Tenuta di Capezzana. Filippo Contini Bonacossi, il Conte che non possiede la terra
Dalle pergamene dell’804 fino alle sfide dei mercati internazionali, il racconto di Filippo Contini Bonacossi attraversa la storia di Capezzana, una delle più antiche aziende vitivinicole e olivicole d’Italia. Un viaggio tra Carmignano, biologico, famiglia, riconciliazioni e grandi vini come Villa di Capezzana, Trefiano e Ghiaie della Furba.
La terra non è nostra
Sembra una frase già sentita. La terra è in prestito. Dobbiamo averne cura. Si, senz’altro tutto vero. In genere arriva alla fine delle chiacchierate e in genere è decisamente sentita, vera, proveniente dal profondo dell’animo. Parla di rispetto per chi verrà dopo, di chi continuerà il lavoro svolto. È cosi che il vino passa in secondo piano. Non mi era però mai capitato che assumesse un significato di famiglia, ferita, riconciliazione, mercato, giovinezza, paura, futuro, olivi, biologico, figli, fratelli, memoria. Tutte queste cose insieme. La frase è di Filippo Contini Bonacossi che la pronuncia quasi senza enfasi, con naturalezza. Una sorta di stanco distacco che appartiene soltanto alle persone che pronunciano verità assimilate lentamente, un pezzo dietro l’altro. Filippo è un Conte che possiede queste terre da generazioni. Ecco, la frase suona decisamente in maniera diversa.
Eppure, mi è rimasta addosso come quelle battute dei film che non sai nemmeno perché, ma continuano a tornare. Il principio non scritto di chi ha capito che “possedere“, per una tenuta come Capezzana, sarebbe un verbo troppo povero, quasi volgare. Una terra così non si possiede. Si attraversa. Si ascolta. Si governa per un tratto minuscolo di strada, sapendo che prima di te ha visto passare imperatori, papi, mercanti, contadini, famiglie nobili, guerre, vendemmie, lutti, eredità, stagioni generose e annate capaci di piegare le ginocchia.

Capezzana non comincia con Filippo e non finirà con Filippo. Non comincia nemmeno con i Contini Bonacossi. Nell’804 dopo Cristo una pergamena conservata all’Archivio di Stato di Firenze citava già vigne, boschi e oliveti sulle colline di Capezzana, mentre l’Europa provava ancora a darsi una forma sotto l’ombra carolingia. Prima ancora del marchio, prima delle etichette, prima delle guide, prima delle classifiche, quella collina aveva già scelto la propria lingua: vite, olivo, bosco, respiro.
Capezzana ha un documento che la mette come la più antica azienda di produzione vitivinicola e olivicola ancora in attività.
Il resto è storia, ma non quella che resta chiusa nei libri. Storia agricola. Ostinata, concreta, meno disposta alla retorica. Nel 1716 il Bando di Cosimo III de’ Medici inserisce Carmignano tra le aree toscane più vocate al vino, anticipando di secoli l’idea moderna di tutela dell’origine. Una vera dichiarazione di identità che eleva Carmignano molto prima che il mondo imparasse a pronunciare la parola denominazione.
I Contini Bonacossi arrivano nel Novecento con Alessandro e Vittoria portando dentro Capezzana una storia che non appartiene soltanto al vino, ma anche all’arte, alla bellezza, al collezionismo, a quella borghesia aristocratica capace di trattare un dipinto come un’eredità spirituale e una vigna come un organismo vivente. Alessandro e Vittoria furono grandi collezionisti tanto che una parte fondamentale della loro raccolta è oggi nota come Donazione Contini Bonacossi, custodita agli Uffizi. Un dettaglio che spiega già molto di come i Contini Bonacossi abbiano sempre avuto a che fare con la custodia. Prima le opere d’arte. Poi la terra. Sempre qualcosa che non può essere ridotto al semplice possesso o al mero utilizzo personale.
Filippo non entra però in questa storia dalla porta monumentale. Non si presenta come il Conte consapevole del proprio blasone. Non recita la parte dell’erede predestinato. Non indossa il passato come un mantello. Si, lo so, tante negazioni ma sono tutte utili a far comprendere come il racconto che mi consegna è ruvido, umano, vero. Lascia tutto, davvero tutto, da parte e si apre.
Lo stemma sta chiuso in un cassetto. Quello che conta è la terra, non il blasone.
È il settimo di sette fratelli, l’ultimo arrivato, quello che nella logica delle grandi famiglie di un tempo, dovrebbe osservare più che comandare. Invece il padre Ugo lo individua presto, forse per quell’energia imprenditoriale che gli riconosce, forse per una forma di intuizione paterna che appartiene alle decisioni definitive, quelle che non fanno rumore subito ma cambiano il destino di tutti.
Mio padre aveva una predilezione per me, mi vedeva più adatto alla guida, con più spirito imprenditoriale. Ma quella scelta non mi ha fatto un gran servizio. Mi ha scaricato addosso una serie di problematiche e responsabilità.
Lucidità, concretezza, nessun lamento. Filippo sa di aver ricevuto un privilegio, ma ne conosce anche il prezzo nascosto. La successione, nelle famiglie, non è mai soltanto una questione di ruoli. Somiglia piuttosto a quei passaggi di Shakespeare in cui il sangue, la proprietà e l’amore finiscono per confondersi. Re Lear non è mai troppo lontano quando una famiglia deve decidere chi porterà avanti il regno, anche se il regno, questa volta, ha il profilo gentile delle colline di Carmignano.
La scelta del padre non può che creare una frattura con Vittorio, il fratello maggiore. Tecnico, vinificatore, uomo di valore. Filippo ne parla con rispetto, mai con durezza. Racconta gli anni di tensione, l’uscita di Vittorio da Capezzana, il lavoro a Trefiano, poi il ritorno, la ricucitura, la maturità che poco alla volta sostituisce l’orgoglio. Ascoltandolo è veramente il punto più commovente della sua storia. Non il successo aziendale, non la crescita sui mercati, non la modernizzazione. È la riconciliazione. Ogni azienda familiare ha una contabilità visibile e una invisibile. La prima misura fatturati, ettari, bottiglie. La seconda misura silenzi, incomprensioni, telefonate non fatte, cene difficili, abbracci rimandati.
Filippo le ha vissute entrambe ed è per questo oggi parla di Capezzana senza arroganza. La sua non è la voce di chi ha vinto una battaglia dinastica, ma quella di chi ha capito che salvare un’azienda significa anche salvare, quando possibile, le persone che l’hanno ferita e amata insieme.

Una famiglia, una villa, un vino che ha imparato a durare
Capezzana non è mai soltanto cantina. È una casa larga, piena di persone, intuizioni, sorelle, nipoti, figli, operai, vigne, olivi, mercati da aprire e mercati che si chiudono. Beatrice e Benedetta entrano spesso nel discorso non come figure laterali, ma come presenze decisive. La famiglia, oggi, porta avanti la tenuta insieme alla nuova generazione, in un passaggio che unisce quarta e quinta generazione.
Villa di Capezzana (2021) è il vino simbolo dell’azienda e ce ne accorgi quando la voce di Filippo cambia ancora. L’etichetta storica ha compiuto cento anni ha in sé qualcosa che supera la bottiglia. È uno di quei vini che non sembrano nascere per impressionare, ma per restare. Il Sangiovese gli dà la spina dorsale, il Cabernet gli aggiunge profondità, Carmignano gli offre quella singolare matrice storica nella quale l’incontro tra autoctono e “uva francisa” non è moda recente, ma memoria antica.
È il vino che ci rappresenta anche quando non lo beviamo noi. Deve essere sempre riconoscibile.
Villa di Capezzana (Sangiovese, Cabernet con 50% affinato in tonneaux per 12 mesi e 50% in botte per 16) è infatti esente da effetti speciali. Si muove nel calice con passo sicuro, quasi educato, lasciando emergere ciliegia scura, arancia sanguinella, tabacco gentile, erbe aromatiche. Un soffio balsamico riporta immediatamente alle colline e una trama tannica cerca di non dominare accompagnando tutto il sorso. Sembra un vino di portamento, non di posa. Fa pensare a quelle figure che entrano in una stanza dove ci sono tante altre persone provocando un immediato ammutolimento. Nel suo equilibrio vive forse la parte più classica di Filippo: il rispetto del nome, la consapevolezza della storia, la volontà di non tradire ciò che gli è stato consegnato.
La versione “10 anni” di Villa di Capezzana, nata dall’intuizione di Beatrice, aggiunge un elemento quasi sentimentale al racconto. Filippo spiega che mettere da parte alcune migliaia di bottiglie e riproporle dieci anni dopo serve a dimostrare la longevità del vino e a offrire alla ristorazione un’annata già matura. Ma dietro la ragione commerciale io sento qualcosa di più delicato: la scelta di concedere al vino il diritto di diventare adulto prima di essere chiamato a parlare.

Barco Reale di Carmignano DOC 2023
Il Barco Reale (Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Canaiolo con affinamento in botti di rovere per 6/8 mesi) non ha alcuna ambizione di occupare il centro della scena. La sua forza è la naturalezza, quella della dimensione quotidiana che per secoli lo ha reso essenzialmente compagno della tavola e sulla tavola.
Ecco che il Barco Reale sa di buono già nel calice. Sa che se vuol essere un compagno di pasto deve accompagnare nella piacevolezza. È per questo che nel calice si apre su profumi di ciliegia croccante, melograno, lampone, petali di viola e una sottile vena speziata che non si permette mai di coprire il frutto senza. C’è luminosità, dinamismo. Vita. Il sorso ha in sé dunque sprigiona una energia tipica delle giornate di fine estate, quando le vigne sono ancora verdi e l’aria comincia ad indicare come la vendemmia sia vicina.
Si beve con naturalezza grazie anche al sostegno di una freschezza che invita continuamente a tornare al calice. Dietro quella immediatezza si percepisce però il carattere di Carmignano, fatto di equilibrio, misura e profondità. Ogni elemento trova il proprio posto senza cercare protagonismi.
È il vino delle tavole rumorose, delle bottiglie che si svuotano mentre la conversazione prende direzioni impreviste, delle cene alle quali nessuno aveva pensato di assegnare un orario di chiusura. Un vino che accompagna le persone anziché chiedere di essere accompagnato.
Non è semplice semplicità ma la filosofia stessa che guida Capezzana da generazioni: rispettare ciò che la terra offre e raccontarlo con sincerità. Per questo il Barco Reale 2023 riesce a essere molto più di un vino d’ingresso. È il primo sorriso con cui Capezzana accoglie chi entra nella sua storia.
Trefiano 2021, ovvero il fratello ritrovato
Fra tutti i vini, Trefiano (Sangiovese, Cabernet e Canaiolo affinato per 18 mesi in tonneaux) è quello che più somiglia a qualcosa nascosto, celato, non detto per anni. Nasce da Vittorio, nel 1979, come cru di Carmignano portando con sé la storia di un luogo, di una villa, di vigne dalle esposizioni e dai suoli differenti, capaci di generare un blend naturale di grande complessità.
Trefiano non può essere soltanto questo. Deve diventare il vino della ferita e del ritorno. Perché quando Filippo parla di Vittorio, occorre capire che quel vino porta dentro qualcosa che nessuna scheda tecnica potrà mai registrare. Porta dentro la distanza tra due fratelli, l’orgoglio di entrambi, il talento di Vittorio, la scelta del padre, gli anni difficili e infine la possibilità, non scontata, di ritrovarsi.
Quando lo bevo penso sempre a lui, a quegli anni.
Non c’è da aggiungere altro
Nel calice Trefiano ha una profondità diversa da Villa di Capezzana. Il frutto è più scuro, il passo più raccolto, la materia più introspettiva. Frutti rossi maturi, spezie dolci, liquirizia, una traccia di vaniglia e un finale persistente appartengono al suo profilo più riconoscibile. Ma oltre la descrizione tecnica, Trefiano possiede una gravità emotiva. Sembra parlare più lentamente, come chi ha atteso molto prima di dire la cosa giusta. Il tannino non aggredisce, accompagna. La speziatura non copre, ricama. Il finale resta lungo, quasi meditativo. Bevendolo, o anche soltanto raccontandolo, viene naturale pensare che alcune riconciliazioni non cancellano il passato, ma gli danno finalmente una forma sopportabile.
Ghiaie della Furba 2021, la libertà senza travestimenti
Filippo non ama il termine Super Tuscan. Lo trova antipatico. Anche io per quel che può contare. La definizione è più del mercato che dell’anima. Meglio parlare di vini in libertà così da restituire a certe bottiglie una sorta di possibilità creativa che non è imposta ma è frutto della ricerca di una strada propria,. Non per moda ma per necessità.
Sono quei vini in libertà che grandi uomini del vino hanno creato negli anni Sessanta e Settanta per rilanciare il vino di qualità toscano, tristemente noto per il fiasco.
Ghiaie della Furba nasce nel 1979 da un’idea di Ugo e Vittorio Contini Bonacossi con l’intento di produrre a Carmignano un vino da uvaggio bordolese. Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah (con affinamento in barrique per 18 mesi) si incontrano in un vino di materia, volume, tannino dolce e fitto, lungo retrogusto fruttato e speziato.
Nel racconto, però, Ghiaie della Furba deve restare un vino di passo largo. Ha una complessità che è forza. Non bruta però anche se corre il rischio di ogni vino potente: dimenticare la terra da cui nasce. Nel bicchiere il rosso diventa quasi impenetrabile, il frutto vira verso mora, ribes nero, prugna, poi arrivano spezie, tabacco, cacao, una nota balsamica che impedisce alla ricchezza di farsi pesante. È un vino che potrebbe facilmente scegliere la via della muscolatura, ma preferisce la profondità. Galoppa, sì, ma non perde il sentiero.
In un certo senso, Ghiaie della Furba è il lato più imprenditoriale di Filippo. La capacità di leggere il mercato, di aprire rotte, di cercare Oriente quando l’America rallenta, di capire che un’azienda storica non sopravvive ripetendo se stessa all’infinito. La tradizione, se resta ferma, diventa una stanza chiusa. Se invece cammina, diventa destino.
Ugo Contini Bonacossi, il Sangiovese del contadino nobile
Nato nel 2013, è il più giovane delle etichette di Capezzana e insieme il più personale: un Sangiovese in purezza (con 18 mesi di barrique) dedicato non a un’annata o a un cru, ma a un uomo. Nasce dalla vigna Viticciana, disegnata e piantata da Ugo Contini Bonacossi, il padre che per primo, nel dopoguerra, trasformò Capezzana da fattoria mezzadrile in azienda moderna. Fu lui a voler i filari interrotti da due strade a giropoggio, in contropendenza, per incanalare l’acqua piovana e proteggere la terra dall’erosione e a bordarli di rose scelte e curate da lui stesso, annaffiate a mano ogni estate. In etichetta restano le sue iniziali, le stesse che faceva incidere sul proprio bicchiere personale. Ecco perché rappresentano un dettaglio che trasforma la bottiglia in un piccolo monumento privato prima ancora che in un vino da carta. Vendemmiato a mano a fine settembre e affinato diciotto mesi in barrique prima di ulteriori mesi di bottiglia, si presenta di un rosso rubino intenso, con un profumo elegante e persistente di viola mammola, tabacco Kentucky, frutta rossa e un tocco di spezie. Sembra barocco nella sua ricchezza ma è più schietto di molti altri che non lo dichiarano. Al palato il tannino è setoso, avvolgente, ben integrato, con una vena dolce che non può che ricordare quella energia solare diuna vita lunga e fiera di contadino nobile. L’ho trovato un vino rusticamente nobile che accompagna il pasto. Forse qualunque cosa ci sia sulla tavola.
Vin Ruspo, l rosato, la leggerezza presa sul serio
Il Rosato di Capezzana (Sangiovese, Cabernet e Canaiolo) merita uno spazio non laterale, perché in un racconto come questo la leggerezza non va confusa con la semplicità povera. Filippo parla molto dei giovani, del prezzo del vino, della ristorazione che ha spesso trasformato la bottiglia in un oggetto intimidatorio, dei calici venduti a cifre che allontanano più che avvicinare. Parla di convivialità perduta, di nonni che compravano damigiane, di bottiglie a tavola, di pane vino e zucchero; parla di una generazione cresciuta con il vino come presenza quotidiana e di ragazzi che oggi non rifiutano il vino in sé, ma il linguaggio che troppo spesso lo circonda.
È il vino più povero e più vero che abbiamo. Bisogna raccontarlo prima che si perda anche il nome.
Il rosato, allora, diventa una chiave. Non perché sia facile, ma perché può essere accessibile senza diventare banale. Nel bicchiere il Vin Ruspo sembra raffigurare il movimento: melograno, ribes, arancia rosa, una vena agrumata e un finale agile, teso, quasi salino. Non ha bisogno di essere vestito da vino estivo per avere senso. Funziona perché è come se restituisse al bere una componente di naturalezza. Quella che Filippo vorrebbe riportare al centro: un vino capace di stare vicino alle persone, non sopra di loro.

Monna Nera, la donna che apre la porta ai giovani
La storia di Monna Nera Bonaccorsi merita un romanzo. Filippo la dipinge come una figura potentissima: nel 1475, rimasta vedova, inizia a gestire la proprietà con un senso imprenditoriale sorprendente. Bello pensare che si sia scelta proprio una donna del Quattrocento per parlare ai giovani. La vera intelligenza narrativa sta in Monna Nera che dimostra come certe qualità che oggi racchiuderemmo nelle parole Vision e Leadership esistevano già quando nessuno aveva bisogno di nominarle in inglese. Una vedova che prende in mano una proprietà nel 1475 non è un dettaglio, non è scontato, non è solito. È però una dichiarazione di forza.
La linea Monna Nera nasce allora per riavvicinare le nuove generazioni al vino attraverso un racconto più semplice, prezzi più accessibili, possibilità di servizio al calice, minore distanza psicologica.
Eppure, proprio in questa apparente semplicità, si intuisce una domanda enorme: come si può custodire una storia lunga dodici secoli senza trasformarla in un museo? Filippo prova a rispondere così. Con un vino che non chiede curriculum. Con una bottiglia che può stare su un tavolo di ragazzi senza pretendere riverenza. Con un nome antico e un passo nuovo.
Il biologico, un gesto d’amore
Quando la conversazione scivola sul biologico, Filippo diventa un uomo di campo. Non parla per slogan, non idealizza in modo ingenuo, non nega la fatica. Nel 2023, racconta, Capezzana ha perso quasi il cinquanta per cento della produzione. La scelta biologica non è una passeggiata estetica tra fiori e farfalle. È rischio, competenza, tempestività, capacità di accettare che la natura non firmi contratti di garanzia.
La sua idea di biologico porta il discorso oltre la certificazione. Racconta la differenza tra togliere e aggiungere. L’agricoltura convenzionale, dice, spesso vive nella logica del levare: togliere erbe, togliere insetti, togliere tutto ciò che disturba. Il biologico, nella sua visione, lavora invece per riempire il sistema di ciò che è buono: sovesci, sostanza organica, insetti utili, vita.
È una differenza splendida anche fuori dalla vigna. Eliminare il fastidio, semplificare, sterilizzare, rendere tutto più controllabile. Questa è la semplicità richiesta dal progresso. Ma Filippo, al contrario, accetta la complessità. Sa che un vigneto vivo è meno obbediente, ma più espressivo. Sa che la terra, quando non viene trattata come una superficie da sfruttare, cambia colore, consistenza, voce. «Scricchiola», «Lievita.» Immagino come questa parola, lievita, sia una delle più belle che si possano usare per descrivere un suolo.
È come ti parla la terra, come scricchiola il terreno, come lievita, come cambia di colore. È un’emozione.
Lievita la terra quando torna viva. Lievita un vino quando smette di essere banalmente prodotto diventando racconto. Lievita una famiglia quando riesce a superare le proprie fratture.

L’impresa, la forma di responsabilità
Filippo non è soltanto un uomo della terra. È anche un imprenditore lucido. Sarebbe un errore addolcire troppo il suo ritratto trasformandolo in un custode romantico chiuso nella contemplazione delle vigne. Lui parla di mercati, di Cina, Corea, Filippine, India, America che forse non tornerà ai numeri di un tempo. Parla della crisi della ristorazione, del calo dei consumi, della necessità di avere vini con rotazione, prezzi sostenibili, letture più immediate.
La sua sensibilità sta proprio in questo equilibrio. Da un lato il documento dell’804, dall’altro il by the glass. Da un lato Cosimo III, dall’altro TikTok. Da un lato le pergamene, dall’altro un rosso da bere fresco per avvicinare i ventenni. Qualcuno potrebbe leggerla come contraddizione. Io la leggo come intelligenza. Perché custodire non significa congelare. Custodire significa capire quali parti del passato devono rimanere intatte e quali devono trovare una lingua nuova per non morire.
Filippo ha preso un’azienda familiare e l’ha condotta attraverso decenni complicati, mantenendola in mano alla famiglia in un tempo in cui molte realtà storiche hanno cambiato proprietà. Ha sviluppato l’olio, rinnovato frantoi, investito sull’ospitalità, ampliato i mercati, creduto nel biologico, valorizzato le selezioni massali, accettato di condividere la guida con la nuova generazione. Non tutto sarà stato perfetto
Se uno tornassi indietro farebbe sicuramente qualcosa meglio.
Ecco una frase che lo rende ancora più credibile. Qualora ve ne fosse bisogno.
Gli uomini troppo sicuri non mi hanno mai convinto. Preferisco quelli che portano addosso qualche dubbio, qualche rimpianto, qualche esitazione trattenuta. Il dubbio, quando non diventa paralisi, è una forma alta di responsabilità.

L’uomo dietro il Conte
Alla fine, ciò che resta di Filippo Contini Bonacossi non è il titolo, il Conte o il blasone. Non è quel cognome lungo, importante, quasi cinematografico. Resta un uomo che faceva fermentare femminelle in damigiana già a dodici anni
Una roba orribile
Ma un orribile che offriva l’attrazione misteriosa per quel mondo.
Resta un figlio scelto dal padre troppo presto, forse troppo bruscamente. Resta un fratello che ha attraversato una frattura e ha cercato di ricucirla. Resta un imprenditore capace di leggere mercati lontani senza perdere il contatto con il colore della terra. Resta un padre che non vuole imporre ai figli la stessa investitura ricevuta. Resta un uomo che lavora oltre l’orario, finché la moglie lo chiama chiedendo se torni.
Una normalità che è bellissima. Perché la nobiltà vera, se esiste ancora, non sta nello stemma. Sta nel modo in cui una persona tratta ciò che gli è stato affidato. Una vigna. Un fratello. Un operaio. Un figlio. Un paesaggio.
Capezzana, dopo aver attraversato più di dodici secoli, continua ad avere bisogno di uomini così. Non perfetti, non monumentali, non scolpiti nel marmo. Uomini capaci di sbagliare, imparare, insistere, cambiare linguaggio, difendere una terra senza trasformarla in una reliquia. Filippo appartiene a questa categoria rara: quelli che sanno che il passato non va adorato, ma accompagnato. Con rispetto. Con fatica. Con amore.
La terra non è nostra. Ce l’abbiamo in prestito. Mi sembra quasi il contrario esatto del nostro tempo, così affamato di possesso, visibilità, dominio, prestazione. Filippo, invece, parla di prestito. Una parola mite, fragile, temporanea. Una parola che obbliga alla cura.
Forse Capezzana è proprio questo: un prestito lungo più di mille anni, passato di mano in mano, di famiglia in famiglia, di generazione in generazione. Filippo Contini Bonacossi, con le sue sicurezze e le sue inquietudini, con la sua energia e la sua cautela, con la sua capacità di fare impresa senza smettere di ascoltare il terreno, ne è oggi uno dei custodi più credibili.
Non perché abbia ereditato la storia. Ma perché ha scelto, ogni giorno, di non tradirla.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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