Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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Federico Mencaroni. Il vino è un atto di libertà Arrow Right Top Bg

1 Luglio, 2026

Federico Mencaroni. Il vino è un atto di libertà

  Esistono parole che rischiano di perdere significato perché vengono usate troppo spesso. Libertà non è una di queste quando viene vissuta ogni giorno attraverso le proprie scelte. Nel racconto di Federico Mencaroni, il vino diventa il linguaggio con cui affermare un’idea precisa del mondo, del territorio e del proprio modo di stare dentro le cose.   Perché?
Perché diavolo uno sceglie di fare il mestiere del vignaiolo che poi si tratta sempre un contadino? Me lo chiedo spesso, guidando verso qualche cantina lungo una statale che taglia i campi, con la radio accesa su una stazione che trasmette roba che non conosco più. Me lo chiedo nei tratti di autostrada, nei raccordi anonimi, nei parcheggi di qualche zona industriale dove il vino si fa tra capannoni e recinzioni. Me lo chiedo anche quando, per contrasto, arrivo in un posto bello e capisco che qualcuno ha scelto di restare. Perché? Perché uno sceglie questo mestiere? Perché lo sceglie davvero, con tutta la consapevolezza di chi sa cosa si porta dietro. La terra, la famiglia, la provincia, il rischio economico, la solitudine creativa, il confronto perpetuo con qualcosa che non controlli mai del tutto, cioè la natura. Perché?  Ciliegie e grandine. Sole e muffa. Il vino che viene, il vino che non viene. Il mercato che premia l’ordinario e ignora chi si ostina a fare le cose a modo suo. Federico Mencaroni sta a Corinaldo, nelle Marche. Un posto che, a chi non è marchigiano, probabilmente non dice nulla. Eppure è incastonato tra Senigallia e la dorsale appenninica, con il mare che si intuisce dalla finestra e i colli che scendono dolci verso la costa. È lì che esiste la sua azienda. Undici ettari oggi, cinque ereditati da un nonno che vinificava in botti di legno e mandava il vino a Milano e Torino in damigiana, come si faceva in quegli anni in cui partivano treni carichi di vino sfuso verso le città del nord che avevano sete e non avevano vigna. Ma Federico a Corinaldo non ci è rimasto. Prima è fuggito, come si deve e come si fa quando si è giovani e la provincia stringe. Poi è tornato. E questo ritorno, come tutti i ritorni veri, vale più della partenza. Chi è Federico Studiavo biologia a La Sapienza. Poi un amico al Politecnico di Milano doveva cambiare casa. Ho detto, vengo io. Così, per caso ho fatto l’esame di ammissione a enologia alla facoltà di Agraria. C’erano venti posti. Sono entrato. Da lì non ho più smesso di studiare. Biologia. Ingegneria Aerospaziale rifiutata a favore di un esame fatto quasi per gioco. Mi sembra ci sia qualcosa di tipicamente italiano e tipicamente umano in questo percorso obliquo, in questa traiettoria che sembra casuale ma che forse casuale non è mai. Federico era cresciuto tra le botti di suo nonno.  Ci correvo sopra da bambino. Erano tutte attaccate e ci potevi camminare sopra. Era come un labirinto. Il vino era già dentro di lui, come una lingua madre che aveva dimenticato di parlare e che un giorno, per caso, è tornata in bocca. Quante storie ho sentito simili a questa e quante invece sono diverse. Penso al figlio che eredita e non ha altra scelta. Penso al figlio che eredita e non lo vuole e lo fa lo stesso perché nessuno gli ha detto che poteva dire di no. E poi penso a Federico, che ha detto di sì dopo aver detto forse, dopo aver visto le botti di Bordeaux, dopo aver dormito qualche notte da Selosse. Quando non era ancora così famoso E dopo aver capito che quella cosa lì, la fermentazione, il tempo, la pazienza, il controllo e il suo contrario, ha capito che era la cosa che voleva fare. Il periodo milanese di Federico è un capitolo a sé. Anni in cui gira le cantine d’Italia come consulente, ricercatore sul campo, enologo itinerante: Caprai in Umbria, Mottura in Puglia, la Basilicata, la Franciacorta, il Friuli. Ogni estate parte, ogni dicembre torna. Una vita da serial killer come lui stesso la definisce ridendo Tornavo a missione compiuta E poi Bordeaux. Quarantacinque château visitati in una sola trasferta. Margaux, Lafite, Cheval Blanc, Pétrus.  Ti senti ancora più piccolo Lo capisco. In certi posti c’è quella grandezza che non schiaccia ma interroga, che non toglie respiro ma lo modifica. Quegli châteaux sono la dimostrazione che l’ossessione, quella giusta, quella costruita su generazioni, quella che non ha fretta, produce qualcosa che resiste al tempo. Federico lo guarda, lo registra e lo porta a casa dentro di sé. Nel frattempo, a Corinaldo, suo zio continua. Suo padre aiuta. Le vigne ci sono. L’azienda esiste, piccola, silenziosa, produttiva a modo suo. Federico inizia a rubacchiare spazio. Qualche etichetta di Verdicchio, qualche Rosso, bottiglie serigrafate altrove per evitare qualsiasi punto di frizione con chi già c’era.  Arrivavano in azienda già pronte con il fronte-retro. Bastava riempirle. Un gesto di rispetto e di strategia insieme. Ma soprattutto è il gesto di chi sa già dove vuole arrivare. Il ritorno vero avviene nel 2009, 2010. Federico lascia Milano. Sua moglie Sonia lascia Venezia. Lei, laureata in lingue orientali, giapponese, tra l’altro, ha quella competenza, che in qualsiasi altra vita sarebbe rimasta un’eleganza accademica e che invece, in questa, diventa una porta sul mercato asiatico. Federico diventa uno dei primi esportatori di metodo classico di Verdicchio in Giappone. Ho incontrato storie simili. Una cantina marchigiana, Biancopecora, fondata da milanesi che hanno mollato tutto e sono scesi a fare vino nelle Marche. Il verso contrario della stessa traiettoria. Migrazioni interne, spostamenti silenziosi, bisogno sempre più urgente di trovare un posto dove vivere abbia ancora una scala umana. Per me che vivo nel delirio di Roma, una vita tranquilla magari gioverebbe. Roma è una città che ti vendi come un sogno e poi non ti lascia viverla. Ce l’hai tutta, ma non la sfrutti. Stai dentro una cartolina che non riesci a leggere. A Corinaldo, invece, si vede il mare da casa. Federico è maniacale nelle sue cose. Nei metodi, nella precisione, nelle parole. Tutto per ricercare non la perfezione ma il meglio. O forse per non sbagliare.  Io non ho mai detto che i miei prodotti sono buoni. Quando stappi un mio vino, è un’esperienza. Positiva o negativa, ma un’esperienza. Una frase che vale più di qualsiasi scheda tecnica. È la frase di qualcuno che non ha paura del giudizio perché conosce così bene ciò che ha realizzato tanto da essere lui stesso il primo critico. Lui ha un giudizio che può decodificare in tempo reale, come un musicista che sente una nota sbagliata in una sala buia. Se la critica rientra nei parametri di quello che sa di aver prodotto, la valuta. Se non ci rientra, sa già che viene da altrove. Magari dal gusto personale di chi beve, dal pregiudizio, dalla fretta, da qualcosa che non ha a che fare con la bottiglia. Come se uno salisse su una Mercedes e dicesse che è scomoda Rido, perché è un paragone esatto. Ogni prodotto serio, ogni prodotto fatto con visione, ha una grammatica interna che o conosci o non conosci. E se non la conosci, la colpa non è della Mercedes. Ad una Mercedes-Benz puoi dire tutto ma non che non sia comoda. Le grandi maison di Champagne costruiscono i loro assemblage, le cuvée in un modo che sembra un atto di coerenza stilistica attraverso le annate così da rappresentare una sorta di contratto implicito con chi beve. Federico non fa Champagne, ma ragiona allo stesso modo Non ho mai fatto vini di moda. Non so neanche cosa stiano facendo gli altri. L’ho scelto. Per non essere contaminato. Il Brut Nature. Devo parlarne. Quarante mesi sui lieviti, Verdicchio, metodo classico. Quando Federico lo lancia, nelle Marche non c’è ancora la dicitura nel disciplinare. I legislatori gli dicono che non si può scrivere Brut Nature sull’etichetta.  Fate come volete. Se volete metterci Spumante, nessun problema. Lo vendo comunque. Oggi quella dicitura c’è. Oggi tutti la fanno, quella tipologia. Federico lo dice con una risata che è metà soddisfazione e metà rassegnazione. È diventato simpatico a pochi e scomodo a molti.  Quando chiedi aiuto diventi simpatico. Io non l’ho chiesto. È il prezzo dell’indipendenza. Lo pagano tutti quelli che arrivano prima. Lo pagò Selosse quando faceva Champagne in modo che sembrava sbagliato. Lo pagano i pittori che cambiano modo di dipingere quando il mercato vuole altro. Lo paga chiunque abbia la chiarezza. E il coraggio di sapere cosa vuole prima che gli altri capiscano che era quello che volevano. Poi lo copiamo. E l’originale diventa fastidioso per quello che ha dimostrato. Il vino che sta sui lieviti per dieci anni è un’altra storia dentro questa storia. Sua moglie Sonia, che nel racconto di Federico è una presenza concreta, determinante, ironica, ad un certo punto gli ha detto O esce il vino o ti lascio. Ride raccontandolo. Poi aggiunge, serio E avendo deciso di intraprendere anche il discorso della famiglia… Una piccola confessione domestica incastonata in mezzo ad un discorso tecnico sui mesi di affinamento. Il vino e la vita che si intrecciano senza romanzarsi, senza bisogno di enfasi. Sonia è quella che gestisce il mercato estero, che conosce le lingue, che va alle fiere mentre lui sta in cantina a sperimentare. È la metà del progetto e non solo della famiglia. A volte chi ti sta accanto capisce prima di te cosa stai facendo. X Pas Dosé 2015. Verdicchio. Ho assaggiato la bottiglia n. 375 di 500 Undici anni. Undici anni sotto il tappo, nel silenzio di una cantina marchigiana, mentre il mondo del vino cambiava vocabolario, inseguiva mode, scopriva e dismetteva tendenze. Questo vino non ha sentito nulla di tutto questo. È rimasto lì, a diventare quello che doveva diventare. Il colore è paglierino carico con riflessi dorati, il perlage fine e persistente, capace, cosa rara, di pulire il palato completamente ad ogni sorso come se si riazzerasse. Al naso è una sequenza che si costruisce con il tempo nel bicchiere: prima la crosta di pane fragrante con crema di limone, poi, lentamente, quasi con ritrosia, la tartelletta che non diventa mai burrosa, il gesso, i fiori bianchi, il pepe bianco che penetra in profondità. Poi la mela cotogna, la pera, la scorza di limone che torna e chiude il cerchio. In bocca ancora a più sorprendente: nonostante gli undici anni è freschissimo, quasi acerbo. Sapido, diretto, pieno con una cicciosità che non ti aspetti da un vino che ha passato così tanto tempo a sgrassarsi. Il finale è lievemente amaricante, preciso, pulito. È verticale e avvolgente insieme, duro e cremosissimo nello stesso sorso. Una contraddizione che si risolve solo bevendo. E poi si ricrea. E si ribeve. C’è una parola che mi viene per questo vino e la uso con cautela perché la si consuma in fretta: sublimazione. Il Verdicchio che sale, che lascia dietro tutto il superfluo, e arriva da qualche parte dove non arriva spesso. Federico lo sa. Per questo ci ha messo dieci anni. E per questo sua moglie Sonia gli ha detto che bastava. Aveva ragione lei. Come quasi sempre.​​​​​​​​​​​​​​​​ Metodo Classico Extra Brut, sboccatura 2021. Verdicchio, Chardonnay, Pinot Bianco Colgo una precisione quasi infastidita in questo vino, come di qualcuno che non ha fretta di piacere. Il colore è paglierino con riflessi verdolini, il perlage fine e disciplinato. Al naso arriva subito una mineralità secca, gessosa, che ricorda certi vini della Loira più che le Marche. Poi viene fuori la crosta di pane, la scorza di limone, un tocco erbaceo che tiene tutto in tensione. In bocca è verticale, teso, con un’acidità che non concede nulla ma non stanca mai. Il finale è lungo, amaricante nella misura giusta, come il retrogusto di un caffè ben estratto. Non è uno spumante che ti abbraccia. È uno spumante che ti interroga. E le domande che pone sono quelle giuste. Le risposte? Dipendono da ognuno di noi. Le mie sono in realtà dei grandi complimenti a Federico. Metodo Classico Rosé, sboccatura 2025. Verdicchio e Montepulciano Rosa antico, quasi cipria, con bollicine che salgono silenziose come se non volessero disturbare. Al naso è una sorpresa gentile: fragola di bosco, lampone appena schiacciato e poi, inatteso, un soffio di agrume rosso, quasi bergamotto, che riporta il tutto verso la tensione e lontano dalla dolcezza. In bocca è fresco, nervoso, con una sapidità che percorre il sorso da cima a fondo senza mai cedere. La struttura è leggera ma non fragile: è la leggerezza di chi sa esattamente quanto peso portare. Un vino da bere con qualcuno che non conosci ancora bene, in un pomeriggio che non ha ancora deciso cosa vuole diventare. Isola Verdicchio dei Castelli di Jesi 2023 Il nome è giusto. Sembra un vino isolato, nel senso nobile del termine. Qualcosa che non cerca di integrarsi, di assomigliare, di compiacere. Giallo paglierino luminoso, naso che apre su fiori bianchi e frutta a polpa gialla matura, poi si schiarisce verso la scorza di cedro e una nota iodata che arriva dall’ultimo momento, come una brezza che non avevi previsto. In bocca è pieno ma non pesante, con una sapidità marchigiana schietta e un finale che torna sempre lì, sull’agrume, sul sale, sulla pietra. Il Verdicchio nella sua forma più riconoscibile ma raccontato da qualcuno che lo conosce abbastanza da non aver bisogno di spiegarlo. Opere Verdicchio dei Castelli di Jesi 2024 Se Isola è il Verdicchio che guarda al largo, Opere è quello che guarda dentro. Stessa uva, annata diversa, intenzione diversa. Al naso è più elaborato, più stratificato: mela golden, fiori di acacia, poi una speziatura sottile come anice, finocchietto selvatico. Salgono lenti come un pensiero che non si vuole mettere a fuoco subito. In bocca ha più corpo, più rotondità, con un equilibrio tra frutto e acidità che sembra cercato e trovato senza forzature. Il finale è caldo, persistente, con un ritorno minerale che lo salva dalla compiacenza. Un vino che si fa capire, ma non tutto in una volta. Ci torna su. Urbano 2022. Montepulciano, Merlot, Cabernet Sauvignon Rosso profondo, quasi opaco, con un naso che non ti dà scampo: mora selvatica, prugna, spezie scure e sotto tutto un fondo di terra bagnata che sa di posto preciso, di stagione precisa, di scelta precisa. In bocca arriva con la stessa determinazione, tannini presenti ma non asciuganti, acidità che sorregge una struttura generosa senza farla pesare. Questo blend bordolese in salsa marchigiana in mano a Federico non diventa mai il vino facile che potrebbe essere. Rimane selvatico, un po’ burbero, con quel carattere che nei vini come nelle persone distingue chi ha qualcosa da dire da chi si limita a rispondere. Lunga persistenza, finale con ritorni di spezia e frutti. Un rosso che non chiede permesso. Forse perché non ne ha proprio bisogno. Federico parla di biologia come parla di vino. Con la stessa intensità. Sta studiando da due anni i biomeri, polimeri di cellulosa prodotti da batteri acetici che crescono nel vino, molecole biodegradabili, biocompatibili, potenzialmente utilizzabili in altri settori. Una start-up appoggiata a un politecnico.  È tornato alla biologia, come aveva detto all’inizio. Il cerchio si chiude, o meglio, non si chiude: si allarga. Perché Federico non è il tipo che chiude i cerchi. È il tipo che aggiunge spirali. I miei figli, Marcello e Maria Sole, faranno quello che vorranno. Nessuna pressione. Nessun destino scritto tra le vigne.  Io fuori dal lavoro sono normalissimo. Easy, tranquillo. Ci credo, perché la maniacalità applicata al lavoro non è una condizione esistenziale. È una scelta di campo. Si può essere ossessivi in cantina e sereni a tavola. Si può volere il massimo da ogni grappolo e non volerlo dai propri figli. Questa è maturità. O saggezza. O forse semplicemente esperienza. Quella di chi ha visto abbastanza per capire dove vale la pena mettere l’energia e dove no. Chissà se Federico vorrà fare questo mestiere tutta la vita o si vorrà dedicare ad altro. Magari alla biologia. Non è detto Dice. Poi ride.  Lascerò tutto a mia moglie. Non è cinismo. È la libertà di chi ha costruito qualcosa di vero, con le proprie mani, e sa che quello che ha fatto regge in piedi da solo. Che i vini ci sono, che l’azienda funziona, che Sonia sa vendere meglio di lui, che i bambini crescono bene tra il mare e le colline. E che lui, nel frattempo, vuole ancora sperimentare. Vuole il Vermentino, il Viognier, il Verdejo, tre varietà che iniziano con la V e che nella sua testa già formano un blend che nessuno ha ancora immaginato. Vuole uscire con un metodo classico rifermentato in bottiglia con tappo a fungo, come si faceva prima che il tappo a corona semplificasse tutto. Vuole capire cosa succede quando lasci entrare l’ossigeno invece di temerlo. Se non trovo uno spiraglio che mi dà felicità, ho sbagliato lavoro Federico non ha sbagliato lavoro. Ha solo scelto, per caso e poi con tutta la forza di una decisione consapevole, di fare esattamente quello che voleva. In un posto dove si vede il mare, con una moglie che parla giapponese e lo costringe a stappare le bottiglie prima che diventino leggenda.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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La Vigna di Domani. Nicolò Fenzi e La Romiglia: una storia di coincidenze necessarie Arrow Right Top Bg

26 Giugno, 2026

La Vigna di Domani. Nicolò Fenzi e La Romiglia: una storia di coincidenze necessarie

