Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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3 Gennaio, 2025

Gabriele Morra già Pautasso 1880. Gabriele e Stefano: esageroma nen

  Totò e Peppino. Gianni e Pinotto. Stanlio e Olio. Franco e Ciccio.  Coppie della risata. Quelle che ci hanno fatto ridere senza freni. Per tanto tempo.  Con semplicità e senza eccessi.  Non è facile far funzionare una coppia. Se è difficile tra marito e moglie pur avendo in comune una vita intera, figuriamoci tra coppie di artisti, ciascuno con la propria individualità e la voglia di emergere. Quando si capisce però che da soli si è “di meno”, ecco, li si raggiunge l’apice. Il problema è che non basta che lo capisca uno. Devono essere entrambi. Altrimenti che coppia sarebbero? Coppie della risata, ça va sans dire. Anche perché di coppie drammatiche se ne sono viste poche nella storia. E meno male aggiungerei, altrimenti sai che valanga di tristezza! Quando si scherza bisogna esse seri. Il grande Alberto Sordi nella magistrale interpretazione del Marchese del Grillo ci ricorda che il lavoro di chi scherza per far ridere le persone, magari prima se stesso, occorre farlo con serietà. Occorre preparazione e tanta. Si può improvvisare, certamente, ma non verrà mai bene come qualcosa di pianificato.  Gabriele e Stefano a vederli insieme sembrano una di quelle coppie comiche dell’avanspettacolo milanese degli anni ‘90. Quelli dello Zelig tanto per intenderci.  Gabriele (Testa) è quello alto. Sbarbato, la faccia da bravo ragazzo. Lo guardi e dici: toh eccolo li Enrico Bertolino.  Stefano (Campaniello) è quello meno alto. Con la barba e la faccia da meno bravo ragazzo. Lo guardi e dici: toh ecco Natalino Balasso (da giovane!). Anche se poi lo senti parlare ed è tutto tranne che nordico. Cosa ci facciano insieme, sembra un mistero. Potrebbero essere un duo improbabile. Invece sono una di quelle coppie divertenti, scanzonate ma al contempo (proprio perché quando si scherza bisogna esse seri) preparatissimi e professionali vignaioli delle Langhe. Gabriele e Stefano sono la Cantina Gabriele Morra già Pautasso 1880. Siamo a Macellai, una piccola frazione di Pocapaglia, in provincia di Cuneo. Nelle Langhe insomma. Qui si scherza poco in generale e con il vino ancora meno. È cosa seria. Austero e serioso proprio come i piemontesi. Sabaudi. Eppure, Stefano e Gabriele li guardi e ti ispirano subito una gran simpatia. Dei due, quello che dovrebbe essere sabaudo è Gabriele. È lui che dal nonno materno, del quale porta il nome, eredita le vigne. Di sabaudo ha la flemma e l’aspetto che sembra, da lontano, da molto lontano, un piemontese. Serio, non so. Ha il sorriso che lo si legge negli occhi. Quella voglia di fare qualche marachella che gli deve essere rimasta da quando era piccolo. La flemma però ce l’ha tutta. Sarà per questo che di coltivarle, le terre, non è che ne avesse una gran voglia. Di fare vino, benché gli piace berlo, men che mai. Oltre alla flemma ha in dote pure una certa indecisione. Di quella che lo porta, quando va al ristorante, ad ordinare sempre le stesse cose, sempre lo stesso vino.  Stefano è il contrario di Gabriele. Sempre in movimento. Sempre a voler far qualcosa. Dotato di quella simpatia derivante, con tutta probabilità, dalla provenienza che il suo cognome non riesce a celare. Sembra serio con il suo modo di fare da navigato professionista ma poi, all’improvviso, non riesce a trattenere la battuta dissacrante. In grande amicizia!  In comune con Gabriele, il sorriso. Stefano lo dimostra mostrando tutti i denti, Gabriele con gli occhi. Espansivo il primo, contenuto il secondo.  Come si incontrano? Io e Stefano ci siamo conosciuti ad un tavolo di un ristorante. Dieci anni fa. Lui lavorava, io ero cliente.  Sono quello che lavora dei due. È cominciata come una scommessa. Faceva il sommelier e mi fa, dopo la seconda volta che mi vedeva: vuoi scommettere che ti prendo il vino e ci azzecco sui tuoi gusti? La verità è che lui beveva sempre lo stesso vino. Ad una certa mi sono stufato e gli ho detto: stasera ti bevi una bottiglia che dico io. Se non ti piace me la bevo io. Così è stato. È nato tutto di li. Ci siamo conosciuti. Bevevo una Barbera e lui mi ha proposto un Dolcetto di San Fereolo. Un produttore fuori dagli schemi. Bravo hai azzeccato i miei gusti. Bravo. Così andavamo a mangiare fuori e lui sceglieva il vino. Tanto i gusti li sai gli dicevo. Stefano sommelier in un ristorante. Innamoratissimo delle Langhe e del Roero, si era trasferito in queste zone per lavoro. Il lavoro nel ristorante forse per darsi il tempo di trovare non la strada giusta che già sapeva quale dovesse essere. Iniziativa, intelligenza, esperienza, voglia di fare, voglia di emergere. Capacità. Mi disse: il mio sogno sarebbe aprirmi una cantina. Guarda che mio nonno aveva una cantina. Ho tenuto tutto. Ho conservato le vigne. Adesso vendiamo le uve. È sempre stato il pallino mio aprire una cantina ma non avevo lo stimolo. Lo stimolo. Vedi che gli manca lo stimolo a uno come Gabriele? In fondo il lavoro ce l’ha. A che gli serve sbattersi e coltivare la vigna? E poi, fare pure il vino? Troppa fatica. Sarà così ma a Gabriele manca proprio lo stimolo. Uno che gli ricordi di quanto ben di Dio abbia sotto il culo e cosa se non potrebbe fare.  Mi affitti le vigne? Non so se fosse una provocazione o un vero intento, però per uno intraprendente e volenteroso di spaccare il mondo come Stefano, la domanda era lecita e pertinente. Le vigne sono di famiglia e non posso affittare le vigne ad un forestiero.  Allora facciamo il vino insieme.  Ditemi se non sono un duo comico Gabriele e Stefano.  Non può non venirmi in mente la meravigliosa scena del film La banda degli onesti con Totò, Peppino de Filippo e Giacomo Furia. Sono convinto che Gabriele avrebbe detto: Allora, siete d’accordo? 
Siete? Siamo d’accordo
Siamo!
Ah, siete d’accordo Di li abbiamo iniziato i nostri esperimenti. Nel 2015 abbiamo iniziato l’avventura uscendo sul mercato nel 2018. Abbiamo una idea di vino tradizionale con qualcosa di contemporaneo. Lui innamorato dei vini. Tanto che si è speso tutto assaggiando i vini degli altri. Fanno tutto loro. A che serve fargli domande se conducono da soli il gioco?  Magari lo fanno inconsapevolmente o magari perché sono splendidamente affiatati, vallo a sapere. Però funzionano insieme. Si prendono in giro a vicenda senza mai accavallarsi o tantomeno offendersi. Ridono e si divertono. Una passione in comune come quella del vino coniugata con della sana e coinvolgente allegria. Facciamo il vino per passione. Non siamo di quelli che trasformano la passione in lavoro. Ci vogliono i soldini e noi fortunati non siamo. Gabriele lavora in ambito metalmeccanico, Stefano nella ristorazione. In vigna e in cantina dunque stanno in maniera alternata e asincrona rispetto al proprio lavoro. Stefano si dedica alla cantina di giorno perché il ristorante è aperto solo a cena;  Gabriele di sera perché di giorno si lavora in fabbrica. Caratteri complementari, punti di vista comuni. Eppure Gabriele è quello sornione che ha preso questa avventura come un modo per fare qualcosa di diverso e utile con le vigne di famiglia. Per Stefano è una vera opportunità di sviluppo di business. È per questo che si integrano perfettamente.  Facendo le cose per passione prendi tutto con il sorriso. Le critiche le prendi con il sorriso ad esempio. In modo costruttivo. Abbiamo cominciato e siamo felici. Barbera, Nebbiolo e Barbaresco…Poi avanti con gli altri vini. Noi abbiamo fatto la scelta di essere degli artigiani. Non ci vendiamo come produttori di vino naturale o biologico. Ci siamo uniti con due ruoli diversi. Gabriele è la parte più manuale mentre io all’inizio di cantina. Non avendo una generazione precedente, all’inizio è stato più difficile ma allo stesso tempo potevamo fare quello che più ci piace. Abbiamo unito la nostra idea di vino e di gusto con una visione contemporanea ed esperienze. Come quelle che mi hanno portato a lavorare in Francia, Spagna. Nelle cantine all’estero in maniera convenzionale. Mi sono trovato ad avere in una estate, una reazione allergica ai prodotti di sintesi. Avevo visto in Francia una parte quasi spirituale, biodinamica, concettuale. In Spagna una realtà industriale. Con Gabriele quando ci siamo trovati abbiamo detto: facciamo un vino che ci beviamo noi per primi. Poi troviamo le persone che si innamorino del nostro vino. Approccio in vigna e in cantina è quello della tradizione del Nebbiolo e della Barbera. Però ci piace la beva, l’eleganza, la non alcolicità. Vini da bere per essere bevuti. Siamo due bevitori e infatti siamo i migliori clienti della nostra cantina. Tra una fetta di salame e l’altra… Quando ho assaggiato i loro vini ho in effetti ritrovato esattamente quanto dichiarato da Gabriele e Stefano. Non succede facilmente ma quando succede non si può non evidenziarlo. Eppure nessuno dei due ha un trascorso agronomico o enologico particolare.  La mia scuola è  stata l’esperienza di vita. Ho visto di tutto. L’aver lavorato in ristorante mi ha permesso di bere vini da tutto il mondo. Anche quei vini che avrei visto solo in foto o sui social. Questo ti crea un tuo palato. In un percorso fatto di esperimenti e sbagli arrivi ad una tua visione di vita.  La mia fortuna è la capacità di adattarmi al territorio. Ho avuto una fidanzata a Venezia, dove poi ho studiato potatura e viticoltura e per forza di cose ho imparato il dialetto. Ho un cognome del sud e il papà della morosa diceva che dal Brenta in giù sono tutti terroni. In Piemonte se parli in dialetto ti fanno lo sconto, altrimenti niente. In fondo, se ci si pensa bene, quando non si hanno le pressioni del nome, della quantità, del conto economico, cosa si ha da perdere? Stefano lo dice chiaramente: quando non si ha una responsabilità, si può fare quello che più piace. E allora, nessun lievito, pochi trattamenti in vigna, tanta passione. Li dove tutto può essere più semplice qualora le cose vengano fatte bene, non c’è bisogno di niente altro. Si può sperimentare, si può rischiare. Ma si può fare solo qualora ci sia, e qui ce ne è, tanta consapevolezza e forza, esperienza e volontà. Trasformando tutto in quella ossessione propria di chi fa le cose con passione. Diventa una ossessione. C’è chi ha l’ossessione delle macchine, chi delle belle donne. Noi della vigna. Lascio crescere l’erba, non concimo ecc. Ci arrivi con la consapevolezza che il grande vino lo fai in vigna. Così, dopo la vendemmia, è fatto. Metto la mia morosa a pigiare l’uva con i piedi così mette il video sui social ed è contenta. Ma la fermentazione sta andando. Facendo un pied de cuve prima non hai rischi di acetiche o deviazioni.  Noi di tecnologia non ne abbiamo. Acciaio, cemento e legno esausto. La cantina era quella di mio nonno. Vivo sopra. Mia madre e mia zia non hanno voluto continuare quando nonno era stato male. La volevano acquistare altre cantine ma nonno diceva che il suo nome non era in vendita se la riapri deve aprirla un mio consanguineo. Qui è tradizione portare il nome del nonno dunque è per questo che mi chiamo Gabriele. Sta di fatto che la passione per il vino me l’ha tramandato. Il merito è stato di Stefano perché avevo lo stimolo ma serviva uno che mi spronasse.  Siamo a 15 km da La Morra. Il nonno di Gabriele faceva proprio Morra di cognome. La cantina non si poteva che chiamare Morra Gabriele. Un omaggio al nonno. Un dovere per questa terra. Una furbata magari. Ma cosa importa. Morra Gabriele già Pautasso, vini dal 1880 era la cantina di nonno Gabriele. Morra ovviamente. L’anno scorso abbiamo trovato su ebay il listino di mio nonno del 1956. Era di un ristorante. Scritto a mano da mio nonno.  Abbiamo tre ettari e mezzo. Ventimila bottiglie. Se riuscissimo a trovare a prezzi accessibili un altro vigneto faremmo di più. Ma qui i prezzi sono inaccessibili. Stefano ha smesso da poco la ristorazione e si sta dedicando alla cantina. Non me lo ha detto, ma so che ha iniziato anche un’altra avventura dedicandosi alle bollicine delle Langhe con Apeca. Due guasconi. Due ragazzi di poco più di quaranta anni che iniziano insieme una avventura nelle Langhe. Qui dove tutto sa di sabaudamente serioso, solo con il loro sorriso e l’atteggiamento da scanzonati guasconi, può permettere si assorbire l’onda d’urto che la zona provoca. Perché qui, o sei grande e dal grande passato o solo un miracolo ubriaco può consentire di arrivare al successo. Però il territorio è baciato da Dio e questo agevola non poco. Almeno per ottenere prodotti di eccellenza.  Nel 2013 e 14 abbiamo fatto tanti esperimenti con micro vinificazioni. Il 2015 è stata la prima annata di Barbaresco in commercio nel ‘18. La vigna di Barbera ci fa fare un vino da pane e salame. Il Langhe nebbiolo è un barbaresco declassato. Abbiamo iniziato a fare un vino a grappolo intero che mi ha maledetto il primo anno. Non mi piacciono i sapori e profumi acerbi o tanti tannini, dunque facciamo una fermentazione a vasca aperta con sopra del mosto. Abbiamo poi avuto la fortuna di avere una vigna di Nebbiolo a Neive e in mezzo c’erano tremila metri di Chardonnay. O prendi tutto o niente. Lui aveva il mal di pancia. Io non sono amante dei bianchi. Erano sull’argilla, vigne di 25 anni. Non volevamo scimmiottare nessuno, non volevamo legno. Abbiamo fatto cemento. Basta ora però. Non abbiamo più spazio. Cero se mi proponi un Barbaresco Rabaja, un Montestefano, un Asili, subito. Però se mi dici che uva vorresti fare ti direi Riesling.  Guardandoli insieme, viene subito da pensare che quella della cantina sia una scusa per stare fuori casa, per fare zingarate, per divertirsi come matti. In effetti quando glielo chiedo… È una scusa per stare fuori Per andare a cena Le nostre compagne lo devono accettare. Dicembre, gennaio e febbraio sono più tranquilli poi inizia la stagione. La domenica rimane abbastanza sacra Tranne quando viene qualcuno per la degustazione. In cantina e vigna siamo noi. Per la vendemmia ci aiutano. Prima la vendemmia la si faceva con gli amici che venivano per mangiare a fine vendemmia. Lasciavamo i fari della macchina accesi.  I ricordi di Gabriele Morra bambino non possono che venire fuori. Nonno Gabriele, la vigna, le vendemmie, l’odore del mosto. Impossibile dimenticare. Meno facile farle emergere. Tranne quando si scioglie un pò. Dopo il nonno, con il papà metalmeccanico e la sua flemma, solo con lo stimolo di Stefano un ritorno era possibile. Meno male che le terre non hanno mai smesso di essere coltivate conferendo le uve. Solo un pò di vino per la famiglia.  Gabriele ordina sempre le sue bottiglie quando va al ristorante. Lui mi dice che sono un barotto, però almeno sono tranquillo che bevo bene e sto bene. Lui non lo fa mai. Perché dice che non fa figo. Ma no, io faccio esperienze.  Io rido. E rido davvero. Quando partono nel loro duetto non li fermi più ma nemmeno vuoi fermarli perché le battute, le prese in giro, l’autoironia, prendono il sopravvento. E coinvolgono. A proposito, “barot” o “barotto” in lingua piemontese è il campagnolo goffo e malvestito che va in città.  Con questo ben di Dio di territorio e soprattutto il meraviglioso atteggiamento di questi due ragazzi, può solo portare a svilupparsi degnamente. Io comprerei una botte ma Gabriele è taccagno. Comprerei una botte da 2000 litri togliendomi i tonneau. Nelle vigne ci sono i tartufi d’Alba. Con i cani li troviamo togliendoli dalla terra e facciamo lo scambio con le botti. Loro le danno via perché non c’è più il gusto del legno e noi le vogliamo perché non vogliamo dare il gusto pesante di legno. Serve solo per una micro ossigenazione e per una maturazione. Solo che non trovi quelli che danno via la botte grande per i tartufi. Il baratto. Tartufo in cambio di botti. I cani da tartufo ci sono. La terra con i tartufi anche. Non serve altro se non la faccia tosta di Gabriele e Stefano. Che non gli manca di certo. Sto ancora morendo dalle risate ripensando al quando mi parlavano di questa abitudine. Poi la trovi solo nuova. Per barrique e tonneau c’è un bel mercato di seconda mano. Le vendono per poche centinaia di euro. È giusto che il Nebbiolo stia nel legno ma non ci piace quando il legno marca il vino. Deve rimanere solo frutta, beva ed eleganza.  Vogliamo sempre migliorare ma non cambiare. L’idea è chiara per questi due ragazzi. Lavorare di più in vigna per mantenere le bucce sane. Non fargli prendere scottature. Si dedicano con passione e costanza. Fosse solo per avere del vino buono! L’anno scorso abbiamo provato le alghe, poi una specie di poltiglia.  Le annate sono devastanti per il calore.  Facciamo un bianco e cinque rossi.  Il bello di fare ventimila bottiglie. Fai quello che puoi e non devi scendere a compromessi con il mercato. Qui abbiamo clienti che tornano a comprare ogni anno. Abbiamo iniziato a fare vino nel garage di casa mia. Qui era grezzo e ci abitavano i cani da tartufo. Li ha dovuti sfrattare Gabriele  Pure garagisti. Più li fai parlare più vengono fuori aneddoti della loro avventura.  Abbiamo rifatto il pavimento, intonacato.  Era un garage doppio con tanto spazio. Tre vasche di acciaio, due di vetroresina, cinque barrique. Non ti giravi. I vicini erano felicissimi perché tornavo a mezzanotte dal ristorante e dovevo fare i rimontaggi. Sei in Langhe, sulla cima di una collina dove se fai uno starnuto ti sente anche quello dall’altra parte. Dovevi avere dei compromessi tanto che occorreva regalare qualche bottiglia.  Siamo stati in garage due anni per gli esperimenti. 2013 e 2014.  Da garagisti a vignaioli. Così si seguono le passioni. Così si risvegliano gli animi. Coltivando giorno dopo giorno i propri sogni. Gabriele la sua terra e il nonno, Stefano un futuro che vuole si concretizzi.    Abbiamo investito quello che avevamo. Le vasche di cemento le abbiamo comprate in Veneto. Abbiamo sempre re investito.  Tre sono i vini di Morra che ho assaggiato. Una Barbera, un Nebbiolo e il Barbaresco. Partiamo dalla Barbera, annata 2022. Il bellissimo e trasparente rubino regala immediati sentori di frutta quasi matura (ciliegia, arancia, prugna) che un velo di balsamico accentua delicatamente. Erbetta fresca e floreale rendono poi il tutto più fresco e piacevole. Tutto è vero in questo vino che non anela altro di essere bevuto. 
In effetti in bocca è piacevole. Lineare e piacevole per via di una curata freschezza con i tannini presenti ma non invadenti. Persistenza non lunga e il frutto che ritorna soave. Un vino immediato, verticale e con una morbidezza appena accennata comunque in equilibrio. Si comporta da piemontese: sembra ruvido ma poi si scioglie regalando sensazioni di amicizia, di quella amicizia che porta a bere senza fronzoli. 
Mi è piaciuto per la capacità di lasciare la bocca in uno stato piacevole e di accompagnare o meno un cibo. Insomma, lo bevi e dici “buono”! Ecco il Nebbiolo 2022. Un Barbaresco declassato direbbero i più bravi. Un Nebbiolo, dico io. Di quelli semplici e fatti bene. Solo sei mesi di botte per non togliere la croccantezza a questo centralissimo e centralissimo vino. 
Il pulito e trasparente color rubino identifica immediatamente il vitigno e la sua finezza. Il naso la conferma svelando piccoli frutti rossi, more, ribes, lamponi e ciliegie sotto spirito. Spezie e tostature molto leggere si sentono in lontananza e solo grazie ad un velo di balsamico. È come avere elementi di arricchimento della complessità olfattiva complicati ad essere decifrati. Ma presenti: noce moscata, cardamomo, pepe, tabacco. Poi sottobosco e note erbacee a rinfrescare ed impreziosire. 
In bocca arriva la spinta del tannino che comunque si esaurisce in breve tempo. Freschezza e calore arrivano a marcare il territorio contrastandosi l’un l’altro. Senza veemenza. Con calma e delicatezza. Il calore, che pur c’è, viene mitigato proprio dalla freschezza che tende a lasciare la bocca pulita e fresca con un quasi amarognolo finale. La frutta ritorna provando a creare una ampiezza che non trova spazio. Questo Nebbiolo è dotato di snellezza verticale. Non c’è opulenza. Non c’è sovrastruttura. Non c’è particolare complessità. C’è però tanta finezza, tanta eleganza, tanta sostanza. Sì beve e si lascia bere che è un piacere.  Infine il Barbaresco, annata 2020. Qui il rubino assume riflessi granata cosa questa che promette, senza smentite, un frutto particolarmente maturo. Piccola frutta rossa, prugna, arancia sanguinella. Poi un pomodoro particolarmente maturo. La strana sensazione è di qualcosa da mordere che poi restituisce calore e dolcezza. Note di sottobosco e il legno che, pur in maniera non invadente, inizia a farsi sentire: chiodi di garofano, vaniglia, tabacco, cioccolata Mon Chèry. Un corredo olfattivo non particolarmente complesso ma raffinato. Mi rimane in testa la sensazione di frutta polposa da mordere. Incredibile.
Il sorso è di quelli che si definiscono poderosi per via di una spalla acida e dei tannini ancora forti e prepotenti. Ciò che esplode in bocca è il pomodoro buono e polposo. Poi la frutta rossa. Bilanciamento riuscito, persistenza e chiusura di bocca buona. Serve un abbinamento per gestirlo al meglio. Un agnolotto ad esempio. 
Un vino che merita una lunga attesa ancorché bevibile così com’è. Un vino fine ed elegante che non è dotato di particolare corpo ma quando è in bocca restituisce una incredibile sensazione di avvolgenza. In finale un Barbaresco non eccessivamente impegnativo e che si beve. Evviva si beve Serve una cantina più grande però. Quella attuale dei Morra non basta più e i due ragazzi lo sanno. Solo che serve fare il passo finale. Quello di dedicarsi anima e corpo a questo progetto. Stefano è già dedicato. Gabriele nemmeno ci pensa. Un piemontese è molto concreto e sa che occorre tenere i piedi ben piantati per terra.  Abbiamo sfruttato ogni spazio disegnando sul pavimento con il gessetto per terra. Per le nostre dimensioni funziona ma se mi dai una bacchetta magica, prendo una cantina più grande. Quando metti i tubi vado in giro che sembro uno che fa pilates.  La simbiosi che c’è tra di loro è pazzesca. Si divertono e non lo nascondono. Prendono le cose come vengono e si divertono. Sbagliano e si divertono. Riescono nelle cose e non si montano la testa. Continuano a divertirsi. Sanno che non cambieranno l’approccio, l’amicizia, il costo del vino. È la loro forza e se sarà anche il loro futuro, sarà il futuro stesso a dirglielo. Quello che hanno da dire è nei loro vini. Schiettezza, facilità di beva, frutto, sincerità. Quel Piemonte vero, non edulcorato, non artefatto, non modificato geneticamente. Non ecco. Proprio non. Perché Gabriele e Stefano sono un “non” positivo, un non esageriamo. Un essere realistici. Un modo di pensare che ha come fondamento il non esagerare nel valutare le cose, nel non prendersi troppo sul serio. Forse modestia. Forse prudenza. Di certo il contrario dell’arroganza. Nella vita ci vuole prudenza. Non fosse altro per la consapevolezza della fugacità delle cose e del senso del limite. Perché, in fondo, solo cosi possono continuare a divertirsi. Tutto questo, in piemontese, è “esageroma nen!”     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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27 Dicembre, 2024

