Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

Facebook – Instagram – Linkedin

Orvieto DOC: Pluralità di Anime. Quattro vini, una denominazione, mille anni di luce Arrow Right Top Bg

13 Giugno, 2026

Orvieto DOC: Pluralità di Anime. Quattro vini, una denominazione, mille anni di luce

  Orvieto sorge su una rupe di tufo come un pensiero sospeso tra il cielo e la terra. Non è una città che si lascia attraversare. Si lascia abitare. Anche solo per qualche ora. Anche solo col naso inclinato sopra un bicchiere. La mattina del convegno organizzato dal Consorzio Tutela Vini Orvieto, in quella sala riunita sotto il titolo “Pluralità di anime“, l’aria aveva già la qualità silenziosa di certi inizi che sanno di essere necessari. Una Masterclass, quattro vini in forma anonima e intorno un territorio che da tremila anni produce vino senza smettere di sorprendere. Presenti tecnici, giornalisti, produttori. Il presidente del Consorzio Vincenzo Cecci, l’enologo Riccardo Cotarella in veste di relatore-degustatore, gli agronomi Massimiliano Pasquini e Pier Paolo Chiasso, l’ampelografo Paolo Nardo. Persone che con questo vino ci vivono, che ne conoscono le radici profonde come quelle delle viti sui fondali marini diventati colline. Quattro anime nel calice: il basso grado, il Classico Superiore, una vecchia annata, la muffa nobile. Quattro modi diversi di dire la stessa cosa: questo territorio non ha bisogno di inventarsi nulla. La rupe, i fossili e la memoria del mare: il terroir dell’Orvieto DOC Prima di parlare di vino, bisogna parlare di mare. Dieci milioni di anni fa questo angolo d’Umbria era un fondale. Le colline che oggi reggono i vigneti sono sedimenti antichi, strati di argilla e sabbia dove ancora si trovano conchiglie fossili. Testimoni muti di un’era in cui il Tirreno spingeva contro i margini dell’Appennino. È da quella storia geologica che viene la mineralità dei vini di Orvieto: una salinità preistorica che sale attraverso le radici e finisce nel bicchiere come un ricordo che non si riesce a nominare ma che si riconosce ogni volta. Il fiume Paglia taglia la zona come accade in grandi terroir della Francia. A est, terreni di origine sedimentaria marina, sabbie e argille alternate in strati profondi capaci di trattenere l’umidità nelle annate più secche, cuscinetti idrici naturali che proteggono le viti dallo stress estivo. A ovest, l’influenza vulcanica del Lago di Bolsena trasforma il paesaggio con tufo, pomice, terre rosse dal grande potere tampone, veri volani idrici che assorbono e restituiscono. Infine, la parte alluvionale della valle, i terreni fertili e profondi che il cambiamento climatico sta rivalutando con sorprendente generosità: vini più delicati, fruttati, di bevibilità immediata, tutt’altro che secondari. Ogni bottiglia di Orvieto porta dentro di sé una stratificazione che è prima geologica, poi storica, infine climatica. Non è un territorio a tema unico. È un territorio a più voci, come le cattedrali gotiche che ha saputo costruire: ogni pietra al suo posto, ogni voce nella sua parte, il tutto che sorprende più della somma. Procanico e Grechetto: il DNA ampelografico dell’Orvieto classico L’Orvieto è un vino di assemblaggio: Procanico (il Trebbiano toscano nella sua declinazione locale) e Grechetto, insieme almeno il 60 per cento, con il resto aperto a varietà autorizzate nelle province di Terni e Viterbo. Drupeggio, Verdello, Malvasia, e poi i grandi vitigni internazionali come Sauvignon blanc o italiani (Vermentino) che stanno trovando voce in questo territorio senza sopraffarne il carattere. È una convivenza che funziona, forse perché il suolo è abbastanza forte da non farsi influenzare. La storia racconta di vigneti promiscui dove Grechetto e Procanico crescevano fianco a fianco, vendemmiati insieme, vinificati nello stesso tino. Quella promiscuità aveva una saggezza inconsapevole: il procanico che dava corpo, il Drupeggio che portava acidità, il Grechetto che aggiungeva personalità aromatica. I vigneti nuovi sono ordinati, separati per varietà, ma lo spirito di quell’uvaggio antico è ancora lì,  incorporato nel disciplinare, nelle percentuali obbligatorie, nella vocazione corale del vino. Qualcosa che non si legifera per decreto ma che il territorio ha già deciso da solo. Orvieto DOC a basso grado: la prima denominazione italiana a 10 gradi I profumi sono una caratteristica che in un vino fungono da biglietto da visita. Molto più del colore che, certo, ammalia ma non strega come può farlo il profumo di una donna. I profumi sono così. Danno la connotazione. Ecco che i fiori bianchi non ancora sbocciati, agrume verde, una nota quasi di timo selvatico, vegetale e fresca come un campo la mattina presto identificano questo vino con un aggettivo: frizzante. Non nel senso di bollicina ma di energia giovane, viva, brillante. Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea nell’ottobre 2025, la modifica al disciplinare ha reso ufficiale ciò che la vendemmia 2024 aveva già anticipato in sperimentazione: la possibilità di produrre Orvieto con gradazione alcolica minima di 10 gradi. Prima denominazione italiana a farlo e non per inseguire una moda, ma per rispondere a una necessità climatica e commerciale con strumenti tecnici precisi, senza ricorrere alla dealcolizzazione meccanica. Non alcol tolto, ma alcol mai raggiunto: vendemmia anticipata, selezione dei vigneti con maggiore vigoria, gestione della chioma per proteggere le uve dall’irraggiamento diretto. In bocca arriva subito quella tensione acida pronunciata, quasi tagliente. Insieme, la salinità. Marina, preistorica. Un marchio per quasi tutti i vini di questo territorio. Ora amplificata dalla freschezza e resa cristallina dalla leggerezza dell’alcol. Un vino che sale, che non si ferma. Beverino senza essere banale. Verticale senza essere duro. La sensazione è di bere qualcosa che appartiene a un luogo preciso e a nessun altro posto. Bella la sensazione finale che rende il primo calice solo il preludio di tanti altri.   Orvieto Classico Superiore 2025: architettura di un bianco che non teme il tempo Un oro brillante con riflessi vivi, ancora giovane, con una luminosità che i vini hanno quando il suolo è calcareo e la stagione ha avuto il suo ritmo. Il Classico Superiore deve aspettare almeno marzo prima di uscire in commercio. Solo una piccola attesa imposta dal disciplinare che raramente mente. Al naso pesca bianca, pera William e l’immancabile mineralità firma più autentica di questi versanti. Un estratto dal suolo, dalle radici che affondano nei sedimenti di un are scomparso. In bocca calibrato così che ogni sensazione è nel suo posto senza sovrastava nulla. Tutto con il peso esatto che deve avere. Ho pensato a una cattedrale romanica, alla perfezione strutturale che non ha bisogno di ornamenti. Completo senza essere chiassoso. Giovane, eppure già consapevole di avere tempo. Per un vino bianco da uve italiane autoctone, mostrarsi così giovane e così compiuto insieme è una qualità rara. Così come è rara la mineralità genuina, non costruita ma estratta, che distingue l’Orvieto dai bianchi italiani che tentano di somigliargli senza averne il suolo. La vecchia annata e il tempo trasformato: invecchiare come vocazione Il terzo vino richiede una sorta di attesa riflessiva. Al naso qualcosa di completamente diverso per via delle note idrocarburiche, quasi laviche che lo accomunano ai riesling maturi del Rheingau. Una firma che non è ossidazione ma evoluzione, non decadenza ma trasformazione. Appena appena frutta esotica dati da un’eco di ananas e di banana matura, subito dominata da quel carattere minerale e quasi salino che ne difende la verticalità. In bocca una potenza espressiva inaspettata, lunga, con quel retrogusto di mandorla amara che è quasi un segreto di Orvieto: una caratteristica storica, scritta nei vecchi disciplinari, quasi scomparsa dai vini giovani ma che nel tempo riaffiora come certe parole dialettali che i nipoti non usano più ma i nonni conservano nell’uso quotidiano. Ho tenuto il vino in bocca più a lungo degli altri. Volevo capire come faceva a essere ancora così vivo. Ho pensato a Pessoa: “Tutto è degno di essere vissuto, quando abbastanza vissuto.” Quel vino aveva vissuto abbastanza. Per chi ancora crede che i bianchi italiani non invecchino, una vecchia annata di Orvieto Classico è una confutazione gentile ma definitiva. Orvieto Muffa Nobile: l’unica denominazione italiana con la Botrytis cinerea nel disciplinare Nelle mattine d’autunno una fitta nebbia sale dal Lago di Corbara e dal corso del Tevere e avvolge i vigneti dell’Orvieto Classico. Per qualche ora le uve restano sospese in quell’umidità silenziosa. Poi il vento arriva, la nebbia si disperde, il sole asciuga gli acini. In questa alternanza di buio e luce, umidità e vento, freddo notturno e tepore diurno, la Botrytis cinerea trova le condizioni ideali per trasformarsi da muffa grigia in muffa nobile. Un equilibrio sottilissimo, una finestra climatica che Orvieto conosce da quasi un secolo. Il 1931 è la data d’inizio: il professor Giorgio Garavini, incaricato dal Ministero dell’Agricoltura di delimitare le zone di produzione, descrisse per la prima volta questo vino con precisione quasi poetica: colore giallo oro pallido, profumo aggraziato, sapore soavemente dolce con retrogusto leggermente amarognolo come di mandorla. Quasi cent’anni dopo, quella descrizione vale ancora. E l’Orvieto DOC rimane l’unica denominazione italiana a contemplare ufficialmente la muffa nobile nel proprio disciplinare. Introdotta nel 2011, rappresenta un primato che il panorama enologico nazionale conosce meno di quanto dovrebbe. Il colore è quello dell’ambra chiara, quasi mieloso ai bordi. Si fa guardare a lungo come si guarda qualcosa di raro sapendo che il primo approccio è irripetibile. Al naso arriva il mango, l’ananas, lo zafferano in sordina, una nota burrosa che sostiene. In bocca la dolcezza domina ma non stucca mai per via dell’acidità che tiene tutto in tensione come una corda tesa nel silenzio. E poi, anche lì, il sale. La salinità quasi normale in un vino così denso, che lo distingue dai passiti convenzionali e lo avvicina idealmente ai grandi Sauternes o ai Tokaji. Ho finito il calice troppo in fretta. Identità come destino: territorio, comunicazione e il manifesto dell’Orvieto contemporaneo Quello che accomuna questi quattro vini non è il vitigno. Semmai è il luogo. In Italia si parla troppo del vitigno, troppo poco del posto. I francesi lo insegnano da decenni: il Merlot lo puoi fare dappertutto, ma un suolo sedimentario marino con fossili di conchiglie a trecento metri sul mare ce l’ha solo Orvieto. Quella unicità non si comunica con l’etichetta più bella o il vitigno più di moda. Si comunica con la fedeltà al territorio, con vini che non potrebbero nascere altrove, con la pazienza di chi sa che la verità del suolo prima o poi sale in superficie. Il basso grado ottenuto da vendemmia anticipata su vigneti selezionati non è un compromesso ma una risposta coerente con la logica del territorio al mercato che chiede meno alcol. Non sottrazione, costruzione. Non privazione, equilibrio. La stessa logica che ha portato la muffa nobile nel disciplinare, che ha difeso il retrogusto di mandorla amara nei vini da invecchiamento, che mantiene vivo il Grechetto con la sua ruvidità e la sua potenza in attesa di trovare il suo posto nella grammatica orvietana. “Se noi non troviamo sbocchi di mercato, l’urgenza rimarrà nelle tasche dei produttori.” Una frase nuda, quasi brutale nella sua onestà. Ma onesta, vera. La filosofia del vino ha senso solo se i produttori riescono a vivere del loro lavoro. E i produttori vivono se chi comunica, noi giornalisti, sommelier, esperti, facciamo davvero il proprio mestiere non descrivendo il vino ai già convinti, ma portarlo dove non arriva da solo. Raccontandolo a chi vuole bere sapendo e non ignorando. Il Consorzio Tutela Vini Orvieto: oltre 400 viticoltori, un patrimonio collettivo Il Consorzio rappresenta oggi oltre 400 viticoltori e più di trenta cantine in un sistema produttivo che integra aziende storiche come Antinori, Barberani, Palazzone, Le Velette alle cooperative che garantiscono qualità media e coesione sociale. Tutelano la DOC Orvieto e la denominazione Rosso Orvietano, lavorano sulla ricerca varietale in collaborazione con l’Università della Tuscia, gestiscono un comitato tecnico scientifico che ha reso possibili le modifiche al disciplinare più innovative degli ultimi decenni. La DOC Orvieto, riconosciuta nel 1971 tra le prime in Italia, copre un areale interregionale tra la provincia di Terni in Umbria e alcuni comuni della provincia di Viterbo nel Lazio. La zona Classico stringe intorno alla rupe storica. La zona DOC si apre, respira, abbraccia terreni diversissimi tra loro. Quella diversità è la vera ricchezza e la Masterclass del 25 maggio 2026 ne è stata la dimostrazione più eloquente: quattro vini, quattro anime, un solo territorio che non smette di avere cose da dire. Pluralità come forza: note a margine di una mattinata imperfetta e necessaria Quattro vini in forma anonima, senza etichette, senza nomi. Al centro non il produttore ma il territorio, il disciplinare, l’identità collettiva. Una scelta quasi radicale per un settore che tende alla narrazione personale, al marchio, all’autore. Qui invece si scommetteva sulla denominazione come soggetto. Sulla DOC Orvieto come personaggio, con la sua storia, le sue anime plurali, i suoi fossili marini e la sua Botrytis che dorme nelle nebbie autunnali in attesa del momento giusto. I vini bianchi italiani vivono un momento di straordinaria vitalità da nord a sud, dal Soave al Vermentino, dal Greco di Tufo al Carricante ma Orvieto ha qualcosa che non tutti possono vantare: tremila anni di storia ininterrotta sulla stessa rupe, un disciplinare che ha saputo rinnovarsi senza rinnegare le radici, e quel sapore di mare antico che attraversa ogni calice come un filo invisibile. La prossima vendemmia porterà altri basso grado, altri Classico Superiore invecchiati nel tufo, forse i primi bianchi importanti affinati in legno. Il Grechetto aspetta il suo momento. Quella grammatica non è fissa. È viva, come i fossili che sembrano morti ma portano dentro di sé millenni di oceano.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
Leggi
Enrico Mandirola. Il fondo del filare Arrow Right Top Bg

