Scegli la rubrica
Scegli una categoria
- Acini Rari
- Archivio
- BlendNews
- Bollicine e dintorni
- Buongiorno in Vigna
- Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero
- Confine Liquido
- Dal vino in poi
- Degustazioni Artificiali
- Diario di un sommelier
- Editoriale
- El Gottin
- Food&Life
- Identità in fermento
- Il buon vivere
- Il taccuino delle gite (fuori porta)
- Il viaggio di Francesca
- Il viaggio di Orfeo
- Il Vino in una stanza
- Il vino secondo Mario
- In legge veritas
- InternazionalMente
- Itinerari diVini
- L'ABC della Degustazione
- Le Bischerate di un Sommelier
- Le scoperte enoiche di Benny
- Le storie di Wine in Venice
- Live from
- Oltre la carta dei vini
- Oltre le sensazioni del vino
- Passi in cantina
- Percorsi d'assaggio
- Provato per Voi
- Quelle curiose esplorazioni
- Racconti diVini
- Radici di vino
- Riccio Viticcio
- Riflessioni Enologiche di un Viaggiatore diVino
- Salotto diVino
- Senza etichetta
- Speciale Vinòforum
- Suggestioni di Vino
- The Voice of Blogger
- Vigne e orizzonti
- Vino e dintorni
- Vinodentro
- Wine Hunter Stories
- WineKult
16 Maggio, 2024
ALTO PIEMONTE GRAN MONFERRATO, Città Europea del Vino 2024
Il COSA E IL DOVE
Quella dell’Alto Piemonte e di un Monferrato che non ha paura di definirsi “Grande” è la storia di denominazioni e territori molto piccoli che raccolgono una sfida e decidono di trovare il modo per mettere insieme turismo ed enogastronomia.
Una sfida che, facendo leva sulle eccellenze della buona tavola mira a destagionalizzare i flussi turistici e valorizzare i borghi in una Regione in cui oltre l’80% dei Comuni non supera i 5000 abitanti.
Un Territorio in cui vedono la luce le produzioni molto limitate di ben 23 DOC (sulle 41 piemontesi e le 332 nazionali) e 14 DOCG (sulle 19 piemontesi e le 73 nazionali).
E siccome dalle piccole cose nascono grandi capolavori, Alto Piemonte Gran Monferrato diventa Città d’Europa del Vino 2024.
Venti Comuni, venti identità differenti in rappresentanza, ciascuno per il suo, di un unicum territoriale piemontesemente identitario.
È toccato al Gambero Rosso ospitare la presentazione romana di questo progetto nel quale, il Piemonte al centro, si respirano brezze provenienti dalla vicina Liguria, dall’Emilia, dalla Lombardia.
Il vino è il totem attorno al quale danzano capolavori: grandi formaggi, grandi salumi, il riso, presidi slow food…
Una serata preceduta da una accorata conferenza stampa vissuta sull’entusiasmo delle amministrazioni comunali, dei consorzi e degli Enti di promozione del turismo.
Ora, mentre Vi invito ad approfittare di questa occasione per aprire questo scrigno prezioso nel quale sono racchiuse gemme di Storia, Cultura, Accoglienza e Turismo lento, Vi lascio a qualcuna delle mie solite descrizioni relative ad alcuni dei vini proposti in degustazione al fianco della cena curata dallo chef Marco Brioschi.
LA MIA “TOP SIX”
Molte le etichette in assaggio e tutte di livello molto alto, a dimostrazione che il Piemonte nel bicchiere è una garanzia.
Tra le tante ne ho scelte sei (senza badare a nomi e prezzi) da proporVi per un assaggio non scontato e in alcuni casi “WOW”.
Non Vi dirò delle Aziende perché voglio lasciare qualcosa da fare anche a Voi.
Buona degustazione!
1- OVADA DOCG “FILARE”, ENOTECA REGIONALE DI OVADA E DEL MONFERRATO: “FILARE”, rettilineo di viti o spostamento d’aria quando il “gruppone” sfreccia veloce e s’accavalla nella preparazione della volata.
Ma questo Dolcetto, più che in volata, stacca di ruota gli avversari sui saliscendi da cui prende nome.
Un “mangia e bevi” continuo di frutti corsari, spezie saladine e sapidità sabbiose portate dal vento.
Un incedere affatto semplice, mai scontato, tra scatti e controscatti di ciliegie, more, mandorle e quella vinosità mai dimentica che segue il trenino del vegetale.
Sorso birbante privo di ogni soggezione nei confronti dei vitigni dal “gran nome”, sfrontatamente coerente e godurioso.
Bicchiere sfaccettato, grissini, salame, amici e chiacchiere.
Vince il mio premio “LEVATEMELO”.
Da bere ascoltando “PEDALA” di FRANKIE HI-NRG MC.
2- COLLINE NOVARESI DOC VESPOLINA “AUDACE”, FILADORA: un olfatto che getta un ponte immaginario tra Piemonte e Friuli sorretto sui piloni del Rotundone.
Ed è dunque la freschezza oscura del pepe quella che fa dire “UAU” e distoglie l’attenzione da lamponi e ciliegie.
Ma non fateVi distrarre, rimanete concentrati!
Ecco allora che s’avanzano scarpe inzaccherate di terra umida e lavagne di grafite bagnata.
Il pot pourri di fiori secchi è lì, sulla tavola e confonde il suo profumo con pensieri di tabacco.
Il sorso è snello, preciso come un fioretto, succoso e traditore, di complessa semplicità, dinamico, avvolgente, autorevolmente sapido e di materica tannicità.
Arditamente vino.
Da bere ascoltando “THE WASP (TEXAS RADIO AND THE BIG BEAT) dei DOORS.
3- SIZZANO DOC ROSSO “ROANO” RISERVA 2015, VIGNETI VALLE RONCATI: austero con brio, vorrebbe darsi un tono, stare sulle sue ma…non ce la fa e rivela tutta la sua energia compressa.
Ecco allora una ridda di spezie accavallarsi a boschiva sostanza, corteccia, muschio, financo qualche troco spaccato dal fulmine e ancora fumante.
La sorpresa è nelle olive in salamoia, quelle che con gli amici si fa a gara a chi sputa il nocciolo più lontano, quelle che non bastano mai e che qui scazzottano con una scia di miele e quell’agrume che rinfresca anche più dell’eucalipto.
Il sorso e una scarica di salinità marina (altro che mineralità da super vulcano!) e i tannini sono ragazzacci discoli ancora poco inclini allo star calmi nonostante gli otto anni di braccia conserte (o forse proprio per questo, perché bisognosi di sgranchirsi le gambe).
Alcol e freschezza viaggiano in prima classe e la chiusura è un compendio delle freschezze olfattive che sottolinea la sapidità a suon di piccantezze.
4- FARA DOC 2017, IL CHIOSSO: s’approccia silenzioso con l’incensiere e lascia intravedere una sagrestia di legni sacri prima di ringalluzzirsi.
Fuori, sul sagrato piove e la terra bagnata si mescola all’aria che sa del ferro delle saette.
M’avanzano sensazioni ortolane, di tabacco da borsa e forse castagna (ma questa potrebbe essermi rimasta in memoria dalla settimana scorsa)…mettetele Voi dove preferite.
Più pacato il sorso, fresco e sapido quanto deve, ordinato nello sciorinare spezie anche dolci, diretto, firmato dall’iniezione di Vespolina a suon di sottili peposità.
Forse un pochino brusco nel chiudere l’assaggio ma comunque molto interessante.
5- GATTINARA DOCG 2020, MAURO FRANCHINO: l’ingresso al naso è complesso e devastante!
Frutti di bosco, visciole (in confettura), rose (spine comprese), dolcezze di spezie e tabacco che fanno a spallate con china e rugginosa ferrosità ma…
Nessuna boria, nessuna ostentazione.
Tutto è gestito con rustica, contadina eleganza, non per vergogna ma come se il calice volesse comunicarVi emozioni seguendo la tradizione orale.
Ed allora il camino non può mancare e quella brace che prima era fiamma spande nell’aria la comunanza del fumo appena acre.
Sorso caldo e alcol estremamente corretto nel gestire la volata finale tra freschezza e sapidità, vinta da quest’ultima nonostante lo sgambetto dei tannini integrati ma ancora molto sportivi.
Emozionante!
Da bere ascoltando “TOWER SONG” di LEONARD COHEN.
6- BRAMATERRA DOC 2016, CERUTI: olfatto di eloquente freschezza, giocato su frutti neri ancora ben al di qua della maturazione e sulla freschezza dissetosa e amaricante di un “chinottissimo” Neri.
Scugnizza, la componente vegetale racconta ombre boschive, prati falciati di fresco e cespugli di timo serpillo.
Appena una gentilezza di viole non poteva mancare, ma forse l’ho voluta cercare per forza.
Sorso che dà l’impressione di aver appena trovato la propria dimensione.
Un fiume che immagino essere stato rapida impetuosa due o tre anni fa e che oggi è compita scorrevolezza nonostante qualche masso sporga ancora lungo il corso dei tannini.
Considerando l’olfatto m’aspettavo qualcosa di più ma magari devo solo riassaggiarlo con più calma (o magari avevo solo bisogno di un volume maggiore nel calice).
Si becca il mio premio “PECCATO” ma l’ho già messo nella corposa lista dei vini da riassaggiare con calma.
E ORA?
Ora è il momento dei ringraziamenti, a Gambero Rosso per avermi ospitato, ai venti comuni che hanno avuto il coraggio di intraprendere insieme questo viaggio e a Voi che avete avuto la pazienza di leggere queste mie poche righe
Roberto Alloi
VINODENTRO
Leggi
15 Maggio, 2024
Not Only Wine
UN RICORDO CHE RIAFFIORA
Avete presente quelle statuine che da piccoli (per i più agé) cambiavano colore a seconda del tempo da azzurro a rosa? In occasione di Only Wine 2024 è stato bello vedere per la prima volta lo stesso principio applicato a un’etichetta di vino. L’etichetta in questione è quella del nuovo prodotto della Casa Vinicola La Fornace e si tratta di un Rosé rifermentato. Il concetto è incisivo e immediato: se la bottiglia è fredda l’etichetta è di un color blu intenso, mentre se la si tocca, le parti “riscaldate” dalla nostra mano la colorano di rosa-arancio, lasciando magicamente per un po’ il segno dell’impronta delle dita.
Il merito della mia “scoperta” lo devo al giovane Giovanni Colaiacovo, Presidente del neonato Consorzio L’Alta Umbria che racchiude i produttori della zona a nord di Perugia. Vignaioli esuberanti, che si sono costituiti in associazione per far conoscere il loro territorio, stanchi di sentire nominare la loro regione solo per uno o al massimo due vini (tanto per fare i nomi, Sagrantino e Trebbiano Spoletino). A quanto pare si sono anche inventati nuovi metodi di comunicazione e un esempio di questo l’ho avuto tra le mani.
UNA GRAFICA GIOVANE CHE ‘PESCA’ NEL PASSATO
Tornata a casa, incuriosita, ho raggiunto al telefono gli ideatori, Matteo Mariangioli e Aurora Pelaggi, entrambi grafici under 30, per sapere come nasce un’idea simile. Loro mi raccontano che la proprietà della cantina per cui l’etichetta è stata realizzata è giovane, anche se la realtà è nata nel 1969. Il progetto nasce quando il produttore decide di utilizzare le uve di una vigna vecchia situata in prossimità della cantina fino a quel momento non lavorata. Non si poteva prevedere quale potesse essere il risultato finale e l’evoluzione del prodotto è andato di pari passo con lo studio dell’etichetta e la necessità di metterla in commercio a prodotto finito.
Contrariamente a quello che mi ero immaginata, il motivo della variazione termica non era quello di dare un’indicazione sulla temperatura di servizio del vino, ma di sviluppare qualcosa che ricordasse la sorpresa, il colore, la scoperta, la freschezza e il divertimento ancor prima dell’assaggio. Per realizzare questa etichetta è stata utilizzata una vernice termocromica, solitamente utilizzata per i prodotti medicinali allo scopo di controllare la correttezza della conservazione.
UN RICORDO…AFFUMICATO?
Avete mai sentito parlare del Vin Santo Affumicato? Una chicca Presidio Slow Food presente in degustazione. Al naso i sentori di fumo ti pervadono e avvolgono, dal fumo del camino della cucina di una volta al tabacco di sigaro e miele di castagno, in bocca quasi sembra di percepire la cenere. Come non volerne sapere di più? Giochiamo in casa come zona di produzione, ovvero nell’Alta Valtiberina, proprio intorno a Città di Castello.
La particolare affumicatura deriva dal fatto che in questa zona anni or sono l’attività della coltivazione del tabacco era in ascesa. Nelle stesse stanze dove si stendevano ad asciugare le foglie di tabacco, i produttori di vino sistemavano quindi anche i grappoli, appesi uniti a due a due sulle travi. L’esposizione al fuoco e al fumo delle grandi stufe a legna faceva penetrare negli acini questa particolare nota di affumicato, rendendo quel Vin Santo unico.
Le uve impiegate sono Trebbiano, Malvasia, Canaiolo, Vernaccia e San Colombano, ma anche Grechetto e Malfiore, tutte raccolte a maturazione ancora non eccessiva, affinché le bucce degli acini siano spesse e resistano all’appassimento che dura almeno tre-quattro mesi, fino a dicembre o gennaio. I grappoli sono quindi diraspati, pigiati e lasciati a fermentare in botti di legno con il lievito madre che ogni famiglia custodisce. Rimangono poi in locali ben areati e soggetti agli sbalzi di temperatura stagionali per almeno tre anni.
Solo pochi, al momento, i piccoli e piccolissimi produttori che portano avanti questa antica tradizione e che stanno cercando di introdurre una modifica del disciplinare della DOC dei Colli Altotiberini, al fine di creare una sottozona e di inserire il vino santo. Al momento il prodotto è riconosciuto come Bianco Passito IGT Umbria. Da assaggiare.
NOT ONLY WINE MA ANCHE START UP
Lo stand di Matteo all’entrata di Only Wine è colorato e allegro con magliette, cappellini, e gadget a tema vinicolo, ma a ben vedere non sono i soliti accessori. Incuriosita mi faccio raccontare da Matteo che questa startup fiorentina – Wine Pills – è nata durante il covid circa tre anni fa unendo le passioni di due amici, quella per i libri e quella per il vino. Lui e il socio Edoardo si sono prefissati di rivoluzionare il mondo della comunicazione nel mondo enoico applicando con creatività l’arte e il disegno, nello specifico il fumetto, per raccontare la storia del vignaiolo.
Così si vogliono avvicinare le nuove generazioni, senza perdere di vista la tradizione, ed è così che da una classica brochure di 20 pagine sono arrivati a 4 utilizzando il fumetto per Tenuta La Novella. Nello specifico, offrono molti servizi come lo storytelling, la creazione contenuti, l’ideazione di etichette, la brochure aziendale o il menu della carta dei vini.
Un fermento di idee questo Only Wine, dove sicuramente giocano un ruolo importante i criteri di ammissione: il produttore deve avere meno di 40 anni, meno di 15 anni di storia oppure la cantina può avere fino a 10 ettari. Ci vediamo alla prossima edizione!
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
Leggi
14 Maggio, 2024
Fotografia non convenzionale e Franciacorta. Freccianera Fratelli Berlucchi
Ci sono Aziende che fin dalla loro fondazione mostrano una spontanea predilezione per la cultura e l’arte.
Una di queste è Fratelli Berlucchi, che con la “Collezione Freccianera” di Millesimati Brut, Nature, Satèn e Rosé ha creato una linea dall’impatto – anche visivo – molto forte.
Così la descrive la presidente Pia Donata Berlucchi
L’etichetta nera ed oro la dobbiamo al grande Maestro grafico (e molto di più) Franco Maria Ricci, che sconvolse il marketing alimentare degli anni ‘70, quando il colore nero era bandito dalle etichette di cibi e bevande. A noi fratelli piacque molto, e rischiammo! In breve tempo, il nostro Franciacorta arrivò ad essere chiamato “l’etichetta nera”, senza nemmeno specificare di cosa si trattasse. Avvolgevamo personalmente ogni bottiglia in velina nera con stemma in oro, scatole nere ed oro… e il binomio nero-oro diventò il nostro segno distintivo.”