Cantina NiMa. Michele e Pasquale: al diavolo il posto fisso

  Ci riuscirò! Avremo una casa anche se dovrò sudarmela! Charlie Chaplin nel film Tempi moderni era un operaio che lavorava in una catena di montaggio. Aveva il compito di avvitare bulloni. Un lavoro ripetitivo ed usurante che lo porta ad avere un esaurimento nervoso così che viene ricoverato in un ospedale. Quando ne esce il medico gli dice: Prenda le cose come vengono ed eviti le emozioni Ogni lavoro può essere duro e complesso. A volte alienante, stressante. Emozioni davvero poche. Soddisfazioni ancor meno. Se non avete mai provato o comunque visto una catena di montaggio, pensate di dover eseguire per 6 ore e 40 (8 ore con pausa pranzo e pause necessarie) sempre le stesse operazioni. Ogni giorno per cinque giorni alla settimana. Un ritmo incessante. Che logora. Stressa. Uccide perfino. In una catena di montaggio di uno stabilimento che produce auto occorre poi effettuare le operazioni letteralmente inseguendo la scocca della vettura che transita appoggiata a dei supporti così da rispettare un tempo ciclo. Mediamente in tre minuti bisogna eseguire tutte le operazioni.  Quando ero in Fiat, nello stabilimento di Cassino, si producevano la Brava e la Bravo. 1200 vetture al giorno da produrre in due turni. Il primo dalle 6 alle 14, il secondo dalle 14 alle 22. Mi occupavo di coordinare oltre 150 operai. Persone splendide, sempre con il sorriso nonostante il durissimo lavoro. Coordinarli era la cosa più semplice perché gestire i tempi, la qualità, la produttività, i problemi, il rapporto con le altre unità produttive, l’arrivo dei materiali, gli impianti, la manutenzione, ecc. ecc. ecc. quello era la vera complicazione. Ogni tanto mi mettevo i guantini e sostituivo un operaio che non c’era. Tanto stress. Tanta fatica. Ma sapevo che era a termine perché il mio percorso manageriale prevedeva solo due anni in quell’inferno.  Capisco dunque Michele quando mi dice che aveva bisogno di uno sfogo, qualcosa di diverso fuori dai capannoni dello stabilimento di Melfi. Quando c’ero io l’azienda si chiamava Fiat, mamma Fiat. Oggi è Stellantis e Melfi è uno dei pochi stabilimenti produttivi rimasti in Italia. Con la crisi che sta attraversando il mondo dell’auto, non so quanto durerà ancora. Michele Maddalena, non ha ancora quaranta anni. Sposato e con due figlie piccole. Di Melfi, paesone di circa 17.000 abitanti in provincia di Potenza. Per evadere alla stressante monotonia della catena di montaggio decide che vuole darsi un futuro diverso. Altro che posto fisso alla Checco Zalone Bambina: La veterinaria.
Bambino: Lo scienziato.
Maestro: E tu Checco, che vuoi fare da grande?
Checco: Io voglio fare il posto fisso Era una idea folle. Nata dalla inconsapevolezza del sapere cosa voglia dire gestire una azienda vinicola. Mi ero avvicinato al mondo del vino passione. Trasmessa da mio fratello che ha qualche anno più di me. Avevo intenzione di aprire una vineria. In un paese come il mio che conta 17000 abitanti non ce ne era nemmeno una. Dunque poteva essere una buona idea a livello commerciale.  Una vineria. Una bella idea in una grande città. Ma a Melfi, con pochi abitanti molti dei quali impiegati alla Fiat, pardon, Stellantis, come poteva funzionare?  Comincio a guardarmi intorno specialmente nel cercare piccoli produttori perché la mia idea era offrire prodotti del territorio. Avevo trovare il locale e quando sono arrivato a contattare degli arredatori che erano della provincia di Benevento, fortuna o sfortuna, il proprietario che era di Melfi mi disse: ma lo sai che tra un paio di mesi apre una vineria al tuo paese? Non lo sapevo. Il proprietario della vineria era anche un mio amico ritornato dagli studi a Bologna. Era inutile entrare in conflitto. Oltre ad essere amici, due vinerie a poca distanza erano inutili. Lasciamo perdere.  Avere la stessa idea di qualcun altro può essere un segnale. Averla contemporaneamente ad un amico è una conferma. Quella della vineria non è una strada percorribile. Non volendo perdere quell’entusiasmo, sono andato in cerca di un vigneto. Mio cognato, che è mio socio, Pasquale, aveva acquistato due anni prima una masseria con un vigneto di un ettaro e mezzo con certificazione Aglianico DOC ma che non riusciva a gestire. Faceva un pò di uva che vendeva. Parlando con lui che è un imprenditore agricolo, mi disse: guarda Miché, io ho un vigneto di un ettaro e mezzo, ti può interessare come estensione? Io metto la vigna e tu il lavoro. Cerchiamo di costruire qualcosa. Per me significava non investire e lavorare nella vigna.  Pasquale Nigro. Oltre ad essere il cognato di Michele è un imprenditore. Sua la Masseria Spinale Wine Resort. Una struttura inserita proprio nelle vigne che fanno capo alla loro azienda Cantina NiMa. Semplicemente le iniziali dei cognomi di Pasquale e Michele. Nella masseria Pasquale ha fatto un resort, un Wine resort. Aveva già il progetto ma non trovava nessuno per la vigna. Nessuno aveva esperienza a livello di produzione. Michele fa il Capo UTE in Stellantis. UTE sta per Unità Tecnologica Elementare. Una sorta di cellula produttiva responsabile di un pezzo del ciclo produttivo di realizzazione di una vettura. Tutte le UTE sono una sorta di alveare e gli operai le api. Vedendo dall’alto una linea di montaggio si ha proprio la sensazioni di api al lavoro. In maniera organica e strutturata. Ognuna con i suoi compiti e rispettando rigorosamente un ciclo produttivo.  Digressione a parte, Michele non ha minimamente idea di cosa voglia dire condurre la vigna. Ma è un Capo UTE e in Fiat, pardon Stellantis, i processi sono la vita. Processi fisici e mentali che conducono le persone a ragionare con schemi mentali ben determinati e orientati a produrre in maniera efficace ed efficiente. Michele non improvvisa. Non è nel suo modo di pensare. Ho fatto corsi da sommelier e poi dei corsi per la conduzione della vigna. Dopo queste specializzazioni ho cominciato a prendere in mano il vigneto che ancora oggi stiamo cercando di convertire come sistema di potatura. In vigna e in cantina facciamo tutto insieme senza supporto di nessuno. Manodopera solo per la vendemmia. Per la cantina abbiamo fatto tutto da soli. All’inizio abbiamo preso contatti con enologi che però avevano idee diverse dalle nostre. Volevamo vini semplici e legati alla tradizioni. Loro ci portavano verso la via di un Aglianico standardizzato. Noi volevamo qualcosa di artigianale.  Alle volte mi chiedo se sia solo il fascino del vino dato dal romanticismo interiore per un prodotto ancestralmente nelle nostre menti quasi a divenire parte del DNA oppure la semplice voglia di elevarsi con qualcosa di riconoscibile a condurre le persone ad intraprendere una strada così impervia. Iniziare da zero a produrre vino può essere relativamente semplice. Basta la terra (che si trova, magari in affitto) e delle barbatelle. Piantarle e gestirle non è poi così difficile visto la tenacia delle viti. Poi, trasformare l’uva in vino, si può fare. Ci si appoggia ad una cantina e magari si sfrutta il medesimo enologo. Poi si imbottiglia, si improvvisano delle etichette, si fa un sito internet ed voilà la magia è fatta. Venderlo? Sì, complicato se i volumi sono elevati e se la zona non è tra le più appetibili. Altrimenti, con i margini a disposizione, i compratori si trovano. Tutto vero. A meno che, quello che si vuole è qualcosa di più. Qualcosa di vero, volto a realizzare il sogno del futuro. In questo caso, ci vogliono principi sani e barra saldamente ferma. Nel 2020 abbiamo aperto la partita IVA. Prima vendemmia con 600 bottiglie di Aglianico poi diventato DOC. Adesso produciamo 12000 bottiglie tra Aglianico, bianco e rosato. Abbiamo un altro vigneto di 7000 mq poco distante dove facciamo il bianco e il macerato. Tredicesima. Se il tuo cuore non conosce questa gioia, allora taci, perché le idee ti hanno condannato alla partita IVA. Anfore, lieviti indigeni, tonneau. Ecco la barra completamente ferma per Michele e Pasquale. Non accettano ne intraprendono scorciatoie. Ragionano sui prodotti e non li realizzano in maniera istintiva. Dietro ogni prodotto c’è un metodo, una modalità di approccio. Ritrovo proprio quella mentalità vissuta nei miei anni in Fiat. Una pazzia nella pazzia. Dopo le tante degustazioni fatte anche con mio fratello che è coinvolto nella società anche se in minia parte, mi piacevano di più quei vini che uscivano dal convenzionale. Più veri e più legati al territorio. Con differenze tra le varie annate. Abbiamo colto le potenzialità del mercato che chiedeva una alternativa al vino che viene bevuto ed utilizzato in queste zone. Fuori dalla regione la scelta ci ripaga. Non qui dove si beve vino Aglianico delle grosse cantine.  Abbiamo colto le potenzialità del mercato. Una frase che identifica Michele non come chi gioca con la vigna. Tutt’altro. Tanto pensiero e tanto metodo per creare ogni singolo prodotto. Scelte produttive con un preciso business plan metodologico. All’inizio vinificavamo presso terzi in una cantina Lavello. Era un mio amico che ci ha dato una mano con le sue attrezzature. Adesso abbiamo comprato tutto noi. Un investimento fatto in maniera graduale. Non ci sono vinificazioni particolari e questo ci ha consentito di limitare l’investimento. I lieviti indigeni sono una paraculata oltre che un rischio. Utilizzare i lieviti selezionati voleva dire doversi affidare ad un enologo per gestire il tutto. Il rischio calcolato però mettendo sulla bilancia ci conveniva più questo tipo di produzione. Partiti con 600 bottiglie poi abbiamo comprato l’anfora e siamo usciti l’anno successivo. Man mano che producevamo, vendevamo e questo ci ha dato vantaggi. Cogliete il processo mentale che poi si riversa in quello fisico? Nulla è lasciato al caso. Tutto è un mettere una circostanza dietro l’altra. Proprio come occorre montare prima un pezzo dell’altro e non viceversa. Mi serve tanto l’esperienza in Stellantis per i tempi, ritmi, le scadenze. Per programmarmi i lavori. Questa attività mi aiuta più per Stellantis perché lo stress è esagerato e questa è una valvola di sfogo.  Uno sfogo che comporta sacrifici. Mica è semplice lavorare in un turno e poi, invece di tornare a casa, dedicarsi alla vigna. Oggi vado a casa dopo la mattinata in vigna, mangio un panino al volo e vado a fare il turno. Sorride Michele. Sorride comunque. Sa che la sua scelta, fatta insieme alla moglie perché poi, giocoforza, ricade sulla famiglia, richiede sacrificio e ritmi elevati. Solo con la passione e la condivisione con la famiglia si può portare avanti tutto ciò. Con Pasquale si dividono i compiti in maniera ragionata. Pasquale guarda la parte di fatturazione, rapporto con i clienti, commercialisti. Michele la vigna, dove si usa solo rame e zolfo.  Per la vendemmia ci ritroviamo insieme aiutati dai nostri fratelli o altri. In cantina faccio quasi tutto io. Per le scadenze, mi viene a dare una mano. Due ettari o poco più con sei tipologie di vino. Possono sembrare troppe etichette ma anche questo è frutto di una scelta ragionata. Volevamo fare solo rossi. Tre declinazioni per l’Aglianico. Uno che si potesse bere tutti i giorni fatto in acciaio. Siamo partiti con quello, il Camarda. Poi ne volevamo uno, che poi è stato il primo, legato alla tradizione ovvero con affinamento in legno. Ci siamo cercati un legno che potesse dare sensazioni dolci che si sposano bene con le durezze dell’Aglianico. Infine l’anfora che è un mio progetto perché rende pronto il vino più rapidamente rispetto al legno ma che non viene contaminato dallo stesso legno. Corpo e struttura senza contaminazione. A livello commerciale richiedevano bianco e rosato. In estate se hai solo rosso non vendi una bottiglia. Rosato e bianco nascono per motivi commerciali. Entrando con i bianchi vendiamo i rossi. Legandoci alla tradizione nasce il macerato. Una volta era sempre un macerato. Peccato che durava solo poche settimane. Noi abbiamo cercato di migliorare. Poi abbiamo un metodo classico ancora in affinamento. Idee chiare con un piano vero. Michele è un imprenditore. Lo è diventato con una mentalità acquisita sulle linee di montaggio dove il Credo è essere proprio l’imprenditore della piccola Unità Tecnologica Elementare. Li tutto dipende da lui. Qui tutto dipende da lui e da Pasquale. In ogni caso, serve un progetto e questi due ragazzi, ce l’hanno! 12.000 bottiglie con sei quantità vuol dire piccole quantità per ogni etichetta. Un possibile problema che Michele risolve con il suo contagioso positivo pragmatismo. Mi piacerebbe averlo come problema perché vuol dire che vendiamo tutte le bottiglie. Al momento non ho il tempo di conservare l’annata perché vendiamo tutto. Se ci saranno altre richieste ci adegueremo con la quantità. In quattro vendemmie la forza e la capacità, ma soprattutto la consapevolezza acquisita è davvero tanta. Michele è cresciuto e in fretta. Sperimentando. Senza paura. Assaggiando i loro vini si capisce che di paura ne hanno davvero poca. Come dice Michele la fortuna ti può capitare la prima volta. Poi ci vuole altro.  I loro non sono vini banali. Li senti veri in ogni istante. Hanno sempre quel qualcosa in più che ti fa dire: ah però però questi ragazzi. Anzitutto il Camarda, l’Aglianico che fermenta senza lieviti aggiunti che sa subito di vino. Quello vero e di un tempo. Sa di campagna per la sua vinosità accentuata e la semplicità di fiori e frutti ancora non maturi che solo la balsamicità riesce ad esaltare maggiormente. Fragoline di bosco e ribes tanto per essere chiari. In bocca il tannino non è particolarmente aggressivo cosi che non sembra un Aglianico. Siamo ai piedi del Vulture e il minerale fa il suo lavoro al naso come in bocca. La persistenza non particolarmente lunga, la profondità che non è particolarmente impegnativa nonché la decisa freschezza, ne fanno un vino adatto al tutti i giorni. Bevendo di gran lunga meglio. È così che lo accompagni ad una pasta al sugo di carne come ad un salame. Senza peccare anzi, godendo della sua non particolare spigolosità propria del vitigno. Passato solo in acciaio poi! Poi c’è lo Spinale che rispetto al precedente si pregia della malolattica e di 18 mesi di tonneau. Un vino in perfetta continuità con il Camarda poiché è come se vi fosse stata una ulteriore maturazione degli aromi e dei sapori. La base vinosa, la balsamicitià, il floreale ci sono sempre ma i frutti diventano maturi arricchendosi di note speziate. Mai invasive ne tantomeno preponderanti. Non ci si lascia sedurre da note speziate e tostate. Sì rimane con i piedi ben piantati nella terra lucana. Solo la ciliegia tende a venire fuori prepotente sia al naso sia in bocca. È questa infatti che si sente appena dal calice il vino arriva ad essere gustato esplodendo in tutta la sua fragranza e immediatezza. Il tannino è quasi più importante del Camarda come se il dormire in botte gli abbia fatto prendere vigore. Mantiene la mineralità e la grande freschezza, stavolta con un accenno di rotondità. Certo, se si vuole qualcosa di più mansueto, rivolgersi altrove perché l’Aglianico è così. 
Anche per lo Spinale, non c’è particolare ampiezza e profondità così che lo si apprezza per la sua immediatezza e non certo per la raffinatezza. Ma che bello che sia così. Come è bello, buono e distintivo, il gusto di ribes, ciliegia, fragola e arancia che rimane in bocca. Intrigante. Ovviamente se non volete un degno accompagno, rivolgersi sempre altrove. Lo Spinale presenta anche la versione anfora. Michele ci ha tenuto tanto che lo assaggiassi. È senz’altro da porre tra acciaio e tonneau. Sempre lieviti spontanei e solo tre mesi di fermentazione in anfora. Sempre sentori vinosi e sempre balsamicitià. La frutta è ovviamente croccante e il vegetale (sottobosco) impreziosisce e rende il naso fresco. 
Il sorso mi sa di freschezza pura. Ricorda davvero il bere ad una fontanella. Secco, non particolarmente caldo e parecchio minerale, lascia la bocca in un piacevole stato di grazia. Sarà la ciliegia che non manca mai, sarà una sorta di quasi sensazione amarognola. Sarà quel che sarà ma mi piace e tanto. Podere 28, Come una volta, è il blend di Malvasia e Moscato con macerazione separata di 5 giorni per il Moscato e 15 per la Malvasia, malolattica spontanea. Lieviti, manco a dirlo, spontanei. Un colore, quasi aranciato che sa di miele di castagno, brilla nel calice. Bello e intenso. Si vede che la macerazione ha fatto il suo dovere. I sentori sono immediatamente vinosi e balsamici con il miele che viene fuori ancorché mitigato da una interessante vegetalità. Una foglia di basilico, un pò di mentuccia, poi pesca gialla, albicocca e melone giallo. Quindi fiori di camomilla e semi di girasole. La pesca è quasi percoca e l’albicocca è quasi disidratata. Quando pensi che sia un vino “quasi”, in bocca sorprende subito per la freschezza e i tannini che fanno il loro effetto. La pesca fornisce ampiezza come se fosse stata a macerare nel vino per giorni. Freschezza vivida e persistenza decisamente lunga con un retro olfatto interessantissimo e non stucchevole. I due vitigni sono stati decisamente complementari e nessuno prevalente sull’altro.  Podere 28 è il blend di Moscato e Fiano. Stessa percentuale per un bilanciamento che, al naso come in bocca, è risultato sorprendente. Al naso, la frutta appassita del moscato viene fuori insieme alla vaniglia solo roteando il calice. La nota floreale, minerale e di frutta fresca del Fiano emerge ma non sovrasta anche se è il Moscato a prevalere se pur di poco. 
In bocca è però il Fiano che si prende la sua rivincita riuscendo a domare il Moscato con la solida spalla seppur lasciando il ricordo di aromaticità. Un incantevole bilanciamento che è un gioco a nascondino tra Moscato e Fiano: la frutta del moscato vorrebbe emergere ma il Fiano la tiene giù in una sorta di saliscendi. Persistenza lunga e un finale quasi amarognolo. Per un aperitivo ma anche con la frittura di pesce, l’ho trovato incredibile.  Ho lasciato per ultimo il Canto del gallo, rosato da Aglianico ottenuto con una lenta fermentazione in acciaio. 
È il vino della Cantina NiMa risultato più enigmatico e al contempo immediato: non si lascia scoprire facilmente e seduce senza possibilità di resistergli. 
Il colore è di quegli aranciati che in genere si trovano nei grandi bicchieri da distillato. Brandy per intenderci.
Il naso regala intriganti incertezze. Una nota di caramello nel sottofondo, un senso di arancia candita, poi dell’agrume fresco. Freschezza che appare e scompare. La frutta che prima era candita diventa poi fresca come le fragoline di bosco. Bosco che si presenta con un non so che di sottobosco. Poi floreale, quasi in appassimento. Una dinamica che spiazza e meraviglia rendendo gli effluvi, ammalianti.
Così al naso così in bocca. Se ha ammaliato al naso, ammalia ancor di più al sorso per via di una fresca rotondità piena di gustosa sapidità. Lo si beve anzitutto perché è buono. Buono davvero. Secco, fresco, sapido, non particolarmente caldo. Corposo per le note candite e quasi caramellate. Sfizioso per le tenui fragoline di bosco che si rincorrono nel calice. Fresco per gli agrumi che sprizzano energia. Non un vino verticale poiché si amplia alla fine come una damigiana spanciata. Grande, grandissimo equilibrio per uno tra i migliori rosati assaggiati.  Non ho paura di sbagliare perché non abbiamo la pressione addosso degli investimenti fatti. Con i primi incassi ci siamo comprati l’anfora. Poi i serbatoi in acciaio. Poi il resto. Gli investimenti ce li stiamo ripagando con le vendite. I soldi che ci rimangono sul conto li lasciamo li perché vogliamo continuare a sperimentare. Come con il metodo classico. Sbagliare non mi costa nulla. Mi sono fissato che voglio fare un affinamento di cinque anni. Non lo sto assaggiando e se quando lo assaggerò non sarà buono, non lo commercializzo. Così non faccio brutte figure. Sperimentazione, divertimento. Non è un gioco. C’è sacrificio e voglia di fare. Tutto è preso, anche se con la tranquillità di un progetto a lungo termine, molto seriamente. Per se stesso e per la famiglia. Offrire alle figlie un futuro in queste terre è possibile e ora si intravede qualcosa che va oltre la catena di montaggio. Forse siamo stati anche fortunati perché il nostro prodotto è piaciuto subito. I produttori con i quali ci siamo confrontati ci hanno fatto i complimenti. Se la prima annata pensi sia uscita di culo, la seconda no. Abbiamo centrato l’obiettivo. Questo ci da la forza per andare avanti. Mi da il sorriso e la leggerezza con i quali ne parlo. Io voglio cercare di aumentare di qualità. Farci conoscere il più possibile e nel futuro mi vedo a fare solo questo. Nel momento in cui sono nella possibilità di lasciare il primo lavoro che ora mi fa pagare il mutuo e mantenere la famiglia, lo farò. Abbiamo in mente di aumentare la produzione. Sempre di pari passo con il cliente. Michele Maddalena e Pasquale Nigro. Questi sono i meravigliosi ragazzi del sud. A loro, nessuno regala niente. Non cercano il posto fisso e anche se lo hanno, non è quello che anelano. Qui si nasce da famiglie legate al territorio che hanno vissuto la vera sofferenza. Così crudele e dura da spingere, nel tempo, i propri figli ad emigrare per cercare un lavoro nelle fabbriche del nord. Così che quando queste sono arrivate al sud, non dovevano nemmeno spostarsi. Ma la terra, quella meravigliosa terra che qui sa di vulcano spento. Il clima che offre le giuste escursioni termiche. Il paesaggio che è semplicemente meraviglioso o meraviglioso nella sua semplicità. Le tradizioni antiche. L’amore per le cose buone. La genuinità di tutto ciò che circonda. Tutto questo è quello che i giovani stanno imparando non solo a tenersi stretto ma a valorizzare. Con tanta creatività e spirito di sacrificio. Perché anche qui un futuro è possibile e, con i vini che ho assaggiato, devono solo avere la forza per continuare. Allora, al diavolo il posto fisso. Al diavolo la voglia di sprecare la propria vita dietro una scrivania o una scocca che transita su una catena di montaggio. La vita vera è quella che Michele e Pasquale hanno deciso di intraprendere. Richiederà tempo e tanto duro lavoro che, se non altro, far à sì che potranno lasciare una vera impronta per i propri figli. Quello che auguro in particolar modo a Michele, è di trovarsi proprio come Checco Zalone alla fine del film Quo vado e firmare le proprie dimissioni dinanzi alla funzionaria della Pubblica Amministrazione (la bravissima Sonia Bergamasco). Vorrà dire che i sacrifici saranno valsi a qualcosa! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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20 Dicembre, 2024

