bravi chiamerebbero “governance”.  Prima del covid facevamo 35 mila bottiglie tra bianchi rosso e rosato. Due Chianti Classici: Gaia e Ser Gino (che era vecchia ricetta). Con il covid abbiamo avuto un fermo pazzesco riuscendo a far fatturato consegnando in giro. Sì cominciò a girare tutta la toscana con il furgone.  La damigiana sta morendo. I clienti che vengono qui a caricare lo sfuso prima erano tanti. Ora no. È cambiato il modo di bere. Oggi vanno le bag in box facendo morire la damigiana.  La chiacchierata con Massimo è di quelle vive e scorre veloce. I suoi racconti sono quelli di una persona che parla di ciò che vive sulla propria pelle. Ma anche tanta personalità e visione. Calma, pazienza, conoscenza. Un modo di fare che è come se fosse registrato opportunamente per trasmetterlo alle figlie. In modo che la storia non si ripeta. Che la famiglia resti unita.  Oggi l’Azienda Mazza gestisce 40 ettari dei quali 24 ettari di vigne Chianti Classico e IGT più ulteriori 8 per un’altra azienda restituendo la bottiglia finita con la tanto di etichetta. Un impegno non da poco. Qualcosa che solo una famiglia unita può continuare a gestire. 11 etichette in gamma. Tante? Poche? Giuste forse per le dimensioni dell’azienda. Di certo impegnative. Anche se la necessità è quella di aumentare la produzione per sfruttare le potenzialità della cantina nata per ben altre esigenze. Sempre con la spada di Damocle del 2036… È stata una scelta di mercato perché inizialmente il mio ex enologo Carlo mi diceva che quando hai un 4/5 vini andava bene. Due Chianti Classico base uno dei quali è per gli amanti del Sangiovese mentre l’altro con uno stile più internazionale presentato al Prowine del 2017. A Shangai.  Ogni vino è un omaggio alla famiglia tranne il Montelupo che parla ovviamente del luogo. Gino, il capofamiglia, ha due vini a lui dedicati. Mariano che ha fatto il vino per la prima volta non ha un vino importante.  A quei tempi li noi facevamo un Chianti Classico e un IGT senza avere una bottiglia. Così creammo la prima etichetta. Si fece fare delle etichette da un grafico di Siena, Alessandro Grazi che ha dipinto anche un Palio. Fu fatta una serigrafia con l’oro in pasta. Gli dissi: come si fa a farla? C’è solo una etichettifricio e tocca andare ad Alessandria. Sì spese un botto di grafica e di etichetta. Si fece Ser Gino, il Mariano rosso e l’IGT bianco Adino. Nacquero cosi. Magari Mariano avrebbe avuto merito per una riserva.  Il Ser Gino Riserva. Un Chianti Classico Riserva DOCG con 95% di Sangiovese poi Canaiolo e Ciliegiolo per un 2.5% e un affinamento di 24 mesi in tonneaux.
Che dire? Un meraviglioso Chianti Classico. Al naso un tripudio di sentori caldi, freschi, avvolgenti. C’è la marasca, l’arancia sanguinella, poi la violetta, il sottobosco e le spezie, erbe aromatiche e tostature a profusione: vaniglia, cioccolato, chiodi di garofano, cannelle, noce moscata, tabacco trinciato, pellame, alloro. Insomma, wow, wow, wow!
In bocca è una vera e coinvolgente esplosione di sensi. Fresco ma non pungente con i tannini maturi al limite del raffinato. Alla deglutizione si sente il calore adrenalinico che sale per via di una inaspettata freschezza e una giusta persistenza. Viene voglia di abbinarci una bistecca che risulta perfetta per la morbidezza del vino. La finisci e finisci il vino. Di slancio. Perfetto anche abbinato a dei mezzi rigatoni con pomodoro e crema di peperoni.  Il Montelupo è il Chianti Classico Gran Selezione da solo Sangiovese. Ho provato il 2020 che mi ha restituito una bellissima esperienza degustativa. Da Chianti di una volta. I 36 mesi di botte da 16 hl hanno ammorbidito questo Chianti rendendolo anzitutto buono, poi suadente, infine avvolgente.
Rubino con una piccola unghia granata e immediati sentori di violetta. Il Sangiovese è servito. Poi il restante quasi complesso corredo olfattivo fatto di frutta cotta al limite del sotto spirito, vaniglia, tabacco, pellame, chiodi di garofano, pepe. Un po’ di sottobosco a creare una vera armonia. Anzi, una sinfonia con i frutti che emergono e si alternano con spezie e tostature mentre i fiori di violetta stanno a guardare entrando ogni tanto a reclamare un ruolo da prima donna.
In bocca dimostra tutta la sua ampiezza e gentilezza. I tannini sono gentili e la freschezza diventa avvolgente. I sentori si trasformano in sapori ancorché meno cotti così da rendere il sorso non stucchevole. Ampiezza e calore a dare robustezza, forza, tenacia. Ma anche grande fascino e seduzione. La marasca arriva alla fine così da rendere il finale non solo indimenticabile ma voglioso di un nuovo sorso. Un vino che ti prende per mano e ti porta in territori bui, sconosciuti ma intriganti e piacevoli. Non banale ma complesso; determinato e gentile. Così che con una bella Fiorentina ci sta un gran bene. Questo si! Poi si fece il vin santo, la grappa, la grappa riserva.  Due fratelli, Massimo e Roberto. Con le loro famiglie. C’è una bellissima foto sul loro sito che li ritrae insieme. È a colori. Sopra di questa ve ne è invece una in bianco e nero. Due epoche diverse. Due gruppi diversi nonostante la famiglia sia la stessa. Lo si capisce dai sorrisi che hanno la stessa fisionomia, gli stessi lineamenti, forse la stessa inconsapevolezza. Del futuro intendo. Del non sapere cosa sarà il futuro. Del non volerlo sapere perché potrebbe spaventare.  Se Roberto e Massimo, i Mazza, avranno ben seminato, sarà solo il futuro a dircelo. Oggi possiamo e dobbiamo accontentarci di una serie di eccellenti e schietti prodotti che la loro passione ci offre. Non è poco e non è abbastanza. Aziende come queste vorremmo che continuassero nel tempo e che i loro vini ci accompagnassero per tanti e tanti anni ma, soprattutto, che la famiglia rimanga tale. L’augurio, che è una speranza, è quello di vedere la foto di copertina che anno dopo anno veda sempre più persone sorridente. Sarà il segnale che la Famiglia Mazza sarà tornata ad essere una grande, numerosa famiglia. Unita. Il sito Internet https://www.mazza-wine.com/ Instagram   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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