Il buon vivere

Il buon vivere è il vivere del made in Italy, della moda, del costume, della società, del food e della hospitaliy. Tutte le passioni di Roberto legate da un invisibile filo: la curiosità.
Parlerò solo del bello, di ciò che piace, che appassiona e rende ognuno di noi, unico. Nulla sarà lasciato al caso, ogni articolo sarà il figlio della accurata ricerca che guida le mie passioni.

Come resistere alla narrazione di un pugliese trapiantato in terra pontina?

Instagram

spegis Arrow Right Top Bg

3 Marzo, 2025

Spegis Cioccolato. Il gianduiotto svestito a Torino

  La nuova frontiera del trendy è via Monferrato a Torino. Mi dicono che se voglio vivere la torinesità devo passeggiare in via Monferrato. Se siete pronti per un colpo d’occhio spettacolare dirigendovi alla sinistra della chiesa della Gran Madre di Dio troverete la bellissima via pedonale che oggi si apre davanti ai miei occhi con una pioggia di ombrelli. Una via che per il numero di turisti con macchine fotografiche forse è una delle più fotografate di Torino Via Monferrato a Torino è quella via che si crede una Parigina in vacanza, ma con l’anima sabauda ben salda sotto i sanpietrini. Un piccolo gioiello pedonale dove le boutique sembrano fatte apposta per farti credere che “solo una sbirciatina” sia possibile. Via Monferrato è quel mix perfetto tra eleganza, gola e la costante sensazione che il portafoglio stia per prendere decisioni senza il tuo consenso. E tu? Beh, tanto vale arrendersi e godersela. Se pensate che il cioccolato sia so lo una dolce tentazione, preparatevi a cambiare idea: a Torino in questa bellissima via al numero 20, ha aperto Spegis Cioccolato, una bottega che trasforma il cacao in un’esperienza divina. Sulla porta di questa bellissima bottega ad aspettarmi c’è Leonardo Buccolieri che con Alessandro Spegis e sua moglie Francesca Giachino hanno aperto questa bellissima realtà. Leonardo mi stringe la mano e mi fa accomodare all’interno della cioccolateria. Sono un goloso e non posso celarlo e così in modo compulsivo le mie mani sono attratte da una bellissima ciotola dove all’interno ci sono doni preziosi per la mia gola. Tra le mie mani ho il preziosissimo “gianduiotto scartato” e tagliato al coltello. Una rivoluzione nel mondo della cioccolateria. Leonardo mi racconta che il loro progetto è nato ad ottobre 2023, quando Alessandro e sua moglie Francesca insieme a lui hanno deciso di intraprendere quest’avventura. In un anno sono riusciti ad allestire il loro laboratorio e a regalarsi tante soddisfazioni. Alessandro e la sua storia sono l’anima del progetto. La sua idea dopo una vita al fianco di grandi chef d’Italia è quella di creare la prima una bottega di gianduiotti nudi con cacao Criollo peruviano, con zucchero caramellato e un pizzico di sale. Il gianduiotto è stato il primo cioccolatino incartato – carta rigorosamente dorata – della storia, protagonista della scena del cioccolato torinese ufficialmente dal carnevale del 1865. Si poteva voler cambiare un mito? Ci ha pensato Alessandro Spegis insieme a Leonardo e a sua moglie Francesca. Alessandro da giovanissimo intraprende un percorso che lo porterà negli stati uniti, in spagna e infine in Italia lavorando con i migliori pastry chef esistenti. Negli ultimi 15 anni dopo aver affiancato brigate di chef stellati è stato il cioccolatiere di Guido Gobino. La voglia di esprimere la propria arte con il cioccolato lo ha portato, con la moglie Francesca, sommelier e discendente di una famiglia di storici ristoratori, a fare il grande salto. Leonardo ha sposato questa bellissima idea con la massima fiducia nella competenza e nell’estro creativo di Alessandro, che ancor prima di essere suo socio e compagno in quest’avventura, è da tantissimi anni un amico fraterno. Alessandro, il maestro cioccolatiere di questa bottega dietro questa delizia, ha deciso di sfidare le convenzioni proponendo gianduiotti tagliati a mano e venduti senza incarto. Un’eresia? No, una rivoluzione. I loro gianduiotti «nudi» sono fatti con cacao Criollo peruviano, colati con il sac à poche e tagliati al coltello (tutti impercettibilmente diversi, e perciò unici), e nell’impasto c’è lo zucchero caramellato, per una texture che fa ballare le papille gustative. Leonardo mi racconta come questo progetto sia nato nella maniera più semplice e naturale possibile. Si sono intestarditi a far di tutto per aprire prima del periodo natalizio, per mettersi subito alla prova.  Non è stato certo facile né indolore. Hanno creato una linea unica di gianduiotti con una ricetta tradizionale ormai introvabile. L’idea più innovativa è stata però scartare il gianduiotto, quasi una rivoluzione iconoclasta. Perché? Leonardo mi svela che hanno voluto seguire un percorso diverso, che valorizzasse l’artigianalità e la qualità, ci aggiunge pure un quantitativo omeopatico di sale, per migliorare il gusto. Alessandro seleziona personalmente gli ingredienti che utilizzano. A partire dalle fave di cacao, che tostano e lavorano direttamente nel loro laboratorio. Dopo aver gustato il loro buonissimo gianduiotto, con la bocca ancora sporca di cioccolato chiedo come mai hanno deciso di chiamarli “nudi”. Vengono chiamati nudi proprio perché hanno deciso di presentarli esattamente come nascono. La loro particolarità è proprio la loro unicità. Ogni gianduiotto è diverso dall’altro per forma e peso, ed al palato la sensazione è notevolmente differente rispetto al classico gianduiotto incartato. Per le festività ovviamente non sono rimasti a corto di idee. Leonardo mi porge una fetta del loro panettone realizzato con il loro cioccolato. Un panettone nato dopo un’attenta selezione di produttori artigianali.  Il desiderio di collaborare con Grano – Fornai in Fermento per proporre un panettone che rispecchiasse in toto l’artigianalità dei loro prodotti, li ha portati a creare due linee. Il loro cioccolato perù 62% all’interno dell’impasto come base per un panettone al cioccolato con albicocca tonda di Costigliole d’asti. Il nostro fondente 62% per ricoprire un panettone alla vaniglia senza canditi, sulla ricopertura mandorle grezze e nocciole igp Piemonte. Un dolce natalizio che promette di far concorrenza a Babbo Natale in persona e che ormai è impossibile trovare perché durante le feste natalizie sono andati a ruba. Ovviamente non finisce qui: tra le creazioni di Spegis spiccano dragees, creme, tavole, nocciolati, fiches da degustazione utilizzando diverse percentuali e diverse origini, ma anche tartufi che sembrano appena colti dal bosco e clementine candite ricoperte di cioccolato, per un mix di tradizione e innovazione che sorprende a ogni morso. Hanno cercato di espandere la materia il più possibile, in modo da fornire un’esperienza molto ampia. Per tutti i gusti e per ogni palato. E considerato che il tutto viene prodotto a mano nella maniera più artigianale possibile, è certamente degno di nota. Leonardo mi dice che il loro è un lavoro continuo, ricercano, lavorano e producono le loro materie prime ove fattibile.  Tutto il ciclo produttivo è pensato per essere portato a termine con il minor utilizzo di macchinari. Producono e confezionano ogni prodotto personalmente. Il loro obiettivo è fornire un’esperienza ormai troppo rara da trovare e molto ricercata. Sono consapevoli che si tratta di un prodotto di nicchia. Me è esattamente quello che vogliono. Spegis Cioccolato non è solo una cioccolateria, ma un viaggio sensoriale nel mondo del cacao, dove ogni prodotto racconta una storia di passione e artigianalità. Sicuramente per chi si trova a Torino una visita è d’obbligo: il palato ringrazierà. Insomma, da Spegis Cioccolato non si esce mai a mani vuote e neanche con i jeans larghi come quando si è entrati. Qui il cacao è una cosa seria ma il peccato di gola è altamente consigliato e, diciamocelo, pure inevitabile. Sconsiglio a chi è a dieta di andarli a trovare, ma se amate il cioccolato più di certi parenti a Natale, fate un salto in via Monferrato: il vostro palato vi ringrazierà, la bilancia un po’ meno, ma chi se ne importa? Sorridendo ringrazio Leonardo per questa piacevole chiacchierata, per le bontà che ho gustato, pulisco le mani sporche di cioccolato e pensando a Spegis uso solo tre parle: unicità, sperimentazione e creatività   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
Leggi
Arrow Right Top Bg

1 Marzo, 2025

Di Rienzo al Pantheon

Al Pantheon la sera si vedono le attrici. Si parla con gli amici a tarda primavera. Al Pantheon by night si rompono i bicchieri. Ci sono gli stranieri, oh yes, okay, all right. Il Pantheon è famoso, ci sono due bar ai lati. E son sempre affollati anche il giorno di riposo. Roberto Benigni Roma, città eterna. Qui ogni sampietrino ha visto più cose di quante noi potremmo mai raccontare. E proprio davanti al monumento dei monumenti, il Pantheon, si quell’edificio che ha visto passare più imperatori, papi e influencer di qualsiasi altro al mondo c’è il Ristorante Di Rienzo, uno dei due bar della canzone di Benigni. Un ristorante con una vista che da sola vale il prezzo del biglietto. Un ristorante che ha una storia che non tutti hanno, fondato nel 1952 nella storica piazza della Rotonda, con il Pantheon a fare da maestosa cornice. Nasce dalla visione di Michele Di Rienzo che rivelò una vecchia latteria trasformandola in un simbolo della Roma che evolveva. Grazie alla sua ambizione e alla dedizione della giovane moglie Adua, il locale subì una straordinaria metamorfosi dapprima diventò un caffè romano come nella canzone, punto di riferimento della Dolce Vita e icona di un’epoca per poi affermarsi come ristorante di grande charme e prestigio. Ad accogliermi come se stessi entrando in una bellissima casa signorile ci sono Gabriele e Marianna che con la loro verve e simpatia mi fanno già sentire a casa. Mi mostrano il loro locale, i marmi che impreziosiscono le sale, gli arredi e mi invitano ad accomodarmi per gustare le loro prelibatezze lasciandomi ammirare un monumento che da solo vale la visita. Accomodarsi in questo ristorante significa prendere posto nella storia. Non so se sia più antico il Pantheon o la ricetta della carbonara che questa sera non mangerò sicuramente. Ma in entrambi i casi ci troviamo davanti a capolavori.  Il menù è un omaggio alla tradizione romana, ma senza quella pesantezza da turista che spesso infesta i ristoranti con vista da cartolina.   Antipasto: un’introduzione da manuale. Mi arriva un bellissimo piatto con del carpaccio di salmone con olio al basilico e latte marinato nella soia. Il latte marinato un colpo di genio. Il benvenuto che sicuramente mi merito. Un perfetto equilibrio tra delicatezza e carattere. Il salmone di ottima qualità si scioglie in bocca, mentre l’olio di basilico aggiunge una nota erbacea fresca che esalta senza coprire. Il vero colpo di scena? Il latte marinato alla soia: un tocco umami che avvolge il palato con eleganza, senza strafare. Un piatto che gioca sulla semplicità degli ingredienti ma con un risultato di grande finezza. Decisamente un antipasto che vale la pena assaggiare, con una vista così che toglie il respiro e sicuramente dell’ottimo vino bianco ad accompagnarlo. Primi piatti: con disinvoltura mi viene servito un risotto agli scampi con pistacchio che grida vendetta. Quante volte ho visto risotti così con la classica cremina quasi arancione e uno scampo perso nel riso come un figlio abbandonato? Qui tutta un’altra storia, lo scampo c’è a piccoli pezzi e accompagna il risotto come il marito all’altare la moglie. Un piatto che seduce al primo assaggio. La mantecatura è impeccabile, cremosa senza eccessi, con il riso che mantiene la giusta consistenza, né troppo al dente né molle. Gli scampi regalano una dolcezza raffinata, mentre il pistacchio, croccante e aromatico aggiunge profondità e un tocco di eleganza senza sovrastare il piatto. Un connubio riuscito, dove ogni ingrediente ha il suo spazio e dialoga armoniosamente con gli altri. Gustarlo con la vista al Pantheon? Esperienza quasi mistica. Ma la degustazione non è tale se il cameriere non ti serve almeno un altro primo e così arrivano delle linguine con pachino e calamari abbelliti da dei calamari fritti.  Questo piatto è un omaggio al Mediterraneo con vista sulla storia. La pasta cotta alla perfezione, avvolta in un sugo di pachino dal sapore vivace e leggermente dolce, che bilancia con maestria la sapidità naturale dei calamari. Il vero colpo di scena? I calamari fritti in topping: croccanti, dorati al punto giusto, aggiungono quella nota di contrasto tra morbidezza e croccantezza che rende il piatto intrigante e completo. Ogni boccone racconta mare e sole, con un equilibrio che non stanca mai. Un primo piatto che non solo soddisfa ma conquista. Mi lasciano sorseggiare il mio vino bianco mentre il mio sguardo è conquistato dalla bellezza del Pantheon e l’udito catturato dagli schiamazzi dei turisti che si accalcano per scattare foto. In questo momento di estasi e tranquillità arriva un piatto che grida vendetta. Una bellissima orata cucinata alla siciliana. Un piatto che parla di mare, sole e tradizione. Il pesce, cotto con precisione millimetrica, mantiene una carne morbida e succosa, mentre il condimento alla siciliana, con pomodorini, olive e capperi regala un’esplosione di sapori mediterranei perfettamente bilanciati tra dolcezza, sapidità e un leggero tocco acidulo. Ogni boccone è un viaggio tra le coste siciliane, con il Pantheon a fare da scenografia d’eccezione. Un piatto che rispetta la semplicità della cucina italiana ma con quel tocco di sapore che lo rende memorabile. E su questo piatto il bianco che lo accompagna scende come l’acqua sotto la doccia la mattina appena svegli. Per concludere questo viaggio mi lascio sedurre dalla loro pasticceria rigorosamente fatta in casa. E non può non arrivarmi un tiramisù con fragole e frutti di bosco. Una rivisitazione fresca e golosa del classico dolce italiano. La crema al mascarpone è soffice e avvolgente, con una leggerezza che non sacrifica affatto la golosità. Le fragole e i frutti di bosco, con la loro dolce acidità spezzano la ricchezza della crema e aggiungono un tocco vivace, rendendo ogni cucchiaiata equilibrata e mai stucchevole. Il savoiardo perfettamente inzuppato nel caffè ma ancora consistente raccoglie tutti i sapori in un’armonia perfetta. Un dessert che riesce a essere indulgente e rinfrescante allo stesso tempo, perfetto per chiudere una cena, ma la mia cena si chiude con una sorpresa perché arriva un piatto con dei bicchierini di mascarpone cioccolato e lingue di gatto, il colpo di grazia per fartene andare via con qualche chilo di troppo. Bicchierini che diventano piccoli scrigni di pura golosità. La crema al mascarpone è vellutata, ricca ma non stucchevole, con una consistenza che accarezza il palato senza appesantire. Le lingue di gatto, croccanti e friabili, aggiungono il giusto contrasto trasformando ogni boccone in un gioco e poi le scaglie di cioccolato completano l’esperienza con un tocco di intensità aromatica, spezzando la dolcezza con il loro retrogusto leggermente amaro. Sicuramente la parte divertente è stato inzuppare le lingue di gatto nei bicchierini e sporcarsi la bocca di mascarpone. Mangiare da Di Rienzo non è stata solo un’esperienza gastronomica, ma un viaggio tra sapori autentici e storia millenaria. Qui la cucina romana e mediterranea viene esaltata con rispetto e precisione, senza inutili artifici, ma con la cura di chi sa che la qualità parla da sola. Il tutto servito con una vista che da sola vale il conto. Se cercate un posto dove il buon cibo incontra il fascino terreno di Roma, accomodatevi. Con un calice di vino in mano e il Pantheon davanti agli occhi, l’unico problema sarà trovare la forza di alzarsi da tavola.   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
Leggi
Arrow Right Top Bg

25 Febbraio, 2025

Hotel de la Ville: un’icona di charme nel cuore di Roma

  Roma, salgo la bellissima scalinata di Trinità dei Monti e dall’alto della scalinata scorgo un panorama bellissimo. Noto turisti che si sporgono dalla balaustra, romani che tentano di scostare la vegetazione, altri si arrampicano su dei muretti per superare l’ostacolo che si para davanti ai loro occhi. E non è di certo un panorama da nascondere quello che si può ammirare da viale della Trinità dei Monti. Le cupole, da San Pietro a San Carlo al Corso, il Vittoriano, la bellissima via del Corso e Piazza di Spagna. La bella chiesa che domina dall’alto la scalinata di Trinità dei Monti fu commissionata da re Luigi XII di Francia e restaurata nel 1816 per volere di Luigi XVIII. Oltre al fantastico panorama che si ammira dalla scalinata esterna, la chiesa merita di essere visitata per gli affreschi di Daniele di Volterra, tra cui la deposizione, considerata un capolavoro della pittura manierista. Situato in cima alla scenografica scalinata di Trinità dei Monti, trovo il bellissimo Hotel de la Ville, una delle gemme più esclusive di Via Sistina nel cuore di Roma. Questo raffinato hotel cinque stelle, parte del prestigioso gruppo Rocco Forte, combina il fascino della storia con un’eleganza contemporanea, offrendo un’esperienza di soggiorno unica e indimenticabile La nascita dell’hotel de la Ville risale al XVIII secolo, quando i nobili europei lo elessero a loro indirizzo preferito in Italia durante il periodo del Grand Tour. L’edificio assunse la connotazione di albergo all’inizio degli Anni Venti per essere successivamente ampliato a metà del Novecento. L’Hotel de la Ville è entrato a far parte della collezione Rocco Forte Hotels il 23 maggio 2019 a seguito di una ristrutturazione durata due anni e mezzo. Accompagnato dal portiere in divisa entro nella lobby dell’hotel e mi guardo attorno estasiato dagli arredi e dalle luci.  Con il suo design sofisticato ispirato al Gran Tour del xviii secolo e una vista mozzafiato sulla Città Eterna, l’Hotel de la Ville rappresenta la perfetta fusione tra lusso, cultura e ospitalità d’eccellenza. Mi reco presso la reception, presento il mio invito: mi viene consegnato il passe-partout e l’elenco delle suite con i piani che potrò visitare. Ho studiato molto questo hotel grazie anche alle informazioni ricevute da uno staff senza eguali. La tradizione del Grand Tour ha avuto una profonda influenza nel definire il patrimonio culturale dell’Europa settentrionale, influenzando arte, architettura, moda, cucina e politica. Per 300 anni, fino agli inizi del XIX secolo, i giovani rampolli dell’aristocrazia venivano mandati a visitare le capitali europee per studiare, osservare o semplicemente aprirsi a culture diverse. Il risultato è stata una rivoluzione che ha portato gli Inglesi, tra gli altri, a ridefinire il proprio approccio culturale. Con la sua storia millenaria, dall’Impero Romano al Rinascimento, Roma fu il punto focale di tutti i Grand Tour. Per questo l’influenza della Città Eterna è ben visibile nell’arte e nell’architettura di tutta Europa. Il design e gli interni dell’Hotel de la Ville catturano l’essenza del Grand Tour con oggetti e opere d’arte proprio come quelli che venivano raccolti durante quei viaggi. Ad occhi aperti mi giro attorno alla lobby per continuare ad ammirare i bellissimi arredi e decori e mi dirigo verso il cortile interno, ma prima resto estasiato da due pareti con specchi ovali, qualcosa di unico come il bancone in marmo dove i turisti possono recarsi per ricevere informazioni sulla città eterna. Accanto alla porta per accedere al cortile c’è l’ascensore dove troneggia una bellissima statua che evoca i tempi romani, accostamenti davvero unici in un arredo che lascia a bocca aperta. Gli arredi e il design sono firmati dall’architetto Tommaso Ziffer che, in collaborazione con Olga Polizzi, Design Director per Rocco Forte Hotels, ha trovato la sua ispirazione nel periodo del Grand Tour del XVIII secolo, epoca in cui i nobili inglesi e tedeschi durante l’esplorazione delle capitali europee, collezionavano opere d’arte. Sullo sfondo dello storico palazzo Tommaso Ziffer ha ricreato una retrospettiva contemporanea che omaggia il tratto culturale del periodo, invitando gli ospiti a una giocosa scoperta attraverso l’itinerario, che si sviluppa nei diversi ambienti di un palazzo senza tempo. Il percorso di valorizzazione dell’eredità storica intrinseca all’edificio ha visto quindi l’intervento meticoloso di artigiani italiani con la scelta di carta da parati personalizzata e realizzata a mano da Rubelli e Dedar, insieme all’uso di preziosi tessuti italiani e ad una ricercata selezione di arazzi storici di Zardi & Zardi. Attraverso il cortile interno che incarna la vivacità e lo spirito italiano, offrendo un rifugio nascosto dalla frenesia cittadina senza allontanarsi dal cuore di Roma. George Carter – designer specializzato nella creazione di giardini ispirati alla geometria lineare del XVII secolo – ha rielaborato lo spazio che fonde tre edifici in uno solo incorporando elementi che richiamano il tema del Grand Tour: obelischi, una palette di colori verde-nero e oro, che conferisce all’ambiente un’atmosfera mistica e romantica, e un’illuminazione soffusa, che evoca gli antichi spazi a lume di candela. Un posto davvero piacevole dove sorseggiare un drink o gustarsi degli ottimi pasti nel periodo primaverile/estivo e potersi rilassare dimenticandosi di essere a Roma in pieno centro, ma immersi in un ambiente di puro relax. Qui seduto ad un tavolino ricevo in omaggio un ottimo drink analcolico che ho il piacere di gustare mentre con gli occhi guardo in alto e guardo le maestose terrazze delle suite che affacciano sul cortile e le piante che le arredano. Questo cortile è un’oasi di tranquillità ed eleganza nel cuore della città. Protetto dal ritmo vivace della Capitale, questo spazio intimo e raffinato richiama l’atmosfera di un’antica dimora romana. Circondato da pareti di pietra, piante rigogliose e dettagli architettonici d’epoca, il cortile è il luogo ideale per rilassarsi. Dopo questo ottimo drink e questo sfrenato relax mi dirigo verso l’ascensore. L’Hotel de la Ville vanta 104 ampie ed eleganti camere e suite che godono di un’impareggiabile vista sulla Città Eterna. Fil rouge che unisce le 89 camere e 15 suite è l’equilibrato incontro tra arredi originali valorizzati da quelli più contemporanei, cui si affiancano tessuti sontuosi ispirati all’epoca del Grand Tour ed una collezione di ricordi unici, raccolti durante quei viaggi. La cosa che mi ha colpito di tutte le stanze sono le porte rosse impreziosite da borchie dorate, che rievocano i tempi andati. Inizio il mio tour e visito le special suite, inizio dalla Suite Canova. Ha un’area interna di 56mq, ed esterna di 70 mq. La suite fonde magistralmente l’eccellenza dell’arte a uno stile sontuoso, creando un insieme di assoluta eleganza. La terrazza esterna è arredata per poterla vivere al meglio ed offre una prospettiva unica su Roma, da qui ammiro le molteplici sfaccettature di Roma come se fosse un quadro. Il soggiorno e la camera ospita al suo interno una ricercata collezione di oggetti d’arte. Attraversando la cabina armadio si raggiunge il bagno, interamente rivestito in marmo. Sono rimasto colpito dal letto matrimoniale misura King-Size, così come dai bellissimi bagni in marmo italiano impreziositi dai prodotti della linea Irene Forte Skincare, realizzati con estratti di piante siciliane. Uscendo da questa bellissima stanza mi reco nella Suite de la Ville – area interna di 103 mq ed esterna di 176 mq. Quando le porte dell’ascensore privato si aprono e rivelano il soggiorno, lo studio e la camera da letto che compongono la Suite de la Ville, si è avvolti da opere d’arte, una raffinata miscellanea di arredi contemporanei e pezzi d’antiquariato, volumi classici e tessuti pregiati. Con una sala da pranzo privata, un elegante bagno padronale in marmo e uno per gli ospiti, e due bellissime terrazze poste al piano più alto dell’edificio, la Suite de la Ville è ideale per ricevere ospiti in grande stile. Il mio bellissimo giro termina nella Penthouse Suite – area interna di 346 mq, ed esterna di 345 mq. Un ambiente straordinario che vede insieme le tre raffinate Forte Suite – Canova Suite, Roma Suite e Suite de la Ville, dotato di accesso tramite ascensore privato. Il sontuoso attico romano occupa interamente il settimo e l’ottavo piano dell’Hotel de la Ville con una superficie totale di 691 mq a disposizione per un soggiorno multigenerazionale o per gruppi, grazie alla possibilità di accogliere fino a 12 ospiti. Dalla terrazza di questa camera il panorama che si pone ai miei occhi è di una straordinaria bellezza, sembra di essere catapultati in uno dei film della dolce vita. Scendo alla lobby e mi dirigo verso il Café Ginori che si esprime come una innovativa combinazione di eccellenze nell’arte della porcellana, dell’ospitalità e della cucina. Mi trovo al piano terra dell’Hotel de la Ville, con la sua ricercata boutique e grazie alle creazioni di Chef Fulvio Pierangelini, è un luogo sospeso nel tempo dove gli ospiti vivono un dinamico e inaspettato viaggio culinario. Il percorso gastronomico firmato dal Creative Director of Food di Rocco Forte Hotels trova a Roma il connubio ideale con le collezioni delle porcellane che incarnano lo spirito e lo stile di Ginori 1735: Oriente Italiano, Il Viaggio di Nettuno e Labirinto. Da questo luogo bellissimo, un misto tra museo, negozio e ristorante mi reco a visitare Irene Forte Spa dell’Hotel de la Ville. E’ un’oasi di oltre 550 mq dove diventa davvero facile lasciarsi alle spalle il caos e la frenesia quotidiani per prendersi cura della propria salute spirituale, emozionale e fisica. Protagonista della proposta wellness è la linea Irene Forte Skincare, che disegna protocolli concepiti come una dieta mediterranea applicata alla pelle grazie ad ingredienti selezionati, provenienti dall’azienda agricola biologica del Verdura Resort, indirizzo Rocco Forte Hotels a Sciacca, interamente formulati in Italia. Il profondo legame con la Sicilia è esaltato anche nel décor degli ambienti dove trova spazio l’uso di materiali naturali, colori accesi, giardini verticali e un inebriante profumo d’ambiente ai fiori di zagara. L’area termale include una stanza di sale mediterraneo, sauna, bagno di vapore, fontana di ghiaccio, vasche Kneipp, una vasca idromassaggio, piscina interna e una zona relax con lettini riscaldati a raggi infrarossi. A disposizione degli ospiti per i trattamenti vi sono 5 cabine singole e una suite doppia dotata di bagno Rasul per i rituali con fango siciliano. Il centro fitness di 100 mq, è equipaggiato con le più moderne attrezzature Technogym, e include uno studio per le lezioni di Barrecore, Pilates e Yoga. La regia olistica di Irene Forte Spa, studiata per tutti gli hotel del Gruppo da Irene Forte, propone inoltre la possibilità di accedere ai menù healthy Rocco Forte Nourish creati dallo Chef Fulvio Pierangelini. I piatti, disponibili in tutti i ristoranti dell’Hotel de la Ville, vengono realizzati con ingredienti di stagione, biologici e di provenienza locale, così da preservarne le proprietà nutrizionali. Ho avuto modo di scoprire le bellezze di un hotel nascosto in una via bellissima, che mi ha permesso di scoprire quanto di prezioso si nasconde nella città eterna. Un soggiorno all’hotel de la Ville non è solo un’esperienza di lusso, ma un viaggio nella storia e nell’anima autentica di Roma. Con la sua posizione privilegiata, il suo fascino senza tempo e i suoi servizi esclusivi, rappresenta la scelta ideale per chi desidera vivere Roma in tutta la sua bellezza e raffinatezza. Ogni dettaglio, dalle eleganti camere e suite agli spazi raffinati, dalla cucina gourmet alla spa di lusso è pensato per offrire un’esperienza unica e indimenticabile. Saluto lo staff che mi ha accolto ed il portiere e torno ad affacciarmi nella bellissima Roma. Da sempre Roma si conferma come una delle capitali europee più interessanti per scoprire le bellezze di una città senza tempo e la sua verve contemporanea in cui vanno in scena esperienze ed appuntamenti imperdibili.   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
Leggi
Arrow Right Top Bg

18 Febbraio, 2025

Guido Tommasi Editore. A stomaco vuoto si vive male e si scrive peggio

  Nel cuore di Milano, in un pomeriggio di gennaio, tra l’andirivieni degli studenti della Statale e il profilo elegante degli edifici storici, Largo Richini è un crocevia di idee, storie e saperi. Un piccolo angolo di storia nel cuore della città, situato nei pressi dell’Università Statale e non lontano dal Duomo. Il fascino di questi luoghi risiede nella fusione tra antico e moderno: da un lato, le architetture storiche che raccontano secoli di cambiamenti urbani; dall’altro la vivacità degli studenti e dei professionisti che ogni giorno attraversano questa piazza. Qui tra le pagine sfogliate nei caffè e i taccuini aperti sulle panchine, la passione per i libri sembra trovare un rifugio naturale. La passione che straborda in questa piazza guida da anni Guido Tommasi Editore, una casa editrice che ha saputo trasformare la carta stampata in un’esperienza sensoriale, capace di unire parole, immagini e sapori. Nella loro bellissima libreria incontro Giovanna, ufficio stampa ed eventi della casa editrice che a braccia aperte mi viene incontro, mi saluta e mi fa accomodare in questo angolo culturale di Milano. Attraverso raffinati libri di cucina ed eleganti volumi illustrati, il catalogo Guido Tommasi Editore racconta il piacere della scoperta, del viaggio e della convivialità. Come ha saputo ritagliarsi un posto speciale nell’editoria italiana? Magari lo scoprirò chiacchierando con Giovanna, seduti comodamente mentre sorseggiamo un bollente caffè. Per conoscere Guido Tommasi bisogna risalire a Johann Wolfgang Goethe, il principe dei poeti, nonché scienziato e alto funzionario statale, che inframmezzava i suoi massacranti orari di lavoro al servizio del Duca di Weimar con laute portate di piedino di vitello in gelatina, carpe in salsa polacca e pernici servite addirittura per la colazione del mattino. Innaffiando il tutto con ottimi bianchi del Reno e della Mosella. Sebbene non si sia mai cimentato nel genere del ricettario, il suo copioso carteggio con la moglie Christiane risulta essere costituito da una sequenza infinita di descrizioni e quotidiane richieste, talvolta disperate, di carattere gastronomico.
Fu proprio incappando in un libro che parlava di lui, “Zu Tisch mit Goethe”, scovato per caso una domenica mattina in una bellissima libreria ricavata da un vecchio cinema, che cominciò l’avventura dell’editore Guido Tommasi tra inchiostro e fornelli. Acquistò il libro, sebbene non conoscesse il tedesco e fosse a malapena in grado di decifrarne il titolo ed ebbe subito la sensazione che si trattasse di qualcosa di nuovo e molto interessante, perlomeno in linea di principio. Non solo poteva essere un modo insolito di osservare e intendere la cucina e il cibo, ma poteva essere un modo nuovo di “leggere” la vita stessa. Giovanna ridendo mi invita a scoprire dove nasce la passione per la cucina dell’editore e il perché nel loro catalogo la cucina la fa da padrona.
Guido Tommasi era un appassionato ricercatore e alla sua prima fortuita scoperta ne seguirono molte altre: ovunque mettesse il naso con un po’ più di attenzione subito saltava fuori qualche “peccatuccio gastronomico” di grandi letterati, musicisti, pittori, teatranti, attori e chi più ne ha più ne metta. Ho scoperto che persino Pablo Neruda, tanto per fare un esempio, scrisse un’ode al carciofo, Carlo Emilio Gadda, manco a dirlo, ne scrisse una al risotto, Balzac e Zola produssero interi ricettari, talvolta in più volumi, Dumas, come sempre sovrabbondante, oltre al famoso “Grande Dizionario di Cucina”, sfornò un libro di ricette addirittura in cinque volumi, così sconfinato che nessun editore, al di fuori della Francia, ha mai avuto il coraggio di tradurlo e pubblicarlo. E tutto ciò, proprio come nella realtà, rende il contatto, il dialogo, la conoscenza molto più facili e immediati. Ecco anche perché i libri che trattano questi argomenti, oggi a dire il vero di gran moda, mietono tanto successo: permettono un approccio mediato e non “traumatico” a realtà che talvolta incutono soggezione o che non sempre riescono a riscuotere, autonomamente, lo stesso interesse. La casa editrice è stata fondata a Milano nel 1999 e si è affermata come punto di riferimento nell’editoria gastronomica italiana. Il loro progetto editoriale unisce letteratura e arte culinaria, offrendo ai lettori un’esperienza che va oltre la semplice ricetta. Ho avuto modo di sfogliare diversi volumi qui in libreria, e mi ha colpito la collana colouring book per i suoi libri e tra le mani ho il pianeta meraviglioso. Uno straordinario connubio di immagini e testi che celebrano la bellezza della nostra meravigliosa Terra in un viaggio che tocca tutti gli ecosistemi del pianeta che ci accoglie, ci nutre, ci protegge e che dobbiamo imparare a difendere per il bene nostro e di tutte le specie viventi. Guido Tommasi Editore che conosco da anni è noto per la cura nei dettagli e la ricercatezza iconografica. Le sue pubblicazioni spaziano da libri di cucina illustrati a volumi su lifestyle, arredamento e fotografia. Gli autori includono food-writer italiani e stranieri, fotografi e stylist di fama internazionale. Con coscienza posso affermare e sorridendo lo svelo anche a Giovanna che penso che Guido Tommasi Editore abbia contribuito a trasformare l’editoria culinaria italiana, offrendo ai lettori opere che combinano ricette con storie affascinanti e approfondimenti culturali. Un libro che mi ha colpito tra i tanti bellissimi che ci sono qui è Profumo di caffè che non è una semplice raccolta di aneddoti e ricette, ma la storia di una profonda passione, quasi di un colpo di fulmine per una delle bevande più vendute al mondo. Il caffè. Oggi la casa editrice ha ampliato il proprio catalogo includendo marchi come Luxury book , dedicato a lifestyle e al saper vivere e Lupo Guido, focalizzato sull’editoria per l’infanzia. Con oltre 350 titola e 20 collane, Guido Tommasi Editore continua ad ispirare i lettori, nutrendo la mente e l’anima attraverso parole e immagini che celebrano la cultura gastronomica e il piacere della scoperta. Spiegavo a Giovanna che anche il loro sito trasmette la loro passione, ben fatto, è impossibile perdersi e la cosa che ho trovato molto carina, sono le foto da bambini inserite nel chi siamo. In redazione ci sono due donne Anita e Giusy che hanno il compito di occuparsi della revisione dei testi da pubblicare dopo l’eventuale traduzione o la consegna dei materiali da parte degli autori. Credo che il punto forte di questa casa editrice ed uno degli elementi distintivi è la cura straordinaria per i materiali con cui vengono realizzati i loro libri. In un’epoca dominata dal digitale, questa casa editrice ha scelto di esaltare il valore dell’oggetto libro, trasformandolo in un’esperienza sensoriale completa. Dalla scelta della carta, spesso spessa, opaca e piacevole al tatto, alla qualità delle rilegature e delle copertine, ogni dettaglio è pensato per rendere la lettura un momento speciale. Le immagini, che siano fotografie di piatti appetitosi o illustrazioni evocative, sono sempre stampate con una resa cromatica impeccabile, esaltando la bellezza visiva di ogni volume. Persino i caratteri tipografici, i margini e gli spazi bianchi sono studiati per offrire una lettura fluida e armoniosa. Questa attenzione ai materiali non è solo una scelta estetica ma anche un modo per comunicare un’idea di lentezza, qualità e piacere della lettura. I loro libri non sono semplici manuali di cucina o guide di lifestyle, ma veri e proprio oggetti di design che invogliano a essere sfogliati, vissuti e custoditi nel tempo. L’importanza dei materiali è parte integrante della filosofia della casa editrice: ogni libro è un piccolo lusso quotidiano, un ponte tra contenuto e forma, tra sapere e bellezza, capace di trasformare la lettura in un’esperienza multisensoriale. Presto usciranno anche libri sul wine che andranno a completare la loro offerta in tema di food. Non vedo l’ora. Giovanna è bravissima a raccontare eventi e mi svela che ogni evento viene realizzato in questa bellissima libreria. Senza escludere la possibilità di organizzarli anche fuori di qui. L’ultimo evento presentato in libreria è stato la presentazione di Live, Love, Bake con Melissa Forti che ho il piacere di sfogliare. Peccato non essere stato presente e gustare i dolci tratti dalle ricette del libro. Un libro davvero ben fatto dove Melissa Forti, con uno spirito e un talento straordinario, vive la sua vita preparando una torta alla volta. Dapprima passatempo, la pasticceria è diventata la sua passione e la sua professione. Oggi serve le sue squisitezze uniche e deliziose nell’esclusivo Café Duse, aperto a Copenaghen, in Danimarca. Nel 2025 puntano a far conoscere e a far crescere i loro marchi all’interno dell’ampissima scelta editoriale che ogni giorno si trova in libreria cercando di distinguersi per la cura estetica ma anche e soprattutto per la cura nella realizzazione dei contenuti. Non posso nascondermi e devo svelare che sono seduto su una comodissima poltrona e continuo a sfogliare i loro libri, a lasciarmi affascinare dalle loro copertine, dalle loro rilegature e dalla carta piacevolissima al tatto., mentre Giovanna è indaffarata a fare altro.
C’è un momento, quando si sfoglia un libro di Guido Tommasi Editore, in cui il tempo sembra rallentare. Forse è la texture della carta sotto le dita, spessa e leggermente ruvida, o il profumo dell’inchiostro che richiama le librerie di una volta. Forse è la fotografia perfetta di un piatto che fa venire voglia di mettersi ai fornelli, o una storia illustrata che, in poche pagine, sa riportare all’infanzia. Qualunque sia il motivo, ciò che è certo è che i libri di questa casa editrice non si limitano a raccontare: fanno vivere un’esperienza. Sono il piacere della lentezza in un mondo che corre, un invito a soffermarsi sulla bellezza dei dettagli, un modo per riscoprire il valore delle storie ben raccontate.  E così mentre continuo a chiudere pagine e pagine, con un leggero fruscio, mi resta la sensazione che quei libri non siano solo da leggere, ma da sentire, da custodire e da tornare a sfogliare, ogni volta con lo stesso stupore. E con questo stupore e queste bellissime sensazioni, accompagnato da tre volumi gentilmente regalati da Giovanna, la saluto, la ringrazio per la piacevole chiacchierata e mi disperdo tra gli studenti festanti e urlanti nella piazza antistante la libreria.   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere          
Leggi
Arrow Right Top Bg

11 Febbraio, 2025

Il Pescatorio. Il mare a Monteverde

  Roma, un venerdì freddo di gennaio, quartiere Monteverde, poco lontano dal più famoso e turistico Trastevere. A ovest del fiume Tevere inizia la grande area di questo quartiere. Un quartiere tranquillo e rilassante grazie anche alla presenza di grandi aree verdi come Villa Pamphilj e il Gianicolo.  Nomen omen si direbbe. In realtà non è solo da ciò che deriva il nome del quartiere. Il cuore di Monteverde è infatti composto da tufo lionato, una pietra dall’aspetto verdognolo. Camminando per queste vie non posso pensare che un tempo si scavasse il tufo utilizzato per gli edifici dell’Impero romano. Mi trovo su una collina di tufo, una sensazione davvero particolare, alle spalle del Gianicolo, quartiere dodicesimo di Roma. In passato qui sorgevano gli Orti di Cesare, proprietà fondiaria di epoca romana, poi nel Seicento, dalla fusione di molte vigne, fu realizzata Villa Doria Pamphilj nell’area nord, tra Monteverde e il quartiere Aurelio. Solo nel Novecento si attesta il primo processo di urbanizzazione con la costruzione di villini signorili che oggi costituiscono Monteverde Vecchio. Nel Dopoguerra, invece, da un altro processo di urbanizzazione prende vita Monteverde Nuovo. Oggi il quartiere è ormai parte integrante di Roma ma rimane distanziato dal caos cittadino così che si trova maggiore pace e tranquillità. Proprio per questo è una delle zone predilette ad uso abitativo. Percorrendo via Virginia Agnelli si incontra il Pescatorio gestito da Emanuele. Un posto che mi ha incuriosito poiché a metà tra gastropescheria e ristorante ove la sperimentazione con la materia prima è quasi una ragione di vita. Il Pescatorio è un luogo dalle molteplici anime e forme. Mare, cucina, vino, prodotti di qualità sono alla base del progetto creato da Emanuele Smimmo e sua moglie Simona. La passione e la fantasia, ma anche la voglia di mettersi in gioco sono le motivazioni per le quali Emanuele e Simona Bontà hanno deciso di dar vita a questo bellissimo progetto. Un piccolo avamposto nella bellissima e caotica Roma di prodotti di eccellenza in un quartiere che scopro per la prima volta. Entrando nel locale Emanuele con la sua allegria e simpatia mi porta a scoprire il suo progetto, a farmi visitare le cucine e soprattutto a mostrarmi la materia prima di ottima qualità. Mai visto tanto pesce su un bancone. Emanuele non è romano ma nato in Sardegna a Sant’Antioco, un’isola piccolissima circondata dal mare. Uno di quei posti che ti resta nel cuore per le sue bellezza e la semplicità dei luoghi. Sin da piccolo ha conosciuto il mare e quello che poteva regalare mentre sua moglie Simona si dedicava alla cucina come personal chef. Il Pescatorio è aperto dal 31 maggio del 2014 come pescheria e gastronomia da asporto. Un nome originale, una crasi tra le due parole Pescheria e Laboratorio. Il Pescatorio nasce inizialmente come gastronomia di pesce takeaway, trasformando tutto il pesce, pescato locale, in piatti di alta gastronomia. Una vera alternativa al ristorante tradizionale mangiando comunque dell’ottimo pesce. Altissima qualità della materia prima e della preparazione così da portare a casa piatti di pari livello di un ristorante. Negli anni l’idea si è evoluta e dalla gastronomia è arrivato il bistrot con la creazione di assaggi della gastronomia. Infine, il ristorante che c’è oggi. La brigata è composta da giovani chef con i quali si è creato un laboratorio. Giovani talentuosi e appassionati che apportano le loro idee e le sviluppano fedeli alla filosofia de Il Pescatorio. Un laboratorio di idee per una cucina sempre originale e innovativa. Fosse solo per smarcarsi dai soliti ristoranti romani. La caratteristica che mi ha molto colpito, fornendo anche un certo fascino attorno al progetto, è il lavorare quasi esclusivamente con i piccoli produttori, così da avere reali “prodotti di nicchia”. Non possiamo dire che il pesce sia a Km 0 perché Monteverde e Roma non sono sul mare, ma poco ci manca. In cucina Emanuele mi presenta Sergio, un simpaticissimo ragazzo che ha tutta la voglia di mostrare le sue idee: ha realizzato per me un menù che mi lascerà incantato. Al tavolo mi lascio guidare da Renato che mi farà compagnia per tutta la serata. Renato versa in un calice uno Champagne Blanc de Noir brut Cuvèe de rèserve Gallimard Père et Fils: colore giallo oro, perlage molto. Porto il bicchiere al naso e primeggiano profumi fruttati, specialmente di frutta esotica, accompagnati da delicati sentori di pasticceria.  Bevendolo al palato è morbido e gradevole, con un sorso aromatico e molto equilibrato. 100% Chardonnay – Blanc de Blancs. Renato racconta come nell’assemblaggio della Cuvèe de Rèserve vi sia sempre una parte di 6 annate differenti, che ogni anno permette di ricreare l’impronta tipica della Maison. Spumantizzazione con metodo Champenois. Arriva dal villaggio di Riceys, nel cuore della Côte des Bar. La tenuta Gallimard è stata tramandata di padre in figlio da 6 generazioni. Oggi Didier e Arnaud producono Champagne e Rosé des Riceys nella pura tradizione, rispettando ed esaltando le caratteristiche di questo particolarissimo terroir nel sud della Champagne. Arrivano i primi due piatti: filetti di alici del mar Cantabrico riserva Catalina, serviti con burro montato al momento e pizza bianca fatta da loro. Il burro si scioglie in bocca, delizioso al palato a cui si accompagna il sapore deciso delle alici, la loro pizza un delizioso strumento culinario per accompagnare questo piatto. A seguire un sashimi di spigola frullata con visciole, carciofo alla romana, bottarga e fondo di carciofi. Un trionfo di sapori tra la delicatezza della spigola e il sapore deciso del carciofo alla romana e la bottarga, il fondo delizioso nell’accompagnare l’intero piatto. Lo champagne continua lentamente a scendere unendosi a questi piatti davvero deliziosi. Quello che mi ha colpito non è stata solo la bontà dei piatti ma la loro presentazione che potrei definire di alta scuola. Renato mi serve una seviche di ombrina, mazzancolle crude e vongole scottate accompagnate da lache di tigre al passion fruit, latte di cocco, platano croccante e olio al coriandolo. Un piatto che mi ha suscitato diverse emozioni al palato. Il passion fruit ammorbidito dal latte di cocco si è unito amorevolmente all’olio di coriandolo, le vongole leggermente scottate ottime al palato, ombrina e mazzancolle crude per un appassionato di crudi erano sublimi. Mi ha stupido nel sapore e nella forma il platano croccante che non conoscevo, una bella scoperta. Non posso esimermi di far portare i miei ringraziamenti a Sergio per gli ottimi piatti che mi sta servendo. Il tempo di annotare quello che sto mangiando e arriva un piatto bello da vedere e soprattutto originale: supplì al telefono con tartare di tonno, erba cipollina, maionese piccante: una meraviglia, mi è sembrato di mangiare i supplì che si mangiano in pizzeria, e la tartare di tonno da contrasto era davvero ottima, ma mi ha ingolosito nell’accompagnare il tonno la maionese piccante davvero superba. Renato mi presenta un tentacolo di polpo rosticciato servito con patate e cavolo nero ripassato e salsa alioli e pimenton de la vera. Mi hanno sorprese le patate e il cavolo nero ripassato al centro del piatto perché si scioglievano in bocca e diventavano un’ottima crema per accompagnare il polipo rosticciato con grande sapienza. La prima parte del viaggio è terminato. Ma è solo una sosta. Arrivano i culurgiones. Guai a chiamare ravioli questo capolavoro della cucina: una pasta fresca ripiena dalla forma molto particolare: una chiusura a spighita ossia a spiga di cereale. Il loro ripieno è di patate e baccalà serviti con crema di cime di rapa e peperone crusco. Una bontà al palato, il baccalà in boccà è delicatissimo fonduto dalla morbidezza della patata e le cime di rapa e peperone crusco creano movimento nel piatto e nei sapori dando un gusto deciso e molto particolare. Una bontà. Renato mi serve un bel piatto con al centro delle capesante scottate al burro con demi-glassè di pollo, misticanza di campo e limone fermentato. Un’esperienza sofisticata che combina sapori delicati e complessi. Le capesante dice Renato, vengono scottate in padella con burro così da ottenere una crosticina dorata e croccante esternamente mantenendo il cuore morbido e succoso. Il burro esalta la dolcezza naturale delle capesante. Il demi glassè di pollo è una salsa ricca e saporita, ottenuta di un fondo bruno di pollo, che aggiunge una profondità terrosa e umani al piatto che bilancia la delicatezza delle capesante. La misticanza di campo un mix di verdure a foglia fresca è leggermente amarognola ma aggiunge freschezza e croccantezza al piatto. Renato ha un sorriso quasi cinematografico. Lo sfoggia servendomi il primo dello chef:  linguina con ristretto di crostacei e crudo di gambero rosso.  Un piatto bellissimo da vedere, un inno ai sapori intensi e raffinati del mare realizzato con cura da Sergio per esaltare ogni ingrediente. I gamberi rossi crudi spiccano per il loro colore vivo. La linguina cotta al dente ha una consistenza perfetta capace di catturare il sapore ricco del condimento. Il ristretto è una salsa concentrata e saporita, molto intenso, pieno di sapori marini e leggermente burroso avvolge la linguina in un abbraccio aromatico.  I gamberi rossi freschissimi, serviti crudi e marinati leggermente mantengono la loro naturale dolcezza e consistenza delicata, mi è piaciuto il contrato tra il calore della pasta e la freschezza del crudo. Ogni boccone mi ha regalato un equilibrio tra la ricchezza del mare, la delicatezza del crudo e la consistenza vellutata della pasta. Un piatto perfetto per chi ama il mare. Non c’è sosta. Anche perché non potrei resistere alle attese. Arriva la ventresca di ombrina frollata servita con crema di topinambur e chips di carciofi e fondo di cottura con la sua bellissima coda in presenza sul piatto. Alla vista questo piatto è un esempio di raffinatezza e attenzione alla qualità degli ingredienti. Al palato sapori eleganti e contrasti di consistenze. Il pesce lasciato frollare per esaltare il gusto e la texture ha in bocca una consistenza compatta e un sapore marino molto intenso e delicato. La crema ha un sapore terroso e nocciolato che si sposa perfettamente con l’intensità dell’ombrina. Le chips di carciofi un piacevole accompagnamento di questo piatto, sottili fette di carciofo croccante fritte in doratura che aggiungono quella nota di croccantezza al piatto. Un piatto al palato davvero pregevole e generoso. Sto per alzare bandiera bianca ma Renato, sorridendo, mi dice che non posso alzarmi senza aver assaggiato il tiramisù di Sergio con savoiardo fatto da lui affondato nel caffè, crema al mascarpone, nomelaka al caffè, una crema morbida al caffè e crumble di cioccolato. Un dolce elegante nella sua presentazione, davvero raffinato che si scioglie in bocca per la fragranza del savoiardo, le creme sono superbe regalando al palato un fine pasto davvero emozionante. Dopo una cena superba, ricca di sapori, dove il mare ha regnato indiscusso stringo la mano a Renato, saluto il suo splendido staff, abbraccio Sergio e lascio con un bel sorriso questo posto delizioso. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
Leggi
Arrow Right Top Bg

5 Febbraio, 2025

Fabbri Pasta Artigianale. La Toscana di una volta

  C’è poco da fare, io la Toscana, la adoro. Sarà per le sue dolci colline, per gli orizzonti che si perdono con lo sguardo, per i paesaggi mozzafiato. O forse solo per quel ben di Dio che si chiama cibo e vino. La pasta però non è mai stata al centro del mio immaginario pensando alla Toscana. Magari i pici, quelli che si fanno all’aglione. Ma non la classica pasta insomma. Poi incontro Pierre, un francese che in Italia ha trovato la sua patria di adozione. Grazie a lui scopro il Pastificio Fabbri, nel cuore del Chianti. Ma nel Chianti si faceva qualcos’altro oltre al vino? A giudicare dalla data di nascita del pastificio, 1893, direi proprio di sì. Piazza Emilio Landi, nel piccolo Borgo di Strada in Chianti a pochi km da Firenze. È qui che il trisnonno di Pierre, Giovanni Fabbri, insieme alla moglie Palmira, decidono di trasformare l’amore per il grano e la tradizione in un’attività artigianale. Il trasferimento di Giovanni Fabbri da Cintoia a Strada in Chianti, qualche chilometro più vicino a Firenze, portò con sé il sapere antico dei suoi genitori, contadini, molitori e pastai. In questo lembo di Toscana, paesaggio e tradizioni si mescolano in una cornice unica. È qui che da oltre 130 anni viene portata avanti la storia della famiglia, mantenendo saldi valori che passano necessariamente nel rispetto del territorio. Da quel periodo così lontano, 5 generazioni si sono susseguite in questo stesso luogo: di padre in figlio, hanno trasmesso sapere e passione seguendo un metodo di produzione rimasto immutato nei secoli. Il Pastificio Fabbri è uno di quei gioielli che teniamo nascosti e spesso ne dimentichiamo l’ubicazione. Però poi quando lo ritroviamo abbiamo un sussulto. La sua tradizione centenaria è sinonimo di eccellenza artigianale e dedizione alla qualità.  La pasta qui non è solo cibo ma un’esperienza sensoriale. Pierre mi racconta che ogni formato, dalla più classica linguina ai tagli più ricercati nasce da una miscela di grani selezionati e da un processo di lavorazione rigoroso e rispettoso dei tempi. La maestosità di questo pastificio illumina i miei occhi. Non riesco a guardare la mia espressione ma giurerei che è la stessa di un bambino nel mondo dei balocchi. C’è un bellissimo museo pronto a far vivere un affascinante viaggio nel quotidiano del novecento e dell’inizio del xx secolo. Sono circondato da una ricca collezione di attrezzi per la lavorazione del grano, la produzione della pasta e oggetti etnografici dai torchi alle chitarre, bilance e setacci d’epoca. Davvero sorprendente quanta storia sia stata conservata in tutti questi anni. Inizio a chiacchierare con Pierre e ci vuole poco perché mi racconti di più. Sono proprio curioso del “metodo Fabbri”, quello che è così da generazione. Tre i principi fondamentali che Pierre mi racconta anzi, mi scrive direttamente su un foglio di carta così da poterli conservare. Ho l’impressione di essere a lezione ma va bene lo stesso. La qualità delle materie prime: solo grani italiani biologici, scelti per la loro unicità e digeribilità. Tra questi anche i grani antichi come il Cappelli, il grano Timilia e il Farro dicocco. Il metodo di essiccazione lenta. La pasta riposa nelle celle dai 3 ai 6 giorni a basse temperature (non sopra i 38°), esaltando il sapore e preservando le qualità nutrizionali del grano. La creazione di una filiera controllata. Controllo totale su ogni fase della produzione, dal campo alla tavola, rispettando le tradizioni tramandate dai nostri nonni. La pasta alla fine è il frutto di un processo semplice ma rigoroso con l’utilizzo solo semola di grano duro italiano biologico, preferendo varietà antiche come il Senatore Cappelli, che garantisce un sapore unico e un’altissima digeribilità. L’acqua e le trafile in bronzo completano il quadro, donando alla pasta la sua superficie ruvida, ideale per trattenere i condimenti. Entrando nel pastificio è incredibile vedere la pasta che avanza sui rulli fino a terminare il viaggio direttamente nei pacchi di pasta. Se fossi un bambino mi direbbero di non toccare, ma da adulto le fortune sono anche che questo viene consentito. Meno male perché al tatto apprezzo immediatamente la superficie ruvida e porosa, segno distintivo della lavorazione artigianale e della trafilatura al bronzo. La texture non è solo piacevole tra le dita, ma è anche pensata per trattenere i condimenti in modo impeccabile. La pasta risulta corposa e consistente, dando l’impressione di una qualità solida e autentica. Il colore della è dorato, naturale. Richiama il grano di alta qualità utilizzato nella sua produzione. Per ogni formato si nota la cura dei dettagli come quella dei bordi netti e dalla forma che trasmette artigianalità. La luminosità opaca, che sembra così un ossimoro, è indice di un’essiccazione lenta e a basse temperature, cosa questa che preserva il sapore autentico del grano garantendo la cottura uniforme. L’eccellenza della Pasta Fabbri la si può raccontare anche solo guardandola su questi rulli. Se si pensa che il processo produttivo sia complesso, dunque, industriale si sbaglia di grosso. Basta vedere gli strumenti di produzione: trafile di bronzo e pressa continua. Lessi is more! La pressa continua “Cantini”, comprata da nonno Renzo nel 1958, rimane il cuore della produzione. Una macchina capace di eseguire le tre operazioni essenziali del processo di fabbricazione: l’impastamento, la gramolatura e la trafilatura. Per tutti i formati siano essi lunghi o corti! Con la trafilatura in bronzo, si ottiene una pasta più ruvida e più porosa che assorbe il 30% in più dei condimenti rispetto ad una pasta liscia. Pierre mi mostra quasi con orgoglio i formati di pasta che rappresentano la loro storia.
I Dischi Volanti che trae ispirazione dall’avvistamento di oggetti volanti non identificati avvenuto a Firenze nel 1954. Un episodio che destò all’epoca grande curiosità e fascino così da portare le stamperie a creare uno stampo ispirato a questa forma insolita. Nel 1955, il pastificio decise di acquistare lo stampo, iniziando così a produrre un formato diventato iconico. I Dischi Volanti non sono solo un omaggio a quel momento storico, ma rappresentano anche la capacità di unire tradizione e creatività nella produzione artigianale della pasta. Le Reginelle sono presenti sin dagli albori del pastificio. Lo stampo originale apparteneva a Giovanni Fabbri e veniva utilizzato già nei primi anni del pastificio elettrico. Oggi, lo stampo diverso è diverso così da realizzare un formato con spessore più adatto ai tempi. Pierre, da buon anfitrione, mi accompagna dove le celle di essiccazione, seguendo il metodo Garbuio (cella statica per l’essiccazione del 1956), permettono un’essiccazione lenta e naturale. La temperatura è mantenuta al di sotto dei 38°C, lasciando che la pasta riposi dai 3 ai 6 giorni, a seconda del formato. Un  processo che porta a conservare tutte le qualità nutrizionali e organolettiche del grano, garantendo un prodotto autentico e di alta qualità. Oltre che esaltando qualsiasi condimento. Come ci piace a noi italiani! Il Pastificio Fabbri propone quattro linee di cui tre di grano e una di farro. Spaghettoni toscani, Dischi Volanti, Fusilloni; semola, semintegrale grano Cappelli, integrale grano Timilia, integrale di Farro dicocco: ogni formato, ogni grano è lavorato pensando di raccontare una storia esaltando i sapori della cucina toscana e italiana. Pierre mi spiega che oggi il loro obiettivo dopo 130 anni di storia è quello di continuare a produrre una pasta che sia sinonimo di eccellenza, valorizzando il territorio e le sue materie prime. La missione del Pastificio Fabbri è diffondere la cultura della pasta artigianale in tutto il mondo, restando fedeli alle radici ma guardando anche al futuro. Per questo, hanno puntato molto sulla divulgazione e sulla comunicazione. Oggi alla guida del pastificio c’è Marco Fabbri, la 5°generazione del pastificio che porta avanti l’attività con entusiasmo e nuove idee, non dimenticando il passato che è sempre presente. Le tecniche, le ricette e i valori trasmessi dai nonni sono il cuore pulsante del loro lavoro, un ponte tra tradizione e modernità. Potevo mai finire la visita senza assaggiare la pasta in abbinamento ai sughi? Il mio percorso sensoriale inizia con delle linguine al ragù di scorfano con terra di olive e pomodorini confit. Le linguine del Pastificio Fabbri si distinguono per il loro sapore unico, grazie alla qualità del grano e al processo di lavorazione artigianale. In questo piatto sono protagoniste di un’esperienza che esalta il gusto del mare e della terra. Il condimento molto raffinato e saporito in cui la carne delicata e leggermente dolce dello scorfano, si fonde con un fondo aromatico rendendo le linguine ricche di sapori intensi e marini. La terra di olive è un elemento croccante e sapido ottenuto da olive disidratate e sbriciolate che bilancia il gusto del ragù. In un bel piatto colorato arrivano delle caserecce con una forma sinuosa e la texture porosa. Perfette per catturare un sugo ricco e avvolgente come quello di vitello ai funghi. Un bel condimento robusto e vellutato, con ottima carne di vitello cotta lentamente arricchito dal sapore intenso e terroso dei funghi. La combinazione crea un’esplosione di umami con note calde e avvolgenti. Anche questo un ottimo piatto che esalta la qualità della pasta Fabbri.   Infine uno dei loro formati più rappresentativi, i fusilloni che, on la loro forma avvolgente e dimensioni generose, sono perfetti per esaltare un ragù di verdure ricco e saporito. La texture ruvida e la forma spiralata catturano il condimento in ogni curva garantendo un’esperienza gustativa avvolgente e completa a ogni boccone. Al palato si percepisce la qualità della pasta per la consistenza piena e la cottura perfetta. Il ragù davvero ottimo per celebrare la semplicità e la qualità permettendo di raccontare ad ogni boccone il legame tra la tradizione artigianale della pasta Fabbri e la freschezza dei prodotti del ragù. Visitare il Pastificio Fabbri mi ha lasciato la sensazione di essere stato in un luogo dove passato e presente si intrecciano per garantire un assaggio dell’autentico spirito italiano, confezionato con amore e dedizione. Un’eccellenza che porta la Toscana in tavola ovunque nel mondo. Altro che solo vino!   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
Leggi
Arrow Right Top Bg

29 Gennaio, 2025

Innamorarsi a Parigi: la cucina incantevole di Fanny Herpin

  Parigi, 8* arrondissement, nell’affascinante ristorante Le Comondo ho il piacere di conoscere la bellissima chef Fanny Herpin (https://www.instagram.com/chef.fanny/) . Sorride mentre mi viene incontro abbracciandomi. Resto subito affascinato dalle alte colonne metalliche che si innalzano verso l’alto. Questo edificio, oggi sotto tutela, era un tempo la scuderia di Moïse de Camondo cui si deve il museo ispirato al Petit Trianon. Un cocktail bar centrale, bello e imponente, sono certo mi permetterà di trascorrere una  intensissima serata in compagnia di Fanny. Il ristorante è annesso al Musée Nissim de Camondo, idealmente situato ai margini del Parc Monceau, è una vera e propria perla da scoprire. Con i suoi splendidi spazi storici e la terrazza verdeggiante, è una fuga gastronomica che consiglio vivamente. Superata la sala da pranzo, si scopre un secondo ambiente luminoso sotto un tetto di vetro, un giardino d’inverno dove rilassarsi al riparo di una superba fontana in pietra. Il suo bovindo si apre sulla verde terrazza pavimentata, dove una varietà di piante e palme offre un gradito cambiamento di scenario. Torniamo a sederci su uno degli sgabelli del bancone ed inizio a conoscere Fanny scoprendo come è nata la sua passione per la cucina. Quasi tutti gli chef che sino ad oggi ho intervistato hanno iniziato a cucinare con le nonne. Fanny Herpin, è nata a Bordeaux e ha assunto la direzione del ristorante nel 2020. Il papà lavorava come chef quando lei era piccina. Nei ricordi di bambina, una foto con lei in tenuta da chef e cappello in testa nel guardaroba della nonna, Mamie Annette. Una immagine diventata vera fonte di ispirazione. Anche la mamma era un’ottima cuoca. Da piccola la aiutava a preparare le torte e in pasti in famiglia, condivisi con i suoi fratelli e sorelle. Momenti di convivialità, complicità, risate. Fanny, la giovanissima ancorché chef affermata, ha iniziato a muovere i primi passi in cucina a soli 15 anni con il suo primo stage al Vieux Logis. Esperienza con il sapore di rivelazione. Poi un corso di cucina generale, il diploma di maturità Es, il Bts in hotel e ristorazione. A 21 anni il primo lavoro come commis chef al Biblos di Saint -Tropez, al fianco di Alain Ducasse. Determinazione e un obiettivo chiaro: diventare chef prima dei 30 anni. Durissimi i primi anni nel mondo Ducasse ma anche quelli al Jules Verne di Parigi, al New York, al Meurice e al Benoit. A 26 anni è chef per la prima volta, prendendo le redini del mitico bistrot Chez Allard. Obiettivo raggiunto. In una formazione così vasta, forse anche bella per i tanti ricordi che si accavallano le chiedo se c’è un dettaglio nel suo percorso che le piacerebbe ricordare. È cosi che torna indietro con la mente ai tempi in cui incontrò Christophe Girardot, durante la sua settimana nelle cucine del ristorante del liceo. Uno chef entusiasmante che l’ha rassicurata nella sua scelta regalandole forti emozioni semplicemente cucinando. Fanny con il suo bellissimo sorriso e i suoi occhi che mi scrutano e osservano mi dice che bisogna credere nei propri sogni e darsi i mezzi per arrivare lavorando duro. Il suo è un ambiente maschile e sessista, ma ha sempre lottato per prendere il suo posto in cucina e guadagnarsi gli onori che si meritava. Le chiedo che piatti mi farà provare questa sera, perché le foto che ho visto su Ig raccontano di piatti bellissimi da vedere e non solo. Questa sera avrò il piacere di mangiare il piccione di Racan, cotto sul petto, cromesquis di cosce candite al rosmarino servito con polenta cremosa ed essenza di funghi accompagnato da una salsa di salmì con frattaglie di piccione. È un piatto tecnico, preciso, delizioso e stagionale. Non vedo l’ora di provarlo. I piatti di Fanny sono colorati ma sempre molto particolari, di sicuro non sono piatti semplici così le chiedo da dove nasce la sua fantasia in cucina e da cosa trae ispirazione. In cucina Fanny lavora in tandem con Mehdi Boucenna da quattro anni. La sua creatività si arricchisce attraverso i loro scambi di idee. Attinge alle sue esperienze e si lascia guidare dalle sue sensazioni, in armonia con i prodotti di stagione. Di piatti di Fanny ne ho visti davvero tanti ma sicuramente c’è un piatto che potremmo definire il più complesso perché ricco di ingredienti e preparazioni creato per l’evento Night Fall a Parigi. Un piatto ispirato ad un’opera e al loro incontro con gli artisti creato insieme a Mehdi. Ci sono voluti giorni, settimane di riflessione e di sperimentazione ma il risultato è un piatto sublime, un momento forte ed intenso. Da ricordare. Fanny ha avuto il privilegio di lavorare per i Giochi Olimpici di Parigi 2024: un’esperienza indimenticabile. Ne parla con una punta di orgoglio per aver contribuito, a modo suo, a rendere grande Parigi e i Giochi Olimpici. Cucinando per diversi giorni allo Stade de France anche con una nuova ricetta che riflette la sua visione della cucina moderna e francese: orata semicotta, affumicata con fieno, accompagnata da gelatina di anguria, pomodori cuore di manzo ed emulsione di limone. Il 2024 è stato un anno foriero di esperienze. Ai Giochi Olimpici si aggiunge anche quelle dei Fork awards 2024: Fanny e la sua brigata hanno avuto l’onore di ospitare due volte i The Forks Awars nel loro ristorante. Un grande orgoglio accogliere i più grandi chef francesi così come i giovani talenti promettenti. Per ogni evento hanno preparato 2.200 cocktail. Una fatica ma niente dinanzi al poter partecipare alla scena gastronomica parigina. Racconto a Fanny che ho avuto la fortuna di intervista diversi chef stellati italiani e di conoscere le loro cucine e così le chiedo se pensa che la cucina francese sia meglio di quella italiana. Fanny presa da un’improvvisa risata, con il suo accento francese mi dice che non esiste una cucina migliore dell’altra perché ogni cucina mette in risalto le bellezze del territorio e del proprio Paese. Sicuramente la forza della cucina francese risiede nelle tecniche e nel know how delle salse che sono due aspetti della cucina che a lei piacciono molto. È il momento delle presentazioni. È così che conosco la sua bellissima brigata: un team di 12 cuochi ognuno dei quali svolge un ruolo essenziale utile per andare avanti insieme. Il rispetto è al centro della sua gestione e le piace rivelare il meglio di ognuno di essi. Ho avuto modo di guardarmi attorno per capire il tipo di clientela che frequenta il ristorante e Fanny. È ora di pranzo e la clientela è tipicamente business. Non dubito che la sera e nel fine settimana cambi drasticamente. Ma non immaginavo potesse essere familiare. Però, a guardar bene i prezzi del menù sono davvero accessibili nonostante la grande attenzione al dettaglio dei piatti che mi passavano accanto. Ridendo dico a Fanny cosa mi direbbe per convincermi a cenare da lei. Conoscere Parigi e la sua visione della cucina francese, dove tradizione e modernità si incontrano. A Le Camondo si propone una cucina responsabile, lavorando con prodotti di stagione valorizzando i produttori locali. Ogni piatto racconta una storia, rispecchia la sua passione e il suo impegno. Mi dice sorridendo “lascia che ti sorprenda”. Ho avuto modo di scoprire un ristorante davvero unico, un gioco di contrasti tra l’involucro dell’ex garage dell’hotel Camondo e la raffinatezza del museo. Il ristorante è stato immaginato dall’agenzia Favorite come una dependance contemporanea della grande residenza. Del garage originale hanno mantenuto la scala, il pavimento e le pareti, evidenziando i pilastri, le travi in acciaio e le scatole del soffitto che conservano i colori primitivi. Lo slancio grafico di queste linee verticali e orizzontali si moltiplica in tutto lo spazio per sostenere l’effetto di una rara altezza del soffitto. La barra centrale funge da spina dorsale dell’arredamento. Una rottura contemporanea, si compone con la struttura in ottone e vetro su cui è fissata con il grande lampadario che la sovrasta, un insieme che abita dal pavimento al soffitto. Il suo esterno è il risultato di uno stretto lavoro con gli artigiani di Ceramiques du Beaujolais. I decoratori lo hanno progettato come un omaggio alle splendide cucine del museo e in particolare alle sue pareti in maiolica. I bellissimi tessuti dei cuscini, selezionati nei toni del rosso che riecheggiano una striscia di colore sul soffitto, le canne, il legno, gli intarsi dei piani dei tavoli sono tutti riferimenti alla raffinatezza della dimora privata. Anche i servizi igienici sono molto belli perché riproducono quelli dei bagni di casa. Bellissimo il giardino di inverno ampiamente aperto sulla grande terrazza pavimentata dove la disposizione elimina il confine tra interno ed esterno per dare il primato al volume ed offrire durante la giornata diverse modalità di appropriazione dello spazio. Bellissimo il maestoso bancone dove siamo seduti con i suoi 12 sgabelli che invitano a consumare un pranzo veloce o a bere un primo drink in attesa del proprio tavolo. Ai lati della sala le panche offrono una configurazione tradizionale da brasserie, mentre i divani davanti alle vetrate si prestano a momenti più informali. Fanny mi racconta che all’esterno durante la bella stagione è possibile allestire 70 coperti in un ambiente idilliaco per godersi un pranzo semplice al sole. Una ragazza come lei che nei primi anni della sua esperienza del mondo della cucina ha conosciuto tante cucine mi piace immaginarla anche in Italia. Dopo aver lavorato a New York e Londra, Tokyo le piacerebbe lavorare in Italia. Aspetta solo un invito. Fanny è una ragazza davvero semplice. Orgogliosa di collaborare con artigiani appassionati che condividono i suoi valori e il suo impegno per una cucina responsabile e autentica. Ogni giorno il loro know how e la loro dedizione la ispirano a dare il meglio di lei in cucina. I complimenti che più la toccano sono quelli che evocano l’emozione che regalano i suoi piatti motivo per cui attendo di complimentarmi con lei per le emozioni che susciterà il suo piatto. Quando un cliente le dice che è rimasto sorpreso o che un piatto gli ha ricordato un ricordo, questo rafforza la sua visione e il significato del suo lavoro. Ho sempre immaginato gli chef ambire alla famosa stella Michelin ma per Fanny conquistare una stella Michelin non è un obiettivo. Ciò che conta per lei è offrire una cucina sincera, di qualità che tocchi le persone che vengono al ristorante. Se un giorno una stella incoronasse questo lavoro, sarebbe un grande riconoscimento per tutta la squadra e per l’impegno che mettono in ogni piatto, ma lei non cerca questo. Una esperienza a parer mio degna comunque della stella. Un mondo bellissimo svelato da una bellissima persona e donna che con la sua simpatia mi ha accolto a Parigi in un bellissimo ristorante con un cucina moderna e ricca di tradizione. Tre aggettivi per connotarla? Appassionata, esigente e giusta.       Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere     Version française. Tomber amoureux à Paris : la cuisine enchanteresse de Fanny Herpin Paris, 8ème arrondissement, dans le fascinant restaurant Le Comondo j’ai le plaisir de rencontrer la belle chef Fanny Herpin. Il sourit en s’approchant de moi et me serre dans ses bras. Je suis immédiatement fasciné par les hautes colonnes métalliques qui s’élèvent vers le haut. Ce bâtiment, aujourd’hui sous protection, était autrefois les écuries de Moïse de Camondo qui créa le musée inspiré du Petit Trianon. Un bar à cocktails central, beau et imposant, me permettra j’en suis sûr de passer une soirée très intense en compagnie de Fanny. Le restaurant est rattaché au Musée Nissim de Camondo, idéalement situé en bordure du Parc Monceau, c’est une véritable perle à découvrir. Avec ses beaux espaces historiques et sa terrasse arborée, c’est une escapade gastronomique que je recommande vivement. Passée la salle à manger, vous découvrez une deuxième pièce lumineuse sous verrière, un jardin d’hiver où vous pourrez vous détendre à l’abri d’une superbe fontaine en pierre. Sa baie vitrée s’ouvre sur la terrasse dallée de verdure, où diverses plantes et palmiers apportent un dépaysement bienvenu. Nous retournons nous asseoir sur l’un des tabourets du comptoir et je commence à connaître Fanny, découvrant comment est née sa passion pour la cuisine. Presque tous les chefs que j’ai interviewés jusqu’à présent ont commencé à cuisiner avec leurs grand-mères.   La chef Fanny Herpin, née à Bordeaux, a repris le restaurant en 2020. Elle me raconte que son père a travaillé comme chef durant les premières années de sa vie. Il y avait une photo de lui en tenue de chef et toque dans la garde-robe de sa grand-mère, Mamie Annette. Cette image a été pour elle une véritable source d’inspiration. Maman était aussi une excellente cuisinière. Enfant, elle l’aidait à préparer des gâteaux et les repas de famille, partagés avec ses frères et sœurs, étaient des moments de convivialité, de complicité et de rire. Fanny, toute jeune mais pourtant chef confirmée, fait ses premiers pas en cuisine à seulement 15 ans avec son premier stage au Vieux Logis. Découvrez la saveur de la révélation. Puis un cours de cuisine générale, le baccalauréat ES, le BTS hôtellerie-restauration. A 21 ans, son premier emploi de commis de cuisine au Biblos à Saint-Tropez, aux côtés d’Alain Ducasse. Une détermination et un objectif clair : devenir chef avant 30 ans. Les premières années dans le monde Ducasse furent très dures, mais aussi celles chez Jules Verne à Paris, à New York, au Meurice et chez Benoit. À 26 ans, il devient chef pour la première fois en prenant les rênes du mythique bistro Chez Allard. Objectif atteint. Dans une formation aussi vaste, peut-être même belle en raison des nombreux souvenirs qui se chevauchent, je vous demande s’il y a un détail de votre voyage dont vous aimeriez vous souvenir. C’est ainsi qu’il se remémore l’époque où il a rencontré Christophe Girardot, lors de sa semaine dans les cuisines du restaurant du lycée. Un chef passionnant qui l’a rassurée dans son choix, lui procurant des émotions fortes simplement en cuisinant. Fanny avec son beau sourire et ses yeux qui me scrutent et m’observent me dit qu’il faut croire en ses rêves et se donner les moyens d’y arriver en travaillant dur. Son milieu est masculin et sexiste, mais il s’est toujours battu pour prendre sa place en cuisine et gagner les honneurs qu’il méritait. Je lui demande quels plats elle me fera gouter ce soir, car les photos que j’ai vues sur Ig parlent de plats beaux à regarder et bien plus encore. Ce soir j’aurai le plaisir de manger du pigeon Racan, cuit sur la poitrine, des cromesquis de cuisses confites au romarin servis avec une polenta crémeuse et essence de champignon accompagnés d’une sauce salmis aux abats de pigeon. C’est un plat technique, précis, délicieux et de saison. J’ai hâte de de l’essayer. Les plats de Fanny sont colorés mais toujours très particuliers, ce ne sont certainement pas de plats simples alors je lui demande d’où vient son imagination en cuisine et de quoi elle s’inspire. En cuisine, Fanny travaille en tandem avec Mehdi Boucenna depuis quatre ans. Sa créativité s’enrichit de leurs échanges d’idées. Il s’appuie sur ses expériences et se laisse guider par ses sensations, en harmonie avec les produits de saison. J’ai vu beaucoup de plats de Fanny mais il y a certainement un plat que l’on pourrait définir comme le plus complexe. Son plat le plus complexe est certainement un plat rempli d’ingrédients et de préparations pour l’événement Night Fall à Paris. Avec Mehdi ils ont créé un plat inspiré d’un opéra et de leur rencontre avec les artistes. Il y a eu des jours et des semaines de réflexion et d’expérimentation qui ont abouti à la création d’un plat sublime, un moment très fort mais aussi beau à retenir. Se souvenir Fanny a eu le privilège de travailler pour les Jeux Olympiques de Paris 2024 : une expérience inoubliable. Il en parle avec une pointe de fierté pour avoir contribué, à sa manière, à faire de Paris et des Jeux Olympiques de grands. Cuisiner pendant plusieurs jours au Stade de France également avec une nouvelle recette qui reflète sa vision de la cuisine moderne et française : daurade mi-cuite, fumée au foin, accompagnée de gelée de pastèque, tomates cœur de bœuf et émulsion de citron. Il a eu le privilège de parcourir la piste d’athlétisme et de regarde le plus grands athlètes du monde s’affronter. 2024 a été une année riche en expériences. Les Jeux Olympiques, c’est aussi ceux des Forks awards 2024 : Fanny et son équipe ont eu l’honneur d’accueillir à deux reprises les Forks Awards dans leur restaurant. Une grande fierté d’accueillir les plus grands chefs français ainsi que de jeunes talents prometteurs. Pour chaque événement, ils ont préparé 2 200 cocktails. Un effort mais rien comparé à pouvoir participer à la scène gastronomique parisienne. Je dis à Fanny que j’ai eu la chance d’interviewer plusieurs chefs étoilés italiens et de connaitre leurs cuisines et je lui demande donc si elle pense que la cuisine française est meilleure que la cuisine italienne. Fanny, soudain en riant, me dit avec son accent français qu’il n’y a pas de cuisine meilleure  qu’une autre. Parce que chaque cuisine met en valeur la beauté du territoire et de son propre pays. Certes, la force de la cuisine française réside dans les techniques et le savoir-faire des sauces qui sont deux aspects de la cuisine qu’elle affectionne beaucoup. C’est l’heure des présentations. C’est ainsi que je fais la connaissance de sa belle brigade : une équipe de 12 chefs, dont chacun joue un rôle essentiel et utile pour avancer ensemble. Le respect est au cœur de son management et elle aime révéler le meilleur de chacun d’eux. J’ai eu l’occasion de regarder autour de moi pour comprendre le type de clientèle qui fréquente le restaurant et Fanny. C’est l’heure du déjeuner et la clientèle est typiquement professionnelle. Je n’ai aucun doute que les soirées et les week-ends vont radicalement changer. Mais je ne savais pas que ce serait familier. Cependant, à bien y regarder, les prix de la carte sont vraiment accessibles malgré le grand souci du détail des plats qui m’ont échappé. En riant, je dis à Fanny ce qu’elle dirait pour me convaincre de dîner avec elle En riant, je dis à Fanny ce qu’elle dirait pour me convaincre de diner avec elle. Pour me convaincre, elle m’inviterait à découvrir Paris et à découvrir sa vision de la cuisine française, où tradition et modernité se rencontrent Au Camondo c’est un point d’honneur de proposer une cuisine responsable, travaillant des produits de saison et valorisant les producteurs locaux. Chaque plat raconte une histoire, reflète sa passion et son  engagement. Il me dit en souriant, laisse-moi te surprendre ; Elle adorerait partager un moment chaleureux et sincère autour de saveurs qui lui tiennent à cœur. J’ai eu l’occasion de découvrir un restaurant vraiment unique, un jeu de contrastes entre la coque de l’ancien garage de l’hôtel Camondo et le raffinement du musée. Le restaurant a été imaginé par l’agence Favorite comme une annexe contemporaine de la grande demeure. Ils ont conservé l’escalier, le sol et les murs du garage d’origine, en mettant en valeur les piliers, les poutres en acier et les caissons de plafond qui conservent les couleurs primitives. L’élan graphique de ces lignes verticales et horizontales se multiplie dans tout l’espace pour soutenir l’effet d’une hauteur sous plafond rare. La barre centrale fait office de colonne vertébrale du meuble. Pause contemporaine, elle est composée de la structure en laiton et verre sur laquelle elle est fixée avec le grand lustre au-dessus, un ensemble qui vit du sol au plafond. Son extérieur est le fruit d’un travail étroit avec les artisans des Céramiques du Beaujolais. Les décorateurs l’ont conçu en hommage aux splendides cuisines du musée et notamment à ses murs carrelés. Les beaux tissus des coussins, sélectionnés dans des tons de rouge qui font écho à une bande de couleur au plafond, les cannages, le bois, les incrustations des plateaux de table sont autant de références au raffinement de la demeure privée. Les toilettes sont également très belles car elles reproduisent celles des salles de bains des maisons. Le beau jardin d’hiver s’ouvre sur la grande terrasse dallée où l’aménagement élimine la frontière entre intérieur et extérieur pour donner la primauté au volume et proposer différentes manières de s’approprier l’espace au fil de la journée. Le majestueux comptoir où nous sommes assis est magnifique, avec 12 tabourets qui vous invitent à déjeuner sur le pouce ou à prendre un premier verre en attendant votre table. Sur les côtés de la pièce, les banquettes offrent une configuration de brasserie traditionnelle, tandis que les canapés devant les fenêtres se prêtent à des moments plus informels. Fanny me raconte qu’à l’extérieur durant l’été il est possible d’installer 70 couverts dans un cadre idyllique pour profiter d’un déjeuner simple au soleil. J’aime imaginer une fille comme elle qui, au cours des premières années de son expérience dans le monde de la cuisine, a connu de nombreuses cuisines à l’étranger, peut-être en Italie. Mais Fanny, bien que jeune, a déjà parcouru le monde, elle a travaillé à New York et Londres, elle a aussi organisé un événement à Tokyo il y a deux ans avec Alain Ducasse. Elle aimerait beaucoup travailler en Italie et attend une invitation. Il rêve définitivement de continuer à voyager et à travailler dans d’autres pays. Fanny est une fille vraiment terre-à-terre qui est fière de collaborer avec des artisans passionnés qui partagent ses valeurs et son engagement pour une cuisine responsable et authentique. Chaque jour, leur savoir-faire et leur dévouement l’inspirent à donner le meilleur d’elle-même en cuisine. Les compliments qui la touchent le plus sont ceux qui évoquent l’émotion que procurent ses plats, c’est pourquoi j’ai hâte de la complimenter sur les émotions que suscitera son plat. Lorsqu’un client lui dit qu’il a été surpris ou qu’un plat lui a rappelé un souvenir, cela renforce sa vision et le sens de son travail. J’ai toujours imaginé des chefs aspirant à la célèbre étoile Michelin mais pour Fanny, gagner une étoile Michelin n’est pas un objectif. Ce qui lui importe, c’est de proposer une cuisine sincère, de qualité, qui touche les gens qui viennent au restaurant. Si un jour une star couronnait ce travail, ce serait une grande reconnaissance pour toute l’équipe et pour l’engagement qu’elle met dans chaque plat, mais ce n’est pas ce qu’elle recherche. Pour conclure cette belle conversation et laisser Fanny retourner aux fourneaux pour ravir non seulement mon palais, je lui demande trois adjectifs pour se décrire : passionnée, exigeante et juste. Une expérience étoilée selon moi, un monde magnifique révélé par une personne et une femme magnifique qui avec sa gentillesse m’a accueilli à Paris dans un beau restaurant à la cuisine moderne et riche de tradition.   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
Leggi
Arrow Right Top Bg

25 Gennaio, 2025

Cantina Perticaia. Le verdi colline nel cuore dell’Umbria

  Immersa nelle verdi colline nel cuore dell’Umbria, poco distante da Montefalco, sorge la cantina Perticaia, un perfetto equilibrio tra tradizione e innovazione. Il nome stesso, che nell’antico dialetto umbro significa “aratro”, incarna il profondo legame tra uomo e natura, riflesso in ogni dettaglio della cantina e dei vini. I vigneti sono situati su colline tra i 320 e i 350 metri di altitudine, beneficiano di un’esposizione sud/sud-ovest e di un suolo calcareo-minerale, arricchito da una significativa presenza di sostanza organica. Queste caratteristiche donano alle uve una straordinaria complessità e intensità, base per vini dal carattere autentico. Un progetto che la famiglia Becca, appassionati di vino ed imprenditori di successo in Lussemburgo, con la volontà di ricreare un legame con la propria terra d’origine, sposano nel 2018, prendendo in mano una piccola cantina a conduzione famigliare degli anni 2000, abbracciandone la storia e i valori, per intrecciarli con il progresso e la modernizzazione. Ho il piacere di incontrare Matteo che mi conduce a visitare i loro bellissimi vigneti, che al calare del sole, con i colori del tramonto, sono una piccola cartolina. Con più di 30 ettari vitati, ci troviamo in una terra estremamente vocata all’agricoltura vitivinicola con i due vitigni autoctoni principi dell’Umbria: il Sagrantino e il Trebbiano Spoletino. Siamo nel punto dove si incontrano le storiche menzioni della Montefalco Sagrantino DOCG e Montefalco Rosso DOC, e della più giovane Spoleto DOC. È proprio in queste denominazioni dove si concentra la gran parte delle loro energie e risorse poiché parte di un territorio da rappresentare attraverso il vino che da sempre ne è l’espressione più immediata. La produzione celebra il Sagrantino e il Trebbiano Spoletino, due varietà che esprimono appieno la ricchezza del territorio. Il Sagrantino, con la sua struttura imponente e la longevità unica e il Trebbiano Spoletino, noto per la freschezza e la complessità aromatica, sono il cuore pulsante della cantina. A questi si affiancano altre varietà, coltivate con la stessa dedizione per esaltare l’unicità del terroir.
La vendemmia è svolta rigorosamente a mano, utilizzando cassette da 10-15 kg per preservare l’integrità delle bacche durante il trasporto. Le uve vengono poi raffreddate in celle frigorifere a 5°C per almeno 12 ore, un passaggio cruciale per garantire uniformità nella lavorazione e protezione contro l’ossidazione, salvaguardando aromi e profumi. Dopo il raffreddamento, la diraspatura quindi la macerazione a freddo tra i 2°C e i 5°C per un periodo variabile da 12 ore a 30 giorni, a seconda delle caratteristiche dell’uvaggio. Una volta completata la macerazione e la pigiatura, i mosti ottenuti passano alla fermentazione, che permette lo sviluppo di profumi e aromi complessi. L’affinamento successivo avviene in contenitori di acciaio per preservare la freschezza o in legno per donare maggiore profondità e raffinatezza ai vini che lo richiedono. Essere biologici, per Perticaia, significa adottare un approccio che rispetta l’ambiente e valorizza la biodiversità. I vigneti vengono coltivati senza l’uso di pesticidi o fertilizzanti chimici, favorendo tecniche naturali per mantenere la vitalità del suolo e delle piante. Questo approccio garantisce vini autentici, specchio fedele del territorio e delle sue stagioni. Perticaia non è solo una cantina, ma un luogo dove storia, territorio e passione si incontrano. I vini sono il frutto di un percorso che rispetta la terra e le tradizioni, celebrando ogni giorno la bellezza dell’Umbria attraverso calici di autentica eccellenza. In una bellissima sala, adiacente la cantina Matteo mi fa accomodare e mi serve un tagliere con bruschette calde con il loro olio e degli ottimi formaggi. Posiziona i calici e inizia a versare il vino. Il primo vino è un rosato, Umbria Rosato Igt 2023. Un vino ottenuto da uve Sagrantino 60% e Sangiovese 40%. Raccolta manuale a cassetta solitamente dopo la terza settimana di agosto per avere un’acidità maggiore. Estrazione del mosto fiore e nessuna macerazione sulle bucce. Affinamento in acciaio di circa 3 mesi sulle fecce fini. Colore rosa tenue. Aromi intensi, di frutta dolce come la fragola, per poi deviare su agrumi come pompelmo, buccia di arancia, lime. Alcune note vegetali come il pomodoro. Molto floreale. In bocca si presenta leggero, di grande freschezza e piacevole. Credo sia adatto a tartare di pesce crudo, carni bianche, pollo arrosto, ma anche adatto alla cucina orientale come sushi e tempura. Il secondo calice è uno Spoleto Doc – Trebbiano Spoletino 2023 un vino ottenuto da Trebbiano Spoletino. Uva a maturazione tardiva: raccolta manuale in cassetta a fine settembre/prima settimana di ottobre. Maturazione in acciaio per circa tre mesi sulle fecce fini. Colore giallo paglierino. Aromi molto fruttati di frutti esotici e tropicali, pesca gialla e note di fiori bianchi. Al palato si presenta fresco, intenso, dal corpo importante. Secco e molto bilanciato nella sua acidità e sapidità. Io lo consiglierei per degli ottimi aperitivi, piatti di pesce, uova e formaggi a pasta morbida. Il terzo calice è un vino di cui Matteo mi ha parlato tantissimo, il loro vino bianco di punta, il Del Posto, Spoleto Doc – Trebbiano Spoletino 2022. È un vino ottenuto da Trebbiano Spoletino. Uva a maturazione tardiva proveniente esclusivamente dalle uve della Vigna Del Posto: raccolta manuale in cassetta a fine settembre/prima settimana di ottobre. Maturazione: parte in acciaio e parte in tonneaux per 12 mesi con bâtonnage sulle fecce fini. Colore giallo paglierino con riflessi dorati. Bouquet complesso e fine che si apre con note di vaniglia e resina, continua con spezie mediterranee di salvia, rosmarino e menta arricchito con profumi di pesca, cedro e fiori gialli. Durante l’affinamento in bottiglia acquisisce sentori di idrocarburi. Al palato è intenso, dal corpo importante, pieno ed elegante. Un vino che al palato lascia un gusto davvero importante e credo sia adatto a carni bianche, ragù di agnello, tartufo bianco e a piatti complessi. Poi i rossi e il primo è il rosso base: Montefalco Rosso Doc 2020. Un vino ottenuto da uve di Sangiovese 70%, Sangiovese 20%, Merlot 10%. Raccolta manuale dei grappoli a settembre per Sangiovese e Merlot, nella prima decade di ottobre per Sagrantino. Affinamento per 12 mesi in botti di acciaio per Sangiovese e Merlot e in botte di legno per il Sagrantino. Successiva maturazione in bottiglia per 6 mesi. Colore rosso rubino. Al naso aromi di frutti a bacca rossa, frutti di bosco e note speziate. È un vino che può esser bevuto a tutto pasto perché facilmente abbinabile sia a primi piatti a base di carne, zuppe saporite e carni rosse alla brace. Ora invece iniziano i calici importanti come il Montefalco Rosso Doc Riserva 2019, un vino ottenuto da uve di Sangiovese 75%, Sagrantino 20% e Cabernet Franc 5%. Raccolta manuale in cassette con selezione in vigna dei grappoli a metà settembre per Sangiovese, ad inizio ottobre per le altre uve. Assemblaggio delle varietà in botti di rovere francese per 24 mesi, affinamento in acciaio per 6 mesi e maturazione in bottiglia per altri 6 mesi. Colore rosso rubino con riflessi granati. Al naso è intenso e ampio, profumo di frutti rossi e neri di bosco che integrandosi agli aromi terziari di cannella e cioccolato, contribuiscono alla formazione di un ricco e complesso bouquet di un grande vino rosso. In bocca è pieno ed elegante, corposo e di grande struttura. Molto bilanciato con un tannino vellutato e saporito. Un vino davvero importante, pregiato e in bocca molto elegante che si abbina sicuramente a pregiate carni rosse, selvaggina e cacciagione, ma sicuramente ottimo anche con formaggi molto stagionati. E i vini rossi terminano con il vino per eccellenza, il vino che rappresenta la cantina e il territorio, il Montefalco Sagrantino Docg 2018, un vino ottenuto da uve di Sagrantino con raccolta manuale in cassette con selezione in vigna dei grappoli a fine settembre ed inizio ottobre. Maturazione in legni di rovere francese per 30-36 mesi e successivo affinamento in bottiglia. Si presenta con un coloro rosso rubino con riflessi granati. Al naso note di frutti a bacca nera ben maturi, accompagnati da sentori speziati di pepe nero, cioccolato, caffè e liquirizia. Seguono aromi terziari di sottobosco autunnale e una leggera affumicatura. Di grande corpo, con una struttura sopraffina. Molto pieno e persistente, con un tannino vellutato e ben equilibrato, di grande eleganza. Grande bilanciamento tra acidità e la sua parte alcolica e tannica. Molto lungo il gusto e di profonda intensità. Vino atto ad essere estremamente longevo. Un vino che non supera i 15° e nonostante la sua importanza resta molto leggero e si beve facilmente sicuramente da sposare con selvaggina, cacciagione, grandi brasati e piatti a base di tartufo nero. Dopo tutti questi vini, conservo ancora lucidità e chiedo a Matteo di passare al dolce per concludere questa bellissima degustazione così da poter abbinare il Montefalco Sagrantino Passito Docg. Un vino ottenuto da uve di Sagrantino con raccolta manuale in cassette con selezione in vigna dei grappoli a metà ottobre. Appassimento naturale su stuoie con continua cernita degli acini al fine di garantire il massimo della qualità. Fermentazione a temperatura controllata fino al raggiungimento degli zuccheri residui desiderati. Affinamento in tonneaux di rovere francese per minimo 24 mesi e successivamente altri 12 mesi in bottiglia. Colore rosso rubino intenso con riflessi granati. Al naso presenta note di frutta rossa ben evoluta, ricco di spezie, confettura di more, cuoio e tabacco. Molto pieno e persistente in bocca, viscoso e denso, entra in bocca con una forte carica zuccherina bilanciata da una buona freschezza.   E’ un vino che sto gustando con degli ottimi “tozzetti”, ma sarebbe ottimo anche con biscotti a pasta dura umbri e crostate di frutta rossa nonché a formaggi molto stagionati e cioccolato fondente. Una cantina davvero sorprendente, perché nella sua semplicità realizza ottimi vini, vengono presentati in modo elegante in una saletta molto ben curata. È la loro filosofia così sincera che li rende diversi dagli. Etica ed integrità sono alla base di tutte le loro attività, nel rapporto con i clienti e collaboratori. Perticaia è guidata da un gruppo appassionato di giovani che con entusiasmo portano avanti l’amore per la terra Umbra e che lo trasmettono a tutti coloro che vengono in visita. Valorizzare il territorio e le tipicità delle terre umbre con un linguaggio semplice e contemporaneo, facendo parlare i vini, testimoni dell’identità e unicità della terra Umbra. Il tutto in sinergia con la natura e nel rispetto di essa, riducendo al massimo l’impatto ambientale facendo scelte di sostenibilità e salvaguardia. Perticaia e Montefalco al centro della scena enologica promuovendo la massima qualità ed eleganza in tutti prodotti e la sinergia con le realtà del territorio. Avere lo sguardo sempre rivolto ad un futuro di crescita qualitativo e sostenibile. La vinificazione come intreccio sinfonico di arte e scienza, orchestrando attentamente ogni passaggio per amplificare l’espressione naturale del frutto modellata dalle stagioni e dalla terra. Il risultato sono vini di grande espressività ed eleganza, che racchiudono lo spirito stesso dell’Umbria. Una bellissima scoperta, in un luogo di incanto che lascerebbe senza parola anche chi non è appassionato di vini.   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
Leggi
Arrow Right Top Bg

18 Gennaio, 2025

Mangia viola

  Bali è un’isola indonesiana rinomata per le sue montagne vulcaniche ricoperte di boschi, le tipiche risaie e la barriera corallina. Qui si trovano siti sacri come il tempio Uluwatu che sorge in cima a una scogliera. Bali ha un fascino magnetico, unico al quale è impossibile resistere. È un’isola dall’animo mistico, permeata di tradizione e spiritualità, rigogliosa come le sue foreste e potente come il suo mare, custode di riti secolari ma anche proiettata verso l’Occidente con i suoi ritmi fatti di locali sulla spiaggia, ristoranti e resort da sogno. Difficile trovare un aggettivo per descriverla perché è poliedrica, inarrestabile e fascinosa. In questo posto così mistico e affascinante, in aeroporto trovo ad accogliermi Chef Luni, Lucia Nicolo, un’italiana che vive qui da anni e che ho scoperto su Ig affascinato dai suoi piatti e dalla sua abilità in cucina. Chef Luni mi conduce in un posto fantastico dove alloggerò The Seminyak Beach Resort & Spa. Qui, la bellezza panoramica del mare e il lusso rilassato convergono per definire un marchio di piacere allettante e indipendente. Per me è bellissimo scoprire un quartiere vivace e sofisticato che trabocca di ristoranti e beach club di fama mondiale, tra cui il famoso Kudeta accanto al Resort, bar sulla spiaggia a piedi nudi e cocktail lounge eleganti, bancarelle del mercato e boutique di stilisti chic. Il Seminyak a Bali è da tempo il parco giochi glamour di bohémien, jetsetter e fashionisti. L’ampia spiaggia di Seminyak presenta un’atmosfera vivace e movimentata, viste gloriose sulla costa, celebri pause per il surf e tramonti sensazionali. In questa bellissima spiaggia ci aspetta un tavolino in spiaggia dove seduti su un bean bag berremo del cocco.   La prima cosa che le chiedo è come sia finita a Bali, perché delle tante persone conosciute ed intervistate non mi ero mai spostato così lontano. Mi racconta che si è avvicinata a Bali inizialmente per un viaggio. Prima di allora conosceva poco dell’Indonesia, nonostante fosse sempre stata affascinata dall’Asia, in particolare dall’India. Non aveva mai davvero esplorato l’Indonesia, ma durante un viaggio qui si è trovata catapultata in questo meraviglioso paese. A poco a poco, Bali ha iniziato ad attirarla in modo quasi magnetico, come se fosse destino. Le circostanze della vita hanno portato lei qui in momenti diversi, come un richiamo che non riusciva a ignorare. Per un po’ ha vissuto una vita divisa tra l’Europa e Bali, ma alla fine si è resa conto che non poteva più continuare su due binari separati. Le cose che dovevo fare da una parte e dall’altra le impedivano di concentrarsi pienamente su ciascun impegno, e si trovava spesso nel posto sbagliato al momento sbagliato. Così, finalmente, come per magia o per quel magnetismo di cui mi parlava, nel 2016, ha deciso di trasferirsi definitivamente a Bali. Un viaggio che è iniziato nel 2004, ma il suo legame con Bali si è consolidato nel tempo, portandola a fare di questa isola la sua casa. Ho seguito per mesi su Ig Chef Luni, visto i suoi video, le sue foto, le sue creazioni. Il libro che ha scritto “Mangia Viola” l’ho acquistato così da potermelo far autografare. Anche se può sembrare banale sono curioso di scoprire cosa c’è di diverso nel mangiar viola rispetto al rosso o al verde. Scopro che un alimento in natura spesso riflette alcune delle sue proprietà nutrizionali, poiché è legato ai composti bioattivi che contiene. Ad esempio, il colore viola deriva principalmente dalla presenza di antociani, potenti antiossidanti con effetti benefici documentati sulla salute, come la protezione cardiovascolare, il miglioramento della memoria e la riduzione dell’infiammazione. Tutti gli alimenti naturali, indipendentemente dal colore, hanno un ruolo importante in una dieta equilibrata, poiché apportano nutrienti fondamentali come vitamine, sali minerali e fibre. Tuttavia, nel suo libro Mangia Viola ha voluto concentrarsi in particolare sui cibi viola perché, studiandoli, ha notato un filo conduttore unico nelle loro proprietà benefiche e nella loro versatilità in cucina. Chef Luni non vuole solo celebrare il “colore” in sé, ma svelare il mondo nascosto dei benefici che gli alimenti viola possono portare alla nostra salute e al nostro benessere, spesso sottovalutati. Nel libro, spiega anche come integrarli nella dieta quotidiana con ricette semplici e consigli pratici, perché credo che mangiare viola possa essere un modo innovativo e consapevole per arricchire la nostra alimentazione. Scoprire questo mondo mi affascina tantissimo perché appassionato di cucina da sempre ma mai avrei pensato che dietro un semplice colore si potesse nascondere un mondo. Mentre beviamo un buonissimo cocco con il sapore del cocco nel palato cerco di capire cosa regalano i sapori del viola la prima volta a chi li assaggia. Gli alimenti di colore viola offrono un’esperienza sensoriale sorprendente e variegata. Non è tanto il colore in sé a definire un sapore specifico, ma la grande varietà di cibi viola presenti in natura, dai frutti come i mirtilli e le prugne alle verdure come il cavolo cappuccio rosso, le melanzane o le patate viola. Questi alimenti possono regalare sapori dolci e delicati, come quelli della frutta, oppure intensi e terrosi, come nelle verdure a radice o nei legumi. Per chi li assaggia per la prima volta, il viola non è solo una scoperta di gusto, ma anche un momento di curiosità e sorpresa. Spesso si tratta di alimenti poco presenti nella nostra dieta quotidiana, ed è questo a renderli così speciali. Ogni sapore viola racconta una storia unica, legata alla biodiversità, alla cultura culinaria e, non da ultimo, ai benefici che apporta alla nostra salute. Chef Luni con grande pacatezza mi svela alcuni dettagli del suo libro raccontandomi che invita il lettore non solo a conoscere questi sapori, ma anche a sperimentarli attraverso ricette creative che li esaltano. È un viaggio alla scoperta non solo del gusto, ma anche del benessere che questi alimenti possono offrire. Ovviamente immagino che una dieta viola sia una dieta salutare ma sicuramente ci sono dei benefici che se ne traggono. Una dieta che include alimenti viola può essere estremamente benefica per la salute, grazie alla presenza degli antociani, i composti responsabili del colore viola. Questi fitonutrienti sono noti per il loro potente effetto antiossidante, che aiuta a combattere i radicali liberi e a proteggere le cellule dall’invecchiamento e dai danni ossidativi. Chef Luni prende un foglio di carta e velocemente mi scrive i benefici che includono una dieta viola: Salute cardiovascolare: Gli antociani migliorano la circolazione sanguigna, riducono l’infiammazione e possono contribuire a mantenere una pressione arteriosa equilibrata. Supporto al cervello: Studi scientifici hanno dimostrato che i cibi viola, come i mirtilli, possono migliorare la memoria e ridurre il rischio di malattie neurodegenerative. Effetti antinfiammatori: Gli alimenti viola possono ridurre l’infiammazione cronica, un fattore comune in molte malattie moderne. Sistema immunitario più forte: Grazie al loro contenuto di vitamine e minerali, come la vitamina C e il potassio, i cibi viola rafforzano le difese naturali del corpo. Salute intestinale: Alcuni alimenti viola, come le patate viola o il radicchio, contengono fibre che favoriscono la digestione e supportano il microbiota intestinale. Nel suo libro Mangia Viola Chef Luni non si limita a raccontare questi benefici, ma li approfondisce con studi, curiosità e consigli pratici per integrare gli alimenti viola nella vita quotidiana. Una dieta “viola” non è solo salutare, ma anche colorata, gustosa e facile da seguire. Mangia Viola a è stato scritto a Bali semplicemente perché lei vive qui, non per un motivo legato al tema del libro. Tuttavia, Bali è un luogo che ispira a mangiare in modo più sano e consapevole, e questa filosofia si riflette nel libro. Detto questo, Mangia Viola non si rivolge esclusivamente agli amanti del food o ai curiosi di nuovi sapori. Certo, chi è appassionato di cucina o interessato al cibo vegetale e salutare troverà molte idee e spunti interessanti. Ma il libro è pensato per tutti, perché il suo messaggio centrale riguarda il miglioramento delle nostre abitudini alimentari. Viviamo in un’epoca in cui i cibi processati, confezionati e pieni di additivi occupano un posto eccessivo sulle nostre tavole. Con questo libro vuole invitare i lettori a riscoprire la bellezza e i benefici degli alimenti naturali, in particolare di quelli viola, che spesso sono sottovalutati. Non è solo un libro di ricette, ma una guida per chi vuole avvicinarsi a un modo di mangiare più semplice, genuino e consapevole, senza rinunciare al gusto e alla creatività in cucina. Ho avuto modo di sfogliare il libro e ci sono poche ricette che Chef Luni mostra anche su IG ma mi sono domandato se sia complesso ripeterle o sia semplice. Chef Luni mi dice che le ricette presenti sono poche e semplici, pensate per essere facilmente replicabili a casa. L’obiettivo principale del libro è quello di esplorare i benefici e le caratteristiche degli alimenti viola, analizzando gli ingredienti più comuni e fornendo spunti per utilizzarli in modo creativo. Certo, ci sono alcune ricette di esempio, ma sono solo una base: ogni ingrediente viola può  ispirare infinite possibilità in cucina. Il suo profilo Instagram non è un luogo dedicato alle ricette, né tantomeno a quelle del libro. Il suo IG è uno spazio creativo personale, dove condivide ciò che la ispira al momento, che si tratti di cibo viola o di altre creazioni. Basta scorrere un po’ indietro nel feed e ci si accorge pienamente che i suoi piatti e drink spaziano tra cucine e tipi diversi. In generale le piace la cucina colorata e fresca. Alcuni piatti sono semplici e accessibili, altri sono più complessi: non è un contenuto pensato per essere necessariamente replicato, ma per ispirare. Le ricette del libro, invece, sono state pensate apposta per essere alla portata di tutti. Non serve essere uno chef professionale per provarle: il libro contiene suggerimenti pratici, curiosità e idee facili da realizzare. Mangia Viola è una guida per chiunque voglia esplorare il mondo del cibo viola, non solo attraverso ricette, ma anche scoprendo i benefici e le curiosità che si nascondono dietro ogni ingrediente. Mangia Viola è sicuramente il suo primo libro pubblicato ed è unico nel suo genere per l’approccio che ha verso il cibo viola e i suoi benefici. Un tema che non ho trovato trattato in modo così approfondito altrove. Tuttavia, non è la sua prima esperienza di scrittura. Da anni scrive su blog, social media e collabora con persone interessate al mondo del food, offrendo consigli e condivisioni sui temi legati all’alimentazione. In effetti, Mangia Viola è il suo primo libro pubblicato, sia nella versione italiana che in quella inglese, ma non sarà l’ultimo. Non è interessata a scrivere semplici libri di ricette ma parlare di argomenti che possano realmente portare valore alle persone attraverso un cambiamento positivo nella loro alimentazione e salute. Il suo lavoro va oltre la cucina: come restaurant consultant, si occupa anche di aspetti legati alla gestione dei ristoranti, ai costi e alla formazione professionale. Per questo, mi anticipa che ci sono già altri libri in fase di completamento, che saranno pubblicati a breve e tratteranno argomenti legati a questo ambito, sempre con l’obiettivo di offrire contenuti utili e pratici per i lettori. Quando ho conosciuto Chef Luni l’ho immaginata come lo chef del cibo viola. Lei però non si sente “dipinta” e perché il cibo viola è semplicemente una delle tante cose che ama esplorare in cucina, ma non l’unico colore che usa. La sua passione per il cibo va oltre un solo colore, ed è legata al benessere, alla ricerca e alla creatività in cucina. I piatti viola che realizza fanno parte del suo percorso di ricerca e delle sue esplorazioni culinarie personali così che, al momento, non sono proposti nei menu dei ristoranti con cui collabora. Le piace sperimentare e condividere le sue creazioni sui social e in altre occasioni, ma ogni ambiente di lavoro ha le proprie specificità ed esigenze. Ciò che propone in privato non sempre si allinea con la filosofia o le linee guida dei locali in cui è coinvolta. Il suo libro Mangia Viola è disponibile sia in versione cartacea che digitale e può essere acquistato su piattaforme online come Amazon in tutto il mondo, oltre che in alcune librerie selezionate. Si tratta di un libro che va oltre le tradizionali ricette di cucina. È un viaggio attraverso gli ingredienti viola, un’analisi dei benefici che questi alimenti portano alla salute e un invito a riflettere sull’importanza di una dieta sana e consapevole. È pensato per chi desidera scoprire il potenziale di cibi poco conosciuti ma ricchi di proprietà nutritive, ma non è solo per gli appassionati di cucina o per chi cerca ricette elaborate. Il libro è per chiunque sia interessato a migliorare la propria alimentazione e a capire meglio cosa c’è dietro ogni piatto che portiamo in tavola. È una lettura interessante per chi vuole un cambiamento nella propria dieta, per chi è curioso di conoscere i benefici dei cibi naturali e per chi ama imparare qualcosa di nuovo in ambito nutrizionale e salutistico. Chef Luni ha trovato un equilibrio tra ciò̀ che ama fare e che la motiva a crescere ogni giorno. La cucina, la creatività̀ e la continua ricerca sono quanto l’appassiona con quel desiderio di andare oltre, di spingersi verso nuove scoperte. Non si smette mai di imparare, e lei non crede di aver ancora raggiunto un punto finale. Il nostro cocco è terminato e sorridendo le dico che la nostra piacevole intervista è conclusa e possiamo dedicarci a goderci questo panorama mozzafiato. Da domani inizierà la mia vacanza qui a Bali e potrò conoscere Chef Luni all’opera sul campo, sicuramente andrò alla La Terrazza – Uluwatu che mi offrirà un panorama pazzesco. Tornerò in Italia sicuramente con qualcosa di viola nel cuore, come il suo libro Mangia Viola, perché forse il viola manca ad ognuno di noi.   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
Leggi