  Non so se il destino esista davvero. Se la nostra vita sia già scritta così che non siamo noi a prendere delle decisioni. Magari la vita ci mette dinanzi a delle scelte e il nostro libero arbitrio ci fa decidere. Se però il destino esiste davvero, c’è un momento, nella vita di certi uomini, in cui il destino stesso smette di essere un concetto astratto e diventa un nome di persona. Per Nicolò Fenzi quel nome è Martina. Tutto il resto, La Romiglia, i diciassette ettari tra la Val d’Illasi e San Michele Extra, le venticinquemila bottiglie, il Merlot ancora in vasca che sogna di diventare il vino della sua vita, viene dopo.  Il modo in cui le cose più importanti capitano e solo a posteriori sembrano inevitabili sono la nostra vita. Ma andiamo con ordine. Perché la storia di Nicolò è una di quelle che non si raccontano in due righe, e sarebbe un torto provarci. Ho imparato, nel tempo, a diffidare delle presentazioni troppo ordinate. Quelle in cui il vignaiolo ti racconta di nonni con le mani nella terra, di una vocazione tramandata di padre in figlio come un’argenteria di famiglia. Non che siano false. Spesso sono storie bellissime e piene di sentimento. Nell’ultimo anno ho incontrato una generazione di produttori la cui traiettoria somiglia molto di più ad un percorso accidentato che a una linea retta. Gente che è arrivata al vino per vie traverse, per caso, per amore, per disperazione. Nicolò Fenzi è uno di loro. Così, quando ha iniziato a raccontarmi la sua storia, mi sono ritrovato ad ascoltarlo con quella qualità di attenzione che si riserva alle cose che non ti aspetti. Quando parla di sé, Nicolò usa la parola schizzato con un’affettuosa autoironia che tradisce tutto il contrario. Gli occhi si muovono veloci, il pensiero ancora di più. Ha quella qualità rara nei giovani imprenditori del vino, rara in generale, di non prendersi troppo sul serio pur essendo serissimo in ciò che fa. Prima di entrare nella vigna di famiglia ha scritto software per le banche, raccolto banane nel Queensland, imparato l’inglese guardando il Gladiatore in loop, gestito uno shop e un ristorante fine dining a Melbourne, fatto il venditore di elettrodomestici. Non è una biografia. Semmai è un romanzo picaresco con un finale inaspettato. E il finale, come si diceva, si chiama Martina. Nasce tutto quando sono andato in Australia. Avevo ventuno, ventidue anni. Prima non c’entravo niente col mondo del vino. Programmavo software per le banche. Facevo il tecnico ambientale alle superiori, poi mi sono ritrovato lì. Buono stipendio, macchina aziendale, tutto pagato. E mi ero stufato. Come diavolo si fa a stufarsi a vent’anni di un lavoro che molti si sognano non lo so davvero. Ma se sei irrequieto, se senti che c’è qualcosa che ti da fastidio, allora la noia arriva. È che era monotono. Ripetitivo. Io sono uno che si stanca facilmente. È il motivo per cui ho mollato le banche ed è anche il motivo per cui il vino mi ha preso: continui a imparare, i vini sono sempre diversi, le persone sono sempre diverse. Non ti fermi mai. Licenziato a settembre, a novembre era già su un aereo per Sydney con un borsone che conteneva sei canottiere, due pantaloncini da calcio e un numero imprecisato di mutande. L’idea era starci quattro, cinque mesi. Ci è rimasto cinque anni. L’Australia è quella grande parentesi dorata che i ventenni italiani inseguono da decenni. La possibilità di reinventarsi in un posto che non ti conosce, che non ti giudica, che ti offre uno stile di vita costruito attorno all’idea che lavorare bene non significhi lavorare tanto. Nicolò ci è entrato da cameriere e si è ritrovato in una fattoria di banane nel Queensland. Eravamo 120 persone in un ostello provenienti da tutto il mondo. Mi ha insegnato più di ogni altra cosa, anche di umiltà Da lì ha trovato la strada verso il vino quasi per caso, nel senso in cui le cose più importanti capitano quasi per caso. Ho capito che in Australia gli italiani del vino erano ben visti. Siccome non parlavo inglese e dovevo impararlo, ho cominciato a studiare da sommelier. In inglese. Non sapevo ancora dire buongiorno e già studiavo enologia in lingua straniera. Se fosse stata una strategia, allora mi trovo dinanzi un genio. Se una follia, un incredibile e simpaticissimo folle. Entrambe le cose. Ma soprattutto mi piaceva. Era quello il punto. Poi ho imparato l’inglese guardando il Gladiatore. L’avrò visto un milione di volte tanto che Russell Crowe me lo sogno di notte. Divertente, allegro, scanzonato. Sempre con il sorriso. Sembra un guascone ma è un ragazzo dal cuore d’oro.  Doveva estraniarsi dagli italiani per forza. Per imparare bene l’inglese. È cosi che frequentando gli australiani e gli stranieri in generale entra in Attica, al tempo uno dei migliori ristoranti del continente australiano. Conosce persone e arriva a fare il general manager in un altro ristorante. Poi è arrivato il bando. Un errore del suo immigration agent, il permesso di soggiorno applicato dieci giorni in ritardo e Nicolò si ritrova irregolare sul territorio australiano senza saperlo. Lo scopre nel peggiore dei modi possibili: all’aeroporto, di ritorno da un viaggio in Italia per il diciottesimo compleanno di suo fratello, a cui aveva promesso di portarlo a Londra. Tre anni di bando dal Paese in cui stava costruendo la sua vita. Tre anni di divieto di rientro in Australia. In Australia mica sono come in Italia dove gli immigrati irregolari girano con tanto di foglio di via in mano indisturbati! Là dovevo sposarmi. Una chef brasiliana. Stavamo insieme da quattro anni. Il viaggio di nozze era già organizzato. I biglietti erano già comprati. Ho fatto il viaggio di nozze da solo, Brasile, Perù, Argentina. Con tutti i biglietti che avevo già in mano. Cretino che non sono altro. Lo dice ridendo anche se c’è qualcosa sotto quella risata che non è del tutto allegra. C’è il residuo di un naufragio vero e i naufragi, nella tradizione letteraria e nella vita reale, producono spesso le trasformazioni più profonde. A patto di sopravvivere alla corrente. Nicolò è sopravvissuto. Prima con una stagione a Cervinia Ero una mina vagante, molto bravo nel lavoro ma instabile, i proprietari mi hanno tenuto in piedi Poi con il girovagare sudamericano, poi con cinque anni da venditore di elettrodomestici, in cui il vino non voleva più sentirlo nominare.  Avevo troppi ricordi legati a lei. Ho cambiato completamente, non volevo più saperne. È qui, in questo deserto volontario, che entra Martina. Ero a un matrimonio. Avevo bevuto quei due calici in più. La migliore amica di Martina era diventata fidanzata di un mio caro amico e mi ha detto: non ho un’amica da presentarti, ma se è bionda con gli occhi azzurri dimmi che te la trovo. Ho detto: sono stufo di qualsiasi donna dunque solo se è bionda con gli occhi azzurri. E lei mi fa: ce l’ho. Nicolò fa una pausa. Sembra ancora non capacitarsene del tutto. Quando ci siamo presentati, mi stava sulle palle. Non le ho parlato per tutto il resto del matrimonio. Poi, non so come, alla fine della serata era rimasta impressa in tutto e per tutto. E da lì non ci siamo più lasciati. È una storia d’amore raccontata alla rovescia, come spesso sono le storie d’amore vere. Quelle in cui l’inizio è antipatico e la fine è ancora aperta. Martina è entrata nella vita di Nicolò come entra certa luce nelle cantine: di traverso, inaspettata, e alla fine indispensabile. Mi ha messo in riga Nicolò non lo dice come si dice di qualcuno che ti ha addomesticato. Lo dice come si dice di qualcuno che ti ha restituito a te stesso.  Ero sempre incazzoso. Non avevo voglia di fare niente. Lei mi ha spronato: molla il lavoro, vieni in azienda, questa è la tua cosa. Mi ha sempre appoggiato. È stata una parte importantissima. La famiglia di Martina, il padre Paolo, il fratello Michele, coltivava vigneti da generazioni nella Val d’Illasi, quella valle lunga e appartata a est di Verona dove le colline si alternano a oliveti e ciliegi, dove il torrente Illasi scorre tra i borghi, e dove i vini possono portare il nome di Valpolicella pur vivendo in una dimensione tutta propria, lontana dal clamore della zona classica. Per generazioni le uve erano finite alla cantina sociale. Un classico. Nel 2020 Michele aveva cominciato, in conto lavorazione, a produrre qualche bottiglia in proprio. Nicolò arriva con la sua formazione da sommelier australiano, la sua esperienza commerciale, e la franchezza di chi non ha niente da dimostrare e tutto da costruire. Il suocero Paolo gli da piena autonomia. Firma in banca inclusa. Una attestazione di stima pazzesca. Come se avesse visto in lui qualcosa di speciale. Non solo il compagno della figlia. Non so se ce la farei a fare lo stesso con il fidanzato di Beatrice Nicolò, si riferisce a sua figlia di sedici mesi Perché mi ha dato tutto. Ma poi ci penso e mi dico: dipende da cosa vedi nell’altro. Lui ha visto qualcosa in me. Martina avrà fatto il suo lavoro, probabilmente. E poi bisogna avere il coraggio di fidarsi. È forse la cosa più onesta che mi dice in tutta la giornata. Perché il coraggio di fidarsi, di un estraneo, di un vino ancora in vasca, di un mercato capriccioso, è la competenza più rara in questo settore. E anche la più necessaria. Il primo anno ho fatto un po’ di tutto. Poi ho detto a Michele: per vendere devo dedicarmi alla vendita al cento per cento. Nel campo puoi prendere qualsiasi altra persona, perché non sono tagliato. Sono lento, non sono manuale. Alla fattoria di banane avevo una maglietta gialla con scritto ‘I like bananas’. Ecco, quello ero io nei campi. Oggi i ruoli sono chiari come i filari in una giornata senza nuvole: Paolo nei campi, Michele in cantina, Nicolò sul mercato. E le donne, Martina e sua madre Giovanna, che assaggiano, giudicano, orientano. Novanta volte su cento vedono più lungo loro. Tutto passa per loro. Hanno un palato ben sviluppato, e quando siamo indecisi su dove andare, ne discutiamo con loro. Poi decidiamo. Non c’è ombra di ironia in questa ammissione. C’è invece qualcosa di molto contemporaneo e molto sano: un uomo che sa dove stanno i talenti, i suoi e quelli degli altri e li mette al posto giusto senza fare scenate di ego.   I vini Atena. Spumante Pinot Grigio Atena è la dea della sapienza, della strategia, dell’ingegno. È con quella stessa intelligenza sottile che questo spumante si rivela nel calice, rifiutando le regole del gioco per costruirne di nuove. Il perlage è vigoroso, insistente, ma non invasivo. Le bolle sono fini, disciplinate, come chi, avendo qualcosa da dire, lo dice con misura. Al naso arriva qualcosa di Il melograno, la mela, la pera e la prugna. Solo dopo, quell’arancia amara che ritorna con la tenacia di un’idea fissa. Frutti rossi di bosco, more, lamponi e un’abbondanza di ribes che non ti aspetti da un Pinot Grigio. Tanto meno in forma di spumante. In bocca è secco, fresco e con un finale amarognolo che strega. Salato, rotondo, con una pienezza che riempie per poi lasciarti sospeso in una di quelle domande che sanno di senso della vita: ti piace o non ti piace? Non riesci a deciderlo così che questo è il suo sortilegio più riuscito. Un Martinotti che rifiuta di essere banale. Non è il classico metodo Charmat che scivola via senza lasciare traccia. Questo resta. Floreale, fruttato, intenso, lascia qualcosa al naso e in bocca che ti fa dire, però però però. Non qualcosa di normale. Qualcosa di diverso. Qualcosa che ti ispira, nel bene. Rionda. Garganega La Garganega ha mille volti. Quello di Rionda, che arriva dalla collina di Canova, tra Illasi e Tregnago, a oltre trecento metri, su un suolo ghiaioso e calcareo che racconta millenni di geologia veronese, è un volto di rara purezza. Il colore è paglierino luminoso, con riflessi dorati che evocano la calda luce di ottobre, il momento esatto in cui le uve vengono raccolte. Al naso si apre con discrezione aristocratica: fiori bianchi di campo, mandorla fresca, pesca bianca, una nota agrumata tenue che ricorda il cedro. C’è mineralità, quella mineralità calcarea del terreno che non si inventa, che si sente come il profumo della pietra bagnata dopo la pioggia. In bocca è preciso, agile, con un’acidità netta e pulita che sorprende per eleganza. La pressatura soffice ha rispettato ogni cosa. Niente viene stravolto, niente forzato. La fermentazione in acciaio, a bassa temperatura, ha preservato quella freschezza varietale, quella croccantezza del frutto, quella sapidità finale che si allunga e ti accompagna. Mille trecentocinquanta bottiglie l’anno: quasi un segreto. Una Garganega che non cerca il palcoscenico ma, una volta che la incontri, non dimentichi. Valpolicella Superiore 2023 Nel calice, il colore granata ha qualcosa di disarmante. È limpido, trasparente, con una finezza cromatica quasi insolita per la Valpolicella, un territorio dove i vini tendono alla corposità, alla densità, al peso. Questo, invece, è leggero di struttura ma pesante di carattere. I sentori sono balsamici, meravigliosi: frutta tra il maturo e il croccante, fragole che emergono con allegria, frutti di bosco, ribes, lamponi. Freschi, caldi, sviluppanti. Si avverte l’erbaceo, ma non come difetto, come una nota di campo che dà freschezza, che ricorda il mese di ottobre sui colli, l’aria tra i filari. Le note speziate e legnose sono infinitesime, sullo sfondo, quasi un sussurro. Poi, inaspettata, arriva quell’arancia, una sorta di Fanta che dona un senso giocoso e solare che ti prende di sorpresa e ti fa sorridere. In bocca mantiene quella stessa giovialità. I tannini ci sono, ma appena accennati. Una presenza gentile, non una dichiarazione. La sapidità, invece, si espande magnificamente, allargando il vino, moltiplicandolo. Fresco. Vivace. Lontano anni luce dai vini pomposi della Valpolicella, quelli che si tagliano con il coltello. Questo è un vino che si beve, si condivide, si racconta agli amici senza pretese. Bello perché vivo. Bello perché vinoso e vivace e colorato. Bello perché non ti chiede niente. Ti dà tutto. È un momento complicato per il vino italiano, inutile negarlo. Il mercato rallenta, i consumi interni si contraggono, e troppi produttori cedono alla tentazione di abbassare i prezzi pur di liberare le cantine. Nicolò ne parla con la lucidità di chi conosce i meccanismi della vendita prima ancora di quelli della vigna, e con quella franchezza un po’ scomoda che si trova nelle persone che non hanno paura di dire le cose come stanno. Una volta che hai abbassato il prezzo, hai drogato il mercato e il cliente. Se oggi un vino lo vendi a dieci invece che a venti, l’anno dopo diventa complicatissimo tornare a venti. So di colleghi che pur di vendere fanno accordi sconvenienti, si liberano le cantine a qualunque condizione. E parliamo di vini di ottima qualità. Questo mi fa piangere il cuore. I diciassette ettari ci permettono di conferire quello che non vinifichiamo e questo ci dà respiro. Non abbiamo fretta. Non dobbiamo svendere. Possiamo aspettare il momento giusto per ogni vino, ogni annata. Non tutti possono farlo, e lo capisco. Ma chi può, dovrebbe. La gamma di La Romiglia è ancora giovane, volutamente contenuta. Ci sono i vini che piacciono alle donne di casa. A partire dal Pinot Grigio, il più venduto. Poi quelli che piacciono a Nicolò: i rifermentati, l’ancestrale, il Valpolicella prodotto su quel colle in mezzo al bosco che lui descrive come “un posto pazzesco.” I rifermentati mi ricordano i miei nonni, perché facevano i vini così. Con altri metodi, certo. Ma quella cosa lì, quella naturalezza nel vino, me la porto dentro. È una frase piccola che contiene un’intera storia sentimentale col vino. E mi colpisce, perché Nicolò non ha avuto un’educazione enologica classica, non ha cresciuto le papille tra le botti di papà. Eppure parla del vino con una memoria affettiva che di solito appartiene solo a chi è cresciuto tra i filari. Il Pinot Grigio non lo bevo mai. Non perché non sia buono. Ma è più standard. È quello che piace alle fanciulle di casa, ed è il nostro più venduto. E quindi lo facciamo, e lo facciamo bene. Poi c’è il vino del futuro: un Merlot in purezza, senza denominazione, senza annata per ora. Il 2022 e il 2023 in vasca, uno in cemento, uno in legno, il 2025 che andrà in anfora. Sono un grande amante dei tagli bordolesi. E il Merlot è l’unico che ci permette, adesso che non siamo ancora conosciuti, di poter giocare davvero. Fare microvinificazioni, andare a brindare, starci dietro parecchio. Usciremo l’anno prossimo, quello dopo. Senza fretta. Colgo la consapevolezza precisa del punto in cui ci si trova, senza falsa modestia e senza falsa urgenza. Senza la sindrome da protagonismo precoce che affligge tanta parte del vino italiano emergente. Sulla filosofia produttiva, La Romiglia occupa con onestà quello spazio difficile che molte cantine faticano a abitare con coerenza: biologici in vigna, interventisti minimi in cantina, né rigorosamente naturali né convenzionali. Dipende da quello che facciamo. La Garganega va con lieviti indigeni. Il Falco anche. I rifermentati anche. Il Pinot Grigio no. Lieviti selezionati, neutri. E lo diciamo sempre, apertamente. Più trasparenti possibile. In un settore dove le etichette (naturale, biodinamico, convenzionale) rischiano di diventare campagne di marketing più che dichiarazioni di metodo, questa pragmatica trasparenza ha il sapore di qualcosa di raro. E prezioso. L’importante è agire come se dovessi bere te. In vigna siamo a regime biologico perché ci cammino dentro con il passeggino di Beatrice. Filari su e giù quando non dorme. Non puoi mettere in giro roba che non vorresti respirare tu. Ripensa all’Australia. Al permesso di ingresso negato. Al matrimonio saltato. A cosa sarebbe stata la sua vita se non ci fosse stato quell’errore commesso dal suo agente per l’immigrazione.  Pensa a quello che non mi è stato concesso di fare in Australia. Pensa a dove sarei adesso se non mi avessero bloccato. Probabilmente non avrei Martina, non avrei Beatrice, non avrei questo. Quindi no, non tornerei indietro. Neanche un giorno. Rimango in silenzio un momento. C’è poco da aggiungere a una frase del genere. Il destino, si sa, non chiede il permesso. Arriva travestito da errore burocratico, da bando triennale, da matrimonio con due calici in più. Arriva con un nome di donna e una vigna di famiglia che nessuno stava ancora vinificando davvero. E se sei abbastanza sveglio, o abbastanza stanco di resistere, lo riconosci. Nicolò Fenzi lo ha riconosciuto. E alle pendici del Monte Garzon, tra Illasi e Tregnago, tra le colline a est di Verona, le viti stanno già lavorando per la vendemmia prossima.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Alta Langa Roma 2026. Le Alte Bollicine Piemontesi abbracciano la Capitale Arrow Right Top Bg