12 Giugno, 2026

Enrico Mandirola. Il fondo del filare

  Alle volte le domande accompagnano ogni stagione mentre le risposte non arrivano subito. Bisogna camminare, osservare, aspettare. Nel racconto di Enrico Mandirola, il fondo del filare non è una destinazione, ma un punto di vista privilegiato da cui rileggere il rapporto tra uomo, terra e futuro.   Ogni volta che torno a parlare con qualcuno che lavora la terra una domanda rischia sempre di farmi apparire un punto interrogativo sul viso. Si può sapere perché ti sei fatto un tatuaggio? E poi perché proprio un punto interrogativo?
Secondo te, uno che si fa tatuare un punto interrogativo ti può dare qualche risposta?
Lorenzo Licalzi. Io no. Ecco, quel punto interrogativo non è alla fine di una domanda sul vino, sulle rese, sull’annata. È una domanda molto più semplice e insieme quasi impossibile da rispondere: come si diventa quello che si è? L’identità, quella vera, non si sceglie ne si costruisce a tavolino. Si forma per stratificazione, come il suolo calcareo-argilloso dei Colli Tortonesi, dove ogni anno di pioggia, gelo e sole, deposita qualcosa. Che resta. Che rimane. Che non va via. Così, quando incontri persone come Enrico Mandirola, titolare dell’omonima azienda agricola di Casasco, in provincia di Alessandria, capisci subito che sei davanti a uno di quegli uomini che non si sono inventati nulla. Che sono esattamente quello che sembrano. Né di più né di meno. Una fedeltà a sé stessi è al tempo. Che è di per se la forza più grande e, al contempo, la sfida più difficile che si trovano ad affrontare. Viviamo in un’epoca che ama i personaggi costruiti. Il vignaiolo con la storia da film, la cantina con il castello sullo sfondo, il nonno che cent’anni fa aveva già capito tutto. Il vino oggi si vende anche con gli aneddoti giusti confezionati al momento giusto, con il lancio social impeccabile, con quella patina di autenticità che, paradossalmente, è la cosa meno autentica del mondo. Non dico che chi lo fa abbia torto. Dico solo che chi non lo fa, chi si ostina a non mettere fuori la bandiera per rivendicare ogni centimetro della propria storia, merita almeno di essere ascoltato. Enrico non mette fuori bandiere. Ma ha storie da raccontare che non finiscono più. In un’Italia meteorologicamente disorientata così da sembrare rispecchiare più in generale il malessere di un momento storico in cui nulla sembra trovare il suo equilibrio, ci troviamo a chiacchierare con Enrico del suo essere vignaiolo. Mentre attendevo Enrico per la chiacchierata pensavo proprio al clima. Sapete, quando si inizia a parlare con qualcuno dopo il “come stai” il clima arriva immediatamente dopo. Sarà che è diventato il grande specchio dell’ansia collettiva. Non passa settimana senza che qualcuno ne parli con quella preoccupazione mista a rassegnazione che si riserva alle cose su cui non si ha controllo. E chi lavora la terra quel controllo lo perde per primo, e lo sente con un’intensità che chi sta negli uffici non può nemmeno immaginare. Non va bene, perché per carità dà fastidio l’inverno, però un minimo ci vuole. Ma anche per far respirare il terreno, per dargli quel ciclo che serve. Il ciclo che serve. Una frase piccola che contiene una filosofia intera. È profondamente saggio l’idea che anche il freddo, anche il disagio, abbiano una funzione. Che senza il buio non ci sia la luce, senza la fatica non ci sia il frutto. È una cosa che i contadini sanno da sempre e che noi continuiamo a riscoprire come se fosse una rivelazione. Enrico è figlio unico di uno di quattro fratelli maschi. L’azienda agricola di Casasco esiste da quattro generazioni: il bisnonno, il nonno, poi il padre con i suoi fratelli, poi lui. Una storia lunga che attraversa il Novecento italiano in tutta la sua complessità, compresi i lutti: uno degli zii morto in guerra, un altro in un incidente stradale quando era ancora giovane, poi il padre nel 2010, poi gli altri due zii nell’arco di due anni. Enrico aveva trentatré anni quando si è trovato solo. Ciò che colpisce e che lui stesso sottolinea con una forma di gratitudine silenziosa, è che nessuno di loro lo abbia mai obbligato. Al contrario. Mio padre non ha mai dato per scontato che io dovessi lavorare qui. Anzi, ha sempre voluto che io facessi altre esperienze, che studiassi.  È così che si è laureato due volte. agraria ed enologia. La voglia forse di rappresentare un fiore all’occhiello per la famiglia e per se stesso. Qualcosa di cui andar fiero.  Ricordo quando mia madre si rese conto che ero il primo figlio con la laurea. I sacrifici che la ripagavano. Senza per altro farmi mai pesare nulla.  Un atteggiamento straordinariamente intelligente. La libertà come forma d’amore più alta. L’aprire una porta e non stare lì a guardare se il figlio ci passa dentro o rimane fuori. In un settore come il vino, dove la continuità generazionale è spesso carica di aspettative esplicite o implicite, questo tipo di libertà è raro. Paradossalmente, è proprio quella libertà che ha trattenuto Enrico. Perché le cose che scegliamo davvero sono le uniche che ci appartengono fino in fondo. Penso spesso a quanto il mondo del vino stia riflettendo su se stesso in questo momento. I consumi calano, i mercati internazionali arrancano, la comunicazione è diventata così rumorosa che distinguersi sembra quasi impossibile senza urlarsi addosso. Eppure incontri persone come Enrico e ti chiedi se forse la risposta non stia proprio nell’opposto dell’urlo. Nel radicamento. Nella scelta consapevole di chi si vuole essere prima ancora di pensare a cosa si vuole vendere. All’asilo disegnavo il trattore con i grappoli d’uva. Una cosa detta quasi di passaggio, come si dicono le cose che si considerano ovvie. Tuttavia è una di quelle immagini che rimangono. Un bambino che tra tutti i disegni possibili, case, automobili, astronavi, sceglie il trattore e l’uva. Non perché glielo abbiano insegnato. Perché era quello che sentiva suo. Il DNA come destino non scritto. Non il destino fatale dei greci, quello che ti travolge e non ti chiede il permesso, ma qualcosa di più sottile: una predisposizione, un’inclinazione che aspetta solo di essere riconosciuta. L’ho letto da qualche parte. Forse era un articolo di neuroscienze, forse una cosa di Proust, che in fondo raccontava sempre della stessa cosa ovvero che i bambini manifestano le loro vocazioni prima ancora di avere le parole per nominarle. Enrico aveva quattro anni e disegnava vigne. È bello pensare che quarant’anni dopo sia ancora lì. La Mandirola è un’azienda artigianale nel senso più autentico del termine. Dodici ettari di vigneti, tra i 300 e i 350 metri di altitudine sui Colli Tortonesi, orientati a sud-est e sud-ovest. Circa 25-30.000 bottiglie l’anno, che Enrico stesso definisce  La metà del potenziale dell’azienda. Le vasche in cemento sono quelle dei suoi zii. Le stesse, con solo qualche piccolo aggiornamento. Qualche macchinario pensato per migliorare i momenti critici della vinificazione, ma nessuna rivoluzione. La storia di chi non ha voluto fare di tutto buttare via tutto per ricominciare da capo con un’estetica nuova. Ho valutato cosa doveva essere cambiato. Manca ancora oggi l’approccio commerciale e di marketing, perché io non sono bravo per niente in quello. Cerco di far tutto, ma poi… Lascia la frase a metà. Non per reticenza, ma perché quella mezza frase dice tutto. Evidenzia come in Enrico alberghi una vera lucidità. Quella sui propri limiti che è più rara della competenza tecnica. Molti sanno fare il vino. Pochi sanno guardare con onestà le parti di sé che zoppicano e dirlo ad alta voce senza che diventi una performance di umiltà. Il Timorasso, a Casasco, c’è sempre stato. Ma nessun altro lo faceva. Mio padre aveva questo vino bianco, questa uva che l’aveva perché avevamo un vigneto vecchio che non era mai stato estirpato. E faceva il Timorasso come vino bianco. Era l’unico a farlo qui, perché tutti lo avevano abbandonato. Non produceva bene, aveva problemi e all’epoca non si era ancora capito la potenzialità di invecchiamento, non si era capito tante cose. Il racconto di una scena che vorrei riuscire a restituire nella sua semplicità magnifica è quella di suo padre che mostra agli ospiti una bottiglia di Timorasso spiegando che si tratta una varietà antica, che cerca di far capire qualcosa in cui lui stesso, forse, non aveva ancora capito tutte le implicazioni. E poi, in cantina, una fotografia sbiadita con la sua grafia: imbottigliata 16.11.93. 161 bottiglie di Timorasso. Il 1991 era la prima vera vigna impiantata con questa varietà in modo più strutturato. Tutto il resto con Walter Massa e il contributo alla comunicazione, l’esplosione del Derthona come denominazione di riferimento, l’attenzione internazionale. Tutto storia recente. Ma la storia vera, quella che viene prima, è questa: un uomo che non buttava via un vigneto perché gli sembrava giusto tenerlo, in un momento in cui nessuno capiva ancora perché. Una fedeltà inconsapevole che è quasi commovente. Non l’intuizione del genio, non il calcolo del pioniere. Solo la testardaggine silenziosa di chi sente che una cosa ha valore anche quando nessuno ancora lo sa misurare. Ho perso mio padre anni fa. Non lavoro in vigna, non ho i filari che lo aspettavano alla sera. Ma capisco. Chiunque abbia perso un genitore capisce cosa voglia dire voltarsi e sperare di trovarlo ancora lì. Un automatismo che fa fatica a svanire. Enrico lo dice in un modo che mi è rimasto in testa per giorni. Non parla di dolore in astratto, non usa le parole del lutto come si usano quando si vuole essere delicati. Dice una cosa precisa, fisica, quasi pittorica. Io lavoravo tanto sui trattori come tutt’oggi. E lui sapeva che ero là e arrivava. C’era un momento in cui magari arrivavo in fondo al filare e lo vedevo là. Ecco, quello è quello che forse come figura mi è mancata di più. La fine del filare. Il padre che aspetta in fondo. Un’immagine così semplice che quasi fa male. Uno degli amici del padre, anni dopo, gli aveva raccontato di una conversazione. Aveva cercato di spiegargli, in modo gentile, che forse Enrico aveva bisogno di qualche indicazione, qualche consiglio. Il padre lo aveva guardato e aveva detto A te lo devo dire io le cose? Enrico me lo racconta con quella fermezza con cui si custodiscono le cose preziose. Non esibendola. Tenendola. Oggi la Mandirola produce quattro etichette di Timorasso. Il Derthona base, fatto con le uve più giovani. Poi il Meglio di me così che il nome già da solo sarebbe sufficiente per capire chi è Enrico. Il Derthona storico, dalla vigna del ‘91. Infine la vigna vecchia, vinificata a parte dal 2016: viti di circa cent’anni, acquisite da una famiglia che ne era proprietaria fino al 1990, il cui figlio è ancora vivo a 96 anni e ha scritto ad Enrico una lettera in cui racconta di quei filari, di come i più vecchi risalgano al 1920 e alcuni siano stati reimpiantati negli anni Trenta. Una lettera bellissima che è giusto stia in un cassetto senza usarla come pubblicità. C’è tanto di intimità e di personale. Potrebbe farne una campagna da fare invidia. La vigna più vecchia di Timorasso, forse, in tutto il Derthona e lui che la custodisce come si custodisce una cosa intima. Non per mancanza di furbizia, ma per eccesso di rispetto. È qui che l’aplomb piemontese di cui parlava Enrico. Quella parola francese che in Piemonte ha trovato casa come in nessun altro posto d’Italia che si trasforma da tratto caratteriale in quasi una postura etica. Non sbrodolarsi. Non coprire il vino di aneddoti come si copre una crepa con il trucco. Lasciare che la bottiglia parli e fidarsi che chi ha orecchie per ascoltare troverà la strada. Ma attenzione, perché c’è un rischio in questa riservatezza. Un rischio che Enrico riconosce. Molti che conosco mi trovano il difetto di non voler raccontare tutto quello che ho da raccontare, tutta la storia di cent’anni. Ma io penso che venga fuori da solo. Forse si. Forse no. Il vino che non racconta la propria storia rischia di diventare un vino senza nome in un mercato affollato di vini con storie inventate. Non è giusto, ma è così.  C’è una differenza fondamentale tra chi non sa raccontare e chi sceglie di non farlo sempre. Forse perché aspetta il momento giusto, la persona giusta, il contesto giusto. Poi, quando Enrico inizia a parlare lo devono fermare. Che ha talmente tante cose da dire che il problema è scegliere da dove cominciare.  Per me non è facile perché ce ne sono centinaia di storie. Ecco. Il problema non è la storia. È il coraggio di uscire e raccontarla. Quest’anno Enrico ha comprato un terreno adiacente al suo. Era di Quinto, così si chiamava il proprietario, un uomo che Enrico ricorda fin da bambino, già anziano quando lui aveva dieci anni, che lavorava la vigna e gli spiegava le cose. Gli mostrava i frammenti di calcare che affioravano dal suolo, quei fondali marini che il tempo ha trasformato in roccia e che il gelo sgretola in particelle minerali.  Vedi questi sassi Gli diceva Quinto,  sono quelli che fanno diventare buona l’uva. Enrico aveva dieci anni e annuiva. E Quinto aveva ragione. Quel terreno, adesso, diventerà una nuova vigna. Di Timorasso, naturalmente. Forse, se la differenza con le altre ci sarà, si chiamerà col nome di quella famiglia. Come si battezza qualcosa che si è aspettato per tutta una vita. Poi c’è il rosé per Cecilia, la figlia di cinque anni. E il vino che verrà per Francesco, nato qualche mese fa. La Barbera e il Ciliegiolo mescolati, un vino rosato che porta il nome di una bambina nata nel 2020, anno non esattamente facile da ricordare, eppure anno di nascita, quindi anno che in casa Mandirola è necessariamente un anno buono. Rappresenta, rappresentano il futuro dell’azienda Sì, sì. Poi bisognerà vederlo. Io no, a seguire le orme di mio padre. A lasciarli andare. Non vuole replicare il meccanismo che l’ha formato. Non perché sia stato sbagliato. Al contrario, capisce che la libertà che suo padre gli ha dato non è un metodo da copiare. È un atteggiamento da incarnare. I suoi figli non hanno gli zii che aveva lui. Quella rete silenziosa di figure che presidiano i filari, che sono sempre lì quando il padre non c’è. Tre ragazzi giovani, italiani, della zona, che lavorano in azienda e che Cecilia già cerca quando arriva in cantina. Sono ragazzi squisiti. Una frase che va va oltre il giudizio professionale. C’è il riconoscimento che un’azienda non è mai solo chi la possiede. È anche chi ci lavora dentro, chi ci mette le mani ogni mattina, chi diventa parte della storia anche senza portarne il cognome. I Vini di Enrico Mandirola Derthona Timorasso 2024 Colli Tortonesi DOC Partiamo dall’inizio, da quello che in questa cantina è sempre stato il punto di partenza. Il Derthona, quello base, quello che Enrico chiama il punto di ingresso nel mondo Mandirola. Le viti hanno una trentina d’anni, il suolo è calcareo argilloso come tutto il Tortonese, l’esposizione va dal sudest al sudovest. La raccolta è interamente manuale, in piccole ceste. Il vino affina almeno dodici mesi sulle fecce nobili. Tutto come sempre. Eppure. Il 2024 è stata un’annata complicata per i Colli Tortonesi. Siccità estiva e poi piogge concentrate, una vendemmia che ha richiesto attenzione e selezione quasi chirurgica. Nei vini che ne sono venuti fuori si sente quasi fisicamente il racconto di quella tensione: freschezze più pronunciate del solito, una mineralità che si impone subito, una struttura che tende più al verticale che all’ampio. Il colore è paglierino luminoso, con quella trasparenza giovane che ricorda certi mattini di ottobre sulle colline del Tortonese. Al naso è ancora in una fase di raccoglimento: fiori bianchi sottili, agrume fresco, una nota erbacea pulita, e poi quella pietra focaia che è quasi il marchio di fabbrica del Timorasso quando viene da certi suoli. Non è un naso esplosivo, ma è onesto. E in questo, di Enrico, ci somiglia molto. In bocca si fa più deciso. L’acidità è viva, il sorso è snello e diretto, con una sapidità che accompagna e non stanca. Frutto di pesca bianca appena accennato, mandorla sullo sfondo, un finale che si asciuga lentamente lasciando quella sensazione minerale che è il vero affresco di questo territorio. È un vino che ha bisogno ancora di qualche mese per trovare la sua larghezza definitiva, ma che già adesso dice cose precise su chi l’ha fatto e dove viene. Non chiedergli troppo subito. Come Enrico, risponde meglio quando ci si mette comodi e si lascia che sia lui a prendere il ritmo. Tantéi Timorasso Riserva 2023 Colli Tortonesi DOC Tantéi. Il vigneto che porta il nome di quel luogo. Il cassetto chiuso di cui parlava Enrico, quello dove si tengono le lettere di Quinto e le fotografie con la data scritta a mano. Qui le viti hanno un secolo di vita, o forse più, e ogni anno che passa aggiunge qualcosa che non si riesce a descrivere senza scivolare nella retorica. Allora ci provo in altro modo: è come ascoltare qualcuno che ha visto troppe cose per avere ancora bisogno di alzare la voce. Si versa. Il colore è un giallo paglierino bellissimo, luminoso, con riflessi dorati che si muovono nel calice come se avessero una vita propria. Già guardarlo è una promessa. Al naso, la prima cosa che arriva è un agrume acerbo, aspro nel senso buono del termine. Uno zest di limone molto verde che quasi pizzica le narici prima ancora che si apra tutto il resto. E poi il resto arriva. Erbette di campo, fieno, paglia. Un sentore di pietra focaia che qui è più profondo che nel Derthona base, più radicato, come se venisse da sotto. E poi qualcosa che sulle prime sorprende: una nota di vaniglia, discreta, quasi timida, che si sposa con il limone creando qualcosa che assomiglia a una crema agrumata. Zenzero. Fiori bianchi freschi, appena tagliati — il tipo di profumo che senti solo se qualcuno ti ha messo in mano un mazzetto di margherite cinque minuti fa. Pesca bianca. Un soffio di melone bianco. E infine una balsamicità che apre le narici completamente, come se qualcosa si dilatasse. In bocca è meravigliosa la tensione. Aspro e sapido e fresco e pulito, con l’agrumato che spinge insieme alla mineralità in modo tale da allargare la bocca invece di stringerla — non è la freschezza che divide ma quella che pulisce, che rivela, che mette a fuoco. Poi mandorle, poi pere. Il vino sembra voler salire in verticale — teso come una corda — e invece a un certo punto si allarga, si distende, e lascia una bocca che continua a stupirsi di quanto sia pulita. Completamente pulita. Il legno c’è stato, ma non lo senti. È passato senza lasciare tracce riconoscibili, come un ospite educato che si ritira prima che la festa finisca. Il finale è mandorla quasi amara. Un sigillo. Non una chiusura. Una firma. Il Tantéi 2023 è un Timorasso che mi ha fatto pensare a quella frase che Enrico ha detto quasi di passaggio, parlando di aneddoti e storie:  l’odore non puoi studiarlo, è un ricordo. Ecco. Questo vino è esattamente questo. Non lo bevi. Lo ricordi mentre lo bevi. E non sai ancora di cosa, ma sai che è importante. Praie Barbera 2024 Colli Tortonesi DOC Il rosso. E qui è giusto dire una cosa che vale per tutta la produzione di Mandirola, ma che per la Barbera è forse ancora più evidente: Enrico non cerca l’effetto. Non cerca il vino che impressiona la prima volta che lo assaggi e poi sparisce dalla memoria. Cerca il vino che ci sia ancora lì, nella testa, tre giorni dopo cena. Il Praie viene da viti di quarant’anni, da quelle stesse colline tra i 250 e i 300 metri dove il suolo calcareo e argilloso racconta la stessa storia di marini antichi e geli moderni che Quinto spiegava al bambino Enrico mostrando i sassi. La fermentazione è lunga, tradizionale, poi il vino riposa in bottiglia per un anno prima di uscire. Niente di complicato. Niente di ridondante. Nel bicchiere è rosso rubino, intenso e brillante, uno di quei colori che di notte sembrano avere una fonte luminosa propria. Al naso è fragrante e diretto: frutti rossi freschi, fragola, amarena, una nota di violetta che passa rapida ma si fa sentire. Non c’è arroganza in questo naso. C’è simpatia. Quella simpatia piemontese che si concede raramente ma quando arriva è autentica. In bocca la Barbera mostra la sua caratteristica più bella e più incompresa: quell’acidità vivace che non stanca, che anzi accompagna il pasto come un interlocutore interessante. Il corpo è armonico, non pesante, non leggero — giusto. Note di confettura di fragola sul finale, un lieve tocco speziato, una chiusura che non si trascina e non si tronca: semplicemente finisce quando deve finire. È il tipo di vino che mi piace portare a una cena dove non si parla di vino. Perché non ha bisogno di presentazioni. Si presenta da solo, occupa lo spazio che si è guadagnato, e fa stare bene le persone sedute a tavola. Che poi, mi viene da dire, è la stessa cosa che fa Enrico quando qualcuno riesce finalmente a farlo parlare. Dunque Mi chiedo spesso, lavorando a questa rubrica, cosa distingue le storie che vale la pena raccontare da tutte le altre. Non è la grandezza dell’azienda, non è la notorietà del vino, non è nemmeno necessariamente la qualità che pure è importante. È qualcos’altro. È la sensazione che chi hai di fronte stia vivendo la propria vita davvero, non interpretando una parte. Che le sue scelte abbiano un costo reale, che le sue fragilità siano autentiche, che i suoi orgoglio e le sue paure coesistano senza che uno cancelli l’altro. Enrico Mandirola, titolare di dodici ettari di Colli Tortonesi, padre di Cecilia e Francesco, figlio di un uomo che lo guardava in fondo al filare, ha quella cosa lì. La semplicità, diceva. La semplicità come scelta, come postura, come risposta al rumore del mondo. Non la semplicità di chi non ha niente da dire. Quella di chi ha così tanto da dire che ha imparato a scegliere. C’è una vigna di cento anni che aspetta in cantina. C’è una lettera di un uomo di 96 anni in un cassetto. C’è un terreno comprato un mese fa che diventerà una vigna nuova. C’è un rosé che si chiama come una bambina nata in un anno difficile. Non è storia inventata. È storia vera, e per questo è più difficile da raccontare. Ma ne vale la pena.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
La Torre e la Cooperativa. Castel Rocchero: il collettivo diventa poesia Arrow Right Top Bg

