Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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Terre di Marfisa. Nathalie Clerici e la scelta del cuore Arrow Right Top Bg

24 Aprile, 2026

Terre di Marfisa. Nathalie Clarici e la scelta del cuore

  Lei senza l’elmo el viso non nasconde:
Non fu veduta mai cosa più bella
Brunetta alquanto e grande di persona:
Turpin la vide, e ciò di lei ragiona
Ludovico Ariosto, Orlando Furioso A Farnese, tra tufo e memoria, una figlia trasforma l’amore in vino Farnese non è un posto che si sceglie per caso. Lo si raggiunge seguendo qualcosa. Un ricordo, una promessa fatta a se stessi o, più spesso, il filo sottile e tenace che lega le persone ai luoghi dove sono state felici prima di sapere di esserlo. È un paese costruito su una montagna di tufo, nella Tuscia laziale, dove i vulcani si sono spenti ventimila anni fa lasciando dietro di sé una terra minerale, densa, quasi mistica. Pochi abitanti, boschi incontaminati, una biodiversità intatta che parla sottovoce a chi sa ascoltare. Dal poggio di Terre di Marfisa, in località Le Sparne, si vede il lago di Bolsena. Una distesa di acque argentate. Tutto intorno un silenzio che non è vuoto ma pieno. Pieno di storia, di radici, di quella qualità dell’aria che ti fa sentire di respirare qualcosa di antico. È qui che Nathalie Clarici ha costruito qualcosa di vero e nel costruirlo, le è costato tutto. La guerriera e la nonna Il nome dell’azienda viene da Ariosto. Dalla guerriera saracena dell’Orlando Furioso, donna di straordinaria bellezza e forza, imbattibile in battaglia. La Marfisa che ha dato nome a questo posto non era una guerriera. Era una nonna. La nonna ha dato il nome all’azienda. Suo papà era appassionato dell’Orlando Furioso e scelse il nome della guerriera Marfisa. Quando Nathalie lo racconta, c’è qualcosa di tenero e divertito nel tono. Come se l’incongruenza, nonna mite contro guerriera epica, le piacesse. Come se capisse che in fondo non è poi così incongrua. Marfisa nasce a Farnese, nella Tuscia. Poi si trasferisce a Roma, dove incontra Nicola Clarici, l’uomo della sua vita. Cinque figli, quattordici nipoti. Nicola comprò un casale proprio a Farnese. Per tornare alle origini, per dare alla famiglia un posto dove ritrovarsi. Una chioccia guerriera, dice Nathalie con affetto. Perché per governare una famiglia di quella dimensione ci voleva polso fermo e molta forza. Un casale molto grande, bellissimo. Andavamo tutti a passare le vacanze: i cinque figli di mia nonna con i rispettivi e i quattordici nipoti. Non è che fossimo tutti li contemporaneamente, ma eravamo veramente tanti. Mio padre ha vissuto l’infanzia delle vacanze in questo posto. Era legato alle scorribande con suo cugino. Invece poi siamo arrivati noi, la seconda generazione, e ce la siamo proprio goduta. La natura. Le olimpiadi. Ricordi che rimangono nel cuore.” Sento in quelle parole qualcosa che riconosco. Quel sapore specifico dei luoghi dell’infanzia, che non è mai solo geografico. È sensoriale, affettivo, quasi fisico. Certi odori, certi suoni, certe qualità della luce che ti restano incisi dentro a una profondità a cui la memoria razionale non arriva. E quando quegli stessi luoghi scompaiono, quando vengono venduti, divisi, ceduti al tempo o agli eredi sbagliati, la ferita è diversa da ogni altra perdita. È come se ti portassero via un pezzo di quello che sei stati. Il casale perduto Quando i nonni morirono, Bruno, il papà di Nathalie, unico maschio tra le sorelle seppur il più giovane, tentò di raccogliere la famiglia attorno a un progetto comune. Trasformare il casale in qualcosa di condiviso, magari un agriturismo. Una utopia, come spesso sono le cose che dipendono dall’accordo di molti eredi. Il casale andò ad una delle sorelle e a Bruno rimase il dolore silenzioso di chi ha visto sparire qualcosa di irrecuperabile. Bruno era imprenditore edile. Un uomo d’altri tempi nel senso migliore: concreto, visionario a modo suo, capace di costruire, letteralmente. Ma l’edilizia romana aveva imboccato quel girone dantesco che tutti conoscono: si costruisce poco e sempre ad opera degli stessi. Fu così che Bruno diversificò: affitti temporanei, una casa di riposo, e poi, nel 2009, quella proposta di acquisto che cambiò tutto. Nel 2009 misero in vendita questo podere di 23 ettari esattamente confinanti con quello di famiglia. Dal poggio si vede la vecchia casa dei miei nonni. Mio padre decise di comprarlo. Io lavoravo ancora in TIM. Ventitré ettari. Confinanti con il casale di famiglia. Dal poggio si vede ancora la vecchia casa dei nonni. C’è qualcosa di struggente in questa geografia. Il nuovo progetto che nasce esattamente accanto a ciò che è andato perduto, come un organismo che ricresce intorno alla ferita. Bruno non stava solo comprando terra. Stava cercando di riportare a casa qualcosa che gli era stato tolto. La figlia di Bruno Nathalie aveva trentanove anni quando suo padre le propose di seguire il progetto. Lavorava in TIM da dieci. Era entrata nel 1998, quando l’azienda aveva tre anni di vita e l’entusiasmo di chi stava inventando il futuro. Pianificazione strategica. Un ambiente giovane, brillante, fatto di possibilità. Laureata in Economia e Commercio, master in gestione d’impresa, due figlie piccole. La TIM non le consentiva più il part-time dopo le bambine. Suo padre le proponeva una nuova avventura. La matematica era semplice. Il motivo per cui ho fatto questo salto, alla fine, è mio padre. L’affetto e la fiducia immensa che avevo nei suoi confronti e quindi l’idea di condividere questo progetto con lui. Ho creduto talmente tanto in lui che per me era scontato andare avanti insieme e credere in quello che voleva fare. Mentre Nathalie parla di suo padre, qualcosa cambia nella sua voce. Una qualità diversa. Non è solo amore filiale. È ammirazione. La stessa che si prova per qualcuno che ti ha mostrato come si sta al mondo. Bruno non c’è più. Lo capisco da come lei ne parla, con quel presente che ogni tanto scivola in passato, con quella luce negli occhi che è insieme felicità e assenza. Non chiedo. Certe cose non si chiedono. Costruire da zero Ventitré ettari tutti coltivati, ma con tante potenzialità ancora inesplorate. Ci sono i finanziamenti per gli agricoltori under quaranta. Nathalie è a trentanove anni, il tempo è esatto. Si piantano cinque ettari di olivo con millequattrocento piante, sei ettari di vigna. Si costruisce la parte edile sfruttando tutta la cubatura disponibile. Nel 2015 nasce la cantina. Nel 2018 quello che doveva essere un frantoio diventa una SPA. I clienti sono certamente più contenti di avere una SPA che un frantoio. Lo dice con un sorriso pragmatico che mi piace molto. Non c’è rimpianto. C’è la saggezza di chi ha capito che un progetto agricolo non si può costruire in laboratorio. Va lasciato crescere, va ascoltato, va lasciato cambiare forma man mano che la realtà ti parla. Intorno ci sconsigliavano tutti di fare vino. Qui è zona vocata per l’olio, dicevano. Ma le aziende toscane che arrivarono per lo scasso del terreno rimasero affascinate da quella terra.Ci dicevano: questa terra è bellissima, ce la vogliamo portare via. Il territorio vulcanico della Tuscia. Il Vulsino, il Vicano, il Cimino. Tre complessi attivi fino a ventimila anni fa che hanno lasciato nei suoli una concentrazione minerale che pochi territori al mondo possono vantare. Terreni profondi, ricchi, con una capacità di trattenere e trasformare che sorprende ancora chi ci lavora. Il caso e il destino: i vini La scelta dei vitigni è la parte che mi fa capire come a volte le cose migliori nascano dall’assenza di un piano rigido. Accanto al Sangiovese e al Vermentino, più o meno tipici di queste zone di confine con la Maremma Toscana, Terre di Marfisa propone qualcosa di inaspettato: Incrocio Manzoni, Syrah, Petit Verdot. Cercavamo nei rossi qualcosa che facesse da spalla al Sangiovese e l’enologo che ci seguiva propose il Petit Verdot. Ci siamo comprati una bottiglia e abbiamo provato. Questo dettaglio mi colpisce sempre, nelle storie dei produttori. La bottiglia comprata al supermercato o all’enoteca per decidere se piantare un vitigno. C’è qualcosa di meravigliosamente artigianale in questo metodo. Nessuna analisi di mercato, nessuna proiezione economica. Solo un palato, un bicchiere, una conversazione. L’Incrocio Manzoni, nato dall’incrocio tra Riesling Renano e Pinot Bianco, vitigno che nel Nord-Est italiano produce vini eleganti e floreali, qui, su questi terreni vulcanici, si trasforma completamente. Nathalie lo racconta con l’entusiasmo di chi ha assistito a qualcosa di inaspettato. L’Incrocio Manzoni sui nostri territori ha un risultato completamente diverso da quello che ha nel Nord Italia. Quando lo assaggiavamo in vasca non usciva niente, ma poi lo mettevo in bocca e c’era un’esplosione, un’intensità, una pienezza pazzesca.” Ne nasce Zamathi Iris, il bianco blend che mescola Vermentino e Incrocio Manzoni. Un vino che non è né nordico né mediterraneo, che non appartiene a nessuna tradizione riconoscibile, e proprio per questo racconta un luogo con una precisione assoluta. Il tufo sotto, il sole sopra, la mineralità che sale come un respiro. Poi c’è Zamathi, Vermentino in purezza, il vino che Nathalie sente più suo. Il Vermentino è il vino che mi rappresenta. È il vino per cui mi conoscono. Zamathi Zamathi. Mi chiedo l’origine del nome mentre lei parla. C’è qualcosa di antico in quella parola. Potrebbe essere etrusco, potrebbe essere un nome della Tuscia pre-romana. Non glielo chiedo in questo momento. Alcune cose è bello lasciarle nell’alone del mistero. Zamathi 2022 Vermentino IGP Lazio Il nome viene da lontano, dall’etrusco, oro. Già questo dice qualcosa sul carattere di chi l’ha scelto. Porta in sé la memoria geologica del suolo, quella mineralità antica che il tufo cede lentamente, con una certa ritrosia, come chi non regala nulla ma, quando dà, dà tutto. Nel bicchiere si presenta con un giallo paglierino luminoso, diretto, senza reticenze. Al naso apre con pompelmo e mela verde, poi si distende verso qualcosa di più morbido e solare come mango, camomilla. Un eco quasi di miele, albicocca, un filo di agrumi maturi. C’è un accenno vegetale, leggero, che non disturba ma alleggerisce il quadro, gli dà respiro, lo salva da qualsiasi rischio di compiacimento dolciastro. In bocca la sapida dolcezza non è del tipo che ti aspetti da un Vermentino. Qui è minerale non salmastra. Non ti aspetti la grassezza o larghezza generosa che si stende lenta. La verticalità ne risente un poco, è vero.  Zamathi non è un vino che scende dritto come una lama. Preferisce aprirsi orizzontalmente, occupare lo spazio con una certa sicurezza. Il finale è il momento migliore per via di una arancia amara, precisa e lunga, che pulisce e invita. Fresco, sapido, con albicocca e agrumi che tornano a fare capolino come in un ritornello che si aveva voglia di risentire. Un bianco che sa dove abita. In quella casa tufacea, vulcanica, lambita dal vento del mare che si rispecchia in ogni sorso. Tesham IGT Lazio. Sangiovese in purezza Tesham in etrusco: curare. Forse una dichiarazione d’intenti. Il vino come gesto di cura verso la terra, verso la vite, verso chi lo riceve nel bicchiere. Il Sangiovese qui non ha nostalgie toscane. Nasce su suoli tufacei e vulcanici, a 380 metri, dove il vento dal Tirreno arriva ancora con il sale addosso e dove la roccia detta al frutto una mineralità senza mediazioni. Non c’è dolcezza compiacente in questo vino ma quel carattere mostrato già dal quel colore rosso rubino profondo che sembra custodire qualcosa. Al naso si apre con una franchezza disarmante: frutti rossi maturi (ciliegia, melograno, piccoli frutti selvatici) e poi una vena speziata sottile che non sopraffa, accompagnata da un accenno di viola quasi terrestre, come fiori raccolti dopo la pioggia. Il legno, usato con misura su una parte della massa, non lascia firme invadenti. Solo un’ombra morbida, appena abbozzata. In bocca il Tesham ha nerbo e al tempo stesso bevibilità sorprendente. Quella che si ottiene solo quando acidità e tannini trovano il punto d’equilibrio giusto senza che nessuno abbia forzato nulla. La chiusura, lunga e pulita, riporta alla terra da cui tutto è partito: minerale, persistente, onesta. Un vino che cura non nel senso di lenire, ma del prendersi cura. Di chi lo beve come del luogo che lo ha generato e della storia che porta in sé. E poi La Cava, il rosso blend di Syrah e Petit Verdot, nato anch’esso per caso : due vasche vicine, un taglio fatto quasi per gioco, la scoperta improvvisa di qualcosa di straordinario. Syrah e Petit Verdot è nato a caso. Facevamo la vinificazione sempre separata e nella vasca accanto al Petit Verdot c’era quella del Syrah. Abbiamo fatto il taglio nei bicchieri e ci è piaciuto subitissimo. È venuto un blend 50 e 50. La pietra che diventa vino Nella storia di certi luoghi accade che la memoria geologica smette di essere archeologia e torna a essere vita. Questo è, in fondo, il miracolo silenzioso che compie LaCava il cui nome è quello di una vecchia cava di tufo, con il suo microclima sospeso tra roccia e aria, che diventa origine, rifugio, destino di due vitigni internazionali adottati dalla Tuscia come figli propri. Syrah e Petit Verdot, in parti uguali, crescono su un suolo vulcanico che non dimentica niente. Che porta in sé le tracce di eruzioni remote, di un fuoco spento da millenni ma non del tutto. Cè qualcosa in LaCava che non si risolve mai del tutto in eleganza, ma resta lì, sordo e vivo, come un basso continuo sotto una melodia. Il colore è un rosso rubino profondo, quasi materico, con riflessi granato che virano verso il viola nelle zone di luce. Non un colore decorativo. Un colore che pesa, che denuncia la concentrazione prima ancora che il naso la confermi. Il naso, appunto. Ci vuole un attimo di pazienza, come con le persone che non si svelano subito perché arrivino i frutti di bosco, la ciliegia nera matura, la mora. Non dolciastri, non confetturati, ma pieni, precisi come note battute forti su uno strumento accordato bene. Seguono vaniglia e tabacco: presenze delicate, residui di un passaggio in barrique di rovere francese che non soverchia il frutto ma lo incornicia. A chiudere il cerchio, le note speziate e balsamiche, quasi mentolate, e quel fondo minerale che ricorda la pietra bagnata, il tufo scavato, la terra dopo la pioggia d’autunno. Il sorso è pieno, costruito, con una struttura tannica che si fa sentire ma non aggredisce. I tannini accarezzano più che mordere. Lasciano la bocca pulita e vogliosa di tornare. La chiusura è lunga, persistente, con quella eco speziato e minerale che resta come il ricordo di una conversazione importante: non ti abbandona subito, ti accompagna ancora per qualche minuto dopo l’ultimo sorso. È un vino che ha senso berlo con un piatto generoso così come la sera, quando il silenzio della Tuscia diventa audibile e ci si ritrova a pensare a quanto la terra, se la ascolti davvero, abbia ancora molto da raccontare. Sette vini in tutto. Nessuno programmato a tavolino. Tutti nati dall’ascolto del territorio e del cuore.   La guardia e il sogno Oggi Terre di Marfisa produce ventimila bottiglie all’anno, in biologico. Sette ettari di vigna potrebbero produrne molte di più, ma non è quello il punto. Il sessanta per cento dei visitatori dell’agriturismo arriva ora dall’estero. Erano il quindici per cento fino a qualche anno fa. I vini trovano strada sui mercati internazionali. Quando leggo delle recensioni, mi commuovo perché vedo che sono riuscita a trasmettere esattamente lo stato d’animo. Vorrei che le persone che vengono qua vivessero questo posto con il piacere con cui io vivevo la Farnese di quando ero piccola. Suo marito è venuto ad aiutarla qui. Le figlie crescono. Bruno non c’è più. Ciò che conta però è che dal poggio si vede ancora la vecchia casa dei nonni. Vorrei che papà la vedesse completamente attiva e con il tasso di occupazione delle camere all’80, 90%, con i vini sui mercati esteri. Lo sviluppo di quello che sto portando avanti. C’è qualcosa di antico in questo desiderio. La figlia che costruisce per il padre che non c’è più, che trasforma il lutto in progetto, l’assenza in presenza. Bruno guarda ancora dal poggio, ne sono certo. Guarda la terra che aveva scelto, la vigna che aveva piantato, la figlia che aveva scelto lui. Penso a Marfisa. Quella vera, la guerriera di Ariosto. E alla nonna che porta il suo nome. Penso a come certi nomi scelgano le persone, non il contrario. Nathalie Clarici non è una guerriera nel senso epico. Ma ha la stessa qualità di chi non si piega, di chi continua, di chi trasforma la perdita in radice. Ci sono vini che assaggi e senti qualcosa di più del vino. Senti un territorio, una storia, una persona che ha deciso di restare. Zamathi è uno di questi. Terre di Marfisa è uno di questi posti.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Lambrusco in Fabula. Conversazioni con Enrico Zucchi Arrow Right Top Bg