25 Giugno, 2026

Alta Langa Roma 2026. Le Alte Bollicine Piemontesi abbracciano la Capitale

  Roma non è una città come le altre. È un grande libro di storia, aperto su tutti i tavoli.
Alberto Moravia Le colline alte e il tempo lungo Non fuit in solo Roma peracta die La pazienza è una virtù per pochi. Così come Roma non fu costruita in un solo giorno alcuni vini hanno bisogno di tempo. E tanta pazienza. Quella che si misura in mesi, anni. Quella che si conta nel silenzio delle cantine dove avvengono trasformazione lente e silenziose dentro una bottiglia sigillata. L’Alta Langa DOCG è uno di questi vini. È metodo classico piemontese che porta nel nome stesso la sua geografia: le Langhe alte, quelle dove l’altitudine supera i 250 metri sul mare, dove il suolo è più povero e la vite deve faticare, dove Pinot nero e Chardonnay trovano le condizioni per esprimere una tensione che nelle terre più generose non avrebbero. La storia dell’Alta Langa affonda le radici nella metà del XIX secolo, quando le prime sperimentazioni di spumante metodo classico in Italia ebbero luogo nelle celebri “cattedrali sotterranee” di Canelli: un vasto sistema di gallerie e sale scavate nel tufo, profonde fino a 32 metri, dove i vini vengono tutt’oggi affinati a temperatura e umidità costanti. Era il 1865 quando Carlo Gancia si recò a Reims per studiare il metodo degli Champagne. Al suo ritorno aveva impiegato oltre quindici anni di ricerca per giungere a risultati soddisfacenti, partendo dai vitigni Pinot nero e Chardonnay. Il Piemonte, in questo senso, non ha nulla da invidiare a nessuno. Ha solo avuto, come spesso gli capita, un carattere riservato e poco incline alle celebrazioni premature. La storia della DOCG è più recente: i lavori per il riconoscimento della Denominazione d’Origine iniziarono negli anni ’90, quando alcuni produttori locali decisero di tornare alla produzione di vini spumante metodo classico, selezionando i vitigni migliori e mappando il territorio. L’Alta Langa ottenne la DOCG attraverso la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto ministeriale del 21 febbraio 2011, con riconoscimento retroattivo fino alla vendemmia 2008. Da allora, la denominazione ha percorso una traiettoria silenziosa ma inesorabile verso la consapevolezza della propria identità. Palazzo Brancaccio: l’ultimo palazzo nobile di Roma Che un vino così costruito sulla storia abbia scelto Roma per raccontarsi e dentro Roma uno dei suoi luoghi più carichi di memoria, non è casuale. Palazzo Brancaccio sorge sul Colle Oppio ed è l’ultimo palazzo nobiliare costruito a Roma. Fu finanziato dall’americana Mary Elizabeth Bradhurst Field, facoltosa dama dell’alta società di New York, la cui figlia Elizabeth andò sposa al principe Salvatore Brancaccio portandogli una dote di un milione di dollari. Edificato nel 1880 su progetto dell’architetto Gaetano Koch, sorge nel cuore della città eterna, a un passo dalla Domus Aurea, tra il Colosseo e le basiliche di San Giovanni e Santa Maria Maggiore, e rappresenta uno dei massimi esempi di architettura e decorazione d’interni in stile eclettico. Il terreno acquistato dalla famiglia comprendeva un grande parco cresciuto sulle rovine delle Terme di Traiano, tra le quali una torre, detta di Mecenate dalla quale Svetonio sosteneva che Nerone avesse assistito al grande incendio di Roma del 64 d.C. Strati su strati. Ogni pietra di questo palazzo poggia su un’altra storia, e quella storia poggia su un’altra ancora. Oggi Palazzo Brancaccio mantiene la sua straordinarietà diventando un luogo di incontro aperto al pubblico, destinato a mostre, eventi e cultura, con i suoi saloni a disposizione per eventi privati di alto livello. Lo Spazio Field, il polo espositivo interno dedicato all’arte moderna e contemporanea, è la cornice che il Consorzio Alta Langa ha scelto per il terzo anno consecutivo. Alta Langa Roma: la terza edizione Lunedì 11 maggio, il Consorzio Alta Langa ha portato nella Capitale la terza edizione di “Alta Langa Roma”, evento B2B rivolto al mondo dell’Horeca e alla stampa di settore. Una manifestazione che ogni anno consolida la presenza della denominazione a Roma, costruendo un dialogo con la ristorazione e i comunicatori della città. Nelle sale affrescate dello Spazio Field, tra l’eco di una storia millenaria e la tensione del presente, i produttori hanno portato le loro bottiglie e dentro quelle bottiglie, anni di attesa. Ho avuto modo di assaggiare una rassegna ampia e significativa. Ne racconto i passaggi più intensi.   I vini Agricola TT. Un Pinot nero in purezza affinato 36 mesi sui lieviti. Franchezza, senza preamboli. Bolla fine e continua. Il naso porta sentori di piccoli frutti rossi appena accennati, crosta di pane, un filo di grafite. In bocca è teso, verticale, con una mineralità che rimanda direttamente ai suoli argilloso-calcarei delle Langhe alte. Non cerca la complessità a tutti i costi e la trova per via naturale.  Semplicemente stando fedele al territorio. La Fusina. Ancora un Pinot nero in purezza, ma con un affinamento portato tra i 36 e i 42 mesi. Una manciata di mesi in più che si percepisce nella tessitura del vino, in una trama che si apre con più lentezza e più ricchezza. Il frutto è più integrato, la crosta di pane lascia spazio a qualcosa di più profondo. Tostature leggere, nocciola, un accenno di spezia dolce. Un vino che invita a rallentare il ritmo della degustazione. Josetta Saffirio sceglie un assemblaggio di Chardonnay e Pinot nero con 40 mesi sui lieviti. Il nome della produttrice porta con sé tutto il rigore morale delle Langhe, di una famiglia che ha costruito la propria reputazione sul Barolo. È così che porta la stessa serietà nel metodo classico. Il vino è austero nel senso migliore del termine: non freddo, non distante, ma misurato. Al naso fiori bianchi, agrumi canditi, una nota gessosa elegante. In bocca la struttura è solida, il finale lungo e sapido, con una chiusura che evoca la pietra bagnata. Tenuta Langasco presenta il Gredo, Chardonnay e Pinot nero con 48 mesi di affinamento: uno dei vini più profondi dell’intera giornata. Quarantotto mesi significano quasi quattro anni a contatto con i lievit. Il vino porta quella storia con piena consapevolezza. Il perlage è finissimo, quasi impercettibile alla vista ma cremoso al palato. Al naso si aprono note di pasticceria, miele d’acacia, agrumi maturi, con una complessità che si stratifica nel bicchiere nel tempo. In bocca è ampio, lungo, con un equilibrio tra freschezza e maturità che testimonia un lavoro preciso e paziente in cantina. Vite Colte. Pas Dosé 2021. Si coglie con chiarezza la filosofia della denominazione: zero dosaggio, nessuna correzione zuccherina, il vino lasciato parlare senza intermediari. Il risultato è un Extra Brut secco e diretto, con note di limone, fiori di campo e un filo di lievito fresco. Freschezza integra, beva scattante. Un vino che dice esattamente quello che è, e non chiede nulla in cambio se non attenzione. Deltetto convince con il Blanc de Noir 570 Riserva: il numero rimanda all’altitudine dei vigneti, e già questo dettaglio racconta il progetto. Il Pinot nero vinificato in bianco cede il colore ma conserva tutto il carattere: la bolla è finissima, il naso elegante e floreale, con petali di rosa, pesca bianca, un tocco di mandorla. In bocca è cremoso, sapido, con una lunghezza che sorprende per pulizia e precisione. Un Blanc de Noir che sa di quota, di vento, di collina. Marco Capra porta il Seitremenda Rosé. Il nome stesso ha qualcosa di evocativo: tre cose, tre elementi, una sintesi. Il colore è di una tenuità quasi trasparente, cipria con riflessi ramati. Al naso piccoli frutti rossi, fragoline di bosco, una nota di rose appena appassite. In bocca è leggero ma non esile, con una beva elegante che ha la grazia dei grandi rosé da Pinot nero. Un vino che non si impone: si lascia incontrare. Ettore Germano con la Riserva Blanc de Blancs 2017 firma uno dei momenti più alti dell’intera degustazione. Sette anni sulle spalle portati con una grazia che lascia senza parole. Germano riversa in questo Blanc de Blancs la stessa attenzione maniacale propria delle Langhe. Il colore è dorato, luminoso. Al naso si aprono note di agrumi canditi, fiori secchi, miele di zagara, una complessità che si evolve nel bicchiere minuto dopo minuto. In bocca la tensione citrina è ancora viva, la freschezza miracolosamente preservata nonostante il tempo, il finale è lunghissimo, minerale, con una persistenza che accompagna ancora qualche minuto dopo l’ultimo sorso. Daffara e Grasso presentano la loro Riserva con 90 mesi di affinamento. Solo questo dato ferma il pensiero. Novanta mesi: sette anni e mezzo dentro la bottiglia, a contatto con i lieviti esausti, in una trasformazione lenta e irreversibile. Il vino che ne esce appartiene già a una categoria altra, quasi a un genere diverso di bevanda. Al naso note di ossidazione controllata (noci, burro antico, miele ambrato) convivono con una freschezza residua che tiene tutto in equilibrio. In bocca è ricco, profondo, con una sapidità che contrasta la morbidezza e una persistenza interminabile. Non è un vino per tutti i momenti. È un vino per i momenti che contano. Ghione con La Reine vendemmia 2018 offre un millesimato che ha trovato il proprio equilibrio. Il 2018 in Piemonte è stata un’annata complessa, con estati calde e vendemmie anticipate, eppure questo vino restituisce una bella compostezza: frutto maturo ma non stanco, fiori gialli, una nota di crosta di pane integrale. In bocca è strutturato, pieno, con una chiusura lunga e appagante. La Reine, la Regina, porta bene il suo nome. Tenuta Il Falchetto. Un Blanc de Noir pulito e preciso, dove il Pinot nero cede elegantemente il colore ma conserva il carattere varietale: una nota di lampone appena accennata al naso, poi fiori bianchi e lievito fresco. In bocca è teso, verticale, con una freschezza che lo rende di grande bevibilità. Un vino che funziona anche fuori dai contesti da degustazione. Si apre a tavola e finisce troppo presto. Poderi Cusmano. Pas Dosé millesimato 2019 di bella tensione. Il 2019 è un’annata che in Alta Langa ha regalato vini vibranti. Questo lo conferma. Naso agrumato e floreale, bocca salina e fresca, con una struttura snella che porta lontano. Zero dosaggio, zero compromessi. Un vino onesto e convincente. Tenute Rade. Riserva Pas Dosé prosegue il filo del rigore: note di pasticceria e frutta secca al naso, bocca ampia e persistente, con una verticalità che il lungo affinamento non ha scalfito. Un vino che guarda avanti, che ha ancora strada da fare in bottiglia. Nada Giuseppe. Su Altezza millesimato 2022, il più giovane in degustazione. Il nome è un omaggio ironico e affettuoso all’Alta Langa stessa: Sua Altezza, le colline alte. Il vino ha la vivacità e la freschezza di un millesimo recente: frutto croccante, floreale, bolla energica. Non ha ancora la profondità dei vini con più anni, ma ha qualcosa di prezioso che il tempo rischia talvolta di erodere: la gioia pura del vino giovane. Vale la pena seguire la sua evoluzione. Pecchenino. PSea Riserva Pas Dosé da Chardonnay e Pinot Nero, conferma che i produttori di Dolcetto e Barolo, quando si avvicinano al metodo classico, portano con sé una sensibilità per il territorio difficile da imitare. Il vino è secco, preciso, con una mineralità austera e un finale che ricorda le pietre delle colline di Dogliani. La beva è seria ma mai severa. Cantina Clavesana. Un Extra Brut che esalta la generosità tipica delle cooperative di territorio. Sembra un vino pensato per portare la denominazione a un pubblico più ampio. Lo fa senza scendere a compromessi sulla qualità. Fresco, agrumato, con una bolla vivace e una beva diretta. Un’Alta Langa democratica, nel senso più nobile del termine. Podere Gagliassi 2021 è una delle sorprese genuine della giornata. Produttore giovane, ancora in fase di consolidamento, ma già capace di un vino che parla con chiarezza: naso preciso tra fiori bianchi e lievito, bocca fresca e sapida, ritmo incalzante. Da tenere d’occhio con attenzione. Marziano Abbona chiude la mia rassegna con un Extra Brut 2021 di grande eleganza. Abbona è uno dei nomi storici delle Langhe che nel metodo classico riversa tutta la sua esperienza con i suoli e i vitigni piemontesi. Il vino è raffinato, composto, con una complessità che non si rivela tutta subito: al naso fiori di mandorlo, agrumi, una nota di brioche. In bocca è lungo, equilibrato, con una chiusura sapida e pulita che invita al sorso successivo. Una firma autorevole con cui chiudere.   La denominazione che guarda a Sud Mi piace particolarmente l’idea di portare l’Alta Langa a Roma per tre anni di fila. Non è solo promozione. Somiglia ad un dialogo tra due geografie della cultura italiana: le colline del Nord che fanno vino lento e la città che da tremila anni custodisce il senso del tempo lungo. Il vino che fermenta 36, 48, 90 mesi dentro una bottiglia sa qualcosa che Roma sa: che le cose migliori non si affrettano. Che la pazienza non è debolezza, è metodo. Questi metodi classici piemontese hanno molto da raccontare alla Capitale. E la Capitale, evidentemente, è pronta ad ascoltare.   Superanda omnis fortuna ferendo est.
La pazienza vince sulla sorte. Virgilio   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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24 Giugno, 2026