Innovazione e indipendenza espressiva caratterizzano quindi da sempre Fratelli Berlucchi, che questo mese ha affiancato un programma artistico di Brescia Musei non solo con un sostegno finanziario, ma anche con l’organizzazione di un progetto artistico inedito, una side exhibition, nella sede di Corte Franca.
Il 4 maggio gli ospiti di Fratelli Berlucchi hanno potuto ammirare tra gli affreschi storici della Cantina (i più antichi risalenti addirittura al ‘300) gli scatti di Gabriele Micalizzi, un fotografo che ha coniugato il reportage di guerra con progetti fotografici di natura umanitaria, sociale e artistica.
Le opere rimarranno esposte nelle sale della Cantina fino al 9 agosto, in una esposizione collaterale a quella che proseguirà fino al 1° settembre nel Museo di Santa Giulia a Brescia, dal titolo “Legacy”: ritratti di uomini, donne e bambini immortalati in contesti che testimoniano la complessità dell’esperienza umana durante alcuni dei conflitti degli ultimi 15 anni, dalle proteste delle Camicie Rosse in Thailandia allo scoppio della guerra civile in Ucraina, fino ai combattimenti per la liberazione del territorio libico e del Nord Africa dalle forze dello Stato Islamico.
Con questa rassegna, Gabriele Micalizzi si propone di esplorare questioni essenziali legate al lavoro del fotogiornalista: che cosa lo rende degno di essere ricordato e quale valore riesce a conferire a una fotografia lo status di testimonianza storica. Esamina sia il significato del mezzo fotografico, attraverso un excursus sulla propria esperienza, il proprio lavoro e le proprie immagini, sia il mezzo stesso, cercando di evidenziare la dicotomia tra fotografia digitale e analogica.
Nicola Berlucchi, consigliere delegato di Freccianera Fratelli Berlucchi,
Siamo particolarmente felici di essere Main Partner della Mostra Gabriele Micalizzi. Legacy. Arte, tradizioni e cultura sono care alla nostra famiglia, e per questo da adesso fino al 2027, anno del nostro centenario, si moltiplicheranno le occasioni e gli appuntamenti perché Freccianera diventi per tanti una destinazione che regala esperienze belle e intense, della stessa qualità dei suoi superiori Franciacorta.”
Adele Gorni Silvestrini
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini
Passi in Cantina
Leggi
12 Maggio, 2024
I segreti dello Champagne con il miglior sommelier d’Italia Ivano Antonini
Questa settimana vi porterò in un viaggio straordinario attraverso il mondo affascinante dello Champagne, vissuto personalmente durante una degustazione indimenticabile a Villa Severi, sede della delegazione AIS di Arezzo. Ad accompagnarci in questo viaggio enologico è stato Ivano Antonini, Miglior Sommelier d’Italia nel 2008 ed ex-patron del rinomato Blend4 di Azzate (VA), un ristorante presente sulla prestigiosa guida Michelin.
Ma il vero protagonista della serata è stato lo Champagne, non quello delle grandi Maison conosciute da tutti, ma quello che amo definire la “Piccola Champagne” artigianale.
Parliamo dei vini dei RM (Recoltant Manipulant), quei produttori che creano Champagne utilizzando esclusivamente le proprie uve. Non si tratta di produzioni su larga scala, né di vini con uno stile uniforme anno dopo anno. Questi sono Champagne che raccontano storie uniche, che fanno vibrare il cuore e le papille gustative. Potrebbero tranquillamente essere considerati vini fermi, poiché le bollicine sono solo un dettaglio di un quadro molto più ampio. Questi vini hanno tanto da raccontare: il territorio, lo stile, l’eleganza e, soprattutto, la qualità. In molti casi, ricordano addirittura i vini della Borgogna per la loro complessità e raffinatezza.
Tutti gli elementi per vivere un’esperienza indimenticabile
L’inizio di una degustazione è un momento cruciale in cui il relatore può dimostrare non solo la propria competenza, ma anche la sua capacità di coinvolgere e ispirare il pubblico. Ivano Antonini è maestro in questo, studiando attentamente la platea e avvicinandosi al pubblico con empatia e autenticità. La sua passione per il vino traspare in ogni parola e gesto, trasmettendo un senso di entusiasmo contagioso a tutti i presenti.
La sua scioltezza e sicurezza nell’esposizione dei concetti evidenziano la sua vasta esperienza e il suo bagaglio di conoscenze. Ivano è veramente “Enocentrico”!
È evidente fin da subito che il vino è la sua vera passione e che è desideroso di condividerla con gli altri.
Inoltre, ci svela i suoi due grandi amori enologici: lo Champagne e il nebbiolo. Questo aggiunge un ulteriore livello di autenticità alla sua presentazione, mostrando che non è solo un esperto, ma anche un appassionato dei vini che sta per degustare con noi. Presenza carismatica, profonda conoscenza del tema della serata e capacità innata di coinvolgere il pubblico: abbiamo tutti gli ingredienti per vivere una grande serata! Let’s go!!! Niente lezioni: solo alcune nozioni generali A questo punto, potrei parlarvi dello Champagne, del territorio e della sua storia, della denominazione. Tuttavia, mi rendo conto che sono stati scritti numerosi libri su questo argomento e che solo accennare al metodo di produzione o descrivere il territorio potrebbe diluire troppo la lettura e distogliere il focus dalla degustazione che stiamo per affrontare.
Pertanto, chiedo un po’ di pazienza ai meno esperti, perché prossimamente dedicherò un articolo completo allo Champagne, che potrà essere una preziosa fonte di informazioni per i neofiti e un utile ripasso o approfondimento per gli esperti. Per ora, vi fornirò solo alcune nozioni generali per affrontare questa splendida degustazione e goderne appieno. Territorio, zone e vitigni La prima regola scritta è che non è Champagne se non viene dalla Champagne. Per cui dobbiamo innanzitutto immergerci non solo nella sua affascinante storia, ma soprattutto nel territorio che lo ha reso unico al mondo. Situata nel nord-est della Francia, questa regione è caratterizzata da un clima oceanico e in parte continentale. Si trova quasi al limite della zona in cui è possibile coltivare la vite: a Epernay ci troviamo al 49° parallelo.
Si contano 34.200 ettari coltivati in quattro regioni, ognuna con caratteristiche specifiche che influenzano il carattere e lo stile dei vini prodotti. Nella Montagne de Reims, le colline gessose con esposizione predominante a sud favoriscono la coltivazione del Pinot Noir, conferendo agli Champagne di questa zona una nota di potenza e struttura. Nella Vallée de la Marne, i terreni argillosi e calcarei agevolano la coltivazione del Meunier, donando agli Champagne una spiccata morbidezza e un bouquet fruttato. Nella Côte des Blancs, i terreni gessosi favoriscono la coltivazione dello Chardonnay, regalando agli Champagne aromi delicati e una straordinaria finezza. Infine, nella Côte de Bar, nell’Aube, i terreni gessosi con tendenza marnosa promuovono la coltivazione del Pinot Noir, offrendo agli Champagne un carattere rotondo e complesso. Ecco alcuni dati che mettono in evidenza la potenza economica dello Champagne 16.200 viticoltori conferiscono spesso le uve alle grandi Maison, che invece sono soltanto 370, oltre a circa 130 cooperative. Le bottiglie prodotte ammontano a 309 milioni, generando un fatturato di 6.3 miliardi di euro, di cui il 66% è destinato all’esportazione. Il principale paese destinatario delle esportazioni è gli Stati Uniti, che importano circa 34 milioni di bottiglie di Champagne. Anche l’Italia non è da meno, con 9.2 milioni di bottiglie importate, cifra che è in costante crescita. È evidente il debole che gli italiani hanno per queste bollicine francesi, come dimostra anche la partecipazione a questa degustazione. Nel 2015, la regione dello Champagne è stata riconosciuta come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, in virtù della sua importanza storica, culturale ed enologica. Tornando alla nostra degustazione, serve precisare che Ivano ha selezionato delle etichette da intenditore, ognuna con peculiarità svelate durante l’assaggio. La sua scelta di servire i vini in un ordine “geografico”” anziché seguire la tipica logica di struttura o grado zuccherino, è stata sorprendente e intrigante. Ci ha condotto in un viaggio sensoriale attraverso le diverse regioni della Champagne, permettendoci di esplorare la diversità delle proposte. Iniziando da 3 vini del nord della Montagne de Reims, di tre villaggi in posizioni differenti, e procedendo verso sud con un Rosè dell’Aube, abbiamo attraversato la Vallée de la Marne e la Côte des Blancs. Questo approccio ci ha offerto una panoramica completa della regione, consentendoci di apprezzare le caratteristiche uniche di ciascuna zona. Il primo vino scelto è stato particolarmente interessante in quanto prodotto con il Petit Meslier, uno dei vitigni rari ammessi dal disciplinare, oltre ai tre classici più famosi (Pinot Noir, Meunier e Chardonnay). 1. Brut Nature Petit Meslier 2019 Ecco la storia di un vino raro e prezioso: il Petit Meslier, proveniente dalla tenuta Elemart Robion situata nel comune di Lhéry, nella Montagne de Reims. Questa piccola azienda vitivinicola possiede 4.3 ettari di vigneti coltivati in modo biologico dal 2010e produce circa 12.000 bottiglie all’anno. Lhéry è una zona meno strutturata della Champagne, caratterizzata da suoli ricchi del calcare più antico della regione. La famiglia Robion, presente in questa terra da generazioni, coltiva varietà come Meunier, Pinot Noir, Chardonnay e il raro Petit Meslier, tutti in modo parcellare. Le fermentazioni avvengono con lieviti indigeni, permettendo al vino di esprimere appieno il terroir da cui proviene. Il nome dell’azienda, Elemart Robion, è un omaggio ai figli Catherine e Thierry: Eloi, Leopold e Martin, che rappresentano il futuro della cantina. Note di degustazione Il vino che abbiamo avuto il privilegio di degustare è il Brut Nature Petit Meslier 2019, millesimato prodotto con questo vitigno raro proveniente da una singola parcella. Dopo 36 mesi di affinamento sui lieviti, è stato sboccato nel maggio del 2023 con un dosaggio pari a 0 g/l, mantenendo la sua purezza e autenticità. Bellissimo il colore, luminoso, profondo e con tonalità dorate. Essendo una sboccatura di un anno, non è da ossidazione ma da maturità delle uve. Infatti al naso sentiamo note di frutta piene, non vegetali, impreziosite da tocchi di erbe aromatiche come timo e rosmarino. Esprime delicati profumi di lievitati anche se è il frutto a rimanere in evidenza. Una complessità ricca e matura che con qualche grado in più nel calice si apre ulteriormente. In bocca le bollicine sono il dettaglio meno interessante. e’ talmente pieno e strutturato che si può considerare un vino con le bollicine, meno aggressivo dei classici Champagne, anche se minerale e notevolmente sapido. Gran bella persistenza che ci lascia una bocca ben equilibrata grazie alla nota pseudocalorica che bilancia le durezze. 2. Brut Réserve Premier Cru BdB Marion Perseval – 100% Chardonnay Nel cuore della Montagne de Reims, nel villaggio Premier cru di Chamery, la famiglia Perseval custodisce da diverse generazioni le proprie vigne, estendendosi su circa 20 ettari di terreno. Gérard e sua moglie Marie-Thérèse sono ancora dediti alla produzione dello Champagne, anche se potrebbero tranquillamente godersi una vita da pensionati. Hanno passato gran parte delle loro terre ai figli, mantenendone solo una piccola porzione, sufficiente a garantire loro un’occupazione e a produrre poco meno di 12.000 bottiglie.
La produzione di Gérard Perseval si distingue per l’uso della pressa classica champenoise, la fermentazione delle uve in parte in acciaio e in parte in botte, e gli assemblaggi che riflettono l’anima dell’azienda. Lunghe maturazioni in bottiglia sono la chiave per ottenere vini di alta qualità. La loro preferenza è per gli assemblaggi classici, che combinano tutti e tre i vitigni principali con l’uso sapiente dei vini di riserva. Note di degustazione Tuttavia, il nostro assaggio è qualcosa di speciale: un Blanc de Blancs (BdB) a base di Chardonnay, ottenuto dall’assemblaggio di due annate diverse (2018 e 2020). In contrasto con i classici BdB della Côte des Blancs, questo vino presenta una struttura e una masticabilità sorprendenti. È considerato la punta di diamante della loro produzione, in grado di stupire in ogni annata. Il colore è più delicato, così come il primo naso che rivela le note più sottili tipiche dello Chardonnay. Tuttavia, è un vino profondo e complesso, in cui la struttura e la cremosità si fondono con una mineralità verticale e una freschezza agrumata che richiama il cedro. Qui, non sono le classiche note di pasticceria a dominare, bensì il terroir gessoso che parla della terra di Reims. Un bouquet di incredibile ampiezza eleva ulteriormente l’esperienza gustativa. La sensazione pseudocalorica è meno accentuata, ma c’è una grande concordanza con quanto percepito al naso, dai fiori di acacia agli agrumi, rendendo l’esperienza davvero appagante. 3. Millésime 2015 Pascal Mazet l terzo assaggio ci porta nel comune di Chigny-les-Roses, nella Montagne de Reims, presso Pascal Mazet. Fondata nel 1981 con il matrimonio di Catherine, figlia di viticoltori, e Pascal, figlio di contadini, l’azienda ha una superficie vitata di circa 2.5 ettari, gestiti in regime biologico. Dal 2018, sono affiancati dai figli Olivier e Baptiste. L’approccio di Pascal Mazet alla produzione di Champagne riflette un profondo rispetto per la terra e una passione per l’artigianato enologico. Il risultato sono dei vini di straordinaria complessità e carattere, che incarnano il meglio della Montagne de Reims.
Il millesimato in degustazione, rappresenta l’unico vino aziendale derivante da una singola vendemmia, completamente vinificato e fatto maturare in legno. Viene prodotto solo nelle migliori annate e proviene esclusivamente dalle parcelle meglio esposte. È un autentico specchio del millesimo d’appartenenza, a volte più elegante, a volte più giocato su corpo e struttura, ma sempre profondo e complesso. È un instancabile promotore di terreni sani e profondamente vocati, portando in ogni sorso la storia e il carattere del territorio in cui è nato. Note di degustazione l Millésime 2015 che stiamo degustando è una composizione di 46% Meunier, 30% Pinot Noir, 12% Chardonnay e 12% Pinot Bianco. Dopo la fermentazione malolattica, il vino affina per 12 mesi in legno e poi rimane ben 5 anni sui lieviti. Si tratta di un Dosage zero, e ne sono state prodotte solo 2944 bottiglie.
