PODERE SELVA CAPUZZA. Soglia di terra e di cielo.
22 Ott 2026
Vinodentro

PODERE SELVA CAPUZZA. Soglia di terra e di cielo.

PODERE SELVA CAPUZZA racconta un Lago che è tale solo se visto su una cartina geografica, imbottigliando un Garda che sa di Risorgimento, rinascita, Storia e futuro.

L’AZIENDA

 

C’è un punto, a quattro chilometri dalla riva meridionale del Garda, dove le colline moreniche si sollevano appena, come un cappuccio posato con delicatezza sul bordo dell’anfiteatro antico.

Lì, tra Desenzano e Sirmione, il terreno non è più pianura e non è ancora montagna, è una soglia.

I romani la chiamavano Silvae, luogo selvatico, e da quel nome antico, unito a Capuzza, testa, cappuccio, punto elevato, nasce PODERE SELVA CAPUZZA.

Arrivare qui non è un’operazione di geografia, è piuttosto un passaggio di stato.

Si lascia la superficie brillante del lago, le sue acque che riflettono il cielo, e si entra in un paesaggio che respira più lentamente.

Sotto i piedi, l’argilla e i sassi calcarei raccontano di ghiacciai sciolti millenni fa, di venti che scendono dalle Alpi e di una terra che ha deciso di non essere soltanto produttiva, ma ospitale.

Attorno ai filari il paesaggio non ha fretta di essere soltanto vigna.

Ci sono olivi che segnano il punto in cui il clima mediterraneo comincia a cedere il passo a quello più continentale dell’entroterra; c’è un bosco che un tempo era tartufaia, e che ancora oggi custodisce sottoterra quel profumo come un segreto tramandato in famiglia; c’è un parco di gelsi, testimonianza di un’epoca in cui su questa collina si allevavano bachi da seta e non soltanto uva, e ci sono due piccoli stagni che di sera diventano specchi capovolti, dove il cielo si guarda senza fretta.

Sono spazi lasciati apposta alla biodiversità, margini non arati, angoli in cui la natura continua a fare quello che ha sempre fatto, senza che nessuno le dia ordini precisi.

Le uve che qui trovano casa sono in gran parte autoctone, quelle varietà che altrove, dove la moda comanda più della memoria, sarebbero già scomparse da tempo.

La Turbiana, certo, protagonista della denominazione più nota, ma anche il Tuchì, sottratto a un’estinzione che sembrava ormai segnata, e poi il Groppello, il Marzemino, la Barbera, un Sangiovese che qui suona quasi come un dialetto.

Tre denominazioni si intrecciano su questo stesso fazzoletto di terra: Lugana, San Martino della Battaglia, Garda Classico, come tre lingue parlate nello stesso paese, ognuna con il proprio accento ma tutte figlie della stessa geografia.

La famiglia Formentini abita questa soglia dal 1917.

Non è una data da calendario, è un filo continuo che si è intrecciato con un’altra storia, quella del marchio HIRUNDO.

Hirundo, la rondine, l’uccello che torna e se ne va scandendo le stagioni, che nidifica ancora oggi su queste colline e che, durante la vendemmia, risale da sud proprio mentre la terra consegna i suoi frutti.

Due storie, una di terra e una di cielo, che si sono fuse in un solo nome e in un solo gesto: restare fedeli a ciò che il luogo sa produrre meglio di ogni altrove.

Luca Formentini cammina questo territorio come si cammina un racconto familiare, non cerca scorciatoie.

Ha scelto di lavorare solo con ciò che qui è nato e cresciuto da sempre, senza importare varietà che appartengono ad altri paesaggi.

Ha scelto di trattare la terra con l’attenzione che si deve a chi conosce segreti antichi, evitando ciò che potrebbe ferirla, limitando il passaggio delle macchine, osservando i cicli invece di forzarli, monitorando l’impronta idrica e del carbonio, affidandosi a metodi naturali, riducendo il peso delle bottiglie…

La sostenibilità qui non è un’etichetta appiccicata, ma un modo di stare al mondo, una continuità che si misura nel tempo lungo delle generazioni

Il podere si trova al centro di ciò che nel 1859 fu teatro di una delle battaglie più cruente delle guerre di indipendenza, tra le torri di Solferino e San Martino.

Oggi quelle torri guardano ancora, ma ciò che scorre tra di loro non è più il sangue dei soldati: è il lento lavoro di chi ha deciso di difendere la quiete, la fauna, la biodiversità e il senso di un luogo che resiste alla fretta.

Camminare tra queste vigne, specialmente all’alba o al crepuscolo, è come entrare in uno di quei racconti in cui il viaggiatore non cerca una meta, ma un ritmo.

Il ritmo delle rondini che tornano, del vento che arriva dalle Alpi, dei gelsi che hanno visto generazioni passare, dei piccoli stagni che riflettono nuvole e rami.

È un luogo che non ha bisogno di dichiararsi speciale.

Basta restare un po’ più a lungo del previsto, ascoltare il silenzio protetto dal divieto di caccia, osservare come la luce scivola sui sassi e sulle foglie, e capire che SELVA CAPUZZA non è soltanto un podere, è una soglia dove la storia, la natura e la cura quotidiana di una famiglia continuano a intrecciarsi, senza clamore, con la stessa pazienza delle colline moreniche che da millenni attendono, e accolgono.

I VINI

Tre tra tanti, tre Lugana che parlano la stessa lingua ma dialetti differenti, occhi diversi per uno stesso Territorio, traduzioni differenti della stessa Storia.

Leggeteli, ma soprattutto…assaggiateli.

– LUGANA DOC SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT “HIRUNDO” MILLESIMATO 2019: la bottiglia stava lì da settimane, dimenticata dietro un mucchio di libri che nessuno leggeva più.

Quando finalmente la mano e il vetro si incontrarono, questo era freddo e un po’ appannato, come se avesse accumulato silenzio.

Il tappo cedette con un suono sordo, quasi seccato dall’attesa, e uscirono bollicine piccole e precise, metodiche più che festose, quasi avessero aspettato troppo a lungo per permettersi di sprecare energia.

Nel bicchiere il colore era l’oro spento della luce di una stanza che ha chiuso le tapparelle da ore.

Nessuna immediatezza al naso, un silenzio rotto poco dal rumore della crosta di pane raffermo, quella che si spezza con un rumore secco e lascia sulle dita un odore di forno spento da tempo.

Dietro, pietra bianca e fredda, come un sasso raccolto in riva al lago e tenuto in tasca per tutto il pomeriggio.

Poi le mele gialle, quelle un po’ ammaccate che si trovano in fondo al cesto, nell’angolo dove nessuno guarda, dove riposano quelli poco inclini a occupare il gradino più alto del podio.

Dolci e un po’ stufe di aspettare, schive quel tanto da chiedere la compagnia di una pera cremosa e pigra e di una nocciola spezzata in due, il cui odore si mescola a un lievito antico, quasi di cantina abbandonata.

Sotto tutto questo, un filo di erbe secche e di foglie che hanno perso il verde ma non ancora il ricordo della pioggia.

Il sorso non è conquista.

Non bussa, non chiede permesso; altero porta con sé un’acidità sottile che non graffiava ma teneva tutto sotto controllo.

E sulle bollicine, piccole e discrete, educati ospiti che sapevano quando andarsene, la frutta gialla tornava, più matura, e la pera si faceva ancora più densa, mentre la nocciola lasciava una scia leggera e un po’ amara.

C’era sapidità, quella vera, di sasso bagnato e di aria che arriva dal lago quando il vento gira.

Non c’era nulla di teatrale.

Solo una progressione lenta, quasi ostinata, che ti obbligava a prestare attenzione senza mai alzare la voce.

A metà bicchiere qualcosa cambiò.

Il lievito diventò più presente, il pane più scuro, e la pietra sembrò scaldarsi un poco.

Non era evoluzione appariscente, piuttosto un lento svelarsi, come se il tempo passato al buio avesse lasciato impronte che solo adesso diventavano leggibili.

Il sorso conservava tensione ma perdeva rigidità, diventando piuttosto una forma di memoria, di cose tenute a lungo e finalmente liberate.

Quando il bicchiere si svuotò, restò solo un filo di bollicine che salivano ancora, ostinate, e un retrogusto di crosta e di sasso che non voleva andarsene.

Non c’era nostalgia, né trionfo, solo la sensazione di aver ascoltato qualcuno che aveva molto da dire e aveva scelto di dirlo piano, senza fretta, senza bisogno di essere capito subito.

Fuori stava cominciando a piovere, dentro, il bicchiere vuoto sembrava ancora pieno di qualcosa.

90 punti, forse 91 se la pioggia continua.

– LUGANA DOC “SELVA” 2024: si presenta così, senza annunci, senza fanfare, con una luce che pare aver rubato un pezzo di lago.

Una sfida più che un invito.

La prima cosa che il naso percepisce è la quiete.

Niente grida, nessuno sventolio di bandiere.

Racconta di frutti gialli che non hanno fretta di maturare, di una mela che ha deciso di restare un po’ acerba per non perdere il nerbo, di una pesca che si è lavata le mani nel fiume e ha portato con sé un ricordo di pietra bagnata.

Poi, di colpo, l’agguato del vegetale.

Non quello da mazzo di erbe da cucina, ma quello più scuro, più segreto delle foglie che hanno raccolto la rugiada di notte e non l’hanno ancora consegnata al sole, di un filo di erba tagliata che sa di mattina vera, di quella in cui si cammina a piedi nudi e si rischia di calpestare qualcosa di vivo.

C’è anche un’ombra, l’appena di una nocciola arrivato a noi come il rumore del suo guscio rotto.

E sotto, sempre sotto, una traccia di terra umida, di quella che si attacca alle scarpe quando si cammina troppo vicino alla riva.

È un vino che aspetta che tu capisca che la dolcezza non è il punto, che la frutta è solo un pretesto.

Il vero discorso è fatto di contrasti: il succo che vuole essere generoso e la mineralità che lo tira indietro per i capelli, il calore che prova a farti sedere e la freschezza che ti obbliga a restare in piedi.

In bocca è chiaro, quasi spietato nella sua nitidezza.

Non trucco, nessun inganno, solo una linea tesa, un filo di acidità che non graffia ma tiene, e una succosità che non diventa mai pesante.

C’è un ché di fumoso, ma non di camino; è come il ricordo di una pietra che ha preso sole e poi pioggia e ha deciso di tenersi entrambi.

Uno starnuto di pepe di cui l’aria ha conservato l’idea.

E poi, a metà del sorso, si scioglie appena, strizzando l’occhio a una tenerezza tenuta al guinzaglio corto.

Il finale è lungo quanto basta per non dimenticarlo, e corto abbastanza da non annoiarti.

Lascia una scia di erbe e di frutta che non si è ancora arresa e una nota salina che sembra venire da un posto dove l’acqua e la terra si disputano il primato da secoli.

È un vino da conversazione sbilenca, da chiacchiere che chissà dove finiscono.

Un vino che ti guarda storto se lo bevi troppo in fretta e ti sorride se gli dai tempo.

È bottiglia da aprire quando si ha voglia di ricordare che il lago non è solo cartolina, che le rive hanno memoria di piedi che ci hanno camminato sopra e di storie che non sono mai state scritte per intero.

È un vino che chiede di essere seguito, di essere lasciato parlare a modo suo, con quella voce un po’ rauca e un po’ chiara che sa di libertà, con quella voce che vuole essere schiarita con un altro bicchiere, magari solo per dire qualcosa che senso più non ha.

Se fosse una canzone?

Sarebbe indeciso se essere una ballata o di protesta.

89 punti, forse 90 se il tempo continua a trattarlo bene.

– LUGANA DOC “MENASASSO” 2021 RISERVA: in certi pomeriggi che sembrano non finire mai, il bicchiere non è più un bicchiere ma una porta socchiusa.

E da quella fessura esce qualcosa che non ti aspetti, qualcosa che ti prende per la mano e ti trascina altrove senza chiederti il permesso.

Questo “MENASASSO” è esattamente questo: una porta.

Non una di quelle eleganti, lucidissime, con maniglie di ottone e zerbini ben allineati.

No.

Una di quelle un po’ storte, di legno scuro e nodoso, che scricchiola quando la spingi e che sa di polvere antica e di vento che viene da lontano.

Appena lo avvicini al naso capisci che le gentilezze, qui, “non è camera loro”.

C’è una freschezza quasi insolente, una sorta di vegetale radicato, come se qualcuno avesse appena smosso la terra con le mani nude e ne avesse portato via un po’ di radici, di foglie ancora umide, di quella parte segreta del bosco che conoscono solo gli gnomi dei funghi.

Poi, piano, arriva la frutta, leggera, quasi trasparente, come se fosse stata lavata dalla pioggia di un mattino di fine estate.

Un filo di fumo la sfiora, appena accennato, e accanto a esso qualcosa di tostato, di delicato, che ricorda quei pomeriggi in cui si sgranocchiano nocciole mentre si guarda fuori dalla finestra senza pensare a niente.

E poi il finocchio, o forse è aneto, una nota verde e sottile che ti fa sorridere perché è così fuori posto e invece sta lì, perfetta, come un ospite inatteso che alla fine diventa il più interessante di tutti.

Bevi.

E quando bevi ti accorgi che questo vino non ha nessuna intenzione di farti la corte in modo convenzionale.

Non ti avvolge subito, non ti accarezza.

Ti prende per il collo con una freschezza affilata, una acidità che non è mai aggressiva ma è precisa, chirurgica, e al tempo stesso ti lascia spazio.

C’è sostanza, certo, c’è volume, una sorta di densità che vuole essere presenza ma mai pesantezza.

È come se dentro quel sorso ci fosse un’intera giornata di luce filtrata attraverso le foglie, un’intera giornata di silenzio interrotto solo dal rumore lontano dell’acqua.

E mentre scende, mentre occupa la bocca, senti qualcosa di fumoso, leggermente terroso, quasi fungino, che si posa sulla lingua come una memoria.

Non un ricordo preciso, più un’emozione che non ha nome, qualcosa che sta a metà tra la malinconia e la curiosità.

Il finale è lungo.

Non nel senso banale del termine.

È lungo perché non vuole andarsene, resta lì, un po’ amaro e un po’ dolce, con quella speziatura eterea che sembra arrivare da un cassetto chiuso da anni e improvvisamente riaperto, un finale che ti lascia con la sensazione di aver appena fatto una passeggiata in un posto che non conosci, ma che in qualche modo ti appartiene.

E mentre il sapore si dissolve lentamente, ti ritrovi a sorridere da solo, come se ti avessero appena raccontato una storia un po’ sfacciata e un po’ tenera, una di quelle storie che non si raccontano a voce alta perché troppo “private”.

C’è qualcosa di profondamente irriverente in questo vino.

Non perché cerchi di sorprenderti a tutti i costi, ma perché rifiuta di essere ciò che ci si aspetterebbe.

Non è il bianco “bello e buono” da mettere in tavola per fare bella figura.

È un personaggio, ha carattere, ha un’anima un po’ scontrosa, un’anima che non si fa prendere subito e che, quando finalmente decide di aprirsi, lo fa con una generosità quasi scandalosa.

Ti racconta di un luogo senza nominarlo, di un tempo senza datarlo, di un’emozione senza spiegarla.

E in questo silenzio pieno di suoni, in questa assenza di parole che diventa poesia, capisci perché certi vini non si dimenticano.

Lo bevi e pensi che forse, in fondo, non serve altro.

Non servono etichette troppo chiassose, non servono racconti troppo lunghi, basta questo sorso che ti prende, ti scuote un po’, e poi ti lascia lì, seduto, a guardare il bicchiere vuoto come se dentro ci fosse ancora qualcosa da scoprire.

Perché c’è.

C’è sempre qualcosa da scoprire, quando un vino decide di non farsi capire del tutto, quando sceglie di restare un po’ misterioso, un po’ distante, e proprio per questo irresistibile.

Non chiede di essere amato, si limita a esistere, nella sua austera eleganza, nella sua sostanza che non grida mai.

E tu, quasi senza accorgertene, finisci per innamorartene.

Non di colpo, piano, come si fa con le persone che valgono davvero, quelle che non ti conquistano al primo sguardo, ma che, una volta che le hai conosciute, non riesci più a dimenticare.

E allora alzi di nuovo il bicchiere, anche se è vuoto, e sorridi.

Perché sai già che lo riempirai di nuovo.

E che, ogni volta, sarà come la prima.

Il punteggio?

Dateglielo Voi.

Da bere ascoltando “HEART OF STONE” dei THE ROLLING STONES.

E QUINDI?

E quindi GRAZIE a PODERE SELVA CAPUZZA, GRAZIE a Luca (ma anche a Fabio e a Massimo) per avermi ospitato in un luogo magico, lì dove un lago è tale solo se si guarda una carta geografica e si comporta come un mare che, per una volta, non è rimasto imprigionato nella roccia; lì dove il ghiaccio di un tempo e le pietre che ha scavato finiscono in bottiglie che ne conservano la memoria.

PODERE SELVA CAPUZZA è luce, vento, pazienza, memoria e futuro.

Fateci un salto, ne vale la pena

Roberto Alloi – VINODENTRO

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