C’è un filo invisibile che unisce le vigne del Collio a quelle della Loira, le botti di Montalcino alle anfore dell’Istria. È un filo fatto di terra, di mani, di scelte. E di storie che Emanuele Muzzo vuole narrare.
“Vigne e Orizzonti” nasce per raccontare questo intreccio: un viaggio continuo tra territori e culture del vino, con il cuore a Est — tra Friuli Venezia Giulia, Slovenia e Croazia — ma con lo sguardo sempre aperto verso le Langhe, il Chianti, Montalcino, il Piemonte settentrionale e le grandi regioni vinicole d’Europa.
Qui troverai racconti di vignaioli, assaggi, riflessioni, e talvolta abbinamenti inaspettati tra calice e piatto. Perché il vino è emozione in primis ma anche incontro, esplorazione e racconto. E ogni confine, quando si parla di gusto, è solo una linea “immaginaria” da attraversare.
8 Giugno, 2026
Montemoro. Prima di tutto, uve sane
Matjaz Babic, vignaiolo nella Slovenska Istra
L’Istria è uno dei posti più belli d’Europa. Un tempo terra della Serenissima — e Venezia ha lasciato un segno profondo nella sua storia e nel suo patrimonio — è una zona che negli ultimi due secoli ha cambiato padrone una mezza dozzina di volte. La viticoltura, però, qui resiste da sempre: c’era già ai tempi degli antichi romani, e i vini hanno sempre seguito la tradizione, tanto da essere apprezzati più di quelli delle pianure vicine.
Due dettagli storici raccontano meglio di ogni cosa quanto questo vino contasse. Ai tempi della Repubblica di Venezia, da queste parti le tasse si pagavano in vino. E gli Asburgo consideravano il Refosco istriano quasi una medicina: lo vendevano nelle farmacie di Vienna.
Siamo nella Slovenska Istra, in Slovenia, a sud-est di Capodistria. Prendendo la strada che sale tra le colline accanto alla cantina VinaKoper, dopo qualche chilometro si trova sulla destra MonteMoro, creatura del giovane vignaiolo Matjaz Babic. Zone ricche di orti e vigneti, dove Malvasia e Refosco fanno da padroni. Siamo a Triban, dove oltre alla cantina si trovano alcuni ettari di vigneto — soprattutto Malvasia, ma anche un Refosco di oltre sessant’anni.
Il cuore pulsante dell’azienda, però, è di fronte, sulle colline a ovest, a Šalara, sempre sopra Koper. Lì sorgono le vigne più nobili e vocate, di Refosco su tutte, e in particolare il cru Kortina di Moro. Da qui arriva anche il nome dell’azienda: uno storico marchio della zona che la famiglia Babic ha scelto di recuperare all’inizio degli anni Duemila.
Tutta la superficie vitata poggia sul flysch, la terra bianca istriana — quell’alternanza di marne e arenarie che dà ai vini di confine, dal Carso a qui, la loro impronta minerale. Dieci ettari in tutto, per una produzione che si aggira sulle 40.000 bottiglie l’anno. Oltre ai vitigni principe troviamo anche Chardonnay, Merlot e Cabernet Sauvignon, tutto in vigneti terrazzati.
Dal 2010 l’azienda è certificata biologica. Un ritorno al passato, dice Matjaz, a quando tutte le vigne erano biologiche per forza di cose: massima valorizzazione della biodiversità, vigneti inerbiti, sovesci, chimica bandita. Il clima è disegnato dal vicino Adriatico ma anche dai venti da nord, la Bora su tutti: al mattino sole e vento asciugano le vigne, poi il sole scalda per tutto il giorno, e si arriva a uve sane e di qualità — il principio base del lavoro di Matjaz. Tutti i lavori in vigna seguono la biodinamica e il calendario di Maria Thun: si interviene nei giorni favorevoli a seconda della parte della pianta — foglia, frutto, radice, fiore.
La sua filosofia è semplice e profonda insieme: il vino è fatto di uva, è un dono della natura, e va bevuto con rispetto. La qualità nasce dal contatto con la natura, non dall’enologia e dalle tecnologie costose. L’obiettivo è la comunione tra uomo e natura, in un’idea totale di terroir.
Come tutta la Slovenska Istra, anche MonteMoro lavora su due linee: una più fresca, beverina, estiva, e una di riserva. Da segnalare le due bollicine, entrambe da Refosco: un rifermentato in bottiglia e un metodo classico. Nella gamma riserva spicca la linea aMorus, che personalmente preferisco ad aVita perché rispecchia di più lo stile della casa. Per entrambe la cura è la stessa: rese basse, lunga macerazione sulle bucce, affinamento in legno vecchio e poi un lungo riposo in bottiglia, con uscita sul mercato solo quando il vino è ritenuto pronto. Perché il vino ha i suoi tempi, e deve maturare naturalmente e con calma, per regalare poi un grande prodotto.
I vini
Vini potenti e complessi, ma di grande eleganza e bevibilità. Vivi, carichi di energia.
Pet-Nat 2021 — da Refosco. Frizzante, fruttato e floreale, di ottima beva, con acidità e freschezza spiccate e un finale di fragoline di bosco. Da bere in compagnia, magari su qualche salume istriano.
Sparkling Red — metodo classico a base Refosco. Affina un anno in legno, poi la seconda fermentazione parte con l’aggiunta di mosto dell’annata successiva, e riposa 48 mesi sui lieviti. Bollicina succosa e complessa, molto fruttata, piena, dal finale lungo. Mi ha ricordato un abbinamento che feci tempo fa tra uno Champagne e una cassoeula: lo riproporrei identico.
Rosé 2020 — da Refosco, affinato in acciaio dopo la fermentazione. Al naso lampone, ribes rosso, fragola e sottobosco. Buon corpo, buona freschezza, beverino, di bella persistenza fruttata.
Simply Malvasia 2020 — la versione semplice e “beverina”. Al naso fiori, acacia e sambuco, erbe mediterranee, poi frutta tropicale. Al palato ottima sapidità e freschezza, buona mineralità. Una Malvasia da bere sempre, ma soprattutto in riva al mare con un bel pesce alla griglia.
Malvasia aMorus 2018 — dal vigneto Kortina di Moro. Ananas candito, spezie dolci, frutta secca, scorza d’agrume, fiori bianchi. Al palato complesso, maturo, sapido, di buona profondità e mineralità, con un finale persistente che richiama albicocca e dattero. Una grande Malvasia.
Refosk 2020 — al naso frutta e fiori. Al palato fresco, equilibrato, con un tannino presente ma mai fastidioso, buona mineralità e un finale molto fruttato.
Refosco aMorus 2018 — frutta secca, frutti di bosco, cannella, liquirizia. Al palato pieno, succoso, rotondo e avvolgente, complesso, leggermente astringente, di buona freschezza. Forse gli manca un filo di persistenza. Ottimo su un goulash.
Uno sguardo avanti
Il futuro di Matjaz passa per la nuova cantina, ma soprattutto per la stessa rotta di sempre: la ricerca ostinata della qualità e di vini fedeli alla tradizione e allo stile istriano. Una direzione chiara, in una terra di confine che ha sempre saputo parlare la lingua del vino — anche quando cambiava bandiera.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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25 Maggio, 2026
Radovic. La nuova stella del Carso
Tutto comincia qualche anno fa, in un wine bar di Lignano Sabbiadoro. Assaggio una Vitovska che mi colpisce, e mi colpisce ancora di più scoprire che il produttore lavora pochissime bottiglie. I piccoli mi affascinano da sempre, ed è lì che vanno cercate le chicche. Provo altre etichette dell’azienda, contatto il vignaiolo, e ai primi di agosto mi accoglie nella sua cantina. Siamo ad Aurisina, nel Carso italiano. Vi presento il giovane Peter Radovic, una delle nuove stelle della zona.
Peter gestisce con la famiglia l’omonima azienda agricola, con annesso agriturismo. Producono un ottimo olio extravergine — l’Olio dei Venti — e Peter cura un ettaro di olivi e 1,2 ettari di vigna. Due fazzoletti di terra: uno qui ad Aurisina, l’altro più a nord, a San Pelagio.
È un sabato pomeriggio caldissimo. Mentre lasciamo Aurisina per raggiungere il vigneto di San Pelagio, l’aria è gialla: sopra Duino, a pochi chilometri da noi, un altro incendio sta divorando il Carso. È un giorno triste per questa terra. Si vede il fumo dalle vigne, si sente l’odore nell’aria. Continuiamo la visita con quella sensazione strana di chi cammina tra i filari sapendo che, lì accanto, sta bruciando tutto.
A San Pelagio, il più grande dei due appezzamenti, troviamo Vitovska di 25 anni, una Malvasia da un vigneto di 47 anni e due autoctoni rossi — Terrano e Krvavec, di una ventina d’anni — che in blend danno vita all’unico rosso dell’azienda, il Raro. Nel vigneto di Aurisina, oltre a Vitovska e Malvasia, ci sono tre varietà non ancora identificate: una sembra imparentata con la Glera, un’altra ricorda il Sauvignon, la terza è del tutto sconosciuta. Sono viti recuperate da un vecchio pastino — il classico terrazzamento carsico retto da muretti a secco — da cui è stata fatta una selezione massale per impiantare il vigneto attuale. Da queste uve, in blend, nasce l’Inkanto.
Il terreno è quello tipico del Carso: poca terra, tanta pietra. Le viti devono scendere in profondità per trovare nutrimento, e da lì riportano in superficie la mineralità che riconosciamo nei vini della zona. Il clima è disegnato da due forze opposte: i venti dall’Adriatico e la Bora. Quest’ultima può essere problematica, ma in compenso tiene lontani funghi e malattie.
In vigna si lavora a mano. Niente irrigazione, anche nelle estati più dure. Solo rame, zolfo e caolino, quest’ultimo per proteggere gli acini dal caldo. Rese basse, attorno ai 45 quintali per ettaro, vendemmia manuale. In cantina le fermentazioni partono spontanee, in vasche di marmo carsolino realizzate dai marmisti di Aurisina, famiglie che lavorano la pietra da generazioni. Il marmo aiuta a contenere la temperatura durante la fermentazione e a costruire complessità aromatica. Dopo la fermentazione i vini affinano in piccole botti di rovere usate, poi passano in acciaio e in bottiglia, ed escono in commercio dopo circa due anni dalla vendemmia.
Scendiamo nella piccola cantina sotto l’agriturismo e degustiamo i vini in affinamento, compresi alcuni blend improvvisati al momento — perché Peter ha tanta voglia di stupire e tanta passione, e si lascia volentieri andare a sperimentazioni, che poi commercializza solo se le considera all’altezza. Quello che mi colpisce dai campioni di vasca è la pulizia e la precisione stilistica. Vini che sanno di mare e pietra. Malvasia con ingresso dolce sulle labbra e poi una sapidità che apre tutto. Vini eleganti, fini, e soprattutto vini di territorio. La strada è già tracciata, la visione di Peter è chiara e identitaria.
L’azienda imbottiglia circa tremila bottiglie all’anno, con prima annata uscita nel 2018. Le etichette sono Marmor (Vitovska), Malvazija, Inkanto e il rosso Raro. Il Raro è l’unico vino in bottiglia che riusciamo a provare: gli altri, vista la produzione esigua, sono già esauriti. Naso fruttato, con erbe aromatiche, spezie e un’idea floreale sullo sfondo. Di gran beva — fresco, succoso, con un ritorno di frutta rossa al palato. Peter ci fa assaggiare anche un salame di loro produzione e i formaggi del fratello: avremmo voluto restare lì per ore, ma entrambi avevamo altri impegni. E poi, di vino, non ce n’era più.