Lefiole. Silvia ed Elisa: il vino come destino, il territorio come radice

  A volte bisogna andare lontano per capire da dove si arriva. È successo a Silvia Piaggi e Elisa, che dopo anni trascorsi tra grandi città e carriere consolidate hanno scelto di tornare sulle colline dell’Oltrepò Pavese. Da quella decisione è nata Lefiole, un progetto che intreccia famiglia, territorio, ospitalità e una nuova idea di impresa agricola al femminile. Nusquam est qui ubique est.
(Chi è dappertutto non è da nessuna parte.)
Seneca, Epistulae Morales ad Lucilium, II Fiolae. In latino significa figlie, ragazze, germogliate dalla terra. Il dialetto oltrepadano ha conservato la parola intatta attraverso i secoli come si conservano certi vini in cantina, nell’oscurità, senza che nessuno li disturbi. Poi arriva il momento di stapparli. E allora capisci che il tempo non è passato invano. Ecco che allora lefiole prende forma. Pensavo a questo mentre Silvia Piaggi mi raccontava la sua storia. La voce che scorreva sciolta, come chi ha elaborato tutto e lo restituisce senza più peso, ma con precisione. Pensavo al latino, alla radice di quel nome che Silvia e sua sorella Elisa hanno scelto per la loro azienda: un nome che è un manifesto. Femminilità, famiglia, territorio. Tre parole che nel mondo del vino si usano spesso e si praticano raramente. Qui invece le praticano ogni giorno. Tra le colline di Montalto Pavese, dove il 45° parallelo attraversa l’Oltrepò come un filo invisibile che unisce questo posto a Bordeaux, alla Borgogna, alla Napa Valley. La latitudine dei grandi vini, si dice. Strabone la conosceva già nel 40 a.C., quando scrisse dell’Oltrepò: vino buono, popolo ospitale e botti in legno molto grandi. Duemila anni di vocazione vinicola condensati in una frase lapidaria. La provincia, il richiamo, la fuga Silvia nasce nel 1982. Uno di quegli anni particolari e non solo per il Mondiale di Calcio vinto in Spagna e oggi solo sognato visto che non andremo negli USA. Quelli di chi non sta fermo pur crescendo a Montalto Pavese, mille abitanti, le corriere per Pavia alle tre del pomeriggio, i vigneti come orizzonte e come prigione. Un paese bellissimo e soffocante come tutti i paesi bellissimi. Fino ai 18 anni non vedevo l’ora di scappare, come tutti Senza nostalgia riveduta, senza il filtro seppia che il tempo a volte applica alle infanzie. Lo dice con quella franchezza secca di chi sa da dove viene e non ha bisogno di abbellirlo. I suoi genitori erano in vigna tutto il giorno. Il padre Enzo, viticoltore con 71 vendemmie alle spalle. Un numero che fa girare la testa. La madre Angela anch’essa impegnata nella terra. La terra come missione, il ritmo delle stagioni come calendario. Per Silvia adolescente quello era uno scenario che non lasciava spazio. Non c’era pallavolo da giocare, non c’erano attività. Solo le colline, la luce d’autunno sui filari e quella urgente voglia di altrove. Un altrove che arriva puntuale quando l’età necessita le scuole. Pavia per le superiori, Milano per l’università di Scienze del Turismo. Già una scelta rivelatrice. Un anno a girare le scuole italiane per un progetto universitario di promozione, la Sicilia tutta d’un fiato, l’Umbria. Poi Milano ancora, Lastminute.com, il mondo dei viaggi online nei suoi anni d’oro. Poi la svolta: Londra. Quattro anni a Londra. Prima per un tour operator giapponese, Miky Travel, trecento dipendenti in open space sul Tamigi, colleghi da mezzo mondo, gruppi di turisti asiatici che pretendevano la vasca da bagno e la bistecca alla fiorentina per la foto.  Poi come commerciale. Londra quando Londra era ancora Londra, prima che diventasse più complicata da amare. Mi sono divertita un sacco Si sente che è vero. Nessun rimpianto. Semmai gratitudine di chi sa che quelle esperienze hanno costruito qualcosa. Quindi il ritorno in Italia. A Milano, per Booking.com. Dieci anni come commerciale, strutture ricettive, le Langhe come primo territorio assegnato (il destino che comincia a fare segni), il lago di Como, Genova, gli hotel di lusso milanesi. Una carriera brillante, strutturata, crescente. E nel frattempo, in parallelo, qualcosa che cominciava a fermentare. Il nonno Guglielmo, il padre Enzo: cent’anni di vigna Ogni storia di vino ha una radice più antica del vino stesso. Quella di Lefiole risale alla fine degli anni Venti, quando Guglielmo Piaggi, nato in Argentina da una famiglia originaria dell’Oltrepò, e tornato in Italia da bambino, cominciò a coltivare le vigne intorno a Montalto Pavese. Quasi cent’anni fa. Un’intera vita trascorsa a lavorare la terra per poi cedere le uve alle cantine sociali della zona, senza mai imbottigliare, senza mai mettere il proprio nome su un’etichetta. La storia racconta che Guglielmo custodì gelosamente due bottiglie: una dell’annata della nascita di Elisa, una dell’annata di Silvia. Come se sapesse già che quelle ragazze avrebbero avuto bisogno di un punto di partenza concreto, di una prova materiale del legame con la terra. Poi è venuto Enzo, figlio unico. Con lui la continuità silenziosa di chi non sceglie il proprio destino ma lo abita con dedizione. 71 vendemmie alle spalle. 71 vendemmie. Ogni anno a fare i conti con il cielo, con la pioggia, con la siccità, con la grandine, con quella trattativa continua tra l’uomo e il suo campo che è la vera forma di preghiera laica che conosco. Mio papà lavora ancora adesso i vigneti, da solo con il trattore, 71 vendemmie alle spalle. Quando ci penso, ho una persona davanti che non riesco ad immaginare di eguagliare. Una immagine commovente. Un uomo solo su un trattore, tra i filari, che esegue ogni anno gli stessi movimenti. Il Giappone ha una parola per questo: shokunin. L’artigiano che perfeziona un solo gesto per tutta la vita. Enzo Piaggi è un vignaiolo shokunin, anche se probabilmente non lo sa e probabilmente non gliene importa niente. Un pomeriggio di brainstorming, un nome, un sogno: nasce Lefiole Era il 2017. Silvia e Elisa, che nel frattempo aveva lavorato quindici anni al marketing Mondadori, si chiedevano da un pezzo cosa fare. La tesi di laurea di Silvia era stata sullo sviluppo turistico dell’Oltrepò Pavese. Vent’anni dopo l’ha ripresa in mano per curiosità: gli stessi identici problemi erano ancora irrisolti. Il territorio immobile. Il potenziale inespresso. La narrazione assente. Il corso da sommelier FISAR a Milano, fatto insieme, Elisa con pancia incipiente di curiosità, Silvia già incinta della figlia che verrà, forse è stato il detonatore. Lì hanno incontrato un enologo, Guido Beltrami, e hanno cominciato a parlare. Proviamo questa vendemmia E provarono. Per trovare il nome organizzarono un pomeriggio di brainstorming: amici, il grafico fidato di Elisa, vino sul tavolo e idee nell’aria. Quattro proposte sul foglio, una sola che risuonava. Lefiole. Le ragazze in dialetto oltrepadano. Ma anche un’eco latina: fiolae, figlie. Un richiamo a qualcosa di più antico del dialetto stesso. Un nome che pesa poco nella bocca e molto nel petto. I vini si chiamano Elivià e Alené. Fusioni dei nomi di Elisa e Silvia con quelli dei genitori, Angela ed Enzo. Una famiglia dentro ogni bottiglia. La riserva di Pinot Nero si chiama Amadì, dedicata alle nonne Ida e Maria. Seicento bottiglie l’anno, l’hortus conclusus della produzione, il vino più intimo. La prima vendemmia è la 2017. A metà 2018 arriva il vino: 8.000 bottiglie, poi poco più di 10.000. Due vini fermi: Pinot Grigio e Pinot Nero in acciaio. Il Metodo Classico in cantiere per farlo uscire nel 2020. Il weekend inaugurale vede 300 persone a Casa Peroni, frazione di Montalto Pavese, sotto le vigne di famiglia. Abbiamo venduto anche un po’ di vino subito. Eravamo tutte contente. Ma poi avevamo un lavoro a tempo pieno. Maternità, maternité, maternage: l’impresa come parto Aprile 2018: nasce la figlia di Silvia. Due mesi prima dell’inaugurazione di Lefiole. Se cercate una metafora della doppia nascita, eccola qui, senza bisogno di cercarla altrove. Un bambino e un’azienda che arrivano insieme, che richiedono lo stesso tipo di presenza totale, lo stesso abbandono di sé in qualcosa di più grande. Il terzo livello del corso da sommelier lo fa in parte incinta e in parte allattando, con la bambina che dorme nella fascia mentre lei prende appunti. Poi c’è la maternità, l’esaurimento, il ritorno in ufficio che si rimanda finché non si rimanda più. Marzo 2019: torna a lavorare. Ma qualcosa è definitivamente cambiato. Non riuscivo a prendere decisioni. Ero stanca, di testa. La maternità è impegnativa, non ci sono parole per dirlo davvero se non la vivi. L’onestà con cui le donne descrivono quella fragilità, senza bisogno di mostrarsi invincibili. Come se l’aver partorito, fisicamente e metaforicamente, avesse reso superflua la posa della fortezza. Poi arriva il COVID. E arriva la fortuna travestita da disastro: Booking decide di tagliare il personale e propone uscite volontarie. Silvia esita. L’indipendenza economica ha un peso. Ma Lefiole esiste già, cresce, chiede più tempo di quanto ne resti la sera tra un turno e l’altro. Fine 2020: molla. Contemporaneamente, dalla Mondadori, molla anche Elisa. Stessa dinamica, stesso coraggio, stesso salto. Le gemelle dell’Oltrepò, sincronizzate come sempre. Ci siamo rese conto che non poteva essere un secondo lavoro. Se vuoi fare le cose vere, ci vuole tempo. Non riuscivamo a fare tutto. Il 45° parallelo, l’Oltrepò e la geografia del vino dimenticato L’Oltrepò Pavese è un territorio che merita qualcosa di più della nota a margine che spesso riceve. Siamo sulla sponda lombarda del Po. Anche se geograficamente l’Oltrepò guarda a sud, verso gli Appennini liguri. Il mare a 60 chilometri e quattro regioni abbracciate: Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna. Un crocevia antico. Il 45° parallelo lo attraversa da est a ovest come attraversa la Borgogna, Bordeaux, la Napa Valley, la Georgia. È la latitudine del grande vino. Caldo abbastanza da maturare, freddo abbastanza da preservare acidità e complessità. L’Oltrepò è il terzo produttore mondiale di Pinot Nero dopo Champagne e Borgogna. Primo in Italia, con circa il 75% della produzione nazionale del vitigno. Eppure. Già, eppure l’Oltrepò resta uno dei territori più sottovalutati d’Italia. Lo denunciava Gianni Brera nel 1973, lo denunciano ancora oggi. Paolo Conte ci ha scritto canzoni intorno Una nebbia che sembra di essere dentro a un bicchiere di acqua e anice Cantava di Stradella. Anche se la nebbia poetica non ha mai trasformato il territorio in una destinazione riconosciuta come merita. Silvia, come tutte le persone che sono riuscite a fermarsi e guardarsi attorno, lo sa. Lo sa da quando ha scritto la sua tesi di laurea vent’anni fa. Quei fogli ingialliti che ha rimesso in mano di recente le hanno restituito l’immagine esatta della stasi: gli stessi problemi, le stesse diagnosi non seguite da cure. Eppure lei e Elisa non si sono rassegnate al lamento. Hanno scelto di costruire. I vigneti di Lefiole sono a circa 400 metri di altitudine. Terreni calcareo-argillosi, esposizioni sud-est. Le correnti calde del Po e quelle fresche degli Appennini si incontrano qui, dando alle uve una maturazione bilanciata, profili aromatici elevati. Dieci ettari complessivi dei quali tre vinificati direttamente da Lefiole, sette affittati a un’azienda vicina che lavora in biologico. Come Lefiole farà presto, dopo la conversione triennale già avviata. Fare impresa in un territorio che non si conosce ancora: la filosofia Lefiole Siamo nel terreno della strategia e i dieci anni in Booking.com non sono stati per Silvia per nulla stati inutili. La conversazione si fa più precisa, i numeri arrivano senza esitazione. Lefiole produce circa 10.000-11.000 bottiglie l’anno senza alcuna intenzione di superare le 20.000. Una scelta controcorrente in un mercato che premia la scala. Ma la scelta è consapevole: puntare tutto sull’esperienza, sull’enoturismo, sul margine alto. Nel 2020 ci siamo trovate con la cantina piena e i ristoranti chiusi. Abbiamo iniziato con l’enoturismo e abbiamo visto che funzionava. Nel 2020 sono arrivate cento persone. Nel 2025, 1.300. Il 50% del vino venduto direttamente in azienda. Una percentuale che in pochi raggiungono. Per arrivarci servono organizzazione, ospitalità, capacità di creare esperienze che vanno oltre la degustazione classica. Io sto qui ferma a casa mia, la gente viene, paga per bere, paga per fare un’esperienza. Il margine è completamente diverso. E allora capisco che il vino per Lefiole è davvero, come dice Silvia, “un mezzo più che un fine“. Non è riduttivo: è precisamente la visione giusta per un territorio che ha bisogno di essere visitato, vissuto, raccontato più che etichettato. Lo yoga tra i filari, la serata sotto le stelle, il trekking con aperitivo sono tutti eventi che portano persone diverse, curiose, disposte a restare. Così, mentre tutti i produttori costruiscono attività per promuovere l’enoturismo al fine di vendere il vino in maniera diretta ovvero con margini più alti, Silvia ed Elisa hanno costruito tutto in quella direzione. Abbiamo ospitato circa 4.000 persone dall’inizio. Ci è capitato forse solo in due casi di avere qualcuno a cui non gliene fregava niente. Il resto erano tutte persone stupende. Questo è il dettaglio più significativo. Non le bottiglie vendute, non il fatturato ma le persone. È la misura giusta per un’impresa che ha deciso di puntare sulla qualità dell’incontro. Ho sempre pensato che il vino funzioni quando non è su un piedistallo, quando è al tavolo con le persone, comprimario di conversazioni che altrimenti non sarebbero nate. Lefiole lo sa da sempre. Elivià, Alené, Isabèl in rosa, Amadì: i vini di una scelta coraggiosa La scelta delle etichette rivela la filosofia meglio di qualsiasi mission statement. Lefiole produce solo Pinot Grigio e Pinot Nero, in varie declinazioni: il fermo, la riserva, il Metodo Classico bianco e rosé. Niente Riesling, che pure in quella zona, nella Valle Versa, avrebbe avuto le sue ragioni. Niente Barbera, niente varietà di complemento. Una scommessa netta. Volevamo specializzarci in qualcosa e andare controcorrente rispetto a quello che fanno la maggior parte delle aziende dell’Oltrepò, che producono tante tipologie senza identificarsi con nessuna. Questo mi torna utile ogni volta che cerco di spiegare il concetto di identità nel vino. Non è questione di fare il vino più buono del mondo. È questione di avere un’idea chiara di cosa si vuol essere. Le aziende con venti etichette spesso non vendono nessuna delle venti abbastanza da sopravvivere. Quelle con tre etichette, se le tre sono giuste, costruiscono un’identità che si ricorda. Elivià è il Pinot Grigio. Il nome fonde Elisa e Silvia, le sorelle dentro ogni bottiglia. Alené è il Pinot Nero, nome che gioca ancora sui nomi di famiglia, Angela ed Enzo. Isabèl in rosa è il Metodo Classico rosé, entrato stabilmente in produzione quest’anno. Amadì, la riserva, è dedicata alle nonne: seicento bottiglie, il vino più raro e più carico di senso. Alené. Pinot Nero Oltrepò Pavese DOC È giusto che sia il Pinot Nero a portare il peso del nome dei genitori. Vitigno capriccioso, esigente, il più difficile da condurre alla perfezione. Forse proprio per questo il più onesto. Non mente mai. Se le uve non sono al punto giusto, il vino lo racconta senza pietà. Qui il punto giusto c’è. Sarà anche perché ottenuto con il solo acciaio per preservare tutto ciò che il territorio ha costruito in vigna. Il colore è rubino con sfumature granate, non molto carico. In fondo il Pinot Nero dell’Oltrepò non ama eccedere nel pigmento, preferisce concentrare altrove. Al naso il ribes è il primo a parlare, poi arriva la rosa canina, le spezie, un soffio di pepe nero che percorre il fondo come un ricordo. In bocca è pieno e strutturato ma con tannini vellutati, non invasivi. Il tipo di tannino che convince anche chi di solito preferisce il bianco. Fine, equilibrato, armonico. Un Pinot Nero che conosce la propria misura e non la tradisce. Isabèl in rosa. Oltrepò Pavese DOCG Metodo Classico Pinot Nero Isabèl è la figlia di Silvia, la bambina che saltava tra i filari mentre sua madre prendeva appunti al corso da sommelier. Darle il nome di un Metodo Classico è un atto di tenerezza e di ambizione insieme. Perché il Metodo Classico, quello vero, quello che aspetta almeno ventiquattro mesi sui lieviti prima di guardare la luce, non ammette scorciatoie. È il vino della pazienza. E la pazienza, in una famiglia che lavora le vigne da quasi cent’anni, non è mai mancata. Dosaggio zuccherino bassissimo, il meno possibile tra la sboccatura e il calice. Il perlage è fine e persistente, il colore dorato con riflessi rosa tenue nei rosé. Al naso frutta bianca matura, accenni di pasticceria, quella nota di pane tostato che i lieviti depositano lentamente nelle pareti del vetro. In bocca è fresco, minerale, con una sapidità che ricorda il calcare dei vigneti di Montalto. Bevibile dall’aperitivo fino al dolce (ma non diciamolo a voce alta altrimenti qualche parruccone potrebbe indignarsi!). Il sogno nel cassetto è un vino dolce da Pinot Grigio o Pinot Nero. Le prove non hanno ancora dato il risultato voluto Un anno si secca, un anno marcisce  Ma la caparbietà è la stessa di chi pianta una vigna sapendo che i frutti arriveranno dopo anni. La mentalità contadina e la via del cambiamento: fare sistema in Oltrepò Silvia ha lavorato con strutture ricettive in tutta Italia. Ha visto come funzionano i territori che funzionano: le Langhe, il lago di Como . Ha visto come ristagnano quelli che non riescono a fare sistema. L’Oltrepò appartiene ancora troppo alla seconda categoria. Noi abbiamo cercato subito di andare a trovare le altre aziende, di organizzare eventi insieme. Ma non viene nessuno a chiedercelo. Siamo sempre noi a fare il primo passo. È un fenomeno noto. La mentalità del contadino. Di chi ha vissuto nel proprio podere autosufficiente. Quello de L’albero degli Zoccoli di Ermanno Olmi. La mentalità che porta a pensare come il vino del vicino sia concorrenza, non completamento. Che se una persona compra la bottiglia di un altro, la tua è perduta per sempre. Anche se è esattamente il contrario. Dovrebbe essere la mentalità di fare sistema. Di riunirsi per aumentare le forze, la capacità di raccontare un territorio e la sua vera essenza.  “Una delle poche volte che mi capita“, mi aveva detto qualcuno a Roma, quando Silvia mi stava parlando bene del Pinot Nero di Mazzolino Terrazze Alte. “Una produttrice che consiglia il vino di un altro.” Come se fosse un gesto straordinario invece che il minimo sindacale dell’onestà intellettuale. Quando ce lo ricordiamo, Silvia ride di questo aggiungendo, con quella lucidità che viene dal benchmarking Capire gli altri vini non significa copiarli: significa capire meglio te stesso. Il terreno è diverso. Il modo di lavorarlo è diverso. Non farai mai lo stesso vino. Ma ti avvicini a capire cosa vuoi fare. Il futuro: gli alloggi, la sostenibilità, la qualità della vita Il prossimo passo è già chiaro nei contorni anche se non ancora nei fondi necessari: costruire gli alloggi, completare la trasformazione in azienda agrituristica piena. La sala degustazione nuova è pronta da un anno, ha rivoluzionato il lavoro. Le camere sono il passo successivo. La cantina propria non è in programma. Le uve vengono vinificate in un’azienda vicina, biologica, con cui si è costruita una collaborazione profonda.  Un macchinario lo devi prendere lo stesso, ma non lo sfrutti abbastanza per 10.000 bottiglie Pura logica industriale applicata al vino artigianale. Il contrario dello spreco. La conversione al biologico è avviata e mancano due anni al certificato. Le vigne in questi anni sono state lavorate con agricoltura integrata, che già esclude i trattamenti chimici di sintesi. È una coerenza che si vede nella vigna e si sente nel vino. La vita, intanto, si organizza. Silvia ha la sua casa a Milano, la figlia a scuola lì. D’estate si trasferisce a Montalto Pavese, il compagno fa avanti e indietro. Un Google Calendar condiviso tiene insieme tutto: gli eventi in azienda, la scuola, i weekend di vendemmia. Elisa, senza figli, ha più flessibilità, è spesso in azienda. Ho una qualità della vita diversa. Più lenta. Senza dipendere da nessuno. Senza lo stipendio fisso, certo, senza le ferie pagate, senza la malattia. Me li sognerò per i prossimi dieci anni Ride di gusto. Ma lo dice come chi ha fatto i conti e ha deciso che ne vale la pena. Nusquam est qui ubique est Chi è dappertutto non è da nessuna parte. Silvia e Elisa sono state ovunque. A Milano, Londra, le Langhe, Genova, i corridoi di Mondadori, gli uffici di Booking.com sul Naviglio. Alla fine sono tornate a essere da qualche parte precisa. Un posto di mille abitanti, un vigneto di dieci ettari, una vista sugli Appennini liguri che si vede dalla sala degustazione. Non è una rinuncia ma un’elezione. La differenza è enorme e si sente nel modo in cui Silvia ne parla: senza rimpianti, senza retorica dell’escapismo rurale, senza quella posa bucolica che a volte ammanta le storie di ritorno alla terra. Solo la chiarezza di chi sa dove sta e sa perché. Il nonno Guglielmo, nato in Argentina e tornato in Oltrepò da bambino, ha custodito le bottiglie dell’anno di nascita delle nipoti come un atto di fede nel futuro. Enzo ha coltivato le vigne per settant’anni senza mai metterci sopra il suo nome. Lefiole, il nome delle figlie, delle ragazze, il nome latino che non muore ha cominciato a raccontare il territorio con la voce di chi lo conosce dall’infanzia ma lo guarda con occhi di chi ha visto il mondo. A volte il destino non ha bisogno di essere cercato. In certi casi, e questo è uno di quelli, ha bisogno solo di essere riconosciuto.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Marilyn Marilyn Marilyn. Via Margutta celebra il mito insieme a Vigna Nica Arrow Right Top Bg

21 Giugno, 2026

Marilyn Marilyn Marilyn. Via Margutta e Area Contesa Arte celebrano il mito insieme a Vigna Nica

