Il buon vivere

Il buon vivere è il vivere del made in Italy, della moda, del costume, della società, del food e della hospitaliy. Tutte le passioni di Roberto legate da un invisibile filo: la curiosità.
Parlerò solo del bello, di ciò che piace, che appassiona e rende ognuno di noi, unico. Nulla sarà lasciato al caso, ogni articolo sarà il figlio della accurata ricerca che guida le mie passioni.

Come resistere alla narrazione di un pugliese trapiantato in terra pontina?

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19 Agosto, 2025

Le Trame rosa di Sardegna

  Ci sono viaggi che restano impressi non solo per i luoghi che attraversano, ma per il modo in cui intrecciano emozioni, sapori e ricordi. E luoghi in cui il tempo sembra fermarsi, sospeso tra la brezza marina e il profumo di macchia mediterranea. La mia vacanza nel Nord della Sardegna è stata proprio questo: un invito alla lentezza, al piacere autentico, un mosaico di attimi che ancora oggi porto dentro, illuminati da un mare cristallino, da una luce unica e da un vino che ha dato il ritmo e il respiro di ogni sera.
Il mio rifugio è  il Resort Le Dune, a pochi minuti da Badesi, località che si apre sul Golfo dell’Asinara con le sue lunghissime spiagge bianche, sospeso tra la macchia mediterranea e la distesa infinita di spiagge. La spiaggia di Li Junchi diventa ogni mattina il mio orizzonte: sabbia finissima, mare cristallino e il maestrale che porta con sé note salmastre, quasi un condimento naturale per i sensi.
Il risveglio è un abbraccio: il vento che scivolava tra le dune, il profumo di ginepro e lentisco, la sabbia bianchissima che brillava sotto il sole, e l’acqua trasparente che mutava continuamente colore, dal verde smeraldo all’azzurro più profondo. Camminare lungo quei chilometri di litorale è come muoversi dentro un quadro, un orizzonte che sembra non finire mai, dove il mare e il cielo si confondono. Il resort, elegante ma discreto, custodisce questa bellezza con rispetto, quasi in punta di piedi, offrendo agli ospiti non solo ospitalità ma un senso di appartenenza a un luogo magico.
La mia prima sera a Lo Scorfano, uno dei ristoranti di questo meraviglioso resort, ha segnato l’inizio di un viaggio nel viaggio. Più che un ristorante, Lo Scorfano si apre come un piccolo villaggio segreto: nove stanze, ognuna con un’anima diversa, che raccontano un percorso fatto di luci soffuse, di profumi che svelano la cucina passo dopo passo. L’ingresso, avvolto da lampade calde tra gli alberi, conduce in un mondo sospeso, intimo, quasi teatrale.
Appena arrivato, il sommelier mi ha accolto con un prosecco e un invito speciale: scendere nella cantina. Le pareti fresche, gli scaffali colmi di bottiglie, la selezione firmata Delphina: un tesoro di etichette che raccontano l’isola nella sua interezza. È lì che mi ha parlato di un vino che avrebbe accompagnato tutta la mia vacanza: Trame, Rosato Nieddera IGT.
Un nome che sembra già racchiudere un destino. Trame nasce dal vitigno autoctono Nieddera, coltivato nella Valle del Tirso, vicino a Oristano. È un’uva antica, di cui si trovano tracce ai tempi dei Fenici e dei Romani, e che per secoli ha rischiato di scomparire. In sardo “Nieddera” significa nera, per il colore della sua buccia, ma dentro custodisce una polpa chiara che, senza artifici né miscugli, regala naturalmente il suo colore rosato. È un’uva che nasce già rosata, capace di donare vini unici per freschezza e vivacità.
Il primo sorso di Trame è stato rivelatore: fresco, vivace, elegante, con note di melograno, piccoli frutti rossi e fiori di campo. Un vino che non si limita a dissetare, ma racconta una storia: la storia di una terra che resiste, di produttori che hanno voluto salvarlo dall’oblio, di un’isola che nel vino sa esprimere la sua voce più autentica. Ogni calice era un ponte invisibile tra il passato e il presente, tra chi ha coltivato quelle vigne e chi oggi le assapora. Il mio tavolo, intanto, era adagiato sotto un grande albero, illuminato da piccole luci sospese che sembravano stelle vicine. Mi sono lasciato guidare dal buffet: crudité di mare, pesci cotti al vapore, fritture leggere accompagnate da salse delicate. Raggiungo poi il banco dei primi, dove lo chef mi aspetta con un sorriso cordiale. Mi illustra le proposte del giorno e davanti ai miei occhi inizia a preparare un risotto ai frutti di mare. Lenta e sicura, la sua mano dosa il brodo, aggiunge i frutti del mare, rimescola e lascia che il riso prenda vita. Quando finalmente lo assaggio, scopro un piatto squisito, cremoso e intenso, che racchiude il respiro stesso della costa. La cena è proseguita con una spigola al sale, non meno sorprendente del risotto, perfetta nella sua semplicità, accompagnata da verdure grigliate che sapevano di brace e di terra. Infine, in una delle piccole stanze del ristorante, trovo un tavolo imbandito di dolci: un piccolo paradiso illuminato da luci soffuse, dove creme, torte e pasticcini celebrano la dolcezza dell’isola.
Eppure, al di là della cucina, ciò che ha reso quella serata indimenticabile è stata la compagnia. Eravamo insieme, tutti: mia moglie, mia figlia, le mie due sorelle, i miei inseparabili cognati, le nipotine che ridevano di gusto, i miei genitori con i loro occhi che brillavano di una felicità semplice. Ci scambiavamo parole, sorrisi, ricordi. E mentre il vino Trame riempiva i calici, sembrava tessere davvero un filo invisibile tra di noi, intrecciando le generazioni, le voci e le emozioni.
In quel momento ho capito che il buon vivere non è soltanto un luogo, un piatto o un vino. È un intreccio, proprio come il nome di quel rosato: una trama di famiglia, di mare, di luci, di silenzi, che insieme compongono l’armonia di una serata che resterà per sempre nel cuore. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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9 Agosto, 2025

