Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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20 Ottobre, 2023

Furnari: orgoglio, riscatto, giustizia

  Quanto vanno di moda i vini siciliani. Tutti si vantano di conoscere i vari Nero d’Avola, il Grillo, l’Insolia, il Catarratto, il Marsala. Tutti a citare i vini dell’Etna, le meraviglie del Trapanese, la DOCG del Cerasuolo di Vittoria. Insomma si fa man bassa di vino siciliano grazie anche alle numerose cantine che sono sorte in Sicilia negli ultimi anni. E meno male dico io. Meno male che ci siamo arrivati fino a questo punto. Con ancora tanta ma tanta strada da fare per valorizzare una terra così unica e meravigliosa quale è la Sicilia. Isola, continente, nazione a parte. Chi lo sa. Chi può dirlo. Quando a Roma piove e fa freddo, in Sicilia si può fare il bagno. Se mangi un arancio della Sicilia sa di sole e caldo. Così come una pesca tabacchera. Solo qui trovi quelle vere.  Terra strana la Sicilia. Ricca di tutto. Anche di contraddizioni.  Pochi ricordano come era un tempo. Non parlo di centinaia di anni fa ma del dopoguerra. Gli anni del boom economico, della voglia di fare impresa, della ricostruzione. Il fermento che pervadeva l’Italia intera qui, in Sicilia, era solo un piccolo refolo di vento. Nulla di più. Si viveva ancora in maniera contadina e pochi avevano voglia di fare impresa. Facile e intuitivo pensare alla innominata Mafia, alla incuria dei governi nazionali e regionali, alla mentalità delle persone.  Eppure, qualche persona che aveva voglia di rischiare e fare impresa, anche qui c’era. Qualche appunto. Perché fare impresa in Sicilia nel dopoguerra era complicato. Parecchio complicato. Se poi volevi farla nel campo del vino, era più che parecchio complicato.  Il vino siciliano, quello che oggi vediamo tutto bello imbottigliato ed etichettato, prima non c’era. Il vino si produceva per essere esportato come vino da taglio. O al massimo venduto sfuso. Chi poteva essere il pazzo che andava a metter su una azienda vinicola per vendere il vino imbottigliato? Francesco Furnari. Ecco come si chiamava uno di quei pazzi, visionari imprenditori. Lui e pochi altri le cui bottiglie oggi sono in vendita come oggetti da collezione. Tempo fa lo zio di mia moglie mi disse di aver trovato in cantina una serie di bottiglie storiche degli anni 60 e 70. Voleva venderle e chiedeva una possibile valutazione. Una volta invitatemi le foto capisco che si trattava di oggetti da collezione. Non bevibili ma comunque con un minimo valore da collezionisti. Erano le bottiglie del vino Corvo dei Duca di Salaparuta che insieme ai Florio rappresentavano due delle poche realtà siciliane. Francesco Furnari era un imprenditore che, partendo da Piazza Armerina, lo splendido paese vicino Enna famoso per i suoi mosaici, creò una azienda vinicola con l’ambizione di vedere le proprie bottiglie sui tavoli dei più importanti ristoranti del mondo. Un prodotto di qualità insomma e non certo un vino da taglio benché mai sfuso. Francesco era un ragazzo sveglio. Dovevi esserlo per forza in quegli anni dove per campare occorreva arrangiarsi senza appoggiarsi ai genitori. Sportivo di quelli seri (anelli, fondo scherma), politico attivo, aprì il suo primo magazzino per la vendita di birra e vino sfuso dopo la guerra. Si sa come vanno queste cose. Inizi a vendere merce degli altri ed ad un certo punto ti chiedi: ma perché il vino non ce lo facciamo da noi? Vigneti ce ne erano in quantità. Solo che per produrre vino, tranne quello di casa, non è che si fosse molto esperti. Francesco però osserva e prende quello che c’è. Che è tanta roba. Perché in quegli anni, le aziende del nord mendavano in Sicilia i propri enologi a comprare l’uva. Bastava agganciare uno per iniziare a collaborare. Detto fatto. Non rimane con le mani in mano però: ci sono da fare le ricerche ampelografiche per stabilire cosa trasformare e creare lo stabilimento produttivo. È così che nel 1962 nasce il primo vino nello stabilimento di Piazza Armerina.  Tre le linee di prodotto create: Fleming, rosso con Calabrese (Nero d’Avola) e Nerello Cappuccio; un bianco da Catarratto, Insolia e Verdello; un rosato, vero fiore all’occhiello, da Nero d’Avola con vinificazione in bianco e frizzante per seguire la tendenza dell’epoca (vino questo anche più volte  premiato). C’erano poi anche vini di più facile beva e a prezzi ridotti. Tanto per completare la gamma.  L’azienda, in poco tempo, crebbe molto grazie anche ai tanti premi ricevuti ed alle esportazioni in varie parti di Italia ed Europa. Giovani enologi che diventeranno poi famosi, come Franco Giacosa, si formano nella sua azienda. Certo, imprenditoria e politica non sono mai andati troppo a braccetto. Chiaro che Francesco non ricevette agevolazioni da questo connubio. Tutt’altro. Andò avanti lo stesso arrivando ad esportare i vini fino a New York. Per fare questo dovette incontrare Frank Sinatra. A quel tempo occorreva il benestare di chi gestiva tutto. Andò male perché esportò dei container e a New York ma volevano in cambio delle cose che lui non poteva dare. Riuscì a tornare in Italia anche se in maniera rocambolesca. Così Cristiano Furnari, nipote di Francesco, ricorda l’episodio. Così come ricorda di quando il nonno andò ad esportare il vino anche in Perù quando erano vietate le importazioni di alcolici.  Fece un accordo con le autorità locali che gli diedero le chiavi della città, lima. Fino a quando gli chiesero in cambio di esportare altro. Si rifiutò. Difficile anche fuori dall’Italia fare impresa in quegli anni. Davvero complicato.  Agli inizi degli anni 80 Francesco si ammala e non riesce più a seguire l’azienda che, purtroppo, cade in disgrazia.  Mio padre era giovane (con due sorelle) e lavorava in cantina da quando aveva 10 anni. Mia nonna lo invogliò a cambiare vita e andare a studiare. Via dalla Sicilia. Era troppo pericolosa. Con l’azienda in fallimento, i creditori che aleggiavano come avvoltoi, gli avversari politici e quanto altro si possa immaginare di peggio per rendere una permanenza pericolosa, quasi scontato il destino a cui Fabio, il papà di Cristiano fosse indirizzato: sul Continente. A Roma.  Mio nonno aveva qualche ettaro di vigneto ma comprava l’uva. Tutte le terre sono andate perdute insieme allo stabilimento. Non abbiamo più possesso di niente perché quando nonno è morto, c’è stato un fallimento e fu svenduto tutto. Il tempo passa e si tenta, si cerca di dimenticare. Ci prova soprattutto Fabio che dall’aiutare il padre in cantina si trova catapultato a Roma cambiando totalmente vita.  Non ho conosciuto Fabio ma mi sarebbe davvero piaciuto molto. Impegnato nella cultura come cantautore, scrittore nonché titolare della casa editrice e discografica Terra Sommerse. Magari un giorno lo conoscerò e vorrò chiedergli quanto della canzone Mio Padre del suo album Cavalieri e soldati. Dal testo che ho ascoltato, uno struggente mix di amore e denuncia. Denuncia che emerge prepotente anche nella struggente prefazione “Il miracolo del vino” del libro di Fabio, Gasolio, scritta da Maurizio Prestifilippo. In ogni modo, passa il tempo, inesorabile. Ma la storia rimane. Rimane nei ricordi tramandati ai nipoti di un tempo che fu: Francesco che vive a Bari, Alessandro in Sicilia, Cristiano a Roma. L’idea alla base era recuperare una eredità morale e anche un sentimento di riscatto per una storia particolare. Con la consapevolezza che riprodurre una azienda come quella del nonno, anche per la sua enorme capacità imprenditoria, non poteva essere nei nostri obiettivi.  Alessandro, Francesco, Cristiano decidono sedendosi attorno ad un tavolo, che il nome dei Furnari doveva tornare a stare sulla etichetta di un vino.  Io me la immagino la scena di questi tre carusi che fantasticano di vino, di cantina, di vigna, di commercio. I racconti con protagonista nonno Francesco, quei racconti che si sentono fare da quando erano piccoli, adesso, possono trovare un minimo di realtà. Sentono in loro la possibilità di fare qualcosa. Così come immagino Fabio, che il vino lo ha fatto veramente insieme al padre, con gli occhi che gli brillano. Forse anche di commozione.  Già, tutto bello. Ma l’azienda e il vino sono tutt’altra cosa che ricordi e volontà. I tre, che carusi non sono più, decidono di partire. È il 2018 e nasce (o rinasce), la Azienda Vinicola Furnari. Nasce la società ed è già un inizio (per mera cronaca ha sede legale non in Sicilia ma a Roma, negli stessi locali di Terre Sommerse).  Occorre produrlo il vino però. Cosa non semplice senza vigne.  I tre ragazzi sono ingegnosi e investono i successivi due anni nella implementazione di un piano ben preciso.  In primo luogo la ricerca delle vigne. Se non puoi comprarle e non hai capacità e competenze, l’unica strada è trovare una azienda che produca uve della tipologie e qualità necessarie. Lo trovano a Butera, poco sopra Gela. Non abbiamo dei vigneti di proprietà. Per ripartire abbiamo preferito appoggiarci ad un vignaiolo esperto del quale ci fidiamo e sappiamo come lavora. Ci conferisce le uve. Così siamo entrati gradualmente nel mercato. Dopo 35 anni è tutto cambiato. Necessità di ripartire da zero.  Poi occorre capire che tipo di vino produrre. C’è certamente bisogno di un enologo. Qualcuno però che supporti nella rievocazione delle bottiglie del nonno in chiave moderna. Spazio dunque ai monovitigni che soppiantano i blend.  Facciamo circa 10.000 bottiglie l’anno. Negli anni 70 ne faceva circa 200mila. Erano tante allora. Abbiamo voluto ripartire da zero. Con umiltà. Facendo un passo per volta. Richiede tanto impegno e sacrificio. Bottiglie poche. Non ci si vive.  Nascono così i tre vini della Furnari i cui nomi ricalcano e fanno rivivere quelli di nonno Francesco: il rosso da Nero d’Avola, Flaming; il Bianco di Lidia da Insolia; Velvety, il rosato da Nero d’Avola. Sul mio blog ho recensito il Velvety, un vino con tutta la Sicilia dentro! Ci siamo affidati all’enologo con l’idea del vitigno. Mio padre aveva conservato le trascrizioni delle ricette. Per delle cose sono cambiate per altre no.  Volevamo fare il rosso in blend ma non siamo riusciti a trovare il Nerello Cappuccio. Adesso stiamo tentando di fare un rifermentato in bottiglia sulla base del nostro rosato.  Francesco Furnari con Franco Giacosa Tutte lavorazioni semplici. Solo poche bottiglie affinano in barrique. Gli esperimenti sull’insolia con una piccola percentuale di barrique ma non ci ha convinto. Ora, potrebbe sembrare che questa sia l’opera di tre ragazzi che, ancorché animati da nobili sentimenti, vogliano gettarsi in una attività senza la propria anima. Rendendosi le cose più semplici possibili. Ma credetemi, non è così. I giovani non vanno mai sottovalutati. Perché oltre le idee, fantasiose o strampalate che siano, c’è tanto entusiasmo, tanta passione, tanto studio, tanta programmazione.  Francesco, Cristiano, Alessandro (e metto dentro anche Fabio), fanno tutto in maniera estremamente intelligente.  Anzitutto un business plan. Che per molti non vorrà dire nulla ma per chi ne sa un minimo di imprenditorialità è l’elemento senza il quale neanche si costituisce la società. Poi c’è lo studio relativo agli aspetti che vano dalla coltivazione, alla cantina, alla commercializzazione.  Abbiamo studiato molto. Io ho molto approfondito tanti aspetti. Il nostro vino viene dal lavoro di una persona che ci sta giorno e notte e la segue bene. Su indicazioni diverse abbiamo trovato chi soddisfaceva le nostre caratteristiche. I contatti ci hanno aiutato. Instradandoci bene. Ci è voluto un pò, quasi due anni per farsi bene una idea.  Quindi c’è l’ascolto di chi ne sa più di loro a cominciare da papà Fabio. Ci siamo appoggiati ad un enologo, Donato Lo Vecchio, che aveva curato anche Planeta e Settesoli. Poi ad un agronomo. Con i contatti ci sono state consigliate strade da prendere. Persone più esperte con le quali parlare. Fabio Furnari Infine la scelta del luogo e del partner agricolo cui affidarsi. Siamo andati in un territorio come quello di Butera, vicino Caltanissetta. Vicino Piazza Armerina. Mio cugino vive li e mia nonna ha vissuto li. Li c’erano i vignaioli di mio nonno che prendeva l’uva li tra Caltanissetta e Vittoria per il Nero d’Avola; Menfi e Alcamo per i bianchi. Siamo andati li perché cera un significato. Quei vitigni esprimono un significato. Se uno vede le vigne di Butera se ne innamora. I terreni sono molto calcarei. Su sabbia bianca. Conferendo molta mineralità e sapidità. Scelte precise e non certo improvvisate. Attente e ponderate riflessioni per ripartire con qualcosa che consentisse rischi non elevati e gradualità. Se non è una scelta intelligente questa! Vorremmo andare in autonomia con una cantina totalmente nostra. Non tanto con le vigne perché ci manca tempo ed esperienza. Nulla toglie che se le cose andassero bene molliamo tutto e ci mettiamo a fare vino al 100 per cento. Sarebbe la mia massima aspirazione. Tuo nonno cosa ne penserebbe di questo? Non l’ho conosciuto purtroppo. Forse mio padre ti risponderebbe meglio. Era un altro contesto, un’altra testa. È stato geniale ma ha commesso degli errori per il suo sogno. Sarebbe comunque contento perché abbiamo ripreso questa attività. Magari troverebbe anche altre soluzioni. Noi, anche forti di quella esperienza, consapevoli, abbiamo fatto un’altra scelta. Ecco, questa la storia di un sogno infranto. Questa la storia di chi, per senso di riscatto, rispetto e orgoglio (forse anche di giustizia) sta tentando una resurrezione.  Non so come andrà a finire questa storia e cosa aspetterà i tre carusi (che carusi non sono più) tra qualche anno. Spero solo di poter, un giorno, scrivere ancora di loro e di come siano riusciti ad onorare la memoria di nonno Francesco. Francesco Furnari. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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13 Ottobre, 2023

Terrae Laboriae: orange, anfora, cuore e testa.

  Le buone idee nascono dalle intuizioni. Guardarsi attorno in maniera incantata come fa un bambino. Senza un preciso scopo. Chiedendosi perché, come, quando. Entusiasmarsi. Meravigliarsi. Stupirsi. E, al tempo stesso, riflettere. Pensare.  Non è un meccanismo automatico. Occorre allenamento e predisposizione.  Avete presente quei giochini della Settimana Enigmistica per i quali occorre unire i puntini numerati così da formare una figura di senso compiuto? Ecco, proprio quelli. Immaginate dunque come ogni puntino, senza una linea che li congiunga, non sarà mai niente di definito. Unendo i punti però, appare la figura nel suo insieme. Chiara, lampante. È sempre stata li ma non l’avremmo mai vista senza una congiunzione.  L’idea appare chiara e non aspetta altro di essere realizzata. Già, ma mica è semplice realizzare fisicamente una idea. In molti ci provano, in tanti falliscono.  Per realizzare qualcosa di concreto, qualcosa che può farti svoltare nella vita o che dia a questa un senso diverso, è necessario non solo averla, l’idea, ma anche essere in grado di realizzarla. Con cuore e con testa. Andiamo per ordine.  Il primo puntino si chiama Antonio Sauchella. Ingegnere, manager, appassionato di vino. Una persona che sa il fatto suo e che a circa 40 anni può vantare solide esperienze consulenziali in Italia e all’estero. Soprattutto in Asia. Antonio è un entusiasta oltre che una persona estremamente competente. Senza spocchia e con quella giusta dose di umiltà che non fa mai male. Anzi, direi pure di più di quanto servirebbe perché il curriculum è di tutto rispetto ma non lo da a vedere. Il secondo puntino sono i vini Orange che in Asia hanno da tempo una buona diffusione. Non sapete cosa sono i vini Orange? Immaginate di realizzare un vino bianco alla maniera del vino rosso ovvero con la macerazione delle bucce. Ciò che accade è il rilascio di sostanze coloranti (polifenoli) e tannini. Il vino invece che bianco, assume una colorazione aranciata più o meno marcata in funzione del vitigno e del periodo di permanenza sulle bucce. Il risultato sarà un vino che, generalmente, mantiene i sentori del vitigno di provenienza ma risulterà tannico. Davvero molto interessante. Il terzo puntino è la provenienza di Antonio: Benevento. Territorio meraviglioso con vitigni meravigliosi. Quel territorio che se ti ha visto nascere ha sicuramente lasciato una impronta indelebile. Per le tradizioni, per la passione, per le persone. Ti ha lasciato anche l’accento. Fa strano, ma manco tanto, sentire parlare Antonio che di lingue ne conosce parecchie e vive a Milano, ancora con un leggero accento campano. Che meraviglia! Il quarto puntino è Angelo. Vignaiolo di famiglia di vignaioli che possiede e lavora le terre e le vigne. Che non trasforma però in vino. Vende le uve al consorzio. Pochi ettari ma tutti trattati con cura e amore. Unire questi punti per Antonio è semplice. Un consulente ci mette un attimo a capire che si può fare qualcosa di buono. Buono però è nemico di ottimo. Anche se non ho mai capito dove si posiziona distinto. Infatti a scuola Ottimo era il massimo e pure qui non va bene perché ci sarebbe Eccellente ma non si metteva mai. Un pò come il 10. Meno male che ora le cose sono cambiate e i 10 fioccano. Eravamo ad Antonio. Fare le cose buone non consente di fare quelle migliori. Quelle che in qualche modo ti contraddistinguono rispetto al resto.  Così Antonio pensa in maniera diversa. Ancora di più. Lo fa non da solo ma con Angelo. Perfetta simbiosi, perfetto allineamento dei pianeti e soprattutto congiunzione di tutti i puntini. Dunque. Vini Orange. Antonio li scopre in Asia. La sua permanenza li per lavoro gli regala sentori diversi, gusti diversi. Così che gli abbinamenti con i vini Orange risultano vincenti. “In Italia ce ne sono pochi di vini Orange” avrà pensato tra se e se. Quando uno proviene da una terra con meravigliosi vitigni autoctoni dotati di grande freschezza, dunque adattabili alle lunghe macerazioni e ha un caro amico che li coltiva, beh, la figura comincia a prendere forma.  Eh già, ma di produttori che realizzano vini da Falanghina e Piedirosso ce ne sono a iosa nel Sannio. Occorre qualcosa di diverso e Antonio, insieme ad Angelo, vado dritti come treni sull’anfora georgiana. Ma non basta. Occorre spingersi oltre per guadagnarsi una vera distinzione nel territorio (e non solo). Ecco allora che la filosofia di un vino naturale prodotto con lieviti indigeni e nessun tipo di aggiunta nel processo prende forma. Ricapitoliamo. Vitigni autoctoni del Sannio. Macerazioni in anfora. Lieviti indigeni. Nessun tipo di aggiunta. Permettetemi di dire “wow”! Insieme a questo mio amico, viticoltore da generazione nel Sannio, è nata l’idea di fare qualcosa di diverso. Ci piaceva molto la filosofia naturale visto che viviamo in un mondo così tecnologico e con prodotti figli della tecnologia. Abbiamo studiato la filosofia georgiana con il mondo degli orange wine, macerazione lunga, complessità, tannino nel vino bianco. Ci siamo spinti su questa filosofia. Il ritorno agli arbori vuol dire avere prodotti artigianali con solo uva e niente altro. Le anfore come si usavano migliaia di anni fa. Niente uso di tecnologia, lieviti autoctoni, massaggi del cappello, nessun controllo della temperatura. Questo sorprende anche gli operatori del settore perché non avere tecniche di controllo è complicato. Di fatto noi abbiamo delle anfore di terracotta posizionate cinque metri sotto il terreno che è il migliore mitigatore degli sbalzi termici. Anfore da 1000 litri con una produzione annuale di poco più di 4000 bottiglie. Piccole quantità con una ricerca estrema della qualità perché vogliamo un prodotto che eccelle per qualità senza chimica. Interveniamo molto in vigna.  Antonio è un manager abbiamo detto. Si occupa di consulenza tecnologica in una azienda che lui stesso ha contribuito a fondare. È davvero meraviglioso come senta forte il bisogno di artigianalità, di ritorno alle origini e soprattutto di mantenimento delle tradizioni. Innovazione e tradizione possono e devono andare di pari passo. Perché il mondo non sarebbe quello che è senza l’innovazione e non saprebbe dove andare senza le tradizioni. Un connubio che dovrebbe sempre di più essere rafforzato poiché non in antitesi ma assolutamente in simbiosi. Nasce quindi Terra Laboriae. Nasce il progetto di Antonio e Angelo in quel di San Lorenzo Maggiore (BN) dove ci sono le terre. Un nome che identifica proprio la “Terra del lavoro” già ai tempi di Plinio il Vecchio, la Campania Felix che a tutti gli effetti è la culla del vino in Italia. Terreni fertili, clima fantastico, vitigni meravigliosi.  La scelta delle anfore, insolita in questo territorio, e ancor di più della completa naturalezza del vino, come mantra aziendale. Elemento imprenscindibile e insostituibile.  All’inizio c’era un pò di scetticismo ma il prodotto ci soddisfaceva rendendoci forte. La prima volte che ho visto il vino mi sono emozionato. Quasi come se fosse un figlio che nasce. Frutto di tante idee e pensieri.  Le anfore arrivano dalla Toscana. Una scelta obbligata a seguito della guerra in Ucraina che ha bloccato il commercio.  Erano già pronte per la spedizione. Il produttore voleva mandarle via Turchia ma senza garanzia.  Le abbiamo comunque messe noi sotto terra. L’idea era di avere una cantina sotterranea.  Riusciremo prima o poi ad importare anfore dalla Georgia  Una società fatta da due persone a distanza. Con Antonio a Milano e Angelo in a San Lorenzo.  Antonio che si occupa della parte sales&marketing, Angelo della gestione della vigna. Insieme quando si tratta della vendemmia e della realizzazione delle bottiglie. Quattro ettari di vigna nel cuore del Sannio e tanta positività in questi due ragazzi che partiti nel  2022 con la prima vendemmia, hanno imbottigliato le prime bottiglie nel 2023 e solo ora pronti per uscire sul mercato con tre etichette. Tre tipologie di vino che rappresentano tre puntini da unire con una semplice linea ad identificare la filosofia aziendale.  La prima è una Falangina, Tetri (il cui nome è bianco in lingua georgiana, თეთრი) con macerazione breve. Raccolta e pressata manuale. Macerazione in anfora di 24 sul bucce e raspi per non perdere il sentore vegetale (le vigne hanno circa 25 anni dunque si può fare). Poi affinamento in anfora per 12 mesi.  L’obiettivo di questo vino è un prodotto maggiormente fruibile poiché la macerazione è meno spinta. Per un pubblico che vuole “capire” di cosa si tratta senza spingersi molto in avanti. Il risultato è una Falanghina che esalta odori e sapori: già dal colore dorato stupisce. I frutti al naso non sono bianchi ma gialli: pesca, melone, ananas. Arriva il fieno e la camomilla quasi mielosa. Infine lime e pera. Il mix ricorda una marmellata di arance. Secco, caldo, fresco e sapido ad esaltare il territorio. Un meraviglioso retro olfatto di albicocca disidratata pervade la bocca rendendo il sorso unico e insolito per questo vitigno. Chiusura di bocca precisa e persistenza anche lunga. Stupendo Poi il rosso Teli (rosso in lingua georgiana, წითელი) da Camaiola, un bel vitigno autoctono usato già dagli antichi romani e confuso nel passato con la Barbera tanto da prendere il nome di “Barbera del Sannio”. Il vino viene prodotto con 8 giorni di macerazione e 12 mesi di invecchiamento in anfora. Molto colorato e dotato di buona freschezza ancorché meno tannico del sempre presente (in queste zone) Aglianico. Rubino con riflessi porpora, appare impenetrabile nel colore. Tanta frutta rossa e nera quasi a ricordare la macedonia degli alberghi di montagna (mi ci tufferei!). Prugna e tante spezie dolci che vanno dai chiodi di garofano alla noce moscata, al pepe di Sichuan. Poi la rosa che appare fresca e vegetale. Morbida al palato, rotonda, suadente, sinuosa. Un tripudio di sensazioni dovute alla immediata durezza (è secco, fresco, caldo) che si ammorbidisce donando setosità. Teli è un vino che si arricchisce pian piano che trascorre tempo in bocca arrivando ad una chiusura impeccabile grazie anche alla meravigliosa mineralità. Sembra uno vino del nord ma molto più morbido e bilanciato. Buona la persistenza. Infine Speri (arancio, ფორთოხალი) la Falanghina più spinta con 28 giorni di macerazione e 12 mesi di affinamento. In anfora ovviamente. Per garantire l’ossigenazione si eseguono ripetuti e giornalieri massaggi a mano. Una vera coccola per queste uve che restituiscono poi un colore che tende all’orange insieme ad una buona complessità olfattiva. Le note minerali si uniscono a quelle affumicate e all’arancia candita, al mandarino, all’albicocca quasi in crostata. Pesca e fiori di mandorlo ed arancia. Si percepisce anche una nota delicata nota vegetale. In bocca si palesano i tannini così da renderlo abbinabile ad una vasta gamma di piatti. Secco, caldo, fresco ma non troppo. Minerale. Davvero tanto minerale. Stupendo per la sua partenza quasi dolce e la virata verso un delicato e stuzzicante amarognolo per via dei raspi lasciati nella macerazione. Pulitissima la bocca e ottimo bilanciamento. Un vino non per tutti ma del quale ce ne si può facilmente innamorare. Le produzioni non possono che essere di nicchia. 2400 bottiglie di Falanghina Tetri, 1000 bottiglie di Speri e altrettante di Teli. Uno dei vantaggi dell’anfora è il mancato influenzamento del mosto. Totalmente neutra. Tutto ciò che senti arriva dal vitigno. L’idea alla base doveva essere un prodotto non convenzionale in una terra che di convenzionale ha molto. Qualcosa che oggi non si fa. Ero tornato dall’Asia con l’idea di questi vini. Li dove hanno cultura e passione per questo tipo di prodotto. Angelo mi ha sempre seguito. Inizialmente avevamo coinvolto anche un altro produttore con base convenzionale che non era molto d’accordo sulla filosofia. Non abbiamo continuato insieme perché non credeva alla nostra filosofia. Abbiamo trovato l’enologo specializzato in vini naturali che opera nel nord Italia Francia e Romania. Non era mai stato al sud e non conosceva la Falanghina. Alle prime visite in cantina ha detto di aver visto terreni vigorosi, terreni che cedono vigore ai vigneti: Campania felix! Ora, se si tratti di un vero approccio filosofico o di una filosofia costruita a scopo commerciale dopo una attenta e minuziosa analisi del mercato di riferimento e con un occhio al business plan, non l’ho nemmeno chiesto. Non credo sia importante davvero perché le idee, occorre non solo averle, ma anche renderle fattive. Nel tempo. Dunque, che si tratti di filosofia pura o di una strategia commerciale, poco importa. Il prodotto che ne esce è comunque sensazionale. Ho avuto modo di provare in anteprima le bottiglie e ne sono rimasto piacevolmente colpito. La recensione dello Speri è sul mio canale Instagram. Di certo, il business plan è stato fatto e con cura. Molti vignaioli nemmeno sanno cosa sia un business plan. Spesso si iniziano attività commerciali o produttive così, ad intuito. Perché piace l’idea e ce ne si innamora. Poi, come va va. Vediamo alla fine dell’anno.   Così, se va bene, si arriva alla fine dell’anno e se ne ricomincia un’altro senza sapere se si stia andando nella direzione giusta oppure contro un muro.  Antonio il business plan lo ha fatto e ci mancherebbe altro. Un pò per deformazione professionale e direi per professionalità. Un pò perché stare dietro ad una attività del genere richiede tempo, soldi, energia. Sprecarli, non avrebbe senso ne servirebbe a qualcosa. Fare un business plan vuol anche dire tener conto dei costi di promozione dell’attività. Anche questo un aspetto sottovalutato e che poi torna prepotente quando i magazzini rimangono pieni. Sfugge ai più. Non può sfuggire ad un consulente. Esperto.  È così che Antonio oltre ad occuparsi del prodotto, presta molta attenzione alla costruzione delle etichette così come alla tipologia di bottiglia e al packaging. Volevamo fare qualcosa di diverso per proporre al mercato qualcosa di speciale e con un vero appeal. Le etichette sono fatte da un artista cubano, Juan Carlos Polo Chaviano. La mia ragazza è cubana e l’anno scorso siamo stati li. Parte delle mie vacanze le ho trascorse con questo artista a ragionare su come potevamo fare le etichette. Ha inventato questo personaggio che si chiama Gordito che è un uomo che brinda con il calice in mano rappresentato in diverse configurazioni ma sempre con l’anfora vicino per evocare il messaggio. C’è molto di investimento anche dal punto di vista del design e del fascino. Anche la bottiglia borgognotta: scura per non avere influenze della luce e del calore; spessa perché essendo un vino naturale, meglio lo conservi e meglio è.  Infine c’è l’astuccio che, oltre a dare una protezione aggiuntiva per viaggiare sempre al buio, è scenografia e design.  Bellissime in effetti le etichette come sono stupendi gli astucci. Stupende tonalità di colore e grafica accattivante. Fosse anche solo per esporle. Ciò su cui si dovrebbe prestare attenzione nelle parole di Antonio è l’aver messo a fuoco, analizzato e sviluppato ogni singolo aspetto del progetto: niente è e può essere lasciato al caso. Niente è improvvisabile.  Nonostante l’avventura sia appena iniziata, guardare al futuro è una necessità. Davvero il giusto approccio per non rimanere fermi, per pensare che ogni giorno è nuovo e diverso dall’altro.  Vorremmo mantenere quantità basse per gestire bene il processo. Potremmo salire fino a 6/7000 bottiglie con un paio di anfore in più. A livello di prodotti le innovazioni sono pensieri che vengono giorno dopo giorno. Avere qualche linea in più sempre con la stessa filosofia. Ad esempio con la Malvasia e il Piedirosso. La cantina è spoglia e servirebbe qualcosa per gli ospiti. Più strutturata e magari visitabile.  Ci pensi a staccarti dal lavoro? Per adesso è prematuro per la fase del progetto in cui siamo. Ma ci penso. In una città come Milano dove per sopravvivere devi lottare parecchio, la consapevolezza di avere un vigneto, una cantina, seguire le fasi della natura….alletta parecchio. Adesso che tutti i puntini sono riuniti, il progetto di una nuova realtà come Terrae Laboriae, prende davvero forma.  È un progetto che mi piace poiché nasce con solide basi frutto di intuizione, idee, calcoli, programmazione, studio, fatica, lavoro, tradizione, innovazione, territorio. Un mix perfetto si direbbe. No, non basta. Non stiamo parlando di ingredienti che devono unicamente mescolarsi indipendentemente dalle quantità. È necessario metterci due cose importanti: cuore e testa. Antonio e Angelo le hanno entrambi. Cuore e testa. Senza che l’una non domini sull’altra.  Un grande in bocca al lupo per questa splendida avventura. Sono certo che Teri, Teli e Speri saranno ricordati per molto tempo. Insieme agli altri che arriveranno…. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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6 Ottobre, 2023

Azienda Francesco Maggi: Marco e la carica del Buttafuoco

Azienda Francesco Maggi: Marco e la carica del Buttafuoco  C’è poco da fare. Quando sei uno sportivo, uno di quelli che ha la carica dentro come se fosse una molla compressa, l’energia deve solo uscire. Non si tratta di un semplice sfogo ma di quella positività e forza vitale che è in grado di coinvolgere e travolgere. Lo sportivo ha sempre un obiettivo a cui puntare e si danna l’anima pur di raggiungerlo. Appena lo raggiunge poi, è subito pronto a trovarne un altro. Ciò che serve è solo pianificazione, allenamento massacrante, rinunce. E tanta ma tanta ma tanta forza di volontà.  Ad uno sportivo non piacciono le sfide facili. L’asticella deve sempre essere più in alto del proprio limite. Perché se già sa che si può raggiungerla, nemmeno vale la pena iniziare. Marco Maggi non ha ancora 40 anni e sportivo lo è di razza. Prima nel basket, poi nel kick boxing, infine nel ciclismo. Inarrestabile. Marco è una di quelle persone che hanno bisogno di canalizzare la propria energia nel modo più opportuno. Verso un obiettivo che, una volta inquadrato, deve e sottolineo deve, essere raggiunto.  Buttafuoco. Questo è l’obiettivo che si è dato Marco. Facciamo un pò di ordine altrimenti detto così non ci si raccapezza nulla. Tra sport e Buttafuoco si vedono poche assonanze. A proposito, ma che è Buttafuoco? Siamo nell’Oltrepò pavese, terra ai più noti per le splendide bollicine metodo classico da Pinot Nero. Non fosse altro perché fa riferimento alla omonima DOCG.  In questa vasta zona posta nella provincia di Pavia a sud del grande fiume Pò, il Pinot Nero arriva dopo e non da autoctono. Anche se conquista subito. Un pò come fa una squadra piena di campioni dal nome altisonante.  I circa 225 vitigni autoctoni oggi ridottisi a 12, hanno sempre fatto la parte dei comprimari. Relegati dopo sua Maestà il Pinot Nero (che comunque qui trova espressioni fantastiche).  Non solo Pinot Nero ma anche vitigni internazionali come Riesling, Chardonnay e Pinot Grigio. Poi, nelle parti basse della classifica, quelli nostrani: Barbera, Moscato, Malvasia, Cortese, Croatina, Ughetta (o Vespolina), Uva Rara. Ora, tutti questi vitigni e l’elevazione del Pinot Nero fanno pensare ad una zona che di storia e tradizioni ha ben poco. In effetti, se si prova a cercare anche on line, non è che si trovi molto.  Qui il vino si faceva in buone quantità e si vendeva in maniera generosa. Sfuso o in damigiane. Vino rustico, senza tante pretese. Quello del contadino insomma. Rosso, nemmeno a dirlo. Terra strana questa. Forse perché di transito per i tanti dominatori che dall’est andavano ad ovest e viceversa. Spesso nemmeno ci passavano da qui, prediligendo la pianure al nord del Pò. Eppure, proprio qui, a Stradella (piccolo comune a sud di Pavia e del Pò) vennero spediti un piccolo drappello della Marina Austro Ungarica ad assistere i commilitoni nel passaggio del fiume. Scomparvero nel nulla e non già perché inghiottiti da qualcosa o periti in uno scontro a fuoco, ma solo perché ubriachi persi dopo aver bevuto litri di un vino prelevato da botti sulle quali era scritto “Buttafuoco”. La leggenda, alla quale credo poco, vuole che venne dedicata pure una nave a questo episodio, la Feuerspeir (che vuol dire proprio Buttafuoco). Ma ce li vedete gli austroungarici che dedicano una nave ad un manipolo di ubriaconi? Suvvia. Mi piace più credere alle cronache che riportano come il poeta dialettale Carlo Porta, dopo aver assaggiato un bicchiere di questo vino, esclamò “butafueg” ovvero, butta fuoco! Leggende metropolitane e storie inventate a parte, ciò che è certo è che questa zona abbia una bellissima predisposizione alla cultura della vite e che il Pinot Nero abbia da un lato contribuito alla notorietà, dall’altro affossato ulteriormente i vitigni che, da sempre, alloggiavano in Oltrepò. Io però me li vedo i contadini a produrre vino con quello che avevano in campagna: Croatina, Uva Rara, Vespolina, Barbera. Il mix non poteva che essere esplosivo.  La Croatina (meglio conosciuto come Bonarda) è amabile, fruttata, floreale, asciutta, di corpo e molto acida. La Vespolina è tannica e con spezie. L’Uva Rara è fresca e di poco corpo. La Barbera con alta acidità e bassi tannini. Se si mettono insieme il risultato non può che essere un vino tagliente.  Ma quello c’era in vigna prima. Così che non faccio fatico a credere che chi lo bevesse potesse esclamare “butafueg”! Quando quindi ti trovi per le mani una azienda con oltre 30 ettari che produce da sempre vino vendendolo sfuso o nelle classiche damigiane, la vera sfida, quella per la quale serve lo sportivo di razza, il visionario, il motivatore, l’energivoro, sta nel diventare grandi con vini di eccellenza. Marco Maggi è il legale rappresentante della azienda che venne fondata oltre ottanta anni fa dal nonno, Francesco Maggi.  La nostra azienda ha più di 80 anni nata da mio nonno, Francesco Maggi. Aveva un ettaro nel comune di Montescano. Li, ovvero sotto casa, aveva la cantina. Lui lavorava come mezzadro perché aveva poca terra. Si davano tutti una mano. Negli anni 70 mio zio e mio papà decidono di fermarsi in azienda. Gli anni 70 erano anni di crescita e l’azienda prende più struttura. La sede si sposta nel comune di Canneto Pavese. Comincia ad avere i 5/6 ettari vitati. Negli anni 75/80 mio papa era riconosciuto per la damigiana che portava nell’hinterland di Milano. Da Pavia a Milano vendendo il vino sfuso alle osterie e ai ristoranti della bassa. Vita dura ma che consente comunque di espandere l’azienda. Marco entra in azienda a vent’anni, nel 2001. Con lo spirito e personalità giusta. Anzitutto gli studi, per capirne e non essere impreparato, non possono che essere quelli enologici. Poi con una strategia ben chiara ovvero il passaggio dalla botte alla bottiglia, per dare personalità e immagine all’azienda. Infine con la squadra perché per vincere le sfide occorre un team coeso.   Facevamo 20.000 bottiglie. Con tanto entusiasmo volevamo entrare nella distribuzione. Abbiamo deciso come azienda di farci una nostra rete di vendita. Ora in Italia siamo presenti in 14 regioni con 30 distributori. Più 4 all’estero. Adesso produciamo 180.000 bottiglie su 30 ettari vitati. 18 etichette in portafoglio che erano 25 nel 2001. Davvero tante ma ciascuna rappresentativa del nuvolo di vitigni del territorio. Tante si e necessarie per sostenere l’azienda e il progetto. Quello che Marco, appoggiato in tutto e per tutto da papà e zio, vogliono portare avanti per il futuro dell’azienda: il Buttafuoco.  Siamo nella zona orientale dell’Oltrepò pavese. Al centro dei sette comuni che possono pregiarsi di utilizzare la DOC Buttafuoco. Siamo partiti a fare il Buttafuoco Abbondanza nel 1991 con l’uvaggio costitutivo da Croatina, Barbera, Uva Rara e Vespolina. L’abbiamo sempre fatto fermo perché questa è l’espressione migliore.  La storia del Buttafuoco non ha radici antiche. Anche se la Maggi lo produce dal 1991, che fanno pur sempre 32 anni, il mix che costituisce il vino, disciplinato nella omonima DOC, è qualcosa che i contadini qui facevano da sempre. Nel 1996, una ventina di produttori (oggi 17) fondano il Club del Buttafuoco Storico con l’obiettivo di conservare e valorizzare un patrimonio culturale. Poco più di 22 ettari, un bottiglia identitaria, un marchio specifico. Tanta coesione per non fallire.  Uno con il temperamento di Marco può restare a fare il comprimario? Ovviamente no. E infatti oggi è lui il Presidente del Club del Buttafuoco Storico, Club nel quale la Francesco Maggi entra nel 2001. Ma non era l’anno nel quale Marco entra in azienda? Sarà destino. Oggi spingiamo su 7/8 etichette e il lavoro che stiamo facendo su queste, mi piacerebbe raccontartelo tra dieci anni. Ad oggi non sostengono ancora i costi di gestione della nostra azienda e ci serve il bagaglio degli altri vini per il traghettamento. Marco non è spavaldo ma saggio. Sa che la sua è una azienda in trasformazione e la gamma dei vini serve a sostenere l’azienda.  Con il Vigna Costera facciamo 4500 bottiglie, con Abbondanza 18.000. Il Buttafuoco ancora non riesce a sostenere l’azienda e per questo dobbiamo aumentare le bottiglie. Portare avanti un prodotto poco conosciuto è difficile perché far capire lo storytelling che ha questo prodotto è complicato. Richiede tempo. Sono 3/4 anni che comincia ad andare bene con la richiesta di questo prodotto e abbiamo iscritto un’altra vigna di 3 ettari per produrre fino a 12.000 bottiglie di Buttafuoco Storico dal 2025. Vigna Costera è il Buttafuoco Storico, Abbondanza il Buttafuoco DOC. I due vini identitari al vertice della strategia di Marco.  Il vino si fa in vigna e noi in cantina possiamo solo rovinare il prodotto che ci ha dato la natura. Il nostro Buttafuoco era molto tannico con tannini quasi verdi. Adesso abbiamo imparato così da avere un vino pronto come lo vuole il consumatore. Nulla è lasciato al caso e seguiamo molto il mercato. Il passaggio dalla damigiana e sfuso (che comunque, per tradizione, ancora in parte si mantiene) alla bottiglia è compiuto. Adesso, anche insieme al Club, gli sforzi sono orientati a posizionare opportunamente il Buttafuoco Storico.  Difficile, dannatamente difficile nel panorama vitivinicolo italiano e con un fardello dell’Oltrepò Pavese identificato nel metodo classico da Pinot Nero. Ma se fosse una cosa facile, nemmeno c’era da porselo come obiettivo no? La forza di Marco sta però anche nell’avere un papà ed uno zio che lo appoggiano dandogli fiducia.  Ho avuto la fortuna che mio papà e mio zio hanno accettato le mie idee dandomi fiducia. Scegliere di non fare damigiana voleva dire perdere clienti. Fare una bottiglia medio alta voleva dire fare un percorso su un mare agitato. Papà e zio sono i titolari dell’azienda. Io sono il rappresentane legale. Penso di essere stata una delle persone più fortunate in questo lavoro perché mio padre e mio zio mi hanno sempre appoggiato avendo anche una solida esperienza. Vedo aziende con figli che vogliono fare cose diverse ma i genitori li frenano. La mia fortuna è stata mio zio perché, va bene il papà, ma uno zio che da fiducia al nipote non è comune.  Sono stato fortunato ad avere vicino due persone così. Due persone speciali che hanno donato a Marco una grande forza e serenità. Due persone che hanno sempre avuto una visione comune dell’azienda. Questa la grande forza. Forza e coerenza anche da un punto di vista commerciale. Senza snaturare la strategia e con la barra puntata sulla qualità e sostenibilità. Avevamo impiantato tutta bacca rossa e volevamo fare anche degli spumanti e vini bianchi. Così abbiamo comprato dei terreni: non ci fidavamo delle uve comprate. In questi ultimi anni abbiamo seguito la scia del Prosecco che ci ha insegnato come la gente voglia bere qualcosa di fresco e immediato. Abbiamo quindi un extra dry fatto con Pinot Nero che è entrato non a sostituire il Prosecco ma per offrire una alternativa al consumatore. Qualcosa di diverso rispetto al veneto da una uva nobile come il Pinot Nero. Una gamma dunque estremamente variegata atta a soddisfare tante necessità e mantenere la sostenibilità per garantire il futuro. Ho assaggiato Abbondanza e devo dire che mi ha molto convinto per i suoi sentori vinosi, da vino vero, per la sua frutta rossa e nera intensa che ho trovato al naso insieme al sottobosco e alla balsamicità; alla viola e alla peonia. Una fusione di odori che lo rendono, già così, caldo e pastoso. Pastosità che torna in bocca ancorchè lieve e non aggressiva. I tannini sono stati ben domati cosi come la freschezza che c’è ma senza essere aggressiva. Non butta proprio fuoco insomma (anche perché ai giorni nostri non farebbe strada). Secco e caldo, mi ricorda un buonissimo succo di mirtillo con un finale che da sull’agrumato. La bocca è piacevolissima nonostante una persistenza anche lunga. Non è un vino particolarmente strutturato ma proprio per questo interessantissimo e convincente. Con un formaggio mediamente stagionato sta alla grande. Io ho sempre fatto sport a livello agonistico. Quando ho iniziato a lavorare ho imparato che appena arrivo ad un piccolo traguardo devo sempre averne in mente un altro. A me piacerebbe fare Buttafuoco Storico su tutti i 30 ettari e se ciò si realizzasse vorrebbe dire che a livello nazionale sarebbe un vino conosciuto ovvero una doc importantissima. Ma non solo, la rivalutazione dei nostri terreni e della zona sarebbe immensa. Senza contare che, per me poi che sto spingendo da pazzi, vorrebbe dire che il lavoro è servito a qualcosa. Ecco, così è Marco. Non aggressivo, non spavaldo. Competitivo e con la voglia di emergere per far emergere un territorio. Da vero Capitano! 19419
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29 Settembre, 2023

Tenute Santoro: come "Calabrisella" insegna

Tenute Santoro: come “Calabrisella” insegna Jeu ti vitti ‘nsonnu e mi guardavi.
Se m’arrobbasti ‘u mègghiu muccaturi,
M’assasti ‘nta lu cori ‘u mègghiu hjuri.
Calabrisella mia, Calabrisella mia,
Calabrisella mia, rosa d’amuri.
Ora chi di la città jeu su’ tornatu,
Mi guardi e mi sorridi, malandrina:
Jeu dassarrìa ‘u meu dutturatu
Sulu pe’ avìri a ttia sempri vicina.
Se voi mu ‘nd’hai a mmia sempri vicina,
Non c’è bisognu ‘u dassi ‘u dutturatu:
Va’ e parla cu’ me’ patri e lu curatu,
Se no’ vattindi e non penzari a mmia.
Se chissu è amuri veru, se jè amuri puru,
Va’ e parla cu’ me’ patri e cu’ me’ mamma.
Jeu ti dugnu ‘u me’ cori e ‘a me’ fidi,
Jeu parlu cu’ to’ patri e cu’ to’ mamma
E tu ‘ngrata assai se no’ mi cridi
Calabrisella mia, chi canti e arridi.
Mègghiu ‘na contadina bona e fina,
Ca signurina bùrbara e sgarbata;
Mègghiu vedana bona e aggraziata
Ca ‘gnura superba e ‘mbelenata!
Calabrisella mia, Calabrisella mia,
Calabrisella mia, rosa d’amuri!   Ogni volta che mi approccio alla Calabria enoica, quasi per riflesso condizionato, parte nella mia mente il ritornello della canzone Calabrisella. Calabrisella mia, Calabrisella mia,
Calabrisella mia, rosa d’amuri! Me la facevano cantare in terza elementare. Non che avessi un maestro di origini calabresi (il mitico maestro Testa era di Santi Cosma e Damiano, lo stesso paese di papà) ma era una delle tante canzoni popolari che si cantavano. C’era “Vitti ‘Na Crozza”, “Ciuri Ciuri”. Così come le tante altre, ognuna a rappresentare di una regione italiana. Insomma, quello c’era all’epoca per cantare (parlo del 1978 se la memoria non mi inganna). Mica si cantavano le canzoni dell’estate come ora! Mai come in questo caso però la trovo pertinente. Nella versione (ce ne sono tante…) cantata anche da Mino Reitano (all’anagrafe Beniamino da Fiumara, meno di 1000 anime a 20 km da Reggio Calabria) c’è un verso che racconta di come il ragazzo corteggiatore offre alla ragazza che sta corteggiando la rinuncia agli studi pur di starle vicino. Lei, immagino io con grande piglio, gli risponde che non serve abbandonare gli studi ma che vada dal prete e dal padre così da prenderla in sposa. Grande pragmatismo! Mi guardi e mi sorridi, malandrina:
Jeu dassarrìa ‘u meu dutturatu
Sulu pe’ avìri a ttia sempri vicina.
Se voi mu ‘nd’hai a mmia sempri vicina,
Non c’è bisognu ‘u dassi ‘u dutturatu:
Va’ e parla cu’ me’ patri e lu curatu,
Se no’ vattindi e non penzari a mmia.
Si può abbandonare gli studi per tanti motivi tanto che nella canzone lo si offre come pegno d’amore. In questa storia invece, il nostro protagonista, Giuseppe Santoro, lascia gli studi universitari, a detta sua perché non era portato. Dall’idea che mi sono fatto durante la nostra chiacchierata, per amore della terra. Della sua terra. Andiamo per ordine e cerchiamo di raccapezzarci un pochino. Siamo a Cirò. Tra le montagne della Sila ed il meraviglioso mare calabrese che dista in linea d’aria meno di 3 km. Qui il vino si fa da migliaia di anni. Dai tempi dei Greci che sbarcarono su queste coste nell’VIII secolo a.C. Per la cronaca e, tanto per capire come qui il vino fosse cosa seria, a Cirò Marina venne costruito (sempre dai Greci) il Tempio dedicato a Bacco, il Dio del vino. Ora, non per divagare ulteriormente, quando scrivo di queste cose e dei vini calabresi, oltre a Calabrisella mi prende anche un certo nervosismo. Si, proprio nervosismo perché la Calabria, oltre a poter vantare una storia vitivinicola millenaria, ha anche un territorio fantastico per la produzione dei vini. Vocato è dir poco.  Eppure, è forse la regione italiana meno conosciuta in ambito vinicolo. Dubito che sia conosciuta anche a livello geografico perché voglio vedere chi saprebbe dirmi in che provincia è Cirò. Crotone! Anche se per omaggiare sempre gli antichi greci la provincia è Krotone, con la “K”. Poiché la storia (o leggenda) vuole che Eracle, avendo ucciso per errore il suo amico Kroton, decise di seppellirlo sulla sponda del torrente dove fece sorgere la città che prese proprio il nome dell’amico. Ho divagato anche troppo. Giuseppe Santoro è il titolare di Tenute Santoro, l’azienda di famiglia. Persona squisita e amabile. Di quelle che sanno quanto sia difficile fare questo mestiere ma che, nonostante ciò, non riescono a non sorridere e a capire che occorre far affidamento sulle proprie forze. Con la consapevolezza che ce la si può fare. Ecco, consapevolezza. La stessa che oggi fa dire a Giuseppe come occorra concentrarsi sulla promozione commerciale. Della sua azienda, dei suoi vini, del territorio. Saggezza e soprattutto voglia di guardare verso il futuro. Dietro, a far da solide fondamenta, c’è la storia. Quella che ha portato lui e la sua famiglia fin dove è ora. Base per il futuro. Mica da buttare via. Il mio bisnonno ha iniziato tutto. Prima di lui se c’era qualche altro questo non lo so. Nel 1850 lui è andato in America dove si facevano le ferrovie tutte a mano. Poi ha comprato 6 ettari qui e ha impiantato tutte vigne. Se andaste a leggere sul sito internet trovereste scritto che fu il trisavolo Giuseppe Santoro a cominciare tutto e che oggi sono alla quinta generazione. Ora, facendo un po’ di calcoli, io mi fermerei al bisnonno. Quinta generazione, non so. Ah però c’è la figlia di Giuseppe. Allora ci sta! Questo solo per dire quanto Giuseppe sia meravigliosamente spontaneo nelle sue cose. In fondo, non è importante se siamo alla quarta o alla quinta generazione. Ciò che conta è che Giuseppe ha preso il testimone dal padre e questi a sua volta dal padre fino ad arrivare al 1850. Lunga storia in Calabria. Storia di quando si emigrava in America a fare fortuna. E fortunati sono coloro che sono riusciti a tornare sani. O anche coloro che sono rimasti li a rappresentare la Patria. Nel 1850 si faceva solo vino. Per casa ovviamente. Non si vendevano le uve. Dal 1960 in poi si è cominciato a vendere le uve senza vinificare. Le famiglie si facevano il vino in casa e il resto se lo vendevano. Poi si è iniziato a vinificare. Le terre di famiglia passate attraverso i figli, i nipoti, gli zii. Un po’ di spezzatino come accade nelle famiglie. Specialmente quelle numerose. Fino a quando qualcuno non decide che è quello il mestiere che vuole fare. Vuole, non deve fare. “I terreni si dividevano così. A mio padre è rimasto un ettaro. Poi mio zio gli ha venduto i suoi. Capirai. Non a tutti va di gettare il sangue sulla terra. Per molti la terra non è né nobile né utile per vivere bene. È così che si svuotarono le campagne per riempire le città. Ho iniziato a vinificare non per esigenza. Mi piaceva creare una cantina. Una storia come tante altre si potrebbe dire. Il salto generazionale con qualcuno impegnato, volenteroso e soprattutto appassionato della terra, qualche altro no. Qualcuno dedito al business, qualche altro no. Mio nonno non è stato tanto imprenditore. Mio padre era appassionato e imprenditore. Appassionato dei vigneti. Non molto oculato magari. Giuseppe come gran parte dei figli in queste zone, frequenta la scuola agraria. Lavorando ovviamente in vigna quando ce ne era bisogno. In estate non avevo mai pace perché mi alzavo presto la mattina e andavamo in vigna. Avevano 6 ettari di vigna La vera vita inizia dopo la scuola. Le strade per i più si dividono tra chi cerca di distinguersi andando all’università e chi rimane nell’azienda di famiglia. Giuseppe, ci prova. Per poi capire che non è cosa per lui. Che lui ama la terra. Ama il lavoro dei campi. Ama vedere i risultati del suo lavoro. Mi sono iscritto a scienze agrarie ma non mi piaceva stare seduto a studiare. Ho lasciato l’università dopo sei mesi. Nemmeno sono stato tanto. Non mi sono ambientato. In fondo nemmeno mi volevo iscrivere. Mi sono iscritto perché ho due zii medici da parte di mia mamma e due zii professori da parte di papà. “Dato che sei un ragazzo intelligente perché non ti iscrivi e ti prendi una laurea? Così mi dissero. Non era per me. È questa una sconfitta o una presa di coscienza? Il seguire le proprie ambizioni e inclinazioni o assecondare quelle degli altri? Giuseppe lo ha capito prima che qualcuno glielo facesse notare. Ha avuto quella consapevolezza che solo in pochi hanno. Consapevolezza unita alla voglia di tornare alle proprie terre. Un po’ come la Calabrisella che dice che non si ha bisogno di prendere la laurea (in realtà era il dottorato). Non c’è bisognu ‘u dassi ‘u dutturatu:
Va’ e parla cu’ me’ patri e lu curatu, In questo caso patri e curatu non sono altro che la terra e vite alla quale professare il proprio amore e dedizione. Magari Giuseppe non era portato. Ma sarebbe potuto andare a lavorare la terra a malavoglia, oppure a fare un lavoro tanto per sbarcare il lunario. Invece ha scelto, consapevolmente, di lavorare la terra del padre per poter costruire qualcosa. Consapevolezza. Costruire. Che meraviglia! Ho zappato nelle vigne facendomi esperienza. Più allarghi l’esperienza più impari. Con il trattore dopo la vanga. Ho creato la cantina dove anche abitiamo. In mezzo ai vigneti. 40 ettari dei quali circa 20 vitati non sono pochi. Specialmente se devi costruire qualcosa come ha fatto Giuseppe. Potendo contare solo sulle proprie forze Ora mi sono fermato nel fare investimenti perché devo consolidare quello che ho. Essendo da solo. In famiglia ho due sorelle che non si occupano di questo. Poi io mia moglie e mia figlia. Mia moglie lavora da venti anni, ora in smart working. Si sta amalgamando nell’azienda. Mi figlia ha 11 anni. Piccolina ancora. Difficile fare azienda nel sud. In Calabria ancora più complicato. Occorre stare attenti ai costi certamente ma anche e soprattutto al clima che può giocare brutti scherzi. Avevo 4 operai. Ora ne ho solo due perché la resa non era molta. Gli altri li assumo saltuariamente per i lavori. In cantina ho Giuseppe che lavora un po’ in cantina e un po’ in vigna. Ho un enologo pugliese anche se mi sono fatto esperienza. In fondo non faccio un prodotto sofisticato. Magari di nicchia. Eppure, le basse rese hanno fatto bene alle vigne di Giuseppe (Santoro). Gli hanno dato l’opportunità di concentrarsi sulla qualità e non sulla quantità come sono stati abituati, male, al sud per molti anni. Coloro che al sud iniziarono a vinificare, non lo facevano nemmeno poi così tanto bene. O senza aggiungere qualcosa (anche perché era dal tempo dei greci che non lo facevano). Attenzione alla qualità dunque. Che qui non è mai scontato. Mi vinifico le mie uve e faccio un prodotto naturale. Non aggiungo prodotti esterni. Faccio un biologico in vigna. Potrei avere la certificazione ma ancora non l’ho fatto. Cinque le etichette in portafoglio, tre rossi, un rosato e un bianco per un totale di 30.000 bottiglia. Poco utilizzo della barrique e tanta territorialità. Anche perché, dico io, se dalla Calabria togli anche il profumo della terra, quello del mare, quello delle piante di liquirizia, che ne rimane? Il primo rosso è Caposerra, blend dei due vitigni autoctoni coma Gaglioppo e Magliocco. Un lieve passaggio in barrique (sei mesi) del blend (Giuseppe dice che in realtà è Gaglioppo in purezza) e nasce il Patris 42. Infine, quello che per me è davvero un vino “tutta una scoperta”, lo Zonaro con sempre blend ma Gaglioppo che raggiunte il 90%. Ho recensito sul mio blog proprio lo Zonaro 2015 e per capire il perché della definizione “tutta una scoperta” basta cliccare sul link @ivan_1969. Da Gaglioppo in purezza vinificato in bianco arriva il Noveno. Per finire, non potevano mancare i vitigni calabri Mantonico e Greco Bianco per dar vita ad Apice. Sono vini questi che andrebbero bevuti alla cieca. Senza guardare o sapere da dove arrivano. Così da superare tutte le diffidenze che ci sono sui vini calabresi. Spesso a ragion d’essere ma oggigiorno, ancora più spesso, infondate. Basta saper scegliere. Puntare sul territorio limitando al massimo i vini con l’utilizzo di barrique Il vero vino è quello che fa solo acciaio. Perché questo non le prende né le dà. Sicuramente vero. Quando infatti bevi uno Zonaro senti appieno il territorio con la sua frutta matura e il sole che le brucia e che si mischia ai delicati rametti di liquirizia. Senti quanto inutile e fuori luogo sarebbe la barrique. Per il futuro, Giuseppe ha le idee decisamente chiare. Sia per la necessità di concentrarsi sulla parte commerciale dell’azienda dunque non investendo in altri campi, sia sulla parte di prodotto. Ho in mente di fare un IGP Calabria di fascia alta. Durante la pandemia avevo fatto dei vini di fasica bassa per supermercati e banchettistica. Sempre con Tenuta Santoro. Bravo Giuseppe. Oltre ad essere orgoglioso di quello che hai fatto, devi, assolutamente devi andar fiero di averlo fatto in Calabria. Perché solo grazie a persone come te, questa terra, potrà tornare ai fasti che merita.   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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22 Settembre, 2023

Di Francesco Gasperi: la leggerezza del vino

Di Francesco Gasperi: la leggerezza del vino Ogni qualvolta penso di averle viste tutte nel mondo del vino, ecco che qualcosa di nuovo mi si presenta, così da chiedermi se mai potrò stancarmi di parlare con chi il vino lo produce visto la moltitudine di storie da raccontare.  Non so in quanti avranno letto i libri di Diego Da Silva. Magari più facilmente avranno visto la fiction andata in onda su Rai 1. Protagonista dei romanzi, che preferisco di gran lunga alla fiction, è Vincenzo Malinconico, avvocato napoletano che di fare l’avvocato proprio non ha voglia. Lo deve necessariamente fare per sbarcare il lunario. Personaggio divertente l’avvocato Malinconico. Per la sua schiettezza e per il modo di pensare ed approcciare alla vita. Tutto partenopeo. Senza divagare e invitando alla lettura dei romanzi, il personaggio che incontro mi ricorda tanto Vincenzo Malinconico. Sarà per la sua avversione a fare, o continuare a fare l’avvocato o per la sua innata ironia. Eppure non siamo a Napoli ma all’estremo nord, in quel di Saint Pierre, piccolo paesino della Val d’Aosta.  Chi incontro è Stefano Di Francesco, istrionico avvocato e, soprattutto, vignaiolo. Titolare dell’azienda vinicola di famiglia, la Di Francesco Gasperi Vino e Spiriti. Credetemi, per molti versi, il modo di pensare di Stefano è tutt’altro che nordico. Meraviglioso! Io sono un avvocato, mio fratello è un medico e mio padre è un medico. La cupola è questa. Papà Eugenio e mio fratello Nicola.  La chiacchierata è di quelle che lasciano il segno. Stefano è un personaggio che merita di essere conosciuto per la sua esplosiva personalità ed il coinvolgente entusiasmo. Un entusiasmo vivo per la professione, anzi per l’hobby del vignaiolo. Un passatempo, come lui stesso lo definisce. Anche se si vede che nemmeno lui ci crede: in realtà, quella del vignaiolo è la sua vera professione mentre la pratica forense è relegata al compito di garantire un reddito. Visto che l’azienda vinicola è piccola e la produzione raggiunge a malapena le 8000 bottiglie l’anno. Parte delle quali le beve lui con gli amici (sempre per sua stessa ammissione eh!).  L’azienda. Partiamo da qui, anzi dal come Stefano parla dell’azienda. Lo fa al plurale e non già per una questione di nobiltà scomodando il plurale maiestatis ma, unicamente, perché l’azienda è di famiglia. Il titolare sono io. Il gioco è il mio e sono io che guido la barca. Sono però coadiuvato dalla famiglia. In primis da mio padre che è il pazzo che ha inventato tutto.  Papà Eugenio, classe 1938. Altra pasta anche se, come dice Stefano ha qualche acciacco però è sempre stato, per dna, un idealista. Il padre era un orfanello e ha sempre avuto il senso del riscatto sociale. È diventato medico per riscatto sociale. Stefano invece è diventato avocato per l’insistenza  del padre che desiderava i figli avessero una posizione sociale. Già qui si spiegano molte cose magari. Saint Pierre è un piccolo paese di 3000 anime a poco più di 8 km da Aosta. Non sembra ma la zona è vocata per il vino. I primi reperti sono dell’età del bronzo. Poi i romani, il medioevo e  Napoleone. Qui si producevano vini con stile francese prima che le difficoltà delle coltivazioni sui terrazzamenti inducessero i produttori ad abbandonare le coltivazioni.  Avevamo un terreno abbandonato di poco più di 600 metri quadri. Dissi a papà “perché non facciamo il vino per casa?” Altro elemento per capire come Stefano non avesse poi tutta questa voglia di continuare a fare l’avvocato. Sempre che l’avesse mai avuta.  Avevo un amico compagno di calcio, Michel Vallet, che ha una delle aziende più importanti della Val d’Aosta. Andavo ad aiutarlo in vigna, mi piaceva l’ambiente e ovviamente mi piace il vino. Mio papà era ed è un malato di pomodori che pianta anche oggi ovunque. Gli dissi che era meglio la vigna così da farci il vino per casa. Mio padre colse in pieno la quesitone ma, non sapendo fare assolutamente niente, contattammo un vicino, Giorgio Anselmet (tra i più grandi produttori della valle): come si fa? Gli chiedemmo. Non ci si improvvisa vignaioli. Specialmente se sei in Val d’Aosta dove non è che ci sono terreni facili da coltivare. Qui ci sono terrazze strappate con le unghie alla montagna. Ogni lavorazione la devi necessariamente fare a mano. Poi, sei un avvocato, con padre e fratello medico, saprai di tanto altro, ma di terra e vino, meno che zero. Ci ha fatto fare un lavoro amatoriale che adesso non farei così. Abbiamo sbagliato tutto e potrei scrivere una enciclopedia su cosa non si fa una vigna.  Sul fazzoletto di terra terrazzato, piantano quindi 600 barbatelle.  Volevo solo vitigni autoctoni valdostani. Io amo il Fumin. Così impiantiamo 300 barbatelle di Fumin e 300 di Mayolet. I due autoctoni valdostani. Per piantare ci siamo fatti aiutare da un vicino di casa e caro amico di famiglia nonché dal figlio, i Gaspari. Erano assicuratori di professione. Abbiamo passato un bellissimo week end goliardico tra insulti e canzoni. Ci siamo divertiti. Sporcarsi le mani per dei professionisti della penna, lascia il segno. Piace. Piace e coinvolge tutta la banda. Ma ve lo immaginate cinque stimati professionisti che passano un fine settimana chini sulla terra ad impiantare le barbatelle, governati da un vero vignaiolo che secondo me se la rideva sotto i baffi? Difficile, faticoso ma al tempo stesso divertente. Insomma una vera soddisfazione deve essere stata vedere la terrazza sistemata e con la barbatelle piantate.  Soddisfazione che per papà Eugenio, che è uno che non si accontenta facilmente, porta a guardare oltre. Magari animato dalla sua voglia di riscatto o colto da ulteriore entusiasmo, l’anno successivo compra un ulteriore pezzettino di terra dal vicino. Un’altra terrazza. Perché quello c’è in Val d’Aosta.  In Valle D’Aosta avere due ettari vicini è una impresa. Strappiamo il terreno alla montagna. Ci sono 500 ettari vitati quando nell’800 ce ne erano 3000. La viticoltura era cosa seria.  Anno dopo anno la pazzia dilaga fino ad arrivare a circa 8000 piante su 2 ettari di terrazzamenti abbandonati da tempo. Abbandonati perché ci vogliono dei pazzi per coltivare tutto a mano. Non c’è nulla di imprenditoriale qui. Abbiamo trovato due pietre del 1792 che ho messo pure in etichetta. Rivoluzione francese. Qui eravamo Francia con cultura vitivinicola Borgognese. La storia della viticoltura in Valle d’Aosta non è diversa da tante altre regioni. La fillossera, l’abbandono per le città, ecc. ecc. ecc. Solo che qui coltivare è sempre stato una vera impresa. Non si hanno le superfici di altre regioni alpine italiane ne tantomeno una tradizione particolarmente viva. Così, si perse tutto fino al secondo dopoguerra quando gli abati svizzeri portarono vitigni come la Petit Arvine, adesso considerato autoctono anche se non lo è.  Avevo scritto in etichetta che era autoctono ma l’ho cancellato perché da presidente della neonata DOC Valle d’Aosta mi hanno fatto le pulci. Vedi tu a cosa porta la passione. Pure Presidente del Consorzio dei vini valdostani (carica che Stefano ha lasciato poco fa). Passione partita come un gioco diventato un vero secondo lavoro. Il nome dell’azienda è Di Francesco Gasperi Vini e Spiriti dove Gasperi è un riconoscimento a Luigino Gasperi che ci ha dato una così grande mano e nonostante i sui 85 anni continua a darmi una mano. Lavora in maniera indefessa in vigna ed è un precisino. Conosce tutte le piante.  L’azienda è intestata a me. Commercialmente è un nome che fa schifo ma il cuore va oltre. Il nome di Luigino è come se fosse il Moët Chandon dei poveri. Ma è giusto dare merito a chi ha lavorato. Vino e Spiriti perché, in maniera abusiva, facciamo anche dei superalcolici. Anche in questa ultima frase si vede la goliardia quasi ci trovassimo nel film “Amici miei”:  scrivono sul loro nome una cosa che non si può fare. Grandissimi! Ci piace il rischio! Nessuno ha smesso di fare la professione. Tutti hanno continuato.  L’impegno dipende dal periodo dell’anno. Io adesso ho finito di impiantare la vigna nuova. Divido la giornata in due. Mi alzo alle 6 perché mi attivo presto. Passo le prime 3 ore di vigna. Alle 9.30 sono in studio fino alle 12.30. Poi alle 14.30 torno in studio e alle 16.30 ancora in vigna. Sono avvantaggiato perché non sono sposato e non ho figli. Ho dei pesci rossi. Tutti i giorni le mie 4 ore in vigna le passo. “Io restai a chiedermi se l’imbecille ero io, che la vita la pigliavo tutta come un gioco, o se invece era lui che la pigliava come una condanna ai lavori forzati; o se lo eravamo tutti e due” Così il Perozzi, alias Philppe Noiret, riflette sul senso della vita dopo che il figlio lo redarguisce nel primo grande Amici miei del 1975. Allo steso modo è la riflessione di Stefano. Sono 25 anni che faccio l’avvocato e mi sono anche rotto. Mi dedico più a quello che mi piace. Per dare qualità al tempo. Non posso permettermi di lasciare l’avvocatura perché mi da da che vivere. Mio fratello quando può mi aiuta. La vigna è il mio secondo lavoro, il mio gioco. Mio fratello quando può viene. Giuridicamente non è mia ma è il mio passatempo. Non ho mai visto Stefano come avvocato ma giurerei che non abbia la stessa verve. Quando parla della vigna senti che è qualcosa che gli scorre dentro e che, soprattuto, lo appaga. Gli da quella felicità che magari un tempo era nella giustizia. Forse l’avere a che fare con tante persone che riversano sulla sua scrivania solo problemi e contenzioni; processi, giudici, carte, tribunali, cancellerie, ricorsi, faldoni ecc ecc ecc, conduce alla nausea rendendo palese la voglia di scappare o di dare semplicemente un senso alla propria vita. Quando poi hai qualcosa di meraviglioso, ancorché difficile, come la terra, l’aria aperta e la produzione di un nettare quale è il vino, la scelta è fin troppo facile e scontata. Si certo, è una logica scappatoia ma non ti spaccheresti la schiena e non passeresti così tanto tempo in vigna lavorando come un matto se non ti scorresse dentro. Lo fai, e Stefano lo fa, solo quando ne ricavi felicità e appagamento. Dal punto di vista della cantina, avremmo voluto far cantina dove c’è la terra. Per questioni economiche faremo degli appartamenti così che continuo a vinificare presso una cantina sovradimensionata per le vigne che hanno. Affittano gli spazi a piccole cantine come la mia. Pago gli spazi e pago il cantiniere. Li c’è un agronomo che il responsabile della cantina. Lui mi da una mano in vigna. Non c’è un enologo che mi segue. C’è il cantiniere che non hai l titolo ma ha l’esperienza. Mi fido più di questa. La filosofia di Stefano è quella del buon senso. Quella che porta a credere che da bella uva non può che venire un buon vino.  Abbiamo una piccola azienda. Non ho problemi di produzione. Se faccio più o meno vino, non mi cambia la vita. Se c’è un grappolo che non mi piace, finisce per terra. Se ce ne sono troppi, finiscono per terra. Ho sempre voluto creare l’immagine di un cosa bella e pulita. Io non diserbo. Stavo decespugliando e vedevo il mio vicino che diserbava. Ho pensato che io ci sto 45 ore a decespugliare e mi faccio due coglioni con un attrezzo che mi fa vibrare anche il naso. Allora, se ci do un colpo di diserbo, risparmio. Ma l’idea di dare schifezze al mio terreno non mi va giù. Cerco di fare il meglio. Voglio molto bene alla mia vigna. È storica e devo darle il rispetto che merita. Ciò che arriva in cantina è bella. Prima di vendemmiare faccio le analisi, porto le uve in laboratorio. So che c’è un cantiniere attento e penso che uno più uno faccia due. Non è calcolo questo. Non è filosofia. Ne tantomeno esperienza. È solo amore allo stato puro. Come se Stefano abbia la necessità di curare ciò che lo fa stare bene, così bene per continuare a star bene lui. Una sorta di do ut des. Ci versiamo un calice di Petit Arvine 2021.  In valle la stanno facendo in tanti ma a me piace la secchezza nei vini. Vini che abbiano finito la fermentazione. La mineralità che si sente al naso è perché qui c’era il mare. Un vino molto alpino per la freschezza che c’è in bocca. Va dall’aperitivo ai primi piatti. In estate qui fa un caldo della madonna. Abbiamo pochissima piovosità. Si sciolgono le nevi. Abbiamo un clima mediterraneo.  La particolarità che si coglie in questo Petit Arvine è un mix di sapidità e mineralità con agli agrumi del mare che si uniscono alla balsamicità.  Non sono un sommelier ma un bevitore e ho il concetto di mi piace non mi piace. È un vino che è veramente interessante perché non stanca. Chiama sempre una beva. La secchezza non lascia sensazioni di durezza in bocca che, grazie all’agrumato percepibile fino in gola, risulta splendidamente pulita. È un vino pericoloso perché una bottiglia basta a malapena.  Con qualche fanciulla lo chiamo scacciapensieri. I 14 gradi non sono immediatamente percepibili. Il finale, con persistenza buona, tende ad andare verso l’amarognolo cosi che da renderlo ideale per un aperitivo o un semplice pesce.  Va anche benissimo con un caprino morbido poiché la pulizia di bocca è assicurata dagli agrumi e da una accentuata salivazione conseguenza della sapidità. Un vino che mi è piaciuto sia per la semplicità dei sentori sia per le sensazioni gustative. Mi piacerebbe berlo tra qualche anno: il grado alcolico e la poderosa spalla gli garantiscono un sicuro invecchiamento. Qui in valle ci sono due o meno tre produttori che hanno iniziato ad utilizzare tonneau, barrique e anfora. Sono ottimi ma non nel mio gusto poiché più morbidi. Perdono quella freschezza che adoro.  Unica accortezza per questo vino è la temperatura di servizio che, a mio parere, non deve eccedere gli 8/9 gradi altrimenti il finale, che vira verso l’amarognolo, potrebbe prevalere eccessivamente. Io faccio poi due rossi. Il primo è il Planchettes che nasce sulla prima vigna che ho piantato il primo anno. È il mio primo bambino. Nasce da un errore. Anselmet mi fece piantare il Fumin e il Mayolet. Dopo tre anni scoprimmo che il Fumin non era Fumin ma Pinot Nero. Fregare un avvocato così l’ho visto davvero offensivo. Scherzo ovviamente. È che in serra si erano sbagliati! Un vino che nasce da una provvida sventura. Per uno che voleva solo vitigni autoctoni valdostani, si trova in vigna il Pinot nero. Per giunta in quantità scarsa dunque non abbastanza per produrre un vino in purezza.  Avrei potuto pure chiamarlo Torrette come da disciplinare della DOC (75% Petit Rouge e il resto ciò che vuoi). Qui ho 90% Petit Rouge e 10% Pinot e l’ho chiamato Planchettes che vuol dire terrazzamenti. Ho voluto creare un vino molto valdostano a tutto pasto Apriamo quindi il Planchettes. Colore porpora scarico, completamente trasparente. Si intravede la presenza del Pinot. La freschezza è immediatamente percepibile al naso. Il vino valdostano deve sempre avere freschezza. Si deve sentire l’altitudine.  Evidente è la frutta tipica di queste parti come il ribes e il mirtillo. Qualche fiore alpino e tanta  minerailtà. Un vino semplice e immediato. Non certo da meditazione! Non cerchiamo complessità. È un vino di beva. Adesso nel faccio 2500 bottiglie. Sono sempre stato sulle 1000. Il rivenditore valdostano me l’ha preso tutto. Va nella ristorazione in Valle. La particolarità che si coglie è la continuità con il precedente grazie alla mineralità ed al finale amarognolo. C’èin questo caso una interessante armonicità in bocca ed un tannino giustamente bilanciato. Questo è quello che piace di più a mia mamma che è la regina di casa e se lo dice lei… Non fa botte ed è meglio così perché mantiene tutto il suo carattere schiettamente alpino.  Il cantiniere voleva farci un pò di legno. Dare complessità. Ma io volevo semplicità per mantenere un vino valdostano, minerale e con un bel naso semplice e fruttato. Non impegnativo insomma. Sic coglie una bella evoluzione tra i due vini. La continuità accennata precedentemente. Nel Planchettes un naso più maturo, passando dagli agrumi ai ribes, mirtilli, erbette selvatiche. Buona persistenza come per il bianco. Si abbia in maniera molto facile con un primo tipo dei pizzoccheri o un secondo di carne. Faccio 8000 bottiglie in generale. Mi piacerebbe sperimentare l’anfora ma devo fare i conti con la realtà. Ogni anno vorrei impiantare qualcosina. Non posso smettere di fare lì avvocato altrimenti i contributi li perdo. Vorrei tutti i terreni qui vicino. Non sparsi. Il mio rivenditore mi dice che devo fare un quarto vino. Mi dice che devo comprare uva e farlo. Avrei pure qualcuno che lavora bene ma se non ci metto mano io ho paura di perdere la mia identità. Premesso che la mia identità è la buona volontà. Ho anche un rivenditore a New York e Boston tramite un ragazzo che ha studiato in Italia e ha scelto delle piccole aziende. Mi ha infilato in certi posti a New York, pazzeschi. Sono stato a New York ahimè con la mia ex. Me lo ricordo ancora perché mi ha lasciato li. Ma trovare il mio vino a 120 $ la bottiglia, vederlo li, mi ha emozionato. Finiamo con il Fumin, un vitigno che ha una storia eterna e non finita. Autoctono valdostano usato nel passato per colorare e dare acidità agli altri vini. Negli anni 80 poi si inizia a vinificare in purezza con grandi discussioni per via del suo ruvido tannino. Ne parla per la prima volta Lorenzo Francesco Gatta, definendo il vino derivato dal Fumin quasi che fa male.  Io lo definisco dal punto di vista del naso come un nostro Syrah con una fastidiosa tannicità. L’ho fatto i primi anni in acciaio ed era imbevibile. Poi vado a fare una degustazione ONAV con i più grandi produttori della valle (e io non ero tra quelli). Tra tutti i produttori, uno era sopra tutti. Era il mio vicino di vigna, non produttore professionale, che aveva una botte di Fumin in purezza dimenticata da 3 anni. Un tonneau scarico. Il vino in tre anni si era migliorato tantissimo. “Voglio fare così” mi sono detto. Le cose belle si copiano. Non piace a tutti perché non è un vino facile ma è molto valdostano. Forse è considerato il più tipico. Molti lo fanno tagliandolo con Syrah o con surmaturazione delle uve ma l’unica mia scelta è l’attesa di 3 anni. Il colore è un bellissimo rubino. Al naso ricorda molto la Syrah per la nota pepata ancorché più lieve. La frutta è quella di prima, alpina, ma molto più matura.  Sul nome Fumin c’è chi dice che è per via del colore, chi perché ci sente odore di bruciato. È più un discorso di colore secondo me. Non è un vino facile ma di sicuro, molto caratteristico. La freschezza che si percepisce in bocca è estremamente importante per un vino rosso. La permanenza in botte per tre anni ha fatto il suo lavoro tanto che il tannino non è poi cosi spinoso e la sapidità si è affievolita. Si coglie ancora una volta la continuità con i due vini precedenti. Il maggior corpo si fa sentire mantenendo freschezza e finale lievemente amarognolo. La persistenza diminuisce leggermente. Un vino molto particolare che ha necessità assoluta di abbinamento: imbevibile da solo. La spiccata freschezza ha infatti bisogno di qualcosa che la stemperi: una bella e succulenta carne arrosto fa al caso suo. La gamma dei vini così è fatta. Capisco il distributore che richiede qualcosa di maggiormente rotondo. Dopo tanti vini spigolosi forse ci vorrebbe. O forse no perché non è nella personalità di Stefano. I vini devono piacere a te stesso, senza presunzione. Io assaggio tanto perché sono un amante del vino mondiale. Però sul mio, la mia impronta è questa. Non sono vini facili e pettinati. Ma non cerco di piacere a chiunque. Il nostro terroir è questo.  Ha ragione da vendere Stefano. Questa è la vera identità territoriale. Che non va affatto snaturata.  Io ho una sola certezza. Dal mio sito tu vedi le mie vigne. Quello è per me fondamentale. È un territorio tra i più vocati della Valle D’Aosta. Devo rispettare il mio terreno, la mia zona. Sono certo che è una zona bella. Prima o poi avrò un enologo. Non lo so. Ora è facile vendere 8000 bottiglie. Se ne hai 80000 è diverso. E nemmeno le vendo tutte perché ieri ho fatto i conti e ho scoperto che 700 bottiglie all’anno spariscono. E molte le bevo. Ecco in finale la grandezza di un personaggio come Stefano. Prende le cose con leggerezza. Con trasporto certo. Con impegno e tanto lavoro ovviamente. Ma senza voler essere troppo impegnato. Non prendendosi, mai, troppo sul serio. In questo modo riesce non solo ad ottenere ottimi risultati ma anche a farlo con il sorriso.  Qui permettetemi di far ritornare il Perozzi di Amici miei. “Ho già sulle spalle un bel fardello di cose passate. E quelle future? Che sia per questo, per non sentire tutto il peso di tutto questo che continuo a non prender nulla sul serio? Oppure che abbia ragione mio figlio?” Grande Stefano! Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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15 Settembre, 2023

Tenuta Corallo: lu sule, lu mare, lu ientu. E lu mieru

Tenuta Corallo: lu sule, lu mare, lu ientu. E lu mieru (il vino) Frequento la Puglia e il Salento da tanti anni. Spiagge meravigliose fuse con la limitrofa macchia mediterranea. Gente meravigliosa e accogliente. Cibo fantastico. Città e borghi da cartolina. E il mare. Beh il mare del Salento. Che sia Adriatico o Ionio poco importa. Nel Salento il mare ha i colori del mare, quello vero. Respiri l’aria di mare, del mediterraneo. Qui senti di essere non solo al sud di Italia ma al sud del mondo. Dove le culture si mescolano armonicamente, senza contrasti, con tanta allegria. Qui si balla la Taranta, un ballo sensuale e ritmico che identifica la pazzia del singolo. Pazzia che si condivide con tutti gli altri. Per curarla, esorcizzarla. Una pazzia che troviamo anche in questa storia fatta di mare, di sole e di vento. Proprio come u Salento! Salento, Salento! Sapete che qui si parla anche una vera lingua? Il Griko salentino, mix di greco antico e chissà quante altre lingue. In fondo, il tacco d’Italia, si immerge nel Mediterraneo arrivando a lambire le coste dell’Albania, distante poco più di 60 km e della Grecia, separate solo dal canale d’Otranto. Ecco, Otranto. Chi non c’è mai stato farebbe meglio ad organizzare una visita. Un borgo incantato che si staglia sul mare esaltando il bianco delle sue costruzioni. Un intreccio di vicoli nei quali perdersi è impossibile anche se non si vorrebbe altro. A nord di Otranto la costa assume forme e colori uniche al mondo. Spiagge bianche incastonate all’interno di suggestive calette contornate da pini mediterranei. I venti di tramontana provenienti da nord e quelli di scirocco da sud, rendono piacevole ogni istante trascorso al mare. L’acqua assume colori diversi nei diversi momenti della giornata restituendo così sensazioni uniche. Indimenticabili. Poco più a nord di Otranto in fazzoletto di terra racchiuso tra il mare della Baia dei Turchi, la macchia mediterranea e i laghi di Alimini, ho trovato Tenuta Corallo. Francesco, il responsabile commerciale dell’azienda ci accoglie in cantina. Il vento che spira è quello di mare. Fa caldo anche se siamo e fine estate e un pò di pioggia c’è stata. Sembra un fatto nuovo ma io ricordo sempre i giorni di fine agosto come quelli della pioggia che portavano via l’estate tanto che con i miei genitori ci traferivamo dalla casa al mare a quella di città. A poco importava poi se il primo fine settimana di settembre ritornasse il caldo e mio padre volesse tornare al mare. Per mia madre la stagione era finita e se ne sarebbe riparlato alla chiusura delle scuole l’anno successivo. Il sale qui è nell’aria. Lo annusi. Ti entra dento. Come lo iodio. Senti gli schiamazzi della spiaggia e non ti capaciti come una tenuta dove si produce vino possa essere praticamente sull’arenile. Eppure il terreno non è sabbioso. Perché qui c’è alternanza di sabbia e roccia. Non è la pietra leccese ma di calcareo ce ne è tanto.  La macchia mediterranea che ci separa dal mare concede al vento di trasportare gli aghi dei pini. La cantina è immersa nei vigneti insieme alle stanze che formano, insieme ad una piscina, il resort. Nulla di particolarmente vistoso ma proprio per questa sobrietà, assolutamente elegante.  Strano ed ambizioso costruire una cantina qui. Ci sono praticamente solo resort utili ad offrire posti letto e divertimento ai bagnanti. Cosa abbia portato Enzo Marti, imprenditore leccese ad acquistare 13 ettari di terreno con l’unico scopo di impiantare una vigna, non è dato sapere. È qui che mi viene in mente la Taranta e la Pizzica. Chi era affetto da pazzia veniva curato con la musica: un gruppo di suonatori di tamburello cercavano la giusta melodia con il ritmo del tamburello così che parenti e amici potevano ballare la pizzica al fine di esorcizzare il malcapitato. Da rito pagano la Taranta e la Pizzica sono diventate nel tempo allegria di festa popolare che vede il suo apice ne La notte della Taranta a Melpignano.  Quando si visita Tenuta Corallo non si può che pensare che chi ha avuto l’idea di farne una azienda vinicola fosse un pazzo o nel migliore dei casi un visionario. Costruire un resort con tanto di alloggi avrebbe portato soldi e prosperità in tempi decisamente brevi. Invece Enzo ha fortemente voluto un vigneto, una cantina e solo pochi alloggi in ottica wine resort. Un investimento iniziato nel 2010. Partendo da zero. Nel 2010 acquista infatti la tenuta che non può che chiamare Corallo a sintetizzare la vicinanza al mare. Ma anche al gioiello penso io. Perché incastonarsi così, non è da tutti. Ne per tutti. Era terreno e non c’era nemmeno il seme di una vigna. Che viene impiantata per l’intuizione e la voglia di rappresentare e realizzare qualcosa di diverso e di unico in questa zona.  Per ottenere la prima bottiglia si deve attendere il 2018. Sei lunghi anni utili a far crescere le barbatelle, trovare un agronomo, un enologo, mettere su la cantina con tutte le attrezzature.  Negroamaro, Primitivo, Fiano, Aleatico. Questi i vitigni per poter generare 70/90 mila bottiglie di vino (mieru!). Facendo tutto in casa così da mantenere la filiera corta. Cerchiamo di trasmettere la nostra identità nei calici. Sapidità, mineralità e note di macchia mediterranea. A nord e a sud di Tenuta Corallo ci sono poche aree coltivabili. A nord e a sud di Otranto ci sono terreni poco profondi. I venti che arricchiscono nord-nord est di tramontana e sud di scirocco. Prima di fare un giro, saliamo sul tetto della cantina. Da qui si apprezza la vicinanza dal mare. Si sentono davvero gli schiamazzi della spiaggia. È davvero surreale trovarsi in una azienda vinicola, vedere il mare, sentirne non solo gli odori ma anche i rumori. Mi è capitato altre volte di visitare una cantina vicino al mare, mai così vicino. Le vigne si estendono intorno e mi colpisce il triangolo che si incunea nella macchia mediterranea arrivando a lambire la spiaggia.  I 20 appartamenti indipendenti sono posti intorno alla piscina nella quale, due bambini, giocano con la loro mamma.  Francesco ci porta all’interno della cantina nel cui ingresso sono poste in bella mostra le etichette prodotte. Fino a pochi mesi fa erano 9 che sono diventate 11 da aprile con un rosato e un bianco. Crusò. Metodo Classico salentino da Nergroamaro. Insomma un blanc de noire.  Chora. Bianco da Fiano  Matria rosato da Negramaro. 5 tipologie di vino rosso. Due prodotte da Negramaro e Primitivo con il 15% della massa in affinamento in legno per due mesi poi acciaio: Mesena (Negroamaro), Orterosse (Primitivo) Poi Simera, Primitivo con uve in surmaturazione; Zoì, unico blend da Primitivo e Negramaro al 50% con sei mesi in barrique; Korafi Primitivo con affinamento di 16 mesi in legno per l’intera massa.  Drosia, Negroamaro vinificato in bianco. Asteri è un rosato di primitivo  La chicca aziendale è Milìa il passito di Aleatico. Suggestivo per un vino dolce con sapidità.  Io la definisco una marmellata di amarena mescolata alla sapidità del mare. I nomi dei vini sono in genere sempre suggestivi. Indicano ricordi, vigne, personaggi, ringraziamenti. Nel caso di Tenuta Corallo l’idea è quella di portare il Salento in giro per il mondo con parole evocative e tipicamente salentine. C’è il Griko, come si può non utilizzarlo? Ed è così che su ogni bottiglia c’è un nome in Griko. Su tutte tranne che su Orterosse poiché un ringraziamento alle terre di provenienza occorreva pur farlo. Poco distante c’è infatti la cava di Bauxite con il suo rosso che abbaglia. Orterosse omaggia un luogo incantato che merita di essere visitato specialmente al tramonto dove si incontra il rosso della terra con quello del sole. Ogni nome ha un significato. Milìa significa parola. Zoì significa vita. Korafi significa campagna. Mesena significa con te (in senso romantico). Asteri è la storpiatura di asteria ovvero stella. Drosia è rugiada. Chora vuol dire origine. Matria è la piazzetta del paese. Simera è questa giornata. Enologo è Giuseppe Pizzolante tra i più importanti della Puglia alla sua 45esima vendemmia. Dal 2018 segue l’azienda con continuità e costanza.  Assaggiamo tre vini partendo dal Fiano Chora. Il colore è un paglierino quasi verdognolo. È giovane dunque ci sta. Il naso nel calice viene invaso dallo iodio. Se non bastasse quello che si respira, ce ne è anche a profusione dal vino. Pera Smith a profusione con pesca bianca, mango ananas, erba, resina. Semplice ma interessante per due  aspetti: la iodicità ovviamente insieme una sorta di balsamicità. È come se il mare e la macchia mediterranea si siano alleate per coabitare nel calice.  In bocca è certamente secco forse anche tanto se non arrivasse in soccorso la spiccata sapidità che induce l’importante salivazione. Pazzesca e difficilmente replicabile è la punta di sale che rimane sulla punta della lingua dopo il sorso: esattamente come se un granello di sale fosse stato li depositato. Si percepisce bene la nota agrumata che al naso sembrava poco evidente. Persistenza lunga e freschezza importante insieme ad un elegante equilibrio e ad un finale pulitissimo, fanno di questo Fiano un ottimo prodotto. Grande attenzione alla temperatura di servizio per evitare che si possa percepire un velo di amarognolo finale.  Proseguiamo con il Rosato Matria da uve Negroamaro. Nel calice si apprezza il colore cerasuolo luminoso, vivo, vigoroso. Altro che rosa pallido. Questo è di quel caldo che si ritrova anche nei sentori di melograno e anguria: siamo al sud!! Ci sono ovviamente le fragoline di bosco e ciliegia, arancia rossa, fiori rossi tenui e sentori minerali. Ma melograno e anguria continuano a farla da padrone. Meraviglia!  In bocca c’è una bella e piacevole freschezza con un retrogusto caramelloso, non stucchevole, che ammalia. Secco, più secco del Fiano perché qui a sapidità non spinge con la stessa intensità. La sapidità c’è ma arriva molto dopo rispetto al bianco. È come se la freschezza avesse spazzolato via tutto per poi, a bocca pulita, riuscire a percepire la pur presente sapidità. Si percepisce il tannino al quale si unisce l’agrume. Persistenza abbastanza lunga e un bel finale erbaceo in perfetta continuità con il bianco: la macchia mediterranea e i venti del mare arrivano anche in questo calice.  C’è chi lo usa per la frittura di pesce.  Lo vedrei bene con una pasta con lo scorfano, un crostaceo o una insalata con il melograno.  La suggestione è una fresella con pomodorini e alici.  Concludiamo con Orterosse da uve Primitivo, 2018. È il primo imbottigliamento!  Il colore è un bel rubino che sta virando verso il granato.  L’incenso è l’odore che si percepisce immediatamente al naso. Anche con il bicchiere a distanza. Poi cannella, vaniglia, chiodi di garofano. Ci sono certamente i sentori fruttati, ma arrivano dopo. Con calma. Quasi a dire che loro, in questa zona, non sono così importanti. C’è da lasciare spazio alla macchia mediterranea, alla viola, alla peonia, alle erbette. Un vino che è decisamente particolare poiché con solo due mesi di affinamento è chiaro che i sentori arrivano quasi esclusivamente dall’uva e dal territorio. Sembra che sia stato in botte parecchio tempo e non certo per solo il 15% della massa.  Non è pastoso e non asfalta la bocca. È pulitissimo.  Si sente un gusto caramelloso che lo rende interessantissimo ancorché intrigante poiché non lo si associa immediatamente ad un Primitivo. Già nel calice si vede scarico di colore, non compatto. Si avvicina più ad un Negramaro.  Pian piano che si scalda arriva la ciliegia e l’arancia sanguinella.  Veramente un bel vino. Mi sembra un Pinot Nero del sud. Me lo ricorda per la colorazione scarica che va verso il granato ed il fine ed elegante olfatto. Un vino che non ti aspetti al sud: non corposo, non pastoso.  Vino ottimamente equilibrato. Bocca pulitissima. Lo vuoi riassaggiare. Persistenza non lunga. Più si scalda più ci sono sensazioni positive.  È con una zuppa di pesce che mi farebbe impazzire! È stata la nostra prima etichetta che poi l’anno dopo ha vinto una medaglia d’oro. Ecco, dopo aver assaggiato questi vini si capisce non solo la lungimiranza di Enzo ma anche  capacità. Di circondarsi di validi collaboratori. Di investire in maniera prospettica. Di guardare al futuro per la valorizzazione del territorio.  Così che sarebbe da chiedersi chi fosse veramente il pazzo se lui o gli altri che lo consideravano tale. Poco importa. Come in tutte le storie salentine, si balla comunque tutti insieme. Tarantolati di felicità. In questo caso, i vini consentono di fare festa perché oltre ad essere un tripudio di sentori e sapori esprimono al meglio l’origine salentina. Soprattutto, una volta assaggiati vini come questi, sapendo e conoscendo la terra dalla quale provengono, non si può che cantare la canzone Non vivo più senza te di Biagio Antonacci dedicata proprio al Salento Non vivo più senza te, anche se, anche se Con la vacanza in Salento ho fatto un giro dentro me Non vivo più senza te, anche se, anche se La solitudine è nera e non è sera La solitudine è sporca e ti divora La solitudine è suono che si sente senza te Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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8 Settembre, 2023

LasorteCuadra: un rifugio, un nido, una famiglia

Le apparenze ingannano. L’abito non fa il monaco. Non tutto ciò che appare è come sembra.    Che faccio continuo? Meglio di no altrimenti si va per le lunghe e non arrivo al punto. Nelle manifestazioni dove si presentano i vini attraverso l’incontro con i produttori, quello che mi piace osservare è il comportamento degli ospiti. C’è una sorta di polarizzazione verso alcune cantine con la conseguenza che altre raccolgono poco interesse. Chissà, forse il partecipante medio stampa dal sito internet l’elenco degli espositori e traccia il proprio percorso degustativo basandosi su elementi diversi. Vallo a capire.  L’apparenza. Ah, l’apparenza! Io vengo attratto dall’insolito. Deve esserci qualcosa di diverso a catturare la mia attenzione. Come una coppia sorridente dietro il banchetto di degustazione e una sola etichetta di vino bianco esposta. Insolito. Solo all’apparenza.  Conoscere Stephanie e Roberto (la coppia dietro il banchetto) è stato come entrare in una casa marocchina. Cerco di spiegarmi. Le case marocchine costruite all’interno della Medina (città vecchia) sono tutte uguali. Anonime le definirei. Anche l’ingresso è anonimo cosi che quando apri la porta a qualcuno, niente di ciò che è dentro casa deve essere immediatamente visibile. L’ospite, colui che è accolto in casa, per entrare percorre una sorta di percorso a zig zag alla cui fine si apre il paradiso. Ecco, questo è il Riad (paradiso) la cui bellezza diventa indescrivibile. Lascio al lettore la facoltà di visitare il Marocco e le case della Medina. Tanto per non rovinare la sorpresa. Ah, dimenticavo, il Riad non ha finestre verso l’esterno poiché le stanze della famiglia (che vive insieme fino alla creazione di ulteriori famiglie) affacciano sul cortile interno. Che è cavo per consentire l’ingresso della luce. Il Riad è il nido per la famiglia e solo per questa.  Semplicità verso l’esterno. Protezione della famiglia verso l’interno. Stephanie e Roberto dunque. Una coppia di vita. Una complicità fatta di sguardi e sorrisi. Una evidente serenità. Due personalità pazzesche che si esaltano attraverso l’unione di coppia. Inquadrare bene entrambi ci consentirà di dare maggiore dignità alla storia. Stephanie Cuadra. Cinque figli, quattro dei quali da un precedente matrimonio. Uno, Aurelio, avuto poco più di sette anni fa con Roberto. Nata in California, laurea alla Georgetown University. Inizia la sua carriera di giornalista seguendo la campagna elettorale di Chavez in Venezuela. Giornalista freelance inizia a collaborare con l’Azienda Vinicola Querciabella. Fonda poi Terrestoria per importare vini di piccole cantine negli USA. Roberto Lasorte. Romano, originario della Puglia. Sposato con Stephanie. Amministratore Delegato di Querciabella, storica realtà di Greve in Chianti. Facile pensare che galeotta fu Querciabella a farli incontrare ed innamorare. Facile supporre abbiano sicuramente tanto da raccontare nel mondo del vino. Si, ma poi? Stephanie e Roberto sembrano una di quelle coppie di teatro che recitano da una vita insieme: uno sguardo, un cenno, quanto basta perché uno dei due parta. Pausa al momento giusto, e la battuta passa magicamente all’altro. Complicità! Prendiamola un pò alla larga però. Tanto per aumentare la suspense.  Stephanie.  Ci siamo incontrati nel 2010. La mia storia è tutt’altra. Se mi avessi intervistato dieci anni fa ti avrei detto che la mia strada era quella della carriera diplomatica. Partendo dal giornalismo. Scrivevo di politica internazionale. Ho studiato alla Georgetown, a Washington e sono andata in Venezuela a coprire la prima campagna presidenziale di Ugo Chavez. Il titolare di Querciabella, una persona un pò folle, uno che pensa fuori dagli schemi, aveva letto dei miei articoli e pensava che avesse bisogno di qualcuno che non fosse nel mondo del vino, che fosse brava nella comunicazione, che parlasse le lingue che diceva lui. Serviva qualcuno che non solo raccontasse la storia di Querciabella ma che seguisse anche altri progetti. “Il vino mi piace e lo bevo ma non ci capisco nulla” gli ho detto. “Devi parlare da persona esterna per avvicinare le persone normali al vino”. Così mi disse. Roberto A quell’epoca serviva un profilo internazionale con una rete internazionale fatta di giornalisti. Era il 2010 e il concetto di vino come lifestyle era molto in voga in quel momento. Si voleva un posizionamento di Querciabella che convergesse verso la diplomazia nel mondo del vino. Il vino in fondo è un veicolo diplomatico.  Stephanie. Quando nacque Aurelio io lavoravo con Roberto e la squadra. Seguivo Querciabella e tanti altri progetti di Sebastiano (Castiglioni n.d.r.). Giravo l’Europa. Avevo quattro figli da un precedente matrimonio e sentivo di dovermi staccare da Querciabella perché non era più conciliabile. Però il vino era qualcosa dentro di me e così che ho fatto partire una mia attività di importazione negli Stati Uniti. Roberto. Senti come è andata. Mi dice, “voglio prendermi un attimo di pausa. Voglio staccare. Vado a fare il cammino di Santiago”. Quando partiamo? Le dico io. “Non hai capito voglio andare da sola”. Lei sceglie il cammino, portoghese perché era il meno battuto. Organizziamo tutto in modo che lei potesse arrivare a Santiago per il suo quarantesimo compleanno con noi, tutta la banda, li ad aspettarla. Diceva che voleva staccare dal vino. Stephanie. Tutto il cammino era in mezzo alle vigne. In uno di questi paesini meta di pellegrinaggio, conosco una coppia che aveva appena imbottigliato una annata di Albariño. Un vino pazzesco. Mi hanno chiesto se in qualche modo avessi potuto dargli una mano per la distribuzione. Li nacque il progetto “terra e storia” e adesso ho 17 cantine tra Spagna e Italia. Piccole cantine che farebbero fatica ad entrare nel mondo dell’export. Più che suspense adesso ho creato confusione. Abbiamo un amministratore delegato di una importantissima realtà vinicola italiana conosciuta in tutto il mondo. Una giornalista internazionale che diventa specializzata nel vino tanto da fondare una sua azienda di import. Un amore che nasce tra i due. E? Tutto questo dove porta? Porta in Puglia. Precisamente a Locorotondo, pochi km (6) a nord di Martina Franca.  Augusto Lasorte è originario di Martina Franca. Siamo in Valle d’Itria che i più ricorderanno per i Trulli di Alberobello. Magari non proprio per il vino.  Un momento. Ora chi è Augusto? Il papà di Roberto ovviamente.  Roberto è romano e Augusto pugliese. Infatti Augusto si trasferisce da giovanissimo a Roma per lavoro. Lo fa nel 1946 dove vive con sua moglie Maria. È dura però per un pugliese lasciare la propria terra. Duro come lo è per ogni persona i cui ricordi della propria terra, sono solchi che ti porti dentro.  Mio padre aveva sempre la voglia di tornare a Martina Franca. Quella voglia di tutti i Martinesi che hanno il legame con la terra. Lo spirito che prende le persone che vanno via. Ciò che nasce dalla terra ti da delle esperienze che ti rimangono dentro. Augusto va finalmente in pensione. Sono i primi anni 90 e la scelta è se rimanere a Roma oppure, finalmente, tornare a Casa. Aveva regalato, già dagli anni 70, alla sua Maria un piccolo pezzo di terra, 7000 metri quadri di vigneto. Così, tanto per avere un punto di ancoraggio con la Puglia. Magari per quando la pensione sarebbe arrivata. Maria poi era irpina. Mia mamma era irpina e si ricordava di come si produceva il vino. Mio padre curava la vigna in maniera maniacale e Maria stava in cantina. In tempi non recenti la vigna era, specialmente in zone rurali dove il vino non rappresentava il vero sostentamento della famiglia, quasi un di più. Non poteva certo mancare il vino a casa. Ma era il famoso vino del contadino. Quello quasi imbevibile perché la solforosa era per pochi e le fermentazioni non potevano che essere spontanee (perché aggiungere qualcosa?). Soprattutto, proveniva da vigne impiantate con ciò che si trovava. Dunque non certo filari ben delineati e con vitigni uniformi. Un vero melting pot di uve. E che venisse quel che doveva venire tanto si sarebbe comunque bevuto.  Così la vigna di Augusto e Maria altro non era un miscuglio di vitigni diversi che poi, alla vendemmia si ritrovavano tutti insieme nel tino. Augusto però invecchia e insieme a lui la vigna le cui piante raggiungono e superano i 70 anni. Non vuole lasciare grane ai figli che in Puglia magari ci tornano poco perché impegnati nella loro di vita. Cosa si può fare con 7000 metri quadri? Nulla, pensa. Tanto vale vendere.  Roberto ha un sussulto, quasi un colpo al cuore. Il solo pensiero di veder svanire il sogno del padre, quel regalo fatto alla madre, lo fa trasecolare. Un atto notarile vuol dire cancellare anni di storia della sua famiglia.  Se proprio vuoi vendere, compriamo noi. Quando ho detto a mio padre che avrei preso la vigna, si è emozionato e mi sono emozionato anche io. È qualcosa di intangibile. Le radici che legano le persone sono all’interno di un progetto reale e concreto. Roberto ne parla con commozione. Quel sentimento che ti fa cadere qualunque tipo di infrastruttura. Lui, amministratore delegato di una importante cantina che acquista una piccola vigna in Puglia, a Locorotondo. Per farne cosa forse nemmeno lo immaginava. Eppure, sapeva che non si sarebbe mai perdonato il mollare quel sogno di famiglia.  È così che che Martina Franca e Locorotondo diventano il rifugio, il nido dove tornare per trovare un pò di casa. Siamo nel 2020, anno nefasto per il covid. Nefasto ma anche meraviglioso per una famiglia che sa di poter contare su un luogo sicuro. Anche per Stephanie. La nostra casa è a Milano. E a Martina Franca avevamo un rifugio. Appena possibile andavamo giù. Riuscivamo a scappare. Lui come imprenditore agricolo poteva muoversi. Abbiamo visto la vigna di Augusto e Maria in uno stato di abbandono e l’idea di prenderci cura della terra è venuta spontaneamente. È così che si cementa una famiglia. Da Milano, dalla California, dalla Toscana fin giù in Valle d’Itria.  Assaggiavamo questo vino che aveva sapore di vino naturale. Con volatile fuori controllo ma vero. Ci piaceva davvero l’idea di mantenere la tradizione, producendo un vino che potesse andare oltre i 6 km che da Martina Franca dividono Locorotorndo. Quindi ricapitoliamo. Abbiamo Roberto che ha nel vino la sua professione dirigendo una grande cantina. Abbiamo Stephanie che del vino ha fatto la sua vita arrivando a creare una azienda di importazione negli USA. C’è un piccolo terreno con un mix di viti antiche nel cuore della Puglia. Sembra un bel caos! Anche se comunque si riuscisse a produrre del vino, non ci sarebbero poi tutti questi problemi per venderlo. Mancherebbe dove trasformare l’uva in vino.  Ci siamo appoggiati alla cantina cooperativa di Cisternino (Upal) per vinificare con un nostro protocollo. Non avendo una nostra cantina abbiamo bussato a qualche altra azienda ma nessuna ci ha aperto. Solo Angelo Soleti, enologo dell’UPAL ha accettato la sfida e ci ha dato un silos. Ha sposato questo progetto perché ha visto la possibilità di andare oltre. Oltre il silos nel quale veniva stoccato il vino. Nasce cosi Silos, il vino della cantina LasorteCuadra, Silos. Un nome semplice che richiama quel silos dato in concessione all’interno della cooperativa.  Le % all’interno del vino rispecchiano la composizione della vigna degli anni 50/60. Come si usava in Valle d’Itria. Quello che c’era si vinificava.  Verdeca, Bianco d’Alessano, Minutolo e Maresco. Et voilà. Il vino è davvero fantastico per la sua particolarità, finezza ed equilibrio. Così come per i suoi sentori. Ma non è questo l’importante per la storia. Quello che Stephanie e Roberto sono riusciti a creare è un progetto di famiglia. Qualcosa che ha l’obiettivo di andare oltre il tempo e impiantare insieme alle viti, proprio li dove ci sono le radici della famiglia, le loro. Poco importa se, per adesso, è una attività marginale (termine che non piace proprio a Stephanie). Noi ci pensiamo anche la notte a questo progetto. È la nostra fuga e anche il fatto che abbiamo i nostri due cognomi sull’etichetta ma anche quello del primo matrimonio di Stephanie è perché veramente il progetto è della famiglia ed è ciò che vogliamo lasciare come futuro. Nasce per portare avanti un discorso di tradizione generazionale. Aldilà del guadagno, trasmette i valori tra noi e le generazioni future. La grandezza di questo progetto è tutta qui. Tutta in questa frase. Non ci sono divisioni ma unioni. Una famiglia che si ritrova per ritrovarsi. Stare insieme per vivere il futuro. Sulle basi del passato. Cinque figli necessitano forse di una dimensione più grande. Un filare a figlio! Quando siamo andati a fare la vendemmia sono venute le due ragazze. Aurelio (il più piccolo) si è svegliato tardi ma ci litigavamo i grappoli.   Magari avessimo il problema che interessa a tutti i figli. Diego, il quarto, che ha 18 anni, è l’unico che ha manifestato interesse in questa attività. Gli altri hanno un legame forte. Anche se fanno altro, sono ben contenti di venire fare la vendemmia Volete rimanere con un solo vino? Abbiamo sperimentato  un rosato perché la Valle d’Itria si presta ai vini bianchi e ai rosato. Meno a vini rossi. Il rosato è un vino che abbiamo fatto con fermentazioni spontanee e senza aggiunta di solforosa. Lo abbiamo chiamato Sottobanco perché non sarà in vendita e ce lo portiamo alle fiere. Non può che essere cosi avendone fatto meno di 150 litri. Una quantità minima. Un tino e tre damigiane. Poi le abbiamo messe in bottiglie. Abbiamo unito delle uve che erano in vigne. Mi hanno convinto a lasciarle in macerazione per trenta ore. Il duetto tra Stephanie e Roberto continua. Si spalleggiano, si guardano, sorridono. Si vede che stanno bene insieme e sono felici. Quando parlano del loro progetto è come se le proprie attività passassero in secondo piano. Il nido è un’altra cosa.  Parlano come se lavorassero ancora insieme. Come se fossero in simbiosi anche quando sono a distanza. Pronti per tornare anzi, per fuggire verso la vigna. Quella loro. C’è qualche commistione con la tua attività Roberto? Sebastiano (Castiglioni, il proprietario di Querciabella) è il nostro primo fan. Non ci sono conflitti perché stiamo parlando d due dimensioni diverse. Querciabella è un colosso rappresentato in Italia da Sagna, negli USA da Maison Marques & Domaines.  Ci confrontiamo su due mondi diversi e alla fine da entrambi posso raccogliere spunti di miglioramento.  Ricordo Slowine a Bologna. Allo stand di Querciabella c’era la fila di persone. Al nostro banchetto apparecchiato, le persone che passavano e ci riconoscevano, vedendoci nella zona Puglia, non capivano. Così ci chiedevano tutti! Abbiamo in fondo lavorato insieme prima di stare insieme e ora dobbiamo far capire che “siamo” un progetto che si chiama Lasortecuadra invece di Querciabella.  Metà della produzione, limitata, va negli USA grazie anche all’azienda di Stephanie che quando parla di questo si accende. Ma sempre meno di quando si tratta della Puglia. Importo i vini nello Utah, a Salt Lake City. C’è un progetto per la California. Vengo da li dunque c’è tutta una comunità che sente il progetto. È parte di me poi. Mi interessano i mercati secondari dei quali nessuno parla mai come la Carolina del Nord. Stiamo sviluppando questi mercati secondari dove ci sono enormi potenzialità. Come lo Utah dove mi sono specializzata. Per la tipologia e dimensione questi mercati sono più attenti. Non sono saturi. Se arrivi dall’Italia e fai una cena con loro presentando il vino, non se lo dimenticano.   Parlare di espansione con una coppia così indaffarata non è semplice. L’impressione è che la voglia ci sia, l’entusiasmo anche. Manca forse il tempo. Anche quello per stare dietro a tutte le incombenze burocratiche proprie di un territorio bellissimo, in sviluppo, ma sempre difficile come è la Puglia.  Se dovesse crescere la richiesta magari raddoppieremo perché ci sono delle parcelle limitrofe alla nostra. Vinificano una parte per la famiglia e un’altra la conferiscono ai produttori della valle d’Itria. Il problema è che le pagano dopo un paio di anni. Stephanie Io personalmente sarei felicissima di un progetto più ampio. Il contesto però non è semplice. Siamo da oltre due anni in attesa dei permessi che non arrivano. Vogliamo creare uno spazio per le degustazioni. Cambierebbe tutto.  Ecco, se mai andaste ad una degustazione di vini trovando una coppia sorridente che sorseggia un calice di vino bianco, dell’unico vino bianco prodotto, provate a non passare oltre andando avanti. Lasciatevi contagiare dalla semplicità e simpatia di Stephanie e Roberto. Scoprirete come non solo le apparenze ingannano, ma come a cercar bene, si possa trovare un tesoro. Loro lo hanno trovato in un fazzoletto di terra di 7000 metri quadri.  Un rifugio. Un nido. Una famiglia. Sapete cosa tutto ciò mi fa venire in mente? Una canzone del grande Domenico Modugno re-interpretata da Emma Marrone: Volare! Nella re-interpretazione (il video è la chiusura del film “Benvenuti al Nord“) Emma sfodera un coinvolgente sorriso che ricorda quello di Stephanie mentre le parole le immagino cantate da Roberto. Penso che un sogno così non ritorni mai piùMi dipingevo le mani e la faccia di bluPoi d’improvviso venivo dal vento rapitoE incominciavo a volare nel cielo infinitoooooo   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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1 Settembre, 2023

Cantina Bosco Sant’Agnese. Antonio, Angela e il rock in vigna

Cantina Bosco Sant’Agnese. Antonio, Angela e il rock in vigna Quando una persona ti sta simpatica a pelle, non c’è niente da fare, l’ascolti con grande attenzione. Segui il suo sguardo. Aspetti i sorrisi. Soprattutto, le dai sempre ragione. Girovagando per una di quelle manifestazioni di presentazione dei vini, vengo attratto da una coppia di vignaioli quasi fuori contesto. Lui alto, lei più minuta. Sorriso non troppo pronunciato. Entrambi emanavano una sensazione di appagata serenità. Mista alla insofferenza nel trovarsi forse dove non volevano essere. Sia durante quella occasione sia nella successiva, capisco il perché ma soprattutto vengo conquistato da Antonio e da sua moglie, “la titolare” come è Antonio stesso a definirla, Angela. Ora, già immagino qualcuno che ha avuto a che fare con Antonio, che non sarà troppo d’accordo con me e potrà dire quanto sia una persona che “scassa” come dicono dalle sue parti, ma a me sta simpatico. Che ci volete fare. Sarà perché mi ricorda nel fisico e nelle movenze (ma anche nel modo di parlare) mio nonno Antonio. Vallo a sapere. Le sue parti sono quelle di Calvi in provincia di Benevento. La cantina si chiama Bosco Sant’Agnese. L’incontro con Antonio è di quelli scoppiettanti. Si discute di vita, di vigna, di terra, di vino. Poi di figli, di mogli, di parenti, affini. Di politica e pure di calcio. Come se si fosse al bar piuttosto che in una azienda agricola. Ma in fondo non può che essere così perché il vino è parte integrante della vita così come la terra è da dove tutto ha origine e dove tutto finisce. Antonio e Angela vivono soli nella casa di campagna. Due figli ormai trentenni che hanno preso la loro strada. Alla fine, ti ritrovi ad avere oltre 60 anni ed essere in una casa di campagna tu con la moglie. Non è una cosa simpatica. I figli dell’azienda non vogliono saperne. “Manco se mi fucili. È tua e te la gestisci per i fatti tuoi” Tanto per mettere le cose in chiaro. Ma si sa, se nasci in una famiglia contadina, non è il massimo rimanere nell’ambiente. E dire che Bosco Sant’Agnese non è nata poi tanti anni fa. Produce vino in maniera ufficiale da circa 10 anni. Nel senso che da 10 anni si produce vino con una società, un marchio, un simbolo e una commercializzazione sul mercato. Manco a dirlo, prima si faceva comunque vino. Il papà di mia moglie è sempre stato appassionato agricoltore e di vino. Insomma, attenzione al vino c’è sempre stata. Un vino che avesse però i connotati di naturalità. È una indicazione che adesso non è proprio il termine esatto. Ci ritroviamo ad averlo sostituito nella gestione dei vigneti di proprietà. Ristrutturati e resi più idonei ad una lavorazione da “single”. Perché questo è uno degli altri problemi. Non è facile trovare collaboratori con la stessa visione e passione. Ho cercato di rendere il più possibile questi vigneti tali da poterli gestire in autonomia. Lavorazione da “single”. Poi dite che non mi deve stare simpatico! Antonio è così. Parla di getto anche se le sue pause stanno a significare una ricerca delle parole. Come a far capire che le parole lui le utilizzava in maniera ponderata. La perplessità sul suo passato mi induce dunque a chiedere quale fosse la sua attività precedente alla pensione. Se te lo dico ti viene da ridere. Sono un ex dipendente dello Stato. In particolare, ero un appartenente alla Polizia di Stato e, da circa 3 anni, in pensione. L’attività l’ho iniziata molto prima di andare in pensione. A dire il vero non vedevo l’ora di andare in pensione per dedicarmi a tempo pieno. Adesso gestisco in prima persona con l’aiuto di mia moglie. Anche solo con il pensiero, lei è sempre vicina. Circa 5 ettari di vigna dei quali 3 ritrovati di proprietà, gli altri acquistati nel corso del tempo. Antonio a fare il doppio lavoro e Angela, “la titolare”, coltivatrice a tutti gli effetti conducendo l’azienda del papà da circa 30 anni. La scelta di legarci ai vigneti non è stata casuale ma condivisa da entrambi. Quando si è presentata l’idea di dar vita ad una cantina eravamo consapevoli e con le carte in regola. Il papà di Angela era uno della vecchia generazione di contadini multitasking: allevamento, latte, letame, coltivazioni. Era necessario avere il bestiame per vivere. Perché le coltivazioni non bastavano. Già, le coltivazioni. Qui, nel Sannio, da poco dopo il 1740, si coltiva il tabacco. Grandi distese colme di foglie verdi portate poi ad essiccazione. Un’area a forte vocazione tabacchicola. Del tutto politica. Noi siamo a 200 metri dalla zona del Taurasi indicata a vocazione vitivinicola mentre noi, tabacchicola. Politica pura. Concentratevi bene perché questo aspetto di Antonio è quello che mi ha conquistato. Battagliero e pieno di energie. Non burbero ma vero, sincero, vivace, mai artefatto. Come i suoi vini. Ci siamo riappropriati di un discorso vitivinicolo poiché nel passato queste storie erano battute dai vinificatori del napoletano che venivano ad acquistare Greco e Coda di Volpe. Quando si dice Greco di Tufo, tanto di rispetto. Ma qui c’era lo stesso senza essere di Tufo. Coloro che lo assaggiavano non se ne rendevano conto. Su alcuni scritti risulta poi il “Bianco di San Giorgio” (macroarea di riferimento n.d.r) che era la Coda di Volpe. Un vitigno abbandonato nel passato ma che ora stiamo ripresentando. Noi siamo di quelli che l’abbiamo riproposta perché crediamo nella Coda di Volpe. Tante aziende se la sono riscoperta per caso. Dato che siamo entrambi persone intelligenti anche se non lo può sembrare dato che sono un ex poliziotto, solitamente mediamente intelligenti, capiamo benissimo che la scelta è solo di carattere commerciale. Insisto, come si fa a non voler bene ad una persona così? Schiettezza e autoironia non sono propriamente da tutti. Antonio non si smentisce neanche quando iniziamo a parlare di vini. La mia perplessità va al fatto che durante il primo incontro parlavamo di vino biodinamico mentre poi sulle bottiglie mi sono ritrovato scritto “biologico”. Siamo cresciuti con l’idea del biodinamico. In un primo momento abbiamo cercato (quando parlo al plurale è con la titolare, mia moglie….), di certificare il biodinamico. È dal 2013 che faccio biodinamica. La cantina è nata nel 2015 ma lo faccio già da prima. Abbiamo cercato di associarci alla Demeter ma non mi è piaciuto l’ambiente Antonio è inarrestabile. Parla senza alcun tipo di rimorso o risentimento. È un buono con idee ben precise. Di quelli che non accettano compromessi e che non fanno cose senza capirne il motivo. Anche con gli ispettori sono successi, più di una volta, dei litigi. L’utilizzo del letame veniva imposto. Io gli dicevo che nel vigneto il letame non va bene perché la vite non ha bisogno di vigoria. Ma loro mi dicevano che il letame ce lo dovevo avere. Siamo stati tre anni con la Demeter poi mi sono dissociato. Avevamo provato con Agribio, che è un signore di Cuneo con una associazione per la biodinamica. Anche in quel caso c’è stato un litigio durante la pandemia. Voleva venire a fare la visita ispettiva: ma che vieni a fare che non abbiamo ricavato un ragno dal buco. Devo venire. Allora mi sono dissociato. Continua a piacermi sempre di più Antonio. Chiamatelo burbero. Chiamatelo quello che “scassa”, ma se ce ne fossero molti di più come lui, ci sarebbe non solo da ridere ma anche da guadagnarci in credibilità tutti quanti. È rimasta solo la certificazione biologica. Solo perché nel napoletano chiedono la certificazione come se questa attestasse davvero che sei biologico. Non è polemico Antonio ma più realista del re. Sempre con la sua fine ironia e il grandissimo rispetto per tutto. In primis dell’ambiente. La scelta del biodinamico, certificato o meno, è per Antonio e Angela una scelta di vita. Sostenibilità andando oltre il mero “sostenibile” ovvero verso il recupero di ciò che nel passato si faceva di buono. Economicamente la biodinamica è più sostenibile e quindi era meglio per me quando lavoravo. Ci vuole certo più lavoro e i preparati, che sono integratori, costano. Dove sta il bello? È che tutto il resto che si utilizza per la vinificazione non può essere usato. Per avere un buon vino c’è bisogno di un anno un anno e mezzo. Non per scelta tecnica ma per necessità, per la regolare fermentazione e stabilizzazione. La parte economicamente che crea problemi è lo stoccaggio. Una volta entrato a circuito oltre lo stoccaggio non hai più spese. Non sono d’accordo con i miei colleghi che presentano il vino biologico e biodinamico a prezzi più alti perché paradossalmente dovrebbe costare di meno. Schietto fino in fondo Antonio. Dice una di quelle verità scomode. Il vino biodinamico dovrebbe costare meno degli altri. Non aggiungo altro e lascio che la frase riecheggi bene. Certo, occorre tener conto delle diverse annate così da non poter ottenere, mai lo stesso vino. Ma è proprio questo il bello! Le annate cattive possono darti sorprese. Però io parto dal principio che ci dobbiamo prendere l’annata così come viene. Se tu hai una annata regolare farai un buon vino. Se ti becchi una annata sfigata la vai a maledire. La biodinamica è un di più perché le buone pratiche agricole valgono per tutti. Semplicità e saggezza. Possiamo dire che non fai una biodinamica pura facendo ciò che viene prescritto ma una coltivazione con i correttivi che servono per l’azienda. Io so che il rame in eccesso è un problema per il terreno. Allora cosa faccio? Quando l’annata è regolare a prescindere se il disciplinare mi dice la quantità che posso usare, io ne uso il meno possibile. Da dove arriva la dimestichezza nella vigna e nella agricoltura da dove arriva? Ci sono le indicazioni lasciate da mio suocero: “Bisogna rispettare quello che ci dà la natura”; “Se questo sito è ideale per la vite allora ce la devi mettere. Altrimenti lascia stare”. Indicazioni contadine che vogliono solo dire che non occorre andare contro la natura. Se prendi un bel posto soleggiato con la giusta mineralità per la vite questa avrà meno bisogno di apporti esterni. Rispettare il prodotto. Come praticare la campagna te lo dicono le piante, il posto, l’esposizione al sole. Invece ormai la maggior parte dei vignaioli sceglie il posto e ciò che manca glielo danno con qualcosa di esterno. Noi non lo facciamo. La terra si lavora da sempre. Da prima della chimica che certo ha aiutato l’uomo. O forse no. Mi viene in mente la calcolatrice. Che c’entra? Beh, prima si imparava a contare e fare i calcoli con carta e penna. Magari ci voleva tempo, ma la mente era allenata a questo. Con le calcolatrici, nessuno fa più i calcoli a mano dimenticando anche che si possano fare. La calcolatrice ci ha aiutato. Si. O forse no. Un po’ come la chimica nell’agricoltura. C’è chi sta tornando indietro e, spesso, solo per il gusto di farlo. Se si ama la terra, la si rispetta e la fatica non è altro che soddisfazione. L’anno scorso mi è venuto il pensiero di dare la musica alle piante per vedere poi i risultati. Era chiaro che la musica sarebbe stata quella che piaceva a me mentre alla vite magari piaceva altro. Io sono un vecchio appassionato di rock progressivo. Ci ho provato ed il risultato non è sgradevole. Comunque io ci stavo bene ad ascoltare la musica con la vite. Sarà stato forse un aiuto per le piante, ma per me sicuro. Vedete? Ridere con Antonio e di gusto non è poi così difficile. La sua spontaneità amalgamata da realismo e grande empatia, costituiscono uno di quei mix fantastici. Ve lo immaginate Antonio con le casse acustiche in vigna che spara a manetta canzoni dei Genesis, dei Pink Floyd, di King Crimson? Si, ma alla fine, i vini? Anzitutto i vitigni che non possono che essere quelli locali: Coda di Volpe, Piedirosso, Aglianico, Barbera, Greco. Tutti, ad esclusione di Barbera e Greco, già presenti in azienda prima dell’avvento di Antonio. La prima volta che sono entrato nel vigneto di mio suocero vedevo che c’erano diverse tipologie di uva. Mi spiegò che non era per fare un prodotto differente o per stravaganza, ma solo perchè le piante si compensavano a vicenda senza ulteriori interventi. L’Aglianico può avere una acidità non ottimale in certi periodi dell’anno e con il Piedirosso vicino gliela donava. Stessa cosa per Coda di Volpe e Greco. Un Greco con una giusta percentuale di Coda di Volpe diventa più buona perché il Greco è carico di acidità e la Coda di Volpe completamente scarica. Erano i principi di una volta. Allora perché non recuperare questi principi se sono buoni? Ora, avendo compreso il personaggio Antonio, potreste immaginare che in azienda vi siano supporti agronomici ed enologici? Ricordiamoci però che Antonio è persona intelligente e umile. Le sue solide certezze includono anche quelle di non sapere tutto e di capire quando ha bisogno di supporto. Non ho un agronomo ma ho un enologo. Quello del passato è stato Lorenzetti. Abbiamo avuto rapporti sempre non ottimali. Probabilmente perché sono molto litigioso, così ci siamo lasciati. Era molto legato al biodinamico, dunque con il vino che avesse certe caratteristiche. Io gli dicevo che a me stava bene che il vino abbia certe caratteristiche ma noi dobbiamo fare in modo da evitarne altre. Non era sempre convinto di quello che dicevo. Con il nuovo enologo le cose stanno andando meglio perché più rispettoso di quello che è il mio lavoro. Antonio non è certamente una persona semplice ma è sicuramente competente e con forti convinzioni. Penso sia assolutamente normale che sia lui a dettare i principi cui il suo (loro) vino debba ispirarsi. Non per ultimo l’uso del legno. Anche questo è stato un motivo di disaccordo con il vecchio enologo. Io vedevo come alcuni vini avessero risultato migliore nel legno. L’Aglianico, ad esempio, è uno di quelli al quale il legno da qualcosa in più. Per chi ama vini corposi e forti. Il Piedirosso in legno non mi piace. Lo trovo migliore in acciaio. Il Barbera rilascia più colore e profumi se fermentato nel legno e conservato in acciaio. Allora mi sto adeguando a tutte le differenze dei vitigni invece che farli identici. Quale è il tuo vino preferito Antonio? Il mio preferito è il Piedirosso. Perché ha connotati meno evidenti. Ha caratteristiche sensoriali più tenui e delicati. Invece il Barbera è così forte e deciso, così tutto che io lo chiamo il vino degli stupidi, dei fessi. Anche una persona meno attenta riesce a percepire delle cose. Adesso mi sta iniziando a gratificare anche l’Aglianico anche se con questo ho visto che parlare di uno o due anni è poco. Per iniziare ad avere qualcosa di buono ci vogliono tre anni. Quella del 2019, mò mi comincia a piacere. In effetti il Piedirosso, Federiciano, è stato anche oggetto di una mia recensione. Un vino davvero particolare che ha in sé la croccantezza e vivacità di Antonio. In gamma anche il Barbera (qui non è come in Piemonte dove l’articolo è “la”) Coppacorte, l’Aglianico Corneliano, il Covante d Coda di Volpe, l’Appiano ovvero rosa frizzante da Sciascinoso. Sono vini che rispecchiano a pieno il carattere di Antonio e la sua filosofia dando la piena dimostrazione di come, solo conoscendo di più delle persone che generano i prodotti se ne apprezza a pieno le loro caratteristiche. Di riflesso, così come ho scritto della mia simpatia ed apprezzamento per un personaggio come Antonio, non posso non esprimere altrettanto per i suoi vini. La natura, tanto rispetto, pochi fronzoli e alla via così. Non serve molto altro per produrre ottimi vini. Certo, devi avere la fortuna di vivere in un terreno vocato (non solo al tabacco) ma anche la bravura di non cedere alle sirene del “tutto si può fare”. Così come è necessario avere una idea, giusta o sbagliata che sia, ma una idea ben precisa, identitaria. Qualcosa che ti faccia dire “io sono così”. Nella Cantina Bosco Sant’Agnese io ho ritrovato una identità. Una ottima identità. Che poi è la stessa di Antonio e di Angela (la titolare!).   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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25 Agosto, 2023

La Vernaccia di San Gimignano senza fronzoli: Azienda Agricola Il Lebbio

La Vernaccia di San Gimignano senza fronzoli: Azienda Agricola Il Lebbio Senti. Io sono a comprare il pane. Te tu torna indietro, fai un po’ di curve in salita e quando arrivi a i sudicio, volta a sinistra e mi trovi li Ecco, questo è Luciano dell’azienda agricola “Il Lebbio”. Siamo a San Benedetto frazione della più nota San Gimignano. San Benedetto alto mi raccomando. Non basso perché Luciano ci tiene e ci tiene anche a dire che Google si è sbagliato (in effetti non ci si arriva con GoogleMaps). Dunque San Benedetto alto. Dopo di sudicio insomma! Siamo in Toscana è vero, ma non per questo dovete aspettarvi una azienda di quelle tutte “per benino” con la reception, il viale alberato, la sala degustazione, l’esposizione dei vini. Luciano è Luciano e l’azienda è di quelle vere. Quelle di campagna che le puoi trovare nel momento di splendore, perché in tempo di vinificazione tutto deve essere lindo e pinto pena i batteri che assaltano l’uva e distruggono il vino, oppure in completo caos dovuto alla stagione morta. Febbraio (ci sono stato per il mio compleanno) è stagione morta per la vite e le cantine, quelle vere, devono rifarsi il trucco. Ecco, io l’ho trovata così ma Luciano me l’aveva detto “troverai un po’ in disordine…” Una azienda agricola, una vera, di quelle gestite a livello familiare, non può che essere così. Arrivati al Lebbio trovo Luciano impegnato con altri clienti a far assaggiare vino e inscatolare le bottiglie. Luciano è un omone di altri tempi. Mani grosse, un cappello di lana in testa, una abbondanza che sa di lavoro e fatica. Una persona schietta e buona che non ci pensa un attimo a farti vedere cosa fa con quell’orgoglio tutto toscano che si porta dietro. E dentro. Spiegarti cosa fa e perché lo fa dispiacendosi che è un po’ tutto in disordine. Tutto tranne la barricaia che è pulita come deve essere. Lui sa che ciò che conta è ciò che c’è dentro la bottiglia mica il resto.
Finito il giro ci accomodiamo in uno stanzino dove tiene l’esposizione delle bottiglie: una semplice mensola con sopra tutto ciò che produce. Non c’è un tavolo ma un grosso pallet con sopra casse di vino. Un luogo suggestivo e schietto per provare il suo vino. Mica serve la prenotazione qui. Puoi mandargli una email e lui ti gira il suo telefono così lo chiami. Se non ti risponde è solo perché impegnato a fare qualcosa. Così mentre mi sta aprendo una bottiglia arriva quello che sembra essere un suo vecchio cliente (non di età ma di data) che ha bisogno del vino. Così Luciano fa diventare immediatamente i calici da riempire da due a tre: “o mica vorrai fa bere il signore da solo?”. Chiedo di assaggiare la Vernaccia. Siamo a San Gimignano, la patria della Vernaccia. Un vitigno così antico e così di classe che nel medioevo doveva essere sulle tavole dei nobili. Sarà forse stato per quel color oro che appare appena versato nel calice. Luciano stappa una bottiglia giovane. È della vendemmia appena trascorsa. La annuso ma i sentori non sono ancora definiti. È troppo giovane davvero specialmente per un vino come la Vernaccia che può tranquillamente evolversi per svariati anni. Quando la assaggio, anzi quando la assaggiamo, con il vecchio cliente ci guardiamo e conveniamo con uno sguardo che occorre farla riposare ancora un po’. Luciano io quelle giovani non le voglio. Mi devi dare quella dell’anno passato” così dice il cliente di vecchia data. Come a dire “cosa stai facendo assaggiare?. Perdo la timidezza e confermo che questa non va bene. Luciano, senza pensarci su va a prendere quelle un po’ più datate. Basta dell’anno prima. Ne stappa una e subito appare chiaro che si tratta di altra cosa. Bel color dorato, odori di frutta bianca, zafferano, iodio, fiori bianchi. Più roteo il bicchiere e più si sentono effluvi meravigliosi. Al palato ancora meglio perché la vernaccia si esprime in tutta la sua bontà: fresca, sapida, calda quanto basta. Ovviamente secca. Vien voglia di berla e berla perché è davvero notevole. Questa è la versione base. C’è anche qualcosa di più importante “Tropie” ottenuta da uve selezionate. Il salto di qualità si sente. Eccome. Quando la apro a casa qualche settimana dopo ne apprezzo appieno la piacevolezza e l’abbinamento con i pecorini toscani mi riporta da Luciano (qui la recensione @ivan_1969). Apre poi una bottiglia di rosso. Un “Kerass” del 2015. Da uve Ciliegiolo che invece di fare da comprimario al Sangiovese per colorarlo, si esprime in tutta la sua freschezza da solo, dopo aver riposato almeno due anni in botti di rovere. Il risultato è interessante. Non esaltante, non spaziale ma interessante per gli odori decisi di frutta e fiori e per la grande freschezza e morbidezza. Luciano dice che non riesce a farlo tutti gli anni perché non sempre il Ciliegiolo dà il meglio di sé. Guardo sullo scaffale e c’è anche un Vin Santo. “Luciano, ma fai anche il Vin Santo?”. “Haivoglia” risponde lui andando meccanicamente ad aprirne una bottiglia versando così il prezioso nettare in un bicchierino. Lo assaggio ed è poesia. Non ho qualcosa cui abbinarlo ma è secco e fresco ovvero possiede quella giusta acidità che non lo rende stucchevole. È sì tipico Vin Santo ma possiede aromaticità e freschezza che lo rendono bevibile anche senza pucciarci dentro i cantuccini. Vado via con la mia cassa di vino contenente due bottiglie di Vernaccia DOCG, due Tropie una di Polito (che non ho assaggiato ma me la porto comunque via perché è un Sangiovese al 90% del 2016 che il cliente di vecchia data mi ha tanto raccomandato) e due di Vin Santo (una per la suocera che non guasta mai). Le colline intorno a San Gimignano sono uno spettacolo e aziende come queste, piccole, familiari, rustiche, vere sono la rappresentazione di ciò che il vino insegna: non servono fronzoli e orpelli ma tanta passione e concretezza. È questo che ho trovato qui ed è questo che serve al vino: conoscere e andare oltre le apparenze. Dopo “di sudicio” insomma. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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