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10 Giugno, 2024

Regina Ribelle: La Bianca che fa impallidire i Rossi!

Regina Ribelle Vernaccia di San Gimignano Wine Fest Oggi vi porto con me a conoscere la Vernaccia di San Gimignano. Non potevo certo mancare a un evento che mi avrebbe portato al cospetto della Regina Ribelle. Non è un cartone né una favola con draghi e cavalieri, ma un evento dedicato alla Vernaccia di San Gimignano, dove è stata presentata la nuova annata 2023 e le riserve 2022. Organizzato dal Consorzio in partnership con il Comune di San Gimignano, questo evento, giunto alla sua seconda edizione, si è tenuto dal 16 al 19 maggio ed è senz’altro l’evento di riferimento per questo vino. L’obiettivo è promuovere la Denominazione e il territorio circostante. La scelta di presentare i vini nel periodo primaverile mira a garantire vini più pronti e in grado di esaltarne il potenziale espressivo, offrendo un’esperienza completa attraverso assaggi, eventi culturali, musica e convegni. Io sono stata presente nei giorni del press tour del 16 e 17 maggio e devo ammettere che si è trattato di un evento organizzato molto bene in un luogo davvero speciale: San Gimignano, città ricca di storia e fascino. Le sue mura medievali e le strade acciottolate hanno visto passare pellegrini e mercanti, e oggi accolgono appassionati di vino e cultura. Ma prima di calarci in quest’evento e negli assaggi voglio raccontarvi la storia, le caratteristiche del vitigno e dei vini. Prima di tutto, un po’ di storia La Vernaccia di San Gimignano è probabilmente uno dei vitigni italiani più antichi e affascinanti, legato a un territorio di rara bellezza e ricco di storia. Dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1990, San Gimignano è nota come la “Manhattan del Medioevo” per le 65 torri medievali che tutt’oggi la contraddistinguono e la rendono un vero e proprio museo a cielo aperto. Questo borgo accoglie ogni anno circa 3 milioni di turisti! San Gimignano è stata in grado di conservare nei secoli una viticoltura dedicata, celebrata fin dal Medioevo dai più grandi artisti e poeti del Bel Paese. È l’unico vino citato da Dante Alighieri nella Divina Commedia, nel Canto XXIV del Purgatorio, cantato da Cecco Angiolieri e raffigurato in un dipinto del Vasari nel Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio a Firenze. Le prime notizie documentate della Vernaccia di San Gimignano risalgono al 1276, in un registro fiscale, quando il Comune di San Gimignano istituì una tassa di 3 soldi sull’ingresso e l’uscita dai suoi confini della Vernaccia. Questo vino di grande pregio fu molto apprezzato alla corte dei Medici durante il Rinascimento e spesso servito durante i banchetti nobiliari. La sua fama si diffuse anche oltre i confini italiani, raggiungendo i mercati di Francia e Inghilterra. Rinascita e riconoscimenti Come molti vini italiani, la Vernaccia subì un declino nel corso del XIX secolo a causa di guerre, crisi economiche e malattie della vite come la fillossera. La rinascita della Vernaccia di San Gimignano iniziò nel XX secolo, grazie all’impegno dei produttori locali che lavorarono per migliorare la qualità del vino e per promuoverlo sia a livello nazionale che internazionale. Nel 1966, la Vernaccia di San Gimignano divenne il primo vino bianco italiano a ottenere la DOC e, successivamente, nel 1993 ottenne la DOCG, massimo riconoscimento per un vino in Italia. Attualmente, è l’unica bianca in Toscana, un territorio famoso per i suoi grandi vini rossi come il Nobile di Montepulciano e il Brunello di Montalcino. Questo vino è prodotto in quantità limitata, una vera perla enologica la cui fama ha oltrepassato i confini nazionali. Vitigno iconico coniugato in annata e riserva – differenze La Vernaccia di San Gimignano è prodotta principalmente con l’omonimo vitigno Vernaccia (min. 85%), che conferisce al vino un carattere distintivo. Le uve crescono su colline calcaree, che favoriscono la produzione di un vino con una buona freschezza gustativa e dalle spiccate note minerali riconducibili ai suoli. Al palato, si distingue per il suo equilibrio e un leggero retrogusto ammandorlato. C’è molta differenza tra la versione Annata e la Riserva.
La prima è il vino di entrata, prodotto con le uve raccolte durante una singola vendemmia. Questo vino viene generalmente invecchiato per un periodo più breve rispetto alla Riserva e può offrire un’espressione più fresca e giovane del vitigno. Si caratterizza per un colore e un bouquet più delicato e “croccante”, che si articola su fiori bianchi e frutta a polpa bianca, erbette aromatiche, ideale per aperitivi e piatti dalla struttura più leggera.
La Vernaccia di San Gimignano Riserva è una versione più prestigiosa del vino, prodotta con uve selezionate e invecchiata per un periodo più lungo. Secondo il disciplinare, la Riserva deve maturare in cantina per almeno 11 mesi prima di essere commercializzata. Anche se non è obbligatorio, spesso la Riserva viene affinata in legno, che può conferire al vino una maggiore complessità aromatica e una struttura più robusta rispetto alla versione annata. È uno dei pochi vini bianchi italiani a prevedere la riserva, esprimendo così la sua potenzialità evolutiva! Dati attuali e il cambiamento climatico La zona di produzione della Vernaccia di San Gimignano DOCG è limitata al comune di San Gimignano, in provincia di Siena. Questo piccolo territorio collinare offre condizioni climatiche e geologiche ideali per la coltivazione della Vernaccia. La combinazione di suoli sabbiosi, argillosi e calcarei, ricchi di un substrato fossile, insieme al clima mite e ventilato, contribuisce alla creazione di un vino di alta qualità. Secondo i dati del Consorzio, la superficie destinata alla produzione della Vernaccia è di 768 ettari, con un potenziale produttivo di 6.912.000 chili di uva, equivalente a 4.838.400 litri di vino. La riduzione delle rese nell’ultimo decennio è dovuta non solo alle scelte produttive volte a migliorare la qualità della Vernaccia, ma anche, e soprattutto, all’impatto del cambiamento climatico e dei suoi fenomeni estremi. Nella vendemmia siccitosa del 2022, si è registrata una produzione di 5.259.985 chili di uva, pari a 3.681.989 litri di vino. Nella vendemmia 2023, a causa della peronospora e delle condizioni climatiche avverse, si è registrato un calo produttivo significativo, con 3.245.330 chili di uva, pari a 2.271.731 litri di vino, un calo del 37,742% rispetto alla produzione dell’anno precedente. Le Aziende e gli Assaggi Nonostante le criticità climatiche degli ultimi anni, gli assaggi delle annate 2023 e 2022 hanno rivelato una qualità sorprendente e diverse punte di eccellenza. È impossibile raccontare e descrivere ogni singolo assaggio, ma la maggior parte si è rivelata interessante e promettente. Tra le conferme più significative spiccano il Colombaio di Santa Chiara, Guicciardini Strozzi, e Il Palagione, aziende che si sono sempre distinte particolarmente. Tuttavia, sento l’obbligo di raccontarvi di altre aziende che, in modo diverso tra loro, hanno espresso qualità e un’emozione in più. Eccovi le mie scelte. Abbazia di Monteoliveto: Unione di storia e viticoltura Tra vigne, ulivi e querce centenarie, sorge la Fattoria Abbazia Monte Oliveto. Fondata nel 1340 dai monaci Olivetani, questo luogo è stato scelto per la coltivazione della vite e degli ulivi. Affascinata dalla bellezza e dalla storia del posto, la famiglia Zonin acquistò la tenuta nel 1982. Nel 2011, nel rispetto del paesaggio toscano, fu realizzata una cantina completamente interrata, dove oggi vengono vinificate le uve dei loro vigneti seguendo tecniche tradizionali. Durante gli assaggi, Abbazia di Monteoliveto si è distinta con i suoi due vini: Abbazia di Monteoliveto 2023: Caratterizzato da accenni di erbette aromatiche e pera, questo vino ha mostrato una freschezza intrigante e un finale delicatamente ammandorlato. La Gentilesca 2023: Un vino notevole con note floreali di tiglio e gelsomino, menta, lime e arancia. Il sorso si distingue per una piacevole nota pepata e sapidità, rendendolo di grande interesse.
Casa alle Vacche: Una Riserva Divertente! Situata a pochi chilometri da San Gimignano, Casa alle Vacche è immersa nella splendida campagna toscana, una zona ideale per la coltivazione della vite e dell’olivo. Di proprietà della famiglia Ciappi da generazioni, l’azienda si estende su 25 ettari di vigneti e 3 ettari di oliveti. Grazie alla qualità dei terreni e all’esposizione ideale, l’azienda produce uve di elevata qualità, vinificate con cura utilizzando tecniche di agricoltura integrata. Attualmente, Casa alle Vacche è in fase di conversione al biologico e si avvale del marchio Agriqualità della regione Toscana per garantire il rispetto dell’ambiente e dei consumatori. Durante la degustazione, Casa alle Vacche ha presentato una serie di vini affascinanti per la loro complessità e profondità. Tra questi spiccano: I Macchioni 2023: Proveniente da un vigneto di 3 ettari di Vernaccia allevata a spalliera con potatura a guyot, su terreni di sabbie gialle ricche di calcare pliocenico. Il vino, curato con inerbimento parziale, vendemmia manuale, pressatura soffice e fermentazione a temperatura controllata su fecce fini, promette una splendida evoluzione nel tempo. Attualmente un po’ scomposto (imbottigliato da poco), si presenta di colore giallo paglierino con riflessi verdognoli e profumi di fiori di campo. Al palato è pieno e sapido, con un finale di albicocca molto bello. Il Crocus Riserva 2021: Un vero divertimento per i sensi. Proveniente da vigneti esposti a sud-sudest su sabbie gialle plioceniche e concrezioni calcaree, con inerbimento totale e potature verdi. La pigiatura delle uve avviene direttamente in una pressa a polmone, con fermentazione controllata in legni nuovi e continui batonnage. Affinato in bottiglia per almeno 4 mesi, questo vino presenta un profumo intenso e penetrante di frutta esotica, zafferano, vaniglia, mandorla e burro salato. Colpisce per il suo naso ricco e complesso, con note dominanti di zafferano.
Casa Lucii: Un’azienda storica con vini di grande personalità Casa Lucii è una storica azienda familiare situata sulle colline di San Gimignano, nel cuore della Toscana. La passione per l’agricoltura biologica, certificata dal 2000, testimonia la cura del territorio di antiche origini e straordinaria bellezza. La continua ricerca della qualità garantisce produzioni uniche e di eccellenza. Casa Lucii mi ha impressionato con i suoi vini dalla forte personalità e dalle caratteristiche distintive. Già la versione Annata (annate 2023 e 2022) si è distinta per note pepate e di agrumi. Grazie alla gentilezza di Lorenzo e suo figlio, ho potuto testare la capacità della Vernaccia di sfidare il tempo. Partendo con un confronto tra le annate 2023 e 2022 della versione Annata di Casa Lucii, è emersa la mineralità della prima e una complessità più evolutiva della seconda. Il vero divertimento è iniziato con una mini verticale della Riserva Mareterra, figlia del vigneto di Cellole. Ho degustato cinque annate, dall’ultima uscita del 2019 alla più vecchia del 2013, passando per 2014, 2016 e 2018. Questi assaggi mi hanno mostrato come una buona Vernaccia si comporta nel tempo, evidenziando le differenze legate al millesimo, che conferiscono a ogni annata caratteristiche peculiari. La Riserva Mareterra non esce mai prima di cinque anni dalla vendemmia e fa un affinamento in barrique di primo passaggio, rendendo il tempo un elemento fondamentale per creare l’equilibrio giusto all’interno della bottiglia. Cesani: come un ritorno a Casa Cesani è un esempio perfetto di come la Vernaccia possa essere valorizzata senza l’uso del legno, mantenendo la purezza e la finezza dell’uva. Ogni vino assaggiato ha dimostrato una grande profondità e complessità, riflettendo il terroir unico di questa azienda e la loro dedizione alla qualità. Cesani articola la sua Vernaccia in tre diverse interpretazioni: Annata, Selezione e Riserva. Annata 2023 di Cesani ha un’impronta decisa e classica, con note di susina bianca, zenzero e senape. Il sorso è splendido e fine, dimostrando la capacità di questa azienda di valorizzare la Vernaccia in tutta la sua purezza. Eleganza, struttura ed equilibrio. Clamys 2022 è la selezione di Cesani, ha colpito per i suoi aromi di fiori gialli, arancia dolce, pepe bianco e zenzero. Il sorso è avvolgente e presenta una strepitosa sapidità, rendendolo un vino estremamente piacevole e intrigante. Complesso e perfettamente equilibrato. Sanice 2021: è un vino più sottile rispetto agli altri, con note di susina e zenzero. La bocca agrumata e fitta conferisce a questo vino una struttura complessa e intrigante. La sua evoluzione in bottiglia ha dimostrato la capacità di questa Vernaccia di maturare e sviluppare nuove sfumature di sapore nel tempo. Fattoria di Fugnano: cuore caldo ed eleganza Con Laura della Fattoria di Fugnano è stato feeling immediato, forse per le nostre comuni origini siciliane o per la passione condivisa per questo grande vino bianco. Laura è una donna forte dal sorriso luminoso, da cui traspare la passione per la terra e l’attaccamento alle proprie radici. Durante la degustazione, Laura mi ha dimostrato di saper produrre vini bianchi di grande qualità e personalità. Ogni annata degustata ha rivelato un diverso grado di evoluzione e complessità, confermando il potenziale di questi vini nel tempo.
Ho avuto l’opportunità di provare la versione Annata 2023 e poi 3 annate diverse della sua mitica Donna Gina, l’etichetta dedicata alla nonna, rappresentata proprio sull’etichetta. Che eleganza! Eccovi le tre annate a confronto: la 2022 floreale, con sentori di frutta gialla e un sorso dinamico in bocca, è ancora in fase di assestamento, ma già lascia intuire una qualità promettente. La 2021 inizia a sprigionare note di evoluzione, tra cui spicca un riconoscimento di pietra focaia. La 2020, invece, è proprio eccellente! Minerale e salina, esprime un potenziale di invecchiamento evidente e tanta eleganza, come la sua etichetta. Mormoraia: Un Simbolo di Eleganza e Sostenibilità Mormoraia, azienda agricola biologica dal 2016, si distingue non solo per la qualità dei suoi vini, ma anche per le sue eleganti etichette che riflettono l’attenzione ai dettagli e alla sostenibilità.
La combinazione di note fresche, sapidità e complessità minerale rende i vini di Mormoraia degni di nota e perfetti per chi cerca un’esperienza di degustazione autentica e raffinata. Durante la degustazione, ho potuto apprezzare tre etichette e tre annqate diverse: Suavis 2023, Ostrea 2022 e Antalis 2021. Suavis 2023 è ottenuto dalla pressatura di grappolo intero, con fermentazione e affinamento di 5 mesi in acciaio prima dell’imbottigliamento. Questo vino si presenta con toni dolci e croccanti, e note di mandarino che lo rendono di facile beva. La freschezza e la leggerezza di Suavis lo rendono un vino perfetto per ogni occasione. La selezione Ostrea 2022 proviene da un vigneto di circa 40 anni. Dopo la pressatura del grappolo intero, il vino fermenta e si affina per 6 mesi in botti grandi da 25 hl, per poi essere trasferito in acciaio e successivamente in bottiglia. Ostrea si distingue per le sue note erbacee e agrumate, con una sapidità e una persistenza appagante. Questo vino rappresenta una perfetta combinazione di tradizione e innovazione. Antalis 2021 proviene da un vigneto di circa 3 ettari, anch’esso vecchio di 40 anni. I profumi accattivanti e molto minerali di Antalis si accompagnano a note floreali di ginestra e muschio. Al palato, il vino mostra pienezza e persistenza, offrendo un’esperienza di degustazione ricca e complessa. La Lastra: Un Progetto di Vita Rurale La Lastra è un progetto di vita rurale che ha preso forma agli inizi degli anni ottanta grazie a Nadia Betti e Renato Spanu, affiancati dal fratello e da alcuni amici. La loro filosofia si basa sul rispetto dell’ambiente prima del business, delle persone prima del brand, della sostanza prima della forma, delineando così l’essenza di quest’azienda. La cura e la dedizione con cui vengono coltivati i loro vigneti si riflettono nelle straordinarie caratteristiche organolettiche dei loro vini. Durante la degustazione, ho avuto l’opportunità di assaggiare: La Lastra 2023 e 2022: Vinificate esclusivamente in acciaio con 12 ore di macerazione in pressa, entrambe le annate si distinguono per la loro spiccata mineralità. La Lastra Riserva 2022: Questa riserva è maturata per metà in barrique (di cui il 50% nuove) e metà in acciaio. Il risultato è un vino tranquillo e quieto con un bouquet di fiori, mineralità ed erbette aromatiche. Al palato, offre un sorso vibrante e una profondità accattivante. La Lastra 2015: Nonostante il passare degli anni, questa annata si mantiene in equilibrio e rimane ancora presente, mostrando un’evoluzione positiva nel tempo. Cantina Vagnoni: Conferme di Qualità La Cantina Vagnoni è un’azienda vinicola a cui sono particolarmente legata per vari motivi, che presto racconterò in un articolo dedicato. La continua produzione di vini che riflettono la dedizione e la passione per la viticoltura dimostra l’impegno costante dell’azienda verso la qualità e l’eccellenza. Durante gli ultimi assaggi, ho avuto l’opportunità di gustare due dei loro vini più rappresentativi: Selezione Fontabuccio 2022: Questo vino, composto per il 90% da Vernaccia, proviene dall’omonimo vigneto situato nella zona di Pancole. La fermentazione avviene per il 30% in barrique per 6 mesi e il restante in acciaio. Si distingue per la sua ricchezza e il tipico finale ammandorlato, rappresentando un’eccellente espressione del territorio. Vagnoni Riserva I Mocali 2021: Questo vino, interamente composto da Vernaccia, fermenta in barrique dove rimane ad affinare sulle fecce per 11 mesi, seguendo rigorosamente il disciplinare di produzione e sottoposto a continui bâtonnage. Sebbene ancora giovane, si conferma come un prodotto di qualità, promettendo una notevole evoluzione nel tempo. Fattoria Poggio Alloro: Un balletto di annate e confronti La storia della Fattoria Poggio Alloro ha inizio nel lontano 1972, quando i tre fratelli Fioroni acquistarono la terra e iniziarono ad attribuire un’attenzione particolare alla cura del vigneto. Nel 1989, avviarono l’imbottigliamento e la commercializzazione del prodotto, dando vita a una produzione di vini genuini, frutto di potature severe, basse rese e dell’utilizzo di concime organico, nel pieno rispetto dell’ambiente. La cantina, caratterizzata da una sapiente fusione tra modernità e tradizione, utilizza moderne tecnologie affiancate a una solida esperienza. Durante l’assaggio dei loro vini, ho avuto modo di sperimentare un vero e proprio balletto di annate e confronti: 2023 Annata Fattoria Poggio Alloro: Caratterizzata da ricchezza e complessità, questa annata si distingue per una macerazione pellicolare dinamica in ganimete, che conferisce al vino una straordinaria profondità. 2023 Il Nicchiaio: Proveniente dal vigneto singolo di Il Nicchiaio, questa annata presenta toni erbacei ma anche un’evoluzione di pietra focaia, cedro candito, zenzero e miele, con una lunghezza interessante che ne sottolinea la complessità. Proseguendo con le annate successive, tra cui il 2022 de Il Nicchiaio e la Riserva Le Mandorle 2022, fino ad arrivare alla 2021, ho potuto constatare la costante qualità e l’attenzione ai dettagli che caratterizzano i loro vini. Puliti, complessi e piacevoli, ogni annata racconta una storia unica, mantenendo sempre alti standard qualitativi. Azienda Agricola Signano: Un Legame Profondo con il Territorio di San Gimignano L’Azienda Agricola Signano ha radici profonde che affondano nel lontano 1961, quando Ascanio Biagini acquistò un modesto terreno di soli due ettari. Fu nel 1966 che iniziò la loro avventura nella viticoltura, piantando i primi vigneti di Vernaccia e Sangiovese e costruendo la cantina. Con il passare degli anni, l’azienda si espanse costantemente, acquistando sempre più terreni. Nel 1989, il figlio Manrico portò significative innovazioni tecnologiche, introducendo tecniche di vinificazione all’avanguardia. Oggi, con la terza generazione al timone, l’Azienda Agricola Signano si estende su 25 ettari di vigneti, mantenendo saldamente vivo il legame con il territorio di San Gimignano. Signano Poggiarelli 2003: L’assaggio più emozionante!!! Il loro Signano Poggiarelli 2003 è stato l’assaggio più emozionante di tutti. Con 21 anni di invecchiamento, questo vino si è rivelato un’autentica meraviglia, mantenendo intatta la sua vitalità e regalando un’esperienza sensoriale indimenticabile. È una testimonianza vivente dell’eccezionale capacità di invecchiamento dei vini di Signano, incantando e sorprendendo i palati con la sua straordinaria complessità e ricchezza. E con il gusto del Signano Poggiarelli 2003 ancora sulle labbra, un saluto speciale a San Gimignano e alla Regina Ribelle, consapevoli che il suo richiamo ci accompagnerà ancora per molto tempo. Alla prossima avventura e calici su! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo    
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7 Giugno, 2024

Molino, Bergadano. Famiglie unite del Barolo

Possedere una terra è sempre stata una grande fortuna. Almeno per coloro che della terra e dalla terra ne ricavano i frutti così da viverci. Anche un piccolo pezzo di terra poteva essere di ausilio alla sopravvivenza. Piccolo o grande che fosse, prima o poi arrivava, inesorabile, il momento della successione. Solo che dividere tra i figli significava ridurre, di fatto, la superficie della terra. Riduzione che continuava ad ogni cambio di generazione. Per ovviare a questo, il pater familas oltre a escludere a priori le figlie femmine dalla successione, trasmetteva il patrimonio terriero al solo primogenito. Con l’onere di assumere il ruolo di capo famiglia offrendo lavoro ed ospitalità anche agli altri componenti della famiglia. Primogenitura. Una pratica adottata sin da tempo degli antichi ebrei e per fortuna scomparsa ai giorni d’oggi (forse). In questo contesto, i matrimoni di convenienza, ovvero con la scelta della consorte tenendo conto del patrimonio posseduto dalla famiglia, diventavano un metodo per incrementare la dotazione “familiare” delle terre. Quando si parla di vini e non solo di vigne però, le cose cambiano. O meglio, cambiano se si è intelligenti e lungimiranti. Quando una famiglia produce vino e vino pregiato, in una zona altamente vocata a questo tipo di produzione, una divisione o una unione andrebbe sempre fatta con intelligenza e lungimiranza. Tutto può sembrare facile in un territorio meraviglioso e unico come quello delle Langhe, in Piemonte. Avere per le mani un vino come il Barolo e ricavarlo da vigne situate in territori identitari, è una di quelle fortune che non si può e non si deve in nessun modo gettare al vento. Ma sempre intelligenza e lungimiranza ci vuole e non è che questa si trovi sotto i sassi. Bergadano e Molino sono due famiglie che producono Barolo dall’inizio della storia di quest’ultimo. Piercarlo (Bergadano) e Silvana (Molino) si uniscono in matrimonio e fin qui nulla di strano, se non fosse che decidono che la loro unione non include i marchi, i vini, le vigne, le lavorazioni di cantina. Va bene l’amore, va bene la famiglia ma non certo la propria storia. La nostra storia parte da cinque generazioni fa. Io sarei la quinta. Michele Bergadano con la sorella Francesca rappresentano la quinta generazione di vignaioli. Siamo nella culla delle Langhe, a La Morra, in provincia di Cuneo. Qui sorge Cascina Rocca, punto di incontro tra le due famiglie. Il fondatore non è sempre stato nel nostro territorio. Comprava e rivedeva le proprietà nel Piemonte. Nel 1800 acquistò l’attuale cascina con annessa una vigna. Li si decise di cambiare vita insediandosi nel territorio. Bisnonno e nonno lavoravano la terra. Nonno Dante iniziò a vinificare e nel 1965 produsse il primo Barolo. A quel tempo non è che si vendevano le bottiglie come ora. Il Barolo lo si metteva nelle damigiane o si vendeva sfuso. Altri tempi. Altra cultura. Altro modo di vedere le cose. Un mondo dove la genuinità prevaleva su tutta l’infrastruttura di marketing creata successivamente su queste terre. Dire se le cose siano cambiate in meglio o in peggio, è complicato. Di certo oggi è arrivata la ricchezza come, sempre di certo, si è persa la genuinità di molte, non tutte, le persone. Si produce, forse, come una volta. Si vende il vino a prezzi maggiori rispetto ad una volta. Si accolgono le persone con tanta attenzione e professionalità ma non certamente (in molti casi) con lo stile di queste terre. Nonno comprò altre vigne. Poi mamma e papà iniziarono a lavorare con l’export la Germania e  l’America. Negli anni l’azienda 80 si è ingrandita puntando sulla qualità. Era il periodo in cui c’era la fuga dalla nostra zona. Chi comprava le vigne era un pazzo. Dagli ani 90 cambiò tutto. Chi investi all’epoca oggi vede i risultati Michele anche se non ha vissuto quel tempo, sa di cosa si parla. I racconti dei genitori hanno fatto breccia nella sua anima. Le Langhe come le vediamo ora non sono sempre state così. Le stupende colline con i filari a fare da cornice, le cascine sistemate come alberghi di lusso con tanto di spa, i ristoranti con piatti gourmet, le cantine. Tutto questo prima degli anni 90, non c’era. Da qui, come da tutti i luoghi dove l’unica possibilità era fare il contadino, la gente scappava. La città, il lavoro in un ufficio o in fabbrica, le luci, le comodità. Perché mai rimanere in un luogo ameno, freddo e nebbioso? Però, proprio le Langhe, sono la dimostrazione di come si possa valorizzare un territorio facendo sistema, investendo nella riqualificazione e non puntando solo per ad un prodotto. Per generare ricchezza. Per tutti. Non siamo una azienda grande ma abbiamo le vigne nei vari comuni. 11 ettari con 50 mila bottiglie. Barolo e La morra. Poi Villero a Castiglione Falletto. Ah però mi viene da esclamare. Le migliori zone per produrre Nebbiolo. Ciò che serviva però era un punto di incontro tra le due realtà. Da un lato Bergadano, dall’altro Molino. Vigne sparse nelle Langhe. Prodotti diversi. Storie diverse. Ecco che nella lungimiranza e nella intelligenza nasce  Cascina Rocca proprio come punto di incontro tra le due famiglie. Ristrutturata nel 1999 per farne qualcosa di valore. Era quasi una stalla. La rifecero da zero preservando le parti essenziali. La cantina per la vinificazione in legno venne conservata. Rocca deriva dalla zona della rocca dove sorge la cantina. Negli ultimi cinque, sei anni mio papà si è occupato più della produzione, mamma delle vendite curando anche l’agriturismo. Non ce la faceva più ad andare in giro peri l mondo. Adesso l’agriturismo è migliorato tanto lasciando da parte la cantina. Io e mia sorella invece ci stiamo occupando più dalle cantina. Un conto è Molino, un conto Bergadano. Non facciamo confusione. Franco Molino è l’azienda portata da mamma Silvana e oggi gestita da Michele e Francesca. Bergadano, due ettari e mezzo con circa 10.000 bottiglie, portata e gestita da papà Piercarlo. Nel 1999, insieme alla Cascina, si sono unite anche le aziende. Lasciando tutto separato per preservare l’identità e lo stile dei singoli vini. Intelligenza e lungimiranza. L’idea non è avere due linee diverse ma due stili, due modi di vedere i vini del territorio. Franco Molino con base La morra e Rocca dell’Annunziata con Villero a Castiglione. Lo stile dei vini resta più floreale e c’è tanta freschezza. Barolo con botte grande. Passaggi non troppo concentrati. Bergadamo nel comune di Monforte e Barolo. Suoli più tenaci. Utilizzo di barrique. Legno, corpo, forza nei vini. Insomma, due prodotti decisamente diversi. Due filosofie diverse che portano Molino ad identificarsi come azienda classica, Bergadamo come una piccola azienda di alto livello capace di produrre veri cru. L’azienda rimane comunque a carattere familiare. Cosa non è di poco conto in una zona dove le grandi aziende si impossessano delle vigne. C’è sempre stata la possibilità di stare in vigna con papà. Una vera fortuna. I miei compagni che non hanno avuto la fortuna di avere una cantina sono un pò indietro. Avere una idea di come funzionasse già il lavoro, la passione. Seguiamo tuto per voglia e no per costrizione. È una passione nata di conseguenza. Michele è stato dietro al papà e al nonno dai quali ha assorbito l’arte della vigna e la passione per questo mestiere. La scuola enologica che frequenta sta aggiungendo le nozioni tecniche necessarie. Non diamo per scontato che un ragazzo e una ragazza vogliano rimanere a fare i vignaioli e a gestire una azienda agricola solo perché siamo nelle Langhe! Sto valutando di fare l’università. Mia sorella è sempre stata più mirata all’aspetto commerciale. Ha fatto il linguistico con delle esperienze all’estero per migliorare le lingue. Michele e Francesca sanno di avere per le mani qualcosa di importante. Con l’onere di non poter e non dover mettere in pericolo l’azienda. La passione, la loro passione, non è qualcosa che si acquisisce per potere divino o per usucapione. Devi averla e devi al contempo coltivarla. Con la fatica e con lo studio. Con la applicazione pratica e con gli errori. Rispettando le tradizioni e ascoltando chi ne sa più di loro. In vigna non c’è un tecnico perché facciamo noi direttamente. Siamo noi 4 della famiglia più qualcuno che ci aiuta in vigna e cantina. Le scelte le facciamo noi. Esperienza e studio. In cantina abbiamo un cantiniere con un consulente esterno che poi è pure un parente. Si chiama Molino. Parenti e vicino di casa. Viene spesso in cantina quando c’è da fare delle scelte. Facciamo tutto a modo. Una famiglia che sta insieme con la voglia di stare insieme uniti. Progetti e sogni per il futuro tanti e ben concreti a significare quanto ci si tenga a rimanere ben ancorati al territorio. Che è in parte anche loro. Mi piacerebbe avere una vigna nel territorio di Serralunga per uno stile di Barolo che mi piace tanto. Faremo una cantina nuova perché la cantina che abbiamo adesso è divisa in tre parti cosa questa che ci obbliga a fare delle scelte sull’invecchiamento o imbottigliamento. Non forziamo alcun passaggio ma alle volte dobbiamo imbottigliare per forza. Sul mercato italiano non abbiamo molto poi. Lavorano tutti con i grandi nomi. Mi piacerebbe avere qualche sbocco. Questo è un punto saliente delle due aziende Bergadano e Franco Molino. Andando sul web o cercando in giro, sembrano due brand che non esistono. Se non in qualche recensione estera. Eppure sono vini fantastici. Espressioni di Barolo, Barbera, Dolcetto, Nebbiolo a dir poco meravigliose. Uve provenienti dai templi delle Langhe e lavorate con metodi giusti. Quando Michele parla dei grandi nomi appare evidente come per un piccolo eccellente produttore sia difficile emergere nonostante la qualità eccelsa dei prodotti. Che mondo strano. I nostri Barolo non sono quelli da 100 punti che fanno tre anni di barrique. Sono Barolo, Nebbiolo e Barbera che rispecchiano le vigne di provenienza. Manteniamo la singola vigna. Lavoriamo su uno stile con l’invecchiamento mirato sulla zona. Il Villero fa un passaggio più strutturato perché non ne risente. Viene influenzato ma non stroncato. Il Nebbiolo fa un passaggio di 12 mesi in legno grande. Due barbera. Superiore e base. Superiore 18 mesi in barrique: ma non sa solo di barrique. Intensità ed equilibrio rispettando molto gli aromi. Mio papà è sempre stato contrario al legno. Ha sempre cercato di farne un uso corretto in tutti i vini tranne il dolcetto. Ha scelto legni e tostature giuste. In effetti tutti vini Franco Molino sembrano vini vecchio stampo. A mio modo di vedere rappresentano il Piemonte a pieno. No sono artefatti. Non sono una bomba al naso nonostante abbiano anche sentori complessi. Vediamoli i vini che ho assaggiato, partendo dai tre Barolo. Diversi, identitari, territoriali. Degustarli vuol dire viaggiare nei territori iconici delle Langhe e di Sua Maestà il Barolo. Partiamo dal top di gamma. Il Barolo DOCG Villero Riserva 2012. Siamo nel territorio di Castiglione Falletto dunque, suolo Elveziano. Nonostante i 12 anni di invecchiamento tra barrique (24 mesi), acciaio (12 mesi) e bottiglia (24 mesi prima della messa in commercio poi il resto) per colorazione e naso sembra ancora un giovanotto. Io l’ho trovato rubino con riflessi granata! Sentori complessi con praticamente tutto dentro. Ogni cosa che si studia nei corsi da Sommelier, qui c’è. Niente prevale e tutto si bilancia. C’è un sapiente equilibrio di note dolci e pungenti. Più si rotea il bicchiere e più si scopre qualcosa.
In bocca è sublime specialmente per l’elegante chiusura di bocca e per i frutti che tornano prepotenti nel finale ad addolcire il sorso quando i tannini, certo ammorbiditi, rimangono belli attivi. Un vino intrigante e misterioso che quando pensi di aver capito, stupisce con nuove sensazioni. Una vera droga. Se non posso dare 100 punti, ci manca davvero poco. Barolo Rocche dell’Annunziata 2017. Cambia il territorio e cambiano le caratteristiche. Da Castiglione ci si sposta nelle vigne di La Morra su suolo Tortoniano. L’affinamento è di 24 mesi in legno dividendo a metà le masse per sfruttare barrique e botte grande. Poi 12 mesi in acciaio e 6 in bottiglia. Il legno si fa sentire un pò di più ma manco tanto. La pulizia di questo vino è la medesima di tutti i vini della casa. C’è una finezza e trasparenza che abbagliano. I sentori si fanno più polposi, vivi, intensi, caldi. Prevale una bella balsamicità alcolica. La frutta è matura ed è data ai fiori il compito di mantenere freschezza e pungenza. Il sottobosco dona una piacevole nota verde. Le spezie sono rotonde, mai dolci. Se non per una punta che rende ammaliante i sentori. Il pellame è liscio; il tabacco trinciato.
Il sorso appare decisamente caldo, secco, molto avvolgente e con un perfetto bilanciamento che lascia in bocca una sensazione meravigliosa. Un vino armonioso, sinuoso, caldo che riesce comunque a mantenere inalterata la sua fresca austerità incontrando le esigenze di necessita finezza a quelli che amano la morbidezza. Barolo Selezione Cascina Rocca 2018. Rimanendo nelle vigne de La Morra questo vino affina 24 mesi in botti grandi per poi passare ulteriori 12 mesi in acciaio. Incredibile come qui, rispetto al precedente, cambi tutto presentandosi come un Barolo pronto e fresco. Uno di quei vini che aprirei per la merenda sinoira. Certo, una merenda di classe. La caratteristica è la finezza dei sentori molto lineari e distinti. Non particolarmente complessi ma ben definiti. I frutti sono più di bosco con la parte acidula a prevalere. Quasi un pomodoro che si unisce alla cannella e al pellame. Il sottobosco ben definito. I fiori rossi omni presenti.
Il sorso è pieno con i tannini presenti e maturi ancorché non aggressivi. Grande avvolgenza, grande freschezza e un, consueto direi, ottimo bilanciamento. Un fine retrogusto di frutto che pian piano comincia a prendere forma grazie anche ad una lunga persistenza. Piacevolmente morbido, piacevolmente fresco. Nulla prevale e tutto si bilancia con una bocca che chiude in maniera elegante. Barbera d’Alba Superiore 2019. Prodotto sempre a La Morra ha un lungo affinamento per essere una Barbera. 18 mesi in barrique, 12 in acciaio, 6 in bottiglia. I sentori sono i frutta cotta. Evidente e molto la ciliegia marasca e l’accenno di arancia. Evidente il sottobosco che sa quasi di muschio. Evidente la nota minerale che in maniera sfacciata tende ad essere preponderante. Evidenti i fiori rossi. Evidenti le note speziate di noce moscata, cardamomo, pepe e chiodi di garofano. Evidenti il pellame, il tabacco e la nota di cioccolata. Per essere un Barbera, è complesso e quasi aristocratico. In bocca torna ad essere il Barbera della tradizione che strizza comunque sempre l’occhio alla eleganza. Secco, fresco e caldo con i tannini che si sono già ammorbiditi conservando comunque un che di vegetale. Come se potessero ancora esprimersi nel tempo. Freschezza e basso alcol percepito sono i punti di forza. Bocca che chiude in maniera precisa, persistenza non particolarmente lunga, ottimo equilibrio. Questo Barbera non è, ed è bello che sia così, un vino ampio. Anzi, è un rosso quasi verticale, morbido e pungente in bocca, per certi versi civettuolo così da renderlo adatto a far avvicinare a questo fantastico vitigno, persone che cercano una maggiore rotondità. Ovviamente non piemontesi. Barbera d’Alba 2019 dalle vigne del comune di Barolo. 12 mesi in botti grandi e un breve passaggio in acciaio per donare a questo Barbera l’aspetto di un vero Barbera. Brillante già nel calice. Questo per la merenda, dei piemontesi, va benissimo. Langhe Nebbiolo 2020. Sempre a Barolo e stesso affinamento della Barbera per un vino che rispetto a quest’ultimo è più pungente. D’altronde se si vuole addomesticare il Nebbiolo occorre aspettarlo. Ma si otterrebbe un Barolo. Convincente perché quasi un vino, nobile, da tutti i giorni. Dolcetto d’Alba 2022. Un mix di Barolo e La Morra che non può e non deve fare legno per preservare la peculiarità di un vino da bere subito e a tutto pasto. Gli odori di frutta fresca inebriano e invogliano a berlo. Vellutato in bocca pur mantenendo una bella freschezza. Occhio solo al finale che può essere leggermente amarognolo. Ma buono proprio per questo. Magari quelli da 100 punti ne bevi un bicchiere poi non so. Queste bottiglie si finiscono. Non sono baroli impegnativi Qui ritrovo tutta la filosofia piemontese. Quella che consente di sedersi intorno ad un tavolo a fare la merenda sinoira: mangiare un pò di salame e bere un bicchiere di vino. In compagnia. Oddio, un bicchiere proprio no. Magari qualcuno di più. Ma non nel calice. Proprio nel bicchiere. Aprire una bottiglia per finirla ma solo se sei in compagnia. Perché questa è la vera essenza del vino: bere in compagnia. In Piemonte si fa così. A Cascina Rocca si fa così. Il vino è fantastico, di grande livello, ma non lo si vuol dare a vedere. Non si vuol portare quello che è vino e condivisione ad un livello così alto da snaturarne l’essenza. In questo sta la forza di una famiglia. Anzi due. Mai come in questo caso, l’unione fa la forza. Ma solo grazie a intelligenza e lungimiranza.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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6 Giugno, 2024

Barolo, Barbaresco & Roero 2024 (by GoWINE)

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 16 Maggio, l’instancabile GoWINE ha messo in scena la 13° Edizione di BAROLO, BARBARESCO & ROERO, l’appuntamento romano dedicato ai vini provenienti dalle due sponde del Tanaro. Nella ormai consueta location dell’Hotel SAVOY di Roma, 15 Aziende (in gran parte presenti “in corpore”) hanno presentato al numeroso pubblico di addetti del settore, stampa e winelovers le proprie eccellenze.     GLI ASSAGGI Quelle di GoWine sono da sempre delle degustazioni “a misura di assaggio”, poche Aziende un numero di vini vasto ma non debordante e la possibilità di farsi un’idea completa di un Territorio senza dover fare “anghingò” saltando da un tavolo all’altro in cerca di fortuna. Nelle righe seguenti potrete leggere la storia del mio viaggio in Piemonte, tra volti nuovi e vecchie conoscenze, cavalcando una Qualità di altissimo livello in cerca di quell’Emozione spesso nascosta dietro un’etichetta più timida di altre. Ne è uscita quella ormai consueta “TOP QUALCOSA” che, lo avrete ormai capito, non tiene in alcun conto prezzi e blasoni ma solo il far vibrare le corde dell’animo (degli altri vini degustati potrete leggere qui). Dategli una letta, confrontatela con la Vostra, condividete e suggerite (aspetto le Vostre impressioni). LA TOP EIGHT (+ UNO) ROERO ARNEIS DOCG “ENRITARD” 2019, CORNAREA: il naso propone sottigliezze floreali di limone e delicate vegetalità ma ben presto mostra tutta la potenza di una evoluzione espressa attraverso fumi idrocarburici e nebbie balsamiche che, diradandosi, mostrano calore di fieno e piccantezze pepose. Sorso rigoroso (forse fin troppo), coerente, profondamente minerale e progressivamente fresco. Davvero bello. Da bere ascoltando “THE RIVER” di BRUCE SPRINGSTEEN. VINO OTTENUTO DA UVE STRAMATURE “TARASCO” 2020, CORNAREA: il tabacco e i legni nobili dominano un olfatto che s’arricchisce di miele, fichi secchi, piccantezze candite e sottili note vegetali. Sorso di sostanziosa dolcezza, che esalta il miele ma non si dimentica del proprio animo fresco-sapido e che, in chiusura, ha un guizzo di mallo di noce.     COLLINE NOVARESI DOC VESPOLINA “BONA” 2021, I DOF MATI: lamponi e ciliegie non sono che l’ammiccante incipit di un panorama olfattivo scuro e stuzzicante. Peposo come un’avventura, romantico come una rosa, rude come la terra bagnata, pensieroso come il tabacco e con quei chiodi di garofano lì davanti… Il sorso è Betty Boop e Jessica Rabbit, ammiccante, succulento, con quei tannini stuzzicanti… È passato un anno da quando lo avevo assaggiato l’ultima volta e…mai domo. Da bere ascoltando “LA NOSTRA PELLE” degli EX OTAGO. COLLINE NOVARESI DOC BIANCO “ERESIA” 2022, I DOF MATI: un nome che racconta delle sciocchezze dei disciplinari e che dietro a quel pezzo che taglia in diagonale la scacchiera si celano storie di vescovi e abbazie. Il naso di questo manca della mela (anche questa è un’eresia, come quella di non poter scrivere il nome del vino in etichetta) ma trabocca di note vegetali di muschio, erbe di campo e anice e suggerisce camini spenti e nocciole. Anche il sorso è trasversale, morbido e glicerico ma intriso di viva freschezza agrumata e di stuzzicante mineralità. Da bere ascoltando “THE HERETIC ANTHEM” degli SLIPKNOT. LANGHE DOC NEBBIOLO “CIABOT DELLA LUNA” 2022, VOERZIO MARTINI: la dolcezza delle more e delle ciliegie si contrappone a una nota ben definita di mallo di noce mentre s’avanzano toni boschivi e pizzicori pepati. Fresco e grippante, il sorso si mantiene vivo grazie all’importante sapidità. Lungo e piacevolissimo.     VERDUNO PELAVERGA DOC 2022, SORDO: naso di vegetali fragranze che evidenzia i rovi più che le more, le erbe di campo più che i fiori ma che non dimentica i lamponi e la sottile mineralità prima di lasciare che il pepe alzi la voce. Sorso decisamente fresco e sottilmente tannico che evidenzia peposità green e s’allunga sapido su ricordi vegetali. Decisamente trasversale.   NEBBIOLO D’ALBA DOC 2022, PODERI COLLA: davvero bello il frutto: arancia rossa, gelso, susina, lampone, fragola. Davvero fresche le note balsamiche di tè e incenso e coerenti quelle di viola. Sorso di mirabile equilibrio, fresco e con tannini vivi ma ben integrati che, in chiusura, mostra il proprio animo sapido e rimanda ai toni fruttati.     VERMOUTH “BONMÈ”, PODERI COLLA: base Moscato e dodici erbe per un sorso Boudleriano (impossibile non precipitare nel pozzo dell’Assenzio). Lo so, non è un vino, ma è fatto (anche) con il vino, ce ne sta bene un goccio prima di dedicarsi al vino e ce ne sta bene un altro dopo essersi dedicati al vino. È un modo di approcciarsi alla tavola predisponendosi alla “battaglia” ed è un modo per congedarsi dalla tavola ritagliandosi uno spazio per i propri pensieri. Il Piemonte e il Vermouth (ovviamente nell’imprescindibile grafia francese) vanno a braccetto da più di duecento anni, a me ricorda l’infanzia e le Domeniche in famiglia. Non ve lo descrivo (anche perché io preferisco il Vermouth Torino) ma Voi assaggiatelo, ne vale la pena. Da bere ascoltando “BREAKFAST IN AMERICA” dei SUPERTRAMP. BARBARESCO DOCG “RABAJÀ” RISERVA 2016, BERA: un olfatto incantatore, sinuoso di lamponi, scattante di arancia sanguinella e freschissimissimo! Lunga sequenza di tornanti di incenso, mentuccia, lavanda ed eucalipto, intrigante respiro di sigaro (quello cubano arrotolato sulle cosce), unghia graffiante di vermouth. Sorso più rilassato, quiete dopo la tempesta ma affatto calma piatta, profondo con tannini che sono piacevolissima e infinita risacca. Spaziale. Da bere ascoltando “WE ARE ALL MADE OF STARS” di MOBY. E ORA? Ora è il momento dei ringraziamenti, a GoWINE per avermi ospitato e a tutit i Produttori che hanno dovuto sopportare i miei deliri enoici. E sarebbe anche il momento di iniziare ad approfondire alcuni temi che il vino e le chiacchiere mi hanno suggerito ma… Maggio è stato un mese in cui gli Eventi si sono succeduti, accavallati, spintonati… Devo raccontarne ancora tanti e devo scusarmi fin d’ora con quanti leggeranno del loro lavoro con un ritardo tutto romano dovuto alla mia lentezza nel mettere nero su bianco le emozioni. Vabbè, in qualche modo farò. Voi rimanete sintonizzati Roberto Alloi VINODENTRO  
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3 Giugno, 2024

Verso Oriente

Ah, la bellezza! Conveniente proporzione delle parti e dei colori. Indica la qualità di ciò che è bello o che ha una perfezione estetica, con un’armonia di forme che suscita ammirazione o diletto. Certo, dipinti classici e città d’arte dimostrano che la bellezza esiste. Ma la bellezza è sicuramente soggettiva: Belle ha trovato la bellezza nella Bestia, gli astrologi la vedono nelle stelle, i registi nei loro apolli mentre i poeti nelle loro muse. È sicuramente questo il motivo per cui vale l’affermazione che “la bellezza sta negli occhi di chi guarda“. E nelle esperienze personali. Non è, né la scoperta né l’affermazione del secolo, ma troppo spesso ci dimentichiamo che ognuno di noi è unico e irripetibile ed è questa unicità che ci rende speciali, ognuno a suo modo. Che lo sguardo con cui guardiamo l’altro e che riflette le nostre esperienze ed emozioni, si rispecchia nell’altro che riconosciamo come simile a noi; pertanto, siamo tutti unici ma non soli. La bellezza è in ogni dove! Allenarsi con costanza a vedere la bellezza in noi e in tutto ciò che ci circonda è un gesto che ripaga e arricchisce gli occhi, l’anima e lo spirito. È volgendo lo sguardo Verso Oriente che la Bellezza stavolta si crea e vive. È vivendo il loro Oriente che Luca Fabrizio e Patrizia hanno realizzato la loro Bellezza. Hostaria La Vite Rossa . Luogo di ritrovo Mestrino, un vero e proprio bacaro: tipica osteria veneziana a carattere popolare, dove si trova una vasta scelta di vini al calice (ombre) e tipici spuntini (cicchetti)  che dal 1997 è fulcro e immagine del tessuto urbano della piccola provincia degli “Emirati Veneti”. Luca, la “versione” serale della Vite Rossa è un uomo senza tempo. Un personaggio che riesce a racchiudere l’antico e il contemporaneo nel tessuto delle parole. Un ginnasta del vino. Parole e immagini scompongono la scrittura per poi ricomporla diversamente; ed è qui che la tradizione evita che queste possano contendersi lo spazio sulla pagina: Prosecco Doc Millesimato Casa Farive Vedova. Uve 100% Glera Metodo Charmat (ovviamente). Colore giallo paglierino con riflessi brillanti. Al naso note fruttate e floreali. Sentori di frutta fresca che permettono un grande equilibrio tra acidità e freschezza. Un prodotto che è il simbolo enologico del Veneto, una forma di democrazia liquida che unisce generazioni diverse. “Il tempo non è gentile”, disse una volta Vincenzo Mollica. Però, in questi tempi ben poco gentili, e nonostante la crudeltà del tempo che molti sogni ha già portato nella voce delle sirene, alla Vite Rossa si elargisce una lezione di gentilezza. Luca e tutti i ragazzi dello staff, chi dietro al bancone, chi in sala, mi hanno fatto vedere in due ore di conversazione con immagini, quel che non sono abituato a guardare. A occhi chiusi, rievocando una vita, convocando sul palco i colori che gridano, le parole che pesano, la musica (esercizio della memoria), mi hanno ricordato una volta ancora che la gratitudine è tanto più generosa della nostalgia.
Sognare è un vero inganno. Percepiamo il mondo come qualcosa di tridimensionale, la vita invece ha due dimensioni. Questa è una situazione di conflitto che, se portata alle sue estreme conseguenze, genera illusioni e situazioni paradossali. Una successione idonea a rivelare i contrasti per poi destinarli a una forma di integrazione. Attitudine a reinventare o reinterpretare incessantemente questi segni per collaudare, a ogni loro metamorfosi, nuove convivenze o nuovi rapporti con lo spazio e la superficie, sempre ricchi di implicazioni e di risonanze. Volgi lo sguardo Verso Oriente, potresti trovare lì le risposte. Per questo vorrei due corpi. Uno da usare per distruggermi quando sono in solitudine, l’altro conservato in una camera iperbarica, perfetto, da mostrare in pubblico. Indosserei il primo per dimenticarmi, il secondo per farmi ricordare. LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Alla Mescita circa 15 Vini, tra bollicine italiane (Metodo Charmat e Metodo Classico) e Vini fermi (Bianchi e Rossi), accompagnati dagli immancabili cicchetti veneziani. Proposta culinaria per la cena di grande qualità, freschezza e tradizione.   Marco Sargentini Mi trovi su Instagram e Facebook Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino            
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2 Giugno, 2024

Con maggio il vino fa buon viaggio

In questo mese di maggio appena concluso, mentre la primavera riveste i vigneti di colori vivaci e profumi delicati, ho sperimentato una serie di assaggi che mi hanno condotta oltre i confini italiani per esplorare le meraviglie enologiche del mondo. Ispirandomi a un antico proverbio che celebra l’armonia tra maggio e il buon vino, ci avventuriamo dunque in un viaggio attraverso terre lontane alla ricerca di storie, territori e sapori. Iniziamo gli assaggi del mese di maggio con tre Bollicine In questo viaggio, voglio mettere a confronto tre bollicine straniere provenienti da tre paesi diversi, ognuna con espressioni molto differenti pur condividendo il comune denominatore delle bollicine. Attraverso tre metodi di produzione diversi e tre risultati altrettanto distinti, esploreremo non solo le abilità dei produttori ma anche le tradizioni vinicole dei rispettivi paesi e i vitigni che le caratterizzano. Vi parlerò di una raffinata bollicina della Loire (Francia), di un vivace spumante del Portogallo e di un Pet Nat proveniente dalla Svizzera. Pronti a seguirmi in questa avventura enologica? Let’s go! 1. Vouvray GILET Jean Marc Gilet – Brut extra Iniziamo dirigendoci verso una regione della Francia ricca di fascino e storia: la Loira. Conosciuta come il “giardino di Francia”, non solo incanta per i suoi maestosi castelli e paesaggi mozzafiato, ma anche per la sua straordinaria tradizione vinicola. In questa terra di bellezza senza tempo, lo Chenin Blanc regna sovrano. Questo vitigno si distingue per la sua vivace acidità e la marcata mineralità salina, rendendolo l’emblema perfetto della regione. Quando si parla di bollicine della Loire, è inevitabile pensare a questo vitigno ideale che dona una personalità elegante e una certa complessità ai metodi classici che ne derivano. Domaine de la Rouletière – Jean-Marc Gilet Situato nella rinomata denominazione di Vouvray, il Domaine de la Rouletière è un’azienda vinicola che combina tradizione e passione, tramandata di generazione in generazione. Fondata nel 1914 con soli 2 ettari di Chenin Blanc, oggi si estende su 26 ettari grazie alla dedizione della famiglia Gilet. Dal 2003, Jean-Marc Gilet, vigneron di quinta generazione, guida l’azienda con competenza e amore per il territorio, coltivando le vigne sulle colline calcaree del Turoniano e producendo i vini nelle cantine sotterranee del Domaine. I terreni viticoli, caratterizzati da perruche (argilla silicea) e arbuis (argilla calcarea), conferiscono ai vini una distintiva mineralità e potenza, mentre il clima temperato della regione favorisce la maturazione ottimale dello Chenin Blanc. Il rispetto per la terra e le tradizioni è alla base della filosofia di coltivazione biologica adottata dal Domaine, con vendemmie manuali e vinificazioni che avvengono in vasche di acciaio inox. Una piccola percentuale di vini viene affinata in barrique di quarto o quinto passaggio, mentre gli spumanti riposano per un minimo di 18 mesi. Esperienza sensoriale Il Gilet Spumante Vouvray Brut Extra è un vino che incarna l’essenza del terroir di Vouvray. Realizzato al 100% con uve Chenin Blanc provenienti da vigne con una resa di circa 50 hl/ha, viene vendemmiato a mano per garantire la massima qualità. La fermentazione avviene a bassa temperatura, seguita da una seconda fermentazione in bottiglia secondo il metodo champenoise, e un periodo di affinamento di 24 mesi senza dosaggio.
Questo spumante si presenta con un’effervescenza delicata e persistente. Al naso, sprigiona profumi floreali di acacia, accompagnati da note di mela fresca, pera, kiwi e una pronunciata mineralità gessosa. Al palato, è fresco e vivace, con una struttura elegante che esalta la purezza del Chenin Blanc.
Perfetto come aperitivo, si abbina magnificamente anche a piatti a base di pesce e frutti di mare, come ostriche e scampi. La sua acidità bilancia la ricchezza di formaggi a pasta molle, come il chèvre, tipico della regione della Loira. Portogallo e Filipa Pato: espressioni di Bairrada Proseguendo il viaggio attraverso le perle enologiche del mondo, ci imbattiamo in un’autentica gemma proveniente dal Portogallo: Filippa Pato e il suo vino spumante 3B Blanc de Blancs brut nature. L’azienda si trova nelle vicinanze di Coimbra, una suggestiva città nella regione della Bairrada, in Portogallo. Filipa è diventata produttrice di vini seguendo le orme del padre Luis Pato, uno dei nomi più conosciuti della scena enologica portoghese. Lei però è andata avanti, contribuendo a portare la qualità dei vini portoghesi oltre i confini nazionali. Dopo aver conseguito la laura in ingegneria chimica nel 2001, Filipa decide di fondare la sua cantina, acquistando i primi vigneti per produrre uve bianche come Bical e Maria Gomes, e uve rosse del vitigno iconico della zona, il Baga, iniziando da zero nella regione di Beiras. Dal 2010, è accompagnata in questa avventura dal marito William Vouters, un sommelier di alto livello e ristoratore belga, che condivide con lei questa enorme passione e la segue con competenza e attenzione. La scelta biodinamica Sono circa 12 ettari di viti autoctone che crescono su suoli argillosi e calcarei, con una componente sabbiosa evidente e caratteristica. Fin da principio, Filipa ha investito su una viticoltura biodinamica, iniziando con il rispetto del contesto ambientale circostante. Le rese per ettaro sono mantenute basse, senza l’impiego di concimi o materiali chimici, con un’attenzione particolare all’uso di rame e zinco. La produzione prosegue in cantina con fermentazioni naturali innescate da lieviti autoctoni, seguendo un’etica artigianale che non permette l’uso di metodi invasivi. Non sono previsti filtraggi, chiarificazioni né l’uso pesante di solfiti. Un’altra attenzione importante è rivolta all’utilizzo di metodi di vinificazione sperimentali come l’affinamento in barrique e in anfore di terracotta, che grazie alla loro capacità di isolare la temperatura, permettono di mantenere il vino in ottime condizioni per lungo tempo. 2. Spumante 3B Blanc de Blancs brut nature: un’etichetta che racconta la sua terra Puri e moderni, i vini di Filipa Pato uniscono metodi arcaici con le più moderne innovazioni, rappresentando sinceramente il loro territorio senza fronzoli né abbellimenti, ma con tutta la loro autenticità. L’approccio naturale e biodinamico di Filipa Pato permette ai suoi vini di raccontare direttamente i campi in cui crescono e la brezza dell’oceano che ne scuote le foglie. Immaginate di versare un calice di 3B Blanc de Blancs. Dal colore giallo paglierino brillante, sprigiona intensi profumi di frutti bianchi, che anticipano la sua natura rinfrescante ed elegante. Al palato, si distingue per un’acidità sorprendente, croccante e tagliente, che si equilibra perfettamente con le note floreali e fruttate. Questo spumante, prodotto con il metodo classico, fermenta in acciaio e affina in bottiglia per almeno 8 mesi. Il processo di sboccatura e ricolmatura con vino base garantisce un’esperienza di degustazione pura e impeccabile. Perfetto come aperitivo, si abbina splendidamente a piatti di pesce. Immaginatelo servito con un crudo di gambero rosso di Mazara del Vallo, accompagnato da una maionese di avocado su una cialda croccante ai semi tostati. L’acidità vivace e le note fruttate di questa bollicina esaltano la dolcezza del gambero e la cremosità dell’avocado, creando un equilibrio perfetto che valorizza ogni boccone. Rosato oltre i confini: Il Pet Nat svizzero di Obretch A questo punto, avrei potuto parlarvi del Rosé ‘Rock Angel’ Chateau d’Esclans, davvero eccezionale, ma preferisco portarvi in Svizzera a conoscere la realtà di Obrecht. È  una cantina che da generazioni produce vini di alta qualità nella tenuta “Zur Sonne” nella regione della Bündner Herrschaft. Ho avuto il piacere di conoscere Obrecht a marzo presso l’evento “Matter of Taste” by Wine Advocate di robert Parker a Zurigo. Obrecht è un’azienda a conduzione familiare che ha sempre puntato sull’innovazione e sulla qualità. Christian e Francisca, attuali gestori della tenuta, seguono rigorosamente i principi della biodinamica, dedicandosi con passione alla cura naturale delle loro vigne. PET NAT BY TOM & ROMAN AOC 2023. È un vino rosato a base di pinot nero, con un contenuto alcolico di 11.0% Vol. e prodotto attraverso una prima fermentazione in serbatoio d’acciaio, seguita da una tradizionale fermentazione in bottiglia. Al naso, offre aromi fruttati e agrumati di pompelmo e bacche rosse, mentre al palato si presenta vivace, fresco e lineare, con un perlage naturale armoniosamente integrato. Questo vino versatile si abbina perfettamente a piatti come flammkuchen, salmone, prosciutto crudo e verdure, rendendolo ideale per molti momenti di convivialità. La particolarità di questo vino risiede nella sua produzione naturale e nell’approccio biodinamico della cantina Obrecht, che garantisce un prodotto autentico e di alta qualità, capace di sorprendere e deliziare. I Rossi di Maggio tra vecchio e nuovo mondo Per il mese di maggio, ho scelto due vini rossi che rappresentano l’antitesi tra il Vecchio e il Nuovo Mondo: un Pinot Noir d’Alsazia e un Pinotage del Sudafrica. Due storie affascinanti e, soprattutto, due vini molto diversi. Iniziamo con il Pinot Noir Altenbourg 2021 del Domaine Weinbach. Questo vino nasce da vigne coltivate biodinamicamente sul Grand Cru Altenbourg, situato tra i 200 e i 300 metri di altitudine, su un terreno di marne, calcare, arenaria e sabbia. La tenuta Weinbach, ai piedi della collina di Schlossberg, vanta una storia che risale ai frati cappuccini del XVII secolo, che coltivavano uve nel Clos des Capucins, una parte della tenuta estesa per 5 ettari. Messo in vendita durante la Rivoluzione francese, Weinbach è oggi rinomato per i suoi vini di alta qualità. Questo Pinot Noir si distingue per gli aromi di frutti neri e una struttura setosa e concentrata, espressione perfetta del terroir alsaziano e della cura con cui viene prodotto. Pinotage del Sudafrica: Windmeul Cellar Nel nostro viaggio alla scoperta delle perle enologiche del mondo, ci avventuriamo così nella  vibrante e affascinante terra del Sud Africa per assaporare il Pinotage, un vino emblematico della regione sudafricana. Qui, tra colline ondulate e vigneti baciati dal sole, il Pinotage trova il suo habitat ideale, esprimendo tutto il suo potenziale e il suo carattere unico. Il Pinotage è un vitigno unico e tipico del Sudafrica, ottenuto dall’incrocio tra Pinot Noir e Cinsault, e si distingue per i suoi caratteristici aromi e la sua straordinaria complessità. Situata vicino a Paarl, Windmeul è una cantina di grande tradizione e innovazione. Prende il nome da un antico mulino a vento, simbolo del centro economico della zona, usato per macinare il grano. Oggi, sotto la guida del maestro cantiniere Daniel Marais, la cantina continua a fondere storia e modernità, producendo vini di alta qualità e collaborando con Ou Meul Bakery per riportare in vita le tradizioni del passato. Descrizione del Vino Questo Pinotage del Sudafrica rappresenta perfettamente il Nuovo Mondo, con il suo carattere audace e distintivo. Dal colore rubino intenso con riflessi violacei, sprigiona aromi di frutti rossi maturi, prugna e un tocco di spezie dolci. Al palato, è corposo e ben strutturato, con tannini morbidi e un finale persistente che richiama note di cioccolato fondente e vaniglia. Ideale da abbinare a carni grigliate e formaggi stagionati, questo vino è un omaggio alla passione e alla ricca tradizione della cantina. Il Tokaj Oremus, Vino dei Re dalla Terra d’Ungheria Per concludere il nostro viaggio attraverso le meraviglie enologiche del mondo, ci immergiamo nell’incanto e nella maestosità del Tokaj Oremus, un vino leggendario che trae origine dalle fertili terre dell’Ungheria. Conosciuto come il “vino dei re” e il “re dei vini”, il Tokaj Oremus incanta i sensi con la sua ricchezza, la sua complessità e il suo carattere unico, derivato da una vendemmia tardiva di uve nobili coltivate in un ambiente unico al mondo. Le colline vulcaniche della regione di Tokaj, situate nel nord-est dell’Ungheria, sono il luogo magico dove iquesto vino prende vita. Qui, tra le viti baciate dal sole e le nebbie mattutine che si levano dai fiumi, le uve Furmint, Hárslevelű e Muscat Blanc à Petits Grains maturano lentamente e acquisiscono concentrazione, complessità e dolcezza. Il processo di appassimento naturale delle uve, causato dall’azione benefica della muffa nobile Botrytis cinerea, conferisce a questa vendemmia tardiva la sua caratteristica dolcezza e la sua straordinaria complessità aromatica. Il vino brilla con un colore dorato intenso e un bouquet aromatico avvolgente, in cui emergono note di miele, albicocche secche, agrumi canditi e spezie esotiche. Al palato sorprende con una dolcezza avvolgente e una freschezza vivace, equilibrata da una piacevole acidità e una straordinaria persistenza. I suoi sapori ricchi e complessi si sfumano delicatamente, lasciando una sensazione di pienezza e soddisfazione che perdura a lungo dopo ogni sorso. Il Tokaj Oremus è molto più di un semplice vino: è un simbolo di raffinatezza, eleganza e tradizione, che incarna l’anima e la bellezza dell’Ungheria. Un viaggio attraverso secoli di storia, cultura e passione per il vino! Che questo viaggio sia solo l’inizio di una lunga e indimenticabile avventura nel mondo dei vini pregiati e dei sapori straordinari. Egészségére! (Salute in ungherese) Le mie personali considerazioni finali Durante questo viaggio enogastronomico di maggio, sono emerse alcune osservazioni significative. La biodinamica sta guadagnando sempre più terreno non solo come filosofia, ma come un ritorno alle tecniche arcaiche e alle tradizioni che riportano autenticità e una maggiore espressione del territorio. Questa pratica non solo valorizza la naturalezza dei vini, ma esalta anche le peculiarità del terroir, offrendo ai consumatori un’esperienza unica e genuina. Inoltre, i vitigni autoctoni si sono rivelati fondamentali nel raccontare le storie e le caratteristiche distintive dei diversi terroir. Ogni sorso di vino da un vitigno autoctono porta con sé le sfumature e le unicità della regione di origine, rendendo ogni degustazione un viaggio nel cuore delle tradizioni vinicole locali. Come di consueto, mi sono divertita a condividere queste esperienze con voi, sperando di avervi incuriosito e di avervi fatto scoprire nuove realtà enologiche che forse non conoscevate. È stato un piacere portare alla vostra attenzione la ricchezza e la diversità del mondo del vino, e spero di continuare a farlo in futuro. Quindi, a presto e in alto i calici, sempre! Benedetta Costanzo
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2 Giugno, 2024

Campo alla Sughera: quando il vino è poesia

Campo alla Sughera è situata tra Bolgheri e Castagneto Carducci, con la tenuta che si estende lungo la celebre costa etrusca della toscana, a metà strada tra il mare e la collina. Nei 18 ettari coltivati a vigneto, gli antichi fondali marini, ricchi di fossili, e le loro sabbie ancestrali incontrano le rocce delle alture, che il tempo e le piogge hanno trasformato in ciottoli e argille ricche di minerali. Terreni di grande complessità e finezza che sono stati valorizzati attraverso una scrupolosa analisi dei suoli, con l’obiettivo di creare una zonazione razionale delle proprietà. Oggi, i vigneti di Campo alla Sughera sono suddivisi in unità di vocazione attitudinale, aree vinificate separatamente e dedicate a esprimere una particolare sfumatura dei vitigni bolgheresi qui coltivati, la cui perfetta espressione concorre alla creazione di vini dalla forte identità territoriale. I vitigni internazionali hanno una radice nel territorio sin dal 1944, quando il Marchese Mario Incisa della Rocchetta impianta a Castiglioncello di Bolgheri, su un terreno collinare riparato dai venti, il primo ettaro di vigneto Cabernet Sauvignon. La posizione scelta dalla famiglia Knauf nel 1988 è perfetta: tra mare e collina, sabbie e marne esaltano la naturale complessità e la ricchezza espressiva dei vini del territorio. L’azienda progredisce ed espande le proprie vedute negli anni e nel 2023, con l’acquisizione di 2 nuovi ha di cui 1,5 ha piantati a Cabernet Sauvignon, arricchisce il proprio patrimonio vinicolo con l’obiettivo di incrementare la produzione del suo vino icona, Arnione, proseguendo poi nel 2024 con ulteriori 3,3 ettari, di cui 1 già vitato a Bolgheri DOC, incrementando produzione e la qualità dei vini. Mai trascurato è l’aspetto della sostenibilità: il rispetto dell’espressività dei vitigni passa da una programmazione dettagliata degli interventi in vigna, a stretto contatto con le esigenze della vite e il rispetto del suo ecosistema. Un pensiero globale che si traduce in azioni mirate e concrete per favorire la massima vigoria e la perfetta salute di ciascuna pianta. La vocazione mediterranea e lo spirito internazionale dei vini di Campo alla Sughera trovano la loro consacrazione nel metodo Médocaine, sistema d’allevamento viticolo adottato dai migliori Chateaux di Bordeaux. L’alta densità degli impianti, con un numero elevato di ceppi per ettaro, contribuisce ad aumentare la competizione radicale delle piante, che raggiunge strati più profondi e ricchi di microelementi. Grazie a questa tecnica d’allevamento la vite si specializza sulla produzione del frutto, riducendo l’apparato fogliare e concentrando le qualità polifenoliche e aromatiche in acini più piccoli e dalla buccia più spessa. Altro aspetto fondamentale è la qualità è selettiva che Campo alla Sughera ha scelto, senza fare sconti. Le uve subiscono infatti una triplice selezione: in vigneto, sul tavolo di cernita all’ingresso della cantina e durante la diraspatura, grazie a una tecnologia dedicata al distacco degli acini meno maturi. Le uve giungono in vasca ancora integre, perfettamente sane, e procedono la loro trasformazione in mosto e poi in vino senza mai subire stress di tipo meccanico. Ogni passaggio avviene per gravità attraverso serbatoi sovrapposti sui diversi piani della cantina, i cui locali di vinificazione e affinamento sono stati interrati. Le uve vengono lavorate con la massima cura, per preservarne le caratteristiche organolettiche, i vini vengono lasciati maturare senza vincoli di tempo, in totale armonia con la natura. Il nostro meglio per il vino. Tutta questa attenzione si ritrova in termini di eleganza nel calice. L’invecchiamento in legno non segue protocolli o regole prestabilite, sono le caratteristiche di ciascun vino e della stagione a suggerire la permanenza in barriques e tonneaux, i cui legni sono selezionati per garantire la massima espressività varietale. Ecco i vini prodotti, contraddistinti ciascuno da una breve frase che li contraddistinguono: CAMPO ALLA SUGHERA IGT TOSCANA ROSSO: emozione di terroir – Prodotto dalle migliori uve Petit Verdot dell’azienda e Cabernet Franc, il nostro Super Tuscan rappresenta l’apice dell’espressività territoriale di Campo alla Sughera, pura emozione di terroir che si manifesta nelle forme di un vino elegantissimo, ricco in estratto e polifenoli, la cui finezza sensoriale e piena maturità si raggiungono con un lento affinamento in barriques di rovere francese e maturazione in bottiglia. Prodotto soltanto nelle migliori annate, affina per 18 mesi in barriques e 18 mesi in bottiglia. ARNIONE BOLGHERI DOC SUPERIORE: il cerchio che racchiude la perfezione – Un vino dall’identità inconfondibile, elegante, ricercato, sintesi e summa della perfezione di ciascuna parcella di Campo alla Sughera, di cui raccogliamo e vinifichiamo le uve migliori. Blend di Cabernet Sauvignon, Merlot, Petit Verdot e Cabernet Franc che rivela ad ogni assaggio la felice complessità di Bolgheri, la freschezza del mare e la struttura delle sue possenti colline. Affina per 18 mesi in barriques e tonneaux di rovere per proseguire poi con un ulteriore affinamento in bottiglia per almeno 24 mesi. ADÈO BOLGHERI DOC: piacere, Bolgheri – Da uve Cabernet Sauvignon e Merlot raccolte a mano, selezionate e pressate con grande cura, nasce un vino di eccezionale beva, fresco e fruttato, complessato da fini trame tanniche e ottima struttura. Un’introduzione alle potenzialità di Bolgheri giocata sulla piacevolezza. Affina in barrique di rovere francese 12 mesi e matura in bottiglia per altri 6. Il nome richiama la poesia e la scrittura: Studioso e scrittore greco antico del III secolo a.C., Adèo fu autore di saggi sull’arte e sull’enologia. ARIOSO IGT TOSCANA BIANCO: voce mediterranea – Vermentino in purezza per un vino che esalta le sabbie e le brezze della costa Toscana, un piacere luminoso che accompagna la beva con note sapide e buona struttura. Uve raccolte a mano, con cura, e affinamento in acciaio per preservare la delicatezza del profilo aromatico. Matura in bottiglia per due mesi. Non tutti sanno che Castagneto Carducci in origine si chiamava Castagneto Marittimo, cambiò il suo nome agli inizi del Novecento in onore al grande poeta Giosuè Carducci, che trascorse parte della sua vita proprio lì. È quindi forte il legame tra luoghi e poesia, degustando i vini di Campo alla Sughera ho pensato proprio a come poesia e vino siano simili, entrambi possono raccontare luoghi e storie, farci immergere in pensieri oggettivi e soggettivi e accompagnarci in alcune avventure. E per concludere possiamo solo che richiamare alcuni versi di Carducci da abbinare a queste opere di Campo alla Sughera da leggere tra un sorso e l’altro: Ricordiamo tutti la famosa San Martino:  La nebbia a gl’irti colli piovigginando sale, e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar; ma per le vie del borgo dal ribollir de’ tini va l’aspro odor de i vini l’anime a rallegrar. O anche E poiché il vino c’era:  … e poiché il vino c’era Riempii la mia coppa. Come pazzo cantando attesi l’alba lunare: a canzone finita i miei sensi se n’erano andati. I vini di Campo alla Sughera sono poesia imbottigliata, non potete perderveli! Campo alla Sughera: quando il vino è poesia A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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31 Maggio, 2024

Emiliano Fini. Semplicità ed umiltà

Non c’è vino senza ingegno La terra. Tutto nasce dalla terra. Tutto torna alla terra. Un ciclo chiuso. Un anello che si chiude da dove aveva iniziato.
Ognuno ha una sua origine. Ed è li che torna. Sempre e comunque. Non c’è nulla da fare. L’elemento dal quale si è nati, nel quale si è vissuta la fanciullezza, i primi passi, le prime esperienze. Li si torna. Prima o poi si torna.
Il mio probabilmente è il mare. Senza il mare, l’odore acre dello iodio, lo sciabordio delle onde, la sabbia sotto i piedi. Non saprei neanche il mio nome senza di questi elementi.
Per Emiliano, Emiliano Fini, è la terra. La terra acquistata da papà Anacleto che, figlio di contadini, aveva lasciato la sua origine per fare l’ingegnere. La terra. La terra. Come fai a rimanerne lontano. Non la deve solo coltivare. Non la deve usare come unico strumento di sopravvivenza. Ma perlomeno la deve avere. Per coltivarla. Per viverci.
Su quella terra Emiliano scorrazzava felice con la moto da trial. Guidava il trattore dello zio. Si divertiva. Era il mio giocattolone. Un giocattolone per un bambino. Un impegno per un adulto. Un rimanere attaccato a qualcosa per papà Anacleto. Dieci ettari, 7 dei quali vitati. Una casa. Quella per viverci anche continuando a fare la professione di ingegnere. Così papà Anacleto. Così Emiliano. Tale padre, tale figlio.
Papà Anacleto non poteva che conferirla l’uva. Difficile fare il contadino a tempo perso. Vanno bene i sogni ma poi la realtà è ben diversa. Mio nonno faceva vino. All’epoca si faceva in modo diverso. Era un alimento principalmente. Mio nonno era agricoltore. Mio padre Anacleto ingegnere anche lui con il pallino dell’azienda agricola. Nel 1988 abbiamo questo terreno nei pressi di Campoleone, nel comune di Aprilia, alla base dei castelli romani. Siamo per 200 metri nel comune di Aprilia. Terreni piroclastitici e pozzolana. Emiliano è ingegnere. Papà Anacleto è ingegnere. Lavorano insieme. Progettazione edilizia. Strutture.
Emiliano solo a vederlo ti fa una gran simpatia. Un sorriso innato, spontaneo e sornione che si espande su un viso dove non ci sono capelli a modificarne l’ovale. Lui sorride di felicità quando parla della sua avventura che è grande passione. Continua a sorridere quando versa il vino. Continua a sorridere quando parla di sua moglie Michela e dei suoi figli.
Capisci quanto un uomo possa essere completo con una famiglia, un lavoro e una passione. Che magari un giorno sarà anch’essa lavoro. Mi sono appassionato e avvicinato al mondo del vino perché partecipammo ad un corso, di quelli veloci da 8 lezioni con Marco Cum. Abbiamo iniziato ad andare in giro con lui nelle Langhe. Bellissimo. Siamo sempre andati da cantine di un certo livello. La mia prima cantina è stata Contermo, la seconda Mascarello Giuseppe. Mi sentivo raccontare….”Noi abbiamo il terreno vulcanico”. “Noi abbiamo l’influsso del mare”. “Qui c’era il mare”. Ma queste cose le abbiamo anche noi. Avevo sempre pensato che sì abbiamo una cantina, ma che non non avesse chissà quali potenzialità. Così è nel Lazio e così è sui colli Albani. In queste zone il vino si è sempre fatto. Per casa. Per venderlo sfuso o un tanto al kg, pardon, litro, agli osti di Roma, ai fraschette, alle taverne. Chi aveva ettari di viti, quelle che danno vino quant’abbondanza c’è, le vendeva alle cantine sociali o a quelle grandi. Tanto, di mettersi a produrre vini che nessuno avrebbe mai comprato in bottiglia, non era il caso. Terra di bianchi questa. Suoli di matrice vulcanica che si incontrano con quelle che erano le paludi. Fertili e minerali. Un giusto mix per avere vini sapidi e fini ma con poca la struttura. Anche perché di vitigni autoctoni, interessanti e identitari sì, ce ne sono pure, ma la loro fragilità o comunque la necessità di grandi produzioni, li hanno snaturati.
La Malvasia Puntinata ad esempio. Quella riconoscibile per la macchia sull’acino. Uva tanto meravigliosa quanto delicata. Così delicata che si preferiva sostituirla con quella di Candia. Tanto, sempre a litri doveva essere venduta.
O il Bellone, detto pure Cacchione. Vino in quantità ma solo se trattato come una uva di serie B.
Anche il Trebbiano qui trova le sue interpretazioni più popolari e di massa. Certo, nel Cannellino di Frascati ci stava pure bene ma vuoi mettere la differenza a chiamarlo Ugni Blanc o per fare l’Armagnac? Avevamo trovato qui, vecchie piante di Trebbiano toscano e Malvasia di Candia. Piante con circa 50 anni. C’erano 1.2 ettari di Merlot che serviva per la DOC Colli Albani. Nel 1992 piantammo 1.7 ettari di Chardonnay perché mamma insegnava francese e voleva qualcosa del genere. Dava pure ottima uva ma la mia intenzione è di non fare vini internazionali e infatti saranno i primi che salteranno. È nel 2017 che Emiliano si decide a vinificare. Timidamente, come è lui. Quasi in punta di piedi. Con timore reverenziale ma senza paura. Un timore dettato dall’essere completamente all’oscuro di tutte le pratiche vitivinicole. Nei campi ci aveva solo scorrazzato e il vino lo aveva visto fare. Certo, da ingegnere, e se sei ingegnere devi avere una certa predisposizione fin da piccolo, il perché delle cose te lo chiedi sempre. Ma farle….Beh farle è tutta un’altra storia. Iniziammo a frequentare Marco nel 2014 e nel 2017, proprio a casa di Marco mia moglie Michela mi dice “ma perché non imbottigliamo?” Ero un pò scettico perché avevamo già provato ad imbottigliare ma avevo dato delle uve bellissime ad una cantina sociale della zona e mi avevano ridato un vino di quelli con il punto interrogativo. Una usanza purtroppo abbastanza comune nella zona. Ci si mette poco a capire poi perché nessuno imbottigliava in queste zone. Marco mi presentò Damiano Ciolli con la moglie Letizia che è enologa. Sono venuti in azienda. Ho spiegato loro quello che volevo fare. Era giugno 2017. “Compra due serbatoi e li appoggiamo in cantina da me” così mi disse Damiano. Cotto e mangiato. compro due serbatoi e li porto ad Oleavano Romano in cantina. Il 2017 era stata una andata facile. Calda, con zero malattie. Mi dissero di raccogliere bene l’uva e di portare grappoli sani perché loro lavoravano solo uva sana. “O il vino viene male o devi ricorrere alla chimica ma noi non lo facciamo. Porta solo uve buone”. Porto allora solo uve perfette e loro mi dicono “Allora il vino è fatto”. Come è fatto? “Tre quarti della difficoltà sta nel portare le uve in cantina sane. Poi non devi sbagliare”. Loro il vino lo sano fa E quindi è cominciata così. Damiano Ciolli e la moglie Letizia sono quasi una istituzione in zona. Damiano è alla terza se non quarta generazione di viticoltori. Biodinamico manco a dirlo. Emiliano in ogni modo, ragionando da ingegnere e non da viticoltore, non riesce a capire come si possa fare il vino in maniera così facile. L’annata è stata buona e come inizio, gli è andata più che bene. Non credo si aspettasse qualcosa di così rapido e ben riuscito. Ha stupito in primis a me. Soprattutto la Malvasia che era un pò scorbutica. Aveva bisogno di tempo per esprimersi. Era pimpante, molto sapida. Mi piaceva. Per ignoranza mia mia, non ero molto ferrato sui vini del Lazio come Grechetto e Malvasia Puntinata. Una volta assaggiata ho detto “però però”. Piacevano a me per prima. Adesso sono un fan dei miei vini. Abbiamo continuato. Emiliano è un ingegnere che fa strutture ma soprattutto è un ingegnere ovvero uno di quelli che deve fare le cose da se, dall’inizio alla fine. Da Damiano e Letizia rimane giusto il tempo di farsi la cantina investendo oculatamente e riuscendo a prendere qualche finanziamento. Ci ho messo un pò di tempo per richiesta di finanziamento, bandi come ocm….prima che te li approvano. Nel 2022 ho prodotto 10.500 bottiglie. Nel 2023 mi sono abbastanza salvato anche se siamo in regime biologico. Siamo stati tempestivi anche se la perdita è stata del 30% di perdita. L’attenzione al biologico della famiglia Fini c’è sempre stata. Prima con i kiwi che in queste terre hanno rappresentato l’Eldorado, poi, senza soluzione di continuità, con la vigna. La terra è il giardino di casa dei miei dunque la trattiamo bene. Non abbiamo mai usato prodotti impattanti. Dagli anni 90 quando c’era la 2078 siamo stati in regime biologico. Per me è la stessa cosa. Nelle prime due annate non abbiamo usato lieviti selezionati. Poi abbiamo cominciato ad utilizzare accortezze in vigna e solo sovescio così sono partite con le fermentazioni spontanee. Dal 2022 l’azienda è certificata biologico. Ho scoperto, per ignoranza mia, che per mettere il marchio biologico deve essere certificata la cantina. Ho perso un anno così che dal 2023 anche le bottiglie recheranno il marchio. Lieviti naturali nell’ottica di fare un vino il più naturale possibile. Non per moda ma per giusta conclusione di un ciclo di grande attenzione in vigna. La maniera corretta di fare le cose per una piccola azienda che vuole rispettare la tradizione e i vitigni locali. La terza cantina che visitammo nelle Langhe fu Cavallotto. Faceva la lotta integrata in vigna da tanto tempo. Mi ha sempre affascinato la cosa ma avevo paura delle fermentazioni spontanee. Prima erano in pochi e ti davano del pazzo. Anche oggi mi danno del pazzo. Avevo un pò di timore ma Letizia mi confortava. Faccio vino naturale come conseguenza non come fine. Un lavoro che deve essere fatto bene dall’inizio alla fine. Il vino naturale deve essere buono ma senza difetti. Anche perché se ci sono i difetti, può far male più della chimica. Il pragmatismo di un ingegnere insieme all’amore e alla passione di una persona che ha ritrovato nella terra non una valvola di sfogo, ma quasi un elemento indispensabile della propria esistenza. Anche perché Emiliano è consapevole di avere altro che gli da da vivere. Non biasima chi agisce in maniera diversa. Lui sa che si può permettere di non vivere senza compromessi. Avevo pure comprato due libri di enologia ma ho rinunciato subito perché tutta chimica. Troppo complicato. Applico il rigore ingegneristico e ottengo uve sane. Cerco di capire il perché delle cose. Ecco l’Emiliano ingegnere. C’è poco da fare. Non ho mai trovato un ingegnere in grado di snaturare la sua essenza. Lui ascolta, impara. Poi agisce. Anche se per sua stessa ammissione c’è poco da fare in vigna e in cantina. Un pò dissacrando e smentendo coloro che usano la chimica per difendersi. È anche vero che qui i terreni sono particolarmente facili e le condizioni atmosferiche non sono mai proibitive. Come ingegnere sono progettista strutturale. Cemento armato, pratiche edilizie, consulenze, computi metrici. Mi porto da questo lavoro l’attenzione, la prevenzione e il saper di non poter sbagliare. In cantina faccio tutto perché Letizia e Damiano non vengono più. Seguo le loro indicazioni che popi sono quattro cose: rimontaggio per muovere le fecce e finche non puzzano le tieni li. Poi affinamento. La parte enologica è cosi semplice che non stiamo a fare cose strane. Solo nel 2018, annata fredda, abbiamo fatto con il Grechetto quello che facciamo con la Malvasia ovvero un contatto tra buccia e mosto dopo la diraspatura e prima della pressatura e fermentazione per prendere estratto dalle bucce. Nelle annate normali non lo puoi fare altrimenti sarebbe troppo amaro. Non facciamo niente di più. Insomma una vinificazione semplice. Poche cose con la voglia di capire il più possibile. Nel caso c’è sempre Letizia alla quale fare domande. Senza vergognarsi. Perché Emiliano si sente sempre un neofita. Ed è questa la sua vera forza. Semplicità ed umiltà. In vigna ho fatto il corso di potatura e mi piace molto. Sono un paio di anni che non riesco per mancanza di tempo. Ci tornerò quando i bambini cresceranno. C’è una lotta culturale con le persone che lavorano. Ti prendono per pazzo. Avevamo una fresa e gliela ho fatta buttare. C’è sempre stata la mentalità che il terreno non lavorato ovvero incolto non va bene ma è il contrario.
Non facciamo cultura intensiva ma inerbimento e sovescio e non abbiamo bisogno di concimare. Mamma Giorgia a dare una mano con il tempo inizia a farsi sentire. Papà Anacleto che a 79 anni continua a fare l’ingegnere anche se stufo di correre dietro la burocrazia. Sta più in azienda e gli piace più la parte amministrativa. In vigna non c’è mai stato anche perché mi dice che lui ha le sue idee date dal padre e non vuole andare in contrasto. Per i vini, Emiliano è un bianchista convinto. Convinzione che deriva anche dal pragmatismo di una persona che sa cosa si può ricavare dal suo territorio. Vocato ai bianchi autoctoni e impossibilitato a generare rossi importanti. Negli anni 90 avevamo piantato i kiwi. Nel 2006 abbiamo deciso di piantare vigna ma non c’era idea di vinificare. L’agronomo ci suggerì Malvasia Puntinata e Grechetto. Mi sono convinto che noi abbiamo cose importanti che nessun altro al mondo ha. Tra i miei vitigni ho scelto di fare quelli autoctoni. Ci piaceva il Grechetto anche logisticamente vicino alla Malvasia così che si poteva controllare meglio. Nella mia prima parte di approccio al vino erano solo vini rossi. I bianchi che mi facevano impazzire erano pochi. l rossi qui verrebbero poco strutturati e poi lo fanno bene poco lontano da qui. Le espressioni di rossi locali mi hanno fatto strappare i capelli che non ho. Due le etichette, di bianchi ovviamente, prodotte. Cleto, dedicato a papà Anacleto per il Grechetto, Lavente perla Malvasia. Due vini identitari, pieni e caldi. Minerali e goduriosi. Non tante bottiglie perché Emiliano non vuole crescere tanto. Arrivare alle 25.000 bottiglie prima, 40.000 poi. Da ingegnere capisce che questi sono i potenziali della terra e della cantina. Perché rinunciarci? Perché non puntarci? Mi è capitato di bere dei vini importanti come il Don Chisciotte di Zampaglione e mi è piaciuto. Mi piacerebbe fare con il Trebbiano un vino macerato. Non perché vanno di moda ma ne ho visto le potenzialità. Lavente è la Malvasia, Puntinata. Non quella di Candia. L’ho aperto e ne ho apprezzato il colore semplice come quello del sole la mattina, la trasparenza di un mare cristallino (ma quello del Lazio dove la sabbia restituisce colori chiaro/scuri). Sentori anch’essi semplici ma rotondi ed avvolgenti. La pesca, i frutti tropicali, i fiori di camomilla, il biancospino. Pochi ma buoni si direbbe. Sentori che diventano caldi abbracci roteando il calice. Avviluppanti, morbidi, suadenti. Sentori che si completano con elementi di freschezza: agrumi, salvia, mentuccia, maggiorana e iodio a bilanciare perfettamente quella morbidezza.
Quando il vino arriva in bocca, la sensazione di piacere continua. Un liquido fresco e morbido, caldo e sapido che ammalia e stupisce. Una insolita nota di sottofondo attrae l’attenzione. Non è immediatamente comprensibile così da obbligarti ad un nuovo sorso. Poi la si mette a fuoco e appare una mela cotogna che diventa cotta così che il sorso diventa ampio e avvolgente per poi diventare verticale. Non puoi fare a meno di berlo ancora perché la sensazione di grazie della bocca è un richiamo irrinunciabile. Alla fine rimane il gusto impresso per molto tempo. Ma ne necessiti comunque ancora Cleto, papà Anacleto. Un Grechetto che sa di Grechetto ma con una inesorabile marcia in più. Sarà perché quando lo porto al naso, pur riconoscendo il Grechetto (quello buono e ben fatto) vengo stregato da sentori che non mi fanno bere subito. Anche se vorrei. Tanti fiori miscelati alla frutta. Sensazioni che inebriano per via degli agrumi mischiati alla pesca e alla banana ma rinfrescati dalla menta. Sembra un cocktail inusuale. La cera d’api che sa di ambrato spiazza. La salinità quasi salmastra adesso si unisce a mela e pera, al frutto tropicale e alle erbette di campo generando un non so che di piacevole. Ho la sensazione di essere un’ape che svolazza nei campi.
Il sorso è da vero Grechetto. Non banale. Non scontato. Deciso, fresco, armonico, bilanciato. Un calore percepito bene e una sapidità che lascia armoniosamente inalterati tutti i sapori. Morbidezze e durezze si uniscono donando alla bocca una incredibile piacevolezza. Non fruttato, non civettuolo. Persistenza anche lunga. Potrei berlo anche da solo ma in un aperitivo sono certo che conquisterà. La progettualità è tutta nella mente di Emiliano. Aumentare le quantità con il Grechetto e la Malvasia. Espiantare lo Chardonnay. Sfruttare a pieno la cantina. Anche se lui dice che per ora non è un piano, nella mente di un ingegnere c’è sempre un piano. La mia progettualità non è ampia e io sono soddisfatto di quello che faccio. Mio suocero i primi tempi diceva: “c’hai la azienda agricola ad Aprila…li fanno i vinacci schifosi. C’hanno le uve schifose”. Adesso si sta ricredendo. Queste sono le piccole soddisfazione che mi piacciono. Sono soddisfatto già cosi. Ride Emiliano. Ride di gusto. Di quella felicità che immagino avesse quando a 11 anni scorrazzava per le terre di papà Anacleto. Il giardino di casa. La felicità di un ritorno alla terra che forse ancora non ha percepito in pieno. Ma sta montando. Piano piano. Ha solo bisogno di un pò di convinzione in più. Di qualche riconoscimento o di qualcuno che gli dica che sta facendo veramente bene. Emiliano, un puro e un entusiasta. Una persona che crede nel suo lavoro. Pragmatico. Solare. Vuol dar lustro alla sua terra. Con semplicità. Senza artefazioni. Come i suoi vini, meravigliose espressioni del territorio. Vai Emiliano, vai!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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30 Maggio, 2024

Vino e Arte che passione. Che successo!

L’ottava edizione di “Vino e Arte che passione!”, la manifestazione ideata e realizzata da CT Consulting Events si è chiusa con un record di ingressi: quasi 1600 i presenti . Vini decisamente interessanti in un luogo suggestivo come la Galleria del Cardinale Colonna, all’interno di Palazzo Colonna, costruita  nel 1730 dall’architetto Paolo Posi. Sorseggiare i vini non è mai stato così suggestivo! Non sapevo bene dove fosse la Galleria. Sapevo in pieno centro a Roma e poco lontano dalla location dello scorso anno. Via della Pilotta è la strada che corre parallela a via del Corso ma ha un accesso poco visibile perché sotto un arco. Scendendo giù dal Quirinale per via IV Novembre, si trova proprio nel gomito della strada. Non ci si entra così frequentemente a meno che fuori orario della ztl. A piedi si preferiscono, sbagliando, altre vie. Un angolo segreto di Roma dove anticamente, proprio nella attuale Piazza della Pilotta, un tempo piazza dell’Olmo, si giocava alla palla, la pilotta. Ci troviamo proprio sotto il colle Quirinale con il giardino di Villa Colonna insieme a quelli di Montecavallo fungono da cuscinetto con il centro. Giardini per pochi. Palazzi per pochi. Non stavolta però. Grazie a CT Consulting ho potuto scoprire un luogo che forse non avrei mai avuto modo, tempo e voglia di visitare. Sbagliando. Parlare con i produttori e assaggiare un vino in un ambiente così particolare diventa idillio. Un connubio quello tra arte e vino che rappresenta uno degli elementi di “elevazione” di un prodotto che non è solo un prodotto. Il vino come creazione modellato dalle mani dell’uomo alla stessa stregua di un’opera d’arte. Ogni vino è differente dall’altro per la mano della persona che lo ha pensato e realizzato. Ho avuto dunque modo di scoprire aziende e soprattutto persone interessanti. Persone con le quali poter parlare di vino senza l’assillo delle grandi folle, coccolati da un luogo che è storia. Piano piano, nelle storie del mio profilo Instagram, avrò modo di scoprire tutti i vini che ho avuto l’onore e il piacere di assaggiare. Vino e arte che passione! conferma la sua formula vincente, coniugando la bellezza di una location esclusiva ai vini di cantine selezionate. Chi ama il buon vino non può non godere anche della bellezza dell’arte, della cultura, dei saperi antichi e per questo il nostro “Vino e Arte che passione!” da sempre ha il piacere di associare il nettare delle cantine rinomate allo splendore dei gioielli dell’arte romana Così racconta Ciro Formisano, co-fondatore di Vino e arte che passione! e di CT Consulting Events È con questi presupposti e con queste aspirazioni che Vino e Arte che passione! si è ritagliato negli anni, e i numeri di questa edizione lo confermano ancora di più, una collocazione di grande rilievo nel panorama dei grandi eventi vitivinicoli della Capitale. Spero davvero di poter rivivere questo evento il prossimo anno. Magari in una location di altrettanto incanto. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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30 Maggio, 2024

ERA UVA 2024

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 13 Maggio gli ampi spazi del MONK di Roma hanno ospitato la quinta Edizione di ERA UVA, la bellissima manifestazione organizzata da ALTROVINO. In un panorama saturo come quello romano, ERA UVA ha saputo ricavarsi uno spazio tutto suo in uno spazio fuori dagli schemi. Più che un Evento enoico, una FESTA! Oltre 50 Aziende a presentare il frutto delle proprie produzioni biologiche, biodinamiche e naturali. Più di 50 Produttori che ci mettono la faccia. Il vino e le chiacchiere. Al di là di follature, batonnage, chiarifiche, malolattiche et similia, il Vino si riappropria della propria dimensione umana e conviviale sotto la bandiera della Qualità. GLI ASSAGGI Beh, ho passeggiato tra i tavoli per un sacco di tempo anche quest’anno ma, come ovvio ho assaggiato solo in parte, cercando di dribblare per quanto possibile le sirene di Ulisse dei tanti amici Produttori che volevano farmi assaggiare le nuove annate per potermi dedicare a nuove realtà. Alla fine, una cinquantina di vini li ho assaggiati e devo ammettere che l’asticella della Qualità si sta pian piano spostando sempre più in alto. Comunque, di seguito troverete il mio recit de dégustation e l’ormai consueta e personalissima top “qualcosa” (ché mica deve esserci per forza un numero X di vini che si meritano un “premio”). Voi dategli un’occhiata e prendete spunto per i vostri prossimi assaggi (quando poi vi deciderete a consigliarmi qualcosa non sarà mai troppo tardi). LA TOP NINE MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOP “SPIRITUS TERRAE” 2019, CANTINA ORSOGNA (ABRUZZO): finalmente un Montepulciano che non ha paura di mostrare il proprio animo varietale! Al naso sono amarene, susine e frutti di bosco quelli che precedono l’humus, le felci, amaritudini di mandorla ed erbe di campo e una quasi grafitica mineralità. Sorso freschissimo e appagante, che dimostra un animo caldo pur celato dalla grintosa esuberanza tannica. Lungo quanto serve a chiederne un secondo bicchiere prima che qualcun altro lo finisca. VENEZIA GIULIA IGT SAUVIGNON 2023, VENCHIAREZZA (FRIULI VENEZIA GIULIA): praticamente tutto R3 per un naso green “DA PAURA”! Foglie di pomodoro, di peperone, di limone, la salvia, il sambuco, gli asparagi selvatici, anche un tocco di cachi. E da questa selva verdeggiante s’alza la testa di una pesca gialla che regala qualche dolcezza e un’idea di quello che sarà… Il sorso è una lama a doppio filo da duello medievale che propone scorza di lime e decisa sapidità. Aggressive! Da bere ascoltando “BROADSWORD” dei JETHRO TULL. VINO SPUMANTE METODO ANCESTRALE “RB (RIBELLA & LA BESTIA)”, VENCHIAREZZA (FRIULI VENEZIA GIULIA): più “integrale” che “ancestrale”, per niente banale chiede un’attenzione che raramente si concede a vini di questa categoria. Ribolla Gialla con una dose omeopatica di Pinot Nero che abbina la freschezza delle brezze di collina al frutto croccante maturato al sole. Da bere “mosso” per saziarsi della materica sostanza dei lieviti, magari non troppo freddo e magari…con un “raffaello” di caprino come proposto da Luca, magari con tanti amici intorno e con una bella scorta di bottiglie in cantina. VENEZIA GIULIA IGT REFOSCO “VIGNA DEL TEMPO” 2022, VENCHIAREZZA (FRIULI VENEZIA GIULIA): dal sottobosco dei piccoli frutti, delle foglie umide e degli inciampi di radici, s’eleva una balsamicità che i Refoschi della mia infanzia non ricordano fino a quando le spezie non raccordano le sinapsi e il vino non diventa certezza nel calice. Assaggio gagliardo e amichevole, una stretta di mano, un “terzo tempo” tra la squadra delle durezze e quella delle morbidezze, tannini vispi a pareggiare la sostanza del frutto e…daje sotto con la mortadella d’oca di Jolanda De Colò. Da bere ascoltando “YOU’RE MY BEST FRIEND” di QUEEN. p.s. Nuova veste grafica per i vini di Luca (Caporale). Protagonista assoluto l’ACINO, quello di cui, tutti, troppo spesso ci dimentichiamo. BENACO BRESCIANO IGT BIANCO “RINÈ” 2012, CANTRINA (LOMBARDIA): mix di Riesling, Chardonnay e qualcos’altro che al naso è “tanta roba”! S’affacciano gli idrocarburi a sostegno di una componente vegetale aromatica importante e di un agrume che esprime piena maturità ma ancora birbantezza in una atmosfera che racconta di camino appena spento e braci da osservare. Il sorso indossa giacca e cravatta ma calza le sneakers, compito e birbante al contempo, in piena concordanza con l’olfatto. Un vino che fa pensare. Da bere ascoltando “THINKING ABOUT YOU” dei RADIOHEAD. p.s. “LIBERO ESERCIZIO DI STILE” sta scritto sulla retro etichetta, una frase che mette l’Uomo al centro e chiarisce una volta per tutte (spero) il concetto di Terroir. Bellissimissime le etichette disegnate da Cristina Inganni. MARCHE BIANCO IGT “SANT’ANSOVINO” 2020, COL DI CORTE (MARCHE): un Verdicchio da interventi prossimi a zero che riempie il naso di amaricanti dolcezze di nespola, ciccia di pesca gialla, dolcezze di camomilla ed erbe aromatiche in un contesto profondamente minerale e intrigantemente fumé. Sorso che vive del contrasto tra le larghe spalle fresco-sapide e una glicericità altrimenti fin troppo ingombrante. Chiude lungo tra frutta, mineralità e spezie. VERDICCHIO DI MATELICA DOC “M” 2022, GAJOLE (MARCHE): il naso è un lacoontico intrico di contrasti. Dolcezze di camomilla e albicocca duellano con le amaritudini della mandorla, la frutta estiva ha il suo contraltare in balsamicità di timo e anice e la frutta secca…non sta a guardare. Sorso di calorica importanza e borgognona acidità, un diretto al mento di profonda, minerale sapidità e cementizia piccantezza s’allunga in un finale di lunghezza inattesa e sorprendente. Un vino da KO che si becca il mio premio “SURPRISE”. Standing ovation per Nicolò Zagaglia. Da bere ascoltando, casualmente, “M” di AYUMI HAMASAKI. TOSCANA IGT BIANCO “NUMERO SEI” 2017, SASSOTONDO (TOSCANA): qui manca il Viognier e Greco e Sauvignon si spartiscono la torta. Netta la componente di frutta gialla matura e ben deciso il contributo di un Sauvignon che racconta sambuco e menta in una atmosfera che fa visualizzare soffitte e album di vecchi ricordi polverosi. Sorso che evidenzia larghezza e tonicità muscolare della spalla fresco-sapida e chiusura lunga in cui il Sauvignon alza la voce Da bere ascoltando “GOLD DUST WOMAN” dei FLEETWOOD MAC. TOSCANA IGT ROSSO “TUFOROSSO” 2022, SASSOTONDO (TOSCANA): 60 parti di Sangiovese, 25 di Teroldego (sic) e il saldo di Merlot. Certo il Teroldego fa un bel lavoro nello stemperare l’irruenza dl Sangiovese. Ne risulta un naso in cui mora e ciliegia si accompagnano a gentilezze di viola e di maremmana macchia mediterranea. Sorso molto interessante e saporito nel quale spicca la rustica piacevolezza dei tannini a supporto dell’ottima freschezza. Gli do il mio premio “BOH” ma…mi piace un sacco. E ORA? Beh, ora è il momento dei ringraziamenti, ad ALTROVINO per avermi ospitato ancora una volta, a tutti i Produttori che hanno voluto regalarmi il loro tempo e le loro parole e anche e tutti quelli cui, per mancanza di tempo non ho potuto rompere le scatole. Ed è poi il momento dell’attesa per una sesta Edizione di ERA UVA che già so essere sorprendente come sempre. Sulla fatica che dovrò fare per mettermi “in paro” con tuti gli Eventi di cui ho da raccontarVi, invece, non dico nulla lasciando a Voi il compito di immaginarla Roberto Alloi VINODENTRO  
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