Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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22 Maggio, 2026

Terreno. Sofia Ruhne e il giardino impossibile

  Avete presente le piante che nascono per strada? Si, quelle dentro i tombini piuttosto che alla base dei pali della luce, dei semafori o semplicemente nelle fessure dell’asfalto. Ogni volta che ne vedo una, mi chiedo come diavolo ci sia finito li un seme. Portato dal vento sicuramente. In ogni modo, resistono. Resistono a tutto. Senza scomporsi, anzi, venendo su rigogliose. Anche con radici forti. Sarà la forza della natura. La voglia di adattamento. La sopravvivenza. Ma anche la gioia di essere al mondo e di trovare un proprio spazio vitale esattamente li dove una folata di vento l’ha portata.  Quando ho incontrato per la prima volta Sofia Ruhne è stato a Roma ad una degustazione del Chianti Classico. Mi è sembrata immediatamente fuori posto. La sua altezza, i capelli biondi, gli occhi chiari, il sorriso incredibile e quell’aspetto tipicamente nordico non propriamente toscano. In mezzo a vignaioli e produttori dall’aspetto inequivocabilmente italico, sembrava fuori posto. O perlomeno anomala.  È per questo che ho voluto approfondire la sua storia scoprendo che è una storia che parla di radici piantate nel posto sbagliato. O forse in quello giusto, solo in modo imprevisto.  Una madre svedese che sognava un giardino, un padre che trasportava banane per mezzo mondo e di una figlia che alla fine ha fatto suo quel sogno traslato, moltiplicato, convertito in bottiglie di Sangiovese. Stavo preparando due masterclass su Amarone e Langhe, mondi lontanissimi eppure entrambi abitati dallo stesso bisogno: raccontare. Perché il vino, lo dico sempre e non mi stanco, non sopporta la didascalia. Sopporta la storia, il peso specifico di una vita, la voce di chi lo fa. E la voce di Sofia, quando ha risposto alla mia chiamata, aveva quella qualità luminosa che riconosco nelle persone che hanno trovato il loro posto nel mondo. Non senza fatica, non senza dubbio, ma con una chiarezza finale che si sente anche attraverso uno schermo. Abbiamo finito la raccolta degli ulivi Una frase che dice del sollievo fisico di chi lavora la terra, il respiro largo di chi sa che qualcosa è stato sottratto all’incertezza e messo al sicuro, in cantina, nel frantoio. Almeno sta tutto in casa. Terreno Il nome è già un programma, quasi una dichiarazione poetica. L’azienda sta appena fuori Greve in Chianti, cuore del Chianti Classico e appartiene alla famiglia Ruhne dal 1988. Sofia è la più giovane di quattro sorelle. Le altre tre, quando è arrivato il momento delle scelte, avevano già figli, università, vite consolidate in Svezia. Lei no. E quella differenza, apparentemente casuale, si è rivelata destino. Ma andiamo con ordine, perché questa è una storia che merita di essere raccontata dall’inizio. Che per Sofia non può che essere Stoccolma. Ho fatto il liceo in Svezia, ma le vacanze, i periodi liberi, sempre in Italia. Poi dopo il liceo sono venuta qui e la mia vita adulta l’ho fatta più in Italia che in Svezia. Sette anni a Stoccolma, poi un ping pong transeuropeo fino alla maggiore età, poi la scelta. L’Università a Perugia, una città che di per sé è già una forma di immersione totale nell’italianità più profonda. Studiando Storia. Poi un master in Numismatica a Milano. Poi l’America. Poi ancora la Svezia. Una biografia che somiglia a certi vini giovani: tannini frizzanti, energia dispersa, identità ancora in cerca di forma. Felice della sua vita, del suo sviluppo professionale.  Io pensavo di essere libera di fare altro. Le mie sorelle si occupavano dell’azienda un po’ di più. Mi viene da sorridere a questa cosa. La libertà come condizione di chi non è ancora stato chiamato. Solo che la chiamata, quando è arrivata, non aveva niente di romantico: i genitori che invecchiano, le sorelle impegnate in Svezia con figli piccoli, l’azienda che non può reggersi sul vuoto.  O qualcuno si trasferisce, o dobbiamo vendere. Quando hanno detto vendere, ho detto: aspettate. Vendere Deve aver suonato strano o provocato qualcosa di preciso nell’architettura interna di Sofia. Come una crepa che rivela improvvisamente la struttura portante di un muro. Solo lì ha veramente capito quanto fosse attaccata a quel posto, quanto quel giardino di sua madre, trasformato nel frattempo in vigneti, uliveti, boschi e un lago, fosse diventato anche il suo. O forse proprio il suo. Noi mediterranei pensiamo che chi vive in un paese nordico sia freddo e non abbia quella voglia di lasciarsi pervadere dalla follia, da quell’istinto primordiale che ci contraddistingue come esseri umani. Io penso sia solo questione di occasione. Di lasciarsi andare quando la vita te ne da l’occasione. Vendere. Un click. Una parola, poi da li tutto. Magari una scelta razionale o irrazionale. Qualcosa che abbiamo dentro e non lo sappiamo fino a che accade qualcosa che lo evidenzia. Come la polvere che non ci fa vedere lo splendore di un oggetto. La luce che emana. È una parte che a me piace tantissimo. Questa cosa che non puoi controllare. Che non avrai mai in controllo. Il mondo del vino. Sofia e la sua parte irrazionale iniziata per una necessità razionale. Vendere, non se ne parla proprio. Le estati, i ricordi, la nuova vita. La sua vita.  Suo padre, armatore di navi che trasportavano frutta tropicale, aveva semplicemente avuto la fortuna di potersi permettere un sogno. O magari assecondare quello di sua moglie che voleva un giardino spettacolare. Cosa questa che il clima svedese non consentiva. Trovarono Terreno, posto del quale è facile innamorarsene anche se non sei svedese. Produrre il vino non certo da soli ma con fattori, enologi, consulenti. Non a tempo pieno. Non come ossessione. Ma con rispetto. Una storia di amore geografico, prima ancora che viticolo Innamorarsi del Chianti Classico, una delle denominazioni più contaminate, nel senso nobile del termine, non è per nulla complicato. Ha attirato nel tempo sguardi stranieri che hanno portato investimenti, sensibilità, diversità. Inglesi, americani, tedeschi.  Ma svedesi forse un po’ meno.  Sofia ha preso in mano l’azienda nel 2014 dovendo confrontarsi in primis con coloro tra dipendenti, fornitori, interlocutori del territorio, diffidenti all’idea di una donna al comando.  Mi hanno detto: qui, sai, non ascoltiamo mai una donna. Io vengo dalla Svezia. Sono cresciuta con genitori svedesi. Su certe cose non pensiamo nemmeno. Cose assurde. Parole che dovrebbero far arrabbiare chiunque. Ma non Sofia che ne parla con quella leggerezza tranquilla di chi ha già superato l’ostacolo e non ha più bisogno di arrabbiarsi. Di chi conosce i propri mezzi e con un carattere misto tra forza e tenerezza che non ha bisogno di pacche sulle spalle. DI chi è abituata a confrontarsi alla pari facendosi forza delle proprie capacità.  Sofia Ruhne è la prima donna presidente dell’Associazione Viticoltori di Montefioralle, una delle undici UGA, Unità Geografiche Aggiuntive, in cui il Chianti Classico è stato suddiviso nel 2021. Una rivoluzione silenziosa e importantissima, quella delle UGA: il tentativo di restituire al vino il senso del luogo specifico, del villaggio, del suolo. Non solo Chianti Classico generico, ma Greve, Lamole, Panzano, Montefioralle. Ognuno con la propria fisionomia, la propria acidità, la propria voce. Sofia ci ha creduto fin dall’inizio. Ha sostenuto la nascita delle UGA quando ancora erano un progetto. E ora le presiede, almeno una di esse. Ho fatto dei programmi. Lavoro sempre così. Me lo dice con semplicità sapendo che dietro questa frase c’è il ritratto di un metodo. Il primo programma quinquennale per sapere e programmare il dove si vuole arrivare in cinque anni. Sistemare i recinti, aggiungere un vigneto in quota per avere Sangiovese con più acidità e freschezza, cambiare la gestione dei vigneti verso una potatura meno invasiva, coprire il suolo per limitare l’evapotraspirazione nelle estati sempre più calde. Poi il biologico, dal 2014, per le vigne mentre gli ulivi erano già certificati bio dal 2010, ancora prima che Sofia prendesse il controllo. Oggi Terreno è completamente autosufficiente dal punto di vista energetico. Pannelli solari per l’elettricità. Centocinquanta ettari di bosco che forniscono il legno per il riscaldamento invernale. Un lago che alimenta l’irrigazione dell’orto e del giardino. Una circolarità virtuosa che non è solo scelta etica ma racconto coerente: il territorio che si sostiene da sé, il vino che parla di un equilibrio. Si vede la forza della vite. È molto cambiata da quando eravamo convenzionali. Si vede specialmente sulla foglia. In cantina, l’approccio è figlio della stessa filosofia: microvinificazioni per ogni singola vigna, per ogni clone, per capire come il lavoro in campo si esprime nel vino. Lieviti indigeni selezionati dalla propria vendemmia. Contenimento del legno, legno grande e neutro. L’obiettivo è fare in modo che siano le vigne a parlare, non la cantina. Le vigne che parlano. Questa è la differenza. E poi c’è ASofia. Il vino che porta il suo nome. O meglio, che è il suo nome con una A davanti, una iniziale scritta su una botte da un cantiniere quasi per scherzo: A Sofia, cioè per Sofia, cioè di Sofia. Era una microvinificazione sperimentale di Sangiovese in purezza dalle vigne più vecchie dell’azienda, in un’epoca in cui farlo non era scontato. Le dicevano: i mercati non lo supporteranno. Lei trovava quella risposta assurda. Se il Sangiovese non può essere qualcosa come varietale puro, cosa dice questo del Chianti Classico? Il vino è uscito. È cresciuto. È diventato la Gran Selezione più importante di Terreno. Trenta mesi di affinamento in legno neutro da trenta ettolitri, espressione delle vigne su suolo di macigno, quelle che danno al Sangiovese il profumo straordinario per cui sono famose. Sofia racconta la prima annata degustata in fiera, con quella voce che diventa improvvisamente più lenta, più intensa.  È stato un momento molto importante per me. E ho deciso: lui no, il nome non cambia. Lui. Il vino come creatura. Quel tipo di relazione che distingue i vignaioli veri da chi fa vino per mestiere. I vini di Sofia   Chianti Classico Gran Selezione ASofia 2020 Possono esistere vini che si abitano? Secondo me si e ASofia ne è l’esempio. Il colore è un rubino che ha cominciato a guardarsi dentro: i riflessi granata s’intravedono ai bordi del calice come i primi capelli bianchi di chi è ancora giovane e mostra non segni di declino, ma di profondità che matura.  Poi il naso, dove tutto rallenta. La frutta è intensa. Sembra quasi confettura, eppure la freschezza non cede mai del tutto: prugna, marasca, lampone, more e, su tutto, uno zest d’arancia che taglia l’aria come una lama gentile. La rosa e la viola spingono, sorrette da un balsamico preciso e da quel corteo di spezie (pepe, noce moscata, vaniglia, coriandolo, cannella) che non sovrasta ma accompagna. Come quella  colonna sonora che, pur se sai già a memoria, ogni volta ti sorprende. Il sottobosco emerge senza chiedere il palco. Un fondo ferroso, ematico, resta discretamente in quinta come un basso continuo: lo senti senza vederlo come una presenza silenziosa che è nervo, carattere. In bocca è caldo, ampio, strutturato. Tuttavia non pesa. C’è un calore che avvolge invece di schiacciare, che evoca camini accesi, fili di fumo di pipa, libri sfogliati lentamente senza fretta. La freschezza è reale e non dichiarata: non grida, tiene. La persistenza non è lunghissima e questa è forse la sua mossa più intelligente perché finisce prima che tu voglia che finisca, lasciando in bocca una setosità fruttata che richiama un altro sorso con la stessa urgenza quieta di un bacio salato. Morde le labbra. Vuole tornare. ASofia è così un vino che conquista con passi lenti. Non si impone, si rivela. E quando capisci cosa hai nel bicchiere, è già troppo tardi: sei già dentro. Ad abitarlo. Chianti Classico Le Tre Vigne 2022 L’impressione che ho avuto è di un vino che non si annuncia, non si presenta con cerimonia, non aspetta che tu sia pronto. Entra nel calice e dice: eccomi. Sono quello che sono. Il rubino del Le Tre Vigne 2022 è pulito, vivace, con quella trasparenza che nei grandi Sangiovese significa ancora gioventù. Energia trattenuta. Al naso arriva subito la viola, poi il tabacco, il pepe, la noce moscata, l’arancia. Sono i sentori fondativi di un Chianti che sa di Chianti vero, senza artifici, senza cosmesi. C’è una pungenza vegetale che non disturba affatto: è quel verde quasi primario, sottobosco appena tagliato, che racconta la quota dei vigneti, i suoli calcarei di Greve e Montefioralle. La ciliegia è fresca, vivida, con un lieve velo balsamico che le dà profondità senza toglierle slancio. In bocca il vino si apre con quella freschezza diretta di chi non ha niente da nascondere. I tannini ci sono e sono vivi, ancora un poco spigolosi. Hanno però già deciso di non fare la guerra. Si lasciano sentire e poi si ritirano, lasciando campo alla sapidità, all’allungo, a una bevibilità che diventa quasi pericolosa nella sua semplicità. Non è un vino che ha bisogno di grandi abbinamenti né di grandi occasioni. La sua sottigliezza è il suo pregio. Si beve con la stessa naturalezza con cui si respira. Per un Chianti Classico è la forma più alta di complimento. Tre vigne, tre voci, un’unica frase pulita. Buono e vivo. Fine. Metodo Classico Millesimato Le Quattro Sorelle  Il Sangiovese non è un’uva da bollicine. O almeno, così dice la vulgata. E come tutte le vulgata del vino, merita di essere sfidata. Non per il gusto della provocazione, ma perché il territorio, quando è giusto, trasforma l’impossibile in inevitabile. Le Quattro Sorelle è un omaggio. Quattro donne, quattro storie, quattro percorsi che si diramano e poi convergono ogni anno sulle colline di Greve. Se non fisicamente, almeno nell’idea che quella terra appartiene a tutte. Sei anni sui lieviti: un tempo lungo, quasi ostinato, che avrebbe senso per uno Champagne da Pinot Noir o per un Franciacorta da Chardonnay. Su un Sangiovese del Chianti Classico diventa una dichiarazione poetica. Una follia consapevole, per usare le parole di Sofia. Il colore è un rosa antico con riflessi ramati, frutto di quel contatto prolungato con i lieviti che nel tempo restituisce sfumature dorate. Il perlage è fine, persistente, intessuto nella struttura del vino come un filo che non si vede ma tiene tutto insieme. Al naso emergono la crosta di pane, la pasta di mandorle, il lievito che si è trasformato in complessità. Poi, inaspettata, la firma inconfondibile del Sangiovese: ciliegia acida, un tocco di melograno, quella acidità luminosa che nel metodo classico diventa la spina dorsale di tutto. In bocca è secco, verticale, con una freschezza che le bollicine amplificano senza snaturare. Il finale è lungo e sapido, con un ritorno di frutta che sembra più lontana del solito. Sembra un ricordo preciso invece di una sensazione immediata. Non è un vino facile ne non vuole esserlo. È un vino di famiglia, nel senso più intimo del termine: ci vuole tempo per capirlo, ci vuole affetto per amarlo, e una volta che lo ami non lo dimentichi. Sei anni di attesa per qualcosa che finisce in un sorso. Come tutto ciò che vale davvero.​​​​​​​​​​​​​​​​ C’è una nuova vigna. A Lamole, la sottozona del Chianti Classico più in quota, la più piccola, la più verticale. Una prima vendemmia nel 2025, il vino che uscirà tra un paio di anni. Sarà il quinto cru di Terreno. E Sofia vuole farlo senza legno. Cemento, probabilmente. Vetro resina, forse. Freschezza pura. Con i cambiamenti climatici, sono molto curiosa di capire come sarà questo vino. È una frase che contiene tutto il senso del vignaiolo contemporaneo: guardare avanti con curiosità invece che con paura. Il cambiamento climatico non solo come problema ma come nuovo set di domande, come possibilità di trovare soluzioni che non esistevano prima. Le quote più alte, le UGA più fresche, le vinificazioni senza legno che restituiscono al vino tutta la sua acidità strutturale. Il Chianti Classico, in questo, ha fatto un lavoro straordinario nell’ultimo decennio. Sofia lo riconosce senza riserve Ho vissuto quegli anni quando la denominazione si è trasformata in vini veramente belli, di qualità. Il consorzio ha capito che bisognava investire. Verso la fine della nostra chiacchierata le chiedo come sta. Come persona. È una domanda che faccio spesso, perché credo che il vino sia sempre lo specchio di chi lo fa. Così che conoscere lo stato di salute emotivo di chi produce sia parte integrante della comprensione del vino stesso. Spesso trovo imbarazzo, resistenza, pudore. Sofia invece risponde senza esitare. Non voglio andare via. Voglio continuare a fare questo. E poi aggiunge qualcosa che trovo bellissimo: parla dei nipoti, ormai adulti. Spera che un giorno vogliano prendersi cura di Terreno. Ma li ammonisce già adesso: non venite troppo presto. Fate prima altre cose. Portate qualcosa dall’esterno, qualcosa che non sia solo entusiasmo ma bagaglio, esperienza, visione. Devi portare qualcosa oltre l’esperienza. La voglia di farlo. Devi essere costretto, nel senso buono. Altrimenti viene male. Come un tavolino con due gambe invece di tre, aggiungo io. Lei ride.  Esatto Sofia stessa è arrivata all’azienda di famiglia tardi, per necessità quasi accidentale, dopo un percorso lungo e disperso. Da quella necessità, ha fatto una scelta consapevole, totale, irreversibile. Ora trasmette ai nipoti la stessa legge: il vino non si eredita, si sceglie. Non basta il cognome o il passaporto familiare. Ci vuole la fame. Il COVID è stato devastante.  Sei completamente isolata al mondo, all’aria aperta sì, ma tutto fermo. Le cose crescono e non vendi. Un’azienda agricola durante una pandemia è un paradosso crudele: la natura non si ferma, le vigne avanzano, le olive cadono, il tempo non aspetta. Tu non puoi vendere, non puoi incontrare nessuno, non puoi comunicare quello che produci al mondo. Era importante capire perché lo facessi. Passare quei periodi con una voglia di continuare. Molti se lo sono dimenticato, quel momento. Io penso che sia stato invece uno di quegli insegnamenti che il tempo conserva nelle sue pieghe, silenziosi ma disponibili quando servono. Il vino stesso insegna questa cosa: la pazienza non è rinuncia, è strategie lunga. Ogni annata ti ricordi cosa hai fatto, com’era l’azienda, chi lavorava. E capisci cosa devi fare oggi per andare avanti. Penso a sua madre che cercava un giardino impossibile nel nord e l’ha trovato a Greve in Chianti. Penso a Sofia che da quel giardino ha ricavato vigneti, ha ricavato vini, ha ricavato un’identità così precisa da meritarsi un nome su una botte. A volte le cose più importanti che facciamo nella vita non le pianifichiamo. Le scopriamo nel momento in cui qualcuno pronuncia una parola che non dovrebbe pronunciare, come vendere. Così che qualcosa dentro di noi dice: no, aspettate. Terreno. Il nome è già un programma.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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La Masserie. Sara Carusone, il vino, un atto d'amore Arrow Right Top Bg