La Riballina. Renato Polinari e l’anfiteatro di Roma

  Roma è sempre stata un coacervo di razze, genti, popoli che, in queste terre trovarono motivi validi per creare un insediamento. Per vivere. Una immensa valle attraversata dal Tevere, protetta dalle montagne e dal mare che fungeva anche da via commerciale. Ideale per chi si occupava di agricoltura come per chi di commercio o di pastorizia. Ideale perché potesse accogliere la capitale del mondo intero. Il che avvenne quando Enea, reduce dalla guerra di Troia, unì tutti i popoli della zona dando vita a quella civiltà dalla quale nacque Roma. Se Roma prosperò per 1229 anni lo si deve anche alla ricchezza del territorio circostante. Un territorio che solo oggi riusciamo a riscoprire tributandogli il risalto che merita. Castelnuovo di Porto fa parte di quei piccoli comuni che galleggiano nella campagna romana. Sconosciuti a chi vive lontano da Roma anche se spesso, nemmeno i romani saprebbero identificarne l’ubicazione. Siamo esattamente a nord di Roma, tra la via Flaminia e la via Tiberina. Un svincolo autostradale di recente realizzazione, nato per decongestionare il traffico locale, porta proprio il nome del paese. Anche se non credo che abbia comunque portato notorietà allo stesso. Un tempo la valle del Tevere era il giardino di Roma, sfruttata dalle popolazioni locali come pascolo e per tutte quelle coltivazioni intensive necessarie per sfamare Roma. Castelnuovo si adagia sulle docili colline giusto al di sopra della valle del Tevere. Quasi a movimentare un pò il terreno ed il paesaggio. Colline adibite a pascolo estivo che nel tempo costituivano i possedimenti dei nobili romani. Sono tue queste terre?
E qui è tuto mio. 
Fino a dove?
Ma non lo so, fino al mare Così il Marchese Onofrio del Grillo dice a Blanchard mentre si recano alla casa di campagna del Sor Marchese. Nobili annoiati che lasciavano fossero i propri servi a coltivare le terre, godendo, senza sforzo e non certo per merito, dei frutti e della fatica di sforzi non loro. Nonché delle rendite. Un pò come la vigna del Mascherone sempre del Marchese del Grillo dalla quale si ricavava il Cesanese. Per arrivare a La Riballina, si percorre una bella strada tra le dolci colline. Niente di speciale ma il verde, è quello che da tanta serenità. Colline forse un pò banali, ma con una giornata di sole, c’è da stare bene. Parcheggio la macchina aspettando Renato Polinari, il titolare dell’azienda e mi incammino verso le vigne. Si intravede che sono scoscese. Deve esserci un dirupo o comunque uno scendere verso il basso. Mai mi sarei immaginato quello che si apre dinanzi ai miei occhi. Aprire è il verbo giusto perché è come se aprissi una finestra di una stanza buia. Anche se c’è il sole. Ai miei piedi c’è vero anfiteatro a cielo aperto. Un teatro greco con al posto degli spalti, filari di vigna che scendono, più o meno ripidamente verso il basso evidenziando sapientemente, grazie ai giochi di livello, le linee di pendenza. Sembra un quadro. Un dipinto impressionista che il sole, sfruttando i giochi di luce, pendenze, colori, sfumature, riesce a creare come fossero schizzi di colore sulla tela. Sono in estasi pura. Almeno fino a quando non arriva Renato, Renato Polinari, a svegliarmi con la sua energia. Già dalla stretta di mano si capisce che è un entusiasta. Ci siamo conosciuti ad una manifestazione del vino. Sorridente. Quasi guascone. Perennemente impegnato a fare qualcosa. Anche perché è di quelli che fanno le cose per farle bene. Precisione? Magari si. Ma c’è tanta passione e meticolosità di una vita passata. Quando faceva il restauratore. Restaurava opere d’arte. Io mi occupavo di restauri monumentali. Scavi archeologici, ecc. avevo una azienda. Mio padre continua ancora. Io invece l’ho venduta. Prima restauravo monumenti adesso viti. Quando sono arrivato qui le piante avevano tralci lunghi venti metri. Adesso le curo una ad una. Radici profondissime fino ad oltre cinque metri.  Arrivando non ci avevo fatto caso e l’immenso anfiteatro aveva completamente catturato l’attenzione. Si, avevo visto degli alberi ma di alberi ce ne sono in tutte le tenute. Quando però Renato mi porta a fare un giro per l’azienda, capisco che non si trattava di alberi qualsiasi ma di veri e propri alberi di uva. Oltre 105 piante di vite maritata dislocate nei circa nove ettari di azienda  Piante di viti. Vere piante. Cresciute qui senza alcun tipo di aiuto. Non colpite da nulla. Tronchi risalenti ad almeno il 1880.  Ho fatto una ricerca storica anche con persone del luogo. Una mi ha riferito che ha 97 anni si ricordava che a cinque anni veniva qui a cavallo dalla Tiberina e queste già erano grosse.  Descrivere queste piante, per chi è abituato a vedere le classiche vigne, non è semplice. Probabilmente nessuno ci crederebbe. Stiamo parlando di veri arbusti. Spessi tronchi dotati di spessi rami sui quali nascono grappoli incredibili. Alberi di uva a piede franco che qui, per motivi ignoti, hanno resistito alla fillossera.  Hai l’Appennino davanti e poi la valle del Tevere. Non ristagna acqua cosi da non creare vita. Abbiamo ancora tutte le viti a piede franco tanto che stanno facendo l’esame del dna per capire come hanno resistito nel tempo.  Ha creato un piccolo paradiso a pochi km da Roma. Nelle belle giornate, e oggi è una di quelle per via dell’aria fresca dopo il temporale, si vede anche la Cupola di San Pietro. Ci sono delle stanze adibite ad alloggio e una bella area all’aperto dove trascorrere momenti di felicità dispersi nel nulla e comunque vicino la città.  Era una tenuta bellissima ma abbandonata da anni. Il proprietario ci ha cercato lui. Quando ce l’ha detto non abbiamo aspettato un minuto perché potevamo collegarla alle nostre terre. Ci siamo resi conto che chi ha fatto questo con le piante antiche, era qualcuno di cultura perché non vengono da qui. Sono state prese altrove. In Umbria, Molise, Toscana. Sono stati presi dei ceppi e da li partiti. Qui passava la Flaminia. Dall’altra parte ne abbiamo trovato una particolarissima che chi ha fatto l’esame del DNA ci ha detto che ha delle caratteristiche eccezionali. Devo prendere ancora gli innesti.  Renato parla con vera e sincera eccitazione delle sue vigne. Gli piace ciò che fa tanto che (o magari perché) si è sistemato tutto da solo aiutato, solo successivamente, da altre persone.  Le potature le seguo io. Parto a dicembre e finisco a marzo. Gli altri mi aiutano con le legature. È difficile trovare chi ti da una mano per certe cose.  Le vigne. Ad averne ancora a piede franco, averne di specie sconosciute, averne ad albero. Questo lo eccita. Non si capacita di ciò che ha e di ciò che riesce a produrre anche grazie all’enologo Lorenzo Costantini   Siamo partiti con lo Chardonnay e il Sauvignon per capire come reagivano qui su questi terreni. Lorenzo Costantini e gli altri sono rimasti perplessi perché non si aspettavano un risultato cosi. Con uno schiocco di dita siamo arrivati a dama. Nel 2017 prima annata. La prima cosa che mi è piaciuta di Lorenzo come enologo è che mi veniva anche all’inizio per 500 litri. Questa cosa, questa umiltà mi è piaciuta molto. Adesso siamo amici. Parla a raffica Renato. Ogni tanto, mentre passeggiamo, si ferma, prende in mano qualche foglia, la trancia, la ammira e continua a parlare. Respira a pieni polmoni. Si ferma a guardare il paesaggio come se non l’avesse mai visto. Sembra ogni volta in estasi. Con quegli occhi che scrutano il paesaggio e la voglia di fare di più. Di più delle sue attuali 21.000 bottiglie. Non solo il potenziale sarebbe di 30.000 includendo anche il rosso entrato in produzione, ma ci sono alberi antichi, vitigni sconosciuti e un terroir pazzesco. Potenziale di bottiglie e potenzialità, pazzesche, di tanto altro. Per il momento riesce a vendere tutte qui intorno. L’anno scorso ho fatto un rosato che è sparito subito. Non sono riuscito a tenere neanche una bottiglia per me. Un territorio baciato da Dio senza che nessuno se ne sia reso conto. Forse solo Renato. Che non ho capito ancora se lo ha tenuto nascosto o non sia riuscito a farlo conoscere. Nemmeno era così esperto a fare vino visto che ha iniziato, come tanti, a farselo a casa. Nel 2010.  A casa avevo il Vermentino. Vino per me. Avevo fatto un impianto serio. Tutto da solo. Dalla Contessa Cinelli. Su tante cose mi possono rompere le palle ma in vigna sembro un vecchio di cento anni. Ho passato tanto tempo con persone anziane. Amici di famiglia a Montepulciano che mi hanno fatto vedere come si prende una pianta antica tagliandola e reinnestandola. Persona di 92 anni. Adesso ho le scuole che vengono a vedere come si fanno le cose. Se le parole possono sembrare da guascone, i modi di Renato non lo sono affatto. Parliamo come due vecchi amici al bar. Due che si conoscono da una vita e la sua di vita ora è qui. Altro che quella passata di restauratore che sembra lontano anni luce. Qui ha trovato un luogo non solo di lavoro ma di passione pura. Vive un pò più su, a poche centinaia di metri da qui, Per staccare… Sono convinto che Renato non stacchi mai nemmeno quando dorme. Queste piante ultracentenarie le cura come si cura una persona anziana che ha dato tanto e che merita rispetto. Ogni pianta magari potrà ancora dare tanto. Ma va rispettata, accudita, curata come si deve. Alcune sono pure sconosciute. Non ne sa il nome. Sorrido perché nella mia mente si palesa la tenera immagine di un infermiere che assiste un anziano malato di Alzheimer che non ricorda neanche il proprio nome. Di quelle che conosce c’è della Cococciola, del Bellone, della Malvasia Puntinata, del Sauvignon, del Vermentino, dello Chardonnay, del Merlot, della Barbera. Nessuno sa che l’ho messo. Mi piaceva come tipologia di vino Ditemi voi se non c’è anche una dose di follia in questo simpaticissimo uomo! Ogni pianta è parte integrante del meraviglioso anfiteatro. Oltre 47 settemila piante messe una ad una a partire dal 2010. I La vegetazione, il paesaggio, l’atmosfera. Tutto è stupendo. In ogni stagione colori diversi. Profumi diversi. La sensazione, per chi ama la natura, è quella di essere nel mondo dei balocchi.  Qui c’era l’areale del Capena. Era già in qualche libro del 1500. La Riballina prende il nome dal ribaltamento del paesaggio. Tutto si ribalta. Una parte di terreni era di famiglia, altra la abbiamo comprata. C’è pascolo ed olivi. Assaggiamo Grazia Mater direttamente dal tino. Il suo blend di Chardonnay e Sauvignon. Neanche metto il calice sotto il naso che si sente immediatamente una pazzesca pesca bianca. La piacevolissima nota fruttata lo rende fantasticamente sensuale. Quasi civettuolo. Chiudo gli occhi e ha la netta sensazione di avere al naso prima, in bocca poi una pesca vellutata. Poi il pazzesco floreale. È uno di quei vini che è risulta con un odore così buono ed inebriante che si fa fatica a berlo. Rimarrei a sentire questi effluvi per ore. La pesca in bocca è persistente. Sapido che non ti aspetti. Acidità marcata con una dolcezza insita che ammorbidisce. La bocca chiude perfettamente. La persistenza non lunga. La piacevolezza che ne deriva, incantevole. Spettacolare. Uno di quei vini da bere anche senza essere accompagnato dal cibo. Ma accompagnato dalla persona amata. Dinanzi ad un tramonto. Notevole. Davvero notevole. Devo essere sincero. Il Sauvignon non spinge con la pipi di gatto. È un pò sottotono che però sprigiona la frutta. Due anni fa l’albicocca. Adesso la pesca.  In un anfiteatro, con i venti che spirano lievi, il sole che scalda le piante, il terreno calcareo, essere biologici è facile. Utilizzare solo lieviti spontanei, non scontato. Mi dovrei certificare. È tutto certificato ma non so se farlo. Lorenzo mi dice di farlo ma ci sono troppe pratiche burocratiche. Renato è così. Non bada molto a queste cose perché delle scartoffie non vuol sentir parlare. Sarà anche perché le sue bottiglie le vende tutte. Tra queste colline e valli e in parte a Roma. Ho tanti ristoranti come quello qui sopra che ne consuma circa 500 al mese. Poi a Trevignano. Sul lago. Non mi allontano. Poi se le portano tutti via. Come produttore qui sono solo nel raggio di circa 50km. Se avessi avuto altri terreni sarebbe stato meglio. Quelli che ho non hanno l’esposizione giusta. Nella sua gamma oltre il Grazia Mater, c’è un Rosso, il Repente da uve Merlot e poi una bollicina metodo Charmat, extra dry che ho avuto modo di assaggiare durante una degustazione. Niente male, ruffiano quanto basta, ma utile per il mercato di riferimento. In questo luogo che nemmeno io conoscevo anche se avendo lavorato per dieci anni a pochi km da qui, non sembra nemmeno di essere alle porte di Roma. Non si fa fatica ad immaginarselo in Umbria o in Toscana anche se anfiteatri così magari solo in Friuli. Solo che qui prendono il sole ad una intensità incredibile e subiscono l’influsso sia dei venti dagli Appennini che di quelli dal mare. Mica male come terroir. Renato ha qui la sua fabbrica di idee. Un work in progress di piante centenarie e sconosciute dalle quali prima o poi farà dei vini. Con calma. Senza fretta e senza perderci la testa. Con i ritmi dettati dalla natura con le stagioni che si alternano come la luce del sole e il buio della notte. Lui ama starsene tra le sue vigne più che in cantina o in mezzo alla gente. In fondo, con questo angolo di paradiso, come dargli torto.   Il sito Internet https://www.lariballina.it/     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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19 Dicembre, 2024

I vini di Vitematta al Roma Film Corto XVI Edizione

Un cortometraggio è un film che nel poco tempo a disposizione, deve esprimere qualcosa. Regalare emozioni in uno spazio definito perché continuino all’infinito. Eppure, realizzarlo, non è affatto semplice, così come non è semplice riuscire nell’intento promesso. Si rischia di essere banali o di non esprimere al meglio concetti che meriterebbero magari maggiore spazio. Una strada in salita che riserva tante difficoltà. Un po’ come salire su una malferma scala di legno per raggiungere altezze elevate: si rischia sempre di cadere. Ci sono tanti registi ed attori, più o meno giovani che si cimentano nel film corto, ambiziosi di raggiungere qualcosa di diverso. Forse riusciranno, forse no. C’è chi invece, nonostante continui a salire su quelle malconce scale di legno, sa che continuerà a fare solo quello. Ma continua a farlo. Con forza, coraggio e tanta tanta passione. Sono gli uomini ragno delle alberate di Asprinio dell’Agro Aversano. Un territorio che da giardino dei Borboni si è trasformato in discarica della Camorra. Almeno fino a quando lo Stato non ha deciso di riprenderne il possesso alimentando l’orgoglio e la voglia di libertà delle popolazioni locali. È qui, su queste terre, con i beni confiscati alla Camorra e occupando persone che hanno patito il disagio sociale, nasce Vitematta. Vincenzo Letizia ha fortemente voluto realizzare, proprio a Casal di Principe, una cantina che potesse lavorare eticamente realizzando prodotti di elevata qualità utilizzando quell’Asprinio poco noto ma di grande intensità ed impatto. Solo che le vigne antiche, quelle che riescono a produrre vini di qualità pazzesca, sono da sempre legate a dei pioppi, maritate, sposate in un matrimonio centenario. Con i pioppi crescono verso l’alto, alla ricerca del sole e della vita. Grappoli generosi ma posti in alto. Davvero tanto in alto. Fino a venti metri di altezza. Non si possono raccogliere con macchinari perché ci vorrebbero le scale dei pompieri. Non si possono raccogliere salendo su scale di metallo perché i pioppi non reggerebbero al peso. Allora i contadini usano da sempre quelle semplici scale di legno alte e strette. Realizzate a mano incastrando i gradini tra due assi. Salire su una di queste e arrivare anche solo a quattro, cinque metri, provoca vertigini. Quando poi il vento spira, il terreno sottostante cede o il pioppo ha un sussulto, è un attimo a cadere. Loro, gli uomini ragno, salgono sulle scale e portano giù i generosi grappoli. Senza sosta. Senza paura. Un territorio da riconquistare. Un vitigno da valorizzare. Le tradizioni da non dimenticare. Un impegno da realizzare con etica e coscienza. Vitematta lo fa interpretando l’Asprinio con i suoi Metodo Classico Il Principe e Radice Etrusca e la versione ferma Pietra Bianca. Oltre che l’Aglianico Terre del Volturno Fossa Greca. Prodotti in grado di garantire esperienze gustative incredibili. Così incredibili da essere stati scelti come vini per la premiazione e la serata di gala della XVI edizione del Roma Film Corto lo scorso 7 dicembre. Una cena per celebrare i vincitori selezionati tra le oltre 3800 proposte provenienti da 110 paesi. Per la cronaca ecco i vincitori Miglior Documentario o Docufilm: The Name of Life Migliore Colonna Sonora: Rasti Miglior Montaggio: Straight on ‘til Morning Migliore Opera Studenti: A Driving Lesson Premio del Pubblico: Rasti Migliore Opera Ambiente, Natura, Animali: Wasted Migliore Animazione: Freelance Migliore Fotografia: Destino Premio Cinema Solidale: The Steak Premio Cinema Spagnolo: Night Show Premio Cinema Italiano: Assunta Migliore Sceneggiatura: Straight on ‘til Morning Miglior Interprete Femminile: Cristina Mediero (Night Show) Miglior Interprete Maschile: Lino Guanciale (Rasti) Premio Ettore Scola: Rasti Miglior Cortometraggio: Primacy   Aver avuto l’opportunità di parlare di Asprinio a registi, attori, addetti ai lavori è stata una esperienza meravigliosa soprattutto per  la consapevolezza di aver contribuito a donare ad un territorio e alle sue genti, quella notorietà che meritano. Un grazie dunque a Vitematta ed in particolare a Vincenzo Letizia che oggi, oltre ai normali gravosi impegni, ha voluto unire le forze tra alcune aziende produttrici di Asprinio e realizzare un sogno: Più o meno 10. Due diverse bottiglie di Asprinio spumante affinate in grotta o in mare. Terra e mare che si separano per ricongiungersi. Una sperimentazione per andare oltre. In ogni modo, prima o poi occorrerebbe realizzarlo un film sugli uomini ragno!   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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16 Dicembre, 2024

Cent’anni di dedizione per la terra non fanno crescere soltanto l’uva

L’azienda vitivinicola Ca’Rugate, ormai nota a livello internazionale, non si adagia di certo sugli allori, ma traccia un moderno percorso di produzione territoriale dallo stile identitario. C’è un perché a quella casa stilizzata nel logo di Ca’ Rugate: è li, nel cuore del Soave Classico, a Monteforte d’Alpone, che tutto ha avuto inizio. La storia ultracentenaria si dipana lungo quattro generazioni. Amedeo Tessari, agli inizi del Novecento, avvia il progetto agricolo. Suo figlio Fulvio Beo trasforma le vigne famigliari in impresa, con ostinato lavoro, diventando a tutti gli effetti il padre putativo del Soave Classico. Segue l’epoca di un altro Amedeo e si giunge ai giorni nostri con la guida di Michele Tessari che è sia enologo che lungimirante imprenditore. Il suo intervento permette all’azienda di rinnovare ed espandersi, con nuove acquisizioni nella vicina Valpolicella, e nella zona dei Monti Lessini. Il vigneto della famiglia Tessari si estende per 90 ettari, allevati secondo i principi  dell’agricoltura biologica. Mozzafiato l’appezzamento di Monte Alto, con le sue pendenze da viticoltura eroica, Punta Tolotti con i suoi 500 metri di altitudine, il suggestivo vigneto Studio, base di partenza delle sperimentazioni di Michele ed i 5 ettari a Roncà, dove il vigneto di uva Durella è contornato dal bosco. Come non citare il cru Monte Fiorentine dove, nel 1952, lo stesso Fulvio Beo impianta Garganega, ispirandosi alla precisione ed alla bellezza dei vigneti visti in Francia, mentre scappa dalla prigionia, sul finire della seconda guerra mondiale. Una storia lunga più di un secolo, dunque, che trasuda slancio, coraggio e devozione. UN PROGETTO STILISTICO NITIDO E RICONOSCIBILE Esaltare il valore identitario dei diversi territori che compongono il vigneto aziendale, variegati per composizione, microclima e denominazione, rappresenta la missione principale di Ca’Rugate, sia sotto l’aspetto scientifico che intellettuale. Dalla coltivazione di varietà autoctone come Garganega, Trebbiano di Soave e Durella per i bianchi, Corvina, Rondinella e Corvinone per i rossi, prendono forma 750.000 bottiglie, di cui la metà esportate all’estero, in ben 45 mercati. La mano è quella di un’azienda “bianchista” con una visione enologica orientata alla sottrazione piuttosto che all’addizione. La bevibilità viene considerata punto di forza che non sacrifica armonia e personalità. UN MODELLO VIRTUOSO DI OSPITALITÀ Per Ca’Rugate l’accoglienza assume il suo senso etimologico più stretto e si espleta nell’apertura al pubblico 7 giorni su 7 del Wine Store aziendale e del Museo del Vino, dove più di 150 attrezzi da lavoro testimoniano oltre un secolo di attività agricola. La Fattoria Sociale, contestualizzata in un parco faunistico all’interno di Monte Fiorentine, permette agli ospiti di godere di una vera e propria oasi a cielo aperto, all’insegna di una visione virtuosa del turismo inclusivo. Proprio per l’ospitalità e il costante impegno profuso per il territorio, Ca’Rugate ha appena ricevuto l’esclusivo riconoscimento “Tre Impronte” Guida Cantine d’Italia 2025 attribuito alle cantine italiane che meglio rappresentano un modello di enoturismo consapevole. OGNI ETICHETTA RACCHIUDE UN PRECISO PERCORSO La filosofia produttiva è rintracciabile su tutti i segmenti: dal Metodo Classico ai vini Bianchi, dai Rossi ai Dolci, l’azienda investe in maniera qualitativa in tutte le direzioni, non di certo per un completamento di gamma. Ne è un esempio lampante il Metodo Classico Amedeo Monti Lessini Doc Riserva, che ci racconta come la varietà Durella sappia sferzare il palato con la sua indelebile acidità. Si tratta di uno spumante identitario dove le durezze si raffinano con la sosta in bottiglia, perdendo l’arroganza dei tratti più citrini ed intrecciandosi con melissa e zenzero, nonché perentori rimandi di pietra spaccata. Un pas dosé asciutto, vinificato in solo acciaio, vigoroso e al contempo signorile, figlio di terreni vulcanici a matrice basaltica, generosi in sostanze minerali. Da più di vent’anni Michele Tessari fa pratica sulle uve rosse venete nel lembo più ad Est della Valpolicella. Il suo sguardo orientato alla zona Classica, quella più storica, lo conduce, nel 2016, ad acquisire un vigneto in cima a Monte di Sant’Ambrogio, a quasi 600 metri di altitudine, dove i suoli sono sciolti, ciottolosi e ricchi di scheletro. Una sola vigna di più di mezzo secolo per la produzione di un unico vino: l’Amarone Cima Caponiera, che si schiera lungo traiettorie interpretative moderne, proponendo tempi di appassimento ridotti e conseguente diminuzione della concentrazione. L’assaggio di questo vino conferma appieno gli intenti: verticale, suadente, con impatto alcolico molto ben bilanciato. Il rimando è al sottobosco, alla balsamicità, all’intreccio del frutto con la raffinata torrefazione. In bocca è agile e profondo, scuro ma snello. Un occhio di riguardo anche alla singolare personalità del Vermouth di Amarone, creato con una ricetta di 46 erbe officinali. Michele Tessari, affascinato dal mondo dei vini aromatizzati ed ispirato dal lavoro dell’erborista Don Luigi Zocca di Sprea, si lancia in questa sfida produttiva dove le erbe dei Monti Lessini si fondono al suo vino più iconico. Il risultato è inebriante: un profilo gustativo che lascia un ricordo più nitido del vino rispetto alle botaniche, caratteristica originale per questa tipologia di prodotto. Da sposare con formaggio stagionato e non svilire con la mixology, il Vermouth di Ca’Rugate si lascia apprezzare per pienezza, personalità ed impatto tattile. I vini di questa azienda, nel complesso, sintetizzano un percorso a filiera integrata ben preciso, dove la qualità del prodotto richiede un oculato approccio sartoriale in continuo aggiornamento, e dove l’identità – dei luoghi e delle persone – diventa tratto distintivo del brand. Paola Restelli Wine Immersion Suggestioni di Vino
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13 Dicembre, 2024

