20 Dicembre, 2025
Nativa. Il mio primo viaggio nella cucina vegana
La sera era di quelle che Roma veste a dicembre: fredda, pulita, con l’aria che spinge a cercare riparo. Parcheggio in via Umberto Moricca, siamo in Valle Aurelia, un angolo di città che non conoscevo.
Resto qualche secondo in macchina, come se quel respiro sospeso potesse prepararmi a ciò che sta per accadere.
Nativa non mi è nuova.
Da tempo mi accompagna, prima come immagine, poi come voce.
E da mesi Valerio, il suo titolare, appare sullo schermo del telefono con la stessa naturalezza con cui si entra in casa di qualcuno: messaggi, scambi veloci, curiosità condivise. È lì che l’ho conosciuto – attraverso il filtro luminoso di un telefono – ed è lì che per la prima volta ho pensato: prima o poi devo venire da loro.
Questa sera, finalmente, quel “prima o poi” accade.
La luce dell’insegna di Nativa riluce sul marciapiede umido.
Entro.
Valerio mi viene incontro con un sorriso largo, sincero. Mi abbraccia come si fa con qualcuno che si aspettava da tempo.
Finalmente sei venuto a conoscerci
dice.
Gli rispondo che sì, ci voleva coraggio, che questo è il mio primo ristorante vegano.
Lui ride.
Allora mettiti comodo. Perché mangiare resta un rito, e un rito va onorato.
Mi racconta di essere siciliano, vegano dal 2016. Lo guardo incuriosito e gli chiedo, quasi d’istinto:
Ma come fa un siciliano, con tutta la vostra tradizione gastronomica, a diventare vegano?
Valerio scoppia a ridere, di quella risata che scioglie ogni imbarazzo.
Per scelta etica,
risponde.
E pensa che non mi ha mai tolto nulla. Ho solo imparato a raccontare la mia terra in un’altra lingua.
Mentre parla, la Sicilia sembra affiorare nelle sue parole: non nei piatti della tradizione, ma nella memoria del gusto, nella luce, nelle spezie, nella generosità dei sapori.
Una lingua nuova, sì, ma profondamente identitaria.
Stasera ti faccio provare la mia kombucha preferita,
dice.
Scompare un attimo e torna con una bottiglia rosa tenue: Kombucha Signature Rosé all’uva e bergamotto di Intro Foods.
Sono ragazzi con i piedi per terra e la testa piena di idee. Solo batteri buoni e buone vibrazioni,
sorride.
L’inizio morbido di un viaggio
Una ragazza gentile posa davanti a me un’amuse-bouche dello chef: una frittellina di lievito madre con porri, zucca e carote.
La prendo con le mani.
La bocca si riempie subito di una dolcezza vegetale: la zucca e le carote sciolgono le difese, mentre i porri – delicati, quasi gentili – portano una nota aromatica morbida, avvolgente.
Valerio interviene:
Vitamine, fibre, minerali… e un assaggio di ciò che siamo.
Poi arriva un piatto che è un piccolo percorso dentro gli antipasti.
Valerio, sorridendo, mi dice di aver chiesto in cucina di prepararne uno speciale, con tutti i loro antipasti insieme, così da farmeli assaggiare uno per uno.
Il primo su cui si posa la mia forchetta è un flan di spinaci, cipolle al curry con sopra cipolla croccante e sotto un gel al limone.
È delicato, delizioso: il sapore verde degli spinaci incontra la dolcezza calda delle cipolle, mentre la cipolla croccante rompe la morbidezza del flan e regala una masticazione più viva, più dinamica.
Il gel al limone, nascosto sotto come una piccola sorpresa, arriva a fine boccone: una freschezza netta, pulita, che solleva il piatto e gli dà una verticalità luminosa.
A seguire, con le mani, prendo quello che Valerio mi ha presentato come un antipasto a cui non avrei saputo resistere.
Un crostone di pane a lievitazione naturale con non-lardo di mela e cipolla al pepe, e sopra pezzetti di zucca alla paprika.
Che dire: una delizia per il palato. Il pane è caldo, vivo, con quella crosta che scricchiola appena prima di cedere. Il non-lardo di mela si scioglie in bocca, dolce e rotondo, mentre la cipolla porta una nota più verticale, pepata, che accende il boccone.
La zucca alla paprika chiude il morso con una speziatura morbida, appena affumicata.
L’ho mangiato in due morsi.
A seguire una polpetta di soia con salsa di arachidi, morbida già al primo tocco della forchetta.
In bocca si apre con il sapore pieno delle arachidi, caldo, rassicurante, con quella dolcezza naturale appena accennata che stempera la nota tostata del legume.
La salsa la avvolge come un mantello: grassa quanto basta, avvolgente, morbida, una cremosità che resta al palato e prolunga il sapore senza appesantire.
È un boccone che scalda, che consola, che ha la rotondità di qualcosa di semplice ma fatto con cura.
Poi, in una piccola ciotola, ci sono dei nuggets con funghi champignon croccanti, dorati appena, con quella superficie che invita al morso.
Accanto, una salsa barbecue alla castagna, scura, lucida, profumata.
Mi diverto a intingerli: il crunch dei funghi si unisce alla dolcezza affumicata della castagna, una nota piena e autunnale che avvolge il boccone.
È un assaggio semplice, immediato, quasi giocoso — uno di quelli che riportano per un attimo a un gesto infantile, istintivo, spontaneo.
E per finire arrivano due formaggi, fatti da loro — e già questo mi lascia senza parole. I formaggi sono la mia passione, e non avrei mai pensato che un ristorante vegano potesse crearli con questa cura.
Valerio ci tiene a sottolinearlo subito: «Non c’è nulla di animale nella loro creazione.»
Il primo è uno spalmabile di anacardi e tofu, buonissimo: setoso, fresco, con quella cremosità che avvolge il palato senza appesantirlo.
Il secondo è un pezzetto di formaggio stagionato al pepe, più deciso, più verticale, con una nota aromatica che si apre lentamente e lascia una scia pulita, elegante.
Li assaggio e per un attimo mi mancano le parole: è come se questo piatto chiudesse davvero il cerchio del mio ingresso nel mondo vegano.
Dopo un antipasto così — ricco, vario, sorprendente — mi complimento con Valerio per la bontà di ogni piccola porzione.
Lui sorride e mi avverte: «Preparati, perché ora inizia il bello.»
Ed ecco che su un bel piatto scuro mi viene servito un raviolo con noci e gorgonzola.
Valerio ci tiene a precisare che i ravioli sono fatti a mano da loro, senza uova. Il ripieno è una crema di noci, piena, vellutata, mentre il “gorgonzola” che la accompagna è in realtà una salsa di erborinato vegetale, profumata, intensa, costruita per ricordare la complessità del formaggio senza imitarlo.
Il raviolo è grande, morbido sotto la forchetta; quando lo apro, la crema di noci esce lenta, color sabbia, con un profumo caldo che sa di frutta secca tostata.
La salsa vegetale che lo avvolge ha una nota blu evidente: salina, leggermente piccante, quasi ferrosa.
Accanto, una pera confit, lucida, ambrata.
La assaggio subito, senza lasciarmela sfuggire: è morbida, dolce, con una verticalità fresca che alleggerisce il piatto e lo rende quasi elegante, come un contrappunto ben piazzato in una melodia più piena.
Il boccone completo — pasta, noci, erborinato, pera — è un equilibrio sorprendente: rotondo, profondo, costruito su contrasti che non vogliono imitare nulla, ma raccontare un’identità nuova.
E mentre la kombucha scende e mi regala un piacere in bocca che non avevo mai provato, mi arriva il secondo piatto.
Valerio me lo presenta: “Gnocchi all’essenza di zucca”.
Mi racconta che sono fatti con tutto quello che c’è nella zucca, compresi i semi, con i quali viene creata la cremina che li avvolge insieme alla salvia.
Hanno anche un dressing di buccia di zucca delica e foglioline di salvia fritte che aggiungono un tocco croccante, aromatico.
Quando li assaggio, la sorpresa è immediata:
la polpa dà morbidezza, i semi regalano una rotondità tostata, mentre la buccia trasformata in crema porta una profondità più rustica.
La salvia — fresca, fritta, avvolgente — lega tutto con un profumo caldo, quasi resinoso.
Gli gnocchi sono gentili, soffici, con quella dolcezza naturale che la zucca concede solo quando viene trattata con rispetto.
Finito l’ultimo boccone, Valerio torna al tavolo, appoggiando una mano sullo schienale della sedia come farebbe un oste di una volta.
Allora, come secondo cosa vuoi provare?
Ho visto una cosa in foto che non posso credere non sia carne,
gli dico.
C’è scritto tataki di bistecca vegetale. Sono troppo curioso di provarla.
Valerio sorride, complice.
Bene. Allora te lo faccio assaggiare con grande piacere.
Dopo qualche minuto arriva il mio piatto che desideravo dal primo momento in cui l’avevo visto in foto: la tataki di bistecca vegetale.
Valerio me la presenta con orgoglio: «È una bistecca Planted, 100% vegetale, senza alcun ingrediente di origine animale.»
Nel piatto, accanto al taglio scottato, con curiosità scopro che ci sono carote crude alla coreana, disposte come un piccolo decoro, ma irresistibili da mangiare, e una salsa di soia, wasabi e sesamo che profuma già a distanza.
Il primo assaggio spiazza, come se il palato avesse bisogno di un secondo per capire cosa sta succedendo.
La bistecca ha un sapore pulito, tostato, costruito più sul calore che sulla materia.
Al primo morso emerge subito una nota di cereale tostato, che ricorda il pane scuro appena passato sulla piastra; subito dopo arriva una sapidità misurata, presente ma mai invadente.
La struttura è regolare, compatta ma cedevole, con una masticazione ordinata che non oppone resistenza: si comporta bene, tiene il morso, ma si lascia attraversare.
Sotto la tostatura, si percepisce una profondità vegetale, fatta di sfumature leggermente affumicate e di un umami discreto, quasi trattenuto.
Il finale è asciutto e persistente, un finale che lascia spazio al condimento e al gesto del cuoco, assorbendo grassi, spezie e salse senza sovrastarle.
È un sapore che non cerca la memoria della carne: non la inseguirà mai.
Costruisce invece una propria identità, sobria, lineare, coerente con ciò che vuole essere.
Valerio torna sorridendo, con quell’aria complice che ormai riconosco.
Un piccolo regalo dello chef… non potevi non provarlo»,
dice mentre posa davanti a me un piatto.
È un arrostici-no — ci tiene a sottolineare il “no”, perché in realtà non ha nulla a che vedere con la carne.
Si tratta di un arrosticino di tempeh di ceci, marinato e speziato, servito con funghetti trifolati.
Lo metto in bocca e il sapore si apre subito, stratificato e sorprendente, profondo: nasce dall’incontro tra fermentazione, calore e spezie.
Il primo morso rivela una nota piena e leggermente acidula del tempeh, con un fondo di legume cotto che ricorda la farina di ceci tostata.
La marinatura aggiunge una sapidità calda, fatta di spezie che non pungono ma avvolgono; la griglia porta sentori di pane abbrustolito e un filo di fumo leggero.
I funghetti trifolati completano il quadro: portano un’umidità terrosa, una rotondità umami che si insinua tra le fibre del tempeh, ammorbidendone la struttura e allungando il gusto.
In bocca l’insieme è succoso senza essere grasso, con una masticazione gentile.
Valerio mi dice che per i dolci c’è l’imbarazzo della scelta, perché in cucina hanno una pastry chef bravissima.
Sorride, si avvicina, e aggiunge: «Secondo me Sinfonia d’autunno ti lascerà senza parole.»
Quando torna al tavolo, posa davanti a me il piatto e me lo presenta uno per uno:
sponge al cacao e nocciola, croccante al pralinato, ganache montata alla nocciola, cachi sciroppati, riduzione di vino rosso al cacao.
Gli dico subito: «Non potevi scegliere di meglio, per uno come me che ama il cioccolato.»
Affondo il cucchiaio e la sponge al cacao cede subito, leggera, quasi a scomparire. È soffice, umida, con un amaro gentile che apre il palato senza appesantirlo.
Subito sotto incontro la nocciola croccante al pralinato: il morso cambia ritmo, diventa netto, tostato, con una dolcezza più profonda, quasi caramellata, che contrasta con la morbidezza iniziale.
La ganache montata alla nocciola avvolge tutto. È fresca, cremosa; entra lenta e pulita, portando una rotondità lattiginosa e una persistenza elegante di frutta secca.
Poi arrivano i cachi sciroppati, morbidi e luminosi: aggiungono una dolcezza solare, polposa, leggermente mielata, che alleggerisce l’insieme e lo rende più verticale.
In chiusura, la riduzione di vino rosso al cacao lega ogni elemento. È densa, scura, appena acida, con un ritorno vinoso che pulisce la bocca e richiama l’amaro del cacao.
Il finale è lungo, equilibrato, mai stucchevole.
È un dolce che si mangia per contrasti: soffice e croccante, caldo e fresco, dolce e amaro.
Un cucchiaio tira l’altro non per golosità, ma per curiosità, come se ogni strato volesse raccontare la sua parte della storia.
Dopo un dolce del genere mi alzo, ancora con quel sapore che resta, lieve, in fondo al palato.
Stringo la mano a Valerio.
«Felice di essere entrato nel tuo mondo vegano,» gli dico. «Davvero eccezionale.»
Lui sorride, quel sorriso che accompagna tutta la serata, e acconsente subito quando gli chiedo una foto.
Ci mettiamo in posa, sorridenti, come se questo incontro fosse qualcosa da fissare, non solo da ricordare.
Poi gli dico: «Ora però la chef me la devi presentare.»
Entriamo in cucina, dove il calore dei fuochi e dei profumi si mescola alla quiete della fine servizio.
Mi viene incontro una signora dai capelli corti e grigi, gli occhi gentili di chi osserva il mondo con cura.
Mi stringe la mano con grazia.
«Complimenti,» le dico. «Una cucina che mi ha insegnato un mondo che non conoscevo.»
Quando esco, la porta si richiude alle mie spalle e il freddo della sera mi avvolge tutto d’un colpo.
Ma dentro porto una sensazione diversa: quella di aver attraversato un luogo caldo, accogliente, dove ogni piatto racconta una storia che vale la pena ascoltare.
Un posto che non chiede di convincerti:
si limita ad aprire le sue porte, e ti mostra chi è.
E quando esci, ti accorgi che qualcosa, anche solo un dettaglio, ti è rimasto addosso.
Roberto Silvio De Pascale
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