20 Maggio, 2026

La Masserie. Sara Carusone, il vino, un atto d'amore

  Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Cesare Pavese, La luna e i falò Ferdinando IV di Borbone diventò Re a soli 8 anni. Grazie ad una incredibile formazione e ad una sua predilezione per l’innovazione fu uno dei monarchi più illuminati (anche se per alcuni era il lazzarone). Dietro la Reggia di Caserta, sulla collina di San Leucio, volle realizzare un incredibile vigneto la cui forma a ventaglio prevedeva dieci raggi, ovvero dieci filari, per contenere tutti i vitigni autoctoni del Regno. Lipari rosso (Corinto), Delfino bianco (Malvasia della Puglia), Procopio (Greco di Bianco, Calabria), Piedimonte rosso e bianco (Pallagrello nero e bianco), Lipari bianco (Malvasia delle Lipari), Siracusa bianco (Moscato), Terranova (Gaglioppo o Greco nero), Corigliano rosso (Magliocco), Siracusa rosso (Nero d’Avola). Ognuno di questi vitigni era identificato da un cippo ovvero da una lapide che ne riportava le specificità Oggi, le lapidi della Vigna del Ventaglio giacciono abbandonate dentro una villa per cerimonie, vicino Caserta. Nessuna targa, nessun percorso segnalato, nessuna cura. Sara Carusone le ha cercate, le ha trovate, le ha guardate con gli occhi di una ragazza entusiasta. C’era una luce brillava negli occhi e un cuore che si stringeva. Emozione e delusione insieme, due facce di chi ama qualcosa che il mondo ha deciso di trascurare. In quel momento, forse, aveva già capito tutto di sé stessa e del suo futuro. Sara non se n’è andata nonostante avesse tutte le ragioni per farlo: una sorella a Milano, un concorso da superare, una cantina con i conti che ancora non tornavano, un padre con cui ogni piccola cosa è discussione. Oltre all’essere donna in un mondo dominato dagli uomini. Ha avuto le ragioni e forse anche qualche momento in cui ci ha pensato. Ma è rimasta. Tra i filari di Pallagrello e Casavecchia di Bellona, in quella Terra di Lavoro che i Borboni chiamavano reale e che oggi stenta a farsi sentire oltre i confini campani. Terra di Lavoro, terra di mezzo Bellona è un piccolo comune della provincia di Caserta. Non è un posto che trovi facilmente nelle guide turistiche. Non ha la notorietà della Reggia, non ha i panorami della Costiera. È uno di quei luoghi che esistono per chi li conosce davvero, per chi ci è nato, per chi ha imparato a guardare oltre il silenzio apparente dei campi. Io la conosco da sempre. Antonina detta Mimma, mia nonna materna, era originaria di Bellona. Le sue sorelle vivevano ancora li e ricordo le domeniche nelle quali le andavamo a trovare. Ricordo in particolare di una zia che, attenta ad evitare lo spreco (forse in maniera eccessiva) era solita offrire la colomba a Natale e il panettone a Pasqua. Però il fantastico liquorino alle ciliegie lo aveva sempre. Papà non me lo faceva bere. Solo un sorso. Insieme alla ciliegina che trattenevo in bocca per un bel pò. Questa era ed è la Terra di Lavoro. Un nome antico e carico di storia per un territorio che si estende tra il Volturno, il Garigliano e le pendici del Matese, capace di produrre vini dall’epoca borbonica, quando Ferdinando IV di Napoli fece impiantare la Vigna del Ventaglio a Caserta Vecchia con i vitigni autoctoni come il Pallagrello e il Casavecchia. Poi è arrivato il Novecento, con le sue semplificazioni, le sue rese, il vino sfuso che si vendeva a damigiane. Il silenzio. Quante storie simili ho incontrato in questo Paese. Storie di territori che si sono perduti e che qualcuno cerca faticosamente di ritrovare. Non per nostalgia. Per urgenza semmai. L’urgenza di chi sa che non facendolo in questa vita, non lo farà nessuno. Una laurea in Lettere, una tesi sul Pallagrello e una passione sfuggita di mano La mia passione è cominciata prima dalla storia, dal vitigno, e poi mi sono appassionata al vino Sara ha nel tono quella precisione, quasi filologica, che tradisce gli anni di studi umanistici. È infatti laureata in Lettere, poi in Filologia Moderna.  Era una domenica pomeriggio quando lessi per la prima volta la storia del Pallagrello. Qualcosa si mosse. Me ne innamorai, e dissi: voglio ultimare i miei studi con una tesi che sia una storia dal Mezzogiorno sui vini di Terra di Lavoro. Che meraviglia! Il vino come oggetto letterario prima che enologico. Il territorio come testo da interpretare. Sara, che come i grandi ricercatori, prima si dedica alla lettura, poi alla ricerca, poi, toccando con mano, alla sperimentazione. Ha percorso l’intero tracciato dell’Acquedotto Carolino fino in provincia di Benevento, dove il canale si perde quasi nel nulla. Ha cercato le lapidi della Vigna del Ventaglio, nascoste all’interno di una villa per cerimonie. Tu non hai idea di quello che provai in quel momento. Da una parte un’emozione fortissima. Dall’altra la delusione. Perché pensai: abbiamo veramente la storia, qui nel nostro territorio, una storia vitivinicola. Perché deve stare così? Perché non si può valorizzare? Questa è esattamente la domanda giusta. È la domanda che mi faccio quando giro per l’Italia e trovo bellezze architettoniche ridotte a ruderi, tradizioni enologiche ridotte a curiosità, territori ridotti a margine. L’Italia è un Paese che ha il privilegio straordinario di essere nato già capolavoro, e spesso lo spreca con una leggerezza che fa male.  La famiglia, i nonni, il padre che fuggì dal cemento La storia de La Masserie comincia ancor prima di Sara. I nonni coltivavano la campagna come si faceva un tempo. C’era il pescheto. C’era l’orto. C’era la vigna. Per ultima, per produrre vino sfuso. C’era anche un bisnonno, con un ricordo che nasce nei filari. Poi si interrompe, si disperde, riprende. Mio padre ha sentito il richiamo delle origini. Ha voluto dare dignità al luogo in cui è nato e a quello che avevano realizzato il nonno e il bisnonno. Il papà di Sara, prima di tornare alla terra, era imprenditore edile. Forse fuggito. Letteralmente fuggito dalla terra. Erano quelli i tempi delle ambizioni diverse. Della gioventù che ti fa scappare da casa rifiutando tutto ciò che rappresenta. Fino a quando la maturità non ti fa capire che la tua storia richiede più forza e impegno di qualcosa di nuovo. Così è tornato. Nel 2005 aveva rimosso un pescheto davanti all’azienda e impiantato il primo ettaro della nuova generazione. Da lì, a poco a poco, fazzoletti di terra acquistati dai parenti. Sette, otto, nove filari sparsi qua e la attorno Bellona fino ad arrivare ai sei ettari vitati di oggi. Una dinamica arcaica. Un figlio che scappa, che torna, che vuole redimere il passato. Poi c’è la figlia che non è mai scappata, che è rimasta anche quando non avrebbe dovuto e che ora deve combattere per avere voce in capitolo in qualcosa che, in larga misura ha costruito lei stessa. Io a volte quello che vorrei è avere un pochettino più di voce in capitolo e smettere di essere figlia. Vorrei essere guardata come una socia. Vorrei che mi responsabilizzasse un pochettino di più. Non c’è rabbia nel tono. Semmai quella stanchezza lucida di chi ha già fatto i conti con la realtà e ha scelto di stare. Di restare. Io glielo dico chiaramente: suo padre, ne sono convinto, sa benissimo quanto vale. Solo che queste cose, in certi uomini di quella generazione, fanno il giro lungo prima di arrivare alle parole. Difficile ricordare un bravo da parte di mio padre. Mamma si. La mamma è sempre la mamma. Ma papà era diverso. C’era sempre qualcosa che potevo fare meglio anche se avevo ottenuto il massimo. Lo vivevo male anche se a distanza di anni ho capito quanto grande fosse quell’insegnamento. Il genere come ostacolo invisibile (ma non troppo) Non ci si può e non si deve girare intorno: Sara è una donna in un settore che, dovunque e non solo in certe aree del Mezzogiorno, continua ad avere resistenze ataviche verso la leadership femminile. Nelle parole di una persona splendida come Sara, non c’è rancore, non c’è rabbia. C’è solo chiarezza e determinazione. Nonostante io andassi la mattina, nonostante tornassi la sera, i nonni alla fine dicevano: mannaggia, ma patate c’ha da fa che si mette a piantare tutti sti vigneti quando tene doi figlie femmine. Ovvero: ma perché tuo padre perché si mette a piantare tutti questi vigneti se ha due figlie femmine?   Una frase che non piò che rimanere impressa come una ferita. Non è cattiveria. Non è arretratezza. È null’altro che l’atavica accettazione del ruolo femminile che non è quello della terra. Le donne dovevano fare altro. Non per scelta ma perché quello era. Ancora oggi le scelte di Sara vengono lette attraverso il filtro del genere. Ruota tutto intorno a questo. Il fatto che io sia una donna, quella troppo fissata con la pulizia, troppo meticolosa, troppo così. Pensate a quante volte la cura, la meticolosità, l’attenzione al dettaglio vengono lette come eccesso quando appartengono a una donna e come virtù quando appartengono a un uomo. Sara fa i campionamenti in vigna. Determina l’epoca di vendemmia. Fa le analisi di base di  acidità, pH, grado zuccherino, ecc. Segue i travasi, entra nelle vasche per il lavaggio, gestisce le ansie di cantina nel cuore della notte. Eppure non basta. Non basta mai. Le ansie le sento sulla mia pelle. Sono capace che a mezzanotte chiamo l’elettricista perché dico: devi venire adesso, io non posso lasciare il mio mosto. I vini trattati come figli. La cantina come luogo di amore assoluto e totalizzante. Questo non è eccesso: è dedizione. È amore puro e incondizionato.  Pallagrello e Casavecchia: vitigni senza rete Se si vuol capire la difficoltà di produrre vino nella Terra di Lavoro, occorre prima capire cosa significa lavorare con vitigni autoctoni che la maggior parte del mercato non conosce. Il Pallagrello Nero, il Pallagrello Bianco, il Casavecchia: nomi che in Campania oggi iniziano ad avere una certa risonanza ma che fuori dai confini regionali restano quasi sconosciuti. Paghiamo lo scotto di produrre vini da vitigni sconosciuti. Chi ha la fortuna di produrre vini con vitigni più noti ha un ostacolo in meno rispetto a noi. È una verità scomoda. Il mercato del vino premia la notorietà del nome prima ancora della qualità del contenuto. Una Barbera, un Primitivo, un Vermentino hanno già una storia raccontata nel mercato, una categoria mentale già aperta nel consumatore. Pallagrello e Casavecchia devono costruire quella categoria da zero, ogni volta, ad ogni degustazione, ad ogni incontro. Questo non significa che il vino sia meno buono. Significa che il lavoro di comunicazione deve essere doppio. Sara lo sa tanto che è stata lei, d’altronde, a capire per prima che non basta produrre il vino Ci vuole la comunicazione, ci vuole pazienza con i clienti, ci vuole qualità. La Vigna del Ventaglio, il Comune di Caserta e i sogni bloccati dalla burocrazia Nel 2018, il Comune di Caserta indisse un bando per il ripristino delle vigne della Torretta del Pomarello, quelle che si trovavano ai lati dello scalone del Belvedere di San Leucio. La Masserie vinse quella gara. Sara era euforica. Il relatore della sua tesi era euforico. C’era persino un capitolo finale dedicato al progetto di ripristino. Un sogno accademico e imprenditoriale che si fondevano in una sola storia. Poi come al solito tutte le cose che riguardano la politica e la burocrazia il più delle volte sono destinate a rimanere così. Sono passati quasi nove anni. Nulla è stato realizzato. Il Comune, secondo Sara, ha anche arrecato danni d’immagine: la notizia della vittoria era stata diffusa, l’aspettativa era reale. Poi, il niente. È una storia italiana. Non solo Campana, non solo casertana: italiana. Abbiamo una capacità straordinaria di trasformare i sogni in pratiche burocratiche e poi di dimenticare le pratiche nei cassetti. Si ferma tutto alla conferenza stampa di presentazione o ad un taglio di nastro. Come se la passerella dell’annuncio fosse il punto di arrivo. Di questo anche il settore dei giornalisti al quale appartengo deve fare un mea culpa. Ci si accontenta di scrivere la storiella della conferenza stampa con i fiocchettini solo perché altrimenti non si viene più invitati e non si avrebbe nulla da scrivere. Nessuno si pone la domanda del cosa sia avvenuto a distanza di tempo. Nessuno va a vedere se a quella presentazione sia succeduto un fatto. Troppo scomodo. Solo che nel frattempo la storia si sgretola, le lapidi della Vigna del Ventaglio continuano a stare abbandonate. Sara ci torna ogni tanto con quel misto di meraviglia e dolore che appartiene a chi ama qualcosa di trascurato. 30.000 bottiglie, sei ettari e il futuro che passa per una bollicina La Masserie produce oggi circa 30.000 bottiglie l’anno su sei ettari vitati. Un’azienda di medie dimensioni, non una piccola realtà, con tutti gli impegni che questo comporta. Otto etichette in gamma, frutto di una storia aziendale che Sara ha cercato di riordinare e razionalizzare Penso che dietro ogni etichetta ci debba essere prima una sperimentazione, un progetto, e con conseguente comunicazione e presentazione. Il rosato da Casavecchia, una scelta della quale dà merito al padre, è uno dei pezzi più interessanti della gamma. Un rosato da un vitigno che solitamente declina al rosso, con tutto l’interesse che ne deriva.  Veritas è Rosato da Casavecchia. IGT Terre del Volturno Screenshot In vino veritas, dicevano gli antichi. Nel vino la verità. Nome omen si potrebbe dire per questo rosato. Non mente, non si traveste, non cerca di essere qualcosa che non è. È esattamente quello che sembra. Rosa antico, vivo, limpido. Il colore di certe sere d’estate quando il cielo non ha ancora deciso se restare o andarsene. Il naso è un piccolo mercato di frutti freschi e erbe: fragoline di bosco, fragola, ribes, poi una vena agrumata di lime e mandarino. Poi sotto, delicatamente, quasi sussurrata, la mentuccia e la salvia. Tutto è vivo, tutto è fresco. I sentori sono lunghi e gradevoli come una conversazione leggera che però non dimentichi. In bocca arriva la vera sorpresa. Una freschezza agrumata che pervade il palato e lo lascia pulito, sapido, piacevolmente vivo. Un senso di limone che non abbandona la bocca ma la abita con garbo. Non è un vino complesso e nemmeno non vuole esserlo. Non è strutturato, non è stucchevole, non ha infrastrutture pesanti. È nemmeno vuole esserlo. È semplicemente buono, con quella bontà immediata e senza trucchi che è la più difficile da ottenere. Il tipo di vino che finisce prima che tu te ne accorga, e che cerchi di nuovo nel bicchiere già vuoto. Il Casavecchia declinato al rosa è una scommessa che Sara ha vinto: dimostrare che questo vitigno antico, robusto, capace di rossi profondi, sa essere anche fresco, beverino, gioioso. Una verità semplice, appunto. Tres Frigidae. Pallagrello Bianco 2023. IGT Terre del Volturno Il nome viene da Triflisco, la frazione di Bellona attraversata da ruscelli dalle acque fresche. Era il luogo dove si andava a mangiare la pizza nelle pizzerie che sorgevano (credo abusivamente) proprio su torrente. In estate era un refrigerio che non si poteva non godere. Come dell’acqua fresca che sgorgava dalla fonte.  Tres frigidae, tre volte fresco, dice il latino. E questo vino lo sai già quando lo versi: giallo paglierino quasi dorato, brillante, pulito. Dotato di una luminosità tranquilla che non ha bisogno di imporsi. Ti guarda e ti aspetta. Al naso arriva con discrezione, come chi ha molto da dire e sa aspettare il momento giusto. Prima il floreale con il glicine e i fiori di mandorla; poi una sottile vena agrumata, limone, qualcosa che ricorda il lime. Poi la frutta: pera, pesca bianca e un accenno di tropicale che si dissolve in melone chiaro, quasi trasparente. Quello che tiene tutto insieme è una mineralità fresca, quasi balsamica, che fa da anello di congiunzione tra il fiore e il frutto come un filo sottile che non spezza mai il tessuto. Un vino suadente, costruito per armonia più che per potenza. In bocca è dove questo Pallagrello Bianco diventa davvero se stesso. L’ingresso è piacevole, ampio, con una freschezza agrumata che si allarga senza aggredire. C’è un limone dolce. Una dolcezza intrinseca nell’asprezza che è come mordere un agrume appena maturo quindi una sapidità che pulisce e invita. Non è un vino verticale nel senso stretto: è largo, bilanciato, con una persistenza che sorprende per quanto a lungo rimane in bocca, floreale e agrumata, senza mai stancare. Vinalia. Casavecchia 2021 IGT Terre del Volturno Le Vinalia erano le feste romane del vino nelle quali si offriva il nuovo mosto a Giove e a Venere. La gente beveva nelle strade, divertendosi senza fine. Un nome che porta il peso della storia con leggerezza. Il Casavecchia è il vitigno che viene da lontano. Pare che la prima talea sia stata trovata nei pressi di Pontelatone, paese del, accanto ai resti di una casa vecchia. Ecco svelato il nome. È un’uva dura, testarda, radicata nel tufo e nell’argilla di questa terra difficile. Nel bicchiere si presenta con un rosso rubino profondo, quasi impenetrabile, con riflessi violacei che tradiscono la giovinezza. Il naso è intenso e selvatico: mora, amarena, prugna matura si intrecciano con sentori di macchia mediterranea, erbe di campo, qualcosa di ferroso e minerale che ricorda la terra bagnata dopo la pioggia. Con l’aria si apre e rivela una speziatura scura di pepe e chiodi di garofano accompagnata da una nota erbacea che riporta ai boschi dei Caiatini. In bocca è tannico, deciso, con una struttura che non concede facilmente. L’ingresso è diretto, quasi brusco, poi si distende su un corpo ampio, con una persistenza che dura e che lascia in bocca il ricordo di frutti neri e terra. Ha bisogno di tempo, nel bicchiere e negli anni. Ma chi aspetta viene ricompensato. Un vino che parla del luogo in cui è nato senza abbellirlo, senza mediarlo. La Terra di Lavoro in tutta la sua selvatichezza. Volturnus. Pallagrello Nero 2022. IGT Terre del Volturno Il Volturno è il fiume più lungo del Mezzogiorno continentale. Nasce sull’Appennino molisano, attraversa il Sannio, piega verso sud, scende in pianura e raggiunge il mare vicino a Castel Volturno. Secoli di storia ci sono passati dentro. Annibale lo attraversò, i Romani lo attraversarono, i Longobardi ci costruirono castelli. Volturnus era poi una divinità campana, il Dio patrono del fiume. Un nome che ha il peso delle cose antiche. Rosso rubino con lievi trasparenze, il colore di chi non ha niente da nascondere. Il Pallagrello Nero che vive qui, sugli Appennini argillosi e sabbiosi di Castel Campagnano, a centocinquanta metri sul mare, è un’uva di carattere, non di prepotenza. Il naso apre su frutti di sottobosco freschi di mirtillo, mora e gelso. La prugna che si affaccia timidamente. Una sottile vena floreale di violetta appare e scompare quasi subito lasciando spazio a qualcosa di più minerale, quasi di pietra focaia. È un profumo elegante, misurato, che convince. In bocca è più deciso di quanto il naso lasci presagire: fresco, sapido, con tannini presenti ma mai aggressivi, ben integrati in una struttura snella che favorisce la beva. La persistenza è buona, con quel ricordo di frutta scura e mineralità che torna pulito, senza sbavature. Non ha in se complessità ma una scorrevolezza, una leggerezza di passo che lo rende compagno ideale di una tavola, di una serata, di una conversazione che non finisce. Matura in acciaio, affina in bottiglia. Raggiunge la sua espressività migliore tre o quattro anni dopo la vendemmia. Ma già adesso, giovane com’è, sa già quello che vuole essere.​​​​​​​​​​​​​​​​ Poi, sullo sfondo, c’è l’esperimento che la entusiasma di più: una bollicina, ancora in fase di sperimentazione, che potrebbe entrare in gamma nei prossimi anni. Le cose ora stanno andando diversamente, come forse dovrebbero andare. Al suo fianco, in questa fase, ci sono due figure nuove: Benito, il compagno, che ha abbracciato l’attività con entusiasmo genuino; Ernesto Buono, enologo della stessa generazione di Sara, che ha portato energia fresca e voglia di sperimentare. Non che mi manchi la passione, però le difficoltà sono tante e quando sei in un paesino come il nostro la mentalità non c’è. Ma questo entusiasmo, questa voglia di fare, di sperimentare nonostante tutto mi dà la forza di andare avanti. Insegnare per campare, vendemmiare per vivere C’è anche l’altra vita di Sara. Quella che inizia a settembre, quando la vigna è già a riposo e arrivano le prime convocazioni dalle scuole. Per anni è stata supplente. Quella precarietà che, strano a dirsi, le aveva persino fatto comodo: le convocazioni arrivavano a fine vendemmia, quando i vini erano già in cantina. Prima mettevo i miei bambini a riposo, concludevo la vendemmia, e poi eccomi, mi dedicavo all’insegnamento. Adesso ha superato il concorso con il massimo dei voti, dopo uno studio matto e disperatissimo (le parole sono sue, e riconosco in esse l’eco del Leopardi che ha studiato, dello Zibaldonee di tutti quei meridionali che hanno fatto dello studio una forma di resistenza) e le cose cambieranno. Non sa ancora dove sarà assegnata. La Campania è grande. Potrebbe capitare ovunque, persino su un’isola. Una soluzione la troveremo Sara è così. Meravigliosamente Sara. Una ragazza dolce e delicata, con il sorriso timido e le parole che sembrano sussurrate ma che entrano nel profondo. Una leggera inflessione campana che ho imparato a conoscere dalla mia fanciullezza. Un garbo che è proprio di quelle donne che sanno di dover dimostrare le cose con i fatti, senza urlare, senza agitarsi o alzare la voce. Con la grazia e la forza che solo l’amore e la determinazione può fornire.  Il territorio come responsabilità ereditata Il mio prodigarmi non nasce soltanto dalla voglia di fare, dalla mia ambizione, dalla voglia di dare un contributo al territorio. È anche voglia di fare del bene. Per lasciare qualcosa a chi viene dopo di noi. Pensa ai suoi figli che non ci sono ancora, ma che immagina crescere tra quei filari. Pensa ai giovani produttori di Caiazzo, suoi diretti concorrenti ma anche compagni di generazione in una battaglia comune. Cita i grandi che li hanno preceduti: Vestini Campagnano, Terre del Principe così da vedere in loro la spalla sulla quale si regge adesso. Anche se qualcuno di loro non ce l’ha fatta. Penso che questa nuova generazione stia veramente facendo bene e dando un buon contributo ai vini casertani. Una generosità in questo sguardo verso il contesto  che trovo rara. Non c’è il pensiero piccolo del concorrente da battere, ma quello largo di chi sa che il territorio vince o perde insieme. L’insicurezza è una forza Ho conosciuto Sara Carusone come si incontrano le persone vere: di traverso, attraverso le cose che dicono quando non stanno recitando una parte. L’ho vista titubante e sicura nello stesso momento, insicura di sé (sono una persona molto insicura) e fermissima sulla cosa che conta di più (da qua non me ne voglio andare, non ce la faccio neanche ad immaginarlo). Mi riporta alla mente Pavese, ancora. Non perché Sara sia un personaggio letterario. Lei è viva, concreta, ha le mani che sanno di cantina e la testa piena di filologia e analisi di mosto. Ma perché quel senso del paese come qualcosa di tuo che ti aspetta, qualcosa che non te ne vai mai davvero. Lei lo conosce. Lo ha vissuto al contrario: non è partita, e sa già che non partirà. A me nelle vene scorre il vino Dice ridendo a suo padre.  A te scorre il cemento. Dietro quella risata ci sta tutto. E io, per una volta, non ho niente da aggiungere.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Nicoletta Madrigali. La Custode della Croara Arrow Right Top Bg

15 Maggio, 2026

Nicoletta Madrigali. La custode della Croara

  Siamo dei custodi. Non dei proprietari. C’è una parola che torna spesso nel vocabolario di chi fa vino senza averlo mai programmato. Una parola che suona quasi come una giustificazione, come se il parlante avvertisse il bisogno di spiegare a se stesso, prima che agli altri, come sia finito in mezzo alle vigne. La parola è follia. La usano tutti. La usano quelli che hanno lasciato un lavoro sicuro per comprare una cantina in Toscana. La usano quelli che hanno piantato vitigni su un terreno ereditato senza sapere bene cosa farsene. La usano i medici, gli avvocati, i finanzieri che a un certo punto si sono ritrovati a parlare di Sangiovese e di potature invernali come se avessero fatto altro tutta la vita. È una parola che nella sua brevità contiene una complicità, un riconoscimento reciproco tra chi sa che certi cambiamenti non si spiegano, si vivono. Nicoletta Madrigali la usa così. Con naturalezza. Con quel sorriso che si sente nei toni della voce di chi ha già perdonato se stesso per ogni investimento antieconomico. Lo dice lei stessa, senza pudore, quasi con orgoglio. Per ogni mattina passata a potare sotto un vento impetuoso sulle colline di San Lazzaro di Savena, a dieci minuti dal centro storico di Bologna. Il paesaggio che ti sceglie Parlando con Nicoletta mi sono accorto di una cosa. Nella storia della Tenuta Santa Cecilia non c’è un momento preciso in cui lei e suo marito Michele hanno deciso di fare vino. Non c’è stata una riunione, un piano d’impresa, un obiettivo dichiarato. C’è stato, invece, un paesaggio. Un paesaggio che si è insinuato nelle finestre di una casa in ristrutturazione e non ha più lasciato andare. Erano gli anni intorno al 1988. Una casa a Bologna, la ricerca di qualcosa vicino ai genitori, una sorta di buen retiro familiare lontano da Milano. Di fronte alla casa, una vigna vecchia di cinquant’anni. Sulla destra, un filare antico di cipressi. Più su, nascosta nella curva della collina, una piccola vigna chiamata del campanaro, appartenuta a chi custodiva le campane dell’Abbazia di Santa Cecilia, che ancora oggi si staglia come una sagoma familiare sul colle di fronte. È una piccola valle che rimane un po’ nascosta dalla strada. Un posto abbastanza misterioso. Ed è nata lì la nostra passione per questo luogo, la voglia di salvaguardarlo. Man mano che si mettevano in vendita terreni vicini, di fronte, li abbiamo acquistati. In quel momento ancora non lo sapevano, ma quel paesaggio aveva già preso la sua decisione. L’architetto che non avrebbe lasciato C’è un personaggio che nella storia di Tenuta Santa Cecilia gioca un ruolo fondamentale, anche se probabilmente non avrebbe mai immaginato di contribuire alla nascita di un’azienda vitivinicola. Si tratta di Luigi Caccia Dominioni, il grande architetto milanese del Novecento, colui che diede forma al gusto di un’intera generazione borghese attraverso le sue residenze milanesi, di un’eleganza discreta, mai ostentata. Caccia Dominioni vede la proprietà in una torrida giornata di luglio. Ha già novant’anni. Eppure l’entusiasmo è quello di un trentenne. In quindici giorni produce schizzi, bozzetti, idee. E tra le tante cose che dice ai nuovi proprietari, una è perentoria: la vigna non la potete togliere. È come una volta, dice, quando casa, orto, giardino e vigneto formavano un unico organismo che aveva senso solo nella sua interezza. Togliere la vigna sarebbe stato un sacrilegio estetico prima ancora che agricolo. Lui aveva già novant’anni ed era entusiasta. Aveva visto il chiostro di Santa Cecilia, aveva visto l’ambiente, e in quindici giorni aveva già fatto gli schizzi. Quando ci ha detto che la vigna non si toccava, capivamo il perché. E così la vigna è rimasta. Poi ne è arrivata un’altra. Poi quella sul colle di fronte. Cinque ettari in totale (oggi sei con l’oliveto) in una piccola valle che Nicoletta continua a chiamare misteriosa. Il termine non è scelto a caso. È il mistero della bellezza che si svela lentamente, di un paesaggio che non si offre al primo sguardo dei passanti, che rimane discreto come certe persone che alla quarta conversazione ti cambiano la vita. Custodi, non proprietari Quello che emerge con forza dalla storia di questa tenuta è un’etica della custodia che non ha nulla di ideologico né di ostentato. Nasce semplicemente da uno sguardo, quello di Nicoletta ogni mattina dalla finestra, con la sagoma di Santa Cecilia sul colle di fronte. L’Abbazia fu fondata intorno al 1136. Era un centro ambrosiano, un luogo di cultura e di insegnamento, uno di quelle abbazie benedettine che hanno costruito l’Europa prima ancora che qualcuno sapesse dove l’Europa finisse. I monaci Ambrosoli di Santa Cecilia coltivavano la vite, l’ulivo. Oltre che il sapere. Non è un caso se nelle grandi riunioni dei Vini d’Abbazia, cui Nicoletta ha partecipato, si ritrovano benedettini che in pochi metri quadri di vigna custodiscono una tradizione millenaria. Quando ho partecipato alle riunioni dei Vini d’Abbazia ho scoperto meglio i monaci Ambrosioli di Santa Cecilia. Erano lì, sullo stesso colle che vedo dalla finestra. E ho capito che noi, in qualche modo, stiamo continuando qualcosa. Custodi, appunto. Una parola che nel dibattito contemporaneo sul vino naturale, biologico, biodinamico, rischia di diventare un’etichetta ideologica, quasi una fede laica con i suoi ortodossi e i suoi eretici. Qui non c’è nulla di tutto questo. C’è solo la consapevolezza, maturata nel tempo e nel lavoro, che un luogo così raro, una piccola valle nascosta dentro un parco naturale a dieci minuti da una grande città, non appartenga a chi lo abita. Va restituito intatto a chi verrà. Cerchiamo di mantenere quello che è uno stile di questa zona. Salvaguardare il territorio, il panorama, le costruzioni nell’ambito di quello che ci circonda. E anche quello che si produce deve rispettare tutto questo. L’azienda è biologica dal 2008. Non irriga così che le radici possano scendere in profondità e trovano da sole le falde sotterranee. Un dettaglio tecnico che diventa quasi una metafora: radicarsi per trovare ciò di cui si ha bisogno, senza aspettarselo dall’esterno. Gelso, Emilia IGT Rosato da Barbera e Merlot Il gelso è l’albero della pazienza. Cresce lento, non si affretta. Quando poi, finalmente, porta i suoi frutti, lo fa con una generosità silenziosa che non chiede applausi. Un nome perfetto per un rosato che nasce dall’incontro di due caratteri diversi: la Barbera, con la sua acidità vivace e il suo frutto tagliente; il Merlot, più morbido, più rotondo, capace di ammorbidire gli spigoli senza cancellarli. Nel calice il Gelso si presenta con un rosa intenso, quasi cerasuolo, con riflessi violacei che tradiscono la presenza della Barbera. Non è un rosato timido, non è di quelli che si scusano del proprio colore. È deciso, luminoso, estivo nel senso più pieno della parola. Al naso arriva subito la frutta rossa fresca: fragola matura, lampone, ciliegia. Poi la nota floreale sottile che ricorda la rosa canina, quella selvatica che cresce lungo i bordi dei campi. C’è freschezza, c’è immediatezza, ma c’è anche qualcosa di più carnoso che il Merlot porta con sé: una morbidezza fruttata che arrotonda il profilo e lo rende accogliente. In bocca è asciutto ma succoso, con una buona acidità che tiene vivo il sorso e una struttura più presente di quanto ci si aspetti da un rosato. Non è un vino da sorseggiare distrattamente. Ha una personalità che si fa notare, la sapidità del terreno, la mineralità del gesso, quella vena quasi salina che è il segno distintivo di questa piccola valle. Il finale è pulito, con un ritorno di frutta rossa e una leggera nota ammandorlata che chiude con discrezione. È il vino dell’estate che non vuole finire. Di quei tavoli apparecchiati fuori, tra i filari, quando la luce scende e non si ha ancora voglia di rientrare. La donna che non si immaginava coltivatrice diretta Se si guarda indietro alla vita di Nicoletta, quella precedente alla Tenuta, si vede una donna del tutto diversa da quella che oggi percorre i filari e decide i tempi di vendemmia. Milano, lavoro nell’immobiliare, le figlie da crescere. E poi, determinante come certi incontri che cambiano le traiettorie senza rumore, la frequentazione di Leari, quello spazio pionieristico milanese dove si vendevano prodotti biologici quando in Italia il biologico era ancora una cosa da iniziati. Un luogo dove avvenivano incontri culturali, confronti, consapevolezze. Non mi sarei mai immaginata coltivatrice diretta. Frequentavo già i negozi biologici a Milano, c’era questa sensibilità che stava crescendo. E devo ringraziare le persone che ho incontrato in quegli anni. Caccia Dominioni, certo, ma anche chi mi ha aperto quel mondo. È stata una preparazione fondamentale, anche se all’epoca non lo sapevo. La parola preparazione mi colpisce. C’è chi arriva al vino per una illuminazione, chi per un’eredità, chi per calcolo imprenditoriale. Nicoletta ci è arrivata per stratificazione lenta. Come il gesso che si forma nei millenni, strato dopo strato, in silenzio. Michele, suo marito, non pensava nemmeno lui di guidare un trattore. Poi lo ha fatto, da quell’atavico istinto contadino che aveva già esercitato da giovane nelle campagne delle zie. E le figlie, oggi adulte, che vivono a Londra e a Milano, si sono avvicinate a modo loro: etichette, fotografie, pubbliche relazioni. Non c’è garanzia che continueranno, e Nicoletta non sembra preoccuparsene. Ciò che tiene in piedi questo posto non è una successione pianificata. È qualcosa di più solido. La bellezza di quello che facciamo è mantenere quello che ci viene dato in custodia. Alla fine siamo custodi di questo terreno, di questo ambiente. Ed è molto bello. Mi arrabbio molto se poi costruiscono intorno delle cose brutte. Purtroppo le hanno fatte. E allora pianterà alberi. Diventerà, dice ridendo, una monaca benedettina. Perché i monaci dell’Abbazia di Santa Cecilia erano già maestri di silvicoltura, di tagli ragionati, di ripianto, di cura dei boschi. Pionieri di un approccio al territorio che oggi chiamiamo sostenibilità e loro chiamavano semplicemente buon senso. Viburno. Barbera DOC Colli Bolognesi Il Viburno prende il nome dal viburno, arbusto selvatico che cresce spontaneo nelle siepi e nei margini boscosi di queste colline, con i suoi grappoli di bacche rosse che d’autunno brillano tra le foglie come piccoli fuochi. Solo il nome sa di paesaggio. La Barbera in purezza, vinificata in acciaio e affinata in anfore di ceramica per dodici mesi, arriva nel calice con un rosso rubino che ha qualcosa di terso e limpido, come l’aria di queste colline dopo la pioggia. È una Barbera che non cavalca la potenza che il vitigno potrebbe darle su altri terreni. Qui la sabbia e il gesso la addomesticano in modo elegante, la smorzano quel tanto che basta per farla diventare qualcosa di finissimo. Al naso frutti rossi e neri, ciliegia, mora, con quella nota erbacea-speziata che ricorda il sottobosco autunnale. Poi qualcosa di più morbido, quasi balsamico, che arriva con l’ossigenazione. In bocca la Barbera della Croara sorprende. L’acidità c’è ma non punge. Accompagna, guida, allunga il sorso in una persistenza lunga e pulita. I tannini, ammorbiditi dal passaggio in anfora, sono vellutati, quasi invisibili. È un vino che si può bere da solo, in concentrazione, ascoltando qualcosa di bello, oppure portare in tavola con carni semplici, con i tortellini in brodo di una domenica bolognese. È versatile come le persone educate. Si adatta senza perdere se stesso. I nostri vini sono raffinati quanto si può dire di vini così. Semplici, però. Che rispecchiassero la nostra situazione geologica. La sabbia, il gesso danno vini che comunque sono abbastanza eleganti. E noi ci siamo adattati a quello. Pignoletto Metodo Classico DOCG Colli Bolognesi Un metodo classico da Pignoletto in purezza con un riposo sui lieviti di circa 5 anni. Versato nel calice mostra un giallo paglierino luminoso con riflessi dorati e una perlage finissimo che sembra salire con la compostezza di un monaco che non ha fretta. Al naso apre con freschezza agrumata di cedro e limone maturo. Poi arriva la crosta di pane appena sfornata con quella nota briochée che sa di firma dei lieviti. Seguono fiori bianchi di acacia e, in fondo, una traccia sottile di frutta secca che ricorda le mandorle tostate delle colline. Non è un profumo che si esaurisce subito. Richiede di tornare, di aspettare che le bollicine portino altra grazia. In bocca è secco, affilato, con una mineralità gessosa che percorre il sorso da cima a fondo come una linea dritta. Le bollicine sono vive ed eleganti. Non aggressive. L’acidità è presente e ben calibrata così da tenere tutto in tensione senza mai irrigidire. E poi il finale, lungo e sapido, con quella nota di mandorla che aveva già annunciato il naso e che qui torna a chiudere il cerchio in modo pulito, risolto, soddisfacente. È il vino delle occasioni che non si annunciano. Non ha bisogno di un brindisi formale né di un motivo speciale. Ha bisogno di silenzio, o di una conversazione vera. Esattamente come il luogo da cui nasce. Non siamo mai partiti da un desiderio di stile. Non abbiamo detto all’enologo: voglio questo tipo di vino. Abbiamo lasciato che fosse il terreno a decidere. E quello che si produce qui rispecchia la zona. Una zona che per secoli è stata riconosciuta per gli orti, per le verdure, per la sapidità e la mineralità. Quella stessa mineralità si sente nel vino, si sente nell’olio. Il mercato che rallenta e la bacchetta magica Anche Tenuta Santa Cecilia ha sentito il vento cambiare. L’export, che aveva funzionato bene per anni, si è fatto più cauto. Il mercato del vino italiano vive una fase di riflessione: i consumi scendono, i grandi mercati stranieri mostrano segnali di saturazione su certi segmenti, e le cantine con le cantine piene fanno prezzi con cui è difficile competere. Non è una novità. Ma è un fatto. Quello che colpisce, parlando con Nicoletta, è l’assenza di ansia. Non quella dell’incosciente, ma quella di chi ha imparato che la natura non accelera per nessuno. Il mercato per noi è un po’ fermo. Prima spedivamo all’estero, facevamo tante spedizioni. Adesso è più quieto. Ma non ci sbilanciamo. La natura richiede un tempo, e cercare di forzarla non porta da nessuna parte. Se avesse una bacchetta magica, dice, farebbe una cosa sola: una cantina vera, lì sul posto. Una cantina progettata per stare in quel paesaggio, tra quelle colline, come parte organica di un luogo che già esiste. Perché vinificare altrove, anche se in una struttura di proprietà, anche se con tutta la cura possibile, è l’unica cosa che si porta dentro come un’imperfezione non ancora risolta. Non una colpa. Un sogno concreto, razionale, che aspetta i tempi e le risorse giuste. Ci vuole. Ma prima di cambiare bisogna procedere molto lentamente. I cambiamenti improvvisi a me non piacciono. Poi ho fatto dei cambiamenti importanti nella vita, ma sempre passo dopo passo, controllando bene. Sei etichette. Trentamila bottiglie. Un territorio che in larga parte si auto-gestisce, con quel vento impetuoso che percorre la valle e che, dice Nicoletta con una leggerezza che vale più di molte spiegazioni tecniche, non ha mai avuto bisogno di rame. È quasi un piccolo miracolo raccontato come se fosse la cosa più normale del mondo. Cosa rimane Alla fine di ogni conversazione con chi fa vino mi ritrovo a chiedermi cosa cerco davvero in queste storie. Non è la tecnica, anche se la tecnica conta. Non è il punteggio, che da queste parti non esiste e non esisterebbe comunque. È capire se dietro una bottiglia c’è una persona che ha qualcosa da difendere, da preservare, da restituire. Con Nicoletta la risposta è stata semplice e immediata. Apre le finestre la mattina e vede l’Abbazia. Vede le colline che ha comprato una a una per evitare che qualcuno ci costruisse qualcosa di brutto. Vede i cipressi antichi della vigna del campanaro. E dice una cosa che suona come una poesia involontaria, come quelle che nascono solo quando si smette di cercarle: Apro le finestre e sono felice. Questa è la parola giusta. Felice. A Roma, dove vivo, si dice chi t’ammazza quando qualcosa è così bello da essere quasi insostenibile. Nicoletta Madrigali, ex immobiliarista milanese, coltivatrice diretta per destino e per vocazione, custode di una piccola valle nascosta alle porte di Bologna, merita esattamente quello. Chi t’ammazza, Nicoletta.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Francesco Sedilesu. Teularju: la terra in prestito Arrow Right Top Bg

13 Maggio, 2026

Francesco Sedilesu. Teularju: la terra in prestito

  Qualunque cosa tu faccia, amala come amavi la cabina di proiezione quando eri piccolo. È una frase che travalica il cinema e diventa filosofia di vita. È tratta da una scena del film Nuovo Cinema Paradiso che non si dimentica mai del tutto con Alfredo, vecchio e cieco, che parla al piccolo Totò Mentre chiacchiero con Francesco Sedilesu, titolare dell’Azienda Agricola Teularju di Mamoiada, quella frase mi torna in mente più volte. Francesco ha amato e ama la vigna esattamente così: con l’intensità di qualcosa incontrata da bambino, prima che diventasse scelta consapevole. Mamoiada è il nome che evoca i Mamuthones, le maschere del carnevale di pietra e pelle, parte di quel rito la cui origine si perde nei ricordi degli anziani del paese. Ancor più vecchio di qualunque memoria. Accanto al carnevale, c’è un altro rito che qui si celebra ogni anno. Altrettanto ancestrale. Altrettanto corale. È la vendemmia. Settecento nuclei familiari, duemilaquattrocento abitanti, duecentocinquanta cantine domestiche. Quasi un vignaiolo ogni dieci anime. Francesco descrive quel paesaggio sonoro con una precisione che sa di infanzia recuperata. Da piccolo, quando hai a che fare con l’uva già in vigna, ogni profumo, ogni rumore, ogni musica che in qualche maniera viene dalla natura, ti rimane impressa… ti segna. Entra, si incarna. E quando l’uva veniva portata a casa, messa nel tino, con quei profumi, è chiaro che ti marchiano per sempre. Proust lo sapeva. La madeleine immersa nel tè che riapre un’intera stagione perduta. Ma qui non è un dolce di pasta frolla: è il vapore acido di una fermentazione spontanea, il crepitio di una pressa, il rumore notturno di un paese che vendemmia tutto insieme. Il periodo vendemmiale era una specie di musica. Le presse, i pigiatori, i macchinatori dell’uva. Non si dormiva. E ancora oggi i miei figli mi dicono che quella sensazione ce l’hanno. Probabilmente l’avranno anche i miei nipoti. Quella bella sensazione della vendemmia. Il padre, i fratelli, la stanzetta di venti metri La nonna di Francesco aveva meno di un ettaro. Il suo giardino di casa. Poi tre botti di castagno in una stanzetta di venti metri quadri. Suo padre faceva un altro lavoro. Come spesso accade nelle famiglie di queste zone interne della Sardegna, la vigna era contorno, integrazione, orgoglio domestico. Nutrimento. Perché il vino era nutrimento, non professione. Poi la vita rimescola le carte. Mio padre in primis faceva un altro lavoro. Poi lo perse e dovette,  per arrotondare, prendere dei vigneti in affitto. Alla fine della sua carriera da vignaiolo, aveva cinque ettari così che produceva un bel po’ di vino. Che vendeva ovviamente e nell’economia funzionava, dai. Ancora oggi, a novantaquattro anni, quando lo incontrano gli chiedono del vino. Gli piacerebbe venire ancora in campagna, ma non ce la fa. È sempre un piacere vederlo contento. Gli studi agrari per Francesco non per continuare il lavoro del padre ma per seguire  il mito familiare del posto fisso, la sicurezza. Sicurezza che trova nell’Agenzia di Sviluppo Agricolo della Sardegna, dove ancora lavora. Il vino, però, non l’ha mai mollato. Come un basso continuo sotto la melodia principale. Avevo sempre il pallino di fare l’imprenditore. Il vignaiolo, in sostanza. Ma mia madre e mio padre mi hanno quasi costretto a fare i concorsi. Comunque, sono contento: in ritardo di una generazione, i miei figli hanno realizzato quello che io sognavo. Per me questa è una promessa che si compie. Nel 2002, con i fratelli decidono di tenere insieme i vigneti ereditati dal padre e di imbottigliare. In un ex caseificio abbandonato, quello che la Cassa per il Mezzogiorno aveva costruito negli anni Ottanta accanto a una Cantina Sociale. Entrambe fallite. Francesco non ha pietà nel descrivere il vino di quella cantina sociale Facevano un vino industriale anche perché tutti davano le uve peggiori alla cantina e le uve buone le tenevano per sé. Forse, meno male che c’è stato questo egoismo perché il paese è rimasto fermo, come in una bolla. Come gli ultimi dei Mohicani. Non era coinvolto da quello che faceva il mondo. I paesi vicini andavano dalle cantine sociali. Da noi, niente. Ed è stata una fortuna. Nel paradosso, una vera fortuna perché quando il mercato ha cominciato a cercare autenticità, naturalità, fermentazione spontanea, Mamoiada era già lì. Intatta. Pronta. Come quei paesi di montagna che i turisti del boom avevano saltato e che ritrovano poi, con stupore, ancora vivi. Teularju: il telaio, la trama, il Cannonau L’azienda che si crea è dunque Teularju, il telaio. Lo strumento con cui si intreccia ordito e trama. Difficile immaginare nome più appropriato per chi ha costruito, in vent’anni, una tessitura di territorio, famiglia e comunità.  65.000 bottiglie l’anno su quattro ettari tutti a Cannonau  il vitigno identitario di questa terra rossa e antica. Solo che la scelta produttiva di Francesco e dei suoi figli è, per Mamoiada, quasi rivoluzionaria: raccogliere in anticipo, puntare su bassa alcolicità, acidità viva, frutto integro.  Passare dai 15-16 gradi ai 13, non è solo una questione tecnica è una dichiarazione di poetica. Quando fai vini a 15, 16 gradi sono sì buoni con i nostri alimenti territoriali. Però, come espressività, sono un po’ limitati. Oggi il vino non si beve soltanto, lo si degusta. E nella degustazione mostrano tanti limiti. Invece, se si anticipa la raccolta, la spalla acida è più presente, tutto il frutto non è ancora sciupato. È tutto più delicato e secondo me è meglio. Il processo in cantina è altrettanto radicale nella sua semplicità: fermentazione spontanea, piccoli tini da dieci quintali, follature rigorosamente a mano, nessuna pompa nella fase più delicata. L’unica pompa a disposizione entra in gioco solo sotto la pressa, per portare il vino in botte. Da lì, silenzio. Meno lo si tocca, meglio è. Il vino ritorna in botte e poi lo si rivede dopo un anno. All’imbottigliamento. Il contatto con l’ossigeno nei tini, che sono molto aperti, lo gestiamo con un telo, aprendolo solo in base alla fase della fermentazione. Tutte fasi molto semplici, ma molto curate. Con attenzione. Tecniche che non possono arrivare da studi enologici. Sembrano più tradizioni tramandate da saggio a saggio. Spesso senza parlare. Solo osservando.  Capita che io o mio figlio diamo una mano a qualcun altro. Tutta l’esperienza si è sedimentata piano piano, con scambi con altre persone. Non siamo egoisti perché siamo sempre disponibili ad approfondire. Ma poi si fa una sintesi, senza perdere quello che era il proprio bagaglio culturale. L’enologo magari ti dice: è impossibile che non riparta la volatile, con queste condizioni. E noi diciamo: tranquillo, poi facciamo le analisi e vediamo. E non ci credevano. Non riuscivano a capire come avessimo volatili così bassi. Se hai cura, si capisce. Soprattutto col naso. Francesco e quella sua meravigliosa cadenza sarda. Un intercedere delle parole che sanno di saggezza e vita vissuta, calli sotto le mani, sole sulla pelle. In ogni sua movenza, in ogni piccolo cenno con il volto, nel muovere di una ruga, c’è serenità. La serenità di un intero paese. Del rispetto degli anziani e di ciò che portano con se.  Il naso è uno strumento che hai sempre a disposizione, non hai bisogno di tararlo. Entro in cantina e capisco subito se c’è un problema. È qualcosa di primordiale, ancestrale. Come lavorava mio nonno, come lavorava mio padre. Mai visto un fiasco di aceto. Eppure lavavano le botti con l’acqua e con qualche residuo di aceto come conservante. Cose che oggi una scuola di enologia ti direbbe che sono da pazzi. Eppure funzionava.» Il vino comunitario Nel 2015 Francesco è tra i fondatori dell’Associazione dei produttori di Mamoiada. Avevano viaggiato insieme i produttori della zona. Non si poteva non farlo per capire bene il mondo. Langhe, Borgogna, Alsazia, Francia. Avevano visto e imparato come si costruisce un territorio del vino. Erano tornati con una convinzione: anche Mamoiada ce la poteva fare. Si andava nelle terre del Barolo, del Brunello, in Francia. Avevamo l’idea che anche il territorio di Mamoiada avesse la vocazione. Nel 2015 abbiamo creato l’associazione e in poco tempo i giovani hanno preso coraggio. Abbiamo messa a loro disposizione la nostra esperienza. Sono nate tante aziende. Oggi a Mamoiada sono quaranta le cantine. È un piccolo territorio del vino e rimane quel tessuto comunitario che è la cosa più importante. Una parola, in tutta la conversazione, mi colpisce più delle altre. Non naturale, non artigianale, non biologico. Comunitario. Come a sostenere ancora una volta la forza di una comunità. Il nostro è un vino comunitario. C’è una tradizione di una comunità rurale che sostiene il suo vino e il suo vino oggi si sostiene e sostiene la comunità. Così tutti questi giovani hanno lavoro e rimangono nel paese. Non sono costretti ad andare via. Mamoiada è ormai certificato come uno dei pochissimi paesi delle zone interne della Sardegna in controtendenza: non cresce, ma non cala. E già questo è un segnale. Un bel segnale.» Bob Dylan, nel discorso del Nobel, citò Moby Dick. La nave che insegue qualcosa di impossibile e non smette mai di tracciare la rotta. Francesco non insegue balene bianche. Insegue qualcosa di più concreto e altrettanto difficile: la dignità di un territorio, la sopravvivenza di una comunità, la verità di un vino che sappia ancora di mani e di tempo. Ma c’è anche la paura. Non del fallimento, che conosce e non teme. Paura degli investitori esterni. Il pericolo che vedo è adesso che il territorio sta avendo successo. Arrivano gli investitori. Con tanti soldi. Comprano i vigneti non facendo parte di quella comunità rurale che sostiene il vino.  Sull’Etna da tempo sono arrivati i grandi investitori. Hanno certamente incrementato il prezzo del vino per dargli il valore che merita senza che però che di ciò le comunità locali ne beneficiassero. Se non in piccola parte. Le briciole. Si è certamente creato un movimento di persone locali che, sulla scia dei grandi investitori, hanno avuto lo stimolo di iniziare o continuare un lavoro. Ma il grosso era andato. In tutto ciò, un merito a chi ha scosso le coscienze bisogna comunque darlo.  La verità sta sempre nel mezzo. Come spesso accade.  In Costa Smeralda, l’Aga Khan è arrivato, ha costruito villaggi, ha creato sviluppo miliardario. Tutto quello che vuoi. Ma io da giovane ricordo che andavamo li e ci dicevano: nella spiaggia non potete fare il bagno. Non è casa vostra. Oggi un giovane che vuole sposarsi e farsi una casa lì non può farlo. I terreni costano troppo. Quindi tutto quello sviluppo… non so per chi. Il problema vero è che se arriva un grande investitore, la fermentazione spontanea non te la puoi più permettere. E quella che è un’espressione del territorio viene meno. Il vero problema è che poi gli altri seguono. È che quando si crea un mondo diverso, quello più forte e più spinto ti trascina dentro. A me personalmente non farebbe un baffo — ma ho paura del movimento in generale. La terra è in prestito. Non abbiamo nessun merito particolare per essere nati qui. Abbiamo la responsabilità di conservarla. Non solo per i figli, per tutti. Responsabilità di conservarla. Non c’entra nulla con il guadagno o la consacrazione di se stessi piuttosto che l’invidia. C’entra quel senso di comunità che Francesco più volte ripete. Qualcosa di molto più alto. I figli, la vigna, il telaio che continua La storia più bella però è quella di una famiglia che si moltiplica senza perdersi di vista. Francesco e Rosa hanno quattro figli e di questi, tre sono in Teularju: Giovanni con sua moglie Elisabetta, Giuseppe e Vincenza.  Sei persone, tre famiglie, un’azienda. Più un quarto figlio, Simone,  che ha scelto di fare un percorso tutto suo. Francesco lo ha sostenuto perché diventa una ricchezza. Per la famiglia e per la comunità. Una famiglia in più che fa parte del territorio. Che sviluppa il territorio. Una mentalità incredibile. La capacità di guardare oltre. Non solo nel tempo ma nello spazio. Quella della comunità. Che cresce con il crescere delle persone impiegate.   Quando imbottigliavamo nel 2002, i miei figli avevano dai cinque ai tredici anni. Erano tutti lì, ognuno col suo compito. Come in Tempi Moderni ognuno aveva la sua postazione. Ed erano lì e gli è rimasta. Un meccanismo non perfetto ma magnificamente sincrono. Un formicaio dove ogni membro della famiglia ha il suo compito preciso ancorché pronto a sostituire l’altro. Senza alcun tipo di problema.  Oggi tutti sanno fare tutto. Il bello è questo. Sono vignaioli. Mia nuora è enologa, mia figlia è filosofa, l’altra fa comunicazione e marketing. Ma tutti poi vanno in vigna. Tutti. Voglio che i miei figli siano liberi. Il notaio, quando gli ho trasferito le quote, mi guardava come se fossi matto. Adesso sono nullatenente. Ho il mio lavoro e loro possono tranquillamente fare quello che vogliono. L’unica cosa è che mi riconoscono un’autorevolezza, da padre. Quindi mi ascoltano. Però vedo che in tante cose hanno imparato e fanno anche meglio di me. Francesco è una persona mite e sempre sorridente. Sardo di quella Sardegna fatta di persone perbene che hanno a cuore la propria famiglia e la propria comunità. Una unione che diventa inscindibile e irrinunciabile.  Il patriarcato? Qui non sanno neanche cosa possa significare perché è l’amore che domina sopra ogni cosa. Arriva fino ai vini che sono una diretta espressione della famiglia.  Un uomo buono che vuole solo la serenità della sua vita nell’amore e unione della sua famiglia. Null’altro. Piccole cose. Accontentarsi delle piccole cose continuando a dare il proprio contributo. Fino a quando potrà. Sono come il prezzemolo. Ci sono in tutto e do il mio contributo. Ma sono sicuro che in breve servirò a poco. Gli ho passato tutto, ho fatto tutto e continuerò a dare tutto per quello che vale. Domani faranno loro. E faranno bene. Quello che mi auguro per questa azienda?” Ripete la mia domanda. Sorride con la semplicità di chi ha già trovato la risposta da tempo. Fare sempre meglio. Con l’esperienza visto che l’esperienza aiuta ma anche con le intuizioni dei giovani. Pensa: il fatto di raccogliere prima, in maniera anche drastica, passare dai 15 gradi ai 13, da solo, magari non l’avrei fatto. Sono stati loro a dire: proviamoci. E funziona. Con il Cannonau funziona. Questi giovani hanno voglia di fare. Una famiglia unita e contentissima con tutti i figli e i cinque nipoti, vicini. Una famiglia che si allarga come si allargava una volta nel silenzio lento di una terra che non si vende, non si cede, si tramanda. È il telaio che continua a funzionare. Incessantemente. Con quel suo rumore caratteristico. Magari lo stesso che si unisce a quello della vendemmia. Non posso dimenticare i vini ovviamente.  Quando ho assaggiato i vini di Teularju ero a Roma, in una sera che non sapevo avrei dovuto ricordare. Ocruarana e Cara’GonareMi è rimasta in bocca una sensazione insolita. Non la potenza che ti aspetti dal Cannonau ma una tensione, una vitalità quasi nervosa, un frutto che non aveva ceduto alla stanchezza. Era vivo. Preciso. Necessario. Le due Ghiradas nel bicchiere Ocruarana. Barbagia Rosso IGT La pietra verde che dorme sotto il granito ha un nome antico: Ocruarana. Una parola sarda che suona come un respiro trattenuto, come qualcosa di nascosto che aspetta solo il momento giusto per emergere. La ghirada alta, esposta a nord-ovest, pendenza media del venti per cento, suolo sabbioso di origine granitica con infiltrazioni di quella pietra metamorfica verdognola che ha dato nome al vigneto e al vino. Su questi due ettari a seicento metri di quota il Cannonau impara a non avere fretta. La fermentazione è, manco a dirlo, spontanea, i lieviti indigeni fanno il loro lavoro senza essere sollecitati, la macerazione dura poco meno di due settimane, poi il vino riposa in botte grande di rovere per un anno intero prima di incontrare il vetro. Nel calice arriva qualcosa di non immediatamente decifrabile, qualcosa che richiede silenzio. Il colore ha profondità, non è ostentato. Al naso si apre uno scenario di macchia, di mirto e viola. La viola soprattutto, che in certi Cannonau di quota compare come una firma segreta insieme a spezie dolci che non sovrastano, accompagnano. C’è una sensazione di libertà nel senso più letterale: aria aperta, vento che scende dal monte, una complessità costruita non in cantina ma nella vigna, nelle pietre, nel tempo. In bocca l’eleganza non negozia con la potenza ma le cammina accanto: freschezza, tannino finissimo, finale che insiste su toni balsamici e speziati, con il pepe che ritorna come una nota bassa, lunga, profonda. Un vino che non urla la sua provenienza — la sussurra. E chi ascolta, non dimentica. Cara’Gonare. Barbagia Rosso IGT Il Monte Gonare si vede da lì. La ghirada guarda il monte, il vino porta quella direzione dello sguardo nel bicchiere. Un solo ettaro, esposizione sud-sud/ovest, suolo sabbioso con sostanza organica e scheletro abbondante nella parte più scoscesa: la Cara’Gonare è la ghirada più raccolta di Teularju, la più protetta, quella che il sole accarezza più a lungo. Stessa cura in cantina ma il vino che ne nasce racconta un’altra storia, appena diversa nel timbro, nella temperatura emotiva. Nel calice è un rosso che si presenta con una certa compostezza, quasi con riserbo. Le spezie dolci arrivano prima, cardamomo e chiodo di garofano, poi seguono i frutti rossi, ciliegia balsanica, piccole bacche di sottobosco. Insieme costruiscono un profumo che è maturo senza essere stanco. In bocca è ampio, sapido, con quella densità silenziosa che appartiene ai vini di altitudine. Il tannino è ancora vibrante, giovane, ma non aggressivo: è la giovinezza di qualcosa che ha davanti a sé molto tempo per diventare ciò che sa già di poter essere. Il finale è lungo, persistente, e sulla macchia mediterranea torna a chiudere il cerchio. Come se il Monte Gonare, da lì in fondo, rispondesse. Due vini, due pezzi della stessa terra. Fratelli che si somigliano e si distinguono, come solo sanno fare i figli cresciuti sullo stesso granito. Viene in mente una canzone di Fabrizio De André, Volta la carta: La vita è un dono, un prestito dal niente. Francesco Sedilesu, che di mestiere sviluppa l’agricoltura sarda e nel tempo libero fa il vignaiolo, o forse è il contrario, oramai quella frase la conosce senza averla mai sentita. La vive. La trasmette. La imbottiglia. La terra è in prestito. Il vino anche. E i figli pure vengono da te, ma non ti appartengono. La vera filosofia di Teularju è anche un modo dignitoso di stare al mondo.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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12 Maggio, 2026

Dimensione Vino al Belstay di Roma

  Borges scriveva che una mappa alla scala 1:1 del mondo sarebbe inutile, eppure ogni degustazione tenta esattamente quell’impresa impossibile: restituire un territorio intero nel perimetro di un bicchiere. Il 27 aprile, all’Hotel Belstay di Roma, Dimensione Vino ha aperto le sue porte e con esse una piccola cartografia dell’Italia enologica, del mixology (termine un pò abusato ma che fa riferimento a quei meravigliosi cocktail realizzati da barman che si annoiano a versare le solite cose), dello show cooking (perché anche il cucinare è un’arte).  Mi sono approcciato all’evento con la voglia di scoprire ma non in una rassegna. In una vera conversazione. Scoprire non solo vini ma anche e soprattutto persone.  L’aria dell’evento aveva quella qualità sospesa delle mattine in cui il tempo sembra disposto a trattare. I tavoli, i produttori, il brusio discreto di chi si avvicina con il naso già inclinato verso il calice: tutto concorreva a creare quella dimensione nella quale il vino non è solo un prodotto ma diviene un interlocutore. Ho scelto di ascoltarlo con attenzione, senza fretta, sapendo che ciascuna di queste voci meritava il silenzio necessario a capirla. La particolarità dell’evento di Dimensione Vino è stata proprio la sua dimensione. Una sorta di struttura non altisonante, non schiamazzata, non affollata. Utile, assolutamente utile per capire prima di qualunque altra sensazione. Ho scelto di raccontare otto vini, otto coordinate geografiche, otto modi diversi di intendere il rapporto tra la terra e chi la lavora. Il silenzio dell’Oltrepò: Chiara Torti e il suo Metodo Classico da Pinot Nero Nature Montecalvo Versiggia è un nome che suona come una promessa geologica. Sulle colline argillose e calcaree dell’Oltrepò Pavese, a circa 360 metri sul livello del mare, Chiara Torti è la quarta generazione di una famiglia che ha fatto del Pinot Nero la propria lingua madre. La sua è un’azienda nata con il bisnonno e cresciuta fino alla sua forma attuale con il padre Alessandro, che negli anni Novanta iniziò a scommettere sulla spumantizzazione del vitigno principe di questa terra. Chiara, dopo gli studi in enologia a Milano, ha scelto di tornare, e questo ritorno è scritto in ogni bottiglia che porta il suo nome. Il Nature è la sua dichiarazione di principio più netta: pressatura soffice a grappolo intero, fermentazione spontanea in acciaio, affinamento sulle fecce fini con bâtonnage, poi tra i 18 e i 24 mesi sui lieviti in bottiglia. Nessun dosaggio, nessuna correzione. Il vino torna al mondo così com’è uscito dalla vigna: verticale, teso, con quella freschezza che sembra nascondere una punta d’orgoglio. Nel bicchiere, il giallo paglierino racconta l’essenzialità prima ancora che lo si assaggi. Al naso arrivano fiori bianchi, un accenno di agrume candito, qualcosa di minerale che rimanda a pietra bagnata dalla pioggia. In bocca è il contrario dell’indulgenza: struttura precisa, acidità che orienta ogni sorso verso il passo successivo, una salinità conclusiva che invita a non smettere. È un vino che non vuole compiacere. Semmai convincere. L’ombra preziosa: Parabuio di Castello di Meleto Il borro di Parabuio è un luogo che quasi si vergogna della propria bellezza. Nascosto tra due colline nella sottozona di Casi, nel cuore del Chianti Classico di Gaiole in Chianti, questo torrente impervio scorre in una gola dove il sole filtra poco e la natura fa da padrona. È qui che Castello di Meleto, tra le realtà più rappresentative di un’area che affonda le radici nel 1256, ha scelto di coltivare l’unico vitigno internazionale dei suoi cru: il Merlot. Una scelta che poteva sembrare un cedimento e che invece si è rivelata una rivelazione. Il Parabuio è il diamante della tenuta, come lo chiamano a Meleto senza falsa modestia. Le uve vengono vendemmiate a mano in cassette, la vinificazione avviene con grande delicatezza nelle operazioni di follatura, poi segue un affinamento in cemento e barrique per ventiquattro mesi. Il risultato è un vino che ha il peso della storia e la grazia dell’umiltà. Nel calice, il rosso rubino è profondo e cupo come l’ombra del borro da cui prende il nome. Al naso, prima il cassis e la marasca, quel frutto scuro e pieno che sembra raccogliere la penombra del vigneto. Spezie calde, un tocco di vaniglia e cenere. In bocca è opulento ma non pesante, ricco ma non grasso: la freschezza lo percorre come un filo d’argento dentro un tessuto scuro. I tannini sono vellutati, la chiusura persistente, con un finale che porta ancora frutto. È un Merlot che ha imparato il Chianti e ne porta i geni senza rinunciare al proprio carattere. La grazia alpina: Schiava Rosato di Cantina d’Isera Isera è un comune della Vallagarina trentina che vive da secoli in simbiosi con la vite. La sua cantina sociale, fondata nel 1907, è una di quelle realtà che il tempo non ha reso stanca ma caparbia: continua a interpretare il territorio con quella fedeltà che solo chi vi appartiene davvero può permettersi. La Schiava, vitigno probabilmente originario dell’Alto Adige, chiamato in tedesco Vernatsch, è la voce più antica di questa terra: è stata per decenni l’uva più diffusa di tutta la regione, prima di cedere spazio a vitigni di moda. Cantina d’Isera non l’ha mai abbandonata. La versione rosato è un vino da interpretare con lo stesso sguardo leggero con cui si guarda un paesaggio montano di primavera: niente di greve, tutto al suo posto. Al colore, un rosa brillante che tende al cerasuolo, vivace, quasi allegro. Il naso è fruttato con eleganza. Lampone, petali di rosa, un richiamo lieve di resina di pino che porta con sé l’aria delle Dolomiti e una mineralità rocciosa sottile che dà profondità senza appesantire. In bocca è dissetante, sapido, dall’acidità fresca e la struttura sottile. Un vino che non chiede di essere analizzato: chiede di essere bevuto, e in questo c’è tutta la sua intelligenza. Il Collio nel bicchiere: Malvasia di Humar San Floriano del Collio è uno di quei luoghi dove il confine tra Italia e Slovenia è una linea tracciata dagli uomini su un paesaggio che non ne ha mai avuto bisogno. Le colline di marna e arenaria, i venti che scendono dalle Alpi Giulie e si mescolano alla brezza dell’Adriatico, i microclimi che cambiano di collina in collina: tutto concorre a creare un terroir di rara complessità. È in questo contesto che la famiglia Humar lavora da oltre un secolo. Fondata intorno al 1900 da Antonio Humar, passata ai figli Marcello e Marino, oggi guidata da Dario e dalla moglie Natasa con la collaborazione delle loro figlie, sono proprio loro che hanno voluto questa Malvasia, novità che porta la firma della generazione più giovane. La Malvasia Istriana è un vitigno che in Friuli ha trovato una delle sue terre d’elezione. Nelle versioni più riuscite, sa essere allo stesso tempo aromatica e minerale, generosa e precisa. Nel bicchiere di Humar, il giallo paglierino è luminoso, con riflessi che tendono all’oro. Al naso arriva una cascata di profumi: fiori di acacia, pesca bianca matura, un accenno di albicocca, poi quella sottile nota di mandorla amara che è la firma del vitigno. In bocca è strutturata, con una morbidezza che avvolge senza spegnere: la sapidità è viva, il finale persistente, con quel leggero retrogusto amaricante che chiude ogni sorso come una piccola risoluzione musicale. Un bianco che convince non per forza ma per eleganza. Il vino della memoria: Lison Classico di Ai Galli Il Lison Classico DOCG è uno di quei vini che si possono raccontare solo partendo dalla storia che portano in corpo. Il Tai, questo il nome con cui si identifica il Tocai in Veneto, è l’uva che ha definito per secoli l’identità enologica del territorio tra Venezia e il Friuli. La denominazione Lison, riconosciuta come DOCG e affiancata dalla menzione Classico per il cuore storico della produzione, è oggi custodita da pochi produttori che ne hanno capito il valore identitario. Ai Galli, di Pramaggiore, è tra questi: oltre sessanta ettari vitati a cavallo tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, una storia di più di quarant’anni, un impegno tenace sulla ricerca dell’eccellenza in un territorio che il mercato ha spesso sottovalutato. Le uve, 100% Tai, vengono raccolte a mano nella seconda decade di settembre. La vinificazione avviene in acciaio, con macerazione pre-fermentativa a bassa temperatura, affinamento sulle fecce fini. Il vino risposa poi in bottiglia per due mesi prima di uscire. In bocca arriva con quella franchezza tipica dei grandi bianchi di territorio: fresco, con note di pesca bianca e un profumo pulito di fiori campestri, poi una sapidità che cresce e una chiusura lievemente ammandorlata che è il marchio inconfondibile del vitigno. Semplice? No. Risolto. L’eccezione come regola: L’Eccezione 60 di La Regola Riparbella, sulla Costa degli Etruschi, è un luogo dove il vino è di casa da prima della storia scritta: i romani romani trovarono anfore vinarie nel sottosuolo, testimonianza di una vocazione che non ha mai smesso di esprimersi. La Regola, azienda nata nel 1990, prima cantina del territorio, fondata da Luca Nuti e poi affiancata dal fratello Flavio, ha scelto di stare qui con una coerenza che ha il sapore delle scelte vere. Biologica, ecosostenibile, alimentata a energia solare, affrescata dal maestro Stefano Tonelli: un luogo dove il confine tra cantina e opera d’arte è deliberatamente poroso. L’eccezione 60 è il loro Metodo Classico Brut Nature Millesimato: un vino che porta già nel nome il rifiuto delle regole imposte dall’esterno. Sessanta mesi sui lieviti. Cinque anni in bottiglia a costruire complessità. Prima di tornare alla luce. Nel calice è tutto ciò che quel tempo promette: un perlage fine e persistente, un colore dorato che tradisce la maturità, al naso sentori di frutta gialla matura, pasticceria, un filo di miele d’acacia e quella tensione minerale che la Toscana costiera sa regalare quando vuole. In bocca è ampio, cremoso, con una struttura che regge senza appesantire: l’acidità fa da ossatura, il finale è lungo e sapido. Un Metodo Classico che non guarda alla Champagne con deferenza, ma la guarda negli occhi. Il dolce sospetto: L’indagato di Claudio Mariotto Il nome è una boutade che nasconde una filosofia. L’indagato: come se il vino avesse qualcosa da confessare, qualcosa che non vuole svelare troppo in fretta. Claudio Mariotto, vignaiolo di Vho, sulle colline di Tortona, quarta generazione di una cantina nata nel 1920 con il bisnonno Bepi, è uno dei protagonisti della rinascita del Timorasso nei Colli Tortonesi. Ma L’indagato non è un Timorasso: è un Moscato, interpretato come mosto parzialmente fermentato, con quella dolcezza naturale bloccata dall’interruzione della fermentazione per controllo della temperatura. Un vino da dessert, ma anche da contemplazione. Le uve provengono dai vigneti di Vho, su suoli calcareo-argillosi a 250-300 metri di altitudine. La pressatura è soffice, la spuma è ottenuta con la presa di spuma classica, e il risultato è una bollicina delicata che avvolge senza stancare. Nel bicchiere è di un giallo paglierino tenue, quasi timido. Al naso la dolcezza aromatica del Moscato esplode subito. Pesca, albicocca, fiori bianchi di campo, un accenno di salvia. C’è qualcosa di più complesso sotto, come un pensiero che si nasconde in una frase semplice. In bocca è fresco nonostante la dolcezza, con quella naturalezza che solo l’interruzione al momento giusto può garantire. L’indagato, alla fine, si rivela tutto: è colpevole soltanto di essere buono. La Franciacorta nel nome: Brut di De’Federici De Federici è una realtà della Franciacorta che porta con sé il peso nobile di una delle denominazioni più riconosciute d’Italia. Il territorio, il microclima temperato dalle correnti del Lago d’Iseo, i suoli ricchi di minerali e morenici lasciati dai ghiacciai. È una di quelle cartoline geologiche che l’Italia sa regalare con generosità inverosimile. Qui, il Metodo Classico non è una scelta produttiva: è un’appartenenza. Il Brut di De Federici interpreta questo appartenere con rigore e sensibilità. La vinificazione in bianco avviene con pressatura delicata in pressa pneumatica, il mosto viene chiarificato a bassa temperatura, la fermentazione si svolge in acciaio a temperatura controllata. La presa di spuma segna l’inizio del lungo dialogo con i lieviti. Nel calice, il giallo paglierino brillante con riflessi dorati racconta già il calore del lavoro fatto. Al naso, frutta a polpa bianca, note di lievito gentile, un accenno floreale che apre il bouquet senza dominarlo. In bocca è fresco e sapido, con un perlage fine che porta ogni sorso verso la persistenza. Un Franciacorta che non si esibisce ma convince. C’è in questo Brut quella qualità rara dei vini che sanno stare al proprio posto. Che è un modo nobilissimo di essere esatti. Otto bicchieri, otto storie, un solo filo rosso. O meglio, un filo bianco e dorato come il perlage di un Metodo Classico che le tiene insieme: la convinzione che il vino non sia mai una risposta, ma sempre una domanda posta alla terra. Dimensione Vino, al Belstay di Roma, quella domanda l’ha moltiplicata per otto. E ogni risposta valeva il viaggio.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Azienda Agricola San Giovanni. Il mare insegna il silenzio Arrow Right Top Bg

8 Maggio, 2026

Azienda Agricola San Giovanni. Il vino in un angolo di Paradiso

  A Marechiare ce sta na fenesta
La passiona mia nce tuzzuléa
Nu garofano addora ‘int ‘a na testa
Passa ll’acqua pe’ sotto e murmuléa
A Marechiare nce sta na fenesta
A Marechiare, a Marechiare nce sta na fenesta Marechiare è una canzone napoletana del 1885, scritta da Francesco Paolo Tosti su versi di Francesco Cimmino. Racconta di una finestra che si apre sul mare la notte di luna, di un garofano rosso sul davanzale, di un amore che si sente nell’aria salata prima ancora di vedersi. Non è una canzone triste, ma ha quella malinconia particolare del Sud, quella che non pesa ma levita, come il profumo del finocchietto selvatico quando il vento lo porta dal promontorio verso il mare aperto.  Ogni volta che penso al Cilento mi torna in mente quella melodia. Non per nostalgia, ma perché certi luoghi hanno un andamento musicale preciso, un tempo interno che non appartiene all’orologio ma al mare e il Cilento ce l’ha con una coerenza quasi ostinata. Punta Tresino è uno di quei posti che non si raggiungono cosi banalmente. Si devono quasi guadagnare. Tre chilometri di strada bianca tra la macchia mediterranea e il Tirreno. Il cellulare che perde il segnale come se volesse avvertirti che stai uscendo dal mondo ordinario e poi, all’improvviso, il panorama che si apre e diventa tutto: la costa di Castellabate a sud, Capri e Ischia nelle giornate limpide, le acque dell’area marina protetta di Santa Maria di Castellabate di un blu che non ha nome preciso in italiano. Dal cima del promontorio, a 356 metri sul livello del mare, lo sguardo abbraccia un orizzonte che va da Punta Licosa fino ai monti di Capaccio.  È il tipo di panorama che mette in ordine le idee. O le distrugge definitivamente per sostituirle con qualcosa di più essenziale. Il nome Tresino deriva probabilmente dalla presenza dei Greci Trezeni, cacciati da Sibari e insediatisi in questa zona nel VI secolo avanti Cristo. Secondo Strabone, sul promontorio si ergeva il tempio dedicato a Poseidone, eretto dai Trezeni a protezione della vicina Poseidonia, l’odierna Paestum.   Tutto questo per dire che quando Mario Corrado parla di radici, non sta usando una metafora viticola. Sta parlando di strati geologici di civiltà, di un suolo che sotto i filari ha sepolte tombe bisome del III secolo avanti Cristo, ville romane, torri Angioine. I vigneti di San Giovanni crescono sopra duemila anni di storia mediterranea. Il vino, qui, non è un prodotto agricolo. È una forma di archeologia. Mario Corrado era architetto. Ida Budetta, sua ex compagna, avvocato. Nel 1999 fuggivano da Salerno per rifugiarsi in questo luogo impervio e sublime con l’obiettivo di produrre del vino, del grande vino. Quando arrivarono, non c’era il telefono, non c’era l’energia elettrica, non c’era la vigna, non c’era una casa. Solo un vecchio casale cilentano in disfacimento.  La civiltà distava tre chilometri di sterrato. Chiunque li avesse osservati dall’esterno li avrebbe giudicati fuori di testa. Il Cilento anni Novanta non era quello di oggi, romanticizzato dai food blogger e dalle guide naturalistiche o da film come Benvenuti al sud. Era una terra dura, bellissima e indifferente, che non faceva sconti a chi la sceglieva. Questa storia mi colpisce ogni volta che incontro produttori che hanno abbandonato tutto per la vigna. Non perché si tratti di storia rara visto che nel vino italiano ce ne sono tantissime, quasi troppe. Ognuna ha una sua specifica qualità di coraggio. Il coraggio di Mario e Ida non aveva la retorica del ritorno alla terra, non c’era un avo contadino a giustificare la scelta. C’era semplicemente un luogo che li aveva chiamati, con quella voce che i luoghi scelti sanno usare. E loro avevano risposto. Oggi l’azienda conta circa venti ettari di proprietà, con tre ettari destinati ai vigneti coltivati in regime biologico, in modo da rispettare e preservare il frutto e la terra, con l’idea di donare benessere al luogo e alle persone che bevono i vini che si fanno.  Mimetizzato tra le vigne si staglia un minuto casolare cilentano in pietra, amabilmente ristrutturato da Mario.  L’architetto è rimasto dentro il viticoltore e si vede. La cantina non si annuncia, non si esibisce. È lì, discreta, quasi vergognosa della propria presenza in un paesaggio che non ha bisogno di aggiunte umane. Tutti i vini di San Giovanni nascono da un singolo appezzamento, indicato in etichetta con le sue coordinate geografiche. Le fermentazioni sono spontanee, ogni bottiglia è numerata e si segue il ciclo naturale di ogni annata.   C’è qualcosa di quasi radicale in questa scelta di trasparenza geografica, in un momento storico in cui il mondo del vino naturale rischia di diventare esso stesso un brand, una moda, un’estetica da Instagram. Mario va nella direzione opposta: l’etichetta come documento catastale, il vino come testimonianza di un preciso punto sulla mappa. Coordinate geografiche invece di fantasie grafiche. Mi piace questa sobrietà quasi militante. Anche se la storia di questo incredibile luogo nasce alla fine degli anni ‘70 con il papà di Mario, la produzione inizia nel 1993 con la prima vendemmia e con la nascita di tre progetti: il Paestum, da Fiano con piccole percentuali di Trebbiano e Greco; il Tresinus, da Fiano di un vigneto di circa cinquant’anni; la Ficonera, da Aglianico di un vigneto altrettanto antico.  I nomi sono tutti toponimi, tutti omaggi al territorio: Paestum, Tresinus, Castellabate, Maroccia, Ficonera, Tyrrhenus, Aureus. Una geografia in bottiglia, un atlante liquido del promontorio. Il Fiano è l’uva bianca di questo pezzo di Campania e a Punta Tresino trova una declinazione che non assomiglia a nessun’altra. La vicinanza del mare conferisce ai vini una sapidità benefica che la salsedine porta direttamente ai vitigni.  Il Tresinus, Fiano in purezza dal vigneto più vecchio, ha quella struttura che viene dalla resa bassa, dal sole che batte sul calcare, dal vento che asciuga e concentra. Arriva nel bicchiere con un bellissimo colore paglia oro e un corredo aromatico merlettato di agrumi, fiori gialli, erbe aromatiche, salsedine, balsami. Il sorso mostra consistenza e finissima tessitura, persistenza gustativa e misurata sapidità. Uno di quei bianchi che verrebbe voglia di incorniciare.  Poi c’è l’Aglianico. Il Maroccia è il vino che più di tutti rivela la pazienza di Mario: tre anni in tonneaux, con sperimentazioni di affinamenti ancora più lunghi.  L’Aglianico cilentano non ha la muscolarità nervosa di quello irpino. Ha qualcosa di più marino, di più salmastro, come se il Tirreno fosse entrato dentro le bucce durante la maturazione e avesse lasciato un ricordo di sé.    Il Maroccia aspetta. Lo fa con la pazienza di chi sa di avere qualcosa da dire, ma non ha fretta di dirlo. Prende il nome dal vallone Maroccia, che si trova poco distante dall’azienda. Un nome, una vigna, un vino. La vigna Maroccia è una piccola parcella di meno di mezzo ettaro, posta proprio sotto la cantina, a cinquantacinque sessanta metri sul livello del mare, impiantata nel 2000.  Giovane, in termini geologici. Eppure già capace di una voce propria. Le uve arrivano leggermente surmature, appassite naturalmente, con quindici gradi alcolici che non pesano ma sostengono, come fa un basso profondo in un’aria lenta.  Il colore è rosso rubino scuro, con bagliori purpurei sull’unghia che tradiscono un’energia ancora non del tutto domata. Al naso è un paesaggio notturno: un tripudio di piccoli frutti maturi a bacca rossa, ciliegie, lamponi, mirtilli, conditi da spezie e vaniglia che con dolcezza si accompagnano al fruttato.  Poi, man mano che il vino si apre, arrivano i sentori di noce moscata, chiodi di garofano, goudron, grafite, cacao. Sembrano strati di una storia che si svela a chi ha la pazienza di restare in ascolto. C’è anche qualcosa di floreale, la violetta in particolare, che affiora in una cornice eterea  quasi a ricordare che tutta quella profondità non esclude la grazia. In bocca entra caldo, corposo, quasi carnoso, con una superba intelaiatura tannica che non disturba poiché accompagnata da una percezione di freschezza che corre nelle pieghe del sorso per poi accelerare rendendosi persistente. È la freschezza che fa la differenza. La stessa che allevia i quindici gradi come l’umidità di una notte d’estate. La salsedine di Punta Tresino è ancora lì, in fondo, come una firma che non si cancella neanche dopo tre anni di legno. Castellabate. Aglianico e Piedirosso, Paestum IGT Nasce dal vigneto più alto del promontorio di Punta Tresino, dove l’Aglianico all’ottanta per cento, si divide lo spazio con il Piedirosso in una convivenza che non è blend nel senso industriale del termine, ma dialogo tra caratteri affini che si completano. Il colore è granata, con quelle venature violacee che nei rossi cilentani sono quasi una firma del territorio. La trama nel bicchiere è vellutata, come quei tramonti sul tirreno in una sera di primavera.  Al naso arriva la generosità di chi sa di avere molto da dire. Prugna sotto spirito, ciliegia matura e scorza d’arancia candita. Poi lo zenzero, le spezie e, più in fondo come quel tramonto coperto da poche nuvole in lontananza, il sottobosco, il tartufo, il tabacco. Sono sentori costruiti dal tempo, dall’affinamento in acciaio che preserva la frutta e lascia che sia il terroir a fare la parte del protagonista. Memorie di terra, di sole, di venti marini: tutto quello che sta intorno ai filari entra nel bicchiere senza chiedere il permesso. In bocca è composto, fresco, con tannini levigati che non aggrediscono ma accompagnano, come fa il mare con il suo sciabordio. C’è una sapidità che viene dalla salsedine. Quella che si deposita sulle foglie di Punta Tresino. Una persistenza che si allunga verso un finale caldo, quasi materico, che richiama l’applauso prima ancora che il silenzio. Un vino che non insegue la modernità e non rimpiange il passato. Sta lì, sulla collina, a guardare l’orizzonte. Come chi sa che il tempo, alla lunga, dà ragione alla sostanza. Carpe diem.   La questione del vino meridionale è una di quelle che torno a frequentare spesso, con la stessa ostinazione con cui si torna su un libro difficile. Il problema non è mai la qualità, il problema è la narrazione. Il Sud del vino italiano ha subìto per decenni una forma di inferiorità strutturale. Veniva acquistato al Nord per tagliare, per dare colore e corpo a vini più blasonati e quando finalmente ha cominciato a produrre in proprio, ha dovuto fare i conti con un mercato che lo guardava con quella curiosità benevolente riservata ai talenti di provincia. Le cose sono cambiate, certamente. Ma il cambiamento vero non è nel riconoscimento critico. Le guide, le fantomatiche guide, oggi premiano il Cilento, premiano la Campania. Il cambiamento vero è in produttori come Mario Corrado, che non hanno chiesto il permesso a nessuno, che hanno scelto un posto impossibile e hanno costruito lì, in silenzio, una cantina con coordinate geografiche sulle etichette. Non cercano la validazione esterna. Cercano la precisione. Intorno ai vigneti di San Giovanni ci sono solo il mare, i boschi e il silenzio. Ogni attività nasce dall’idea di condivisione: non solo scambio, ma un rituale di cura e gratitudine, dove le persone si incontrano senza giudizio e senza aspettative.  C’è qualcosa di programmaticamente controcorrente in questa frase che apre il sito dell’azienda. In un momento in cui tutto tende alla performance, al dato, alla metrica, anche il vino naturale sta diventando un algoritmo da seguire. San Giovanni propone un’etica della lentezza che è anche, in fondo, un’etica del gusto. Le esperienze che Mario organizza a Punta Tresino sono degustazioni al tramonto tra i filari, escursioni nei boschi, assaggi in barca lungo la costa. Non si tratta di pacchetti enoturistici ma il prolungamento naturale di una filosofia: il villaggio di San Giovanni, antico insediamento fondato intorno all’anno mille e disabitato dal Settecento, le torri saracene a difesa dei pirati, la chiesa costruita da Ligorio di Atrani nel 957 non è un contenuto da comunicare, è l’aria che si respira tra una degustazione e l’altra. Ricordate la canzone di Tosti, a Marechiare? C’è un verso che dice: quanno sponta la luna a Marechiare, nessuno se ne vo’ da ’nnammurato. Nessuno vuole allontanarsi da chi ama, quando c’è la luna sul mare. È una cosa semplicissima, quasi banale. Eppure nella sua semplicità contiene tutto il senso di certi luoghi del Sud: non promettono grandi cose, non hanno ambizioni cosmopolite, non cercano di stupire. Semplicemente, quando ci sei, non vuoi andartene. Punta Tresino è così. Mario Corrado ha capito questa cosa prima di fare il vino: ha capito che il suo compito non era creare qualcosa di straordinario, ma non tradire qualcosa di già straordinario. Le coordinate geografiche sulle etichette non sono un’idea di marketing. Sono un atto di rispetto verso un luogo che esisteva molto prima di lui e che esisterà molto dopo. Anche grazie a Luna, Marco e Alice. I figli che, mai come in questo caso, hanno trovato un luogo che li accoglie. Un luogo dove, se vi trovate a passare, varrà la pena di una sosta che dovrà però durare. Un luogo così non è da toccata e fuga. È semmai da fuga lunga una vita. Al tramonto, con la musica giusta e un calice di vino buono. Un vino che non tradisce il posto da cui viene. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Vini ValleMarina. Marina Boccia: questa azienda non si chiude Arrow Right Top Bg

6 Maggio, 2026

Vini ValleMarina. Marina Boccia: questa azienda non si chiude

  Tutto ciò che dobbiamo decidere è cosa fare col tempo che ci viene dato.
Gandalf ne Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello. Perché il punto, in fondo, non è scegliere cosa ereditare. Quello arriva comunque: una storia, un peso, a volte perfino una ferita. Il punto è cosa farne. Se lasciarlo scivolare via o tenerlo stretto, anche quando pesa più del previsto. No. Questa azienda non si chiude. Alcune storie nascono da una decisione. Altre da una necessità. Sono tanti i motivi per i quali una persona inizia qualcosa. Solo ogni tanto succede qualcosa di più raro: qualcosa continua a esistere perché qualcuno, nel momento esatto in cui tutto potrebbe finire, decide semplicemente di non arrendersi. Non è un gesto eroico. Non è neanche una scelta calcolata. È una frase. Marina Boccia, poco sotto i quaranta anni (non si cita mai l’età di una donna e di una come Marina meno che mai) vive a Monte San Biagio, vicino Latina. Negli occhi e nelle mani quella determinazione silenziosa che appartiene a chi non ha mai sopportato le gabbie. Davanti a lei, in quel momento, non c’è soltanto una piccola azienda di famiglia. Ci sono tre ettari di Moscato di Terracina e una storia iniziata molto prima che lei nascesse. Poi il rischio concreto che tutto possa diventare soltanto un ricordo. E così, senza quasi accorgersene, Marina fa quello che fanno i vignaioli veri.
Difende la terra. Il vino che esisteva prima di lei Il Moscato di Terracina è uno di quei vitigni che sembrano appartenere più alla geografia che alla storia.
Cresce tra mare e montagna, in quel tratto di Lazio dove la pianura pontina incontra il promontorio del Circeo e il vento attraversa il lago di Fondi portando con sé il respiro salato del Tirreno.
Qui il moscato ha radici antiche. Quando Terracina si chiamava Anxur, il vino aromatico di queste colline era già apprezzato sulle tavole romane. Lo racconta anche Plinio il Vecchio, che nelle sue cronache ricorda i vini profumati della costa laziale. Ancoro prima di Plinio ci sono i versi delle Georgiche di Virgilio, nei quali descrive la terra che restituisce all’uomo ciò che l’uomo le affida con pazienza: Felix qui potuit rerum cognoscere causas.
Felice chi ha saputo conoscere le ragioni delle cose. Il vino, in fondo, è proprio questo: un tentativo di capire le ragioni della terra. La terra di Circe C’è poi un’altra storia che aleggia su queste vigne. Quando il sole scende dietro il promontorio del Monte Circeo, la sagoma della montagna assume la forma particolare del profilo di una donna distesa. Tutti noi che siamo vissuti in queste zone ovvero nelle storie degli anziani, quel profilo è la maga Circe, la stessa che nell’Odissea trasformava gli uomini in animali e trattenne Ulisse sulla sua isola con incantesimi e promesse. È cosi che da queste parti, il Monte Circeo non è soltanto una montagna ma una presenza che si staglia sul mare coprendo l’orizzonte verso sud. Così, specialmente nelle giornate terse, quel profilo appare nitido, chiaro, senza segreti.
Forse non è un caso che proprio qui cresca un vitigno aromatico, seducente, capace di incantare con i suoi profumi di agrumi, miele e erbe mediterranee. Il Moscato di Terracina ha qualcosa di magico già dagli acini piccoli e dorati che scrocchiano sotto i denti. Il vino che ne si deriva non si limita poi a essere bevuto. Ti trattiene. Proprio come faceva Circe con i suoi ospiti. Le vigne del nonno Il nonno di Marina pianta moscato nel dopoguerra, quando il vino non è un progetto ma una necessità.
I documenti ufficiali parleranno di registrazioni nel 1967, ma quelle vigne erano lì già vent’anni prima, salvate dopo la guerra e ricostruite pianta dopo pianta. Pochi ettari. Filari sparsi. Una produzione piccola e una filosofia che oggi sembra appartenere a un altro tempo. Mio padre il moscato lo regalava. Continuava con la mentalità di mio nonno. Per quella generazione il vino non era un business. Era un gesto. Si condivideva con gli amici, si portava al mercato, si mesceva nelle feste. Il vino era semplicemente parte della vita. Un nutrimento come tanti altri prodotti della terra. È per questo che oggi, tra Latina e Monte San Biagio, sui terreni strappati alla palude piuttosto che sui primi rilievi dei Monti Lepini, è difficile trovare filari di Moscato di Terracina. Se ne trovano solo pochi per ogni podere. Erano e sono ad uso personale così che se si vuole acquisirli risulta difficile. Una ragazza che voleva essere libera Se chiedi a Marina quando ha deciso di fare vino, probabilmente ti dirà che non lo sa. Per molto tempo la sua strada sembrava un’altra. Gli studi all’Istituto Alberghiero, qualche lavoro nel turismo, esperienze all’estero. A quattordici anni prende un aereo da sola per andare a lavorare in Germania. Il coraggio lo prende da suo padre, un camionista abituato alle strade lunghe e alle decisioni semplici. Quando lei gli dice che vuole partire, lui risponde con una sola parola: Vai. Ma dentro Marina c’è una cosa che non cambia mai. Lavorare sotto padrone mi dava proprio l’idea di stare chiusa… senza spazio. La libertà, per lei, non è una teoria. È una necessità.   Il giorno in cui Marina diventa vignaiola Il 2018 è l’anno della svolta. Accadono tante cose. Perlopiù problemi, stanchezza, difficoltà che portano il padre a pensare di chiudere tutto. È uno di quei momenti in cui le aziende agricole scompaiono senza fare rumore. Sono momenti ma momenti cruciali. Definitivi. Marina ascolta. Poi pronuncia quella frase. No. Questa azienda non si chiude. Da quel momento prende in mano ogni cosa. Cambia il commercialista. Studia la burocrazia. Ottiene i fondi necessari. Reimpianta nuove vigne di moscato. Soprattutto cambia mentalità. L’imbottigliato non è un premio. È il margine. E deve essere pagato. Per chi viene da una famiglia che regalava il vino, è quasi una rivoluzione culturale. La bottiglia non è qualcosa che serve quando il vino lo fai per te. Non serve. Non serve nemmeno se lo vendi sfuso come si faceva e si fa da queste parti come in ogni parte d’Italia. È così che Marina crea la sua azienda: Vini ValleMarina. Una dedica a se stessa, alla sua forza, alla capacità di non arrendersi. Alla voglia di vivere con la vita che si è scelti di fare. Il carattere del Moscato Il Moscato di Terracina DOC non è un vino che cerca di piacere a tutti. Ha il carattere del Mediterraneo. Profuma di agrumi, salvia, miele che si fonde con il vento del mare. Quello carico di sale. Quello che dopo una giornata di primavera ti lascia sulla pelle quel gusto salato e salmastro che da piccolo non smettevo di succhiare come fosse un lecca lecca.
Marina produce poche bottiglie di Moscato. Circa tremila. Una quantità minuscola per il mercato. Ma a volte il valore di un vino non si misura in ettolitri. Si misura nella convinzione di chi lo difende. In certi frangenti, la storia smette di essere solo una storia di vigne. Ogni vignaiolo, prima o poi, finisce per lasciare qualcosa di sé dentro una bottiglia. Marina lo ha fatto con un vino che porta il suo nome. Non per vanità, sarebbe troppo semplice, ma perché in fondo quel vino racconta esattamente ciò che lei è diventata: una donna capace di stare in equilibrio tra dolcezza e carattere, tra mare e terra, tra memoria e futuro.
Il vino si chiama Donna Marina.Ed è forse il modo più sincero che questa terra ha trovato per restituirle la sua storia. Donna Marina, il Moscato che sa di vento È un Moscato di Terracina DOC secco, vendemmia 2021, e già nel calice mostra una maturità luminosa: paglierino che vira verso l’oro, come quei pomeriggi d’estate in cui il sole resta sospeso sopra il mare prima di scendere dietro il Monte Circeo.
Il primo respiro è sorprendente. Arriva il miele, ma è un miele leggero, quasi trasparente, che subito si intreccia con il profumo del limone. Non la polpa, piuttosto la foglia del limone di cedro, quella che quando la strofini tra le dita libera un aroma verde e luminoso. Poi il vino si apre. Margherite di campo, salvia, un accenno di menta selvatica. E soprattutto il mare. Non il mare delle cartoline, ma quello che senti quando il vento attraversa la costa e lascia nell’aria una traccia salmastra. È una sensazione che arriva quasi di sorpresa: come respirare accanto a una scogliera mentre le onde si infrangono poco sotto. È qui che Donna Marina rivela il suo vero carattere. La parola Moscato porta spesso con sé l’idea della dolcezza. Donna Marina prende quell’idea e la rovescia con eleganza. Al naso sembra già raccontare una sapidità profonda, come se il sole e il vento del Tirreno avessero asciugato ogni eccesso lasciando solo l’essenziale. In bocca è secco, deciso. La sapidità entra subito in scena, ampia, quasi marina, e il limone torna a farsi sentire come una lama fresca che pulisce il palato e allunga il sorso. Il risultato è una sensazione sorprendente: il vino riempie la bocca e nello stesso tempo la libera, la rende luminosa, pronta per un altro sorso. È uno di quei vini che continui ad annusare prima ancora di berli. Come una caramella balsamica che non vuoi lasciare andare. Poi succede una cosa curiosa: ti accorgi che il bicchiere si svuota troppo in fretta. Perché l’equilibrio tra sapidità e carezze aromatiche è così naturale che la bottiglia sembra sparire senza che tu te ne accorga. Il Moscato di Terracina, quando è fatto così, diventa quasi una piccola magia mediterranea. Un vino che non cerca di stupire. Ma che, con la semplicità delle cose autentiche, finisce per incantarti. Proprio come la terra che lo ha generato. Lampione. Moscato di Terracina DOP Secco Amo il mare della costa pontina perché in certi pomeriggi di fine estate accade che la luce smette di essere luce e diventa una sostanza densa, quasi visibile, palpabile. Si deposita sulla pelle come un ultimo atto d’amore prima del buio. Ho immaginato Il Lampione nascere così, in quell’aria luminosa, carica, indimenticabile. Il suo colore è un giallo paglierino che vira al dorato, con riflessi che sembrano raccogliere tutto il sole di ValleMarina. Al naso è un’esplosione gentile: fiori d’arancio e zagara che precedono note di albicocca matura, frutta esotica, un filo di miele selvatico e quella mineralità sottile, quasi salmastra, che solo i vigneti cresciuti a poca distanza dal Tirreno sanno restituire. È il profumo di un luogo preciso, non di un vitigno qualsiasi. In bocca continuo a sorprendermi ogni volta che assaggio un Moscato Secco. Sembra essere sempre una scommessa su cui non tutti osano puntare. Marina Boccia la vince con una semplicità disarmante. Il sorso è asciutto, aromatico, percorso da un’acidità fresca e da una sapidità marina che allungano il finale come la riga bianca di un’onda che si ritira lenta sulla riva. Non è complesso ma vero. Rosalindo IGT Rosato Lazio Il nome viene da una rosa. Non da una rosa qualsiasi, ma dall’idea stessa della rosa rossa. Quel fiore che nella tradizione mediterranea è sempre stato al confine tra bellezza e perturbazione, tra profumo e spina. Rosalindo è l’unione di caratteri: il Sangiovese con la sua struttura e nerbo toscano trapiantato nel Lazio; il Cesanese, vitigno laziale per eccellenza, capace di una dolcezza selvatica che non ti aspetti. Un matrimonio calibrato e combinato per ottenere un rosato che tende alla cipolla rossa, con quella sfumatura calda e carica che non è né il rosa pallido dei rosé provenzali né il rubino già deciso dei rosati del Sud. È una via di mezzo che è un posto suo, riconoscibile, con una personalità di confine che appartiene solo a questa terra sospesa tra mare e montagna. Al naso è fruttato e diretto con fragola matura, il melograno e una traccia di petalo secco. Una freschezza lieve che fa pensare a una mattina di settembre sulla costa pontina, quando il caldo non se n’è ancora andato del tutto ma l’aria ha già cambiato qualcosa. In bocca è scorrevole e vivace, con una struttura più presente di quanto il colore non lasci presagire: il Cesanese porta un fondo di corpo che sostiene il frutto del Sangiovese senza appesantirlo. Finale pulito, leggermente sapido, con quella persistenza gentile che invita a un altro sorso senza chiedere nulla in cambio. È il vino della tavola apparecchiata all’aperto, dei crostacei lessati con il limone, del formaggio fresco e del pane di casa. Un vino che non vuole, né pretende, essere memorabile. Forse, proprio per questo, lo diventa. Con l’occasione giusta. Rosso Brigante. IGT Rosso Lazio Il nome dice già tutto, o quasi. Brigante: chi non si piega, chi sceglie la strada dei boschi e delle scorciatoie, chi porta con sé qualcosa di selvatico anche quando si siede a tavola. Ricordo che papà mi narrava di Frà Diavolo, il Brigante che operava dopo la Portella, la porta che fungeva sulla antica Via Appia da confine tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli. Sulle montagne tra Itri e Monte San Biagio i briganti erano non solo una leggenda. Erano una geografia umana. E questo vino ne porta l’eredità con una certa fierezza. Sangiovese, e Syrah: un’alleanza di caratteri diversi che nel calice trovano un equilibrio sorprendente. Il colore è un rubino profondo, quasi violaceo nei riflessi, con quella densità cromatica che preannuncia un vino fresco e da bere senza farsi troppe domande. Al naso è diretto e generoso: frutti di bosco maturi, note speziate, un sottofondo di erbe della macchia mediterranea come rosmarino e alloro così come qualcosa di selvatico che richiama i pendii dei Monti Ausoni nelle giornate di scirocco. In bocca è pieno, caldo, con una struttura tannica presente ma non aggressiva. Il tipo di tannino che invita a un secondo sorso piuttosto che chiudersi su sé stesso. Il finale è lungo, aromatico, a lasciare quella sensazione di pienezza soddisfatta che si prova dopo un pasto di quelli veri, seduti all’aperto quando la sera comincia ad abbassare la temperatura e il vino nel bicchiere diventa un punto fermo nel silenzio. Il Rosso Brigante non teme di essere rustico. Sa di campagna, di vendemmia tardiva, di gente che lavora la terra con le mani. E in questo, paradossalmente, è più sincero di molta eleganza costruita a tavolino. Il vento e la promessa Se torni a Monte San Biagio al tramonto, quando la luce scivola verso il mare e il Monte Circeo diventa una silhouette scura sull’orizzonte, il vento continua a muovere le vigne come ha fatto per secoli. Passa tra i filari di Moscato di Terracina, sfiora le foglie e porta con sé storie antiche. Lo stesso vento che ha visto lavorare il nonno. Lo stesso che oggi accompagna Marina tra le sue vigne. Forse il vino nasce proprio così. Non da un progetto perfetto. Non da una strategia. Ma da qualcuno che, davanti alla possibilità di perdere tutto, decide semplicemente di restare. E continuare. Marina ha scelto con tutta la forza e il sorriso di cui dispone. La trovi in vigna come a consegnare il suo vino. La trovi alle fiere del vino per promuove la sua idea insieme alle Donne del Vino. Ovunque la trovi incontri una donna fiera e determinata ma al contempo umile e concreta. Non ha paura perché crede in se stessa e perché ha la tempra di chi sa che può e deve contare sulle sue forze per mantenere quella promessa. Lei ha deciso cosa fare del tempo che ci viene dato. Non lo ha subito. Lo ha deciso. Perché sapeva che certe vigne, se le lasci andare, non tornano più. Semplicemente scompaiono come una magia della Maga.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Stefano Lobina. La Tradizione: bottega e destino Arrow Right Top Bg

1 Maggio, 2026

Stefano Lobina. La Tradizione: bottega e destino

  A volte la vita non sceglie strade dritte. Le disegna come sentieri di montagna: tornanti, deviazioni, discese improvvise. Eppure ci sono persone che sembrano nate per arrivare proprio lì dove il destino le stava aspettando. Per Stefano Lobina la destinazione è una bottega. Una bottega romana che si chiama La Tradizione. Il viaggio comincia molto lontano da Roma. Il sogno di stare dietro un banco Ho iniziato a lavorare a quattordici anni, quasi quindici  Stefano parla con quella semplicità che hanno solo le storie vere. Le persone vere. Quasi impacciato poiché non abituato a parlare di se. Da dietro il bancone parla con i suoi clienti di ciò che offre, della attualità, di calcio, di figli, di vita. Raramente di se stesso e della sua vita divisa tra due terre: il Piemonte e la Sardegna. Nasce a Pinerolo, dove il padre lavora alla Fiat, ma a otto anni la famiglia torna sull’isola. È la cassa integrazione a far decidere al papà di Stefano di ritornare in Sardegna. Che diavolo ci stanno a fare lontano da casa se nemmeno si può lavorare? Papà è sardo… e il sangue prima o poi ti riporta a casa. Casa è Tortolì ed è li che succede qualcosa di curioso. Non quella classica illuminazione improvvisa, qualcosa di ricorrente. Un sogno ricorrente. Da bambino mi sognavo spesso dentro un negozio alimentare. Non so perché… ma stavo sempre lì, a lavorare. Un sogno che diventa realtà quasi per gioco. Durante l’estate trova lavoro nell’unico supermercato della zona, un posto che nei mesi turistici arriva a servire decine di migliaia di persone. All’inizio, senza esperienza, sistema gli scaffali, poi la frutta, poi lo mettono dietro il banco. E da lì non cambia più. Sedici anni e un negozio da gestire A scuola Stefano non è felice. Il banco lo chiama più dei libri e la vita, a volte, accelera. Il padre non lavora più e la famiglia ha bisogno di uno stipendio. Così Stefano prende una decisione che pochi ragazzi di oggi prenderebbero. Ma è l’unica possibile e lui sente tutta la responsabilità di questo mondo. Lascia la scuola. Ero arrivato al secondo tecnico industriale. Poi ho smesso. Dovevo lavorare. Il proprietario del supermercato vede qualcosa in quel ragazzo e gli affida un piccolo punto vendita. Stefano ha sedici anni. Avevo il negozio da gestire da solo. Facevo tutto: ordini, banco, cassa. La sera chiudevo il mio negozio e passavo negli altri cinque punti vendita a controllare le chiusure. Un ragazzo di sedici anni che gira con le chiavi dei negozi. Responsabilità che oggi sembrano impossibili e che, anzi, porterebbero problemi seri. Ma è proprio lì che nasce la passione Roma e il mestiere della norcineria A diciotto anni arriva con la famiglia a Roma. Una pizzeria per poter ripartire, per trovare un senso alla vita. Il trasferimento è rapido, quasi cinematografico. Sono arrivato di mercoledì. Il giovedì mattina lavoravo già in un supermercato. È qui che Stefano scopre davvero il mestiere. In Sardegna neanche disossavamo i prosciutti o spaccavamo il parmigiano. Qui ho imparato tutto. Diventa salumiere, pizzicarolo, uomo di banco. Impara guardando gli altri. Sono sempre stato uno che ruba con gli occhi. Ma soprattutto sviluppa quella manualità, quella artigianalità che nessuno insegna mai. Spesso neanche ai propri figli. Devi rubarla con gli occhi senza nemmeno farti vedere.  Per un periodo si specializza persino in un lavoro che oggi sembra uscito da un’altra epoca: il tagliatore di parmigiano. Aprivamo i centri commerciali e io spaccavo le forme. Ottanta, cento forme al giorno. Una tecnica affinata fino alla velocità. Arrivavo a spaccare otto o dieci forme all’ora. Ancora oggi la insegno ai ragazzi. L’incontro con La Tradizione Il vero punto di svolta arriva nel 2018 quando Stefano entra a lavorare in una bottega che a Roma è quasi una istituzione: La Tradizione. Un luogo presente a Roma da non si sa nemmeno più quando. È vicino ai Musei Vaticani, nel quartiere Trionfale. Quello che usavano i pellegrini per entrare a Roma. Renzo Frantucci e Valentino Belli, pionieri della norcineria di qualità, rilevano la piccola salumeria romana nel 1982. Sono stati due maestri. Per il modo di lavorare e per la visione che avevano. Negli anni Ottanta portano in negozio prodotti che allora sembravano follia: formaggi francesi, prosciutti spagnoli, salumi di nicchia. Il vecchio proprietario quando passava diceva: ma chi ve li compra questi formaggi francesi che costano così tanto? Poi arrivano gli anni Novanta e Roma cambia. Arrivano professionisti, curiosi, buongustai. In quegli anni si vuole vivere bene provando il mondo intero e forse dimenticandosi di quanto meraviglioso abbiamo in Italia (ma sono i corsi e ricorsi storici). In ogni modo, quella visione diventa il futuro. Quando una bottega diventa eredità Dopo quattro anni succede qualcosa che oggi capita raramente: i fondatori decidono di lasciare. Non chiudono. Non vendono a una catena. Affidano il negozio ai due dipendenti: Stefano e il suo attuale socio Francesco Pratico’. Ci hanno dato fiducia. Ed è la cosa più bella. I clienti quasi non se ne accorgono. La bottega continua a vivere. Anzi cresce. Renzo e Valentino dimostrano ancora una volta di saper guardare lontano, di tenere al loro progetto più di qualunque altra cosa. Affidandolo ai due validi dipendenti dichiarano apertamente di volere che La Tradizione vada oltre loro stessi diventando un universo gastronomico. Seicento formaggi e la ricerca infinita Nel negozio passano oltre seicento tipologie di formaggi. Non è una collezione. È una ricerca e al tempo stesso una anomalia. Specialmente a Roma dove se vuoi qualcosa di particolare, non lo trovi. Tutto sembra omologato allo stereotipo dei prodotti già noti. Se vuoi qualcosa di particolare, è complicato. Lo è per il formaggio come per il vino. Quando ne hai bisogno oggi magari te lo fai arrivare con Internet. Prima era difficile. Si va per passaparola a Roma. O ci si accontenta di quanto il bottegaio di quartiere ti può offrire. Altrimenti c’è La Tradizione. Partecipiamo agli eventi, viaggiamo, cerchiamo produttori ovunque. A volte sono i clienti a suggerire le scoperte. Che è un modo per dire come con i clienti non solo ci si parla ma si ascoltano pure. Un vero dialogo. Di quelli veri e genuini. Uno mi disse: sono stato in Trentino e ho mangiato un formaggio incredibile. Allora chiamo il sindaco, la pro loco, chiunque… finché non trovo chi lo produce. Molti sono piccoli artigiani senza distribuzione. In alcuni casi mando io il corriere a ritirare le forme. L’arte dell’affinamento La maggior parte dei commercianti sceglie la merce per poi venderla. Nulla di male ovviamente. Sono loro a scegliere per offrire qualcosa. Magari quello che sanno di vendere. Poco rischio, tanto guadagno. C’è però un livello successivo, quello che dona un proprio tocco, una magia che rende speciale, se non unico, il prodotto che si offre. Stefano e Francesco sono infatti anche affinatori di formaggi. In una cantina, in un borgo medievale, portano le forme a maturare: una quarantina di prodotti nascono proprio da questo lungo e certosino lavoro. Uno dei più affascinanti è un pecorino che viene fatto maturare tra foglie di noce ed erbe aromatiche. Sigilliamo le botti e lo lasciamo fermentare. Le forme escono storte, schiacciate… ma il sapore è unico. Formaggi che esistono solo a La Tradizione. Non replicabili. Unici. Le rarità del mondo Tra le chicche del negozio ci sono formaggi francesi di lunghissima stagionatura e prodotti leggendari come il Ribelle Storico della Valtellina. Stagionature che arrivano anche a dieci o quindici anni. E poi prosciutti straordinari: diciannove prosciutti tagliati a coltello tra i quali il più raro che stagiona quasi dieci anni. Lo pago a pezzo, non a peso. Arriva anche a seicento euro al chilo. La bottega come vita Alle volte mi sono chiesto se il lavoro non assorba troppa parte della vita. Ci si trova a lavorare anche dodici ore al giorno così che la mente non riesce a staccare. Neanche a casa quando la prima domanda che ci si sente fare è: come è andata al lavoro? Si parla di lavoro con gli amici, con i genitori, con i figli. Questi maledetti smartphone ci costringono a rimanere sempre collegati così da ricevere messaggi in ogni forma. Reperibilità in ogni istante di vita. Spesso ci si lamenta, si medita di mollare tutto. Questo perché la stragrande maggioranza delle persone non lavora per costruire qualcosa, per se stessi: lavora per altri.  Stefano invece non parla mai di lavoro come di un peso. Parla di vita. Della sua, di quella degli altri. Ormai il negozio è la mia vita. Ci sto dalla mattina alla sera. Dentro c’è tutto: gastronomia, enoteca, ristorante. Segue gli eventi le degustazioni. Ma il cuore resta sempre lo stesso. Il banco. Il dialogo con i clienti. La bottega è questo. Le persone entrano, chiacchierano, raccontano. Non è come il supermercato. Mia moglie ama il supermercato. Lo ama perché non ama parlare con chi non conosce. Al contrario io odio il supermercato. Perché amo parlare con le persone. Chi meglio del macellaio, del fruttivendolo, del pizzicagnolo? Quando entri in uno di questi negozi, entri in un mondo fatto di persone vere, di storie, di vita. C’è schiettezza e voglia di condividere. Il negozio diventa un luogo di incontro di anime, un piccolo parlamento dove tutte le opinioni sono ammesse, dove si creano fazioni per animare le discussioni. Finisce sempre con un sorriso, un ci vediamo domani, una stretta di mano. Il conto? Ma si, c’è pure quello e di certo non superiore al supermercato. Eppoi, vuoi mettere quanto possano valore i dieci minuti di chiacchiera? Impagabili! Un mestiere che rischia di sparire C’è però una preoccupazione che ritorna spesso nei suoi racconti. La mancanza di giovani. Mi piacerebbe formare ragazzi. Questo mestiere sta scomparendo. Molti ristoranti gli chiedono personale per gestire i formaggi. Ma trovare qualcuno disposto a imparare è difficile. È un lavoro duro. Si lavora tanto. Ma è anche bellissimo. Il futuro Stefano ha due figli ai quali ovviamente non vuole imporre loro nulla. Devono scegliere da soli. Ma quando suo figlio ha deciso di iscriversi all’alberghiero, qualcosa dentro di lui si è acceso. Forse la bottega continuerà a vivere anche nella prossima generazione. Nel frattempo, Stefano non può che continuare a fare quello che ha sempre fatto. Cercare. Scoprire. Assaggiare. Perché la verità è che alcune persone non scelgono un mestiere. Lo riconoscono. Io da bambino mi sognavo dentro un negozio alimentare. Sorride. Forse, senza saperlo, stava già sognando il suo destino.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Julian Reneaud. Lo champagne non si sceglie: ti trova Arrow Right Top Bg

29 Aprile, 2026

Julian Reneaud. Lo champagne non si sceglie: ti trova

  Ho incontrato chi nasce nel vino e chi ci arriva per caso. Chi per scelta, chi per necessità. Chi per un lavoro, chi per vivere. E poi c’è chi ci arriva per fuga. Perché il vino, a ben guardare, è spesso la destinazione di chi stava cercando tutt’altro. Un’uscita di sicurezza trasformata in casa. Una scorciatoia diventata vocazione. Quando ho incontrato Julian Reneaud per la prima volta, stavo cercando una storia. Come sempre. Come ogni volta che mi siedo di fronte a qualcuno con un bicchiere tra le mani o, nel suo caso, con un bicchiere d’acqua minerale, che è una delle cose di lui che mi aveva colpito subito e che mi aveva fatto pensare. Un enologo che non beve. O meglio: che beve pochissimo, solo se qualcosa davvero lo sorprende. E che ammette questa cosa con una naturalezza disarmante, senza imbarazzo, senza sentire il bisogno di giustificarsi. Nel mondo del vino, dove tutti assaggiano, commentano, confrontano, analizzano e collezionano, un produttore che non beve è una specie di ossimoro vivente. Eppure. Eppure è esattamente questa distanza che lo rende diverso. Non c’è il filtro del produttore innamorato di sé, quello che dice *prima deve piacere a me* e poi fa il vino per se stesso. Julian fa il vino per chi lo compra. Per quel sorriso sul viso di qualcuno che porta il bicchiere al naso e dice: aspetta, non me lo aspettavo. Partire per non restare.
Restare per non perdersi.
E poi scoprire che il posto che cercavi
non era una geografia. Era un mestiere. Poi, qualche tempo dopo il nostro primo incontro, mi arriva un messaggio. Poche righe. Julian mi dice che ha lasciato. Che è in Champagne. Ho riletto quella parola tre volte. Non perché mi sorprendesse. Lui è fatto di cambiamenti, l’inquietudine è il suo carburante. Il salto era però enorme. Dalla Toscana rurale, dai merlot scolpiti con tagli sperimentali ai tralci, dai vermentino pensati come basi spumanti mai spumantizzate, all’epicentro mondiale delle bollicine di lusso. Da artigiano solitario a direttore di un domaine con quaranta ettari di proprietà. Porca miseria, mi sono detto. E mo’ che scrivo? La famiglia che scappa. E il nipote che rimane. Per capire Julian bisogna partire da lontano. Molto lontano. Dalla Spagna degli anni Trenta, dalla guerra civile, da quella che i repubblicani chiamavano la Retirada, la ritirata. Quando centinaia di migliaia di uomini e donne attraversarono i Pirenei a piedi verso la Francia, portando con sé solo quello che sapevano fare con le mani. C’è chi scappava poiché antifascista che non poteva certo rimanere in una Spagna franchista. Chi aveva paura in generale per via di un regime che lasciava preannunciare anni duri. Scappare forse era per molti l’unica vera opportunità di rimanere in vita. I nonni di Julian erano tra loro. Agricoltori. Arrivati nel sud della Francia senza terra, senza lingua, senza niente. Ricominciarono dall’unica cosa che conoscevano: lavorare la terra. Con gli anni, mettendo da parte qualcosa, i primi ettari acquistati, poi una cantina, il vino. Non per passione, non per vocazione artistica. Per sopravvivenza. Perché era l’unica cosa che sapevano fare. Non c’era un’idea del vino nella mia famiglia. Facevano questo perché era l’unica cosa che sapevano fare. Il vino non si vendeva, nessuno sapeva come farlo davvero. E io quando vedevo questa difficoltà, quando vedevo quanto fosse faticoso, l’unica cosa che volevo, era andarmene. Ci penso spesso, a queste storie di radici spezzate e poi ritrovate. Al fatto che i nonni di Julian attraversarono Pirenei a piedi. Probabilmente con le scarpe rotte, probabilmente di notte. Per scappare dalla fame. Per fare l’agricoltori in un paese che non era il loro e che nemmeno li accoglieva a braccia aperte. Non c’era Internet a quel tempo. Non c’erano i social media. Ma le cronache raccontano di centri di raccolta dove i francesi trattavano gli esuli in maniera brutale e disumana. È lo stile dei francesi che non è cambiato mai. Pensiamo alle colonie ma, più vicino a noi, a quanto accade al confine di Ventimiglia. Julian è diventato enologo per scappare dall’agricoltura che i nonni avevano costruito. Il cerchio è strano. La vita è strana. E il vino, che è una cosa viva che porta dentro di sé il tempo e il luogo di chi lo ha fatto, è forse lo specchio più onesto di tutto questo. Julian nasce a Carcassonne. Cresce con la cantina di famiglia sullo sfondo. Qualcosa di faticoso, di poco glamour, di difficile. Decide che quella non è la sua storia. Non può essere la sua vita. A vent’anni, nel 2008, si laurea in enologia a Tolosa. La crisi economica globale è nel pieno. Le opportunità scarseggiano. Ma Julian ha già la risposta pronta e non è una risposta seria come quella che i genitori probabilmente si aspettavano. Avevo fatto enologia più per questo che per passione per il vino. Era un modo di viaggiare. Argentina, Nuova Zelanda, Australia, Stati Uniti, Italia, Germania, Spagna. Erano tutti i paesi produttori che volevo conoscere. Un enologo, ragiona il giovane Julian, può atterrare ovunque nel mondo. È una specie di passaporto universale. Questo è il suo piano. Non il vino: il mondo. Atlantico, Pacific Coast, cento punti Parker. Quello che succede dopo ha il sapore di un romanzo scritto un po’ male. Nel senso che è troppo bello per sembrare vero. Julian parte da Carcassonne in autostop. Arriva a Bordeaux, si presenta al porto, bussa su ogni barca che trova e chiede dove è diretta. Una lo porta a Cuba. Dieci giorni di Atlantico. E invece di spendere mille euro in aereo, ne guadagna tremila come membro dell’equipaggio. Quando me lo racconta, mi rendo conto che questa scena da sola vale un articolo. Un ragazzo di ventidue anni che si presenta al porto di Bordeaux e chiede a delle barche se può salire a bordo. Non so quanti altri avrebbero avuto il coraggio, o la leggerezza, di farlo. Julian lo racconta come se fosse ovvio. Come se non ci fosse alternativa. Forse per lui non c’era. Da Cuba al Messico. Poi la California. La prima vendemmia da Flowers Winery, sulla Sonoma Coast, una realtà biodinamica dove il vino si fa con una cura quasi meditativa per la terra. Ed è lì, tra i filari affacciati sul Pacifico, che succede qualcosa che Julian non aveva messo in conto nel suo piano di fuga. Ho visto che fare il vino poteva essere affascinante. Poteva essere molto buono. E da lì ero convinto di una cosa: volevo capire come si fa davvero. Il giro del mondo continua. Hawaii, Nuova Caledonia, Nuova Zelanda, Australia, Indonesia, Giappone, Russia, ritorno in Europa. Adesso c’è un filo. Il vino non è più il pretesto, è il centro. Julian lavora su yacht di lusso, porta bottiglie in tavola per proprietari ricchi e appassionati, fa conoscenze che valgono più di qualsiasi curriculum. È in questo modo, su una barca, davanti a un bicchiere scelto bene, che arriva l’invito per Opus One in California. Opus One, nel 2012. Non una cantina qualunque: una delle istituzioni più riconoscibili al mondo, la joint venture tra Robert Mondavi e il barone Philippe de Rothschild. Julian fa la prima vendemmia. Poi la seconda. Su quella seconda vendemmia, in una degustazione in anteprima, Robert Parker mette cento punti. Cento. La luce che ne segue è di quelle abbaglianti, e Julian è dentro, nel mezzo. Da Opus One, la strada porta in Europa. Un gruppo francese, Château du Groupe Caisse d’Épargne, cerca qualcuno per dirigere Caia Rossa in Toscana. Julian arriva a Montalcino nel marzo del 2014. Non parla italiano, non conosce nessuno. Ha trent’anni. Ha già fatto il giro del mondo due volte. La pallamano, la Lituania e la vita che non ti aspetti. Non ci sono solo le vigne toscane e non c’è solo il vino nella vita di Julian. È anche, o forse era, un giocatore di pallamano di buon livello. In Francia aveva giocato a livelli decenti. In Toscana, non trovando squadre vicino a dove abita, manda una mail alla Federazione Italiana Pallamano. Pardon, Handball. Come se chiamarla con l’inglese faccia diventare più sexy un gioco, purtroppo, poco noto. In ogni modo, la federazione gli segnala una squadra a Follonica. Julian si presenta al primo allenamento, parla con il direttore sportivo, dice che vuole giocare. Il direttore non ci crede. Il mercato era chiuso, eppure questo ragazzo dice di essere libero, senza contratto, senza niente. Devono chiedere alla federazione francese una certificazione. Racconto questo pezzo di storia perché mi sembra rivelatoria di come Julian si muova nel mondo. Non aspetta che le cose arrivino. Bussa. Al porto di Bordeaux, alla federazione di pallamano, ai mercati asiatici. Bussa sempre, con la stessa naturalezza con cui un altro aspetterebbe che qualcuno aprisse. La pallamano lo porta alla pallavolo. O meglio: lo porta a lei. La sua compagna è una pallavolista lituana, naturalizzata italiana perché la federazione la voleva in nazionale, dove ha giocato per una decina d’anni. Professionista vera. Talmente brava che quando ha iniziato a pensare di smettere, e ha giocato senza il peso dell’aspettativa, ha fatto una stagione straordinaria. Così straordinaria che sono arrivate proposte da tutto il mondo. Tra cui una da Chicago. Lei è di origine lituana, io non sono italiano. Non siamo chiusi a niente. Potremmo tornare in Francia, andare negli Stati Uniti, restare qui. Staremo bene comunque, non ci facciamo troppe domande. Questa frase mi piace molto. Dice tutto di un uomo che ha imparato, a forza di oceani attraversati e porte bussate, che la felicità non ha un indirizzo fisso. Julian smette di giocare a pallamano purtroppo. Non con rimpianto ma con sollievo. Quasi. Perché la sua ragazza gioca due allenamenti al giorno e le partite il fine settimana e lui capisce che il tempo libero è così prezioso da non spenderlo correndo dietro a un pallone quando puoi stare seduto a guardare qualcuno che lo fa meglio di te. Colline Albelle. La vigna come tabula rasa. Caia Rossa finisce nel 2018. Non male. Anzi, finisce bene. Ma Julian ha già la testa altrove. Ha trovato qualcosa a Volterra: quaranta ettari, una villa in rovina, vigne abbandonate, argille bianche che parlano di un territorio ancora tutto da raccontare. Trova due socie che credono in lui più di quanto probabilmente lui credesse in se stesso in quel momento. Firmano. Lui lascia le consulenze, lascia Caia Rossa, e si butta. Il progetto si chiama Colline Albelle. E il modo in cui Julian lo affronta dice tutto di lui. Non ripianta. Recupera. Mette mucche nei filari per ripulire l’erba cresciuta in anni di abbandono. Le lascia pascolare, poi le porta altrove. Porta le api: tre arnie che diventano un apario floridissimo. Segno inequivocabile, per chi sa leggere queste cose, che l’ecosistema risponde, che stai facendo qualcosa di giusto. Il biologico e il biodinamico non sono per lui una fede. Sono una logica. Una lettura del territorio. La biodinamica mi piace molto anche per tutta la parte filosofica. Mi mette fuori dagli schemi. E meccanicamente, mi mette fuori da tanti altri schemi. I vini che escono da questa visione sono piccole rivoluzioni silenziose. Il Vermentino nasce dall’ossessione di Julian per le basi spumante. Sono quei vini vinificati per diventare bollicine, che lui assaggiava in Champagne e trovava bellissimi così, incompiuti, aromaticamente precisi, e si chiedeva perché nessuno ci facesse un vino fermo. Lo ha fatto lui. Fermentazione a bassissima temperatura con lieviti indigeni, malolattica per ammorbidire l’acidità, sei mesi in barrique a doghe piegate a vapore. Un bianco timido al naso, quasi riservato, che in bocca sorprende con un equilibrio che non sembra toscano, non sembra italiano, non sembra niente di già catalogato. Inbianco Vermentino Toscana IGT, Colline Albelle C’è qualcosa di strano in questo bicchiere. Strano nel senso buono, nel senso di quello che non ti aspetti e che poi ti rimane. Il colore è giallo paglierino con riflessi dorati, luminoso, pulito. Il naso non urla. È un naso riservato, quasi schivo, che si apre lentamente su note di fiori di campo, frutta a polpa bianca. Poi, eccola, quella vena minerale precisa, quasi iodata, che rimanda alla pietra focaia, alla selce, a qualcosa di ancestrale che viene dal tufo bianco Riparbella. A chi conosce certi Riesling tedeschi, quell’accento non passerà inosservato. A chi non li conosce, sembrerà semplicemente qualcosa che non aveva mai sentito in un bianco toscano. In bocca succede qualcosa di inaspettato. L’alcol, dieci gradi e mezzo, quasi impercettibili, lascia spazio a tutto il resto: una freschezza ondivaga, agrumata, amarognola nel finale, con una vena sapida che persiste. Non è un vino che sazia. È un vino che invita. Che fa venire voglia di un altro sorso, poi un altro ancora, per capire cosa sta succedendo davvero. Julian ha costruito questa cosa partendo dalle basi spumante che assaggiava in Champagne e che trovava bellissime così, incompiute. Ha preso quella tensione aromatica e l’ha messa in una bottiglia ferma. È un’idea semplice, detto così. Nella pratica, è un vino che non assomiglia a niente di già visto. Il Merlot è ancora più radicale. Julian ha sviluppato a partire da un errore di cimatura, poi trasformato in sistema dopo anni di sperimentazione. Una tecnica di taglio dei tralci durante la fioritura che altera l’equilibrio ormonale della pianta, ritarda la maturazione di alcuni grappoli e cattura le pirazine: quei precursori aromatici vegetali che normalmente il Merlot perde oltre gli undici gradi. Il risultato è un vino con note leggermente erbacee, elegante, atipico, che nelle degustazioni fa alzare le sopracciglia a chi se lo aspettava morbido e fruttato. Inrosso Merlot Toscana IGT, Colline Albelle Se l’Inbianco ti sorprende al primo sorso, l’Inrosso ti sorprende un po’ alla volta. È un vino che parla sottovoce ma dice cose interessanti. Un rosso con un carattere che in bocca ti aspettavi rotondo e invece ti trova verticale, teso, con una struttura tannica presente ma mai invadente. Al naso è quasi austero all’inizio. Ci vuole pazienza, come con le persone che non si svelano subito. Poi emergono le note erbacee: peperone verde, erba fresca, una macchia mediterranea lieve. Sono le pirazine, quelle che Julian ha imparato a conservare con il taglio sperimentale dei tralci. Poi arriva la frutta scura: ciliegia, piccoli frutti di bosco. Qualcosa di terroso, speziato, con un cenno di cioccolato fondente nel finale. Il legno, diciotto mesi tra barrique e anfora, è ben assorbito, non si impone. In bocca la freschezza sorprende. Un Merlot che non si lascia andare alla morbidezza facile, che mantiene una mineralità riconoscibile, una vena acida che allunga il sorso. È un vino che pensa. Come chi lo ha fatto.​​​​​​​​​​​​​​​​ Non volevo fare il Merlot normale. Volevo fare qualcosa che sorprendesse. Non al naso, ma in bocca. Quel sorriso sul viso di chi non se lo aspettava. È quello che cerco. Devo dire la verità: quando Julian mi ha spiegato la tecnica nel dettaglio, con l’auxina, la citochinina, il rapporto che si inverte quando tagli l’apice del tralcio, ho capito che stavo parlando con qualcuno che non si è fermato alla pratica. Che studia. Che ragiona. Che non fa le cose perché le ha viste fare, ma perché ha capito perché funzionano. Questo, nel vino come altrove, è la differenza tra un artigiano bravo e uno straordinario. Il momento in cui le visioni divergono. Le aziende, come le persone, crescono. E a volte crescono in direzioni diverse. Colline Albelle ha funzionato. Il mercato cinese si apre, gli investitori cominciano a vedere numeri. Quando si vedono i numeri si inizia a vedere altro. L’ottimizzazione. I volumi. Comprare uva esterna, abbassare i costi, trasformare un progetto artigianale e visionario in una cash machine con un exit da manuale. Non è una storia nuova. Nel vino, come in qualunque settore dove l’artigiano convive con la finanza, questo copione si ripete con frequenza sconfortante. Ho visto aziende bellissime diventare prodotti di scaffale in pochi anni. Ho visto etichette che raccontavano territori diventare strumenti di marketing globale. È un processo che non ha colpevoli, tecnicamente. Ma ha vittime. Di solito sono i vini. Julian lo capisce prima che lo dicano esplicitamente. Io non voglio fare questo. Non voglio che un giorno la gente veda Colline Albelle come un vino commerciale e dica: Reneaud si è lasciato andare. Non voglio avere quell’immagine. Lascia. Non in modo brusco, non con astio. Con rispetto, con gratitudine verso due socie che gli hanno dato fiducia e libertà per anni. Ma lascia. Perché c’è una cosa che Julian si è promesso all’inizio della sua carriera, e me la dice con quella semplicità che è la sua firma: non lavorare mai con persone che non lo ispirano, e non restare mai in un posto dove la visione non è più condivisa. Prende gli sci. Sparisce in montagna per due mesi. Poi vola in Asia a trovare un amico. La compagna fa la sua stagione. Julian fa il vuoto. E dal vuoto, come accade sempre a chi sa aspettare, arrivano le proposte.   Champagne Edouard Duval. Quaranta ettari. Tutti insieme. Il mondo dello Champagne è, per sua natura, un mondo di frammentazione. Le vigne sono divise, cedute, ereditate, acquistate in parcelle minuscole sparse su decine di comuni. I grandi marchi assemblano da centinaia di fonti diverse. Anche i piccoli vigneron indipendenti, quei récoltants-manipulants che negli ultimi vent’anni hanno ridisegnato il panorama qualitativo dello champagne, sottraendo progressivamente terreno e narrativa alle maisons storiche, lavorano spesso su superfici frantumate, parcelle lontane le une dalle altre, diversi terroir che richiedono altrettante attenzioni. Edouard Duval ha qualcosa di raro. Quaranta ettari di proprietà. E trenta di questi sono tutti insieme. Una parcella continua. Udn blocco unico in un territorio dove questa cosa quasi non esiste. Una risorsa che fino al 2020 veniva sostanzialmente svenduta: le uve, di qualità eccellente, cedute alle grandi maison che le usavano nei loro assemblages senza che il nome Duval comparisse da nessuna parte. Poi Edouard comincia ad imbottigliare in proprio. Trentamila bottiglie l’anno, su quaranta ettari: chiunque conosca la Champagne sa già, solo da questo numero, che il potenziale è straordinario. Che c’è uno spazio enorme da riempire. Che serve qualcuno con la visione e i contatti per farlo. Entra in scena Julian, segnalato da un head hunter che lo segue fin dai tempi di Caia Rossa, nel 2013. Quando ho visto questo progetto ho detto: c’è un bel potenziale, c’è qualcuno che ha possibilità, e io ho qualcosa da dare. È un bel match. Mi sono innamorato del posto. Arriva in aprile e in pochi mesi apre il mercato giapponese e quello tedesco. Gli Stati Uniti sono il prossimo obiettivo. Qui la vita privata e quella professionale si sovrappongono in modo quasi cinematografico, perché la sua compagna si trasferisce a Chicago per giocare a pallavolo così che Julian avrà una base americana naturale per costruire la distribuzione. Io so già che ho il potenziale per mandare un paio di container negli Stati Uniti. Ho lavorato lì due anni. Ho i contatti. So dove andare. Ma il lavoro vero, quello che lo emoziona, non è certo la distribuzione. È quello che viene prima. Imparare di nuovo. A trentasette anni. C’è una cosa che Julian dice e che mi colpisce molto. Dice che ha trentasette anni e che arrivare in un posto dove deve imparare tutto da capo gli piace moltissimo. Non lo dice come uno che cerca di convincersi. Lo dice come chi ha già fatto questa cosa abbastanza volte da sapere che è il momento più vivo di tutti. Io non so fare lo Champagne però imparo veloce. Della parte tecnica non ho paura. Non sapevo fare il sangiovese. Non sapevo fare il vino californiano. Ho imparato ogni volta. Ad affiancarlo c’è un uomo che lavora in quella cantina da trent’anni. Julian lo chiama *il maestro*. Conosce ogni angolo della vigna, ogni capriccio della cantina, ogni stagione che si è depositata in quei quaranta ettari. Il direttore precedente gestiva la parte tecnica da vent’anni, ma quando l’azienda ha iniziato a imbottigliare in proprio, nel 2020, si è trovato a dover gestire anche comunicazione e commercializzazione, che non erano il suo terreno. Julian arriva a coprire esattamente questo spazio vuoto: i contatti internazionali, la rete costruita in quindici anni di cantina in cantina, la capacità di aprire mercati. Le cuvée attuali sono cinque: Blanc de Blancs, Blanc de Noirs, Rosé, Brut millésimé, e un Blanc de Noirs Brut Nature pensato specificamente per il mercato italiano, dove Duval è distribuito da un partner di primissimo livello come Pretzhof Selection.   Degli Champagne di Edouard, ne ho assaggiati tre. Brut d’Eulalie NV  La cuvée di ingresso di Duval. Ma “ingresso” è una parola che qui rischia di ingannare, perché questo champagne ha una personalità ben definita e non si scusa per averla. È un assemblaggio a dominante Pinot Noir (oltre l’ottanta per cento) con una quota di Chardonnay da una singola parcella chiamata L’Épicéa. Una parte dei vini affina in demi-muids di rovere borgognone, che aggiungono rotondità senza appesantire. Il risultato è uno champagne dalla veste oro paglierino luminoso, con un perlage fine e vivace che non si stanca. Al naso è generoso e immediato: fiori bianchi primaverili, mela verde, pera matura, e poi un accenno di brioche tostata che arriva dopo qualche minuto nel bicchiere. C’è una nota iodata, quasi marina, che rimanda al calcare e alle marne su cui crescono le vigne. In bocca l’attacco è morbido, cremoso, con un’effervescenza che si integra bene nella struttura. La frutta (pesca, ciliegia chiara, pompelmo rosa) si allunga su un finale fresco, leggermente ammandorlato, con una mineralità che pulisce e invita al sorso successivo. È uno champagne onesto, diretto, piacevole in ogni occasione. Il tipo di bottiglia che non delude mai. Noir d’Eulalie Brut Nature NV Il Noir d’Eulalie Brut Nature è uno Champagne che ha bisogno di silenzio e di un bicchiere pulito. Zero dosaggio, cento per cento Pinot Noir da vigne che hanno cinquantacinque anni di storia alle spalle. Radici che scavano in profondità nelle marne a ostriche di Sainte-Eulalie, in quella Côte des Bar che ancora oggi fatica a ottenere il rispetto che merita, eppure continua a produrre champagne di una sincerità disarmante. Quaranta per cento affinato in legno, settantadue mesi sui lieviti. Non c’è trucco. Non c’è dosaggio a correggere, a smussare, a rassicurare. C’è solo la verità nuda della terra. Nel bicchiere è giallo oro pallido, luminoso, con una bollicina fine e instancabile che sale senza affrettarsi, come se sapesse di avere tutto il tempo del mondo. Al naso apre su un timbro calcareo e minerale, austero, quasi scabro: la firma della pietra, del suolo, di qualcosa che viene da molto in profondo. Poi, con l’aria, si apre. La violetta arriva prima, delicata, inaspettata. Il pepe esotico le fa compagnia. E poi, piano, i frutti rossi: ribes nero, mora, ciliegia, avvolti da una freschezza di pompelmo che alleggerisce senza distrarre. Le note calde, il pane, la brioche, il miele, sono figlie del tempo sui lieviti, di quei settantadue mesi in cui il vino ha imparato la pazienza. Al sorso succede qualcosa. L’attacco è ricco, cremoso, con un’effervescenza che si integra nella struttura senza sovrastarla. Poi arriva la mineralità come una lama di freschezza sapida che attraversa il palato in verticale. Infine il ritorno fruttato, nitido, goloso, che chiude il cerchio con eleganza. Un finale lungo, pulito, che lascia la bocca in silenzio e la mente a pensare. Non è uno champagne che intrattiene. È uno champagne che racconta.​​​​​​​​​​​​​​​​ Noir d’Eulalie Extra Brut Questo è il champagne che racconta di più. Blanc de noirs in purezza, cento per cento Pinot Noir da tre parcelle in cima ai coteaux, quaranta per cento affinato in demi-muids borgognoni. Un vino raro anche solo da trovare: nella Côte des Bar il Pinot Noir domina, ma farne un blanc de noirs di questa ambizione è un’altra cosa. La veste è oro giallo pallido con riflessi quasi verdolini. Sorprendente per un vino fatto solo di uva a bacca nera, segno di una pressatura gentile e di una vinificazione precisa. Le bollicine sono fini, vive, persistenti. Al naso apre su qualcosa di terroso e marino insieme: calcare fumé, iodio, la mineralità densa e salmastra che viene dalle marne ad ostriche su cui poggiano le radici di queste vigne. Poi, con l’aria, emerge la frutta: ciliegia, more, pompelmo, con qualche accento di pepe che sorprende e che dà carattere. Sotto, discreto, il pane tostato dell’affinamento. In bocca è ricco ma fresco, con un’effervescenza cremosa che porta la materia fruttata in modo elegante. L’acidità è precisa, non aggressiva, e fa il suo lavoro sostenendo un finale lungo e sapido. È il tipo di champagne che un sommelier appassionato ordinerebbe senza guardare il menu, solo per vedere la faccia di chi non se lo aspettava così.​​​​​​​​​​​​​​​​ Il primo Champagne completamente suo, dalla vigna alla bottiglia, con ogni scelta presa da lui, non arriverà prima del 2030. Lo Champagne non ha fretta. Ha metodo. Ha il tempo come ingrediente principale. Ma Julian non aspetta inoperoso: sta già modificando piccoli processi in cantina, sta già mettendo le mani nella vigna, sta già cambiando qualcosa. Nel frattempo vuole fare dei Coteaux Champenois, i vini fermi della Champagne, rarità assolute. Julian vuole, necessita subito una prova. Qualcosa per dimostrare cosa sa fare, senza aspettare, senza bollicine come schermo. Il primo vino che sarà completamente mio, seguito dalla vigna fino alla bottiglia, sarà non prima del 2030. Ma intanto già cambia qualcosa. Già si vede. Un’installazione d’arte tra le vigne. E una famiglia che aspetta. C’è un’ultima cosa che Julian ha in testa e che mi racconta con quegli occhi da chi ha una visione ancora da costruire. Quella parcella di trenta ettari contigui è, a suo avviso, abbastanza rara e abbastanza bella da meritare un gesto artistico. Pensa a Château La Coste, in Provenza, dove artisti come Tadao Ando e Frank Gehry hanno lasciato installazioni permanenti tra i vigneti, trasformando una tenuta vinicola in un percorso di arte contemporanea nel paesaggio. Qualcosa di simile, con proporzioni adeguate e artisti diversi, potrebbe esistere su quella collina in Champagne. Edouard Duval ha detto di sì. E quando un proprietario dice di sì a queste cose, soprattutto quando è presente ogni settimana, quando fa lui stesso i giri commerciali in Asia, quando si impegna personalmente, allora è il segnale che il match è davvero quello giusto. Con le aziende dove ho lavorato prima, i proprietari quasi non li vedevi mai. Opus One, la famiglia Mondavi, in due anni li ho visti tre volte. Caia Rossa, il proprietario l’ho visto il giorno che ho firmato il contratto. Edouard invece è qui ogni settimana. Si impegna personalmente. Questo dà una carica enorme a tutta la squadra. C’è poi la dimensione personale, quella che Julian tiene per ultima ma che si sente pesare in ogni cosa che dice. Una famiglia che prende forma. Una compagna che si sposta a Chicago ma che vuole costruire qualcosa di stabile. Possiede un’accademia di pallavolo in Lituania, vuole aprirne una analoga negli Stati Uniti, suo fratello giocherà alle Olimpiadi di Los Angeles. I pianeti si allineano verso ovest. Julian e lei si troveranno lì, o da qualche altra parte, prima o poi. C’era anche questo, l’idea che con Colline Albelle facevo ogni anno un anno in Asia, un anno in America, sempre in giro tra Torino e Napoli, una volta al mese a Londra o a Parigi. Dal punto di vista della creazione di una famiglia, ci voleva un allineamento tra i pianeti. E ho capito che era il momento di pensare ad altre cose. Quando sento questa cosa, penso che c’è un tipo di intelligenza che non si studia e non si impara in cantina. È l’intelligenza di saper leggere la propria vita senza aspettare che sia troppo tardi. Di capire quando un capitolo è finito, non perché sia fallito, ma perché ne sta cominciando uno nuovo, più importante. Julian ha lasciato Colline Albelle non perché Colline Albelle fosse andata male. L’ha lasciata perché c’era qualcosa di più grande che aspettava. Il sabato e la domenica, adesso, non lavora. Lo dice con la soddisfazione di chi ha conquistato qualcosa di prezioso. Non il riposo per sé visto che Julian non sembra il tipo da stare fermo. Lo spazio. Lo spazio per la compagna, per i progetti che non si mettono in bottiglia, per quella famiglia che sta costruendo piano piano come ha costruito tutto il resto: con pazienza, con coraggio, e con qualche errore necessario lungo la strada. Quello che resta, nel bicchiere e fuori. Mi fermo a pensare a Julian mentre scrivo queste righe. A cosa lo distingue dalla maggior parte delle persone che incontro nel vino. Non è la tecnica e in Champagne ce n’è tanta, distribuita tra migliaia di produttori. Non è la visione commerciale, che pure ha e sa usare. Non è nemmeno il coraggio di cambiare, che è una qualità che molti rivendicano ma pochi esercitano davvero. È questa combinazione di leggerezza e serietà che non si trova spesso. La leggerezza di chi ha attraversato l’Atlantico su una barca senza biglietto di ritorno. La serietà di chi studia per anni la curva di maturazione di un grappolo ritardato. La leggerezza di chi lascia un progetto creato da zero perché la visione non è più condivisa. La serietà di chi sa aspettare il 2030 per mettere il proprio nome su una bottiglia di champagne. Dell’Italia quello che mi manca di più è la cultura, il cibo. Devo ammetterlo, anche se sono francese: preferisco la gastronomia italiana. La semplicità. Pomodoro, mozzarella, sale, basilico. Finito. Noi in Francia siamo bravi a cucinare, certo. Ma è un’altra cosa. Un francese che preferisce la cucina italiana. Un enologo che quasi non beve. Un ex proprietario di vigna diventato dipendente, ma con più libertà di prima. Un uomo che ha lasciato il suo progetto non per fallimento, ma per non tradirlo. Julian Reneaud è pieno di queste contraddizioni apparenti. E sono esattamente queste contraddizioni il segreto migliore che ha. Quello che, ne sono convinto, finirà prima o poi dentro quei calici che aspettano il 2030. Lo champagne ha pazienza. Ma Julian di più.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
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