Terre del Lagorai. A Castel Ivano la sfida della viticoltura eroica in Valsugana
Un viaggio tra i declivi impervi della Valsugana, la solennità di Castel Ivano e l’anima fiera dei Metodo Classico di Terre del Lagorai. La nostra esperienza di degustazione durante il Trentodoc Festival, dove la montagna non è un semplice fondale panoramico, ma il respiro, la misura e l’architettura stessa del sorso.
In Valsugana la montagna impone la sua presenza, detta i ritmi del lavoro contadino e pretende un rispetto quasi sacrale. Arrivare a Castel Ivano di sabato, mentre il Trentodoc Festival animava di voci e calici i paesi della valle, ha avuto il sapore di un’ascesa graduale e meditata. Il viale d’accesso sale deciso tra alberi secolari e ortensie ancora rigogliose rivelando l’imponenza austera del maniero. Ma prima di lasciarci avvolgere dal fascino delle mura e delle corti interne, sono le vigne di Terre del Lagorai a chiamarci a sé. A guidarci in questa immersione tra i filari ci sono Stefano, socio fondatore ed enologo, e Luca, enologo: custodi e interpreti appassionati di una viticoltura che qui, su questi pendii scoscesi, non può che definirsi eroica.

È il 2016 quando prende forma una visione tanto coraggiosa quanto necessaria per il territorio: otto viticoltori della valle decidono di smettere di conferire le proprie uve alle grandi realtà cooperative trentine per iniziare a vinificare in proprio, dando un nome e un’espressione autonoma alle singole parcelle della Valsugana. Tra i promotori di questa scommessa c’è anche il professor Staudacher, proprietario di Castel Ivano. Alle prime bottiglie di vini fermi si sono affiancati presto i Metodo Classico: un progetto profondamente radicato che riunisce vigneti storici sotto un marchio il cui nome rimanda direttamente alle vette, alla roccia e alle pendenze impervie della catena del Lagorai.
In Vigna Con Stefano: La Sinfonia Della Roccia e la fatica della pendenza
Affacciarsi dal vigneto che circonda il castello significa spalancare lo sguardo su una Valsugana percorsa dalle correnti fresche che scendono dalle vette. I filari scendono ripidi davanti ai nostri passi, intervallati dall’erba spontanea che protegge il suolo dall’erosione; sulle viti le foglie ancora verdi della tarda estate si mescolano ai primi toni dorati dell’autunno. Più in basso si distinguono i borghi, le attività produttive del fondo valle che si mescolano alle macchie scure dei boschi di conifere.
È ascoltando le parole precise di Stefano che il paesaggio si trasforma in una complessa anatomia geologica. In questa striscia di Trentino la natura ha mescolato le carte con straordinaria audacia: le formazioni calcaree di origine sedimentaria convivono serrate con rocce metamorfiche e materiali di matrice magmatica, portati, frantumati e levigati nel tempo dal lento scorrere di antichi ghiacciai e corsi d’acqua. Sotto un colpo d’occhio che pare omogeneo, le condizioni del terreno e il microclima cambiano nel giro di poche decine di metri. Lavorare questi versanti richiede un’osservazione quotidiana e minuziosa, un vero e proprio corpo a corpo con la terra dove le macchine non possono accedere e dove solo la mano e la passione dell’uomo possono garantire la cura di ogni singola pianta.
Le vigne dell’azienda si arrampicano e si distribuiscono fra i comuni di Telve, Castel Ivano e Borgo Valsugana, spingendosi dai 300 metri del fondovalle fino ai 700 metri d’altitudine delle parcelle più estreme. A queste quote, la viticoltura d’altitudine affronta quotidiane escursioni termiche, forti ventilazioni ed esposizioni solari severe. Per lo Chardonnay e il Pinot Nero destinati alla produzione dei Metodo Classico, il lavoro in vigna si gioca sul filo di un equilibrio sottile: inseguire la perfetta maturazione fenolica dell’uva senza mai sacrificare quell’acidità vibrante e tagliente che costituisce la vera spina dorsale della longevità e della freschezza nel calice.
Questa montagna possiede anche una memoria storica profonda. Come ci racconta Stefano passeggiando tra le file, la presenza della vite in Valsugana sfida i secoli: già in documenti d’archivio del Quattrocento compare la menzione del celebre Burgheserwein, testimonianza di una tenace tradizione agricola che ha preceduto di molto le dinamiche moderne. Tra Ottocento e Novecento la viticoltura locale ha rischiato di scomparire sotto la spinta delle guerre, dello spopolamento e della forte diffusione della frutticoltura. La nascita di Terre del Lagorai ha rappresentato il riscatto di queste pendenze, restituendo alla valle un’etichetta identitaria in cui la fatica della montagna si fa firma e orgoglio.
Il giardino e le cantine di Castel Ivano
Conclusa la passeggiata lungo la verticalità dei filari, Castel Ivano ci accoglie nel suo abbraccio rigido e solenne. Varcarne il grande arco d’ingresso significa accedere a una dimensione sospesa, dove il tempo sembra scorrere con un ritmo diverso. Il percorso di visita si snoda tra gradini in pietra consumati dai secoli, pareti austere e improvvise aperture panoramiche sui cortili interni, dove la vegetazione rampicante dialoga con l’architettura medievale.
Una delle sorprese più autentiche della visita è la ricchezza botanica del giardino del castello. Ci colpisce ritrovare una tale varietà e vigore vegetale, soprattutto pensando alle profonde ferite inflitte a questo parco da una violenta tempesta di pochi anni fa. Le chiome imponenti degli alberi superstiti regalano ombra e profondità agli spazi, mentre arbusti fioriti, vasi in pietra e rampicanti ammorbidiscono le linee rigide dei camminamenti murari, trasformando la passeggiata in un momento di quieta contemplazione.
Scendendo negli ambienti ipogei delle cantine, la temperatura cala e la pietra viva a vista torna a dominare la scena. Tra imponenti travi in legno e spessi muri perimetrali, le pupitre occupano lo spazio con la loro geometria ordinata, custodendo nel buio e nel silenzio il lento riposo delle bottiglie inclinate. I colli rivolti verso il basso accompagnano gradualmente il deposito della rifermentazione verso il tappo, in attesa del momento finale della sboccatura: è il rituale antico del Metodo Classico, che trasforma la fatica accumulata in vigna nell’eleganza raffinata del perlage.
La degustazione guidata si tiene in una sala luminosa ed elegante, caratterizzata da soffitti a volta e ampie finestre ad arco fiorite di gerani rossi che si affacciano sui tetti del borgo e sull’ampia vallata. Prendere posto vicino al vetro, con i calici predisposti e le schede d’assaggio, permette di ricomporre idealmente l’intera giornata: la Valsugana che prima avevamo osservato in piedi, camminando sul terreno sconnesso della vigna, ora si rivela da una prospettiva comoda e meditativa, pronta a farsi raccontare attraverso il vino.
I Trentodoc e il Solaris nel calice
Sotto la guida attenta ed esauriente di Stefano e Luca, la degustazione diventa il banco di prova ideale per verificare quanta parte della severità, della ricchezza minerale e della bellezza di questa viticoltura alpina riesca a trasferirsi nel bicchiere.
KARL EXTRA BRUT (TRENTODOC):
È la rivelazione immediata ed esaltante dell’assaggio. Chardonnay in purezza, vinificato con base affinata esclusivamente in acciaio e un riposo di 24 mesi sui lieviti, il Karl è un inno alla freschezza e alla precisione olfattiva. Al naso regala profumi nitidi ed eleganti di mela renetta, cedro, fiori bianchi di campo e una sfumatura fragrante di crosta di pane appena sfornato. In bocca il perlage è finissimo e cremoso, sorretto da una trama sapida e minerale ben delineata. Un Metodo Classico dalla spiccata vocazione gastronomica, capace di coniugare struttura, persistenza e straordinaria facilità di beva. Impossibile non immaginarlo già a tavola, in abbinamento a un risotto ai frutti di mare o a primi piatti a base di verdure dalla consistenza mantecata.
FRANZ BRUT ROSÉ (TRENTODOC):
Un Pinot Nero in purezza che conquista fin dal primo sguardo per la sua misura e la sua raffinata grazia esecutiva. Nel calice mostra una tonalità rosa fiore di pesco impreziosita da eleganti riflessi ramati. Il bouquet aromatico è un intreccio seducente di piccoli frutti rossi di bosco — fragolina e lampone —, petali di rosa, pompelmo rosa e un richiamo finale alla mandorla fresca. Dopo 24 mesi di affinamento sui lieviti, il sorso si rivela morbido, teso e gentile, sorretto da una scia sapida che prolunga la piacevolezza del finale. Un rosé di grande sensibilità espressiva, capace di interpretare l’impronta della montagna con delicatezza, misura e pulizia assoluta.
VICTOR DOSAGGIO ZERO RISERVA 2019 (TRENTODOC):
È la massima espressione del progetto aziendale, ma anche la proposta più complessa, rigorosa ed estrema. L’uvaggio vede l’incontro del 60% di Chardonnay con il 40% di Pinot Nero; il 95% della base affina in acciaio mentre un 5% passa in legno prima di affrontare ben 60 mesi di riposo sui lieviti. Nel calice sfoggia una lucente veste paglierina con riflessi dorati. Il naso è ricco e stratificato: toni floreali e sfumature di mela si fondono a note di cedro candito, crosta di pane croccante, pasticceria secca, nocciola tostata e un lievissimo timbro fumé. In bocca la bollicina è cremosa, il sorso mostra tutta la sua personalità austera e verticale: l’acidità citrina, un po’ troppo accentuata è spiccata e diretta, incisiva fino alla chiusura dove riaffiorano sensazioni gessose e note di mandorla. Un vino di grande struttura e tensione, destinato a chi ama le bollicine non dosate più rigorose e senza compromessi.
SOLARIS 2024 (VIGNETI DELLE DOLOMITI IGT):
A chiudere la degustazione è un bianco fermo ottenuto da uve Solaris in purezza, varietà PIWI (dall’tedesco Pilzwiderstandsfähige, ovvero vitigni dotati di naturale resistenza alle principali patologie fungine). Rappresenta il simbolo della ricerca di una sostenibilità reale e concreta nell’agricoltura di montagna. Vinificato interamente in acciaio per preservare l’integrità del frutto, offre al naso profumi intensi e solari di fiori di sambuco, pesca gialla matura, frutto della passione, pompelmo e fresche note erbacee. Il sorso è avvolgente, polposo e di eccellente consistenza, bilanciato da una viva spinta acida e da una chiusura sapida, leggermente ammandorlata. Un vino moderno, espressivo e dalla beva irresistibile.
Rimanere seduti al tavolo mentre le ombre della sera cominciano ad allungarsi sui tetti di Castel Ivano lascia una sensazione di profonda e sincera autenticità. I vini di Terre del Lagorai non cercano scorciatoie né omologazioni: riflettono con fedeltà la fatica del lavoro in pendenza, la varietà geologica dei suoli della Valsugana e la fierezza di un gruppo di viticoltori che ha creduto nel potenziale della propria terra. Ripensare alla passeggiata tra le vigne e portarsi a casa il ricordo del Karl significa, in fondo, riconoscere e celebrare il valore culturale ed enologico di chi continua a coltivare la montagna con coraggio, passione e rispetto.
Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
Su Instagram è lllll_Luke_lllll!