  Il tempo per la vita è adesso. Non c’è ieri. Non c’è domani. Solo il brillante, irreversibile adesso.
Marilyn Monroe Via Margutta ha questa capacità, rara tra le strade del mondo, di fare coesistere tutto. Il sacro e il profano. Il silenzio e il fragore. Il passato che non smette mai di essere presente. È la strada degli artisti, certo, ma anche la strada dei contrasti tenuti insieme da una qualità dell’aria che sembra filtrata dalla storia. Ci sono i gatti che dormono sui davanzali, le botteghe dei restauratori con i vetri storti, i muri coperti di edera dove d’estate il verde diventa quasi un manifesto. È una strada che racconta chi la attraversa. E alcune serate, certe serate particolari, la strada ricambia. Il 5 giugno la Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign ha ospitato “Marilyn Marilyn Marilyn”: un evento dedicato a una delle icone più enigmatiche del Novecento, nel centenario della sua nascita. Non una mostra nel senso più convenzionale del termine. Qualcosa di più vicino a una seduta spiritica laica, a una conversazione collettiva con un fantasma che non ha nessuna intenzione di sparire. Il mito che non si lascia archiviare Marylin Monroe è probabilmente il caso più clamoroso di persistenza immaginaria del Novecento. È morta nel 1962 ma continua a generare interpretazioni, ossessioni, riflessioni. Ogni decennio la ri-scopre, la ri-usa, la ri-tradisce e poi la ri-ama. Warhol l’aveva capito prima di tutti: il volto di Marilyn non è un ritratto, è una matrice. Una forma che può essere riempita di qualsiasi colore, di qualsiasi intenzione, senza esaurirsi mai. Che cosa resta, a cento anni dalla nascita, di Norma Jeane Mortenson diventata Marilyn? Resta la vulnerabilità trasformata in potere. Resta il sorriso come difesa. Resta quella voce, quella voce incredibile, che sembrava arrivare da un luogo più morbido e più doloroso di qualsiasi altra voce del suo tempo. La galleria Area Contesa Arte di Via Margutta ha saputo fare di questo anniversario qualcosa di vivo, non di commemorativo. Una molteplicità di interpretazioni artistiche, ognuna con il proprio vocabolario visivo, si è offerta ai visitatori non come archivio ma come specchio: di chi guarda, di chi è guardato, e della lunga distanza che a volte li separa. La serata: arte, parola, musica Tra le presenze della serata, Annarita Campo che ha presentato il suo intervento Marilyn e Hollywood: un viaggio attraverso aneddoti, curiosità e riferimenti storici che ha restituito al pubblico la texture di un’epoca. Non solo la diva, ma il sistema che l’ha prodotta e consumata. Non solo il fascino, ma il prezzo che quel fascino ha richiesto. La personale di Rosa Maria Raffaele ha aggiunto un ulteriore strato di lettura: un’esplorazione del mondo femminile che ha dialogato con la figura di Marilyn senza imitarla, cercando piuttosto quei territori interiori che la diva rappresenta per molte donne ancora oggi. Non il glamour, ma la radice. A emozionare il pubblico con intensità diversa e inaspettata è stata la performance del mezzosoprano Caterina Novak, la cui interpretazione ha trasformato gli spazi della galleria in qualcosa di più raccolto e più necessario. La voce come strumento di memoria. Come se certe verità sul mito richiedessero di essere cantate, non spiegate. Vigna Nica e il Radice Eterna: quando il vino ha radici antiche quanto il mito A completare la serata, un vino di di Vigna Nica, presentati da WineFuture. Di Maria Genovese e di Vigna Nica ho scritto qualche anno fa, su queste stesse pagine, con lo stesso stupore con cui si racconta qualcosa che si stenta a credere. Una ragazza di Barcellona Pozzo di Gotto, laurea in Scienze della Comunicazione, nonno che vendeva limoni in Germania, un fazzoletto di terra nica, piccola, in siciliano, tra due vulcani attivi, Etna e Stromboli, che si fronteggiano in lontananza come due Iddu/Idda senza mai mettersi d’accordo sul chi comandi. Quella terra affacciata sulle Eolie, carica di sole e di vento salino, Maria l’ha trasformata in biodinamico quando ancora pochi ci credevano davvero, con rese che il disciplinare permetterebbe ben più alte ma che lei mantiene basse perché la qualità, per Maria, non è una promessa di marketing ma una questione di rispetto verso la terra del nonno. Da quei due ettolitri della prima vendemmia a più di undicimila bottiglie oggi: piccola vigna, grande cuore. Il vino presentato alla serata di Via Margutta è il Radice Eterna, metodo ancestrale da uve Nocera. Il Nocera è uno di quei vitigni che il Mezzogiorno ha custodito nell’ombra per secoli, simile nel carattere al Nerello Mascalese e al Cappuccio, parte di quella famiglia di vitigni siciliani che il mercato ha a lungo ignorato e che alcune vignaiole ostinate stanno riportando alla luce. Maria è tra queste. Nel bicchiere il Radice Eterna si presenta con quella velatura tenue che appartiene ai grandi metodi ancestrali, con un perlage di grana fine che sale senza fretta. È il tipo di bollicina che non cerca di stupire con la forza ma con la precisione: al naso arrivano subito i profumi della Sicilia nord-orientale, iodio e balsamico, macchia mediterranea, frutto a polpa scura appena accennato. In bocca la freschezza è netta, quasi salmastra, con una sapidità che racconta il vento delle Eolie meglio di qualsiasi descrizione. Il finale è lungo e pulito, con quella persistenza che appartiene ai vini fatti senza fretta, senza correzioni, senza il desiderio di essere altro da quello che sono. Un vino che porta nel nome la sua dichiarazione d’intenti. Radice perché affonda nel territorio con una coerenza che pochi raggiungono. Eterna perché certe radici non si strappano. WineFuture ha portato a questa serata qualcosa che va oltre la semplice proposta commerciale: la convinzione, condivisa con Maria, che il vino artigianale italiano di qualità abbia bisogno di visibilità in luoghi insoliti, lontani dalle fiere di settore, nei posti dove l’arte incontra le persone che non si definiscono appassionati di vino ma che, il vino giusto al momento giusto, lo sentono comunque. Come un mezzosoprano che canta e ti arriva senza che tu sappia spiegarti perché. Una serata, una strada, un senso Via Margutta non sbaglia serata. O forse sceglie le serate con quella cura che si riserva alle cose importanti. “Marilyn Marilyn Marilyn” ha saputo fare quello che le migliori mostre fanno raramente: non chiudere il mito in una cornice, ma lasciarlo respirare tra le persone. Farlo incontrare con la musica, con la parola, con il vino. Con tutto quello che non si archivia. Norma Jeane lo sapeva meglio di chiunque: non esiste un modo giusto per essere ricordati. Esiste solo il modo in cui si sceglie di essere presenti, finché dura. Quella sera, a Via Margutta, è durata fino a tardi. Un ringraziamento a Tina e Teresa Zurlo, magnifiche padrone di casa della serata nella loro magnifica Galleria Internazionale Area Contesa Arte.  Ringraziamento che non possiamo che estendere anche a WineFuture, una giovane realtà di distribuzione del vino che nata dal sogno di portare il miglior vino Made in Italy sulle tavole più prestigiose del mondo. Grazie alla competenza di Antonio Currò, uno dei migliori sommelier italiani, selezionano piccole meraviglie prodotte da artigiani che realizzano pochissime bottiglie, custodendo con cura la vera artigianalità italiana.   Ivan Vellucci & Marco Sargentini winetalesmagazine.comm
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Alessandro Stocchi. Il suono del Parmigiano Reggiano e l’arte di ascoltare ciò che non si vede Arrow Right Top Bg

19 Giugno, 2026

Alessandro Stocchi. Il suono del Parmigiano Reggiano

  Il suono della pianura. Che suono ha la pianura? Magari sarà quello della nebbia che gracchia sull’erba. O magari quello delle rane nei canali. O ancora quello dei trattori nei campi. Nessuno penserebbe mai al suono sordo di piccoli martelli che suonano su qualcosa di indefinito e vivo. Fortunatos nimium, sua si bona norint, agricolas
Virgilio, Georgiche, II, 458 Troppo fortunati, i contadini, se solo sapessero quanto. Virgilio lo scriveva duemila anni fa. Non guardava la stessa pianura che Alessandro Stocchi attraversava ogni mattina con un martelletto in mano per andare ad ascoltare di tante forme di Parmigiano custodite nei caseifici. Esiste una terra in Italia che non fa rumore. Non ha le Dolomiti, non ha il mare, non ha il pittoresco aspro delle colline toscane. Ha la nebbia d’inverno, i pioppi dritti come soldati, i caseifici con le luci accese alle cinque del mattino, i canali d’irrigazione che riflettono un cielo bianco. Ha il silenzio operoso di chi non ha mai pensato che il proprio lavoro fosse poesia. Anche quando lo è, forse proprio perché lo è. Alessandro Stocchi è cresciuto in questo silenzio. È nato nel comprensorio del Parmigiano Reggiano, in quella fascia benedetta e ostinata che va da Parma a Reggio Emilia, da Modena a Bologna, fino alla destra del Po e alla sinistra del Reno. Una geografia DOP che è anche una mappa dell’identità: territorio, vacche, latte crudo, casari che non dormono, forme che stagionano nell’oscurità dei magazzini come voci che si formano prima ancora di poter essere ascoltate. Un ragazzo della pianura: radici, distacchi e il richiamo del territorio Nasco nel comprensorio della zona di produzione del Parmigiano Reggiano, nel territorio, e ho sempre sentito un forte legame con quello che è la nostra cultura, le nostre origini. La mia è una famiglia che, come la maggior parte delle famiglie qui da noi, ha un legame profondo con la natura rurale e agricola. C’era molta povertà, e tutti avevano gli animali come garanzia di sussistenza. La generazione dei nonni. Il bestiame come assicurazione sulla vita. I ritmi del sole e delle stagioni come unico calendario possibile. E poi la frattura. La stessa che ha attraversato tutta l’Italia del dopoguerra, quel lungo addio alla campagna che Pasolini aveva visto con chiarezza e che ha strappato milioni di italiani dalle stalle per portarli negli uffici. I miei genitori si erano già staccati dalla campagna. Era un modo per evolversi. La voglia di quella generazione che la Guerra l’aveva appena sfiorata ma che necessitava di un riscatto. Ciò che la campagna non poteva dare. Eppoi c’era la ricostruzione. Nascevano le aziende, le grandi fabbriche. Servivano operai come servivano impiegati. Al diavolo la terra dove erano rimasti confinati per generazioni. Alessandro studia Organizzazione d’Impresa. Un percorso sensato, proiettato verso il futuro aziendale. Eppure qualcosa rimane attaccato, come un suono che non vuoi smettere di sentire: la gastronomia, il territorio, quella radice agricola che la famiglia aveva reciso ma non estirpato. È a ventiquattro anni che la vita decide di farsi interessante. Viene a sapere, tramite amici, che il Consorzio del Parmigiano Reggiano cerca qualcuno da formare come battitore. Non è che sapessi tutto quello che c’era da sapere, però figurati, qui da noi è sempre stato un mestiere affascinante. Questi che girano con un martelletto… Ventiqualtrenne. Studi universitari indirizzati altrove. Una pianura che lo chiama ancora. Il battitore: un’arte senza scuola Bisogna capire cos’è un battitore, per capire perché scegliere di diventarlo a ventiquattro anni sia tutt’altro che ovvio. Il battitore è la figura che certifica ogni singola forma di Parmigiano Reggiano al compimento del primo anno di vita. Armato di un martelletto in lega metallica speciale, batte la crosta e ascolta. Ascolta le vibrazioni, i suoni, gli echi interni. Ascolta quello che c’è dentro senza aprire. Come un medico che percuote il torace di un paziente, come un liutaio che riconosce la qualità di un legno dal timbro della percussione. Quattro milioni di forme all’anno, una per una, dieci secondi ciascuna. Il Parmigiano Reggiano è l’unica DOP al mondo a prevedere il controllo individuale di ogni forma prodotta. Non esiste una scuola per diventare battitore. Non esiste un manuale, un corso universitario, un certificato ottenuto alla fine di un esame scritto. Esiste il tempo, e l’umiltà di stare in silenzio vicino a qualcuno che sa. È un mestiere che ancora oggi viene tramandato. Vai in giro con i battitori esperti. Veramente esperti. Over 65. Anche over 70. Gente che l’ha fatto per tanto, tanto tempo. E questi ti passano il mestiere. Te lo tramandano davvero. Prima guardi, poi piano piano ti danno un martello in mano, cominci a fare due cose, poi sempre di più, fino a quando l’esperto dice che sei pronto. I liutai di Cremona si passano di generazione in generazione il segreto delle vernici. I mastri panettieri medievali che iniziavano i garzoni a dieci anni attraverso il gesto prima che attraverso la parola. La formazione di Alessandro, come quella di tutti i battitori o degli artigiani, ha qualcosa di antico nel senso migliore del termine. Un’educazione fondata sulla bottega, sulla trasmissione corporea del sapere, sull’apprendistato come forma di devozione al mestiere. L’uso dei sensi. L’uso delle mani. Qualcosa che non si studia ma si apprende osservando e ascoltando. Occorre essere umili per imparare un mestiere. Sapere di non sapere e aver voglia di sapere. Se pensi di sapere non saprai mai nulla. Quando sei pronto, la tua firma viene depositata alla Camera di Commercio. Quello che facciamo è un lavoro vero, non è solo poesia. I tuoi bolli identificano le forme: prima, seconda, terza categoria. Sei una delle poche persone autorizzate a dare un valore legale al formaggio. Una firma depositata alla Camera di Commercio. Il gesto del martello che diventa documento, l’orecchio che diventa firma, la sensibilità che acquista valore legale. Oggi che viviamo di algoritmi e demandiamo molto di quello che dovremmo affidare alla nostra intelligenza a quella artificiale generativa, esistono ancora in Emilia luoghi fisici dove quello che conta è la qualità dell’ascolto di un essere umano. Tanto che quella qualità viene depositata agli atti. Dieci secondi per dire la verità: il suono come conoscenza Secondo una leggenda, pare che Pitagora (ricordate Pitagora vero?) abbia scoperto le proporzioni musicali ascoltando diversi martelli su un’incudine: pesi differenti producevano suoni consonanti tra loro. Da quella consonanza nacque tutta la matematica dell’armonia. L’eureka più importante della storia della musica occidentale proveniva dall’orecchio, non dagli occhi. Duemilasettecento anni dopo, in un magazzino di stagionatura dell’Emilia-Romagna, un ragazzo di ventiquattro anni scopre la stessa cosa: che la verità si ascolta prima ancora di vedersi. Il formaggio è una sostanza viva. La forma dipende da come è stata prodotta. Dipende dal casaro che lavora in modo da cambiare la struttura interna, che suonerà in modo diverso. Un formaggio stagionato a temperatura appena più bassa tenderà a creare una pasta più o meno dura, più o meno disidratata. Quello che oggi suona in un modo, in un altro magazzino, con un altro formaggio, può significare tutt’altra cosa. La difficoltà è proprio questa: saper interpretare tutti questi fattori insieme. Ecco perché non è la macchina. Ecco perché il microfono non basta. Il latte è una sostanza viva e Alessandro lo ripete con convinzione. Con una certezza che viene dall’aver trascorso dodici anni battendo sulle forme di Parmigiano. Il latte crudo cambia ogni giorno: risponde al tempo atmosferico, a quello che mangiano le vacche, alla temperatura della stalla quella mattina specifica, allo stress dell’animale, alla qualità dei pascoli. Ogni forma è una storia diversa che vibra in modo diverso. Come si istruisce una macchina a leggere una storia che riscrive sé stessa ogni mattina? Non esiste un database in cui scrivere queste cose. Le assorbi a forza di starci dentro, di parlare con chi le fa, di tagliare le forme e vedere se l’eco corrispondeva a quello che avevi sentito. La responsabilità di chi giudica chi si sveglia alle quattro I magazzini di stagionatura del Parmigiano Reggiano sono luoghi che appartengono a una categoria estetica che in italiano non ha ancora un nome preciso. Non sono belli nel senso convenzionale del termine, eppure sono magnifici: file di forme che si estendono nell’ombra fresca, migliaia di dischi color oro impilati sugli scaffali di legno come i volumi di una biblioteca silenziosa e profumata. Una forma pesa quaranta chilogrammi, vale quattrocento euro all’ingrosso, porta dentro di sé circa seicento litri di latte. Ogni forma è un anno di vita condensato. Tra prima e seconda categoria, c’è una differenza di qualche euro al chilo. Qualche decina di euro a forma. Le forme di terza categoria vengono raschiate, la crosta dei puntini rimossa, il marchio cancellato. La differenza può, in questo caso, arrivare anche a duecentocinquanta euro. Fate una semplice moltiplicazione di questa cifra per le migliaia l’anno che ne può produrre un caseificio e capirete perché il martelletto sia anche uno strumento economico prima ancora che artigianale. Ma Alessandro non parte mai dai numeri. Parte dalle persone. Vai a giudicare il lavoro di persone che si fanno un mazzo grosso così. I produttori, gli allevatori, i casari. Si svegliano alle quattro del mattino per andare a mungere. E tu stai andando a giudicare il loro lavoro. Capisci la responsabilità? All’inizio ci pesava moltissimo. Stare in mezzo. Non cedere né all’empatia né all’arroganza. Non lasciarsi intimidire dal casaro che si arrabbia quando una forma viene declassata, né gonfiare il petto quando si ha ragione. A volte capita anche di sbagliare. È un mestiere talmente soggettivo. In quel caso si condivide, si parla, si taglia, si rivaluta. Siamo in ventiquattro a fare questo mestiere in tutta la zona di produzione e il rapporto tra colleghi è fondamentale. Dobbiamo parlare la stessa lingua, interpretare nello stesso modo. Ventiquattro persone. In tutto il mondo. L’élite più discreta che mi venga in mente. L’uomo che supera la macchina: 89 contro 56 Nel 2024, durante una delle sessioni di taratura annuale a cui tutti i battitori sono soggetti, è stato introdotto per la prima volta anche il controllo parallelo di una macchina radiografica. Un sistema a raggi simile a quello dei controlli aeroportuali, applicato alle sessanta forme più difficili e ambigue della sessione. Sessanta forme selezionate appositamente per stare sul confine tra categorie, per mettere in difficoltà anche i più esperti. I battitori hanno fatto una media di correttezza dell’89%. La macchina si è fermata al 56%. Una vittoria che accende Alessandro. Lo dice con una soddisfazione trattenuta, quasi pudica. Detto da me sembra di parte. È lo sono. Però per me uno degli enormi vantaggi della nostra filiera è proprio questo patrimonio culturale che risiede ancora nelle persone. Le macchine o i computer, anche prima dell’intelligenza artificiale, scrivono romanzi, compongono musica, diagnosticano tumori da radiografie con accuratezza superiore a quella di molti radiologi umani. Nonostante ciò, in un magazzino dell’Emilia-Romagna, un uomo con un martelletto batte di gran lunga una macchina a raggi nel giudicare la qualità di un formaggio. Non è revanscismo romantico. È un fatto tecnico con una spiegazione profonda: il latte è vivo, il vivente è variabile per definizione, e la variabilità non si impara su un dataset. Si impara stando in mezzo alle cose per dodici anni, parlando con i casari, tagliando le forme per vedere se il suono corrispondeva all’immagine che ti eri costruito. Il battitore è un artista. È un direttore d’orchestra che ha necessità di studiare, di imparare, di cimentarsi.
Però sapete una cosa? Non è tanto questo che mi ha incuriosito del racconto di Alessandro. Ad ingegneria mi hanno insegnato che gli strumenti di misura vanno tarati ogni tanto. La bilancia del salumiere piuttosto che l’erogatore di benzina sono soggetti, ciclicamente, a delle operazioni di taratura per assicurare la correttezza della misura. Nel caso dei battitori invece, misuratori umani, avviene una sorta di ulteriore taratura umana. Altre persone li supportano perché il loro metro di misura interna sia quello corretto. Fantastico. Davvero fantastico. Qualcosa che non si può scrivere in una formula. Non si può registrare. Si può solo registrare la persona. Dal guscio chiuso al guscio aperto: diventare narratore Dodici anni di battitura. Poi qualcosa cambia. Non nel territorio, ma nella traiettoria di Alessandro al suo interno. L’ufficio marketing del Consorzio inizia a coinvolgerlo in attività divulgative. Una masterclass qui, una degustazione là, qualche evento fuori comprensorio. La divisione si fa sempre più equilibrata, fino a diventare cinquanta e cinquanta: metà mattine nei magazzini con il martelletto, metà in giro per il mondo con le forme aperte e le storie da raccontare. Berlino la sera prima, battitura alle cinque e quindici il mattino dopo. Poi, l’anno scorso, la scelta definitiva: lasciare il martelletto per dedicarsi interamente alla divulgazione. È stata una scelta molto combattuta. Quello era la mia vita. Fare il battitore, stare in quell’ambiente, era quello che volevo fare. Però i caseifici sono 290. Dopo dodici anni li conosci tutti. Conosci le persone. Mi è davvero spiaciuto lasciare quel rapporto diretto con i casari e gli allevatori. Però non si può avere tutto. Ci vorrebbero due o tre vite. Simone Weil scriveva che il passato è veramente passato solo quando si trasforma in qualcosa d’altro. Alessandro non ha perso i dodici anni di battitura: li ha trasformati in linguaggio, in capacità narrativa, in quella conoscenza viscerale del prodotto che porta ora nelle sue masterclass come un manoscritto vivente. Per capire un prodotto gastronomico a livello sensoriale, sapere quello che c’è dietro è fondamentale. Vedere una forma con certe caratteristiche di friabilità mi dà già tante indicazioni su come aspettarmi il sapore. Il colore della pasta. Tagliare e capire perché c’è quell’occhiatura. Non lo trovi su nessun database. Lo assorbi a forza di starci dentro. Prima giudicava le forme chiuse. Adesso apre le forme e racconta. Il guscio si è aperto e dentro c’era un narratore. Novecento anni non si banalizzano: formaggio come memoria collettiva Il punto su cui Alessandro torna con la maggiore accoratezza e dove la sua voce acquista una qualità diversa, più calda è quello della banalizzazione. Il Parmigiano Reggiano è talmente conosciuto, talmente radicato nella cultura italiana, che viene spesso dato per scontato. Parli con qualcuno e ti dice: ‘Ah, il parmigiano. Sì, lo mangio da quando ero bambino, me non mi devi dire niente.’ Ok, bene. Però questo non vuol dire che lo conosci. C’è poco da fare. In italia trattiamo il patrimonio come se fosse un dato di fatto permanente, come se la qualità fosse garantita dall’eternità del prodotto invece che dal lavoro quotidiano di migliaia di persone. Lo stesso errore che facciamo con i monumenti, con la lingua, con i paesaggi. Li diamo per scontati finché qualcosa li minaccia, e allora ci stupiamo di quanto ci manchi. A Roma abbiamo girato con l’auto attorno al Colosseo fino a pochi anni fa. A Venezia le navi entravano nel Canal Grande ormeggiandosi proprio difronte San Marco. Il Parmigiano Reggiano è quello che troviamo al supermercato. Luoghi comuni propri forse di chi ha troppo e non sa cosa farne. La gente non sa che quattro milioni di forme vengono battute una a una. Non sa che a 18 mesi ha caratteristiche completamente diverse da quelle a 60 o 100 mesi. Non sa che dietro c’è un territorio, una storia, delle persone, una cultura di novecento anni. Quando lo scopre, il prodotto gli piace cento volte di più. Novecento anni. Dal XII secolo, i monaci benedettini e cistercensi della pianura padana che avevano necessità di conservare il latte a lungo, di nutrire le comunità durante l’inverno, di produrre qualcosa di durevole e trasportabile, elaborano quello che sarebbe diventato il Parmigiano Reggiano. La stessa pianura. Le stesse vacche. Lo stesso latte crudo senza additivi, senza conservanti, senza niente che non sia latte, caglio e sale. Le stesse mani. Ci sono cose che non si possono semplificare senza perdere tutto. Il Parmigiano Reggiano pre-grattugiato ha il suo mercato, la sua utilità quotidiana, la sua onestà commerciale. Solo che quando gratto il Parmigiano a mia figlia da un pezzo intero, non c’è volta che ne stacco un lembo e lo mangio. Quello è il mio momento che mi fa pensare che se l’avessi avuto già grattugiato non l’avrei potuto fare. Il Parmigiano non è un condimento. È qualcosa di più alto. Di più. I Maestri Assaggiatori APR: costruire una nuova cultura del gusto Nel suo nuovo ruolo, Alessandro è anche maestro assaggiatore certificato APR (Assaggiatori del Parmigiano Reggiano) e coordina i corsi di formazione che il Consorzio porta in tutta Italia e all’estero. Due livelli, cinque lezioni ciascuno: un’immersione verticale che include la visita ai caseifici, la spiegazione tecnologica della trasformazione del latte, la storia della denominazione, l’educazione al marchio, le verticali di degustazione fino ai cento mesi di stagionatura. L’idea è creare qualcosa come i sommelier del vino. Ma in realtà è molto di più. È un’immersione completa nel prodotto, nel territorio, nella filiera. Viene un tecnologo a spiegare la trasformazione del latte. Un esperto di marchiatura racconta la storia del Consorzio. E alla fine del primo livello, tutti i corsisti sono invitati in un caseificio, poi in un magazzino, poi si va a mangiare insieme. Si chiude il cerchio. La struttura mi ricorda molto quella dei corsi per sommelier, con la differenza che qui il mondo è uno solo. È l’Emilia Romagna. Una specificità che invece di impoverire, amplifica. Perché il Parmigiano Reggiano è abbastanza vasto, abbastanza complesso, abbastanza antico da occupare un intero ecosistema culturale senza bisogno di allargarsi. Il secondo livello chiude il cerchio sulla degustazione: andiamo ad assaggiare e descrivere un cento mesi. E poi decliniamo le caratteristiche del prodotto applicandole al contesto gastronomico. Come si abbina, come si serve, come lo si apprezza davvero. La forma aperta Il gesto di aprire una forma di Parmigiano Reggiano è una sorta di rito. Sento davvero una commozione. Perché quello che sto aprendo è il risultato di novecento anni di lavoro di queste terre, delle persone che sono venute prima di noi. È quasi una convenzione, qualcosa che sento forte. Sembra anche un orgoglio e un’emozione. Aprire una forma di Parmigiano Reggiano è aprire un territorio. Dal disco di crosta bruna si rivela una pasta granulare, punteggiata di cristalli di tirosina bianchi come neve minuta, profumata di fieno e tempo. Dentro quella pasta c’è l’estate del Po, il freddo dell’inverno, il latte crudo di quella mattina specifica, le mani del casaro che non dorme, l’orecchio del battitore che ha deciso il suo destino. E il tempo. Sempre il tempo. Il grande ingrediente silenzioso di tutto quello che vale. Non è un solo un formaggio. È una forma di memoria. Virgilio lo sapeva. Alessandro Stocchi lo sa. La pianura aspetta che lo sappiamo anche noi. Per saperne di più sul Consorzio del Parmigiano Reggiano e sui corsi per Maestri Assaggiatori APR, visita il sito ufficiale. Per continuare il viaggio tra le storie di chi fa il cibo e il vino italiani, resta su Wine Tales Magazine.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Berebianco 2026. Il vino chiaro racconta l’Italia Arrow Right Top Bg

18 Giugno, 2026

Berebianco 2026. Il vino chiaro racconta l’Italia

  Album candidum, qui voluit habere vinum
quaerat in viridibus collibus et maturis uvis.
Columella, De Re Rustica, XII Columella, il più grande agronomo dell’antichità latina, sapeva che il vino bianco non nasce dal caso, ma da una ricerca. Nelle colline giuste, nel momento esatto, nelle mani che sanno attendere. Candidum: bianco, puro, luminoso. Una parola che nella Roma imperiale significava anche nobile, trasparente, senza dolo. Forse per questo i vini bianchi mi hanno sempre fatto pensare a un’idea di onestà che i rossi, con la loro teatrale profondità, le tannin-armature, le promesse di grandeur, non sempre mantengono. Ma veniamo ai fatti. Bere Bianco, la manifestazione organizzata da Cucina&Vini, rivista che da decenni racconta la cultura gastronomica italiana con una competenza invidiabile, è tornata a Roma il 23 maggio scorso con una nuova edizione che ho seguito con interesse e con qualche appunto critico. La location scelta è stata l’Hotel Palatino di Via Cavour, un indirizzo carico di storia solo per il nome che porta: il Palatino, il colle dei re, la collina dove per tradizione nacque Roma e dove Augusto costruì la sua domus. Ecco, però, che il nome è stato quasi l’unica cosa palatina dell’intera serata. L’hotel, lo dico con la franchezza che mi si perdona per mestiere, è un edificio che porta il peso degli anni senza la grazia di chi li ha vissuti bene. Nessuna indicazione al foyer per orientare i visitatori verso l’evento; i banchi d’assaggio due piani sotto il livello stradale, in spazi che avrebbero avuto bisogno di più luce, più aria, più senso estetico. Quando si organizza una manifestazione dedicata alla freschezza, all’eleganza e alla luminosità dei vini bianchi, la location dovrebbe parlare la stessa lingua. Detto questo, e lo dico perché il silenzio critico non serve a nessuno, men che meno agli organizzatori, devo aggiungere che i vini c’erano. È alcuni erano davvero belli. Il Sud che si riscrive: Puglia tra memoria e futuro Comincio dal Salento, perché la prima cosa che mi ha colpito al banco di Garofano Vigneti e Cantine è stata una storia di figli. Stefano e Renata Garofano hanno ereditato da loro padre Severino non solo una cantina fondata nel 1995 a Copertino (nel cuore della DOC omonima) ma un metodo, una visione, un modo di stare nel vino del Sud che ha contribuito a riscrivere la percezione del Negroamaro nel mondo. Il nuovo vino che presentano per celebrare i trent’anni dell’azienda si chiama Bianca dei Censi: un Salento IGP Fiano in purezza che segna un passaggio significativo nella storia della cantina. Il nome è un atto di poesia storica. Ad censum erano chiamati i terreni sottoposti a tassazione nel Medioevo, le rendite dovute ai signori o agli enti religiosi che venivano spesso versate in natura; il vino rappresentava la forma più preziosa di tributo. Bianca dei Censi è dunque una terra che paga il suo debito con la storia. E che storia. La scelta del Fiano è maturata attraverso diverse prove di vinificazione: la varietà, da clone Avellino, ha mostrato nel Salento un’ottima capacità di adattamento ai suoli argillosi della piana leccese, rivelando una buona tenuta aromatica ed equilibrio tra freschezza e struttura. Per Stefano e Renata, il Fiano stabilisce anche un collegamento con la Campania, terra d’origine del padre Severino: un filo discreto che unisce storia personale e scelta agronomica. Nel calice: giallo paglierino con riflessi quasi solari, note floreali di acacia e fiori bianchi, frutto di mela e pera con qualcosa di tropicale che non stona, minerale sottile. Un vino che guarda avanti senza dimenticare dove è nato. Bella prima mossa. Sempre dalla Puglia, ma dalla Valle d’Itria, arriva il Minutolo di Cantine Paololeo, linea Alture 350. Un progetto a quattro mani nato nel 2015 per la vinificazione in purezza di vitigni autoctoni come Minutolo, Bianco d’Alessano, Verdeca e Susumaniello. Varietà antichissime avviate verso l’estinzione, situate tra i 350 e 380 metri sul livello del mare nella Valle d’Itria. Il Minutolo è un vitigno di grande personalità. Aromatico, quasi sfrontato nel suo bouquet di rose, pesca bianca e mango — che ricorda certi caratteri del Gewürztraminer, ma con una leggerezza meridionale che lo rende meno impegnativo e più complice. La criomacerazione pellicolare di venti ore prima della fermentazione preserva tutta la carica aromatica del vitigno, e il risultato è un vino dal gusto consistente, equilibrato, di buona acidità, con sensazioni di frutta esotica. Uno di quei bianchi che ai giovani potrebbe davvero far scattare qualcosa — immediato, avvolgente, sincero. Liguria e Toscana: i vini della famiglia Arrigoni La famiglia Arrigoni è una di quelle storie del vino italiano che avrebbero meritato un film già da tempo. Magari, in qualche modo ce l’ha avuto, anche se indirettamente. Riccardo Arrigoni, grande fan di John Wayne, ha chiamato la cantina ligure Rosadimaggio traendo ispirazione dal film The Quiet Man di John Ford: la storia di Sean Thornton che torna in Irlanda a comprare la casa dov’era nato, quella casetta dell’infanzia che porta il nome di Rose of May. Una storia di radici, di appartenenza, di terra ritrovata. Gli Arrigoni sono presenti sia in Liguria, dove le Cinque Terre impongono una viticoltura eroica tra muretti a secco e precipizi sul mare, sia in Toscana, con la tenuta Pietraserena a San Gimignano. Il Pipato è il Cinque Terre DOC. Uve Bosco, Albarola e Vermentino in percentuali variabili. Nasce da vigneti terrazzati a strapiombo sul mare. Un vino decisamente mediterraneo che si racconta subito di frutto con golosi tratti esotici, ben miscelato alle erbe di macchia, con respiri balsamici. Forte è la presenza minerale di salgemma e scisto. Una bocca multidimensionale, tesa, salina. Il mare in un bicchiere. Il Prefetto è invece il Vermentino Colli di Luni. Vinificazione in acciaio a temperatura controllata con cuvée finale. Elegante, vegetale nel senso buono del termine, con quel retrogusto di mandorla amara che nei bianchi liguri sento sempre come una firma del territorio. Il Percaso completa la gamma ligure anche se l’ho assaggiato solo alla fine. Perché? Perché proviene da uve surmature che però, grazie alla sapidità salmastra lo rendono verticalmente salato. Un equilibrio perfetto che me ne ha fatto letteralmente innamorare. Dalla Toscana, dal colle di Pietraserena a San Gimignano, arrivano poi il Vigna del Sole e la Cretula, due declinazioni della Vernaccia. Il Vigna del Sole è il volto più diretto della denominazione: fresco, floreale, pronto. La Cretula Riserva è un altro passo, più profondo, con quella tensione ossidativa controllata che nei grandi bianchi di invecchiamento diventa valore. Alto Adige verticale: il Griesserhof di Varna Se esiste un posto in Italia dove il concetto stesso di terroirdiventa visibile a occhio nudo, quello è la Valle Isarco. Paul Huber della tenuta Griesserhof di Varna mi ha fatto pensare, assaggiando i suoi vini, a quei monaci medievali delle abbazie cistercensi che mappavano la Borgogna parcella per parcella e non è una suggestione casuale. Perché la tradizione viticola del Griesserhof è attestata sin dal XIV secolo nelle iscrizioni dell’Abbazia di Novacella, su una fertile altura morenica di origine glaciale che è il fondamento fisico di questi vini. Tre vigne, tre caratteri. Il Gols è nel fondovalle, terreno sabbioso e argilloso, ideale per il Sylvaner: armonico, fiorito, con ottima struttura e beva succosa. Il Gall, posto a 800 metri con orientamento sud-est, ospita il Kerner che beneficia di fresche escursioni termiche e luminosità intensa. Il Rigger, nella Valle Rigger in un bacino protetto e temperato, dà vita al Grüner Veltliner: bouquet intenso, fresco e acidulo, aromi di pesca bianca e frutti tropicali, morbido e persistente, delicatamente amarognolo. Legno e malolattica ne fanno un vino rotondo e fresco al contempo con possibilità di invecchiamento pazzesche. La 2019 si esprime infatti molto più con ampiezza e profondità Tre vini che parlano lingue diverse ma con lo stesso accento. L’accento di una montagna che  sussurra. E chi sa ascoltare, sente tutto. Campania: Joaquin e il Fiano che sfida il tempo Raffaele Pagano di Joaquin è uno di quei produttori con cui vorresti passare una notte intera a parlare di vino, di Campania, di Irpinia, di come certi luoghi abbiano ancora il privilegio di essere selvaggi e nobili al tempo stesso. Ci ho parlato pochi minuti fa al telefono e abbiamo discusso di tutto. Tranne che di vino. Questo già lo identifica come qualcuno che non è mai una sola cosa. Anche il suo Fiano non è mai una cosa sola. Il Vino della Stella, Fiano di Avellino DOCG Riserva, nelle annate 2022 e 2023, nasce da un vigneto poco meno di un ettaro piantato, dai venti ai trenta anni fa, nei suoli vulcanici di Lapio, il comune considerato non solo la casa spirituale del vitigno ma il suo terroir più grande. Il microclima fresco, l’alta quota e le forti escursioni termiche permettono un Fiano di precisione e complessità eccezionali. Otto mesi sulle fecce fini, poi bottiglia. Un ritardo deliberato che lascia alle note floreali giovanili il tempo di sedimentarsi mentre emerge quel carattere tostato che il Fiano maturo porta con sé come un dono inatteso. Nel calice: alloro, zafferano, albicocca matura, una mineralità che rimanda alla pietra da fuoco. Magnifico. Le due annate sono ben distinte con la 2022 che lascia un sogno in bocca. Il Piante a Lapio è un salto ancora più profondo. Prodotto da viti centenarie nella parcella più adatta del Lapio. Lì dove le vigne condividono ancora le colline con coltivazioni miste, boschi e macchia. Trascorre 60 giorni sotto flor e poi affina in fusti di acacia, rovere e castagno. Quasi sfida una nota di degustazione. Savoroso, ruvido, antico. Uno di quei vini che, bevendolo ti lasciano un punto interrogativo sul volto che significa: ma come diavolo hanno fatto a perdere un vino così? Infine il 110 Oysters 2024, un Greco vinificato a contatto con le bucce per un mese: frutta secca, noci, spezie dolci. Il nome evoca Heston Blumenthal e le sue ostriche soniche, ma il vino è tutt’altro che un esercizio concettuale perchè è vera sostanza, è un morso al territorio. Basilicata: le radici del Vulture La Cantina di Venosa, cooperativa fondata nel 1957, settecento ettari di vigneti alle pendici del Vulture, produttrice di circa il settanta per cento di tutto l’Aglianico imbottigliato della Basilicata, è una di quelle realtà che il mondo del vino italiano non sempre sa leggere nella giusta dimensione. Perché una cooperativa può fare vini grandi. E qui lo dimostrano. Il D’Avalos di Gesualdo, Greco Bianco IGP Basilicata, porta nel nome un riferimento storico di peso: Carlo Gesualdo da Venosa, il principe-compositore del Cinquecento, autore di madrigali cromatici di sconvolgente modernità, assassino della moglie sorpreso in flagrante, intellettuale tormentato. Il vino presenta colore giallo paglierino, bouquet fruttato con sentori di frutta a polpa gialla (pesca, albicocca), nota di salvia. Fresco, minerale e persistente. Un vino che tradisce le sue origini vulcaniche: c’è del fuoco quieto sotto quella freschezza. Ho assaggiato sia la 2023 che la 2021 e la 2021 mi ha convinto di più: più integrata, più profonda, con quella mineralità che il suolo del Vulture distilla nel tempo. Il Verbo nella sua versione bianca da Malvasia di Basilicata, è un capitolo a parte. La Malvasia qui non è la dolcezza aromatica che ci si aspetta: è una Malvasia asciutta, con residui zuccherini contenuti e una sapidità che sorprende. Un vino senza aggettivi facili, che chiede attenzione. Gliene ho data volentieri. Veneto: il Soave racconta il tempo Quando si parla di Soave, il rischio è sempre quello della genericità per via di un nome così diffuso nel mondo che ha perso per molti la sua aura di specificità. Ma poi assaggi certi vini e capisci che il problema non è il Soave: è che non si è saputo raccontarlo abbastanza bene. La Tenuta Sant’Antonio della Famiglia Castagnedi di Colognola ai Colli, è uno degli esempi più convincenti di come il Soave possa aspirare alla grandezza. Tesori si direbbero. Un tesoro che si chiama Vigna Monte Ceriani 2023 la Single Vineyard di sette ettari di Garganega su una collina di duecento metri di conformazione vulcanico-marnosa. Giallo paglierino con riflessi verdognoli, naso agrumato di pompelmo e limone, finale di mandorla amara. Un bianco che parla di minerale e di tempo. Le Vecchie Vigne sono il vertice: un ettaro di storia, le piante più vecchie della tenuta. Complesso, intenso, con note di mandorla amara, idrocarburi, pietra focaia, marmellata di frutta bianca e gialla, noci e biscotto. Un vino che non si beve in fretta. Si siede con te. Sempre nel solco veronese, Vicentini Agostino porta il suo Vigna Il Casale, Soave Superiore DOCG da Garganega in purezza su suoli vulcanici della Valle dei Ciliegi. La vendemmia 2022 ha ricevuto i Tre Bicchieri del Gambero Rosso 2025. Tutto meritato. Un vino diretto, con tensione, una combinazione di albicocca e lime completata da spezia pepata, tannico, sapido, sassoso. Quattro generazioni di famiglia Vicentini che lavorano queste vigne come se ogni grappolo portasse una responsabilità verso chi verrà dopo. Si sente. Marche: il Verdicchio come interrogazione filosofica Il Verdicchio dei Castelli di Jesi è uno di quei vini che si è cominciato ad apprezzare davvero solo negli ultimi anni. Forse perché il Verdicchio è un vitigno che ama il tempo e premia chi sa aspettarlo. Marotti Campi la tenuta di Morro d’Alba con settanta ettari vitati sulle colline che degradano verso l’Adriatico, lo dimostra in modo lampante. Il Salmariano Riserva DOCG è il cru per eccellenza: vendemmia a metà ottobre con raccolta manuale in piccole casse con ghiaccio secco per evitare ossidazione, fermentazione in acciaio a 15°C, affinamento sur lie con il 20% in piccoli legni. Il risultato è un vino di struttura e nerbo, con quel carattere amaro nobilissimo del Verdicchio maturo che non si scusa e non si ammorbidisce. Grande. E sto parlando del 2022. Perché quando ho assaggiato la 2016, allora li ho capito come questo incredibile vitigno possa davvero spostarsi nel tempo senza minimamente esserne scalfito. Avete presente quando incontrate una persona anziana che non ha una ruga? Ecco, quello è il Salmariano 2016. Il Volo d’Autunno è il fratello minore con una sua identità precisa: fermentazione a contatto con le bucce, affinamento in acciaio. Fedele alla storia del territorio, ricco e piacevolmente articolato, che unisce alle note tipiche del Verdicchio la varietà di altri aromi. Per me uno dei rapporti qualità-complessità-prezzo più interessanti dell’intera degustazione. Se poi prendeste il 2019 allora il livello di complessità salirebbe. Di un bel pò anche. Dimostrazione di quanto sia da imbecilli comprare solo una bottiglia di questi vini.   Abruzzo: il Pecorino e la sua doppia anima Il Pecorino è uno di quei vitigni che mi ostino a considerare tra i più interessanti dell’Italia centrale — non perché sia il più elegante o il più longevo, ma perché ha quella schiettezza aromatica (erbe mediterranee, rosmarino, timo, menta, frutta gialla) che nessun internazionale potrebbe replicare senza sembrare un travestimento. Di Sipio porta il suo Pecorino Terre di Chieti IGT da settanta ettari dove viti e olivi convivono in simbiosi con la flora autoctona, lambiti dall’Adriatico e protetti dalla Majella in un microclima ideale. Al naso, rosa canina e frutta tropicale, erbe mediterranee e balsamiche. In bocca esprime bilanciamento perfetto tra sapidità e morbidezza, con un finale avvolgente ed elegante. Un vino che va dritto, senza fronzoli. Ciavolich, cantina fondata nel 1853, con radici che risalgono a mercanti bulgari della lana fuggiti dall’invasione saracena nel Cinquecento, è un’altra storia. Il Pecorino Aries Colline Pescaresi porta le influenze delle brezze fresche dell’Adriatico ed esprime note di salinità, rosmarino, limone e mela. La versione Ciavolich è più minerale, più tesa, con una struttura che invita all’invecchiamento. Due visioni dello stesso vitigno, due lingue dello stesso dialetto. Tuscia: Vigne del Patrimonio e il territorio dimenticato Chiudo con una sorpresa. O forse la sorpresa più grande della serata. Vigne del Patrimonio è un’azienda giovane situata tra Ischia di Castro e Farnese, nel cuore della Tuscia viterbese. Rosa e Antonio, una vita spesa a degustare e raccontare il vino, hanno trovato una collina, e da quella collina hanno deciso di fare qualcosa di inatteso: metodo classico, in Lazio. I quattro ettari e mezzo di vigna si trovano nel comprensorio tra il Mar Tirreno e il Lago di Bolsena, zona di origine vulcanica, con gestione rigorosamente manuale senza pesticidi né sostanze di sintesi. Il logo aziendale, un leone alato inciso nella roccia, trovato nelle rovine dell’antica città di Castro, è già di per sé una dichiarazione d’intenti: guardare all’antico per capire il presente. Il Vepre Bianco 2024 è il vino a cui Tonino, recentemente scomparso, ha lasciato come eredità morale. Michele, fratello di Rosa lo tiene a battesimo come una reliquia. Me ha tutte le ragioni per uno Chardonnay che rilascia la sua mineralità fresca e pungente ad ogni sorso. Rimane in bocca con un gusto che non mi consente di assaggiare null’altro. Un ultimo pensiero: il bianco come frontiera aperta Tornavo a casa quella sera con i piedi stanchi e con la testa piena di profumi. Pensavo a quello che aveva scritto Columella duemila anni fa sulle colline verdi e l’uva matura. Pensavo che il vino bianco, in questo momento storico, è forse il territorio più vivo e più mosso di tutta la viticoltura italiana. Non più il vino della frivolezza da pronta beva. O non solo quello. Un terreno di sperimentazione, di identità, di racconto che i rossi con la loro grammatica più codificata faticano a esprimere con la stessa libertà. I giovani? Sì, i bianchi possono portarli al vino. Ma a patto che lo si racconti bene, a patto che li si serva a temperature che non li ammutoliscano (e qui permettetemi di ripetere la litania: il frigorifero a sei gradi uccide i profumi), a patto che chi li produce non si accontenti dell’immediato e chi li serve non si limiti al banale. Il vino bianco, come diceva qualcuno, è onestà. E l’onestà, candidum, ha sempre bisogno di essere difesa.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Centorame. Lamberto Vannucci: la terra come destino Arrow Right Top Bg

