Il buon vivere

Il buon vivere è il vivere del made in Italy, della moda, del costume, della società, del food e della hospitaliy. Tutte le passioni di Roberto legate da un invisibile filo: la curiosità.
Parlerò solo del bello, di ciò che piace, che appassiona e rende ognuno di noi, unico. Nulla sarà lasciato al caso, ogni articolo sarà il figlio della accurata ricerca che guida le mie passioni.

Come resistere alla narrazione di un pugliese trapiantato in terra pontina?

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11 Gennaio, 2025

Il suo nome è Piero. Piero Dry Gin

  Bedizzole in provincia di Brescia, nell’entroterra, vicino ai comuni rivieraschi di Padenghe e Lonato del Garda. Il primo nucleo abitativo di Bedizzole sorse sull’antica strada romana che collegava Brescia a Verona per poi svilupparsi nel tempo verso nord lungo la strada per Valtenesi. È possibile ammirare un bellissimo castello, costruito in difesa delle invasioni ungariche dei secoli IX e X e che racchiudeva l’antico borgo medievale. Qui ho il piacere di conoscere Giampiero Giuliano, con la sua bellissima barba lunga e gli occhiali, un ragazzo che difficilmente si dimentica. Sorridendo mi viene incontro, mi stringe la mano e mi fa entrare nel suo mondo, il Piero Dry Gin. Piero nasce in provincia di Brescia da genitori nati in sud America e nonni molisani. Il suo mondo per molti anni è quello del commesso viaggiatore ma poi diventa un’etichetta per destino. Per 22 anni ha lavorato in un’azienda occupandosi di ottica industriale e medicale con un ruolo International Sales Manager. Un esperto di sviluppo di nuovi mercati internazionali. Dal 2016 al 2018 fa un master MBA al Cuoa di Vicenza. La tesi finale è sulla nascita di un nuovo gin nel mercato italiano. Quasi a celebrare la sua molto originale storia. Una storia che inizia nel 2008. Immaginatevi una tiepida sera di maggio. La Gran Via di Madrid. Una semplice passeggiata per smaltire la giornata. Quella tipica giornata lavorativa dei suoi viaggi all’estero. Di un tratto delle luci blu che uscivano dalla vetrina di un locale del quale si intravedeva l’arredamento minimal. Entrare fu del tutto naturale, ammirare il bartender che dietro il bancone, con dedizione e creatività, preparava una bevanda dall’altissimo senso estetico, una logica conseguenza. In quel momento provò il suo primo Gin Tonic “premium”. Capisce che in Spagna sta nascendo un nuovo modo di bere il Gin Tonic: più moderno, più sensoriale. Si dà spazio ai sapori e ai colori. È così che comincia a collezionare gin da tutto il mondo per carpirne la ricetta. Comprendere tutto ciò che si cela dietro l’etichetta. Sorridendo ammette di essere arrivato ad averne quasi 300 di bottiglie. Erede di personaggi da romanzo di Gabriel Garcia Marquez: viaggiatori, capitani di ventura, imprenditori visionari e manager passionari che dal Molise la “regione che non c’è” emigrano a Puerto la Cruz in Venezuela, a Buenos Aires in Argentina e nelle principali città d’Australia, per poi tornare in Italia. Piero per anni è stato ambassador per un marchio italiano portando in giro nel mondo l’eccellenza italiana . Oggi è la sua bottiglia che lo fa per lui portandolo a toccare tutti i paesi del mondo. Gin Piero è innanzitutto Gianpiero che ne è il fondatore. Prodotto a Tocco da Causaria (Pe), in Abruzzo, a pochi km dal Molise, da Enrico Toro distilleria. Non sono esperto di Gin, ma quando Piero mi fa provare il suo Gin, capisco che c’è qualcosa di diverso dagli altri. Il suo è un gin tradizionale ma con note contemporanee, (solo 6 botaniche per il dry) a toccare tutti  i sentori  della ruota degli aromi. La bottiglia con l’etichetta recante il suo volto e il suo nome è poi troppo cool! Al naso suggerisce un bouquet di sentori con prevalenza ginepro quindi balsamico ma in sottofondo emergono le note agrumate, speziate ed erbacee. Al palato si destruttura come una piramide: prima le note balsamiche/terrose del ginepro, poi la parte agrumata dell’arancia dolce, quindi, proprio sul palato, il cardamomo fruttato e speziato, infine, sulla punta della lingua, lo zenzero. La maggiorana funge da collegamento così che il finale si impreziosisce con una nota dolce: l’ingrediente segreto che Piero non può, ne vuole, svelarmi. Non importa. Ciò che importa è il viaggio nel gusto che lo rende davvero unico. In sostanza un gin di pregevole fattura, senza fronzoli. Profumi marcati e dal gusto secco ed equilibrato. Giampiero mi racconta che dopo ripetute prove e sperimentazioni con più di 30 piante diverse, alla ricerca del distillato ideale, la miscela si è materializzata su 6 differenti botanici, dalla mistura alcolica perfetta: un’esperienza sensoriale per un nuovo incredibile sapore. Affascinante poi la spiegazione di Giampiero circa le tecniche di distillazione. C’è una attenta selezione delle materie prime: ginepro di primissima qualità bucce secche di arancia dolce, maggiorana, cardamomo, zenzero, e l’ingrediente segreto dalla nota floreale. Dosate e miscelate per essere messe in infusione idroalcolica a circa 60 gradi, in apposito apparecchio di distillazione un cestello per contenere le sostanze vegetali. Trascorso un tempo di circa 2 giorni, si procede ad una lenta distillazione assaggiando attentamente e scartando alcune frazioni non idonee, raccogliendo esclusivamente il cuore del distillato. A fine distillazione, il controllo analitico del distillato, gradazione alcolica e analisi organolettica che precede i vari dosaggi per definire la giusta quantità da utilizzare per un prodotto finito standard e armonico, tarato a 42 gradi alcolici. Il prodotto finito viene lasciato riposare, filtrato ed infine confezionato. La produzione di questo gin avviene in piccoli lotti, con l’aggiunta di botanici selezionati che ne esaltano la freschezza e gli aromi intensi. Piero cerca sempre di lasciare la stessa anima cambiando appena un parametro trasformando il gin in una nuova categoria. Piero 58 passa da 42 a 58 gradi diventando un NAVY strepitoso oppure aggiungendo il caramello si trasforma in un fantastico OLD TOM Piero Dry Gin e Navy sono  dei classicissimi London Dry, Old Tom è Italiano  ed è un distilled. Provo anche Piero l’italiano, un gin che rappresenta al 100% l’italianità: dalla sua ricetta molto mediterranea e di solo botaniche italiane (arancia, limone, rosmarino, origano, maggiorana, ginepro. Ha una bellissima bottiglia tutta blu con un’etichetta che ricorda un francobollo e sui laterali un’illustrazione creata definita Italian Spirit che racchiude 12 icone fortemente italiane tra monumenti, cibo e design. Una sorta di tributo al Bel Paese. Un gin mediterraneo che rappresenta una vera e propria celebrazione della tradizione e dell’innovazione che conferma la minuziosità del processo di distillazione, mettendo in risalto l’arte della lavorazione del ginepro e delle botaniche infuse. Piero non crea solo Gin ma è autore anche di hipster party, sushi night:: quasi 50 eventi l’anno con format sartoriali: aperipiero, a cena con Piero, hipster night o la nuova DEGUSTAZIONE MOTIVAZIOANALE per portare qualcosa di nuovo tra la gente. Per Natale la Xmas edition ha celebrato una edizione limitata di sole 2.000 bottiglie già  alla terza edizione. Il gin è un liquido che sblocca i ricordi natalizi: zenzero, arancia , cannella e profumo di pino. Illegale, il Gin Brulè è un connubio di aromi e dolcezza che non si dimenticano facilmente. C’è una ricetta per due tazze: 80ml di gin Piero Xmas, 400 ml di succo di mela, 2 cucchiaini di miele, 1 stecca di cannella per guarnire ed ecco che si ottiene la miscela perfetta per il Gin Brulè. Piero ha creato un gin iconico che racconta la sua storia e che attraverso la sua immagine e il suo nome, rimangono un simbolo di autenticità, passione e tradizione per le generazioni future. Ogni bottiglia rappresenta il ricordo tangibile di una esperienza unica. Un brindisi alla vita e un modo per continuare ad essere presente anche quando non ci sarà più. Una esperienza unica, avvolgente che lascia un sapore intenso in bocca, vi invito a provare il suo Gin a conoscere il suo mondo ricco di eventi e numerosi sono i locali dove poterlo gustare in tutta Italia.   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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4 Gennaio, 2025

Elda Cantine. Il Nero di Troia a due passi da casa

  Troia è un affascinante e suggestivo borgo millenario pugliese immerso nei monti Dauni, nella zona settentrionale della Puglia. Custode di tesori antichi ed inestimabili donati dalla Storia, la leggenda vuole che le sue antichissime origini (siamo agli albori del XI secolo) siano da attribuire a Diomede. Con molta probabilità il centro abitato inglobò la “città vecchia” preesistente. Divenuta Aecae in epoca romana, Troia si trasformò, data la sua posizione lungo la fitta rete viaria che collegava Roma all’Oriente, in un centro di primaria importanza. Strabone, Livio e Polibio, furono i primi a riportare notizie certe sull’esistenza di questo municipium. Tra la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero Romano, Aecae raggiunse il massimo sviluppo. La storia di questo borgo si intreccia in maniera così indissolubile con quella della Chiesa da aver tracciato un solco indelebile nell’arte e architettura locale. Simbolo del passato religioso della città è infatti lo splendido rosone di quel gioiello del romanico pugliese che è la Cattedrale, i cui lavori di costruzione cominciarono nel 1093 e si conclusero nel 1119. Tra i declini collinari di Troia ho scoperto Elda Cantine, una azienda nata ormai da oltre vent’anni. Conosco Alessandro, il direttore commerciale dell’azienda, che sorridente mi viene incontro accogliendomi nella sua bellissima cantina. Tanto bella da lasciarmi a bocca aperta per la bellezza che evoca. Il progetto Elda Cantine, il cui nome è una dedica dell’ing Marcello Salvatori alla madre Elda, nasce come normale evoluzione delle attività nel campo delle energie rinnovabili. Un’anima green del gruppo che ha visto recentemente l’apertura del primo Elda Hotel, ecosostenibile e biocompatibile, immerso nel verde millenario della Foresta Umbra, cuore del Parco Nazionale del Gargano. Le uve per le loro linee di prodotto più prestigiose vengono raccolte a mano ed in cassetta, da vigneti a spalliera e non irrigui, ubicati su terreni calcari a pietra bianca e coltivati nel massimo rispetto per l’ambiente. La gamma di vini, forte di vitigni autoctoni regionali e internazionali provenienti esclusivamente da terreni di loro proprietà, è decisamente vasta. L’impronta green è declinata in ogni fase del processo produttivo: cantine totalmente alimentate con energia rinnovabile, tappi 100% riciclabili, limitati trattamenti chimici. Rosalia Ambrosino è l’enologo (o enologa) entrata in azienda nel 2014 dopo un casuale incontro con Marcello che ha l’input di rilanciare l’azienda attraverso un importante rebranding forte di un ammodernamento della struttura. Rosalia è una napoletana di nascita, pugliese d’adozione, girovaga per vocazione. Il destino ha voluto che il suo incontro con l’Enologia fosse inatteso, fortuito. Quando arriva il “coup de foudre” che ti illumina la strada da seguire c’è poco da fare, così ha deciso che sarebbe diventata enologa nella totale inconsapevolezza di “cosa” le avrebbe portato e, soprattutto, “dove” avrebbe portato questa scelta. Ha viaggiato per “fare vino” tra i maestosi territori vitivinicoli Baschi, Pirenei e Alpi, ma il destino l’ha richiamata nelle terre che ama, il sud. Oggi si divide tra Foggia e Troia, narrando queste terre di Puglia attraverso Elda Cantine, una miscela di vino, cultura e territorio. Arrivata nelle terre di Capitanata ha sentito subito che questa incantevole parte della Puglia settentrionale sarebbe diventata la sua nuova casa oltre che una stimolante dimensione professionale. A conquistarla è il Nero di Troia, intrigata dall’alone di mistero, dalla storia di questo vitigno antico le cui “radici” affondano nei miti della cultura mediterranea. Affascinata dalla potenza dei profumi che sprigiona, dei tannini che graffiano e vanno domati. Rosalia decide di realizzare 6 diversi prodotti derivanti da questo stesso vitigno. Primo tra tutti il Metodo Classico. La sua idea di vino senz’altro si sviluppa attraverso il rispetto dell’ecosistema di cui siamo parte. La sua scelta è stata quella di una conduzione enologica sana, quindi fatta di controllo, ma allo stesso tempo etica e sostenibile. Ho in mano un bicchiere di Elda Brut Nature, il metodo classico da Nero di Troia, coltivato a Vigna Santa Cecilia da piante con circa 15 anni di vita. Suolo calcareo a medio impasto. Raccolta effettuata solitamente verso la fine di agosto. Affinamento 24 mesi sui lieviti. Alla vista appare rosa tenue, quasi cipria, con fine e persistente perlage, elegante corona di spuma. Al naso è ricco e fruttato con sentori di lievito e crosta di pane, dal gusto piacevole, morbido e sapido. Un vino perfetto abbinato a pesce crudo (scampi e ostriche), tempure di mare e di terra. Con i primi di mare si sposa magicamente. Da due anni c’è anche un’altra bollicina, altrettanto pregiata seppur con un’impronta totalmente diversa: il Troja Ancestrale, spumante metodo ancestrale, sempre da Nero di Troia. Un nome che è omaggio alla cittadina millenaria che ospita la cantina. Ogni anno con una nuova etichetta, un artista lo interpreta secondo il proprio istinto. Quest’anno è stato raccontato da Fonsy Nils. Proviene sempre da uve coltivate a Vigna Santa Lucia. La vendemmia è a fine agosto e la fermentazione è spontanea. Alla vista si presenta giallo ocra, opalescente. All’olfatto ricco e fruttato con sentori di lievito e legno di agrumi. Al gusto è piacevole, fresco e sapido. Un vino perfetto per gli aperitivi con il pesce, tartare di pesce, antipasti e torte salate. Rosalia sostiene che più di ogni vino, lo spumante richiede una cura attentissima e meticolosa, frutto di grande passione e un’approfondita ricerca nonché studio. Come quando si è recata con un team di colleghi presso un laboratorio enologico toscano a studiare il “liqueur d’expedition“. La mission di Elda Cantine è proprio quella di valorizzare al massimo le pregiatissime uve pugliesi e la produzione di questo spumante rientra proprio nella strategia di aumentare la consapevolezza di “riscatto” di un territorio, dove lo spumante deve rilanciarsi come prodotto d’eccellenza, in contrasto con l’idea di vino spumante tout-court confinato nell’immagine del “botto da occasione.” Ogni etichetta che si rispetti ottiene sempre dei riconoscimenti ma i più importanti per loro arrivano sempre dai clienti che li scelgono e continuano a scegliergli dall’Italia e sempre più anche dall’Estero. Macerotto, il bianco macerato da Bombino Bianco ha ottenuto il bollino rosso del prestigioso Wine Hunter mentre Ettore annata 2019, il rosso da Nero di Toria, ancora una volta si conferma un vino di altissimo pregio con le 4 stelle della Guida Vini Buoni d’Italia – Touring Club Italia con la menzione di “vino da non perdere”. Macerotto, sembra uno squarcio di vita sanato da un cerotto. Una rottura degli schemi, di quelle che segnano un nuovo inizio. Una vera rottura, fosse solo della macerazione. La fermentazione è sempre spontanea e la macerazione sulle proprie bucce è per circa 10 giorni. Affinamento in bottiglia per ulteriori 12 mesi. Non filtrato. Lo ritrovo nel bicchiere in una nuance giallo dorato intenso. All’olfatto esprime con forza e personalità il territorio e il suolo marnoso-sassoso. Le note di frutta candita, mandorla amara e in sentori balsamici lo rendono al naso piuttosto intenso e complesso. In bocca ha un gusto piacevole, fresco e sapido con una grande spinta acida. Ettore invece è l’eroe buono della guerra di Troia, dal carattere audace e fermo, rappresenta ciò che è la fierezza autentica del nero di Troia. Solo acciaio e nessuna filtrazione. Come da prassi qui. In mano ho un calice colmo di Ettore e non possono non apprezzare un profondo rosso rubino con riflessi granata. Naso intenso e complesso, con sentori di vaniglia, pepe nero e al gusto secco e caldo, morbido e tannico. Sicuramente un vino che si sposa bene con le carni o con la cacciagione. Dove il respiro della natura più selvaggia e incontaminata incontra la brezza spumeggiante del Mar Adriatico sorge l’Elda Hotel, esattamente al centro della “riserva naturale integrale” della Foresta Umbra, tra le più importanti d’Europa. Immerso nella rigogliosa vegetazione di questa sublime oasi di oltre 10.000 ettari a 800 metri sul livello del mare. Alla vista si presenta come un edificio elegante, ricostruito attraverso una meticolosa ricerca di materiali e soluzioni energetiche adeguate ad assicurare il minimo impatto ambientale al prezioso ecosistema, per restituire il piacere di soggiornare nell’abbraccio della Foresta, a pochi chilometri dalle coste più belle della Puglia. L’Elda Hotel rappresenta un innovativo presidio di tutela e valorizzazione dell’habitat naturalistico del noto Parco pugliese. Un complesso progetto ecosostenibile di recupero dello storico albergo-rifugio, inaugurato nel 1940, tra i primi della provincia di Foggia, che per decenni è stato un punto di riferimento. È una vera porta d’accesso alla bellezza selvaggia del Gargano, un invito a riscoprire il legame con la natura e con sé stessi. All’Hotel Elda si è aggiunto da poco Bosco Elda, una masseria in perfetto stile pugliese dotata di attività ricettiva e ristorante in località Amendola, sulla strada che da Foggia porta a Manfredonia. Qui ci sono anche le nuove vigne e gli uliveti. Una cantina da scoprire, una serie di interessantissimi vini non solo da assaggiare ma da degustare e lasciar sì che infondano tutta la loro potenza territoriale. Perché no, sorseggiandoli nel parco del bellissimo hotel. Emozioni. Tantissime e variegate sono le emozioni suscitate dalla scoperta di questa cantina. Un piccolo ecosistema nelle bellissime terre di Puglia.   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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28 Dicembre, 2024

La locanda del Teatro di Montefalco. Che lo spettacolo abbia inizio 

  Adoro l’Umbria e i ogni suo borgo. Sono tutti belli ma Montefalco ha qualcosa di speciale. jIl suo nome lo deve a Federico II di Svevia, il quale visitando i luoghi nel XIII secolo e constatando il gran numero di falchi presenti nell’area, decise di cambiare il nome della località da Coccorone a quello attuale. Montefalco custodisce un ricco patrimonio artistico che lo rende punto di riferimento essenziale per la conoscenza della pittura umbra, a cominciare dal Polo museale di San Francesco che rappresenta una sintesi della storia. Avvolto dalle splendide mura medievale, all’interno della prima cinta di mura sono presenti molte chiese. Giunti nella bella piazza circolare troviamo il Palazzo Comunale, la piccola chiesa di Santa Maria de Platea e tantissime residenze signorili del XVI secolo. Proprio attorno a Montefalco ha origine, da un vitigno autoctono, un vino reso unico dal favorevole incontro tra le caratteristiche del territorio, le condizioni climatiche della zona e la cura dei vignaioli: il Sagrantino di Montefalco. Passeggiando per le bellissime stradine di Montefalco, ho trovato la Locanda del Teatro dove vengo accolto da Paolo che mi fa accomodare ad uno dei bellissimi tavoli apparecchiati sedendosi con me per raccontarmi del suo ristorante. Dopo gli studi alberghieri la passione per questa meravigliosa professione è subito emersa prepotente. I viaggi e il lavorare in Relais & Château, residenze storiche, Hotellerie gli trasmettono l’arte della accoglienza e del savoir faire. Oggi, qui, alla Locanda del teatro si definisce colui che “conduce per mano” il cliente sin dal momento della prenotazione. Lo accoglie e lo accompagna con garbo e cortesia al tavolo dedicato, attraverso il percorso enogastronomico che vorrà̀ scegliere, non lesinando attenzioni e calore, proprio come a casa propria. Un maître d’altri tempi, galantuomo ed attento alle esigenze dell’ospite, vero ed unico protagonista del “Teatro”. La Locanda del Teatro era un tempo Rimessa delle carrozze all’interno del nobile Palazzo della famiglia – Camilli risalente al 1800. Un ampio spazio ove trovavano riparo sia i cavalli che le carrozze, unico mezzo di locomozione del periodo medievale. Da qui, attraverso un camminamento interno si accedeva direttamente al Palazzo residenziale. Potremmo definirlo in termini moderni “il garage “ma che proiettato all’epoca rilascia un sapore speciale. Un luogo che sprigiona fascino e magia agli occhi del viandante moderno. La Locanda del Teatro apre le sue porte 10 anni orsono in Piazza del Comune 19 dentro il Palazzo Bontadosi. Lo chef e Paolo scelsero questo nome, per la prossimità del Teatro San Filippo Neri e per quel senso di ospitalità che il nome richiamava il evocando così l’idea di ospitalità familiare, delle camere che il viandante poteva trovare all’interno del complesso per riposarsi dopo un lungo cammino. Pensarono alla locanda come al luogo ove poter trovare una “alta cucina di casa”, piatti semplici ma rivisitati (con non più di 3 ingredienti in ciascun piatto), prediligendo sempre gli ingredienti di stagione. Un nome non abbandonarlo neanche quando 3 anni fa, per motivi di carenza di spazi del ristorante si sono trasferiti nella location attuale, a loro avviso più̀ pertinente alla filosofia di Locanda. Cura di ogni dettaglio per essere davvero accolti e coccolati grazie anche alla ineguagliabile gentilezza di Paolo. Nella scelta degli arredi e suppellettili che definisco stupendi e forse unici sono stati coadiuvati e consigliati dall’Interior Designer Andrea Grisanti che ha riportato un vero teatro: divanetti di velluto rosso, lampadari scintillanti, tavoli decorati con disegni che provengono dalla sala degli specchi di Versailles, pavimenti in vetroresina, oro delle sale sottostanti. Il palcoscenico è la cucina. Qui tutto si trasforma: profumi, aromi, gusto che prendono forma raccontando il territorio .
I clienti non sono spettatori ma attori che guidati dal direttore d’orchestra Paolo, partecipano attivamente al banchetto. È così che lo spettacolo diventa, in una avvolgente atmosfera d’altri tempi, unico e sublime. Al piano superiore, una saletta privata ospita fino a 25 persone come su un pacchetto d’onore: pareti verdi British, a contrasto con il parquet del soffitto di piastrelle di terracotta e travi dal delizioso “caffèlatte”. Il menu che Paolo mi propone viene scelto e selezionato dallo chef Pasqualino, coadiuvato e supportato dal prezioso staff. Prima di decidere quale piatti proporre alla clientela lo chef pensa, progetta, sperimenta e infine realizza la pietanza che aveva in mente. I piatti di Pasqualino Titta respirano e sprigionano tutta la territorialità umbra forte della sua lunga esperienza nei ristoranti della regione, rivisitati con accenni di originalità, mai scontati. Attenta   elaborazione di materie prime di qualità, interpretate rispettando la stagionalità. Attenzione particolare è riservata anche alla clientela Vegetariana e Vegana. Pane e Pasticceria vengono realizzati internamente dalla brigata dello chef. Mi sono soffermato sulla carta dei vini, molto curata ben fornita, con etichette importanti e mi faccio suggerire cosa bere. Il menù proposto Paolo lo abbinerebbe con un Montefalco Rosso “Pipparello” riserva 2016 della Cantina Paolo Bea; austero e complesso nei sentori fruttati e speziati, opulento, rampante e intenso con la sua trama di tannini fini ed in questo modo sarebbe certo di suggellare la nostra amicizia. Paolo ridendo racconta che la carta dei Vini, viene curata da lui che è anche sommelier. Avendo lavorato nella grande Hotellerie ha accumulato una grande cultura in materia di etichette di varia provenienza e di varie tipologie, locali, nazionali e non. La cantina ove riposano in bella mostra le bottiglie è attigua al ristorante ed è motivo di orgoglio. I clienti che desiderano “fare una passeggiata” tra le annate possono godere di uno spettacolo suggestivo, osservare, scegliere e poi gustare a tavola in abbinamento con la pietanza che si degusterà. Il mio percorso gastronomico inizia con “l’Uovo Pascolo” in forma su zabaione di parmigiano e tartufo fresco di stagione dalle note “commoventi” per descrivere la bontà̀ nella sua estrema ma solo apparente semplicità. Paolo porta al mio naso un barattolino che annuso beandomi del pregiato tartufo bianco, preludio dei tagliolini con il medesimo tubero: sublimi al palato, deliziosi per l’olfatto. A seguire mi viene servito carré̀ di agnello in crosta di pistacchio con millefoglie gratinato di mele e parmigiano, piatto straordinario, che incontra i gusti dei clienti, anche i più̀ esigenti. Paolo racconta che numerosi i personaggi famosi si sono avvicendati in questi anni ai tavoli della Locanda del Teatro.
Si annoverano due super star di Hollywood (Premio Oscar) Gwyneth Paltrow e Cameron Diaz che li hanno scelti per festeggiare il compleanno della prima facendosi riservare la saletta privata per evitare sguardi indiscreti e godersi appieno l’evento speciale: 50 anni. Terence Hill altro personaggio famoso che tra tutti i ristoranti della zona ha scelto la Locanda per “mangiare umbro” e della noce a fine pasto che a sua detta trattasi di elisir di lunga vita. Il Generale Tricarico, affezionato cliente , amante della cucina del territorio. La Locanda del Teatro è un ristorante forse “non per tutti” ma coloro che la scelgono lo fanno quando vogliono un momento importante. Paolo, lo Chef e tutto lo staff lo rendono memorabile. Mi stupisco di come sia possibile che un simile ristorante non sia presente sulla Guida Michelin. Paolo ammette che non sono l’unico ad aver posto la questione…. ad oggi non ancora ma, in un prossimo futuro perché́ no, francamente gli piacerebbe. Con grande garbo Paolo mi lascia continuare la mia cena e si dedica ad altri clienti. Un posto davvero unico, che ti permette di prenderti il tuo tempo per gustarti il piacere di mangiare. Merita una vista e forse anche più di una. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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21 Dicembre, 2024

Opificio Fred. Fred Jerbis: l'amore per le erbe

  Polcenigo, provincia di Pordenone, Friuli, cicloturismo, passeggiate sui sentieri, navigazione con barchini elettrici lungo il Livenza, visite al sito archeologico di Palù di Livenza, alla sorgente del torrente Gorgazzo e al Parco di San Floriano. Un territorio ricco di sorgenti e corsi d’acqua, da scoprire poco a poco, con ritmi lenti. Un concorso di elementi naturali, storici e artistici ha permesso a Polcenigo di diventare uno dei Borghi più belli d’Italia. Testimoni della sua lunga storia sono oggi i resti del castello medievale, alcune dimore signorili del Cinque e Seicento e varie chiese, tra cui quella della SS. Trinità collocata nel magnifico scenario delle sorgenti del fiume Livenza. Una terra nata sull’acqua dove la distilleria friulana trova una delle sue massime espressioni, nella fusione di tradizione e innovazione, ma anche nell’infusione di un patrimonio botanico unico per la sua ricchezza, ancora curato e raccolto a mano da Federico Cremasco, erborista, alchimista e distiller. Federico, Fred per gli amici, dopo avermi stretto la mano con forza, mi porta nel suo mondo e inizia a raccontarmi la sua bellissima realtà. Iniziamo dalle origini, quando tutto è nato. L’iniziale curiosità per la mamma che prepara i liquori fatti in casa e poi il fascino per un orto botanico vicino alla sua abitazione sono gli elementi che stimolano la curiosità di Federico. Aggiungetevi la decisione di lasciare gli studi di ingegneria meccanica per inseguire la professione di barman e infine, dopo numerose esperienze in giro per l’Europa, quella di tornare in Friuli, tra i profumi di una terra amata. Qui il destino si compie e si definisce mettendogli tra le mani un antico erbario del 1946 su cui comincia a sperimentare e a lavorare. Il risultato è Fred Jerbis, innovativa linea di spirit artigianali italiani, fondata da Federico. “Fred Jerbis” non è altro che un alias che lo rappresenta: Fred è il diminutivo del suo nome, Federico, mentre Jerbis, che in dialetto friulano significa erbe, racconta una delle sue passioni”. Un’anima eclettica la sua, divisa tra coltivazione, ricerca, raccolta e distillazione. Un’erborista che coltiva piante giorno dopo giorno in un dialogo continuo con la natura, ma anche un alchimista con l’ossessione per il laboratorio e la sperimentazione di nuovi abbinamenti. Nelle occasioni pubbliche – fiere, eventi, presentazioni – Fred non manca di indossare il camice bianco e di portarsi appresso una valigetta con tutti gli strumenti del mestiere. Al di là del personaggio, piacevole e simpatico, è il risultato ciò che conta e su questo non ci sono dubbi, ma solo curiose e deliziose sorprese. Immergersi nell’atmosfera di Polcenigo, un piccolo paesino della provincia di Pordenone significa rievocare quel tempo sospeso nel tempo, quasi incorniciato in una memoria collettiva che rivive grazie all’inventiva e alla laboriosità dei suoi abitanti. Tra questi Fred, giovane eclettico e poliedrico sfugge a una definizione univoca. Erborista, alchimista, distiller sono alcuni dei ruoli che riveste all’Opificio Fred, azienda che si è fatta conoscere in Italia e nel mondo per i suoi liquori estremamente identitari. Le peculiarità del Friuli sanno trasformarsi in opportunità, offerte dalla sua stessa natura geografica a cui si associa l’intraprendenza dei suoi abitanti, dando vita ad un clima fervido di idee e progetti che spesso si trasformano, non senza un duro lavoro, in qualcosa di concreto, da condividere. In una terra dove l’acqua sgorga limpida e pura, non è dato sapere se una divinità o una ninfa abbiano effettivamente donato un contesto ambientale particolarmente salubre e suggestivo che ospita la foresta del Cansiglio, seconda foresta più grande d’Italia. È qui che Fred ha scelto di restare a diretto contatto con il suo territorio, con quella natura che con la sua ispirazione gli ha permesso di realizzare un sogno: creare liquori che esprimano l’essenza della sua Polcenigo, da far conoscere come ambasciatore del gusto del suo Friuli in tutto il mondo. Anni di esperimenti, prove e tentativi, alla ricerca delle botaniche giuste e delle proporzioni perfette per ricreare nel bicchiere quell’armonia che regna tra i verdi pendii e le fonti in cui il gorgoglio dell’acqua diviene la colonna sonora di una grande sinfonia. Solo nel 2014 viene realizzato un primo laboratorio dove le piante raccolte diventano infusi e distillati, inizia così una fase di ricerca e sperimentazione nel mondo degli spiriti. Fred continuando a perdersi tra boschi e radure, alla ricerca delle erbe migliori, si chiude nel suo laboratorio per creare la linea Fred Jerbis con Gin 43, Vermut 25 e Bitter 34, il trittico liquoroso che si ispira al mix del famoso cocktail negroni. Questa presenza costante della natura è anche l’ispirazione per AMARO16, il cui numero indica le botaniche raccolte direttamente dagli alberi. Nell’antichità i monaci ritenevano che tutte le piante, erano degli esseri senzienti, capaci di percepire la realtà e di apportare benefici all’uomo. Convinti di queste proprietà hanno iniziato, da un lato a coltivare piante e spezie negli “hortus botanicus” e dall’altro a raccogliere fiori e foglie direttamente dagli alberi, per creare così dei rimedi naturali. Fred, ispirato da queste tradizioni e dallo spirito degli alberi, di cui è un fervido cultore, ha voluto creare un amaro, in grado di rievocare i sapori di un tempo (ancestrali) . La maggior parte delle 16 botaniche, viene raccolta direttamente dagli alberi del Friuli: tiglio, gelso, frassino, cipresso, betulla; e viene realizzato attraverso un’unica infusione alcolica, come nell’antica farmacopea. Un amaro dal colore bruno tenue, completamente naturale, con una percentuale di zucchero molto bassa. Un aroma amaricante, ma fresco, con una persistenza erbacea, ma equilibrata; al gusto si può percepire una nota di frutti di bosco. Assaggio il Gin43. Un Gin originale, 43 gradi e 43 botaniche per concepire qualcosa di unico. Un gin distintivo, dal colore giallo paglierino, ricco di profumi e sentori, prima erbacei poi speziati; un gusto complesso, ma semplice al tempo stesso, perché equilibrato. All’olfatto predomina il ginepro, sono invece pressoché assenti i toni alcolici. Il gusto è equilibrato e delicato con note erbacee, agrumate e speziate, non c’è un’unica predominanza, ma è una sinfonia di aromi. Fred Jerbis è un progetto di ricerca e sperimentazione nel mondo dei distillati e dei liquori. Fred crede che per creare prodotti originali, serva innanzitutto un punto di vista diverso ed in divenire, senza mai dare nulla per scontato, ma cercando sempre di guardare da una nuova prospettiva. Davvero una realtà bellissima perché dalle parole di Federico si percepisce l’amore per la natura e il suo territorio e la sua forza di volontà ha permesso di trasformare il suo territorio, le bellezze e bontà della natura in un prodotto davvero unico che vi invito a provare perché ne resterete estasiati. Sicuramente è un prodotto che non si trova comunemente nei bar perché è riservato agli amatori, e se lo siete dovete assolutamente provarlo.         Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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17 Dicembre, 2024

Muma Gin. Spirito Pugliese

  A pochissimi Km da Foggia, in quel lembo del Tavoliere di Puglia che si incunea tra le Saline e l’Ofanto, al margine della Capitanata e a ridosso di Terra di Bari, è situata Trinitapoli, l’antico Casale della Trinità. Trinitapoli è il centro di quella pianura che dilaga tra la montagna sacra all’Arcangelo e i primi contrafforti dell’Appennino, pianura che sulla scia degli antichi tratturi della transumanza raggiunge la cittadina e l’avvolge con il verde intenso dei suoi campo. Il panorama, suggestivo nella sua semplicità, è dominato dal Cupolone della Chiesa Matrice, a testimoniare la genesi religiosa della città e la fede ancora ferma della sua gente. La Puglia, il luogo da cui tutto ha origine, mistero, voglia di scoperta, di ciò che verrà. La luce chiara del mattino che accarezza le pareti in pietra, lo sguardo su scorci di incantevole bellezza del blu del mediterraneo e degli ulivi secolari, scenari suggestivi da scoprire. Dall’idea di due imprenditori pugliesi, i fratelli Marinaro del Birrificio Matà, dall’amore per le proprie origini, dalla loro passione e dalla volontà di creare qualcosa che non c’era, nasce MuMa Gin. Il Birrificio Matà di Cerignola, a pochi Km da Foggia, fondato da due fratelli Marinaro, produce birre artigianali ad alta fermentazione e non pastorizzate in Puglia e nel Sud Italia, che guardano allo stile delle birre americane e belghe. Valerio che oggi incontro in distilleria, si occupa del commerciale e di portare Muma Gin in giro per il mondo. MuMa è un progetto in continuo divenire, un viaggio nel gusto, nel mare e nella terra di Puglia. Valerio confessa che Muma è stato dedicato ai più raffinati amanti del bere miscelato, si sviluppa attraverso la ricerca, la selezione e l’utilizzo in purezza di 6 botaniche, prodotte da culture sostenibili, che rappresentano al meglio un percorso di estrazione ed esaltazione di sapori e aromi unici, che insieme completano alla perfezione caratteristiche dei singoli ingredienti. La Camomilla, dolce e intensa, per arricchire la nota floreale dell‘Ireos che infonde morbidezza e texture. La Cannella, con i suoi sentori orientali, speziati e ricchi di fascino. Limone e Arancia, gli ambasciatori del Mediterraneo e della Puglia. Il Ginepro simbolo del Gin e della sua storia. È l’acqua purificata del Mar Mediterraneo a completare la preparazione insieme all’ottavo ingrediente, segreto e gelosamente custodito nella ricetta, che ammanta di ulteriore mistero e fascino il MuMa Gin. Muma gin possiamo descriverla come un mix di sei botaniche, l’acqua del Mar Mediterraneo e un ingrediente segreto, racchiusi nel nuovo distillato italiano, specchio di Puglia, dei suoi profumi, dei suoi colori e della sua storia. MuMa Gin è Puglia. La sua storia si intreccia, come in un affascinante romanzo, con il numero otto: come i lati di Castel del Monte, monumento Patrimonio Unesco e simbolo universale della Puglia, con la sua pianta ottagonale scelta come perimetro dell’etichetta. E come il numero di ingredienti utilizzati, frutto della regione di origine e di zona vocate del Sud Italia. MuMa è il primo spirit italiano che prevede l’uso dell’acqua purificata del Mar Mediterraneo, ingrediente caratteristico di questo Gin. Un gin guidato e ispirato dalla libertà di esplorare nuovi confini e diventare un riferimento per il bere miscelato di qualità. Libertà come mission, interpretata da MuMa con la creazione di un prodotto pensato per farvi immergere nello Spirito Mediterraneo, nelle sensazioni, nei colori e nei profumi della terra di Puglia. Con una attenzione particolare alla biodiversità e alla specificità degli ingredienti utilizzati. Grazie a un equilibrio unico di ingredienti naturali e l’acqua del Mar Mediterraneo MuMa Gin stimola attraverso tutti i sensi, passione, benessere e voglia di avventura. In futuro Valerio mi svela che ci sono due prodotti in fase di elaborazione che arricchiranno l’offerta di Muma Gin, ma al momento sono avvolti dal più profondo segreto. Un brand in continua evoluzione, in continuo fermento, un’esplosione di idee. A Valerio confesso che di Muma mi ha conquistato la bottiglia, per la sua caratteristica forma, realizzata appositamente e colorata di Tiffany per un senso di elitario e raffinato. Valerio versa in un bellissimo bicchiere il loro Gin, stupendamente limpido alla vista: profumi agrumati e balsamici e in bocca una esperienza che parte dolce e delicata per poi sprigionare punte di spezie e note classiche di ginepro, Infine, il finale in bocca è intenso, con una delicata sapidità. La ricetta di Muma è stata studiata molto a lungo anche con il parere di amici ed esperti del settore per ottenere una ricetta morbida, equilibrata e distintiva, soprattutto per il pizzico di sapidità conferito dall’acqua di mare. Il metodo di produzione di Muma Gin, commercializzato a 41,8 di percentuale alcolica avviene con alambicco a ciclo continuo che consente una distillazione pura e la ricetta unica che continua ad essere invariata grazie all’uso sempre degli stessi ingredienti naturali tutti pugliesi ed italiani continua a distinguerli e a renderli un Gin diverso dagli altri. MUMA è per gli spiriti liberi, è la voglia di sperimentare, desiderio di sensazioni uniche. Una bellissima novità, frutto della mia terra, che regalerà nuove emozioni agli amanti del buon bere.   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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14 Dicembre, 2024

Mirea. La fantasia della moda

  Torino è una città che evoca storia e in uno dei suoi tanti caffè incontrerò una ragazza che potrei definire speciale per quel che fa e quel che crea, conosciuta per caso perché colpito dalle sue creazioni su Ig. Mirea, mi attende al Bicerin. Lei un artista, una creativa, una stilista che crea abiti e non solo tutto da sola in casa e li vende principalmente on-line. Mi ero spinto sino a uno dei luoghi leggendari della Torino d’allora. Vestito da gesuita, e godendo con malizia dello stupore che suscitavo, mi recavo al Caffè Al Bicerin, vicino alla Consolata, a prendere quel bicchiere, odoroso di latte, cacao, caffè e altri aromi. Non sapevo ancora che del bicerin avrebbe scritto persino Alexandre Dumas, uno dei miei eroi, qualche anno dopo, ma nel corso di due o tre scorribande in quel luogo magico avevo appreso tutto su quel nettare… La beatitudine di quell’ambiente dalla cornice esterna in ferro, i pannelli pubblicitari ai lati, le colonnine e i capitelli in ghisa, le boiseries interne di legno decorate da specchi e i tavolini di marmo, il bancone dietro al quale spuntavano i vasi, dal profumo di mandorla, di quaranta tipi diversi di confetti…  Umberto Eco, Il Cimitero di Praga, Bompiani 2010 Mirea sorridente mi attende ad uno dei tavolini tondi di marmo bianco in una sala piena di specchi. Ci abbracciamo e baciamo, il suo calore arriva sulla mia pelle, il suo genio creativo si presenta. Appena seduto provo contentezza nel conoscerla pronto a scoprire il suo mondo. Non posso non dirglielo. È più forte di me. Ordiniamo subito due Bicerin. Impossibile ordinare qualcosa di diverso qui. Mirea, forse anche per rompere il ghiaccio, mi svela il segreto per assaporare al meglio il vero ”bicerin”: non mescolarlo, lasciando che le sue varie componenti si fondano fra di loro direttamente sul palato, con le loro differenti densità, temperature e sapori. È nata a Venezia e solo da qualche anno vive a Torino. Chissà quando ha iniziato a creare e a sognare. Lei sorride e mi dice che i suoi genitori l’hanno sempre invogliata a trovare un grande obiettivo da realizzare. Si ricorda ancora, quando era seduta in macchina, avrà avuto 5-6 anni, e con il suo sguardo perso nel paesaggio si è detta: da grande farò la Fashion Designer. Ed eccola oggi qui con me a parlare del suo brand Admire che ha aperto da poco ma che presto diventerà al 100% il suo lavoro. Ha sempre amato disegnare. Da piccola aveva un quaderno ad anelli fucsia dove inseriva tutti i suoi fogli, di quelli a quadretti piccoli, pieni di piccoli disegni a matita e penna blu, di abbigliamento, calzature, borse e gioielli. La piaceva tantissimo disegnare- Un modo di sognare e far crescere la sua fantasia fino a voler creare qualcosa con le proprie mani. Nella sua testa vedeva e vede tutt’oggi i progetti, opere, realizzazioni. Mirea. Mirea e i suoi sogni. Occorreva incanalarli e instradarli verso qualcosa di definito e strutturato che solo un percorso di studi poteva fornirle. Prima a Padova presso l’Istituto Ruzza, poi dopo 5 anni i di lingua all’estero conoscendo delle facoltà importanti della moda. Il sogno degli studi Stati Uniti infranto su problemi personali poi l’approdo alla Naba di Milano senza mai mollare. Mollare mai. Un percorso che le ha consentito di imparare cose inimmaginabili per lei. Qualcosa oltre a cucire e disegnare: lavorare a  maglia, all’uncinetto, tessuti con diverse tecniche, ricerca. Creazioni. Il bello della moda è poter sperimentare con tutto ciò che ti piace, che ti affascina, con tutto ciò in cui vedi del potenziale per realizzare qualcosa di bello. Non è bellissimo tutto ciò? 3 anni per conseguire la laurea in Fashion Design e un pezzo del suo sogno, realizzato. Ridendo dice che la sensazione che ti da questa corona in testa non ha eguali perché le ha permesso di sentire che tutto è possibile, pur affrontando momenti molto difficili e intensi. La famiglia sempre vicina è stata una vera fortuna. Un sostegno utilissimo quando molte persone del settore, non riuscendola a comprendere le dicevano: – tu non lo puoi fare, non sei in grado. Questi momenti l’hanno resa più forte, più determinata nonostante le facesse male sentire certe cose. I viaggi. I viaggi arricchiscono. Realtà diverse. Persone diverse. Culture diverse. Ricordi e esperienze magari utili per il futuro. Poter conoscere punti di vista molto differenti ti permette di tornare a casa con un bagaglio ricco di nozioni utili per la vita, per le creazioni. Tutto ciò che ci circonda è ricco di storia, di vita. Viaggiare vuol dire approfondire, vivere, sognare. L’ispirazione arriva da esperienze, natura, arte in generale: le sue creazioni in questo modo diventano personali e coerenti con le sue visioni, con il suo modo distopico e unico di vedere le cose. I suoi viaggi in Italia così come all’estero: Oxford, New York, Parigi, Barcellona. Lati belli e meno belli del mondo provando nuove cucine e pietanze, usi e costumi. Un bagaglio emotivo ed avventuriero che conserverà nel suo cuore e nella mente per tutta la vita. Dal suo profilo Ig ho scoperto che le piacciono i dolci e i colori e mi chiedo se ha mai provato a cucinarli. E’ una ragazza talmente vitale che saperla anche chef sarebbe sorprendente. Ammette timidamente che ama moltissimo i dolci ma quelli che cucina sua mamma sono spesso insuperabili. La mamma è sempre la mamma. Vivendo fuori casa la maggior parte del tempo, quando arriva la voglia di un ricordo, lo crea. Cucina e lo crea. Come a dire che anche la cucina è un’arte che permette di giocare, sperimentare e inventare come la moda. L’amore per i colori, chiari, scuri, luminosi, opachi.  Non ne ha uno preferito ma le piace mischiarli, abbinarli. Giocare con – combinazioni diverse. Il nero e il bianco sono intramontabili. L’azzurro in tutte le sue tonalità. Il rosa, il rosso e alcuni tipi di verde. In definitiva i colori li ama tutti. Temo che per scoprire chi sia davvero Mirea, non basterà una semplice chiacchierata. Troppe sfaccettature nella sua personalità. È una ragazza ambiziosa e si vede. Curiosa, sognatrice, creativa. Dotata di una incredibile  fantasia. Ridendo mi dice che potrebbe quasi venderla: ne ha tanta e non solo per la moda. La moda che ama è il mezzo perfetto per esprimere tutto quello che vede: in alcune creazioni si ridimensiona in altre le idee esplodono. Viaggi, disegni, cose nuove. Le stagioni con le loro incredibili palette e suggestive atmosfere sono essenziali per le sue creazioni. Mi sorprende quando mi confessa che il suo prossimo obiettivo è imparare a saldare come il suo papà perché pensa sia molto utile per dei progetti futuri che ha nella sua testa. Non oso immaginare. Un vestito saldato? Tutto ciò che è arte, scienza, moda, natura, città, metropoli appartengono al suo essere: l’arte è la fonte di ogni suo progetto. Artisti come Canova, Botticelli, Hayez, Bernini fonte di ispirazione. Appena ne ha l’occasione va a vedere le mostre di cinema, scultura. Scorge i quadri che ritiene più suggestivi e li stampa indelebilmente nella sua mente. Forse nell’animo. Le cose nuove la spaventano solo in parte anzi ne è quasi attratta. Come una bambina curiosa e attenta. Sembra quasi difficile poterla definire una persona riservata poiché il suo grande sogno è voler comunicare tutto ciò che crea a tutto il mondo. Eppure lo è. Il cinema e il genere fantasy è un suo pallino.  Onestamente non ne vado pazzo ma sono curioso di capire come proprio attraverso il fantasy riesca a sviluppare le sue creazioni. Per lei il cinema è un pozzo di idee; negli anni ha scoperto che è proprio il Fantasy il genere che preferisce: abiti pazzeschi costruiti con strutture così complesse che a vederli immagina subito il lavoro che c’è dietro. Tutt’altro che facile. Ogni film ha la sua storia e tratta di storie. Storie da raccontare. Storie che solcano il tempo. Film che nel tempo hanno incrementato la presenza di tecnologia: colori, luminosità, intelligenza artificiale. Se pensiamo a film fantasy vecchi come Metropolis, Blade Runner e soprattutto Barbarella, di tecnologia ce ne era poca, Ma c’era fantasia ed è proprio quello che le piace. Vedere come le persone pensano ad un’ambientazione, a come la rendono possibile tramite ciò che in quel momento è presente e accessibile. È questo che le crea sensazioni ed emozioni così che una immagine si traduce in un vestito / costume. Lei lo vede già finito, indossato. Vede come realizzato, se è fattibile. Vede ogni passaggio necessario per la sua creazione. Tutto è una fantasia. Tutto un sogno. Come quello di diventare una designer come Chanel, Dior, Dolce e Gabbana, Schiaparelli, Jean Paul Gaultier o finire sulla copertina di una rivista di moda. Nelle ultime creazioni sta ridimensionando la sua follia (così le piace definirla) ma ha deciso che tornerà con dei capi ancora più unici, stravaganti ed indossabili solo per eventi come il Met Gala o Red Carpet; senza abbandonare le sue collezioni. Ha sempre sperato che le sue creazioni facessero colpo su qualcuno, ancora oggi continua a sperarci, le piacerebbe trovare delle persone che capiscano il suo potenziale, il suo modo di fare e la sua voglia di entrare in questo mondo. Lungo il suo percorso ha incontrato molte persone che non capendola, cercavano di demoralizzarla. Solo poche persone  hanno visto in lei la luce. Hanno capito cosa disegna, cosa crea. Lei non crea perché la gente si vesta. Lei crea per le persone che desiderano unicità e non hanno paura di mostrarsi al mondo. Non crea per vendere e basta, lei crea per chi apprezza il suo lavoro, per chi vede la passione che ci mette, per chi vuole provare qualcosa di diverso dalla normalità. Disegnare per Mirea è una liberazione. La sua matita è il tratto distintivo che filtra le idee. Con tutto quello che ha in testa potrebbe disegnare una collezione in un giorno esprimendo tutta se stessa. Io la guardo e vedo una ragazza semplice, con tutta una stravaganza che è nella sua testa. Non potendola, o volendola, mostrare a chiunque, la riserva a chi la vuole vedere attraverso le proprie. Per ogni obiettivo grande ce ne sono tanti piccoli che ti aiutano ad arrivare dove vuoi. Con fatica e determinazione. Come  il suo percorso. Il sogno, quello che continua è legato sempre alle persone. Magari dicessero pensando al brand dicano : “oh sì quel brand è pazzesco e intramontabile”. Il suo brand, Admire.  Vuole che cresca, che diventi importante. Spesso usa dire a chi la conosce che : “quello che creo non è solo Moda, ma è anche arte e va guardata con gli occhi di chi sa sognare” Ogni cosa è prodotta a casa. Senza una vera sartoria. Tutto è artigianale. Tutto è unico. Il suo motto è : “I capi Admire sono creati da lei per rendere ogni donna felice, fiera di chi è e del suo corpo, il corpo della donna non ha difetti ma piccoli dettagli che la rendono unica.” I capi in serie li compra anche lei. Fanno parte del nostro mondo. Ma le cose non sono semplicemente “belle” . Vanno guardate attentamente: assenza di difetti, qualità del tessuto, provenienza. Per concludere questa bella chiacchierata le chiedo tre aggettivi per descriversi: lei sorridendo risponde determinata, creativa e sognatrice. Il bicerin è stato molto buono, degno di questo posto così storico e posso uscire con Mirea felice di questa chiacchierata che mi ha permesso di conoscere un mondo per ora conosciuto da pochi ma mi auguro presto sia conosciuto da tanti.   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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7 Dicembre, 2024

Mattia e la famiglia Scarbolo. Il vino è come un vascello

  Partendo da Udine inizia il mio viaggio in direzione sud verso Palmanova cittadina patrimonio dell’Unesco e più precisamente fuori le mura di Lauzacco, una frazione di Pavia di Udine, microcosmo enologico. Un posto piccolo, poche case ma ben curate dove è piacevole passeggiare. Ci troviamo nella zona Doc Friuli-Grave, dove incontro Mattia uno dei figli di Valter proprietari dell’Azienda Agricola Valter Scarbolo, un ragazzo davvero simpatico, che con poche parole mi fa entrare nel suo bellissimo mondo, la sua stretta di mano mi ha trasmesso tutto l’amore del lavoro che fa e l’amore per la sua terra. Mattia ha voluto parlarmi della sua regione che io conosco davvero poco. Il Friuli-Venezia Giulia è una delle più piccole regioni d’Italia, collocata all’estremo nord-est del nostro paese, culla della tradizione mitteleuropea e terra colorata dalle sfumature dei diversi popoli e culture che l’hanno abitata nei secoli. Come uno scrigno ripieno di gioielli, il Friuli è un ambiente variopinto ed unico. Accarezzato da freschi venti orientali e temperate brezze marine, è un compendio di numerosi elementi naturali che inizia con le Alpi a nord, le colline ad est che separano dalla Penisola Balcanica, la Pianura Friulana ad ovest, prosecuzione della Val Padana, ed il Mar Adriatico a sud, accessibile tramite le lagune ed il Carso. La complessità della superficie si ripete anche nel sottosuolo: il Friuli presenta le rocce sedimentarie più antiche di tutta la penisola italiana ed i processi pedogenetici hanno generato un ricchissimo corredo di profili compositi e polimorfici, riflessi nelle più di 130 unità pedo geografiche della regione. Queste caratteristiche, assieme all’unicità del microclima – a cavallo tra il tenore mediterraneo ed il clima continentale, contraddistinto da importanti escursioni termiche che permettono una maturazione lenta ed equilibrata delle uve – sono il presupposto ideale per la coltivazione della vite e l’ottenimento di vini equilibrati ed eleganti. La loro storia inizia da lontano con nonno Gino, un contadino in una famiglia di mezzadri, come le generazioni precedenti, cantiniere responsabile della produzione vinicola dei proprietari terrieri dove viveva la famiglia Scarbolo a Chiasalpo, un villaggio a pochi chilometri da Cividale. Era responsabile non solo della produzione vinicola ma anche della vinificazione per il Conte. Gino, stagione dopo stagione sviluppò una particolare propensione e consapevolezza del fare il vino che è rimasto come un segno nella famiglia Scarbolo. Negli anni ’50, a ridosso della Riforma Agraria, si trasferì assieme ai fratelli ed alle famiglie a Lauzacco, dove comprarono qualche ettaro di terreno per continuare a lavorare, con la grande differenza che questa volta era in proprio, e lui piantò anche 1 ettaro di vigneto, cultivar a cui si era ormai affezionato. Iniziò a produrre vini, che vendeva localmente in damigiana, passarono così alcuni decenni senza grandi cambiamenti e così Gino gettò le fondamenta per l’azienda che oggi Scarbolo è diventata. Nel 1982 il papà Valter, dopo una breve esperienza da “colletto bianco” decise di prendere il testimone dell’azienda agricola da Gino (il fratello e la sorella di suo padre, invece, presero strade di vita diverse) e di dedicarsi esclusivamente al ruolo di vignaiolo. Valter che era cresciuto respirando la dedizione e la passione di suo padre, decise di studiare viticoltura ed enologia per intraprendere lo stesso percorso ma puntando ad un salto di qualità: piantò il suo primo vigneto ispirandosi alla scuola francese, caratterizzata da sesti d’impianto fitti e rese basse, ed abbandonò le damigiane, iniziando così ad imbottigliare il vino e nel 1982 uscì con il suo primo imbottigliamento. Anno dopo anno, i vigneti aumentarono e l’azienda iniziò ad assumere il profilo di oggi. La traccia disegnata da quelle ruote partite 60 anni fa, tutt’oggi è stata intrapresa dai figli di Valter e Maria Grazia, Lara e Mattia, che con dedizione propositiva hanno dato inizio ad un nuovo capitolo di questa storia. Mattia ormai insieme a Lara ha preso il testimone da Valter e sono diversi anni che vivono l’azienda attivamente e fanno il possibile per essere complementari. Lara è un enologo e tutt’oggi insieme al papà decide come creare i loro vini, che vengono studiati attentamente da entrambi ed insieme si dedicano alla cantina mentre Mattia si dedica alla vigna, mentre la mamma Maria Grazia aiuta in ufficio. La loro è una bellissima storia ed i vini che producono che Mattia in cantina mi ha fatto provare sono davvero buonissimi, vini di una particolare identità , di grande equilibrio nel calice e raffinati. Mi hanno colpito soprattutto i colori dei loro vini intensi allo sguardo e i profumi che sprigionano. Il loro Pinot Grigio è davvero eccezionale. Nei loro vini si respira tutta l’artigianalità della produzione e la passione di tutta la famiglia Scarbolo. In prossimità della loro cantina, crescono vitigni nativi come il Friulano, il Refosco, la Ribolla Gialla e internazionali come il Pinot Grigio, lo Chardonnay, il Sauvignon. L’intera pianura è formata da suoli di origine alluvionale, grossolani nella parte settentrionale della Doc, più minuti man mano che i fiumi proseguono il loro corso. Il papà di Mattia, Valter intraprese il percorso vitivinicolo nelle Grave del Friuli, una zona che negli anni ha elaborato una pessima reputazione. Ed a metà anni ’90 è riuscito ad entrare con forza nel mercato statunitense, dove il Pinot Grigio la faceva da padrone, e naturalmente questa cultivar diventò la protagonista in azienda. Così, eventualmente si trovarono associati a due realtà (le Grave ed il Pinot Grigio) abbastanza sfigate se si pensa a progetti votati alla ricerca di qualità ed al lavoro dedito e certosino. Allora, il papà Valter prima e Lara ed Mattia poi, hanno deciso di fare i bastian contrari e provare a dimostrare che ci può essere qualcosa che va oltre rispetto a ciò che viene raccontato e fatto ora. Per quanto riguarda il Pinot Grigio, la loro attenzione è su tre vinificazioni: una ramata (la vinificazione più storica, in cui la separazione della buccia dal succo avviene per alzata di cappello, donando al vino l’iconico colore), che è anche l’unico vino comunale (ovvero proveniente da più vigneti), poi lavorano una vinificazione in bianco, dalla vigna più vecchia che riporta fortuitamente anche significative quantità di calcare attivo, ed una pienamente macerata, le cui uve provengono da un altro vigneto dove risiedono alcune viti soggette ad acinellatura, una fenomenale risorsa per questa vinificazione. In quanto a cloni, per adesso ne hanno solo uno, ma proprio questo inverno andranno a raccogliere delle marze da un vigneto storico massale e Mattia sta seguendo un progetto di vite da seme. Andare controcorrente è nel loro DNA. Non per un vuoto desiderio di provocare fine a sé stesso, bensì perché credono nel dare vita alla forza delle proprie idee anche quando non sono riflesse da trend di mercato. Mattia mi racconta che ormai sono vitivinicoltori da tre generazioni, e lavorano per comunicare l’eccezionalità dei loro terroir nelle Grave del Friuli. Oltre ai tre vini citati sopra, il loro perno centrale, fanno anche un uvaggio bianco da Chardonnay, Sauvignon, e Tocai – questo è stato un modo di fare uso di due vigneti che hanno risparmiato dalla “decimazione” del 2020, quando Lara ed Mattia hanno rimosso 15 ettari (così da concentrarci solo su 13) e smesso di fare 10 vini per focalizzarsi su soli 5. L’uvaggio è anche una vinificazione abbastanza rappresentativa del Friuli (con il fenomenale Collio bianco, sebbene usano alcune varietà diverse). L’altro vino è un Refosco dal Peduncolo Rosso, che li sta divertendo molto perché trovano una grande sfida l’interpretarlo in forma delicata e di beva; perciò, sono in fase ti prove varie (forse hanno trovato la quadra questa vendemmia con una macerazione semi-carbonica). Ma Mattia dice di portar pazienza, aspettare e tornare per poter gustare la nuova vendemmia. In una terra vocata ai vini bianchi, la loro prima “selezione” è stata un vino rosso in appassimento che mostrasse il “muscolo” ed un’identità inaspettata, oltre ai vini macerati e l’uvaggio, testimoni del patrimonio vinicolo friulano, con cui si esprimono già dai primi anni 2000. Mattia e Lara credono in vini equilibrati, pazienti, e persistenti. L’equilibrio tra le caratteristiche varietali ed il percorso enologico intrapreso in cantina. La pazienza nell’attesa – non hanno un bisogno fisiologico di consumare vino, non c’è fretta: rilasciano i loro vini quando si possono esprimere al meglio, forti di un adeguato respiro evolutivo. La persistenza di vini pieni, caratterizzati da accattivante tensione, mineralità, e gradazione alcolica che riflettono il loro terroir. Mattia sorridendo dice che Il vino è un ambasciatore del terroir, e non bisogna dimenticarlo.
Quando conobbi Mattia la prima volta viaggiava tantissimo, ormai invece viaggia poco (circa 1 mese all’anno contro i 4 mesi quando faceva il puro commerciale e l’intera struttura aziendale e mercati erano entrambi molto diversi). Prendendosi cura della campagna, la maggior parte del suo tempo è ormai qua. E si diverte molto, molto di più! Diciamo che l’equilibrio tra tanta solitudine e pace con una spruzzata di vita sociale e festiva quando va a vendere sono una dimensione che a Mattia piace molto. Dopo una storia così lunga e non banale mi viene da chiedergli se in realtà c’è un segreto nascondo in una azienda con tanta storia. Mattia sorride, ma non crede ci siano segreti. Ognuno trova la propria formula tra le mille mila variabili che si accumulano nella propria vita. Piuttosto, a guidarli sono l’ardente desiderio di riscatto e la credenza che questo può avvenire solo con dedizione senza compromessi ed onestà intellettuale. Per questo, in una regione trainata dai Colli, hanno coscientemente ed orgogliosamente investito nella pianura, dove hanno identificato una mancata realizzazione di valore, certi che si possono invece raggiungere risultati di altissimo calibro Mattia parla dei simboli che li rappresentano, le ruote. Proprio come le Ruote, non si fermano mai e colgono ogni occasione per fare meglio. Mattia racconta che giorno dopo giorno li aspettano nuove sfide ed opportunità e sta’ a loro saper interpretare al meglio ogni momento e… Far girare le ruote Le ruote rappresentano la ciclicità della vita, che seppur costellata di deviazioni e sfide, ci presenta sempre un’alternativa, una seconda possibilità, un’occasione per fare meglio oggi consci delle lezioni di ieri. Valori profondi, ben radicati contraddistinguono Mattia e la sua famiglia e con essi i loro vini. Sono una famiglia che è riuscita a domare il carattere forte del Friuli e del suo territorio raccontando una storia di tradizione enologica moderna e accattivante. Una bellissima realtà da conoscere, da raccontare e da scoprire, motivo per cui vi invito a visitare il loro sito, la loro pagina Instagram nonché ad andare a trovarli in azienda, un posto rinnovato da poco ma che dentro racchiude l’essenza di Gino, della sua storia e delle sue tradizioni arrivate a Mattia e a Lara.     Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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