Da Santì, dove la cucina di nonna Santina incontra il banco dei nipoti

Alessio Congias, 36 anni, e Simone Simeoni, 31 anni, sono cugini ma anche molto di più: “Siamo come fratelli”, racconta Alessio. Le case in cui sono cresciuti, alla Borghesiana, sono attaccate, e il legame che li unisce è profondo, quotidiano, solido come la pietra su cui si costruisce una casa. Insieme, hanno dato vita a Santì, insegna aperta a novembre 2023 a Roma, in zona Appio Latino, non troppo distante da Piazza Zama C’è un bancone con otto coperti, proprio di fronte alla cucina, dove il profumo del soffritto e il rumore delle padelle diventano parte del racconto. Subito dietro, una saletta piccola, tranquilla e accogliente, con una ventina di posti al massimo. È questo il cuore di Santì, insegna aperta a novembre 2023 in zona Appio Latino a Roma, non lontano da Piazza Zama. Un luogo che profuma di casa, ma anche di cura, tecnica e idee chiare. Appena arriviamo, Alessio Congias, 36 anni, proprietario e chef, ci accoglie con un sorriso largo e sincero. La sua energia è contagiosa, la sua ospitalità genuina. Siamo io e Roberta Marchese Ragona, che con la sua simpatia naturale rende questo pranzo ancora più conviviale e allegro. Alessio è cresciuto alla Borghesiana, ma al centro del suo mondo c’è sempre stata lei: nonna Santina, oggi 84 anni, cuoca impeccabile, arrivata da Rocca di Cave con il bagaglio prezioso della tradizione contadina. Ed è proprio a lei che si deve il nome del ristorante. “Santì – tradizione contadina” è per nostra nonna Santina”, ci racconta Alessio sorridendo riportandoci con i suoi racconti agli anni in cui è cresciuto guardando nonna Santina cucinare. E non è solo un omaggio affettuoso, ma una vera dichiarazione d’intenti. Le sue ricette, la sua filosofia di accoglienza, la sua tavola generosa – tutto questo vive ancora oggi tra i piatti del locale. Ma con un tocco in più. Alessio lo dice chiaramente: “Non possiamo servire solamente piatti casalinghi”. E così la sua mano da cuoco, unita a quella dei suoi collaboratori e amici, dà vita a una carta che ha il sapore della tradizione, ma senza mai cadere nell’imprecisione o nella nostalgia fine a sé stessa. È una cucina precisa, pensata, ma anche calda e inclusiva. Una ventina di piatti, molti assemblati al banco davanti al cliente, che cambiano più di quattro volte l’anno. Qui, davvero, la mano della nonna si confonde con quella dei nipoti. Il piatto che più racconta questa fusione? Senza esitazioni, Alessio risponde: la torta rustica con bieta e alici. “Le alici erano molto presenti a casa nostra. Magari noi le portiamo anche con burro e pane al tavolo. Nonna invece le metteva nella sua torta rustica, una cosa che non mancava mai. Alzavi un tovagliolo e ti tagliavi una fetta”, racconta Alessio con il suo grande sorriso. Oggi quel gesto lo ritroviamo qui, al banco, custodito sotto campane di vetro, come un rituale che si rinnova ogni giorno. Durante il pranzo, Roberta porge ad Alessio un presente: una bottiglia di Flavia Rallo – Rebellious Wines, un Catarratto 100% biologico, fresco e fuori dagli schemi, proprio come questa cucina che sa dove affondano le radici, ma non ha paura di guardare avanti. E così guardando Roberta, mi preparo a gustare questo splendido pranzo che Alessio fuggito in cucina preparerà con grande dovizia sicuro di stupirmi e lasciarmi andar via con il sorriso. Il nostro pranzo inizia con un’accoglienza che ha il sapore della terra e del tempo ben speso: formaggi De Angelis, il pane fragrante del micro panificio Triticum, e subito carciofi alla romana, teneri e profumati, serviti con la stessa semplicità elegante con cui si presentano solo i grandi classici. Accanto, una bruschetta con salsa aioli – una maionese all’aglio morbida e intensa – che accende il palato senza sopraffarlo, perfetta per aprire le danze con una carezza di gusto. Ma il vero inizio, quello che emoziona e racconta tutto, è lei: la torta rustica Santina. Una fetta generosa, che arriva al tavolo con cipolle stufate e olive, e in cima uno strato vellutato di Stracco dell’Azienda Ammano, un formaggio che sa essere deciso e gentile allo stesso tempo. È un piatto che ha dentro la storia, la memoria, l’identità. Ogni morso è un viaggio nella cucina delle nonne, ma senza la polvere del ricordo: qui tutto è vivo, presente, reale. È come se Alessio, con questo gesto, dicesse: “Ecco chi siamo”. E noi, davanti a questa torta che profuma di forno, di tavole imbandite e di mani esperte, ci sentiamo subito parte di questa storia. Proprio mentre ancora commentiamo la bontà della torta Santina – e sorridiamo al ricordo delle cucine delle nonne – Alessio esce dalla cucina, si avvicina al nostro tavolo con un gesto spontaneo e familiare, portando con sé una bottiglia che ha un significato speciale: il Catarratto 100% biologico di Flavia Rallo Rebelliuous Wines, fresco, solare, sincero. È il vino che Roberta ha voluto regalargli, e ora è lui a condividerlo con noi, versandolo nei calici con un sorriso che parla di gratitudine e allegria. Facciamo un brindisi a tre, io, Roberta e Alessio, e in quel gesto semplice c’è tutto: il senso dell’accoglienza, l’orgoglio di una cucina fatta con il cuore, la bellezza di una tavola condivisa. Il vino è fragrante, con note agrumate e floreali, perfetto per accompagnare i piatti che verranno, ma soprattutto perfetto per celebrare il momento. Perché ogni esperienza davvero speciale ha bisogno di un brindisi che la fermi nel tempo, almeno un po’. Ed ecco che, con il calice ancora fresco tra le dita, arriva un piatto che profuma di domenica, di tempo lento, di mani che impastano con pazienza: i tortellini fatti in casa da Alessio. Li ha chiusi lui uno ad uno, con quel ripieno generoso e saporito fatto di prosciutto, mortadella, salsiccia, macinato di maiale e noce moscata, come si faceva una volta, ma con la precisione e la cura di chi sa bene cosa sta facendo. Ad accoglierli nel piatto, una panna vellutata della Latteria di Chiuro – fresca, vera, che sa di latte e non di confezione – e piselli dell’orto Magaone, piccoli, dolci, verdissimi, che danno al piatto il tocco finale di equilibrio e primavera. È un comfort food raffinato, che racconta l’incontro tra la tradizione più autentica e un’idea di cucina consapevole, capace di valorizzare ogni ingrediente, ogni provenienza. Ogni forchettata è una coccola, ma mai banale: c’è struttura, profondità, ma anche tanta emozione. Roberta sorride, io annuisco, Alessio osserva in silenzio le nostre reazioni. E in quel silenzio c’è già tutto: la soddisfazione di chi ama davvero quello che fa. Il viaggio continua, e con esso l’omaggio alla memoria. Alessio torna al tavolo con un altro piatto fatto in casa, le fettuccine Santì, tirate a mano da lui, come si faceva una volta, con la sfoglia ruvida e tenace, perfetta per abbracciare un ragù di manzo ricco e profondo, cotto lentamente, con pazienza e dedizione. “Questa è una ricetta di nonna Santina” ci dice con un sorriso che è quasi un inchino. E mentre le fettuccine arrivano fumanti, capiamo subito che non è solo un piatto: è un gesto d’amore. Il sugo, corposo ma elegante, si lega perfettamente alla pasta, sprigionando profumi che parlano di cucina contadina, di pentole sul fuoco, di case piene. Ogni morso è un ritorno, un affaccio sull’infanzia, su un’Italia che ancora sapeva aspettare che il ragù fosse pronto. Ma qui, in queste fettuccine, il passato non è nostalgia: è radice viva, che trova nuova voce nelle mani di chi ha scelto di custodirlo. I primi hanno lasciato un segno profondo, ma Alessio non ha ancora finito di raccontare la sua idea di cucina. E così arrivano i secondi, pensati con cura per ognuno di noi, come si farebbe a casa, quando si sa cosa far felice l’ospite. Per me, coniglio alla cacciatora, tenero, saporito, avvolto da un fondo scuro e profumato che parla di padelle ben usate e mani esperte. Accanto, una misticanza selvatica ripassata, che aggiunge una nota erbacea, quasi selvatica, perfetta per completare il piatto con equilibrio e vigore. È un secondo che non ha bisogno di fronzoli: basta lui, il suo sapore pieno e onesto, a raccontare una volta in più cosa vuol dire cucinare con il cuore. Per Roberta, invece, arriva un piatto che la fa sorridere all’istante: bollito di reale di vacca del Parmigiano, accompagnato da salsa verde con aceto balsamico bianco e cipolle sotto aceto. Un gioco di acidità e rotondità, che trova la sua forza nella semplicità ben fatta. Il bollito è morbido, saporito, rispettato nella sua identità. Le salse, leggere ma incisive, lo vestono senza coprirlo. Roberta assaggia, chiude gli occhi un istante, e il pranzo diventa ancora più gioioso. Due piatti diversi, due percorsi, un’unica filosofia: far sentire ogni persona accolta, riconosciuta, al centro di un’attenzione discreta ma profonda. E poi arriva il momento del dolce, quello che chiude un pranzo ma apre un sorriso. Alessio si avvicina ancora una volta al tavolo, e stavolta porta il bonèt, il classico dessert piemontese a base di cacao e amaretti sbriciolati. Lo assaggio e mi fermo un istante. Sento subito che c’è qualcosa di speciale, così mi complimento con Alessio, quasi incredulo: “Hai fatto un dolce piemontese… ed è più buono di quelli piemontesi!”. Lui sorride, con la modestia di chi cucina per far felice, non per stupire. Il dolce lo finisco e continuo a non credere quanto sia buono. Ho avuto il piacere di assaggiare lo stesso dolce in Piemonte ma sono certo che non fosse così buono. Per Roberta, invece, arriva un tiramisù elegantemente scomposto: biscottino al cacao fatto da Alessio, mascarpone fresco, e il tocco intelligente che fa la differenza – il caffè viene versato sopra al momento, evitando di inzuppare il biscotto. “Così si sente il cacao” ci dice Alessio, “e il contrasto resta in bocca”. Io, golosissimo, non resisto: prendo il cucchiaino e assaggio anch’io. E quel boccone, condiviso e spontaneo, racconta esattamente lo spirito di questo pranzo: conviviale, genuino, fatto di mani che cucinano e cuori che si aprono. E così, con il gusto dolce del cacao ancora sulle labbra e il cuore pieno di belle emozioni, si chiude questo pranzo che è stato molto più di una degustazione: è stato un incontro vero, fatto di sorrisi, racconti, piatti sinceri e gesti pieni di affetto. Un grazie speciale va ad Alessio, per averci accolti con generosità, per ogni piatto che ha pensato, cucinato, raccontato. Per averci fatto entrare in punta di piedi nella sua storia, nella cucina che custodisce le memorie di famiglia, nella visione che guarda avanti senza dimenticare da dove si viene. E un pensiero colmo di tenerezza a nonna Santina, che con le sue ricette, la sua anima contadina e il suo spirito ospitale continua a vivere tra i fornelli e le stoviglie del ristorante che porta il suo nome. Un grazie di cuore anche a Roberta, che con la sua simpatia ha reso questo pranzo divertente, spontaneo, leggero, e con la sua compagnia ha saputo allietarmi dall’antipasto al dolce. Insieme siamo riusciti non solo a godere della tavola, ma anche a divertire chi quella tavola l’ha preparata per noi. Sì, anche Alessio – tra una pentola e l’altra – ha sorriso con noi, e questo forse è il regalo più bello che potevamo fargli. Alla prossima, Santì. Perché luoghi così, quando li incontri, non si dimenticano. Si portano dentro. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere    
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31 Luglio, 2025