22 Aprile, 2026

Lambrusco in Fabula. Conversazioni con Enrico Zucchi

  Mi trovo spesso a parlare con le persone e c’è un momento, in ogni conversazione che ti chiedi se ne vale davvero la pena. Intendo di investire del tempo in quella che è una relazione. Può dipendere dall’argomento, dall’interlocutore o interlocutrice, da ciò che ti passa per la mente. Financo dal tempo. Avete mai riflettuto sul fatto che in estate, sotto l’ombrellone, in costume, siamo più propensi a parlare con le persone? Comunque, c’è un momento durante le conversazioni che capisci se ne stia davvero valendo la pena. In quel momento, nel mio caso, ci si dimentica di stare facendo un’intervista. Si parla, ci si scalda e le parole smettono di essere risposte e diventano rivelazioni. Con Enrico Zucchi è successo quasi subito. Ricercatore di letteratura italiana all’Università di Padova, veronese di nascita, pendolare da dieci anni tra la città del Santo e quella di Giulietta e Romeo. Enrico ha un curriculum che potrebbe sembrare lontano anni luce dal mondo del vino: dottorato sulla letteratura teatrale tra Cinque e Settecento, seminari di gastroletteratura, laboratori di tecniche narrative per studenti di Scienze e Culture della Gastronomia. Eppure, è proprio da questo bordo apparentemente periferico che arriva uno dei libri più originali e necessari che il mondo del vino italiano abbia prodotto negli ultimi anni: Lambrusco in fabula. Lo incontro in una di quelle conversazioni che solo apparentemente sembrano casuali. Non lo è. Ivan, mi dico spesso, i libri si capiscono solo dopo aver capito chi li ha scritti. L’accademia, il vino, e il coraggio di stare ai margini Enrico appartiene a quella categoria rara di intellettuali che l’accademia non è riuscita ad addomesticare del tutto. Entrato nei ranghi universitari attraverso bandi europei Avevo scritto e pubblicato tantissimo, ma non avevo le spalle coperte si è ritrovato a insegnare in corsi considerati meno prestigiosi dai colleghi di ruolo. Letteratura italiana nel corso di Turismo Culturale. Tecniche narrative per la scrittura gastronomica per gli studenti di Agraria. Mi sono trovato ai margini e ho cercato di fare tesoro di questo, provando a dare agli studenti qualcosa di più utile. Qualcosa che li portasse a continuare a leggere, a utilizzare la letteratura anche nel loro lavoro. È una frase che mi rimane addosso. Scritta come un tatuaggio. Quante volte il margine è, paradossalmente, il posto più fertile? Beppe Fenoglio lo sapeva bene e anche Enrico lo cita ricordando quando dalle Langhe che la gente chiamava malora tirava fuori romanzi immortali. L’eccellenza vera spesso nasce dove non te la aspetti. Da quella posizione di confine, Enrico ha costruito qualcosa di straordinario: i Seminari di Gastrolеtteratura, incontri annuali in cui scrittori del mondo del vino e del cibo si confrontano con la letteratura in senso pieno. Oltre che le summer school che uniscono turismo, territorio e racconto del vino. Un lavoro paziente, di cucitura tra mondi che si ignoravano. Il problema dei vecchi tromboni e della cultura tecnica come unico orizzonte Quando il discorso scivola sul presente, Enrico diventa più tagliente. C’è qualcosa che lo irrita, e lo dice senza diplomazia inutile. Quello che mi pesa di più è un’attenzione estrema all’aspetto tecnico in cantina, in degustazione, nella didattica. Davanti ad un prodotto che non è semplicemente il risultato di tecniche agronomiche, ma è a tutti gli effetti un prodotto culturale. Gli faccio eco: lo so bene. Ho detto spesso che il vino è racconto prima ancora di essere bevanda. Stare insieme attorno ad una tavola con il vino a fare da comprimario. Non certo da attore protagonista. Ma la colpa non è certo del contadino, che del racconto non ha bisogno perché ce l’ha nel sangue, nel gesto, nel silenzio. La colpa è di un certo mondo della sommellerie, di giornalisti, di falsi esperti, di tutti coloro che si sono costruiti un’identità tutta tecnica, tutta punteggi così da finire per educare generazioni intere a pensare che il vino si capisca solo attraverso una scheda. Avete presente quei professoroni o quegli pseudo intellettuali che parlano solo con parole altisonanti? Quelli che poi considerano volgo le persone che non capiscono. Ecco, quelli sono tutto tranne che divulgatori. Sono personaggi che vogliono creare una barriera, un muro tra loro e il pubblico tanto per far vedere che sono forbiti. Peccato che ci siano tante persone che li considerano intelligenti. Otto docenti su dieci che ho avuto erano totalmente privi di capacità didattica. Molto bravi sulle loro cose, competentissimi. Ma non si è docenti semplicemente sapendo le cose. Esatto. Chi insegna è un divulgatore. Deve arrivare alle coscienze delle persone perché i concetti arrivino e attecchiscano. O Capitano! Mio capitano. Ricordate Robin William che recitava ai suoi ragazzi la poesia di Walt Whitman da sopra la sedia ne L’attimo fuggente? Ecco, un modo diverso per insegnare. Per entrare in empatia con chi avrebbe dovuto recepire il messaggio. E poi c’è la questione dei punteggi. Argomento che torna spesso nelle mie conversazioni e che non smette di farmi riflettere. I grandi numeri gonfiati, il 92, il 95, il 99. La gaussiana che dovrebbe distribuire qualità su una curva normale e invece si schiaccia verso l’alto fino all’assurdo. Poi vado alle degustazioni, metto il naso sopra un calice di un vino sulla cui etichetta c’è un 95 e non mi capacito. È come Google Maps. Se vedi un ristorante con meno di quattro stelle non ci vai. Tutto si è spostato verso l’alto, tutto è eccellente, e quando le persone cominciano ad avere una cultura anche solo leggermente diversa dallo standard, ti mandano a quel paese. Siamo d’accordo, profondamente. Il punteggio era uno strumento. Pochi, come Parker, lo usavano con autorità e per un pubblico ristretto. Oggi chiunque assegna voti l’inflazione ha svuotato lo strumento di senso. Il futuro, se c’è un futuro per questa forma di comunicazione enologica, è altrove. È nel racconto. Lambrusco in fabula: un libro che ridà dignità Il libro nasce da un’esigenza precisa: fare storia della letteratura attraverso il vino. Non fare storia del vino, attenzione. La distinzione è sottile ma fondamentale. Sono uno storico letterario e non mi interessa tanto la storia enologica del Lambrusco quanto quello che la letteratura ha detto di lui nel corso dei secoli. Perché attraverso quello che si scrive di un vino si può fare storia della cultura, della sensibilità, del gusto estetico di un’epoca. Lambrusco in fabula è esattamente questo: un viaggio nella letteratura italiana (e non solo) che usa il Lambrusco come filo conduttore per attraversare secoli di storia culturale. Da Virgilio ai tre premi Nobel della letteratura italiana, Carducci, Montale, Deledda, passando per la letteratura emiliana e basso mantovana, fino ai romanzi americani di italo-americani che rivendicano le proprie radici battezzando col nome di questo vino i loro libri. Ma c’è un passaggio del libro che mi affascina particolarmente: quello sull’epoca barocca. Quando la cultura ricercava raffinatezza e artificio, il Lambrusco, selvatico, aspro, indomito, veniva usato dai poeti come insulto. Darsi del lambrusco l’uno l’altro significava accusarsi di volgarità, di mancanza di stile. Poi arriva il Neoclassicismo, poi il Romanticismo e quella stessa selvatichezza diventa virtù: la pianta che cresce senza cure, che vince sopra ogni inciampo, che non si piega, diventa simbolo di una natura più forte della civiltà. Attraverso il Lambrusco riesco a fare squadre di letteratura Squadre suona come qualcosa di bellissimo. Quei tagli netti che dividono epoche e sensibilità.   La questione del pubblico e il vino come simbolo Il libro ha un problema dichiarato e Enrico lo riconosce con onestà: non sa esattamente a chi parla. Chi ama il vino cerca spesso libri più tecnici. Chi ama la letteratura non si aspetta di trovare il Lambrusco tra le pagine di un saggio letterario. Per adesso la presa maggiore l’ho avuta sui produttori. E sui giovani. E qui cita due esempi che, per me, hanno un peso particolare. Il primo è Elena Messori giovane produttrice modenese, tornata dagli studi a Londra per prendere le redini dell’azienda di famiglia che Enrico descrive come un’anima che ti fa capire come i giovani vogliano cimentarsi in un mondo complicatissimo. La coincidenza vuole che io abbia scritto recentemente di lei e di Cantina Messori e risentire il suo nome in questa conversazione mi dice qualcosa: che attorno al Lambrusco si sta costruendo, lentamente, una nuova narrazione. Una narrazione di ritorno, di dignità recuperata. Il secondo esempio sono le Langhe. Enrico racconta di una masterclass in cui ha parlato poco del vino e molto della storia del territorio. Di Beppe Fenoglio e delle Langhe, della malora perché lì si moriva di fatica e di miseria. Quando lo dici alla gente, restano sbigottiti. Perché nell’immaginario collettivo le Langhe sono i filari instagrammabili, la bellezza ordinata, il Barolo da novanta punti. Non il luogo da cui la gente scappava. È una lezione che vale per tutto il vino italiano. La storia non è sempre confortante, non è sempre patinata. Ma è vera. Ed è la verità anche quella scomoda che crea il racconto autentico. Ne ho parlato più volte nei miei articoli. In quello della famiglia Piazzo come di Parusso. Famiglie che hanno visto, toccato con mano, patito la malora. Resistendo. Credendo nel futuro e scommettendo sul Nebbiolo quando nelle Langhe, oltre la fame, c’era solo il Dolcetto. Il progetto futuro: una storia letteraria dei vini d’Italia Enrico non si ferma al Lambrusco. Ha già in cantiere il libro sul Prosecco, un vino la cui storia letteraria risale all’epoca romana e che, attraverso la letteratura rinascimentale, giustifica perfino l’ampliamento della DOC che oggi conosciamo. E poi, in prospettiva, un volume più corposo: una storia letteraria dei vini d’Italia, regione per regione, vitigno per vitigno. In cima alla lista c’è la Lacrima Cristi: un vino con una storia antichissima, piena di significati rituali e religiosi, di letteratura sacra intrecciata con quella profana. E poi i vini del sud, la Calabria con il suo Greco di Bianco, la Campania col Falerno che risale ai Romani. C’è poi un’ambizione che va oltre il saggio enologico I disciplinari di produzione sono spesso pieni di errori storici. Fonti non citate, affermazioni approssimative, storia fatta male. Se metti la storia dentro un documento così importante, dovresti farla fare a uno storico. È un punto che condivido senza riserve. Il marketing del vino italiano ha bisogno di basi solide, non di narrazioni improvvisate. E quelle basi, come dimostra Enrico, esistono, sono straordinariamente ricche, e aspettano solo di essere portate alla luce con rigore e passione. Lambrusco in fabula è disponibile in libreria. Leggetelo e non perché sia un libro sul vino, ma perché è un libro su come un popolo ha usato un calice per raccontare se stesso attraverso i secoli. È, in fondo, quello che facciamo tutti noi che scriviamo di vino: cercare in una bottiglia qualcosa che vada oltre la bottiglia.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Migrante a Via Margutta. Il vino che non alza la voce Arrow Right Top Bg

21 Aprile, 2026

Migrante a Via Margutta. Il vino che non alza la voce

  10 Aprile 2025, Via Margutta. Arte, vino e la forza di ciò che non alza la voce. Al centro della scena troviamo Trasparenze d’acqua di Brigitta Ciampi Karner, un percorso visivo profondamente immerso nel mondo marino. Le sue opere evocano la leggerezza e la profondità dell’acqua, restituendo allo spettatore una dimensione sospesa, quasi meditativa, dove il mare diventa metafora di interiorità e trasformazione. Accanto a questa dimensione fluida si colloca Arcadia di Antonella Proto, un progetto che si muove su un piano spirituale. Le sue creazioni raccontano una ricerca intima e sincera del divino, traducendo in immagini una tensione verso Dio che si fa racconto personale e universale allo stesso tempo. A fare da contrappunto, la rassegna collettiva Arte in Caos riunisce più artisti in un dialogo dinamico e aperto, dove stili e poetiche si mescolano dando vita a una pluralità di visioni. Il caos diventa così non disordine, ma energia creativa, spazio fertile per nuove interpretazioni. Tra i momenti più intensi spicca Freak di Amanda Rosi, un progetto che attraversa arti visive e sonore, unificate dal potente fil rouge del corpo, qui indagato come limite e prigione, ma anche come unico strumento di espressione e identità. L’opera di nudo fotografico dell’artista che utilizza il body horror per rappresentare la violenza subita dall’essere umano e dalla donna in particolare, impone Freak come un’esperienza che non lascia spazio all’indifferenza: lo sguardo è chiamato a confrontarsi con immagini che disturbano, ma proprio per questo necessarie. Amanda Rosi trasforma il corpo in un campo di tensione, dove vulnerabilità e resistenza convivono, e dove il dolore diventa linguaggio visivo capace di denunciare e al tempo stesso liberare. La sua ricerca è una dimensione sospesa tra inquietudine e consapevolezza, invitando lo spettatore a riconoscere nel corpo non solo una prigione, ma anche il primo, imprescindibile spazio di verità. L’esperienza si fa immersiva, quasi performativa, coinvolgendo lo spettatore in una riflessione profonda sulla condizione della donna.   A completare la serata, il contributo della Cantina Migrante, e non poteva esserci presenza più consonante con lo spirito di questa notte. Migrante nasce ad Olevano Romano, sui Monti Prenestini, da una storia che somiglia a molte altre storie italiane vere: Lorenzo Fanfarillo, un passato da autista di tir e sua moglie Luciana Milana decidono nei primi anni Duemila di tornare alla terra, a quella cultura contadina che le famiglie di entrambi non avevano mai davvero abbandonato. La vigna era già lì, nella memoria e nel sangue. Quello che mancava era soltanto il coraggio di affidarsi ad essa. A raccogliere questa eredità e portarla avanti con mani e testa nuove è oggi il figlio Michele: la terra affidata, come recita il titolo dell’articolo che Wine Tales Magazine ha dedicato a questa famiglia, è la terra di chi non la possiede per diritto ma per scelta, per responsabilità, per amore. I quattro ettari di vigneto in conduzione biologica, affacciati sui rilievi che guardano verso il borgo antico di Olevano, producono poche migliaia di bottiglie all’anno, tutte di Cesanese, l’unico vitigno autoctono a bacca rossa del Lazio, capace di una complessità che il mercato ha impiegato decenni a riconoscere. I due vini scelti per la serata raccontano questa storia da angolature diverse, eppure complementari. L’Equo è il rosato della casa. Un nome non casuale che rimanda agli Equi, l’antico popolo italico che abitò questi territori prima della romanizzazione, gente tenace e discreta, di cui la storia ha conservato poco ma la terra ricorda tutto. Un rosa scarico, profumi di pesca, albicocca, arancia e fiori bianchi che sembrano promettere leggerezza. Poi il sorso arriva e rivela qualcos’altro: il calore del Cesanese, una sapidità tagliente, agrumi fini e un finale che chiude su una punta di mandorlato. Come le opere di Brigitta Ciampi Karner, che attraverso la trasparenza dell’acqua custodiscono una profondità inaspettata, l’Equo inganna chi si ferma alla superficie. Quello che sembra lieve ed evanescente porta in sé una forza che non ci si aspetta. Come gli Equi, appunto. Il Consilium, Cesanese DOC Olevano Romano, affinato ventiquattro mesi in acciaio e dodici in bottiglia. Un vino che si prende il tempo di raccontarsi, come se stesse davvero deliberando, nel senso pieno del suo nome latino: consilium, consiglio, deliberazione. C’è qualcosa di senecano in questo vino, nel modo in cui non ha fretta di imporsi. Al naso, amarene e frutto intenso con una speziatura che non disturba ma accompagna; in bocca, un sorso morbido e potente eppure fresco, sapido, mai pesante. Un vino che avvolge senza aggredire. Pensando alla ricerca spirituale di Arcadia, a quella tensione silenziosa verso qualcosa di più grande, il Consilium sembra rispondere con la stessa grammatica: non urla, non dimostra, non cerca consenso. Si offre allo sguardo e all’ascolto di chi è disposto ad aspettare. Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare, avrebbe detto Seneca. Il Consilium sa dove sta andando. C’è infine un filo sottile, quasi impercettibile, che lega entrambi i vini di Migrante all’opera di Amanda Rosi. Nel body horror di Freak, il corpo è insieme prigione e unico spazio di verità. Nei vini di Olevano Romano, il Cesanese, vitigno difficile, scomodo, a lungo sottovalutato, è insieme limite e possibilità: è la pelle rugosa di un territorio aspro che, se vinificato con rigore e rispetto, rivela una bellezza che non ha bisogno di essere gridata. La forza che si nasconde sotto ciò che appare fragile o minore è il tema invisibile di questa serata intera. Questo vernissage si configura così come un crocevia di esperienze, dove acqua, spiritualità, caos e corporeità si incontrano in un dialogo continuo. Il vino, quello di Migrante in particolare. non è ornamento ma interlocutore. Un appuntamento che conferma Via Margutta e Area Contesa Arte come cuore pulsante dell’arte romana, capace ancora una volta di sorprendere e coinvolgere.       Ivan Vellucci                     Marco Sargentini  
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Marco Muscari Tomajoli. La scintilla e la brace Arrow Right Top Bg

17 Aprile, 2026

Marco Muscari Tomajoli. La scintilla e la brace

  Tarquinia è il luogo dove gli Etruschi seppellivano i loro re con anfore di vino, dove la terra conserva ancora il profumo del bosco che era. E dove un padre, tornato dalla Marina e da Parigi con la testa piena di vino, piantò due ettari di vigna come ultimo gesto di vita libera. Quella vigna è ancora lì. Adesso però la cura il figlio. Esiste una parola giapponese, shou sugi ban, che indica l’antica tecnica di bruciare il legno per preservarlo. La fiamma lo indurisce, lo protegge dagli agenti atmosferici, lo rende capace di durare secoli. Ciò che sembrerebbe distruggerlo, lo rende eterno. Pensavo a questo mentre Marco Muscari Tomajoli mi raccontava di suo padre. Di quella scintilla che brucia veloce, che consuma l’ossigeno intorno e poi si spegne. E del figlio, che di quella fiamma ha fatto brace. Brace che non ha fretta, che non illumina ma scalda, che dura. Il vino, se ci pensate bene, è sempre questa storia qui. È sempre la storia di una fiamma e di qualcuno che la porta avanti. Tarquinia è una di quelle città che il turismo di massa ha inspiegabilmente dimenticato. Forse perché è troppo vicina a Roma per sentirsi esotica, troppo lontana per essere comoda. Eppure lì, nella necropoli etrusca, ci sono affreschi del V secolo avanti Cristo dove la gente banchetta, danza, beve. Dove i morti vengono sepolti con tutto quello che amavano in vita. Il vino era tra queste cose. Lo era sempre stato. Ancora oggi si trovano reperti. Ancora oggi i tombaroli saccheggiano e portano via pezzi di vita (e di morte) perché qualcuno ama esporli nel proprio salotto. Su questa stessa terra, su un fazzoletto di quattro ettari che appartiene alla famiglia da prima della seconda guerra mondiale quando il bisnonno la acquistò dal comune che distribuiva terre ai reduci del primo conflitto, in enfiteusi, come si usava allora, Marco produce circa settemila bottiglie all’anno. Sette mila. Non mi trattengo dal ripeterglielo ad alta voce. Così che Marco sorride con quella pazienza leggermente rassegnata di chi ha già fatto i conti molte volte. È una dimensione complicata. Troppo piccola per essere grande, troppo grande per essere un passatempo. Una storia di mare e di terra Il padre di Marco, Sergio, era ufficiale della Marina Militare. Una vita intera. Prima imbarcato, poi a Roma, poi a Parigi per una missione interforze europea. Parigi, una città che notoriamente non è il posto peggiore del mondo per innamorarsi del vino. Al suo ritorno, nel 2007, con la pensione, come accade a quasi tutti gli uomini che si ritrovano improvvisamente liberi dopo decenni di disciplina, la ricerca di qualcosa di vivo a cui dedicarsi. Si piantò la sua vigna. Non su un terreno qualunque. Su un terreno di famiglia, quello che la madre di Marco aveva ereditato, quello dove c’era il casale di pietra, quello dove il nonno teneva i cavalli e gli animali. Un terreno che fino agli anni ‘20 era bosco fitto e che per tanti anni, dopo la morte del nonno nel 2000, era rimasto in quella specie di abbandono malinconico che prendono le cose quando non c’è più nessuno a guardarle. Quando abbiamo piantato nel 2007 era un terreno vergine dal punto di vista agricolo. Non c’erano mai state vigne. Dietro di noi, ancora oggi, uno dei pochi boschi intatti della zona. C’è qualcosa di potente nell’idea di piantare una vigna su un terreno vergine. Non è come subentrare a una tradizione. È cominciare. È dire: da qui, da questo punto, parte una storia nuova. Marco aveva vent’anni. Il ragazzo che tornava il fine settimana Mentre suo padre curava le prime barbatelle, Marco era a Perugia a studiare economia. Tornava il fine settimana, guardava i lavori di ristrutturazione del casale, seguiva la vigna con quella curiosità a distanza che si ha quando si è giovani e si ha ancora l’impressione che il tempo sia infinito. A ventitré anni, quasi per caso, Marco si iscrive ad un corso da sommelier. Proprio per caso o forse per capire di cosa stesse realmente parlando suo padre quando entusiasticamente raccontava di Montepulciano e Vermentino. Mi ha aperto una chiave. Ho iniziato a capire qualcosina. Qualcosina. Detto con quella modestia asciutta che è la firma delle persone che poi vanno lontano. La prima vendemmia ufficiale è del 2011. Anche se sul mercato ci sono arrivati solo nel 2014, dopo anni di sperimentazioni, di prove, di errori, di quel lavoro silenzioso che non fa notizia ma costruisce tutto.  Sempre nello stesso anno, Marco inizia a prendere le redini dell’azienda in modo sempre più diretto. Non perché qualcuno glielo avesse chiesto. Aveva capito che l’azienda aveva bisogno di qualcuno che ci mettesse mano con continuità, che il giocattolo, come lo chiamavano ancora, un po’ per scaramanzia, un po’ perché erano in due dimensioni troppo diverse, rischiava di costare tutto senza dare niente.  Soprattutto perché papà Sergio nel 2014 iniziata a stare male. Un destino. Quel destino che spezza le speranze, le ambizioni, i pensieri di chi ha speso una vita lavorando e vorrebbe godersi la libertà con le persone care.  Due anni dopo, Raffaele muore. La scintilla e la brace C’è un momento nell’intervista in cui Marco si ferma un secondo. Lo sento nella voce, in quella pausa microscopica prima di rispondere. Accade quando gli chiedo cosa avrebbe pensato suo padre di questi vini. Avevamo caratteri completamente diversi. C’era una stima e un rispetto profondissimo, però in questi anni di azienda, con visioni così diverse, è stato praticamente un litigio continuo. Lui era la scintilla che io non sarei mai potuto essere. Dopo la scintilla serve sempre qualcuno più posato che porta le cose avanti. Lui sicuramente avrebbe detto qualcosa, ma dopo un po’, secondo me, si sarebbe stufato. Avrebbe cercato un altro stimolo. Era proprio il suo carattere. Sono rimasto qualche secondo su questa immagine. Un padre che pianta una vigna come atto di libertà, come ultima avventura. Un figlio che la raccoglie e la trasforma in qualcosa di serio, di lento, di solido. Due modi di amare la stessa cosa. Il mondo del vino ha bisogno di entrambi, di scintille e di braci. Le scintille aprono strade, fanno nascere idee, rompono le abitudini. Le braci le percorrono. Il problema è che spesso parlano lingue diverse e si fanno del male, finché la storia non li mette nella giusta prospettiva. Quattro vini, una filosofia Quando Marco prende in mano l’azienda, fa una cosa che suo padre probabilmente non avrebbe approvato: abbandona l’idea dei blend. Niente più Montepulciano con un po’ di Barbera per il colore, niente più tagli per correggere o arrotondare. Monovitigno, sempre. Perché il monovitigno è come una fotografia senza filtri: non puoi nasconderti dietro ad altro. Amo molto i monovitigni. Personalmente è l’espressione pura del vitigno e del territorio. Esco ufficialmente sempre con linee monovarietali. Velca. Il Rosato Il Velca si presenta nel calice con un colore che non appartiene al vocabolario ordinario dei rosati: è ambrato, caldo, sospeso tra il buccia di cipolla e l’arancio che tramonta sul Tirreno. Un colore che ricorda, non per caso, gli affreschi della Tomba dell’Orco. Quegli stessi toni del crepuscolo da cui Guido Sileoni ha tratto l’etichetta, ritraendo Velia Spurinna, la fanciulla Velca, con la grazia immobile di chi appartiene già alla leggenda. Al naso è un vino che arriva con delicatezza, quasi con pudore. Eppure sa esattamente dove vuole andare. La pesca e l’albicocca si aprono per prime, morbide e solari, seguite da una traccia minerale che affiora come pietra bagnata dopo la pioggia. Poi la violetta, la rosa, il lampone selvatico. Note che non si sovrappongono, ma si avvicendano con l’ordine gentile di chi conosce il ritmo. La mela annurca, pastosa e granulosa, porta una concretezza quasi campagnola, subito temperata da scorza d’arancia e da pistilli di zafferano che lasciano presagire la sapidità. Salvia e mentuccia completano il bouquet con un velo di agrume fresco. È un insieme di fine complessità. Incantevole. Senza strafare. Come si conviene a chi ha classe vera. In bocca quella promessa di sapidità si realizza con piena convinzione. La pesca torna accesa ma sempre tenue, l’agrume si fa più diretto. Tra pesca e albicocca si instaura un dialogo alternato che tiene il palato in una curiosità piacevole. Persistente il giusto. Velca non precipita verticale. Sceglie un equilibrio laterale, disteso, che si amalgama senza fretta. Poi, quasi per sorpresa, il mandarino. Si nasconde per tutto il tempo dietro l’arancia per riapparire in fondo, come una firma discreta. Eleganza, appunto. Non dichiarata, ma vissuta. Montepulciano in purezza, vinificato in bianco con criomacerazione breve. Matura in acciaio sulle fecce fini, poi affina in bottiglia. Una tiratura limitata per un vino che sa di mare, di tufo e di storia millenaria. Àita 2022. Il canto che non puoi ignorare C’è un nome che gli Etruschi diedero alla divinità degli inferi: Àita. Barbuto, avvolto in una pelle di lupo, impetuoso e oscuro come le pareti dipinte della Tomba dell’Orco di Tarquinia. Ed è da quelle pareti, da quei pigmenti che hanno attraversato ventisei secoli senza perdere un grammo di intensità, che, sempre Guido Sileoni ha tratto l’etichetta di Àita. Non è un caso. Non lo è mai, con Marco Muscari Tomajoli. 533 bottiglie. L’annata 2022, la quarta di questo Montepulciano in purezza, esce in numeri che sembrano proteggere un segreto. Fermentazione spontanea, diciotto mesi in barrique di rovere francese di Tronçais, ventuno in bottiglia. Il tempo come scultore. Il colore è un abisso che non spaventa. Denso, scuro, impenetrabile, sinuoso come un liquido che conosce la propria forza e non ha bisogno di esibirla. È già tutto lì. Già nel bicchiere che si osserva contro luce. Quella densità che preannuncia qualcosa di irrevocabile. È tutto li. Al naso, Àita non lascia scampo. Non nel senso della prepotenza, ma nel senso del richiamo. Quel richiamo che Omero attribuiva alle Sirene e che non era una minaccia bensì una promessa. More, mirtilli, ribes neri: una frutta che non è dolcezza ma vitalità, freschezza quasi sorprendente per un vino di questa concentrazione. Poi il sottobosco bagnato, un balsamico che percorre il calice come aria dopo la pioggia. Il chiodo di garofano si fa insistente, il pepe lo accompagna e, sotto a tutto, una traccia ematica ricorda che il vino, in fondo, è sangue della terra. La ciliegia emerge poi con grazia, si intreccia all’arancia, alla prugna, si avvolge nelle spezie in un rincorrersi che alla fine approda, inevitabilmente, alla cioccolata fondente, al Mon Chéri, a qualcosa che è goloso senza essere volgare. Si rimane fermi davanti al bicchiere più a lungo del previsto. Non per incertezza, per resistenza. Perché quel canto è reale. Il sorso entra con tannini precisi, determinati. È il tipo di fermezza che non opprime, stabilisce le regole. Poi cedono e cedendo lasciano spazio a una freschezza che ridisegna la bocca. La ciliegia marasca prende possesso del palato con la sua lieve amarezza e quel tocco impercettibile che è la firma di Àita. Il dettaglio che separa l’eleganza dall’opulenza. Àita non è opulento. È dotato di quella eleganza che somiglia alla sicurezza con cui una scultura occupa lo spazio senza chiedere permesso. La persistenza è lunga, misurata, onorata. Il finale, con quell’amarognolo che arriva inatteso, che costringe a tornare al bicchiere, è il momento in cui si capisce davvero cosa significa fare vino in questo angolo di Etruria affacciato sul Tirreno. Un vero canto di sirena, un vero richiamo degli inferi. Proprio come il nome vuole. Àita è l’unica etichetta senza il nome sul fronte. Solo il disegno. Sono fatto così: rivoluzioni silenziose, piccole cose che magari qualcuno nota. Il Sangue del Santo Il nome di un vino è già un destino. Pantaleone, prima ancora di stapparlo, prima ancora che il vetro scuro lasci intravedere quella profondità color inchiostro, porta con sé il peso di una storia che affonda le radici nel martirio e nella misericordia. Il nome viene da un’antica chiesa che esisteva un tempo in questa zona, dove si conservavano le reliquie di San Pantaleone.  Un santo medico, venerato come patrono dei medici e appartenente al gruppo degli anàrgiri, coloro che offrivano cure gratuitamente, senza chiedere alcun compenso.  Senza argento, letteralmente. Un uomo che curava per vocazione, non per mestiere. Una sorta di ricompensa al terreno e al territorio che Marco si è sentito di dare. Petit Verdot in purezza. Un vitigno che in Bordeaux arriva sempre per ultimo, la riserva della riserva, il carattere che dà spessore agli altri senza mai prendere la scena. Qui invece è solo e quella solitudine lo trasforma. Nessun diserbo, nessun composto chimico, solo concime organico. Nel bicchiere, il Pantaleone si presenta con quella gravità che certi rossi sanno avere: un rubino cupo e fitto che già dice molto sulla sua concentrazione e sul suo potenziale di invecchiamento.  Al naso, è un vino che non si sbottona subito: bisogna aspettarlo, lasciarlo respirare, come si aspetta qualcuno che ha molto da dire ma non ha fretta di dirlo. Poi arrivano le more, le visciole, un soffio di violetta. In bocca è pieno, strutturato, con quella vivacità acida che ti riporta al bicchiere sorso dopo sorso.  I tannini ci sono, li senti, arrivano, avvolgono. La fermentazione malolattica, lo rende più rotondo e armonico. Senza riuscire a domarlo del tutto. Chiede un po’ di tempo. Non nel senso banale dell’abbinamento o della temperatura di servizio. Chiede tempo interiore. Il tipo di silenzio che si fa prima di una cosa importante. Alla fine del suo martirio, una voce dal cielo cambiò il nome di Pantaleone in Pantaleemone: colui che è misericordioso verso tutti.   Un vino misericordioso, allora. Uno di quelli che non ti giudica, che accoglie qualunque momento tu gli porti davanti. Una serata difficile, una cena silenziosa, un’ora rubata a te stesso davanti al camino. Lo bevi e senti che la terra di Tarquinia, quella stessa terra che gli Etruschi conoscevano meglio di chiunque altro, ha ancora qualcosa da insegnarti sulla pazienza e sulla bellezza.​​​​​​​​​​​​​​​​ Nethun. Il vino impara il nome del mare Nethun è la divinità etrusca delle acque, signore del mare prima che i Romani lo ribattezzassero Nettuno e i Greci Poseidone. Un nome che porta con sé millenni di vento salmastro, di civiltà sepolte e di onde che continuano, imperterrite, a fare il loro lavoro. Sull’etichetta, firmata, come per tutti i vini dell’azienda, dall’artista tarquiniese Guido Sileoni,  quattro pesciolini. Tre blu, uno rosso.  Marco è sicuramente il pesce rosso che nuota controcorrente, dimostrando che il sole splende anche in Lazio e che queste terre hanno tutto il potenziale di quelle più celebrate a nord.  Un manifesto in miniatura, silenzioso e ironico. Nel bicchiere il Nethun si presenta con una veste dorata dai riflessi verdolini, luminosa e consistente. Il naso è un paesaggio: ricordi intensi di salsedine e iodio aprono la strada, poi cenni di zafferano, toni tropicali gentili di mango e papaia, agrume di lime, erbe aromatiche, mandorla e un allungo finale di pietra focaia.  È il profilo di una costa che non ha ancora deciso se appartenere alla terra o al mare. Una indecisione che sa di grazia. Come quelle bambine che non sanno se farsi bagnare o meno dalle onde. In bocca la tensione è quella giusta: una dialettica avvincente tra morbidezza, freschezza e guizzo minerale. Un balletto ritmico che ricorda quello delle onde sul bagnasciuga. Mai identico, mai casuale. Il sorso è generoso e pieno, incalzante nella freschezza e nella sapidità minerale, con un finale lungo e ritorni aromatici.  Nethun sorprende già al primo sorso per la sua cristallina impronta varietale per poi continua a sorprendere con lo stesso ritmo con cui cambia la luce sul Tirreno nel corso di una giornata. Il mare, diceva qualcuno, non è mai lo stesso due volte. Il Nethun, nel suo piccolo, ha la stessa abitudine. Il prezzo della coerenza Sette mila bottiglie all’anno. Lo riformulo: Marco produce meno bottiglie di quante ne produca in un solo giorno qualsiasi grande cantina italiana. Eppure fa di tutto da solo, con due dipendenti fissi in vigna dal 2024. Prima ce n’era uno solo e lui era anche in vigna. Per tutto. Poi la sera a rispondere alle mail e la notte a controllare le fermentazioni. Una vita che non augura a nessuno, dice, e lo dice senza compiacimento, con quella franchezza di chi ci è davvero stato dentro. Ho molte difficoltà, perché la matematica è implacabile alla fine dell’anno. I guadagni sono pochi. Ma mi sono sempre battuto per concentrarmi su questo al cento per cento. Credo che non puoi fare una cosa bene se non gli dedichi tutto. C’è una domanda che il mondo del vino artigianale non riesce ancora a rispondere bene: è sostenibile tutto questo? Non parlo solo di sostenibilità ambientale. Marco lavora in biologico, pur senza certificazione. Scelta consapevole su cui tornerà quando le dimensioni lo permetteranno. Appunto, quella che preme è la sostenibilità umana. Di vita. Di quanto si può chiedere ad un essere umano in nome della qualità e della coerenza. Non ho una risposta. Marco forse nemmeno lui ce l’ha del tutto. Ma sa che la strada è quella giusta. Lo dice con quella calma ostinata di chi ha già deciso e non intende riaprire la questione. I primi riconoscimenti sono iniziati ad arrivare dal 2016. Uno dei più belli ancora oggi è arrivato proprio quell’anno. Per ironia della sorte, nello stesso anno in cui è morto mio padre. Aspettare C’è un tema che torna continuamente nella conversazione con Marco, come un filo che ricuce i pezzi di tutto il resto: l’attesa. Il vino va aspettato. Le barbatelle vanno aspettate. I clienti giusti vanno aspettati. I riconoscimenti vanno aspettati. La vigna nuova, un ettaro e mezzo impiantato due anni fa per portare la produzione a diecimila-dodicimila bottiglie massimo, va aspettata. In un mondo che premia la velocità come virtù cardinale, dove tutto viene valutato sulla base di quanto è stato scalato, di quanti follower ha, di quanto ha cresciuto anno su anno, Marco Muscari Tomajoli è un’anomalia tranquilla. Non ha fretta. Non perché non voglia crescere. Vuole crescere, eccome. Ma ha capito che la fretta produce cose che poi non reggono. Mi fisso. Sono una persona che si fissa. A lamentarmi sarò sempre. Però nel mondo del vino, le persone che hanno la capacità e la voglia di aspettare vanno bene. Il vino va aspettato, in qualche modo. Sua madre, insegnante di francese, è rimasta fuori dal progetto per sua stessa scelta. Fai tu, fai il tuo, gli ha detto nel momento più difficile, quello dopo la morte del padre, quello in cui Marco si è trovato ad andare in banca da solo a prendere un prestito personale con lei come garante. La cosa più bella che un genitore possa fare: non toglierti il peso. Aiutarti a portarlo. Penso alla terra di Tarquinia. Agli affreschi etruschi dove la gente banchetta con calici in mano, dove il vino era già allora un modo per stare insieme, per celebrare, per non dimenticare. Penso al bosco intatto alle spalle del casale, che nessuno ha mai tagliato. Penso a quel bisnonno reduce di guerra che compra due ettari in enfiteusi, non sapendo che novant’anni dopo il suo pronipote li trasformerà in vino. Penso alla scintilla e alla brace. A quanto siano diverse e quanto abbiano bisogno l’una dell’altra. Àita, la divinità etrusca sull’etichetta senza nome, custodisce l’aldilà. Ma custodisce anche la memoria. Quella memoria che in un bicchiere di vino diventa qualcosa di bevibile, di concreto, di vivo. È un progetto che sono felice di portare avanti. Immagino come un continuo, portare avanti una cosa che io da solo non sarei mai stato in grado di pensare. Già, Marco. Già.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Dom Caudron. Il Meunier che racconta la Champagne Arrow Right Top Bg

15 Aprile, 2026

Dom Caudron. Il Meunier che racconta la Champagne

  Conjuguer. Coniugare, mettere insieme, fare accordo di voci. La grammatica spesso è una metafora della vita. Difficilmente riusciamo a fare grandi cose da soli. Anzi, direi mai. L’unione fa la forza direbbero quelli bravi. Non qualcosa di banale e scontato ma una profonda verità della quale spesso ce ne si dimentica. Ad esempio quando si parla del vignaiolo, di colui che è l’artefice di grandi vini. Ho conosciuto rarissimi casi di one man band. In tutti gli altri, anche se ci si professava come unici artefici, in realtà è sempre stato un concerto. In Champagne, a Passy-Grigny, nella Vallée de la Marne, c’è una cooperativa che ha fatto di questa parola la propria filosofia da quasi cent’anni. Nel mondo del vino, alcune storie, assomigliano alle favole. Non perché siano false, ma perché hanno quella struttura archetipica che le rende universali. Un prete generoso e visionario, un villaggio di vignerons che sopravvivono vendendo uve agli altri, la tavola come luogo di rivelazione. L’idea. Conjuguons nos savoir-faire! Uniamo i nostri saperi.  Nel 1929, mentre il mondo stava per sprofondare nella Grande Depressione, l’Abbé Aimé Caudron riuniva ventitre vignaioli di Passy-Grigny intorno a un progetto cooperativo che avrebbe cambiato per sempre la loro storia.  Oggi quella storia la racconta, con la precisione di chi la porta nel sangue e la leggerezza di chi ama il proprio lavoro, Gersende Carquex, Export Manager di Dom Caudron, il marchio che porta il nome del prete epiculeo come una bandiera. Champagne Experience a Bologna è l’occasione per conoscere tanti produttori. Io rimango affascinato dal sorriso di Gersende. Quel tipo di sorriso che mette subito a proprio agio. Non è la cordialità di facciata di chi fa pubbliche relazioni. È qualcosa di più genuino, la disponibilità di chi è convinto di quello che fa e vuole che tu lo capisca davvero. Dom Caudron: un abate, una cooperativa, un gesto che diventa futuro Dom Caudron nasce nel 1929. Un abate del villaggio, Aimé Caudron, decise di aiutare i vignaioli. All’epoca vivevano vendendo solo uva. Lui li convinse a unirsi per produrre il loro Champagne. Non è un inizio epico, ed è proprio questo a renderlo potente. Un gesto concreto, mille franchi, un torchio, qualche strumento e, soprattutto un’idea: insieme si può fare qualcosa che da soli non esiste. Passy‑Grigny, Vallée de la Marne è un paese incastonato tra colline morbide, oggi abitato da circa novanta famiglie di vignaioli che condividono non solo un marchio, ma una visione. Dom Caudron nasce così: non come Maison da imporre, ma come voce collettiva. E forse è per questo che, ancora oggi, non ha bisogno di alzare il volume. Siamo una cooperativa, ma forse la parola cooperativa, in Italia, evoca qualcosa di generico, di anonimo. Noi siamo, il contrario. Ha ragione. Il problema con la parola “cooperativa” è che nel mondo del vino di qualità è spesso usata come sinonimo di produzione industriale, di livellamento verso il basso. Dom Caudron è esattamente l’antitesi di questo pregiudizio. Novanta famiglie di vignaioli, tutte radicate attorno a Passy-Grigny, più di 130 ettari sui versanti della Vallée de la Marne e un’ossessione condivisa: il Pinot Meunier. Il Meunier Bisogna fermarsi un momento su questo nome. Nella gerarchia non scritta dello Champagne, il Meunier è sempre stato il terzo incomodo. Il fratello minore di Chardonnay e Pinot Noir, il vitigno delle zone fredde e difficili, quello che matura prima ma viene considerato meno nobile, meno adatto all’invecchiamento, meno degno di stare in etichetta da solo. Per decenni, le grandi maison l’hanno usato come ingrediente anonimo negli assemblage senza mai metterci la firma sopra. Quando poi il mondo del vino iniziò a cercare autenticità, territorialità, identità precise invece di profili standardizzati, proprio il Meunier, fruttato, diretto, con quella fragranza che ti porta direttamente nella vigna, ha trovato la sua rivalsa. Dom Caudron questa rivalsa l’aveva anticipata. O meglio: non l’aveva mai abbandonata. Passy‑Grigny e il Pinot Meunier. È il territorio che decide lo stile Qui siamo nella Vallée de la Marne e il Meunier non è una scelta di marketing. È semplicemente il vitigno giusto. L’80% del vigneto di Dom Caudron è Pinot Meunier. Un dato che altrove sarebbe una nota tecnica, qui diventa identità. Suoli argillo‑calcarei, esposizioni differenti, nebbie mattutine, una freschezza naturale che permette al Meunier di esprimersi senza essere corretto. Gersende lo descrive come un vitigno empatico, capace di adattarsi e cambiare voce. Ci definiamo conjugueurs de Meunier. Specialisti del Meunier perché lo decliniamo in molti modi diversi. Puro, in legno, da vecchie vigne. Il nostro obiettivo è far assaggiare il Meunier in tutte le sue sfumature. Non un dogma, ma una grammatica. Una gamma costruita per mostrare come questo vitigno possa essere interpretato in modi completamente diversi. Dal più accessibile e immediato fino ai prodotti più complessi, con anni di sosta sui lieviti. Gersende prova una certa soddisfazione quando ne parla. È come aver scommesso su un underdog che invece emerge. Vinificazioni parcellari e precisione: la tecnica come atto di rispetto Dieci anni fa abbiamo fatto uno studio approfondito del sottosuolo e poi abbiamo investito in micro‑vinificazioni per parcella. La frase chiave arriva subito dopo. Così il nostro chef de cave, quando assembla, sa esattamente cosa sta cercando. Una tecnica che non è mai esibizione. Semmai un ascolto organizzato così che ogni parcella resta separata il più a lungo possibile, ogni vino arriva all’assemblaggio con una voce riconoscibile. Il risultato non è la complessità fine a sé stessa, ma la chiarezza. Noi vogliamo Champagne che si bevano. Che ti facciano venire voglia del secondo bicchiere. Sei champagne, tutti espressione di Passy-Grigny, tutti fondati sul Meunier come protagonista. C’è il brut come porta d’ingresso, la purezza zero dosage, il blanc de noirs in cui il Meunier si racconta senza mediazioni e poi la grande cuvée vintage, metà Meunier, metà Chardonnay che riposa dieci anni sui lieviti prima di essere messa in commercio. Dieci anni. In un’epoca in cui tutto deve essere veloce, immediato, consumabile, c’è qualcosa di quasi rivoluzionario in questo. Il vino deve aspettare. Abbiamo anche una riserva in cantina che ancora non abbiamo lanciato. Il goal non è lanciarla per lanciare.  È lanciarla quando sarà pronta. E non lo è ancora. Questa pazienza mi colpisce ogni volta che la incontro nei produttori che rispetto davvero. È la stessa cosa che mi diceva, qualche settimana fa, un vignaiolo abruzzese. Non è il mercato a dettare i tempi della vigna e della cantina, ma è la cantina, quando  pronta, a presentarsi al mercato. Un lusso che non tutti possono permettersi, certo. Ma è anche, spesso, la differenza tra chi fa vini grandi e chi fa vini semplicemente buoni.  Dom Caudron Extra Brut È il Meunier nella sua forma più pura e verticale Per me l’Extra Brut è il modo migliore per capire Dom Caudron. È la purezza del Meunier. È anche la mia perché amo sentire il vitigno nella sua espressione più pura.  Infatti arriva nel calice arriva immediato, senza preamboli. Al naso è scorza di limone, zest, pompelmo, poi una mandorla netta, asciutta, quasi severa. C’è qualcosa che ricorda il rame, la pietra viva, e una profondissima sensazione calcarea. In bocca il perlage è fine, delicato, mai aggressivo. L’agrume pulisce in modo quasi chirurgico, la sapidità accompagna senza allargarsi. E poi, sul finale, ritorna quella mandorla amara, precisa, identitaria. È un Meunier che non cerca compromessi. Un vino che non ti prende per mano: ti guarda, e basta. Dom Caudron Épicurienne Vecchie vigne e piacere: il lato più carnale del Meunier Épicurienne nasce da vigne di oltre cinquant’anni. È una cuvée più ampia, più generosa. Più da tavola. Il colore è luminoso, quasi ambrato. Il naso è un’esplosione controllata di grande pasticceria: brioche, marmellata di albicocche, poi agrumi maturi come arancia e mandarino. Poi un floreale che ripulisce e apre il bouquet. C’è gesso, frutta secca, profondità. In bocca il perlage è finissimo, ma la materia diventa voluttuosa. Gli 8 g/l di dosaggio non appesantiscono: danno corpo, stabilità. L’agrume non è più teso, ma largo, avvolgente. La bocca resta sorprendentemente pulita, come se il vino avesse una sua capacità di rimettere ordine. Il finale, lievemente mandorlato, evita qualsiasi stucchevolezza. Resta una sensazione quasi masticabile, carnale, come un’albicocca che si è fatta polpa. Dom Caudron Cornalyne Brut Il Meunier e il legno: equilibrio, profondità, dialogo Cornalyne è il Meunier che incontra il fût. Ma senza perdere se stesso. Qui il registro cambia, si arrotonda. Al naso emergono pere mature, fragoline di bosco, more, lamponi. Una nota floreale delicata, poi una vena gessosa che fa da spina dorsale. L’insieme ricorda una piccola pasticceria: crema, frutti rossi, una tartelletta elegante. La mandorla resta, ma più morbida, sfumata. In bocca il perlage è ancora finissimo, ma la struttura cresce. La frutta si espande, la mineralità allunga il sorso, la persistenza diventa più profonda. È uno Champagne gastronomico, ma mai pesante. Si beve con naturalezza, con una facilità che non rinuncia alla profondità. Il finale, lievemente mandorlato, aggiunge una nota di civetteria elegante. È uno Champagne che sta benissimo a tavola, ma soprattutto in compagnia. Vogliamo che i nostri champagne siano accessibili. Che si possa finire il bicchiere e volerne un altro. Che siano gastronomici senza essere pesanti. Per questo facciamo fermentazioni a basse temperature che magari perdono un po’ di velocità, ma  guadagnano in freschezza conservando quella leggerezza che per noi è identità. Freschezza come stile. Non come mancanza di struttura, ma come scelta precisa di campo. In un panorama champagnistico che negli ultimi anni ha abbracciato con entusiasmo i vini ossidativi, i lunghi affinamenti, i dosaggi azzerati che portano a Champagne bellissimi ma non sempre bevibili senza riflessione, la scelta di Dom Caudron di puntare sulla piacevolezza diretta è, paradossalmente, originale. Gersende parla dell’Italia con un affetto genuino.  Siamo distribuiti da Bolis, in Lombardia. Uno dei distributori più seri del Paese. L’Italia è uno dei nostri mercati più forti. Mi fa sempre piacere sentire, questo. Molti produttori stranieri arrivano in Italia non perché sia un mercato facile, ma perché la cultura del vino qui è profonda, gli intenditori sono esigenti, e quando un prodotto funziona, funziona davvero. Tra meno di un anno saremo centenari. Stiamo preparando qualcosa di speciale per questo anniversario. Una cuvée che è ancora sui lieviti, che uscirà per i cento anni.»  1929-2029. Quasi un secolo di storia cooperativa, quasi un secolo di Meunier coniugato in tutte le forme possibili. Non è poco. C’è una cosa che mi chiedo spesso, di fronte a storie come questa: quanto pesa l’origine cooperativa nell’identità di un marchio? Quanto è difficile, nel mondo contemporaneo del vino, dove il racconto del produttore-artigiano singolo ha conquistato ogni forma di comunicazione, raccontare la bellezza di qualcosa che nasce dalla somma di tante storie individuali? Dom Caudron ha trovato la risposta nell’idea stessa di “coniugare”, non l’omologazione, ma l’armonia delle differenze. L’Abbé Caudron, epicureo visionario, aveva capito che la tavola condivisa è più ricca della cena solitaria. Ogni bottiglia di Dom Caudron porta dentro di sé novanta famiglie, centinaia di appezzamenti, generazioni di sapere accumulato sulle colline della Vallée de la Marne. E Gersende Carquex, con la sua calma entusiasta, è la voce che porta tutto questo nel mondo.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Marco Parusso. Il vino assoluto Arrow Right Top Bg

10 Aprile, 2026

Marco Parusso. Il vino assoluto

  Le Langhe hanno un problema: sono troppo belle. Le colline scendono morbide una dentro l’altra, i vigneti sembrano disegnati con il righello, le strade bianche salgono verso cascine restaurate con pietre antiche e piscine a sfioro. Nei pomeriggi d’autunno la luce diventa dorata e i turisti si fermano a fotografare i filari come se fossero davanti a un monumento. È un paesaggio che sembra eterno. Ma non lo è. Se si vuole capire davvero cosa sono state le Langhe bisogna leggere Beppe Fenoglio nel suo romanzo La malora: non c’è nulla della dolcezza da cartolina che oggi associamo a queste colline. Ci sono fame, debiti, campi magri e famiglie contadine che sopravvivono a fatica. Malora. Per molto tempo le Langhe sono state una terra dura tanto dura che chi poteva, partiva. Eppure, è da quella stessa terra dura che poi è nato uno dei vini più celebrati del mondo come il Barolo. Un paradosso che attraversa tutta la storia delle Langhe. Quando il Barolo non valeva nulla Oggi il nome Barolo è sinonimo di prestigio. Le bottiglie finiscono nelle carte dei vini di New York, Tokyo, Copenhagen. Gli ettari di vigneto valgono cifre che pochi agricoltori di mezzo secolo fa avrebbero mai potuto immaginare. Non avrebbero neanche saputo contare i soldi che oggi sono necessari per acquistare un ettaro di vigna. Sempre che ve ne siano in vendita. Negli anni Settanta non era così. Il Barolo si vendeva spesso sfuso, in damigiana. Il mercato era incerto. Molti contadini preferivano piantare altro e se proprio si fosse voluto piantare uva, non sarebbe stato certamente Nebbiolo. Semmai Dolcetto. Almeno quello si vendeva. Se vendevo sei cartoni di Dolcetto era festa. Il Barolo lo regalavi. Molte vigne di Nebbiolo venivano affittate per pochissimo. Richiedevano troppo lavoro e davano risultati incerti. Il Nebbiolo non lo voleva nessuno. Era complicato, costoso, difficile da vendere. Le Langhe erano ancora una terra agricola povera, segnata dall’emigrazione. Molti partivano per Torino con il miraggio della Fiat o per la Francia. Chi decideva di rimanere aveva una vita difficile. Dura. Quando Marco Parusso racconta la sua infanzia, sembra di entrare in un’altra epoca. Un universo parallelo per chi è giovane oggi. Alle elementari portavamo la legna da casa per scaldare la classe. Non è una frase nostalgica. È una fotografia precisa. Pur sorridendo, credo ricordi ancora il freddo patito. Una volta che ce l’hai dentro, è come una stimmate. Tanto dura che non auguri a nessuno di patirla. È così però che ti fai le ossa, che capisci cosa voglia dire soffrire. Le borgate delle Langhe erano piccoli mondi autosufficienti: una chiesa, qualche casa, una manciata di famiglie. Ognuno aveva un po’ di terra, spesso meno di un ettaro, e con quella terra doveva vivere. Vivere. O sopravvivere. Esattamente così. Non c’erano altri lavori, altre strade da percorre. Con quella terra, magari qualche bestia, dovevi vivere e far vivere una o più famiglie. In quell’ettaro dovevi farci stare tutto. Vigna, orto, galline, magari una mucca. E con quello dovevi mandare avanti la famiglia. La logica contadina era semplice. Ma concreta. Essenziale e al contempo cruda. Reale Ci dicevano sempre una cosa: vendere il bello e mangiare il buono. È una frase che sembra uscita da una poesia di Cesare Pavese. In romanzi come La luna e i falò il paesaggio delle Langhe è già pieno di malinconia: le colline come luogo di ritorno, di memoria, di infanzia perduta. Così, per chi ci viveva non era nostalgia. Era lavoro e il vino faceva parte della dieta quotidiana. Non era un lusso, né un oggetto da degustazione. Era nutrimento. Un ragazzo che non voleva fare il contadino Marco non pensava di fare questo mestiere. Non era proprio nella sua idea di ragazzo. Perché avrebbe dovuto in un territorio così povero? Io non avrei mai fatto il contadino. Mio padre non aveva neanche il trattore. Il papà di Marco aveva iniziato a imbottigliare vino nei primi anni Settanta. Troppa fatica e un guadagno incerto. Non era cosa. Come molti ragazzi delle Langhe, Marco sceglie la scuola enologica di Alba. Per lui, quasi per caso. Non perché sogni di diventare vignaiolo, ma perché era una scuola pratica, concreta. O magari perché pensava si studiasse poco. Poi succede qualcosa che spesso accade nelle storie di vocazione: un incontro. Sono gli anni Ottanta. Le Langhe sono attraversate da una piccola rivoluzione culturale guidata da una generazione di giovani produttori: Domenico Clerico, Luciano Sandrone, Giorgio Rivetti, Enrico Scavino, Elio Altare. Molto tempo dopo qualcuno li chiamerà Barolo Boys. Domenico Clerico, poi Marco De Grazia, italoamericano dalla cultura borgognona, che capì per primo come i piccoli produttori potessero avere un futuro se si comportavano come i vignerons di Borgogna: nome proprio, parcella propria, identità propria. De Grazia ha fatto un lavoro pazzesco. Ha copiato il sistema borgognone per i piccoli produttori italiani e ci ha aperto un mondo. Poi è arrivato il gruppo, quello che il film Barolo Boys ha reso leggenda. Un documentario abbastanza romantico e non troppo lontano dalla verità. Marco era il più giovane, lo avevano tirato dentro, ma l’energia era quella giusta. Eravamo un po’ disperati. Ed è stato uno stimolo importante. Ci trascinavamo un po’ a vicenda. C’era questo spirito bello, di amicizia, dove tutti ci siamo dati a capofitto con questa sfida. Prima con noi stessi, poi tra di noi, poi con il mondo del vino.. È questa la cosa che distingue le rivoluzioni vere da quelle estetiche: l’aver messo il corpo dentro, non solo le idee. Non c’era nessuna idea di rivoluzione. un gruppo di amici che provava a fare qualcosa di diverso. Divertendosi Eravamo ragazzi curiosi. Ci trovavamo, assaggiavamo, parlavamo di vino. Marco ricorda una atmosfera di amicizia, di complicità, di risate. Domenico Clerico mi ha aperto un mondo. Loro avevano capito che per far crescere questo territorio dovevamo coinvolgere i giovani. Un momento di puro fermento. Si viaggia, si assaggiano vini stranieri, si scoprono territori fantastici come la Borgogna. Il fermento porta novità, scoperta, amicizia, gioia di vivere. Una luce di speranza nelle nebbie delle Langhe. Un po’ di sorrisi oltre la malora. Quando ho iniziato a bere vini veramente buoni mi si è accesa una lampadina. Ho capito che il vino poteva essere qualcosa di molto più grande. Nel 1986 Marco si diploma, parte militare, torna e comincia. L’azienda di suo padre non aveva neanche un trattore. Sua sorella Tiziana gli dice: dai, ti aiuto. Partono così, da poco o niente. I pensionati che lo aiutavano in vigna gli ridevano dietro, un ragazzo di vent’anni con le sue idee. Nel 1987, quando i bianchi in zona non li faceva nessuno, pianta dei vitigni a bacca bianca su una collina rotonda che chiama Rovella. È stato il vino che mi ha aperto il mio concetto di vino. Ho capito che il vino buono non ha colore. Quel ragazzo che non voleva fare il contadino si ritrova oggi insieme a sua sorella Tiziana a gestire una azienda con 23 ettari per la maggior parte coltivati a Nebbiolo. Non so se sia una sorta di contrappasso. Di certo è quello che il destino ha voluto per Marco e Tiziana e che loro non solo hanno accettato ma completamente interiorizzato. Dal 1990. l momento in cui il mondo guarda le Langhe Il vino ha una cosa in comune con il cinema o la letteratura: a volte basta un evento simbolico per cambiare una narrazione e nel 1993 accade qualcosa del genere. Il Barolo Cannubi Boschis 1990 di Luciano Sandrone riceve 100 punti da Robert Parker. È un momento quasi mitologico per il mondo del vino. Un episodio che è comunque l’apice di un momento di fermento di tanti giovani produttori che, insieme e divertendosi, cercano di far rinascere un territorio. Un territorio fino ad allora appartenuto solo alla malora e al massimo al Dolcetto che inizia ad essere riscoperto. Come se la nebbia del Dio Nebbiolo cominciasse un po’ a diradarsi. Improvvisamente le Langhe entrano nel radar internazionale. Barolo diventa una parola global e da quel momento il territorio inizia a trasformarsi rapidamente: turismo, investimenti, nuove cantine, nuove strade. Un territorio che per secoli aveva prodotto povertà diventa improvvisamente un luogo di desiderio. Con il rischio del paesaggio perfetto Un paesaggio costruito dagli uomini Se si guarda una collina delle Langhe dall’alto si capisce una cosa semplice. Questo paesaggio non è naturale. È un’opera collettiva costruita in secoli di lavoro umano. Filari, terrazzamenti, strade sterrate, cascine. Perfino la piccola cappella colorata tra i vigneti di La Morra, oggi una delle immagini più fotografate della zona, era stata costruita semplicemente come riparo per i contadini durante i temporali: la Cappella del Barolo. Oggi è un’icona artistica. È il destino delle Langhe: trasformare il lavoro quotidiano in paesaggio culturale. Oggi le Langhe sono patrimonio mondiale dell’UNESCO e l’intero paesaggio vitivinicolo è considerato un bene culturale. Ma sotto la superficie perfetta si intravede una domanda: cosa succede a una terra contadina quando diventa un luogo di culto per il turismo internazionale? Le vecchie cascine diventano resort. I vigneti diventano scenografia. E spesso il lavoro nei campi è affidato a lavoratori arrivati da altri paesi: Romania, Albania, Marocco. Il paradosso tipico dell’agricoltura contemporanea. Le terre diventano ricche proprio quando i contadini scompaiono.   Il vino come alimento In mezzo a questo cambiamento Marco continua a ripetere un’idea che suona quasi radicale. Il vino non è una bevanda. È un alimento. È una visione che appartiene alla civiltà contadina europea. Per secoli il vino è stato parte della dieta quotidiana. Pane, minestra, formaggio, vino. Non degustazione. Non collezionismo. Semplicemente vita quotidiana. In primavera le famiglie raccoglievano erbe spontanee nei campi, tarassaco, ortiche, borragine solo per trasformarle in zuppe o frittate. Il vino accompagnava questi piatti poveri. Era energia per il lavoro. Il vino nasce per stare a tavola. Non per essere bevuto da solo. Oggi il vino è diventato un prodotto edonistico. Ma il suo ruolo originario era nutrizionale. Il vino assoluto Marco continua a ripetere vino assoluto. Non è un concetto tecnico. È quasi una filosofia. Qualcosa che è nella cultura di chi fa vino con il cuore e con l’anima. Un elemento primordiale. Un nutrimento essenziale. Tutto parte dal grappolo. Dal frutto, custode del patrimonio nutritivo. Un alveo di elementi che raggiungono il culmine della loro irripetibile espressione con la grande maturazione ovvero il riposo in cantina dopo la raccolta. Una sorta di riposo del guerriero, di scura tranquillità necessaria perché avvenga il vero miracolo. Poi continua a rimanere intero quel grappolo. Lo fa fino alla fine. Portandosi dietro i raspi nel freddo. Perché i profumi emergano. Perché ogni singolo precursore dia il proprio impagabile contributo. Il riposo, quello vero, avviene nelle barrique di legno nuovo. Li e solo li, sollecitandolo ogni tanto, avviene la magia. Il vino buono non ha colore. Bianco o rosso non importa. Quando un vino è davvero grande appartiene a una categoria minuscola. Per questo ama sperimentare. Tecniche da rosso sui bianchi. Leggerezza dei bianchi nei rossi. Come una necessità di sfuggire alle categorie, di non essere catalogato. È una ricerca che ricorda quella di certi artisti contemporanei: togliere, semplificare, ridurre fino all’essenziale. Quando un vino è veramente buono appartiene a una piramide molto piccola. Per questo ama sperimentare. Nei bianchi cerco la profondità dei rossi. Nei rossi cerco la leggerezza dei bianchi. Ride mentre lo dice. Se chiudi gli occhi il mio Barolo sembra quasi un bianco. Il mio bianco in bocca sembra un rosso. È una ricerca che non ha una conclusione precisa. Il vino assoluto in teoria esiste. In pratica forse non si farà mai. Sembra la ricerca della pietra filosofale, del Sacro Graal della immortalità. Ricercate per ogni dove ma mai trovate così da lasciarle nell’immaginario, nei romanzi, nei film. Per Marco è qualcosa di assoluto ma che lo porta sempre a ricercare qualcosa, qualche elemento che lo possa far avvicinare a quel vino. Una sorta di guardare lontano per arrivare lontano. Non necessariamente con se. Sicuramente con il pensiero, l’anima. Ho assaggiato i vini di Marco durante un evento di Cuzziol Grandivini a Roma. La sensazione è stata di qualcosa di diverso, insolito eppure straordinario. Si le Langhe. Si il Nebbiolo. Ma c’era qualcosa di diverso nei suoi vini. Ecco perché gli ho chiesto di poter avere qualcosa sul quale meditare un attimo. Capire se quell’assoluto avesse un senso diverso. Tre vini dunque dei quali parlare. Il primo è il Rovella 2022. Un Sauvignon Blanc, vitigno che nelle Langhe, forse complice la vicina Francia, ha trovato spazio nel tempo per conquistare anche il settore dei bianchi. In realtà si è conquistato un posto di tutto rispetto sfruttando, ovvero arricchendosi, di un terroir che è palcoscenico incredibile. Sarebbe come portare alla Scala di Milano il Cyrano de Bergerac. Cosa avvenuta realmente nel 2008 con Placido Domingo a fare da protagonista. Il Rovella affina a contatto con i lieviti in piccoli contenitori. Piano piano. Senza fretta. Il tempo che serve. Una profondità che si concede Rovella è il nome della cascina acquistata nel 1925 in località Bussia, dove oggi sorge la cantina di famiglia. Un nome che porta con sé il tempo, la terra, il senso di permanenza che solo certi luoghi sanno custodire. Allora il nome doveva custodire qualcosa di inaspettato, qualcosa che rompesse la linearità di una storia costruita sul Nebbiolo: non poteva che essere un Sauvignon Blanc nato nel cuore delle Langhe.
Una anomalia forse per le Langhe ma con una sua logica profonda. Quella stessa logica che spinge l’uomo a cercare la bellezza nei contrasti, a trovare il proprio tono di voce nei silenzi tra le parole più attese.
Il Rovella Sauvignon 2022 è esattamente questo: un contrasto che si fa armonia. Nel calice si distende un giallo paglierino brillante, quasi voglioso di spingersi verso il dorato, come una luce di tardo pomeriggio che indugia sulle colline prima di lasciarle all’ombra. C’è qualcosa di luminoso e fermo insieme, una promessa che il vino mantiene sin dalla prima occhiata.
Al naso, la profondità non si lascia desumere, si rivela. Arriva la pesca bianca, morbida e nitida, poi un cenno di frutti tropicali che non gridano ma sussurrano, come visioni che si intravedono tra le fessure di una persiana socchiusa. Fiori appena accennati, pera gialla, una delicatezza che non rinuncia alla sostanza. E sotto tutto questo, una morbidezza minerale: non la durezza della pietra, ma la sua essenza distillata, quella vibrazione silenziosa che certe rocce emettono al sole.
In bocca, il vino si apre come si apre un discorso tra persone che si conoscono bene. Appena si avverte che è un Sauvignon, quella freschezza di pera agrumata, un velo di limone così sottile da sembrare un’allusione, subito il vino cambia passo e si fa largo. C’è la frutta tropicale che si espande, che non si accontenta di restare in un angolo. Poi una sapidità che la sostiene e la rilancia, come un’onda che invece di ritirarsi continua a scorrere verso riva. La bocca rimane in uno stato di meraviglia, perché il bilanciamento è quello dei vini che non cercano di stupire con l’eccesso ma con la precisione.
E poi il finale. Quasi amarognolo. Quasi una mandorla salata, agrumata, con un’ombra vegetale che chiude il cerchio senza chiudere la conversazione. C’è un sussurro di dolcezza che si vuole continuare a sentire, ripetere, come un verso di una poesia che non si capisce del tutto ma si ama profondamente. E man mano che il vino si scalda nel calice, si ammorbidisce ancora, si concede di più, regala frequenze sempre più intime.
Rovella 2022 appartiene alla categoria dei vini dotati di una profondità che si concede. Il secondo è un Metodo Classico Extra Brut Rose da Nebbiolo. Non è il solito esperimento perché quando si vuole sperimentare non si aspettano tanti anni. Invece Marco aspetta. Aspetta quel vino assoluto. Questo Metodo Classico è del 2015 e ha sostato sui lieviti per ben 100 mesi. 100 è in fondo un numero assoluto. Cento mesi. Un tempo che non si misura, si abita. C’è una soglia oltre la quale il tempo smette di essere cronologia e diventa qualcos’altro. Magari sedimento, memoria stratificata, luce filtrata da uno spessore che non si vede ma si sente. Cento mesi. Otto anni e quattro mesi di oscurità e silenzio in bottiglia, con i lieviti che continuano il loro lavoro paziente, quel colpo di polso ogni quattro mesi — gesto antico, quasi rituale — l’unico segno umano in un tempo che per il resto appartiene soltanto al vino.
Il Metodo Classico Extra Brut 100 Mesi 2015 è nato da un’idea che è sfida,  desiderio di riscoprire antiche tradizioni, quel Nebbiolo spumantizzato già sperimentato nella prima metà dell’Ottocento nella Langa, a Barolo, a Pollenzo, a Novello. Una memoria sepolta da riportare in superficie con la precisione di chi conosce ogni pietra del proprio territorio. Oltre che la curiosità di chi non ha mai smesso di volerlo conoscere.
Nel calice, il primo incontro è già tutto: un rosa buccia di cipolla luminoso, antico, con quel perlage che sale quieto e costante come il respiro di qualcosa che ha vissuto a lungo. Non è il colore giovane di uno spumante nel fiore degli anni. È qualcosa di più denso, più caldo. Un oro antico, che porta dentro di sé la pazienza di emergere dal buio. Undici anni dalla vendemmia. Una vita, per certi vini. Un’alba, per questo.
Al naso arriva un mondo di pasticceria intensa e raffinata: la mandorla, la crema, lo zest d’arancia, la frutta candita, la pesca matura. E poi, come accade spesso con il Nebbiolo, vitigno che non dimentica mai da dove viene, una mineralità sottile, che sale da sotto, come un vento caldo dei pomeriggi d’estate in campagna. Quel vento che porta con sé le spore della terra, il calore accumulato nei sassi e un tocco ferroso che arriva da chissà dove, da qualche strato profondo della Bussia, da un tempo geologico che precede ogni parola.
In bocca la scoperta si fa certezza. La freschezza è piena, viva, sostenuta dall’arancia che arriva a pulire, a decorare, ad amalgamarsi in una sensazione di piacere rotondo e preciso. La mineralità si fa strada e aiuta il palato a riorientarsi, a ritrovare equilibrio dopo la ricchezza degli aromi. Poi rimane qualcosa. Una sensazione ampia, sapida, intensa, che non se ne va subito, che entra nella memoria e lì si installa con la discrezione di un’emozione vera.
Non so se sia un vino assoluto, nel senso con cui si usa quella parola quando si vuole misurare l’incommensurabile. So che è uno spumante che non si dimentica. Che entra in testa come si dice di certe persone, di certe musiche, di certi pomeriggi d’estate. Non te lo scordi più. Non poteva mancare infine il Barolo Bussia 2021. Provenienza ovviamente dalla omonima località ed in particolare dalle vigne Rocche e Munie e affinato per 18 mesi in piccole botti di rovere a contatto con i suoi lieviti. Il tessuto del tempo Seta e cashmere. Non uva, non alcol, non struttura tannica. Tessuti. Come se il vino, prima di essere bevuto, dovesse essere immaginato con le dita.
Il 2021 arriva nel bicchiere con la compostezza di chi non ha fretta. Il colore è un rubino granato di intensità luminosa, quasi concentrato su se stesso, che non lascia dubbi sulla serietà di ciò che verrà. Poi il naso apre lentamente, come una stanza rimasta chiusa a lungo, dove l’aria porta dentro tutto quello che era stato custodito. Cuoio nuovo, liquirizia, fiori secchi, un’eco di mora scura che si fa largo tra le note più austere. Poi, più in fondo, qualcosa che somiglia alla terra bagnata di settembre, alle radici profonde, al muschio sui sassi. Al palato il vino rivela la sua doppia natura: tannini vellutati ma strutturanti, che reggono il corpo senza opprimerlo, in un equilibrio che racconta decenni di lavoro sul Nebbiolo. C’è frutto rosso: ciliegia selvatica, prugna appena matura. Una vena balsamica che attraversa tutto come una corrente sotterranea. La freschezza che sorprende, la succosità che invita al sorso successivo. 
Il finale è lungo. Persistente. Quel tipo di finale che non se ne va subito, che lascia qualcosa di caldo e speziato, di dolce e terroso insieme. Come un pomeriggio di ottobre nelle Langhe, quando la nebbia comincia a salire tra i filari.
Questo Bussia 2021 è giovane. Ha ancora tutto il vigore di chi non ha ancora detto tutto. Tornarci tra qualche anno sarà come rileggere un libro che la prima volta si è capito solo a metà. Guardare lontano Chissà se c’è un vino che può rappresentare davvero Marco. I Barolo della Bussia. Eleganti. Setosi. Profondi. Quella zona ha una nobiltà naturale. Ma poi torna su qualcosa di più semplice. La prima regola è non avere troppe regole. Sorride. L’importante è sapere dove vuoi andare. È una frase che potrebbe valere per il vino, ma anche per la vita. Forse è questo il segreto delle Langhe. Un territorio che per secoli è stato povero, duro, silenzioso e che oggi continua a raccontare la propria storia attraverso il vino. Non solo come prodotto ma come memoria liquida di una civiltà contadina che, in fondo, non è mai scomparsa del tutto. Marco ha lo sguardo sornione. Indossa sempre la sua felpa con la scritta Bussia. La sua collina, il suo mondo. È come se la nostalgia per quello che le Langhe erano di un tempo, per i suoi amici di scorribande, prendesse il sopravvento. Ma è solo un attimo perché il suo sguardo è sempre stato e sempre sarà verso il futuro, verso un orizzonte che ancora dovrà materializzarsi. Eppure, lui lo vede. Lo sente. Sa come è fatto. Non è filosofia spicciola. Non è un tanto per dire. È qualcosa frutto di un percorso umano fatto anche da sofferenza. Sono certo Marco ne abbia passate tante di tempeste nella sua vita. Accenna a qualcosa ma preferisco, per rispetto, non approfondire. Mi basta sapere è che guarda alla vita, la sua, di sua moglie, dei suoi figli, della sua azienda, in un modo diverso. Più profondo, più lontano. Adesso suo figlio lavora con lui. Ha venticinque anni. È appassionato di vigna e di meccanica. Si occupa della parte agricola. Marco parla di lui con una dolcezza misurata, come chi non vuole esagerare, come chi sa che i figli devono fare la loro strada e che il compito di un padre è consegnare valori, non percorsi. I nostri figli devono vedere se diventano i nostri specchi o gli specchi di qualcun altro. C’è un concetto che Marco ha costruito intorno all’ossigeno: l’ossigeno come allenatore, come stabilizzatore, come metafora del rapporto con l’esterno. Da diavolo e da nemico è diventato il mio stabilizzante. Ho impostato i miei vini su questa idea e ho cercato di educare i miei figli con lo stesso concetto: ogni nuovo inizio deve fare la sua strada, deve essere educato al giusto e allo sbagliato. Poi di lì si vedrà. Lo stesso vale per i vini. Ogni bottiglia aperta è un organismo vivo. Man mano che c’è più ossigeno, man mano si ampliano, si evolvono. È bello vedere cosa succede nel bicchiere. C’è un lavoro enorme, in vigna e in cantina, per portare lì quel grido dinamico. Ho cambiato il mio rapporto con l’ossigeno. Lo interpreto come l’aver cambiato il suo approccio alla vita. Ed è uno di quegli insegnamenti dei quali si può far tesoro o lasciar cadere come se niente fosse. Fuori, sulle colline della Bussia, i filari sono già verdi. Marco li conosce fin troppo bene per emozionarsi sempre, ma abbastanza da non smettere mai. La natura non è tua amica. Devi sapere che in campagna vince il bosco, in montagna vince la montagna, in mare vince il mare. Non pensare di essere più forte. E invece Marco, ogni anno, prova a fare il vino assoluto. Quello che non esiste. Quello che forse non si farà mai. Ma ci prova. Continua a provarci. Quello è il punto. Quello è tutto. Nel libro di Carlin Petrini Vite di Langa e Roero (Slow Food Editore, 2025) è narrata la storia di un territorio che ha trasformato la povertà in bellezza, la disperazione in dignità. Petrini racconta le colline com’erano, abbandonate, povere, deserte di giovani e com’è arrivata la svolta. Lo fa con la stessa attenzione che dedica al cibo: cercando le radici, interrogando la memoria, avvertendo le nuove generazioni che il paradiso in cui vivono oggi ha il sapore di un sacrificio che qualcuno ha fatto per loro. Leggendolo si da ancora maggior risalto a chi come Marco Parusso l’ha vissuta davvero, sulla propria pelle. Imparando a respirare. Io non posso che far tesoro di tutto questo. Grazie Marco   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Santa Petronila. Il ritorno alle vigne perdute di Jerez Arrow Right Top Bg

