7 Febbraio, 2026
La Mia Cena al Tham. Una sera di magia a Milano
Milano mi accoglie in un freddo pomeriggio di novembre, quello in cui il cielo sembra scendere un po’ più vicino ai tetti e il vento porta con sé un invito a cercare rifugio, calore, sostanza.
Avevo passato settimane a studiare la scena gastronomica milanese, sfogliando Instagram come fosse un atlante segreto, e ogni volta tornavo lì: al profilo del Tham. C’era qualcosa in quel luogo —
nei colori, nei dettagli delle foto, nei piatti che sembravano raccontare una storia — che mi chiamava. Così, senza più esitazioni, decido: stasera porto Giorgio, Daniele e Marina in Piazza Francesco Guardi.
È Città Studi
mi dicono. Una zona viva, elegante nella sua autenticità, perfetta per ciò che immaginavo.
Quando arriviamo, il locale sembra respirare un calore proprio. La porta si apre e, come una promessa, appare Matteo. Lo riconosco subito: ci eravamo scritti su Instagram
Matteo, sono Roberto il critico enogastronomico. Quello che ti stressa con le domande sulla cucina.
Lui ride, stringendomi la mano. «Finalmente ci conosciamo di persona. Venite, vi porto fuori: fa freddo, ma la Ribolla Gialla scalda più di quanto immaginiate»
Ci sediamo all’esterno, avvolti da un’aria pungente che il primo sorso rende improvvisamente più dolce. Matteo si unisce a noi con naturalezza. Intorno, Piazza Francesco Guardi vibra di voci giovani: il chiacchiericcio dei ragazzi davanti ai locali vicini, il brusio di chi arriva e chi riparte, il ritmo leggero della città che si prepara alla sera.
È lì, in quel quadro così vivo e autentico, che mi torna la domanda che avevo in mente da quando avevo scoperto il ristorante
Matteo… ma com’è nato davvero tutto questo?
Sorride come chi ha una storia che ama raccontare.
Eravamo in cinque. Cinque amici, cinque caratteri, cinque visioni. Un giorno ci siamo detti: perché non creare un luogo che sia nostro, ma anche di Milano? Un posto in cui bere bene, mangiare meglio, rilassarsi, festeggiare senza perdere mai classe ed eleganza.
Lo guardo mentre parla. È un racconto che vibra, lo vedi dagli occhi: entusiasmo e fatica, sogno e realtà.
Certo, non è stato facile. C’erano dubbi, momenti in cui ci sembrava tutto troppo grande. Ma poi… poi Milano ti spinge. Capisci che devi farlo
Li immagino, quei cinque amici: seduti attorno a un tavolo pieno di fogli, idee appuntate a matita, schizzi di arredi. Menù scritti, cancellati, riscritti. Piatti provati e riprovati, fino a trovare l’equilibrio. Luci spostate mille volte finché non cadevano esattamente dove dovevano.
E così Tham è diventato un luogo vero. Un luogo che non “si presenta”: accade.
Entriamo finalmente all’interno. L’aria è tiepida, soffusa, come un abbraccio.
Ragazzi, il tavolo è pronto,
ci dice Matteo con un cenno complice.
Ci accompagna al centro della sala, dove un tavolo rotondo ci aspetta come una piccola isola di luce. È il tipo di tavolo che invita alla conversazione, alla condivisione, a quella vicinanza che trasforma una cena in un momento da ricordare.
Ci accomodiamo. L’atmosfera è quella delle sere attese, quelle in cui senti che qualcosa rimarrà.
Quando Matteo ci porta i menù, Giorgio ha già quell’espressione di chi ha individuato il compagno perfetto per la serata.
Io vado su questo
dice, toccando con il dito il nome dell’etichetta.
Un Aglianico Irpinia di Mastroberardino.
La bottiglia arriva al tavolo e la scena si calma, come se quell’attimo meritasse un suo tempo. Giorgio inclina il bicchiere verso la luce, osserva il rosso rubino farsi vivo, profondo. Poi porta il vino al naso, lentamente, con una concentrazione che contagia anche noi.
Sentite? Amarena, mora… e poi questa viola che arriva dopo. Stupendo.
Ha ragione. Lo capisco appena assaggio: il sorso è morbido, fine, con quella nota elegante che richiama i frutti di bosco e una fragola in confettura che resta lì, come una firma.
È un vino che non cerca di imporsi: ti accompagna e ti prepara, come un preludio che sa mantenere la promessa.
Proprio mentre commentiamo il calice, arriva l’entré dello chef:
una polpetta di melanzane con riduzione di zucca. Semplice solo in apparenza. Il morso è morbido, avvolgente, e la dolcezza della zucca danza con l’aromaticità della melanzana.
Ragazzi… questa è una dichiarazione d’intenti
sussurro.
Matteo sorride da lontano: sa perfettamente che con quell’assaggio ci ha già portati dentro la sua cucina.
Il pane arriva ancora tiepido.
Lo spezzo con le dita e un profumo caldo, rotondo, quasi casalingo, si apre nell’aria.
Che pane meraviglioso… lo fate voi?
chiedo d’istinto, mentre ne assaggio un piccolo pezzo.
Matteo sorride:
Magari. Ce lo prepara un forno artigianale qui vicino. È un po’ il nostro rito d’inizio serata.
La mollica è umida, la crosta sottile, e il sapore — semplice ma preciso — ha quella qualità che prepara la bocca a tutto ciò che verrà.
Daniele ride mentre ne addenta un altro pezzo:
Ragazzi, questo è pericoloso… ce lo finiamo in due minuti.
E ha ragione. È quel tipo di pane che non accompagna: introduce.
Matteo torna al tavolo con quel modo gentile che non invade, ma accompagna.
Allora, avete deciso?
Sì, avevamo deciso da un pezzo.
Io, Giorgio e Daniele scegliamo l’uovo croccante con crema di patate e tartufo nero. Marina invece opta per il baccalà mantecato con croccante di mais, puntarelle e salsa di peperone.
Quando arrivano gli antipasti, succede quella cosa rara che riconosco sempre più spesso nei ristoranti che meritano:
il tavolo si zittisce.
Davanti a me, l’uovo croccante sembra una piccola architettura dorata. Lo rompo con la forchetta e il tuorlo scivola lento, vellutato, abbracciando la crema di patate mentre il profumo del tartufo emerge con discrezione, poi si impone.
Assaggio, e tutto si allinea: croccantezza, morbidezza, calore.
Questo è puro comfort… ma firmato Tham
dico.
Giorgio annuisce, Daniele sorride senza parlare.
Marina osserva il suo baccalà come si guarda un dipinto.
Sembra delicatissimo
dice.
Lo assaggia, chiude gli occhi un secondo.
È perfetto. Davvero perfetto.
E lo è: la cremosità del pesce, il contrasto croccante del mais, l’amaro elegante delle puntarelle, quella salsa di peperone che unisce senza coprire.
Un piatto costruito con logica, sensibilità e tecnica.
Matteo torna al tavolo appena ci vede posare le forchette dell’antipasto.
Allora, ragazzi… come proseguiamo?
chiede con quel tono leggero di chi sa già che la cucina sta per fare la sua parte.
Giorgio non ha dubbi: ordina la pancia di maiale croccante con chutney di mele e prugne e io lo seguo.
È un piatto che racconta l’inverno
dice Giorgio.
E non sbaglia.
Daniele invece sceglie la faraona ripiena di guanciale, lattughino e salsa al maracuja.
Marina chiude con l’ombrina accompagnata da cavolfiore arrostito e salsa alle mandorle.
Questo piatto è femminile
dice.
Nel senso migliore possibile.
E la capisco perfettamente.
Quando i piatti arrivano, il tavolo si fa improvvisamente più silenzioso.
La pancia di maialino ha una superficie dorata, lucida, che trattiene appena la luce della sala.
Al taglio, la cotenna si spezza in un suono sottile, promettente, mentre la carne sotto è morbida, succosa, quasi vellutata. Il cavolo saltato porta una nota terrosa, pulita, che asciuga il palato e lo prepara al cucchiaio successivo. Il chutney di mele, invece, è la carezza finale: dolcezza calibrata, mai invadente, un tocco che arrotonda senza coprire.
Giorgio mi guarda e annuisce:
È un piatto che racconta l’inverno.
E non sbaglia.
La faraona di Daniele arriva composta, precisa. Al primo taglio il ripieno di guanciale rivela la sua identità: profuma di casa, di tradizione, ma con una grazia diversa. Il lattughino porta freschezza, una pausa verde, mentre la salsa al maracuja è la sorpresa: un’acidità luminosa, tropicale, che non sovrasta ma solleva.
Qui c’è tecnica vera
dice Daniele, e lo vedo nei suoi occhi: quella soddisfazione che arriva quando un piatto mantiene la sua promessa.
L’ombrina di Marina è un dipinto. Il cavolfiore arrosto sprigiona un profumo tostato, quasi nocciolato, mentre la salsa alle mandorle aggiunge una morbidezza elegante, una cremosità che accompagna senza appesantire. Il pesce è cotto alla perfezione: bianco, succoso, netto.
Questo piatto parla piano»
dice Marina.
Ma quando lo ascolti bene… dice tutto.
Aveva ragione.
Mangiamo così, tra sguardi, commenti e quel silenzio pieno che appartiene solo alle cene ben riuscite — a quelle in cui ogni piatto ha davvero una voce.
Matteo torna al tavolo sorridendo, come se sapesse già che la cena ha preso la direzione giusta.
Ragazzi, come vogliamo concludere?
chiede, con quel tono complice che ha accompagnato tutta la serata.
Senza aspettare la risposta, aggiunge:
Intanto vi porto un calice di bollicine… è un omaggio. Mi piace accompagnare i dolci così.
È un gesto semplice, ma di quelli che rimangono. Il calice arriva, fine, luminoso, con quella verticalità che prepara il palato alla dolcezza senza appesantire.
Marina sfoglia la carta dei dessert e si illumina.
Io vado sulla crema catalana allo zafferano
dice.
Una scelta elegante, precisa, che le somiglia.
Io, Giorgio e Daniele invece ci ritroviamo subito d’accordo sul cremoso al cioccolato fondente con cialda al cacao, lamponi e arachidi.
Questo è da provare
dico, e annuiscono tutti e due.
Pochi minuti dopo, i dolci arrivano con una cura quasi cerimoniale.
Il cremoso al cioccolato è un invito a tono basso: la superficie scura, lucida, raccolta. Al primo affondo della forchetta, la consistenza è quella perfetta — morbida ma non cedevole, avvolgente senza risultare pesante. Il gusto è profondo, pulito, netto: un fondente che non aggredisce, ma accompagna.
Il lampone entra come uno squarcio di luce: fresco, acido, un taglio verticale che apre il palato e dialoga con la dolcezza amara del cacao.
Le arachidi, invece, sorprendono: portano una nota salina, croccante, un contrasto che rende il boccone vivo, dinamico, irresistibile.
Questo è equilibrio puro
mormora Giorgio.
E ha ragione: è un dolce che non chiude, ma prolunga.
Davanti a Marina, la crema catalana allo zafferano è un quadro dorato.
La superficie caramellata si spezza in un suono lieve, quasi un sospiro. Sotto, la crema è setosa, calda, attraversata da quella nota speziata e floreale dello zafferano che si fa sentire con una grazia inattesa.
Marina sorride al primo assaggio.
È confortante… ma sofisticato.
E lo è davvero: un dolce che avvolge, che riscalda, che riporta alla memoria qualcosa di familiare e allo stesso tempo lontano.
I calici di bollicine accompagnano tutto questo come un passo leggero: puliscono, sollevano, invitano al sorso successivo.
La cena finisce così: non con un punto, ma con una virgola luminosa.
Quella che solo i finali ben costruiti sanno lasciare.
E mentre restiamo ancora qualche istante seduti, quasi a voler trattenere l’ultimo respiro caldo della serata, sento che qualcosa si è mosso — in noi, nel modo in cui abbiamo guardato i piatti, nella gentilezza con cui Matteo ci ha accompagnati passo dopo passo.
Quando ci alziamo, lui è già vicino alla porta.
Spero davvero vi siate trovati bene
dice, con quella sincerità che non ha bisogno di essere enfatizzata.
Matteo, torneremo
rispondo. E non è una promessa da circostanza: è una certezza.
Usciamo nel freddo di Milano e la città è ancora quella di sempre: elegante, vasta, tagliente nei suoi angoli d’ombra.
Ma noi siamo diversi.
Portiamo con noi il calore di un luogo che non si limita a nutrire: accoglie.
La storia di cinque amici che hanno creduto in un sogno fino a farlo diventare spazio, luce, voce.
La cura dei piatti, i sorrisi tra un assaggio e l’altro, quel Rêverie che ancora danza nella memoria come una nota che non vuole spegnersi.
Tham non è soltanto un ristorante.
È un abbraccio inatteso.
Una storia che continua fuori dalla porta, lungo le strade fredde di novembre.
E una promessa che resta, nitida: tornerò a farmi sorprendere.
Roberto Silvio De Pascale
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