17 Giugno, 2026

Centorame. Lamberto Vannucci: la terra come destino

  Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore.
Pier Paolo Pasolini, dalla poesia 10 giugno Non so se vi sia mai capitato di capire come ci sia un momento nella vita in cui smetti di scegliere e inizi semplicemente a riconoscere. Riconoscere le cose, i fatti, i ricordi. Fin anche le persone. Come se le cose tutto fosse sempre stato lì, ad aspettarti. Erano sempre li solo che non ci badavi. Li, sempre al solito posto. Li dove sono sempre state. Certe persone le capisci subito. Non da quello che dicono, ma da come lo dicono. Forse dalla velocità con cui passano da un pensiero all’altro, dall’entusiasmo che non riescono a tenere a bada, da quella particolare forma di irrequietezza che pensi essere è ansia ma è fame. Fame di fare, di provare, di sbagliare e ricominciare. Lamberto Vannucci è così. Parla di vino e ti ritrovi a parlare di galline, di spumante in anfora, di suo padre, di quattro figli, di un maiale da ammazzare per fare le salsicce. Segui il filo, perché c’è sempre un filo, anche quando sembra che non ci sia un filo. Alla fine capisci che si sta parlando di una sola cosa: di una vita costruita intorno a un’idea precisa di come si vuole stare al mondo. Lamberto conduce Centorame, cantina di Casoli, in provincia di Teramo, nel cuore di quell’Abruzzo che da un lato guarda l’Appennino abruzzese e dall’altro sente il mare. Tredici ettari vitati, quattro figli, quattordici etichette. Un’altra in arrivo l’anno prossimo. Lo dice quasi scusandosi, ma gli occhi ridono. L’uomo che si annoia facilmente Nelle storie che vale la pena raccontare c’è quasi sempre una rottura. Un momento in cui qualcosa finisce e qualcos’altro comincia. Di più vero, di più necessario. Per Lamberto quella rottura ha la forma silenziosa di una scrivania abbandonata. L’azienda agricola di famiglia esisteva dal 1987. Uliveto, frutteti, ciliegie, susine, albicocche. Suo padre aveva anche terreni in affitto nella vallata del Vomano, dove coltivava tabacco. Il vino era ancora una cosa laterale, quasi un gioco domestico. Lamberto studiava, si preparava a una carriera nell’ambito commerciale. Poi, nel 2001, qualcosa si è mosso. O si è rotto. Nel 2001 feci delle piccole vinificazioni, così, per giocare. Ero appassionato di vino. Poi nel 2002 mi sono buttato completamente. Ho lasciato l’università e mi sono dedicato all’azienda. Senza un evento preciso, una scintilla. Niente di tutto ciò. Nemmeno un trauma. Un motivo scatenante.  No. Forse un po’ più la noia. A me piace fare, sperimentare. L’ufficio non faceva per me. La noia come motore. Non è la prima volta che lo sento da chi ha trasformato un’intuizione in vocazione. Colgo qualcosa di disarmante e onesto in questa risposta. Nessuna narrazione eroica, nessun richiamo mistico alla terra. Solo la consapevolezza, silenziosa e definitiva, che una certa vita non bastava. La vita di prima. Quella che nemmeno si ricorda. Mentre Lamberto parla, capisco che la noia di cui parla non è pigrizia. È esattamente il suo contrario. È l’insofferenza di chi ha bisogno di troppo spazio per stare fermo. Lo capisci da come descrive sé stesso oggi, a quarantasette anni, con un’azienda avviata e riconosciuta. Ho tredici etichette. Ne arriverà un’altra. Ho un’anfora con la quale voglio fare un Cerasuolo Superiore. Voglio provare una base spumante in anfora. Secondo me verrebbe un prodotto interessantissimo. Si ferma un secondo. Come se capisse che quel numero, 13, è qualcosa di eccessivo. Troppe etichette. Troppe da gestire. Lo so che sono tante. Ma mi sta stretto. Gli fa eco, involontariamente, una frase che ha detto poco prima parlando dei suoi inizi. Se avessi saputo a cosa andavo contro, forse ci avrei pensato due volte. Ma le belle avventure nascono per passione e per incoscienza. Questa è incoscienza e Lamberto lo sa benissimo. Incoscienza che è al tempo stesso il suo motore e il suo rischio. Quattordici etichette su tredici ettari significano una gestione della cantina di complessità quasi maniacale. Ogni vino nasce da un vigneto specifico, che non si cambia nel tempo. Le masse vanno tenute separate dalla vendemmia. Il magazzino si riempie di bottiglie diverse, cartoni diversi, formati diversi.  Il problema non è nemmeno tanto vendere i prodotti. Il problema è separare le masse in cantina durante la vendemmia. Se avessi più spazio, lo spumante rosé l’avrei già fatto. Lo spazio in cantina. Quello mi frena. Suo padre, la vigna, le mani Quando Lamberto ha lasciato i libri, il lavoro agronomico era già in mani sicure: quelle di suo padre. Un uomo senza studi accademici ma con quella competenza che si accumula nei decenni, nell’osservazione diretta, nell’errore corretto, nel ritmo delle stagioni.  Lui curava tutto. Veniva dai frutteti, aveva gestito colture diverse, venduto alla grande distribuzione. Era molto preparato. L’esperienza insegna. In cantina, invece, Lamberto ha imparato da solo. O quasi. Un enologo al suo fianco fin dal primo anno, con una presenza via via più discreta. Un consulente, precisa, non un direttore.  Lui mi dice quello che voglio fare e mi accompagna su quello che voglio ottenere. Non si impone. L’avrei fatto impazzire con quattordici vini. Per dodici anni ha lavorato fisicamente in cantina, dalla ricezione delle uve fino all’imbottigliamento. Oggi quel lavoro lo condivide con due collaboratori fidati, uno dei quali è con lui da trent’anni.  L’ho formato io. Adesso forma lui.  In questa frase alberga la stessa logica che governa il vigneto: ciò che ricevi lo restituisci, ciò che impari lo trasmetti. La continuità non è conservazione. È movimento lento, misurato, consapevole. Rimane una zona in cui Lamberto non delega niente: la lavorazione dei vini bianchi.  Lì ci sono solo io. È un momento più delicato. I bianchi vanno pianificati prima della fermentazione, va gestito tutto con attenzione. I rossi, deraspi, pigia, butti in vasca, sono più semplici, relativamente. I bianchi no. Lamberto non abbandona la complessità agli altri. La complessità la cerca, la vuole, la gestisce. Delega solo quello che può permettersi di delegare. Centorame: il nome, la madre, lo spumante Centorame. Il nome ha una storia che Lamberto racconta quasi di passaggio, come se fosse ovvio. Ma non lo è affatto. L’azienda era intestata alla madre, AnnaMaria. Suo padre non poteva esserne il titolare principale. Fino al 2005 si chiamava Azienda Agricola Centorame di Vannucci AnnaMaria. Poi, quando Lamberto ha affittato l’azienda dalla madre, ha cambiato il nome. Solo che Centorame è rimasto.  Vannucci non suona bene. È poi era giusto così. Una azienda, la mamma, il papà, una sorella. Sembra che si sviluppi tutto. Invece crolla.  Crolla quando prima muore il padre e un mese dopo la sorella. La perdita che arriva doppia, senza respiro tra un colpo e l’altro.  È stato un anno nero, Parole semplici e nette. Parole che rivelano ed evidenziano il tutto. Non lasciano niente altro da aggiungere. Non serve. È un tipo di lutto che non si spiega. Si riconosce soltanto. Si ricordano i momenti belli. Gli aneddoti. Suo padre, quando era ancora in vita, raccontava a chiunque venisse a comprare il vino la storia di come era nata quella cantina. Passava ore intera con gli acquirenti.  Tutti me lo dicono. Che passava il pomeriggio a raccontare. Con orgoglio. Quando tornano quelle stesse persone a comprare il vino, me lo dicono ancora. Una frase interrotta dalle pause. Come se sperasse che fosse il padre ad intromettersi nei ricordi. Un padre che custodisce la storia mentre il figlio costruisce il vino. Due ruoli complementari, due modi diversi di amare la stessa cosa. Lo spumante porta il nome della madre, Anna Sofia.  Mia figlia si chiama uguale. Quindi lo spumante è per entrambe. Vediamo fino a quando regge. Ride. Ma dietro quella risata c’è qualcosa di tenero e di saldo insieme. È il modo con cui certi uomini portano l’affetto senza mostrarlo del tutto, lasciandolo intuire negli angoli delle frasi. Quelle bollicine Pas Dosè che mi hanno fatto conoscere la qualità di questa azienda. Ero ad una degustazione AIS per le bollicine e mi sono imbattuto in questo Pecorino. Nell’articolo scrissi qualcosa che mi è ancora rimasto in mente: Anna ha quella grassa essenziale schiettezza propria dell’Abruzzo. Un sorso che non tradisce. Una sensazione di appagamento che non c’è e che costringe a finire la bottiglia I vini: franchezza come manifesto Quattordici etichette. Quando glielo faccio notare lui non si scusa.  Lo so. Sono tante. Ma ognuna ha una ragione. E la ragione, alla fine, è sempre la stessa: la curiosità. Lamberto non è il tipo che si siede su ciò che funziona. Vuole capire cosa succede se cambia la fermentazione, se affina in anfora, se lascia che il vino trovi da solo la propria strada. Già, ma con un filo che tiene insieme tutto: la franchezza. Sia sulla fermentazione spontanea che con lieviti selezionati, nei miei bianchi non sentirai mai frutta tropicale, ananas, cose strane. Sono vini riconducibili al vigneto. Non amo le mode create con quei lieviti molto dolci, profumati, che stancano subito. Cerco la rusticità. Vini croccanti, con nervo. La parola rusticità torna più volte e Lamberto ci tiene a precisare Non ruvidi. Croccanti. Che abbiano nervo. È una distinzione importante, e vale la pena fermarsi. Nel dibattito contemporaneo sul vino naturale, dove la rusticità è diventata spesso un’estetica, quasi un costume ideologico, Lamberto occupa una posizione più sfumata e più difficile: vuole vini franchi, territoriali, non manipolati, ma anche puliti, riconoscibili, senza difetti che si spaccino per carattere.  Non amo le volatili alte. Una leggera può rendermi simpatico un vino, può piacermi. Ma la linea è molto sottile. Solo vitigni autoctoni: Montepulciano, Pecorino, Passerina, Trebbiano. Nessuna uva comprata, nessun vino acquisito dall’esterno.  Se dovessi imbottigliare uve che non ho visto nascere, farei fatica a parlartene. Non saprei cosa raccontarti. Ogni vino nasce sempre dallo stesso vigneto, con la stessa lavorazione così da fare in modo che chi lo consuma negli anni riesce sempre a riconoscerlo. Come se avesse una carta d’identità. Quattro le linee con la San Michele che ne costituisce il cuore fatto di Montepulciano e Trebbiano. Sono i vini dell’inizio, quelli che, chi conosce Centorame da vent’anni, riconosce ancora senza esitare. Il Pecorino, primo vigneto reimpiantato nel 2003, si colloca vicino per carattere e filosofia.  Tua Pina Pecorino Colli Aprutini IGT Lamberto lo ha dedicato a sua moglie Pina. È un vino che ha un affetto dentro e forse per questo sa essere così diretto, così senza filtri. Il Pecorino è il vitigno bianco abruzzese che negli ultimi anni ha conquistato il mercato con la sua esuberanza aromatica. Lamberto lo pianta vicino al fiume Vomano, dove l’escursione termica lo favorisce, lo preserva, gli dà nervo. Solo acciaio e una mano ferma. Nel bicchiere è paglierino chiaro, quasi brillante. Al naso è immediato e generoso: agrumi verdi, un tocco di frutta tropicale che non scade mai nel banale, fiori bianchi, gelsomino, tè con una sottile nota sapida che anticipa il sorso. In bocca è sinuoso, la vena acida vivace ma non tagliente, la struttura morbida la accompagna senza sopraffarla. Finale sapido che si prolunga con garbo. È un bianco che sa essere piacevole senza essere facile. Cosa che non tutti i Pecorino riescono a mantenere. Nel 2017 è nata Liberamente: fermentazione spontanea, pied de cuve. Tre vini da Montepulciano, Cerasuolo, Trebbiano, nati dalla voglia di esplorare senza contaminare ciò che era già consolidato.  Non volevo stravolgere quello che avevamo costruito. Chi ci conosce da più di vent’anni sa che non abbiamo mai cambiato linea. E questo lo apprezzano. Liberamente Trebbiano d’Abruzzo Qui le regole cambiano. La linea Liberamente nasce nel 2017 da una precisa volontà di separazione. Lamberto voleva esplorare la fermentazione spontanea senza toccare ciò che aveva costruito in vent’anni sulle linee classiche. Non sapeva esattamente cosa avrebbe ottenuto. Voleva scoprirlo. Il Trebbiano Liberamente fermenta con i soli lieviti indigeni del vigneto. Nessun innesco esterno, nessuna guida.Nessun solfito aggiunto. Nel bicchiere è giallo paglierino con riflessi verdognoli, vivace, con qualcosa di leggermente velato che dice subito di che cosa si tratta. Al naso ha una spontaneità che i vini condotti non hanno data dalle erbe aromatiche, dai fiori di campo, dalla frutta fresca con una lieve tensione fermentativa che svanisce presto lasciando posto a qualcosa di terra, di più vivo. In bocca è secco, diretto, con una freschezza acida che taglia pulita e una bevibilità quasi irresistibile. Non cerca complessità cerca la leggerezza come forma di verità, il vigneto che parla senza essere mediato. È il vino di Lamberto che si concede il lusso di non spiegarsi.​​​​​​​​​​​​​​​​ Liberamente. Montepulciano d’Abruzzo 2021 Nel bicchiere è rosso rubino di bella intensità, luminoso nonostante la densità che promette. Al naso si presenta con una ruvidezza che non è difetto ma carattere. Anzi, è proprio di quella ruvidezza che questo vino fa la sua cifra stilistica. Ciliegia in apertura, poi prugna, fragola, e subito una vena erbacea intensa che percorre tutto come una corrente sotterranea. Poi arriva l’arancia rossa, una sanguinella decisa che si lega al vegetale in un intreccio fitto e affascinante. E quando pensi di aver capito il vino, spunta il mirtillo e con lui tutta la frutta nera, densa, quasi impenetrabile. Infine un sottofondo di incenso che trasforma il sorso in qualcosa di più arcano, di più antico. È un naso che trascina, che obbliga a tornare, che non si lascia esaurire in una sola olfazione. In bocca mantiene quella ruvidezza promessa, accompagnata da un frutto maturo che la ammorbidisce senza tradirla. Sembra quasi un succo di mirtillo scuro e denso. Avvolgente, caldo, masticabile. I tannini ci sono, si sentono. Sono piacevoli, quasi golosi, di quelli che riempiono la bocca senza stringerla. Il finale è lievemente amarognolo, un’ombra di cioccolato amaro che impreziosisce tutto e che, quasi inevitabilmente, chiama un altro sorso. È il vino di Lamberto che si concede il lusso di non spiegarsi. Niente mediazione, niente correzione. Solo la vigna che parla con la propria voce, ruvida e generosa, esattamente come lui aveva immaginato quella mattina del 2017 in cui ha deciso di lasciare che accadesse. Poi Castellum Vetus, la linea alta con affinamento in legno.  Castellum Vetus Trebbiano d’Abruzzo DOC 2021 Giallo paglierino brillante, con quella luminosità che certi bianchi portano come una promessa silenziosa prima ancora che li avvicini. Il naso non si fa attendere: fichi maturi, pesca, frutti tropicali avvolti in vaniglia e miele, poi camomilla, erbette aromatiche e la noce moscata che lega tutto con la discrezione di chi conosce il proprio ruolo. È un profumo ricco senza essere invadente o opulento. Usa la grazia di chi sa trattenersi un istante prima di esagerare. In bocca è una sorpresa continua. Caldo, fresco, sapido, avvolgente come un abbraccio che non ti aspettavi. I quattordici gradi si sentono ma non pesano. Sono parte dell’architettura, non un eccesso. Pulisce la bocca e insieme la lascia vogliosa, come se ogni sorso preparasse il terreno per il successivo. I frutti tropicali tornano nel finale, sapidi, persistenti, con quella lunghezza che nei grandi bianchi non finisce mai davvero ma si dissolve lentamente, lasciando il segno. L’ho abbinato a dei ravioli di gambero e il matrimonio era degno di entrambi. Questo Trebbiano è uno di quei vini che non hanno bisogno di cibo per giustificarsi. Sa di ricchezza fine e delicata, di eleganza senza strafare, di un territorio che ha qualcosa da dire e di un uomo che sa come farglielo dire. Non è un vino semplice. È un vino impegnato, di quelli che ti abbraccia e non ti lascia andare. Castellum Vetus Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG 2019 Prima ancora di portarlo al naso, ti ferma il colore. Rosso Urbino in una tonalità profonda, quasi imperiale, che certi rossi abruzzesi raggiungono quando il Montepulciano è fatto sul serio. Impenetrabile così che sembra un mare scuro e senza fondo. Eppure è brillante. Ben fatto, ben curato. La densità qui non è torbidezza, è sostanza. Al naso emerge un sottobosco intricato e seducente. Ciliegia, prugna, arancia, poi una vena vegetale fresca che attraversa tutto come un sentiero tra i rovi.  Proprio lì, in quei rovi immaginari, trovi more, lamponi, ribes, frutti selvatici che non chiedono il permesso. Poi la liquirizia, il pepe, i chiodi di garofano, la viola, il cardamomo. Infine, quasi in fondo, il cioccolato fondente, scuro, serio, necessario. In bocca è un vino che occupa ogni angolo. Tannico, caldo, secco, pieno di sé nel senso migliore possibile. La parte vegetale emerge forte e rinfresca, dà struttura, richiama il verde dei vigneti argillosi di Casoli. Il finale è amarognolo con una nota mandorlata che non disturba, anzi intriga, e una sapidità quasi ferrosa che racconta il terreno da cui viene. Denso, minerale, gagliardo. Un vino che ha bisogno di ossigeno, di tempo, di contemplazione. Di quelli che apri un’ora prima e trovi ancora in evoluzione nell’ultimo sorso. Uno di quei vini, insomma, che hanno bisogno di sgorgare. E quando finalmente sgorgano, riempiono tutto.​​​​​​​​​​​​​​​​ Poi le Scuderie Ducali, pensate per la ristorazione e per i mercati che cercano qualcosa di più accessibile. Infine c’è lo spumante. Un metodo classico da Pecorino in purezza prodotto in sole quattromila bottiglie, ottanta percento venduto in regione. In Abruzzo lo conoscono tutti, è considerato il metodo classico più interessante dai clienti più attenti. Fuori regione è più difficile: ti presenti con uno spumante da Pecorino e qualcuno storce il naso. Ha ragione. Il pregiudizio geografico nel vino è duro a morire. L’Abruzzo non è la Franciacorta, non è il Trentino. Ma chi ha assaggiato, ad una degustazione AIS, come me una Anna Sofia dopo ottanta mesi sui lieviti, sa già che certi confini mentali vanno rivisti.  Lotta integrata, colonnina meteo, e il rifiuto dell’ideologia Biologico, biodinamico, naturale, lotta integrata. Chissà cos’altro. Sono diventatei categorie identitarie legate a tribù con propri dogmi e proprie scomuniche, Lamberto si colloca in un punto scomodo e lucido allo stesso tempo. Una zona d’ombra che unisce alla lotta integrata, la vera consapevolezza ambientale che non ha bisogno di etichette. Non sono un talebano. Se c’è un’annata difficile, devo avere il paracadute. È nelle annate normali che si può apprezzare la differenza che, nel caso di Lamberto, vuol dire pochissimi interventi: alghe, olio d’arancio, sovescio. Molti prodotti del biologico, senza esserlo ufficialmente. Una questione di famiglia, questa. Mio padre voleva passare al biologico. Io gli dicevo aspetta, guarda: abbiamo passato quell’annata difficile, è andata. Il biologico dipende anche da cosa fanno i tuoi vicini. Puoi essere il più bravo dei biologici, ma se intorno a te nessuno lo è, non ti serve a niente. Come dargli torto? Spesso ci sono agricoltori che si convertono al biologico quando tutto intorno usano la chimica. Per quanto possano vantarsi di essere rispettosi dell’ambiente sarebbe come vivere su un atollo caraibico in un mare fatto sporco da petrolio. Ovvio che la contaminazione è sicura. L’approccio pragmatico consente anche di usare la tecnologia per prevenire più che curare. Nel caso di Lamberto, hanno installato una colonnina meteo che si interfaccia con un software: bagnatura fogliare, pressione delle spore, direzione del vento.  Alla fine della stagione risparmio almeno un trattamento. Tratto solo quando serve, non secondo il calendario. C’è in questo approccio qualcosa di più maturo di molte posizioni che sento in giro. L’onestà di chi sa che la coscienza vale più della certificazione, e che il rispetto per la terra non si misura con il bollino. I figli, il futuro, il paesino con il mare e la montagna Quattro figli. Il grande ha sedici anni, è al terzo anno dello scientifico, è indeciso tra veterinaria e medicina.  È quello più lontano dall’azienda, penso. Poi due gemelli, maschio e femmina. E il piccolo di sei anni. Spero che almeno uno abbia la passione. Se non ce l’ha, gli dico di non farlo. Si ferma.  Qui ci vuole un produttore, non un imprenditore. Devi amare tutto: la vigna, la cantina, il cliente, la storia. Non puoi delegare il cuore di quello che fai. Produttore e imprenditore. Una distinzione che sembra stargli a cuore. L’imprenditore ha investito nel vino, magari fa altro, si confronta con l’agronomo e con l’enologo che gli dicono magari cosa fare. È un lavoro diverso. Nella mia azienda ci vuole qualcuno che sappia tutto, che segua tutto, che ci metta le mani. Se i figli si appassionano, sarei contento. Se hanno la fortuna di poter fare quello che amano, il mio consiglio è di farlo. L’ho fatto io. Non me ne sono pentito. Poi, con quell’ironia che affiora sempre al momento giusto Però se tornano tutti e quattro, lì son cazzi. Quattordici vini divisi per quattro figli. Potrebbe anche funzionare. Casoli è un paese piccolo. Il mare è a dieci minuti. Il Gran Sasso a cinquanta.  Ho le mie galline, ammazziamo il maiale, facciamo le salsicce. Non ho mai mangiato un pollo del supermercato, non esiste. Per noi sono cose normali. Ma quando viene un turista e vede la gallina razzolare, rimane a bocca aperta. È il paradosso di chi è cresciuto in un luogo che gli altri chiamano privilegio e che lui chiama semplicemente vita. C’è un fenomeno che osservo con sempre maggiore frequenza, in questi anni: il ritorno. Figli che se ne erano andati, che avevano bisogno di fare altro, di vedere altro, e che adesso tornano. Soprattutto dopo il COVID, come se quell’esperienza collettiva avesse rimescolato le priorità, riportato il corpo al centro, restituito valore alle cose che si toccano, che si annusano, che crescono lentamente. Lamberto lo vede anche lui, e lo dice con una soddisfazione tranquilla Tornano. E fanno bene. C’è da divertirsi, c’è da lavorare, c’è da stare bene. Stare bene. Forse oggi non si sa più cosa sia il benessere. Non si sa se sia una categoria di consumo, una app, un abbonamento, una routine da ottimizzare. Servirebbe qualcosa di maggiormente radicale. Stare bene vuol dire che sei nel posto giusto, a fare la cosa giusta, con le mani che sanno già dove andare. Con la testa che pensa alle cose da fare per la propria vita. Non per quella degli altri. Nella prima fase ero più giovane, mi sono divertito, ho viaggiato. No, quella non la cambierei. Forse alcune scelte commerciali, col senno di poi. Ma stilisticamente, sul lavoro, no. Non cambierei niente. È il pensiero di un uomo che ha fatto pace con la propria storia. Non perché tutto sia andato bene visto che un anno nero lo ricorda bene. Ma perché quello che ha costruito ha senso, ha radici, ha un nome che suona bene e che porta i nomi di chi ha amato. Lamberto Vannucci fa vino come fa tutto il resto: con le mani dentro, con la testa libera, con quella particolare forma di incoscienza che non è leggerezza ma è coraggio. Il coraggio di chi sa che il risultato arriverà dopo, sempre più tardi di quanto si vorrebbe. Intanto, continua a piantare e a sognare. Ha forse capito che non si tratta di scegliere una strada nuova, ma di riconoscersi in qualcosa che viene da prima. Come la terra del nonno, il lavoro del padre, un’identità che non si inventa ma si eredita e si onora. “Solo nella tradizione è il mio amore” potrebbe essere la frase di Lamberto stesso, parlando dei suoi vitigni autoctoni, del suo rifiuto delle mode, della sua fedeltà a un modo di fare vino che non cambia da vent’anni.​​​​​​​​     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Le Grazie. La serenità delle cose semplici Arrow Right Top Bg