Il colore colpisce per quella nuance tipica dei Blanc de Noirs che aggiunge calore alla luce che emana. È un colore che esprime anche la lunga sosta sui lieviti e la sboccatura di oltre 2 anni. Al naso, arrivano note molto pulite che combinano eleganza e complessità, con una piacevole freschezza di ribes. In bocca, emerge ancora mineralità, ma anche una “morbidezza” accentuata dall’affinamento in legno. Sono assenti le note vanigliate o tostate, rendendo l’esperienza di degustazione estremamente piacevole. 4. Extra brut Terre de Meunier S.A. Con il quarto assaggio ci spostiamo nella Vallée della Marne, nel comune di Mareuil Le Port, presso Dehours & Fils. L’azienda possiede 14,50 ettari vitati e produce circa 80.000 bottiglie all’anno, seguendo i principi della viticoltura biologica HVE. Negli anni ’70, il padre Robert fu un precursore relativamente ai vini di riserva, accantonando il vino nelle annate buone per utilizzarlo in quelle meno favorevoli. Nel 1996 entra in gioco il figlio Jerome, che riorganizza il domaine con l’obiettivo di valorizzare i diversi terroirs, coltivandoli in modo naturale. La sua filosofia è quella di raccogliere le uve a maturità completa sulle 42 parcelle di proprietà, situate sulla riva sinistra della Marna, coltivate al 65% da Meunier. Ogni anno, una singola parcella viene prodotta solo in magnum. Il progetto delle riserve perpetue è iniziato nel 1998 e dal 2021 tutti i parcellari non sono più millesimati ma perpetui. Note di degustazione Abbiamo degustato l’Extra Brut Terre de Meunier S.A., un vino composto al 100% da Meunier, con uve provenienti da due lieux-dits: Le Patis de Cerseuil (a sud) e Les Vignes Dans le bois (a nord). La base è del 2020, con il 16% di vins de réserve (la più vecchia del 2013). La vinificazione avviene in acciaio, con malolattica svolta, e il vino riposa sui lieviti per 24 mesi. Il dosaggio è di 4 g/l, con sboccatura nell’aprile 2023. Sono state prodotte 12.524 bottiglie di questo straordinario vino. Il colore presenta tonalità con riflessi da Vin Gris. La carbonica è più pronunciata, portando profumi un po’ diversi dagli altri. Emergono note di maggiorana e frutta, mentre in bocca si percepisce una mineralità gessosa, struttura e potenza. Grazie al dosaggio zuccherino, si ottiene un equilibrio avvolgente che non dà percezione dello zucchero: è un vino molto completo. È un peccato che da disciplinare non sia possibile produrre Grand Cru con il Meunier in purezza. Si apprezzano le belle potenzialità di questo vitigno, considerato un tempo di serie B ma che sta dimostrando negli ultimi anni un grande valore. Se penso che è il loro vino di apertura, è proprio il caso di esclamare Chapeau! È il mio preferito in assoluto. 5. Extra Brut Blanc de Blancs Grand Cru Ambitieuse S.A. Con il quinto assaggio ci trasferiamo nella mitica Côte des Blancs, nel comune di Cramant, presso Pertois-Lebrun. L’azienda possiede 9,69 ettari vitati e produce circa 35.000 bottiglie l’anno, seguendo i principi della viticoltura biologica HVE. Fondata nel 1955, l’azienda è gestita dagli ultimi eredi della famiglia Perois-Lebrun, i fratelli Antoine e Clément Bouret, che coltivano i vigneti esclusivamente a Chardonnay in 5 villaggi Grand Cru e 2 villaggi Premier Cru.
Dal 2011, Clément si occupa delle vigne della cantina, mentre Antoine gestisce la parte commerciale. Le vinificazioni vengono divise tra legno, acciaio e cemento, ma negli ultimi anni hanno introdotto delle anfore per le vinificazioni separate delle parcelle Grand Cru. Note di degustazione Abbiamo degustato l’Extra Brut Blanc de Blancs Grand Cru Ambitieuse S.A., un vino composto al 100% da Chardonnay proveniente dai villaggi di Chouilly, Le Mesnil-sur-Oger, Oiry e Cramant. È composto per il 50% dalla base dell’annata 2017 e per il restante 50% da vini di riserva perpetua. Dopo la pressatura viene svolta la fermentazione malolattica e il vino riposa sui lieviti per 4 anni. Il dosaggio è di 1.5 g/l e la sboccatura più vecchia della serata risale a giugno 2022. È evidente dalle prime olfazioni che si tratta di un Grand Cru e della Côte des Blancs. Emergono eleganza e tipicità, accompagnate per la prima volta da note spiccate di pasticceria e crema pasticcera. La complessità è amplificata dalla percentuale dei vini di riserva perpetua. Si percepiscono anche note agrumate e una dolcezza legata al frutto evoluto, il tutto sottolineato da un sottofondo gessoso che persiste in bocca, conferendo mineralità e sapidità. 6. Brut Rosé de Brut Rosé de Saignée Saignée 2018 Con l’ultimo assaggio, ci spostiamo nella regione più a sud dello Champagne da Gilbert Leseurre, nel comune di Arrentières (Aube). L’azienda vanta 7 ettari vitati e produce circa 30.000 bottiglie all’anno, seguendo pratiche di viticoltura biologica. Fondata nel lontano 1961, Arrentières è un villaggio piccolissimo, con circa 160 abitanti. I vigneti sono suddivisi principalmente tra Pinot Noir (80%), Meunier (10%) e Chardonnay (10%), distribuiti su 17 parcelle. Nonostante la qualità dei loro vini, sono poco conosciuti in patria poiché la quasi totalità della produzione è destinata all’esportazione. Gilbert rappresenta la quarta generazione di viticoltori, ma nel 1979 ha deciso di cominciare a produrre vino a proprio nome. È sposato con Nathalie Falmet, anch’essa produttrice nell’Aube. Note di degustazione Abbiamo concluso la degustazione con un rosato davvero particolare, il Brut Rosé de Saignée 2018 a base di 100% Pinot Noir. La vinificazione avviene in acciaio e botte nella cantina della moglie Nathalie Falmet, dove il vino riposa sui lieviti per ben 5 anni. Il dosaggio è di 5,5 g/l, e la sboccatura è avvenuta nell’ottobre del 2023. L’assaggio di questo vino è una vera e propria sorpresa. Il rosé può essere prodotto tramite assemblaggio o tramite saignée (macerazione). La Champagne è l’unica regione al mondo che prevede la possibilità di creare un rosé miscelando vino bianco e vino rosso. Nel calice, notiamo subito qualcosa di molto particolare, a cominciare dal colore. Non è il solito rosato con riflessi di buccia di cipolla o color fior di ciliegio; è un rosa peonia pieno, ipnotico e che senz’altro non lascia indifferenti. Anche il bouquet è unico. Come per tutti gli altri assaggi, troviamo come filo conduttore l’equilibrio e la lettura del territorio. Emerge la mineralità del gesso, mentre sono assenti le solite note di pasticceria e pan brioche che spesso identificano questa tipologia di vino. Questa peculiarità rende l’assaggio meno scontato, arricchendo ulteriormente l’esperienza sensoriale. Appuntamento in autunno con un’altra eccellenza In conclusione, l’esperienza di degustare Champagne con Ivano Antonini è stata veramente straordinaria. L’approccio al mondo dei piccoli produttori RM ha aggiunto un tocco speciale alla nostra scoperta delle bollicine, regalandoci emozioni uniche ad ogni sorso. La serata è stata un autentico viaggio sensoriale, arricchito dalla passione e dalla conoscenza di un grande maestro come Ivano Antonini. E non possiamo fare a meno di anticipare un appuntamento imperdibile: siamo riusciti a strappargli la promessa di un’altra serata, questa volta con protagonista un’altra sua grande passione, il Barolo. Quindi, non vediamo l’ora di ritrovarci in autunno per un nuovo viaggio nel mondo del vino, guidati dalla maestria e dalla passione di Ivano Antonini. Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo
Leggi
È evidente fin da subito che il vino è la sua vera passione e che è desideroso di condividerla con gli altri.
Inoltre, ci svela i suoi due grandi amori enologici: lo Champagne e il nebbiolo. Questo aggiunge un ulteriore livello di autenticità alla sua presentazione, mostrando che non è solo un esperto, ma anche un appassionato dei vini che sta per degustare con noi. Presenza carismatica, profonda conoscenza del tema della serata e capacità innata di coinvolgere il pubblico: abbiamo tutti gli ingredienti per vivere una grande serata! Let’s go!!! Niente lezioni: solo alcune nozioni generali A questo punto, potrei parlarvi dello Champagne, del territorio e della sua storia, della denominazione. Tuttavia, mi rendo conto che sono stati scritti numerosi libri su questo argomento e che solo accennare al metodo di produzione o descrivere il territorio potrebbe diluire troppo la lettura e distogliere il focus dalla degustazione che stiamo per affrontare.
Pertanto, chiedo un po’ di pazienza ai meno esperti, perché prossimamente dedicherò un articolo completo allo Champagne, che potrà essere una preziosa fonte di informazioni per i neofiti e un utile ripasso o approfondimento per gli esperti. Per ora, vi fornirò solo alcune nozioni generali per affrontare questa splendida degustazione e goderne appieno. Territorio, zone e vitigni La prima regola scritta è che non è Champagne se non viene dalla Champagne. Per cui dobbiamo innanzitutto immergerci non solo nella sua affascinante storia, ma soprattutto nel territorio che lo ha reso unico al mondo. Situata nel nord-est della Francia, questa regione è caratterizzata da un clima oceanico e in parte continentale. Si trova quasi al limite della zona in cui è possibile coltivare la vite: a Epernay ci troviamo al 49° parallelo.
Si contano 34.200 ettari coltivati in quattro regioni, ognuna con caratteristiche specifiche che influenzano il carattere e lo stile dei vini prodotti. Nella Montagne de Reims, le colline gessose con esposizione predominante a sud favoriscono la coltivazione del Pinot Noir, conferendo agli Champagne di questa zona una nota di potenza e struttura. Nella Vallée de la Marne, i terreni argillosi e calcarei agevolano la coltivazione del Meunier, donando agli Champagne una spiccata morbidezza e un bouquet fruttato. Nella Côte des Blancs, i terreni gessosi favoriscono la coltivazione dello Chardonnay, regalando agli Champagne aromi delicati e una straordinaria finezza. Infine, nella Côte de Bar, nell’Aube, i terreni gessosi con tendenza marnosa promuovono la coltivazione del Pinot Noir, offrendo agli Champagne un carattere rotondo e complesso. Ecco alcuni dati che mettono in evidenza la potenza economica dello Champagne 16.200 viticoltori conferiscono spesso le uve alle grandi Maison, che invece sono soltanto 370, oltre a circa 130 cooperative. Le bottiglie prodotte ammontano a 309 milioni, generando un fatturato di 6.3 miliardi di euro, di cui il 66% è destinato all’esportazione. Il principale paese destinatario delle esportazioni è gli Stati Uniti, che importano circa 34 milioni di bottiglie di Champagne. Anche l’Italia non è da meno, con 9.2 milioni di bottiglie importate, cifra che è in costante crescita. È evidente il debole che gli italiani hanno per queste bollicine francesi, come dimostra anche la partecipazione a questa degustazione. Nel 2015, la regione dello Champagne è stata riconosciuta come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, in virtù della sua importanza storica, culturale ed enologica. Tornando alla nostra degustazione, serve precisare che Ivano ha selezionato delle etichette da intenditore, ognuna con peculiarità svelate durante l’assaggio. La sua scelta di servire i vini in un ordine “geografico”” anziché seguire la tipica logica di struttura o grado zuccherino, è stata sorprendente e intrigante. Ci ha condotto in un viaggio sensoriale attraverso le diverse regioni della Champagne, permettendoci di esplorare la diversità delle proposte. Iniziando da 3 vini del nord della Montagne de Reims, di tre villaggi in posizioni differenti, e procedendo verso sud con un Rosè dell’Aube, abbiamo attraversato la Vallée de la Marne e la Côte des Blancs. Questo approccio ci ha offerto una panoramica completa della regione, consentendoci di apprezzare le caratteristiche uniche di ciascuna zona. Il primo vino scelto è stato particolarmente interessante in quanto prodotto con il Petit Meslier, uno dei vitigni rari ammessi dal disciplinare, oltre ai tre classici più famosi (Pinot Noir, Meunier e Chardonnay). 1. Brut Nature Petit Meslier 2019 Ecco la storia di un vino raro e prezioso: il Petit Meslier, proveniente dalla tenuta Elemart Robion situata nel comune di Lhéry, nella Montagne de Reims. Questa piccola azienda vitivinicola possiede 4.3 ettari di vigneti coltivati in modo biologico dal 2010e produce circa 12.000 bottiglie all’anno. Lhéry è una zona meno strutturata della Champagne, caratterizzata da suoli ricchi del calcare più antico della regione. La famiglia Robion, presente in questa terra da generazioni, coltiva varietà come Meunier, Pinot Noir, Chardonnay e il raro Petit Meslier, tutti in modo parcellare. Le fermentazioni avvengono con lieviti indigeni, permettendo al vino di esprimere appieno il terroir da cui proviene. Il nome dell’azienda, Elemart Robion, è un omaggio ai figli Catherine e Thierry: Eloi, Leopold e Martin, che rappresentano il futuro della cantina. Note di degustazione Il vino che abbiamo avuto il privilegio di degustare è il Brut Nature Petit Meslier 2019, millesimato prodotto con questo vitigno raro proveniente da una singola parcella. Dopo 36 mesi di affinamento sui lieviti, è stato sboccato nel maggio del 2023 con un dosaggio pari a 0 g/l, mantenendo la sua purezza e autenticità. Bellissimo il colore, luminoso, profondo e con tonalità dorate. Essendo una sboccatura di un anno, non è da ossidazione ma da maturità delle uve. Infatti al naso sentiamo note di frutta piene, non vegetali, impreziosite da tocchi di erbe aromatiche come timo e rosmarino. Esprime delicati profumi di lievitati anche se è il frutto a rimanere in evidenza. Una complessità ricca e matura che con qualche grado in più nel calice si apre ulteriormente. In bocca le bollicine sono il dettaglio meno interessante. e’ talmente pieno e strutturato che si può considerare un vino con le bollicine, meno aggressivo dei classici Champagne, anche se minerale e notevolmente sapido. Gran bella persistenza che ci lascia una bocca ben equilibrata grazie alla nota pseudocalorica che bilancia le durezze. 2. Brut Réserve Premier Cru BdB Marion Perseval – 100% Chardonnay Nel cuore della Montagne de Reims, nel villaggio Premier cru di Chamery, la famiglia Perseval custodisce da diverse generazioni le proprie vigne, estendendosi su circa 20 ettari di terreno. Gérard e sua moglie Marie-Thérèse sono ancora dediti alla produzione dello Champagne, anche se potrebbero tranquillamente godersi una vita da pensionati. Hanno passato gran parte delle loro terre ai figli, mantenendone solo una piccola porzione, sufficiente a garantire loro un’occupazione e a produrre poco meno di 12.000 bottiglie.
La produzione di Gérard Perseval si distingue per l’uso della pressa classica champenoise, la fermentazione delle uve in parte in acciaio e in parte in botte, e gli assemblaggi che riflettono l’anima dell’azienda. Lunghe maturazioni in bottiglia sono la chiave per ottenere vini di alta qualità. La loro preferenza è per gli assemblaggi classici, che combinano tutti e tre i vitigni principali con l’uso sapiente dei vini di riserva. Note di degustazione Tuttavia, il nostro assaggio è qualcosa di speciale: un Blanc de Blancs (BdB) a base di Chardonnay, ottenuto dall’assemblaggio di due annate diverse (2018 e 2020). In contrasto con i classici BdB della Côte des Blancs, questo vino presenta una struttura e una masticabilità sorprendenti. È considerato la punta di diamante della loro produzione, in grado di stupire in ogni annata. Il colore è più delicato, così come il primo naso che rivela le note più sottili tipiche dello Chardonnay. Tuttavia, è un vino profondo e complesso, in cui la struttura e la cremosità si fondono con una mineralità verticale e una freschezza agrumata che richiama il cedro. Qui, non sono le classiche note di pasticceria a dominare, bensì il terroir gessoso che parla della terra di Reims. Un bouquet di incredibile ampiezza eleva ulteriormente l’esperienza gustativa. La sensazione pseudocalorica è meno accentuata, ma c’è una grande concordanza con quanto percepito al naso, dai fiori di acacia agli agrumi, rendendo l’esperienza davvero appagante. 3. Millésime 2015 Pascal Mazet l terzo assaggio ci porta nel comune di Chigny-les-Roses, nella Montagne de Reims, presso Pascal Mazet. Fondata nel 1981 con il matrimonio di Catherine, figlia di viticoltori, e Pascal, figlio di contadini, l’azienda ha una superficie vitata di circa 2.5 ettari, gestiti in regime biologico. Dal 2018, sono affiancati dai figli Olivier e Baptiste. L’approccio di Pascal Mazet alla produzione di Champagne riflette un profondo rispetto per la terra e una passione per l’artigianato enologico. Il risultato sono dei vini di straordinaria complessità e carattere, che incarnano il meglio della Montagne de Reims.
Il millesimato in degustazione, rappresenta l’unico vino aziendale derivante da una singola vendemmia, completamente vinificato e fatto maturare in legno. Viene prodotto solo nelle migliori annate e proviene esclusivamente dalle parcelle meglio esposte. È un autentico specchio del millesimo d’appartenenza, a volte più elegante, a volte più giocato su corpo e struttura, ma sempre profondo e complesso. È un instancabile promotore di terreni sani e profondamente vocati, portando in ogni sorso la storia e il carattere del territorio in cui è nato. Note di degustazione l Millésime 2015 che stiamo degustando è una composizione di 46% Meunier, 30% Pinot Noir, 12% Chardonnay e 12% Pinot Bianco. Dopo la fermentazione malolattica, il vino affina per 12 mesi in legno e poi rimane ben 5 anni sui lieviti. Si tratta di un Dosage zero, e ne sono state prodotte solo 2944 bottiglie.
Il colore colpisce per quella nuance tipica dei Blanc de Noirs che aggiunge calore alla luce che emana. È un colore che esprime anche la lunga sosta sui lieviti e la sboccatura di oltre 2 anni. Al naso, arrivano note molto pulite che combinano eleganza e complessità, con una piacevole freschezza di ribes. In bocca, emerge ancora mineralità, ma anche una “morbidezza” accentuata dall’affinamento in legno. Sono assenti le note vanigliate o tostate, rendendo l’esperienza di degustazione estremamente piacevole. 4. Extra brut Terre de Meunier S.A. Con il quarto assaggio ci spostiamo nella Vallée della Marne, nel comune di Mareuil Le Port, presso Dehours & Fils. L’azienda possiede 14,50 ettari vitati e produce circa 80.000 bottiglie all’anno, seguendo i principi della viticoltura biologica HVE. Negli anni ’70, il padre Robert fu un precursore relativamente ai vini di riserva, accantonando il vino nelle annate buone per utilizzarlo in quelle meno favorevoli. Nel 1996 entra in gioco il figlio Jerome, che riorganizza il domaine con l’obiettivo di valorizzare i diversi terroirs, coltivandoli in modo naturale. La sua filosofia è quella di raccogliere le uve a maturità completa sulle 42 parcelle di proprietà, situate sulla riva sinistra della Marna, coltivate al 65% da Meunier. Ogni anno, una singola parcella viene prodotta solo in magnum. Il progetto delle riserve perpetue è iniziato nel 1998 e dal 2021 tutti i parcellari non sono più millesimati ma perpetui. Note di degustazione Abbiamo degustato l’Extra Brut Terre de Meunier S.A., un vino composto al 100% da Meunier, con uve provenienti da due lieux-dits: Le Patis de Cerseuil (a sud) e Les Vignes Dans le bois (a nord). La base è del 2020, con il 16% di vins de réserve (la più vecchia del 2013). La vinificazione avviene in acciaio, con malolattica svolta, e il vino riposa sui lieviti per 24 mesi. Il dosaggio è di 4 g/l, con sboccatura nell’aprile 2023. Sono state prodotte 12.524 bottiglie di questo straordinario vino. Il colore presenta tonalità con riflessi da Vin Gris. La carbonica è più pronunciata, portando profumi un po’ diversi dagli altri. Emergono note di maggiorana e frutta, mentre in bocca si percepisce una mineralità gessosa, struttura e potenza. Grazie al dosaggio zuccherino, si ottiene un equilibrio avvolgente che non dà percezione dello zucchero: è un vino molto completo. È un peccato che da disciplinare non sia possibile produrre Grand Cru con il Meunier in purezza. Si apprezzano le belle potenzialità di questo vitigno, considerato un tempo di serie B ma che sta dimostrando negli ultimi anni un grande valore. Se penso che è il loro vino di apertura, è proprio il caso di esclamare Chapeau! È il mio preferito in assoluto. 5. Extra Brut Blanc de Blancs Grand Cru Ambitieuse S.A. Con il quinto assaggio ci trasferiamo nella mitica Côte des Blancs, nel comune di Cramant, presso Pertois-Lebrun. L’azienda possiede 9,69 ettari vitati e produce circa 35.000 bottiglie l’anno, seguendo i principi della viticoltura biologica HVE. Fondata nel 1955, l’azienda è gestita dagli ultimi eredi della famiglia Perois-Lebrun, i fratelli Antoine e Clément Bouret, che coltivano i vigneti esclusivamente a Chardonnay in 5 villaggi Grand Cru e 2 villaggi Premier Cru.
Dal 2011, Clément si occupa delle vigne della cantina, mentre Antoine gestisce la parte commerciale. Le vinificazioni vengono divise tra legno, acciaio e cemento, ma negli ultimi anni hanno introdotto delle anfore per le vinificazioni separate delle parcelle Grand Cru. Note di degustazione Abbiamo degustato l’Extra Brut Blanc de Blancs Grand Cru Ambitieuse S.A., un vino composto al 100% da Chardonnay proveniente dai villaggi di Chouilly, Le Mesnil-sur-Oger, Oiry e Cramant. È composto per il 50% dalla base dell’annata 2017 e per il restante 50% da vini di riserva perpetua. Dopo la pressatura viene svolta la fermentazione malolattica e il vino riposa sui lieviti per 4 anni. Il dosaggio è di 1.5 g/l e la sboccatura più vecchia della serata risale a giugno 2022. È evidente dalle prime olfazioni che si tratta di un Grand Cru e della Côte des Blancs. Emergono eleganza e tipicità, accompagnate per la prima volta da note spiccate di pasticceria e crema pasticcera. La complessità è amplificata dalla percentuale dei vini di riserva perpetua. Si percepiscono anche note agrumate e una dolcezza legata al frutto evoluto, il tutto sottolineato da un sottofondo gessoso che persiste in bocca, conferendo mineralità e sapidità. 6. Brut Rosé de Brut Rosé de Saignée Saignée 2018 Con l’ultimo assaggio, ci spostiamo nella regione più a sud dello Champagne da Gilbert Leseurre, nel comune di Arrentières (Aube). L’azienda vanta 7 ettari vitati e produce circa 30.000 bottiglie all’anno, seguendo pratiche di viticoltura biologica. Fondata nel lontano 1961, Arrentières è un villaggio piccolissimo, con circa 160 abitanti. I vigneti sono suddivisi principalmente tra Pinot Noir (80%), Meunier (10%) e Chardonnay (10%), distribuiti su 17 parcelle. Nonostante la qualità dei loro vini, sono poco conosciuti in patria poiché la quasi totalità della produzione è destinata all’esportazione. Gilbert rappresenta la quarta generazione di viticoltori, ma nel 1979 ha deciso di cominciare a produrre vino a proprio nome. È sposato con Nathalie Falmet, anch’essa produttrice nell’Aube. Note di degustazione Abbiamo concluso la degustazione con un rosato davvero particolare, il Brut Rosé de Saignée 2018 a base di 100% Pinot Noir. La vinificazione avviene in acciaio e botte nella cantina della moglie Nathalie Falmet, dove il vino riposa sui lieviti per ben 5 anni. Il dosaggio è di 5,5 g/l, e la sboccatura è avvenuta nell’ottobre del 2023. L’assaggio di questo vino è una vera e propria sorpresa. Il rosé può essere prodotto tramite assemblaggio o tramite saignée (macerazione). La Champagne è l’unica regione al mondo che prevede la possibilità di creare un rosé miscelando vino bianco e vino rosso. Nel calice, notiamo subito qualcosa di molto particolare, a cominciare dal colore. Non è il solito rosato con riflessi di buccia di cipolla o color fior di ciliegio; è un rosa peonia pieno, ipnotico e che senz’altro non lascia indifferenti. Anche il bouquet è unico. Come per tutti gli altri assaggi, troviamo come filo conduttore l’equilibrio e la lettura del territorio. Emerge la mineralità del gesso, mentre sono assenti le solite note di pasticceria e pan brioche che spesso identificano questa tipologia di vino. Questa peculiarità rende l’assaggio meno scontato, arricchendo ulteriormente l’esperienza sensoriale. Appuntamento in autunno con un’altra eccellenza In conclusione, l’esperienza di degustare Champagne con Ivano Antonini è stata veramente straordinaria. L’approccio al mondo dei piccoli produttori RM ha aggiunto un tocco speciale alla nostra scoperta delle bollicine, regalandoci emozioni uniche ad ogni sorso. La serata è stata un autentico viaggio sensoriale, arricchito dalla passione e dalla conoscenza di un grande maestro come Ivano Antonini. E non possiamo fare a meno di anticipare un appuntamento imperdibile: siamo riusciti a strappargli la promessa di un’altra serata, questa volta con protagonista un’altra sua grande passione, il Barolo. Quindi, non vediamo l’ora di ritrovarci in autunno per un nuovo viaggio nel mondo del vino, guidati dalla maestria e dalla passione di Ivano Antonini. Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo
10 Maggio, 2024
Tenuta Cavalier Pepe. Milena, la grazia, la forza
Conoscete la differenza tra slavina e valanga?
In realtà non c’è perché, tecnicamente parlando, sono la stessa cosa. Si tratta sempre di una massa di neve o ghiaccio che si distacca e precipita fino a valle. Aldilà infatti se la massa sia grande o piccola, se si ingrossa o meno durante la caduta, il risultato è sempre abbastanza disastroso a causa della velocità con la quale si muove la massa e il dislivello che affronta.
Quando incontro Milena Pepe dell’azienda Tenuta Cavalier Pepe, ho l’impressione, già dopo poche parole, di essere dinanzi ad una valanga che ancora non ha terminato la sua corsa. Milena può sembrare, all’apparenza, una donna fragile. La pelle bianca, i capelli biondi, il viso sorridente, la sua parlata con tipico accento francese mista al dialetto irpino. Una fisionomia che oltre a farla sembrare fragile non la connotano propriamente come una donna irpina. Però da quasi venti anni lei vive qui, a Luogosano, un piccolo paesino con poco più di 1100 anime in quel meraviglioso angolo di Irpinia patria di grandi vitigni e grandi vini (Greco, Fiano, Aglianico). Raccontare la vita di Milena sarebbe forse banale. Lei è donna di marketing del vino formata in Belgio, Olanda e Francia. Sa come si produce il vino e soprattutto sa come si vende. Sa coccolare i clienti e farsi amare da loro. Sa l’importanza del consociativismo e di quanto sia importante valorizzare un territorio. Sa come muoversi sui mercati internazionali. Sa quanto sia importante far conoscere il proprio brand. Lei sa e soprattutto fa. Fa tanto. La trovi ovunque ci sia una fiera nazionale o internazionale del vino. Tanti articoli parlano di lei e della sua storia. Tanti blogger parlano dei suoi vini.
Ecco, in questo articolo ho scelto di non parlare di questo ma di una donna che da sola sta affrontando qualcosa di grande. Forse di anche più grande di lei. Ma lo fa con una tale grazia e una sorprendente forza vitale, difficilmente trovabile in una persona, che tutto sembra facile. Apparentemente. Milena arriva in Irpina nel 2005. Come una valanga. Dopo aver finito i suoi studi. C’è bisogno di una di famiglia che si prenda cura dell’azienda. Lei è la maggiore e tocca a lei.
23 ettari di vigna acquistati dal papà, il Cavaliere del Lavoro Angelo Pepe, per investire nella sua terra di origine. Lui che dall’Irpinia se ne era andato trenta anni prima alla volta del Belgio dove aveva aperto ristoranti crescendo piano piano come imprenditore. Sembra una storia semplice. Cosa c’è di più bello che ricevere le “chiavi” di una impresa e poter mettere a frutto ciò per il quale si è studiato? Quando sono arrivata in Irpinia ho detto: e mò chi mi viene a trovare qui? Ho dovuto mentalmente capire come dovevamo fare. Ero associata a Slow Food in Francia e sono diventata socio fondatore dello Slow Food in Irpinia. Poi associata a Donne del vino. Quindi al locale Consorzio. Infine a FIVI. Molto associazionismo per farmi conoscere sul territorio. Essere presente. Il Movimento Turismo del Vino con Cantine aperte e con gli eventi successivi ha creato tanto. Io figlia di ristoratore so come si accoglie una persona ma il decalogo che mi hanno fornito ha aiutato. Tenuta Cavaliere Pepe da sola non ce la può fare. Serve questo. Tanta consapevolezza per una azienda che oggi è arrivata a produrre oltre 500.000 bottiglie in circa 70 ettari. Le esperienze in Francia, specialmente quella da Chapoutier, grande produttore ma anche grande marketer, sono state di grande insegnamento. Forma mentis e praticità. Studio e spirito di abnegazione. Tanta volontà. Tanta ce ne vuole davvero. Lei che non si spaventa di lavorare in un mondo di maschi così come arrivare in un paese così piccolo. Le ossa se l’è già fatte in Francia, al BTS in mezzo ai vigneti, in un paesino di 200 abitanti, nella profonda umidità della Borgogna, in un ambiente molto maschile. Non me ne sono accorta sul momento. Venivo dal Belgio, Bruxelles, un collegio cattolico, nobili. Mi chiamavano Barbie. Un ambiente maschile. Così mi sono concentrata sullo studio. Non avevo la tv. Ho studiato tanto tanto tanto. La forza delle idee di una donna che si scontra con l’isolamento e la difficoltà del luogo. Essere donna già non aiuta nel mondo del vino. Esserlo in Irpina, ancor meno. Un mondo maschilista da un lato, la difficoltà ambientale dall’altro. Con un padre che ha l’ambizione di crescere. Anno dopo anno quei 23 ettari crescono. Crescono. Crescono. Fino ad arrivare a 70. Crescono gli ettari. Crescono le bottiglie. Crescono gli investimenti. Cresce il lavoro. Per Milena. Che sola è e sola rimane a gestire l’azienda.
Papà Angelo non è presente. Ha i suoi ristoranti da mandare avanti. I fratelli e sorelle di Milena vivono in Belgio e di spostarsi in Italia non ne hanno possibilità. Milena è sola e si sente sola. Ma questo è il suo sogno. La voglia, la perseveranza, la determinazione che dimostra Milena è straordinaria. Dalla scelta dei vini a quella di valorizzazione del territorio e della sua azienda. Nel 2005 sono arrivata sotto vendemmia. Senza serbatoi, senza elettricità. Il primo anno è stata una battaglia. Quasi che nono ci volessero far vinificare. Papà aveva costruito i primi 500 metri quadrati di cantina. Opera mia si chiama cosi perché sono caduta in una delle vasca. Non dentro. Fuori alla fine delle vendemmia. Era una vasca di Aglianico che stava ancora fermentando. Non sapevo neanche cosa fossero le scarpe antinfortunistiche. Forse non ero nemmeno assunta. Il primo passo per poi lavorare su altro. Su ogni piccolo particolare di una azienda che produceva e conferiva ma al tempo stesso voleva diventare grande. Il papà più orientato alle dimensioni. Le vigne. La quantità. Voleva creare un ristorante nella tenuta. Voleva crescere. Milena, in un territorio così vocato per il vino, capiva che si poteva e si può fare altro. Valorizzarlo ad esempio. Valorizzare i vitigni nelle loro espressioni più alte. Contaminazioni. Tradizioni. Valorizzare i prodotti della terra oltre il vino. Per fare questo c’era tanto da fare. Dal creare la rete vendita alle etichette nelle varie lingue, a gestire la comunicazione, ecc ecc ecc ecc. Un progetto dove aveva tanto e tutto da fare. Era bello perché potevo fare tutto. Papà era presente. Solo al telefono purtroppo. Le discussioni tra Angelo e Milena non possono che iniziare come è normale e giusto che sia quando si hanno idee diverse con alla base tanta passione e ardore. Legato alle tradizioni il primo che sceglieva anche le barbatelle; innovativa, internazionale e con idee ben precise Milena. Attento alla quantità e alle dimensioni papà Angelo; focalizzata sulla qualità e sul territorio Milena.
Due filosofie diverse. Due modi diversi di intendere il vino e la gestione aziendale. Un papà istrionico e impulsivo che vorrebbe gestire a distanza con un progetto improntato sulle dimensioni. Milena che sa cosa vuole. Sa come fare bene le cose. Sa quanto e cosa ci vuole. Ha studiato per questo. Ha l’animo e la passione giusta. Due caratteri diversi
Prendon fuoco facilmente
Ma divisi siamo persi
Ci sentiamo quasi niente Così cantavano Mina e Celentano nella bellissima canzone “L’emozione non ha voce”. Quanta verità c’è in queste parole e quanta attinenza c’è nel porle in questa storia.
Nelle parole di Milena c’è tanta volontà e forza. Passione e fatica nel portare avanti l’azienda, la necessità di padre dal quale ricevere, anche una volta ogni tanto, una pacca sulla spalla. Un cenno di approvazione. Una carezza. Non solo più ettari da gestire. A pensarci bene però, per un uomo che si è fatto da solo, che è emigrato per andare in cerca di fortuna rimboccandosi le maniche e lavorando sodo, è proprio questo il modo per dirle quanto è brava e quanto i fidi di lei. Ho avuto la difficoltà di trovare le persone che mi capivano. La grossa parte dei collaboratori è nella vigna perché abbiamo sempre vigneti da piantare. Adesso ho una ottima squadra in cantina e un ottimo enologo, Gennaro Reale, con il quale ci rispettiamo reciprocamente. Con lui può solo migliorare. Ci confrontiamo sempre. Papà interveniva più nel passato, meno oggi. All’inizio c’era un enologo di Taurasi. Poi, per avere un respiro più ampio come il mio, c’era un ragazzo francese che poi non è più potuto venire. L’incremento della produzione necessitava scelte che non sempre papà voleva seguire. Nel tempo ci hanno ascoltato. Milena è sola. Sola nel gestire tutto. Una situazione familiare che la lascia purtroppo sola in Irpinia. A lavorare incessantemente. Con l’azienda cresce e lei sempre sola. Il senso di responsabilità le fa sentire l’azienda sulle spalle. La voglia di far sempre qualcosa di nuovo e per il bene dell’azienda e del territorio. Creare, inventare, sperimentare. Sempre con il suo sorriso. Sempre con la sua inesauribile energia. Ho creato i tour per la cantina e le vigne. I tour sul tartufo, la lavanda, i formaggi. Ho sviluppato tanto. Sono da sola però. I fornitori, i clienti, i giornalisti, i dipendenti vogliono me. Avrei bisogno di riposarmi ogni tanto. È davvero così: tutti vogliono lei. Lo vedi quando la incontri alle fiere come al Vinitaly dove sono riuscito a salutarla a malapena. Accerchiata dalle persone che la abbracciano e vogliono fare un foto con lei come se fosse una diva. Ma in fondo lo è. Lo è per la sua affabilità così come per i vini che produce. Vere creazioni. Veri punti di riferimento non solo per l’Irpinia. Ciò che si ritrova tra le mani è una azienda da 500.000 bottiglie annue che, per il meridione, sono sintomo di grande azienda. Una gamma molto ampia. 4 vitigni autoctoni bianchi, Falanghina, Greco, Fiano, Coda di Volpe. Sua Maestà l’Aglianico per i rossi. Vogliono tutti il vino fresco ma io sono di altra cultura. Con vini impegnati e arrotondati. Ci sono tante denominazione e abbiamo in vigna anche vitigni per blend. Si è deciso di avere vini più morbidi e vini più strutturati come il Taurasi. Per i bianchi volevo le riserve. Le modifiche ai disciplinari per Fiano e Greco riserva li ho voluti io più di sette anni fa quando ero Presidente del Consorzio. Ci è voluto tanto. Ci sono volute parecchie presidenze. Una cultura quella di Milena che miscela sapientemente tradizione e l’innovazione con un occhio attento al mercato. Internazionale. Perché Milena sa che non ci si può ne si deve fermarsi al mercato domestico se si vuole far funzionare una azienda così grande. Ecco che nascono vini variegati pur mantenendoli nello stupendo contesto irpino. I vitigni della storia, i metodi della contaminazione, lo sviluppo della novità. Cominciamo dal Bianco di Bellona da Coda di Volpe. Un vino che nella sua semplicità esprime al meglio le potenzialità del vitigno. Fresco, sapido, armonioso. Una scoperta.. Poi Lila, la Falanghina DOC. Anch’esso semplice, lineare, pulito. Dotato della freschezza tipica della Falanghina con quel retrogusto di frutta fresca che rimane a pulire la bocca. Nestor, il Greco di Tufo DOCG, corposo e ampio già dal bouquet di frutta matura e fiori per poi ritrovarlo ad avvolgere la bocca.
Refiano è la Falanghina DOCG con la mineralità acquisita dai terreni vulcanici si sposa con la pastosità della frutta tropicale e di quella candita. Un vino che avvolge sinuoso la bocca donando frutti e spezie per arricchire il sorso e il naso.
I bianchi si arricchiscono delle due riserve, Brancato da Fiano e Grancare da Greco di Tufo. Entrambi DOCG ovviamente ed entrambi con un passaggio in barrique. Ne derivano due grandi vini che mantengono meravigliosamente inalterate le caratteristiche dei vitigni aumentando complessità, corpo e persistenza. Un bouquet che si scalda, si matura e diventa ricco di tostature e spezie. Due esperienze divine. Il Brancato meraviglia per la sua nota lievemente vanigliata che si unisce al balsamico e all’erba fresca per dare freschezza e complessità. La noce moscata e la cannella si fondono agli agrumi, ai fiori di camomilla e alla melissa. Il bouquet è complesso e ampio, intenso ed interessante. Un sorso fresco ma manco tanto; caldo ma manco tanto. Grazie alla sapidità raggiunge un perfetto equilibrio. Il retrogusto di nocciola che si unisce agli agrumi ed alla pesca, lo impreziosisce associandolo indelebilmente al territorio. Un vino che risulta versatile come abbinamento ma lo berrei tranquillamente anche senza cibo, in riva al mare o guardando una vigna al tramonto. Stupendo. Ho lasciato per ultimo tra i bianchi il Vigna Santa Vara il cui nome deriva dall’omonima vigna di Falanghina. Un vino che reca in se un metodo di produzione particolare quale la fermentazione in botte per poi affinare sulle fecce sempre in botte. Vi ricorda qualcosa? Ovviamente i sentori non possono che arricchirsi di tostature e spezie così come il sorso non può che ampliarsi allungando la persistenza. Divino. Sei poi i rossi. Tutti dedicati all’Aglianico.
Appio con il suo lungo processo che parte dalla macerazione in anfora per 20 giorni, affinandosi poi in anfora e barrique per 2 anni e ulteriori 2 in bottiglia. Un tempo nemmeno sufficiente per ammorbidire i tannini dell’Aglianico ma certamente utile per donare grande eleganza e forza. Ho avuto il piacere e l’onore di provare la bottiglia n. 1541 di 1910 dell’annata 2017. Appio è uno di quei vini, pochi davvero, che risultano immensi per la loro nobile schiettezza. La vinificazione in anfora e il successivo affinamento sempre in anfora non apporta particolari intensità olfattive ma, meno male, lascia inalterati i sentori naturali di questo meraviglioso vitigno. C’è frutta al naso: ribes e mirtilli, more e ciliegie. Frutta non particolarmente matura a riprova che per domare l’Aglianico ci vuole ancora tempo. Ci sono i fiori rossi insieme ad un non so che di pomodoro. Di quelli che si coltivano in Irpinia. Appio appare dunque già intenso al naso. Non complesso, intenso, poderoso. Il sorso riempie la bocca e la porta ad un livello superiore. Ampio e avvolgente, fornisce una sensazione di spazialità. mai banale. Tannini presenti, precisi, puntuali quasi domati. Ma non è ancora il tempo. Secco e fresco. Anche sapido. Una bocca che chiude in maniera elegantissima, forse memorabile. La ricordi e la ricordi ancor di più durante una cena. Senti in bocca tutta l’Irpinia, il Taurasi, il sole, la montagna, le valli. Senti la genuinità di qualcosa che non ha subito evoluzioni modificanti mantenendo la sua vera essenza, quella di un vino poderoso ma che sa offrirsi con generosità. Un vino che non va compreso, va scoperto e rispettato. La Loggia del Cavaliere cambia completamente il processo di produzione e affinamento. Fermentazione e macerazione in acciaio poi 24 mesi in barrique e tonneau, 24 mesi in vasca di cemento, 18 mesi in bottiglia. Un vino complesso e ampio. Note di frutta secca come noci e datteri, poi marmellate di prugne e ciliegie. Tanti frutti rossi in potpourri, sottobosco, e ancora frutta, stranamente alpina. Arriva la vaniglia e la noce moscata insieme al pepe e ad un tocco di ferroso. Infine cioccolato. Tutto mi ricorda la pizza dolce alle noci di mia nonna: una bomba fatta di pasta sfoglia con noci, miele e cioccolato. Un sorso fresco. Una bella struttura. Sinuoso per via dei tannini addomesticati e setosi. Un modo diverso e unico di interpretare l’Aglianico. Non banale e che non va banalizzato. Opera Mia è il Taurasi DOCG. 12 mesi di barrique, 24 mesi in cemento, 12 in bottiglia. Un vino intenso e voluminoso con i tannini presenti e vivi a reclamarne la presenza. Un colore impenetrabile, intenso come la profondità del mare. La voglia di perdersi dentro è totale in una sorta di attrazione fatale. Sentori immediati di frutta e balsamico. Cioccolato e caffè. Meravigliosa maturazione dei frutti che si fonde con il cioccolato. La roteazione del bicchiere offre sensazioni ancor più avvolgenti ancorché sempre scuri. Poi anice stellato, pepe, liquirizia, origano. Tutto trasporta verso l’ignoto. Anche il sorso, che con un avvolgente calore che si avverte solo dopo, prima ti ammalia poi ti trascina. Persistenza lunga per un vino che continua a coinvolgere anche grazie ad un retro olfatto fruttato. Opera Prima, seconda, terza. Da non fermarsi. Santo Stefano Irpinia Campi Taurasini è l’Aglianico con meno struttura. Fermentazione e macerazione in acciaio per poi affinare 12 mesi in barrique prima, 24 in acciaio e 6 in bottiglia poi. In bocca mantiene l’eleganza pur aumentando la forza. Sanserino infine è l’unico rosso che offre all’Aglianico la presenza del Sangiovese (30%) evitando il passaggio in botte. Un vino semplice e spontaneo. Di quelli che servono per accompagnare un piatto di salumi e formaggi in allegria. Non possono ovviamente mancare un rosato e le bollicine.
Il rosato è ovviamente da Aglianico. Vela Vento. Fresco, profumato, aromatico. Un vino che va bevuto a litri al tramonto.
Tre le bollicine.
Or’Osè (blanc de noir) e Oro Spumante (blanc de blancs) sono prodotti con metodo Charmat. Semplice e utili in molte occasioni potendo trovare le differenze tra i due in un interessante gioco di società.
Oro Classico, il blanc de blancs metodo Classico. Cresce la complessità per delle bollicine super interessanti. Tanti ettari, tante tipologie di vini, tanto lavoro. Sia in vigna, dove si fa tutto in biologico e a mano, sia in cantina dove le lavorazioni si moltiplicano sia fuori e dentro l’azienda per far conoscere i vini. Io non mi vedo concorrente di altre aziende qui. Magari le altre si. Mi vedo diversa, più piccola, una dimensione che consente prodotto di nicchia. Durante il covid ho creato il sito che non c’era. Le strategie di posizionamento e prezzo. Mi sono interfacciata con la grande distribuzione fino a quel tempo snobbata. Ho sempre ricevuto le persone. Abbiamo creato i gazebo su misura sotto i quali possiamo ospitare fino a 100 persone. Creato la passeggiata. Recuperato il ristorante per le degustazioni. Creato i percorsi riadattando tutto anche durante la vendemmia. Durante il covid ho dovuto creare tutto rispettando le regole. Un delirio. Ho partecipato e vinto dei bandi di gara in Svezia, Norvegia, Canada. Su Air Canada e su American Airlines. Adesso ho trovato una persona in gamba che capisce di enologia, sommelierie, che parla le lingue a vuole vivere in Irpinia. E che vuole lavorare di sabato e domenica. È un problema per molte persone trovare i collaboratori. Ritorna spesso il tema dei collaboratori. Milena la pone in una maniera molto diretta e precisa. Per una azienda con una simile produzione, l’ospitalità soprattutto di clienti stranieri e l’esportazione diventano requisiti fondamentali per sopravvivere. Conoscere le lingue, non è un plus ma una necessità. Essere disponibili a lavorare nel fine settimana, non è ogni tanto ma la regola. Ecco che trovare persone è già complicato di suo, portarle in Irpina è ancora più complesso. Un territorio tutto da valorizzare. Una donna grintosa, con tante idee. Tanta voglia di fare. Un papà poco o forse, al contrario, molto attento. Milena è ovunque. Parigi, Düsseldorf, Verona. Segue l’estero. Segue l’Italia. Segue l’azienda all’interno della quale c’è anche il ristorante che può ospitare fino 180 persone. Una sala grande. Quattro salette con camino. Una veranda con paesaggio a 360 gradi su tutta l’Irpinia. Una azienda vivibile tutto l’anno. Ha insomma certamente avuto carta bianca per creare ciò che ha voluto. È ovunque. Ogni settimana c’è qualcosa. In Irpinia abbiamo 5 tipologie di tartufo delle 7 presenti in Italia. La lavanda irpina. I formaggi irpini. Meravigliosi e poco noti. Ci vuole gente che lavora il sabato e la domenica. Una donna sorridente, piena di vita, di voglia di fare. Passione per il vino. Passione, e amore, per una terra che non è la sua ma che le ha comunque donato una famiglia. Una gran voglia di far bene, di portare le sue idee a vantaggio del territorio. Una donna amata dai clienti, dai fornitori, dalle persone delle quali si circonda. Una persona con un cuore grande. Competente e affabile. Quel suo sorriso che riesce a farti sciogliere. La sua parlata, quel meraviglioso accento francese misto ad una cadenza irpina come a dire che conosce più il dialetto che l’italiano.
Questa è Milena Pepe. Arrivata in Irpinia, a Luogosano come una valanga a curare le terre acquistate da papà Angelo perché la più grande dei cinque figli ma anche colei che, avendo fatto studi appropriati, si sarebbe potuta occupare della tenuta.
Capisco in fondo papà Angelo, Cavaliere del Lavoro, nella sua cultura di volersi espandere. Partito dall’Irpinia quando non c’era niente e arrivato in Belgio a costruire un piccolo regno nella ristorazione, la voglia di rivalsa, di emergere, di far vedere che ce l’aveva fatta, di dare qualcosa alla propria terra di origine. Crescere per investire. Crescere per dare lavoro. Crescere per dire al mondo chi era diventato. Il Cavaliere del Lavoro Angelo Pepe.
Giuste e sacrosante ambizioni certo. Ma c’è anche Milena.
Milena, Milena, Milena. Tutto ciò che la Tenuta Cavalier Pepe ha raggiunto dal 2005, anno nel quale ha messo piede in azienda, la si deve alla sua forza, alle sue idee, alla sua perseveranza. Ma anche al suo beatificante modo di fare, di porsi. Con grazia da un lato, forza dall’altro. La Tenuta è profondamente diversa così come era una volta. Oggi è qualcosa di grande, unico e importante. Anche grazie a Milena. Milena che ha dedicato all’azienda tempo e passione togliendolo alla sua famiglia, ai suoi figli. La sua vita. Papà ha messo i capitali, determinazione, lungimiranza. Ha anche scelto al persona giusta, Milena, per far crescere l’azienda di famiglia. Ha riposto in lei una fiducia grandissima. Perché solo se si ha fiducia in una persona le si può affidare una cosa così grande. Ogni tanto però, Milena avrebbe bisogno di una pacca sulla spalla, di una parola di conforto, di un abbraccio. Basterebbe poco. Basterebbe davvero molto poco. Con affetto. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
In realtà non c’è perché, tecnicamente parlando, sono la stessa cosa. Si tratta sempre di una massa di neve o ghiaccio che si distacca e precipita fino a valle. Aldilà infatti se la massa sia grande o piccola, se si ingrossa o meno durante la caduta, il risultato è sempre abbastanza disastroso a causa della velocità con la quale si muove la massa e il dislivello che affronta.
Quando incontro Milena Pepe dell’azienda Tenuta Cavalier Pepe, ho l’impressione, già dopo poche parole, di essere dinanzi ad una valanga che ancora non ha terminato la sua corsa. Milena può sembrare, all’apparenza, una donna fragile. La pelle bianca, i capelli biondi, il viso sorridente, la sua parlata con tipico accento francese mista al dialetto irpino. Una fisionomia che oltre a farla sembrare fragile non la connotano propriamente come una donna irpina. Però da quasi venti anni lei vive qui, a Luogosano, un piccolo paesino con poco più di 1100 anime in quel meraviglioso angolo di Irpinia patria di grandi vitigni e grandi vini (Greco, Fiano, Aglianico). Raccontare la vita di Milena sarebbe forse banale. Lei è donna di marketing del vino formata in Belgio, Olanda e Francia. Sa come si produce il vino e soprattutto sa come si vende. Sa coccolare i clienti e farsi amare da loro. Sa l’importanza del consociativismo e di quanto sia importante valorizzare un territorio. Sa come muoversi sui mercati internazionali. Sa quanto sia importante far conoscere il proprio brand. Lei sa e soprattutto fa. Fa tanto. La trovi ovunque ci sia una fiera nazionale o internazionale del vino. Tanti articoli parlano di lei e della sua storia. Tanti blogger parlano dei suoi vini.
Ecco, in questo articolo ho scelto di non parlare di questo ma di una donna che da sola sta affrontando qualcosa di grande. Forse di anche più grande di lei. Ma lo fa con una tale grazia e una sorprendente forza vitale, difficilmente trovabile in una persona, che tutto sembra facile. Apparentemente. Milena arriva in Irpina nel 2005. Come una valanga. Dopo aver finito i suoi studi. C’è bisogno di una di famiglia che si prenda cura dell’azienda. Lei è la maggiore e tocca a lei.
23 ettari di vigna acquistati dal papà, il Cavaliere del Lavoro Angelo Pepe, per investire nella sua terra di origine. Lui che dall’Irpinia se ne era andato trenta anni prima alla volta del Belgio dove aveva aperto ristoranti crescendo piano piano come imprenditore. Sembra una storia semplice. Cosa c’è di più bello che ricevere le “chiavi” di una impresa e poter mettere a frutto ciò per il quale si è studiato? Quando sono arrivata in Irpinia ho detto: e mò chi mi viene a trovare qui? Ho dovuto mentalmente capire come dovevamo fare. Ero associata a Slow Food in Francia e sono diventata socio fondatore dello Slow Food in Irpinia. Poi associata a Donne del vino. Quindi al locale Consorzio. Infine a FIVI. Molto associazionismo per farmi conoscere sul territorio. Essere presente. Il Movimento Turismo del Vino con Cantine aperte e con gli eventi successivi ha creato tanto. Io figlia di ristoratore so come si accoglie una persona ma il decalogo che mi hanno fornito ha aiutato. Tenuta Cavaliere Pepe da sola non ce la può fare. Serve questo. Tanta consapevolezza per una azienda che oggi è arrivata a produrre oltre 500.000 bottiglie in circa 70 ettari. Le esperienze in Francia, specialmente quella da Chapoutier, grande produttore ma anche grande marketer, sono state di grande insegnamento. Forma mentis e praticità. Studio e spirito di abnegazione. Tanta volontà. Tanta ce ne vuole davvero. Lei che non si spaventa di lavorare in un mondo di maschi così come arrivare in un paese così piccolo. Le ossa se l’è già fatte in Francia, al BTS in mezzo ai vigneti, in un paesino di 200 abitanti, nella profonda umidità della Borgogna, in un ambiente molto maschile. Non me ne sono accorta sul momento. Venivo dal Belgio, Bruxelles, un collegio cattolico, nobili. Mi chiamavano Barbie. Un ambiente maschile. Così mi sono concentrata sullo studio. Non avevo la tv. Ho studiato tanto tanto tanto. La forza delle idee di una donna che si scontra con l’isolamento e la difficoltà del luogo. Essere donna già non aiuta nel mondo del vino. Esserlo in Irpina, ancor meno. Un mondo maschilista da un lato, la difficoltà ambientale dall’altro. Con un padre che ha l’ambizione di crescere. Anno dopo anno quei 23 ettari crescono. Crescono. Crescono. Fino ad arrivare a 70. Crescono gli ettari. Crescono le bottiglie. Crescono gli investimenti. Cresce il lavoro. Per Milena. Che sola è e sola rimane a gestire l’azienda.
Papà Angelo non è presente. Ha i suoi ristoranti da mandare avanti. I fratelli e sorelle di Milena vivono in Belgio e di spostarsi in Italia non ne hanno possibilità. Milena è sola e si sente sola. Ma questo è il suo sogno. La voglia, la perseveranza, la determinazione che dimostra Milena è straordinaria. Dalla scelta dei vini a quella di valorizzazione del territorio e della sua azienda. Nel 2005 sono arrivata sotto vendemmia. Senza serbatoi, senza elettricità. Il primo anno è stata una battaglia. Quasi che nono ci volessero far vinificare. Papà aveva costruito i primi 500 metri quadrati di cantina. Opera mia si chiama cosi perché sono caduta in una delle vasca. Non dentro. Fuori alla fine delle vendemmia. Era una vasca di Aglianico che stava ancora fermentando. Non sapevo neanche cosa fossero le scarpe antinfortunistiche. Forse non ero nemmeno assunta. Il primo passo per poi lavorare su altro. Su ogni piccolo particolare di una azienda che produceva e conferiva ma al tempo stesso voleva diventare grande. Il papà più orientato alle dimensioni. Le vigne. La quantità. Voleva creare un ristorante nella tenuta. Voleva crescere. Milena, in un territorio così vocato per il vino, capiva che si poteva e si può fare altro. Valorizzarlo ad esempio. Valorizzare i vitigni nelle loro espressioni più alte. Contaminazioni. Tradizioni. Valorizzare i prodotti della terra oltre il vino. Per fare questo c’era tanto da fare. Dal creare la rete vendita alle etichette nelle varie lingue, a gestire la comunicazione, ecc ecc ecc ecc. Un progetto dove aveva tanto e tutto da fare. Era bello perché potevo fare tutto. Papà era presente. Solo al telefono purtroppo. Le discussioni tra Angelo e Milena non possono che iniziare come è normale e giusto che sia quando si hanno idee diverse con alla base tanta passione e ardore. Legato alle tradizioni il primo che sceglieva anche le barbatelle; innovativa, internazionale e con idee ben precise Milena. Attento alla quantità e alle dimensioni papà Angelo; focalizzata sulla qualità e sul territorio Milena.
Due filosofie diverse. Due modi diversi di intendere il vino e la gestione aziendale. Un papà istrionico e impulsivo che vorrebbe gestire a distanza con un progetto improntato sulle dimensioni. Milena che sa cosa vuole. Sa come fare bene le cose. Sa quanto e cosa ci vuole. Ha studiato per questo. Ha l’animo e la passione giusta. Due caratteri diversi
Prendon fuoco facilmente
Ma divisi siamo persi
Ci sentiamo quasi niente Così cantavano Mina e Celentano nella bellissima canzone “L’emozione non ha voce”. Quanta verità c’è in queste parole e quanta attinenza c’è nel porle in questa storia.
Nelle parole di Milena c’è tanta volontà e forza. Passione e fatica nel portare avanti l’azienda, la necessità di padre dal quale ricevere, anche una volta ogni tanto, una pacca sulla spalla. Un cenno di approvazione. Una carezza. Non solo più ettari da gestire. A pensarci bene però, per un uomo che si è fatto da solo, che è emigrato per andare in cerca di fortuna rimboccandosi le maniche e lavorando sodo, è proprio questo il modo per dirle quanto è brava e quanto i fidi di lei. Ho avuto la difficoltà di trovare le persone che mi capivano. La grossa parte dei collaboratori è nella vigna perché abbiamo sempre vigneti da piantare. Adesso ho una ottima squadra in cantina e un ottimo enologo, Gennaro Reale, con il quale ci rispettiamo reciprocamente. Con lui può solo migliorare. Ci confrontiamo sempre. Papà interveniva più nel passato, meno oggi. All’inizio c’era un enologo di Taurasi. Poi, per avere un respiro più ampio come il mio, c’era un ragazzo francese che poi non è più potuto venire. L’incremento della produzione necessitava scelte che non sempre papà voleva seguire. Nel tempo ci hanno ascoltato. Milena è sola. Sola nel gestire tutto. Una situazione familiare che la lascia purtroppo sola in Irpinia. A lavorare incessantemente. Con l’azienda cresce e lei sempre sola. Il senso di responsabilità le fa sentire l’azienda sulle spalle. La voglia di far sempre qualcosa di nuovo e per il bene dell’azienda e del territorio. Creare, inventare, sperimentare. Sempre con il suo sorriso. Sempre con la sua inesauribile energia. Ho creato i tour per la cantina e le vigne. I tour sul tartufo, la lavanda, i formaggi. Ho sviluppato tanto. Sono da sola però. I fornitori, i clienti, i giornalisti, i dipendenti vogliono me. Avrei bisogno di riposarmi ogni tanto. È davvero così: tutti vogliono lei. Lo vedi quando la incontri alle fiere come al Vinitaly dove sono riuscito a salutarla a malapena. Accerchiata dalle persone che la abbracciano e vogliono fare un foto con lei come se fosse una diva. Ma in fondo lo è. Lo è per la sua affabilità così come per i vini che produce. Vere creazioni. Veri punti di riferimento non solo per l’Irpinia. Ciò che si ritrova tra le mani è una azienda da 500.000 bottiglie annue che, per il meridione, sono sintomo di grande azienda. Una gamma molto ampia. 4 vitigni autoctoni bianchi, Falanghina, Greco, Fiano, Coda di Volpe. Sua Maestà l’Aglianico per i rossi. Vogliono tutti il vino fresco ma io sono di altra cultura. Con vini impegnati e arrotondati. Ci sono tante denominazione e abbiamo in vigna anche vitigni per blend. Si è deciso di avere vini più morbidi e vini più strutturati come il Taurasi. Per i bianchi volevo le riserve. Le modifiche ai disciplinari per Fiano e Greco riserva li ho voluti io più di sette anni fa quando ero Presidente del Consorzio. Ci è voluto tanto. Ci sono volute parecchie presidenze. Una cultura quella di Milena che miscela sapientemente tradizione e l’innovazione con un occhio attento al mercato. Internazionale. Perché Milena sa che non ci si può ne si deve fermarsi al mercato domestico se si vuole far funzionare una azienda così grande. Ecco che nascono vini variegati pur mantenendoli nello stupendo contesto irpino. I vitigni della storia, i metodi della contaminazione, lo sviluppo della novità. Cominciamo dal Bianco di Bellona da Coda di Volpe. Un vino che nella sua semplicità esprime al meglio le potenzialità del vitigno. Fresco, sapido, armonioso. Una scoperta.. Poi Lila, la Falanghina DOC. Anch’esso semplice, lineare, pulito. Dotato della freschezza tipica della Falanghina con quel retrogusto di frutta fresca che rimane a pulire la bocca. Nestor, il Greco di Tufo DOCG, corposo e ampio già dal bouquet di frutta matura e fiori per poi ritrovarlo ad avvolgere la bocca.
Refiano è la Falanghina DOCG con la mineralità acquisita dai terreni vulcanici si sposa con la pastosità della frutta tropicale e di quella candita. Un vino che avvolge sinuoso la bocca donando frutti e spezie per arricchire il sorso e il naso.
I bianchi si arricchiscono delle due riserve, Brancato da Fiano e Grancare da Greco di Tufo. Entrambi DOCG ovviamente ed entrambi con un passaggio in barrique. Ne derivano due grandi vini che mantengono meravigliosamente inalterate le caratteristiche dei vitigni aumentando complessità, corpo e persistenza. Un bouquet che si scalda, si matura e diventa ricco di tostature e spezie. Due esperienze divine. Il Brancato meraviglia per la sua nota lievemente vanigliata che si unisce al balsamico e all’erba fresca per dare freschezza e complessità. La noce moscata e la cannella si fondono agli agrumi, ai fiori di camomilla e alla melissa. Il bouquet è complesso e ampio, intenso ed interessante. Un sorso fresco ma manco tanto; caldo ma manco tanto. Grazie alla sapidità raggiunge un perfetto equilibrio. Il retrogusto di nocciola che si unisce agli agrumi ed alla pesca, lo impreziosisce associandolo indelebilmente al territorio. Un vino che risulta versatile come abbinamento ma lo berrei tranquillamente anche senza cibo, in riva al mare o guardando una vigna al tramonto. Stupendo. Ho lasciato per ultimo tra i bianchi il Vigna Santa Vara il cui nome deriva dall’omonima vigna di Falanghina. Un vino che reca in se un metodo di produzione particolare quale la fermentazione in botte per poi affinare sulle fecce sempre in botte. Vi ricorda qualcosa? Ovviamente i sentori non possono che arricchirsi di tostature e spezie così come il sorso non può che ampliarsi allungando la persistenza. Divino. Sei poi i rossi. Tutti dedicati all’Aglianico.
Appio con il suo lungo processo che parte dalla macerazione in anfora per 20 giorni, affinandosi poi in anfora e barrique per 2 anni e ulteriori 2 in bottiglia. Un tempo nemmeno sufficiente per ammorbidire i tannini dell’Aglianico ma certamente utile per donare grande eleganza e forza. Ho avuto il piacere e l’onore di provare la bottiglia n. 1541 di 1910 dell’annata 2017. Appio è uno di quei vini, pochi davvero, che risultano immensi per la loro nobile schiettezza. La vinificazione in anfora e il successivo affinamento sempre in anfora non apporta particolari intensità olfattive ma, meno male, lascia inalterati i sentori naturali di questo meraviglioso vitigno. C’è frutta al naso: ribes e mirtilli, more e ciliegie. Frutta non particolarmente matura a riprova che per domare l’Aglianico ci vuole ancora tempo. Ci sono i fiori rossi insieme ad un non so che di pomodoro. Di quelli che si coltivano in Irpinia. Appio appare dunque già intenso al naso. Non complesso, intenso, poderoso. Il sorso riempie la bocca e la porta ad un livello superiore. Ampio e avvolgente, fornisce una sensazione di spazialità. mai banale. Tannini presenti, precisi, puntuali quasi domati. Ma non è ancora il tempo. Secco e fresco. Anche sapido. Una bocca che chiude in maniera elegantissima, forse memorabile. La ricordi e la ricordi ancor di più durante una cena. Senti in bocca tutta l’Irpinia, il Taurasi, il sole, la montagna, le valli. Senti la genuinità di qualcosa che non ha subito evoluzioni modificanti mantenendo la sua vera essenza, quella di un vino poderoso ma che sa offrirsi con generosità. Un vino che non va compreso, va scoperto e rispettato. La Loggia del Cavaliere cambia completamente il processo di produzione e affinamento. Fermentazione e macerazione in acciaio poi 24 mesi in barrique e tonneau, 24 mesi in vasca di cemento, 18 mesi in bottiglia. Un vino complesso e ampio. Note di frutta secca come noci e datteri, poi marmellate di prugne e ciliegie. Tanti frutti rossi in potpourri, sottobosco, e ancora frutta, stranamente alpina. Arriva la vaniglia e la noce moscata insieme al pepe e ad un tocco di ferroso. Infine cioccolato. Tutto mi ricorda la pizza dolce alle noci di mia nonna: una bomba fatta di pasta sfoglia con noci, miele e cioccolato. Un sorso fresco. Una bella struttura. Sinuoso per via dei tannini addomesticati e setosi. Un modo diverso e unico di interpretare l’Aglianico. Non banale e che non va banalizzato. Opera Mia è il Taurasi DOCG. 12 mesi di barrique, 24 mesi in cemento, 12 in bottiglia. Un vino intenso e voluminoso con i tannini presenti e vivi a reclamarne la presenza. Un colore impenetrabile, intenso come la profondità del mare. La voglia di perdersi dentro è totale in una sorta di attrazione fatale. Sentori immediati di frutta e balsamico. Cioccolato e caffè. Meravigliosa maturazione dei frutti che si fonde con il cioccolato. La roteazione del bicchiere offre sensazioni ancor più avvolgenti ancorché sempre scuri. Poi anice stellato, pepe, liquirizia, origano. Tutto trasporta verso l’ignoto. Anche il sorso, che con un avvolgente calore che si avverte solo dopo, prima ti ammalia poi ti trascina. Persistenza lunga per un vino che continua a coinvolgere anche grazie ad un retro olfatto fruttato. Opera Prima, seconda, terza. Da non fermarsi. Santo Stefano Irpinia Campi Taurasini è l’Aglianico con meno struttura. Fermentazione e macerazione in acciaio per poi affinare 12 mesi in barrique prima, 24 in acciaio e 6 in bottiglia poi. In bocca mantiene l’eleganza pur aumentando la forza. Sanserino infine è l’unico rosso che offre all’Aglianico la presenza del Sangiovese (30%) evitando il passaggio in botte. Un vino semplice e spontaneo. Di quelli che servono per accompagnare un piatto di salumi e formaggi in allegria. Non possono ovviamente mancare un rosato e le bollicine.
Il rosato è ovviamente da Aglianico. Vela Vento. Fresco, profumato, aromatico. Un vino che va bevuto a litri al tramonto.
Tre le bollicine.
Or’Osè (blanc de noir) e Oro Spumante (blanc de blancs) sono prodotti con metodo Charmat. Semplice e utili in molte occasioni potendo trovare le differenze tra i due in un interessante gioco di società.
Oro Classico, il blanc de blancs metodo Classico. Cresce la complessità per delle bollicine super interessanti. Tanti ettari, tante tipologie di vini, tanto lavoro. Sia in vigna, dove si fa tutto in biologico e a mano, sia in cantina dove le lavorazioni si moltiplicano sia fuori e dentro l’azienda per far conoscere i vini. Io non mi vedo concorrente di altre aziende qui. Magari le altre si. Mi vedo diversa, più piccola, una dimensione che consente prodotto di nicchia. Durante il covid ho creato il sito che non c’era. Le strategie di posizionamento e prezzo. Mi sono interfacciata con la grande distribuzione fino a quel tempo snobbata. Ho sempre ricevuto le persone. Abbiamo creato i gazebo su misura sotto i quali possiamo ospitare fino a 100 persone. Creato la passeggiata. Recuperato il ristorante per le degustazioni. Creato i percorsi riadattando tutto anche durante la vendemmia. Durante il covid ho dovuto creare tutto rispettando le regole. Un delirio. Ho partecipato e vinto dei bandi di gara in Svezia, Norvegia, Canada. Su Air Canada e su American Airlines. Adesso ho trovato una persona in gamba che capisce di enologia, sommelierie, che parla le lingue a vuole vivere in Irpinia. E che vuole lavorare di sabato e domenica. È un problema per molte persone trovare i collaboratori. Ritorna spesso il tema dei collaboratori. Milena la pone in una maniera molto diretta e precisa. Per una azienda con una simile produzione, l’ospitalità soprattutto di clienti stranieri e l’esportazione diventano requisiti fondamentali per sopravvivere. Conoscere le lingue, non è un plus ma una necessità. Essere disponibili a lavorare nel fine settimana, non è ogni tanto ma la regola. Ecco che trovare persone è già complicato di suo, portarle in Irpina è ancora più complesso. Un territorio tutto da valorizzare. Una donna grintosa, con tante idee. Tanta voglia di fare. Un papà poco o forse, al contrario, molto attento. Milena è ovunque. Parigi, Düsseldorf, Verona. Segue l’estero. Segue l’Italia. Segue l’azienda all’interno della quale c’è anche il ristorante che può ospitare fino 180 persone. Una sala grande. Quattro salette con camino. Una veranda con paesaggio a 360 gradi su tutta l’Irpinia. Una azienda vivibile tutto l’anno. Ha insomma certamente avuto carta bianca per creare ciò che ha voluto. È ovunque. Ogni settimana c’è qualcosa. In Irpinia abbiamo 5 tipologie di tartufo delle 7 presenti in Italia. La lavanda irpina. I formaggi irpini. Meravigliosi e poco noti. Ci vuole gente che lavora il sabato e la domenica. Una donna sorridente, piena di vita, di voglia di fare. Passione per il vino. Passione, e amore, per una terra che non è la sua ma che le ha comunque donato una famiglia. Una gran voglia di far bene, di portare le sue idee a vantaggio del territorio. Una donna amata dai clienti, dai fornitori, dalle persone delle quali si circonda. Una persona con un cuore grande. Competente e affabile. Quel suo sorriso che riesce a farti sciogliere. La sua parlata, quel meraviglioso accento francese misto ad una cadenza irpina come a dire che conosce più il dialetto che l’italiano.
Questa è Milena Pepe. Arrivata in Irpinia, a Luogosano come una valanga a curare le terre acquistate da papà Angelo perché la più grande dei cinque figli ma anche colei che, avendo fatto studi appropriati, si sarebbe potuta occupare della tenuta.
Capisco in fondo papà Angelo, Cavaliere del Lavoro, nella sua cultura di volersi espandere. Partito dall’Irpinia quando non c’era niente e arrivato in Belgio a costruire un piccolo regno nella ristorazione, la voglia di rivalsa, di emergere, di far vedere che ce l’aveva fatta, di dare qualcosa alla propria terra di origine. Crescere per investire. Crescere per dare lavoro. Crescere per dire al mondo chi era diventato. Il Cavaliere del Lavoro Angelo Pepe.
Giuste e sacrosante ambizioni certo. Ma c’è anche Milena.
Milena, Milena, Milena. Tutto ciò che la Tenuta Cavalier Pepe ha raggiunto dal 2005, anno nel quale ha messo piede in azienda, la si deve alla sua forza, alle sue idee, alla sua perseveranza. Ma anche al suo beatificante modo di fare, di porsi. Con grazia da un lato, forza dall’altro. La Tenuta è profondamente diversa così come era una volta. Oggi è qualcosa di grande, unico e importante. Anche grazie a Milena. Milena che ha dedicato all’azienda tempo e passione togliendolo alla sua famiglia, ai suoi figli. La sua vita. Papà ha messo i capitali, determinazione, lungimiranza. Ha anche scelto al persona giusta, Milena, per far crescere l’azienda di famiglia. Ha riposto in lei una fiducia grandissima. Perché solo se si ha fiducia in una persona le si può affidare una cosa così grande. Ogni tanto però, Milena avrebbe bisogno di una pacca sulla spalla, di una parola di conforto, di un abbraccio. Basterebbe poco. Basterebbe davvero molto poco. Con affetto. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
9 Maggio, 2024
I vini del Castagno
DEL CASTAGNO E DI ALTRE COSE
Botte, bottega, bottaio…
Parole che sanno di passati remoti e futuri incerti.
Di un tempo in cui i “barbari” stavano più avanti dei Romani (almeno in fatto di contenitori vinari, stando a quei “contenitori in legno accerchiati” di cui narra Plinio il Vecchio) e di un domani che sembra sempre più “respingente” nei confronti di mestieri antichi e uomini come il protagonista della masterclass di cui Vi racconto.
In realtà i protagonisti sono due: il Castagno e Alfredo Sannibale.
La pianta e l’uomo che la trasforma.
Sullo sfondo il vino in quanto cultura ma anche quotidianità.
Il Castagno, Fagacea affine alla Quercia protagonista indiscusso del panorama di quei Castelli Romani cui ha cambiato volto seguendo le necessità dell’uomo e della sua “sete”.
L’aumento di popolazione e la grande richiesta di vino del XVII Secolo spinse sull’acceleratore del cambiamento.
Le “Costitutiones” emanate dallo Stato Pontificio che consentivano ai proprietari di terreni su cui crescessero piante da frutto di liberarsi dai pesanti usi civici del pascolo e del legnatico accesero i riflettori su quel Castagno che, non a caso, era conosciuto anche come “albero del pane” per le proprietà nutrizionali dei suoi frutti.
Bando dunque al bosco misto e via libera ai reimpianti con una pianta dalla crescita estremamente rapida, il cui legno, data l’elevata plasticità, si prestava egregiamente agli usi più disparati, dall’edilizia (sviluppo demografico voleva dire necessità di nuove abitazioni e di travature di sostegno) a, appunto, la produzione di botti.
E il Castagno, sotto forma della classica botte da 11hl, ha accompagnato per lunghissimo tempo il Frascati dalla fermentazione al viaggio verso la città sui “carretti a vino”.
Questo almeno fino agli anni ’60, quelli dello spopolamento delle campagne a favore di una città che sembrava offrire lavoro sicuro e stabilità economica.
La viticoltura subì allora un duro colpo e la cura della vigna divenne hobby e non più “mestiere”.
Si persero professionalità e smarrirono conoscenze, le botti in legno cedettero il passo alla comodità del cemento prima e della vetroresina e dell’acciaio poi.
E cambiò anche il volto dei paesi, Albano in testa, che passarono in breve tempo dall’essere custodi di segreti artigiani tramandati da generazioni alla desolazione delle botteghe chiuse.
ALFREDO SANNIBALE, “IL” BOTTAIO
E veniamo ad Alfredo l’ultimo templare, esemplare ormai unico di una specie che la cecità dell’uomo ha portato all’estinzione.
Classe 1946, bottaio di quarta generazione, artista della scure e del pialletto, profondo conoscitore della materia che lavora.
Il Castagno è nel suo DNA, sa dove andare a cercare i tronchi migliori (GGiovani e forti dall’alto dei loro max 16-18 anni), scarta nodi, segue vene, sceglie doghe (massimo 3 ad albero), stagiona, taglia, pialla, accerchia.
Accende zolfanelli, lava, asciuga, indica, insegna.
Monta e smonta, costruisce, accrocca, ripara…
Lo sguardo e le mani, un unico strumento di precisione.
Sorride Alfredo, anche amaramente, quando racconta dei suoi settant’anni a bottega, svela (in parte) segreti, dà voce a oggetti inanimati, sciorina spessori, racconta aneddoti, strizza l’occhio e dice trucchi.
Le sue opere da tempo hanno varcato i confini dei Castelli Romani colonizzando altri vulcani (l’Etna) e financo la terra dei canguri.
I VINI DEL CASTAGNO
Sei assaggi da cinque Aziende (quattro laziali e una marchigiana).
Sei vini che in comune hanno l’esilio dorato in quel Castagno che Alfredo modella perché sia soddisfatto il nostro alcolico edonismo.
– LA TORRETTA: giovane Azienda di Grottaferrata condotta da Riccardo Magno (cugino e dirimpettaio del Gabriele di cui avrete letto anche la settimana scorsa) con entusiasmo e rigore biodinamico.
Tre ettari di vecchi impianti e quattro etichette che conoscono terracotta georgiana e castagno locale.
LAZIO BIANCO IGT “CASTAGNA” 2022: da un’Azienda che ho sempre visto solo dall’esterno e che mi ripropongo di visitare a strettissimo giro, un blend di Trebbiano e di un vecchio clone di Malvasia di Candia che non conosce altro che il legno della botte di Alfredo (a parte il vetro).
Un ritorno alla Tradizione che ben si sposa con le uve prodotte dal vigneto più vecchio dell’Azienda, che da più di sessant’anni affonda le proprie radici nell’anima della terra.
Al naso l’impronta del Castagno è netta e affatto sovversiva.
Ne racconta il miele e in parte il frutto, sicuramente si colora del giallo della frutta matura e delle messi assolate ma una ventata di mediterranea balsamicità ravviva i cuori a suon di menta romana, timo e iodio di frangenti lontani.
Il sorso è un incontro di boxe tra le languide carezze di un calore alcolico abbracciato alle dolcezze del frutto e l’animo ribelle di una Malvasia che fa leva sulle doghe cerchiate per alzare la voce.
Di controllata freschezza usa il fendente della sapidità per ravvivare l’interesse e chiedere un rabbocco del calice.
Da bere ascoltando “LA HOLA” dei MAU MAU.
– CANTINA RIBELÀ: in quel di Monte Porzio Catone dai 2ha condotti con rigoroso stile biodinamico da Daniele e Chiara Presutti provengono vini che ben interpretano il variegato suolo nel quale affondano le radici le piante.
LAZIO BIANCO IGP “PENTIMA” 2022: 50gg di macerazione sulle bucce, 9 mesi di legno e poi vetro.
Questo il percorso di una Malvasia (vecchio clone) che già da quel nome “PENTIMA” sa di strapiombi e vulcani e che impegna l’occhio ben oltre le mie capacità di sorvolo.
Giallo di buccia di mela matura, camomilla e cedro (maturo ma anche candito) vive della spinta amaricante del vitigno danzando su note vegetali e amaricanti di menta, basilico, alloro e tè.
Il sorso, sicuramente dissetante, rivela la vigoria dei tannini affilati, compita freschezza e mineralità muscolare esaltando l’animo varietale del vitigno.
Un vino non nelle mie corde, più uno “yellow” che un “orange” ma che dimostra l’impegno e la crescita di un’Azienda che deve fare ancora molta strada ma ha le idee ben chiare.
– IL VINCO: siamo a Montefiascone (VT), altro vulcano, altri suoli per una piccola Azienda condotta in stile “nature” da tre amici.
10 anni di attività, cemento a profusione (ma ovviamente anche i legni di Alfredo), e solo vitigni “local”.
VINO BIANCO “LE CAPANNACCE” 2022: Procanico e basta per un olfatto dedicato alla frutta secca.
Ecco dunque le nocciole (non a caso siamo dove siamo) e le arachidi, con le loro tostature, ecco la composta di mele, la cera d’api, gli agrumi canditi e una chiara impronta tufacea.
Sorso morbido e genuino, fresco e sapido quanto si conviene.
Cortese nel suo abbraccio calorico, rivela un finale di agrumi anche canditi e minerale piccantezza.
– TENUTA SAN MARCELLO: Da Milano a Senigallia per vivere, da Senigallia alla Georgia e ritorno per fare vino.
Questo in breve il percorso di Massimo (Palmieri) che nella sua TENUTA SAN MARCELLO coccola 5ha campagna ad impatto praticamente zero vinificando Verdicchio e Lacrima in anfore interrate che sono gemellaggio tra la storia enologica della Georgia a quella delle Marche.
Qui, oggi, presenta due vini in anteprima talmente assoluta che le etichette, dedicate “velatamente” ad Alfredo, sono state create solo per questa serata.
VINO BIANCO “COLPA D’ALFREDO 1” + VINO BIANCO “COLPA D’ALFREDO 2” 2022: dopo la coppia “CIELO SOMMERSO” e “INDISCIPLINATO” (di cui potete leggere qui) ecco altri due vini che è difficile leggere singolarmente.
Figli della terra i primi due, questi altri abitano le doghe ammaestrate da Alfredo.
Uno ci nasce e poi sceglie la tempra dell’acciaio per farsi i muscoli.
L’altro nasce dalla forgia di Vulcano e nel castagno ripone la propria saggezza.
Due Verdicchi che sanno di anarchia, spazzano via preconcetti e cancellano stereotipi.
Il primo è fumoso e imprime sulla pellicola dell’olfatto brume, campagna e racconti.
Ma la camera oscura, anima delle stampe artistiche, rivela un sistema zonale profondamente mediterraneo.
Balsamico nel suo sovraesporre intrichi di macchia e freschezze di rosmarino, salvia e menta.
Il sorso è un bivio dal quale qualche buontempone ha tolto i cartelli di indicazione.
Esalta le dolcezze e lascia di stucco con un profondo senso marino.
Spiazzante, apre al Verdicchio sentieri impercorsi.
Il secondo completa il primo (peccato per un soffio di volatile scappato via come un palloncino dalla mano di un bambino) riempiendo l’occhio con quel suo colore che sa del sole di Luglio a picco sulla sabbia e aprendo i polmoni di balsamicità mentolate e miele che calma gli eccessi e poi anice, timo, un ché di sulfureo e il giusto di salmastro.
Sorso saggio, di garbata freschezza e compita sapidità che sottolinea piccantezze sottili e chiude ricordando la mandorla.
L’un per l’altro da riassaggiare con calma per carpirne i segreti celati nell’animo.
Da bere, con calma, ascoltando “TICK AS A BRICK part 1 &2” dei JETHRO TULL.
– COLLEFORMICA: Azienda di Velletri, tre ettari di terra di cui la metà vitati e 100 anni di schiene curve per lavorarla.
Biodinamica a 360°, vecchie vigne di Malvasia e Trebbiano ma anche reimpianti (2017) di un Primitivo che già abitava lì.
VINO ROSSO “PRIMATIVO” 2022: certo ci sono ciliegie e prugne, l’arancia, le rose, le viole ma è quel profumo di ricordi, di soffitta che colpisce e poi quella nota ortolana di rapa rossa…
Sorso beverino, di spiazzante corrispondenza, morbido ma assolutamente pimpante, con quei tannini ancora birichini che affiancano ricordi di liquirizia e di giostre, fave di cacao e agrume sanguigno.
E ORA?
Ora è il momento di ringraziare tutti, il Comune di Frascati per avermi ospitato e per aver saputo “aggiustare il tiro” organizzando un’Edizione di VINALIA PRIORA davvero all’altezza del lignaggio di un vino che è molto di più.
È il momento di ringraziare le Aziende che hanno voluto condividere con noi il frutto del loro lavoro.
È il momento di ringraziare Ilaria Giardini per aver condotto con professionalità e passione una masterclass unica.
Ed è il momento di ringraziare Alfredo per il lavoro di una vita e per i vini che, per suo tramite, ci emozionano ogni giorno.
Roberto Alloi
VINODENTRO
Leggi
8 Maggio, 2024
Anamnesi di una crisi
Estirpazione.
[dal lat. exstirpatio –onis]. – L’azione e l’effetto dell’estirpare, spec. nel senso fig.: e. di abusi, di mali sociali, di vizî, di errori. In agraria, lavoro compiuto con l’estirpatore per amminutare il terreno dopo l’aratura: è più energico dell’erpicatura e la sostituisce quando questa risulta insufficiente.
Così recita la Treccani.
Amminutare, per i meno esperti, vuol dire preparare il terreno per la semina. Erpicatura consiste nello spianare e sminuzzare il terreno sempre prima della semina.
Oggi si parla insistentemente dell’estirpazione dei vigneti per ovviare alla sovrapproduzione. O almeno così si dice.
Che ci sia una sovrapproduzione ho francamente forti dubbi visto i danni dalla Peronospora della scorsa vendemmia. Forse gli anni precedenti. Molte cantine hanno ancora nei magazzini grandi quantità di vino delle vendemmie 2022 e 2021. L’annata 2023, a causa della Peronospera, è stata un dramma. Questo implica che se qualcuno manifesterà problemi di stock sarà solo segno che ha acquistato partite di uva o di vino dall’estero. Altro che sovrapproduzione!
Eppure tutti parlano di diradamento in pianta, di attenzione alla qualità. Che strano fenomeno!
Diciamocelo chiaramente. Il problema non è una sovvraproduzione ma una mancanza di rispondenza tra vino sugli scaffali e consumi. C’è un calo dei consumi e c’è l’incremento dei costi di produzione. Due fenomeni che si sommano generando una tempesta perfetta.
Capiamo bene cosa sta accadendo.
I consumi stanno diminuendo.
Vero. In Italia si sta assistendo ad una lenta ma progressiva diminuzione dei consumi di vino (non di birra!). Perché?
I produttori affermano che questo sia frutto della sovrapproduzione di vino alla quale si aggiunge l’importazione di vino dall’estero. Eccessiva quantità con influenza sui prezzi.
Francamente questo, economicamente, non ha senso. In un mercato maturo, la produzione aumenta quando aumentano i consumi. Ci possono essere momenti nei quali i consumi si contraggono a fronte di un sistema produttivo che si è strutturato per determinati volumi. In questo caso l’unica alternativa possibile sono gli sconti. Deve calare il prezzo di vendita altrimenti gli stock rimangono elevati. Molto semplice.
Il problema è insito nella filiera del vino che, per come è stata costruita, rappresenta, a mio modo di vedere, la vera problematica.
Einstein diceva però che non si può risolvere un problema con lo stesso livello di pensiero che sta creando il problema. Parole sante che in questo caso cadono a pennello.
La distribuzione, così come è, è stata voluta o perlomeno incentivata dagli stessi produttori. Da quelli grandi si intende.
Dove si vende il vino?
Principalmente tre canali con pesi profondamenti diversi: distribuzione, horeca, cliente finale.
Aldilà dei pesi dei singoli canali, la crescita dell’enotorusimo dunque della vendita a cliente finale, non riesce per ora a sostituire distribuzione e horeca che, dunque, gestiscono il mercato. Ciò implica che siano loro, distributori in primis, a determinare il prezzo alla fonte e al cliente finale.
Secondo un recente articolo de Il Sole 24 ore, il canale horeca e distributori sono in crescita, cosa questa abbastanza prevedibile con lo stock di cui sopra.
Andare a cena in qualunque ristorante ed ordinare una bottiglia di vino sta diventando proibitivo. Una prodotto che in cantina comprereste a 10/15€, nella migliore delle ipotesi nel conto lievita a 30/35€. Nella peggiore fino a 45€.
Non voglio assolutamente gettare la croce sui ristoratori ma la categoria non si sta comportando propriamente bene. Il costo di un pasto al ristorante è aumentato vertiginosamente sbandierando aumenti dei costi. Peccato che a fronte di aumento di costi (energia e materie prima certo ma non retribuzioni del personale) la ricaduta sul conto è decisamente più marcata. Se il conto sale e la capacità economica delle persone rimane invariata, a qualcosa si dovrà pure rinunciare. D’altronde anche gli acquisti al supermercato del vino sono diminuiti. Vale il concetto che se tutto aumenta, si cerca di rinunciare a qualcosa nel carrello.
In questo contesto, regolare il mercato con l’estirpazione, che senso ha? L’obiettivo di chi ha avanzato la proposta estirpante è quello di abbassare le produzioni per gestire il prezzo verso proprio i distributori.
Estirpare vuol dire certamente diminuire la produzione. Non per un anno ma per gli anni necessari a impiantare di nuovo le barbatelle e farle arrivare alla produzione. Una operazione non irreversibile ma certo rischiosa.
Diamo pure per assodato che si diminuisca la produzione italiana (e quella francesce visto che stanno già andando in quella direzione), gli altri stati cosa faranno? Viviamo in un mercato globale. Non solo europeo. Possiamo anche arrivare a mettere i dazi per le importazioni extra eu, ma i costi dei vini, esempio quelli sud americani, sono così bassi che invaderci, sarebbe un attimo.
Come uscirne?
Qualità e trasparenza.
La ricerca della qualità del prodotto è un punto fondamentale per lo sviluppo del mercato.
Ciò vuol dire alcune cose.
smettere di avere produzioni per ettaro superiore ad una cifra fissata per il vino imbottigliato e sfuso.
uscire dall’attuale sistema di denominazioni e lavorare su una classificazione in base a chiari criteri qualitativi che devono assolutamente passare per la resa per ettaro.
Vietare la produzione di vino con partite di uva provenienti da coltivazioni non dell’azienda proprietaria dell’etichetta
Vietare assolutamente l’utilizzo di additivi come il mosto concentrato
La trasparenza verso il consumatore finale.
La catena distributiva del vino è così ignobile che il guadagno dei ristoratori non può, e sottolineo NON può, essere così elevato.
Se acquisto un vino da 10€ in cantina, sarà certamente un buon vino ma non un capolavoro. Se acquisto lo stesso vino al ristorante a 30€ penso che sia un ottimo vino. Ma quante volte me lo potrò permettere?
Qualcuno ha sostenuto come lo sviluppo del settore possa essere nell’alveo dei vini premium. L’intento è ovviamente quello di aumentare i prezzi dei vini. Maggior prezzo, maggiori guadagni con minori volumi. Una vecchia formula che non funziona mai. Specialmente in un mercato in contrazione dove, aumentare i prezzi, è pura follia sapendo, non facendo finta di nulla, cosa significherebbe poi al tavolo.
Serve invece tanta comunicazione seria. Persone che sappiano comunicare dei vini con cognizione di causa. Senza vedere voti assurdi per vini che sono lontani anni luce da quei numeri.
Mi capita di assaggiare vini valutati 95, 96, 98 punti e solo all’esame olfattivo non c’è quella complessità necessaria. Non si dice e non si deve dire, ma dietro quei voti, dietro la presenza in una guida, ci sono soldi. Tanti soldi.
Si racconta un vino come se si fosse sempre dinanzi ad una platea di esperti quando invece al consumatore finale interessa solo capire pochi semplici concetti. Si parla di abbinamenti trovabili solo presso ristoranti stellati. Ma poi la bottiglia di vinio si apre anche a casa. E con la fettina di pollo che mi aspetta stasera, cosa stappo?
Saper parlare alle persone, saper esser umili, saper essere onesti.
Se si vuole uscire da questo cul de sac occorre tanta tanta ma tanta capacità di analisi e, soprattutto, autocritica. Non certo la estirpazione delle vigne. Non certo rimanendo piccoli ed isolati produttori. Non certo non investendo nei consorzi, nella promozione del territorio, nel rapporto cibo-vino.
Siamo l’Italia, siamo il bel paese. Quello dove la qualità, la varietà e la tradizione sono valori da preservare e coltivare.
Non estirpare! Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
Siamo l’Italia, siamo il bel paese. Quello dove la qualità, la varietà e la tradizione sono valori da preservare e coltivare.
Non estirpare! Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
7 Maggio, 2024
Sangue impazzito
Penso succeda un po’ a tutti. Ogni tanto, al cellulare, siamo presi da un raptus che ci costringe a violentare i tasti alla ricerca di qualcosa o qualcuno, di un perché o di un dove, spesso per immaginare o vivere momenti di assoluta bellezza. Quello che, per noi, è la persona o il luogo giusto.
Quanto racconta di te una persona e quanto un luogo? I luoghi sono contenitori di memorie e di emozioni, evocativi e distintivi. Sono come le persone. Intratteniamo con essi delle relazioni complesse, ci forniscono il contesto in cui si muove il nostro spazio. Il luogo è un’entità socio-culturale. Una città (Roma), un quartiere (Parioli), un angolo conosciuto durante un aperitivo La Salsamenteria Roma, bottega-champagneria di Roberto Mangione @lasalsamenteriamontiparioli. È qui che quella sensazione di stagnazione e compiacimento nell’ambiente circostante trova il suo Sangue Impazzito. Un luogo per tanti ma non per tutti. Un negozio di alimentari che, se pur esattamente uguale a quello che avevamo negli anni ‘80 sotto casa, è diverso. Un pizzicarolo proiettato nel futuro, che fa di una proposta di qualità la firma della sua idea di enogastronomia. Oltre 200 etichette tra Maison, Chateau, Domaine e Aziende Vitivinicole: Montagne de Reims, Cote de Blanc, Toscana, Borgogna, Langhe, luoghi e persone che occupano gli scaffali della Salsamentaria e che seguono un immaginario quanto logico fil rouge.
Roberto raggiunge un livello di conoscenza della materia trascendente, vestendo i panni di un moderno mecenate del vino che predice un prossimo futuro, in cui la gente placa la propria sete con un ottimo calice di champagne o vino. Ascoltarlo significa pendere dalle sue labbra di profondo conoscitore della materia, godere, stando seduti, della possibilità di rimembrare, di parlare di confrontarsi con gli altri ospiti presenti. Le visioni di Roberto arrivano dirette e senza filtri, come una pallottola. Il suo modo di raccontare e raccontarsi è unico, trasparente, ma non per questo poco emozionante. In Salsamenteria c’è qualcosa di strano che lega le persone. Quel filo sottile e diverso dagli altri rapporti che è quasi impercettibile ma che fa la differenza, quasi fosse Sangue Impazzito che ti spinge fino a Lei.
Come se dovesse esplorare l’incontro con qualcuno, indicando una ricerca di conforto o guida spirituale, Roberto ci propone di degustare un must per chi ha la fortuna di vivere la Salsamenteria.
Marsannay 2021 Domaine Bart.
Uve 100% Pinot Noir della zona di Marsannay; l’avamposto più settentrionale della Côte de Nuits, fino a qualche tempo fa considerata la denominazione più sottovalutata e trascurata della Borgogna www.borgognamonamour.it/it/78-marsannay. Vino dagli aromi di frutti rossi, accompagnati da sentori speziati, profondo, vellutato ed elegante in bocca. Una grande scoperta per gli amanti di questa regione della Francia.
A volte spesso le cose, come le persone, per combaciare, devono rompersi in mille pezzi. È lì in quel momento che il dolore dell’assenza diventa un qualcosa di fisico. È come sentire male a una parte invisibile del corpo, la stessa che vorresti amputare quando nuovamente capita che sogni chi ti fece a lungo sentire a casa. Alcune persone riescono a invaderti l’anima in un modo così bello e delicato che capisci che hanno qualcosa di diverso dal resto del mondo. Io non so che cosa abbia legato noi, non so che cosa mi abbia fatto sentire così vicino a te. Però so che tra me e te c’è qualcosa di diverso, di raro. Quella sensazione di Eppure. Eppure il sole era caldo. Eppure le cose si superano. Eppure la vita aveva un modo di sommare giorno a giorno.
La disperazione era un eccesso facente parte di lui, ma che non gli apparteneva, si chinò su quanto rimasto e riniziò a prendersene cura, con la tenacia di un giardiniere al lavoro il mattino dopo il temporale.
LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: “La proposta non esiste” Cit. Roberto Mangione
Marco Sargentini
Mi trovi su Instagram e Facebook
Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
Leggi
6 Maggio, 2024
Torna a Roma Vino e arte che passione
Il vino italiano è unico. L’arte italiana è unica. E se vino e arte fossero insieme?
Facile a dirsi, meno a farsi. A meno che non ci si impegni con costanza e dedizione.
Ci ha pensato CT Consulting Events, società di punta nel panorama nazionale nell’organizzazione di eventi del Food & Beverage che ha creato Vino e Arte che passione, uno degli appuntamenti più attesi nella Capitale sia dai winelovers che dagli addetti ai lavori del mondo del vino e ormai giunto alla ottava edizione.
Ciro Formisano, co-fondatore della manifestazione
Sin dall’inizio di Vino e Arte che passione, abbiamo pensato che abbinare la bellezza delle location di pregio che ospitano l’evento alla ricchezza qualitativa delle migliori cantine italiane fosse garanzia di successo. Essere arrivati a questa ottava edizione indica che la nostra visione era giusta e che l’esperienza degustativa che riusciamo ad offrire è piena e soddisfacente.
Quest’anno Vino e Arte che Passione cambia location e sceglie la Galleria del Cardinale Colonna, all’interno di Palazzo Colonna. Un gioiello costruito nel 1730 dall’architetto Paolo Posi, al posto di un lungo corridoio, decorato dagli stemmi delle famiglie imparentate con i Colonna, che aprirà le sue porte agli amanti del buon bere, il prossimo 19 maggio 2024.
L’edificio è diviso in tre corpi: due bracci e una rotonda centrale, sostenuta da colonne impiallacciate di giallo antico, provenienti, per quanto si narra, dal Pantheon e sino a quel momento conservate nei sotterranei del palazzo. In questo ambiente, nel quale all’epoca si scorgeva sullo sfondo una Deposizione forse di Federico Zuccari, si svolse in presenza di Pio VII, nel 1803, la cerimonia del battesimo delle due gemelle Savoia, Maria Teresa e Maria Anna (futura imperatrice d’Austria). L’avvenimento è stato consegnato alla memoria da due dipinti, a pendant.
Domenica 19 maggio, dalle 13 alle 20, gli amanti del vino potranno immergersi in questa location di pregio – tra storia e opere d’arte – e degustare i vini di oltre 50 aziende vinicole, tra le migliori cantine del nostro paese, scelte con cura ed attenzione dagli organizzatori di Vino e Arte che passione!
Ai partecipanti si offrirà la migliore esperienza, tra circa 400 etichette da degustare passeggiando nella storia, immersi in un’opera d’arte unica, la cui bellezza esalta l’esperienza stessa del bere.
Tutte le informazioni sul sito: www.vinoeartechepassione.com
Ivan Vellucci
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi