24 Luglio, 2025
La Spiaggia dentro. Un racconto di sapori e emozioni
Le mie vacanze sono iniziate, ma sono ancora a Latina. Così ho deciso di concedermi una giornata di mare nella parte più affascinante del litorale: Sabaudia. Ho scelto di raggiungerla con la mia cabrio blu, la mia ‘barchetta’, lasciandomi accarezzare i capelli dal vento e godendo del panorama che scorre lento lungo il litorale. Dopo aver percorso un tratto costeggiato da numerosi lidi, mi fermo incuriosito da un cartello semplice e diretto: ‘La Spiaggia’. Quel nome mi fa sorridere. È essenziale, evocativo, rilassante. Parcheggio, mi incammino su una lunga passerella di legno incorniciata dalla vegetazione e arrivo su una spiaggia dorata e fine, lambita da acque limpide che sembrano invitarmi con dolcezza a tuffarmi.
Dopo una lunga mattinata in acqua, la sete inizia a farsi sentire. Mi dirigo verso il chiosco in cima alla spiaggia. Mi siedo a un tavolino e noto una ragazza elegante, dai modi gentili e il sorriso aperto: Maria, la figlia del titolare. Con garbo le chiedo se vuole condividere una Coca-Cola e raccontarmi qualcosa di questo posto incantevole. Lei accetta con entusiasmo e inizia a raccontarmi la storia de ‘La Spiaggia’.
«Tutto è iniziato nel 1989», mi dice. «All’epoca c’era solo la duna di sabbia. Mio padre ottenne una delle poche concessioni per costruire un lido. All’inizio c’era solo un capanno, poi nel 2000 abbiamo costruito quello dove sei seduto ora.» I suoi occhi si accendono mentre parla, come se ogni ricordo fosse ancora vivido. «Nel 2013 ho proposto a papà di aprire un ristorante nella parte più alta, da cui si gode un tramonto mozzafiato.»
Le sue parole mi colpiscono. Maria non è solo la figlia del proprietario: è l’anima nuova di questo luogo, colei che lo ha trasformato in un’esperienza gastronomica e sensoriale. Con entusiasmo le dico che dopo un altro tuffo l’aspetterò a cena nel suo ristorante. Sono curioso, affascinato, voglioso di scoprire se questa bellezza si traduce anche nei sapori della cucina.
Alle 19:30 salgo, trovo una panchina con un morbido cuscino e mi perdo nella magia del tramonto. Le cicale cantano, il cielo si tinge di colori pastello e una brezza leggera completa il quadro. Poco dopo Maria arriva: ha con sé una bottiglia di Majolini millesimato 2020, Franciacorta. Vuole brindare alla nostra conoscenza.
Apre con cura la bottiglia, e il suono sottile del tappo che si stappa accompagna il momento con una delicatezza cerimoniale. Versato nei calici, il Majolini Millesimato 2020 si presenta con un colore giallo paglierino brillante, percorso da bollicine fini e persistenti che danzano con grazia.
Al naso è fine ed elegante: emergono note di fiori bianchi, crosta di pane e frutta secca, accompagnate da una sfumatura agrumata che anticipa la freschezza del sorso. In bocca è avvolgente ma verticale, con una buona struttura, una freschezza viva e una mineralità fine che accompagna il finale, netto e pulito.
«Alla nostra conoscenza», dice Maria sorridendo. E in quel brindisi c’è tutto: la leggerezza dell’incontro, la profondità dell’accoglienza, la voglia di ricordare il momento con il gusto delle cose belle.
La cena è un crescendo di emozioni: arriva un piccolo piattino con dei fagottini di pasta fillo con ricotta di bufala e verdure di stagione.
Sono un piccolo scrigno di gusto e delicatezza. La pasta fillo, sottile e croccante, si trasforma in un involucro dorato che custodisce un cuore morbido e cremoso.
All’interno, la ricotta di bufala – dalla texture vellutata e dal sapore avvolgente – si sposa perfettamente con il profumo delle verdure di stagione, che conferiscono freschezza, colore e una piacevole varietà di consistenze. Il contrasto tra l’esterno friabile e il ripieno morbido rende ogni morso una sorpresa.
Un piatto che unisce tecnica e semplicità, bellezza e sostanza. Perfetto come antipasto raffinato o come entrée in un percorso di degustazione, rappresenta la celebrazione dell’equilibrio tra leggerezza e intensità. Servito caldo, sprigiona aromi delicati e conquista per eleganza e genuinità. Ed io li finisco senza nemmeno accorgermene conquistato dalla loro bontà.
Improvvisamente, come in una coreografia silenziosa, Maria riappare con passo leggero e sicuro. Tra le mani porta un piatto che racconta storie di mare e di gesti sapienti. Il profumo che lo accompagna è già un preludio di meraviglia. Con un sorriso appena accennato, lo appoggia sul tavolo con delicatezza, quasi a voler preservare la bellezza intatta di ciò che sta per svelare.
Davanti a me, mini hamburger di tonno, adagiati con cura come piccole gemme su un piatto essenziale, ma elegante. Il pane al nero di seppia, preparato artigianalmente nella cucina del ristorante, colpisce subito lo sguardo con il suo colore profondo e opaco, quasi vellutato. Ha una crosticina sottile, mentre l’interno è morbido, fragrante, con un lieve sentore salmastro che rimanda subito all’essenza marina.
All’interno, il tonno – tenero, scottato appena quanto basta – conserva una consistenza succosa e un sapore pieno ma delicato. Adagiato sopra una generosa cucchiaiata di guacamole che lo avvolge con la sua cremosità esotica, mentre i pomodorini arrostiti, disposti come piccole gemme, donano colore e una dolcezza affumicata. A lato, la maionese al lime – profumata e agrumata – aggiunge una nota vibrante e fresca. Li prendo con le mani, come vanno gustati davvero, lasciando che le dita si sporchino di guacamole: ogni morso è un piccolo viaggio tra consistenze e contrasti, tra il pane scuro e deciso e il cuore morbido e profumato.
Maria resta in silenzio per un istante, osserva la mia reazione e poi sorride, come se sapesse già che quel piatto ha fatto centro. E in effetti, lo ha fatto.
Appena Maria poggia il secondo piatto, il profumo delle alici croccanti mi avvolge. Dorate, leggere, già pulite, pronte da gustare senza esitazione.
Le osservo incantato:non hanno nulla a che vedere con quelle che ho assaggiato altrove, nei tanti ristoranti di mare in cui spesso arrivano intere, fritte alla buona, da aprire e spinare a tavola.
Invece qui, in questa piccola oasi affacciata sulla sabbia, le alici sono state schiacciate, aperte, ripulite con cura e trasformate in sottili ostie dorate. Nessuna lisca, nessuna distrazione: solo il sapore pieno del mare, pronto a esplodere al primo morso. La croccantezza è perfetta, sottile ma decisa, quasi eterea, e custodisce all’interno tutta la dolcezza e la salinità del pesce fresco. E ad accompagnarle una buonissima maionese al lime nel quale le immergo prima di portarle alla bocca.
Guardo Maria con gratitudine e stupore, e le confido, quasi ridendo:
— In tutti i posti dove sono stato, me le servivano intere e fritte, ma qui sembrano delle ostie croccanti, pulite, da mettere in bocca come piccoli miracoli del mare.
Lei sorride, come se ogni piatto fosse un segreto svelato, e io mi sento grato per questa meraviglia semplice e intensa, che sa di autenticità e di cura.
«Abbiamo pensato a ogni dettaglio per semplificare il gusto e renderlo indimenticabile. Come queste alici: le abbiamo immaginate per essere perfette così, pronte da gustare.»
Ed ecco che arrivano delle cozze fumanti, adagiate in un piatto semplice che ne esalta la generosità. Sono enormi, carnose, saporite, e a ogni boccone raccontano un angolo di territorio: il lago di Paola, da cui provengono, è a pochi passi, e si sente tutto.
Maria me le descrive con orgoglio, con quella passione tenera e decisa che appartiene solo a chi ama profondamente quello che fa.
Poi mi racconta il loro segreto:
«Le mettiamo chiuse direttamente sulla piastra, senza niente. Devono aprirsi da sole, piano, con il calore. Così restano succose. Basta un attimo di troppo, e diventano asciutte. Noi le togliamo subito: devono restare vive, dentro».
Poi, mentre mi osserva assaporare una delle cozze, aggiunge con tono complice:
«Qui da noi, da buoni campani, non troverai mai il prezzemolo, ma sempre il basilico.»
Sorride, e nei suoi occhi brilla un orgoglio discreto, la fierezza di chi difende una scelta semplice ma identitaria. Un dettaglio, certo. Ma in cucina, come nella vita, sono i dettagli a fare la differenza.
Guardo Maria mentre parla e penso che, in fondo, queste cozze sono come lei: sincere, essenziali, piene di gusto e radicate nella propria terra.
Maria decide di aprire il Soave Staforte 2022, un vino che parla di eleganza, frutta matura e fiori bianchi.
Nel calice si presenta con un giallo dorato luminoso, attraversato da riflessi verdolini che raccontano la sua freschezza e giovinezza.
Avvicinando il naso, si apre un bouquet raffinato e avvolgente: fiori bianchi come sambuco e acacia, poi pesca gialla matura, pera, e una leggera nota agrumata che richiama il cedro.
Al palato è setoso, elegante, dalla struttura equilibrata. La sapidità e la mineralità, tipiche del terroir vulcanico, lo sostengono fino al finale lungo e persistente. Il sorso si fa pieno, ma mai pesante: ha quella grazia spontanea che solo i grandi bianchi sanno esprimere.
È un vino che racconta la sua terra e si fa messaggero di una raffinatezza discreta, che accompagna il pasto senza sovrastarlo, lasciando il palato appagato e curioso.
Lo accompagniamo a un piatto che profuma di casa, di mani che impastano con amore: gnocchetti di patate, fatti rigorosamente da loro. La consistenza è morbida, ma compatta al punto giusto, quella che trattiene il sugo senza disfarsi. Il condimento è un piccolo viaggio: melanzane fondenti, pinoli tostati, un tocco fresco di menta e ombrina saporita, appena scottata. Il tutto si fonde in un equilibrio inaspettato: ogni boccone è un piccolo mondo.
Guardo Maria, prendo fiato e le confesso con un sorriso:
— “Sai, io non prendo mai gli gnocchetti al ristorante. Penso sempre che non si leghino mai davvero al sugo, che restino ‘a parte’. Ma questi… questi sono speciali. Ogni gnocchetto è perfettamente amalgamato, ogni morso cambia: prima la dolcezza della melanzana, poi la freschezza della menta, la croccantezza del pinolo, la profondità dell’ombrina. È come se ogni forchettata raccontasse una storia diversa.”
Maria sorride, compiaciuta.
— “È perché sono fatti come si faceva una volta. Con pazienza. E il sugo non è un semplice condimento: è pensato per ogni ingrediente.”
E io, in quel momento, sento di assaporare qualcosa che va oltre il piatto. È un modo di raccontare il mare, l’orto, le mani, la cura.
E poi, a chiudere il cerchio dei primi, arriva il raviolo al nero di seppia, rigorosamente fatto da loro, elegante e profondo nel colore, ripieno di dentice, che si svela al taglio come un segreto. Il piatto è un piccolo quadro marino: ad accoglierlo, una base di datterino giallo, quasi una purea, morbida e luminosa. Non è solo un contrasto cromatico — quel giallo caldo contro il nero profondo — è un equilibrio di sapori, un abbraccio tra dolcezza e sapidità.
Il datterino non invade, ma avvolge. Esalta. Rende tutto più rotondo. Come se quel raviolo non potesse stare altrove, se non lì, in quel colore e in quel sapore. È una scelta delicata e decisa insieme, un dettaglio che fa la differenza. Una pennellata d’artista.
Chiudiamo con un trancio di salmone che è quasi un dono. La superficie croccante, la carne tenera, rosata, profumata di dolcezza e carattere. Maria, con il suo solito sorriso che anticipa sempre qualcosa di buono, mi racconta come nasce:
«Lo mariniamo nella birra e nel miele per ore, poi lo mettiamo in forno e infine lo ricopriamo con una granella croccante di pistacchi».
Il risultato è sorprendente: la sapidità del pesce si fonde con il dolce aromatico della marinatura, mentre i pistacchi regalano consistenza e un tocco deciso, quasi tostato.
Accanto, un contorno elegante e inaspettato: pak choi, il cavolo cinese, cotto quel tanto che basta per rimanere croccante e rilasciare il suo profumo erbaceo. Lo guardo, lo assaggio, e poi sorrido.
«Non l’avevo mai mangiato prima, sai?» confesso a Maria, che ride divertita. «Ma è davvero gustoso».
Lei annuisce, complice, come se sapesse da sempre che quel boccone avrebbe chiuso il cerchio con equilibrio e sorpresa.
E quando pensavo di aver concluso, Maria mi guarda con un sorriso furbo e mi chiede:
«Un dolce?».
Esito, cercando di resistere. Ma poi la guardo, e dico:
«Mi sembrerebbe scortese rifiutarlo».
Lei ride piano e risponde:
«Allora assaggerai qualcosa di lontano, ma che facciamo noi: è una Parlova, un dolce australiano. Fidati, è ottimo».
Mi porge un piccolo coltello:
«Ti servirà. Anche se è un dolce, puoi usarlo senza timore».
Arriva così la Pavlova, una piccola opera d’arte di meringa croccante fuori e tenera dentro, sormontata da panna montata fresca e frutti di bosco succosi. I colori accesi, il profumo dolce e leggermente acidulo: sembra estate in un boccone.
Affondo delicatamente la lama nel dolce, la meringa si spezza con un suono leggero, quasi un sussurro. Il primo assaggio è una carezza: la dolcezza della panna incontra la vivacità dei frutti, e la meringa si scioglie in bocca come neve tiepida.
Lo gusto tutto, senza fretta.
Non solo perché è buono, ma perché chiude questo viaggio sensoriale con eleganza e leggerezza.
Maria mi osserva da lontano, soddisfatta. E io penso che, a volte, l’ultimo boccone è quello che ricordi per sempre.
Mi alzo dalla sedia, l’aria sa di sale e notte. La sabbia fredda sotto i piedi, il suono ritmico delle onde poco distanti, e nel cuore ancora i sapori di una cena che non è stata solo cibo, ma incontro, narrazione, delicatezza.
Maria non è solo una padrona di casa, è una tessitrice di ricordi, una donna che sa dosare i tempi come in una sinfonia di profumi, consistenze e parole. Ogni piatto è stato un racconto, ogni gesto un invito a restare un po’ di più.
La saluto con un sorriso, portandomi via il calore delle sue mani, il suono delle sue risate e il sapore del mare inciso nel palato.
Mi volto un’ultima volta. La luce calda della cucina illumina il suo profilo mentre rassetta il bancone. E capisco che ci sono luoghi dove il tempo rallenta, dove il gusto diventa memoria.
E che quella sera, la spiaggia non era solo fuori. Era anche dentro di me.
Roberto Silvio De Pascale
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