Cremisan 1885. Fadi Batarseh: il vino non consola, resta
02 Set 2026
Suggestioni di Vino

Cremisan 1885. Fadi Batarseh: il vino non consola, resta

 

Cremisan 1885 è una delle cantine storiche della Palestina. A Beit Jala, vicino a Betlemme, la produzione vinicola si intreccia con la storia del territorio e con la valorizzazione di vitigni locali. Fadi Batarseh lavora proprio nella cantina. Un tuttofare con una storia incredibile.

 

Il giorno in cui la libertà diventa una frase semplice

Fadi Batarseh parla correntemente l’italiano. Si capisce, anche solo guardandolo, che non ha vissuto tanto in Italia. Non è, come qualcuno vorrebbe far credere il colore della pelle o una sorta di normalità italiana che lo evidenzia. Sono gli occhi. Il suo sguardo che è come la paura, anzi, il terrore emergesse ogni tanto. Quando parla poi non usa parole grandi. Non ne ha bisogno. Le parole grandi, in certe terre, si consumano in fretta. Pace. Futuro. Confine. Casa. Libertà. Le pronunci e sembrano già più deboli della realtà che dovrebbero contenere.
Alcuni uomini parlano del futuro come di un progetto. Fadi Batarseh ne parla come si parla del tempo: sperando che regga fino a sera.

È quando dice una cosa piccola, una frase buttata lì, quasi con pudore, che quella frase spacca tutto.

In Italia vai dove vuoi. Non devi camminare con il passaporto.

Fine. Dentro c’è già l’articolo. Dentro ci sono Gerusalemme e Betlemme. Il muro. I checkpoint. La paura diventata abitudine. La stanchezza di chi non sa se un tragitto sarà un tragitto o una prova. In Europa la libertà spesso somiglia a una parola astratta. Per Fadi è molto più concreta: uscire, andare, tornare. Senza dover dimostrare ogni volta di avere il diritto di muoversi.

Cremisan 1885. Fadi Batarseh: il vino non consola, resta

Cremisan è lì, vicino a Beit Jala, su una collina che guarda Betlemme e sente Gerusalemme abbastanza vicina da sembrare raggiungibile. Eppure, tra due luoghi vicini può entrare un mondo intero. Può entrare un muro. Può entrare la politica. Può entrare la paura. Può entrare quella cosa feroce che trasforma pochi chilometri in una distanza morale.

Le vigne di Cremisan vedono Gerusalemme. È abbastanza vicina da sembrare raggiungibile. Abbastanza lontana da ricordare ogni giorno che non tutto ciò che si vede si può toccare.

Fadi parla senza cercare commozione e questo mi colpisce molto. Non si mette in posa. Non si traveste da simbolo. Racconta. Ogni tanto ride. Ma il suo riso non riesce per nulla ad alleggerire la conversazione. Semmai taglia. Come quando racconta che una festa nella sala di Cremisan può diventare un problema perché a poche centinaia di metri qualcuno protesta per la musica.

Se la legge dice che posso mettere la musica fino alle undici, perché mi chiami alle nove? Per rompere. Se il giudice è il tuo nemico, a chi devi andare a parlare?

Niente di ciò è retorica. È vita amministrata da altri. È il rumore basso dell’ingiustizia quando entra nelle cose normali: una consegna, una festa, una strada, una bolletta, una bottiglia, un camion fermo al confine.

Cremisan, 1885. Una cantina nata per tenere in piedi persone

Cremisan nasce nel 1885. Prima ancora c’è Antonio Belloni, missionario italiano, chiamato Abu El Yatama, il padre degli orfani. A Betlemme si occupa di ragazzi poveri, apre orfanotrofi, scuole, luoghi dove imparare un mestiere. La cantina arriva per questo: produrre vino, distillati, olio, vendere, creare entrate, aiutare le opere salesiane.

Qui il vino non nasce per fare poesia. Nasce per pagare cose. Scuole. Attività. Stipendi. Pane. Progetti. Nasce per dare una forma pratica alla carità. Poi, col tempo, diventa anche identità, qualità, ricerca, vitigni ritrovati. Ma la radice è concreta. Ed è forse proprio per questo che il racconto regge. Perché non parte da un’estetica. Parte da un bisogno.

La cantina serviva ai Salesiani per avere autosufficienza. Avevano scuole, conventi, attività in tutto il Medio Oriente. Il primo vino era vino da messa. Ancora oggi lo facciamo.

Poi Fadi sorride. E arriva una delle sue battute migliori, quella che in una riga racconta secoli di divisioni.

I cattolici qua usano il vino bianco. Gli ortodossi il rosso. Neanche su questo si mettono d’accordo. Allora dobbiamo fare entrambi.

Se avesse scritto una scena Monicelli, probabilmente l’avrebbe lasciata così. Un uomo in cantina, due vini da messa, due comunità, una terra che divide ogni cosa e perfino il calice sacro costretto a diventare mediazione.

Cremisan 1885. Fadi Batarseh: il vino non consola, resta

Un ragazzo che non beveva vino mandato in Italia a studiare vino

Fadi nasce a Beit Hanina, Gerusalemme. Da ragazzo il vino non fa parte della sua vita. Non lo beve. Non lo frequenta. Gli piace la terra. L’agronomia. Le piante. Poi i Salesiani cercano ragazzi locali da mandare in Italia a studiare enologia e viticoltura. Lui ha diciassette anni.

Ho detto: è un’opportunità. Qua quella cosa non esisteva proprio. I miei amici facevano contabilità, marketing, management. Tutti pieni di questi lavori. Se non hai relazioni, poi non trovi niente.

Parte. Lascia famiglia, lingua, abitudini, paura. Arriva in Italia. Orvieto, Cerveteri, San Michele all’Adige, Mezzocorona, Trento, Udine. Nomi che per noi sanno di strade, università, cantine, montagne. Per lui sono stati un apprendistato brutale e luminoso.
L’Italia gli aveva insegnato a fare vino. La Palestina gli avrebbe insegnato tutto il resto.

Abbiamo fatto un mese e mezzo di italiano a Orvieto. Poi vendemmia a Mezzocorona. Tutti incazzati neri, tutti di fretta. Tu non capisci niente. Ti dicono: tira il tubo. Io pensavo: cosa vuol dire tira il tubo? Poi impari. Per forza.

Ecco una di quelle verità sul vino che non è storytelling ma vita vissuta. Frustrazione, calli sulle mani, lavoro, lavoro, lavoro. Prima di parlare di terroir, bisogna tirare un tubo. Prima di scrivere di mineralità, bisogna stare in cantina quando tutti corrono. Prima di diventare enologo, devi sbagliare verbo, gesto, distanza. Devi essere quello che intralcia. Quello che non capisce. Quello che impara perché non ha alternative.

Uno mi disse: se non impari ti mettiamo in vasca e chiudiamo. Ciao.

Sembra una scena comica. Lo è. Ma sotto c’è un ragazzo di Gerusalemme che scopre la libertà italiana in un modo che a noi sembra scontato ma da dove viene Fadi non lo è per nulla: prendendo treni, lavorando, camminando senza sentirsi controllato. A diciassette anni aveva scoperto che il mondo poteva essere aperto. Tornando, avrebbe capito che non tutte le porte restano aperte per sempre.

La bellezza. Il verde. La libertà. Poi il cibo, ovviamente. E la gente. Erano caldi, accoglienti.

Cremisan 1885. Fadi Batarseh: il vino non consola, resta
Tornare. Perché non poteva non tornare

La parte romantica, se l’essere lontano dalla propria terra, scoprire cosa voglia dire andare in giro senza passaporto, capire cosa sia un tubo, finisce qui. Fadi torna. Non torna perché sia facile. Non torna perché la nostalgia vinca. Torna, semplicemente e unicamente, perché deve. La famiglia è lì. Cremisan ha pagato i suoi studi. Il contratto prevede dieci anni. Ne sono passati quindici.

Non potevo non tornare. Siamo solo io e mio fratello. Poi dovevo tornare a Cremisan. Non era un’opzione.

Porca miseria se questa frase pesa! Non c’era una diversa opzione o un piano B. Il destino, a volte, non ha niente di letterario. È una firma. Un debito. Una porta che si chiude dietro di te. Quando rientra, Cremisan ha bisogno di essere rimessa in piedi. Dal 2007 il progetto ha ricevuto il supporto tecnico di Riccardo Cotarella e Stefano Cimicchi: formazione, attrezzature, promozione. Ma poi la cantina, ogni giorno, resta sulle spalle di chi ci lavora.

Quello che studi e la realtà lavorativa sono due cose diverse. Studi, capisci. Ma senza pratica non funziona niente. Dovevi cominciare subito a correre. Non a camminare.

Oggi Fadi fa tutto. Enologo. Agronomo. Direttore. Commerciale. Autista. Responsabile export. Organizzatore di eventi. Gestore di sala. Ha aperto una caffetteria. Ha rimesso in moto una distilleria. Tiene insieme un portafoglio di vini, liquori, arak, brandy, olio, aceto, succo d’uva. In un posto dove anche importare materiali può diventare una fatica. Alcuni lavori consumano le mani. Il suo consuma il sonno.

Vedi? Non ho più capelli. A trentacinque anni sono tutti bianchi.

È il corpo che paga il conto prima ancora che il pranzo finisca. Tutto sulle sue spalle ma senza un lamento. Ogni tanto ride. È quel tipo di risata che arriva quando la stanchezza ha già vinto ai punti.

Cremisan 1885. Fadi Batarseh: il vino non consola, resta

Il mercato non vuole pietà. Fadi nemmeno

Il turismo si ferma. Betlemme si svuota. Gerusalemme cambia ritmo. Nazareth rallenta. Ristoranti, hotel, guide, negozi, cantine: tutto dipende da persone che arrivano. Quando non arrivano, il sistema tossisce sangue. La guerra non entra sempre con i carri armati. Qualche volta entra con una pratica bloccata, un camion che non arriva, un turista che decide di restare a casa.

Prima vendevamo il 70% qui e il 30% fuori. Adesso vogliamo il contrario.

Cremisan prova a esportare. Norvegia, mercati occasionali, ordini che arrivano e scompaiono. L’Italia sarebbe naturale, quasi affettiva, ma non basta. I costi sono alti. Le materie prime importate. La dogana. Il trasporto. Il prezzo dell’uva che costa più di una bottiglia finita in certi scaffali europei.

Noi non vogliamo che uno compri il nostro vino per sentimento, per Natale o per Pasqua. Se lo compra per Natale, poi lo compra solo a Natale. Non va bene.

Fadi e la sua lucidità non vuole compassione né tantomeno che Cremisan diventi il vino buono da comprare una volta per sentirsi migliori. Nessuna bottiglia adottata o regalata per buoni propositi. La bottiglia deve essere scelta. Riacquistata. Bevuta perché ha senso. Perché ha identità. Perché è buona. Questa è la differenza tra solidarietà e mercato. La solidarietà accende un gesto. Il mercato, se funziona, costruisce continuità.

Le uve palestinesi, salvate dal ruolo di comparse

La vera svolta arriva con le varietà autoctone. Fadi ci lavora dalla tesi di laurea. Sessantaquattro campioni raccolti in Cisgiordania, analisi genetiche con San Michele all’Adige e Università di Hebron, ventuno genotipi distinti. Poi microvinificazioni. Alla fine, Cremisan sceglie quattro uve: Dabouki, Hamdani, Jandali, Baladi.

Mandare in Italia o in Francia un Cabernet Sauvignon non ha senso. Mandare varietà locali ha senso. Devi dare valore a quello che hai

Valore a quello che hai. Mi piacerebbe che questa sia incisa sulle etichette di molte cantine. Non ho nulla contro i vitigni internazionali ma se un territorio ha una voce propria, deve usarla. Non scimmiottare voci più famose. Cremisan fa proprio questo. Prende uve rimaste ai margini, spesso considerate da tavola e prova a farle parlare in bottiglia.

Forse è questo il futuro. Un vitigno salvato non è solo memoria. È possibilità economica, culturale, agricola. È un modo per dire che la Palestina del vino non deve presentarsi con una copia di qualcosa nato altrove. Può presentarsi con nomi suoi. Suoni suoi. Difetti suoi. Bellezza sua.

Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di Fossanova

Dabouki, Hamdani Jandali, Baladi: i vini non devono spiegarsi troppo

Il Dabouki arriva chiaro, dritto. Agrume, melone, pompelmo, pesca, albicocca. Ma non è il frutto a restare. Resta il sale. Una scia minerale, quasi ruvida, che non vuole piacere a tutti i costi. È un bianco di luce secca. Non consola. Pulisce.
Il Dabouki dice la verità. E la verità, come certi vini, non è obbligata a essere comoda.

L’Hamdani Jandali è più aperto. Mango, guava, papaya, fiori freschi. Ha un lato tropicale, ma non diventa mai molle. Porta più corpo, più sorriso, più respiro. Sembra il vino che Cremisan servirebbe a chi non conosce ancora la durezza di quella collina. Prima ti accoglie, poi ti fa capire.

Il Baladi è il rosso che non alza la voce. Frutti maturi, prugna, spezie, vaniglia, ciliegia nera, erbe. Ha tannini morbidi, una tensione leggera, una malinconia che non cerca profondità a tutti i costi. Non è un rosso muscolare. Non deve dimostrare niente. Sta lì. Come certe persone che hanno visto molto e parlano poco.
Il Baladi non assomiglia a nessuno. Va bene così.

Il Rosé Baladi è forse il più inatteso. Fresco, fruttato, floreale. Pesca, fiori estivi, frutta tropicale. In un contesto dove saremmo tentati di cercare oscurità, lui porta un colore più tenero. Non frivolo. Tenero. Che è diverso. Perché la tenerezza, in certe terre, non è debolezza. È resistenza.

Poi ci sono gli Star of Bethlehem, bianco e rosso, più immediati, più capaci di parlare a tavole diverse. Ci sono i vini da messa, bianco e rosso, con il Dibes, il mosto concentrato di Dabouki, a ricordare la radice liturgica della cantina: mela al forno, fichi secchi, datteri, caramello, cioccolato. Ci sono Reserve e Cabernet Sauvignon, più riconoscibili per il palato internazionale. E ci sono Brandy e Arak, dove Fadi ha mostrato la sua parte più concreta: recuperare una distilleria del 1974 ferma da diciotto anni e farla tornare a produrre.

Ho insistito tre anni per fare l’arak. Poi il primo anno abbiamo venduto bene e mi hanno detto: perché non l’abbiamo fatto prima? Tre anni che lo dicevo.

Anche qui: ridere o spaccare qualcosa. Fadi sceglie di ridere, ma intanto produce.

La figlia nata dentro la paura

Nelle pieghe della nostra chiacchierata arriva la famiglia. La voce si abbassa, gli occhi assumono una luce diversa, le mani corrono sulla testa ormai senza capelli. Fadi è sposato. Ha una figlia di cinque anni e un figlio in arrivo ad ottobre. La figlia è nata nel tempo del Covid ed è cresciuta dentro due guerre. Non serve aggiungere molto. Ha cinque anni e ha imparato a camminare mentre il mondo imparava di nuovo a fare la guerra.

Questa è la vita che vogliamo per i nostri figli? Noi abbiamo stretto i denti. Ma questa è la vita che vuoi per loro?

Abbandoniamo lo storytelling. C’è un padre. Basta. Un padre che non sa se può promettere futuro. Un padre che lavora, resiste, costruisce, ma non riesce a mentire fino in fondo. La speranza non è una candela accesa in una chiesa. È una cosa più sporca. Più dura. A volte è solo alzarsi, andare, aprire, vendere, consegnare, tornare vivi. Quando parla della figlia cambia il tono della voce. Non serve altro per capire dove finisca l’enologo e dove cominci il padre. Un uomo riesce ad abituarsi quasi a tutto. Alla paura per i figli, no.

Quanto è ok vivere in questa situazione? Quanto devi morire di infarti? Altra gente non pensa a queste cose: che ora uscire, come passare il checkpoint, se vai a Gerusalemme torni o non torni. Ti ammazza pezzo per pezzo dentro, piano piano.

Dura questa frase. Ti ammazza pezzo per pezzo. Paola dopo parole. Non parla della morte improvvisa. Parla della corrosione. Della vita che continua, sì, ma ogni giorno perde un frammento. Un po’ di fiducia. Un po’ di leggerezza. Un po’ di immaginazione. Un po’ di sonno. Un po’ di futuro.

Non arrendersi non significa crederci sempre

La cosa più vera di Fadi è che non finge. Non dice: andrà tutto bene. Non vende ottimismo. Non mette fiocchi sulla paura. Quando gli chiedo del futuro, risponde come risponde chi vive in un presente troppo pesante.

In questo tempo non puoi fare niente di diverso. Devi ringraziare Dio che hai un lavoro adesso.

Eppure, continua. Questa è la contraddizione che lo rende potente. Non ha una fede cieca nel domani, ma lavora come se il domani dovesse comunque trovare qualcosa in piedi. Compra uva dai contadini. Protegge terreni. Studia vitigni. Apre mercati. Rimette in moto macchine. Discute con i Salesiani. Tiene insieme una cantina che finanzia opere sociali. Torna a casa. Ricomincia.

C’è una rassegnazione, sì. Ma non è resa. È più simile a quella postura di certi alberi esposti al vento: non stanno dritti come nei disegni, stanno piegati. Però stanno. E finché stanno, fanno ombra, frutto, radici.

Il vino non salva. Però trattiene qualcosa

Non bisogna chiedere al vino più di quello che può dare. Il vino non ferma i conflitti. Non sposta i muri. Non apre checkpoint. Non restituisce le ore perse nel traffico. Non toglie la paura a un padre. Non protegge una figlia dalla storia.
Però il vino fa una cosa meno spettacolare e, forse, più necessaria. Trattiene. Trattiene memoria. Trattiene lavoro. Trattiene nomi di uve che potevano sparire. Trattiene contadini sulla terra. Trattiene una cantina nata per aiutare bambini e ragazzi. Trattiene un uomo dentro una responsabilità che lo consuma e, allo stesso tempo, gli dà una ragione.

Fadi non è un personaggio. È una persona. Questa è la differenza. Non va trasformato in santino del vino di pace, anche se il vino può unire più di tante parole. Non va ridotto a simbolo, perché i simboli sono comodi e le persone no. Le persone hanno figli, stanchezza, costi, dogane, dubbi, capelli bianchi, battute amare, mani occupate.

Cremisan, alla fine, resta questo: una cantina su una collina bellissima e ferita. Un posto dove si produce vino dal 1885 per tenere in piedi qualcosa di più grande del vino. Un luogo dove il futuro non è garantito, ma viene comunque imbottigliato ogni anno, anche quando sembra assurdo farlo.

Forse il miracolo non è credere. Forse il miracolo è continuare senza essere sicuri di credere ancora. Fadi lo fa. Non con frasi solenni. Non con proclami. Con il lavoro. Con il Dabouki. Con il Baladi. Con l’Arak. Con una consegna a Gerusalemme. Con una figlia da guardare negli occhi. Con un altro figlio che sta per nascere.

E allora sì: il vino non consola. Non abbastanza. Ma resta. E in certi posti restare è già una forma dura, imperfetta, umanissima di speranza.
Prima di salutarci gli chiedo, senza dirglielo davvero, se abbia ancora speranza. Fadi non risponde con una frase pronta. Parla della prossima vendemmia. Forse, da quelle parti, la speranza è esattamente questo.

A Cremisan il futuro non viene promesso. Viene vendemmiato. Un anno alla volta.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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