01 Feb 2026
Le scoperte enoiche di Benny

Roma regina del bio tra eccellenza e condivisione. Guida Bio 2026

C’è un’energia particolare che accompagna la rivoluzione green del vigneto italiano, un’energia che ho avuto il piacere di respirare nuovamente in occasione della presentazione di Guida Bio 2026. Per me si è trattato di un gradito ritorno, la mia seconda partecipazione consecutiva a questo evento che, anno dopo anno, si conferma bussola imprescindibile per chi ama il vino d’identità.

Un salto in avanti: da Salerno alla magia di Roma

Se l’anno scorso la cornice della Stazione Marittima di Salerno aveva regalato suggestioni marine, quest’anno l’evento ha compiuto un vero e proprio salto in avanti. La scelta di Roma e della prestigiosa location dell’Hotel Villa Pamphili ha donato alla manifestazione un respiro internazionale e una logistica impeccabile, facilitando i collegamenti per i numerosi operatori e appassionati accorsi da tutta Italia. Personalmente, ho scelto di vivere l’esperienza a 360° soggiornando direttamente presso la struttura. Una decisione che si è rivelata vincente. Villa Pamphili non è solo un hotel, ma un’oasi di cortesia e raffinatezza. Mi sono concessa il lusso di essere “coccolata” da un servizio di altissimo livello e da una gentilezza d’altri tempi, elementi che hanno reso il weekend romano ancora più memorabile.

I numeri di un successo annunciato

Il successo della manifestazione, diretta con visione da Antonio Stanzione ed edita da Rubbettino Editore, è sancito dai numeri: circa mille presenze tra stampa, esperti e winelovers.
Una novità logistica molto apprezzata è stata l’anticipazione della cerimonia di premiazione e della consegna delle Foglie d’Oro al mattino, prima dell’apertura dei banchi d’assaggio. Questa formula si è rivelata vincente, permettendo a chi ha visitato l’evento in giornata di godersi il momento istituzionale con la dovuta calma, per poi dedicarsi interamente alle degustazioni nel pomeriggio.

Non solo punteggi: la fotografia di un’Italia che cambia

Ciò che rende la Guida Bio 2026 un progetto editoriale davvero contemporaneo è la sua capacità di non limitarsi a dare i voti, ma di saper leggere le sfumature di un comparto in continua evoluzione. Durante la premiazione è emerso chiaramente come il biologico non sia più una “nicchia”, ma un ecosistema complesso e vibrante.
Particolarmente azzeccata è stata l’introduzione dei nuovi premi speciali, che hanno dato voce alle diverse anime del vigneto Italia:

  • Il coraggio dei giovani e il tocco femminile: È stato emozionante vedere sul palco i giovani vignaioli, portatori di una linfa vitale che unisce tradizioni di famiglia e innovazione tecnologica. Accanto a loro, il riconoscimento all’imprenditoria femminile ha sottolineato una sensibilità gestionale e agronomica che sta ridisegnando i vertici di molte aziende d’eccellenza.
  • Identità e Territorio: Non sono mancate le menzioni per le eccellenze produttive territoriali, premiando chi riesce a imbottigliare l’anima stessa di un luogo senza filtri, proteggendo la biodiversità locale.
  • L’avanguardia del basso impatto: Un plauso va alla scelta di premiare le aziende a bassissimo impatto ambientale, quelle realtà che vanno oltre la certificazione, lavorando con una cura quasi chirurgica per lasciare la terra migliore di come l’hanno trovata. Questa visione d’insieme ci restituisce l’immagine di un movimento che sa coniugare la qualità nel calice con una profonda responsabilità etica. Un approccio che, come abbiamo commentato anche con i colleghi in fiera, trasforma il vino da semplice prodotto a messaggio culturale.
I Protagonisti: Le Foglie d’Oro e i Premi Speciali

Tra le centinaia di referenze degustate, alcune hanno saputo distinguersi per quel carattere unico che la Guida celebra con le sue Foglie d’Oro. È stato un piacere vedere premiate realtà che rappresentano pilastri del bio italiano, come Cataldi Madonna e la Famiglia Di Carlo – Vignamadre in Abruzzo, regione che ha brillato anche grazie a Podere Rabottini: una realtà guidata da una Donna del Vino che stimo molto e che ha ricevuto la Foglia d’Oro per il suo Montepulciano d’Abruzzo, un assaggio davvero “carino” ed elegante che conferma la qualità del loro percorso.

Il viaggio tra le eccellenze è proseguito con nomi del calibro di Feudo Montoni e Tenuta di Castellaro (con il suo iconico Bianco Pomice) in Sicilia. Dalla Toscana sono arrivate conferme importanti da nomi storici come Castello di Volpaia, Castello La Leccia e Fattoria San Giusto a Rentennano, mentre il Nord ha brillato con le bollicine di Elisabetta Abrami in Franciacorta e il rigore di Cordero di Montezemolo in Piemonte. Ma l’emozione è arrivata anche dai nuovi premi speciali, come il Matera Greco DOC “Margherì” 2024 di Cantine Mastrangelo, vera perla lucana, e il Col del Sol Extra Brut di Progress Country, che ha confermato il valore del bio nel mondo del Prosecco Superiore. Per chi volesse scoprire tutti i vini premiati regione per regione, è possibile consultare l’elenco completo delle Foglie d’Oro 2026 sul sito ufficiale di Guida Bio.

WineTales e la bellezza della condivisione

Come Wine Tales Magazine, siamo stati orgogliosamente media partner dell’evento. Sposiamo appieno la filosofia della Guida, di cui ammiriamo il rigore analitico e la capacità di scovare realtà che fanno del basso impatto ambientale una bandiera di qualità.
Ma la bellezza di questi eventi risiede anche (e soprattutto) nel confronto umano. Ho avuto il piacere di condividere numerosi assaggi con i colleghi di redazione, e in particolare con Marco Sargentini. Confrontarsi con Marco è sempre arricchente: ci accomuna la passione per tutto ciò che emoziona, che sia un quadro, una sinfonia o un calice di vino. Tra un assaggio e l’altro, abbiamo dialogato con estrema schiettezza, e ritrovare lo stesso entusiasmo di fronte a certi sorsi è stato il vero valore aggiunto della giornata.

Le mie scoperte: tra certezze e nuove emozioni

Dopo tanto parlare e confrontarsi, l’attenzione si è spostata finalmente nei calici. La selezione di quest’anno ha fotografato un’Italia del vino matura, capace di unire l’estetica del gusto all’etica della terra. Come accade in ogni grande kermesse, gli assaggi sono stati tantissimi e raccontarveli tutti sarebbe impossibile. Mi soffermerò quindi su quelle etichette che considero delle vere e proprie “certezze”, vini che spesso mi accompagnano anche nei miei momenti privati. Nelle prossime righe, voglio raccontarvi alcune realtà che mi hanno colpita profondamente: alcune sono “certezze assolute” del mio percorso di degustazione, altre sono meravigliose nuove scoperte che vi consiglio di tenere d’occhio. Siete pronti a partire per questo viaggio sensoriale? Let’s go!!

Perla del Garda: l’eleganza della Turbiana e il fascino del Chiaretto

Ritrovare Giovanna Prandini e i suoi vini è sempre un’emozione. Se la sua Magnum di Lugana Metodo Classico è ormai il simbolo dei miei compleanni — un vino che per eleganza, complessità e capacità di elevare il vitigno Turbiana sorprende chiunque in una degustazione alla cieca — questa volta voglio accendere i riflettori su un’altra perla: il loro Valtènesi Chiaretto. Il Chiaretto non è un semplice rosato, ma uno dei vini più identitari d’Italia, nato sulla sponda bresciana del Lago di Garda. Quello di Perla del Garda viene prodotto da un uvaggio di Groppello, Marzemino, Sangiovese e Barbera, coltivati rigorosamente in regime biologico. Il segreto risiede nella tecnica: la “vinificazione a caduta” (per gravità) e un contatto brevissimo con le bucce permettono di ottenere quel colore rosa petalo di rosa così raffinato. Le note gustative confermano questa maestria: al naso è un trionfo di piccoli frutti rossi, melograno e note floreali di lavanda, mentre in bocca esplode con una sapidità minerale tipica dei terreni morenici, regalando una beva tesa, fresca e incredibilmente armoniosa. È il compagno perfetto per un aperitivo d’autore o per la cucina di lago.

Lombardia e Marche: il filo rosso di Barone Pizzini e Pievalta

Rimanendo in Lombardia, è stato un piacere ritrovare il rigore di Barone Pizzini, pioniere del biologico in Franciacorta, e spostarsi idealmente nelle Marche con Pievalta. Pievalta è un’azienda a cui sono profondamente legata e che rappresenta, ai miei occhi, l’essenza della biodinamica applicata al Verdicchio dei Castelli di Jesi. Se siete curiosi di approfondire la filosofia di questa realtà e la maestria di Silvano Brescianini e Alessandro Fenino, vi invito a leggere i due articoli che ho dedicato loro:   Pievalta: grande e biodinamico, si può! e I segreti della verticale di San Paolo a Pievalta  Questi assaggi sono stati per me delle conferme assolute, ma la giornata romana mi ha riservato anche altre sorprese che non vedo l’ora di svelarvi.

Toscana: Tre territori, tre anime, un’unica eccellenza

Dalle sponde del Garda ci spostiamo nel cuore della Toscana, una regione che non smette mai di stupire per come riesce a declinare il concetto di “terroir”. Tra le mie certezze assolute, ho scelto di parlarvi di tre realtà molto diverse tra loro: tre zone che dimostrano come, al variare della denominazione e della storia, cambi radicalmente l’anima del vino.

Capitoni: Il valore del tempo e l’innovazione dell’Enocube

Incontrare Marco Capitoni e sua moglie Antonella è sempre un piacere immenso; è un incontro che trasmette quel calore umano che si ritrova, intatto, nei loro calici. Vederli premiati in un contesto che celebra la sostenibilità è la giusta ricompensa per gli sforzi incessanti portati avanti in Val d’Orcia. Riassaggiare le loro etichette è stata la conferma di quanto il tempo sia un alleato prezioso per questa azienda: il Capitoni 2021 si è presentato con una struttura vibrante, dimostrando come questi vini continuino a crescere e a farsi più preziosi con il passare dei mesi, mentre il “Ta” 2019, il loro passito premiato con la Foglia d’Oro, è l’emblema di questa evoluzione. Grazie al tempo, la dolcezza preminente di questo vino sembra quasi essere “riassorbita” e bilanciata da una freschezza che non lo abbandona mai. Ogni anno che passa, il “Ta” acquista maggiore complessità e un equilibrio gustativo sempre più profondo, rendendo il sorso mai stucchevole, ma anzi, estremamente dinamico. Chissà se nelle prossime edizioni della Guida vedremo protagonista anche il vino elevato in Enocube, un progetto affascinante che sposta i confini dell’affinamento. Se volete comprendere meglio questa visione, vi invito a leggere l’articolo dedicato: Capitoni School: tra tradizione e sperimentazione.

Villa Trasqua: la ”Freccia Rossa” del Chianti Classico

Incontrare Andrea Contarino di Villa Trasqua è sempre un’occasione preziosa per fare il punto sull’evoluzione del Chianti Classico biologico. Questa tenuta, il cui nome deriva probabilmente dal latino “intra aquas” a indicare la sua posizione tra i torrenti Gena e Staggia, custodisce una storia millenaria che risale addirittura al 1001, quando la contessa longobarda Ava la citava già come “terra vignata”. Oggi, sotto la guida della famiglia Hulsbergen, questa eredità vive in un regime di sostenibilità integrale certificato biologico. I 120 ettari a Castellina in Chianti vengono gestiti con un approccio ecosostenibile che valorizza il Sangiovese attraverso l’uso di lieviti autoctoni e una vinificazione che sfrutta la forza di gravità. Degustare il loro Nerento, una Gran Selezione che amo particolarmente, significa sorseggiare un pezzo di storia toscana che ha saputo rinnovarsi con rigore e profondo rispetto per la biodiversità.

Ma Villa Trasqua è anche emozione pura legata al mito della 1000 Miglia, di cui è partner ufficiale e fornitore sin dal 2017. La cantina vive la “corsa più bella del mondo” da protagonista, schierando propri equipaggi e vetture storiche che nel 2024 hanno persino conquistato la vittoria nella classifica dedicata agli sponsor. Ho avuto il piacere di assaggiare la Magnum Limited Edition 2021 dedicata alla gara, un vino che sprizza l’energia e l’eleganza intramontabile delle auto d’epoca. Ascoltando i racconti di Andrea, mi sono lasciata cullare da un desiderio: organizzare presto una visita in azienda per respirare dal vivo questa atmosfera millenaria e, chissà, un giorno trovarmi proprio a bordo di una delle loro auto, vivendo l’adrenalina della Freccia Rossa mentre il Team Villa Trasqua sfreccia verso il traguardo. Sarebbe il coronamento perfetto di un viaggio tra l’ebbrezza della velocità e la nobiltà di un grande rosso.

Mannucci Droandi: la purezza del Foglia Tonda e il fascino della tradizione

Per chiudere la nostra triade toscana, non potevo che approdare nel Valdarno Superiore con Mannucci Droandi. Questa realtà rappresenta per me la quintessenza del biologico vissuto con rigore e passione, grazie anche all’impegno di Maria Grazia Mammuccini, Presidente di FederBio, e di suo marito Roberto Giulio Droandi, che portano avanti una visione agricola profondamente etica e legata alle radici. È stato proprio qui che ho voluto mettere alla prova il palato del mio collega Marco Sargentini. Con un pizzico di orgoglio, l’ho trascinato al banco d’assaggio per presentargli il loro Foglia Tonda. Abbiamo riso molto, perché Marco continuava a chiamarlo “Foglia Larga”, ma alla fine la precisione del vitigno ha avuto la meglio! È bastato un sorso per conquistarlo: il Foglia Tonda di Mannucci Droandi è un vino capace di emozionare per la sua unicità, un recupero varietale che parla di una Toscana autentica e fuori dai circuiti più scontati. Ritrovare i rossi di questa azienda è stata una conferma preziosa per entrambi. In ogni etichetta abbiamo rintracciato la purezza del terroir toscano e una fedeltà alla tradizione che non scende a compromessi. Sono vini che non hanno bisogno di artifici per farsi notare, perché possiedono quella schiettezza e quell’eleganza naturale che solo una gestione sapiente e rispettosa della terra sa conferire. Un assaggio che ha suggellato perfettamente la nostra giornata romana, lasciandoci con il desiderio di tornare presto tra i filari del Valdarno.

Incontri Vulcanici: Sofia Ponzini e la promessa del Metodo Classico Iuppa

l mio viaggio siciliano è iniziato con Tenute Bosco. Sebbene apprezzi i loro vini già da diversi anni, ho avuto il piacere di conoscere personalmente Sofia Ponzini proprio durante l’edizione di Guida Bio 2025, e ritrovarla quest’anno è stata una conferma del valore umano dietro l’etichetta. Se il loro Bianco è un esempio di precisione e luce, è il Rosso ad avermi conquistata per la sua grazia vulcanica. Un’altra scoperta è stata Cantine Iuppa, a Milo, sul versante est dell’Etna. Qui la piovosità è quattro volte superiore al resto dell’isola e i venti caricano le vigne di salsedine. Ho assaggiato il loro Metodo Classico da uve Nerello Mascalese: una produzione limitata e “interlocutoria”, poiché l’obiettivo della cantina è arrivare a ben 72 mesi sui lieviti. Eppure, già dopo soli 36 mesi, la bollicina si presenta straordinariamente cremosa, bilanciata da quella mineralità tagliente che solo questa terra sa regalare.

Lindo: l’anima del Carricante tra pietra lavica e respiro del mare

L’assaggio è proseguito con l’Etna Bianco Superiore DOC Lindo, Contrada Salice, annata 2023. Un Carricante in purezza che nasce da piante coltivate ad alberello e cordone speronato su suggestivi terrazzamenti di pietra lavica a oltre 700 metri di altitudine. Il leggero passaggio in legno dona al vino una complessità che non ne scalfisce la freschezza, rendendolo un ritratto fedele di questo angolo di Sicilia così impervio e affascinante. È un progetto che sprizza energia e rispetto per il territorio, e ammetto che mi è rimasta una grande curiosità: voglio andare a vedere con i miei occhi quelle vigne incastonate tra i muretti a secco, dove la terra scura incontra il respiro del mare e il fuoco del vulcano.

Glassier: la purezza altoatesina tra le mura di Egna

Siamo ad Egna, nella Bassa Atesina, dove la famiglia Vaja coltiva la vite da generazioni (si parla di una storia che affonda le radici addirittura nel 1600). La tenuta Glassier, condotta oggi con una filosofia biologica e biodinamica rigorosa, è un esempio di come il rispetto per l’ambiente si traduca in una pulizia espressiva disarmante. Mi sono soffermata al loro banco d’assaggio e, lo ammetto, non volevo più andare via. Ho iniziato con il loro Pinot Bianco, che considero il vero biglietto da visita per chi vuole capire l’anima di un vignaiolo altoatesino: un vino teso, fresco, di una precisione millimetrica.

Quante emozioni: dal Lagrein al Pinot Nero

Ma la degustazione è stata un crescendo di emozioni. Ho proseguito con il Gewürztraminer (Didattico e piacevole), che evita ogni eccesso stucchevole puntando tutto sulla sapidità, e con una Schiava di rara bevibilità, per poi passare alla struttura territoriale del Lagrein. Il finale, però, è stato un vero colpo al cuore: il loro Pinot Nero. Un vino che definirei un piccolo capolavoro di equilibrio, con quel tannino setoso e quel frutto croccante che solo i grandi interpreti di questo vitigno riescono a ottenere. Senza ombra di dubbio, quello di Glassier è stato tra gli assaggi migliori di tutta la manifestazione: una tappa imperdibile per chiunque cerchi l’eccellenza in un calice.

Podere 109: Cuore campano e visione maremmana

Per concludere in bellezza questo viaggio lungo lo stivale, sono tornata nella mia amata Toscana, spostandomi verso il mare nel cuore della Maremma. In località Banditella, a meno di 4 km dalla costa, ho avuto il piacere di chiacchierare con Peppe (Giuseppe Esposito), che porta con sé le sue radici campane e una storia che merita di essere raccontata. Il progetto attuale di Podere 109 è nato ufficialmente il 5 ottobre 2022, lo stesso giorno in cui è venuto al mondo il suo primo nipote, Giuseppe Adriano. Da questa coincidenza emotiva è scaturito un percorso agricolo biologico che punta a “salvare il mondo futuro” attraverso scelte etiche come il sovescio e l’uso di zeolite e olio di neem, riducendo drasticamente l’uso della plastica. In questa realtà vedo una contemporaneità rara, capace di unire vigne storiche di 60 anni a una visione imprenditoriale fresca, coraggiosa e profondamente sostenibile. Il vino che mi ha conquistata, e che reputo già pronto per scalare il mercato dei giovani attenti all’ambiente, è il loro rosato “Già”. Il nome è un acronimo dedicato proprio al piccolo Giuseppe Adriano, che oggi ha solo tre anni, e rappresenta un vero e proprio gioiello di nicchia prodotto in appena 900 bottiglie. Si tratta di un rosato a base di Ciliegiolo in purezza che nasce dai terreni argillosi e calcarei tipici del Parco della Maremma, accarezzati costantemente dalla brezza marina. È un vino pensato per le nuove generazioni, caratterizzato da un tenore alcolico contenuto e una beva immediata ma mai banale. Al naso regala note delicate di piccoli frutti rossi e una freschezza vibrante che lo rende l’aperitivo perfetto per chi cerca l’autenticità senza filtri. Mi sono ripromessa di tornare a trovarli in primavera, per vedere da vicino come la passione di Peppe e Nannina sappia trasformare la terra in pura emozione.

Tenute dei Ciclopi: il sogno visionario

Il mio ultimo assaggio della serata, quello che ti lascia con il desiderio di ripartire subito, è stato con Tenute dei Ciclopi. Se l’anno scorso avevo avuto il piacere di confrontarmi con Giordano, quest’anno ho incontrato Riccardo Messina, uno dei tre soci che hanno dato vita a questo progetto durante il periodo del Covid, anticipando di vent’anni un sogno che avevano nel cassetto per i loro sessanta. È una realtà che mi ha colpito fin dal primo incontro per la sua visione e per una crescita costante. I loro sono vini solidi, centrati, frutti di un progetto in continua evoluzione.
Con Riccardo ci siamo dilungati a parlare dei tanti progetti che stanno ultimando e delle nuove sfide all’orizzonte. Ci sono così tante novità in fermento che probabilmente svelerò tutto in un articolo dedicato.

Foglia d’oro a “Quota Mille”

Se l’anno scorso il protagonista dei miei racconti era stato il loro Bianco, quest’anno l’attenzione si è spostata su un vino di estrema nicchia, un vero gioiello da intenditori: l’Etna Rosso DOC “Quota Mille” 2022. Questo vino, che si è giustamente aggiudicato la Foglia d’Oro della Guida Bio 2026, è un racconto liquido di viticoltura eroica. Nasce da un vigneto a piede franco situato all’interno di un cratere spento sul versante Nord dell’Etna, a ben 934 metri d’altitudine. Un blend di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio che affina per 18 mesi in barrique, regalandoci un sorso profondo, minerale e potente, capace di riflettere l’anima selvaggia del vulcano. È stata l’apertura di una finestra su un mondo affascinante che conto di andare a vedere da vicino molto presto. Voglio toccare con mano quelle terre etnee che sanno trasformare il fuoco in eleganza.

Conclusione

Questa edizione di Guida Bio a Roma è stata molto più di una semplice degustazione; è stata la conferma che il vino “green” ha finalmente trovato la sua voce più autorevole e matura. Mi porto a casa i sorrisi dei produttori, i confronti schietti con i colleghi e la consapevolezza che la qualità non può più prescindere dal rispetto per la terra. Torno a casa con la valigia piena di storie e il palato ancora vibrante, pronta a raccontarvi nei dettagli ogni singola sfumatura di queste eccellenze. Perché, in fondo, il vino è come la vita: dà il meglio di sé quando è autentico, coraggioso e capace di emozionare senza filtri.

Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
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