10 Giugno, 2026

La Torre di Castel Rocchero. Il collettivo diventa poesia

  Cooperativa. Bastano cinque sillabe per costruire un muro. Il paradosso è che quel muro lo si costruisce senza aver mai stappato una bottiglia. Prima dell’assaggio. Prima dell’odore. Prima del colore nel bicchiere. Il pregiudizio è già lì, armato e pronto, che aspetta. La usa come un giudizio, a volte come una condanna. La pronuncia con una sfumatura impercettibile di sufficienza, quasi un rictus involontario che tradisce il pensiero prima ancora che le labbra abbiano finito di muoversi. Mi è capitato spesso, nelle mie peregrinazioni tra cantine e vigneti d’Italia, di confrontarmi con questa resistenza culturale. Di trovare persone capaci di smontarla semplicemente versando. Di parlare con produttori che portano addosso il peso di un’etichetta che non hanno scelto, che non descrive quello che fanno, eppure faticano a scrollarsela di dosso. Come un vestito sbagliato che gli altri continuano a mettere loro addosso ogni mattina.   A Castel Rocchero le colline del Monferrato hanno una qualità rara. Non si mostrano subito. Non cercano l’applauso. Le vigne si aprono lente, quasi con ritrosia, come si apre una conversazione vera con qualcuno che non si fida facilmente degli estranei. Castel Rocchero è uno di quei luoghi del Piemonte che non urlano il proprio nome. Non hanno bisogno di farlo. Sono abbastanza sicuri di sé da potersi permettere il silenzio. E lì, in quel silenzio, c’è La Torre. Non è una metafora. È una torre vinaria, una delle cinque rimaste in piedi in tutta Italia. Le altre quattro, in Sardegna, a Piacenza, in Abruzzo e a Mori in Trentino Alto Adige, hanno ceduto a destinazioni diverse: ristoranti panoramici, musei, contenitori vuoti di funzione. La Torre di Castel Rocchero è l’unica, di fatto, che ha ancora il vino dentro. L’unica che ha conservato la propria ragione d’essere. Quando ci penso, mi sembra una storia quasi allegorica. Una torre che resiste. Non per ostinazione cieca, ma per scelta consapevole. Perché c’è qualcuno, dentro, che ha deciso di non smettere. Marta ha il tono di chi ha imparato a portare un peso senza lamentarsene. Marta Menotti è il responsabile commerciale della Cantina La Torre di Castel Rocchero. La Torre 1953 Parla con quella misura propria di chi gestisce le vendite di un’azienda e sa che ogni parola è anche un posizionamento, ogni frase una scelta. Ma quando arriva al punto — al punto vero, quello che le sta sul cuore, la voce cambia leggermente. Diventa più diretta. Quasi liberatoria. È una cosa che devo dire. Negli anni ho lasciato in secondo piano la parola cooperativa. Perché influenzava negativamente l’interlocutore. Nonostante poi, aprendo la bottiglia, riscontrassero un vino di qualità, il preconcetto creava una barriera. Non si arrivava neanche a strapparla, quella bottiglia. Mentre parla, mi viene in mente una cosa che sento spesso nei dibattiti sul vino contemporaneo: l’ossessione per la narrazione dell’individuo eroico. Il vignaiolo solitario. Il piccolo artigiano. Il custode. Come se la dimensione collettiva fosse per definizione nemica della qualità, dell’anima, del carattere. Come se fare il vino insieme, condividere la terra, il rischio, la vendemmia, fosse in qualche modo una resa. È un pregiudizio figlio di un’epoca, questa nostra, che ha elevato l’unicità a valore supremo e ha dimenticato che il collettivo ha spesso generato le cose più durature e più belle. Le cattedrali. Le tradizioni contadine. Certe DOC costruite mattone su mattone da decine di produttori che avevano capito che da soli sarebbero rimasti invisibili. Il nostro responsabile di produzione me lo dice da anni, in maniera scherzosa: Marta, un giorno mi piacerebbe che la cooperativa diventasse un valore aggiunto. Che ci distinguesse. In Trentino ci sono già realtà che l’hanno fatto. Noi qui in Piemonte siamo ancora molto indietro. Ma ci stiamo lavorando. E continueremo a lavorarci. Federico entra nel discorso con la precisione di chi viene da un’altra formazione. Federico Polotto è l’enologo della cantina. Arriva dalla zona del Gavi, porta con sé un sapere tecnico affilato, una sensibilità per il prodotto che si percepisce nel modo in cui sceglie le parole quando parla di vino. È alla sua quarta vendemmia qui, insieme a Marta. E racconta di come, in questi anni, qualcosa si sia mosso. Alcune cantine hanno chiuso. Alcune sono diventate vinificatori puri. Poche, come noi, si stanno reinventando. Stiamo cercando di prendere i punti di forza di un’azienda agricola privata e applicarli a una cooperativa che non è enorme. Non siamo un vinificatore da centomila pezzi. Questo ci rende anche un po’ attrattivi, per certi aspetti. Centottanta soci circa, meno di trecento ettari. La più piccola cooperativa della zona, per ammissione degli stessi. Eppure, o forse proprio per questo, capace di un controllo sulla materia prima che molte strutture più grandi possono solo sognarsi. Di quei 280 ettari, le partite migliori vengono selezionate per le nostre bottiglie. In annate difficili come le ultime, siccità, caldo anomalo, piogge sbagliate, le diverse esposizioni ci hanno permesso di avere comunque un valore aggiunto. È su questo che stiamo costruendo tutto il discorso di brand, di qualità, di valori. Costruire. È la parola che torna più spesso. Non difendere. Non conservare. Costruire. C’è un tema che mi porto dietro da qualche anno, e che in questa conversazione torna con forza. Il paesaggio della viticoltura italiana sta cambiando forma, silenziosamente ma inesorabilmente. Le micro-aziende familiari, quelle in cui fratello e sorella, madre e figlio lavoravano il fine settimana tra i filari, stanno scomparendo. Non per mancanza d’amore. Per una convergenza di fattori pratici: il costo dei macchinari, la difficoltà nel trovare manodopera, le normative sul lavoro che hanno reso complicato anche solo chiedere una mano a un amico per la vendemmia. Il macchinario costa uguale che tu abbia uno o dieci ettari. E trovare manodopera è sempre più difficile, non solo per la vendemmia, ma per il lavoro quotidiano. L’amico che ti viene ad aiutare il sabato a fare i capi di vigna non è più concesso: deve essere un dipendente in regola, con tutti gli oneri del caso. Il risultato è una concentrazione della superficie in mano a pochi soci strutturati. Anche alla Torre, l’ottanta per cento della superficie è oggi in mano a dieci soci. Il numero totale di conferenti si è ridotto. Eppure, curiosamente, la cooperativa ha appena accolto un nuovo socio quest’anno. Marta ci tiene a raccontarlo non come dato statistico, ma come segnale. Ci sono soci che non si limitano a conferire l’uva. Vengono agli eventi. Partecipano. Coordinano attività. Fanno la camminata tra i vigneti. Si sentono parte di qualcosa. Questo è un valore che voglio far emergere, perché è la vera anima della cooperativa: non è solo uno sbocco per l’uva. È un senso di appartenenza. L’appartenenza. Quella cosa che il mondo del vino più trendy ha cercato di ricreate artificialmente con etichette indie, nomi bizzarri e storytelling di una sola persona sola contro il mondo. E che invece qui, su queste colline del Monferrato, esiste già, radicata nel tempo, costruita da decenni di vendemmie condivise. Alta Langa Brut DOCG Metodo Classico Millesimato Pinot Nero e Chardonnay con oltre 30 mesi sui lieviti Alcuni vini che non hanno fretta. Si prendono il tempo che serve, in silenzio, al buio, nell’attesa lenta di diventare quello che devono essere. Trentadue, trentatré mesi. Il numero preciso conta meno del concetto: una pazienza che pochissimi si concedono ancora. Nel bicchiere arriva paglierino, luminoso, con un perlage che sale tranquillo, senza urgenza. Il naso è una piccola sorpresa: la frutta lascia quasi subito spazio a qualcosa di più evoluto, di più complesso: frutta secca, mandorla tostata, un accenno di crosta di pane appena sfornato, quella nota biscottata che è la firma dei metodi classici che hanno avuto il tempo di maturare davvero. In bocca è pieno. Sapido. C’è una struttura che non ti aspetti sempre da queste colline, un’avvolgenza che convince e non stanca. Il finale è lungo quanto basta per farti pensare al bicchiere successivo prima di aver finito il primo. Non è una bollicina che cerca di sembrare qualcos’altro. È esattamente ciò che è: un Alta Langa fatto da chi conosce la materia prima, la rispetta, e ha avuto la disciplina di aspettare. La Cristallina è il segno più visibile di questa reinvenzione. Una struttura in vetro, tutta trasparente, che si affaccia su un anfiteatro di vigneti. L’hanno chiamata così perché è sulla linea della torre storica, ma guarda avanti. Guarda fuori. Dice alle colline: siamo ancora qui, e abbiamo cose da mostrare. La cantina, oggi, non è più solo un sito produttivo. È una destinazione. È un luogo in cui portare qualcuno, farlo sedere, fargli guardare il paesaggio mentre assaggia. È la materializzazione di qualcosa che chi lavora nel vino sa da sempre ma fatica ancora a comunicare: che il vino non si capisce solo nel bicchiere. Si capisce nel luogo in cui è nato. Abbiamo realizzato questo spazio per dare valore. Il vino abbinato ai prodotti del territorio, la vista sui vigneti, gli eventi. Non solo per valorizzare i nostri prodotti, ma tutto ciò che il territorio può offrire. Sul fronte del vino, quello tecnico, quello che poi finisce nel bicchiere, Federico ha le idee molto chiare. Anche quando si parla di bag-in-box, che in certi ambienti del vino italiano evoca ancora gli stessi rictus della parola cooperativa. Il bag-in-box vuole strizzare l’occhio anche ai paesi nordici. Perché loro sono molto attenti agli aspetti ambientali. Un bag-in-box da cinque litri ha un’impronta carbonica bassissima rispetto all’equivalente in bottiglie. Meno peso, meno imballo, meno emissioni nel trasporto. Ed essendo certificati dal punto di vista ambientale, siamo sottoposti a verifiche e calcoli: ne esce sempre vincitore. È un argomento che mi convince. Non perché sia un irriducibile fan del formato, ma perché trovo intellettualmente onesto non demonizzare ciò che risponde a esigenze reali. Un vino da tutti i giorni, di qualità, che non richiede una cerimonia per essere aperto: c’è un mercato per questo, e negarlo è snobismo travestito da estetica. Alta Langa Brut Rosé DOCG Metodo Classico Pinot Nero in purezza con oltre 30 mesi sui lieviti Il rosa è sempre una dichiarazione d’intenti. Non è un bianco che ha perso qualcosa per strada, né un rosso che si è fermato troppo presto. È un colore che richiede coraggio, perché non può nascondersi dietro niente. Questo rosé arriva con una tonalità tenue, appena accennata. Sarà il Pinot Nero che si rivela con pudore, quasi trattenuto. Il perlage è finissimo, elegante nel modo in cui solo i vini che hanno riposato a lungo sanno esserlo. Il naso ha quella dualità che appartiene ai grandi rosé da metodo classico: da una parte le spezie leggere, dall’altra la crosta di pane, il lievito che ha lasciato il suo segno prezioso. Poi arriva la bocca. E lì il vino si racconta diversamente: fresco, sapido, con una bevibilità quasi ingannevolmente facile che maschera una complessità reale. C’è frutto rosso. Fragoline, lampone. Appena evocato, come un ricordo lontano che non riesci a mettere a fuoco del tutto. È il tipo di vino che finisce prima che tu te ne accorga. E che poi, inevitabilmente, cerchi. Sul fronte della viticoltura, la scelta è quella della lotta integrata. Niente biologico certificato, ma non per negligenza: per una riflessione sincera sulla realtà di un territorio a monocultura viticola. O si convertono tutti al biologico, oppure se il vicino che confina con il mio vigneto fa trattamenti, io posso anche essere certificato biologico ma il trattamento non rimane circoscritto a quell’area. Si spande nell’aria. E quindi, bisogna essere onesti: o tutti o nessuno. È la stessa onestà che sento quando Federico parla dei solfiti con quella pazienza di chi ha spiegato la cosa mille volte e ha imparato a non stancarsi mai. I vini senza solfiti aggiunti sono pochissimi. Perché anche il lievito, durante la fermentazione, produce solfiti. Quindi sotto ogni bottiglia trovi scritto “contiene solfiti” anche quando non ne hai aggiunti nemmeno uno. Quel che cerchiamo di fare è essere eticamente corretti: usarli quando servono, nella misura in cui servono. Noi siamo stabilmente a due terzi del limite massimo consentito. Chi dice che il vino biodinamico non fa venire il mal di testa ha ragione. Ma la ragione è quasi sempre una sola: ne ha bevuto poco. C’è un vino al quale Marta vorrebbe cambiare nome. Non la ricetta. Non il vitigno. Non il modo in cui viene fatto. Solo il nome. È un Cortese dell’Alto Monferrato DOC. Stesso vitigno del Gavi, stessa eleganza, una pulizia olfattiva che Federico ha contribuito ad affinare portando la sensibilità della sua zona d’origine. Ma in carta vini quella denominazione non convince, non scalda, non incuriosisce. L’unico spiraglio che ho trovato è metterlo nei mesciti. Così non vedono il nome. Ride, mentre lo dice. Ma c’è qualcosa di malinconico in quella risata. Un vino buono che fatica a farsi amare perché porta un’etichetta sbagliata. Anche questo è un pregiudizio. Anche questo è un muro costruito prima dell’assaggio. Ca’ du Stanga Piemonte DOC Chardonnay Brut Metodo Charmat Prima di diventare Alta Langa, lo Chardonnay di queste colline passa attraverso un filtro: quello del tempo, delle esposizioni, delle scelte. Le uve che non salgono alla DOCG non vengono accantonate vengono reindirizzate. E questo Stanga è esattamente questo: uno Chardonnay brut da metodo Charmat che ha dietro sé la stessa cura selettiva che governa tutta la produzione. Nel bicchiere è paglierino tenue, quasi trasparente. Il perlage è a grana fine, più che fine. Un dettaglio che tradisce la qualità della materia prima. Il profumo è fruttato, pulito, con quella nota d’uva fresca che il Charmat. Quando è fatto bene e non accelerato, riesce a restituire con fedeltà quasi fotografica. In bocca è asciutto, fresco, immediato. Non è un vino che chiede di essere meditato: è un vino che chiede di essere goduto. Da aperitivo, su un piatto di mare, a tavola in una di quelle serate d’estate quando la luce dura fino alle nove e non si ha voglia di pensare troppo. Il Ca’ du Stanga è onesto. Non fa finta di essere qualcosa che non è. Ha la chiarezza di chi sa esattamente dove si trova e non ha bisogno di scusarsi per quello.​​​​​​​​​​​​​​​​ Ogni enologo ha un sogno nel cassetto. Qualcosa che gli deriva dai sogni, dagli studi, dalla curiosità, dal confronto. Così, chiedere dei sogni può, nelle risposte, far rivelare l’anima senza esitare. Federico ha bisogno di un Pinot Nero Un Pinot Nero degno di nota. Ma con le caratteristiche dell’Alto Adige. Quelle notti fredde, quei profumi primari eleganti, quella struttura che si apre lentamente. Il Trentino Alto Adige ha cooperative che vengono viste con orgoglio dalla comunità. Sono il traino del territorio. Non l’eccezione: la norma. Un sogno concreto, quello di Federico. E anche un modello. Perché il Trentino non ha avuto successo nonostante le cooperative. Ha avuto successo grazie alle cooperative. È una distinzione sottile ma fondamentale e chi lavora nel vino farebbe bene a tenerla a mente. Penso alla torre. All’unica torre vinaria d’Italia che ha ancora il vino dentro. Non come cimelio. Come cantina viva, che lavora, che seleziona, che imbottiglia, che porta la sua storia sulle tavole di chi sa ascoltare. Penso a Marta che porta addosso, con eleganza e senza rancori, il peso di una parola ingiusta. E che invece di smettere di usarla, vuole trasformarla. Farne un valore aggiunto. Una bandiera, non una scusa. Il vino italiano è fatto di storie così. Di posti che nessuno racconta abbastanza. Di persone che lavorano in silenzio, convinte che prima o poi la qualità parli da sola. Forse sì. Forse parla da sola. Ma non fa male darle una voce.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
Cantina Sant’Andrea. Andrea Pandolfi: il vino, un atto di resistenza Arrow Right Top Bg

