05 Apr 2026
Le scoperte enoiche di Benny

Buona Pasqua! Niente uova ma una sorpresa a tutto Slow Wine

Buona Pasqua a tutti i lettori di Winetales Magazine

Oggi, mentre le tavole si imbandiscono e il profumo dell’agnello e delle primizie primaverili invade le case, permettetemi di fare un piccolo strappo alla regola. Dimentichiamo per un attimo le uova di cioccolato e i coniglietti di zucchero; il mio regalo per voi quest’anno è fatto di uva, terra e incontri. Mi sono tenuta il meglio della Slow Wine Fair 2026 proprio per questo giorno speciale, perché il vino “buono, pulito e giusto” ha molto in comune con il senso profondo della Pasqua: è rinascita, è attesa e, soprattutto, è condivisione.
Invece del solito vademecum tecnico su quale bianco accostare agli asparagi, voglio portarvi con me in una passeggiata regionale. Rivoluzioniamo l’approccio: partiamo dal cuore delle tradizioni, dai piatti che sanno di famiglia, per arrivare a quel calice che a Bologna mi ha fatto dire “eccolo, è lui”.

Dopo aver tracciato le prime tappe del mio viaggio alla Slow Wine Fair [LINK prima parte], proseguiamo ora questo itinerario pasquale tra i calici e i volti incontrati a Bologna. Ho scelto di focalizzare questo secondo capitolo su tre regioni emblematiche, partendo proprio dall’Emilia-Romagna, cuore pulsante dell’evento e terra che, mai come a Pasqua, sa celebrare il convivio.

Emilia: tradizione e il sogno di Zanni Vini

A Bologna la Pasqua è un rito che profuma di sfoglia tirata al mattarello. La tavola delle feste non può prescindere dalla mortadella, dalle lasagne verdi o dai tortellini in brodo di cappone, seguiti dall’immancabile agnello fritto o con le patate. È una cucina di sostanza e di cuore, che richiede un compagno di viaggio capace di sgrassare il palato con allegria: il Lambrusco.
Tuttavia, poiché vi ho già parlato ampiamente dell’eccellenza del Sorbara con Angela Sini e Cantina della Volta, oggi voglio presentarvi una realtà nata da poco ma che si sta già facendo notare per l’entusiasmo contagioso che mette in ogni bottiglia: Zanni Vini.

Sara Zanni, orgogliosa compagna di squadra nelle Donne del Vino, ha iniziato questa avventura insieme al fratello Marco, portando una ventata di freschezza nel panorama reggiano. I loro vini sono una scoperta: dal Lambrusco Grasparossa, con quel suo colore intenso e la polpa croccante, fino alla Spergola, vitigno autoctono che regala sorsi di una sapidità e verticalità sorprendenti. È il volto giovane e dinamico di un’Emilia che sa innovare senza perdere di vista le proprie radici. Le loro etichette sono piccoli capolavori: disegnate a mano a carboncino dalla moglie di Marco, vengono poi accese da un tocco di colore che dà vita all’intera bottiglia, riflettendo una cura che parte dal cuore della famiglia.

Spergola e Grasparossa: radici di famiglia

Il legame con il passato è tangibile nel loro Metodo Charmat lungo dedicato allo Zio Ennio, che custodiva quattro filari di Spergola dietro casa a Ventoso, quando ancora era considerata solo uva da taglio. Per preservarne l’acidità vibrante, Sara effettua una doppia vendemmia: una parte delle uve viene raccolta con dieci giorni di anticipo e conservata in cella frigorifera, per poi essere unita alla massa a piena maturazione.
Non da meno è il Villa Mario, un Lambrusco Grasparossa in purezza che nasce dalle prime vigne impiantate attorno alla casa di famiglia. Il nome è un tributo al capofamiglia, Mario, e il vino ne rispecchia la solidità: un sorso fruttato e succoso dal colore intenso. È il volto di un’Emilia giovane, capace di innovare partendo da quei pochi filari “dietro casa” che profumano di storia.

Il cammino con le “Donne del Vino”

Prima di voltare pagina, lasciatemi confessare un piccolo “tormento” del cuore: avrei voluto parlarvi subito anche della Romagna. Chi mi conosce sa che una parte della mia anima vibra sempre tra quelle colline, ma ho deciso di custodire quei sorsi per un capitolo dedicato; quel legame merita uno spazio esclusivo, tutto suo.

E allora, per passare alla prossima tappa, voglio farmi accompagnare da un’energia speciale: quella della sorellanza. Da quando faccio parte dell’Associazione Donne del Vino, ho scoperto il piacere profondo di condividere il valore del confronto con professioniste di altissimo livello. È un modo di vivere l’esperienza del vino con rigore, certo, ma anche con quel pizzico di leggerezza che rende tutto più luminoso.

Penso alla gioia di far gruppo con Claudia Riva di Sanseverino (la cara amica che molti di voi conoscono sui social come Crivads), che con il suo Lieve per Diletto non firma solo un blog, ma una vera filosofia di vita; o al confronto prezioso con Federica Cecchi, wine designer di successo che, nel nostro peregrinare tra i desk, riesce sempre a catturarmi con dettagli grafici ed estetici che a un occhio meno allenato sfuggirebbero. Insieme a loro, e a tutte le altre colleghe che saluto ogni volta con il sorriso, il lavoro diventa scoperta collettiva.

Credo che il vero messaggio pasquale risieda proprio qui: nella capacità di rinascere ogni giorno attraverso l’unione. Per spiegarlo, mi sono permessa di fare una rielaborazione personale ispirata al pensiero di una filosofa spagnola che amo, María Zambrano: le donne sono le custodi della nascita, coloro che sanno che ogni fine è solo l’inizio di una luce più grande. È proprio questa energia buona e creatrice che ci guida verso la nostra prossima meta.

L’Anima del Verdicchio e il cuore di Caterina Sartarelli

Attraversiamo i confini regionali per approdare nelle Marche, una terra dove il mare e la collina si fondono in un abbraccio sapido e dove il Verdicchio dei Castelli di Jesi regna sovrano. Se c’è una tappa che a Bologna ha rappresentato l’essenza di questo vitigno, è stata quella allo stand di Sartarelli.

L’azienda, situata a Poggio San Marcello, è un esempio di dedizione assoluta: dal 1972, la famiglia Sartarelli ha scelto di legare il proprio destino a un unico vitigno, il Verdicchio, esplorandone ogni sfumatura con un rigore monastico. Ritrovare Caterina Sartarelli a Bologna è stato un felice ritorno a quel viaggio fatto per la Convention 2024 delle Donne del Vino (che potete rivivere qui nei dettagli). In quell’occasione scoprii il fascino del loro Museo sul Verdicchio, vero archivio della civiltà contadina, e mi innamorai del Milletta: un vino che celebra i 50 anni della cantina ma che, soprattutto, omaggia la nonna di Caterina. Un ritratto liquido di una donna tenace, determinata e paziente, la cui forza silenziosa si ritrova in un calice dalla struttura nobile che sfida il tempo.

Il “Balciana”, il cru più iconico

Il Balciana non è solo un vino, è una sfida al tempo. Nasce da una selezione estrema delle migliori uve dell’omonima contrada, raccolte in surmaturazione, spesso a novembre, quando la natura sembra voler riposare. È qui che accade la magia: il graffio acido tipico del Verdicchio incontra una complessità aromatica maestosa. Un vino dorato e denso di luce, che al naso regala note di miele, ginestra e frutta esotica secca, mentre al palato si rivela opulento, caldo, ma sempre sostenuto da quella scia salina che è il marchio di fabbrica di Sartarelli. Ma il simbolo di questo equilibrio territoriale è senz’altro il Tralivio con la sua storica etichetta verde. Un calice che si trasforma nel compagno perfetto per la Crescia di Pasqua marchigiana o per i piatti più strutturati della tradizione.

Matelica: L’Anima di Montagna del Verdicchio

Dai dolci declivi dei Castelli di Jesi, il nostro viaggio ci spinge verso l’interno, dove il paesaggio si fa più austero e verticale. Benvenuti a Matelica. Qui il Verdicchio cambia pelle, abbandona le influenze marine per abbracciare un’anima profondamente montana.
Il segreto di questo territorio risiede nella sua conformazione geologica unica. A differenza delle altre valli marchigiane che corrono verso l’Adriatico, questa è una valle trasversale, chiusa tra le catene appenniniche, che non riceve il soffio mitigatore del mare. Il quadro pedologico ci parla di suoli di origine marina ma con una forte componente calcarea e marnoso-argillosa, ricchi di minerali. Il clima è prettamente continentale, con escursioni termiche feroci e inverni rigidi che impongono una maturazione lenta e sofferta.
Il risultato? Un Verdicchio che è un concentrato di energia: meno morbido, più acido, dotato di una spina dorsale salina e una longevità che sfida i decenni. Una valle, tre interpretazioni identitarie che ho incontrato alla Slow Wine Fair.

Ianai: La forza del recupero artigianale

La prima sorpresa porta il nome di Ianai, una giovane realtà artigianale guidata dalla passione di Fabrizio Sepe e Camilla Onesti. Qui il rispetto per il tempo è sacro: l’azienda custodisce vigneti storici che superano i 40-50 anni, gestiti con un approccio naturale che riduce al minimo l’intervento umano. Camminare idealmente tra i filari della vigna “Balzani” significa comprendere la filosofia di Ianai: rese bassissime (intorno ai 40-50 quintali per ettaro) e una cura manuale certosina.
Il loro Verdicchio è uno specchio fedele del terroir di Matelica: complesso, profondo, capace di raccontare la storia di viti che hanno affondato le radici nel calcare per mezzo secolo.
Una produzione di altissima qualità che restituisce dignità al lavoro del vignaiolo.

Tenuta Grimaldi: La Visione di Alberto

Proseguendo il cammino, ecco l’incontro con Alberto Grimaldi che mi ha raccontato con grande precisione la visione di Tenuta Grimaldi, una realtà che sa coniugare la tecnica con un rispetto profondo per l’ecosistema della valle. un antico rudere trasformato da Alberto e Federico, insieme al padre Sauro, in una realtà d’eccellenza di oltre 30 ettari. Qui la viticoltura non è un elemento isolato, ma parte di un microcosmo biologico integrato dove convivono farro, grano e girasoli. Il cuore pulsante sono gli otto ettari di vigneto a “Terradimondo”, dove il Verdicchio è interpretato con una pulizia stilistica impeccabile. Alberto mi ha spiegato con passione come la loro sfida sia quella di unire la produzione di alto livello a un’ospitalità sartoriale, trasformando la tenuta in un Wine Resort che permette di vivere Matelica dall’interno.

Tra espressione territoriale e il “gioco” del Trium

Alberto mi ha guidata alla scoperta dei loro vini partendo dal Verdicchio di Matelica DOC 2023, l’etichetta che porta il nome dell’azienda e ne rappresenta l’anima. È un sapiente blend delle migliori uve delle varie vigne ancora giovani, assemblate per far parlare il territorio. Nonostante un’annata difficile, il vino stupisce per profondità e struttura, grazie a quel tocco unico dato da una piccola parte di mosto che vinifica e affina in legno, impreziosendo il sorso.
Siamo poi passati a un progetto che è quasi un “divertimento” enologico: il Trium. Non è millesimato di verdicchio ma è un Metodo Classico Pas Dosé frutto dell’unione delle loro prime tre annate (2020, 2021, 2022). Resta 18 mesi sui lieviti e la sboccatura di gennaio 2025 ha rivelato un vino vibrante e originale. Un “bel gioco”, come lo ha definito Alberto, che conferma la capacità di questa mano sapiente di assecondare il carattere di Matelica con una bevibilità moderna e una tensione sempre viva.

Casa Lucciola: Il Respiro della Terra

Infine, ho voluto chiudere il cerchio marchigiano a Matelica con Casa Lucciola. Essere stata a trovarli direttamente in azienda mi ha permesso di toccare con mano l’autenticità del loro progetto biologico e biodinamico. In fiera ho ritrovato quella coerenza che avevo respirato tra i loro filari: vini che non cercano scorciatoie, ma che si offrono con una schiettezza disarmante. Il loro è un Verdicchio di “luce”, che riflette l’energia solare catturata dalla valle e la trasforma in una sapidità minerale quasi croccante. Una realtà che incarna perfettamente lo spirito di rinascita e cura che stiamo celebrando in questa Pasqua.

Rassomigli: cartolina liquida di un’annata

Un momento che mi ha fatto particolarmente piacere è stato trovarmi allo stand con Federica Cecchi, che ha curato il restyling delle etichette di Casa Lucciola dopo una vera full immersion nella loro realtà familiare. Ogni etichetta racchiude un messaggio profondo, come nel caso di Rassomigli, il Verdicchio di Matelica che Luca definisce una “cartolina liquida” da spedire a chi si vuole. Mi ha colpito come Federica sia riuscita a tradurre visivamente questo concetto: l’etichetta rappresenta diversi obiettivi fotografici, a volte più chiusi per raccontare le annate fredde e verticali, a volte più aperti per descrivere quelle solari e opulente. È un modo straordinario di raccontare come il vino sia, di fatto, il fermo immagine di una stagione sempre diversa. Per il resto della gamma, vi invito a lasciarvi guidare da Luca: non ne resterete delusi.

Piemonte: L’Erbaluce “rivoluzionario” di Luca Leggero

Il nostro viaggio pasquale si conclude in Piemonte, la terra dove il movimento Slow ha affondato le sue prime radici. Ma invece di portarvi tra i soliti (seppur grandiosi) blasoni, voglio farvi conoscere un volto che a Bologna mi ha letteralmente conquistata per energia e visione: Luca Leggero. Se cercate il rigore sabaudo tutto d’un pezzo, forse siete fuori strada; ma se cercate il cuore, il sorriso e un’originalità disarmante, Luca è il vostro uomo. Ha trasformato l’eredità di famiglia a Villareggia, nel cuore del Canavese, in un progetto che punta dritto alle stelle — o meglio, al suo celebre “Obiettivo 100”.

L’incontro con lui è una sferzata di adrenalina: la sua simpatia è contagiosa e quello che ti rimane dentro, oltre all’ottimo vino, è la pulizia del suo sguardo. Luca gestisce circa 8,5 ettari in regime BIO sulla collina morenica con un piglio internazionale e sperimentale che stupisce. Nel calice, il suo Erbaluce di Caluso non è mai banale, grazie a scelte stilistiche coraggiose come l’uso dell’anfora, che preserva la purezza assoluta del frutto regalando un’integrità varietale che tocca corde profonde. Per lui l’acidità non è un limite, ma la colonna portante necessaria per garantire longevità; le sue selezioni, come il “Rend Nen” (dal piemontese non rende nulla), possono affinare in bottiglia fino a 24 mesi, un tempo d’attesa che regala un equilibrio magistrale tra sapidità e struttura.
Sentire Luca parlare del suo Erbaluce, paragonandolo con orgoglio allo Chenin Blanc o ai grandi bianchi di Borgogna, ti fa capire quanto amore ci sia dietro ogni etichetta. È un linguaggio schietto, giovane e spontaneo, che rende il mondo del vino accessibile e, soprattutto, umano. Per chi volesse approfondire questa splendida avventura, qui link di un nostro articolo su di lui.

Poderi Marcarini: La storia che si rinnova tra Brunate e Boschi di Berri

Il nostro viaggio piemontese non si ferma e si sposta nelle Langhe, dove la storia incontra il futuro attraverso due realtà che incarnano perfettamente il concetto di “famiglia” e “visione”. A La Morra, la storia ha un nome preciso: Poderi Marcarini. Parliamo di una colonna delle Langhe che affonda le radici nella metà dell’Ottocento e che oggi vede alla guida la sesta generazione. Incontrare i fratelli Andrea ed Elisa Marchetti significa toccare con mano un passaggio di testimone fatto di estremo rigore e profonda sensibilità.

L’anima tecnica e “femmina” della cantina è affidata ad Elisa, giovane enologa che custodisce l’eredità di famiglia con precisione meticolosa. Sotto la sua guida, Marcarini mantiene uno stile fieramente classico — con l’uso delle grandi botti di rovere per il Barolo — ma con uno sguardo attentissimo alla sostenibilità e alla cura sartoriale del vigneto. La loro produzione si snoda attraverso tre anime distinte che mi hanno affascinata per coerenza, a partire dall’orgoglio del Nebbiolo. Con i celebri cru Brunate e La Serra, Marcarini rivendica il primato di essere stata tra le prime cantine, già negli anni ’50, a indicare il nome del singolo vigneto in etichetta, offrendo un Barolo che è pura espressione di terroir.

Ma la versatilità della cantina si scopre anche nell’anima bianca del Roero Arneis, un vino fresco e di carattere nato per valorizzare la tradizione piemontese, fino ad arrivare a quello che considero un vero monumento enologico: il Dolcetto d’Alba “Boschi di Berri”. È una “chicca” rara che profuma di storia sopravvissuta al tempo: parliamo di viti centenarie piantate a “piede franco” alla fine dell’Ottocento, rimaste indenni alla fillossera grazie a un terreno sabbioso che ne ha bloccato l’avanzata. Un vino unico per complessità e longevità, capace di emozionare chiunque cerchi nel calice la verità di un territorio.

Azienda Agricola 499: L’Enigma e la Nobiltà di Camo

Per l’ultima tappa di questo “giro Slow”, saliamo in alto, fino a raggiungere i 499 metri di altitudine del borgo di Camo, nelle Langhe più panoramiche. È qui che nasce l’Azienda Agricola 499, frutto dell’amicizia e della visione di Gabriele Saffirio e Mario Andrion.
Incontrare Gabriele sul campo è un’esperienza che riconcilia con il lavoro della terra. Ti accoglie con una pazienza e una passione rare, raccontandoti di vigne “eroiche” con pendenze che superano il 50%, dove la macchina non può arrivare e tutto è affidato alla fatica e alla precisione del lavoro manuale. Gabriele mi ha conquistata non solo per i suoi vini, ma per quel suo modo diretto e autentico di raccontarli. È stato un incontro speciale: quando ha capito che ero davvero interessata a comprendere a fondo la Freisa, mi ha addirittura accompagnata ad assaggiare quelle di due produttori accanto per aiutarmi a coglierne le differenze. È un gesto che capita raramente in fiera e che racconta molto della sua generosità professionale.

Una missione nobile

La loro missione è nobile: ridare luce a due vitigni storici troppo spesso messi in ombra, come il Moscato e la Freisa, che diventano autentiche sorprese pasquali. Vale la pena soffermarsi proprio sulla Freisa, una varietà che pochi conoscono davvero ma che vanta una nobiltà antica. Accostata fin dall’Ottocento al Nebbiolo, studi moderni hanno confermato un rapporto di parentela genetico strettissimo, plausibilmente un legame padre-figlia o una fratellanza. Questa eredità genetica si ritrova nell’eleganza dei vini di Gabriele e Mario.
Il loro Enigma è un nome che è tutto un programma: un Moscato Bianco di Canelli vinificato secco che rompe ogni schema, esplosivo al naso ma asciutto e sapido al palato, una sferzata di energia pura. E poi la Freisa che qui viene trattata con i guanti di velluto. Nelle versioni “Coste dei Fre” o “Anfiteatro”, ritrova quella dignità regale che aveva un tempo sulle tavole torinesi, con una struttura elegante e profumi di frutti rossi che sanno di sfida vinta contro le pendenze scoscese di Camo.

Un brindisi di rinascita e di pace

Questo viaggio tra i padiglioni di Bologna è il mio regalo di Pasqua per voi. È il racconto di un’Italia che sa innovare restando “sana” e che, proprio come le Donne del Vino con cui ho condiviso questi passi, trova nella condivisione la sua forza più grande.
Il mio augurio per questa Pasqua è che sia un tempo di vera pace. Sogniamo e costruiamo un mondo con meno violenza e più amore per le donne e, di riflesso, per la vita stessa. A questo brindo con tutto il cuore, perché non smetterò mai di crederci. Buona Pasqua di luce e di rinascita a tutti voi! Cin cin!

Le scoperte enoiche di Benny
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