Osteria Pontina. L’evoluzione della tradizione nel cuore dell’Agro Pontino

È un tardo pomeriggio di luglio, il sole scalda l’asfalto e la voglia di una birra fresca mi conduce da Alex, storico amico e volto familiare di 1000 Lire. Ho avuto il piacere di scrivere per lui un articolo tempo fa e lo trovate nel link sperando vi incuriosisca la lettura. Il tempo di una stretta di mano, due chiacchiere e una bionda ghiacciata, che qualcosa cattura la mia attenzione: accanto, discreta ma promettente, una lavagna racconta una storia. “Osteria Pontina – tradizione in evoluzione”. Mi avvicino. Leggo di Simone Sorrentino, uno chef che con rispetto e creatività vuole rendere omaggio alla cucina italiana, lavorando le materie prime dell’agro pontino secondo stagionalità e cuore. Non resisto. Entro. Ad accogliermi c’è Alessandra, eleganza gentile e sorriso sincero. Le dico che sono curioso, che quelle parole mi hanno colpito. Lei sorride, chiama Simone. Alto, sguardo vivace, stretta di mano decisa: “Stasera ti faccio assaggiare quello che hai letto”. E comincia l’esperienza. Mi siedo. Una ragazza sorridente mi versa un calice di Sauvignon. Mi racconta sorridendo che il “tra donne sole” oltre a essere il titolo di un breve romanzo di Pavese, è anche il nome di questo vino bianco prodotto da Vite Colte a partire di uve sauvignon. Il  nome che è già poesia. Al naso, erbe aromatiche, sambuco, foglie di pomodoro; al sorso, agrumi, vaniglia, menta, strudel e un tocco di liquirizia. È una sinfonia verde, vegetale e vellutata. Arriva il primo benvenuto: un bon bon di patate su crema di provola, con guanciale croccante di maiale nero lepino e paprika dolce. Il bon bon è un piccolo scrigno di sapore, di quelli che sorprendono al primo morso. La crosticina esterna è dorata e fragrante, cede sotto i denti rivelando un cuore morbido e vellutato di patate. La crema di provola, calda e avvolgente, aggiunge un tocco lattico, leggermente affumicato, che fa da perfetto contrappunto alla nota sapida e croccante del guanciale di maiale nero lepino, selezionato con cura e tostato alla perfezione. La paprika dolce chiude il cerchio: dona calore, colore e una leggera speziatura che accarezza il palato senza sovrastare. Un inizio elegante, rotondo, che fa subito capire di essere in ottime mani. Piccolo, intenso, avvolgente Poi Simone esce dalla cucina, con lo sguardo fiero di chi sa di portare in tavola un pensiero, non solo un piatto. Mi serve lui stesso la Tartare del Buttero: un inno alla materia prima, un’espressione sincera della terra che incontra l’arte della cucina. È una tartare di manzetta prussiana battuta al coltello con maestria, rosata, tenera e al contempo carnosa lasciata integra nella sua naturale sapidità. Sopra la croccantezza rustica del tarallo napoletano sbriciolato che aggiunge quel morso deciso mentre lo zabaione salato, -cremoso quasi vellutato – regala una carezza inaspettata. Le perle di aceto balsamico, lucide come gemme, danno profondità e dolcezza esplodendo con eleganza tra le papille. E poi, l’inaspettato: un gelato al Parmigiano 36 mesi con chips di parmigiano. Freddo, pungente, sapido, perfettamente integrato nel gioco di contrasti. È un piatto che sorprende, che danza tra rustico e fine, tra caldo e freddo, tra tradizione e invenzione. Un piatto che racconta storie. E che non si dimentica.   Ed eccola arrivare, in un’esplosione di colori e freschezza: l’estate nel piatto. Il melone, grigliato quel tanto che basta per sprigionare dolcezza e note caramellate, diventa il compagno perfetto per il culatello di Zibello, tenero, sapido, profondo. Un abbraccio tra terra e sole. Accanto, una quenelle di caprino gessato  “Cappello del mago”, cremoso, delicatamente acidulo, che accarezza il palato con la sua morbidezza. Il pesto di basilico e anacardi chiude il cerchio: erbaceo, intenso, con una nota croccante che sorprende. Il tutto è un piccolo quadro impressionista: profuma di campagna, di pranzi sotto i pergolati, di mani che affettano pane fresco. Un piatto che è una carezza, una pausa, una poesia estiva servita su ceramica. È con il pan brioche che arriva il colpo di teatro. Un piccolo scrigno dorato, lucido, morbido, caldo. Simone sorride con orgoglio: “Questa è una mia creazione, realizzata con Antiqua Cora”. Le sue parole già profumano di storia e passione. Il burro francese si scioglie tra le dita, la maionese ai frutti di bosco regala dolcezza e acidità, il carpaccio di manzetta prussiana – marinato con il metodo Nesler – sprigiona una complessità aromatica sorprendente. Il fermentato di legumi aggiunge umami, le nocciole piemontesi croccano tra i denti, il pepe selvaggio del Madagascar pizzica con eleganza. “Si mangia con le mani”, mi dice, e lo dice come una liberazione. E allora mi abbandono. Le dita si sporcano di burro, bacche e felicità. Ogni morso è un’esperienza carnale e intensa, istintiva, vera. È il tipo di piatto che non si dimentica. Perché non è solo cibo. È un’emozione che resta sulle labbra. E proprio quando penso di essere sazio, arrivano i primi. Il Vesuvio del Pastificio Gentile arriva come un omaggio alla terra, solido e maestoso nel piatto. È una pasta che si fa notare: corposa, ruvida, perfetta per accogliere ogni goccia del ragù di pernice. Il sugo è scuro, avvolgente, con quella profondità che solo la selvaggina sa donare. Il fondo di cottura ne amplifica l’intensità: sapori ancestrali, quasi primordiali, che richiamano la carne, la brace, il bosco. Il morso è carnale, deciso, con una nota selvaggia che resta sul palato come un ricordo vivido. Un piatto che non accarezza, ma abbraccia. Che non sussurra, ma parla forte. E che conquista, con la sua autenticità. Subito dopo, tortello all’ortica ripieno di ricotta di bufala, verdure di stagione, chips e cremoso di Parmigiano, pistilli di peperoncino. Il tortello all’ortica si presenta come un piccolo scrigno di terra e delicatezza. Il verde intenso della pasta, vellutata e sottile, racconta di erbe raccolte all’alba e mani esperte che impastano con amore. All’interno, la ricotta di bufala sprigiona tutta la sua cremosità, con un gusto pieno, rotondo, che accarezza il palato. Le verdure di stagione, croccanti e saporite, portano freschezza e colore. Sul piatto, il cremoso di Parmigiano aggiunge una nota sapida e avvolgente, mentre le chips regalano lo scrocchio inatteso. I pistilli di peperoncino completano l’opera con un tocco vibrante, elegante ma audace. È un piatto che parla sottovoce, ma lascia un’eco potente. Un inno alla natura, vestito di grazia. Eleganza vegetale con anima decisa. Chiedo un finale fresco. Alessandra arriva con un sorbetto lime e menta: pulito, brillante, rigenerante. Mi alzo, colmo. Saluto Alessandra con un sorriso grato, mi affaccio in cucina, ringrazio Simone. Esco e torno da Alex, restituendogli il bicchiere come chi ha appena vissuto qualcosa di più di una cena. L’Osteria Pontina non è solo un ristorante. È un racconto di passione, di mani che lavorano con rispetto, di piatti che parlano al cuore. E chi sa ascoltarli, ci torna. Perché qui, la tradizione non si ripete. Vibra. Vive. E si rinnova. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere      
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26 Luglio, 2025

Trama di Cori: storie di famiglia, vino e bellezza autentica

La mattina è limpida, l’aria profuma di pietra antica e di dolce. A Cori, piccolo gioiello arroccato tra le colline, borgo di pietra e storia che profuma di vigneti e tramonti inizia il mio incontro con Federica e Alessandro, due volti sorridenti dietro al loro progetto agricolo e vitinicolo. Trama. Ci sediamo su delle panche alla pasticceria Maciste, una pasticceria storica del paese, mentre la signora Tiziana arriva con un caffè e una brioche calda, burrosa, e con un’ottima crema. È il primo gesto gentile di una giornata che sa già di bellezza. E’ il primo morso di un’esperienza che si rivelerà molto più di una degustazione.   Federica mi racconta con entusiasmo della loro azienda agricola, Palombelli Alessandro, e del progetto Trama, nato sette anni fa e battezzato con l’anagramma affettuoso del nome della loro figlia, Marta. In quel nome si intrecciano affetti, visioni, legami. È la loro trama familiare e agricola, che unisce vino, olio, pasta e sogni. Ormai sono passati sette anni e loro continuano con amore a dedicarsi ad una produzione agricola naturale, rispettosa del territorio e delle persone. Saliamo in macchina e ci arrampichiamo a Cori alta, verso il cuore più antico del paese. Lì, in un angolo nascosto del paese, che sembra sospeso tra pietra e cielo, hanno trasformato un vecchia osteria in una cantina dallo spirito contemporaneo. Una tettoia di piante rampicanti accompagna il visitatore fino alla ringhiera panoramica: davanti a noi, un paesaggio che toglie il fiato, fatto di colline e silenzi, dove i tramonti si raccontano da soli. Mi raccontano che da qui i tramonti sono pura poesia. Lo credo subito senza dubitarne ammaliato da quella bellezza. Entriamo nella sala degustazione, accogliente e viva, con pareti di pietra a vista del 1911 che profumano di storia e pazienza. Luce soffusa e silenzio. Seduti a un grande tavolo in legno, iniziano il racconto dei prodotti: non solo vino, ma anche olio e pasta. Mi mostrano una bottiglia del loro olio extravergine “Unto”, 100% da cultivar Itrana. Estratto da oliva itrana che è una varietà autoctona del territorio di Cori e delle Colline Pontine, si caratterizza per l’alto contenuto di polifenoli e per un’acidità oleica inferiore alla media. Dal colore verde intenso ha sentori di pomodoro, basilico ed erba tagliata. Il nome è un piccolo gioco ironico, scherza Alessandro – “perché, quando lo prendi, inevitabilmente ti ungi” – ma dentro la bottiglia c’è un olio sincero, lavorato senza pesticidi, dal gusto deciso, erbaceo, aromatico, perfetto su una fetta di pane caldo. Poi arriva la pasta Senatore Cappelli, selezionato agli inizi del Novecento è oggi riscoperto come cereale d’eccellenza per le sue caratteristiche, ricco di sostanze nutritive per la presenza di radici molto profonde che attingono dagli strati più profondi del terreno. La pasta è trafilata in bronzo ed essiccata lentamente a bassa temperatura: profuma di grano vero, ha un sapore persistente e un carattere che racconta la terra da cui nasce. Rimacinata a pietra è priva di conservanti e senza chimica con un basso contenuto di glutine. Ogni prodotto è frutto di un’agricoltura naturale, in equilibrio con l’ambiente, dove nulla viene forzato e tutto segue il ritmo della stagione.  Federica mi mostra i formati che producono, mezze maniche, fusillone, fettuccine, penne e mezzi paccheri. A toccarla, senti la ruvidità buona del grano. È cibo che racconta, che nutre sul serio. Poi, il vino. Ed è qui che la voce si abbassa, il ritmo rallenta, e si apre lo spazio della meraviglia. Federica mi porge Capofitto, un bianco che non è solo un vino: è un manifesto.
Prodotto da uve Greco bianco, vinificato con una lunga macerazione sulle bucce, nasce per guardare al passato con occhi nuovi. Le uve bianche macerano a lungo sulle bucce per estrarre tannini e materia. Solo lieviti indigeni. E’ un vino pensato e ispirato ai vecchi metodi di vinificazione utilizzati storicamente nel loro territorio attraverso l’esclusivo utilizzo di vitigni autoctoni e metodi di vinificazione tradizionali. Le uve sono greco bianco 100% che scopro per la prima volta e ne apprezzo il sapore. Federica mi racconta che la fermentazione è spontanea, sulle bucce per il 50% del mosto, poi la prima sfecciatura, vengono tolte le bucce e affinamento per sei mesi sulle fecce fini in tini di acciaio, poi seconda sfeccituatura e infine due mesi in bottiglia. Un vino che parla di sfide, intuizioni e futuro. Federica lo versa nel calice e inizio a studiarlo e gustarlo.
Alla vista è un oro profondo, caldo, quasi ambrato. La luce danza nel bicchiere, lasciando leggere velature che raccontano l’assenza di filtrazioni.Al naso, è una sinfonia: albicocca matura, miele di castagno, scorza d’arancia, e poi tè nero, resina, note lievemente balsamiche. Un vino che non si concede subito, ma si apre lentamente, come le pagine di un libro antico.
Al palato, l’ingresso è deciso, pieno. La macerazione gli ha donato tannino e spina dorsale. La freschezza bilancia la sua struttura corposa, mentre sul finale emerge una carezza amarognola di mandorla e pepe bianco. Un vino per chi ama ascoltare. Subito dopo, Alessandro apre la seconda bottiglia. Si chiama Piedefermo, ed è un rosso, prodotto da uve Cesanese 100%.
È un vino che parla in dialetto, che affonda le radici nel passato per camminare verso il futuro. È un inno alla memoria contadina. Nasce da una scelta complessa, ma convinta. Senza chimica né in vigna né in cantina è ottenuto recuperando metodi di vinificazione della tradizione del territorio per una produzione attenta alla sostenibilità. La fermentazione avviene sul 100% delle bucce, con la tecnica antica del “pied de cuve”, ovvero il “piede di fermentazione”. Spontaneo, profondo, schietto: un vino che sa di radici e rivoluzione lenta. Nel calice, il colore è un rubino profondo, con riflessi violacei e densi archetti che scendono lenti.
Al naso, è un abbraccio di terra e frutta: ciliegia scura, more, prugna, poi una nota ferrosa, cuoio, un accenno di spezia dolce. C’è dentro il bosco, il muschio, e un’eco di pane appena sfornato.
In bocca, il sorso è ampio, pieno, con una bella acidità che lo rende verticale. I tannini sono presenti ma levigati, e ogni assaggio si allunga in un finale che sa di liquirizia e radici. È un rosso che ti racconta la vigna con sincerità. L’ora di pranzo si avvicina e Federica, con il suo modo delicato e sorridente, appare con un piatto di pasta fumante. Il profumo si intreccia a quello del vino, la luce filtra morbida dalla porta, e la tavola si fa rifugio. Si parla, si ride, si assaggia. E il tempo, come spesso accade nei luoghi autentici, si ferma. O forse semplicemente si dilata, per lasciare spazio alla bellezza. Dopo pranzo, è tempo di salutarsi. Ma prima di andare, stringo tra le braccia Federica, che mi ha accolta con quella carineria sincera che non si può fingere. La ringrazio per ogni gesto gentile, per ogni parola misurata, per la grazia con cui ha reso speciale ogni momento. Con Alessandro, poi, ci incamminiamo verso il Tempio di Ercole, poco distante. Camminiamo in silenzio, accompagnati solo dai suoni lievi del paese. Di fronte a quelle colonne che sfidano il tempo, ci stringiamo la mano. È un gesto semplice, ma pieno di rispetto. Lo ringrazio per avermi fatto entrare nel cuore della sua terra, con la sua voce pacata e la sua passione ferma. Trama non è solo un progetto agricolo. È una storia tessuta con pazienza e amore. Un racconto fatto di mani sporche di terra, grappoli maturi, tavole condivise e sguardi che si cercano nella semplicità. A Cori, l’agricoltura non è solo lavoro: è un atto d’amore che si rinnova ogni giorno.
E basta un sorso – uno solo – per sentirlo, dritto al cuore. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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24 Luglio, 2025

La Spiaggia dentro. Un racconto di sapori e emozioni

Le mie vacanze sono iniziate, ma sono ancora a Latina. Così ho deciso di concedermi una giornata di mare nella parte più affascinante del litorale: Sabaudia. Ho scelto di raggiungerla con la mia cabrio blu, la mia ‘barchetta’, lasciandomi accarezzare i capelli dal vento e godendo del panorama che scorre lento lungo il litorale. Dopo aver percorso un tratto costeggiato da numerosi lidi, mi fermo incuriosito da un cartello semplice e diretto: ‘La Spiaggia’. Quel nome mi fa sorridere. È essenziale, evocativo, rilassante. Parcheggio, mi incammino su una lunga passerella di legno incorniciata dalla vegetazione e arrivo su una spiaggia dorata e fine, lambita da acque limpide che sembrano invitarmi con dolcezza a tuffarmi. Dopo una lunga mattinata in acqua, la sete inizia a farsi sentire. Mi dirigo verso il chiosco in cima alla spiaggia. Mi siedo a un tavolino e noto una ragazza elegante, dai modi gentili e il sorriso aperto: Maria, la figlia del titolare. Con garbo le chiedo se vuole condividere una Coca-Cola e raccontarmi qualcosa di questo posto incantevole. Lei accetta con entusiasmo e inizia a raccontarmi la storia de ‘La Spiaggia’. «Tutto è iniziato nel 1989», mi dice. «All’epoca c’era solo la duna di sabbia. Mio padre ottenne una delle poche concessioni per costruire un lido. All’inizio c’era solo un capanno, poi nel 2000 abbiamo costruito quello dove sei seduto ora.» I suoi occhi si accendono mentre parla, come se ogni ricordo fosse ancora vivido. «Nel 2013 ho proposto a papà di aprire un ristorante nella parte più alta, da cui si gode un tramonto mozzafiato.» Le sue parole mi colpiscono. Maria non è solo la figlia del proprietario: è l’anima nuova di questo luogo, colei che lo ha trasformato in un’esperienza gastronomica e sensoriale. Con entusiasmo le dico che dopo un altro tuffo l’aspetterò a cena nel suo ristorante. Sono curioso, affascinato, voglioso di scoprire se questa bellezza si traduce anche nei sapori della cucina. Alle 19:30 salgo, trovo una panchina con un morbido cuscino e mi perdo nella magia del tramonto. Le cicale cantano, il cielo si tinge di colori pastello e una brezza leggera completa il quadro. Poco dopo Maria arriva: ha con sé una bottiglia di Majolini millesimato 2020, Franciacorta. Vuole brindare alla nostra conoscenza.   Apre con cura la bottiglia, e il suono sottile del tappo che si stappa accompagna il momento con una delicatezza cerimoniale. Versato nei calici, il Majolini Millesimato 2020 si presenta con un colore giallo paglierino brillante, percorso da bollicine fini e persistenti che danzano con grazia. Al naso è fine ed elegante: emergono note di fiori bianchi, crosta di pane e frutta secca, accompagnate da una sfumatura agrumata che anticipa la freschezza del sorso. In bocca è avvolgente ma verticale, con una buona struttura, una freschezza viva e una mineralità fine che accompagna il finale, netto e pulito. «Alla nostra conoscenza», dice Maria sorridendo. E in quel brindisi c’è tutto: la leggerezza dell’incontro, la profondità dell’accoglienza, la voglia di ricordare il momento con il gusto delle cose belle. La cena è un crescendo di emozioni: arriva un piccolo piattino con dei fagottini di pasta fillo con ricotta di bufala e verdure di stagione. Sono un piccolo scrigno di gusto e delicatezza. La pasta fillo, sottile e croccante, si trasforma in un involucro dorato che custodisce un cuore morbido e cremoso. All’interno, la ricotta di bufala – dalla texture vellutata e dal sapore avvolgente – si sposa perfettamente con il profumo delle verdure di stagione, che conferiscono freschezza, colore e una piacevole varietà di consistenze. Il contrasto tra l’esterno friabile e il ripieno morbido rende ogni morso una sorpresa. Un piatto che unisce tecnica e semplicità, bellezza e sostanza. Perfetto come antipasto raffinato o come entrée in un percorso di degustazione, rappresenta la celebrazione dell’equilibrio tra leggerezza e intensità. Servito caldo, sprigiona aromi delicati e conquista per eleganza e genuinità. Ed io li finisco senza nemmeno accorgermene conquistato dalla loro bontà. Improvvisamente, come in una coreografia silenziosa, Maria riappare con passo leggero e sicuro. Tra le mani porta un piatto che racconta storie di mare e di gesti sapienti. Il profumo che lo accompagna è già un preludio di meraviglia. Con un sorriso appena accennato, lo appoggia sul tavolo con delicatezza, quasi a voler preservare la bellezza intatta di ciò che sta per svelare. Davanti a me, mini hamburger di tonno, adagiati con cura come piccole gemme su un piatto essenziale, ma elegante. Il pane al nero di seppia, preparato artigianalmente nella cucina del ristorante, colpisce subito lo sguardo con il suo colore profondo e opaco, quasi vellutato. Ha una crosticina sottile, mentre l’interno è morbido, fragrante, con un lieve sentore salmastro che rimanda subito all’essenza marina. All’interno, il tonno – tenero, scottato appena quanto basta – conserva una consistenza succosa e un sapore pieno ma delicato. Adagiato sopra una generosa cucchiaiata di guacamole che lo avvolge con la sua cremosità esotica, mentre i pomodorini arrostiti, disposti come piccole gemme, donano colore e una dolcezza affumicata. A lato, la maionese al lime – profumata e agrumata – aggiunge una nota vibrante e fresca. Li prendo con le mani, come vanno gustati davvero, lasciando che le dita si sporchino di guacamole: ogni morso è un piccolo viaggio tra consistenze e contrasti, tra il pane scuro e deciso e il cuore morbido e profumato.   Maria resta in silenzio per un istante, osserva la mia reazione e poi sorride, come se sapesse già che quel piatto ha fatto centro. E in effetti, lo ha fatto. Appena Maria poggia il secondo piatto, il profumo delle alici croccanti mi avvolge. Dorate, leggere, già pulite, pronte da gustare senza esitazione. Le osservo incantato:non hanno nulla a che vedere con quelle che ho assaggiato altrove, nei tanti ristoranti di mare in cui spesso arrivano intere, fritte alla buona, da aprire e spinare a tavola. Invece qui, in questa piccola oasi affacciata sulla sabbia, le alici sono state schiacciate, aperte, ripulite con cura e trasformate in sottili ostie dorate. Nessuna lisca, nessuna distrazione: solo il sapore pieno del mare, pronto a esplodere al primo morso. La croccantezza è perfetta, sottile ma decisa, quasi eterea, e custodisce all’interno tutta la dolcezza e la salinità del pesce fresco. E ad accompagnarle una buonissima maionese al lime nel quale le immergo prima di portarle alla bocca. Guardo Maria con gratitudine e stupore, e le confido, quasi ridendo:
— In tutti i posti dove sono stato, me le servivano intere e fritte, ma qui sembrano delle ostie croccanti, pulite, da mettere in bocca come piccoli miracoli del mare. Lei sorride, come se ogni piatto fosse un segreto svelato, e io mi sento grato per questa meraviglia semplice e intensa, che sa di autenticità e di cura. «Abbiamo pensato a ogni dettaglio per semplificare il gusto e renderlo indimenticabile. Come queste alici: le abbiamo immaginate per essere perfette così, pronte da gustare.» Ed ecco che arrivano delle cozze fumanti, adagiate in un piatto semplice che ne esalta la generosità. Sono enormi, carnose, saporite, e a ogni boccone raccontano un angolo di territorio: il lago di Paola, da cui provengono, è a pochi passi, e si sente tutto. Maria me le descrive con orgoglio, con quella passione tenera e decisa che appartiene solo a chi ama profondamente quello che fa.
Poi mi racconta il loro segreto:
«Le mettiamo chiuse direttamente sulla piastra, senza niente. Devono aprirsi da sole, piano, con il calore. Così restano succose. Basta un attimo di troppo, e diventano asciutte. Noi le togliamo subito: devono restare vive, dentro». Poi, mentre mi osserva assaporare una delle cozze, aggiunge con tono complice: «Qui da noi, da buoni campani,  non troverai mai il prezzemolo, ma sempre il basilico.» Sorride, e nei suoi occhi brilla un orgoglio discreto, la fierezza di chi difende una scelta semplice ma identitaria. Un dettaglio, certo. Ma in cucina, come nella vita, sono i dettagli a fare la differenza. Guardo Maria mentre parla e penso che, in fondo, queste cozze sono come lei: sincere, essenziali, piene di gusto e radicate nella propria terra. Maria decide di aprire il Soave Staforte 2022, un vino che parla di eleganza, frutta matura e fiori bianchi. Nel calice si presenta con un giallo dorato luminoso, attraversato da riflessi verdolini che raccontano la sua freschezza e giovinezza. Avvicinando il naso, si apre un bouquet raffinato e avvolgente: fiori bianchi come sambuco e acacia, poi pesca gialla matura, pera, e una leggera nota agrumata che richiama il cedro. Al palato è setoso, elegante, dalla struttura equilibrata. La sapidità e la mineralità, tipiche del terroir vulcanico, lo sostengono fino al finale lungo e persistente. Il sorso si fa pieno, ma mai pesante: ha quella grazia spontanea che solo i grandi bianchi sanno esprimere. È un vino che racconta la sua terra e si fa messaggero di una raffinatezza discreta, che accompagna il pasto senza sovrastarlo, lasciando il palato appagato e curioso. Lo accompagniamo a un piatto che profuma di casa, di mani che impastano con amore: gnocchetti di patate, fatti rigorosamente da loro. La consistenza è morbida, ma compatta al punto giusto, quella che trattiene il sugo senza disfarsi. Il condimento è un piccolo viaggio: melanzane fondenti, pinoli tostati, un tocco fresco di menta e ombrina saporita, appena scottata. Il tutto si fonde in un equilibrio inaspettato: ogni boccone è un piccolo mondo. Guardo Maria, prendo fiato e le confesso con un sorriso:
— “Sai, io non prendo mai gli gnocchetti al ristorante. Penso sempre che non si leghino mai davvero al sugo, che restino ‘a parte’. Ma questi… questi sono speciali. Ogni gnocchetto è perfettamente amalgamato, ogni morso cambia: prima la dolcezza della melanzana, poi la freschezza della menta, la croccantezza del pinolo, la profondità dell’ombrina. È come se ogni forchettata raccontasse una storia diversa.” Maria sorride, compiaciuta.
— “È perché sono fatti come si faceva una volta. Con pazienza. E il sugo non è un semplice condimento: è pensato per ogni ingrediente.” E io, in quel momento, sento di assaporare qualcosa che va oltre il piatto. È un modo di raccontare il mare, l’orto, le mani, la cura. E poi, a chiudere il cerchio dei primi, arriva il raviolo al nero di seppia, rigorosamente fatto da loro, elegante e profondo nel colore, ripieno di dentice, che si svela al taglio come un segreto. Il piatto è un piccolo quadro marino: ad accoglierlo, una base di datterino giallo, quasi una purea, morbida e luminosa. Non è solo un contrasto cromatico — quel giallo caldo contro il nero profondo — è un equilibrio di sapori, un abbraccio tra dolcezza e sapidità. Il datterino non invade, ma avvolge. Esalta. Rende tutto più rotondo. Come se quel raviolo non potesse stare altrove, se non lì, in quel colore e in quel sapore. È una scelta delicata e decisa insieme, un dettaglio che fa la differenza. Una pennellata d’artista. Chiudiamo con un trancio di salmone che è quasi un dono. La superficie croccante, la carne tenera, rosata, profumata di dolcezza e carattere. Maria, con il suo solito sorriso che anticipa sempre qualcosa di buono, mi racconta come nasce:
«Lo mariniamo nella birra e nel miele per ore, poi lo mettiamo in forno e infine lo ricopriamo con una granella croccante di pistacchi».
Il risultato è sorprendente: la sapidità del pesce si fonde con il dolce aromatico della marinatura, mentre i pistacchi regalano consistenza e un tocco deciso, quasi tostato. Accanto, un contorno elegante e inaspettato: pak choi, il cavolo cinese, cotto quel tanto che basta per rimanere croccante e rilasciare il suo profumo erbaceo. Lo guardo, lo assaggio, e poi sorrido.
«Non l’avevo mai mangiato prima, sai?» confesso a Maria, che ride divertita. «Ma è davvero gustoso».
Lei annuisce, complice, come se sapesse da sempre che quel boccone avrebbe chiuso il cerchio con equilibrio e sorpresa. E quando pensavo di aver concluso, Maria mi guarda con un sorriso furbo e mi chiede:
«Un dolce?».
Esito, cercando di resistere. Ma poi la guardo, e dico:
«Mi sembrerebbe scortese rifiutarlo».
Lei ride piano e risponde:
«Allora assaggerai qualcosa di lontano, ma che facciamo noi: è una Parlova, un dolce australiano. Fidati, è ottimo».
Mi porge un piccolo coltello:
«Ti servirà. Anche se è un dolce, puoi usarlo senza timore». Arriva così la Pavlova, una piccola opera d’arte di meringa croccante fuori e tenera dentro, sormontata da panna montata fresca e frutti di bosco succosi. I colori accesi, il profumo dolce e leggermente acidulo: sembra estate in un boccone. Affondo delicatamente la lama nel dolce, la meringa si spezza con un suono leggero, quasi un sussurro. Il primo assaggio è una carezza: la dolcezza della panna incontra la vivacità dei frutti, e la meringa si scioglie in bocca come neve tiepida. Lo gusto tutto, senza fretta.
Non solo perché è buono, ma perché chiude questo viaggio sensoriale con eleganza e leggerezza.
Maria mi osserva da lontano, soddisfatta. E io penso che, a volte, l’ultimo boccone è quello che ricordi per sempre. Mi alzo dalla sedia,  l’aria sa di sale e notte. La sabbia fredda sotto i piedi, il suono ritmico delle onde poco distanti, e nel cuore ancora i sapori di una cena che non è stata solo cibo, ma incontro, narrazione, delicatezza. Maria non è solo una padrona di casa, è una tessitrice di ricordi, una donna che sa dosare i tempi come in una sinfonia di profumi, consistenze e parole. Ogni piatto è stato un racconto, ogni gesto un invito a restare un po’ di più. La saluto con un sorriso, portandomi via il calore delle sue mani, il suono delle sue risate e il sapore del mare inciso nel palato.
Mi volto un’ultima volta. La luce calda della cucina illumina il suo profilo mentre rassetta il bancone. E capisco che ci sono luoghi dove il tempo rallenta, dove il gusto diventa memoria.
E che quella sera, la spiaggia non era solo fuori. Era anche dentro di me. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere    
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22 Luglio, 2025

Vivaldi Restaurant: il gusto va in scena

Ci sono luoghi che, appena ti siedi, sembrano rallentare il tempo.
Vivaldi Restaurant, a Sabaudia, è uno di questi: un angolo incantato incastonato accanto all’Hotel Sabaudia, dove la cucina incontra l’eleganza naturale del verde e il suono rilassante dell’acqua che scorre. Questa volta non sono solo. Con me c’è un amico, e sappiamo entrambi che stasera vivremo qualcosa di speciale Mirko, il figlio dei titolari, ci dà il benvenuto con un sorriso sincero, e Diego Pagliaroli, il restaurant manager, ci accompagna al tavolo con una cortesia fatta di attenzione e misura. In cucina c’è lo chef, Andrea Casale, giovane, creativo e sorridente, firma ogni piatto con mano sicura e spirito curioso. Il nostro tavolo è apparecchiato fronte piscina, con il suono dell’acqua a farci da musica, tra le piante che rendono l’atmosfera intima e rilassante. È qui che inizia un percorso che ha il sapore dell’estate, ma la struttura e la profondità delle grandi stagioni. Diego versa uno Chardonnay 2024 di Alois Lageder, una storica realtà altoatesina fondata nel 1823. Il vino fermenta in acciaio, sulle fecce fini e sui lieviti e racconta il carattere calcareo dei terreni di Magrè e Salorno. Porto il bicchiere in alto per guardarne il colore che è un giallo paglierino brillante, con riflessi dorati. Poi lo porto al naso, è fresco e preciso, con note floreali, mela verde, agrumi e un accenno di erbe alpine. Al palato colpisce per l’equilibrio: è secco, di medio corpo, con una bella acidità che lo rende vibrante e snello. La mineralità finale chiude con eleganza e invita al secondo sorso.     In tavola arriva anche un pane a lievitazione naturale integrale, fatto in casa dallo chef. La prima coccola è una bruschetta che sorprende già al naso: il profumo intenso del friggitello fritto si intreccia con la nota marina dell’alice e la dolcezza delicata della maionese al pomodoro.
Al morso, la croccantezza del pane si incontra con la cremosità della salsa e la consistenza setosa del pesce. Il gusto è un piccolo viaggio: il pomodoro, trasformato in maionese, porta con sé una dolcezza rotonda e inaspettata, mentre le alici marinate rilasciano sapidità e carattere. I friggitelli fritti, poi triturati, aggiungono un tocco vegetale e amarognolo che bilancia e completa l’insieme.
Un boccone semplice solo in apparenza, che gioca su contrasti e armonie, lasciando in bocca un ricordo fresco e persistente. Diego, sorridente, porta in tavola un primo che sorprende per intensità e semplicità: linguina del Pastificio Gentile di Gragnano con ragù di cozze e vongole e finocchietto del Parco del Circeo. Appena assaggia la linguina, il mio amico posa la forchetta e mi guarda, serio. Ma… è legale fare una cosa del genere con il finocchietto? Scoppio a ridere, lui continua: È come mangiare il mare al tramonto. Solo che stavolta è nel piatto. Il profumo che si sprigiona è immediato e avvolgente: salmastro, iodato, con quel tocco erbaceo e fresco del finocchietto selvatico che richiama la macchia mediterranea.
La linguina, ruvida e tenace, ha assorbito tutto il sapore del fondo di cottura, dove cozze e vongole hanno rilasciato i loro succhi naturali, creando un condimento essenziale ma potentissimo.
Al palato, il piatto è un’esplosione di mare: il sapore è profondo, vibrante, con punte sapide, una dolcezza marina quasi vellutata e la nota balsamica del finocchietto che chiude ogni boccone con eleganza e freschezza.   Il secondo vino è un’altra etichetta firmata Alois Lageder: “Misto Mare”. Anche questa volta sollevo il calice per scovarne il colore, un bianco dal colore giallo paglierino con riflessi verdolini, brillante e limpido.
All’olfatto è intenso e complesso, con note floreali fresche (fiori bianchi, sambuco) e fruttate (pera, mela verde, pesca), accompagnate da sentori agrumati e una sottile traccia minerale.
Al palato risulta secco, di medio corpo, con un equilibrio ben costruito tra acidità vivace e morbidezza. La struttura è snella, fresca, con una chiusura sapida e pulita che richiama il mare e rende il sorso estremamente gastronomico.
Un vino versatile, perfetto in abbinamento con il piatto che Diego mi ha svelato mi porterà. Arriva quindi il polpo: cotto a vapore per mantenerne la morbidezza, poi leggermente fritto in farina di riso, che ne esalta la croccantezza esterna senza appesantirlo. Il profumo è agrumato e fresco, grazie alla presenza del finocchio, delle arance e della polvere di arancia, che restituiscono al piatto una luminosità tutta mediterranea.
La base di misticanza locale aggiunge un tocco vegetale, mentre la crème fraîche, con la sua acidità gentile, lega ogni componente in un equilibrio raffinato tra grassezza, croccantezza e freschezza.
Un piatto elegante, giocato su contrasti armonici e ben bilanciati, esaltato dalla delicatezza del Pinot Grigio Prendina, che accompagna con discrezione, pulendo il palato senza mai sovrastare. Con  il polpo croccante ancora tra i denti, il mio amico alza il calice verso di me e dice:
«Se mi fai venire qui un’altra volta, io mi trasferisco. Lo dico sul serio.» Diego ha deciso di sorprenderci con questi vini, pensavo di aver bevuto ormai tutto dopo il Misto Mare e invece il Pinot Grigio Prendina si presenta con un colore giallo paglierino tenue, luminoso e cristallino.
All’olfatto è fine e delicato, con note di fiori bianchi, pera matura, mela verde e una leggera sfumatura agrumata che anticipa la freschezza del sorso.
Al palato è secco, snello, con una freschezza ben marcata e una struttura leggera, ma non priva di eleganza. Il finale è pulito e leggermente minerale, perfetto per valorizzare la complessità del piatto senza coprirne le sfumature.
Un vino discreto ma incisivo, che accompagna con grazia e valorizza ogni boccone. E mentre arriva il dolce, si appoggia allo schienale, sorride e aggiunge: Questo posto non cucina, questo posto racconta storie. La degustazione si chiude con una Caprese rivisitata, che mantiene intatto lo spirito del dolce della tradizione ma lo eleva con equilibrio e leggerezza. La farina di mandorle dona struttura e umidità, il cacao amaro al 72% regala profondità e intensità, mentre la crema inglese avvolge il palato con una dolcezza setosa. Il gel ai frutti di bosco introduce una nota fresca e acida, che contrasta piacevolmente con la rotondità del cioccolato, rinfrescando e alleggerendo ogni morso. A chiudere il cerchio, un liquore al melograno: profumato, vibrante, con una nota dolce-acidula che richiama i toni del dessert senza sovrastarli. Al naso offre sentori fruttati e balsamici, al palato è vellutato ma deciso, perfetto per accompagnare l’ultimo assaggio con carattere e armonia. Un finale che è insieme memoria e modernità, dove la golosità incontra la misura. Vivaldi Restaurant è molto più di un ristorante: è un’esperienza sensoriale che sa essere al tempo stesso intima, autentica e raffinata.
Come le stagioni da cui prende il nome, è capace di raccontare ogni sfumatura del gusto, con eleganza e naturalezza. A fine serata, non possiamo fare a meno di alzarci e andare in cucina, dove stringiamo la mano allo chef Andrea Casale e ci complimentiamo con lui per la creatività, la tecnica e l’armonia che ha saputo portare in ogni piatto.
All’uscita, un’ultima stretta di mano a Diego Pagliaroli, che ha accompagnato ogni momento della cena con discrezione e attenzione autentica.
E poi, un saluto fraterno a Mirko, per averci accolto come persone di casa. Vivaldi è un luogo che resta, nei sensi e nel cuore.   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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19 Luglio, 2025

Sisters – Dove l’amore si fa piatto

Dopo una mattinata passata tra le vetrine romane, il caldo di Latina Scalo mi avvolge come una coperta d’estate. Salgo su un taxi, affamato e stanco, con una sola richiesta: “Portami in un posto dove si mangia bene, davvero bene”. Il motore si spegne di fronte a un’insegna semplice ma evocativa: Sisters.
Immagino subito due sorelle. E appena varco la soglia, la realtà supera l’immaginazione: due bellissime gemelle, occhi vispi, sorrisi pieni di luce, mi accolgono con una grazia naturale che scalda il cuore. C’è qualcosa nei loro modi – gentili, accorti, sinceri – che mi fa sentire atteso, come se questo incontro fosse scritto da qualche parte.
Mi fanno accomodare, e tra un sorriso e un bicchiere d’acqua fresca, mi raccontano la loro storia ma prima si presentano: Simona e Stefania. Dal 2009 lavorano fianco a fianco, unite da una passione che non si è mai spenta. Da qualche anno con loro c’è anche Alessandro, compagno di Simona e anima della cucina. Nel marzo 2025, decidono di rinnovare tutto, e non solo nell’arredo: trasformano un sogno in un luogo vero, dove la passione per il cibo e l’accoglienza diventano esperienza viva.
Simona resta con me a chiacchierare, mentre Stefania corre fra i tavoli. Alla mia domanda più intima – “E mamma e papà?” – Simona sorride con dolcezza e dice:“Sono la nostra forza silenziosa. Sempre con noi, in ogni scelta, in ogni piatto, in ogni passo che facciamo. Sono il nostro cuore dietro le quinte. Ci guidano, ci ispirano, ci ricordano ogni giorno da dove veniamo.”
E così, con il cuore già toccato, mi preparo a lasciarmi conquistare dalla loro cucina e chiedo a Simona di decidere lei cosa farmi provare, perché sono sicuro che resterò senza parole.
Si comincia con un piatto di crudi ma Stefania mi sorprende con un calice di Kius Brut dell’azienda Carpineti, servito ben ghiacciato. Bollicine fini, persistenti, quasi timide, che poi esplodono in bocca in un abbraccio elegante e minerale. Al naso, si avvertono note di crosta di pane, fiori bianchi e agrumi: è un vino che accarezza, pulisce, prepara. Un brindisi silenzioso all’eleganza della semplicità.
Questo piatto è un viaggio sensoriale: scampi locali, gambero rosso di Mazara del Vallo, carpaccio di spigola con salsa di ciliegie, gambero gobbetto, tartare di gambero rosa con mela verde, tartare di tonno rosso con pesca, mela verde e pomodoro concassé.
Quel piatto di crudi è una composizione poetica, una tavolozza di colori marini e accenti fruttati che racconta la cucina di Sisters in tutta la sua eleganza. Gli scampi locali si sciolgono in bocca come seta marina, il gambero rosso di Mazara del Vallo sprigiona dolcezza e sapidità in perfetto equilibrio, mentre il carpaccio di spigola con salsa di ciliegie è un incontro audace, sorprendente, dove il mare si lascia corteggiare da un frutto maturo anche se qualche domanda me la lascia.
Il gambero gobbetto, più delicato e aromatico, prepara il palato alla freschezza brillante della tartare di gambero rosa con mela verde, che gioca sul filo dell’acidità e della dolcezza con raffinata leggerezza. Infine, la tartare di tonno rosso accoglie pesca, mela verde e pomodoro concassé in un abbraccio succoso e profondo: un sorso d’estate che esplode al primo morso.
È un piatto che non racconta solo il pesce, ma la creatività, la tecnica e il coraggio. Un piatto che vibra come una canzone ben scritta: melodico, armonico, memorabile.
Un assaggio e capisci che qui, al Sisters, anche il mare ha imparato a parlare il linguaggio dell’anima.
Faccio un’osservazione a Stefania sul carpaccio di spigola con salsa di ciliegie, suggerendo un’alternativa agrumata. Alessandro, che viene al tavolo con gentilezza, sorride e mi dice: “Hai ragione. È una modifica che farò sicuramente”.
Questo è il segreto di Sisters: ascoltare, accogliere, migliorarsi con umiltà e passione.
Il ritmo del pranzo è perfetto, come una sinfonia: arriva un soutè di cozze e vongole, caldo, profumato, con un fondo così buono da invocare la scarpetta. Le cozze volano nel piatto come se ballassero, e le vongole sembrano cantare, ma la scarpetta è il gesto che più di tutti suggella l’amore per il piatto.
E poi, su un lungo piatto, si dispongono come per incanto: alici fritte, calamaro alla piastra su purè di patate, carpaccio di polpo, scampi grigliati e un’insalata di mare con cozze, vongole, carote e calamaro. Ogni elemento è curato, ogni sapore ha il suo spazio.
Quel lungo piatto arriva in tavola come una scena teatrale pronta ad andare in scena: elegante, misurata, vibrante. Ogni assaggio è un atto, ogni ingrediente ha il suo ruolo, e la regia – ancora una volta – è firmata dalla mano attenta e appassionata di Alessandro.
Le alici fritte aprono il sipario con il loro profumo irresistibile: croccanti, leggere, sapide quanto basta, sprigionano tutto il buono del mare popolare, quello sincero, quello che emoziona. A seguire, il calamaro alla piastra è una carezza appena scottata che si adagia su un purè di patate vellutato: la morbidezza del calamaro e il profumo della terra delle patate che abbracciano il mare con delicatezza.
Il carpaccio di polpo racconta di cotture perfette e di marinature discrete: tenero, elegante, con quel gusto minerale che accarezza il palato e invita a chiudere gli occhi. Gli scampi grigliati, profumati e appena bruciacchiati al punto giusto, portano il fuoco in questo viaggio marino, mentre l’insalata di mare con cozze, vongole, carote e calamaro è un tuffo nei sapori autentici della tradizione, rielaborati con rispetto e gusto.
Un piatto che non vuole stupire con effetti speciali, ma con la forza del saper fare bene, con amore. Tutto è calibrato, tutto è armonico. Come una famiglia che sa stare a tavola insieme, ogni sapore lascia spazio all’altro, in un equilibrio perfetto.
Un piatto che profuma di Mediterraneo e di mani che conoscono il mare.
A seguire, sulle portate di mare più strutturate, Stefania cambia rotta e sorridendo arriva al tavolo e mi versa un Petrara della cantina MonteCorvino, proveniente da Sermoneta, nel cuore pulsante della provincia di Latina. Nel calice, il vino è dorato, con riflessi che ricordano l’ambra e la luce delle isole siciliane. All’olfatto è un viaggio: note di fiori gialli, agrumi canditi, pietra focaia. In bocca è teso, vibrante, con una sapidità vulcanica che sorregge ogni sorso.
Simona mi guarda, con quella luce negli occhi che solo chi ama davvero il proprio lavoro può avere. “Spero di stupirti con il primo, uno dei miei preferiti”, mi dice. E ha ragione.
Le linguine cacio e pepe di scampi sono un’ode alla fusione perfetta tra terra e mare, un’armonia che sorprende e conquista. Il piatto arriva fumante, profumato, avvolto da un’aroma che sa di casa e di viaggi lontani.
La pasta è al dente, ruvida, generosa, abbracciata da una crema setosa di scampi che ne esalta la morbidezza, mentre la nota pungente e persistente del pecorino romano accende il palato con carattere. Il pepe, dosato con equilibrio, risveglia ogni papilla, preparandola alla dolcezza succosa dello scampo fresco, adagiato come un gioiello sulla sommità del piatto.
È un piatto che non chiede permesso: entra in scena con eleganza, ma con tutta la forza del suo sapore. Il mare accarezza il Lazio, e insieme danzano in bocca in un connubio che non vorresti finisse mai.
Un primo da ricordare, un incontro che racconta il territorio, la tecnica e soprattutto la passione di chi lo ha pensato. Un primo che è emozione pura perché riesce a rievocare un piatto della tradizione e renderlo innovatico e sublime.
I secondi arrivano in tavola come un bis sussurrato ma potente, capace di chiudere gli occhi e far sognare.
Il tataki di tonno è un piccolo capolavoro di tecnica e sensibilità: la superficie appena scottata custodisce un cuore tenero, rosso vivo, che si scioglie in bocca come burro. È adagiato su un letto di verdure croccanti tagliate al coltello, che raccontano freschezza e manualità, mentre la menta fresca irrompe nel piatto come un soffio d’estate. A legare il tutto, una salsa agrodolce, intensa ma armonica, che accarezza il palato con un gioco sottile di contrasti: dolce e acido, umami e freschezza. Ogni forchettata è un passo di danza sensoriale, una carezza raffinata.
Accanto, arriva la frittura di calamari e gamberi, dorata e fragrante. Il profumo è quello della felicità semplice, del mare nei giorni di festa. Il morso rivela una croccantezza delicata, una frittura leggera che non unge, che lascia spazio alla dolcezza della carne dei calamari e dei gamberi. È una frittura che sa di artigianalità, di leggerezza, di mani esperte che non hanno fretta. Un secondo che non ha bisogno di presentazioni, perché è sincero, schietto, perfetto.
Due piatti, due anime del mare: una elegante e creativa, l’altra popolare e irresistibile. Entrambe emozionano.
Simona sorridendo mi dice: “ovviamente senza il dolce non puoi alzarti”. E così quasi remissivo le dico ok, procedi pure con il dolce.
Il dolce arriva in punta di piedi, ma conquista il cuore con la forza di una carezza ben assestata.
È una cheesecake al caramello salato, vellutata e seducente. La base friabile accoglie una crema avvolgente, setosa, che profuma di latte e amore. Ma è il caramello salato a firmare l’incantesimo: denso, lucente, con quel tocco sapido che esalta e spezza la dolcezza, rendendo ogni cucchiaio un piccolo, goloso capolavoro.
Un dessert che non chiude, ma prolunga il piacere. Che non spegne, ma accende ricordi. Che lascia sul palato e nel cuore l’eco di una pausa vissuta con intensità.
Una dichiarazione d’amore, sì — per chi cucina, per chi assaggia, per la vita.
Sisters non è solo un ristorante. È una storia di famiglia, di passione, di rispetto
È un luogo dell’anima, dove il tempo si scioglie tra sorrisi sinceri e profumi di casa. È un abbraccio che arriva prima ancora del primo assaggio, è quella luce negli occhi di chi ti accoglie e ti fa sentire parte di qualcosa di autentico.
Qui, ogni piatto ha una storia, ogni ingrediente ha una voce, ogni gesto è un atto d’amore.
E allora vieni.
Lascia fuori la fretta, siediti, respira.
Assaggia il mare, la terra, l’affetto.
Perché da Sisters non si mangia soltanto: si vive un’emozione.
E si riparte diversi, con un pezzetto di bellezza in più nel cuore.
Grazie Simona, Stefania e Alessandro,
per aver messo nei piatti ciò che oggi manca ovunque:
la verità.
Per aver cucinato, per aver sorriso. Ma soprattutto, per averci messo l’anima. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere      
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17 Luglio, 2025

Santi Quattro. Il cuore giovane della Terracina antica

A volte i luoghi più belli non si trovano: ti trovano loro. Oggi ho deciso di esser trovato da un luogo a sud di Latina che è diventato famoso negli anni e mi concedo una gita con un mio amico. Le località di mare vengono sempre associate alle spiagge, alla brezza salmastra e ai falò di mezzanotte. Di solito la parte storica viene messa in secondo piano e a detta mia e del mio amico è un vero peccato. Spesso i borghi sulla costa racchiudono piccoli e grandi tesori che attendono solo di esser scoperti dagli occhi curiosi dei turisti e visitatori.
È così che in una sera d’estate, mentre con un amico camminavamo tra le pietre antiche del centro storico di Terracina, ci siamo imbattuti in un cortile nascosto, un angolo di calma appena sotto il cielo che sembrava volerci dire: “Fermatevi qui”. Il suo nome? Santi Quattro. Siamo su Corso Anita Garibaldi, la sera è tiepida, il cielo si macchia di rosa. Mentre la città moderna dorme a valle, il borgo alto di Terracina racconta un’altra storia. Guardando l’orizzonte sembra quasi di poter toccare le Isole pontine. E proprio lì, tra vicoli e finestre fiorite, accanto a quel cortile nascosto, scopriamo Bistrot Santi Quattro. Il nome ci incuriosisce e decidiamo di curiosare. Sull’uscio, una ragazza sorridente dal timbro argentino ci accoglie con cortesia e ci invita ad accomodarci. Si presenta sorridendo, il suo nome è  Flor, e sarà lei a guidarci in un viaggio che ha il sapore della scoperta. Subito le chiedo un po’ intimidito “ ma il nome del ristorante da dove nasce?” Lei subito sorridendo ci racconta che il nome del ristorante non è frutto del caso, ma un omaggio alla contrada del Palio in cui ci troviamo: Santi Quattro, come la stradina adiacente. Un dettaglio che ci piace: niente è lasciato al caso, nemmeno le radici. Le chiediamo di portarci del vino possibilmente locale e Flor ci sorprende con una bottiglia di “Ritornato” – un Ottonese dell’azienda agricola Tomei di Sezze, prodotto secondo i principi della biodinamica. Fermentazione spontanea, breve macerazione con le bucce, affinamento in cemento. Nel calice, è dorato e opaco, naturale. In bocca è vibrante, diretto, vero. “Una ragazza argentina che ci serve un vino di Sezze… ormai non c’è più religione,” scherza il mio amico. Il primo piatto arriva con la grazia di una danza studiata. Su un piatto elegante si adagia una millefoglie di patate, dorata e invitante, che alterna strati sottili e croccanti di patate passate nel burro chiarificato per darle quella bellissima e gustosissima crosticina a morbidi veli di tartare di manzo, tenera come una carezza. Tra uno strato e l’altro, una maionese ai capperi fatta in casa aggiunge una nota salina, quasi marina, che punge dolcemente il palato e lo prepara al boccone successivo. Il contrasto è il segreto di questo piatto: la croccantezza esterna delle patate incontra la scioglievolezza della carne cruda, mentre la salsa, delicatamente acida, bilancia il tutto con una freschezza quasi balsamica. Ogni morso è un gioco di texture e di temperature, un’armonia costruita con tecnica e cuore. Un piatto che non urla, ma seduce. Che conquista senza chiedere troppo. E che lascia un ricordo pieno, come certe note basse che continuano a vibrare anche quando la musica è finita. Dopo aver terminato questo splendido piatto viene a farci visita un ragazzo giovane e simpatico, si presenta, è Raffaello, lo chef e titolare. Ha l’aria gentile di chi ama ciò che fa. Gli stringiamo la mano e ci complimentiamo. Poco dopo, arriva Taulant, simpatico e discreto, con un piatto nuovo: al tavolo come un piccolo scrigno dorato c’è una crocchetta di patate ripiena di provola e salsiccia, servita con una maionese alla senape in grani, profumata, calda, con la promessa di qualcosa di buono La panatura è croccante, dorata al punto giusto, croccante al morso e fragrante come pane appena sfornato. Dentro, un’esplosione di sapori che profuma di casa, cuore filante di provola e salsiccia, che si fonde in un abbraccio saporito e avvolgente. La patata, morbida e vellutata, fa da cornice a questo ripieno ricco e goloso, che sa di domeniche in famiglia e di cucine vissute. Accanto, una maionese alla senape in grani che sorprende: pungente, profumata, con quelle piccole perle che scoppiano sotto i denti e rilasciano un’aroma intenso, perfetto per bilanciare la rotondità del boccone. Un antipasto che scalda, che racconta storie. E che fa venir voglia di tornare bambini, quando bastava un profumo buono per essere felici. Flor ritorna con un sorriso. “ vi servirò un piatto della mia terra, delle mie tradizioni un piatto creato da me.” Ed eccola che ci serve un tris di empanadas, un piatto  che parla della sua Argentina che sussurrano storie di infanzia e feste di famiglia: la prima con cipolla e mozzarella; la seconda con spinaci, besciamella e mozzarella; la terza, la più intensa, con carne di manzo, olive, cipolla, uova e cumino. Sono fragranti, avvolgenti, raccontano radici lontane che sanno di conforto. È un tris armonioso, tutte diverse ma accomunate da una sfoglia fragrante, dorata, sottile e croccante, che si spezza sotto i denti rivelando un cuore caldo e avvolgente. Tutte realizzate con farina 00 e poi fritte. La prima empanada è una carezza dolce e vellutata: cipolla cotta lentamente per tre ore fino a diventare una crema setosa, dolce e intensa, abbracciata dalla mozzarella filante che le dona rotondità e tenerezza. È un inizio delicato, rassicurante. La seconda sorprende per la sua freschezza e morbidezza: spinaci, besciamella e mozzarella si incontrano in un ripieno verde e cremoso, vegetale e burroso al tempo stesso. Un equilibrio perfetto tra leggerezza e golosità. E poi arriva lei, la terza, con tutta la forza del carattere argentino: carne di manzo saporita, olive verdi, cipolla, uova sode e una nota decisa di cumino. È profonda, intensa, speziata. Riempie la bocca, scalda il cuore. Un boccone che lascia il segno. Tre piccoli scrigni, tre viaggi diversi, un’unica emozione: quella di sentirsi accolti, ovunque ci si trovi. E il mio amico solleva il calice al cielo ed urla “w l’argentina”. Pensiamo di essere al capolinea, sussurro al mio amico se si sente sazio e lui sorridendo mi dice “credo di aver mangiato troppo”,  ma Flor ci invita a provare il piatto simbolo dello chef Raffaello. Ed eccolo, il piatto che non ti aspetti. Quando pensi che il viaggio sia finito, Flor sorride e porta in tavola il tagliolino al pomodoro bruciato. Già dall’aspetto, capisci che non è un semplice primo: è un racconto. È memoria e innovazione. Il tagliolino è avvolto da una crema di pomodorini cotti ad alte temperature nel forno, fino a raggiungere un punto di caramellizzazione che ne esalta la dolcezza e ne libera una nota affumicata, intensa, quasi balsamica. Il colore è quello del tramonto, tra il rosso e il ruggine, profondo e carnale. I pomodorini poi vengono frullati e passati per rendere la salsa deliziosa. A completare il piatto, un olio aromatico a base di basilici selezionati: greco, artico, viola e il tradizionale. Il naso è travolto da un bouquet verde, fresco, erbaceo, che danza con la dolcezza del pomodoro in un’armonia perfetta. E sopra, come una carezza finale, una generosa stracciatella: cremosa, grassa, avvolgente, che si scioglie sul tagliolino esaltandone la rotondità. Ogni forchettata è un viaggio tra passato e presente: la tecnica moderna incontra il sapore rassicurante del piatto della nonna. È uno di quei primi che ti parlano dentro, che lasciano il segno. Un addio che somiglia più a un arrivederci. Ci alziamo e ci dirigiamo in cucina per ringraziare Raffaello e complimentarci con il suo primo che ci ha ricordato gli spaghetti all’assassina, piatto barese e lui sorridendo ci presenta il suo braccio destro Leonardo. Giovani, sorridenti, appassionati. Ci stringiamo la mano con quella complicità che nasce tra chi sa riconoscere la bellezza in ciò che mangia. Flor ha ancora un colpo in canna: semifreddo al pepe di Sichuan, con yogurt greco, crumble di nocciole e caramello salato. Un dessert elegante, pungente, delicato. Chiude la cena con un equilibrio che non è facile da trovare. Salutiamo uno a uno: Flor, Taulant, Raffaello e Leonardo, che sorridendo alzano le braccia per salutarci e invitandoci a tornare. Ci lasciano un ricordo che sa di umanità, passione e sorpresa. Bistrot Santi Quattro è un luogo dove il cibo non è solo buono: è pensato, è curato, è vivo.
Una piccola squadra affiatata, giovane, gentile, capace di accogliere senza ostentare, di sorprendere senza urlare. E mentre scendiamo le scale che riportano verso il mare, ce lo diciamo entrambi:
è in posti così che si custodisce il futuro della cucina. Dove la qualità incontra il cuore. E dove, alla fine, ti senti parte della storia. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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15 Luglio, 2025

Anciova: la Sicilia che profuma di casa, nel cuore di Latina

A volte basta una parola scritta con il gesso per cambiare il corso di una giornata. Stavo passeggiando per il centro di Latina, uscendo felice da un negozio con qualche acquisto sotto braccio, quando una lavagna nera fuori da un locale ha attirato il mio sguardo: “Brioche con gelato”. Una promessa d’infanzia, un richiamo irresistibile. Spinto dalla curiosità – e dalla fame – entro. Il locale si chiama Anciova. Un nome che sa di mare, di dialetto, di Sud. Dentro, luci calde e profumi gentili. Mi accoglie una ragazza bionda, sorridente, con occhi chiari che brillano di entusiasmo. È Federica, anima e voce di questo posto che ha aperto solo da pochi mesi, ma che sembra esistere da sempre. Le chiedo subito: “Davvero fate la brioche con il gelato?”. Lei sorride e con l’accento morbido della sua terra siciliana mi risponde: “Certo! Ci sono tantissimi gusti. Scegli il gusto”. Opto per il mandarino. Quando arriva al tavolo, la brioche è ancora calda, fragrante come pane appena sfornato. Al primo morso, chiudo gli occhi e mi ritrovo in Sicilia, in una mattina d’estate, tra granite, profumi di zagara e brezza salmastra. Le dico sorridendo, guardandola negli occhi, che mi ha regalato un istante di felicità vera, un tuffo nei ricordi della mia gioventù. Lei ride, orgogliosa: “Le brioche arrivano da Canicattì. Per me era importante portare qui la mia terra, ma qui non facciamo solo colazioni ma anche ottimi pranzi”. Accanto, un caffè fumante. Non l’ho chiesto. È un gesto suo, una sua carineria. Uno di quei gesti semplici che raccontano tutto: cura, accoglienza, passione. Federica non è solo padrona di casa. È cuoca, cuore, racconto. Mi racconta che Anciova, in siciliano, significa acciuga, e che il nome viene da una ricetta povera ma potentissima: pasta c’anciova, con acciughe salate, estratto di pomodoro, uvetta e pinoli. “Un piatto che parla di noi,” mi dice, “di chi cucina con poco ma mette dentro tutto.” Sorridendo le dico che dopo le ultime commissioni le prometto che tornerò per pranzo. E lo faccio. Quando rientro per pranzo, il locale è pieno di calore e risate basse, un’atmosfera che ricorda le cucine della domenica. Federica mi accoglie con la stessa gentilezza e mi fa accomodare a un tavolo riservato per me. Mi porta dell’acqua e inizia a raccontarmi il menù del giorno con entusiasmo sincero: ogni piatto è una storia, un pezzo di Sicilia cucinato con le mani e con il cuore. Comincio subito con un piatto che profuma d’estate e di ricordi: una caprese di bufala, semplice solo in apparenza, ma piena di anima. La mozzarella di bufala è fresca, lucida, cremosa e gustosa: si apre sotto il coltello con dolcezza e si scioglie in bocca come una promessa mantenuta. I pomodori, maturi e succosi, profumano di sole e di orto. E poi, come un sussurro salmastro che arriva da lontano, le alici di Sciacca: sapide, sottili, con quella delicatezza che solo il mare sa regalare. Un piatto che non ha bisogno di parole, solo di essere assaporato in silenzio.
Un morso, e sei già in una terrazza vista mare, con il vento che scompiglia i capelli e la luce dorata del tramonto che accarezza la pelle. A seguire Federica mi consiglia un primo piatto che devo assolutamente provare, ed io che ormai mi fido ciecamente di lei la lascio fare senza contraddirla. Il piatto che  arriva tra le sue mani è poesia in forma di pasta: chitarra con pesto di finocchietto selvatico, sarde e mollica atturrata. Appena posato sul tavolo, il profumo del finocchietto riempie l’aria – è verde, aromatico, sa di colline assolate e cucine aperte sul mare. Il pesto è vellutato, avvolgente, con quella punta erbacea che stuzzica e rincuora. Le sarde, sapide e carnose, danno profondità e memoria, riportano al gusto verace della cucina siciliana di una volta. Ma è la mollica atturrata, croccante e dorata, a completare l’armonia: scricchiola sotto i denti, portando con sé un sentore di tostato che accende ogni forchettata. È un piatto che racconta storie di famiglia, di case affacciate sul Mediterraneo, di domeniche lente in cui ogni sapore ha il suo tempo. E poi, come in un crescendo musicale, arriva lei un piatto che ho scelto dopo che Federica mi aveva raccontato della sua spesa in pescheria: la zuppetta di pesce. Un piatto che non entra in punta di piedi, ma conquista con il suo profumo deciso, con il colore profondo del pomodoro che ribolle appena sotto la superficie. La ciotola è calda, generosa, colma di pescato del giorno: scorfano, mazzancolle, calamaretti tenerissimi, gamberi rosa e rossi, vongole e cozze che profumano di scoglio e sale. Tutto è cucinato con rispetto, senza coprire il sapore del mare ma esaltandolo con garbo. Il brodo è intenso, aromatico, leggermente piccante. Si sente l’olio buono, quello che resta sulle dita e sulle labbra. Ogni cucchiaiata è un viaggio tra porto e memoria, tra casa e trattoria di paese. E quando arriva il pane da intingere – croccante, rustico, pronto per la scarpetta – il cerchio si chiude, e il cuore si scalda. È un piatto che non si dimentica.
Uno di quelli che non nutrono solo, ma regalano felicità. Ed eccolo, infine, il gran finale. Il momento in cui ci si rilassa, si sorride piano, e si lascia spazio alla dolcezza. Federica arriva con un piattino semplice, elegante: un cannolo. Ma non uno qualunque. Il cannolo è fatto da loro e la ricotta di pecora toscana – scelta con cura, zuccherata il giusto e congelata in sacca poche per mantenerne la freschezza – viene farcita al momento, come si fa nelle migliori pasticcerie siciliane. Il guscio croccante, si rompe con un suono netto sotto la forchetta. Dentro, la crema è compatta ma setosa, dolce e rotonda, con tutta la profondità di un latte che sa di pascoli e mani esperte. Non servono decorazioni, non servono orpelli. Solo un morso, e sei in un cortile assolato di Palermo, o in una bottega di paese a mezzogiorno, mentre fuori la vita scorre lenta. Il cannolo chiude il pranzo come una carezza antica, come un bacio dato sulla fronte da qualcuno che ti vuole bene. Da Anciova, non si viene solo per mangiare. Si viene per ritrovare radici, calore, verità. Per ascoltare le storie che Federica racconta senza bisogno di parole, solo con i gesti, i profumi, i sapori. Quando esco, l’aria è la stessa di prima, ma qualcosa dentro di me è cambiato.
Porto via il ricordo di una Sicilia gentile, il sorriso di una donna che ha scelto di cucinare il suo cuore.
E la certezza che, qui, tra i vicoli del centro di Latina, esiste un luogo dove la cucina non è mestiere, ma amore. Qui si mangia con il cuore e si esce con un sorriso.
Con l’eco del mare nelle orecchie. E la voglia di tornare. Grazie, Federica.
Per avermi fatto sentire a casa. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere    
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