5 Giugno, 2026

Cantina Sant’Andrea. Andrea Pandolfo: il vino, un atto di resistenza

  Quando si spinge spesso a partire, c’è chi sceglie di rimanere. Di continuare a credere in una terra, nelle sue possibilità e nella sua identità. La storia di Cantina Sant’Andrea nasce da questa convinzione e racconta il rapporto profondo tra una famiglia e un territorio che, stagione dopo stagione, continua a restituire senso alle scelte compiute.   A pochi passi dal mare di Sabaudia c’è una piccola chiesa. Si chiama Sant’Andrea. Sta lì, in mezzo ai campi bonificati dell’Agro Pontino, tra Sabaudia e Latina, con la sua facciata di pietra chiara che il vento del mare rade quasi ogni giorno. Quando una famiglia arriva in un posto nuovo, con niente in mano e tutto da ricostruire, tende a cercare segni. Segnali. Qualcosa che dica: fermatevi qui, questo è il vostro posto. La chiesa si chiamava Sant’Andrea. Il nonno si chiamava Andrea. Era già scritto. Alcune storie di vino iniziano nel vigneto. Altre che cominciano molto prima, altrove, in un altro continente, in un’altra lingua, con un’altra sabbia sotto i piedi. La storia di Andrea Pandolfo e della Cantina Sant’Andrea comincia in Tunisia. Comincia, per essere precisi, nell’estate del 1964. Nazionalizzazione. È una di quelle parole del Novecento che ha cambiato la vita a milioni di persone senza che nessuno chiedesse il permesso. Il presidente tunisino Bourguiba la usò quella primavera come un machete. O accettavi la lingua araba, la religione, la cultura, oppure andavi via. Non c’era una terza opzione. Si pensava che il governo italiano intervenisse in maniera pesante Andrea me lo dice con una di quelle mezze risate amare che arrivano solo dopo aver digerito un dolore per generazioni.  Ma conosciamo la politica estera italiana. Ci dissero: state sereni, andrà tutto bene. L’andrà tutto bene di Stato, quello che ha accompagnato gli italiani in ogni catastrofe della storia recente. Prima un centro profughi a Tunisi. Poi una nave. Poi il porto di Napoli. Poi un altro centro profughi a Latina. E in mezzo, il niente. Perduta la Tunisia, perduti i terreni, perduto tutto quello che tre generazioni di Pandolfi avevano costruito tra Pantelleria, la Sicilia e il protettorato francese del Nordafrica. Perché poi la famiglia era finita là, in Tunisia? Per la stessa ragione per cui tutto si muove nel mondo: convenienza e necessità. Vita. La Francia aveva bisogno di vino. Di tanto vino, di vino da taglio da spedire su navi verso i mercati del nord. Così, per incentivare le coltivazioni assegnava terreni gratuitamente per novantanove anni. Il bisnonno di Andrea era andato per primo partendo da Pantelleria. Poi erano arrivati tutti gli altri. Producevi per il governo, fondamentalmente. Ti dicevano che vitigni piantare. Grandi produzioni, mai in bottiglia. In primavera partivano una o due navi verso la Francia e là si tagliava con altri vini, insomma. La logica coloniale applicata alla vigna. La terra non è tua, il frutto non è tuo, la bottiglia non esisterà mai. Sei un ingranaggio, non un vignaiolo. E gli ingranaggi, quando non servono più, si buttano. Poi si prendono ad esempio i francesi senza conoscere la storia e si condannano i contadini di queste zone se ancora oggi elogiano al Fascismo. Ripartire da zero a sessant’anni. È straziante e grandioso pensare a un uomo che a sessant’anni si ritrova su una nave, scaricato in un porto straniero che è anche la patria dei suoi nonni ma ormai quasi una terra straniera e ricomincia. Pianta. Zappa. Non dorme. Mio nonno morì molto giovane Qui la voce cambia tono. Diventa più lenta. C’è dolore nelle sue parole. Non palese. Non c’è tristezza. Quella ormai è interiorizzata. Nel dna. Si chiamava Andrea anche lui. Classica tradizione del Sud, il nome si tramanda. Lui fu quello che a cinquant’anni dovette ricominciare completamente da zero, lavorando diciotto ore al giorno. Il nonno Andrea amava il mare. Ce l’aveva nel sangue, da Pantelleria. Non ebbe mai il tempo di goderlo. In Tunisia aveva pescato ricci con il gozzo, era andato al porto ogni tanto, aveva respirato sale. Nella nuova vita nell’Agro Pontino non ci riuscì più. C’era da inventarsi una vita e quando l’azienda iniziò ad andare, quando i sacrifici cominciarono a dare frutti, lui prese la macchina per andare a fare le analisi del mosto a Velletri visto che allora non c’erano laboratori vicini. Sull’Appia si addormentò. Stanchezza. Un colpo di sonno. Tutto finì lì. In un istante Ascolto. Rimango in silenzio qualche secondo. Ci sono morti che una famiglia non finisce mai di portarsi dietro. Non come lutto, ma come bussola. Come sorgente. Il nonno Andrea è ancora qui, in qualche modo, in ogni bottiglia che porta il suo nome sulla facciata della chiesa. I Pandolfi arrivarono nell’Agro Pontino nel 1964, con un parente ad Aprilia e nient’altro. Presero in affitto una terra bonificata da poco, quella terra piatta e sabbiosa che Mussolini aveva fatto strappare alle paludi negli anni Trenta dai coloni ai quali aveva poi distribuito. A quelli che erano sopravvissuti. Una terra che agli italiani del nord sembrava quasi lunare ma che a loro, figli di Pantelleria, abituati al deserto nordafricano, doveva sembrare quasi familiare. Venivano dal deserto, quindi la sabbia era un terreno che conoscevano. E poi rimasero sconvolti dall’acqua. Là per fare i pozzi erano necessari lavori mastodontici di mesi. Qui scavavi e usciva acqua dappertutto. Per tre o quattro anni, coltivazioni veloci: zucchine, carote, meloni. Nessuna vocazione, solo necessità. I soldi si mettevano da parte. La vigna richiede investimento, richiede tempo, richiede radici. Non puoi piantarla se non sai se resterai. Nel 1967 i soldi c’erano, la certezza anche. Comprarono il podere. Iniziarono a piantare. E poi la chiesa di Sant’Andrea. E il nome di famiglia. E la decisione che quella terra, quella piccola chiesa bianca, quel vento che veniva dal mare a pochi chilometri, era il posto giusto. Economia Aziendale e vendemmia. Andrea Pandolfi ha gli occhi di chi pensa sempre a tre cose contemporaneamente. Mentre parla, annuisce, gesticola, sorride. C’è un’energia che non si ferma mai, la stessa energia che immagino abbia spinto suo nonno a lavorare diciotto ore al giorno senza che nessuno glielo chiedesse. Si è laureato in Economia Aziendale. Nel 1999. Qualche anno prima di me. Nel 1995. Immagino i suoi genitori che come i miei erano così fieri. Poi per Andrea matematica finanziaria, master, corsi in Toscana, corsi in Francia. Poteva fare qualsiasi cosa. Eh no. Per questo ho detto: era una scelta. Io potevo fare altro, ma l’ho scelto. Mi è sempre piaciuto. Non è che mi sono svegliato una mattina e ho detto vado in cantina. È che non è mai venuta l’idea di fare altro davvero. La risata secca che hanno le persone quando la risposta è ovvia ma devono spiegarla lo stesso. La sua prima vendemmia è proprio del 1999. Oggi la Cantina Sant’Andrea ha cento ettari di vigna, un milione di bottiglie, cinquanta dipendenti fissi più i duecento stagionali durante la raccolta, un ristorante, un agriturismo. Non è più l’azienda che raccoglieva zucchine per mettere i soldi da parte. È qualcosa di completamente diverso. Appena iniziammo ad imbottigliare facemmo trenta, quarantamila bottiglie. Da trentamila a un milione, in venticinque anni, senza enologo. Andrea Pandolfi non ha un enologo. Fa tutto lui. È enotecnico per obbligo burocratico ma è anche ingegnere. Gli ingegneri studiano. Hanno metodo.  Mi sono dovuto fare il pezzo di carta perché sennò non potevo firmare certi documenti. Alcune cose le facciamo teoricamente sbagliate. Ma se il vino teoricamente sbagliato prende più premi di quello teoricamente giusto, qualche merito te lo puoi dare? Il Lazio come questione aperta. A volte, solo a volte, nel mondo del vino italiano si parla dei territori rimasti indietro. Non quelli che non hanno qualità. Spesso ne hanno moltissima. Quelli che non hanno ancora trovato il modo di raccontarsi. Il Lazio è il caso più clamoroso, perché è lì, al centro, con Roma ad essere uno dei mercati turistici più grandi d’Europa. Eppure per decenni è rimasto invisibile. Tanto che a Roma, ai turisti non viene mai proposto vino del Lazio. Prima del Lazio non fregava niente a nessuno. Né dell’estetica né della qualità. Facevi quantità, volumi. E poi il mercato ti percepisce come cheap. Noi ci mettiamo anche del nostro, voglio dire. Ho visto che si producono vini veramente interessanti ma sei costretto a metterli a un prezzo basso, che in qualche modo vengono visti come il frutto di quindici, trent’anni di politiche a farci la guerra sul prezzo. È un paradosso che conosco bene. Il Lazio ha tutto: diversità di vitigni, terreni straordinari, vocazioni diverse da nord a sud.  Ma ha sofferto di quella malattia che affligge chi ha risorse abbondanti: la tendenza a non valorizzarle perché sembrano sempre disponibili, sempre lì, sempre a portata di mano. L’erba del vicino, ma applicata a se stessi. Vai in Toscana e nelle carte dei vini non trovi le altre regioni. Non è che puoi scegliere. Stessa cosa in Piemonte. Hanno fatto un lavoro di territorio: siamo questo, beviamo questo, mangiamo questo. Il tizio che viene dall’America beve bene, mangia bene, e quando torna a casa chiede il vino. Ecco quello che manca qui. Non mancano le aziende che lavorano bene e Andrea è il primo a dirlo. Manca una narrazione condivisa. Mancano i soldi investiti con logica di medio-lungo periodo. Mancano i consorzi che fanno il lavoro sporco dell’identità collettiva, quella che poi fa sì che un nome diventi sinonimo di qualcosa nella testa di un consumatore a Chicago o Copenhagen. Il problema è convincere prima le persone di Roma. Se Roma inizia a bere Lazio, abbiamo risolto. Roma, il mercato più grande d’Italia che beve spesso tutto tranne quello che ha sotto casa. È una storia vecchia, quasi una barzelletta, se non fosse che ha conseguenze economiche reali su centinaia di produttori. Il Moscato e il Vermentino: due facce dello stesso mare. La zona intorno a Terracina è una di quelle che nel mondo del vino italiano meriterebbe più attenzione di quanta ne riceva. C’è il mare, ci sono le colline del campo Soriano con i terrazzamenti eroici sulle rocce, c’è la sabbia dell’Agro Pontino. C’è il Moscato di Terracina, un vitigno aromatico che in mano giusta diventa qualcosa di sorprendente. C’è il Vermentino, che Andrea coltiva nella vigna eroica di Terracina Alta. Li assaggio entrambi. 253 Vermentino Il nome viene dai giorni di sole che Sabaudia accumula ogni anno. O anche i giorni che servirono, durante la grande bonifica, per costruire la città di Sabaudia. Altri tempi Duecentocinquantatré. Un numero che è una promessa, un atto di fiducia nel territorio che lo ospita. Questo Vermentino viene dal vigneto proprio alle porte di Sabaudia. Cosa questa che si capisce immediatamente. È verticale come pochi bianchi che ho assaggiato in questa zona: acidità precisa, mineralità nitida, un salmastro quasi marino che arriva dal finale e non se ne va più. Al naso è pulitissimo con la frutta a polpa bianca, erbe mediterranee, un accenno di agrume. Senza concessioni all’esuberanza aromatica. La bocca è tesa, coerente, con una lunghezza che sorprende. È uno di quei vini che hai come unità di misura. Uno di quei vini che dopo aver assaggiato ti rimane come riferimento, come termometro per capire cosa può fare un territorio quando viene ascoltato davvero. Identitario, salmastro, difficile da trovare altrove. Non lo trovi uguale in Sardegna, né in Liguria, né da nessun’altra parte. Metti il naso nel bicchiere e sai già dove sei.​​​​​​​​​​​​​​​​ Salmastro. Molto salmastro. È il ritorno a Terracina. Le colline intorno al mare, il terreno, tutto insieme. Il Moscato è l’altra faccia. Suadente, grasso, aromatico per eccellenza. Ma con quella nota di sale che emerge a sorpresa e che lo salva da ogni rischio di stucchevolezza.  Oppidum Moscato di Terracina Secco Il Moscato di Terracina ha un problema di comunicazione. Il nome suona dolce. Suona dessert. Suona fine pasto. E invece questo Oppidum arriva al naso con quella fruttuosità aromatica che è il marchio di fabbrica del vitigno: agrumi, pesca bianca, fiori gialli. Poi in bocca succede qualcosa di diverso da quello che ti aspetti: c’è il sale. C’è davvero il sale, quel retrogusto salmastro che viene dalla sabbia e dal mare che sta a pochi chilometri, che trasforma tutto il profilo del vino e lo porta in una direzione verticale, quasi tagliente nonostante l’aromaticità del vitigno. Sarà parte delle uve provengono dai terrazzamenti a Campo Soriano, sopra Terracina. Fermo, con fermentazione a temperatura controllata e qualche accenno di macerazione, Andrea riesce a tenere insieme le due anime del Moscato: la piacevolezza immediata e quella nota salina che è l’identità di questo territorio. Un vino che si scalda nel bicchiere e cambia continuamente: nei primi minuti è una cosa, dopo dieci minuti è un’altra. Meglio prendersi il tempo. Non è un vino difficile. È un vino sorprendente. E la differenza, per chi ama il vino davvero, è enorme.​​​​​​​​​​​​​​​​ Anche qui vengono fuori le note di sale. È la particolarità di questo territorio. Ospita una moltitudine di vitigni incredibili e tutti danno espressioni che non trovi altrove. Le bollicine da Moscato di Terracina sono con metodo Charmat. Una scelta che mi racconta anche di una filosofia. Anche l’Aleatico fa la stessa cosa. Strano un Aleatico in terra Pontina ma solo per chi non conosce la storia delle tante persone che da ogni parte d’Italia arrivano qui per la bonifica portando con loro ogni ben di Dio. Barbatelle incluse Riflessi Extra Dry Rosato Aleatico C’è qualcosa di inaspettato in questo rosato. L’Aleatico è un vitigno che nella testa di tutti vive nel dolce, nel passito, in quella dimensione avvolgente e morbida che il Mediterraneo sembra reclamare come propria. Poi Andrea lo mette in bollicina, lo fa secco, e lo trasforma in qualcosa di completamente diverso da quello che ti aspettavi. Il colore è cerasuolo, luminoso, con riflessi che ricordano il tramonto sul Tirreno. Al naso arriva subito la frutta: piccoli frutti rossi, fragola matura, un accenno di rosa.  Una leggerezza che non opprime, non satura. In bocca è vivace, fresco, con una perlage fine che porta la beva in direzione di una piacevolezza quasi irresistibile. La dolcezza residua è appena percettibile. Quel tanto che basta per far capire da dove viene l’uva. Il vino non concede niente alla stanchezza. Finisce asciutto, con un finale fruttato e pulito. È un vino che non chiede spiegazioni. È un vino da aperitivo, da mare, da tartare di bufala come quella che mi hanno portato in agriturismo senza che nessuno chiedesse. Uno di quei vini che esistono per ricordarti che bere bene non deve per forza essere complicato. Con vitigni aromatici lo Charmat preserva la fruttuosità. E poi perché mi piace il vino piacevole, senza troppi tecnicismi. Siamo tutti sommelier, lo so, ma la gente si è un po’ rotta di sentire parlare di sentori e sfumature olfattive. Ha ragione, anche se detto così fa quasi ridere. Il settore del vino ha passato vent’anni a costruire un linguaggio sempre più esoterico: note di grafite, sentori di sottobosco, retrogusto di tabacco da pipa. Adesso scopre che la maggior parte delle persone vuole solo capire se un vino gli piace o no. Il piacere come punto di partenza, non come punto di arrivo dopo un corso da sommelier. Il peso di tutta una storia. Centoventi ettari, un milione di bottiglie, cinquanta dipendenti, un ristorante, un agriturismo. Tutto in mano a una persona sola. Il padre segue la vigna visto che l’ha sempre fatto. È la sua cosa. Ma la cantina, le vinificazioni, le scelte tecniche, sono tutte di Andrea. C’è sempre e solo lui. Come diavolo faccia non so. Cerchi di non ammalarti. Mio padre non si ammala da trent’anni. Non c’è alternativa, fa parte dell’attività. Ha due figli. Uno di diciannove anni, una di diciassette. La figlia studia enologia. Il figlio ha fatto la sua prima vendemmia nel 2025.  Cerco di stare buono. Se premi i figli su una cosa, fanno esattamente l’opposto. Quindi non dico né sì né no. Aspetto. È un passaggio delicato quello che il vino italiano sta attraversando in questi anni. Non solo alla Cantina Sant’Andrea ma ovunque. Le prime generazioni che hanno costruito le aziende a partire dagli anni Settanta e Ottanta stanno invecchiando. Le seconde generazioni scelgono, spesso, altro. Quello che si rischia di perdere non è solo un’impresa ma un corpus di sapere, di odori riconosciuti la sera girando tra le vasche, di tagli fatti a intuizione dopo decenni, di fermentazioni gestite senza app né consulenti ma per esperienza pura. La sera faccio il giro tra le vasche, dall’odore già so se questa fermenta bene o se c’è un problema. Quello è meglio che gli alzi la temperatura. Il bicchiere lo giri due secondi e capisci cos’è che serve. Valla a spiegare come si fa. Non lo sai. Lo sai e basta. È l’artigianalità nella sua forma più pura. Non riproducibile su un manuale. Non trasmissibile se non attraverso anni di fianco a qualcuno che già sa. Spero che i suoi figli, almeno uno dei due, abbiano voglia di stare a sentire. La Cantina Sant’Andrea non è nata da un sogno romantico. È nata dalla necessità, dal deserto, da una nave che scaricava profughi a Napoli, da un nonno che si addormentò sull’Appia perché lavorava troppo e dormiva troppo poco. È nata dalla sabbia dell’Agro Pontino che sembrava simile al deserto tunisino e dall’acqua che usciva dai pozzi a sorpresa. È nata da una piccola chiesa bianca che si chiamava come il nonno. Non so se il nonno Andrea avrebbe immaginato che da quei ventitré ettari piantati nel 1967 sarebbe arrivato un milione di bottiglie e un milione di storie da raccontare. Forse no. Forse stava solo cercando di sopravvivere. Ma il vino, quando è fatto così, con questa radice, con questo peso, con questa necessità, si sente. Si sente anche al primo sorso.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
Vigna Madre. La terra ricorda Arrow Right Top Bg

4 Giugno, 2026

Vigna Madre. La terra ricorda

  Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Gabriele D’Annunzio, I pastori Tornare a parlare di Giannicola Di Carlo non è mai una semplice ripetizione. È piuttosto come rileggere un libro che si credeva già conosciuto e trovare, nelle stesse pagine, frasi nuove che prima non avevano colpito. Forse non eravamo pronti a riceverle. Ho scritto di lui, della sua storia, del suo dolore trasformato in metodo di vita. Ma alcune persone hanno lo strano potere di moltiplicarsi ogni volta che le si incontra, di rivelare strati diversi di sé a seconda della luce del momento. Questa volta l’incontro è avvenuto a distanza, attraverso lo schermo di un webinar organizzato dall’ufficio stampa di Vigna Madre. Eppure nulla è stato freddo, nulla di digitale. Giannicola parlava dalla sua terra, da Caldari di Ortona, quattro chilometri dal mare Adriatico, trenta dalle nevi della Maiella. Quella terra entrava nelle parole con la stessa forza con cui entra nei vini. Il dolore come bussola Per capire Vigna Madre bisogna tornare al 1986. Chernobyl. Un nome che oggi ritorna con una brutalità d’attualità dolorosa, in un’Europa che torna a fare i conti con la fragilità nucleare e con le cicatrici di una storia che non smette di ripetersi. Per Giannicola, quella nube tossica che attraversò l’Adriatico non fu solo un’emergenza ambientale: fu la morte di suo fratello, portata via da quella malattia silenziosamente irraggiata nel corpo d’Europa. Quella sofferenza mi ha spinto a indirizzare l’azienda verso una sostenibilità che fosse in sintonia con la natura stessa, con l’uomo stesso», dice. E non lo dice con la voce di chi recita una filosofia appiccicata sopra come un’etichetta. Lo dice con quella cadenza piana, quasi quieta, di chi ha già attraversato il fuoco e sa bene da quale parte stare. Nel 1991, Giannicola realizza la prima conversione totale al biologico su scala aziendale in Italia. Non come scelta commerciale ma come atto di coerenza con una perdita e con una promessa fatta a sé stesso. Oggi VignaMadre, azienda della Famiglia Di Carlo dai 1830, porta avanti quella promessa attraverso sei generazioni di viticoltura abruzzese. Il vigneto che parla con i colori Giannicola ha la capacità di muoversi tra scienza e poesia senza che le due si escludano a vicenda. I filari suddivisi nei sette colori dei Chakra, il brevetto biodinamico-energetico, l’uso di leguminose per fissare l’azoto, la lotta alla tignola tramite confusione sessuale: tutto risponde a un’idea di natura come sistema vivo, capace di comunicare attraverso le sue radici. Il Vigneto Dinamico-Energetico attrae insetti utili attraverso i colori: il giallo della creatività, il viola della spiritualità, il rosso della forza vitale. Le piante, attraverso l’epitelio vegetativo delle foglie, percepiscono quella presenza e rispondono con una vitalità maggiore. Misticismo? No, è biofilia applicata. Miisurabile, tanto che Giannicola cita dati sull’accrescimento degli internodi dei tralci: fino a quasi un centimetro in più rispetto ai vigneti campione.  I ragazzi delle scuole che vengono da noi, quando entrano in quel vigneto, hanno un effetto di cromoterapia. È un qualcosa che abbiamo evidenziato.» A volte mi chiedo se la differenza tra un vignaiolo e un poeta sia davvero così netta. Cerasuolo Capo le Vigne DOC. La luce del ciliegio Il primo vino in degustazione è il Cerasuolo d’Abruzzo DOC Capo le Vigne. Già al versarlo nel calice ci si accorge che non è non un rosato convenzionale, non il cerasuolo carico e muscoloso che certi mercati pretendono. Questo è rosato come lo è la ciliegia matura prima di diventare scura. Una sfumatura che cambia a seconda dell’angolo della luce, vivida, trasparente, con quella vibrazione cromatica che anticipa già la beva. Al naso, il frutto si annuncia con discrezione elegante: fragola selvatica, scorza di lampone, un filo di melograno che arricchisce senza sovraccaricare. Il sorso è teso, fresco, con la croccantezza che ricorda certi bianchi di montagna piuttosto che certi rosati fiacchi da estate. Tredici gradi e quaranta senza mostrarli con arroganza. Li porta come si porta un vestito ben tagliato, senza ostentazione. La chiusura è leggermente ammorbidita, con un ritorno di frutto che si dissolve pulito. Lontano dai cliché delle bollicine e degli aperitivi, questo Cerasuolo è un vino da tavola vera, da conversazione lunga, da quei pasti abruzzesi che cominciano con il sole e finiscono quando le stelle hanno già preso posizione. Perché inseguire la Provenza o i chiaretti del Garda? Il Cerasuolo di Giannicola sceglie di non inseguire nessuno. Resta se stesso. Ed è esattamente questa la sua forza. Maiolica Iconic Terre d’Abruzzo IGP. Il ritorno di ciò che era perduto Sula Maiolica occorre fermarsi un attimo. La Maiolica è un vitigno autoctono abruzzese presente già verso la fine dell’Ottocento, poi abbandonato a causa della sua ridotta produttività e recentemente riscoperto da alcune aziende vitivinicole abruzzesi che stanno cercando di rilanciarlo. Il nome evoca la ceramica: la buccia dell’acino, lucida e cerosa, ricorda proprio quella lucentezza che contraddistingue la maiolica ceramica. A partire dal 2015, Giannicola Di Carlo ha avviato protocolli di microvinificazione sperimentale grazie al contributo tecnico dell’agronomo Cesare Tiberio dei Vivai Rauscedo, che ha selezionato e recuperato le marze storiche di Maiolica Nera. Una tappa fondamentale si colloca nel giugno 2019 quando furono presentate le prime prove di microvinificazione alla presenza di oltre cento enologi abruzzesi. Nel 2024 è arrivato il riconoscimento ufficiale: la denominazione Maiolica Terre d’Abruzzo IGP è stata approvata dal regolamento comunitario. Le date e i regolamenti raccontano solo la superficie della storia. Quello che si percepisce davvero al calice è qualcosa di più difficile da registrare nei documenti: la sensazione di incontrare qualcosa che esisteva prima di noi, che aveva vissuto, era stato dimenticato e ora torna. Non come reperto da museo, ma come voce viva. Dodici gradi. Un rosso da bere fresco, tra i dodici e i quattordici gradi. Il naso è un piccolo trionfo di frutto: ciliegia marasca, mora appena colta, una sottile nota floreale che ricorda la viola appassita. La bocca è scorrevole, luminosa, con un tannino ancora giovane ma già armonioso, distribuito senza spigoli. Paola Restelli fa un commento che secondo me lo descrive con una incredibile precisione che sa di meraviglia.  Spezzatura varietale, vivacità della freschezza, dinamica del tannino progressivo non grasso, ma comunque materico e saporito. Giannicola dedica questa Maiolica ai giovani. Vuole che sia un vino d’ingresso al mondo del vino autentico, una porta aperta senza scalini. Un uomo che ha attraversato la perdita e la sofferenza sceglie di rispondere con qualcosa di leggero, piacevole, generoso. Come chi ha visto abbastanza buio da voler tenere accesa la luce per gli altri. Nobu 1830. Prolungare il solco Nobu, in giapponese, significa prolungare. Prolungare un solco nella terra, dal passato verso il futuro. È un nome che porta già dentro di sé tutta la poetica di Vigna Madre: la continuità, la radice, il gesto che attraversa il tempo. Il Nobu 1830 è il Montepulciano d’Abruzzo Riserva 2021. La sua vinificazione racconta una scelta radicale e raffinata insieme: cemento, anfora e legno. Tre contenitori, tre temperamenti, tre velocità del vino che  si fondono in qualcosa di più complesso di ciascuno preso singolarmente. Il cemento preserva le caratteristiche native del vitigno, l’anfora dona immediatezza e rotondità, il legno aggiunge nei nove mesi, complessità senza coprire. Al naso il vino è una sequenza di strati che si aprono nel tempo come si apre un libro per bambini. Sapete quelli che con una sorta di pop up fanno emergere figure ad ogni cambi di pagina? Cacao fondente, caffè tostato, mora matura, una speziatura scura che ricorda il pepe nero e la cannella. Poi, man mano che il vino respira, arriva il finale con uno balsamico quasi mentolato che diventa freschezza inaspettata. Un vino che si pensa di aver capito e poi ti sorprende ancora. In bocca il tannino è quello che Giannicola cerca da sempre: ben distribuito, silenzioso, capace di dare struttura senza spezzare il filo della beva. Non stringente, non verde. Maturo come le uve che lo ha prodotto, raccolte solo quando il vinacciolo era già brunito. Intorno ai quattrocento metri sul livello del mare, con l’escursione termica tra il mare Adriatico e la Maiella che regola tempi e ritmi della maturazione. Radici e futuro Ascoltando Giannicola parlare durante la degustazione, mi sono tornate in mente le parole con cui aveva aperto uno dei suoi discorsi Non basta dire che facciamo vino da due secoli per garantire la qualità. La qualità ha un percorso che attraversa la sostenibilità, il rispetto dell’ambiente, l’innovazione, la ricerca. Calo dei consumi tra i giovani, la pressione dei vini dealcolati, i cambiamenti climatici che alterano i ritmi millenari della vigna. Uno scenario nel quale Vigna Madre sceglie di rispondere con la memoria. Non con la nostalgia, che è statica e sterile, ma con la memoria attiva: quella che recupera il vitigno dimenticato, lo vinifica per renderlo contemporaneo, lo mette in bottiglia a dodici gradi e lo offre a chi non ha ancora incontrato il vino. La Maiolica rappresenta una visione contemporanea del vino, dove sostenibilità, consapevolezza ed equilibrio tra uomo e natura diventano elementi centrali. D’Annunzio scriveva dei pastori che migravano verso il mare in settembre, trascinando greggi lungo le vie della transumanza. In quel movimento antico c’era qualcosa di sacro: il ritorno ciclico, la fedeltà alla terra, il sapere che certi cammini vanno percorsi anche quando sembrano anacronistici. Giannicola Di Carlo fa qualcosa di simile: riporta alla luce ciò che era stato abbandonato, lo accompagna senza dominarlo. Per consegnarlo al futuro con la stessa cura con cui si teneva per mano un fratello. Non tutti i vini raccontano chi li ha fatti. Questi sì.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
A terra nun menti. Vito Oddo e la vigna di Dattilo Arrow Right Top Bg

3 Giugno, 2026

A terra nun menti. Vito Oddo: vita, vite, vino

  La terra continua a chiamarti anche quando sei lontano. Per Vito Oddo quel richiamo aveva il volto delle vigne di famiglia, della Sicilia occidentale e di una storia che meritava di essere scritta con parole nuove. Il suo percorso racconta il ritorno a una terra troppo spesso considerata soltanto serbatoio di uva e che oggi, grazie a produttori come lui, sta ritrovando identità, orgoglio e futuro.   A vigna voli l’occhiu dû patruni. Ignazio Buttitta, il più grande poeta dialettale siciliano del Novecento, scrisse che un popolo diventa povero e schiavo quando gli tolgono la lingua. Stessa cosa, aggiungerei, quando gli tolgono la terra. Anzi, è proprio quando gli tolgono la terra che diventa schiavo di qualcuno. La Sicilia occidentale, quella che si allunga verso il mare di Mazara con le vigne serrate come un esercito antico, conosce entrambe le perdite: ha visto sparire dialetti, ha visto sparire contadini, ha visto cantina sociali divorare per trent’anni l’identità di un territorio tra i più vitati del mondo per restituire in cambio solo vino anonimo da distilleria. Eppure la terra è rimasta. E qualcuno, ogni tanto, torna a guardarla con gli occhi giusti. Su queste terre stanno tornando tanti giovani. Complice anche il Covid. Stanno tornando per dare un senso diverso alla propria vita e un volto nuovo a queste terre. Che non voleva nessuno tanto da lasciarle incolte o coltivate da persone alle quali interessa poco di cosa produca. Il proverbio siciliano lo sa da sempre: a vigna voli l’occhiu dû patruni. La vigna vuole l’occhio del padrone. Non uno sguardo qualunque. Non quello del bracciante stagionale o quello del mediatore o ancora quello dell’agronomo di passaggio. L’occhio di chi quella terra la possiede nel senso più profondo del termine: non certo come proprietà ma come responsabilità, come appartenenza reciproca. Vito Oddo, enologo, imprenditore, figlio e nipote di questa terra trapanese, quell’occhio ce l’ha nel modo più ossessivo e preciso che io abbia incontrato in anni di giri tra produttori. Il padre lo chiama ‘u farmacista. È il complimento più bello che si possa fare a un uomo di vigna. Le radici: Fulgatore, il nonno e il vino nel garage La terra è di cu la lavura. La storia comincia a Fulgatore, quindici chilometri da Trapani, frazione di milleduecento anime dove il tempo ha il ritmo calibrato delle stagioni agricole. Non certo il calendario del mondo moderno. È il paese natale di Carlo Oddo, il padre di Vito. È il paese dove il nonno Vito, stesso nome del nipote, come una staffetta tra generazioni, produceva vino nel garage di casa usando le grandi botti di legno. Mio nonno fu uno dei soci fondatori della cantina sociale di Fulgatore. A fine anni Sessanta. Prima di allora produceva e vendeva il vino alle famiglie del villaggio o ai compratori che salivano da Trapani. Aveva due botti grandi, quindicimila, ventimila litri. Era il vino del dopoguerra: fatto in casa, venduto a chi lo conosceva. Raccontava chi eri. I garage siciliani sono come una forma di resistenza inconsapevole. Una sapienza trasmessa per contatto diretto, senza libri né diplomi, senza certificazioni né concorsi. Nella stessa tradizione che Giovanni Verga metteva nei suoi contadini di Vizzini e di Aci Trezza. Quella dignità feroce del fare, del costruire, del tenere la roba. Non come avidità ma come identità, come risposta al mondo. Il vino di nonno Vito era roba nel senso più nobile: frutto del lavoro, testimonianza di un’esistenza, ragione di un orgoglio. Poi è arrivata l’industrializzazione, i supermercati, le cantine sociali. La conseguenza è stata che quella piccola economia domestica si è dissolta come nebbia mattutina sui vigneti. Il nonno Vito nella cantina sociale credeva e tanto. La vedeva come un’evoluzione, un modo per fare sistema, per dare voce collettiva al territorio. Carlo Oddo ricorda quelle riunioni del consiglio d’amministrazione con la stanchezza silenziosa di chi ha già capito come va a finire. Il nonno non condivideva la politica della cantina. Lui voleva un marchio, una linea, un’identità. Invece litigava perché si puntava solo alla quantità. Andò persino in Russia negli anni Ottanta per capire se il vino siciliano poteva trovare mercato là. Tornò entusiasta. Al consiglio lo diedero del pazzo. Le cantine sociali. Hanno fatto il bello e il cattivo tempo in Italia. Nate sull’onda dell’unione che fa la forza, del riunire contadini con piccoli appezzamenti di terreno così che non dovessero più svendere la propria uva a loschi mediatori, hanno nel corso del tempo preso una piega profondamente diversa.  Le definisco associazioni a delinquere. Hanno rovinato il territorio. Trent’anni a fare quantità, a mandare vino alle distillerie, a non costruire nessuna identità. I soldi giravano, i soci venivano pagati l’uva, e intanto non ci siamo mai fatti conoscere con la bottiglia. Oggi quelle strutture sono fatiscenti. È una sentenza dura ma storicamente fondata. Chi conosce la storia enologica del Mezzogiorno sa quanto la stagione delle cooperative, nata con buone intenzioni, corrotta dall’assistenzialismo comunitario e dalla logica del volume, abbia depresso per decenni il potenziale qualitativo di territori straordinari. Trapani, il Salento, la Calabria: vigne antiche, suoli eccezionali, per troppo tempo nessuna bottiglia degna di raccontarli al mondo. Non si pensava a produrre qualità ma solo quantità. Quella che serviva per accaparrarsi i contributi. È per questo che, non solo al sud, la quasi totalità delle cantine sociali sono miseramente fallite. Oggi ne rimangono poche. Quelle che decisero, ad un certo punto della propria storia, di voltare pagina. Di dedicarsi a produrre vino di qualità, con etichette da promuovere, con budget di comunicazione da impostare. L’agrario di Marsala: sei anni di corriera e una vocazione Cu havi a testa nun havi bisognu di cappeddu. Vito Oddo, il giovane, aveva nove anni quando il padre gli comprò la prima bicicletta da corsa. Per dieci anni si dedicò al ciclismo agonistico arrivando fino alla categoria dilettanti, con trasferte in giro per l’Italia al seguito di un padre che non smise mai di alimentare le passioni del figlio.  Carlo è fiero del figlio. La fierezza trattenuta degli uomini del Sud che non sanno fare complimenti diretti ma li fanno lo stesso Ho sempre riconosciuto che è un bravo ragazzo. Lavoratore e pignolo, farmacista, come detto. Mi sono trovato in lui. Vito e la bicicletta. Le lunghe pedalate, la resistenza alla fatica, la capacità di scegliere una direzione e mantenerla pedalando contro il vento. Vito è questo in fondo. Uno sport lo si sceglie proprio in funzione del proprio carattere. Non arriva per caso.  Quando fu il momento di scegliere la scuola superiore, un amico gli parlò dell’Istituto Tecnico Agrario di Marsala. Trentatré chilometri da Trapani. Una parola magica, agrario, che aprì qualcosa dentro di lui in modo immediato e definitivo. Arrivai a casa e dissi ai miei: voglio fare l’agrario a Marsala. Mia madre e mio padre mi dissero che ero pazzo, che era troppo lontano. Io sono testardo. Mi sono fatto sei anni di pendolare. La corriera alle sette di mattina. Mi ricordo che avrei voluto fare la Scuola Aeronautica a Roma. Avrei dovuto prendere l’autobus ogni mattina da Latina. Mia madre me lo impedì fermamente. Una sorta di protezione per un figlio che poi comunque andò all’università a Roma per studiare Ingegneria Aeronautica. Facendo il pendolare su e giù.  Sei anni, non cinque. Scelse infatti il diploma di Enotecnico, l’unico corso in Italia che all’epoca prevedeva il sesto anno. Quando nel 2006 arrivò il diploma, scoprì che una legge appena entrata in vigore richiedeva anche la laurea per esercitare come enologo. Nessuna esitazione: Conegliano Veneto, Università di Padova, laurea triennale. Pensare a Vito che lascia la Sicilia per il Veneto, che studia tra le vigne del Prosecco con in testa i filari di Dattilo e Fulgatore, mi dà la misura di quanto quella passione fosse già diventata una necessità. Non la definirei una scelta di carriera. Semmai una forma d’essere. Leonardo Sciascia scrisse che la Sicilia è un’isola solo geograficamente. Mentalmente è il centro del mondo, il luogo da cui si irradia tutto. Vito Oddo lo dimostra alla rovescia: parte dalla Sicilia, gira il mondo e torna portando con sé tutto quello che ha imparato, come chi fa un lungo viaggio sapendo già dall’inizio dove andrà a finire. Da Londra ad Adelaide: la formazione di un enologo del mondo La formazione di Vito è un romanzo picaresco con la vigna al posto della spada. Dopo la laurea, sei mesi a Londra per l’inglese Con l’inglese ero messo male, fu bellissima e complicatissima Un passaggio nella cucina di Angela Hartnett, chef di scuola italiana tra le più rispettate d’Inghilterra. Poi l’Australia, vendemmia 2012 ad Adelaide, in una cantina come consulente, turni H24, caschi obbligatori in cantina, tecnologie che in Italia nemmeno si immaginavano. Rimasi sconvolto. Di notte arrivavano camion giganteschi con l’uva che finiva nelle celle refrigerate. Di giorno si lavoravano i mosti in cantina. Non si fermava mai niente. Cose che da noi non le fa nessuno ancora adesso. L’Australia del vino è un altro pianeta e passarci anche solo una stagione lascia un’impronta permanente: quella del rigore procedurale, della misurabilità, del rispetto assoluto per il processo. Le quantità in gioco sono di un ordine di grandezza superiore. Imparare a cimentarsi con dimensioni e numeri importanti diventa scuola non replicabile.  È una lezione che si incrocia in modo interessante con la tradizione siciliana, dove il vino si è sempre fatto per istinto, per memoria corporea, per trasmissione orale così che da quella tensione nasce, nei produttori migliori, qualcosa di irriproducibile. Due irreplicabillità diverse che però devono, in qualche modo, essere unite. Per crescere. Per cercare evoluzioni. Poi le vendemmie da Frescobaldi a Tenuta di Castiglioni e Tenuta di Pomino. L’amicizia con Samuele Falciani, oggi produttore a Bolgheri. Poi quasi tre anni da Felice Mergè a Frascati Lì sono diventato davvero enologo Infine la Puglia. La Puglia che cambia tutto. Felice mi mandò in una cantina sociale fallita, sigillata, riaperta da lui. Vasche in muratura, valvole in ottone, nessun termometro nelle vasche di fermentazione. Cantina ferma agli anni Sessanta. Mi feci il segno della croce. Arrivò li il 5 agosto. Rivoluzionò tutto. Due cantine da gestire, un solo operaio in vendemmia, nessun margine di errore. Un pressappochismo profondamente italiano, profondamente assurdo ma al tempo stesso formativo. Giovani enologi giovani gettati allo sbaraglio con zero risorse e il triplo delle responsabilità. È l’Italia che forgia i migliori tecnici del mondo attraverso condizioni che nessun paese nordeuropeo accetterebbe mai. Vito Oddo è il prodotto di quella scuola brutale, e lo sa.  Mi ricorda il mio primo giorno nello stabilimento Fiat di Cassino. Ero un giovane ingegnere che iniziava la propria esperienza lavorativa. Arrivai sulle quattro linee produttive del Montaggio e mi dissero: tu lavori qui. 150 operai da gestire su due turni e non c’era neanche una scrivania dove sedersi. Quando chiesi dove l’avrei potuta trovare la risposta fu: vai da qualche parte e prendila. Mi misi su un carrello che non avevo mai guidato e andai in un ufficio a rubare una scrivania.  La medaglia d’oro col nome sbagliato: la goccia che fa traboccare il vaso Cu fatica e nun havi, cu havi e nun fatica. Ogni storia di fondazione ha il suo momento di rottura, la frattura che rende impossibile il ritorno al prima. Per Vito Oddo, quel momento ha un nome preciso e una data. Nell’ultima esperienza da dipendente, alle Tenute Stefano Farina, tre fattorie tra Puglia, Toscana e Piemonte, Vito rivoluziona la sede pugliese partendo quasi dal niente: vino che veniva restituito perché sembrava aceto, nessuna catena di imbottigliamento, distribuzione caotica. Porta i camion imbottigliatori mobili dalla Toscana. Porta disciplina, metodo, ossessione. Partecipa al Concours Mondial de Bruxelles col suo Negramaro. Arriva la medaglia d’oro. Roberto Martina, l’amministratore delegato, arrivò in cantina col giornale in mano. Mi fece segno così: guarda qua, siamo usciti. Vado a leggere l’articolo. Sede Puglia, medaglia d’oro. Enologo: Giovanni Sordi. Giovanni Sordi era l’enologo toscano che della sede pugliese non si era mai occupato. La faccia di Vito si fa livida anche a distanza di anni. La rabbia trattenuta, l’umiliazione di anni di lavoro ingrato, la certezza definitiva che quella non era la vita giusta.  Pirandello, che meglio di chiunque altro ha raccontato la Sicilia, parla delle maschere che si sovrappongono alle facce fino a renderle indistinguibili, dove il merito viene sistematicamente sepolto sotto le convenienze. Quella medaglia d’oro con il nome sbagliato è una scena pirandelliana perfetta: la realtà che viene corretta dalla finzione e la finzione che diventa ufficiale. Lì, dissi basta. Il bracciante agricolo me lo vado a fare a casa mia. Luglio 2017. Vito carica i bagagli e torna a Trapani. Non per sconfitta: per consapevolezza. Una certezza che per fare qualcosa che abbia il suo nome ci vorrebbero decenni. Forse. L’ossessione supera il talento Cita un principio fatto suo attraverso ogni cantina sbagliata, ogni contratto da bracciante agricolo firmato da enologo, ogni riconoscimento che finiva sul curriculum di qualcun altro. La madre lo voleva impiegato statale. La mentalità del Sud, quella dell’impiego sicuro, del posto fisso come unica forma di rispetto sociale possibile. Lui ha tenuto duro. E adesso produce vino a Dattilo con il suo nome sopra la bottiglia. Il territorio: la provincia di Trapani e i vigneti di Dattilo Unni c’è bonu terrenu, cresce bona vigna. Il tema del territorio come destino è forze qualcosa di ricorrente. Non come gabbia. Semmai come vocazione. Il destino lo subisci inevitabilmente mentre la vocazione viene da dentro e la scegli. Anche se a volte sembra che sia lei a sceglierti. La provincia di Trapani ha una vocazione viticola che precede qualsiasi scelta umana. È scritta nel suolo calcareo e argilloso, nella luce che in agosto schiaccia ogni ombra, nel vento di maestrale che porta profumi di salmastro e ginestra, nel calore accumulato nelle pietre durante il giorno e restituito alle viti durante la notte. Qui Cartagine e Roma si sono scontrate per secoli. Poi Normanni e Arabi hanno lasciato tracce genetiche nei vitigni come nei cognomi. Fare vino a Trapani significa fare vino in uno dei più antichi crocevia del Mediterraneo, in un paesaggio che Gesualdo Bufalino avrebbe descritto con quella sua lingua densa e sulfurea, piena di luce e di ombra nello stesso respiro. Dattilo è una frazione a dieci chilometri da Trapani, sulla strada per Palermo. I vigneti di Vito Oddo sono sei ettari di filari farmacisticamente ordinati sotto il cielo della Sicilia occidentale. La terra è rossa, le viti sono basse e l’orizzonte sembra il confine del mondo conosciuto. Qui siamo in famiglia. Io, papà, la mamma, la mia compagna Monica. Non ci sono operai. Sei ettari possono sembrare pochi rispetto a una grande azienda, ma se li devi gestire tu con le tue mani, sono un bel impegno. Il bell’impegno della potatura, della gestione del verde, della vendemmia, della vinificazione, dell’imbottigliamento, della vendita diretta, del punto di mescita per lo sfuso che ha sostenuto l’azienda anche durante il Covid quando i ristoranti si fermarono per un anno e la cantina urbana di Trapani continuò a lavorare. Una microeconomia del vino nella sua forma più autentica: la terra, le mani, la bottiglia. I vini: Vermentino, Merlot e la scommessa sul futuro Mio padre aveva il Catarratto. Io gliel’ho estirpato e ho messo il Vermentino. Estirpare il Catarratto in questa parte di Sicilia per metterci il Vermentino sarebbe come dire che si preferisce il panettone al cannolo. Il Catarratto è la religione della Sicilia occidentale: diffuso, radicato, identitario. Eppure per vito, questo frase che rappresenta il suo modo di pensare, ha quella naturalezza di chi ha già elaborato il rischio e lo ha trasformato in convinzione. Un atto di coraggio che in molti non capiscono o fingono di non capire. Già, fingono. Perché la Sicilia è stata lungamente terra di sperimentazioni più svariate. Coltivatori come Feudo Disisa che sperimentarono vitigni internazionali a queste latitudini per capirne le potenzialità.  A un evento ci trovammo vicino a un’azienda toscana che aveva Vermentino e Merlot. I wine lover li osannavano, complimenti, che belli. Poi si spostavano al nostro tavolo, vedevano Merlot e Vermentino in Sicilia e nemmeno li volevano assaggiare. Li dovevo pregare. Io chiedevo: ma cosa cambia, scusatemi? Merlot e Vermentino in Toscana vanno bene e in Sicilia no? Per quale principio? Non c’è nessun principio, ovviamente. C’è solo quel dannato stereotipo del vino che è ormai malattia cronica difficile da eradicare quanto la peronospora. Ma il Vermentino di Vito Oddo ha cominciato a convincere anche i più scettici, tanto da portarlo nella giuria del Concorso Nazionale del Vermentino a Cagliari. Oggi a Trapani tutti mi conoscono come quello del Vermentino È una soddisfazione trattenuta la sua. Quella di chi ha avuto ragione nel silenzio e adesso non ha bisogno di dirlo ad alta voce. Vermentino 2024 Un giallo paglierino luminoso, con riflessi dorati che si muovono nel calice come luce rifranta sul mare di luglio. Già nell’aspetto c’è qualcosa che non ti aspetti da un Vermentino siciliano, qualcosa di più caldo, di più morbido, come se il sole di Trapani avesse depositato nell’uva una qualità diversa da quella ligure o sarda. Al naso non il Vermentino che conosci, quello salino e pungente del Tirreno settentrionale. È qualcosa di più stratificato, quasi sedimentato. Prima arriva l’agrume che sa di più antico, come la scorza seccata al sole, come la zagara che a marzo invade i giardini di Sicilia. Poi viene la mandorla, quella delle pasticcerie di Trapani, dolce e leggermente amaricante, che si intreccia con una pietra focaia quasi impercettibile, minerale, sottile. Infine, sorprendente, il salmastro. Il mare che è a pochi chilometri da Dattilo e che nei vini di questo territorio si sente sempre, come una firma geografica che nessuna tecnica enologica potrebbe aggiungere dall’esterno. In bocca è una rivelazione. La freschezza è quella di una granita di limone e mandorla. Quella che in Sicilia si mangia a colazione con la brioche (che è probabilmente una delle esperienze sensoriali più perfette che la civiltà mediterranea abbia prodotto). Arriva pulita, precisa, e non va via. Rimane. Ha quella persistenza agrumata quasi balsamica che ti fa tornare al calice senza decidere di farlo, per istinto, perché il sorso successivo sembra sempre necessario. Acidità sostenuta, equilibrio impeccabile, lunghezza importante. È un vino che non ha bisogno di essere spiegato: va bevuto, e poi bevuto ancora. Il Merlot è un’altra storia. È la vigna vecchia del padre, ventisette anni, mai estirpata perché come spiega Carlo con la semplicità di chi ha osservato le cose invece di teorizzarle Qui il Merlot era di casa, si era adattato  Un geologo francese che scende quattro volte l’anno a Favignana per lavoro e passa regolarmente in cantina, disse a Vito che quello era uno dei migliori Merlot che avesse mai bevuto a quel prezzo.  Mi disse: tu lo dai via perché fatto a Trapani non ha valore. A Bordeaux lo pagheresti il triplo. È una piccola storia esemplare sulla geografia del pregiudizio enologico, su come il valore percepito di un vino dipenda ancora troppo spesso dalla latitudine del produttore. Merlot 2019 Il Merlot di Vito Oddo è un vino che non dovrebbe esistere. Almeno secondo i pregiudizi di chi sente Sicilia e pensa solo a Nero d’Avola, Nerello Mascalese (o Cappuccio) e Frappato. Eppure esiste da ventisette anni, da quando Carlo Oddo piantò quei filari a Dattilo e la terra li accolse con la stessa naturalezza con cui accoglie tutto ciò che le si affida con rispetto. Il suolo calcareo e argilloso della Sicilia occidentale, il sole che non risparmia nessuno, le notti più fresche di quanto ci si immagini. Tutto ciò ha trasformato un vitigno bordolese in qualcosa di inequivocabilmente mediterraneo. Il colore è un rosso rubino profondo, compatto, che promette struttura prima ancora che il bicchiere si avvicini al naso. E al naso la promessa è mantenuta: tabacco, liquirizia, cannella, chiodi di garofano. Non è il Merlot morbido e fruttato del Nuovo Mondo, né quello erbaceo delle annate fredde del Nord Italia. È un Merlot solare, speziato, con una complessità che richiama i grandi rossi del Mediterraneo più che quelli della Gironda. Il legno, ovvero i fusti di rovere, si sente ma non è invadente: una cornice necessaria in questa parte di Sicilia dove il barocco arrivò solo marginalmente . In bocca colpisce il corpo, pieno e avvolgente. Poi il tannino quasi terroso che ricorda come vicino al mare ci sia la terra arsa dal sole. La persistenza è lunga, con la spezia che accompagna fino in fondo senza mai diventare pesante. Un Merlot che Trapani dovrebbe fortemente rivendicare.​​​​​​​​​​​​​​​​ Re Siculo. Ambrato A Trapani l’ambrato è sempre stato il vino di campagna. Forse predecessore del Perpetuo di Marsala. Le uve che rimanevano, venivano usate per il vino di casa. Rosse o bianche che fossero, non era importante. Si lasciavano macerare insieme sulle bucce, fermentazione, poi una botte perpetua in cantina che garantiva le scorte per tutto l’anno. Era il vino dei contadini, il vino delle domeniche, quello che il nonno di Vito teneva nei caratelli per gli ospiti importanti. Un vino che esisteva da sempre e che non aveva mai avuto bisogno di presentarsi.
Vito Oddo ha impiegato due anni per trasformarlo in un progetto. L’obiettivo era restituire prestigio, per la prima volta, a un prodotto storico di grande fascino e con una tradizione radicatissima nel territorio. Re Siculo, già nel nome, sembra una dichiarazione di sovranità. Non scimmiotta nessun orange wine di moda, non segue la scia arancione del momento. Viene da prima. È lui l’originale.
Catarratto macerato, colore ambrato che rievoca il vino di campagna della tradizione trapanese, ma con una gradazione alcolica più contenuta rispetto all’originale. Il colore è quello che ti aspetti e che al tempo stesso ti sorprende: ambra dorata, densa, luminosa come il miele di zagara. Un tramonto che cade a Mozia con quel suo arancio luminoso. Nel calice sembra avere una storia già prima che tu lo assaggi.
Al naso emergono sentori di uva passa, dattero, banana matura, albicocca. Quello che sembra dolce è invece profondamente secco, come il paesaggio di agosto intorno a Trapani. Ciò che sembra arido è in realtà vita trattenuta. C’è una complessità ossidativa che non è difetto ma linguaggio, il modo in cui questo vino sceglie di raccontarsi.
In bocca è dunque secco, con una bella freschezza vellutata a ricordare il Marsala senza esserlo.  Re Siculo richiede tempo. Non nel calice, ma nella testa. Bisogna lasciarsi andare alla sua logica, che non è quella del bianco fresco né del rosso strutturato ma qualcosa di laterale, antico, irriducibile a categorie moderne. È un vino che parla di Trapani prima che Trapani diventasse una denominazione, quando era ancora solo un posto dove la gente viveva di vigna e di mare e non sapeva di fare una cosa straordinaria. Non va bevuto freddo perché a Trapani, nelle campagne, il frigo non c’era. Al massimo veniva conservato nelle cantine o nel pozzo. Me ne sono innamorato accompagnandolo ad un Cospaia Tornabuoni. Un sigaro che mi ricordava quello degli anziani riuniti attorno ad un tavolo giocando a carte. Le consulenze: il Salice Salentino a Düsseldorf e la soddisfazione più bella Vito, non è uno che se ne sta fermo. Sa di valere. Sa che la soddisfazione che può avere nella sua terra non ha eguali. Ma questo non vuol dire che non debba portare la sua cultura anche altrove. È per questo che ancora oggi mantiene una consulenza enologica con l’azienda Otri del Salento. Una attività nata in Puglia durante gli ultimi mesi da Tenute Stefano Farina, con uno zio e un nipote  Agguerritissimi che volevano spaccare il mondo. Grazie anche al suo operato, il Salice Salentino Riserva vince al Prowein di Düsseldorf la Grande Medaglia d’Oro con 97 punti. Tra quasi ottomila vini in concorso, solo trentasei grandi medaglie d’oro vengono assegnate. L’unico vino del Mezzogiorno è quello di Vito. A Düsseldorf, al nostro tavolino nell’area VIP, venne un enologo che aveva venti consulenze in Puglia. Quotatissimo. Si avvicinò per assaggiare il vino di persona. Voleva vedere in faccia l’enologo Vito Oddo. Non si faceva convinto di questa grande medaglia d’oro. Sull’aereo di ritorno poi eravamo io e Ivan, uno dei soci. Tutto il gotha enologico pugliese ci guardava come se fossimo alieni.  Non si faceva convinto. Sembra il pregiudizio al contrario: non il vino del sud che viene snobbato, ma il vino buono che non ci si aspetta arrivi da dove arriva. E quando arriva, costringe anche i più corazzati a fare i conti con i propri schemi. Vito quella soddisfazione non la dimenticherà mai. E non deve. Carlo, il padre: l’occhio che ha tenuto le vigne Nelle storie di vino familiari, il padre è sempre una figura fondamentale che rischia di restare in ombra, schiacciato dalla narrazione più dinamica del figlio. Carlo, lascia parlare Vito. Interviene solo per qualche sottolineatura. È come il l’allenatore che segue il ciclista dall’ammiraglia. Da consigli, incita. Ma rimane nell’ombra.  È però lui che ricorda i viaggi del nonno in Russia. È lui che porta la memoria dei blocchi di terra intorno a Dattilo che erano della famiglia e poi si sono dispersi, venduti, perduti nella pressione della modernità. La gente scappa dalla campagna. È il momento giusto per comprare. Ha settant’anni e l’energia di un uomo di cinquanta. Ha smesso di andare a caccia per dedicarsi alla vendemmia. Tiene una macchina storica parcheggiata che aspetta i raduni. La sua vera passione. Ha rinunciato a molte cose per stare vicino a ciò che sta nascendo. Tra padre e figlio c’è una complicità rara, autentica, non esibita. Carlo ha sempre creduto in Vito, ha sempre alimentato le sue passioni: dalla bicicletta all’agrario di Marsala, dall’Australia alla decisione di tornare a Trapani. Silenziosamente e con un sorriso che sa di giornate passate nei campi sotto il sole del trapanese. L’importante è che io ti do e tu mi dai È il suo modo di descrivere il patto tra loro. La semplicità lapidaria dei proverbi, la stessa dei campi. Una frase nella quale c’è il rispetto reciproco, la fiducia guadagnata sul campo, la continuità di una storia familiare che ora porta il nome che ha sempre dovuto portare. Fare impresa sul territorio: la scommessa dei dieci ettari A terra nun menti: si la semini, raccoggi. Credo molto nell’agricoltura. La terra non ti abbandona mai. Lo dice Vito con la convinzione di chi non sta recitando una parte ma enunciando una verità vissuta. È lo stesso principio che i Romani chiamavano pietas agrorum, la devozione alla terra come forma di giustizia cosmica. In Sicilia ha radici ancora più profonde, antiche quanto i Fenici che per primi capirono che questo suolo e questo sole potessero trasformare l’uva in qualcosa di straordinario. L’azienda Vito Oddo è nata ufficialmente nel 2018. L’anno in cui la partita IVA aperta, punto di riferimento burocratico venne creata. In realtà comincia ad operare nel 2005, quando il giovane Vito appena diplomato vinificò i primi cinquecento litri di Nero d’Avola per l’esame di Stato.  Un vino imbevibile, una bomba di tannini astringenti. Era però tutto suo. Fatto con le sue mani nel garage di casa trasformato in cantina artigianale. Quello stesso spazio dove il nonno aveva fatto il vino prima di lui. Una continuità involontaria, quasi magnetica. Adesso quell’azienda ha vinto il bando per i Giovani Imprenditori Agricoli. Sta acquistando altri quattro ettari a Dattilo, portando la superficie totale a dieci. Ha in cantiere una bollicina leggera e fresca nonché un rosato che Vito sogna da anni, da quando in Puglia faceva rosati che descrive con l’orgoglio trattenuto di chi sa di avere qualcosa di buono tra le mani e aspetta solo il momento giusto per tirarlo fuori. Oggi la gente scappa dalla campagna. Io voglio comprare. Questa terra ha un valore che non finisce. Siamo un paese che ha ceduto negli ultimi decenni una quota enorme di superficie agricola all’abbandono e alla cementificazione. Vito Oddo va in verso contrario risalendo la corrente come un salmone. Torna, rimane, compra, radica. Sta scommettendo su Trapani quando tutto il sistema culturale sembrerebbe incentivarlo a restare altrove. È la stessa testardaggine con la quale a quattordici anni prendeva la corriera alle sette di mattina per andare all’agrario di Marsala. Il futuro: Andrea e quello che verrà Il nonno Vito fondò la cantina sociale e non aprì mai un suo marchio. Il padre Carlo mantenne le vigne e conferì l’uva per decenni. Il figlio Vito ha costruito un’azienda dal niente. E adesso? Andrea, il figlio di Vito, ha quindici anni. Va in campagna, si avvicina, cresce nel benessere di una generazione che ha mille possibilità davanti e non necessariamente sceglierà quella del vino.  Io spero di sì. Ma tutto è possibile. Quando avevo quindici anni nemmeno immaginavo dove sarei arrivato. Vito lo dice con leggerezza. La stessa che si guadagna solo dopo aver capito che le cose non si tengono stringendole, ma costruendole bene.  Magari arriva il cinese di turno, si innamora dell’azienda e la compra. Hai fatto bingo. La sua risata è quella di chi ha già il prossimo progetto in testa e non ha paura del futuro perché il presente è solido. Salvatore Quasimodo, Premio Nobel siciliano, scrisse Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera. È una delle poesie più brevi e più devastanti della letteratura italiana. Parla di solitudine, di luce, di tempo che passa. Io la interpreto come una descrizione del lavoro in vigna: quell’essere soli sotto il sole, trafitti dalla luce, consapevoli che ogni giornata finisce e che quello che si è fatto rimane. I vini che Vito Oddo imbottiglia a Dattilo portano quella luce dentro. Il sole di Trapani, la terra rossa, il vento di ponente. A vigna voli l’occhiu dû patruni. E quell’occhio, qui, non manca mai.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
Leggi
Caparsa. Paolo Cianferoni, le radici e il vento Arrow Right Top Bg

29 Maggio, 2026

Caparsa. Paolo Cianferoni, le radici e il vento

  Alcune persone assomigliano ai luoghi che abitano. Hanno radici profonde, ma non temono il vento. Paolo Cianferoni appartiene a questa categoria. Attraverso Caparsa ha costruito una visione personale del Chianti Classico, fatta di rispetto per la terra, indipendenza di pensiero e fiducia nella capacità del territorio di esprimersi senza mediazioni.   Il mestiere di giornalista non è né banale né scontato. Ci sono ovviamente le proprie idee che devono essere libere e scevre da qualunque condizionamento. È però utile, direi indispensabile, saper ascoltare e fare domande. L’ascolto serve a sapere. Le domande a comprendere meglio, approfondire, scoprire.  Può capitare però che durante certe conversazioni, smetti improvvisamente di fare domande. Succede, raramente, quando ti accorgi che chi ti sta davanti non sta recitando ma sta mostrando qualcosa di più raro: la propria vita, senza filtri, senza la patina lucida con cui il mondo del vino (e non solo) ha imparato a presentarsi. È cosi che devi semplicemente ascoltare. Solo che ci sono programmi televisivi, penso a Belve, che fanno delle domande (spesso ripetitive) e poco dell’ascolto, la loro fortuna. Paolo Cianferoni è entrato in quella sala di Roma con il cappellino da contadino e lo sguardo di chi sa bene dove sono le sue radici. Era un evento dedicato al Chianti Classico al Palazzo delle Esposizioni a Roma. Non sente il bisogno di nasconderlo. Di mettersi la giacca e darsi delle arie. Mentre altri produttori distribuivano biglietti da visita e sorrisi calibrati, lui parlava con chiunque con la stessa voce dritta e un po’ ruvida, carica di quella cosa difficile da definire che si chiama autenticità. Mi ha incuriosito prima come uomo poi come vignaiolo. Alle fine ho capito che in lui le due cose coincidono. Caparsa è un podere a Radda in Chianti. Undici ettari, quasi tutti a Sangiovese con viti che crescono su galestro e alberese a 450 metri di quota. Numeri che raccontano poco. Quello che conta è il tempo che scorre dentro: il padre Reginaldo acquistò la proprietà nel 1965, quando il Chianti stava svuotandosi di contadini in fuga verso le fabbriche del miracolo economico. Paolo, bambino di sette anni, poi ragazzo, poi uomo, cresciuto su quella terra come se non ci fosse mai stato altro posto possibile. Sono un povero Cristo nato da una famiglia di ex mezzadri Non c’è retorica nelle parole di Paolo. C’è semmai una precisione quasi economica che gli viene da un padre professore, dall’aver letto i suoi libri, dall’aver respirato il concetto di domanda e offerta insieme all’aria dei vigneti.  Mio nonno finanziò l’università a mio padre. Sua sorella, mia zia, fu sacrificata e non poté nemmeno sposarsi. In una frase, un’intera stagione del mondo. Il Chianti degli anni quaranta e cinquanta era povero, duro, ordinato per nascita e non per scelta. Un mondo che Paolo ha ancora dentro come una ferita che non fa più male ma che non si dimentica. A otto anni era già sul trattore. A tredici lavorava d’estate con i vecchi del posto, quelli che  Cantavano in rima mentre zappavano Contadini che non avevano coscienza della differenza tra l’essere contadini e fare i contadini. Lo erano senza porsi alcuna domanda. Poi è arrivata l’adolescenza, gli anni della ribellione, i compagni con le idee rivoluzionarie e i jeans a zampa di elefante. Gli anni di piombo. Le proteste studentesche. Le rivolte. Il sangue. La droga. Paolo ha fatto una cosa che allora sembrava folle: ha detto no alla banca, no all’impiego, no alla città, no alle lotte di classe e se ne è andato a vivere in campagna quando tutti facevano altro. Una ribellione. Come qualsiasi generazione che ad un certo punto rifiuta il mondo che la circonda. Poi però devi scegliere dove mettere i piedi. Lui li ha messi sulla terra. Letteralmente. Con convinzione. Con la sua donna. È rimasto con la sua donna invece di fare qualcosa di diverso così da non doversene pentire. Contrariamente a Marina e Giovanni protagonisti di Sotto il segno dei pesci di Antonello Venditti. E Marina se n’è andata, oggi insegna in una scuola,
vive male e insoddisfatta, e capisce perché è sola,
ma tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore
ed unità per noi, che meritiamo un’altra vita,
violenta e tenera se vuoi,
nata sotto il segno, nata sotto il segno dei pesci.
E Giovanni è un ingegnere che lavora in una radio,
ha bruciato la sua laurea, vive solo di parole
ma tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore C’è infatti una donna alla base di tutto questo e Paolo lo ammette subito, senza che glielo chieda. Si chiama Gianna.  Senza di lei non sarebbe stato assolutamente possibile. Lei, che non aveva paura dei serpenti né dei topi né dell’isolamento. Lei, che ha portato i figli all’asilo, alle elementari, alle medie La chiamano mamma Uber Lungo strade di campagna, negli anni in cui Radda non era ancora diventata il set di un documentario sul bello stile toscano. Cinque figli in tutto, tre nati lì, a Caparsino, nella casa adiacente all’azienda dove Paolo ha vissuto ventiquattro anni. Una famiglia che adesso è anche un’impresa: il primo figlio dedicato ai mercati internazionali, il secondo tra i vigneti e la cantina, la figlia in ufficio. 11 ettari, 40.000 bottiglie. Non è poco per una azienda tutta in famiglia.  Lavorare con i genitori non è facile. E nemmeno per un genitore lavorare con i figli. Ogni tanto li mando al diavolo. Però con l’amore si va avanti La franchezza disarmante che è il suo registro naturale. L’inflessione toscana ma non accesissima. L’utilizzo di parole che lasciano intravedere qualcosa di più di un contadino. Poi l’amore.  L’amore che torna spesso, in questa conversazione. Non come parola d’ordine, non come strategia comunicativa. Come categoria concettuale. Quasi come avesse letto Simone Weil e poi l’avesse dimenticato, trattenendone solo l’essenza: che le cose fatte senza amore non reggono il tempo. Il biologico per Paolo non è una certificazione. È la conclusione logica di chi ha guardato il mondo con gli occhi di un ambientalista sedicenne, tra i primi soci del WWF toscano, ai tempi di Carlo Guicciardini, quando fecero la prima raccolta differenziale del vetro a Firenze. Ha poi trasferito quella visione nella propria terra.  Ma c’è di più. C’è una filosofia che chiama “teoria della complessità”: sviluppare ecosistemi vivi nei vigneti affinché l’uva possa fermentare con i propri lieviti, senza aggiungere nulla che non venga già da lì. Chi usa i lieviti selezionati deve poi usare nutrienti e poi altro ancora. È una catena che si innesca. Io cerco di sviluppare complessità. Roba buona sull’uva. È una visione che assomiglia stranamente a quella del compostaggio morale: se impoverisci il terreno, prima o poi devi ricominciare a comprare ciò che avresti potuto produrre. Vale per i vigneti. Vale, sospetto, per molte altre cose. I Vini di Paolo Ne ho assaggiati tre. Ma sono tre vini che mi hanno lasciato davvero qualcosa. Caparsa Chianti Classico 2022 Un tavolo. Delle sedie. Due bicchieri. Un racconto. Alle volte penso al vino così. Due persone che si siedono con davanti un bicchiere (non un calice) di vino. Per parlare. Per raccontarsi della quotidianità. Il Caparsa 2022 mi ha raccontato proprio di quotidianità nel senso più nobile del termine. Quello in cui quotidiano significa necessario, come il pane, come una conversazione che vale la pena avere. Il colore è rubino vivo, trasparente quanto basta per lasciar intuire la pulizia del lavoro fatto in vigna. Al naso è Sangiovese nella sua espressione più diretta: ciliegia croccante, un soffio di viola, un accenno di erbe di macchia che ricorda che siamo a Radda, a 450 metri, dove l’aria ha ancora un suo carattere. Niente di sovraccarico, niente di costruito. Solo frutto e tensione, la tensione di chi non ha nulla da nascondere. In bocca è agile, sapido, con una freschezza che non stanca. I tannini sono presenti ma non invadono. Semmai accompagnano, come dovrebbero fare. Il finale è pulito, persistente nel modo giusto, quello che ti fa allungare la mano verso il bicchiere un’altra volta senza nemmeno accorgertene. È il vino che Paolo imbottiglia per dire: il vino sta a tavola. E ha ragione. Doccio a Matteo Chianti Classico Riserva 2015 Il 2015 è stato un anno di grande calore in Toscana e i vini che ne sono usciti bene sono quelli in cui il vignaiolo ha avuto il coraggio di non assecondare la materia, ma di guidarla. Il Doccio a Matteo 2015 di Caparsa è proprio uno di quei vini. Si sente e si sente tutto. Colore granato intenso, quasi opaco nella sua profondità, con unghia aranciata che racconta il tempo trascorso senza rimpianti. Il naso è ampio, stratificato, con una complessità che non si svela tutta subito: prima il frutto cotto, la prugna secca, il fico. Poi l’ossigeno fa emergere la  cannella, i chiodi di garofano, il pepe. Poi un sottofondo di tabacco, terra umida, funghi di bosco. Una di quelle bottiglie che chiedi di non versare troppo in fretta, perché nel bicchiere continua a cambiare e fai fatica a starci dietro. In bocca è potente, non pesante. Una distinzione che molti confondono. C’è densità, c’è tannino ancora presente sebbene ormai setoso, c’è una acidità che è l’unica cosa che tiene tutto in piedi senza sbandare. Il finale è lunghissimo, caldo, con ritorni speziati che si prolungano oltre ogni aspettativa ragionevole. È un vino che ha già dato molto e ha ancora qualcosa da dare. Una riserva nel senso pieno del termine: qualcosa che si mette da parte non per paura di consumarlo, ma per rispetto di quello che diventerà. Caparsino Chianti Classico Riserva 2019 Un rubino intenso, vivo, con una piccola unghia granata appena accennata, quasi pudica. Eppure la luminosità è straordinaria. Il tipo di colore che ti ferma un momento prima di portare il bicchiere al naso, perché già quello che vedi promette qualcosa. Una promessa mantenuta. I profumi sono freschi e salini, con la freschezza della frutta e dei fiori che arriva pulita, senza mediazioni. Piccole spezie che si rincorrono, si incrociano con la frutta rossa croccante (prugna, un’ombra di arancia). Un velo di balsamico che apre le narici e ti dice, silenziosamente, quanto questo vino sia ancora vivo dentro. Poi arrivano, piano, le spezie dolci e piccanti insieme, il tabacco, il cuoio, la noce moscata in sottofondo. Non un’esplosione, una rivelazione graduale, come piccoli funghi che emergono dal terreno dopo la pioggia, ognuno nel suo tempo, ognuno con la sua voce. In bocca c’è quella cosa rara che si chiama dicotomia virtuosa: la profondità degli anni e la freschezza di un vino che sente ancora di avere strada davanti. La frutta è matura, quasi cotta in certi passaggi, ma poi una sapidità fresca risale e rimette tutto in ordine. I tannini sono presenti e ci mancherebbe. Altrimenti ne risulterebbe un vino incompleto senza. Sono peròmaturi, quasi morbidi, del tipo che dà struttura senza sottrarre vitalità. Il retrogusto sale di frutta e rimane. Ho cercato le parole giuste per descrivere quello che lascia, questo vino. Alla fine ho smesso di cercarle e ho tenuto quella che mi è venuta per prima: è una stretta di mano. Forte, calda, poderosa. Come una pacca sulla spalla che non è consolazione ma incitamento. Non un abbraccio, qualcosa di più diretto. Qualcosa che ti dice vai, stai andando bene, continua così. Un vino che è già pronto, già pieno, già capace di farsi sentire con autorevolezza. E che però, se aspetti, diventa ancora più preciso su quello che vuole dire. Come certi uomini. Come Paolo.​​​​​​​​​​​​​​​​ Le piante sono esseri viventi. Quando la vita è facile, si adagiano. Quando devono reagire alle difficoltà danno il meglio di sé. Come noi. Ascoltandolo pensavo ai vini naturali migliori che ho bevuto negli ultimi anni. Quella tensione che hanno, quella quasi-ostinazione, come se la vite avesse qualcosa da dimostrare. Pensavo anche, con ironia, a quanto sia vera questa storia per il mondo del vino in generale: quando tutto andava bene e i mercati tiravano, si è ingrassato di retorica e di packaging. Adesso che i prezzi del vino sfuso crollano e molti produttori sono in difficoltà, qualcuno comincia a capire che l’unica cosa che regge è quello che si è costruito davvero. Sopravvivo solo perché imbottiglio. Altrimenti sarei già fallito. Il mercato del vino sta attraversando una crisi strutturale che non è solo congiunturale. I grandi gruppi finanziari acquisiscono aziende familiari a prezzi gonfiati dalla speculazione immobiliare e dal turismo enogastronomico. In Germania e in Francia alcune zone hanno perso il trenta o quaranta percento delle cantine familiari in pochi mesi. I costi burocratici sono gli stessi per chi fa mille bottiglie e per chi ne fa un milione. Le aziende intermedie, quelle tra le centomila e le duecentomila bottiglie, sono le più esposte: abbastanza grandi da essere appetibili, abbastanza piccole da non avere le spalle per reggere. Le famiglie rurali rischiano di scomparire non perché falliscono, ma perché vendono. E poi ci costruiscono sopra, estirpano i vigneti. È una cosa che non sento dire spesso: che il vero pericolo non è la crisi economica ma la finanziarizzazione del territorio. Il valore della terra che sale oltre il senso comune. Pensare che in alcune zone d’Italia i vigneti possano arrivare a costare  tre, quattro milioni di euro ad ettaro, è un assurdo senza senso. Così i vignaioli si trasformano in venditori. Non per mancanza di passione, ma per eccesso di valore. Una distorsione perversa. Paolo, intanto, ha appena finito di comprare le quote dei fratelli dopo la morte della madre. Due anni difficili, cifre che non vuole nominare.  Io ho lavorato qui come se fosse mio da quarantatré anni. Poi però quando erediti, erediti sul valore attuale. Una ferita ancora aperta. Il sistema legale non distingue tra chi ha costruito e chi ha solo ereditato un diritto. Non è una critica ai fratelli. È una constatazione sul modo in cui funziona il mondo, che a volte premia meno il lavoro di quanto premia la posizione. Mettendo in crisi anche il futuro. Quasi sicuramente ci sarà un continuo dopo di noi. Questo mi basta. Vorrei morire sul trattore Lo ha detto ridendo, ma non stava scherzando del tutto. Per alcuni, smettere di lavorare equivale a smettere di esistere. Non per mancanza di alternative. Unicamente perché il lavoro e l’identità si sono così intimamente fuse da non poter essere separate senza perdere qualcosa di essenziale. Paolo ha sessantasette anni, la pensione da coltivatore diretto è seicento euro al mese (la minima, praticamente) e l’idea di passare la vita su una chaise longue non gli appartiene neanche come fantasia. Finché sono vivo e posso, lavoro. La mia vita è questa. Qualcosa di grande e altrettanto sottile in questo. Il confine tra vocazione e ossessione è spesso molto sottile nel vino. Ma forse non è importante distinguerli, quando il risultato è quello. Quello che mi ha detto sul linguaggio del vino è la cosa che ho sentito più mia e forse per questo me la sono tenuta per ultima. Il vino sta vivendo un momento di merda soprattutto perché il linguaggio è diventato obsoleto. Tutte queste sommelerie, queste parole sofisticate, tutto in cravatta e giacchetta. Non c’è più autenticità. È soltanto un’ostentazione estetica. Avrei voluto abbracciarlo. Il vino è stato estromesso dalla tavola, il suo luogo naturale, il contesto in cui ha senso, in cui costruisce memoria e affetto. È stato messo su un piedistallo dove pochi possono arrivare e molti si sentono inadeguati. È diventato un prodotto di lusso anche quando non lo è. Un oggetto da decodificare invece che da bere. Questo allontanamento è il danno più grande che il settore si sia autoinferto negli ultimi vent’anni, molto più della concorrenza dei Paesi emergenti o del calo dei consumi. Le illustrazioni sulle etichette di Caparsa vengono da un libro che il padre Reginaldo aveva scritto sulla vita quotidiana del Chianti. Storie raccontate da un gruppo di locali riuniti a cena in una trattoria. Ogni bottiglia porta quel mondo lì. Chi lo sa beve qualcosa in più. Un vino vero il giorno dopo ti farò venire buone idee. Hai dormito bene, ti sei svegliato brillante. Quello che ti fa litigare con la compagna e se il giorno dopo non sai neanche cosa hai bevuto. Quello non è vino, è un prodotto. Esatto. È sempre una questione di presenza. Di quanto c’è dentro, non di quanto sembra di fuori. Per tutto il resto non c’è fretta. Caparsa esiste da prima che esistesse il Chianti Classico come denominazione. Esisterà ancora quando molte delle cose di cui discutiamo oggi sembreranno già antiquate. Nel vino come nella vita, resistono quelli che hanno radici abbastanza profonde da non aver bisogno di correre.​​​​​​​​​​​​​​​​ Caparsa, Paolo, Gianna, i loro figli, non hanno bisogno di correre.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
Marco Capra. Il ragazzo che non voleva studiare Arrow Right Top Bg

27 Maggio, 2026

Marco Capra. Il ragazzo che non voleva studiare

  Marco Capra non è mai stato il ragazzo che gli insegnanti avrebbero indicato come esempio. La scuola gli stava stretta, mentre la curiosità lo portava altrove. Il vino è arrivato molto prima delle certezze e si è trasformato nel luogo in cui carattere, esperienza e visione hanno trovato una direzione comune. La sua è la storia di chi ha imparato facendo, costruendo passo dopo passo un percorso personale e autentico.   Ogni tanto ci si imbatte in un tipo di ribellione che non fa rumore. Non sfascia niente, non urla, non brucia, non distrugge. Si manifesta in un modo molto più sottile e, alla fine, molto più efficace: semplicemente non rientra nei ranghi. Non fa quello che ci si aspetta. Prende un’altra strada, spesso senza nemmeno sapere dove porta. E poi, anni dopo, si scopre che quella era l’unica strada possibile. Ho pensato proprio a questo mentre Marco Capra mi parlava in una chiacchierata come se fossimo due vecchi amici al bar. Che poi è esattamente l’idea con cui mi avvicino a queste conversazioni. Il bar come luogo della verità, dove le persone abbassano la guardia. Marco mi ha raccontato la sua storia con quella tranquilla disinvoltura di chi ha smesso da un pezzo di doversi giustificare. Il suo sguardo dolce, ill sorriso che si nota nonostante una barba lunga ma davvero lunga.  È un uomo che ha trovato il suo posto a Santo Stefano Belbo, nel cuore del Piemonte, tra le colline di Langa, Roero e Monferrato che l’UNESCO ha riconosciuto patrimonio dell’umanità nel 2014. Non che lui ne abbia bisogno di attestati. Le sue vigne parlano da sole. Ho fatto dannare un po’ di gente, diciamo così. Ride. Con quella risata breve di chi non si prende troppo sul serio ma sa benissimo di cosa sta parlando. Scuola media, qualche lavoretto in paese. A sedici anni ero già in campagna. Studiare, beh, studiare non era esattamente la mia priorità. Non è tipo da confessarsi e in fatti non è una confessione. È una constatazione. Quella di un uomo che a quarantacinque anni si trova alle spalle quasi trenta vendemmie, 18 ettari di vigne, ottantacinquemila bottiglie l’anno distribuite in nove etichette. Oltre alla consapevolezza serena di aver preso la decisione giusta anche quando non sembrava affatto tale. Eppure, quando l’ho conosciuto ad evento di presentazione delle bollicine dell’Alta Langa a Roma, era impossibile non notarlo proprio per la simpatia che ispirava. Sarà forse per quella insolita barba. Sarà perché non stava mai fermo e non faceva che parlare. Sarà perché anche aveva sul tavolo una etichetta che mi colpì particolarmente colpito. Era disegnata come se fosse stato un soggetto da destinare ad una bambina. Poi il nome: Seitremenda. Nel 2010 è nata mia figlia Elisabetta. Quale modo migliore di festeggiare se non dedicarle una bottiglia? Stavo già pensando a un Metodo Classico, un’Alta Langa. Ed è diventata lei. Seitremenda Alta Langa DOCG, Metodo Classico Chardonnay e Pinot Nero con 36 mesi di affinamento Può capitare che nel momento di aprire una bottiglia di Metodo Classico, quell’attimo silenzioso che precede l’apertura del tappo (che non deve essere lo stappo rumoroso), sembra valere già tutto. È un’anticipazione. Una promessa. Spesso funziona, spesso non funziona. Con il Seitremenda quella promessa porta con sé tutto il peso leggero di un gesto d’amore che è diventato etichetta. Le bollicine sono fini, persistenti, come pensieri che non si esauriscono. Il naso è di una pulizia che non è freddezza ma precisione: crosta di pane, fiori bianchi appena appassiti, un agrume che non punge ma accompagna, mela. In bocca la freschezza è protagonista ma non tiranna. C’è struttura sotto, una spina dorsale che sostiene senza irrigidire e un finale che si allunga con la grazia rara di chi non ha bisogno di fare rumore per farsi ricordare. Un’esplosione di carattere, una sorpresa, un gusto fresco, sapido, con l’eleganza che quando sembra verticale, arriva la rotondità. Un po’ come una figlia che incanta dopo una marachella. Sei Tremenda conquista senza riserve. Due anni dopo è arrivato Riccardo. Ci sono produttori che dedicano vini a grandi annate, a personaggi storici, a luoghi mitici della viticoltura. Marco Capra ha dedicato due suoi vini, non so dire se i più importanti ma senz’altro i più sentiti, ai suoi figli. Il vino come atto d’amore, prima ancora che come prodotto. Una meraviglia senza confini. Riccardo è più emotivo. Più riflessivo. Prende più tempo per arrivare alle cose, ma quando ci arriva, ci arriva bene. Un po’ come quel vino. E poi ride ancora, quella risata breve. Adesso hanno quindici anni e le etichette non gli piacciono più come quando erano piccoli. Ma magari un giorno sceglieranno loro. È così che anche Riccardo ha avuto il suo vino. Un Nebbiolo d’Alba, longevo, riflessivo. Testanvisca. Nebbiolo d’Alba DOC Il Nebbiolo è un vitigno che non perdona la fretta. Lo sai già mentre lo versi, da quel rosso granato che ha già dentro di sé qualcosa di antico, qualcosa che ha aspettato. Il Testanvisca, che vuol dire testa accesa ovvero bimbo sveglio, al naso è un vino che parla sottovoce ma con autorità: rosa secca, terra bagnata dopo la pioggia, una spezia che non si impone e permea. In bocca i tannini sono presenti, vivi, eppure non aggressivi. Il tempo e la quota hanno fatto il loro lavoro, ammorbidendo gli spigoli senza cancellarne il carattere. La frutta è scura, concentrata, e lascia il posto a un finale balsamico, quasi silenzioso, che resta lì anche dopo che il bicchiere è vuoto. Ci hanno insegnato come i vini debbano raccontare il territorio. Poi spesso si scopre come più spesso raccontino di una persona. Nel caso di Testansisca, Marco Capra, fa entrambe le cose. Insieme. E lo fa senza sforzo apparente, che è il segno delle cose vere.​​​​​​​​​​​​​​​​ Il mondo del vino, sotto certi aspetti, ti dà un privilegio strano. Ci pensi tutto il giorno, ne parli, lo maneggi, lo vivi. Mentre gli altri mangiano e bevono per necessità, tu hai trasformato quel gesto in un universo. Marco ha l’entusiasmo genuino di chi fa un lavoro per passione. Cosa questa che consente di avere ancora questa adrenalina dopo quasi trent’anni. È la mia passione. Che è anche il mio lavoro. Non sono tutte rose, ci sono aspetti che non funzionano, momenti duri. Ma in questo mondo sei un po’ drogato, nel senso che non ti trovi bene fuori di esso. Il guaio più grosso è proprio questo. Non riesci a staccartene. Non vuoi farlo. Scorre dentro arrivando dal profondo. La fatica delle giornate lunghe che iniziano la mattina presto. Le maledizioni per una annata non proprio andata bene. La fatica. Il sudore. L’attesa. Eppure non riesci a farne a meno. Non una droga. Semmai proprio l’adrenalina che sgorga e qualora si fermasse renderebbe tutto nullo. Quello che mi ha colpito di Marco è che in nessun momento della nostra conversazione ho avvertito la nostalgia di chi dice che avrebbe potuto fare altro. C’è stata solo la lucidità di chi sa di aver trovato il proprio solco. Solco. ἦθος ἀνθρώπῳ δαίμων. Il carattere è il destino dell’uomo Eraclito intendeva che l’indole, i comportamenti e la personalità di un uomo ne determinano il corso della vita e la vera realizzazione. Il solco non è solo quello che l’uomo scava nella terra ma è anche l’impronta che vuole imprimere alla propria vita. Non importa se lascerà o meno la traccia del proprio passaggio. Ciò che importa è che la propria vita abbia un destino segnato non dal fato ma dal proprio essere. Sua nonna aveva due ettari di collina sparsa. Suo padre lavorava nei trasporti. Marco è stato una sorta di ponte tra i nonni e un futuro che i genitori non avevano ancora immaginato. A quattordici, quindici anni, con quella libertà un po’ spericolata di chi viene lasciato fare perché è l’unico modo per coinvolgerlo davvero. Mi hanno tenuto nel giardino ma lasciandomi tanta possibilità di decidere. Anche di sbagliare. Sulla carta era sbagliato. Ma era forse l’unico modo. È una pedagogia che riconosco. Quella che non protegge ma accompagna. Che rinuncia al controllo per guadagnare la fiducia. Difficile da praticare per un genitore, straordinariamente efficace nei risultati. Poi c’è una cosa che Marco mi ha detto che ho continuato a rimuginare anche dopo. Parlava dei cambiamenti nel vino, dell’evoluzione dei suoi prodotti, di come a un certo punto, era il 2008, con l’arrivo di una giovane e brava enologa, abbiano deciso di rivedere la filosofia produttiva. Non stravolgere, attenzione. Marco ha usato un’immagine bellissima. È come la camicia bianca. La camicia bianca rimane sempre bianca. Cambia il colletto, i bottoni, la cucitura. Ma è sempre una camicia bianca. Non abbiamo cambiato tutto. Abbiamo solo smesso di portare la camicia degli anni Ottanta. Mi ha fatto ridere. E pensare. Perché è esattamente la tensione che vive il vino italiano in questo momento. Non il problema di cosa produrre, ma di come raccontarsi. Come stare nel proprio tempo senza tradire la propria identità. Come essere contemporanei senza inseguire mode. In questo il Piemonte sta lavorando bene, negli ultimi anni. I risultati ci sono. Ma la strada è ancora lunga. Marco lo sa. Il problema è che per anni il vino è stato venduto come una birra. Detto da un produttore, con quella chiarezza diretta che non lascia spazio a diplomatismi evidenzia ancor di più il carattere di Marco. Tanta verità senza peli sulla lingua. La forza e la voglia di dichiarare ciò che si pensa. Non per denigrare qualcuno. Semmai per distinguersi e raccontarsi. Si vendeva a tanto al chilo. C’era un mercato che lo consentiva. E nessuno si è preoccupato di costruire una narrazione, di dire cosa c’è dietro a una bottiglia. Cultura, storie, persone. Quando poi qualcuno ha detto che il vino può fare male, che bisogna stare attenti, non c’era nessun substrato narrativo a reggere il colpo. E tutto è crollato più facilmente. Due altri vini Ci sono altri due vini che per chi vive a Santo Stefano Belbo non possono mancare. Uno è di un vitigno riscoperto, l’altro è di ciò che è la tradizione di questi luoghi. Mi riferisco alla Nascetta e al Moscato. Langhe Nascetta DOC Conna Mi è sempre piaciuta una parola in piemontese: conna. Indica una culla, un luogo protetto dove qualcosa cresce al riparo. Ed è difficile immaginare nome più giusto per un vino che nasce da un vitigno come la Nascetta, che per decenni ha rischiato di sparire, dimenticato tra le pieghe di una viticoltura che correva verso l’internazionale e lasciava indietro tutto ciò che non si capiva subito.
Oggi la Nascetta è una delle storie più belle del Piemonte bianco. Marco Capra la coltiva sulle sue colline tra i 350 e i 650 metri, e il risultato è un vino che ha la consistenza di qualcosa ritrovato, non inventato.
Al naso è floreale e con una profondità insolita per un bianco: fiori di campo, erbe aromatiche, una mineralità che ricorda la pietra al sole. In bocca la freschezza è affilata, non tagliente. Una sapidità persistente che spinge a tornare sul bicchiere ancora una volta, poi ancora e ancora. Il finale è lungo, pulito, con quel retrogusto lievemente ammandorlato che è il sigillo riconoscibile del vitigno.
Bere il Conna è capire perché valeva la pena aspettare. Alcune cose non si inventano. Si ritrovano. Moscato d’Asti DOCG Bricco delle Merende Il Moscato d’Asti è il vino che più di ogni altro in Italia divide. C’è chi lo guarda con la sufficienza di chi lo ritiene troppo semplice, troppo dolce, troppo immediato. Come durante le feste quando si chiede dolce o secco? Come se poi si dovesse scegliere visto che sul dolce va il dolce! Lo so che il Moscato paga lo scotto di prodotti da supermercato venduto a pochi spicci ma quando se ne incontra uno fatto bene occorre fermarsi e chiedersi come sia possibile che qualcosa di così apparentemente leggero riesca a essere così preciso, così esatto nel raccontare un posto e un momento.
Il Bricco delle Merende di Marco Capra è uno di quelli che convincono anche i diffidenti.
Il nome evoca già qualcosa di intimo come la merenda, il bricco, la collina. Il vino mantiene quella promessa di domestica gentilezza. Al naso è un’esplosione controllata: pesca bianca matura, fiori d’arancio, salvia, un miele che non appesantisce ma profuma. In bocca la dolcezza è bilanciata da una freschezza viva che impedisce qualsiasi stanchezza. Le bollicine sono delicate, quasi un sussurro, e accompagnano un finale fruttato e pulito che si esaurisce con discrezione, senza insistere.
È un vino che non ha ambizioni di eternità. Ha ambizioni di gioia. E in questo, a modo suo, è perfetto.​​​​​​​​​​​​​​​​ Ha citato Einstein, Marco. Non me lo aspettavo, onestamente. L’ha fatto con naturalezza. Non puoi risolvere un problema con la stessa mente che lo ha creato. I consorzi, le associazioni, i produttori devono smettere di guardarsi l’ombelico e iniziare ad ascoltare chi osserva dall’esterno. Investire in comunicazione di sistema. Non di singola azienda, ma di sistema. È un tema che mi sta molto a cuore e che affronto spesso anche qui su Wine Tales Magazine. Il vino italiano ha un patrimonio narrativo immenso. Varietà autoctone che non esistono da nessun’altra parte, territori con millenni di storia, produttori con storie personali che valgono romanzi. Eppure questa ricchezza è ancora largamente sottorappresentata nel racconto pubblico del vino. Continuiamo a parlare di punteggi, di premi, di verticali e di annate quando il grande pubblico, quello che Marco chiama mia moglie, non sa ancora perché una bottiglia di Barolo costi quello che costa e cosa stia bevendo quando la apre. Non è colpa di nessuno in particolare. È una responsabilità collettiva. E collettivamente si deve risolvere. Guardando avanti, Marco vede una cosa prima dele altre. Un posto. Un luogo fisico dove portare le persone. Una cantina che non sia uno spazio industriale e freddo, ma un ambiente che racconta. Ospitalità, accoglienza, l’azienda come esperienza. Sogno di creare qualcosa intorno all’azienda. Non solo vino. Magari olio. Qualcosa che faccia entrare le persone dentro questo mondo. È una tendenza che cresce, nel vino italiano. L’enoturismo non è più un optional ma una dimensione necessaria, soprattutto per le aziende di dimensione media come la sua: 18 ettari, 85.000 bottiglie, una struttura che richiede costi fissi importanti e un rischio imprenditoriale reale. Non si è piccoli abbastanza da poter sopravvivere con la sola vendita diretta in cantina, né grandi abbastanza da poter prescindere dal racconto diretto. La fascia intermedia è la più esposta, e la più interessante. La questione dei figli. Elisabetta e Riccardo, quelli dei vini dedicati. Non so se vogliano continuare. Spero che l’azienda sia abbastanza sana e abbastanza protagonista da poter dare loro una scelta reale. Ma la scelta deve essere loro. Una circolarità in questo che mi ha commosso. Marco è stato lasciato libero di sbagliare e di scegliere. Fare lo stesso con i suoi figli, non trasmettere un’ideologia, non imporre una filosofia. Trasmettere invece un’azienda viva, che possa essere ereditata, trasformata, o anche, se vogliono, lasciata andare. Trasmettere l’amore e la passione per la terra, per questa terra. Per ciò che rappresenta e potrebbe rappresentare oggi e nel futuro. È il segno di un uomo che ha imparato qualcosa da quello che ha vissuto. Non molti ci riescono. Prima di salutarci, non potevo fare a meno di chiedergli della barba. Del perché l’avesse così lunga. La trovavo, ancorché simpatica, scomoda per un vignaiolo.  Non è stata proprio una scelta estetica deliberata. Avevo iniziato a radermi la mattina, poi aveva visto l’ora, avevo pensato ai vini da controllare. Così avevo lasciato perdere. Ha riso come ridono le persone che non si prendono sul serio nelle cose giuste. Sono quelle cose frizzanti della vita. Alla fine sono belle. Ti tengono compagnia. Già. Le cose frizzanti della vita. Un figlio che nasce mentre il vino è ancora sui lieviti. Una barba a metà. Un ragazzo che non voleva studiare e che adesso fa il vino sulle colline patrimonio UNESCO del Piemonte. Ci sono storie che nascono storte e poi si raddrizzano da sole, seguendo una logica che sul momento non si vede. Marco Capra è una di queste. E i suoi vini. Dalla Nascetta che racconta l’identità piemontese ritrovata, all’Alta Langa dedicata a Elisabetta, al Nebbiolo d’Alba che porta il nome di Riccardo, sono il modo più eloquente che ha trovato per dirlo. Non tutti i ribelli finiscono male. Alcuni finiscono nelle vigne, tra i 350 e i 650 metri di altitudine, a fare qualcosa che non cambierebbero con niente al mondo. Che magari non cambieranno il mondo ma senz’altro hanno cambiato la propria vita. Senza distruggere quella degli altri. Un insegnamento per chi, volendo cambiare il mondo, finisce per rovinare la vita a chi in quel mondo ci stava giusto per caso.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
Il Sabato del Vignaiolo FIVI. Il futuro del vino italiano ha già il volto dei giovani. Arrow Right Top Bg

26 Maggio, 2026

Il Sabato del Vignaiolo FIVI. Il futuro del vino italiano ha già il volto dei giovani

  nusquam est qui ubique est.
Chi è ovunque non è da nessuna parte. Il vino autentico, quello fatto da mani che conoscono la terra su cui si appoggiano ogni mattina, è l’esatto contrario: è radicato, preciso, inconfondibile. È da qualche parte. Ma è. È presente. È presente il vignaiolo in vigna perché questa ha bisogno del suo supporto. È presente in cantina perché le uve non sono solo trasformate ma cullate, curate, accompagnate nel diventare vino.  Il Sabato del Vignaiolo organizzato dalla FIVI, Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, è stato esattamente questo: un luogo preciso, scelto con cura e con senso. La Riserva della Cascina, nel Parco dell’Appia Antica, con i suoi banchi di degustazione disposti in fila lungo i filari che scendevano morbidi verso il verde profondo delle vigne lontane. Come se la storia stessa del vino romano si fosse fatta scenario per accogliere chi quel vino lo produce e chi lo ama. Faceva caldo. Il tipo di caldo che filtra attraverso la luce bianca di un pomeriggio romano a maggio, che si posa sulle spalle e fa brillare i calici come piccoli soli. Eppure nessuno sembrava soffrire. I giovani, e di giovani ce n’erano tanti con una presenza che è già di per sé un segnale, erano impegnati a tutt’altro: a sporgersi sui banchi, a fare domande, ad ascoltare. A scoprire. Tra le vigne si muovevano persino bambini, con quella libertà disinibita che appartiene solo a chi non ha ancora imparato a fingere che le cose si facciano per obbligo. Li guardavo correre tra i filari e pensavo a quando anch’io ero così, a quando la campagna era ancora un posto in cui perdersi senza paura. Li guardavo e mi rendevo conto che forse proprio quella scena era il messaggio più importante dell’intera giornata. Gli eventi come questo andrebbero ripetuti più spesso. Con più frequenza, più assiduità, più coraggio. Perché avvicinare le persone al vino non significa portarle in una sala buia con musica bassa e luci soffuse: significa portarle dove il vino nasce. Tra i sassi. Tra le radici. Sotto il sole che scotta e la terra sotto i piedi.  Cosa ho assaggiato di interessante Matèe. Antonella Pacchiarotti. Aleatico Bianco IGT Lazio Antonella Pacchiarotti ha fatto una cosa rara e coraggiosa: ha deciso che un solo vitigno bastava per fare del vino e farlo di qualità. Ha trovato l’Aleatico senza più mollarlo. Dal lago di Bolsena, da terreni vulcanici a cinquecento metri, ha costruito un mondo fatto di sei declinazioni di un’unica uva. Il Matèe è la sua versione bianca, quella che nasce dal clone più grande, più generoso di buccia, meno carico di colore. E già questo racconta qualcosa di un carattere che non si accontenta dell’ovvio. Nel calice è giallo paglierino con una luce viva, luminosa. Al naso arriva fresco, quasi improvviso, con una nota di agrume maturo. La scorza del cedro più che la polpa. Poi fiori bianchi, acacia, qualcosa di quasi mentolato che sparisce prima che tu riesca ad afferrarla. È un naso che sussurra e ti obbliga ad avvicinarti. In bocca è minerale in modo netto, quasi austero, con un finale sapido che fa venir voglia di ricominciare dall’inizio. Un vino che si spiega nel tempo, sorso dopo sorso. La tipica espressione di chi sa aspettare. Lepanto. Alberto Giacobbe. Cesanese del Piglio DOCG Superiore Riserva La storia di Alberto Giacobbe comincia nel 1939, con suo nonno Leopoldo che compra un appezzamento in cima al colle San Giovenale. Alberto è la terza generazione. Laureato in economia, aspirava ai numeri e alle statistiche e invece è finito nella vigna, trascinato da un affetto per la terra che alla fine ha avuto la meglio su qualsiasi calcolo razionale. Ha convertito tutto al biologico, ha introdotto nuove pratiche di coltivazione, ha fatto del Lepanto, Cesanese del Piglio Superiore Riserva prodotto da un vigneto impiantato nel 1952. Il simbolo di questa svolta. Il vino porta con sé il peso dignitoso di quelle radici vecchie di settant’anni e più. Rosso rubino con riflessi granati che si scaldano nell’aria di maggio, è un vino che inizia con frutta matura, more, mirtilli, una confettura di prugna che non è mai pesante e poi si apre su note floreali, spezie fini, un cenno di liquirizia che chiude in bellezza. In bocca è avvolgente, caldo, con tannini ben integrati che non graffiano ma sostengono. Un vino che porta la Ciociaria nel bicchiere con eleganza e senza complessità inutili. È pensare che non volevo assaggiarlo. Poi mi ha detto che era il vino dedicato al nonno. Non ho potuto esimermi. Raboso. Bellese. IGT Veneto Viaggio non breve, quello della famiglia Bellese: dal bacino alluvionale del Piave, dalle grave trevigiane, da quelle stradine sterrate tra le Guyot e le monumentali Bellussere che sembrano foreste in miniatura. Tre generazioni legate a questa terra dall’orgoglio di chi non ha mai smesso di coltivare ciò che il territorio ha da offrire. E il territorio, qui, ha da offrire il Raboso Piave, vitigno autoctono per eccellenza, spigoloso, brusco, anarchico nell’anima. Il Raboso di Bellese si presenta frizzante, con una spuma vivace e un rubino luminoso che promette acidità. E quella promessa viene mantenuta con generosità: la bolla è fine, il naso è un lampo di marasca, ribes rosso, fiori rossi appena colti. In bocca l’acidità è viva, quasi tagliente, ma mai aggressiva. È la freschezza di un vino che non vuole addomesticarsi, che vuole restare com’è, asciutto e vero. Un vino da pomeriggio caldo, da salumi e conversazione tra amici. Da berlo senza cerimonie. Da berlo. Arcaro. D.S. Bio. Maturano del Frusinate IGT Danilo Scenna ha scelto vitigni che non conosce quasi nessuno. Tra questi il Maturano. Antico, ostinatamente laziale, quasi scomparso prima che un manipolo di vignaioli testardi decidesse di salvarlo. Anche Cesidio Di Ciacca arrivato in queste zone dalla Scozia. La cantina D.S. Bio nasce nel 2012 tra le alture di Pescosolido, in Ciociaria. Lavora in biodinamica, seguendo le fasi lunari, rifiutando filtrazioni e chiarifiche, lasciando che il vino dica quello che ha da dire senza censure. L’Arcaro è un bianco che non assomiglia a nessun altro bianco. Giallo ambrato, velato, con quella torbidità che non è difetto ma lingua franca dei vini naturali veri. Al naso è un posto denso e affascinante: agrume ossidato, albicocca, camomilla selvatica, pietra calcarea bagnata dalla pioggia, resina di pino, un accenno di miele grezzo. In bocca è largo, sapido, quasi salmastro, con una lama acida che attraversa tutto e tiene tutto in tensione. Non è un vino per chi cerca rassicurazioni. È un vino per chi vuole essere sorpreso, destabilizzato, convinto. In Anfora. Donna Vittori. Cesanese del Piglio DOCG Donna Vittori nasce nel 2021 da un sogno condiviso tra amici, dalle mani di Maria Vittori e di sua madre Claudia Bettiol, da un borgo agricolo a Paliano che sa di comunità internazionale e di radici locali tenute insieme con cura. Il Cesanese del Piglio è il cuore di questa storia e la sua versione “in anfora”, affinata dieci mesi in terracotta porosa, ne è l’espressione più pura e più curiosa. Il contatto con l’anfora non aggiunge nulla che non fosse già nel vino: leviga, scalibra, restituisce. Nel calice il colore è rubino intenso con sfumature di violetto che cambiano con la luce. Il naso è ampio e aromatico: ciliegia fresca, lampone, fiori di campo, una polvere leggera come il profumo di una chiesa antica. In bocca è morbido, vellutato, con una tannicità elegante che non preme mai. L’anfora sembra togliere le pareti al vino, lasciarlo respirare senza blocchi. È il Cesanese in un modo che non ti aspetti, e per questo è il più commovente tra i rossi della giornata. San Tin. Poggio Baranello. Sangiovese IGT Lazio Rosso Silvia Pragliola e Lisa Gentili hanno costruito la loro storia a Montefiascone su 38 ettari affacciati sul lago di Bolsena a 450 metri di altitudine, in un territorio che il vino lo conosce da secoli. L’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone è la denominazione più antica e aneddotica d’Italia. Ma Poggio Bbaranèllo guarda avanti: biologico, artigianale, con pochi numeri e molta cura. Il San Tin è il loro Sangiovese IGT e si porta dietro tutto il vento che soffia dal nord, il baranèllo del dialetto martano, quel vento che non smette mai su quel poggio. Rosso vivace, dal carattere nervoso e diretto, il San Tin ha la schiettezza di un vino che non cerca di impressionare. Il frutto è fresco, la ciliegia è viva e non in confettura, c’è un’erba tagliata di sottofondo che dà freschezza e rimanda al paesaggio. Ma quello che più entusiasma è il geranio. Si, geranio. Più lo si annusa più sa di geranio. In bocca è agile, beverino nel senso nobile del termine. Un vino che non vuole fermarsi nel bicchiere ma vuole essere bevuto, vissuto, condiviso. Giovane e già bello. Costa di Basalto. Riserva della Cascina. Syrah IGT Lazio Biologico E poi c’è lei, la padrona di casa. La Riserva della Cascina è nata nel 1945, quando Giovanni Brannetti comprò un pezzo di agro romano e ci mise le radici insieme alla moglie Ida. Nel 1986 Giuseppe, figlio minore e erede di quella passione, acquista un vigneto nel Parco dell’Appia Antica, uno di quei luoghi dove Roma smette di essere città e diventa paesaggio. Biologico dal 1994, da sempre senza diserbanti né concimi chimici. Oggi c’è Silvia con tutta la sua freschezza e bellezza di una gioventù che ha fortemente voluto l’evento nella sua azienda. Il Costa di Basalto è lo Syrah che cresce sul fianco di una piccola collina basaltica, un suolo vulcanico che si sente in ogni sorso. Rubino profondo con riflessi porpora che sembrano viola in certe luci, è un vino che si annuncia con intensità: frutti rossi maturi in confettura, fragoline di bosco, viola mammola. Sotto a tutto apprare quella mineralità ferrosa, ferrosa davvero, come il sapore dell’aria vicino a un binario bagnato dalla pioggia. In bocca è secco, morbido, con una sapidità e una freschezza che bilanciano la struttura. Lo Syrah laziale su basalto è una rarità che vale il viaggio. Con il tempo diventa ancora più se stesso. Più minerale, più salmastro, più antico. Come il paesaggio attorno a lui. La giornata finisce com’è cominciata: con il sole che taglia le vigne obliquo, con le conversazioni che si trascinano oltre i banchi, con qualche bottiglia già acquistata stretta sotto il braccio come un tesoro. Manifestazioni come Il Sabato del Vignaiolo non sono soltanto mercati del vino: sono atti civili. Sono il modo in cui una comunità di produttori dice al mondo che esiste, che lavora, che ha qualcosa da raccontare. Il modo in cui il mondo risponde dicendo che vuole ascoltare. Ho incontrato persone. Ho rivisto amici come Cesidio Di Ciacca e le sue incredibili interpretazioni di Maturano. Oppure Nathalie Clarici di Terre di Marfisa e i suoi vini vulcanici. O ancora Michele Fanfarillo e suo papà Lorenzo che nelle terre di Olevano Romano hanno trovato una seconda vita con Migrante. Incontri. Racconti. Parole. Abbracci. Baci.  La FIVI ha scelto un luogo che è già storia, già racconto. E lì, tra le pietre dell’Appia e i filari di luglio acerbo, tra adulti con il calice in mano e bambini con i piedi nella terra, qualcosa di essenziale ha trovato il suo spazio. Il vino, quando è autentico, non ha bisogno di scenografie. Ma quando la scenografia è il Parco dell’Appia Antica, allora anche il vino più semplice diventa memorabile.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi