Il buon vivere

Il buon vivere è il vivere del made in Italy, della moda, del costume, della società, del food e della hospitaliy. Tutte le passioni di Roberto legate da un invisibile filo: la curiosità.
Parlerò solo del bello, di ciò che piace, che appassiona e rende ognuno di noi, unico. Nulla sarà lasciato al caso, ogni articolo sarà il figlio della accurata ricerca che guida le mie passioni.

Come resistere alla narrazione di un pugliese trapiantato in terra pontina?

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29 Ottobre, 2025

L’arte di Mauro Reggio incontra il vino. Un viaggio sensoriale a Palazzo Marulana

Ci sono giornate in cui i social smettono di essere soltanto un luogo virtuale e diventano occasione di incontri reali, autentici. È stato così quando ho conosciuto su Instagram Ilenia Bocci, sommelier e wine educator, che mi ha invitato a Roma per scoprire un progetto capace di unire vino, cultura, arte e fiori eduli.Scendo dal treno che da Latina mi ha portato a Roma e mi incammino verso via Merulana. Lungo il percorso attraverso i giardini di Piazza Vittorio, che non avevo mai visto prima: un’oasi verde nel cuore della città, capace di sorprendermi con la sua bellezza inattesa. Resto affascinato da quel luogo, quasi un preludio poetico alla giornata che mi aspetta. L’appuntamento è a Palazzo Merulana, in occasione dell’opening della mostra del pittore Mauro Reggio, organizzata da Valeria Rufini Ferranti con la collaborazione di Medina Art Gallery, la cui responsabile e direttrice è Palma Costabile. Entrato in questo bellissimo palazzo, dopo aver dato il mio nominativo alla reception, vengo invitato a prendere l’ascensore e salgo fino al top floor, dove trovo Ilenia ad aspettarmi. Mi accoglie con un sorriso e subito mi presenta suo marito, Lorenzo Tanfani, che mi stringe la mano e mi sorride.
Mi volto verso Ilenia e, sorridendo, le dico: «Ecco come passare da Instagram al mondo reale». Ridiamo insieme, poi ci dirigiamo verso la mostra e, osservando i primi quadri, le chiedo subito: «Raccontami di Vinopoliter, del tuo progetto».
Ilenia inizia a raccontarmi il suo mondo: Vinopoliter è un progetto di educazione al vino con lo scopo di ridisegnare le regole di apprendimento attraverso la pratica e l’allenamento non convenzionale dell’analisi sensoriale. Le sue parole catturano subito la mia attenzione. Per me il vino non si impara sui manuali» mi spiega, ma con l’esperienza diretta. Degustare, giocare, sperimentare: è questo che rende tutto vivo. La ascolto con interesse e lei continua, appoggiandosi a un concetto che la appassiona. «Sai, la famosa ruota degli aromi? Io l’ho sempre trovata una bussola utile, ma al tempo stesso limitante. I vini custodiscono una varietà di profumi molto più ampia di quella che viene incasellata negli schemi. Bisogna allenare i sensi ad andare oltre». Annuisco, incuriosito, e le chiedo come riesca a trasmettere tutto questo nei suoi corsi. Attraverso gli abbinamenti risponde con entusiasmo. È la parte più ludica del mio lavoro. Io cerco sempre accostamenti non scontati: perché ogni persona ha i suoi gusti, e per scoprirli serve ascolto. Non do regole, creo esperienze. La sua passione mi coinvolge e mi fa sorridere: in quelle parole percepisco l’idea che il vino non sia un dogma, ma un dialogo continuo tra chi lo produce, chi lo serve e chi lo assaggia. Oggi mi trovo qui perché con Vinopoliter Ilenia dà vita anche ad eventi in cui il gusto per l’estetica si fonde con i sapori. Per l’opening della mostra di Mauro Reggio, ha scelto di approfondire l’identità e le origini dell’artista selezionando i vini delle cantine dei Castelli Romani — Cantina Raparelli e i Rossi di Medelana — in abbinamento a un elemento enogastronomico unico: i fiori eduli di Nature Concrete, che conosco molto bene. Mentre ci soffermiamo davanti all’opera raffigurata anche sull’invito della mostra, scopro che si intitola Gazometro. Proprio in quell’istante ci raggiungono Valeria Rufini Ferranti, Mauro Reggio e Palma Costabile, con la sua naturale eleganza nell’accogliere gli ospiti. Ilenia, con un sorriso, mi presenta a tutti, e io a mia volta mi presento a loro. Valeria, cogliendo il mio sguardo quasi interrogativo, sorride e spiega: «In quest’opera Mauro ritrae il paesaggio urbano come isole architettoniche sospese, prive di presenza umana. Il soggetto è proprio un gazometro: una struttura industriale, cilindrica e scheletrica, che qui diventa protagonista assoluto, isolato nel cielo come un monumento moderno». Accanto a lei, Palma Costabile aggiunge con voce pacata: È affascinante come Mauro riesca a trasformare un elemento industriale in icona poetica. Questo Gazometro non parla solo di architettura, ma diventa metafora di resistenza e memoria, un simbolo che continua a vivere nel nostro immaginario collettivo. Dopo aver condiviso ancora qualche riflessione, rivolgo un sorriso di ringraziamento a Ilenia e a Palma, certo che le rivedrò ancora. Valeria mi invita con naturalezza a seguirla, e insieme a Mauro iniziamo a percorrere la sala. C’è in lei un modo di accompagnarmi che non è solo fisico ma narrativo: passo dopo passo mi introduce con passione nell’universo creativo di Mauro. Secondo Giordano Bruno Guerri, mi racconta, la sua avanguardia ricorda quella di D’Annunzio: entrambi mossi dall’amore per il bello e per la classicità, capaci di creare nuove forme senza tradire le radici. Ci soffermiamo davanti a un’altra tela, che raffigura il Pantheon. Valeria, indicando la composizione, osserva: È riconoscibile dall’oculo centrale e dalla sequenza regolare di cassettoni geometrici che degradano verso l’alto. Nell’estetica di Mauro pittura, scultura e architettura sono inscindibili. La sua avanguardia non è ribellione, è accostamento, orizzonte, forma. È bellezza pura. Mauro interviene con naturalezza, come se lasciasse fluire i pensieri direttamente dalle sue tele: «Ho preso spunto da icone architettoniche di Roma, trasformandole in immagini sospese, essenziali, svuotate dalla presenza umana. Qui, l’oculo è rappresentato con un cerchio arancione acceso: non più un semplice foro architettonico, ma quasi un sole astratto che illumina dall’interno». La sua voce si fa più intensa, come se rivelasse un segreto custodito a lungo: «Nelle mie opere non c’è l’uomo, ma ciò che ha costruito per durare. L’architettura è il miracolo della speranza che attraversa il tempo». A quel punto Valeria, con lo sguardo rivolto alla tela, mormora quasi come a sé stessa: È incredibile… l’opera osserva chi la osserva, invertendo i ruoli. Dopo un cordiale scambio di sorrisi e strette di mano, mi congedo da Valeria e Mauro e raggiungo Ilenia, che mi conduce verso un grande tavolo conviviale. Qui trovo Michelangelo e Amelie, già immersi in una degustazione. Le chiedo di accompagnarmi in questo viaggio tra vino e fiori: Ilenia prende un calice, lo riempie con un Vermentino delle Cantine Raparelli, e intanto Michelangelo mi porge sulla mano un fiore, spiegandomi con entusiasmo l’abbinamento che ha studiato insieme a lei. Michelangelo interviene sorridendo: È incredibile come il fiore non accompagni soltanto, ma trasformi il sorso. Amelie annuisce, aggiungendo: È come un dialogo tra natura e cultura, tra fragilità e forza. Porto il calice al naso e respiro lentamente i profumi. Michelangelo mi invita a seguire i suoi passaggi: Assaggia prima il vino, senza fretta. Obbedisco, bevo un sorso e lo lascio scivolare sul palato: è fresco e vibrante, con una nota minerale che si apre al gusto. Poi, seguendo le sue indicazioni, prendo il fiore, lo mastico lentamente e ascolto la loro spiegazione: la dolcezza vegetale esalta la mineralità del vino, creando un intreccio sorprendente, un equilibrio nuovo. Dopo aver assaporato fino in fondo il fiore e terminato il calice, poggio il bicchiere sul tavolo e li guardo uno ad uno, quasi a ringraziarli silenziosamente per questa magica esperienza. La mostra, i calici, i fiori. Tutto sembra intrecciarsi in un’unica esperienza dove arte ed enogastronomia non si sfiorano soltanto, ma si completano. Sorrido a Michelangelo e Amelie, e con gratitudine confesso: «Da voi avevo provato solo la degustazione dei fiori, ma oggi, unendoli al vino, l’esperienza è diventata sublime, unica, emozionante». Li abbraccio con affetto, promettendo che ci rivedremo presto. Poi stringo in un abbraccio anche Ilenia e Lorenzo, ringraziandoli per avermi invitato e per avermi fatto vivere un pomeriggio che non è stato soltanto cultura, ma poesia: perché unire quadri, vino e fiori significa trasformare la bellezza in poesia pura. Prima di andare via, raggiungo Mauro Reggio, Valeria Rufini e Palma Costabile: mi complimento con Mauro per la forza evocativa delle sue opere, ringrazio Valeria e Palma per la sensibilità e la bravura con cui hanno dato forma a un pomeriggio tanto intenso, capace di restare impresso come un ricordo luminoso, ricco di esperienze e di emozioni. Come scrive giustamente Valeria nel comunicato stampa: «la costruzione serve a tener su, ma l’architettura serve a commuovere». E forse è proprio questa la sensazione che porto a casa: la commozione di un’estetica che si fa emozione, di un’arte che non si limita a mostrarsi ma entra dentro, lasciando un ricordo che continua a vibrare. È la nostalgia di un momento che vorrei rivivere, perché, per un pomeriggio, bellezza e poesia hanno parlato la stessa lingua. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere    
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25 Ottobre, 2025

Dopo il tennis, il mare nel piatto. Un viaggio tra sapori e incontri al Calamare

  Dopo una partita di tennis al Tecariba, con ancora l’adrenalina addosso e la fame che comincia a farsi sentire, uno sguardo cattura la mia attenzione: un’insegna sobria ma elegante, Calamare.
Entro, spinto dalla curiosità. Appena varcata la soglia, alla mia sinistra due grandi ali luminose si aprono sulla parete come un abbraccio intorno al nome del ristorante, quasi a voler accogliere chi entra.
Sulla destra, un bancone in legno chiaro e marmo, ordinato e luminoso, con bottiglie allineate e luci calde che creano un’atmosfera raffinata ma familiare. Un uomo si avvicina, mi tende la mano e sorride:
«Benvenuto, sono Luca.»
Gli stringo la mano, e lui aggiunge con tono pacato ma fiero: «Chef e titolare.»
Capisco subito che è uno di quelli che la cucina la vivono davvero, senza sovrastrutture, con naturalezza.
Mi invita a seguirlo al bancone. Ci sediamo, e la conversazione nasce spontanea, come tra persone che condividono la stessa curiosità per il cibo e per la vita. Mi racconta che Calamare è nato nel 2020, dopo anni trascorsi sul mare, e che oggi ha trovato qui la sua dimensione più autentica: una cucina elegante ma accessibile, pensata per chi cerca un’esperienza, non solo un pasto.
«Non apriamo a pranzo per scelta — mi spiega — preferisco concentrarmi sull’esperienza della cena, sui tempi, sulla luce, sul ritmo del servizio. A pranzo il sole brucia i sapori, la sera invece la cucina respira.» Poi aggiunge, con un sorriso: «Il giovedì è la nostra serata Fish & Love, dedicata alle coppie: piatti afrodisiaci, musica soft, una luce calda che avvolge tutto.»
Sorrido anch’io e scherzo: «Perfetto allora per me e mia moglie… il venerdì, quando nostra figlia ha il pigiama party!»
Ride, e in quell’istante si crea un’intesa leggera, amichevole. Dopo qualche minuto ci alziamo. Luca mi accompagna verso le sale.
Lo spazio si apre in continuità, due ambienti che si susseguono con armonia: la prima sala è più raccolta, intima, con luci calde e dettagli in legno chiaro; la seconda, più ampia, accoglie un grande quadro che cattura lo sguardo e tavoli per due disposti davanti, ordinati, curati, silenziosi.
L’atmosfera è elegante ma rilassata, con quella luce morbida che invita a restare. «Scegli pure dove preferisci sederti», mi dice Luca.
Scelgo un tavolo per due proprio davanti al quadro, mi siedo, e lascio che la quiete del luogo mi avvolga.
Luca sorride e aggiunge, con tono complice:
«Lascia fare a me, ti stupirò.» E così inizia il mio viaggio. Dopo qualche minuto arriva una ragazza dal sorriso gentile. Appoggia sul tavolo un calice ampio e trasparente, attraversato da una luce rosata che vibra tra il ghiaccio e la parete sottile del vetro. «Gin Sawyer e acqua di rosa» mi dice, con un tono che sa di complicità.
Lo porto al naso: note floreali e fresche, che si intrecciano a un ricordo di agrumi e di mare. È un profumo che apre la mente, prepara al gusto.
È il preludio perfetto all’entrée, servita in una scatola di legno chiaro, elegante come un piccolo scrigno.
All’interno, un letto di nocciole tostate fa da scenografia: profuma di autunno e calore, di botteghe e forno. Sopra, due piccoli gioielli: una tartelletta con gambero rosso e frutti rossi, e i pani puri con tartufo sferificato e panna acida. La tartelletta si apre al palato con un equilibrio sorprendente: la dolcezza del gambero incontra la lieve acidità dei frutti rossi, in un gioco di contrasti che richiama il mare e la terra nello stesso morso. Il profumo è avvolgente, quasi balsamico, con una nota di tostato che arriva dal guscio friabile e perfettamente dorato.
Il pani puri, invece, è un soffio croccante che si rompe tra le dita, liberando un cuore fresco e vellutato di panna acida e tartufo sferificato. Un boccone piccolo ma intenso, che gioca tra la cremosità e il profumo profondo del bosco, lasciando in bocca una scia leggera e persistente. Un inizio che parla di tecnica, eleganza e gioco, ma anche di memoria, profumo e sensazioni.
La ragazza dal sorriso gentile ritorna al tavolo con un cestello d’acciaio lucente, il ghiaccio che tintinna e una bottiglia immersa fino all’etichetta.
È un Grillo Kebrilla 2024 delle Cantine Fina, vino trapanese dalla personalità sapida e iodata.
Ne versa lentamente un filo nel calice, e mentre il liquido scivola dentro, la luce si riflette in sfumature dorate. Lo sollevo, lo metto in controluce: un giallo paglierino brillante, quasi solare.
Lo porto al naso: fiori d’arancio, scorze d’agrumi, pesca bianca. Profumi nitidi, salmastri, che evocano il vento e il mare di Sicilia.
Al palato è rinfrescante, tonico, di grande equilibrio. Ha una salinità elegante e un corpo gentile ma deciso.
È il calice perfetto per questa cena: un vino che accompagna, accarezza, prolunga la sensazione di luce che attraversa la cena. La tartare di tonno rosso arriva come un piccolo quadro. I tocchi di peperone rosso e scalogno portano vivacità, la maionese all’erba cipollina accarezza, il crumble alla paprika dona ritmo e croccantezza.
La salsa teriyaki lucida la superficie come una carezza salmastra, sprigiona profumi di soia e mare.
Al primo boccone la dolcezza del tonno incontra la nota vegetale dell’erba cipollina e l’aroma caldo della paprika: un equilibrio elegante, delicato, che resta impresso per purezza e leggerezza.
Il pane fresco, servito accanto, diventa il complice perfetto per raccoglierne ogni sfumatura. Il secondo antipasto, il Bacca Burger, è un gioco di contrasti. Il baccalà, impanato al panko e dorato con precisione, racchiude un cuore sorprendentemente morbido, quasi cremoso — soffice come una crocchetta di patate.
Al palato esplode un equilibrio perfetto tra la crosta croccante e la delicatezza del pesce, mentre la misticanza porta freschezza e la salsa agrodolce avvolge con la sua nota brillante e leggermente esotica.
Un boccone che conquista per sorpresa e armonia, in cui ogni elemento trova la sua giusta misura.
Quando Luca esce dalla cucina e mi chiede come sta andando, non ho dubbi: “Ottimo.” Lui sorride: “Allora aspetta il primo, ti piacerà solo a guardarlo.”
E aveva ragione.
Il risotto con seppia e carota, burro alle visciole, perlage di caviale e cialda al nero di seppia arriva come un’opera d’arte. L’arancio vivo del riso incontra il nero profondo della cialda, che svetta leggera come una vela sottile di mare. È irregolare, porosa, quasi traslucida in alcuni punti, con quella texture fragile e croccante che invita a spezzarla tra le dita.
Il suo colore, lucido e intenso, racconta il nero di seppia nella sua forma più pura: il profumo è iodato, con un tocco affumicato che anticipa il gusto.
Sotto, il risotto brilla di burro e di mare: il profumo dolce della carota cotta lentamente incontra la nota ferrosa e marina della seppia. Al naso arrivano echi di frutti rossi, un sussurro del burro alle visciole che dona rotondità.
In bocca, il riso è cremoso, la carota cede la sua dolcezza, la seppia aggiunge profondità e il caviale scoppia leggermente al palato, lasciando una traccia sapida e vellutata.La cialda, spezzata sopra, porta croccantezza e un retrogusto amaro e minerale che riequilibra la dolcezza del piatto.
Un insieme che parla di eleganza e precisione, in cui ogni elemento trova voce e misura.
La ragazza torna al tavolo e posa un piatto che sembra un quadro moderno, giocato su tre punti di colore e materia.
Da un lato, il tonno tataki, scottato appena, con la superficie croccante e il cuore rosato e lucente, sprigiona un profumo di mare pulito e tostatura leggera.
Al centro, una macchia gialla di zabaglione salato, densa e brillante, che aggiunge calore e morbidezza visiva.
Dall’altro lato, la caponata ai pinoli, composta e profumata: note dolci e acidule di ortaggi stufati, l’aroma quasi caramellato dei pinoli tostati, un’eco di aceto che vivacizza il tutto. L’insieme è un dialogo perfetto tra elementi distinti ma in sintonia.
Al naso arriva un profumo armonico di mare e orto; al palato, il tonno si scioglie con eleganza, lo zabaglione regala una cremosità calda e avvolgente, la caponata introduce una freschezza agrodolce che pulisce e rinnova ogni boccone.
È un piatto che parla di ritmo, misura e carattere, come una composizione jazz su tre note: croccante, morbido, vellutato. Quando finisco, mi alzo e raggiungo la cucina. Luca è di spalle, immerso nel silenzio operoso dei suoi gesti.
«Avevi ragione,» gli dico con un sorriso, «mi hai stupito. Il primo era già bellissimo da guardare, ma questo lo è ancora di più da ricordare.»
Lui alza lo sguardo, accenna un sorriso pacato e risponde:
«Allora è arrivato dove doveva arrivare» Quando arriva il momento del dolce, il ritmo rallenta.
La ragazza posa davanti a me una tartelletta con crema al limone, fragole e meringa, piccola e luminosa come un raggio di sole nel piatto.
La base è croccante, friabile, e al taglio sprigiona un profumo caldo di burro e vaniglia. La crema al limone è vellutata, con quella punta d’acidità che accende il palato senza sovrastarlo; le fragole fresche portano dolcezza e freschezza, mentre la meringa si scioglie lieve come neve, lasciando un ricordo di zucchero caramellato.
In bocca, il morso è un piccolo viaggio: il croccante iniziale si apre alla morbidezza, poi arriva il limone che risveglia, le fragole che addolciscono, la meringa che chiude il cerchio. È un dolce che profuma d’estate, di luce e di calma. Guardo la ragazza e, quasi per istinto, le chiedo se posso accompagnarlo con un passito.
Lei sorride, annuisce e dopo pochi minuti torna con una bottiglia che brilla come oro liquido. Versa lentamente, e il calice si accende di riflessi ambrati.
Lo porto al naso: miele, scorza d’arancia, fichi secchi, albicocca candita.
Al sorso è morbido e avvolgente, con una dolcezza che non stanca ma accompagna, abbracciando il limone e la fragola in un equilibrio perfetto tra calore e freschezza.
È una chiusura gentile, una carezza che resta. Quando appoggio il calice, Luca si avvicina in silenzio.
«Allora?» chiede.
Sorrido: «Mi avevi promesso che mi avresti stupito. Missione compiuta.»
Mi alzo, stringo la mano a Luca.
Nel suo sguardo c’è quella serenità che solo chi ama davvero ciò che fa riesce a trasmettere. La sala è ormai silenziosa, i bicchieri luccicano sotto le luci soffuse, nell’aria resta un profumo lieve di pane e mare.
Fuori, la sera è calma. Porto con me il sapore del limone e del passito, il ricordo del tonno e della carota, ma soprattutto la sensazione rara di aver vissuto qualcosa di autentico. Ci sono luoghi che si scoprono per caso, ma a cui si sceglie di tornare per gratitudine, per bellezza, per piacere.
E questo — ne sono certo — è uno di quelli.   Roberto Silvio De Pascale – Il buon vivere Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina        
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15 Ottobre, 2025

Vibes, Pontinia. Anche la carne ha un'anima

A Pontinia c’è un posto dove il fuoco della cucina incontra il ritmo della convivialità, dove ogni piatto racconta una scelta consapevole e ogni morso vibra di verità: si chiama Vibes, ed è molto più di una birreria con cucina. È un luogo dove le cose buone succedono davvero. A farmelo scoprire è Simone Gasparini, mente e cuore del progetto, che mi accoglie con passione genuina e orgoglio sincero. Aperto a febbraio 2024, Vibes è uno spazio dove la qualità è di casa e la materia prima è trattata con rispetto, a partire dalla carne locale, selezionata con cura da fornitori del territorio. Mi accomodo a uno dei tavoli in legno, circondato da luci calde e pareti dipinte che lasciano senza fiato e un’energia informale e vibrante. A breve, inizia l’esperienza. ll primo assaggio è un vero rito “croccante”, una parata dorata che conquista prima gli occhi, poi l’olfatto e infine il palato. Il profumo che sale dal vassoio è caldo, speziato, irresistibile: un misto di erbe e spezie che apre l’appetito in un istante. Le ali di pollo sono glassate con una salsa barbecue affumicata, densa, lucida, con quella nota di fumo che si attacca alle dita e all’anima. Le polpettine di melanzane, morbide dentro e leggermente croccanti fuori, profumano di basilico e parmigiano, con un gusto rotondo e vegetale. Il peperoncino habanero, acceso e audace, regala un’esplosione piccantezza che rinvigorisce e diverte. Le nuggets panate nei cornflakes, che Simone definisce “complex”, sono uno scrigno perfetto: croccanti al morso, succose all’interno, con la nota dolce data dai cereali. Gli stick di mozzarella filano senza pudore, morbidi e lattiginosi, con una crosta che cede sotto i denti rivelando tutta la cremosità. Le cipolle pastellate alla birra, dolci e aromatiche, sfumano in bocca con un sottofondo leggermente amarognolo. Ci sono anche le donuts salate, piccole sorprese con una panatura complex che scricchiola ad ogni morso e le scamorzine fritte, calde, affumicate, filanti: un piccolo abbraccio caseario. Le polpettine di pulled pork, tenere e saporite, rilasciano all’assaggio l’aroma intenso della carne cotta lentamente, mentre le patatine al mais sono pura golosità: dorate, spesse, croccanti, perfette da intingere nelle salse proposte. E poi ci sono loro: gli arrosticini di pecora. Croccanti fuori, teneri dentro, con il sapore deciso e autentico della carne vera. Un perfetto gioco di equilibrio tra grasso e magro, una piccola poesia rustica racchiusa in ogni spiedino. “La carne, le verdure, il pane… Tutto a km zero,” afferma Simone con fierezza. “Proviene da allevamenti locali, selezionata ogni settimana.” E già al primo assaggio si percepisce il valore di questa scelta. Il sapore è sincero, profondo, ricco. È la carne che parla. E dice cose buone. Ad esaltare il fritto, un quartetto di salse pazzesche: aglio, bbq, algerina, burger, ognuna con un’anima diversa, un viaggio tra aromi speziati e contrasti decisi di dolcezza, piccantezza e sapidità. Il tutto accompagnato da una Weiss Erdinger bionda, servita ben fredda, con la schiuma bianca e compatta che accarezza il bicchiere come panna montata. Al primo sorso è subito freschezza vellutata: il gusto è morbido, rotondo, con un leggero sentore di banana matura e chiodi di garofano, tipico dei lieviti ad alta fermentazione. Il corpo è pieno ma equilibrato, la carbonazione vivace ma non invadente. Perfetta per pulire il palato dopo ogni assaggio, la Weiss rinfresca, esalta i sapori senza mai sovrastare. È la compagna ideale per un inizio di cena che promette sorprese. Il cuore della serata però pulsa nei “panini”, veri protagonisti del menù. Il primo ad entrare in scena, senza chiedere permesso, è lo Smash Vibes Bun: pane artigianale alle patate, soffice e corposo, che si morde sostenendo con orgoglio ogni strato. Dentro, il protagonista assoluto: doppio hamburger di scottona, cotto con tecnica smash. Il risultato? Una crosticina brunita e caramellata che racchiude un cuore succoso, intriso di sapore. Ma è nei dettagli che questo panino diventa poesia urbana: una crema di patate vellutata, calda, burrosa, avvolgente come una coperta a dicembre. Poi la barbabietola rossa, che qui non è contorno ma regina: con la sua dolcezza terrosa, quasi affumicata, tinge ogni boccone di carattere. La cipolla croccante, con quel goloso scricchiolio che regala contrasti di gusto che rallegrano il palato… E poi c’è la maionese fatta in casa, setosa ed intensa, che completa il tutto con un tocco quasi lussureggiante. Ogni morso è un viaggio sensoriale: cremoso, salato, affumicato, croccante, umami, in un equilibrio che potrebbe creare dipendenza. Si tratta di uno di quei panini che ti obbliga a chiudere gli occhi, a leccarti le dita, a chiederti solo: “Quando potrò mangiarlo di nuovo?”. Mi alzo per andare incontro a Simone per complimentarmi di questa meraviglia. Ed è ora il turno dell’American Bun, che fa il suo ingresso con la sfrontatezza di chi conosce esattamente le proprie potenzialità. Il pane al carbone vegetale, nero come la notte e punteggiato da semi di sesamo, è già una dichiarazione d’intenti: qui non si gioca, qui si gode. All’interno è pura opulenza ben orchestrata: doppio bacon croccante, che scricchiola sprigionando un’ondata di sapidità fumée, adagiato su un doppio hamburger di manzo cotto alla perfezione. Nel cuore del nostro Bun, poi, un protagonista d’eccezione: un uovo alla piastra con tuorlo leggermente cremoso, che cola come oro liquido ad ogni morso, abbracciato dal cheddar fuso, vellutato e persistente e la salsa ai tre pepi – nero, bianco e rosa – che punge, profuma, risveglia ogni papilla. Il finale è da fuochi d’artificio: la cipolla pastellata alla birra, dolce, croccante, aromatica. Non è un panino per timidi. È un panino che soddisfa la fame, ma ancor prima scuote i sensi, che ti “sporca” le mani, ma ti ripulisce l’anima.
È audace, aromatico, irresistibile. È godimento puro senza filtri. Anche per questo panino Simone merita un applauso. In abbinamento a questi due piatti carichi di personalità, Simone mi propone una birra locale che non si fa intimidire: la Soul Kiss di East Side, un’American Pale Ale non filtrata che conquista al primo sorso. L’olfatto si lascia invadere da profumi agrumati e resinosi, tra pompelmo, scorza d’arancia ed un accenno tropicale. Al gusto, il sorso è fresco, deciso, con una luppolatura netta ma equilibrata, e un’amarezza gentile che deterge il palato e rilancia la voglia di un altro morso, e poi di un altro ancora. È la birra giusta al momento giusto: spalla perfetta per la complessa rotondità dei panini, complice ideale per accompagnare un’esperienza di gusto senza sconti. Un bacio, sì, ma con carattere. Ma non finisce qui. Come un ultimo colpo di scena, arriva lei, la pinsa romana, che da Vibes ha una firma tutta sua. La base, preparata con una miscela di farina di mais, riso e 00, è frutto di una ricetta personalizzata e studiata con profonda meticolosità. Il risultato? Una consistenza fragrante, dal bordo croccante e dall’anima leggera, che si spezza sotto i denti e si scioglie al centro con una delicatezza che sorprende. Sopra, si compone un piccolo affresco naturalistico: crema di patate al rosmarino, profumata ed avvolgente, fior di latte filante, funghi champignon carnosi, salsiccia tagliata al coltello, che sprigiona il profumo delle grigliate domenicali ed un guanciale croccante che scrocchia come una dichiarazione d’amore. Il profumo è quello delle cucine vere, dove il forno è il cuore e la semplicità diventa arte. Il sapore? Una standing ovation di sapidità, cremosità e contrasti perfettamente bilanciati. È la pinsa che vorresti trovare ogni volta che ordini una pinsa. E che quasi mai trovi! Dopo tutte queste delizie potrei alzarmi, salutare e tornare felice a casa, ma Simone sorridendo mi dice: – “Come può mancare il dolce?” E quindi, per chiudere questa cena già degna di ogni fasto, arriva lei, la cheesecake artigianale, a suggellare la serata con morbidezza e dolcezza equilibrata. La base è friabile, leggermente burrosa, fragrante come biscotto appena sfornato. Sopra, una crema di nocciole vellutata, che avvolge il palato con il suo calore tostato e profondo. Il caramello salato, colato con precisione sensuale, aggiunge una nota audace, un equilibrio perfetto tra dolce e sapido che accende i sensi. Ma è il tocco finale a fare la magia: una goccia di liquore al pistacchio, profumato ed aromatico, che accarezza i sensi con la sua nota verde, delicata, inaspettata. Non è solo un dessert. È un arrivederci sussurrato, una carezza che resta sulle labbra, la promessa di un ritorno. Vibes è un posto che non fa rumore, ma vibra forte. È un luogo dove ogni piatto racconta il territorio, dove la carne a km 0 non è una moda, ma una scelta etica, radicata e gustosa. È una cucina che osa, gioca, accoglie. Che ti prende per mano con una birra e ti accompagna in un viaggio fatto di sapori veri, consistenze audaci e storie buone da mordere. E quando te ne vai, accompagnato dalla soddisfazione di essersi sentito a casa, capisci che il nome non è stato scelto a caso. Da Vibes si entra per fame.
Si esce con una vibrazione dentro. E allora grazie, Simone, per questa cena sincera e generosa, per ogni dettaglio pensato con cura, per avermi fatto assaporare non solo la tua cucina, ma la tua visione. In un mondo dove tutto corre, fermarsi a gustare qualcosa di vero è un piccolo lusso. E tu, con Vibes, lo rendi possibile.
Con gusto, con stile. E soprattutto: con l’anima. Mi volto indietro e, sorridendo, penso “ birreria con cucina”… Il nome per non dimenticare. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere          
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8 Ottobre, 2025

Cantine Silvestri. Brindisi tra storia, amicizia e calici alzati alla Tenuta Traspontina

    Lanuvio ha sempre avuto per me il profumo di casa. È una terra che conosco attraverso i calici sollevati nelle tante cantine che ho visitato, tra brindisi e racconti che sanno di vigna e memoria. Tornarci per incontrare Barbara e Alfredo Silvestri è stato come riannodare un filo antico: il vino, qui, non è solo bevanda, ma linguaggio e rito conviviale.
Barbara mi accoglie con la naturalezza di chi porta in dote i terreni della famiglia Paris, vignaioli da quattro generazioni; Alfredo, invece, mi apre le porte della sua cantina, eredità della famiglia Silvestri, spumantisti da tre generazioni. Siamo l’unione di due mondi che si completano, dice Barbara mentre Alfredo annuisce E pensare che tutto è iniziato al Vinitaly, in un incontro del tutto fortuito: da lì è nata una storia d’amore e di lavoro che ci ha portato fino a qui, con tre figli – Edoardo, Filippo e Vittoria – che sono la nostra eredità più bella Camminando tra i corridoi freschi della cantina resto colpito da un cartone con il disegno stilizzato di un vecchietto. Chi è? Alfredo sorride: È mio nonno, il fondatore. Un omaggio a lui, a chi ci ha insegnato a credere nella vigna e nel vino. Poi mi mostra i silos in acciaio e la linea di imbottigliamento: Questa etichetta 2.600 bottiglie all’ora; e quel braccio meccanico posa sei bottiglie insieme nel cartone. Tecnologia al servizio del ritmo del vino, senza tradire il gesto contadino.
Dal cuore produttivo passiamo al punto vendita: scaffali ordinati che custodiscono bottiglie come piccoli scrigni. Qui il vino incontra le persone e diventa racconto di famiglia. Proprio qui Alfredo mi presenta il suo mondo fatto di quattro linee. Prendo in mano la prima bottiglia e chiedo incuriosito: E questa? È la linea degli Spumanti, il cuore della nostra tradizione. Dopo la guerra, mio nonno colse lo spirito americano dei festeggiamenti a base di vino e champagne e trasformò le romanelle in spumanti: così iniziò la nostra vocazione con il metodo Charmat. Poi afferro un’etichetta dai colori intensi: Qui cosa raccontate? Questa è la linea dei Monovitigni, mi spiega sorridendo. La chiamiamo “un abbraccio lungo 100.000 anni”, ispirata al cratere di Monte Cavo e alla nascita dei laghi Albano e Nemi. Chardonnay, Sauvignon, Syrah e Merlot: quattro vini che portano con sé le sfumature vulcaniche delle nostre terre. Le etichette sono speciali: su ciascuna è disegnato il cratere, con gradazioni di colore diverse per ogni bottiglia, come a evocare la forza e la varietà della natura. Passo alla bottiglia successiva e lo incalzo: E questa con un disegno che sembra un’opera d’arte? È la linea Colli. Nata dalla voglia di innovazione ed equilibrio. Ogni bottiglia è un piccolo quadro: sono nove le opere raffigurate, e accanto, come un biglietto da staccare, c’è la descrizione dell’opera stessa. È un modo per trasformare la bottiglia in esperienza, non solo di gusto, ma anche estetica e culturale. Dentro ci trovi il Frascati DOCG Superiore e il Cesanese. Io, però, rimango colpito da una bottiglia in particolare: il Vermentino. La prendo tra le mani, la osservo con ammirazione e dico sorridendo Il mio preferito. Proprio qualche giorno fa, qui a Lanuvio, ero in vigna mentre lo raccoglievano. Alfredo mi guarda, prende una busta e con un gesto semplice ma pieno di significato me la porge: Allora questo è per te. Infine, prendo in mano una bottiglia con un’etichetta che sembra carta grezza. Questa ha un sapore di casa. Alfredo sorride: È la linea Territorio. Qui c’è tutta la poesia dei Castelli Romani. Le etichette sono realizzate con una carta che ricorda quella del pane: profuma di antico, di originale, e riporta incisioni classiche. Racchiude vini come i Castelli Romani DOC Bianco e Rosso, e il Ponte Loreto Bianco e Rosso. Assaggiando il Ponte Loreto Rosso sentirai un rubino intenso, profumi di bosco e un sorso morbido, che sa di tradizione. Saliamo in macchina, direzione Castelli Romani: il lago di Castel Gandolfo luccica accanto alla strada, i campanili punteggiano le colline. Parliamo di vendemmie, di famiglia, di progetti. È una gita che profuma di casa e di futuro.
Arriviamo ad Albano, alla Tenuta Traspontina. In lontananza scorgo un grande tavolo di legno: Barbara me lo indica con un sorriso, mi invita ad avvicinarmi e, con la naturalezza di chi accoglie un ospite in casa, mi dice: Qui inizierà la nostra degustazione. Mi accomodo e i calici iniziano a danzare: si alzano, si osservano, si portano al naso e poi alla bocca. La degustazione – com’è giusto – si apre con gli spumanti, orgoglio della famiglia Silvestri. Il primo calice è il Silvestri Brut Blanc de Blancs (Chardonnay 100%, metodo Charmat). Vinificato in bianco con pressatura soffice, fermentazione a temperatura controllata di mosto limpido e aggiunta di lieviti selezionati. La presa di spuma inizia tra febbraio e marzo successivi alla vendemmia e si conclude a ottobre; il lungo periodo di permanenza sur lie regala profumi e gusto caratteristici. Resta tre mesi in bottiglia prima della vendita. Solleviamo i calici per il primo brindisi: nel bicchiere osservo il perlage finissimo e persistente; il colore è giallo paglierino brillante. Al naso i profumi sono intensi e freschi, con note floreali e fruttate; al palato è secco e dinamico, fresco e sapido, in equilibrio, con chiusura armonica ed elegante. Alfredo mi porge dei tappi: Guardali con attenzione. Li prendo in mano, li osservo, e scopro che ognuno ha un messaggio inciso, come i baci Perugina. Sul primo leggo: Lo vino nuoce la castitate. Sul secondo: Siamo tutti mortali al primo bacio e al secondo bicchiere di vino. Scoppia una risata tra me, Barbara e Alfredo: un gioco che rende la degustazione ancora più conviviale. Allora confesso: Sai, faccio la collezione di tappi. Conservo a casa quelli di ogni bottiglia stappata, anche nei ristoranti. Posso tenere anche questi? Alfredo sorride e risponde Certo, sono tuoi. La seconda bottiglia è l’Extra Brut Rosé, vinificato in bianco da uve rosse selezionate, pressate in modo soffice, con fermentazione a temperatura controllata. La presa di spuma inizia nei mesi successivi alla vendemmia per portare in bottiglia gli aromi della prima fermentazione, seguita da una seconda a temperature più basse. Il perlage è finissimo e persistente; il colore, rosa tenue. Al naso un profumo intenso e fresco con note floreali e di piccoli frutti rossi – ribes, mandarino, lampone; in bocca è cremoso e dinamico, dall’attacco delicato e avvolgente. Il pomeriggio si anima: i tappi saltano, volano in aria come coriandoli, e le risate si rincorrono attorno al tavolo. È un susseguirsi di calici, un ritmo allegro che ci porta al terzo spumante: Virbio, Spumante Rosso Aromatico di Qualità Dolce. L’uva è vendemmiata a mano, pigiata e diraspata; macerazione di 8–10 ore a bassa temperatura e pressatura soffice. La rifermentazione in autoclave avviene in modo naturale ed è interrotta con il freddo quando il mosto raggiunge la gradazione alcolica desiderata. Sollevo il bicchiere, ammiro il perlage fine e persistente e quel colore rosso cerasuolo intenso che cattura la luce. Lo porto al naso: il profumo è ricco e pieno, con sensazioni di piccoli frutti rossi. Poi avvicino il calice alla bocca, assaggio, e il sorso è rotondo e intensamente fruttato, con una freschezza che conquista il palato. Chiudiamo gli spumanti con l’Extra Dry: in etichetta, il nonno di Alfredo stilizzato con un calice in mano. Mi soffermo a guardarla: i tratti semplici, i colori essenziali, un disegno che trasmette autenticità e quasi ti invita a bere. È un’etichetta che cattura lo sguardo e porta con sé un senso di familiarità. Alfredo prende il calice e, con voce calma e sicura, mi guida quasi fossi a scuola: «Guarda il perlage: finissimo e persistente. Osserva il colore: un giallo paglierino brillante. Porta il bicchiere al naso: senti? Un profumo fruttato e floreale. Ora assaggia: morbido, dinamico, avvolgente». Io ascolto estasiato, lasciandomi trasportare dalla sua esperienza e dal suo modo critico e autorevole di raccontare il vino. Brindiamo insieme. Alla Tenuta Traspontina e a chi l’ha sognata, dice Barbara con un sorriso.
Poi Alfredo mi mostra, quasi con orgoglio, una bottiglia blu realizzata con Marevivo: parte dei proventi vanno all’associazione. È un vino frizzante, lo vendiamo spesso nei ristoranti costieri, La prossima volta che ci vedremo, sicuramente lo assaggerò. Rispondo sorridendo. Alfredo prende in mano una bottiglia di Vermentino, la mia preferita, e con un sorriso mi dice: Stappala tu. Quasi impacciato ed emozionato lo faccio, e appena il tappo è tra le mie mani lo porto subito al naso: Che meraviglia, esclamo. Versiamo il vino nei calici. Il colore è un giallo paglierino luminoso; al naso sprigiona un profumo delicato, con intense note fruttate e floreali, accenni di erbe aromatiche. Al sorso è sapido e brioso, fresco e vivace, con sensazioni minerali e balsamiche che lo rendono equilibrato e piacevole. Lo gusto lentamente, riconoscendovi la stessa emozione che ho provato pochi giorni prima, quando a Lanuvio ero in vigna e osservavo i grappoli di Vermentino al momento della raccolta. Brindisi, sorrisi, e i tappi che ancora una volta passano di mano in mano, portati al naso quasi per catturarne l’eco dei profumi. Sul finire della giornata, quando il sole cala dolcemente dietro i filari, sento quasi dispiacere nel dover lasciare la Tenuta Traspontina, Barbara, Alfredo e i loro vini. Alfredo mi porge un libro scritto dalla zia Bianca Silvestri, “L’odore del mosto”. È un gesto delicato, intimo, come una confessione silenziosa che apre le porte della sua famiglia.
Il volume si apre con queste parole: «Ci sono periodi della mia vita che ricordo più di altri. Succede quando qualcosa rompe le abitudini del fare ordinario. Una nascita. Una morte. Una festa. Una guerra. Un incontro. Uno scontro. Qualcosa di bene o di male. Ricordi di gioie o di dolori».
E si chiude con un’immagine che resta dentro: Lasciai che le ore si dilatassero lente come l’acqua di un fiume in pianura. Cammino via con la sensazione che i loro spumanti diventeranno la cornice dei miei prossimi eventi, e che questo libro sarà la chiave per tuffarmi, con discrezione e rispetto, nella storia di una famiglia che ha fatto del vino non solo un mestiere, ma una poesia capace di scorrere lenta, come l’acqua di un fiume in pianura. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere    
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1 Ottobre, 2025

Oro delle Donne. Vigne, ulivi e racconti di famiglia

Un viaggio tra Lanuvio e i Castelli Romani, alla scoperta di una famiglia che ha trasformato la passione per la terra in vini, oli e racconti poetici. Oggi mi sono concesso una giornata nelle campagne di Lanuvio, terra antica e mitologica, dove la leggenda racconta che Enea fondò il primo insediamento in Italia dopo la caduta di Troia. Il nome stesso di questo luogo deriva da Lavinia, figlia di Latino e moglie di Enea, e sembra che ogni campo e collina ancora custodiscano echi di quel passato. Oggi però non sono qui per un racconto mitologico, ma per incontrare una famiglia che ha fatto della terra la propria poesia: Oro delle Donne. Chiara l’ho conosciuta durante una fiera agricola: il suo entusiasmo, la sua passione per il vino e l’olio mi hanno incuriosito, ed eccomi qui, accolto al cancello della loro campagna. Con il suo sorriso luminoso mi invita ad entrare, e poco dopo arriva Mauro, suo padre, che ci raggiunge con passo sicuro e mani abituate al lavoro. La mattinata è dedicata alla raccolta del Vermentino: grappoli dorati che vengono tagliati con le cesoie e deposti nei secchi con la calma di un rito antico. Le mani si muovono veloci, ma con rispetto. Camminando lungo i filari scorgo qualcosa che non mi torna: tra i grappoli dorati del Vermentino ne vedo alcuni più scuri, dal colore diverso. Mi fermo incuriosito e chiedo a Mauro: Ma questi non sono Vermentino, vero? Vede  anche lei quei grappoli scuri? . Lui sorride divertito: Sono nove viti di Sangiovese che ci hanno dato insieme al Vermentino. Restano qui, memoria di un errore che ormai fa parte della nostra storia.”   Cammino sotto il manto profumato dei filari, il trattore segue lento e sembra una processione agreste. Perché Oro delle Donne? domando a Chiara. È stata un’idea di papà, mi spiega. Per onorare me e mamma, ma anche la figura femminile che ritorna con la Dea Giunone. Poi c’è l’usanza di piantare un ulivo quando nasce una donna. Il legame con gli ulivi è forte: oltre ai terreni di Lanuvio e Marino, dal 2015 la famiglia gestisce l’uliveto storico di Villa Maruffi, un luogo sospeso nel tempo che conserva intatta la sua identità. La villa, situata sulle colline del Sassone a Ciampino, fu lasciata in eredità all’Università Roma Tre e oggi è un esempio prezioso di conservazione del paesaggio. Qui, tra i muri antichi e i ricordi di un casale fortificato, si trova anche una piccola chiesetta consacrata, che rende il luogo ancora più suggestivo. Camminare tra gli ulivi secolari che circondano la villa significa respirare un paesaggio che parla di fede, memoria e radici: è in questo scenario che nascono alcuni degli oli più preziosi di Oro delle Donne Terminata la mattinata a Lanuvio, ci spostiamo verso Marino. È un viaggio che attraversa i Castelli Romani, passiamo accanto al lago di Castel Gandolfo, lo specchio d’acqua riflette cielo e case come in una cartolina senza tempo. Arriviamo al centro di Marino, dove tra vicoli e piazze si trova la loro cantina. Entrando, lo sguardo si posa su una vecchia barrique, non più contenitore di vino, ma tavolo conviviale. L’abbiamo recuperata dalla grotta di mio nonno, racconta Chiara accarezzandone il legno vissuto, ci piaceva l’idea di ridarle vita e farne il centro dei nostri incontri. È attorno a quella barrique che Chiara e Mauro mi accolgono, ed è Chiara la prima a parlare: prima ancora di versare il vino, posa davanti a me tre bottiglie di olio. La prima è un blend di Leccino, Carbonella e Frantoio: al palato rivela un gusto deciso, con un tocco amarognolo che lascia la bocca pulita e viva. Poi mi mostra la monocultivar di Rosciola, intensa e profumatissima, con un aroma che ricorda l’erba appena tagliata e un fruttato elegante. Infine il Muraiolo, più morbido e rotondo, quasi vellutato, capace di avvolgere il palato con la sua dolcezza equilibrata. A quel punto Chiara si alza, mi invita a seguirla e mi mostra due bottiglie imponenti, da tre e cinque litri, custodite in eleganti casse di legno con tappo in ceralacca: Queste”, dice sorridendo, “sono quelle che di solito diventano regali di Natale. Ridiamo insieme e io, scherzando, le dico che per questo Natale ci farò un pensierino: un regalo così originale non passa certo inosservato. Torniamo a sederci attorno alla barrique e Chiara stappa la prima bottiglia di vino: il Bianco della Corte, malvasia e trebbiano. È il primo calice di questa degustazione, e porta con sé una storia speciale: Mauro lo ha dedicato al padre, in ricordo dei terreni che la famiglia possedeva in via Passo della Corte. Al naso regala note delicate, al palato è morbido e rassicurante.” Segue il Vermentino, 13,5%, che ho visto raccogliere poche ore prima: profuma di fiori bianchi e frutta gialla, e in bocca sprigiona freschezza e una lieve asprezza. Poi arriva la Malvasia Puntinata: alzo il calice, lo inclino alla luce che filtra dalla finestra e il colore dorato mi sorprende per la sua brillantezza. Al naso sprigiona profumi intensi, quasi avvolgenti, che ricordano la frutta matura e i fiori estivi; in bocca la persistenza è lunga, decisa, e lascia un’eco che invita al sorso successivo. Passiamo al Bellone: nel calice si muove leggero, di un giallo paglierino limpido; al naso rivela note delicate di frutta fresca, al palato ha una freschezza minerale che lo rende immediato e piacevole. Infine il Roma Dop Bianco: porto il bicchiere al naso e respiro un intreccio armonico di malvasia puntinata e bellone, che si fondono in un bouquet elegante. Al palato è equilibrato, rotondo, con una morbidezza che si allunga in un finale caldo e rassicurante.” Terminata la degustazione dei bianchi, sorrido a Chiara e le dico che ogni calice sembrava raccontare un volto diverso della loro terra. Lei ride e mi risponde: Allora vediamo se i rossi sapranno tenere il passo. Con questa battuta complice ci prepariamo a un nuovo giro di calici. Il primo è il Rosso della Corte, un blend di Ciliegiolo e Sangiovese: nel bicchiere si muove vivace, di un rubino chiaro; al naso richiama la ciliegia fresca, al palato è sincero e diretto, senza sovrastrutture, vino che si lascia bere con immediatezza. Poi Chiara versa il Merlot Donna Sospita, e qui c’è una storia da raccontare: Donna Sospita è infatti uno dei nomi con cui nell’antica Roma si invocava la Dea Giunone, protettrice della fertilità e delle donne. Alzo il calice alla luce e il colore è intenso, cupo; al naso si sprigionano sentori di frutti rossi maturi e leggere note erbacee; in bocca è vellutato e profondo, con un finale che resta lungo e avvolgente, proprio come il mistero del suo nome. Segue il Syrah, che nel calice si veste di un porpora brillante: profuma di spezie dolci e pepe nero, al palato è fruttato e dinamico, quasi un abbraccio caldo. Infine il Roma Dop Rosso, un blend di Montepulciano e Sangiovese: il colore è fitto, impenetrabile; il profumo è complesso, con accenni di prugna e tabacco; in bocca è strutturato, corposo, vino da meditazione e da tavola importante, che chiude la degustazione con autorevolezza. E proprio quando penso che la degustazione abbia trovato la sua conclusione, Chiara porta a sorpresa una bottiglia di spumante. Questo è il nostro Volemose Bene, dice sorridendo, lo facciamo con il Vermentino. Nel calice il perlage è fine, la spuma vivace: al naso si colgono note di fiori bianchi e agrumi freschi, in bocca esplode in leggerezza e allegria. Lo alziamo insieme come fosse un piccolo brindisi di festa: un vino che porta con sé non solo freschezza, ma anche la memoria di una storica banda di Marino amata da tutti, che di allegria sapeva davvero qualcosa. È il sorso che suggella la giornata, un invito a volersi bene davvero. Dopo il brindisi conviviale, Chiara mi accompagna verso gli scaffali della cantina: qui mi mostra il paté di olive e le olive in salamoia, piccole conserve che raccontano la continuità della tradizione familiare. Accanto ci sono le farine di grano Senatore Cappelli, simbolo di un ritorno alle colture antiche e genuine. Infine mi parla della birra Birba, bionda e originale, prodotta dal birrificio Oltremondo nelle Marche: lo ha scelto lei, perché è uno dei pochi in Italia a coltivare direttamente il luppolo. Un dettaglio che unisce mondi diversi ma affini, nel segno della stessa cura per la materia prima.” Attorno a quella barrique il tempo sembra fermarsi: ogni calice è un racconto, ogni prodotto un frammento di storia. Oro delle Donne non è soltanto un’azienda agricola: è una visione. È l’oro delle mani che raccolgono, delle donne che tramandano, delle famiglie che resistono. La nostra forza è la pazienza mi dice Chiara con un sorriso, perché la terra ha i suoi tempi, e ogni anno insegna qualcosa di nuovo. Le sue parole restano sospese nell’aria come un ultimo sorso. Ripenso alla giornata trascorsa tra i filari di Lanuvio  e la cantina nel cuore di Marino: ho camminato in vigna, ho visto i grappoli riempire i secchi, ho seguito i gesti quotidiani che diventano rito, e infine ho assaggiato vini che si trasformano in storie liquide. Porto via con me il ricordo di una giornata che è stata incontro, scoperta e poesia. Oro delle Donne è promessa e visione, un invito a cercare la bellezza che nasce dall’amore per la terra e che, grazie a Chiara, continua a brillare nel tempo.           Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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26 Settembre, 2025

Nature Concrete. Il gusto sorprendente dei fiori eduli

  Alle porte di Roma, tra le colline di Frascati, due giovani visionari stanno rivoluzionando il modo di intendere la natura e la tavola. Amelie e Michelangelo, con la loro azienda agricola “Nature Concrete”, trasformano i fiori in esperienze sensoriali da vivere e gustare. Varcato il cancello di via Grotte di Maria, è Michelangelo ad accogliermi con una stretta di mano calda e sincera. Il suo sguardo trasmette sicurezza, come se sapesse già che ciò che sto per vivere non sarà una semplice visita. Poco più in là, immersa in un tappeto di colori, appare Amélie: giovane, elegante, con le mani che sfiorano i petali come se stesse accarezzando un’opera d’arte. Il suo sorriso francese è contagioso. Benvenuto nel nostro mondo mi dice Michelangelo, aprendo le braccia come a voler abbracciare quel giardino di 3000 metri quadri. La mia curiosità cresce: non capita tutti i giorni di assaggiare i fiori. Non resisto e la mia prima domanda è quasi ingenua Ma da dove nasce un nome così particolare, Nature Concrete? Michelangelo si ferma un attimo, quasi a voler tornare indietro nel tempo. Nature Concrete è un nome che porto nel cuore da tanto tempo. In realtà è nato ben prima che esistesse questa azienda, ben prima che ci fosse Amélie al mio fianco. Allora c’ero solo io, con il desiderio di coltivare e fare qualcosa di diverso, di particolare. Il suo racconto si fa più intimo. Mi parla di Camillo, suo fratello, designer dalla sensibilità artistica rara. Fu lui, in un momento di intuizione, a dare forma a quell’idea embrionale. Camillo non si è limitato a inventare un nome. Ha avuto una visione. Ha immaginato un’identità, ha disegnato un logo. E quel dono, in realtà, è stato il seme che mi ha spinto ad andare avanti. Amélie sorride, ascoltando. Quel nome ci ha scelti prima ancora che noi scegliessimo lui, All’inizio apparteneva solo a Michelangelo, poi con il tempo è diventato nostro, e oggi racconta chi siamo: due anime diverse che si incontrano. Il dualismo è il cuore del progetto: Michelangelo, laureato in Scienze e Cultura della Gastronomia e della Ristorazione, è la mente strategica, il “concreto”, colui che si occupa di gestione strategia e business. Amélie, invece, laureata in Botanica e Gestione degli habitat tropicali con una specializzazione in agroecologia, custode della natura e delle tecniche di agricoltura ecologica che fondano ogni loro scelta. Sui social giochiamo spesso con questa complementarità. Io sono Michi il Concreto, lei è Amélie. Due facce della stessa medaglia. Guardandoli insieme, non posso che pensare che Nature Concrete non sia solo un nome, ma un manifesto vivente di equilibrio e armonia.
Il loro percorso prende forma nel 2020, in piena pandemia. Dovevamo decidere se andare a Montpellier, la mia città, o restare qui a Frascati. Alla fine, qui c’era la terra di famiglia e il desiderio di coltivare ci ha spinti a non fermarci. Mi guardo attorno: venti varietà di fiori eduli, coltivati senza trattamenti, brillano al sole. Amelie li osserva con una dolcezza quasi materna. Da bambina, quando avevo sette anni, correvo per i prati e raccoglievo fiori eduli. Li davo alle mie amiche perché li assaggiassero mi confida ridendo.
La mia curiosità è alle stelle. E adesso me li fate assaggiare? chiedo, un po’ emozionato. Amélie si illumina Certo! Preparati a un viaggio sensoriale. La degustazione inizia con la Begonia rossa: in bocca sprigiona un gusto sorprendentemente simile al limone. Sembra davvero di mordere un limone! Lei ride divertita Aspetta la prossima. Infatti, la Begonia bianca porta con sé la freschezza del lime. La rosa gialla, invece, conquista per la sua intensità aromatica più che per il sapore.
Arriva la Dalia, un fiore dai toni violetti che ricorda in bocca il carciofo crudo. Senti che forza ha?, mi chiede Amélie. Poi tocca al nasturzio Attento, è piccante! Mi avverte Michelangelo. In bocca un’esplosione di fuoco che subito si equilibra con la dolcezza del nettare.
La *Lippia dulcis* sa di caramella alla liquirizia, un ritorno all’infanzia che mi strappa un sorriso. E infine il fiore elettrico, l’Acmella: limone e mentolo insieme, un vortice che stimola la salivazione. È il nostro fiore più sorprendente. Un piccolo concentrato di energia.
Ogni assaggio è accompagnato da aneddoti e curiosità che rendono il momento ancora più unico. Mi sento come un esploratore che, invece di attraversare oceani, scopre un mondo intero dentro un petalo.
Nature Concrete non è soltanto un’azienda agricola: è una visione, un modo diverso di abitare la natura e di portarla sulla tavola. È l’invito a guardare i fiori non più come semplici ornamenti, ma come ambasciatori di sapori, memorie ed emozioni. Passeggiando tra i loro campi ho compreso che ogni petalo custodisce un mondo, e che dietro a quel mondo ci sono due giovani sognatori che hanno scelto di coltivare bellezza e condividerla. Grazie ad Amélie e a Michelangelo, ho scoperto che anche un prato può trasformarsi in un menù sorprendente, capace di intrecciare scienza e poesia. La loro è una storia che invita ad aprire gli occhi, a lasciarsi guidare dal gusto della natura, e a credere che nelle cose più delicate si nasconde spesso la forza più grande. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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20 Settembre, 2025

La Conca dei Sapori. Un viaggio di gusto a Borgo Montello

  A volte i migliori incontri avvengono per caso. Una mattina a Cisterna di Latina, dopo un caffè accompagnato da un cornetto fragrante ricco di ottima crema nella pasticceria Punto Dolce, conosco Valeria, una donna sorridente e solare che mi racconta della sua creatura: un ristorante che porta il nome evocativo  “La Conca dei Sapori”. Mi invita a scoprirlo la sera stessa, e io, curioso e affamato di nuove storie gastronomiche, accetto con piacere.
Al mio arrivo, a Borgo Montello, intravedo l’insegna e mi dirigo al parcheggio. Entro e il ristorante si presenta intimo e accogliente. Un forno a legna a vista, luci calde, dettagli curati con amore: tutto parla della passione di chi lo guida. Valeria mi accoglie con un sorriso autentico, mi fa accomodare e mi dà il menù ma io sorridendo le dico che  scelgo di affidarmi completamente a lei e alla sua cucina.
Il percorso inizia con un piatto che racchiude l’essenza del territorio: mozzarella di bufala con alici marinate e pomodoro merinda. L’impiattamento è un piccolo quadro: il bianco candido della mozzarella si sposa con la lucentezza argentea delle alici e il rosso vivo del pomodoro, in un’armonia cromatica che anticipa la freschezza al palato. Il boccone è rotondo, bilanciato tra la cremosità lattiginosa della bufala e la sapidità elegante dell’alice. Il boccone è rotondo, bilanciato tra la cremosità lattiginosa della bufala e la sapidità elegante dell’alice. In bocca il pomodoro merinda porta freschezza e una leggera vena acidula che ripulisce il palato, mentre la mozzarella si scioglie lentamente lasciando una dolcezza lattea persistente. Le alici aggiungono un contrappunto sapido che stimola la salivazione e invoglia immediatamente a un secondo assaggio. L’insieme è armonico, equilibrato e sorprendentemente raffinato nella sua apparente semplicità. Segue un piatto di sorprendente creatività: tartare di manzo, carciofo, tuorlo fritto e colatura di cacio. Qui Valeria osa e vince. La dolcezza del manzo crudo incontra l’amaro vegetale del carciofo, il tuorlo fritto aggiunge una nota croccante e vellutata insieme, mentre la colatura di cacio avvolge il tutto con un sapore deciso e persistente. È un piatto che racconta ricerca, tecnica e una spiccata personalità. Al palato, la tartare si apre con una morbidezza setosa e dolce, immediatamente bilanciata dall’amaro netto e vegetale del carciofo che ripulisce la bocca. Il tuorlo regala un ingresso croccante che si trasforma in una cremosità avvolgente, mentre la colatura di cacio sprigiona una sapidità intensa e lunga, quasi marina. Il boccone è complesso e dinamico: alterna consistenze e contrasti, chiudendo con un finale persistente in cui restano impressi la forza del formaggio e il retrogusto erbaceo del carciofo. Queste due entrè mi hanno regalato il piacere di esser lì, perché piatti eleganti ben costruiti che ho consegnato a Valeria puliti come se non ci fosse stato nulla dentro. Sorridendo le dico che possiamo procedere perché la sua mano regala emozioni. Il primo piatto è un inno al mare: tagliolino con scampi e asparago. La pasta, sottile e perfettamente al dente, accoglie la dolcezza degli scampi e il tocco vegetale dell’asparago in un connubio che conquista per delicatezza e intensità aromatica. È un piatto che parla di primavera e di mare, insieme. Al palato, il tagliolino rivela subito la sua consistenza elastica e vellutata, che trattiene il condimento in modo armonioso. Gli scampi sprigionano una dolcezza marina morbida e persistente, contrastata dalla leggera punta amarognola e fresca dell’asparago. L’insieme è bilanciato e raffinato: la bocca resta pulita, con un finale delicatamente iodato e una persistenza che richiama tanto il mare quanto la terra primaverile. È un piatto che convince per equilibrio e finezza
Poi arriva il momento dei secondi che Valeria mi ha confidato sorridendo che saranno generosi. Il primo ad esser servito è un polpo rosticciato su hummus di ceci, nocciole e rosmarino. Il tentacolo, dorato e croccante all’esterno, è tenero all’interno; l’hummus regala cremosità e rotondità, le nocciole portano una nota croccante inattesa, mentre il rosmarino rinfresca il tutto con la sua aromaticità balsamica. Al palato il polpo si rivela succoso e delicato, con una consistenza che alterna la croccantezza della superficie alla morbidezza della polpa. L’hummus avvolge il boccone con la sua pastosità vellutata, mentre le nocciole introducono un contrappunto tostato che prolunga la masticazione. Il rosmarino, con la sua nota balsamica, dona freschezza e leggerezza al finale, rendendo il piatto complesso ma equilibrato. La persistenza è lunga, con un ricordo che resta saldamente ancorato tra mare e terra. Accanto, al polpo appare una una frittura di paranza asciutta e fragrante, che celebra il mare nella sua immediatezza più autentica. Valeria mi racconta che è lei stessa a scegliere il pesce ogni giorno: freschezza e qualità sono le sue firme.
In bocca la frittura esprime subito croccantezza e leggerezza: la doratura è uniforme, priva di eccessi di unto, e avvolge un pesce che si mantiene tenero e succoso. La sapidità naturale del mare viene esaltata senza coperture, lasciando il palato pulito e pronto al boccone successivo. La persistenza è breve ma intensa, con un finale secco e fragrante che richiama la genuinità di un mare cucinato “come una volta”.Il percorso si conclude con un dessert che profuma di esotico: semifreddo al mango, lampone e latte di cocco. Un dolce che unisce acidità e dolcezza, leggerezza e intensità, con una freschezza che pulisce il palato e lascia un ricordo luminoso della cena. Al palato, il mango sprigiona una dolcezza piena e avvolgente, subito contrastata dall’acidità vivace del lampone, che dona ritmo e verticalità al boccone. Il latte di cocco interviene con una morbidezza cremosa che riequilibra il tutto, regalando un finale esotico e vellutato. La consistenza del semifreddo è soffice e delicata, con una persistenza che lascia in bocca una scia fresca e fruttata. È un dessert che chiude il percorso con armonia, alleggerendo il palato e fissando nella memoria una nota luminosa e solare. Valeria si siede al mio tavolo, versa due bicchieri di limoncello e con un brindisi suggelliamo una serata che è stata molto più di una degustazione: un’esperienza di autenticità, passione e calore umano. E in quell’istante, tra il profumo di agrumi che si solleva dal bicchiere e le luci soffuse che avvolgono la sala, comprendo che La Conca dei Sapori non è solo un ristorante, ma un luogo dell’anima. È il punto d’incontro tra memoria e futuro, tra la semplicità dei gesti antichi e l’audacia della creatività. Qui ogni piatto non si limita a sfamare, ma racconta una storia che parla di mare, di terra e di cuore. Uscendo nella notte di Borgo Montello, con il palato ancora acceso di sapori e l’animo leggero, resta dentro di me la certezza che varcare di nuovo quella soglia sarà come tornare a casa. Un invito irresistibile, un richiamo che chi ama il buon vivere non può ignorare. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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10 Settembre, 2025

Ristorante da Vincenzo. La storia a tavola ancora oggi

  San Vito è una frazione che non conoscevo, a pochi minuti da San Felice al Circeo. Un piccolo angolo tra terra e mare che custodisce storie di famiglia, profumi sinceri e una cucina che sa ancora sorprendere. È qui che ho vissuto un pranzo degustazione da Vincenzo, ristorante aperto nel 1967 e oggi portato avanti con passione da Antonio in cucina, Francesca in sala e la figlia Giulia, che affianca con eleganza i genitori. Appena arrivato, vengo accolto con calore da Francesca, che mi mostra alcune foto d’epoca: là dove oggi si trova una luminosa sala per banchetti, un tempo c’era una pista da ballo all’aperto. Scorci di memoria che profumano di estate, feste e famiglia. Ci accomodiamo a tavola e Francesca stappa per l’occasione un Gemin Rosé Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese. Uno spumante 100% Pinot Nero, dalla struttura importante, grazie all’acidità naturale del vitigno. La breve macerazione sulle bucce, prima della pressatura soffice, dona un colore vivo e una freschezza perfetta per aprire le danze. Il Gemin Rosé Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese lo guardo nel bicchiere prima di portarlo alla bocca e si presenta con un colore rosa tenue brillante, attraversato da riflessi ramati eleganti e da un perlage fine e persistente. Alla vista è luminoso, delicato, ma deciso, come il vitigno da cui proviene: un Pinot Nero in purezza vinificato con cura e sensibilità. All’olfatto colpisce per la sua freschezza floreale e fruttata: si aprono note di rosa canina, fragoline di bosco, melograno e una lieve traccia di crosta di pane, data dalla rifermentazione. È un profilo aromatico nitido, raffinato, con una punta agrumata che invoglia l’assaggio. Al palato, la struttura è piena ma agile, con una vivace acidità che dona slancio e verticalità. Il sorso è secco, ben equilibrato, con una spuma cremosa e una chiusura sapida che ricorda la mineralità del territorio dell’Oltrepò. Un rosé gastronomico, che accompagna con classe piatti di pesce, crudi, carni bianche e antipasti di mare. E così prima di iniziare le danze alziamo i calici al cielo e facciamo un bel brindisi alla nostra prima volta insieme. Leggendo il menù mi incuriosisco dell’antipasto misto, e così chiedo ad Antonio in cosa consiste e lui sorridendo svela “varia in base al pescato del giorno ci sono piatti cotti e crudi, una vera e propria sinfonia di assaggi”.   Sorridendo dopo aver raccolto spunti utili sul loro menù inizio a veder sul tavolo una sinfonia di piatti che come per magia riempiono il tavolo non lasciando nessuno spazio libero. Si comincia con un’insalata di mare fresca, condita semplicemente con limone, olio e sale, e arricchita da sedano, carote, olive, polpo, seppia e calamari. L’insalata di mare servita è un esempio perfetto di semplicità ben calibrata, in cui ogni ingrediente è riconoscibile, armonico e valorizzato senza eccessi. Al palato, l’impressione iniziale è di freschezza pulita e naturale, grazie a un condimento ridotto all’essenziale: olio extravergine d’oliva, limone fresco e un tocco di sale. Nessun aceto, niente aromi coprenti. Solo equilibrio. La dolcezza del polpo e la morbidezza della seppia si intrecciano con la consistenza soda dei calamari, mentre sedano e carota, tagliati sottili, aggiungono una croccantezza vegetale che dà ritmo al boccone. Le olive, probabilmente nere e polpose, offrono un contrasto sapido che accende il piatto senza sovrastarlo. Il risultato è un’insalata viva, che rispetta la delicatezza del pesce e la arricchisce con tocchi precisi: è sapida ma non salata, agrumata ma non aspra, gustosa ma mai invadente. Una vera ouverture di mare, pensata per preparare il palato al viaggio che verrà. Poi un crostino con pesto al limone e prosciutto di ricciola, intenso e bilanciato. Il crostino è un piccolo concentrato di intensità e precisione, che gioca su contrasti aromatici ben dosati. La base croccante del pane tostato offre subito struttura e calore, creando un bel gioco di texture con la morbidezza del prosciutto di ricciola, tagliato sottile, dal sapore delicatamente affumicato e con una nota marina pulita e persistente. Il protagonista però è il pesto al limone: profumatissimo, agrumato, dalla freschezza spiccata che ravviva il palato e alleggerisce la parte grassa del pesce. In bocca, l’effetto è quello di un’armonia salina e agrumata, con un finale in cui emerge la parte erbacea del pesto (forse con basilico o prezzemolo) e una persistenza sapida e vivace, che invita subito al morso successivo. Un antipasto moderno, essenziale, che dimostra come con pochi ingredienti e tanta cura si possano ottenere equilibri raffinati. Un piatto bianco lascia intravedere delle alici e salmone marinati con aceto e vino si adagiano su peperoni e melanzane arrostite, con una granella di pistacchio che dà croccantezza e un tocco in più. Questo piatto è un vero intreccio di marinatura, ortaggi arrostiti e contrasti ben pensati. Una sorpresa alla vista ma soprattutto al palato. Le alici e il salmone, marinati con aceto e vino, hanno una consistenza morbida ma tesa, quasi vibrante, e un sapore pieno, in cui la parte acida della marinatura è ben calibrata e mai invasiva. Il salmone regala un grasso elegante, l’alice invece offre un carattere più deciso e sapido. La base di peperoni e melanzane arrostite aggiunge un gusto vegetale profondo, con la dolcezza affumicata dei peperoni e la morbidezza vellutata delle melanzane, quasi caramellate. Su tutto, la granella di pistacchio agisce da contrasto, dando croccantezza, colore e una sfumatura dolce-salata che rende il boccone completo e tridimensionale. Insieme, questi elementi compongono un antipasto che sa essere ricco ma leggero, con un equilibrio tra acidità, sapidità e dolcezza vegetale che conquista per precisione e originalità. Un piatto che richiama il Mediterraneo in ogni suo dettaglio. Segue una tartare di tonno con finocchio, arancia e pistacchio, delicata e armonica. La tartare è un piatto che gioca sulla leggerezza e sull’equilibrio tra dolcezza, freschezza e grassezza naturale del pesce. Il tonno, tagliato a coltello, si presenta morbido, setoso, fresco, con un sapore pulito e marino che viene esaltato ma non coperto dagli altri ingredienti. Il finocchio crudo, affettato finemente, aggiunge una nota croccante e aromatica, con quella sfumatura leggermente balsamica che rinfresca il palato. L’arancia entra in scena con il suo succo e la sua polpa viva, portando una dolce acidità agrumata che accende il piatto e crea un bel contrasto con la grassezza del tonno. Il pistacchio, in granella, chiude il boccone con una nota dolce e tostata, donando profondità e texture. Nel complesso, è un piatto raffinato e armonico, dove ogni elemento ha un ruolo preciso: la dolcezza dell’arancia, la freschezza del finocchio, la ricchezza del tonno e la croccantezza del pistacchio si fondono in un morso elegante, che parla di mare, agrumi e territorio. Il baccalà mantecato è servito su crostini di polenta fritta con pistilli di peperoncino: cremoso, fragrante, avvolgente. l baccalà mantecato è un incontro riuscitissimo tra nord e sud, tra tradizione veneta e sapori familiari che, per chi come me che viene da Foggia, evocano subito gli scagliozzi, quelle deliziose fette di polenta fritta croccante che profumano di casa. Il baccalà, mantecato alla perfezione, è soffice, cremoso, delicato ma sapido, con quel sapore profondo che solo la lunga lavorazione sa donare. Si fonde letteralmente con la polenta fritta, che regala una croccantezza rustica e dorata, un supporto solido ma affettuoso, che avvolge il palato in una carezza fragrante. I pistilli di peperoncino aggiungono un tocco aromatico e leggermente piccante, che accende il piatto senza sovrastare. La sorpresa sta proprio lì: nella semplicità che si fa emozione, nel sapore che racconta più di una terra. Un boccone che sa di ricordo e di scoperta, di comfort e carattere. Il saute di cozze è quello classico: olio, aglio, prezzemolo e un pizzico di pepe, senza orpelli ma pieno di gusto. Questo piatto è una celebrazione della semplicità più autentica, quella che non ha bisogno di effetti speciali per conquistare. In questo piatto ogni ingrediente ha un ruolo preciso: l’olio extravergine caldo accoglie l’aglio appena dorato, il prezzemolo fresco dona un tocco erbaceo, e il pepe nero chiude con una nota vivace e leggermente pungente. Le cozze, carnose e succose, rilasciano il loro liquido naturale in cottura, che si unisce agli aromi creando un sughetto profumato e sapido, irresistibile. Il risultato è un piatto intenso ma bilanciato, dove il sapore del mare viene rispettato e amplificato dagli ingredienti senza essere mai coperto. È uno di quei piatti che fanno venire voglia di prendere il pane e tuffarlo nel fondo del piatto, raccogliendo ogni goccia di quel condimento generoso, caldo e profondo. Un gesto antico e istintivo, che dice tutto: qui si mangia per davvero. I gamberoni avvolti nella pancetta affumicata, adagiati su una purea di mele golden con glassa di aceto bianco e peperoncino, colpiscono per la dolcezza che incontra il fumo e il piccante. Un piatto creativo, audace ma coerente, che ti lascia a bocca aperta per l’equilibrio tra dolcezza, sapidità e piccantezza, e che ti fa venir voglia di finirlo lentamente, per non farlo finire mai. È uno di quei piatti che restano impressi per la loro capacità di sorprendere e conquistare in un solo boccone. Appena il coltello affonda, la pancetta affumicata sprigiona tutto il suo profumo intenso: è croccante ai bordi, morbida all’interno, e avvolge il gamberone con una nota affumicata, grassa e saporita che esalta la dolcezza naturale del crostaceo. Il gambero, polposo e appena scottato, mantiene una consistenza succosa, e il suo sapore marino trova nella pancetta un partner perfetto: terra e mare si incontrano in un equilibrio sorprendente. E poi arriva lei, la purea di mela golden. Setosa, calda, dolce al punto giusto, con quella nota fruttata che non ti aspetti ma che conquista immediatamente. È la vera rivelazione del piatto, una base che accoglie e lega tutti gli elementi con delicatezza. La glassa di aceto bianco e peperoncino aggiunge l’ultimo tocco: acidità sottile, un pizzico di fuoco, e tanta armonia. E per concludere questo tripudio di mare per un antipasto che non può non lasciarti senza parole arrivano i moscardini e triglie fritte, asciutte e croccanti, e una sorprendente parmigiana di pesce spada, con melanzane, provola, pomodoro fresco, basilico e pesce spada: un piatto di grande equilibrio, che profuma di casa. Il piatto arriva con profumi irresistibili e colori dorati: moscardini e triglie fritte, asciutti, croccanti, leggeri come pochi sanno fare. La frittura è impeccabile, dorata, sottile, non unta, con quella crosticina fragrante che si sbriciola sotto i denti lasciando spazio alla morbidezza del pesce. I moscardini hanno una consistenza tenera e saporita, mentre le triglie sprigionano tutto il loro gusto delicatamente iodato, esaltato dalla panatura asciutta e fragrante. Accanto a questa golosa frittura, una parmigiana di pesce spada che stupisce: melanzane fritte, provola filante, pomodoro fresco, basilico e tranci di pesce spada si fondono in una stratificazione armonica e piena, che richiama la tradizione ma la reinterpreta con leggerezza. Il sapore del pesce è presente ma ben integrato, la dolcezza del pomodoro bilancia la sapidità del mare, e la melanzana regala consistenza e profondità. Un piatto che racconta la cucina mediterranea più sincera, tra frittura fatta a regola d’arte e un comfort food che profuma di casa e di domenica. In attesa del primo piatto, Francesca porta in tavola il Pandataria di Candidaterra, vino di Luigi Sportiello che prende il nome dall’isola di Ventotene. Il Pandataria di Candidaterra, è un vino che racconta l’essenza di Ventotene, l’isola da cui prende il nome, attraverso profumi e sapori autentici. Prendo il calice in mano e lo porto verso la luce per ammirarne i colori, alla vista si presenta con un giallo paglierino carico, luminoso e profondo, segno di maturità e struttura. Al naso è un viaggio nella macchia mediterranea: emergono note di timo, origano, rosmarino, fuse con sentori agrumati di scorza di limone e pompelmo, e un tocco finale aromatico e balsamico, quasi salmastro, che ricorda l’aria dell’isola e le sue erbe selvatiche. In bocca è secco, pieno, avvolgente, con una struttura rotonda ma dinamica, grazie a una freschezza ben integrata e a una mineralità fine che accompagna il sorso fino alla chiusura. Il finale è lungo, elegante, con ritorni salini e agrumati che lo rendono perfetto per accompagnare la cucina di mare, come quella di Antonio. Un bianco dal carattere deciso ma mai eccessivo, capace di esaltare il piatto senza sovrastarlo. Un vino che sa di sole, vento e pietra vulcanica. Il primo non è in carta. Antonio ha voluto farmi provare un esperimento, sorridendo mi dice: “Mangerai qualcosa di nuovo che nessuno ha provato prima di te”. Arriva in tavola uno spaghettone spezzato di Gragnano, cotto insieme a calamari, cozze, vongole, gamberi, patate, olio, basilico, scorzone estivo e pepe. Una sola cottura, nessuna separazione, tutto insieme, come si fa nei piatti nati dal cuore più che dalla tecnica. Il risultato è un piatto profondo, ricco, umido, in cui il mare si fa crema e profumo. La pasta trattiene l’amido delle patate e i sapori dei frutti di mare, diventando avvolgente, saporita, calda. Il pepe e lo scorzone aggiungono una nota terrosa e balsamica, il basilico porta un’aria d’estate, ma il piatto, nella sua densità e calore, sa di stagione fredda. Lo assaggi e pensi a un caminetto acceso, a un pranzo lento d’inverno, anche se fuori è maggio. Ed è forse proprio questo il suo fascino: un piatto che racconta cura, invenzione e istinto, come una poesia scritta senza pensarci troppo, ma con le mani sporche di cose buone.   Forse un po’ caldo per il mese di maggio, ma perfetto da proporre in autunno e inverno. Si chiude in dolcezza con un sorbetto all’ananas, semplice ma impeccabile, dalla consistenza leggera e cremosa, con un’acidità viva che pulisce il palato e lo prepara alla chiusura finale. Arriva poi una millefoglie scomposta, giocata su contrasti e leggerezza: ananas fresco e melone dolce, crema pasticcera vellutata e una riduzione profumata di limone, vino e zucchero, che lega tutto con una nota agrumata elegante. Il risultato è un dessert estivo, luminoso, rinfrescante, che non appesantisce ma completa il percorso con armonia e leggerezza. Una chiusura perfetta, che lascia in bocca il sapore del sole e negli occhi il piacere di essere stati davvero bene. A suggellare il pranzo, un sorso di Mandragola Liqueur, amaro piemontese, dal gusto balsamico e profondo. Questo liquore rappresenta una chiusura autorevole e meditativa per un pranzo di questo tipo. Nato nel 1873 in Piemonte, è un amaro storico dal profilo botanico articolato, che unisce radici, erbe officinali e spezie in un infuso ricco e persistente. Alla vista si presenta con un colore bruno intenso, quasi nero, con riflessi ramati. Al naso offre un bouquet profondo e avvolgente, dove emergono note di china, genziana, liquirizia e menta balsamica, con un sottofondo legnoso e leggermente tostato. Al palato è vellutato ma deciso, con un ingresso morbido e dolce-amaro che evolve in una lunga persistenza amaricante, mai aggressiva. Il finale è asciutto, erbaceo e rinfrescante, perfetto per aiutare la digestione e chiudere con eleganza un percorso ricco di sapori. Un liquore da sorseggiare lentamente, in purezza, per contemplare – con lo stesso spirito con cui si rientra a casa dopo un pranzo in famiglia che ha toccato corde profonde. Ci sono luoghi in cui il tempo sembra smettere di correre, e la cucina diventa un gesto d’affetto, un abbraccio che sa di casa. Da Vincenzo, a San Vito, non si è solo clienti: si è ospiti, si è amici, si è parte di qualcosa di vero. Grazie ad Antonio, che cucina con l’anima e racconta il territorio in ogni piatto. Grazie a Francesca, per quella gentilezza che ti fa sentire il benvenuto ancora prima di sederti. E grazie a Giulia, presenza luminosa e discreta, che completa questa famiglia con grazia e calore. In un giorno di primavera, mi hanno regalato un pranzo tra amici di vecchia data, anche se ci siamo conosciuti solo allora. E mentre uscivo dal ristorante, avevo la sensazione di aver lasciato non un tavolo, ma un salotto di famiglia. Perché in fondo, il buon cibo nutre lo stomaco. Ma è l’accoglienza a scaldare il cuore. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere    
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6 Settembre, 2025

Crab Roma. Un viaggio tra mare e creatività nel cuore della Capitale

A pochi passi dal Colosseo, in una viuzza che quasi scompare alla vista, via Capo D’Africa mi ritrovo a scoprire l’insegna di Crab. Sulla porta ad attendermi c’è Giancarlo che con la sua simpatia e romanità mi invita ad entrare e scoprire il ristorante e mi fermo qualche secondo davanti l’immenso acquario che riempie una parate. Crab è un ristorante che offre un’esperienza che unisce materie prime eccellenti, tecnica raffinata e un tocco di creatività, tutto merito dello Chef Matteo che ho il piacere di conoscere.     Matteo con ironia mi illustra quello che sarà il mio viaggio alla scoperta dei loro sapori e delle loro ricette ed io incuriosito mi siedo e attendo impazientemente. Il pesce sarà protagonista assoluto della serata e Matteo lo valorizzerà in ogni sua sfumatura. Dimenticate la solita esperienza a base di crudi e bollicine sorseggiate con fare snob. Qui il mare si vive in modo diverso: audace, sorprendente e senza fronzoli inutili. La cena degustazione che avrò il piacere di provare mi farà vedere il mare con occhi nuovi. Pronti a scoprire sapori intensi, abbinamenti inaspettati e una cucina che non chiede permesso? Mettetevi comodi che si parte. La serata si apre con un benvenuto dello Chef, pomodoro con mousse di salmone e ricciola. Un benvenuto che gioca sulla leggerezza e l’equilibrio, esaltando il contrasto tra la freschezza vegetale e la morbidezza marina. Il pomodoro creato magicamente, sono corso da Matteo per farmi svelare come lo avesse creato, è il guscio succoso per la mousse di salmone ricciola. La mousse al palato si presenta molto delicata, setosa, con una sapidità ben calibrata che avvolge il palato senza sovrastare. Il salmone dona rotondità, mentre la ricciola aggiunge una nota più strutturata e marina. L’insieme è un matrimonio perfetto che si gusta in un sol boccone. Sicuramente Matteo si è presentato con un inizio raffinato che racconta tecnica e attenzione alle materie prime, promettendo una cena all’insegna della qualità e dell’eleganza. Giancarlo inizia a riempire uno dei tanti calici presenti sul tavolo con un Monogram franciacorta cuvée brut. Un franciacorta che incarna l’eleganza e la complessità della denominazione, esprimendo una bollicina fine e persistente che invita a bere il secondo e poi il terzo bicchiere. Al naso si apre con note di fiori bianchi, agrumi maturi e una delicata vena di crosta di pane che testimonia una sosta sui lieviti ben equilibrata. In bocca l’ingresso è vibrante, con un perlage cremoso e ben integrato. L’acidità è precisa e rinfrescante, sicuramente un franciacorta perfetto come aperitivo e che saprà accompagnarmi durante questo inizio di cena.   Giancarlo mi serve il primo piatto della serata che si presenta alla vista davvero molto bello ed originale. Una tartare di scampi con gel al limone, limone candito e foie gras d’oca che sembra dipinto sul piatto. Un piatto che al primo boccone gioca su contrasti sofisticati e armonie inaspettate, bilanciando delicatezza marina, acidità agrumata e opulenza gastronomica. La tartare di scampi che io adoro è lavorata con precisione, lasciando intatta la sua dolcezza naturale e la texture vellutata. Il contrasto che amo è il gel al limone che introduce una freschezza agrumata che pulisce il palato mentre il tocco di genio è il limone candito che aggiunge una nota più morbida e leggermente amaricante amplificando la profondità del piatto. Ma quello che ho trovato a dir poco ottimo e che ho mangiato senza lasciarne traccia è il foie gras d’oca, che con la sua cremosità e ricchezza grassa avvolge il tutto, creando un dialogo gustativo sorprendente. Un piatto che mi ha sorpreso perché concettualmente raffinato in cui ogni ingrediente ha un ruolo ben definito, dando vita ad un’esperienza gustativa che stimola il palato con eleganza e carattere.   Ora Giancarlo mi serve il piatto che mi aspettavo in un ristorante come questo. I crudi di mare. Avevo chiesto di non potermi le ostriche perché ahimè non ne vado matto ma tutto il resto del mare è ben gradito. Così Giancarlo mi serve un piatto che è un inno alla purezza del mare. Un piatto che celebra la materia prima nella sua espressione più autentica, esaltando la qualità e la freschezza assoluta degli ingredienti. I primi che gusto sono i ricci di mare di Santa Severa, la prima volta che mangio ricci che non sono pugliesi o delle terre slave. Sono davvero pura essenza marina: la loro cremosità avvolge il palato con una dolcezza iodata e persistente seguita da un finale sapido e quasi burroso. Non pensavo che nel Lazio ci fossero ricci così ricchi e pieni, una bontà che dovevo provare. A seguire c’è il gambero rosso di Mazzara del Vallo, con la sua consistenza soda e setosa, si distingue per la dolcezza elegante e il retrogusto leggermente mandorlato.  In pochi morsi e i gamberi scompaiono dal piatto e per concludere e terminare in bellezza le mazzancolle siciliane, più delicate ma non meno interessanti, offrono una carne morbida e dal sapore raffinato , con una nota leggermente nocciolata che le rende ideali per essere degustate al naturale. Un trittico di eccellenze che esprime il mare nella sua forma più pura in cui la qualità della materia prima è sicuramente la protagonista. Continuo a sorseggiare il Monogram e lasciare che questi piatti esaltino questa serata che è iniziata nel modo perfetto.   Giancarlo senza lasciarmi per troppo tempo a bocca asciutta mi serve un piatto di capesante scottate alla griglia con guanciale su crema di zucca e chips di cavolo nero. Un perfetto equilibrio tra mare e terra. Un piatto che gioca su contrasti di consistenze e sapori, accostando la dolcezza naturale della capasanta alla sapidità del guanciale e alla profondità della zucca. La capasanta un vera bontà cucinata con precisione: la superficie leggermente caramellata sprigiona note tostate, mentre l’interno rimane morbido e succulento, rivelando la delicatezza del mollusco. Il guanciale la parte forte del piatto che aggiunge quell’elemento croccante e sapido, creando un ponte gustativo tra il mare e la terra e la crema di zucca l’eleganza del piatto che dona rotondità al piatto con il suo tocco vellutato e dolciastro. E poi perché non giocare a fine pasto con le chips di cavolo nero che aggiungono una nota terrosa e leggermente amarognola, bilanciando l’insieme e facendo gustare la fine del piatto in modo giocoso. Sicuramente un piatto raffinato che Matteo ha saputo costruire mettendo in riga ogni elemento e dandogli un ruolo ben preciso, creando un armonia di sapori che valorizza con eleganza sia il mare che la terra. Potrei dirmi sazio ma in realtà sono forse a metà del percorso, e così chiacchiero con Giancarlo della serata, degli ospiti presenti, di quel che solitamente ordinano e attendo che il cameriere mi serva il prossimo piatto. Un calamaro ripieno di baccalà mantecato su sformato di patate, crema di aglio nero e crema di basilico. Sicuramente un piatto che Matteo ha studiato unendo tradizione e innovazione in perfetto equilibrio. Un piatto che gioca sulle sfumature del mare e della terra, esaltando consistenze morbide e sapori intensi con un equilibrio studiato nei dettagli. Il calamaro direi perfetto, tenero e cotto in modo esemplare che diventa lo scrigno di un baccalà mantecato dalla texture cremosa e dal gusto avvolgente, dove la sapidità del pesce trova una morbida rotondità grazie alla lavorazione tradizionale. Lo sformato di patate è quel plus che diverte e regala emozioni perché aggiunge una base delicata e confortevole che avvolge il palato e crea un ponte armonico tra gli elementi del piatto.   La crema di aglio nero introduce una nota umami profonda e leggermente dolciastra che dona carattere senza risultare invasiva, mentre la crema di basilico porta freschezza e un tocco aromatico che illumina il piatto. Un piatto davvero ottimo, molto raffinato e ben costruito che crea un connubio di sapori che valorizza la tradizione con uno sguardo moderno e sofisticato. Giancarlo mi invita a cambiare accompagnamento e mi versa un Les Cretes, valle d’Aosta, chardonnay del 2023. Un vino che disegna l’eleganza della montagna nel calice. Uno chardonnay che esprime con finezza l’anima alpina della valle d’Aosta con un equilibrio perfetto tra freschezza, mineralità e complessità aromatica. Al naso si apre con note floreali e fruttate di mela golden, pesca bianca e agrumi e in bocca il sorso è vibrante e dinamico: l’acidità ben definita si intreccia con una sapidità minerale che richiama il terroir di alta quota. Il finale in bocca è lungo e raffinato, con un retrogusto che lascia emergere leggere note di vaniglia e mandorla dolce. E dopo pochi secondi Giancarlo torna con un piatto che alla vista mi incuriosisce. Me lo presenta come roast beef di tonno con puntarella e stracciatella. Anche qui il mare e la terra si incontrano e sono sicuro sapranno trovarsi in perfetto equilibrio. Un piatto che mi ha sorpreso per la sua capacità di unire eleganza, intensità e freschezza in un gioco di contrasti perfettamente bilanciato. Il tonno scottato all’esterno e lasciato quasi crudo al cuore, richiama la tecnica del roast beef con una texture morbida e succulenta.  Il sapore del tonno deciso e carnoso si esprime con naturalezza, senza sovrastrutture, valorizzato da una cottura precisa che ne esalta la profondità. Le puntarelle sono degne compagne di questo piatto perché con la loro croccantezza e il tipico gusto amaricante, introducono una nota vegetale rinfrescante che spezza la morbidezza del tonno. E poi da pugliese con grande felicità mi lascio conquistare dalla stracciatella cremosa e avvolgente che aggiunge una nota lattica, delicata e leggermente dolce stemperando l’amaro delle puntarelle.. Un piatto che unisce pochi elementi ben uniti tra loro che regalano un gusto unico e ben costruito.
Anche questa volta Matteo ha saputo creare un piatto raffinato, moderno e perfettamente eseguito. Il cameriere mi serve un bel piatto, finalmente arriva il primo. Uno spaghettone Mancini ai ricci di mare con salsa di basilico. Un’esaltazione pura del mare e della terra.   Un piatto che celebra la semplicità solo in apparenza, perché dietro ogni dettaglio si cela una costruzione gustativa raffinata e ben calibrata. Lo spaghettone, con la sua tenace masticabilità e il sapore di grano marcato, è la base perfetta per accogliere il gusto profondo dei ricci di mare. Il loro sapore iodato e vellutato avvolge la pasta con una cremosità naturale regalando un’esperienza gustativa intensa e persistente. La salsa di basilico, con il suo aroma fresco e leggermente erbaceo, spezza la dolcezza marina dei ricci, aggiungendo una nota vegetale che equilibria il piatto  senza sovrastarne l’essenza. Un piatto semplice ma con grande carattere, in cui i ricci sono sicuramente i protagonisti e regalano quel sapore di mare che ti lascia per qualche secondo in una piccola e piacevole contemplazione. Giancarlo vuole farmi uscire dal ristorante allegro e così mi versa un Lugana riserva 2021 cantine Zenato. Questo vino di Sergio Zenato è l’anima nobile della Lugana. Un bianco di grande struttura e complessità, espressione della vocazione straordinaria del trebbiano di Lugana  e della sapiente mano della famiglia Zenato. Al naso il bouquet ampio e avvolgente con note di pesca gialla matura, albicocca, agrumi candiditi accompagnate da eleganti sfumature di vaniglia, mandorla tostata. In bocca il sorso è ricco, cremoso e strutturato ma perfettamente bilanciato da una freschezza vivace e una spiccata mineralità. Questo primo bicchiere, seguito subito da un secondo è il preludio al prossimo piatto. Giancarlo mi serve un polpo rosticciato accompagnato da scarole, olive nere disidratate e basilico. Anche questo piatto un perfetto equilibrio tra mare e terra. Un piatto che valorizza il polpo con una cottura sapiente e abbinamenti dal forte richiamo mediterraneo, giocando su contrasti di consistenze e sapori. Il polpo rosticciato presenta una superfice croccante e ben caramellata, che sprigiona note tostate e affumicate, mentre l’interno rimane morbido e succoso. La scarola con la sua leggera amarezza, introduce una freschezza erbacea che bilancia il sapore del polpo e le olive nere aggiungono una nota concentrata e leggermente amaricante che esalta il piatto. Il basilico è il tocco di classe del piatto che con il suo profumo aromatico e la freschezza completa la composizione donando un tocco leggero. Anche questo piatto Matteo l ha costruito in modo sapiente giocando con ogni elemento e dandogli un ruolo ben preciso, creando un equilibrio tra sapidità, freschezza e croccantezza. Siamo alla fine dei giochi e Matteo arriva con un bel carrello ricco di ingredienti. Prima di mettersi all’opera mi serve in un bicchiere un moscato terre d’ocra Firriato. Un moscato prodotto con uve Zibibbo coltivato nella tenuta Borgo Guarini in Sicilia. SI presenta con un colore giallo dorato brillante, un buon profumo di fichi secchi, albicocca e scorza d’arancia e in bocca morbido e armonioso. Con questo bel bicchiere gusterò quello che davanti ai miei occhi Giancarlo sta preparando ovvero un ottimo tiramisù con mascarpone e savoiardi fatti da Matteo. Un dolce iconico che si trasforma in un’esperienza sensoriale e scenografica, valorizzando la ritualità del servizio e la qualità delle materie prime. La preparazione al tavolo è un vero spettacolo: Giancarlo inzuppa con precisione i savoiardi nel caffè caldo, bilanciando perfettamente l’assorbimento per mantenere la giusta consistenza. La loro struttura artigianale porosa e soffice permette di trattenere l’aroma intenso del caffè senza diventare eccessivamente molli. Il mascarpone che Giancarlo dipinge sui savoiardi, cremoso e vellutato lo passa con cura avvolgendo ogni strato dei savoiardi a completare il piatto una spolverata di cacao amaro che aggiunge un tocco di intensità e un leggero contrasto aromatico. E dopo questo spettacolo gusto  questo tiramisù squisito che diventa un esperienza interattiva e coinvolgente e regala un tocca scenografico alla chiusura di questa splendida degustazione.   Se pensavate di conoscere già tutto sul pesce, questa cena degustazione vi ha appena smentito senza nemmeno chiedere scusa. Il Crab Restaurant non si limita a servire il mare nel piattto, lo ribalta, lo esalta e lo reinterpreta con una sicurezza disarmante. Ogni assaggio è stato un piccolo shock gustativo, ogni abbinamento una sfida vinta. E mentre l’ultima goccia di moscato scivola nel bicchiere e il palato ancora rincorre i sapori del tiramisù, la sensazione è una sola: qui si gioca in un’altra categoria. Se cercate una cena prevedibile, meglio guardare altrove. Se invece volete un’esperienza che vi scuota, vi sorprenda e vi lasci con la voglia di tornare, avete trovato il posto giusto. Alla prossima immersione, Crab. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere    
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