Podere Ema. Enrico Calvelli: il vignaiolo filosofo

  Per chi è abituato a leggere la mitica Settimana Enigmistica così come per chi ha figli in età prescolare, il gioco dei puntini è cosa nota. Avete presente quel giochino nel quale occorre unire, con linee dritte, i puntini numerati? 1 poi 2 poi 3 poi 4 ecc ecc. Unendoli tutti si svela una figura.  Giochino stupido direbbero gli amanti dei cruciverba di Batterzaghi e Ghilardi. Quelli che una volta presa in mano La Settimana Enigmistica si nutrono solo dei cruciverba difficili lasciando poi il giornaletto ai comuni mortali. Quello di unire i puntini è un gioco semplice. Di quelli che si lasciano fare ai bambini o che si eseguono quando proprio non c’è altro da fare.  Cosa accadrebbe però se non ci fossero i numeri e occorresse comunque trovare la figura nascosta? Troppo difficile! Non so nemmeno se i punti sarebbero un aiuto o una difficoltà in più rispetto al disegnare a mano libera. A meno che non si abbia la mente di quei geni che riescono a vedere già la figura risultante immaginando le linee di congiunzione. Che meraviglia che è la mente umana.  Mi sono sempre piaciute le sfide. Non mi sono mai piaciute le omologazioni. Sono attratto dal diverso e dalla strada alternativa. Magari ti porta allo stesso punto ma mi piace. Una filosofia che ho portato nel modo di fare agricoltura. Enrico Calvelli è il proprietario di Podere Ema. Una azienda di Bagno a Ripoli, paesone a pochi km da Firenze. Un filosofo più che un agricoltore. Un vignaiolo più che un agricoltore. Insomma, un vignaiolo filosofo.  Platone diceva che E’ proprio del filosofo essere pieno di meraviglia. Una frase che si addice perfettamente ad Enrico. Sempre sorridente. Sempre curioso. Sempre con la voglia di scoprire qualcosa. Poiché è proprio questo che da la meraviglia. Scoprire. Riscoprire. Sperimentare. Trasmettere.  Ecco, un aspetto fondamentale. Trasmettere. Per Seneca la filosofia non respinge nessuno e non fa speciali scelte: splende per tutti. Come a dire che se scopri, intuisci, qualcosa, non devi tenertela per te ma divulgala. Perché tutti possano comprenderla e trovarne giovamento. Di cosa parliamo? Eh, troppo semplice così. Prima occorre capire chi è Enrico.  Io son Enrico Calvelli e sono uno speranzoso 55 enne. La mia professione è Perito Agrario. Ho sempre avuto la passione di confrontarmi con il mondo agricolo. I miei genitori avevano un’altra attività e quando ero più che ventenne mio padre morì in maniera improvvisa così che per un periodo ho dovuto dar mano, come persona responsabile a mia madre e le mie sorelle con questa attività. Era un piccolo bar. Per un periodo ho fatto quella attività che non mi piaceva. L’ho dovuto fare per necessità.  Faceva i caffè insomma al bar del paese. Uno di quei bar dove entrano le persone per un caffè, un amaro, un bicchiere di vino. Solo che al bar ci si ferma per ore intere. A volte anche giornate. La televisione. Le partite (una volta solo la domenica oggi tutti i giorni). Le carte. Soprattutto tante chiacchiere. Entrare in un bar è come sentirsi in un mondo sicuro. Una casa, con l’alto significato di casa, dove ognuno con la propria identità e personalità, è degno di stare.  Ricordate il film Gli amici del Bar Margherita di Pupi Avati? Tanti personaggi, ognuno con la sua storia che si intrecciavano tre di essi. Sempre e comunque tra le mura del bar. Una sorta di palcoscenico della vita sul quale si alternano individui, persone, portando con se un pezzo della propria esistenza. Se non tutta. Il barista è sempre li. Fa parte dell’arredamento del bar. Sempre dietro al bancone. Al Bar Margherita come in altri luoghi, il barista è sempre quello che ascolta, medita, pensa. Poi, alle volte e anche se non richiesti, elargisce spontaneamente consigli, suggerimenti, massime.  Il barista ne ascolta di storie. Spesso indicibili. Spesso solo sussurrate. Conosce i gusti di tutti i clienti abituali e ha la memoria di un elefante. Che poi mi sono sempre chiesto come facciano i baristi a ricordarsi i diversi tipi di caffè dei clienti mattutini che si accalcano al bancone. Vi siete mai messi ad ascoltare gli ordini dei clienti del bar per la colazione mattutina ripetuti a voce alta dal cameriere? Caffè semplice. Caffè corto. Corto macchiato. Macchiato caldo. Macchiato freddo. Schiumato. Schiumato con cacao. Decaffeinato. Decaffeinato corto. Lungo macchiato caldo. Lungo macchiato freddo. Tazza calda. Al vetro. A portar via. Decaffeinato con cacao. Corretto. Con panna. Mah! A me piace il caffè. Semplice. Di quelli che non serve aggiungere altro. Eppure i baristi ascoltano, memorizzano, producono e consegnano al banco al cliente di turno. Questo nonostante si sveglino alle 5 di mattina e vadano a dormire la sera tardi. Forse è così che Enrico ha imparato a relazionarsi con le persone. Nonostante il lavoro non gli piacesse, non fosse correlato ai suoi studi e doveva farlo unicamente come senso di responsabilità, cerca di trarre il meglio da quello che ha. Siamo una famiglia piuttosto sfortunata perché le sorelle non ci sono più e sono rimasto l’unico. Dopo una decina d’anni di caffè e trovando in quello che facevo analogie con tra caffè e mondo del vino per via di una serie di descrittori sensoriali ho capito che non faceva per me e non mi avrebbe portato da nessuna parte. Mi misi in gioco. Però mi è servito tutto e si cerca sempre di trovare il buono nel poco buono.  Non è tanto quello che dice Enrico ma come lo dice. Ricordare dieci anni di vita trascorsi lavorando per senso di responsabilità e non per passione con il sorriso sulle labbra e con una meravigliosa pacatezza, non è da tutti ma solo da chi ha trovato in quel che è riuscito a fare il vero senso della propria esistenza.  Ad un certo punto del caffè, Enrico capisce che potevano andare avanti anche senza di lui. Le sorelle erano giovani. La mamma era più forte. decide di cambiare e seguire il cuore. Verso la terra. Seguendo un principio di Seneca Non ti chiedere di cosa ha bisogno il mondo. Chiediti cosa ti fa sentire vivo, e fai quello Entrare nel mondo agrario non è semplice. Un diploma di perito agrario c’è ma anche dieci anni di barista. Lo spedire curricula su curricula gli fa scoprire che serve esperienza. Che non ha. Non si abbatte perché sa attendere. Fino a quando l’attesa paga (ma non è che potesse fare diversamente) e trova una piccola azienda che proprio in quel momento, erano gli anni 90, aveva l’esigenza di cambiare assecondando quel necessario passaggio da quantità a qualità: riconversione dei vigneti, tecniche agronomiche ed enologiche moderne, impianti nuovi, attenzione alla pulizia. Fui estremamente sincero. La mia buona volontà ce la metto tutta ma l’esperienza non la ho. Proviamo, mi risposero. Iniziai a curare l’aspetto pratico come operaio specializzato. Dopo un anno e lo dico con una punta di orgoglio, assunsi la direzione tecnica iniziando la collaborazione con l’enologo. Fabio Signorini. Abbiamo avuto un rapporto stretto di reciproca collaborazione. Per tanti anni. Fino agli anni 2000 quando affrontammo un periodo di riconversione dei vigneti con vigneti più moderni. Bisognava infatti attuare le scelte varietali.  In quegli anni la Toscana è stregata dai vitigni internazionali. Il Sangiovese è sempre il protagonista assoluto ma per emergere occorre differenziarsi. Cosa c’è di meglio nell’utilizzare vitigni internazionali? Nulla in generale. Anzi, c’è chi lo faceva già da tempo e con successo. Così che magari poteva essere proprio il modo di avvicinarsi alle DOCG simbolo della Toscana: Carmignano (1990), Suvereto (2011), Val di Cornia (2011) per non parlare dei mitici Supertuscan.   C’era il trend dei vitigni internazionali che si sposavano bene nel taglio con il Sangiovese e che lo miglioravano. Però di contro era che ci si spostava verso una sorta di omologazione. Addio aspetto varietale. Secondo me da protagonista il Sangiovese diventa comprimario. Magari il vino è buonissimo ma si perde l’identità varietale ed il rapporto con il territorio.  Filosofia. Dello spazio. Del territorio. Del patrimonio ampelografico italiano unico al mondo.  Iniziai a guardarmi intorno per capire. Nel contempo ci fu un cambiamento in azienda che portarono questa ad essere affidata in tutti gli aspetti alle mie cure. Era una azienda strana. Troppo piccola per essere grande e troppo grande per essere piccoli. Tredici ettari. Maturò così l’idea di trovare vie alternative. Ci furono grandi discussioni e litigate su cosa piantare. Il percorso fu ibrido e piantammo un campo sperimentale con vitigni autoctoni. Ero convinto che si sarebbero espresse nel migliore dei modi sia in purezza sia in blend.  In uno scasso di tremila metri piantammo 12 varietà di autoctoni minori con 50 barbatelle per ciascuna varietà. C’era un pò di tutto. C’era il Fogliatonda, cloni di Colorino, il Mazzese, il Pollera, la Barsaglina, il Bonamico, il Mammolo. Un pò di tutto. Abbiamo aspettato tre anni. Chiunque lavora in agricoltura deve armarsi di santa pazienza e aspettare. Enrico. Flemmatico (all’apparenza), sornione, entusiasta. Nel suo modo di vedere le cose, c’è un tempo per tutto e occorre che il tempo faccia il suo corso. Come i cicli della natura che non prevedono straordinarietà. Saper aspettare per ottenere il risultato sperato.  Il tempo è la cosa più preziosa che un uomo possa spendere. Teofrasto. Dopo tre anni entrò in produzione e per il successivo quinquennio abbiamo micro vinificato. Serbatoi da cento litri dove facevamo fermentazione e poi svinavamo in serbatoio da cinquanta litri conservati sotto azoto. Si facevano analisi e sessioni di degustazioni. Ci siamo divertiti a fare questo giochino per i cinque anni successivi. Ci siamo rischiarati le idee per una piantumazione più allargata. La varietà che risultò più adatta fu il Fogliatonda e il Colorino. Si volevano piantare tre ettari e servivano le barbatelle. Correva l’anno 2008 e quando si andava in giro a dire che ci servivano 15000 barbatelle di Fogliatonda ci dicevano che eravamo matti. Dove le troviamo? Trovare una cosi importante quantità di barbatelle di una varietà italiana poco utilizzata era ed è una impresa. A chi importava piantare il Fogliatonda quando il mercato era fatto di tanto altro? Con un amico vivaista, i Bianchi Carla di Camaiore specializzati negli autoctoni siamo riusciti ad avere le barbatelle che abbiamo piantumato. Aspettiamo ulteriori tre anni. Nel frattempo è successo che il vecchio proprietario, molto anziano è venuto a mancare. Come responsabile tecnico sono stato interpellato per trovare qualcuno per rilevarla. Avevo contribuito a crearla e mi sentì interlocutore privilegiato e ci trovammo d’Accordo per rilevarla.  Da assunto a proprietario. Aspettando. Lasciando passare il tempo.  Chi ha aspettato tanto può aspettare ancora. Gabriel Garcìa Màrquez. A tutti gli ospiti che vengono in azienda dico che saremmo tutti un pò più poveri se nessuno si fosse preso la briga di valorizzare le varietà autoctone minori che sono la ricchezza del panorama ampelografico nazionale. La valorizzazione degli autoctoni ci fa apprezzare il viaggio più che la meta. Spesso di dimentica la bellezza del viaggio Enrico è un filosofo. Non ci sono dubbi. Il suo è un meraviglioso viaggio intrapreso senza avere fretta. Perché il suo animo non glielo consente e perché sa che per realizzare il suo progetto, c’è bisogno di tempo e solo nel tempo le cose succedono. Basta saper aspettare.  Non tutto accade per caso. Le persone cambiano e i fatti della vita segnano. Questo rimanere segnato è come un solco scavato nella terra e sta a noi far si che accolga o meno i semi. E sta solo a noi curare quei semi affinché diventino piante.  Mio padre è venuto a mancare in maniera improvvisa. Durante la notte ebbe una emorragia celebrale. Questi eventi ti fanno capire che certezze non ce ne sono e quelle che sembrano certezze non lo sono. Tutto è molto meno sicuro di quello che sembra. Anche cercare e vedere certezze in qualcosa di consolidato non è mai cosi giusto. Sono figlio di questa cosa qui perché vissuta sulla mia pelle e forse in maniera più o meno conscia l’ho portata nell’agricoltura. Questa insegna tantissimo. Non tutto può essere controllabile. Nel mondo moderno siamo consapevoli che possiamo avere il controllo su tutto. L’agricoltura ti riporta con i piedi per terra.  Non è tutto cosi sicuro, certo, scontato. Il viaggio è il provare a fare qualcosa. Ed è il viaggio che ti da qualcosa. Ma te la da solo se l’animo del viaggiatore è pronto e ricettivo. Se comprende le diverse culture, apprezza ogni singolo istante, trae insegnamento da ciò che incontra. Da piccolino, quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, io rispondevo il contadino e nessuno ci credeva. Il mi babbo diceva guarda che la terra è faticosa. Le famiglie in Toscana venivano da esperienze contadine e molte si erano allontanate da queste. Andavo controcorrente.  Dietro il bancone del bar non volevo fare il caffè ma il contadino. Seppure con il rispetto di chi mi fa il caffè ogni mattina e lo so perché l’ho fatto io. Ma non mi piaceva. Volevo vivere in un contesto di contatto con la natura.  L’agricoltura è come essere padre e io lo sono. Fortunatamente ho tre figli e ho avuto modo di accudire qualcosa. Questo da soddisfazione. È un ruolo bello il sentirsi custode di qualcosa e farsi carico dell’evoluzione, della crescita, della maturazione di qualcosa. In ambito familiare e in ambito agricolo nella coltivazione di qualcosa. I miei figli non sono in azienda. Sono baldi diciassettenni che stanno terminando il percorso di studi che non è quello che si adatta al percorso del padre.  Contadino. Essere contadino è quasi una vocazione. O una condanna. Lo si è perché è l’ineluttabile destino a deciderlo. È la necessità di una continuità familiare. Oppure è un ritorno alle origini. Un tornare dove tutto è iniziato. Capita per rigetto della frenetica quotidianità o per hobby. Nel caso di Enrico un desiderio ancestrale. Che racchiude però qualcosa di più profondo.  A me piace molto l’accudimento in tute le sfaccettature. Il vedere il frutto di qualcosa che te fai. Mi piace molto vederlo sotto l’aspetto pratico. Chi lavora in banca, e ho super rispetto, fai fatica a vedere poi il risultato finale. Magari il frutto del tuo lavoro è un tassello che passi ad un altro che lo passa ad un altro. Ho un carattere per cui mi piace vedere il risultato finale. L’agricoltura incarna questo risultato. Pianti un seme, lo annaffi, la piantina cresce, da il frutto ecc. La dinamica di crescita e accudimento si sposa in maniera perfetta con le mie caratteristiche di interiorità.  L’agricoltura non si fa ne per business ne per moda. È qualcosa che si fa principalmente per passione, per la voglia di stare immersi nella natura. Occorre sentire dentro la spinta propulsiva per farlo. Perché è duro, terribilmente duro come lavoro.  Se la fai come hobby è un altro paio di maniche. Devi sentire dentro. O ce l’hai o non ce l’hai Siamo una azienda che fa agricoltura integrata e lo dico a denti stretti ma mi piace dirlo. Non sono contro l’agricoltura biologica e biodinamica e ci mancherebbe altro. Però dico che ci sono certe dinamiche che bisogna conoscere. Prima dell’avvento delle chimica, le aziende erano tutte biologiche. La discriminante per piantare qualcosa in qualche posto era solo l’ubicazione. C’erano dei luoghi dove si poteva piantare e dove no. Con l’avvento della chimica e dello sviluppo demografico c’è stata la necessità di piantare tutto dappertutto. Questo è stato possibile farlo perché c’era la chimica. La chimica va gestita nella maniera giusta, come quella con la quale ci si confronta tutti i giorni tipo il dentifricio e il sapone. Se hai una azienda a fondo valle e la converti in biologica per moda o perché prendi contributi, non fai favore all’ambiente. Se sei costretto a fare trattamenti rameici, che non è una molecola che può essere scomposta, non fai un piacere all’ambiente ed era meglio che non passavi al biologico. Bello questo pragmatismo che è fondamento della filosofia. Occorre confrontarsi con la realtà. Soffriamo più spesso nell’immaginazione che nella realtà. Seneca Se ci pensiamo un attimo, oggi è un demonizzare tutto ciò che non è biologico, naturale, biodinamico. Come se la chimica fosse un demone da combattere. Eppure ammettiamo la chimica in molteplici occasioni quotidiane senza protestare più di tanto. Dal citato dentifricio, ai detersivi, dai saponi alle medicine: se prendiamo una medicina per stare bene, perché non curare le piante quando queste sono malate? L’agricoltura integrata dice che devi utilizzare dei composti quando servono e si devono integrare con composti organici meno impattanti. Non bisogna usare in maniera impropria questi strumenti. Usiamo le cartucce In maniera intelligente.  La scelta enologica di Enrico è l’anfora. In un territorio dove di botti ce ne sono per coprire centinai di campi di calcio, Enrico si differenzia anche in questo.  Una volta che arrivammo alla nostra prima vendemmia di Fogliatonda, non c’era alcuna notizia in letteratura su come vinificare. Facemmo un pò di prove. Fermentazioni in acciaio e poi il vino in diversi contenitori. Legno, acciaio, botti grandi di cemento e piccole anfore da 150 litri comprate in una fornace di Impruneta, vicino a noi. Il risultato non migliore ma più interessante era dato dai contenitori con una permeabilità all’ossigeno maggiore. Legno e anfora. Dovemmo decidere tra questi due. Forse a livello di complessità e di importanza di vino il risultato migliore lo avrebbe dato il legno. Ma questo tendeva a coprire l’aspetto varietale. Volevo riuscire a fare apprezzare la varietà per quello che fa. Quando vado ad assaggiare un autoctono io quello voglio sentire. Se è simile ad un’altra roba tanto vale andare sui vitigni internazionali. La scelta venne da sola virando anche sulla Fermentazione in terracotta. Fermentazione, svinatura lavavamo il contenitore e lo riutilizzavamo per l’affinamento. Una scelta di perfetta coerenza con le sue idee. Senza compromessi e con la voglia, direi necessità, di affermare, divulgare, le sue idee.  Innanzitutto dì a te stesso chi vuoi essere; poi fa’ ogni cosa di conseguenza. Epiteto Oggi si fanno circa trentamila bottiglie con un potenziale più che doppio. Il nostro è un percorso di crescita lento e graduale. Per crescere serve tempo. Facciamo le bottiglie e il resto della produzione le vendiamo sfuso o in bag in box. Attraverso il percorso di crescita volgiamo traslare dallo sfuso alla bottiglia.  È un percorso quello di Enrico. Un percorso che a guardarlo bene è dettato e scandito da avvenimenti verso i quali si è fatto trovare pronto. La vita ti offre delle possibilità ma poi sta a te prenderle o meno. Se lo fai, ti carichi sulle spalle la responsabilità delle tue azioni per compiere le quali c’è bisogno di capacità, coerenza, tempo. L’azienda, Podere Ema, Enrico la prende in mano nel 2013 iniziando il suo più impegnativo percorso personale. Affrontato con i suoi ritmi, i suoi tempi, il suo sorriso. Lo guardi e sembra che stia andando lento. Ma è semplice pragmatismo. I percorsi di crescita passano attraverso due dinamiche. O hai molta disponibilità finanziaria o molto tempo. Io non la disponibilità finanziaria non ce l’ho dunque mi faccio andar bene il fatto di avere molto tempo. Ride di gusto Enrico. Di quelle risate che solo le persone consapevoli della dimensione del tempo possono avere. Così scriveva Seneca nelle Lettere a Lucilio Sarai meno schiavo del domani, se ti sarai reso padrone dell’oggi. Mentre rinviamo i nostri impegni, la vita passa. Tutto, o Lucilio, dipende dagli altri; solo il tempo è nostro. Calza a pennello per Enrico che non ha timore di vivere il presente. Anzi, lo fa con una invidiabile forza, forte di una felicità che lo aiuta a vivere bene. Così sa attendere. Attende i cicli della natura come la crescita delle barbatelle. Attende che il tempo scorra perché i suoi vini maturino nella maniera giusta.  Cerchiamo di fare un affinamento in cantina mediamente di un anno e affinamenti più lunghi in bottiglie. È una immobilizzazione che però ci consente di vendere bottiglie pronte da bere.  L’idea di proporre vini che si possono immediatamente apprezzare. Come a dire che è il presente che va vissuto. Il presente. Quello che Enrico ha imparato a vivere probabilmente segnato dalla improvvisa morte del padre. Mi viene in mente una frase, sempre di Seneca. La vita è breve: evitiamo, dunque, programmi troppo estesi: ogni giorno, ogni ora ci mostra la nostra nullità e ricorda a noi smemorati, con qualche nuovo argomento, la nostra fragile natura. Allora noi, che facciamo programmi come se la nostra vita fosse eterna, siamo costretti a pensare alla morte. Si volge, infatti, ad attendere il futuro solo chi non sa vivere il presente. La gamma dei vini di Podere Ema è ampia si ma nemmeno tanto.  Io ho avuto modo di assaggiarne alcuni e il risultato mi ha sempre sbalordito. A partire dal Fogliatonda. Il Fogliatonda di Enrico, annata 2020 ha in se la bevibilità di un Sangiovese e la finezza/potenza del Cabernet Franc. Al naso sembra una foglia caduta nel sottobosco che avvolge una manciata di frutti di bosco, more e mirtilli intrisi di fiori di viola, pepe e pellame. Il tutto amplificato da un ammaliante balsamico. Sensazioni dolci e fresche che si miscelano come le eliche di un dna sconosciuto.
In bocca dimostra una inaspettata eleganza a partire dai tannini, poi dalla freschezza, infine dalla sapidità. L’avvolgenza stupisce, il calore ammalia, il finale, con la sua frutta acerba ma dolce, esalta. Insomma, andare dietro la massa comporta il perdersi fantastici angoli nascosti. Nocchino è invece il blend di Sangiovese, Colorino, Fogliatonda. Tre vinificazioni differenti (Sangiovese in botte grande, Colorino in acciaio e Fogliatonda in anfora) per un vino che mi è piaciuto e tanto. Uno dei migliori vini che abbia bevuto quest’anno. Mi ha davvero esaltato per la sua grande bevibilità e soprattutto per essere vero con una indiscutibile riconducibilità alla Toscana di altri tempi. Quella dove i vini non erano edulcorati per l’eccessivo legno che in alcuni casi risulta essere una trave diritta sui denti.
Un colore impenetrabile annuncia un vino che al naso fa spiccare il vegetale e il floreale con la violetta del Sangiovese. Poi intensi frutti neri non ancora maturi e un lievissimo pepe che si lega ai chiodi di garofano.
Denso e con sensazioni di freschezza a donare grande intensità ed importanza.
Un’importanza che in bocca si sente con la poderosa presenza dei tannini che sanno comunque stare al loro posto e per la sensazione di frutta che si amplifica per via del caldo e del sapido. La persistenza è lunga come quella dei vini di un tempo. Riempie, infonde profondità ed ampiezza. A tratti godurioso ha un finale che vorrebbe, senza riuscirci ma risultando intrigante, andare verso l’amarognolo. Nocchino si continua a bere, stregato, innamorato dal suo essere delicatamente poderoso. Avvolge , scalda, ammalia ma senza assolutamente essere civettuolo.
Ricordate quando da piccoli ci accoccolavamo tra le braccia del nonno che aveva fumato un mezzo toscano? Magari quell’odore in quel momento non ci apparteneva ma lo collegavamo direttamente al nonno così che ora lo ricordiamo con nostalgia e tanta, tanta voglia di riviverlo. Insomma, andare dietro la massa comporta il perdersi vini fantastici come questo. Perché mai? Siamo ben forniti perché la gamma è ampia. Vorrei farne di meno ma ci sono delle dinamiche di natura commerciale. Siamo un pò costretti anche se costretti non è il termine giusto. Non è semplice gestirla al meglio. Le annate non aiutano. Le bizzarrie climatiche complicano tantissimo il modo di fare vino. Prima era relativamente semplice vendere il vino e più facile farlo, oggigiorno è diventato complicato pure farlo.  Enrico ha un obiettivo chiaro per la sua azienda. Una sorta di volontà nel portare orgogliosamente la bandiera dei vitigni autoctoni.  Il mio obiettivo è quello di contribuire a fare apprezzare gli autoctoni. Il mio piccolo contributo. L’appagamento più grosso, che in parte lo è già, è intraprendere una strada che anche altri hanno intrapreso e il vedere che quella strada non era poi cosi sbagliata. Quella visione avuta venti anni fa non era poi cosi pazzesca ed assurda. Oggi la vedo più condivisa e adatta ad un pubblico sempre più vasto. Prima chi apprezzava gli autoctoni erano pochi e gli autoctoni venivamo emarginati, oggi c’è più apprezzamento e c’è cultura del diverso e della autenticità.  Forse la voglia di scoprire e di non omologarsi si sta facendo largo. Uscire dalla massa. Non accontentarsi di ciò che viene proposto con la consapevolezza che altro c’è. Non necessariamente migliore ma diverso. La rivalutazione del territorio e di quanto di buono la storia ha portato con se. Un arricchimento che passa per la riscoperta di antiche tradizioni.  C’è stato un momento nel quale tutto ciò che era antico sapeva di vecchio e stantio. Poi si è capito che senza radici profonde, non si può parlare di evoluzione. Forse il Covid ha operato come uno spartiacque. La necessità di rimanere a casa, la propria casa, le origini, ha determinato un accorgersi di quanta meraviglia ci sia sul nostro territorio. Quanta unicità che il mondo ci invidia e noi non sappiamo apprezzare.  Enrico adesso deve far scoprire quello che lui stesso ha scoperto anche ai tre figli. Perché, magari, continuino la sua opera quando sarà il momento. Mia figlia ha 19 anni e sto cercando di insegnarle i dettami della degustazione. Come si tiene in mano un calice e cosi via. Ogni persona che produce una qualche forma di bevanda alcolica ha la responsabilità di produrlo e di insegnarlo a degustare in maniera responsabile. Vado in giro in centro e vedo turisti americani che bevono il vino a bottiglia. Mi verrebbe in mente di spaccargliela ni capo. Non si può vedere. Dobbiamo erudire gli utenti a farne un uso responsabile e apprezzarlo in tute le sue sfaccettature. Lo sto facendo con i miei figli e spero che seguiranno la strada d’i padre o comunque in qualche modo porteranno avanti la mia attività. Ci spero ma non voglio forzarli perché ognuno deve trovare il suo percorso. Io ne sarei felicissimo. Altrimenti me ne farò una ragione. Io dico sempre quando si parla con gli amici quando si parla di pensione: io morirò in vigna con la zappa in mano. So già il mio percorso quale sarà. Già il percorso. Quello di Enrico è stato ed è di piccoli passi. Lontano dai clamori e dalle luci della ribalta. Introspettivo, evocativo, divulgativo. Anche attraverso iniziative volte a far conoscere la sua realtà in maniera discreta ancorché innovativa.  Sempre con piccoli passi. Quelli che le sue gambe gli hanno e gli consentono.  Ecco allora che non può che venirmi in mente una frase di Pitagora che si addice perfettamente al percorso di Enrico Abbandona le grandi strade, prendi i sentieri Grazie Enrico per avermi reso partecipe del tuo viaggio.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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11 Dicembre, 2024

I vini di Pertinace incontrano l’arte di Pau

Udito, tatto, vista, olfatto, gusto. I nostri cinque sensi.  L’arte, in ogni sua espressione, cerca di arrivare ai sensi delle persone affinché il loro cervello possa essere stimolato per creare emozioni. Tipicamente attraverso neurotrasmettitori: dopamina (emozioni positive e di piacere), serotonina (benessere), noradrenalina (eccitazione). Senza dimenticare l’acetilcolina responsabile della memoria e dell’apprendimento. Altrimenti l’arte sarebbe puro edonismo. Le esperienze multisensoriali servono a fornire stimolazione di tutti i nostri recettori. Ricordate quando siamo passati dall’ascoltare la musica in modalità “mono” a quella “stereo”? Non ce ne capacitavamo e oggi non riusciamo più a farne a meno. Lo scorso 27 novembre, presso la Galleria d’arte Spazio Cima di Roma, abbiamo provato a creare una esperienza multisensoriale abbinando non solo il vino a delle opere pittoriche ma anche alla musica. Occasione è stato il vernissage di Paolo (Pau) Bruni, voce e fondatore dei Negrita al quale abbiamo affiancato i vini della Cantina Pertinace di Tresio (Asti). Un connubio perfetto tra una meravigliosa voce ed una serie di vini quali: Alta Langa DOCG Metodo Classico (70% Chardonnay, 30% Pinot Nero) con 60 mesi di affinamento
Dolcetto d’Alba DOC, 6 mesi in acciaio
Barbaresco DOCG, 18 mesi in botti di rovere di Slavonia
Barbaresco DOCG MGA Marcarini, 18 mesi in botti di rovere di Slavonia
Moscato d’Asti DOCG 
Grappa di Barbaresco Arte e vino. Vino e arte. I quadri di Pau come nutrimento agli occhi. La sua grande simpatia per il nutrimento dell’anima.  Chiacchierare con lui creava connessioni uditive. Come se sentirlo parlare creasse un click nella mente ricordando parole di canzoni. Che rumore fa la felicità
Mentre i sogni si dissolvono
e gli inverni si accavallano
quanti spilli sulla pelle
dentro il petto sulle spalle,
ma amo il sole dei tuoi occhi neri
più del nero opaco dei miei pensieri
e vivo fino a sentir male
con la gola secca sotto il sole.
Corri amore, corri amore.
Che rumore fa la felicità I vini di Pertinace fornivano gioia all’olfatto ed al gusto per via di sentori e gusti vivi, intensi, avvolgenti. Veri e determinati. Tipici del territorio ma internazionali. Vini che si muovono pacatamente in uno spazio visivo, olfattivo e gustativo entrando nell’animo piano piano, senza fretta, senza quasi voler disturbare. L’Alta Langa dimostra come il Piemonte non sia solo Nebbiolo. Perlage finissimo e tanta fragranza di pane che si trasforma in burrosa squisitezza di crema al limone. Io non so fare a meno di te
All’improvviso
(Niente è per caso) Il Dolcetto. Che gli vuoi dire al Dolcetto? La tradizione piemontese. Quella vera delle gentili asprezze sabaude che non delude mai anzi, eccelle. Leggerezza e spensieratezza che meriterebbe un più ampio palcoscenico. Tu che brilli e il mondo non lo vede
dimmi dai leggera come neve
anima lieve
(Anima lieve) Barbaresco DOCG. Un complesso e aggraziato bouquet di sentori che anela solo di essere respirato. Un gusto che dimostra come un Nebbolo possa essere immediato nella raffinatezza. Con la consapevolezza di non lasciarsi mai guardare dall’alto in basso. L’uomo sogna di volare…
Guardare dall’alto,
planare sul mare
(L’uomo sogna di volare). Barbaresco MGA Marcarini. Finezza, meravigliosa finezza. Raffinatezza, meravigliosa raffinatezza. Eleganza, meravigliosa eleganza. Complessità, meravigliosa complessità. Insomma un vino intrigante e complesso ma che mantiene la grande bevibilità. E sarà come avere una marcia in piùProprio come avere una marcia in piùSpingersi in un salto verso il bluPer precipitare e poi tornare su, più su
(A un passo dalle nuvole) Moscato. Uno di quei vini per i quali dici “no io il dolce no” e ti ritrovi a finire la bottiglia perché diventa droga pura. Voluttuosa e soave fragranza di un vino che scrocchia in bocca come un acino di uva esplodendo in un turbine di meraviglia. La gioia. Gioia infinita Dal coma proverò a riemergereDalle nebbie mie lisergicheOh madonna che ora era?Era oggi o ieri sera?
(Gioia infinita) Grappa di Barbaresco con passaggio in barrique. Quando si dice di come il Nebbiolo sia indomabile, beh anche così mostra la sua impronta. Oltre il muro oltre il confine
oltre il mondo oltre la fine
(Oltre il confine) A chi pensa che in questo turbinio di sensi manchi il tatto, dico “no, proprio no”. Stare insieme con tante interessantissime e competenti persone (sia di arte che di vino) ha visto molte mani stringersi, molti abbracci avvolgersi, molti sguardi intrecciarsi, corpi sfiorarsi. Questo è lo stare insieme. Soffermarsi davanti alle opere di Pau, delle quali sono rimasto sinceramente colpito per la loro dissacrante e colorata espressiva concretezza, con un calice di vino in mano, mi ha donato sensazioni di maggiore appagamento. Come se lo stimolare più sensi contemporaneamente possa aver incrementato ogni stimolo celebrale. Poter conversare di quel quadro con altre persone, sorridendo e sorseggiando una bollicina piuttosto che un rosso, è stato semplicemente appagante. Mi porto a casa da questa fantastica serata che Pau, oltre ad essere insieme a tutti i Negrita, un grande cantante, è uno di quegli artisti che va tenuto d’occhio. Perché i suoi quadri pop sono non sono belli ma hanno in se significati intimi e profondi. Tirarli fuori, non solo con le canzoni, non è semplice, ma se si riesce a mettere su una tela dei sogni, allora si è imparato a sognare.  Ho imparato a sognare
Quando inizi a scoprire
Che ogni sogno
Ti porta più in là
Cavalcando aquiloni
Oltre muri e confini
Ho imparato a sognare da là
Quando tutte le scuse
Per giocare son buone
Quando tutta la vita
È una bella canzone
C’era chi era incapace a sognare
E chi sognava già Mi porto a casa l’aver meglio conosciuto Cesare Barbero della Cantina Pertinace. L’avevo incontrato per scrivere l’articolo “Pertinace. Al buon senso degno di lode” ma, stargli vicino per una serata (era anche con suo figlio Mario che gli somiglia molto) mi ha fatto capire ancor di più di come non sia vero che i piemontesi siano poi così seri. Cesare è una persona vera ed intensa come veri ed intensi sono i suoi vini. Rappresentare una cooperativa di venti soci nel modo con il quale lui lo fa, da onore a lui, al territorio, ai soci stessi e soprattutto alla rettitudine dell’imperatore Publio Elvio Pertinace che proprio a Treiso ebbe i suoi natali.  Mi porto a casa l’aver diviso la serata con un amico, Marco Sargentini, che sa muoversi nel meraviglioso mondo dell’arte come nessun altro. Mi porto a casa tante facce sorridenti, tanti commenti scambiati sui vini, tanti selfie con Pau, tanti bicchieri versati, tante bottiglie stappate.  Mi porto a casa la convinzione che esperienze sensoriali come questa, arricchiscono l’animo in una maniera che poi, non ne riesci più a fare a meno. Brindo a voi e a questa vitaPace amore e gioia infinita     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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6 Dicembre, 2024

Ruota Libera. Spensieratamente verso il futuro

Bianco…
È biodinamico!
Ah, ma ci siete cascati anche voi..
Ma che è n’amaro che porti ‘na bottiglia sola?
Oh è biodinamico!
E che vuol dire che è biodinamico?
Vó di 25 euro?
Glieli vogliamo ridare piano piano? In comode rate.. Una delle scene di apertura del film Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese (2016). 7 amici che si ritrovano per una cena durante la quale decidono di sottoporsi all’intrigante ma pericolosissimo gioco di condividere tra tutti i messaggi ricevuti durante la stessa cena. Una cena, un momento conviviale. Il vino. Il suo costo. La nomenclatura. Il linguaggio. Uno spaccato di vita che si traduce in comportamenti sociali. Il consumo di vino tra i giovani diminuisce anno su anno. Non è un epitaffio ma ci si avvicina molto.  Spesso si guarda al dito invece di guardare alla luna. Ed è così anche nel dare le spiegazioni a questo fenomeno, specialmente se le spiegazioni se le danno gli addetti ai lavori e non si affidano ad analisi, indagini, rapporti.  I dati di alcuni studi evidenziano come nella fascia compresa tra i 18 e i 39 anni i consumatori di vino siano diminuiti dal 37% del 2010 all’attuale 26%.  Non si tratta solo di una generazione che ama più la birra o i cocktail ma della evidente incapacità del mondo del vino di parlare a persone di un’altra epoca rispetto alle origini del vino. È come se i parrucconi stile Luigi XV volessero andare in discoteca conciati come pupazzi.  Però è quello che accade per via di un mondo, quello del vino, decisamente autoreferenziale. Chi ne parla, pensa sempre di parlare ad esperti del settore utilizzando termini ambiziosi, tecnici, altisonanti. Il vino sembra posizionato su un piedistallo dorato invece che nel poso che merita ovvero un semplice tavolo di cucina o del bar. Tutto sembra girare intorno alla bottiglia quando invece è comprimario alle situazioni di convivialità. Poi ci sono i prezzi di una bottiglia di vino che al ristorante sono così alti che per i ragazzi, ma non solo, diventa inavvicinabile. L’ingordigia della catena distributiva ed in particolare modo dei ristoratori che triplicano (se va bene) il prezzo in enoteca, rende pressoché impossibile l’acquisto. Per finire, i Sommelier e i Wine expert sembrano tutti proiettati ad assegnare voti ai vini in maniera del tutto scriteriata e al ricercare abbinamenti con piatti gourmet così che quando a casa ci si trova dinanzi ad petto di pollo alla piastra o al bar ad un aperitivo, non resta che ripiegare su una birra o uno Spritz.  Provare a cambiare il corso di questo viaggio che oggi sembra diretto verso un muro sul quale, presto o tardi, ci si andrà a schiantare generando vittime, è possibile. Servono aziende giovani, innovative e dinamiche. In grado di raccontare ed offrire vino in maniera fresca e spensierata. Con l’allegria e la spensieratezza che il vino richiede. Ruota libera è una di queste nuove realtà. Wow. Una start-up innovativa. Chissà dove sarà nata. Magari a Milano in un think tank con tanti boomer cervelloni pronti a sfornare idee e realizzare pitch.  Niente di tutto questo. Proprio niente.  Siamo a Locorotondo, nella Puglia più profonda. È qui che si ritrovano Benedetto, Valentina, Francesco, Domenico, Davide. Con l’aggiunta di Nicolò, figlio di Benedetto. Cinque storie che ruotano intorno ad un tavolo con i messaggi dei cellulari che invece di nascondere segreti si trovano all’unisono accomunati da una idea ben precisa: riconquistare i giovani e riportarli verso il vino. Benedetto Lorusso è l’enologo. Trenta anni di esperienza in Puglia partendo dalla Cantina Sociale di Locorotondo fino a quando questa chiuse e lui, grazie alla maturata esperienza, diventò enologo per una ventina di cantine pugliesi. Lo conosciamo da tanto tempo perché è amico di Valentina in quanto lavoravano insieme presso una di queste aziende. Valentina è pugliese. Io sono mezzo inglese e mezzo italiano. Valentina è nel vino da circa quindici anni. Io mi sono avvicinato con il covid. Ho lavorato in giro per il mondo facendo il trader navale. Sono rientrato in Italia con il covid. Nel mentre stavo facendo un MBA in Inghilterra per il marketing. Li dovevo fare dei progetti per il marketing e ho fatto un progetto per il marketing del vino. Mi sono avvicinato a realtà americane ed australiane e mi sono appassionato. Con il covid ho iniziato a fare il broker per varie cantine.  Davide è un videomaker e fotografo di Cisternino. Grande esperienza artistica e un primo approccio al mondo del vino solo qualche anno fa aiutando degli amici proprietari di una masseria. Ci siamo conosciuti qualche anno fa ed è cominciato a venire fuori qualche discussione. Lui ci aiuta molto per i video e le fotografia. Domenico è un designer. Con Domenico ci siamo trovati ed è nato un amore spontaneo. Prima di avere questa etichetta ci eravamo rivolti a studi grafici importanti che non ci hanno per nulla soddisfatti. Domenico ha capito il progetto e vuole far parte del progetto e che è stato in grado di rendere grafica la nostra idea. Lui ci segue nella parte grafica. Incontro proprio Valentina e Francesco, marito e moglie. Valentina pugliese, Francesco.. Ecco, con Francesco scherziamo sul suo essere apolide. Papà di Taranto, madre inglese. Primi anni a Taranto. Poi mi sono trasferito in Liguria dove vive ancora mia madre e dove ho studiato fino all’università. Poi in Inghilterra. Ho lavorato nel sud della Francia, Inghilterra, Singapore Australia, Grecia. Adesso abbiamo una casa in Puglia vicino Locorotondo e una casa in Liguria. Facciamo avanti e indietro. Sono visto come uno straniero ovunque. In Puglia come uno straniero, in Liguria come uno straniero, in Inghilterra come uno straniero. La verità è che quando hai la doppia cittadinanza non sei cittadino di nessuno. Ci sono abituato. Valentina è una di quelle persone che può dire di aver fatto di tutto pur di lavorare. Senza rimanere in Puglia.  Ho iniziato all’Enoteca regionale dell’Emilia Romagna. Si organizzavano le fiere e gli eventi. Abitavo a Dozza un piccolo paese dove c’era l’enoteca. Un clima bellissimo. Poi a San Marzano dove ho fatto circa nove anni. All’inizio come back office italia. Era il 2007 e iniziarono a voler commercializzare in Italia dopo che erano partiti con l’estero. Nel frattempo mi occupavo dell’iscrizione dei vini ai concorsi, visite in cantine, ecc. si faceva un pò di tutto. Ho messo pure le fascette per la Polonia. Ero da tramite tra il direttore commerciale e gli agenti. Mi sono poi scocciata perché più aumentava il lavoro e più facevo le stesse cose. Mi sono cosi licenziata mentre mio marito era in Francia. L’ho raggiunto li. Poi siamo tornati e ho iniziato a lavorare in una piccola azienda qui vicino. Ho iniziato a seguire tutto. Una bella azienda davvero dove ho imparato molto. Molto dinamico come lavoro. Ho conosciuto qui Benedetto. È durata due anni fino a quando Francesco è andato in Grecia e l’ho seguito li. Poi la pandemia. Siamo tornati perché le mamme erano sole. La mia mamma al sud e la sua al nord. Sono entrata in un’altra azienda e sono andata in amministrazione. Con Benedetto ci siamo detti: ma perché non facciamo un progetto tutto nostro e lo facciamo crescere così che ci permetta di lavorare indipendentemente da dove stiamo? Avevo bisogno di cambiare. Anche questo è stato il motivo di nascita di Ruota Libera. Io dico che ruota libera è nostro figlio. Nottate per definire il nome, la scheda tecnica, qualsiasi cosa. Il modo con cui lo comunichi è importante. Fermare Valentina non è possibile. È una entusiasta ed è meraviglioso ascoltarla. Francesco è più pacato. Si capisce che ha girato il mondo, che ha la padronanza delle lingue, del marketing, di se stesso. Alle volte, quando si lascia andare, il suo essere cresciuto in Liguria viene fuori. Per poi essere ricacciato nel profondo. Una bella coppia davvero. Si compensano per molti versi e non credo di sbagliarmi più di tanto se affermo che sia stata Valentina la miccia per questo progetto parlando con Benedetto (che aveva tra l’altro realizzato il vino per il loro matrimonio). Valentina che è anche sommellier AIS e OVAV anche se ci tiene a sottolineare di essere scappata dal mondo dei sommelier. Perchè è diventata una lobby. Non mi divertivo più. Ci si ritrova intorno ad un tavolo insomma con gli amici. Benedetto voleva un progetto tutto suo. Valentina qualcosa con cu cimentarsi in prima persona. Francesco una avventura energica e innovativa.  L’accordo è stato semplice. Con Benedetto già collaboravamo su altre cose. A cena è nato tutto. Stavamo bevendo ovviamente ed è venuta cosi. Dal parallelo è diventata una strada più grande. Ne abbiamo parlato per tanto tempo. Pensavamo a quello che era necessario. Piano piano è venuta su l’idea. Anche perché in Puglia i produttori sono legati alla tradizione del territorio. Monovitigno da Negroamaro, Primitivo… Raccontando sempre la stessa storia delle famiglie. Dei nonni, degli zii,  ecc Hanno sempre scelto una impostazione di marketing tradizionalista. In fondo ci sono tante belle realtà qui. Abbiamo sempre pensato che qui mancasse qualcosa di diverso sotto alcuni aspetti.  Le tendenze di mercato vedono da qualche anno una clientela che si sta progressivamente disaffezionando al vino. In parte è una tendenza dei Millennials e dei Gen Z, magari più attenti ad aspetti salutistici o a qualcosa di maggiormente instagrammabile. Cambiano comunque i gusti e il messaggio offerto dal vino è qualcosa di già visto, spocchioso. Generando un vero e proprio allontanamento. La solita autoreferenzialità che non guarda a come innovare ma a come mantenere le posizioni conquistate. Noi vorremmo fare qualcosa che sia più verso quello che sono le loro tendenze. Prezzi contenuti. Ricerca continua di varietà. Novità. Interazione.  Una idea che raccoglie concetti abbastanza semplici e che potrebbero essere davvero efficaci per le nuove generazioni.  Anzitutto blend e non monovitigni così da poter sfruttare le peculiarità dei singoli vitigni producendo vini semplici e immediati. Ma anche per poter trovare il meglio delle annate. Andando a Ruota Libera insomma. Senza lacci e lacciuoli dovuti a regolamenti, tradizione, conformismo. Ogni anno Benedetto ricava l’uva dalla vendemmia nei suoi quaranta ettari oltre a prendere parte da quella che gli passa per le mani. Ogni anno prende le uve e le mette insieme in maniera sempre diversa e creativa. Blend che siano divertenti, facilmente approcciabili e competitivi. In linea con i gusti della clientela giovane.  Blend autentici creativi e divertenti. Autentici perché intensi e con le uve del territorio. Creativi perché blend mai provati prima. Divertenti perché devono essere bevuti socializzando. Insomma, una azienda, Ruota Libera, che nasce, volutamente, senza terre e senza cantina. Le terre sono quelle di Benedetto. La cantina la stanno costruendo. I vini, prodotti in blend solo con affinamento in acciaio, che cambiano nel tempo.  Adesso siamo usciti con tre rossi e un rosato. Poi avremo un blend in bianco. Primo imbottigliamento a dicembre 2023 con appena 4000 bottiglie per tipo.  Benedetto ha un centro di imbottigliamento di proprietà a Fasano che fa oltre un milione di bottiglie. Come enologo ha la maggiore quantità di uva in Puglia. Qui è un mammasantissima. Totalmente disordinato eh! Ridono Valentina e Francesca. Ridono di gusto quando parlano di Benedetto. Si vede che l’amicizia e la stima è profonda. Attenzione però che il termine “mammasantissima” non ha nulla a che vedere con il crimine. È solo un modo di dire di una persona che, con il lavoro e la propria capacità, ha il rispetto di tutti.  Valentina è full time sul progetto. Francesco fa ancora il trader anche se il progetto lo assorbe tanto. Fanno tutto tra loro. Dai social alla ricerca clienti; dalle etichette ai video. Oltre al vino ovviamente.  Parlare ai giovani con blend creativi. Vini non costosi. Di facile beva. Con un marketing ed un messaggio giovane.  Manca ancora l’essere biologici ed ecosostenibili ma non si può volere tutto e subito.   Stiamo lavorando sul biologico e Benedetto ha iniziato un percorso che lo porterà ad avere una certa percentuale di uve in biologico. Quando arriverà ad averne una percentuale importante sposteremo li la nostra produzione. Non solo le uve di Benedetto ma di tutta la filiera. Sostenibilità e biologico. Per arrivare ai giovani servono vini freschi e non impegnati. Serve un messaggio inciso su ogni bottiglia. Così si può arrivare ai singoli. Navigando ovviamente nel mare agitato del mondo del vino.  Noi lavoriamo solo in acciaio. Siamo contenti cosi. Per noi è molto importante l’idea che c’è dietro. Ogni vino sull’etichetta in basso a destra reca una frase che non è messa a caso. Ogni vino ha una storia e un suo perché. La frase lo spiega. Spiega le nostre idee. Noi vendiamo più le idee del vino. Il Primitivo non è Primitivo. È un Primitivo all’85% poi il resto Nero di Troia e Susumaniello. Molti consumatori pensano che il Primitivo è sì buono però dopo due bicchieri, per il fatto che è dolce e pesante, quasi marmellatoso, non si beve più. Noi abbiamo creato un Primitivo elegante e strutturato che ti lascia la bocca fresca dopo averlo bevuto. Abbiamo aggiunto un 10% di Nero di Troia che da struttura ed eleganza e un 5% di Susumaniello che con la sua freschezza ti fa venire voglia di berlo ancora. “A small addition makes the big difference”. Che è quello che abbiamo scritto. Anche un tocchettino di Susumaniello ti cambia. Magari l’anno prossimo abbiamo un’altra idea. Vini semplici che recano un messaggio non nella bottiglia ma sulla bottiglia. Freschi, immediati, diversi, poco costosi, adatti ad aperitivi ancorché rossi. La voglia di far scoprire ai giovani qualcosa che possa spiazzare e non allontanare. Avvicinare al mondo del vino sdoganando concetti altisonanti di vini importanti per struttura o blasone. Ci vuole tempo per questo. Ci vuole tanto tempo Come broker piazzare un marchio nuovo non è semplice. Devi far crescere il marchio. Nonostante l’idea piaccia, siamo comunque una goccia nel mare. Noi stiamo partendo come una cosa tra amici. La pubblicità ce la facciamo come i social e andando per i ristornati regalando vino. Molto artigianale. Diffondere il verbo non è semplice.  Noi comunichiamo il cosa, il quando, il perché del vino. Con il blend di cinque vitigni ci teniamo bene a comunicare che suggeriamo di berli come aperitivo. È stato fatto per avere un gusto morbido e con sentori decisi che ti permettono di berlo tranquillamente durante un aperitivo al bar. Sono vini diversi perché non dolciastri. Particolari ed eleganti. Secondo me si può amare o odiare.  Dal mio punto di vista sono vini sui quali non si può utilizzare un solo senso per volta o comunque con una valutazione che non può essere fatta con canoni tradizionali.  Partiamo da Appassimento. Un blend tra Primitivo, Nero di Troia, Sangiovese e Merlot. 
L’olfatto si bea immediatamente di sensazioni dolci. Sono i frutti in confettura dovuti all’appassimento delle uve. Frutta nera e rossa come ribes, mirtilli, lamponi, ciliegia, prugna impreziositi da un velo di balsamico e di vegetale cosi da rendere il tutto non stucchevole. Per niente pesante. Forse anche per la presenza di una sorta di foglia di pomodoro e di fiori rossi. Sembra esserci anche del tabacco e della noce moscata cosi come del Mon Chérì. 
Il sorso ricorda molto il liquore alle ciliegie che faceva mia nonna. Un fresco sorso con le ciliegie che si schiacciano sotto i denti. Un sorso che parte dolce ma poi, per i tannini e per la freschezza portata dal Sangiovese, si muta in qualcosa di elegante. La bocca è ampia e goduriosa con la sapidità che contribuisce ad allungare la persistenza. Un retrogusto di marasca rimane a continuare il godimento. Si sente in maniera evidente il calore del sud ma non in maniera stucchevole e pesante. Al contrario scorre e scorre bene. Inviting you to unwind . Let go to embrace the pleasures of the present. Il Rosso Puglia è poi il blend di Primitivo, Sangiovese, Nero di Troia, Negroamaro e Bombino nero. Insolito dunque già dai vitigni utilizzati. Il colore è rubino ma non denso come ci si aspetterebbe da un vino pugliese. Il bouquet esprime immediatamente freschezza grazie ad una frutta meno arsa dal sole. La ciliegia e la prugna meno mature bilanciano una arancia che sa di dolcezza. Un vegetale molto tenue contrasta la ciliegia che, piano piano, diventa visciola. 
Se i sentori sono volutamente semplici, il sorso assume ricchezza: rotondo ma ben bilanciato. Fresco, dinamico, giovane. Va giù che è un piacere in estrema allegria. Persistenza non elevata e bocca che rimane molto pulita. Il retrogusto di ciliegia invoglia a finire la bottiglia. I tannini, presenti ma cesellati consentono di bere questo vino con un semplice aperitivo fatto di salumi e formaggi. The most extraordinary ideas emerge unexpectedly. Infine il Primitivo. Quello tagliato con Nero di Troia e Susumaniello. Appare subito pastoso e impenetrabile. I sentori sono di frutta (ciliegia, prugna, arancia) cotta al sole. Poi il sottobosco e inaspettate spezie. La ciliegia pian piano vira verso la visciola rendendo appagante l’olfatto.
Il sorso è comunque fresco e invitante con un tannino maturo che rende il tutto ancora più appagante e godurioso. La visciola c’è anche in bocca e vi rimane e lungo. Piace mettendo d’accordo tutti finendo la bottiglia in grande allegria. A small addition makes a big difference. Vini che sono propri di un aperitivo in allegria. Di una cena tra amici. Di tanta tanta convivialità. Ampi, goduriosi, avvolgenti, suadenti, divertenti. Non c’è nulla di opulento o sovrastrutturato. Semplici e funzionali. Riescono ad essere diretti, a parlare da soli. Arrivano senza necessità di essere spiegati. Forse perché buoni. come devono essere i vini. Buoni prima di tutto. Siccome Benedetto fa vini per venti produttori pugliesi, vedrai che i vini si assomigliano da Bari a Lecce. Noi diamo delle direttive su come deve essere il vino. Il rosè con il quale stiamo uscendo è stato creato con una idea elaborata tutti insieme sostenendo che deve essere rosa pallido, non molto alcolico (sarà 12.5), non dolce (perché i rosati pugliesi sanno i chewing-gum). Un rosato che vuol far emergere il magnetismo tra due persone quando si incontrano. È il Susumaniello che crea la scintilla tra le due persone. È una idea. La frase incisa sarà “sii istintivo” come a dire quanto sia importante l’istinto tra due persone. Con questa idea siamo andati da Benedetto. Insomma una sorta di vero e proprio briefing di marketing realizzato da chi sa cosa vuole da un vino e a chi il vino dovrà essere rivolto.  Le nostre idee sono un insieme di marketing, di ricerche di mercato e impressioni personali. Le mettiamo insieme e poi Benedetto chiude il cerchio realizzando il vino.  Mio padre era un agricoltore. Mio nonno era una agricoltore. Se vuoi un gusto uniforme devi andare a trattare il vino chimicamente in cantina. Mio padre era anche un chimico e il vino è chimica. Se vuoi un prodotto più naturale occorre seguire la terra, le stagioni, le vendemmia. Il prezzo dell’uva varia in funzione delle annate. Noi non faremo mai il vino più raffinato della Puglia ma ci teniamo a far vedere come un enologo famoso può fare vini accessibili, di facile beva e divertente.  Quello che mi è piaciuto di Benedetto avendo lavorato per tante cantine ed assaggiato tanti vini pugliesi è l’eleganza delle sue realizzazioni.  Vogliamo realizzare al massimo cinque, sei vini. Rispetto ai produttori della Puglia che hanno tanti vini, noi faremo quattro cinque vini in base agli anni e alle uve che ci troveremo. Non più di cinque. Sarà sempre una cosa contenuta perché il messaggio che diamo è questo Non vogliamo fare GDO ma solo Horeca rendendo forti questi prodotti. Il QR Code presente sull’etichetta reca non solo la scheda tecniche ma anche le note degustative e gli abbinamenti con piatti italiani e esteri. Italiano e inglese. Serve anche ai ristoratori. Aiuta. Ruota Libera, è un inno alla libertà di poter andare a briglia sciolta e di vivere la vita con leggerezza; è un omaggio a Locorotondo che dall’alto sembra una ruota; è la concretizzazione di un progetto giovane che vuole piacere ai giovani. Innovativa, frizzante, per nulla autoreferenziale. È una scommessa moderna in un mondo che sembra antico ma che, conoscendolo nel profondo, sta vivendo, dal basso, un grande rinnovamento. Una scommessa? Mi viene in mente La Ruota della Fortuna e quel gingle dell’omonimo programma “gira la ruota” oppure “cento, cento, cento, cento“. Quella di Ruota Libera non è una scommessa, non è un gioco, non è un passatempo. È una azienda, fatta di persone entusiaste, piene di vita. È una storia di lavoro e sudore ma anche di sorrisi ed allegria. Ci sono giovani che si dedicano alla vigna in maniera viscerale e sostenibile. Ce ne sono altri che raccolgono le esperienze di famiglia per rinnovare pur nel solco della tradizione. Altri ancora, come gli interpreti di Ruota Libera che investono su un territorio antico portando con se una vena di diversità. Quella diversità che arricchisce e che unisce. Basta “solo” togliersi il parruccone per capire che il futuro passa anche da questi giovani. Non mollate. Non mollate mai Il sito Internet https://www.ruotaliberawines.com   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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29 Novembre, 2024

Syn. La prima permutazione di Marco Mascellani

  Io penso che a volte sono le persone che nessuno immaginava che possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.. Durante la Seconda Guerra Mondiale, i nazisti avevano inventato un codice indecifrabile per trasmettere i propri messaggi Alan Turing, un eccellente matematico inglese, si offrì volontario per trovare un metodo utile a decifrare quei messaggi grazie ad una “macchina”, Enigma. Dopo tanti sforzi, tanti fallimenti e pochi riconoscimenti, riuscirà nell’impresa dando via, di fatto, all’epoca dei calcolatori elettronici. Il film The Imitation game trae spunto proprio da questi eventi.  Sostenere che qualcosa non sia possibile è plausibile fino a quando arriva qualcuno che le rende possibile. Pensiero laterale, sperimentazione, follia. Ci vogliono persone un pò pazze per pensare fuori dagli schemi rompendo le normali convenzioni. Solo così si può ragionare diversamente.  Alan Turing fu un genio perché, prima di tutti, capì che non era possibile capire e decifrare il codice usato dai tedeschi con la mente umana. Non era umanamente possibile. Solo una macchina poteva essere in grado di effettuare l’elevato numero di operazioni necessarie per trovare, tra le infinite permutazioni di lettere ed in un tempo congruo, la permutazione che riusciva a dare un senso compiuto al messaggio. La giusta permutazione tra le infinite possibili.  Giusta. Cosa vorrà poi mai dire giusta. Un codice può voler dire tutto o niente. Mettere in fila parole crittografate voleva dire dare un senso compiuto ad un messaggio. Con la speranza di azzeccarlo. Altrimenti sarebbe stata la morte per migliaia di soldati.  Permutando diversi vitigni invece, come si fa a parlare di permutazione giusta? Il risultato è, comunque, un vino. Più o meno buon che sia ma sempre un vino. E allora? Marco Mascellani, che avrete certamente conosciuto nell’articolo Marco Masccellani. L’enologo delle permutazioni, è una di quelle persone alla quale piace sperimentare e, soprattutto, cimentarsi in sfide. Un pò come Alan Turing. Capire cosa si possa ottenere permutando diversi vitigni coltivati in diverse regioni con diversa esposizione, diverso terreno può essere un lavoro per svolgere il quale non basterebbe una vita: il numero di permutazioni possibili rasenta l’infinito. Syn è sua prima permutazione: un Verdicchio coltivato a Castelpiano in provincia di Ancona; un Pecorino a Civitaquana vicino Pescara; un Grillo nella insolita Palmariggi (Le) a pochi km dal mare di Otranto.  Syn. Un nome disambiguo dove disambiguazione di una parola indica l’assunzione di significati diversi in contesti diversi: Mercurio è un metallo, un pianeta, una divinità; Rombo è un pesce, una figura geometrica, un rumore. Non poteva esserci nome più opportuno per un vino nato come permutazione di tre vitigni coltivati in tre regioni diverse. Quest’anno ho usato il Verdicchio della zona dei Castelli di Jesi, il Pecorino delle Colline Pescaresi e il Grillo coltivato in Puglia. Il Grillo e il Pecorino erano allineati come maturazione mentre il Verdicchio era indietro. Ho spinto più avanti Grillo e Pecorino mantenendo una bella base acida del Verdicchio. Tre vitigni, tre zone, tre maturazioni diverse. Assemblate a partire dalle masse per poi vinificare per metà in acciaio e metà in barrique di rovere a bassa tostatura. Pensare ogni anno a cosa si potrebbe fare con la vendemmia in arrivo. Coinvolgere gli amici produttori per cercare le vigne giuste e vinificare, questo si, sempre con uvaggi. Non blend di vini. Quante possibilità, combinazioni, pardon, permutazioni può offrire l’incredibile patrimonio ampelografico italiano. Miliardi di miliardi. Al diavolo i puristi. Al diavolo chi rimane ancorato al passato. Signori, questo è il progresso! In un mondo che offre così tante possibilità, lasciamo ad ognuno le proprie convinzioni. Le radici sono di chi le vuole mantenere e valorizzare. La sperimentazione per chi vuole vedere il mondo proiettato in un’altra dimensione. L’importante è il rispetto reciproco. Un pò come dovrebbe accadere nelle integrazioni dei vari popoli. Rispetto reciproco. Così il gioco è più divertente. Facendo i tre vini nelle tre regioni e poi assemblandoli sarebbe stato più facile e commerciale. Mischiando a mosto si mischiano tutti i precursori aromatici e quello che ti capita realmente non lo sai. È un po’ un all in. Vediamo quello che viene fuori e divertiamoci. Avevo definito per questo vino come farlo affinare e fermentare. Metà della massa fa acciaio e metà in due barrique con due tostature diverse. Leggere. Una con trattamento con acqua ad alta pressione per toglierle lignina. Il progetto di Marco arriva a scombinare le carte nel mondo del vino con un chiaro bagliore, un concetto nuovo: la decontestualizzazione rispetto al territorio. Il vino diventa esercizio stilistico non continuativo. Un prodotto che non c’è e non ci sarà più. Sensazioni che non tornano. Effimere? No, uniche. Tutto si crea, tutto varia in funzione dell’annata, della volontà del creatore, del tempo, dello spazio. Qualcosa di sempre diverso accomunato solo dalla mente e dalla mano del produttore: Marco. Per molti un esercizio edonistico. Per altri una innovazione. Per altri una bestemmia. Aldilà di questo, uno degli aspetti da non sottovalutare e magari criticabile di un approccio come quello proposto da Marco è una possibile impronta ambientale negativa. Pensiamo infatti al trasporto delle uve da una regione all’altra; tir che si muovono su e giù per l’Italia con conseguente emissione di CO2. È da tanto che ci riflettevo su questa cosa ma l’idea di far viaggiare le uve per tanti km mi frenava. Un bancale di uva da vinificare per lavorarlo giù. Parto già con un deficit che le aziende non hanno. Ho cercato di compensare. Ho fatto una chiacchierata con gli amici di Treedom e mi hanno detto che in realtà l’impatto del viaggio delle uve è irrisorio se lo si confronta all’impatto della singola bottiglia di vetro. In effetti nel carbon footprint oltre il 50% dell’impatto dipende dal vetro (tipologia, peso) sia per la creazione sia per lo smaltimento della bottiglia. Così Marco sceglie per il suo vino una bottiglia riciclata (bel costo) e un tappo con carbon footprint negativo. Sceglie le aziende dalle quali prendere l’uva con grande attenzione all’ambiente. Il resto lo compensa. Calcolato l’impatto ambientale del trasporto ho deciso di compensare quello che andavo ad impattare. Regalare un albero ad ogni partner di distribuzione del territorio. Esercizio stilistico o edonistico che dir si voglia, Marco le sue bottiglie vuole ovviamente venderle. Non sono tante in questa prima permutazione, 915 per la precisione. Ha deciso di affidarle a pochi e selezionati partner. Piccole enoteche. Piccoli angoli, uno per città, nei quali si può parlare di vino senza pregiudizi, senza timore di essere guardati con sospetto. Sperimentare emozioni. Collezionare esperienze. Acquisire conoscenza. Apprezzare l’irripetibilità del tutto dunque valorizzare il presente. Non il passato. Non il futuro. Il futuro è solo la prossima permutazione. In questo percorso ho coinvolto tutti gli amici. Dalla produzione alla comunicazione. È una cosa di divertimento. Ho deciso di fare il vino ma stavo facendo l’errore dal quale  metto in guardia le aziende. Prima di fare il vino preoccupatevi di come venderlo. Io stavo partendo senza pensare a come venderlo. 1000 bottiglie. E non ci pensavo. Amici che lo stanno supportando per la buona riuscita di questo progetto. Amici come Gaetano Marangeli della cantina Menhir o Paola Restelli di Wine Immersion. Con Gaetano abbiamo instaurato un’intesa profonda sui principi in comune sin da subito. Abbiamo deciso di puntare sulla Terra d’Otranto DOC per intraprendere un percorso di rigenerazione agricola sulla zona del Salento maggiormente colpita dalla devastazione della Xylella. Fastidiosa. Alcuni anni fa abbiamo deciso insieme di impiantare il Grillo nel Salento e proprio da quel vigneto proviene la quota salentina di Syn 2023. Inoltre mi ha dato di fatto le chiavi di casa ,concedendomi la possibilità di fare questo gioco presso la sua cantina Paola è l’anima del progetto. Io ho banalmente avuto l’idea di mettermi a giocare con le uve e, una volta realizzato il vino, è stata una delle prime persone che ho informato. Ci conosciamo e stimiamo da anni e la sua salita a bordo è stata una naturale conseguenza delle nostre chiacchierate. Una volta a bordo, ha preso in mano il timone e pensato praticamente a tutto ciò che c’è intorno alla bottiglia. L’ha fatto con una passione propria solo a chi ha veramente a cuore una cosa. Queste parole la dicono lunga sui rapporti che Marco è in grado di tenere. Non si comporta da semplice consulente. Non è uno di quelli con la puzza sotto il naso. Lui si fa voler bene per il suo carattere e l’entusiasmo che dimostra senza eccessi. Vorrei che questo mio progetto doni piacere a clienti fidelizzati. Qualcosa di accessibile che si attende: il cliente che aspetta la successiva bottiglia con la curiosità di sapere cosa sarà. Una discussione tra appassionati. Non qualcosa da collezione perché deve essere consumata. Trovare il vino magari faticando per averla. Vorrei che fosse sempre democratico. Syn è l’enigma da decifrare. Un vino che ha una precisa identità ancorché incollocabile in nessuna delle tre regioni utilizzate. Se sembra essere un Verdicchio o un Pecorino potrebbe non aver nulla del Grillo. Però lo scaldi un pò e ti ricredi. Ho aperto la bottiglia 871 delle 915 prodotte. Il colore è scarico tanto che quando è nel calice passa quasi inosservato.  Vorrei vedere la mia faccia appena porto il calice al naso perché sono certo che l’espressione sia quella di un punto interrogativo. Stupore ed incredulità: non riesco a decifrarlo, a connotarlo, a classificarlo. Mi spiazza e mi destabilizza. Ricordo di aver letto il libro, Io no, di Lorenzo Licalzi. C’è in questo una frase che mi è tornata in mente proprio alla prima olfazione di Syn. Si può sapere perché ti sei fatto un tatuaggio? E poi perché proprio un punto interrogativo?
Secondo te, uno che si fa tatuare un punto interrogativo ti può dare qualche risposta? Scavando nei ricordi, nel database olfattivo frutto di tanti, tantissimi assaggi, trovo riferimenti a quei vini umbri che, pur se ammorbiditi dall’utilizzo del legno, mantengono la loro freschezza. L’impressione è che quello che fu uno dei maestri di Marco abbia avuto una qualche influenza nella creazione di Syn. Influenza o ispirazione va bene ma Syn è indiscutibilmente dotato di una forte e precisa identità.  C’è della resina che emerge. Un tocco di pietra focaia. Un lievissimo balsamico, quasi impercettibile, risulta utile aiuta a rendere piacevolissimo ogni sentore. Il legno di cedro viene fuori prepotente a mostrare la sua burrosa vaniglia che arriva, incide, scalpita. Ma non morde. Ammalia come il canto di una sirena fondendosi con il fresco della mentuccia e della salvia. La pera e la pesca bianca si contornano di tanti fiori bianchi e camomilla in un intrigante bilanciamento. La nota di mandorla fresca e mallo di noce rendono il tutto morbido e fresco.  In bocca continua la sua opera ammaliatrice. L’agrume è intenso ma vellutato grazie al legno nel quale metà della massa è fermentata e affinata per 9 mesi, che ha fatto il suo dovere generando un equilibrio decisamente preciso. Con grazia, senza strafare. Intenso, secco, caldo, sapido. Syn rimane comunque indecifrabile. Anche nel suo percorso degustativo: parte verticale e sembra che rimanga tale fino a quando si amplia all’istante come una goccia di acqua che tocca il suolo cadendo dall’alto. Splash! Non appena credevi di averlo capito, lui ti dice che non è così e ti porta da un’altra parte. Come in un viaggio da una regione all’altra. Il legno contribuisce a creare ulteriore scompiglio, a portarti dallo stretto all’ampio, dall’alto al basso. Sensazioni che si rincorrono in un gioco di inganni ed intrighi. L’agrume, il miele, la vaniglia, il legno. Splash! La persistenza non è particolarmente lunga. La bocca rimane in un meraviglioso stato, pronta, anzi vogliosa, ad accogliere un successivo sorso.  Non lo si capisce e si continua a non capirlo.  È proprio come un codice da decriptare: quando pensi di aver capito il codice e trovato la giusta chiave interpretativa, arriva con un altro sorso una sensazione completamente diversa così che ti dai del deficiente perché hai completamente sbagliato. Questo è il vero intrigo.  Se questo è Syn, la prima permutazione, l’obiettivo di aver voluto creare qualcosa di unico, è stato perfettamente centrato. Capire l’esercizio stilistico ed edonistico di Marco vuol dire comprendere se questo possa essere o meno un fenomeno da studiare con attenzione, un trend diverso o solo qualcosa di modaiolo, di effimero. Di certo siamo difronte ad un modo particolare di interpretare il mondo del vino, le sue possibili permutazioni, le sue vere potenzialità. Ecco spiegato finalmente perché Marco non può che essere definito l’enologo delle combinazioni. Pardon, delle permutazioni. Adesso non possiamo che attendere la prossima. Io non vedo l’ora     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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