8 Aprile, 2026

Santa Petronila. Il ritorno alle vigne perdute di Jerez

  Agustín Benjumeda e Brita Hektoen si sono innamorati due volte: tra loro e tra le colline bianche dello Sherry Capita che certi luoghi smettono di essere semplici geografie per tramutarsi in destino. Solo che non lo sappiamo ne siamo in grado di saperlo. Accade raramente e quando succede sembra di riconoscerlo subito. Come se fosse una immagine dentro di noi. Quasi un deja-vu. Può essere una strada polverosa, una casa antica, un ponte, un fiume. O vigne che respirano sotto il sole dell’Andalusia. È più o meno così che nasce Santa Petronila, un progetto che ha il sapore delle storie romantiche e un po’ ostinate. Per raccontarlo bisogna partire da lontano, da due vite che si incontrano a Barcellona, in una business school. Lei, Brita Hektoen, arriva dalla Norvegia; lui, Agustín Benjumeda, è figlio della terra dello Sherry, nato nel triangolo magico tra Jerez de la Frontera, El Puerto de Santa María e Sanlúcar de Barrameda.  Si incontrano studiando, si innamorano vivendo. Come spesso accade nelle storie vere, costruiscono una vita altrove: tredici anni a Barcellona, tre figli, carriere solide. Lei nel mondo accademico, lui tra consulenze energetiche e grandi aziende. La vita scorre ordinata. Ma sotto la superficie cresce un’altra idea. Volevamo lasciare qualcosa dietro di noi. Qualcosa che non fosse solo lavoro… ma vita Brita lo ricorda con una calma che suona come certe promesse mantenute.   La seconda volta che ci si innamora Possiamo dire che è stato un progetto romantico. La seconda volta che ci siamo innamorati. Non l’uno dell’altra. Quello era già successo. Di un luogo. Nel 2006 arrivano davanti a una casa vecchia di oltre tre secoli, nel cuore delle colline di Jerez de la Frontera. Tutto intorno vigne. Solo vigne. Un orizzonte circolare che sembra non finire mai. Agustín lo ricorda bene Quando siamo arrivati davanti alla casa, lo abbiamo capito subito. Senza fare conti, senza ragionare. Era il posto. La comprano. Non sanno ancora “come” né “quando”. Ma sanno perché. Trecento anni di storia, diciassette ettari di vigneto e una valle che un tempo era considerata tra le più preziose per la produzione dello Sherry. Il problema è che quasi nessuno se ne ricorda più. Il mistero delle vigne dimenticate Agustín è cresciuto in quella terra e ricorda bene ogni cosa della sua infanzia. Come lui però, anche gli altri se ne sono andati. Si cresce. Si fanno progetti di vita. Lontano da li. Dove ci sono le città, dove la vita scorre veloce. Senza accorgersi che è una vita che consuma, logora.  Quando ero bambino ogni dieci ettari c’era una casa de viña, una casa nel vigneto. Tutti facevano vino. Era fondamentale. Poi è sparito. Non solo l’abbandono ma anche l’industrializzazione dello Sherry ha spostato il baricentro verso le grandi bodegas e verso logiche produttive più standardizzate. Le vigne sono diventate semplici fornitori di uva e non più luoghi dove il vino nasce e prende forma. Eppure, cento anni fa, quelle stesse uve venivano pagate il doppio. Perché? Una domanda che diventa quasi un’ossessione per Agustín. Continuavo a chiedermi: perché prima era così importante il luogo? Perché si pagava di più quell’uva? La risposta, come spesso accade nel vino, si trova scavando nel passato. Parenti stretti del vento. Il terroir dello Sherry Per comprendere Santa Petronila, bisogna ricordare Jerez come un ecosistema. Un luogo che se non lo si vede non lo si capisce fino in fondo. Quel suolo calcareo bianco, l’Albariza, sembra quasi uscito da un paesaggio lunare. Ha la grande particolarità di trattenere l’umidità invernale per restituirla d’estate quando il sole riflette rendendo la visione accecante. I venti qui sono come delle mani che modellano la vite con modalità diverse. Il Levante, caldo e secco, asciuga, spazza via dolcemente ciò che non serve. Quasi come un asciugacapelli che modella la piega di una donna. Il Ponente, umido e fresco, porta giovamento e refrigerio. Porta vita e prosperità. L’ecosistema di Jerez, i venti che salgono dal mare e scendono dal nord sembra non fermarsi alla vigna. Sembra penetrare nelle case, nei sotterranei fino ad insinuarsi nelle botti. Grazie a questo microclima avviene la magia del Flor, quel velo d lieviti che copre i vini in affinamento biologico preservandone la freschezza salina e l’anima di mandorla. Poi arriva la mano dell’uomo con la voglia di accompagnare i lunghi affinamenti, passando la memoria da botte a botte. Una eredità, un modo per trasmettere qualcosa a qualcuno. Sono le Solera e Criaderas. Sono le botti giovani superiori (Criaderas) che trasmettono il vino, una volta invecchiato, a quelle poste sul pavimento (Solera). Un ciclo vitale che diventa circolo di attesa per realizzare tre tipologie di vino ognuna dotata di specificità e unicità. Fino: la lama di luce; teso, salino, asciutto, uno spartito scritto dal flor. Amontillado: la doppia vita che nasce sotto flor perché poi prosegua l’invecchiamento ossidativo, riunendo due mondi. Palo Cortado: l’enigma profilo olfattivo che sfuma tra l’eleganza del fino e la struttura dell’oloroso, spesso nato da selezioni e sorprese di cantina. È in questo linguaggio che Santa Petronila ha deciso di parlare: poche botti, il passo corto, tempo al centro. Cominciare da zero Quando Agustín e Brita comprano la proprietà non hanno un piano industriale. Hanno un’idea: rimettere al centro di tutto il vigneto. Il tempo è quello che è e Jerez dista 11 ore di macchina da Barcellona così che per anni vendono tutta l’uva alle bodegas e intanto restaurano la casa, accolgono viaggiatori, studiano la terra. La casa ha circa trecento anni; è stanca ma dignitosa. Loro continuano a lavorare nei rispettivi ambiti Ogni notte, ogni weekend, lo investono in Santa Petronila: prima l’ospitalità, poi, con il tempo, il vino. Abbiamo iniziato dall’ospitalità. Avevamo bisogno di dare un ritmo al luogo, di sentirlo pieno di voci. Come se Brita avesse bisogno si del loro nido, della loro oasi di fuga ma anche di dare nuova vita ad un luogo che di vita ne aveva vista tanta. Agustín annuisce Il vino sarebbe arrivato, ma prima bisognava che la casa tornasse a vivere Poi un giorno decidono di fare un esperimento: una sola botte per ciascun stile di vino. Una botte di Fino.
Una di Amontillado.
Una di Palo Cortado. Era solo per noi. Per capire. Lo dicono quasi in coro. Con quella umiltà che non ci si aspetta da due professionisti incredibili. Ma è come se fossero tornati bambini con quel vino. Gli esperimenti per capire erano come il ricercare, e trovare, la meraviglia delle scoperte. Ecco che la quantità non fosse e non sia qualcosa da raggiungere. Qui la quantità non è mai stata un obiettivo. Noi non cerchiamo resa. Cerchiamo identità. I nostri 17 ettari producono meno della media, anche un quarto. Ma è quello che vogliamo. La scelta di rese bassissime è, prima di tutto, una presa di posizione, un Credo. Avere meno per avere la possibilità, il tempo, la disponibilità ad ascoltare di più Questa vigna è testarda. Produce poco. Ma è così che parla Due persone meravigliose. Un luogo magico. Due ingredienti che già basterebbero per stare bene e ricevere recensioni pazzesche. Le persone che visitano la proprietà assaggiano però quei vini restandone colpite. Dicono che sono diversi. Non perché siano più tecnici. Ma perché sembrano raccontare il luogo. Le domande giuste: la memoria come maestro C’è un uomo nella loro storia. Un anziano, uno degli ultimi custodi di una memoria artigiana di Jerez. Ha accompagnato Agustín per anni, senza chiedere nulla. Oggi vede poco, ma quando può torna a Santa Petronila “ad ascoltare il vino nascere”. Mi ha insegnato la cosa più importante: chiedersi sempre “perché?” Perché una volta si raccoglieva tardi? Perché i vini erano diversi? Perché il territorio pesava così tanto? Se smetti di fare domande, smetti di fare vino.  Un “perché” che torna anche nell’infanzia di Agustín Da bambino, qui, quasi tutte le famiglie avevano vino. Era normale. Poi è scomparso. E io mi chiedevo: perché?  Non se ne capacita Augustin. Ma forse Santa Petronila nasce anche da questa nostalgia attiva per ricucire un filo spezzato. Brita e ancor di più Augustin sanno che anche loro in qualche modo lo hanno spezzato questo filo. Senza saperlo. Senza volerlo. È successo e ora possono solo impegnarsi perché qualcosa cambi. Il tempo come ingrediente Ciò che più sorprende di questa storia è che Santa Petronila nasce senza fretta. Come se il tempo non avesse importanza. Almeno per il vino che per anni non viene venduto. Niente marketing, niente campagne, niente bottiglie spedite ai critici. Solo il passaparola. Poche bottiglie che si esaurivano per uso personale e per i visitatori. Erano loro che dicevano fosse buono. Non altri. Non abbiamo mai mandato campioni ai ristoranti. Se qualcuno voleva assaggiarli, doveva venire qui. E forse è proprio questo il punto. Il vino, prima di essere una bevanda, è una presenza. Ha bisogno di tempo, di pazienza, di memoria. Come scriveva Ernest Hemingway: l vino è una delle cose più civilizzate del mondo. Ma a Jerez si potrebbe aggiungere un dettaglio: è anche una delle più lente.   Quando la stella bussa alla porta arriva il successo che non avevano previsto Niente marketing, niente campioni.  Se qualcuno voleva il vino, lo comprava. Non avevamo bottiglie da regalare Sorride Brita. Sorride di gusto. Sempre con quello sguardo incredulo anche a raccontarlo. Poi accade ciò che non ti aspetti: un ristorante stellato della zona chiede i loro vini. La voce corre e con essa un’onda di attenzione.  È stato emozionante, ma anche travolgente. Abbiamo dovuto dire molti no: non volevamo crescere sacrificando il vino.  Non diventano “un brand”. Restano un luogo. La terra detta i tempi, loro li rispettano. Non si montano la testa. Rimangono con i piedi ben piantati nel terreno. Non è la notorietà che cercano. Non la fame ne i soldi. Per quanto abbiano investito tutti i loro risparmi in Santa Petronila. Oltre che il tempo.   I Vini di Santa Petronila Ho conosciuto Brita e Agustín a Roma, alla presentazione del catalogo Cuzziol. Cuzziol Grandi Vini ha il merito di essere un incredibile catalogo che raccoglie tante eccellenze così come tante persone meravigliose. Come Brita e Agustín. Proprio in quella occasione ho assaggiato tre dei loro vini. Tre prodotti che mi hanno fatto pensare che avrei dovuto approfondire la loro conoscenza. Ecco però le mie impressioni sui tre vini che ho avuto il piacere di assaggiare. Fino Flor de Macharnudo en Rama 100% Palomino Fino. 15,5% acol. Invecchiamento biologico oltre 6 anni Nel ciclo antico della flor, quella coltre di lieviti vivi che respira sulla superficie del vino nelle botti di rovere, arriva il momento in cui il tempo smette di essere misura e diventa sostanza. Il Fino Flor de Macharnudo en Rama è esattamente quel momento. Imbottigliato. Nato da viti di Palomino Fino con oltre trentacinque anni di età, piantate nell’albariza del Pago de Macharnudo, fermentato artigianalmente in botti di rovere americano e affinato sotto velo di flor per oltre sei anni,  questo vino è il ritratto fedele della pendice ovest della valle di Macharnudo, dove correnti saline sotterranee percorrono il sottosuolo marino nonostante la distanza dal mare  e dove la radice della vite va a cercare quell’acqua antica con la tenacia silenziosa di chi conosce solo la pazienza. Nel bicchiere, l’oro pallido è appena velato. La lieve torbidità naturale è il sigillo di autenticità di un vino imbottigliato en rama, senza filtraggio né chiarificazione, direttamente dalla botte. Niente maschere, niente mediazioni. Al naso, le prime sensazioni arrivano vegetali e selvagge. Sono il  sedano rapa e il finocchio. Poi qualcosa si apre lentamente: mela gialla appena tagliata, crosta di pane, sentori di flor, mandorle tostate e nocciole salate. Un accenno cremoso è sullo sfondo, qualcosa che aggiunge peso e rassicura. In bocca, la rotondità tiene fede alla promessa del naso armonico, fermo, complesso nella sua struttura vinosa. Al centro del palato emerge la pungenza più vera: olive verdi in salamoia, un’amarezza erbacea sottile, una vena salina e iodica  che rimanda inevitabilmente all’oceano, anche qui, a chilometri dalla costa. È un vino che non mente. Che porta con sé tutto il carattere rurale e marino di una terra doppiamente segnata, dal sole e dal mare sotterraneo. Da bere fresco, presto, con qualcosa di semplice e onesto. O anche niente, se non un pomeriggio che non ha fretta. Oloroso Santa Petronila en Rama 100% Palomino Fino. 18% alcol. Invecchiamento ossidativo oltre 12 anni Se il Fino è la giovinezza, viva, salina, nervosa, l’Oloroso Santa Petronila en Rama è la memoria. Quella che non sbiadisce, che si addensa con gli anni, che sa di noci e di buio e di una cantina dove il tempo è scandito solo dal silenzio dei legni. Questo vino supera i dieci anni di invecchiamento ossidativo nelle botti attraverso il gioco delle criaderas e delle soleras.  Niente viene filtrato, niente viene corretto. Il colore è mogano brillante. Caldo, profondo, con i riflessi che ricordano l’ambra antica dei rosari consumati. Al naso si schiude aromatico, con ricordi di frutta secca e rami freschi. Le immancabili note iodate e saline sono il marchio di fabbrica di questa terra marina. In bocca, si scioglie per ricomporsi in velluto, cachemire. Secco ma gentile, con ricordi di frutta candita e tocchi salini,  non ha l’asperità ossidativa di certi olorosi muscolari: ha invece quella complessità bilanciata con la morbidezza che è la sua massima espressione.  Lunghissimo, persistente, iodato fino all’ultimo. Un vino per il silenzio e la contemplazione. Per una sera di novembre con un libro aperto sul tavolo, una fetta di formaggio stagionato e nessuna voglia di andare da nessuna parte. P.X. Santa Petronila en Rama 100% Pedro Ximénez. 15% alcol. Invecchiamento oltre 12 anni Agustín dice che il P.X. Santa Petronila en Rama è un peccato dolce. Un peccato leggero come una confessione fatta a bassa voce, senza troppa colpa. Quello che rende straordinario questo Pedro Ximénez non è la dolcezza in sé, intensa e avvolgente, ma il modo in cui viene tenuta a bada da un’eleganza quasi aristocratica, da una freschezza che non ti aspetti e che cambia tutto. Marmellata di arance amare, sciroppo, caffè macchiato. Puro Pedro Ximénez nella sua versione più essenziale e riconoscibile. Sorprende la leggerezza con cui ogni cosa si muove nel bicchiere. Delicato, morbido, elegante, lunghissimo, freschissimo.  Il colore è ebano lucido con riflessi che cambiano a seconda della luce. Al naso, il fico secco e la carruba si mescolano con una scorza d’agrume, un tocco di sale marino che taglia e alleggerisce. In bocca non opprime: scivola, si distende, finisce su una nota pulita che invita al sorso successivo. Un vino da consumare presto, da condividere, ma anche da tenere per sé, per un momento di quiete meritata. Me lo immagino con il cioccolato fondente o con un formaggio erborinato. Ma come per gli altri, me li berrei in contemplazione. Sognano Jerez.    Tornare all’origine La vera storia di Santa Petronila, in fondo, non è quella di una cantina. È quella di un ritorno. Un ritorno alle casas de viña, le case nel vigneto dove il vino nasceva direttamente dalla terra. Un ritorno alla domanda più semplice e più difficile del vino: perché? Perché questo luogo? Perché questa uva? Perché questo vento? Agustín continua a farsi la stessa domanda di quando era ragazzo. E forse è proprio questa la chiave. Perché il vino non è fatto di risposte, ma di domande che fermentano lentamente. Come la luce bianca di Jerez che cade sulle vigne. Come una casa di trecento anni che torna a respirare. Come due persone che, dopo una vita intera, decidono di innamorarsi di nuovo. Di farlo ogni giorno. Di continuare a farlo.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Rotta adriatica. Il vino racconta la pace che non c'è Arrow Right Top Bg

3 Aprile, 2026

Rotta adriatica. Il vino racconta la pace che non c'è

  Può il vino essere qualcos’altro? Qualcosa che rappresenta la memoria di un luogo migliore. Di una vita migliore? Roma, tardo pomeriggio. Dietro Campo de’ Fiori, a due passi da Palazzo Farnese, l’Angolo Divino di Massimo Crippa si riempie di una luce particolare. È la luce che hanno certi luoghi quando sanno (e i luoghi lo sentono) di attendere qualcosa di particolare. Sulle mensole, le solite ottocento etichette sembrano presidiare silenziose la sala come sentinelle. Su un tavolo, qualcosa di insolito per un wine bar romano: un libro e una bottiglia di vino dalmatico. Un vino certamente non comune. Non fosse altro perché arriva da una cooperativa rinata sulle pietre calcaree di Primošten. La serata si chiama Rotta Adriatica. Dialoghi tra vino, poesia e memoria. Un titolo che già dice tutto quello che serve sapere. Silvio Ziliotto è traduttore, interprete, docente di lingua e letteratura delle terre post-jugoslave. Ha dedicato una vita a quell’area geografica e umana che l’Europa preferisce dimenticare. O ricordare solo con il pudore impacciato di chi sa di avere le mani sporche.   Il suo libro, Daytonska Stanica. Viaggio nella pace che non c’è, edito da Infinito Edizioni nel 2025, parte da una stazione, Dayton, Ohio, nel novembre 1995, per arrivare fino a noi. Un attraversamento di trent’anni di pace fredda, di divisioni etniche cristallizzate in carta bollata, di un continente che ha preferito congelare il problema piuttosto che risolverlo. Un percorso per ricordare quello che non vuole essere più ricordato, rimosso dalla nostra memoria collettiva che ha cancellato una delle pagine più ambigue e oscure della storia europea. La guerra cominciò nel 1992 con l’aggressione alla Bosnia Erzegovina e si concluse, o meglio, si sospese, nel novembre del 1995 con quegli accordi firmati in una base aeronautica americana nel cuore dell’Ohio. Dall’inferno di un conflitto sanguinoso al purgatorio di una pace fredda, vuota e paralizzante, lontana da ogni prospettiva di autentico progresso civile, sociale ed economico. Non sono parole mie. Così l’hanno definita gli studiosi e così la racconta Ziliotto. Con la precisione affilata di chi conosce una terra non dai libri ma dalla vita vissuta in parallelo tra Italia e Balcani. Accanto a lui, sul palco improvvisato tra le bottiglie, S.E. l’Ambasciatore Igor Žontar di Bosnia Erzegovina, S.E. Iva Pavić in rappresentanza della Croazia nonché Dario Quarta di Tv2000. A moderare Ilenia Petracalvina dell’Associazione Giornaliste Italiane. Una conversazione che si muove tra diplomazia, memoria e quella zona grigia in cui la pace esiste sulla carta ma non ancora nella testa e nel cuore delle persone. Ho pensato, mentre li ascoltavo, a come certi conflitti europei abbiano la strana proprietà di diventare invisibili. La Bosnia è geograficamente vicina come un’isola del Tirreno. Eppure, sembra lontana come un altro continente. Le difficoltà per i giovani bosniaci permangono. Il sistema istituzionale ereditato non basta più. O forse non è mai bastato davvero. Finché lo stato delle cose rimarrà tale, non resta che unire ciò che altri hanno diviso. Il che mi ricorda quella bellissima e ormai desueta frase che si diceva ai matrimoni: non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito. È un problema europeo, non solo balcanico. Così che ogni volta che in Europa si discute di allargamento verso Est o verso Sud, quella faglia riapre. Forse sono troppi i morti. Troppo il sangue versato perché il breve tempo trascorso possa esser bastato. Il vino scelto per la serata è stato Massimo Crippa a selezionarlo. la scelta racconta di per sé una storia. Massimo è la terza generazione di osti della famiglia Crippa. Dal 1946 in questo angolo di Roma. Quando sceglie un vino lo fa come si sceglie un interlocutore per una conversazione importante: deve avere qualcosa da dire. Come un enotecaro di un tempo. Andreis 2021 — Vinas Mora, Primošten, Dalmazia 75% Babić, 25% Plavac Mali Il nome viene da un castello del Cinquecento, il Forte Andreis, che proteggeva la regione dall’invasione ottomana. C’è già nella storia del nome tutto quello che serve: la memoria, la resistenza, la sopravvivenza di un territorio attraverso secoli di pressioni esterne. Il Babić è un vitigno autoctono della Dalmazia settentrionale, tradizionalmente presente nei vigneti di Šibenik e Primošten, dove è coltivato da duemila anni, come testimoniano i testamenti dei tempi antichi. Un vitigno che non conosce grandi platee e non ha il carisma da palcoscenico del Nebbiolo o del Sangiovese, ma che ha in se qualcosa di prezioso: conserva bene la sua acidità così che i vini siano più vivaci rispetto al Plavac Mali suo parente stretto. Vinas Mora nasce durante il Covid, quando Kreso Petrekovic, già fondatore di un’altra cantina nella zona di Spalato, decide di salvare una cooperativa locale quasi abbandonata insieme a Neno e Niko Dukan, riportando in vita una tradizione viticola che rischiava di scomparire. Una storia di recupero. Di radici ritenute perdute che invece resistevano sotto la pietra calcarea. L’Andreis 2022, nelle sue versioni successive simile al 2021, è un rosso profondo, salino, di notevole tessitura, che porta nel suo DNA la mineralità della pietra, la freschezza del mare, la forza di chi lo coltiva. Come il castello che proteggeva la regione, questo vino custodisce la tradizione guardando al futuro, senza perdere di vista la terra che lo sostiene. Nel bicchiere, quella sera, aveva profumi di ciliegia scura e prugna, un tocco speziato che non sopraffaceva, una sapidità marina che arrivava sul finale come un’onda bassa. Si beveva pensando al paesaggio che lo aveva generato: le terrazze in pietra a secco di Primošten, che sono così belle e così particolari da essere candidate, con quei muretti chiamati pizzo di pietra, al patrimonio UNESCO. Un vino che aveva il carattere di chi abita una costa battuta dal vento e non si lamenta. C’è una domanda che mi giro e rigiro, in queste serate dove il vino e la storia si incrociano. Il vino può essere strumento di pace? O è solo una metafora comoda, una narrazione rassicurante che usiamo per non affrontare le questioni più dure? Non lo so con certezza. Ma so che quella sera, a due passi da Palazzo Farnese, il vino della Dalmazia versato nelle coppe romane creava qualcosa di reale: uno spazio di attenzione. Un rallentamento. Le parole di Ziliotto sul fallimento degli accordi di Dayton come sistema costituzionale arrivavano con più forza perché si era in un posto bello, con qualcosa di buono da bere, e si era lì per scelta, non per obbligo. Il vino aveva fatto il suo lavoro: aveva tolto le difese. A distanza di trent’anni, Dayton rimane il fondamento costituzionale della Bosnia Erzegovina, ma non ha appianato le divergenze. Alcune questioni rimangono tuttora irrisolte. Le etnie sono ancora separate, gli alfabeti diversi, la corruzione sistemica. Oltre un milione di persone hanno lasciato il paese. Il libro di Ziliotto non è comunque nichilista. È un libro coraggioso, nato sul campo, che cerca nel presente e nel futuro qualcosa che valga la pena di difendere. Come i vigneti di Primošten sulle rocce calcaree. Come una cooperativa che qualcuno ha deciso di non lasciare morire. Fuori dall’Angolo Divino era già buio e Campo de’ Fiori non poteva che piena di quella confusione serale che mi piace: turisti, studenti, odore di fritto. Ho pensato come l’Adriatico, quel mare stretto che abbiamo sempre considerato un confine sia in realtà un corridoio. Un passaggio tra civiltà che si sono mescolate per secoli prima di dividersi con le guerre. Allora, certi vini, quelli che nascono da vitigni millenari su terre difficili, quelli che portano nel nome la storia di un castello e la memoria di chi ha resistito, ecco, quelli sono forse la forma più onesta di diplomazia culturale. Non perché risolvano qualcosa. Ma perché aprono una porta. E una porta aperta, a volte, è già tutto.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Cantina Messori. Elena, contro la corrente, con le radici Arrow Right Top Bg

3 Aprile, 2026

Cantina Messori. Elena, contro la corrente, con le radici

  C’è un’Emilia che non finisce mai sui libri di tendenza enologica. Non quella dei Barolo e dei Brunello, non quella dei grandi nomi che campeggiano sulle guide come insegne al neon. C’è un’Emilia di pianura, bassa e nebbiosa, fatta di strade provinciali che tagliano dritto tra i campi, di autogrill aperti di notte e di canzoni che escono dal finestrino dell’auto come confessioni. È l’Emilia di Ligabue, quella di Correggio e non è un caso che la stessa città abbia generato il cantore più autentico della provincia operaia e una cantina che sa di radici, di sfida e di futuro. Ligabue lo sapeva bene. Certe notti ti senti padrone di un posto che tanto di giorno non c’è. È una di quelle frasi che non hai bisogno di spiegare se sei nato in queste zone. La Pianura Padana ha questa capacità strana di trasformarsi di notte, di diventare altro, di aprire spazi che la luce del giorno chiude. E in queste stesse notti, qualcuno in quelle campagne pensava ai vigneti di famiglia, a cosa fare con quello che aveva ricevuto in eredità, a come trasformare un peso in un progetto. Elena Messori aveva venticinque anni quando ha preso in mano la Cantina Messori. Non è un dettaglio secondario. A venticinque anni si è ancora fatti di desiderio più che di prudenza, di visione più che di calcolo. E ci vuole esattamente quella temperatura interiore per fare quello che Elena ha fatto: rompere con un modello consolidato. Le cooperative e quel binario sicuro di chi mette il vino in un sistema e aspetta. Scegliere invece la strada più difficile, quella della bottiglia propria, del vino identitario, del racconto di sé attraverso il territorio, non è facile. Ma se sei una ragazza sveglia, con una laurea alla Bocconi in tasca, esperienze all’estero e tanta ma tanta voglia di far bene, forse è la cosa più naturale. O forse è l’unica strada possibile. Anche se per tornare a Correggio ci vuole coraggio. Non tanto perché sia un brutto posto, tutt’altro. È che la dimensione non è quella di chi ha visto e pensato in scala cosmopolita. In grandi città del mondo.   Correggio è uno di quei grandi paesoni dell’Emilia. Al vertice del triangolo che collega Reggio Emilia a Modena. Tutta pianura attraversata da quelle strade che sembrano non finire mai eppoi, ad un certo punto, svoltano con una curva che non ti aspettavi. Una vita che scorre lenta e forse senza tanti scossoni. Piccola città già vista
Piccola città che insiste
Piccola città con gli occhi aperti a metà
Piccola città che, sana o no, un’anima però ce l’ha
Se ripassate fra cent’anni ci trovate sempre qua Le campagne sono pianura dove i filari delle viti, quelle colme di Lambrusco delle diverse specie, sembrano scheletri che donano colore in stagione e desolazione in inverno. Le cascine sono ovunque. Così come i caseifici che custodiscono forme di Parmigiano a respirare il tempo. Quando ho incontrato Elena proprio a Correggio ho visto una ragazza dinamica, felice, con la voglia di vivere il mondo. Di portare l’azienda di famiglia in una dimensione diversa. Fatta si di bottiglie ma anche di quella capacità di andare oltre le bottiglie stesse. Il magazzino è ancora in centro città. Insieme carichiamo dei cartoni per la consegna. Deve consegnare qualche cartone ad un caseificio della zona. Chiacchieriamo tanto in macchina. La sua vita, la sorella che studia, i pregiudizi di chi non vede una donna al comando di una azienda. Ma lei se ne frega. Il suo sorriso, il suo sguardo incantevole, il suo modo di parlare che sa di emiliano forbito. Sembra volare sopra tutto. Anche alle difficoltà che si incontrano. Tanto la vita è bella. Schizza da una parte all’altra, da un impegno all’altro. Non solo l’azienda di famiglia ma anche altre attività a contorno. Instancabile perché dotata di quella energia, quella voglia di mangiarsi il mondo. L’azienda che ha ereditato non era uno scheletro. Era una storia. Nel 1916, quando Abbondio Messori acquistò i terreni a Correggio, il mondo era quello che era: la Grande Guerra stava finendo di cambiare l’Europa, le campagne emiliane erano ancora scandite da ritmi antichi, e la vigna era parte di un’economia di sussistenza più che di un progetto culturale. Poi venne Zeffirino. Poi Ruggero. Poi Luca. E infine Elena. Quarta generazione, prima donna, cambio di paradigma. Quello che colpisce, nella traiettoria di Cantina Messori, è la coerenza delle scelte varietali. In un’epoca in cui il mercato premia il cosmopolitismo, in cui si piantano vitigni internazionali per intercettare gusti globalizzati, Elena lavora solo con uve autoctone: Lambrusco Salamino, Lambrusco Grasparossa, Pignoletto. Niente Merlot di passaggio, niente Chardonnay di cortesia. È una posizione quasi militante, in realtà. È il rifiuto del travestimento, la scelta di mostrarsi per quello che si è. E i vini che ne nascono portano nomi che dicono tutto prima ancora di aprire la bottiglia.   Gasato è il Lambrusco Salamino che nasce da un singolo vigneto, ed è già tutto in quel nome. Non il nome ufficiale, ma quello vero, quello che gli appartiene per natura. Gasato come chi non riesce a stare fermo, come chi ha qualcosa dentro che preme, che cerca uscita. Al naso è una notte di giugno appena prima del temporale: ciliegie nere, viola selvatica, qualcosa di ferroso e antico che viene dalla terra argillosa di queste campagne. In bocca è un lampo. Non nel senso di qualcosa che dura poco, ma nel senso di qualcosa che illumina tutto in un istante. Ha una struttura snella e senza compromessi, una freschezza che non chiede permesso. È il vino che non si accompagna, si incontra. Che non si abbina, si riconosce. Come certe persone che non hai bisogno di conoscere per sapere già chi sono. È il vino che Ligabue avrebbe portato al Bar Mario, se il Bar Mario avesse avuto una carta vini. Spettinato è un’altra storia. È forse il vino che racconta Elena meglio di qualsiasi parola. Lambrusco Grasparossa in purezza, fermentazione in bottiglia sulle proprie fecce, metodo ancestrale. Il più antico, il più onesto, quello che non mente perché non può mentire. Il vino si completa nella bottiglia, nel buio, nel silenzio, senza correzioni e senza interventi. Quello che è, è. Esce nel bicchiere con una torbidità che non è difetto ma memoria: ogni particella sospesa è un pezzo di quella fermentazione viva, irrequieta, che non si è voluta fermare del tutto. Al naso ha la potenza trattenuta di chi sa urlare ma sceglie di mormorare: mora selvatica, viola macerata, un fondo di terra bagnata che rimanda ai filari dopo la pioggia. In bocca è tannico e vivo, con quella ruvidezza nobile che appartiene solo ai vini che non sono stati levigati per compiacere. Si evolve nel tempo, dice Elena. E ha ragione. Ma non nel senso tecnico di chi parla di polifenoli e affinamento. Ha ragione nel senso che certi vini, come certe persone, hanno bisogno di tempo per mostrare quello che sono davvero. Lo Spettinato è quel tipo di vino. Disordinato e preciso. Selvaggio e radicato. Spettinato, appunto. Come solo chi non ha paura di sé stesso sa essere. Certe notti Certe notti fai un po’ di cagnara
Che sentano che non cambierai più
Quelle notti fra cosce e zanzare
E nebbia e locali a cui dai del tu
Certe notti c’hai qualche ferita
Che qualche tua amica disinfetterà Ribelle chiude il cerchio, o forse lo apre. È il Pignoletto in purezza, Charmat, spumante bianco da un singolo vigneto. Il nome però. Il nome è quello di un’anima indomita, personalità senza paura di chi vuol farsi sentire. Proprio come Elena che sceglie il Pignoletto per ribellarsi al mondo. Il vitigno tra i più antichi dell’Emilia. Un color giallo dorato vira verso l’ambra evocando tramonto estivi. Le bollicine sono dolci e decise onde che scuotono come il rollio di una barca mentre solca il mare. Al naso è una vera coccola che sa di croissant burroso ripieno di confettura di albicocca. Poi mela cotogna e pesca avvolte in un velo gessoso. Una esplosione di gusto travolge la bocca: cicciotto, morbido, avvolgente, godurioso. Intenso. Le note burrose si trasformano nel morso irresistibile di una deliziosa crostata. Le bolle diventano un irresistibile richiamo di sirena. Un vino sincero e pieno, che lascia il segno. Vieni qua:
c’è un bicchiere di vigna
e un vassoio di mais già scoppiato.
Ballaci su questa terra:
faremo un po’ piovere.
Vieni qua che c’è questo Drive in
che ha per schermo un gran cielo gonfiato.
Macchina o no c’è un bel pezzo d’asfalto
da correre. C’è una questione più ampia che la storia di Elena Messori illumina e che riguarda il Lambrusco in generale. Pochi vini italiani hanno subito la stessa parabola: grandissima diffusione popolare negli anni Settanta e Ottanta quando il Lambrusco amabile era il vino più esportato d’Italia negli Stati Uniti. Poi la caduta nell’indifferenza critica, associato all’industrializzazione e alla bassa qualità. Poi la riscoperta, lenta e silenziosa, da parte di una generazione di produttori che ha capito che sotto quella reputazione opacizzata c’era un vitigno straordinario, capace di vini complessi, territoriali, longevi. Una riscoperta che oggi è diventata quasi un caso internazionale: sommeliers di New York e Londra che cercano Lambrusco come cercavano il Beaujolais negli anni Novanta, come cercano oggi i vini arancioni dell’Italia del Sud. Il Lambrusco è diventato cool, come si dice. Ma i produttori come Elena Messori lo erano già prima che diventasse cool. Che è l’unico modo credibile di esserlo. I 26 ettari di Cantina Messori si distribuiscono tra Reggio Emilia e Modena, su terreni argillosi e sabbiosi, in un clima continentale che offre estati calde e inverni rigidi. È un territorio che non perdona le approssimazioni agronomiche, che chiede attenzione, che restituisce qualità solo se la qualità è stata cercata in vigna prima che in cantina. L’approccio di Elena è quello della prevenzione piuttosto che dell’intervento: fare le cose bene dall’inizio, non correggere gli errori alla fine. Anche questa è una filosofia, non solo una tecnica.   Certe notti se sei fortunato bussi alla porta di chi è come te. Ligabue lo canta come una fortuna rara, quella di trovare qualcuno che ti capisce senza spiegazioni. È quello che i vini di Elena Messori cercano, in fondo: non il pubblico dei punteggi e delle medaglie, non l’appassionato che vuole essere guidato, ma chi ha già dentro quella sensibilità per il vino diretto, onesto, radicato. Chi capisce che la nebbia della pianura emiliana non è un difetto del paesaggio ma la sua firma. Correggio, lo stesso paese di Ligabue, lo stesso paese del pittore Allegri detto il Correggio, quello delle Madonna e delle soffitte illusioniste. C’è qualcosa di singolare in un luogo che ha generato un pittore del Rinascimento, un cantautore rock e una vignaiola che fa Lambrusco con metodo ancestrale. Forse è la pianura stessa che li produce, questi caratteri ostinati e visionari: chi vive in un paesaggio senza rilievi deve trovare la verticalità dentro di sé. Elena Messori l’ha trovata. E l’ha messa in bottiglia. Andando contro la corrente ma con le radici ben piantate nella sua Correggio.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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