14 Giugno, 2026

Le Grazie. La serenità delle cose semplici

  Infandum, regina, iubes renovare dolore. Quando il dolore è quello dolce di una vacanza finita troppo in fretta, raccontarlo diventa quasi un piacere. Palinuro, il fido nocchiero di Enea, cadde in mare proprio su queste coste. Da allora il Cilento porta addosso il segno di quel naufragio fondativo: un territorio che è insieme arrivo e partenza, terra che accoglie chi è stufo di navigare. Duemila e qualcosa di anni dopo, ci siamo arrivati anche noi, in famiglia, per un weekend che doveva essere solo una pausa e che invece è diventato uno di quei racconti che meritano una rubrica. Si, perché il Cilento è uno di quei luoghi che non cercano il clamore mediatico piuttosto che la notorietà facile. Vive di una sobrietà viscerale data da persone che nella loro semplicità amano vivere in tranquillità. Una terra che finisce nel mare e un mare che sa di terra. Fusione di elementi e di significativa voglia di vivere in una tranquillità che solo quando la vivi ne capisci la radicale motivazione. Montecorice e Baia Arena: il Cilento che non ha bisogno di pubblicità Montecorice è uno di quei nomi che, se non sei del posto, fai fatica a piazzare su una mappa. Eppure basta arrivarci una volta per capire perché chi se ne va, prima o poi, ci pensa sempre. Le collinette che scendono verso il mare, gli ulivi che sembrano scolpiti dal vento. Poche case, poche persone ma quello che basta per essere in pace con se stessi, per non sentirsi oppressi da niente. Poi Baia Arena: una spiaggia che non ha la prepotenza delle località blasonate, ma che si fa amare con calma, con quella luce che nel tardo pomeriggio diventa quasi liquida sull’acqua. Ci siamo seduti lì prendendo un ombrellone da un signore che li affittava e li piantava proprio dove si voleva. Azzurra con la sabbia tra i piedini e l’immediato tutto in acqua. Le persone attorno a godere di un sole non troppo caldo di inizio giugno. Ho pensato che certe cartoline non hanno bisogno di filtri. Pollica e Castellabate: il Cilento che è già leggenda A pochi minuti di macchina, Pollica porta ancora il peso e l’eredità di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore che il Cilento non ha mai smesso di onorare. Come di Carlo Petrini, che proprio da queste parti ha trovato uno dei luoghi simbolo della filosofia Slow Food. Camminare tra le sue stradine significa muoversi in un territorio che ha fatto della lentezza una scelta di vita prima che diventasse uno slogan. La spiaggia poi è qualcosa che non si dimentica. Per la sabbia bianca, per l’acqua cristallina. Finanche per la pizza servita al lido Giù Giò che, nella sua verace semplicità, l’ho trovata ottima. E poi Castellabate, che per chi come me è cresciuto con il cinema italiano resta indissolubilmente legata a Benvenuti al Sud. Ne avevo già scritto, raccontando la storia di Bernardino, ma rivederla, con il borgo che si arrampica sopra il mare e il blu che si confonde con il cielo, fa un altro effetto. Il tramonto, dal belvedere immediatamente fuori dalle mura, non ha prezzo. Il sole che cala sul mare non solo fornisce una sensazione di beatitudine ma libera completamente qualunque peso della giornata. Non quando si è in vacanza ovviamente.  Bisio, da buon settentrionale, alla fine non voleva più andarsene. Capisco sempre di più, il perché. Le Grazie: Bernardino e Silvia, i padroni di casa che non ti aspetti Il cuore del weekend è stato Le Grazie, l’agriturismo e azienda vinicola di Bernardino Cera, di cui avevo già raccontato il percorso umano e professionale in un articolo precedente. Tornarci con la famiglia, è stata un’esperienza diversa e forse più completa. Bernardino e Silvia sono stati padroni di casa nel senso più pieno e antico del termine. Quell’accoglienza che non si insegna nei corsi di hospitality, che nasce da un’idea di casa aperta, di tavola condivisa, di tempo regalato senza calcolo. Si respira, in ogni gesto, quella generosità cilentana di cui tanto si parla e che raramente si trova così autentica. Le camere sono veri e propri appartamenti dotati di cucina e veranda. Una grande camera da letto e un bagno di tutto rispetto. Ogni cosa è al suo posto. Ogni cosa è studiata alla perfezione. All’insegna della semplicità e di quella finezza della quale oggigiorno si è un pò persa la bussola. Forse il Cilento ammetterebbe anche qualcosa in meno, ma Bernardino è uno preciso e il livello che vuole mantenere a Le Grazie, non ammette sbavature. Un vero nordico approdato qui. Una piscina sul mare del Cilento, le vigne eroiche L’agriturismo si affaccia sul mare del Cilento con una vista che lascia senza parole: la piscina sembra galleggiare sopra il blu e da lì lo sguardo arriva fino all’orizzonte senza ostacoli. Azzurra non ha fatto che correrci intorno mentre mia moglie ed io sorseggiavamo il Fiano Vincenzì di Bernardino. Siamo stati qualche minuto in più del previsto, complice quel panorama che rende difficile alzarsi. Sopra, le vigne. Quelle che Bernardino ha piantato su un terreno completamente roccioso, dove nessuno avrebbe scommesso un euro. Vigne eroiche nel senso più letterale: ottenute litigando con la pietra, accarezzate dal vento di mare che le tiene pulite e sane. Vederle, salire tra i filari con la brezza che arriva dal golfo, restituisce un senso di pienezza e appagamento. Quando sono arrivato sulla sommità, vedendo il panorama, respirando a pieni polmoni la brezza del mare, ho capito perché Bernardino è tornato. Così come scendendo e letteralmente scivolando sul ripidissimo pendio, ho pensato a tutti quelli che dovrebbero venire qui per capire cosa vuol dire curare queste piante. La chiesetta dove mi sposerei un’altra volta E poi c’è la chiesetta. Piccola, semplice, immersa nel verde con il mare sullo sfondo. Uno di quei luoghi che non hanno bisogno di marmi o di decorazioni barocche per essere solenni: basta la luce che entra dalle finestre e il silenzio che la circonda. L’ho guardata e ho pensato, senza nessuna ironia, che se dovessi rifare la promessa che ho fatto tanti anni fa, sempre a Claudia, la donna che amo, la la rifarei lì. Non so se sia il Cilento, il vino o la stanchezza buona di un weekend in famiglia, ma certi luoghi ti fanno venire voglia di ricominciare le cose belle. O di non abbandonarle mai. Ti fanno venire voglia di mollare tutto, la città, il caos, la vita fintamente patinata, per rifugiarsi in posti come questo dove l’essenza della vita è quella della semplicità e della coesione tra le persone.  I vini de Le Grazie: il sigillo di un territorio E infine i vini, che restano sempre il punto in cui tutto il racconto si chiude e si riapre. Il Vincenzì, il Fiano in purezza affinato in acciaio, conferma quella sapidità marina e quella mineralità che lo rendono riconoscibile. Il Sarto, l’Aglianico dedicato al nonno sarto di Montecorice è un piccolo manifesto di coerenza. Un Aglianico che su questi pendii assume il carattere affabile, mai ostico, del cilentano. Don Ciccio è invece l’Aglianico più austero, quello dedicato all’altro nonno. Uno di quei vini da assaporare lentamente. Anche d’estate perché su queste colline, la copertina serve. A questi si aggiungono i Colli Montecoricesi, blend di Fiano e Falanghina nonché Ripe in Rosa, lo Charmat lungo da Aglianico. Bernardino ha in serbo altre sorprese. Perché questi luoghi si prestano anche a sperimentazioni inedite. Assaggiare questi vini, lì, con il mare davanti e il sole che cala dietro le vigne, ha un sapore diverso. Più vero, forse. O forse sono solo io che, dopo un weekend così, faccio fatica a essere obiettivo. Squasaria. Il ristorante con il panorama più bello del mondo La terza sera con Bernardino e Silvia, abbiamo cenato da Squasaria. Poco distante dall’agriturismo, ci si arriva attraverso una piccola strada sterrata. Una piccola costruzione. Pochi tavoli all’aperto. Il mare che appare tra le montagne. Una suggestione che si unisce alla pace, al buon cibo, alla maestria di Gianlorenzo che quando cucina lo fa con amore. Un panorama, gli amici, del vino, il cibo, una musica accennata di sottofondo. Tutto il resto è veramente superfluo. In fondo, di questo si tratta. Di luoghi che entrano nel bicchiere prima ancora che il vino venga versato. Di persone che rendono i soggiorni non solo piacevoli ma appaganti. Così che non hai bisogno di altro. Grazie Bernardino, grazie Silvia. Al Cilento, come ad Enea, si torna sempre. Quando un forestiero viene al Sud piange due volte: quando arriva e quando parte       Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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