Si produce anche olio extravergine, da cultivar Bianchera, Frantoio, Leccino, Maurino e Pendolino. Bianchera in purezza, un blend di varie cultivar e alcuni oli aromatizzati da provare assolutamente. Produzione contenuta, ma tutta in loco e artigianale: il frantoio è all’interno dell’azienda.
Viticoltura di pietra, difficile, fatta di cuore e amore. Territori che pochi vorrebbero lavorare, e dove invece c’è chi resta — chi va oltre le pendenze importanti e la fatica di coltivare sulla roccia, e da lì tira fuori vini identitari come in poche altre parti al mondo. Peter è uno di questi, e sta crescendo costantemente. Il futuro del Carso, che ormai è già presente, in una terra dove i maestri non mancano.
Tre anni dopo
Da quella prima visita è passato del tempo. Con Peter, nel frattempo, ho fatto numerose degustazioni e abbiamo costruito un buon rapporto. Quello che mi piace di lui è la voglia di crescere e di scoprire vini nuovi: organizza spesso degustazioni alla cieca, e mi è capitato di parteciparvi più volte. È un modo di stare nel vino che dice già tutto del suo carattere. Ho poi scoperto che il suo maestro è Benjamin Zidarich, presso cui ha anche lavorato per un periodo. È una scuola seria — una delle più serie del Carso — e nei suoi vini si sente.
Le note di degustazione
Malvasia Vizija — macerazione di sette giorni in tini di calcare di Monrupino. Al naso cedro, mandarino caramellato, pera matura, mela cotta, lavanda, susine. Originale, intensa, complessa, molto fine. In bocca sapidità e freschezza chiudono il quadro di una Malvasia lunga e persistente.
Marmor — Vitovska macerata sette giorni in tini di calcare di Monrupino. Si apre sulla pietra focaia, poi arriva il floreale tra timo e camomilla, quindi mela, nocciola fresca, una vaniglia leggera. Bocca soprattutto sapida, buona freschezza, corpo discreto. Una Vitovska raffinata, che alla cieca con i maestri della zona ha fatto un figurone.
Inkanto — da Vitovska, Malvasia e le tre varietà sconosciute delle vecchie vigne, macerazione di sette giorni. Cedro, bergamotto, camomilla, genziana, miele. Sapido, di buona persistenza.
Malvasia Soline 2023 — la storia di questo vino merita di essere raccontata. In una vendemmia che ha dato risultati già notevoli, Peter si è accorto che due botti, in particolare, esprimevano qualcosa di diverso e superiore al resto della massa. Più tese, più precise, con un carattere a sé. Anziché ricondurle nel blend della Malvazija, ha scelto di imbottigliarle separatamente, dando vita a questa selezione. È il tipo di gesto che racconta un vignaiolo: l’ascolto delle botti, e il coraggio di seguire il vino dove vuole andare lui. Rispetto alla Malvazija della stessa annata, la Soline è più tesa, più minerale e più marcata sul registro floreale. Una Malvasia di selezione che, in degustazione, alza ulteriormente l’asticella di quello che si può ottenere in questo angolo del Carso.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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18 Maggio, 2026
Sassocorno. Il vino è una scelta di passione, non un eredità
Francesca Ius, Giuliano e Stefano Poser, un ritorno alle radici a Corno di Rosazzo
A Rosazzo, all’ombra dell’Abbazia, ci sono filari di Tocai che hanno superato il secolo. Stanno lì in un mezzo ettaro di vigna, viti contorte da una selezione massale antica, e quando ci si entra ad agosto si capisce subito di trovarsi in un posto che chiede rispetto. È da queste viti e da poco più di altri cinque ettari sparsi tra Corno di Rosazzo e Rocca Bernarda che esce Sassocorno, marchio commerciale dell’azienda agricola La Badie.
Siamo alle spalle di Villa Nanchini, sede del Consorzio di Tutela dei Colli Orientali del Friuli e Ramandolo, ai confini con Rosazzo, frazione del comune di Manzano. Una zona protetta a nord dalle Alpi Giulie e accarezzata dalle brezze dell’Adriatico, su terreni fatti di stratificazioni di marne e arenarie di antica origine marina. La viticoltura qui è documentata nelle carte dell’Abbazia già nel 1200: vuol dire che le viti, semplicemente, ci sono sempre state.
Due strade che convergono al vino
Il progetto nasce nel 2017 dall’incontro di persone che al vino sono arrivate da altre strade. Francesca Ius è avvocato — oggi è imprenditrice agricola e amministratore unico dell’azienda. Stefano Poser è medico dello sport, segue personalmente vigna e cantina, cura la parte enologica senza consulenze esterne. Non hanno ereditato la terra, non ci sono cresciuti: l’hanno scelta. È una delle prime cose che ti dicono quando sali con loro tra i filari, e la dicono senza retorica, come si dice un dato di fatto.
L’avventura era partita anche con una vigna in affitto presso l’Abbazia, andata persa dopo poco. Una perdita dolorosa, da cui il progetto ha dovuto riassestarsi sui sei ettari attuali, di cui circa due e mezzo coperti da piante che superano abbondantemente i cinquant’anni e in più punti i cento.
Tre poderi, un sasso
I vigneti sono distribuiti in tre nuclei. A Corno di Rosazzo, attorno alla sede aziendale, si trovano i nuovi impianti del 2018 — Malvasia Istriana, Schioppettino, Refosco dal Peduncolo Rosso — e quelli del 2021 di Pignolo, oltre a mezzo ettaro di viti di cinquantatré anni. A Rosazzo, il mezzo ettaro di Tocai centenario e un altro piccolo appezzamento di viti antiche. A Rocca Bernarda, l’1,3 ettari del podere più grande, con vigne di cinquant’anni circondate da quattro ettari di bosco. È qui che, all’ingresso, si incontra il grande sasso che dà il nome all’etichetta — e all’azienda. Una pietra che non è un vezzo di marketing, è lì da prima di tutti noi.
C’è anche un fazzoletto di 0,2 ettari di Traminer piantato nel 2023 vicino alla sede, voluto come un piccolo giardino dove pascolano le api. Un gesto che dice tanto sul modo di stare in vigna di questa gente.
La filosofia: meno è meglio
In vigna intervento minimo, niente pesticidi, trattamenti ridotti all’osso, basso utilizzo di rame e sovescio tra i filari. Tanta osservazione, perché qui il primo strumento è guardare. In cantina la coerenza è la stessa: vendemmia manuale, vinificazioni parcella per parcella per rispettare ogni terroir, fermentazioni spontanee in acciaio e cemento. Niente enzimi, niente coadiuvanti, e — dato per nulla scontato — la solforosa è stata eliminata per tutto il processo di produzione.
Gli affinamenti sono medio-lunghi rispetto alla media della zona, ripartiti tra botti di acacia, rovere, cemento e anfora. Si imbottiglia quando il vino è ritenuto pronto da bere, senza chiarifica e senza filtrazione preventiva — solo una filtrazione molto grossolana per evitare residui macroscopici in bottiglia. La produzione resta volutamente contenuta, spesso sotto le mille bottiglie per etichetta, con rese che si fermano sui venti-trenta quintali per ettaro nelle vigne vecchie e salgono fino a settanta-ottanta per le più giovani.
E poi c’è il dettaglio che, da solo, racconta tutta la loro idea di vino: ogni bottiglia riporta in etichetta la posizione del vigneto rispetto alla sede aziendale, distanza in metri e direzione cardinale. Sessantaquattro metri a nord-ovest per la Malvasia di Corno di Rosazzo. Duemilatrecentottanta a nord per i Tocai di Rocca Bernarda. Millenovanta a nord-ovest per il Tocai centenario di Rosazzo. Il terroir come coordinata geografica, prima ancora che come narrazione.
Le due gamme
Le etichette si dividono in due linee. La conviviale è quella dell’affinamento breve, fatto solo in cemento: il Blancut, uvaggio bianco con Tocai, Malvasia, Ribolla e un tocco di Riesling; il rosato Eresia da Refosco e Schioppettino; il REX da Refosco dal Peduncolo Rosso in purezza. Vini da bevuta vera, immediati ma costruiti con la stessa serietà del resto.
La gastronomica è quella dei macerati e dei lunghi legni. Sui bianchi: la Malvasia Istriana macerata due settimane e poi un anno tra anfora e tonneau di rovere; il Tocai ROCHE da Rocca Bernarda, due anni in tonneaux di acacia; il Badie, il Tocai delle viti ultracentenarie di Rosazzo, due anni in botte grande di acacia da quindici ettolitri; il Verduzzo dei filari sparsi, da uve semi-appassite in pianta, macerazione di sei settimane e quattro anni tra barrique di acacia e tonneau di rovere. Sui rossi: il CUAR, uvaggio a base merlot con cabernet franc e altri rossi locali da vigne di cinquant’anni, due anni in tonneaux di rovere usati; e il Merlot in purezza, sempre da Rocca Bernarda, da viti di quarantasei anni, un mese di macerazione e tre anni tra tonneau, botte grande e un ulteriore passaggio in cemento.
I vini nel calice
Con un quadro tecnico così, il rischio di restare ingolfati nella scheda è alto. Allora vado al sodo, con quelli che mi hanno davvero colpito in più degustazioni.
Il Verduzzo 2019 è probabilmente uno dei migliori macerati che abbia bevuto da questo vitigno. Naso fine e complesso, finale lunghissimo. Un Verduzzo che riconcilia con un’uva spesso ridotta a dolce da fine pasto e che qui, in versione secca e macerata, mostra tutta la sua statura.
Il Badie, il Tocai delle vigne centenarie di Rosazzo, è un grande macerato. Profondità, materia, una verticalità che le viti vecchie sanno dare e che non si inventa. Il Tocai friulano come lo si vorrebbe sempre.
Il CUAR 2020 è un grandissimo vino. Equilibrio e profondità, un Friuli rosso che non insegue Bordeaux ma neanche lo nasconde — lo declina nel suo territorio, con il suo passo.
Il Merlot 2019 è il pezzo forte. Speziato, balsamico, teso, minerale, di ottima profondità. Uno di quei Merlot che ti ricordano perché il vitigno, in Friuli, non è una concessione internazionalista ma una tradizione locale fatta di vigne vecchie e di cantina paziente. Anche il 2018, dalla stessa parcella, conferma il livello.
Sul fronte conviviale, il nuovo Blancut è un grande vino da bevuta seria. Non macerato, fresco, costruito bene: dimostra che la linea di pronta beva non è la cugina povera della casa, è semplicemente un’altra cosa.
Sullo Schioppettino mi riservo il giudizio. L’ho bevuto due volte, mi è parso interessante, ma il vitigno è una bestia complicata e voglio vederlo in altre annate prima di sbilanciarmi.
Un progetto da seguire
Sassocorno è esattamente quello che la rubrica cerca: una piccola realtà che non ha ereditato nulla, che non sta facendo marketing, che ha scelto un territorio storico e un metodo di lavoro rigoroso. Le coordinate stampate in etichetta non sono un’idea pubblicitaria, sono un manifesto: dimmi da dove vieni, e fammelo verificare sulla mappa.
Stefano e Francesca stanno costruendo qualcosa che, sulle viti vecchie di Rosazzo e Rocca Bernarda, ha già una statura precisa. Sul resto — i nuovi impianti di Pignolo, di Ribolla Gialla, del Refosco a Corno — bisogna lasciare il tempo che ci vuole. Ma la direzione è chiara, e il punto di partenza è di quelli che, in Friuli, non si trovano spesso.
Tornerò a Corno di Rosazzo, e tornerò volentieri.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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4 Maggio, 2026
Marco Sara. La purezza silenziosa delle colline di Savorgnano del Torre
Il mondo del vino è in grande evoluzione negli ultimi decenni. Ci sono spesso nuove sorprese, nuove realtà, giovani che si avvicinano all’agricoltura, spesso portando anche un tipo di “innovazione che porta al passato, al vino del nonno”.
Il Friuli non è da meno e una delle zone forse meno considerate ma che sta dando grandi risultati e grandi prodotti è la zona di Savorgnano del Torre, a nord di Udine, un’area collinare ancora poco raccontata ma di straordinaria vocazione viticola, dove boschi, terrazzamenti e vecchi vigneti disegnano un paesaggio intatto.
Qui troviamo l’azienda di Marco Sara, che gestisce con la moglie Sandra. Conosco Marco da una quindicina di anni, quando aveva preso in gestione i vigneti di famiglia e aveva iniziato una produzione incentrata soprattutto su vini passiti e muffati, custodendo una tradizione che in Friuli ha radici profonde e che pochi hanno avuto il coraggio di portare avanti con questo livello di precisione.
Nell’arco degli anni si è evoluto e invece di vendere lo sfuso (questa è sempre stata la zona dei Colli Orientali dove le osterie e i privati venivano a comprare il vino in damigiana) ha scelto di valorizzare il proprio lavoro imbottigliando, e ora presenta anche una linea di vini in bottiglia molto interessanti, che raccontano con chiarezza il carattere della sua terra e delle sue vigne.
Così sono andato a trovarlo nelle sue colline di Savorgnano del Torre, frazione del comune di Povoletto, ad assaggiare alcuni dei suoi prodotti. La sua filosofia principale è la pulizia, sia degli ambienti di lavoro che dei vini che imbottiglia, perché per Marco la precisione tecnica è il primo vero atto di rispetto verso l’uva e il vigneto.
In vigna il regime di lavoro è biologico, i vigneti sono dislocati nella zona e le viti sono molto vecchie. Gli ettari vitati sono circa 8 e le bottiglie poco meno di 30.000, numeri che raccontano una dimensione artigianale, lontana da ogni logica industriale.
In cantina, dopo la vendemmia manuale, le fermentazioni sono con lieviti indigeni tramite pied de cuve e utilizzo minimo di solfiti.
Marco non usa additivi e correzioni in cantina, filtra solamente i suoi prodotti, in quanto la sua filosofia di vino naturale non è che bisogna non essere interventisti, ma che bisogna essere invasivi il meno possibile, e questo si può fare solo con un grande lavoro in vigna e una grande pulizia in cantina. I vini rimangono sulle fecce nobili per un periodo variabile dai 6 ai 24 mesi per i vini bianchi; per i vini rossi c’è un passaggio in legno che cambia di forma ed essenza a seconda della tipologia di vino, sempre con l’obiettivo di accompagnare il vino e non di sovrastarlo.
Per quanto riguarda il Picolit e il Verduzzo, qui Marco esprime probabilmente la parte più identitaria della sua produzione, legata ai grandi vini dolci friulani.
Il vino deve rispettare la zona di produzione, quindi territorialità e utilizzo di uve da vigne autoctone e deve avere una grande bevibilità. Niente macerazioni sui bianchi, che entrambe non amano, perché cercano vini di finezza, tensione e leggibilità aromatica, non di estrazione.
I vini degustati
Verduzzo Secco 2017 (non più prodotto)
Naso di impatto molto floreale, sentori minerali, poi frutta gialla. In bocca è bellissimo, pieno con un buon corpo, grande freschezza e ottima persistenza.
È un vino che rappresenta bene la prima fase del percorso di Marco: un Verduzzo secco di grande tensione e finezza, oggi non più prodotto, che resta una testimonianza importante del suo stile e della sua visione.
Friulano 2023
Frutta tropicale al naso, poi sentori di pesca. In bocca è sapido, fresco con un fruttato che ritorna nel finale. Un vino semplice dalla grande beva. Averne.
La sua forza è l’equilibrio: nessuna pesantezza, nessuna forzatura aromatica, ma un Friulano diretto, territoriale, con una chiusura salina che invita al secondo sorso.
Schioppettino 2020
Naso molto fine con sentori di pepe nero, ribes, lamponi, more, qualche sentore vegetale. Palato asciutto, con una grande beva data da una buona sapidità e freschezza. Un vino da avere sempre in cantina.
Uno Schioppettino elegante e misurato, lontano dagli eccessi estrattivi: più sul lato speziato e fresco che su quello muscolare.
Ribolla Gialla
È una delle interpretazioni più pulite e verticali della gamma di Marco: profumi agrumati, scorza di lime, fiori bianchi e una bocca tesa, vibrante, con una salinità che richiama in modo diretto la ponca di Savorgnano del Torre. Un vino di grande precisione e bevibilità.
Erba Alta
Vino che gioca sulla finezza aromatica e sulla tensione più che sulla struttura. Al naso erbe officinali, fiori di campo e una leggera nota agrumata; al palato è scorrevole, fresco, con un finale nitido e leggermente sapido. Un bianco che interpreta il lato più delicato e “alto” del territorio.
Ancora – Monte della Guardia
Fa parte del nuovo progetto “Savorgnano Bianco”, con cui Marco sta cercando di dare una lettura ancora più territoriale e profonda delle sue colline. Qui la struttura aumenta, la complessità si fa più evidente: note di frutta gialla, erbe mediterranee e una bocca più ampia, sempre però sostenuta da una grande freschezza e da una firma minerale molto riconoscibile.
Pignolo 2022
Nell’ottobre 2025 è uscito sul mercato il primo Pignolo di Marco Sara, annata 2022: una tappa importante nel percorso dell’azienda. Il vino mostra già un carattere molto preciso, con profumi di frutti di bosco, spezie scure e una nota leggermente balsamica. In bocca è strutturato ma non pesante, con tannini fini e una freschezza che promette una bella evoluzione nel tempo. Un Pignolo che nasce più sull’eleganza che sulla potenza, perfettamente coerente con lo stile della casa.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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27 Aprile, 2026
Rino Šuran. Il custode biodinamico dell’Istria
In un angolo incontaminato dell’Istria, tra la natura selvaggia della Riserva di Palud e le brezze del Mediterraneo, vive e lavora Rino Šuran, figura carismatica e visionaria che ha fatto dell’agricoltura biodinamica la sua missione di vita.
La sua azienda, OPG Šuran Petar Rino, nasce nei primi anni ’90, quando Rino, dopo anni nel settore immobiliare, decide di rispondere a un richiamo più profondo: la terra, le piante, il ritmo naturale delle stagioni. Insieme alla moglie Antonietta, inizia un’avventura agricola che affonda le radici in una filosofia rispettosa dell’equilibrio tra uomo e natura. Non una semplice conversione al biologico, ma una scelta radicale: la biodinamica, con certificazione Demeter, guidata dall’idea che il terreno debba essere vivo, nutrito da compost, tisane e preparati naturali, secondo un calendario lunare che accompagna ogni gesto agricolo.
Incontro a Calandra
Ho conosciuto Rino grazie a Iacopo Gerussi, sommelier di grande sensibilità e vecchio cliente con una passione ardente per i vini naturali. Fu durante una degustazione cieca che per la prima volta mi confrontai con il carattere inconfondibile dei suoi vini: nitidi, profondi, pieni di quella vibrazione territoriale che solo una vigna in equilibrio può trasmettere.
Quando poi sono andato a trovarlo nella sua azienda, è bastato poco per capire che stavo entrando in un luogo speciale. Il cancello era aperto, e già da subito si respirava un’aria di autenticità e accoglienza. Ho trovato un ambiente che potrei definire una vera e propria fattoria: animali liberi, natura vissuta, essenziale ma curata. Mi è sembrato di tornare bambino, a quando anche noi avevamo una fattoria con gli animali e la vita scorreva semplice e genuina, in sintonia con la terra. E prima ancora di parlare di vino, Rino mi ha regalato una profonda lectio magistralis sull’olio extravergine di oliva: un racconto appassionato che intrecciava scienza, etica e spiritualità, mostrandomi come ogni oliva, ogni stilla d’olio, sia l’espressione finale di un ecosistema curato con pazienza e amore. La Malvasia e oltre Tra i vini, è la Malvasia a rappresentare forse la più alta espressione del suo lavoro. Nei calici di Rino, questo vitigno istriano assume una voce chiara e luminosa, capace di raccontare la mineralità dei suoli calcarei, l’aria salmastra dell’Adriatico e l’influsso di una viticoltura che rinuncia al controllo forzato per esaltare l’essenza più pura del frutto. Ma non c’è solo Malvasia. Le sue vinificazioni – sempre essenziali, rigorose, ma al tempo stesso vibranti – dimostrano un pensiero coerente e una straordinaria padronanza del mestiere. Ogni bottiglia è il riflesso di un pensiero agricolo olistico, in cui il vino non è un prodotto ma un messaggio. Più di un produttore Rino Šuran è molto più di un produttore: è un custode di sapere, un agricoltore-filosofo, un uomo che ha scelto di restare fedele a una visione integrale della terra. Ogni visita nella sua azienda è un’immersione nella bellezza semplice e profonda di un lavoro fatto con coscienza. E quando ti trovi davanti a lui – con la sua voce calma, lo sguardo fermo e quel carisma magnetico da vecchio saggio mediterraneo – capisci che non stai semplicemente assaggiando un vino o un olio, ma stai partecipando a qualcosa di più grande: un patto rinnovato ogni giorno tra l’uomo e la natura. Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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Quando poi sono andato a trovarlo nella sua azienda, è bastato poco per capire che stavo entrando in un luogo speciale. Il cancello era aperto, e già da subito si respirava un’aria di autenticità e accoglienza. Ho trovato un ambiente che potrei definire una vera e propria fattoria: animali liberi, natura vissuta, essenziale ma curata. Mi è sembrato di tornare bambino, a quando anche noi avevamo una fattoria con gli animali e la vita scorreva semplice e genuina, in sintonia con la terra. E prima ancora di parlare di vino, Rino mi ha regalato una profonda lectio magistralis sull’olio extravergine di oliva: un racconto appassionato che intrecciava scienza, etica e spiritualità, mostrandomi come ogni oliva, ogni stilla d’olio, sia l’espressione finale di un ecosistema curato con pazienza e amore. La Malvasia e oltre Tra i vini, è la Malvasia a rappresentare forse la più alta espressione del suo lavoro. Nei calici di Rino, questo vitigno istriano assume una voce chiara e luminosa, capace di raccontare la mineralità dei suoli calcarei, l’aria salmastra dell’Adriatico e l’influsso di una viticoltura che rinuncia al controllo forzato per esaltare l’essenza più pura del frutto. Ma non c’è solo Malvasia. Le sue vinificazioni – sempre essenziali, rigorose, ma al tempo stesso vibranti – dimostrano un pensiero coerente e una straordinaria padronanza del mestiere. Ogni bottiglia è il riflesso di un pensiero agricolo olistico, in cui il vino non è un prodotto ma un messaggio. Più di un produttore Rino Šuran è molto più di un produttore: è un custode di sapere, un agricoltore-filosofo, un uomo che ha scelto di restare fedele a una visione integrale della terra. Ogni visita nella sua azienda è un’immersione nella bellezza semplice e profonda di un lavoro fatto con coscienza. E quando ti trovi davanti a lui – con la sua voce calma, lo sguardo fermo e quel carisma magnetico da vecchio saggio mediterraneo – capisci che non stai semplicemente assaggiando un vino o un olio, ma stai partecipando a qualcosa di più grande: un patto rinnovato ogni giorno tra l’uomo e la natura. Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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11 Marzo, 2026
Patrick Soutiran. Ambonnay, ciò che resta nel bicchiere: Ratafia e Marc come patrimonio liquido
Ambonnay è uno di quei villaggi che non hanno bisogno di presentazioni. Grand Cru storico della Montagne de Reims, patria di Pinot Noir di grande struttura e profondità, è spesso raccontato esclusivamente attraverso lo Champagne. Eppure, esiste un’altra Champagne, più silenziosa e meno visibile, fatta di tradizioni che rischiano di scomparire.
È da qui che parte la riflessione dopo la visita e la degustazione presso Patrick Soutiran. Una degustazione che, volutamente, ho scelto di raccontare non partendo dalle bollicine, ma da ciò che oggi rappresenta una vera rarità culturale: Ratafia e Marc de Champagne.
Gli Champagne degustati: correttezza tecnica, ma senza scintilla
Durante la visita abbiamo degustato anche due Champagne della maison:
un Blanc de Blancs da uve di Trépail
un Blanc de Noirs da Pinot Noir di Ambonnay
Dal punto di vista tecnico, vini ben realizzati, puliti, coerenti con lo stile aziendale. Tuttavia, personalmente li ho trovati un po’ troppo dosati per i miei gusti: corretti, ma senza quel guizzo capace di far scattare la scintilla.
Decisamente più convincente il Blanc de Noirs Brut Nature, più asciutto, più diretto, più fedele al carattere del Pinot Noir di Ambonnay.
Detto questo, la degustazione ha preso tutt’altra direzione non appena siamo entrati nel mondo dei vini fortificati e dei distillati. Ratafia: due espressioni, un’unica anima di Pinot Noir Entrambe le versioni di Ratafia prodotte da Patrick Soutiran nascono esclusivamente da uve Pinot Noir, un dettaglio fondamentale per comprenderne lo stile e la coerenza territoriale. Ratafia Blanc Il Ratafia Blanc nasce da Pinot Noir vinificato in bianco. Il mosto viene addizionato con alcool, bloccando la fermentazione e preservando la componente zuccherina naturale dell’uva. Il risultato è un vino fortificato: elegante, misurato con note di frutta a polpa gialla, miele leggero, mandorla mai eccessivo in dolcezza, sostenuto da equilibrio e pulizia Un Ratafia che non cerca l’opulenza, ma la bevibilità consapevole. Ratafia Rouge Nel Ratafia Rouge, sempre da Pinot Noir, entra in gioco una leggera macerazione pellicolare, che cambia radicalmente il profilo. Qui troviamo: maggiore profondità cromatica aromi di ciliegia sotto spirito, frutti rossi maturi, spezie una struttura più ampia, quasi vinoso-liquorosa È un Ratafia di carattere, gastronomico, capace di dialogare anche con il mondo del cioccolato fondente o di formaggi molto strutturati. Marc de Champagne: tempo, silenzio e concentrazione Il vero colpo al cuore della degustazione è stato il Marc de Champagne.
Si tratta di un’acquavite ottenuta dalla distillazione delle uve diraspate utilizzate per produrre l’Ambonnay Rouge, quindi un prodotto intimamente legato al territorio e alla produzione vinosa aziendale. Dopo la distillazione, il Marc viene invecchiato per 20 anni in botti di rovere. Nel bicchiere è profondo, austero, stratificato: note di frutta secca, spezie dolci, cacao, cuoio una bocca calda ma mai aggressiva una persistenza lunghissima, da distillato di grande razza Non è un prodotto “da fine serata” qualunque: è un distillato che richiede attenzione, tempo e rispetto. Perché parlare di Ratafia e Marc oggi Ho voluto concentrare questo racconto su Ratafia e Marc perché sono prodotti quasi scomparsi, spesso relegati a curiosità folkloristiche, quando in realtà rappresentano una parte fondamentale della cultura agricola champenoise. In un’epoca in cui tutto tende all’omologazione, questi vini e distillati raccontano: il non sprecare nulla il trasformare l’uva in memoria il legame profondo tra vigneto, cantina e tempo Patrick Soutiran, con questi prodotti, custodisce un sapere che va oltre il mercato. Una maison da riprovare Rimane una cosa importante da dire: Patrick Soutiran è un’azienda che voglio riprovare.
Magari in un’altra fase evolutiva dei vini, magari con dosaggi diversi, magari in un contesto differente. Ma una certezza resta: Ratafia e Marc de Champagne sono stati i veri protagonisti, quelli che mi hanno parlato davvero di Ambonnay, della sua storia e della sua anima più autentica. Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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Detto questo, la degustazione ha preso tutt’altra direzione non appena siamo entrati nel mondo dei vini fortificati e dei distillati. Ratafia: due espressioni, un’unica anima di Pinot Noir Entrambe le versioni di Ratafia prodotte da Patrick Soutiran nascono esclusivamente da uve Pinot Noir, un dettaglio fondamentale per comprenderne lo stile e la coerenza territoriale. Ratafia Blanc Il Ratafia Blanc nasce da Pinot Noir vinificato in bianco. Il mosto viene addizionato con alcool, bloccando la fermentazione e preservando la componente zuccherina naturale dell’uva. Il risultato è un vino fortificato: elegante, misurato con note di frutta a polpa gialla, miele leggero, mandorla mai eccessivo in dolcezza, sostenuto da equilibrio e pulizia Un Ratafia che non cerca l’opulenza, ma la bevibilità consapevole. Ratafia Rouge Nel Ratafia Rouge, sempre da Pinot Noir, entra in gioco una leggera macerazione pellicolare, che cambia radicalmente il profilo. Qui troviamo: maggiore profondità cromatica aromi di ciliegia sotto spirito, frutti rossi maturi, spezie una struttura più ampia, quasi vinoso-liquorosa È un Ratafia di carattere, gastronomico, capace di dialogare anche con il mondo del cioccolato fondente o di formaggi molto strutturati. Marc de Champagne: tempo, silenzio e concentrazione Il vero colpo al cuore della degustazione è stato il Marc de Champagne.
Si tratta di un’acquavite ottenuta dalla distillazione delle uve diraspate utilizzate per produrre l’Ambonnay Rouge, quindi un prodotto intimamente legato al territorio e alla produzione vinosa aziendale. Dopo la distillazione, il Marc viene invecchiato per 20 anni in botti di rovere. Nel bicchiere è profondo, austero, stratificato: note di frutta secca, spezie dolci, cacao, cuoio una bocca calda ma mai aggressiva una persistenza lunghissima, da distillato di grande razza Non è un prodotto “da fine serata” qualunque: è un distillato che richiede attenzione, tempo e rispetto. Perché parlare di Ratafia e Marc oggi Ho voluto concentrare questo racconto su Ratafia e Marc perché sono prodotti quasi scomparsi, spesso relegati a curiosità folkloristiche, quando in realtà rappresentano una parte fondamentale della cultura agricola champenoise. In un’epoca in cui tutto tende all’omologazione, questi vini e distillati raccontano: il non sprecare nulla il trasformare l’uva in memoria il legame profondo tra vigneto, cantina e tempo Patrick Soutiran, con questi prodotti, custodisce un sapere che va oltre il mercato. Una maison da riprovare Rimane una cosa importante da dire: Patrick Soutiran è un’azienda che voglio riprovare.
Magari in un’altra fase evolutiva dei vini, magari con dosaggi diversi, magari in un contesto differente. Ma una certezza resta: Ratafia e Marc de Champagne sono stati i veri protagonisti, quelli che mi hanno parlato davvero di Ambonnay, della sua storia e della sua anima più autentica. Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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4 Marzo, 2026
Specogna Vignaioli. Il vino è vita e la parola d'ordine è qualità, anzi, vivere per la qualità!
A dicembre sono passato in azienda per incontrare Cristian Specogna. L’occasione era quella di parlare dei miei progetti futuri che coinvolgeranno anche la loro realtà, ma è stata soprattutto l’opportunità per toccare con mano un’azienda in pieno fermento. La visita mi ha permesso di scoprire la nuova sala degustazioni: uno spazio splendido, moderno ed elegante, con una vista aperta sui Colli Orientali del Friuli, capace di raccontare da sola il legame profondo tra questa famiglia e il territorio.
Abbiamo parlato a lungo anche dei loro progetti che guardano al futuro, resi possibili anche dall’ingresso di un finanziatore in azienda. Progetti importanti e ambiziosi, che vedranno nei prossimi anni la nascita di un Collio Bianco da uve autoctone, la realizzazione di un bed & breakfast e la costruzione di una nuova cantina sotterranea, pensata per collegarsi a quella attuale e migliorare ulteriormente il lavoro sia tecnico che logistico.
Ma al di là delle novità e delle prospettive future, ho capito che era arrivato il momento giusto per raccontare davvero Specogna Vignaioli. Una storica azienda che, a mio parere, sta diventando sempre più uno dei motori trainanti non solo dei Colli Orientali, ma dell’intero Friuli vitivinicolo.
Cristian è bravissimo non solo a fare vino, ma anche a raccontarlo. La sua passione è evidente e contagiosa: la si ritrova nel modo in cui parla delle vigne, dei suoli e delle esposizioni, ma anche nella sua presenza costante nei locali e nei luoghi più interessanti, dove il vino non è mai solo un prodotto, ma un linguaggio, una cultura e un messaggio da condividere.
Ma andiamo a raccontare l’azienda, e quindi per iniziare la storia dell’azienda vinicola Specogna dobbiamo retrocedere di 60 anni. Era il 1963 quando Leonardo Specogna, originario della zona di Pulfero, rientrando in Friuli dalla Svizzera dove era emigrato, passò per le Colline di Rocca Bernarda innamorandosi immediatamente a tal punto da acquistare un piccolo appezzamento di terreno.
Siamo a Corno di Rosazzo, cuore pulsante della zona DOC Colli Orientali del Friuli. Una zona protetta dai venti del Nord alle Alpi e toccata dalle brezze del Mar Adriatico, terreni costituiti da stratificazioni di marne e arenarie, ricchi di sali minerali e fossili, chiamata nelle zone “la Ponca”, ne fanno una zona particolarmente vocata per la coltivazione della vite, considerata tale già dai tempi degli antichi romani.
Nata come azienda agricola per autoconsumo, con focus su vari prodotti, si specializza nella viticoltura con il figlio di Leonardo, Graziano. Negli anni l’azienda si fa conoscere a livello nazionale e internazionale, grazie alle innovazioni portate, ma anche grazie al suo amore per il comune di Corno, infatti da sempre lavorava per dare visibilità al territorio, credeva, giustamente aggiungo io nell’identificazione del suo comune con la produzione vitivinicola.
Graziano è stato nominato Cavaliere della Repubblica nel 1995, era stato primo presidente del Gruppo Viticultori di Corno di Rosazzo nel 1983, presidente della Fiera dei Vini dal 1985 al 1989 e fondatore dell’Enoteca comunale. Con Manlio Collavini, si era fatto promotore di molteplici iniziative sul territorio, tra cui la sottotitolazione di tutte le vie del Comune di Corno di Rosazzo con i nomi dei vini del mondo, portando Corno ad essere il primo comune enoico d’Italia e fu proprio il suo paese, su sua proposta, a divenire uno dei primi comuni iscritti all’Associazione Nazionale delle Città del Vino. Nel 2017 purtroppo un malore improvviso se l’è portato via, a soli 59 anni esattamente 10 anni dopo il padre Leonardo.
L’azienda è quindi oggi gestita dalla terza generazione, ovvero i figli Michele e Cristian (coadiuvati da Violetta, moglie di Cristian), si occupano dei 30 ettari tra Rosazzo e Rocca Bernarda, e le uve coltivate sono le autoctone dei Colli Orientali o vitigni internazionali, che da secoli sono presenti in Friuli. La gestione in vigna è di stampo biologico, attenzione alla biodiversità con le esposizioni e gli sbalzi termici che sono fondamentali, anche se l’attenzione maggiore delle ultime stagioni è rivolata alla gestione del suolo e sottosuolo. Impegno, passione e tanta voglia di crescere e migliorarsi dei due fratelli ha dato nuova linfa all’azienda portandola ad essere tra le migliori aziende della Regione.
La visita in cantina, a Rocca Bernarda, zona che possiamo considerare un Cru all’interno della DOC, mi porta a conoscere meglio la realtà e già subito Cristian mi fa capire l’importanza delle esposizioni dello stesso vitigno nei vari vigneti, praticamente un anfiteatro a 360°, dove diventano importanti le temperature, soprattutto notturne, dove le più fresche servono per donare freschezza, soprattutto ai bianchi, e temperature più calde struttura corpo e concentrazione soprattutto ai rossi. La brezza che arriva dal Mar adriatico aiuta la coltivazione in biologico, In quanto permette di non avere ristagno di umidità sul suolo e sulla pianta, e dunque meno problemi di muffe. Nel periodo di maturazione, poi, è determinante nel portarla avanti di circa 2-3 settimane per arrivare a maturazioni perfette e uve sane, primo indice di qualità.
Nella proprietà tre ettari sono lasciati a bosco, fattore rilevante per la regolazione climatica delle zone limitrofe e per un equilibrio di flora e fauna. Inoltre sono stati piantati ulivi, ciliegi e piante di rose che aiutano a stabilizzare la tenuta dei pendii collinari, di base molto sensibili a causa della facile erosione. E il monitoraggio costante dei vigneti ha permesso di diminuire sensibilmente il numero di trattamenti effettuati nel corso di una stagione oltre al quantitativo di prodotto necessario a ogni passaggio.
Cristian mi spiega anche che l’obiettivo è di lavorare più possibile alla borgognona in modo da cogliere al meglio le caratteristiche dei vari vigneti, e per questo è in atto uno studio, un lavoro di zonazione. In vigna solo rame e zolfo, niente pesticidi e diserbanti, il biologico è una scelta di qualità e di vita, infatti Il vino deve essere salubre e genuino e il loro lo è, ed è fondamentale la salvaguardia del territorio, e la vigna è viva, si vede immediatamente, c’è stato un ritorno degli insetti, degli animali.
La passione di Cristian è a 360 e ne parliamo spesso, ed è fatta non solo nella sua azienda, ma anche di visite, degustazioni, bevute con gli amici e colleghi, tutti passaggi fondamentali per arrivare a produrre vini importanti e identitari, di personalità, che rispecchiano alla grande quello che è anche il mio pensiero nel mondo vino, ovvero eleganza, equilibrio, e piacevolezza di beva.
La ricetta dalla quale partono i Fratelli Michele e Cristian è molto semplice: credere in un prodotto che sia di qualità assoluta, la migliore possibile in tutte le fasi, con la cura maniacale di tutti i dettagli sia in vigna che in cantina. Completa la lista degli ingredienti il motto: non si finisce mai di imparare.
Parlando di qualità oltre chiaramente al prodotto all’interno della bottiglia anche il packaging è molto importante, in primis la bottiglia, una borgognotta, poi un immagine totalmente nuova, etichette sono molto eleganti, con un font ricercato, e addirittura il materiale per quella delle riserve è in carta di cotone, il che fa già presagire che ci troviamo difronte ad un grande prodotto, dove niente è lasciato al caso, infatti anche il nome del vino è studiato, che nel caso delle riserve, sono la sintesi del progetto che ci sta alla base.
Tornando alla produzione del vino, in cantina dove il tecnico è Michele, (della questione agronomica si occupa Cristian), ma chiaramente i due fratelli si confrontano, si opera alla borgognona con le fermentazioni spontanee, utilizzo di legno di varie tipologie e si stanno sperimentando delle Anfore. Tutti gli interventi sono ridotti al minimo indispensabile, si imbottiglia senza filtrazioni solitamente in fase di luna calante. Per tutte le lavorazioni si segue il calendario lunare e biodinamico.
I vini che producono sono quindi quelli caratteristici della zona: Friulano, Ribolla Gialla, Malvasia, Sauvignon Blanc, Pinot Grigio, Refosco, Pignolo, Schioppettino, Merlot, e infine il Picolit che in Rocca Bernarda abbia trovato il suo ambiente ideale, essendo presente qui già dagli inizi del’ 800. Due le linee di etichette, una più fresca, e la linea riserve dove i prodotti sono di livello assoluto, con vinificazioni diverse, studiate per molto tempo:
Identità 2020: Bianco Friuli Colli Orientali è un vero e proprio uvaggio, ovvero le uve vengono raccolte e vinificate assieme. E’ un blend di 70 % Friulano, che da corpo e stuttura, 15% Malvasia che dona complessità aromatica e 15% Ribolla Gialla per freschezza e acidità. Tutto i vini provengono da vigne con almeno 50 anni di età nasce un vino che affina il botti di rovere per circa 12 mesi, dopodiché 6 mesi in vasche di acciaio prima essere imbottigliato. Sono sempre più convinto del blend in Friuli Venezia Giulia, soprattutto bianchi e prodotti in alcune zone (ritorniamo ad un concetto di terrori a me tanto caro, infatti la mia è un idea di blend legata al comune o zona). Qua siamo difronte ai tre bianchi migliori e più rappresentativi del Collio e Colli Orientali che uniti, ne fanno in questo caso, un prodotto dal bouquet complesso con sentori freschi di agrumi, frutta tropicale come ananas, papaya, poi pesca erbe armoatiche, melone, fiori tra gialli e bianchi, con un finale leggermente speziato e di caffè. Al palato è pieno, elegante, di buona acidità, sapidità, freschezza che dona una buona beva, complesso, di buona morbidezza, ottimo equilibrio ed un finale teso, minerale e ammandorlato di notevole persistenza.
Vino che consiglio di mettere in cantina e dimenticare qualche anno.
Duality 2020: è un Sauvignon Blanc 100%. Qua si parla di un monovarietale che è frutto di un assemblaggio di uve di due vigneti con esposizioni differenti, rendendo ancora più importante, anche se in maniera diversa il concetto di blend. Avendo un vigneto esposto uno a Sud, ho più sole e quindi più maturità delle uve, che apportano al vino maggior morbidezza e complessità, mentre l’altro a Nord-est gode di maggiore escursione termica e quindi apporta al vino freschezza ed aromaticità. Ecco come nasce il nome Duality, dove chiaramente le proporzioni dei due vigneti, entrambe di oltre 30 anni di età, variano a seconda dell’annata. Un anno di affinamento sulle proprie fecce fini in botti di rovere a cui segue un anno di affinamento in bottiglia.
Non amando il Sauvignon nei Colli della mia regione devo dire che mi ha sorpreso già al naso dove troviamo sentori di menta e dalle note di frutta tropicale, agrumi come limone e pompelmo, fiori di sambuco. Al palato è verticale, ricco, sapido, di buona struttura, ottima la beva, per finire con una notevole persistenza che richiamano agrumi ed erbe aromatiche. Coraggiosi e bravi a credere in un vitigno che una decina di anni fa ha subito un massacro, soprattutto mediatico, nella zona. Comprendere questo vino fa capire quanto importante sia per i fratelli la parola equilibrio.
Malvasia Riserva 2017 da 100% Malvasia Istriana. Ultima riserva nata, da un vitigno piantato nel 2007 è un’anteprima che Cristian mi ha fatto provare in azienda. Vendemmia a mano con una percentuale di muffa nobile sui grappoli del 10%. Segue pigiatura e macerazione sulle bucce con i raspi per 60 giorni. Affinamento per 48 mesi, il 50% della massa in barrique di rovere e il restante 50% in anfora di terracotta. Ulteriore affinamento di 12 mesi in bottiglia. Profumi floreali si fondono a note di miele e frutta matura, il legno seppur presente è quasi impercettibile. Al palato buona acidità, fresca e di buona sapidità. Una progressione del gusto molto interessante chiude con ottima persistenza di frutta quasi secca.
Pinot Grigio Ramato Riserva 2019: le uve provengono da una vigna degli anni Macerazione sulle bucce per lungo periodo e affinamento in legno per 24 mesi sulle sue fecce fini. Da aggiungere che Specogna ha sempre prodotto un pinot grigio ramato anche quando andava di moda il “bianco carta”. Al naso in bouquet si esprime tanto frutto, mela rossa, melograno, nespola, mandorla, fiori gialli. Al palato è pieno, il tannino è equilibrato cosi come acidità e alcool. Buona freschezza e ottima persistenza.
Pinot Grigio Ramato Riserva (Metodo Solera): 100% Pinot Grigio nasce da un idea di Cristian presa nella zona dello Sherry, un assaggio che mi ha colpito qualche anno fa e parliamo di un vino composto in prevalenza dall’annata più giovane e poi altre 5-6 annate più vecchie, in parti più o meno simili. Alla freschezza e piacevolezza dell’annata recente si uniscono struttura, corpo e complessità delle annate più vecchie. Vino complesso, di buona struttura, con sentori di frutta rossa, mandorle. Al palato è persistente, tannino leggero, elegante, da bere senza abbinamenti con un finale di agrumi come l’arancia e minerali. Grande
Oltre 2019: un blend dei tre vitigni autoctoni a bacca rossa principali del Friuli: Refosco dal Peduncolo Rosso, Pignolo e Schioppettino, con impianti a Rocca Bernarda e Rosazzo che vanno dal 1976 al 2014 secondo la varietà. Ecco nuovamente l’importanza del blend dove il Refosco, dona colore e freschezza, lo Schioppettino porta spezie e frutti e il Pignolo dona struttura e tannino. Affina per circa 24 mesi in botti di rovere. Un vino che sicuramente farà della longevità il suo pregio. Al naso note di tostatura, frutta rossa, spezie In bocca il tannino ancora graffia, è un vino complesso di carattere che ha bisogno di qualche tempo in bottiglia per donarsi completamente. Chiude con un ottima persistenza di frutta rossa, tabacco e leggermente il pepe.
Pignolo 2013: Da uve 100% Pignolo, piantate nel 1996 a Rosazzo, la zona principe di questo vitigno “pignolo” in tutti i sensi. Il vino affina per un periodo di circa 60 mesi, una parte, il 50% della massa in botti di rovere da 500 litri mentre il restante 50% affina in barriques di rovere da 228 litri. Al naso sentori di ciliegie, amarene, prugne, more, violetta, sottobosco, spezie, caffè, cuoio e cacao. Al il tannino vivace è presente ma di ottima finezza, ottima freschezza, ottima la persistenza di tabacco e soprattutto frutta.
Picolit 2018 Dalle colline di Rocca Bernarda l’Oro del Friuli Venezia Giulia, 100% Picolit dalla zona principe per questo vitigno. Uve vendemmiate a mano, fatte appassire vengono fatte fermentare e affinare in barriques di rovere da 228 litri. Imbottigliato dopo 24 mesi, affina ancora in bottiglia prima di uscire sul mercato. Al naso bouquet ampio e complesso con sentori di albicocca, agrumi, caramello, pesca, caffè, zenzero e zafferano. Al palato per la tipologia buona freschezza, dolce ma non stucchevole, di buon equilibrio e persistenza. Una ottima bevuta per un fine pasto.
Le Riserve posizionano l’azienda ad un livello qualitativo molto alto, e contribuiscono a posizionare Corno di Rosazzo tra i migliori siti vitivincoli d’Italia: Duality, Identità, Pinot Grigio Ramato, Malvasia Riserva, Oltre, Pignolo e Picolit sono perle della viticoltura Friulana.
Concludo facendo i complimenti ai due fratelli, e vi invito o provare queste riserve e se riuscite andate a trovarli in Cantina.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
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25 Febbraio, 2026
Aurore Casanova. Ascoltare la Champagne, leggere i terroir
Mardeuil, Vallée de la Marne
Una visita d’ottobre tra biodinamica, precisione e lettura dei terroir
Visitare Aurore Casanova a Mardeuil, in Vallée de la Marne, significa entrare in una Champagne intima, silenziosa, profondamente legata al vigneto e alla sensibilità di chi lo interpreta. La visita di ottobre – con le vigne ormai avviate verso il riposo vegetativo e quell’atmosfera sospesa tipica del post-vendemmia – è il momento ideale per comprendere davvero il progetto di Aurore: un lavoro fatto di osservazione, misura e coerenza.
La sede è qui, a Mardeuil, ma sarebbe riduttivo parlare di un progetto “di Marna” in senso stretto. Il cuore operativo è nella Vallée de la Marne, ma le vigne sono sparse in più zone della Champagne, componendo un mosaico territoriale ampio e articolato.
Mardeuil e oltre: una Champagne plurale
Il valore fondante del Domaine Aurore Casanova è il rispetto per l’ambiente e per tutte le forme di vita, affinché le viti possano raggiungere un equilibrio naturale e produrre uve di qualità. Il progetto, avviato nel 2012 e strutturato come domaine nel 2013 da Aurore e Jean-Baptiste, si basa su una visione chiara: osservare, comprendere e accompagnare il vigneto, senza forzarlo.
I vigneti non sono concentrati in un’unica area, ma distribuiti su terroir molto diversi, ciascuno con una propria identità pedologica e climatica:
Puisieulx – Grand Cru della Montagne de Reims
Qui dominano Pinot Noir (da selezione massale e cloni) e Chardonnay, coltivati su limi poggianti su calcare duro. Un terroir di grande tensione e profondità, capace di dare vini strutturati ma sempre eleganti. Le Mesnil-sur-Oger e Oger – Côte des Blancs
Due grandi nomi dello Chardonnay, con 22 appezzamenti e quasi altrettante esposizioni. Il comune denominatore è il sottosuolo calcareo, con terreni fini e bruni o colluvi calcarei in superficie, che conferiscono verticalità, precisione e una marcata impronta minerale. Champvoisy e Vauciennes – Vallée de la Marne
Qui il Pinot Meunier trova un terreno ideale: terre brune della Marna su calcare duro, capaci di esaltare l’espressione varietale senza perdere finezza. Épernay
Capitale della Champagne, ma anche territorio di Chardonnay dei versanti meridionali, che apporta equilibrio e rotondità all’insieme. Questa pluralità di terroir e varietà è il vero patrimonio del domaine, ed è valorizzata da un lavoro quotidiano di osservazione e contemplazione che guida Aurore e Jean-Baptiste sia in vigna che in cantina. Due percorsi, una visione comune Aurore Casanova non nasce come progetto di marketing, ma come espressione naturale di due percorsi personali. Aurore, ex ballerina, porta con sé una formazione fatta di disciplina, ascolto e ricerca dell’equilibrio. Un’esperienza che l’ha condotta anche a vivere un anno a Roma, ampliando il suo sguardo e il suo rapporto con il tempo.
Jean-Baptiste proviene invece da un ambito tecnico altamente specializzato, legato alla progettazione e realizzazione di protesi, dove precisione, controllo e attenzione al dettaglio sono imprescindibili. Si sono conosciuti ad un corso di viticoltura e da li nasce tutto e queste due sensibilità si ritrovano chiaramente nel vino. Biodinamica e attenzione al dettaglio Il lavoro in vigna segue un approccio biodinamico, applicato con intelligenza e senza dogmi. L’obiettivo non è aderire a un protocollo, ma favorire l’equilibrio naturale della pianta e la vitalità del suolo. Questa filosofia si traduce in una cura estrema dei dettagli pratici. Durante la visita, uno degli esempi più emblematici riguarda la scelta delle cassette per la vendemmia: il colore non è casuale. In base alle condizioni climatiche, vengono utilizzate cassette diverse, perché una cassetta bianca e una grigia possono generare fino a 2,5 °C di differenza nella temperatura delle uve. Un dettaglio che incide direttamente sulla qualità del frutto che arriva in cantina. Qui il dettaglio non è ossessione, ma forma concreta di rispetto. La vinificazione, una volta pressate le uve, non vede distinzione tra cuvèe e taille. Poi si prosegue con affinamento in legno di vario tipo prima del tiraggio. La degustazione: un gioco per leggere territorio e cépage La degustazione è stata impostata come una sorta di gioco didattico, pensato per comprendere al meglio stile, territorio e vitigno attraverso tre Champagne, degustati in sequenza. Chardonnay – Le Mesnil-sur-Oger
Un’apertura luminosa e verticale, giocata su agrumi freschi e mineralità gessosa. Bocca tesa, precisa, profondamente territoriale. Pinot Noir – Puisieulx
Un grande Pinot Noir, con frutti rossi, frutta candita e una profondità notevole. Proviene da vigne piantate negli anni ’60 dalla madre di Aurore, un dettaglio che aggiunge valore umano e storico al vino. Elegante, profondo, mai eccessivo. Cuvée Union – Puisieulx & Le Mesnil
Assemblaggio di Chardonnay e Pinot Noir, provenienti da Puisieulx e Le Mesnil. Un vino di grande complessità e profondità, con agrumi canditi, stratificato, armonico, capace di unire tensione e volume. Sono vini da ascoltare, che non cercano l’impatto immediato, ma si fanno amare sorso dopo sorso. Un bellissimo “gioco” per comprendere davvero terroir e cépage. Un progetto da seguire La visita di ottobre da Aurore Casanova è stata molto più di una degustazione: un momento di confronto autentico, fatto di osservazione, dialogo e consapevolezza. Aurore Casanova rappresenta una Champagne contemporanea ma non modaiola, biodinamica senza ideologia, tecnica senza rigidità, profondamente rispettosa dei luoghi.
Una produttrice i cui Champagne meritano senza dubbio di essere provati, da chi cerca nel vino non solo qualità, ma senso del territorio e autenticità. Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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Qui dominano Pinot Noir (da selezione massale e cloni) e Chardonnay, coltivati su limi poggianti su calcare duro. Un terroir di grande tensione e profondità, capace di dare vini strutturati ma sempre eleganti. Le Mesnil-sur-Oger e Oger – Côte des Blancs
Due grandi nomi dello Chardonnay, con 22 appezzamenti e quasi altrettante esposizioni. Il comune denominatore è il sottosuolo calcareo, con terreni fini e bruni o colluvi calcarei in superficie, che conferiscono verticalità, precisione e una marcata impronta minerale. Champvoisy e Vauciennes – Vallée de la Marne
Qui il Pinot Meunier trova un terreno ideale: terre brune della Marna su calcare duro, capaci di esaltare l’espressione varietale senza perdere finezza. Épernay
Capitale della Champagne, ma anche territorio di Chardonnay dei versanti meridionali, che apporta equilibrio e rotondità all’insieme. Questa pluralità di terroir e varietà è il vero patrimonio del domaine, ed è valorizzata da un lavoro quotidiano di osservazione e contemplazione che guida Aurore e Jean-Baptiste sia in vigna che in cantina. Due percorsi, una visione comune Aurore Casanova non nasce come progetto di marketing, ma come espressione naturale di due percorsi personali. Aurore, ex ballerina, porta con sé una formazione fatta di disciplina, ascolto e ricerca dell’equilibrio. Un’esperienza che l’ha condotta anche a vivere un anno a Roma, ampliando il suo sguardo e il suo rapporto con il tempo.
Jean-Baptiste proviene invece da un ambito tecnico altamente specializzato, legato alla progettazione e realizzazione di protesi, dove precisione, controllo e attenzione al dettaglio sono imprescindibili. Si sono conosciuti ad un corso di viticoltura e da li nasce tutto e queste due sensibilità si ritrovano chiaramente nel vino. Biodinamica e attenzione al dettaglio Il lavoro in vigna segue un approccio biodinamico, applicato con intelligenza e senza dogmi. L’obiettivo non è aderire a un protocollo, ma favorire l’equilibrio naturale della pianta e la vitalità del suolo. Questa filosofia si traduce in una cura estrema dei dettagli pratici. Durante la visita, uno degli esempi più emblematici riguarda la scelta delle cassette per la vendemmia: il colore non è casuale. In base alle condizioni climatiche, vengono utilizzate cassette diverse, perché una cassetta bianca e una grigia possono generare fino a 2,5 °C di differenza nella temperatura delle uve. Un dettaglio che incide direttamente sulla qualità del frutto che arriva in cantina. Qui il dettaglio non è ossessione, ma forma concreta di rispetto. La vinificazione, una volta pressate le uve, non vede distinzione tra cuvèe e taille. Poi si prosegue con affinamento in legno di vario tipo prima del tiraggio. La degustazione: un gioco per leggere territorio e cépage La degustazione è stata impostata come una sorta di gioco didattico, pensato per comprendere al meglio stile, territorio e vitigno attraverso tre Champagne, degustati in sequenza. Chardonnay – Le Mesnil-sur-Oger
Un’apertura luminosa e verticale, giocata su agrumi freschi e mineralità gessosa. Bocca tesa, precisa, profondamente territoriale. Pinot Noir – Puisieulx
Un grande Pinot Noir, con frutti rossi, frutta candita e una profondità notevole. Proviene da vigne piantate negli anni ’60 dalla madre di Aurore, un dettaglio che aggiunge valore umano e storico al vino. Elegante, profondo, mai eccessivo. Cuvée Union – Puisieulx & Le Mesnil
Assemblaggio di Chardonnay e Pinot Noir, provenienti da Puisieulx e Le Mesnil. Un vino di grande complessità e profondità, con agrumi canditi, stratificato, armonico, capace di unire tensione e volume. Sono vini da ascoltare, che non cercano l’impatto immediato, ma si fanno amare sorso dopo sorso. Un bellissimo “gioco” per comprendere davvero terroir e cépage. Un progetto da seguire La visita di ottobre da Aurore Casanova è stata molto più di una degustazione: un momento di confronto autentico, fatto di osservazione, dialogo e consapevolezza. Aurore Casanova rappresenta una Champagne contemporanea ma non modaiola, biodinamica senza ideologia, tecnica senza rigidità, profondamente rispettosa dei luoghi.
Una produttrice i cui Champagne meritano senza dubbio di essere provati, da chi cerca nel vino non solo qualità, ma senso del territorio e autenticità. Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
18 Febbraio, 2026
Collio Bianco da uve autoctone. Keber e Drius, i deus ex machina di un’idea che viene da lontano
Il Collio è sempre stato una terra di confine, non solo geografico ma anche culturale ed enologico. Una zona capace di parlare più lingue, di accogliere influenze diverse e di trasformarle in identità. Per anni, però, il successo commerciale del Collio ha coinciso con una progressiva semplificazione del suo racconto: vini bianchi identificati sempre più dal vitigno e sempre meno dal luogo.
Eppure, la storia del Collio racconta altro. Racconta di uvaggi, di vigne promiscue, di vini nati dalla convivenza naturale di più varietà coltivate nello stesso appezzamento. Racconta di un Collio Bianco che era, prima di tutto, una sintesi territoriale.
Negli anni ’90, mentre il disciplinare si apriva anche all’utilizzo delle varietà internazionali, un produttore scelse consapevolmente di andare in controtendenza: Edi Keber non lo fece per nostalgia, ma per coerenza. Intuì che l’identità del Collio non poteva essere delegata al singolo vitigno, ma doveva passare attraverso le sue uve autoctone: Friulano, Ribolla Gialla e Malvasia Istriana. (da dire che Cantina Produttori di Cormons ha sempre prodotto storicamente Collio Bianco da uve autoctone)
Quella che allora sembrava una posizione minoritaria è diventata, nel tempo, una visione condivisa. Non un disciplinare alternativo, ma un atto culturale: riportare il Collio Bianco al suo significato originario.
Edi Keber
La voce di Zegla Siamo a Zegla, nella periferia nord di Cormòns, a poche decine di metri dal confine con la Slovenia, in un fazzoletto di terra che più di altri racconta l’essenza del Collio. Qui, Kristian Keber, insieme alla sorella Veronika, guida l’azienda di famiglia che porta il nome del padre, Edi Keber. Una realtà divenuta simbolo identitario di questo angolo di Friuli, dove la storia ha tracciato confini mobili, lasciando in eredità un mosaico culturale, linguistico e agricolo. La famiglia Keber, di origini austriache, è presente in queste terre da circa trecento anni e ha vissuto in prima persona i passaggi da un impero all’altro, da un’identità nazionale all’altra, senza mai abbandonare la vigna. A metà del Novecento, il nonno Giuseppe diede avvio alla produzione in bottiglia, ereditando i vigneti piantati dal padre dopo la Seconda guerra mondiale. È però negli anni ’80 che l’identità dell’azienda si definisce con forza, grazie a Edi, che sceglie di produrre un solo vino: un uvaggio che riprende la tradizione contadina del “vino della casa”, un bianco ottenuto dal blend delle uve coltivate insieme nello stesso appezzamento. Un approccio controcorrente, essenziale, che si concretizza nel 2008 con il Collio Bianco, prodotto esclusivamente con Friulano, Ribolla Gialla e Malvasia Istriana, dopo l’abbandono progressivo delle varietà internazionali come Pinot Grigio e Sauvignon. Oggi l’azienda ha due volti: quello storico, in Italia, e quello sloveno, a Medana (Brda), dove Kristian coltiva l’eredità materna su un ettaro e mezzo. Entrambe le sedi producono un solo vino ciascuna. In totale, l’azienda conta circa 12 ettari: cinque attorno alla cantina di Zegla, altri due a Plessiva e cinque sulle colline oltre il Monte Quarin. Kristian si occupa della vigna e della cantina, mentre Veronika segue l’amministrazione e la parte commerciale, accogliendo chi desidera entrare nel mondo Keber. La ponca, la marna friulana stratificata e friabile, domina il suolo, ed è proprio su questo terroir che sono state piantate le varietà autoctone. La Ribolla occupa le parti più alte e magre della collina, il Friulano le zone più protette, a mezza costa, e la Malvasia le zone più umide e fertili. In futuro, l’obiettivo è tornare a un vigneto promiscuo, con piante mescolate, alberi da frutto e ortaggi, secondo l’antica logica agricola di equilibrio e biodiversità. Dal 2012, con l’ingresso di Kristian, si è accentuata la svolta verso un’agricoltura biologica e biodinamica, con certificazione bio, uso di preparati (corno letame, corno silice, tisane di ortica), sovescio e la presenza di animali da pascolo (pecore, mucche, un toro e il fedele cane Gin) a favorire il ciclo della vita nei vigneti. Le fermentazioni sono spontanee, l’uso di solforosa è minimo e l’affinamento avviene in cemento, con una prima fase separata per appezzamento, seguita dall’assemblaggio in acciaio. La cantina storica, ampliata negli anni e situata sotto la parte nuova, custodisce vecchie annate, barrique e la memoria dell’azienda. Una parete è lasciata a nudo per mostrare la ponca, mentre il pavimento è stato realizzato con le pietre originali di Piazza Unità d’Italia a Trieste, acquistate da Edi negli anni 2000. L’etichetta attuale, con la “K” stilizzata, nasce nel 1987, ispirata a un palo e due tralci di vite. Dalla vendemmia 2025 sarà possibile indicare in etichetta la dicitura Collio Bianco da Uve Autoctone, un progetto nato negli anni ’90 proprio da Edi Keber, ma che ha trovato nuova linfa negli ultimi anni grazie all’adesione di altri produttori della zona. La denominazione Collio DOCconsente l’uso di varietà sia autoctone sia internazionali, ma quando ci si concentra solo sulle prime, si ottiene un vino di forte identità territoriale. Le uve autoctone del Collio Bianco: 1. Friulano (ex Tocai Friulano): dona struttura e morbidezza. 2. Malvasia Istriana: aromaticità fine, freschezza, note floreali e speziate. 3. Ribolla Gialla: acidità, tensione, mineralità; spesso usata per dare verticalità al blend. I produttori che aderiscono a questo progetto devono seguire solo quattro regole: • usare esclusivamente la bottiglia del Consorzio, • esibire in etichetta il logo “Collio” prima di quello aziendale, • partire da una base minima del 50% di Friulano, con il resto costituito da Malvasia e Ribolla, • garantire almeno 18 mesi di affinamento.
Ad oggi, i produttori coinvolti sono una decina. Nelle grandi annate si produce anche un vino chiamato Zegla, un progetto in comune con Renato Keber e Michele Blazic, tutti con vigneti sulla collina omonima. Le uve, 100% Tocai Friulano, provengono esclusivamente da Zegla. Tre giorni di macerazione, fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, affinamento in legno per due o tre anni. Infine, le bottiglie vengono messe a riposo per cinque anni. Il Merlot, prodotto solo nelle annate migliori, verrà presto dismesso per dedicarsi esclusivamente ai due volti bianchi dell’azienda. È previsto un nuovo rosso, ma la varietà resta, per ora, una sorpresa. A Medana, nel Brda sloveno, la produzione segue un’altra filosofia: le uve (Friulano, Malvasia, Ribolla) fermentano a grappolo intero dopo una macerazione di circa un mese, per poi riposare in tonneaux da 700 litri per due anni. Ne escono circa 2.500 bottiglie, contro le 45.000 del Collio. Un vino più materico, denso, con note tipiche della macerazione e un’energia tutta sua. Un luogo, una famiglia, una sola visione.
Il vino, come sintesi di una storia che non ha mai smesso di guardare avanti. Terre del Faet – Andrea Drius Custodire l’identità, restituire senso al Collio Bianco Terre del Faet si trova a Cormòns, nel cuore del Collio, in una zona dove la viticoltura non è mai stata semplice esercizio agricolo, ma atto culturale. Qui Andrea Drius conduce un’azienda che, pur nelle dimensioni contenute, ha avuto un ruolo decisivo nel mantenere vivo il concetto di Collio Bianco come vino di territorio, prima ancora che come denominazione. La storia di Terre del Faet è intimamente legata a quella del Collio più autentico, quello che affonda le proprie radici nelle uve autoctone e nel blend come espressione naturale del luogo. Un’idea che Andrea Drius ha sempre portato avanti con coerenza, anche quando il mercato e il disciplinare sembravano andare in un’altra direzione. Un territorio, una responsabilità I vigneti di Terre del Faet si sviluppano su suoli di ponca, la marna friulana che caratterizza il Collio e che conferisce ai vini struttura, profondità e una marcata impronta minerale. È su questo terreno che Andrea ha costruito una viticoltura rispettosa, attenta, mai urlata, orientata alla qualità piuttosto che alla quantità. La scelta varietale riflette questa visione: Friulano, Ribolla Gialla, Pinot Bianco, Malvasia Istriana, a cui si affianca il Merlot per la produzione del rosso. Varietà coltivate e interpretate senza forzature, lasciando che sia il territorio a guidare il risultato finale. Il Collio Bianco come idea, non come etichetta Anni fa, quando Andrea Drius maturò il desiderio di indicare in etichetta la dicitura “Collio Bianco da uve autoctone”, sentì il bisogno di confrontarsi con chi quel concetto lo aveva non solo pensato, ma difeso e incarnato per decenni: Edi Keber. Non fu una richiesta formale, ma un gesto di rispetto. Da quel dialogo nacque la consapevolezza che fosse arrivato il momento di riproporre un progetto nato negli anni ’90, quando il Collio Bianco rappresentava ancora un uvaggio identitario, prima che il disciplinare ne ampliasse la composizione includendo anche varietà internazionali. Quel confronto tra Drius e Keber può essere considerato uno dei momenti chiave della rinascita culturale del Collio Bianco, perché ha rimesso al centro una domanda fondamentale:
che cosa vogliamo raccontare quando scriviamo “Collio” in etichetta? I vini di Terre del Faet La gamma di Terre del Faet è coerente, leggibile, senza sovrastrutture: • Friulano – diretto, territoriale, con equilibrio tra struttura e freschezza • Ribolla Gialla – tensione, verticalità, acidità naturale • Pinot Bianco – eleganza e precisione • Malvasia Istriana – aromaticità fine, sapidità, slancio • Collio Bianco – sintesi aziendale, espressione del blend come fotografia del territorio • Merlot – rosso di matrice friulana, misurato, mai eccessivo Ogni vino è pensato come parte di un racconto unitario, dove il territorio viene prima dello stile. Decimo del Faet – territorio e tempo Tra le chicche più significative dell’azienda spicca Decimo del Faet, un vino nato per celebrare i dieci anni di Terre del Faet, ma che va ben oltre la logica celebrativa. Decimo è prodotto utilizzando le migliori uve delle ultime cinque vendemmie di Collio Bianco, unendo Tocai Friulano, Malvasia Istriana e Ribolla Gialla in un progetto che mette insieme territorio e tempo. Non una semplice riserva, ma un vino che riflette sulla memoria, sull’evoluzione e sulla capacità del Collio Bianco di attraversare gli anni senza perdere identità. È un vino raro, concettuale, profondamente coerente con la filosofia di Andrea Drius: non rincorrere l’immediatezza, ma costruire valore nel tempo. Una visione condivisa Terre del Faet non è mai stata un’azienda isolata, ma un tassello fondamentale di un pensiero più ampio. Il dialogo con Edi Keber, e con altri produttori che oggi credono nel Collio Bianco da uve autoctone, ha contribuito a riportare al centro un’idea semplice e potente:
il Collio non è una somma di vitigni, ma un luogo che si esprime meglio quando le sue uve dialogano tra loro. Dopotutto gli avi piantavano le vigne miste con queste tre varietà Oggi, a distanza di oltre trent’anni dalle prime intuizioni, il Collio Bianco da uve autoctone torna ad avere un riconoscimento anche formale. Dalla vendemmia 2025 sarà possibile indicare in etichetta questa dicitura, a patto di rispettare regole precise: uso esclusivo delle varietà autoctone, una base significativa di Friulano, tempi di affinamento più lunghi e un’immagine condivisa che rimetta al centro il nome Collio prima di quello aziendale. Ma sarebbe riduttivo leggere questo progetto solo come una conquista normativa. Il suo vero valore sta nel fatto che rappresenta la maturazione di un pensiero. Keber e Drius non hanno semplicemente anticipato una tendenza: hanno custodito un’idea quando non era conveniente farlo, rendendola credibile oggi. Il Collio Bianco da uve autoctone non è una categoria stilistica, né una moda. È una presa di posizione. È la scelta di raccontare un territorio attraverso il dialogo tra le sue uve storiche, lasciando che sia il luogo — e non il vitigno — a guidare il racconto. Oggi a questo progetto aderiscono produttori diversi per storia, dimensioni e sensibilità, ma uniti dalla stessa visione identitaria: • Edi Keber • Terre del Faet – Andrea Drius • Buzzinelli (attualmente non disponibile) • Korsic • La Rajade • Officina Vitivinicola Marcuzzi • Vigne della Cerva • Ronco Blanchis • Manià Gianni • Muzic • Cantina produttori di Cormons • Comune di San Floriano del Collio (come bottiglia istituzionale) Un gruppo ancora contenuto nei numeri, ma significativo nel messaggio. E un gruppo destinato a crescere velocemente a mio parere. Il Collio, quando torna a parlare con la sua voce più autentica, non ha bisogno di urlare. Gli basta essere coerente. Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
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La voce di Zegla Siamo a Zegla, nella periferia nord di Cormòns, a poche decine di metri dal confine con la Slovenia, in un fazzoletto di terra che più di altri racconta l’essenza del Collio. Qui, Kristian Keber, insieme alla sorella Veronika, guida l’azienda di famiglia che porta il nome del padre, Edi Keber. Una realtà divenuta simbolo identitario di questo angolo di Friuli, dove la storia ha tracciato confini mobili, lasciando in eredità un mosaico culturale, linguistico e agricolo. La famiglia Keber, di origini austriache, è presente in queste terre da circa trecento anni e ha vissuto in prima persona i passaggi da un impero all’altro, da un’identità nazionale all’altra, senza mai abbandonare la vigna. A metà del Novecento, il nonno Giuseppe diede avvio alla produzione in bottiglia, ereditando i vigneti piantati dal padre dopo la Seconda guerra mondiale. È però negli anni ’80 che l’identità dell’azienda si definisce con forza, grazie a Edi, che sceglie di produrre un solo vino: un uvaggio che riprende la tradizione contadina del “vino della casa”, un bianco ottenuto dal blend delle uve coltivate insieme nello stesso appezzamento. Un approccio controcorrente, essenziale, che si concretizza nel 2008 con il Collio Bianco, prodotto esclusivamente con Friulano, Ribolla Gialla e Malvasia Istriana, dopo l’abbandono progressivo delle varietà internazionali come Pinot Grigio e Sauvignon. Oggi l’azienda ha due volti: quello storico, in Italia, e quello sloveno, a Medana (Brda), dove Kristian coltiva l’eredità materna su un ettaro e mezzo. Entrambe le sedi producono un solo vino ciascuna. In totale, l’azienda conta circa 12 ettari: cinque attorno alla cantina di Zegla, altri due a Plessiva e cinque sulle colline oltre il Monte Quarin. Kristian si occupa della vigna e della cantina, mentre Veronika segue l’amministrazione e la parte commerciale, accogliendo chi desidera entrare nel mondo Keber. La ponca, la marna friulana stratificata e friabile, domina il suolo, ed è proprio su questo terroir che sono state piantate le varietà autoctone. La Ribolla occupa le parti più alte e magre della collina, il Friulano le zone più protette, a mezza costa, e la Malvasia le zone più umide e fertili. In futuro, l’obiettivo è tornare a un vigneto promiscuo, con piante mescolate, alberi da frutto e ortaggi, secondo l’antica logica agricola di equilibrio e biodiversità. Dal 2012, con l’ingresso di Kristian, si è accentuata la svolta verso un’agricoltura biologica e biodinamica, con certificazione bio, uso di preparati (corno letame, corno silice, tisane di ortica), sovescio e la presenza di animali da pascolo (pecore, mucche, un toro e il fedele cane Gin) a favorire il ciclo della vita nei vigneti. Le fermentazioni sono spontanee, l’uso di solforosa è minimo e l’affinamento avviene in cemento, con una prima fase separata per appezzamento, seguita dall’assemblaggio in acciaio. La cantina storica, ampliata negli anni e situata sotto la parte nuova, custodisce vecchie annate, barrique e la memoria dell’azienda. Una parete è lasciata a nudo per mostrare la ponca, mentre il pavimento è stato realizzato con le pietre originali di Piazza Unità d’Italia a Trieste, acquistate da Edi negli anni 2000. L’etichetta attuale, con la “K” stilizzata, nasce nel 1987, ispirata a un palo e due tralci di vite. Dalla vendemmia 2025 sarà possibile indicare in etichetta la dicitura Collio Bianco da Uve Autoctone, un progetto nato negli anni ’90 proprio da Edi Keber, ma che ha trovato nuova linfa negli ultimi anni grazie all’adesione di altri produttori della zona. La denominazione Collio DOCconsente l’uso di varietà sia autoctone sia internazionali, ma quando ci si concentra solo sulle prime, si ottiene un vino di forte identità territoriale. Le uve autoctone del Collio Bianco: 1. Friulano (ex Tocai Friulano): dona struttura e morbidezza. 2. Malvasia Istriana: aromaticità fine, freschezza, note floreali e speziate. 3. Ribolla Gialla: acidità, tensione, mineralità; spesso usata per dare verticalità al blend. I produttori che aderiscono a questo progetto devono seguire solo quattro regole: • usare esclusivamente la bottiglia del Consorzio, • esibire in etichetta il logo “Collio” prima di quello aziendale, • partire da una base minima del 50% di Friulano, con il resto costituito da Malvasia e Ribolla, • garantire almeno 18 mesi di affinamento.
Ad oggi, i produttori coinvolti sono una decina. Nelle grandi annate si produce anche un vino chiamato Zegla, un progetto in comune con Renato Keber e Michele Blazic, tutti con vigneti sulla collina omonima. Le uve, 100% Tocai Friulano, provengono esclusivamente da Zegla. Tre giorni di macerazione, fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, affinamento in legno per due o tre anni. Infine, le bottiglie vengono messe a riposo per cinque anni. Il Merlot, prodotto solo nelle annate migliori, verrà presto dismesso per dedicarsi esclusivamente ai due volti bianchi dell’azienda. È previsto un nuovo rosso, ma la varietà resta, per ora, una sorpresa. A Medana, nel Brda sloveno, la produzione segue un’altra filosofia: le uve (Friulano, Malvasia, Ribolla) fermentano a grappolo intero dopo una macerazione di circa un mese, per poi riposare in tonneaux da 700 litri per due anni. Ne escono circa 2.500 bottiglie, contro le 45.000 del Collio. Un vino più materico, denso, con note tipiche della macerazione e un’energia tutta sua. Un luogo, una famiglia, una sola visione.
Il vino, come sintesi di una storia che non ha mai smesso di guardare avanti. Terre del Faet – Andrea Drius Custodire l’identità, restituire senso al Collio Bianco Terre del Faet si trova a Cormòns, nel cuore del Collio, in una zona dove la viticoltura non è mai stata semplice esercizio agricolo, ma atto culturale. Qui Andrea Drius conduce un’azienda che, pur nelle dimensioni contenute, ha avuto un ruolo decisivo nel mantenere vivo il concetto di Collio Bianco come vino di territorio, prima ancora che come denominazione. La storia di Terre del Faet è intimamente legata a quella del Collio più autentico, quello che affonda le proprie radici nelle uve autoctone e nel blend come espressione naturale del luogo. Un’idea che Andrea Drius ha sempre portato avanti con coerenza, anche quando il mercato e il disciplinare sembravano andare in un’altra direzione. Un territorio, una responsabilità I vigneti di Terre del Faet si sviluppano su suoli di ponca, la marna friulana che caratterizza il Collio e che conferisce ai vini struttura, profondità e una marcata impronta minerale. È su questo terreno che Andrea ha costruito una viticoltura rispettosa, attenta, mai urlata, orientata alla qualità piuttosto che alla quantità. La scelta varietale riflette questa visione: Friulano, Ribolla Gialla, Pinot Bianco, Malvasia Istriana, a cui si affianca il Merlot per la produzione del rosso. Varietà coltivate e interpretate senza forzature, lasciando che sia il territorio a guidare il risultato finale. Il Collio Bianco come idea, non come etichetta Anni fa, quando Andrea Drius maturò il desiderio di indicare in etichetta la dicitura “Collio Bianco da uve autoctone”, sentì il bisogno di confrontarsi con chi quel concetto lo aveva non solo pensato, ma difeso e incarnato per decenni: Edi Keber. Non fu una richiesta formale, ma un gesto di rispetto. Da quel dialogo nacque la consapevolezza che fosse arrivato il momento di riproporre un progetto nato negli anni ’90, quando il Collio Bianco rappresentava ancora un uvaggio identitario, prima che il disciplinare ne ampliasse la composizione includendo anche varietà internazionali. Quel confronto tra Drius e Keber può essere considerato uno dei momenti chiave della rinascita culturale del Collio Bianco, perché ha rimesso al centro una domanda fondamentale:
che cosa vogliamo raccontare quando scriviamo “Collio” in etichetta? I vini di Terre del Faet La gamma di Terre del Faet è coerente, leggibile, senza sovrastrutture: • Friulano – diretto, territoriale, con equilibrio tra struttura e freschezza • Ribolla Gialla – tensione, verticalità, acidità naturale • Pinot Bianco – eleganza e precisione • Malvasia Istriana – aromaticità fine, sapidità, slancio • Collio Bianco – sintesi aziendale, espressione del blend come fotografia del territorio • Merlot – rosso di matrice friulana, misurato, mai eccessivo Ogni vino è pensato come parte di un racconto unitario, dove il territorio viene prima dello stile. Decimo del Faet – territorio e tempo Tra le chicche più significative dell’azienda spicca Decimo del Faet, un vino nato per celebrare i dieci anni di Terre del Faet, ma che va ben oltre la logica celebrativa. Decimo è prodotto utilizzando le migliori uve delle ultime cinque vendemmie di Collio Bianco, unendo Tocai Friulano, Malvasia Istriana e Ribolla Gialla in un progetto che mette insieme territorio e tempo. Non una semplice riserva, ma un vino che riflette sulla memoria, sull’evoluzione e sulla capacità del Collio Bianco di attraversare gli anni senza perdere identità. È un vino raro, concettuale, profondamente coerente con la filosofia di Andrea Drius: non rincorrere l’immediatezza, ma costruire valore nel tempo. Una visione condivisa Terre del Faet non è mai stata un’azienda isolata, ma un tassello fondamentale di un pensiero più ampio. Il dialogo con Edi Keber, e con altri produttori che oggi credono nel Collio Bianco da uve autoctone, ha contribuito a riportare al centro un’idea semplice e potente:
il Collio non è una somma di vitigni, ma un luogo che si esprime meglio quando le sue uve dialogano tra loro. Dopotutto gli avi piantavano le vigne miste con queste tre varietà Oggi, a distanza di oltre trent’anni dalle prime intuizioni, il Collio Bianco da uve autoctone torna ad avere un riconoscimento anche formale. Dalla vendemmia 2025 sarà possibile indicare in etichetta questa dicitura, a patto di rispettare regole precise: uso esclusivo delle varietà autoctone, una base significativa di Friulano, tempi di affinamento più lunghi e un’immagine condivisa che rimetta al centro il nome Collio prima di quello aziendale. Ma sarebbe riduttivo leggere questo progetto solo come una conquista normativa. Il suo vero valore sta nel fatto che rappresenta la maturazione di un pensiero. Keber e Drius non hanno semplicemente anticipato una tendenza: hanno custodito un’idea quando non era conveniente farlo, rendendola credibile oggi. Il Collio Bianco da uve autoctone non è una categoria stilistica, né una moda. È una presa di posizione. È la scelta di raccontare un territorio attraverso il dialogo tra le sue uve storiche, lasciando che sia il luogo — e non il vitigno — a guidare il racconto. Oggi a questo progetto aderiscono produttori diversi per storia, dimensioni e sensibilità, ma uniti dalla stessa visione identitaria: • Edi Keber • Terre del Faet – Andrea Drius • Buzzinelli (attualmente non disponibile) • Korsic • La Rajade • Officina Vitivinicola Marcuzzi • Vigne della Cerva • Ronco Blanchis • Manià Gianni • Muzic • Cantina produttori di Cormons • Comune di San Floriano del Collio (come bottiglia istituzionale) Un gruppo ancora contenuto nei numeri, ma significativo nel messaggio. E un gruppo destinato a crescere velocemente a mio parere. Il Collio, quando torna a parlare con la sua voce più autentica, non ha bisogno di urlare. Gli basta essere coerente. Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo