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29 Maggio, 2024
La Sicurezza in cantina secondo Dioniso e Bacco
Introduzione
La produzione vinicola, un’arte millenaria, è un processo che richiede una cura meticolosa a ogni dettaglio.
La sicurezza nei luoghi di lavoro, in particolare nelle cantine vinicole, è di fondamentale importanza per garantire la salute dei lavoratori e la qualità del prodotto finale.
La progettazione della sicurezza nei lavori in cantina non solo previene incidenti e infortuni, ma crea anche un ambiente di lavoro più efficiente e sostenibile. Nella mitologia, Dioniso e Bacco sono divinità che presiedono il mondo del vino, figure mitologiche rappresentative del vino e della convivialità; se fossero spettatori delle moderne pratiche enologiche potrebbero esprimere pareri contrastanti sulla sicurezza in cantina. Ma cosa succederebbe se questi due mitici Dèi fossero chiamati a gestire la sicurezza in una delle tante cantine vinicole che custodiscono? Dioniso, noto per la sua saggezza e il suo amore per l’ordine, apprezzerebbe le misure di sicurezza come necessarie per preservare la vita e la salute dei lavoratori, elementi essenziali per la creazione di un vino di qualità. Bacco, d’altro canto, con la sua natura selvaggia e libera, celebre per il suo approccio più spensierato e festoso, potrebbe criticare l’eccesso di regolamentazioni, vedendole come un ostacolo alla spontaneità e alla creatività. Immaginate ora una cantina vinicola sull’Olimpo, sul Monte Olimpo, gestita da Dioniso e Bacco. Ah, non lo sapevate? Ebbene si, fonti infiltrate e ben informate ci riferiscono che i due titani della viticoltura, le due divinità del vino della mitologia greca e romana, gestiscono silenziosamente e da tempo immemore la Cantina delle cantine vinicole. Un po’ da incubo a dire il vero. Infatti Zeus, Re degli Dèi e sovrano del Monte Olimpo, dopo i recenti aggiornamenti al testo unico sulla sicurezza, che lo obbliga a seguire corsi di formazione sulla sicurezza come Datore di Lavoro, ha ordinato ai nostri due titani di metter mano il più presto possibile alle faccende che non funzionano in cantina e di organizzare dei corsi secondo il decreto legislativo nr. 81 del 2008. Oggi, dunque, queste due figure mitologiche si trovano a dover affrontare una sfida moderna: la progettazione della sicurezza nei lavori di ristrutturazione di una cantina vinicola antica e la tutela della salute dei lavoratori. In questa allegorica avventura, esploreremo le criticità, scopriremo le divergenze e convergenze tra Dioniso e Bacco, con un tocco di ironia nel rispetto del tema della sicurezza, ma soprattutto indagheremo costruttivamente alcuni rischi a cui occorre prestare attenzione e prevenire i pericoli anche in una cantina situata sul Monte Olimpo. Assisteremo ad un dibattito epico tra titani del vino e ad un confronto di cotanta illuminazione, tra fulmini e saette scagliate da Zeus, accerchiato dagli ispettori dell’INAIL, in cui sarà offerta una prospettiva più unica che rara. Dioniso: il pianificatore e progettista meticoloso della sicurezza. Dioniso, con il suo aspetto solenne e la sua aurea di saggezza, è il primo a prendere in mano la situazione e a prendere la parola con il suo consueto tono grave e riflessivo: Amici miei, la sicurezza nei lavori in cantina vinicola non è solo un obbligo legislativo, ma un atto di rispetto verso coloro che dedicano la loro vita a trasformare l’uva in nettare divino. Ogni dettaglio, dalla progettazione degli spazi di lavoro all’adozione delle misure di protezione individuale, deve essere curato con attenzione. Dioniso, noto per la sua sapienza e profondità, si approccia alla gestione della cantina con serietà e meticolosità. La sua prima preoccupazione è garantire la sicurezza dei lavoratori. Egli, infatti, enfatizza l’importanza di coinvolgere esperti di sicurezza fin dalle prime fasi del progetto. La progettazione delle cantine deve prevedere spazi adeguati per evitare incidenti. Amici miei, la sicurezza è la base su cui poggia la qualità del nostro nettare divino. Ogni fase della produzione, dalla raccolta dell’uva alla fermentazione, richiede un’attenzione scrupolosa alla sicurezza. E scrupolosi devon esser anche i tecnici E quindi decide di chiamare subito a raccolta architetti e ingegneri della sicurezza (mmh! Bacco storce il naso sentendo nominare Questi ultimi), discutendo con loro sui seguenti punti e fasi fondamentali: dell’analisi dei rischi, dichiara: occorre identificare i potenziali pericoli presenti in ogni fase della produzione del vino, dalla ricezione delle uve alla vinificazione, dallo stoccaggio al confezionamento; della progettazione degli spazi, sentenzia: ogni area della cantina deve essere progettata per prevenire incidenti. Spazi ampi e ben ventilati, pavimenti antisdrucciolo e corridoi sgombri sono essenziali; bisogna creare layout che minimizzino i rischi di incidenti, come scivolamenti, cadute e collisioni. Le aree di accesso devono essere progettate per garantire un flusso continuo e sicuro di persone e mezzi. Distinti per funzione di mezzi meccanici e personale; dell’equipaggiamento, predica: tutti i macchinari devono essere conformi agli standard di sicurezza, con adeguati sistemi di protezione per evitare incidenti; assicurarsi che tutte le attrezzature e i macchinari utilizzati siano manutenuti per prevenire guasti; della formazione, pontifica: i lavoratori devono essere informati e formati sull’uso corretto delle attrezzature e sulle procedure di emergenza. Educare i lavoratori sulle pratiche di sicurezza e sull’uso corretto delle attrezzature. La formazione continua è essenziale per mantenere alti standard di sicurezza; del tema scottante, e mai così attuale, degli ambienti confinati, afferma: occorre gestire con particolare attenzione gli spazi confinati, come vasche di fermentazione e cisterne, perché rappresentano rischi significativi di asfissia e contaminazione. Mentre cammina per la cantina, con al seguito gli architetti e gli ingeneri intenti a prendere appunti, osserva e fa considerare attentamente ogni dettaglio: Una cantina ben progettata deve prevedere ogni possibile rischio, dichiara Dioniso, mentre esamina i piani di ristrutturazione edilizia: Dobbiamo considerare la ventilazione, le diverse illuminazioni e l’ergonomia per prevenire incidenti e malattie professionali. Dioniso insiste su una formazione rigorosa per i lavoratori, l’uso corretto dei dispositivi di protezione individuale (DPI) e la manutenzione regolare delle attrezzature. Ogni dettaglio è studiato per garantire un ambiente sicuro e sano. .Nel frattempo Bacco, l’entusiasta spensierato e il festaiolo improvvisatore, con il suo approccio meno formale e più festoso, vede le cose in modo diverso. Per lui, l’atmosfera della cantina deve essere vivace e gioiosa. E con un sorriso malizioso e una coppa di vino in mano non può fare a meno di intervenire: Dioniso, vecchio mio, non ti pare di esagerare? Il vino è gioia, è celebrazione! Non possiamo far diventare la nostra cantina una caserma. La spontaneità è l’essenza del vino! Non credi che tutta questa attenzione ai dettagli possa spegnere l’anima della vinificazione? chiede Bacco, mentre sorseggia la coppa di vino! Rincara la dose: Le normative sono come i tralci secchi, soffocano la vite della creatività! Immagina di dover fermare la fermentazione spontanea perché un regolamento lo impone” Oppure, Immagina, zio, dover fermare una festa bacchica per riempire moduli di sicurezza! La magia del vino svanirebbe! L’affondo finale: Dove sarebbe la poesia della vinificazione se dovessimo preoccuparci di ogni minimo dettaglio burocratico? Non voglio vedere i miei followers trasformarsi in burocrati! Il giovane Bacco tende a minimizzare i rischi, preferendo un ambiente di lavoro più rilassato e creativo. Bacco propone a Dioniso un approccio più disteso alla nuova cantina da ristrutturare, per punti: un ambiente festoso: crede che un ambiente di lavoro sereno e festoso possa migliorare la produttività e il morale dei lavoratori; la minimizzazione dei rischi: secondo Bacco, l’esperienza e l’istinto possono spesso prevenire gli incidenti senza bisogno di regole troppo rigide. Tuttavia Dioniso, non convinto della bontà delle idee di Bacco, decide di organizzare un tour nella cantina sul Monte Olimpo per mostrargli direttamente sul campo i punti critici. Il Tour della Cantina L’area di ricezione e conferimento delle uve Dioniso e Bacco iniziano il loro tour nell’area di ricezione e conferimento delle uve. Dioniso sottolinea l’importanza di avere procedure di sicurezza ben definite e di mantenere le attrezzature in buone condizioni per evitare incidenti. Immagina, Bacco, cosa potrebbe accadere se una delle macchine per il trasporto dell’uva si rompesse,” spiega Dioniso, gli addetti potrebbero scivolare e cadere, causando infortuni gravi. Prova invece a pensare le nostre amate uve raccolte con cura, lavorate in ambienti sicuri dove ogni fase del processo è monitorata per prevenire incidenti. Solo così possiamo garantire che il nostro vino sia non solo delizioso, ma prodotto in modo sostenibile e rispettoso della vita umana. Bacco, pur riluttante, ammette che un po’ di attenzione in più non farebbe male: Forse hai ragione, Dioniso. Un lavoratore ferito non può certo godersi una buona festa. L’area di vinificazione Proseguendo verso l’area di vinificazione, Dioniso illustra i rischi legati alle alte temperature e alla pressione delle attrezzature. Qui, le temperature possono essere molto alte e le attrezzature funzionano sotto pressione dice Dioniso. Dobbiamo garantire che i lavoratori siano protetti da ustioni e scottature, e che ci siano adeguati sistemi di sicurezza per evitare esplosioni. Bacco annuisce, visibilmente impressionato. D’accordo, zio, la sicurezza prima di tutto. Ma non possiamo dimenticare l’importanza di un ambiente di lavoro che ispiri e motivi. L’area di conservazione e invecchiamento Nel proseguire il tour, i due arrivano all’area di conservazione e invecchiamento. Qui, Dioniso evidenzia i rischi di inalazione di gas nocivi e la necessità di monitorare costantemente la qualità dell’aria. Le esalazioni di gas durante la fermentazione possono essere pericolose avverte Dioniso. È essenziale avere un sistema di ventilazione efficiente e sensori per rilevare la presenza di gas nocivi. Bacco, sempre pronto a trovare un lato positivo, propone un’idea. E se facessimo anche delle pause regolari per degustazioni? Così, mentre controlliamo la qualità dell’aria, possiamo anche assicurarci che il vino stia maturando a dovere. Le convergenze inaspettate Nonostante le loro divergenze, Dioniso e Bacco trovano un punto d’incontro per la loro cantina. Decidono di mettere giù delle regole progettuali insieme per la Cantina del futuro, combinando sicurezza e atmosfera festosa. Le aree di riposo: Dioniso e Bacco concordano sull’importanza di aree di riposo dove i lavoratori possano rilassarsi e recuperare energie, senza compromettere la sicurezza; eventi formativi festosi: Bacco suggerisce di organizzare eventi formativi sulla sicurezza in cantina che siano anche momenti di festa, per coinvolgere i lavoratori in modo più dinamico; design creativo: la cantina sarà progettata con elementi estetici e decorativi che riflettano l’anima del vino, ma con materiali e soluzioni sicure, dove l’aria indoor sia costantemente controllata, il radon regolarmente rilevato e attenzionato secondo il decreto legislativo 101 del 2020. L’Happy hour nelle Capanne vinicole Terminato il tour della cantina, Bacco è impaziente di spostarsi nelle capanne vinicole in mezzo ai vigneti del Monte Olimpo per l’happy hour serale. Manco a dirlo! Dioniso, è ora di rilassarsi e godersi un po’ di vino!” esclama con entusiasmo. Dioniso, però, non perde occasione per ricordare l’importanza della sicurezza anche in questi momenti: Va bene, Bacco, ma ricordiamoci di fare attenzione. Anche durante l’happy hour, è fondamentale che le capanne vinicole siano sicure, con pavimenti antiscivolo e una buona illuminazione per evitare incidenti. Servizi igienici attrezzati anche per diversamente abili. Gli enoturisti che verranno a visitare i vigneti e la cantina sull’Olimpo sono sacri per le tasche dell’azienda vinicola e devono essere accompagnati e accolti in sicurezza, occorre fornire loro servizi all’altezza del nostro nome Bacco sospira, ma sorride,: hai ragione, zio. La sicurezza è importante, ma non dimentichiamo di goderci il vino….! Bevendo con responsabilità si affretta a correggere Dioniso. Mentre il tour volge al termine, in un’atmosfera paradisiaca, sul Monte Olimpo inaspettatamente la nebbia si dirada e si apre un rosso tramonto mai visto prima d’ora, tra nuvole di zucchero e arcobaleni, Dioniso e Bacco brindano insieme soddisfatti del loro lavoro. La sicurezza in una cantina vinicola è una questione seria, ma ciò non significa che debba essere affrontata con rigidità o senza un tocco di gioia. La collaborazione tra la saggezza di Dioniso e l’entusiasmo di Bacco ci insegna che è possibile creare un ambiente di lavoro sicuro e stimolante, dove la salute dei lavoratori è tutelata e la magia del vino può prosperare. In questo affascinante incontro tra mitologia e modernità, Dioniso e Bacco ci mostrano che sicurezza e creatività non sono opposti, ma possono convivere armoniosamente, rendendo ogni cantina vinicola un luogo di protezione, passione e festa. Arch. Edoardo Venturini Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero Per approfondimenti, mi trovi qui:
– Cantine fatte ad Arte (link Sito Web)
– Cantine fatte ad Arte (link Linkedin)
– Cantine fatte ad Arte (link Instagram)
– Cantine fatte ad Arte (link Facebook) PS: La rubrica raccoglie spunti, consigli, suggerimenti e altro ancora attinente al tema e soprattutto segnalazioni di titoli di testi antichi sulle costruzioni enotecniche e cantine vinicole. Grazie! Box: Dedicato a tutti gli operatori del settore che hanno lasciato questa vita terrena per andare a servire la magia della Cantina sul Monte Olimpo…
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La sicurezza nei luoghi di lavoro, in particolare nelle cantine vinicole, è di fondamentale importanza per garantire la salute dei lavoratori e la qualità del prodotto finale.
La progettazione della sicurezza nei lavori in cantina non solo previene incidenti e infortuni, ma crea anche un ambiente di lavoro più efficiente e sostenibile. Nella mitologia, Dioniso e Bacco sono divinità che presiedono il mondo del vino, figure mitologiche rappresentative del vino e della convivialità; se fossero spettatori delle moderne pratiche enologiche potrebbero esprimere pareri contrastanti sulla sicurezza in cantina. Ma cosa succederebbe se questi due mitici Dèi fossero chiamati a gestire la sicurezza in una delle tante cantine vinicole che custodiscono? Dioniso, noto per la sua saggezza e il suo amore per l’ordine, apprezzerebbe le misure di sicurezza come necessarie per preservare la vita e la salute dei lavoratori, elementi essenziali per la creazione di un vino di qualità. Bacco, d’altro canto, con la sua natura selvaggia e libera, celebre per il suo approccio più spensierato e festoso, potrebbe criticare l’eccesso di regolamentazioni, vedendole come un ostacolo alla spontaneità e alla creatività. Immaginate ora una cantina vinicola sull’Olimpo, sul Monte Olimpo, gestita da Dioniso e Bacco. Ah, non lo sapevate? Ebbene si, fonti infiltrate e ben informate ci riferiscono che i due titani della viticoltura, le due divinità del vino della mitologia greca e romana, gestiscono silenziosamente e da tempo immemore la Cantina delle cantine vinicole. Un po’ da incubo a dire il vero. Infatti Zeus, Re degli Dèi e sovrano del Monte Olimpo, dopo i recenti aggiornamenti al testo unico sulla sicurezza, che lo obbliga a seguire corsi di formazione sulla sicurezza come Datore di Lavoro, ha ordinato ai nostri due titani di metter mano il più presto possibile alle faccende che non funzionano in cantina e di organizzare dei corsi secondo il decreto legislativo nr. 81 del 2008. Oggi, dunque, queste due figure mitologiche si trovano a dover affrontare una sfida moderna: la progettazione della sicurezza nei lavori di ristrutturazione di una cantina vinicola antica e la tutela della salute dei lavoratori. In questa allegorica avventura, esploreremo le criticità, scopriremo le divergenze e convergenze tra Dioniso e Bacco, con un tocco di ironia nel rispetto del tema della sicurezza, ma soprattutto indagheremo costruttivamente alcuni rischi a cui occorre prestare attenzione e prevenire i pericoli anche in una cantina situata sul Monte Olimpo. Assisteremo ad un dibattito epico tra titani del vino e ad un confronto di cotanta illuminazione, tra fulmini e saette scagliate da Zeus, accerchiato dagli ispettori dell’INAIL, in cui sarà offerta una prospettiva più unica che rara. Dioniso: il pianificatore e progettista meticoloso della sicurezza. Dioniso, con il suo aspetto solenne e la sua aurea di saggezza, è il primo a prendere in mano la situazione e a prendere la parola con il suo consueto tono grave e riflessivo: Amici miei, la sicurezza nei lavori in cantina vinicola non è solo un obbligo legislativo, ma un atto di rispetto verso coloro che dedicano la loro vita a trasformare l’uva in nettare divino. Ogni dettaglio, dalla progettazione degli spazi di lavoro all’adozione delle misure di protezione individuale, deve essere curato con attenzione. Dioniso, noto per la sua sapienza e profondità, si approccia alla gestione della cantina con serietà e meticolosità. La sua prima preoccupazione è garantire la sicurezza dei lavoratori. Egli, infatti, enfatizza l’importanza di coinvolgere esperti di sicurezza fin dalle prime fasi del progetto. La progettazione delle cantine deve prevedere spazi adeguati per evitare incidenti. Amici miei, la sicurezza è la base su cui poggia la qualità del nostro nettare divino. Ogni fase della produzione, dalla raccolta dell’uva alla fermentazione, richiede un’attenzione scrupolosa alla sicurezza. E scrupolosi devon esser anche i tecnici E quindi decide di chiamare subito a raccolta architetti e ingegneri della sicurezza (mmh! Bacco storce il naso sentendo nominare Questi ultimi), discutendo con loro sui seguenti punti e fasi fondamentali: dell’analisi dei rischi, dichiara: occorre identificare i potenziali pericoli presenti in ogni fase della produzione del vino, dalla ricezione delle uve alla vinificazione, dallo stoccaggio al confezionamento; della progettazione degli spazi, sentenzia: ogni area della cantina deve essere progettata per prevenire incidenti. Spazi ampi e ben ventilati, pavimenti antisdrucciolo e corridoi sgombri sono essenziali; bisogna creare layout che minimizzino i rischi di incidenti, come scivolamenti, cadute e collisioni. Le aree di accesso devono essere progettate per garantire un flusso continuo e sicuro di persone e mezzi. Distinti per funzione di mezzi meccanici e personale; dell’equipaggiamento, predica: tutti i macchinari devono essere conformi agli standard di sicurezza, con adeguati sistemi di protezione per evitare incidenti; assicurarsi che tutte le attrezzature e i macchinari utilizzati siano manutenuti per prevenire guasti; della formazione, pontifica: i lavoratori devono essere informati e formati sull’uso corretto delle attrezzature e sulle procedure di emergenza. Educare i lavoratori sulle pratiche di sicurezza e sull’uso corretto delle attrezzature. La formazione continua è essenziale per mantenere alti standard di sicurezza; del tema scottante, e mai così attuale, degli ambienti confinati, afferma: occorre gestire con particolare attenzione gli spazi confinati, come vasche di fermentazione e cisterne, perché rappresentano rischi significativi di asfissia e contaminazione. Mentre cammina per la cantina, con al seguito gli architetti e gli ingeneri intenti a prendere appunti, osserva e fa considerare attentamente ogni dettaglio: Una cantina ben progettata deve prevedere ogni possibile rischio, dichiara Dioniso, mentre esamina i piani di ristrutturazione edilizia: Dobbiamo considerare la ventilazione, le diverse illuminazioni e l’ergonomia per prevenire incidenti e malattie professionali. Dioniso insiste su una formazione rigorosa per i lavoratori, l’uso corretto dei dispositivi di protezione individuale (DPI) e la manutenzione regolare delle attrezzature. Ogni dettaglio è studiato per garantire un ambiente sicuro e sano. .Nel frattempo Bacco, l’entusiasta spensierato e il festaiolo improvvisatore, con il suo approccio meno formale e più festoso, vede le cose in modo diverso. Per lui, l’atmosfera della cantina deve essere vivace e gioiosa. E con un sorriso malizioso e una coppa di vino in mano non può fare a meno di intervenire: Dioniso, vecchio mio, non ti pare di esagerare? Il vino è gioia, è celebrazione! Non possiamo far diventare la nostra cantina una caserma. La spontaneità è l’essenza del vino! Non credi che tutta questa attenzione ai dettagli possa spegnere l’anima della vinificazione? chiede Bacco, mentre sorseggia la coppa di vino! Rincara la dose: Le normative sono come i tralci secchi, soffocano la vite della creatività! Immagina di dover fermare la fermentazione spontanea perché un regolamento lo impone” Oppure, Immagina, zio, dover fermare una festa bacchica per riempire moduli di sicurezza! La magia del vino svanirebbe! L’affondo finale: Dove sarebbe la poesia della vinificazione se dovessimo preoccuparci di ogni minimo dettaglio burocratico? Non voglio vedere i miei followers trasformarsi in burocrati! Il giovane Bacco tende a minimizzare i rischi, preferendo un ambiente di lavoro più rilassato e creativo. Bacco propone a Dioniso un approccio più disteso alla nuova cantina da ristrutturare, per punti: un ambiente festoso: crede che un ambiente di lavoro sereno e festoso possa migliorare la produttività e il morale dei lavoratori; la minimizzazione dei rischi: secondo Bacco, l’esperienza e l’istinto possono spesso prevenire gli incidenti senza bisogno di regole troppo rigide. Tuttavia Dioniso, non convinto della bontà delle idee di Bacco, decide di organizzare un tour nella cantina sul Monte Olimpo per mostrargli direttamente sul campo i punti critici. Il Tour della Cantina L’area di ricezione e conferimento delle uve Dioniso e Bacco iniziano il loro tour nell’area di ricezione e conferimento delle uve. Dioniso sottolinea l’importanza di avere procedure di sicurezza ben definite e di mantenere le attrezzature in buone condizioni per evitare incidenti. Immagina, Bacco, cosa potrebbe accadere se una delle macchine per il trasporto dell’uva si rompesse,” spiega Dioniso, gli addetti potrebbero scivolare e cadere, causando infortuni gravi. Prova invece a pensare le nostre amate uve raccolte con cura, lavorate in ambienti sicuri dove ogni fase del processo è monitorata per prevenire incidenti. Solo così possiamo garantire che il nostro vino sia non solo delizioso, ma prodotto in modo sostenibile e rispettoso della vita umana. Bacco, pur riluttante, ammette che un po’ di attenzione in più non farebbe male: Forse hai ragione, Dioniso. Un lavoratore ferito non può certo godersi una buona festa. L’area di vinificazione Proseguendo verso l’area di vinificazione, Dioniso illustra i rischi legati alle alte temperature e alla pressione delle attrezzature. Qui, le temperature possono essere molto alte e le attrezzature funzionano sotto pressione dice Dioniso. Dobbiamo garantire che i lavoratori siano protetti da ustioni e scottature, e che ci siano adeguati sistemi di sicurezza per evitare esplosioni. Bacco annuisce, visibilmente impressionato. D’accordo, zio, la sicurezza prima di tutto. Ma non possiamo dimenticare l’importanza di un ambiente di lavoro che ispiri e motivi. L’area di conservazione e invecchiamento Nel proseguire il tour, i due arrivano all’area di conservazione e invecchiamento. Qui, Dioniso evidenzia i rischi di inalazione di gas nocivi e la necessità di monitorare costantemente la qualità dell’aria. Le esalazioni di gas durante la fermentazione possono essere pericolose avverte Dioniso. È essenziale avere un sistema di ventilazione efficiente e sensori per rilevare la presenza di gas nocivi. Bacco, sempre pronto a trovare un lato positivo, propone un’idea. E se facessimo anche delle pause regolari per degustazioni? Così, mentre controlliamo la qualità dell’aria, possiamo anche assicurarci che il vino stia maturando a dovere. Le convergenze inaspettate Nonostante le loro divergenze, Dioniso e Bacco trovano un punto d’incontro per la loro cantina. Decidono di mettere giù delle regole progettuali insieme per la Cantina del futuro, combinando sicurezza e atmosfera festosa. Le aree di riposo: Dioniso e Bacco concordano sull’importanza di aree di riposo dove i lavoratori possano rilassarsi e recuperare energie, senza compromettere la sicurezza; eventi formativi festosi: Bacco suggerisce di organizzare eventi formativi sulla sicurezza in cantina che siano anche momenti di festa, per coinvolgere i lavoratori in modo più dinamico; design creativo: la cantina sarà progettata con elementi estetici e decorativi che riflettano l’anima del vino, ma con materiali e soluzioni sicure, dove l’aria indoor sia costantemente controllata, il radon regolarmente rilevato e attenzionato secondo il decreto legislativo 101 del 2020. L’Happy hour nelle Capanne vinicole Terminato il tour della cantina, Bacco è impaziente di spostarsi nelle capanne vinicole in mezzo ai vigneti del Monte Olimpo per l’happy hour serale. Manco a dirlo! Dioniso, è ora di rilassarsi e godersi un po’ di vino!” esclama con entusiasmo. Dioniso, però, non perde occasione per ricordare l’importanza della sicurezza anche in questi momenti: Va bene, Bacco, ma ricordiamoci di fare attenzione. Anche durante l’happy hour, è fondamentale che le capanne vinicole siano sicure, con pavimenti antiscivolo e una buona illuminazione per evitare incidenti. Servizi igienici attrezzati anche per diversamente abili. Gli enoturisti che verranno a visitare i vigneti e la cantina sull’Olimpo sono sacri per le tasche dell’azienda vinicola e devono essere accompagnati e accolti in sicurezza, occorre fornire loro servizi all’altezza del nostro nome Bacco sospira, ma sorride,: hai ragione, zio. La sicurezza è importante, ma non dimentichiamo di goderci il vino….! Bevendo con responsabilità si affretta a correggere Dioniso. Mentre il tour volge al termine, in un’atmosfera paradisiaca, sul Monte Olimpo inaspettatamente la nebbia si dirada e si apre un rosso tramonto mai visto prima d’ora, tra nuvole di zucchero e arcobaleni, Dioniso e Bacco brindano insieme soddisfatti del loro lavoro. La sicurezza in una cantina vinicola è una questione seria, ma ciò non significa che debba essere affrontata con rigidità o senza un tocco di gioia. La collaborazione tra la saggezza di Dioniso e l’entusiasmo di Bacco ci insegna che è possibile creare un ambiente di lavoro sicuro e stimolante, dove la salute dei lavoratori è tutelata e la magia del vino può prosperare. In questo affascinante incontro tra mitologia e modernità, Dioniso e Bacco ci mostrano che sicurezza e creatività non sono opposti, ma possono convivere armoniosamente, rendendo ogni cantina vinicola un luogo di protezione, passione e festa. Arch. Edoardo Venturini Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero Per approfondimenti, mi trovi qui:
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– Cantine fatte ad Arte (link Facebook) PS: La rubrica raccoglie spunti, consigli, suggerimenti e altro ancora attinente al tema e soprattutto segnalazioni di titoli di testi antichi sulle costruzioni enotecniche e cantine vinicole. Grazie! Box: Dedicato a tutti gli operatori del settore che hanno lasciato questa vita terrena per andare a servire la magia della Cantina sul Monte Olimpo…
28 Maggio, 2024
Il Poggiarello. Sorsi di Val Trebbia al Best Wine Stars
Più che una masterclass, un tuffo nel passato dei miei primi passi nella promozione agroalimentare con FISAR Piacenza ed il Consorzio Vini DOC Colli Piacentini.
Un ritorno con la memoria tra vallate mozzafiato come quella che incornicia l’azienda Il Poggiarello, creata nel 1980 dalle famiglie Ferrari e Perini e brand di punta del gruppo Cantine 4 Valli.
Oggi i vigneti de Il Poggiarello si estendono su 20 ettari, e dal 2018 sono certificati biologici, in un territorio come quello della Val Trebbia, simbolo per antonomasia di salubrità ed equilibrio con la natura.
La Val Trebbia è una delle quattro valli dei Colli Piacentini, celebre per ospitare alcuni dei borghi più suggestivi d’Italia.
È stata definita come “la valle più bella del mondo” da Ernest Hemingway. Il noto scrittore americano, infatti, vi rimase bloccato nel corso della Seconda Guerra Mondiale e s’innamorò dei suoi paesaggi.
Non abbiamo potuto teletrasportarci sulle rive del Trebbia per crogiolarci al sole, ma certamente la masterclass di Best Wine Stars “Malvasia e Gutturnio: l’Emilia che non ti aspetti” ha consentito ai presenti d’intraprendere un viaggio tra i Colli Piacentini, comprendendo le potenzialità di un territorio di cui si parla ancora troppo poco.
Una Malvasia bianca di Candia aromatica colpirà sempre con le sue note fresche di fiori bianchi e richiami di frutta esotica nelle versioni più giovani, ma questi elementi immediati di freschezza si accompagneranno a sentori più evoluti con un affinamento in barrique di rovere francese… e sorprenderanno anche il degustatore più esperto, dopo qualche ulteriore anno in bottiglia. Pur conoscendo da tempo la malvasia dei Colli Piacentini nelle sue varie declinazioni, ogni volta rimango colpita dalle mille “vesti” che può indossare.
A metà del percorso, dopo 3 calici di Malvasia (o meglio, delle Malvasie!) abbiamo svoltato verso il Gutturnio, un blend di Barbera e Croatina che si lascia ricordare per il suo rosso rubino e la sua fresca effervescenza quando si trova nella versione frizzante, come quello della linea “Gli Spaghi” de Il Poggiarello, ma che diventa potente ed autorevole quando ci s’imbatte, ad esempio, ne La Barbona, una Riserva la cui potenza alcolica è sostenuta da tannini vellutati, corpo avvolgente e una presenza ancora ricca di frutta.
Ancora oggi, spesso, quando si pensa all’Emilia, si pensa al vino frizzante… ma l’Emilia non è solo questo!
Chi era presente con me alla masterclass ha potuto immergersi con i vari assaggi in colori, aromi e consistenze sorprendentemente diversi ma sempre coerenti, per la filosofia produttiva e l’impronta stilistica de Il Poggiarello.
Non resta che darsi appuntamento l’anno prossimo al Best Wine Stars, per conoscere altre cantine italiane ed internazionali curiose come questa.
E possiamo star certi che avremo l’imbarazzo della scelta: in questa quinta edizione c’erano oltre 200 aziende, con quasi 1.200 etichette in degustazione!
Adele Gorni Silvestrini
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini
Passi in Cantina
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26 Maggio, 2024
Quel che resta del Vinitaly
Perché un articolo non basta…
Anche quest’anno Vinitaly 2024 ha lasciato un’impronta importante nei cuori e nelle menti di coloro che hanno avuto il privilegio di partecipare. Oltre alla vasta gamma di vini e alle numerose opportunità di networking, sono stati gli eventi speciali a rendere davvero unica questa edizione. Tra i momenti più memorabili, per me spiccano sicuramente la partecipazione ad Opera Wine e la presentazione di Korale, il primo vino contro la violenza di genere.
Vinitaly non è solo un’occasione per degustare vini straordinari; è anche un momento di connessione umana e condivisione di esperienze. Gli incontri con produttori appassionati e esperti del settore hanno arricchito il mio percorso personale offrendomi nuove prospettive e approfondimenti. Non solo vino ma anche altri prodotti come l’olio. L’Importanza dell’Olio anche a Vinitaly: Simbolismo e Civiltà L’olio ha sempre giocato un ruolo fondamentale nella storia e nella cultura dell’uomo. Come il vino porta con sé la storia e la tradizione di generazioni di contadini e produttori che hanno coltivato e preservato gli ulivi attraverso i secoli. Ogni goccia di olio racconta una storia di duro lavoro, passione e rispetto per la terra, incarnando i valori di autenticità e artigianalità che sono al cuore dell’esperienza vinicola.
Incorporare la promozione dell’olio nell’ambito di Vinitaly non solo amplia l’orizzonte dell’evento, ma riafferma anche il legame profondo tra il vino e l’olio nell’identità culturale del Mediterraneo. E quindi vi parlerò del mio incontro con Andrea Scio, il proprietario di Tondo.Oil, un’azienda agricola familiare che si trova nei Monti Iblei, nel sud-est della Sicilia. È una piccola realtà che si distingue per la sua dedizione alla genuinità ed eccellenza dei propri prodotti. L’azienda coltiva con rispetto ed amore olivi centenari, di proprietà dal 1700. Ne preserva l’integrità e il benessere, e produce un olio di alta qualità e salubrità. Durante la nostra conversazione, Andrea mi ha raccontato della sua passione per la terra e per le tradizioni locali, e mi ha guidato attraverso il processo di produzione del suo olio. Gli uliveti si trovano nella Contrada Sant’Andrea, vicino a un antico Monastero templare del XIII secolo, e crescono su terreni calcareo-argillosi, su base vulcanica. Le piante di ulivo sono in gran parte centenarie, con un’età stimata che arriva fino a 300 anni. Tondo.Oil pratica un’agricoltura organico-rigenerativa, concimando gli ulivi con letame animale e favorendo la crescita di erbe, fiori ed essenze spontanee per preservare l’ambiente e la biodiversità. La cultivar che alleva è la Tonda Iblea, autoctona dei Monti Iblei, che qui trova l’ambiente ideale e la massima espressione. La raccolta delle olive, rigorosamente manuale, avviene nei mesi di settembre-ottobre, seguendo l’andamento naturale della maturazione. Le olive vengono portate al frantoio per essere immediatamente molite a freddo. L’olio viene poi filtrato e conservato in modo da preservarne le caratteristiche organolettiche. Le bottiglie sono realizzate in vetro scuro per proteggerlo dai raggi solari, e i formati variano da 100 ml a 500 ml, con l’opzione anche di Bag in Box per una conservazione ottimale. Guidata da Andrea, ho degustato un olio di alta qualità, scoprendo le sue note aromatiche, il suo gusto complesso ma raffinato e la sua texture morbida. Una vera e propria rivelazione, con il suo profilo gustativo delicato e distintivo che rifletteva il territorio e il clima unici della Sicilia orientale.. Al Vinitaly con assaggi gourmet Le degustazioni di vino offrono non solo l’opportunità di scoprire eccellenti etichette vinicole, ma anche di immergersi nelle delizie culinarie delle diverse regioni italiane. Ospiti dei produttori o dei consorzi, ci si ritrova spesso a gustare vere e proprie mini merende “autoctone”, benvenuti culinari che accompagnano perfettamente le degustazioni di vino.
Questi momenti diventano una pausa rigenerante e riflessiva tra un sorso e l’altro, fornendo il sostegno necessario per affrontare le sfide delle degustazioni successive. e così ci immergiamo nella ricchezza e diversità dei prodotti enogastronomici italiani. Dai formaggi ai salumi, dai casatielli alle piadine, dai taralli alle burratine, dai cantucci agli amaretti, ogni morso è un viaggio sensoriale che ci permette di connetterci con le radici culturali e gastronomiche dell’Italia e con la sua ospitalità. Tra tutte le prelibatezze, desidero raccontarvi di un assaggio particolarmente gourmet che ho avuto l’onore di gustare: i prosciutti di Levì. Durante la mia visita al Padiglione del Friuli, ho avuto modo di assaporare la raffinatezza dei filettini di prosciutto crudo Levi, tagliati rigorosamente a coltello. Questa innovativa proposta, brevettata come “Patent Pending”, rappresenta un nuovo modo di apprezzare il prosciutto crudo stagionato.
Questi filettini sono ideali per essere utilizzati in molteplici modi: su tartine e focacce, per condire la pasta o il risotto, o per arricchire piatti iconici come i tortellini al prosciutto di Levi. La loro versatilità li rende adatti dall’aperitivo fino alla cena completa, e addirittura, caramellati, possono accompagnare persino un gelato! Già conditi con olio extra vergine di oliva e disponibili in una varietà di gusti, come peperoncino, 5 pepi, erba cipollina, cipolla di Cavasso, tartufo e molti altri ancora, sono un’autentica delizia gastronomica che riflette l’eccellenza e l’innovazione dell’enogastronomia italiana. Secondo me creano dipendenza!!!
Prima di lasciare il Friuli, non posso fare a meno di condividere con voi tre assaggi speciali che hanno reso la mia esperienza in questa splendida regione davvero indimenticabile. Butussi: Il Millesimato 2010 Durante la mia visita alla cantina Butussi, ho avuto l’onore di festeggiare l’incontro con Tobia e Filippo brindando con un Millesimato 2010 Pas Dosé sboccatura marzo 2024. 90% ribolla gialla e una piccolissima parte di pinot nero e pinot bianco. Questo vino, che è rimasto sui lieviti quasi 180 mesi, elegante e complesso, ha saputo sorprendere per la sua freschezza e per le note mature che lo caratterizzano. Mentre sorseggiavo il calice, parlavo con loro della realtà aziendale, immergendomi nelle storie e nelle passioni che animano il loro lavoro. Non vedo l’ora di visitare la loro azienda per esplorare ulteriormente le radici di questa eccellenza vinicola. Lis Neris e Alvaro Pecorari: La Gentilezza del Cuore L’incontro con Alvaro Pecorari di Lis Neris è stato un momento toccante, arricchito dalla gentilezza del suo cuore. Questa realtà, che considero un importante punto di riferimento italiano, porta avanti una storia familiare fin dal 1879 affondando le proprie radici nella terra friulana della Valle dell’Isonzo, Dal bisnonno al padre e ora ad Alvaro, la famiglia ha lavorato instancabilmente per trasformare il terreno in una rinomata azienda vitivinicola. Nonostante le sfide iniziali nel mercato locale, hanno sempre puntato sulla qualità e ciò ha portato al successo attuale. Lis Neris oggi vanta oltre 70 ettari di vigneti, producendo vini che uniscono potenza ed eleganza grazie alle uniche condizioni del territorio. La filosofia aziendale si basa sull’integrità biologica del suolo e sul rispetto per la tradizione. È stato un privilegio condividere con Alvaro degli assaggi speciali, nonostante il suo fitto programma. Tra i vini degustati, spicca il Dom Jurosa Extra brut Blanc de blancs, uno Chardonnay millesimato 2018 (tiraggio giugno 2019 e sboccatura a febbraio 2024), che grazie alla fermentazione in legno e al successivo affinamento e lunga sosta sui lieviti, riesce ad incarnare complessità ed eleganza. La qualità dei suoi vini è il frutto della passione e dell’attenzione che Alvaro riversa nel suo lavoro. Le sue parole e la sua ospitalità mi hanno ricordato che quando si lavora con il cuore, l’eccellenza diventa inevitabile. Specogna: Il Picolit Ogni anno, è ormai una tradizione per me passare dallo stand di Specogna. Winetales ne aveva già ampiamente parlato in un articolo a questo link.i
Quest’anno, oltre a riassaggiare le nuove annate e le riserve, ho avuto il piacere di concludere con una vera chicca: il Picolit. Il suo nome potrebbe derivare dalla scarsa produzione di acini e grappoli, oppure dalle ridotte dimensioni dell’uva stessa. La produzione di questo vino rimane estremamente limitata, non superando i 900 ettolitri in tutto il Friuli. Questa scarsità è dovuta al fatto che la vite di Picolit produce pochi e rari acini, con circa 10-15 acini per grappolo, a causa delle infiorescenze altamente soggette all’aborto floreale. Questa esclusività ha reso il Picolit sempre un vino molto prezioso, associato alle grandi occasioni e apprezzato da principi e Papi nel corso dei secoli. Il vigneto del Picolit di Specogna, risalente al 1958 e al 1963, si trova nei Colli Orientali del Friuli, a un’altitudine di circa 150 metri sul livello del mare, su terreni di marna ed arenaria. La produzione è estremamente limitata, con circa 1 kg di uva per pianta. La vinificazione avviene con vendemmia manuale seguita da diraspa-pigiatura e pressatura soffice immediata. La fermentazione e l’affinamento avvengono in barrique di rovere da 228 litri per circa 24 mesi, seguiti da un ulteriore affinamento in bottiglia di almeno un anno prima della commercializzazione. Il colore del vino è un giallo dorato, mentre al naso si aprono note di albicocca, agrumi, tabacco e pasta di mandorle, con intensità ed eleganza che anticipano il gusto. In bocca, il Picolit si distende con freschezza e intensa aromaticità, accompagnate da una dolcezza presente ma equilibrata, senza risultare mai stucchevole. Il finale perfetto di un’esperienza sensoriale straordinaria! Rosati di Puglia con il Miglior Sommelier Puglia 2022 Dal Friuli vi conduco in una terra bellissima: la Puglia. Questa regione poggia su un grande basamento marino calcareo che, nell’antichità, era un fondale marino ancestrale. Abbiamo intrapreso un viaggio che si è svelato attraverso tanti vitigni autoctoni diversi, regalandoci espressioni molto variegate che riflettono le peculiarità del vitigno, del territorio e anche l’espressione stessa del produttore.
A guidarci in questo viaggio sensoriale è stata l’affiatata squadra dell’Enoteca Regionale Puglia, capitanata dal Presidente Giacomo D’Ambruoso. Il servizio di comunicazione dei vini di Puglia è stato portato avanti da una squadra di ben 20 sommelier provenienti da tutte le delegazioni, dal Gargano al Salento, coadiuvati dai Sommelier Astemi, ragazzi con bisogni educativi speciali. Un onore poter godere della partecipazione di un relatore d’eccezione come Giuseppe Baldassarre, docente, studioso e autore di libri sui tanti percorsi del vino pugliese, e Giuseppe Caragnano, Miglior Sommelier di Puglia 2022, che avevo conosciuto qualche anno fa a una gara nazionale per sommelier in cui avevamo concorso insieme. Iniziamo con due rosati a base di Bombino Nero, un’uva perfetta per essere vinificata in rosato. Anche a piena maturazione, in ogni grappolo è possibile trovare dei chicchi più acerbi che preservano l’acidità del vino. Questi vini provengono dallo stesso territorio di Castel del Monte, Andria ma parlano lingue diverse: sono Pungirosa 2023 delle Cantine Rivera e Mezzana 2023 di Conte Spagnoletti Zeuli. il primo si distingue per la sua vivacità e freschezza, con note floreali e fruttate che danzano in armonia sul palato. Mezzana, d’altra parte, presenta una struttura più complessa e una maggiore profondità aromatica, con sentori di frutti rossi e un’acidità ben bilanciata che conferisce al vino una piacevole persistenza, rendendolo un vino più gastronomico e strutturato.
Proseguiamo con un Nero di Troia e ci spostiamo al nord della regione, nella provincia di Foggia a Stornara, con il Marilina Rosé 2023 delle Cantine Spelonga. Questo vino si caratterizza per la sua vigoria e forza tannica che, nella versione rosata, si svela in modo interessante, con un piglio energico e un naso floreale elegante. Ecco poi due rosati a confronto a base di Susumaniello, un’antica uva tintorea che mi incuriosisce molto. Occorre una certa maestria nella lavorazione per ottenere da un’uva così dominante dei vini dai colori quasi eterei e impalpabili che ne preannunciano l’eleganza e la serbevolezza. Del rosato di Varvaglione ho apprezzato la sua estrema bevibilità e piacevolezza. Anche Vivìa regala una bella espressione di Susumaniello della zona di Lecce, vira su tonalità calde, con un profilo olfattivo un po’ più vegetale e speziato di pepe bianco. Un sorso più denso e avvolgente, sostenuto da una bella acidità e un finale ammandorlato che diverte. Arriviamo a Gioia del Colle, sulla Murgia carsica ricca di fossili, con Gioia Rosa di Terre Carsiche, un Primitivo dal sorso fresco e un bouquet floreale in cui predomina la rosa, seguito da piccoli frutti rossi, sensazioni iodate e vegetali di erba tagliata. Gocce di Giada di Vinicola Savese Pichierri , l’altro rosato a base di Primitivo, proviene invece da una zona più bassa e varia a livello pedologico. tanti suoli diversi caratterizzano infatti la Manduria, offrendoci un vino di maggiore spessore con un colore ramato che anticipa un frutto maturo e caldo. Proseguiamo con un Negroamaro in purezza del Salento di Mottura e con un blend di Negroamaro con una piccola percentuale di Malvasia, Taranta Vetrerè della zona di Taranto. In questi vini percepisco anche un potenziale evolutivo interessante. Concludiamo la degustazione con un Negroamaro in purezza della DOC Nardò, molto carico e persistente, che si sposa benissimo con il panettone di Molino Bongermino, del territorio di Taranto, preparato con un po’ di vino Primitivo.
La Puglia, con i suoi vitigni autoctoni e i suoi produttori appassionati, continua a stupire e deliziare, offrendo vini che sono espressione autentica del territorio e della cultura vinicola locale. Per oggi è tutto, un brindisi! Grazie per avermi seguito in questo viaggio attraverso le esperienze sensoriali e le scoperte enologiche di Vinitaly. Ci sono ancora tante storie e assaggi che meritano di essere raccontati, e non vedo l’ora di condividerli con voi nei prossimi articoli. Ma è arrivato il momento di lasciarci alzando insieme i calici e brindando virtualmente a questi meravigliosi momenti di convivialità e passione per il vino. Salute! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo
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Vinitaly non è solo un’occasione per degustare vini straordinari; è anche un momento di connessione umana e condivisione di esperienze. Gli incontri con produttori appassionati e esperti del settore hanno arricchito il mio percorso personale offrendomi nuove prospettive e approfondimenti. Non solo vino ma anche altri prodotti come l’olio. L’Importanza dell’Olio anche a Vinitaly: Simbolismo e Civiltà L’olio ha sempre giocato un ruolo fondamentale nella storia e nella cultura dell’uomo. Come il vino porta con sé la storia e la tradizione di generazioni di contadini e produttori che hanno coltivato e preservato gli ulivi attraverso i secoli. Ogni goccia di olio racconta una storia di duro lavoro, passione e rispetto per la terra, incarnando i valori di autenticità e artigianalità che sono al cuore dell’esperienza vinicola.
Incorporare la promozione dell’olio nell’ambito di Vinitaly non solo amplia l’orizzonte dell’evento, ma riafferma anche il legame profondo tra il vino e l’olio nell’identità culturale del Mediterraneo. E quindi vi parlerò del mio incontro con Andrea Scio, il proprietario di Tondo.Oil, un’azienda agricola familiare che si trova nei Monti Iblei, nel sud-est della Sicilia. È una piccola realtà che si distingue per la sua dedizione alla genuinità ed eccellenza dei propri prodotti. L’azienda coltiva con rispetto ed amore olivi centenari, di proprietà dal 1700. Ne preserva l’integrità e il benessere, e produce un olio di alta qualità e salubrità. Durante la nostra conversazione, Andrea mi ha raccontato della sua passione per la terra e per le tradizioni locali, e mi ha guidato attraverso il processo di produzione del suo olio. Gli uliveti si trovano nella Contrada Sant’Andrea, vicino a un antico Monastero templare del XIII secolo, e crescono su terreni calcareo-argillosi, su base vulcanica. Le piante di ulivo sono in gran parte centenarie, con un’età stimata che arriva fino a 300 anni. Tondo.Oil pratica un’agricoltura organico-rigenerativa, concimando gli ulivi con letame animale e favorendo la crescita di erbe, fiori ed essenze spontanee per preservare l’ambiente e la biodiversità. La cultivar che alleva è la Tonda Iblea, autoctona dei Monti Iblei, che qui trova l’ambiente ideale e la massima espressione. La raccolta delle olive, rigorosamente manuale, avviene nei mesi di settembre-ottobre, seguendo l’andamento naturale della maturazione. Le olive vengono portate al frantoio per essere immediatamente molite a freddo. L’olio viene poi filtrato e conservato in modo da preservarne le caratteristiche organolettiche. Le bottiglie sono realizzate in vetro scuro per proteggerlo dai raggi solari, e i formati variano da 100 ml a 500 ml, con l’opzione anche di Bag in Box per una conservazione ottimale. Guidata da Andrea, ho degustato un olio di alta qualità, scoprendo le sue note aromatiche, il suo gusto complesso ma raffinato e la sua texture morbida. Una vera e propria rivelazione, con il suo profilo gustativo delicato e distintivo che rifletteva il territorio e il clima unici della Sicilia orientale.. Al Vinitaly con assaggi gourmet Le degustazioni di vino offrono non solo l’opportunità di scoprire eccellenti etichette vinicole, ma anche di immergersi nelle delizie culinarie delle diverse regioni italiane. Ospiti dei produttori o dei consorzi, ci si ritrova spesso a gustare vere e proprie mini merende “autoctone”, benvenuti culinari che accompagnano perfettamente le degustazioni di vino.
Questi momenti diventano una pausa rigenerante e riflessiva tra un sorso e l’altro, fornendo il sostegno necessario per affrontare le sfide delle degustazioni successive. e così ci immergiamo nella ricchezza e diversità dei prodotti enogastronomici italiani. Dai formaggi ai salumi, dai casatielli alle piadine, dai taralli alle burratine, dai cantucci agli amaretti, ogni morso è un viaggio sensoriale che ci permette di connetterci con le radici culturali e gastronomiche dell’Italia e con la sua ospitalità. Tra tutte le prelibatezze, desidero raccontarvi di un assaggio particolarmente gourmet che ho avuto l’onore di gustare: i prosciutti di Levì. Durante la mia visita al Padiglione del Friuli, ho avuto modo di assaporare la raffinatezza dei filettini di prosciutto crudo Levi, tagliati rigorosamente a coltello. Questa innovativa proposta, brevettata come “Patent Pending”, rappresenta un nuovo modo di apprezzare il prosciutto crudo stagionato.
Questi filettini sono ideali per essere utilizzati in molteplici modi: su tartine e focacce, per condire la pasta o il risotto, o per arricchire piatti iconici come i tortellini al prosciutto di Levi. La loro versatilità li rende adatti dall’aperitivo fino alla cena completa, e addirittura, caramellati, possono accompagnare persino un gelato! Già conditi con olio extra vergine di oliva e disponibili in una varietà di gusti, come peperoncino, 5 pepi, erba cipollina, cipolla di Cavasso, tartufo e molti altri ancora, sono un’autentica delizia gastronomica che riflette l’eccellenza e l’innovazione dell’enogastronomia italiana. Secondo me creano dipendenza!!!
Prima di lasciare il Friuli, non posso fare a meno di condividere con voi tre assaggi speciali che hanno reso la mia esperienza in questa splendida regione davvero indimenticabile. Butussi: Il Millesimato 2010 Durante la mia visita alla cantina Butussi, ho avuto l’onore di festeggiare l’incontro con Tobia e Filippo brindando con un Millesimato 2010 Pas Dosé sboccatura marzo 2024. 90% ribolla gialla e una piccolissima parte di pinot nero e pinot bianco. Questo vino, che è rimasto sui lieviti quasi 180 mesi, elegante e complesso, ha saputo sorprendere per la sua freschezza e per le note mature che lo caratterizzano. Mentre sorseggiavo il calice, parlavo con loro della realtà aziendale, immergendomi nelle storie e nelle passioni che animano il loro lavoro. Non vedo l’ora di visitare la loro azienda per esplorare ulteriormente le radici di questa eccellenza vinicola. Lis Neris e Alvaro Pecorari: La Gentilezza del Cuore L’incontro con Alvaro Pecorari di Lis Neris è stato un momento toccante, arricchito dalla gentilezza del suo cuore. Questa realtà, che considero un importante punto di riferimento italiano, porta avanti una storia familiare fin dal 1879 affondando le proprie radici nella terra friulana della Valle dell’Isonzo, Dal bisnonno al padre e ora ad Alvaro, la famiglia ha lavorato instancabilmente per trasformare il terreno in una rinomata azienda vitivinicola. Nonostante le sfide iniziali nel mercato locale, hanno sempre puntato sulla qualità e ciò ha portato al successo attuale. Lis Neris oggi vanta oltre 70 ettari di vigneti, producendo vini che uniscono potenza ed eleganza grazie alle uniche condizioni del territorio. La filosofia aziendale si basa sull’integrità biologica del suolo e sul rispetto per la tradizione. È stato un privilegio condividere con Alvaro degli assaggi speciali, nonostante il suo fitto programma. Tra i vini degustati, spicca il Dom Jurosa Extra brut Blanc de blancs, uno Chardonnay millesimato 2018 (tiraggio giugno 2019 e sboccatura a febbraio 2024), che grazie alla fermentazione in legno e al successivo affinamento e lunga sosta sui lieviti, riesce ad incarnare complessità ed eleganza. La qualità dei suoi vini è il frutto della passione e dell’attenzione che Alvaro riversa nel suo lavoro. Le sue parole e la sua ospitalità mi hanno ricordato che quando si lavora con il cuore, l’eccellenza diventa inevitabile. Specogna: Il Picolit Ogni anno, è ormai una tradizione per me passare dallo stand di Specogna. Winetales ne aveva già ampiamente parlato in un articolo a questo link.i
Quest’anno, oltre a riassaggiare le nuove annate e le riserve, ho avuto il piacere di concludere con una vera chicca: il Picolit. Il suo nome potrebbe derivare dalla scarsa produzione di acini e grappoli, oppure dalle ridotte dimensioni dell’uva stessa. La produzione di questo vino rimane estremamente limitata, non superando i 900 ettolitri in tutto il Friuli. Questa scarsità è dovuta al fatto che la vite di Picolit produce pochi e rari acini, con circa 10-15 acini per grappolo, a causa delle infiorescenze altamente soggette all’aborto floreale. Questa esclusività ha reso il Picolit sempre un vino molto prezioso, associato alle grandi occasioni e apprezzato da principi e Papi nel corso dei secoli. Il vigneto del Picolit di Specogna, risalente al 1958 e al 1963, si trova nei Colli Orientali del Friuli, a un’altitudine di circa 150 metri sul livello del mare, su terreni di marna ed arenaria. La produzione è estremamente limitata, con circa 1 kg di uva per pianta. La vinificazione avviene con vendemmia manuale seguita da diraspa-pigiatura e pressatura soffice immediata. La fermentazione e l’affinamento avvengono in barrique di rovere da 228 litri per circa 24 mesi, seguiti da un ulteriore affinamento in bottiglia di almeno un anno prima della commercializzazione. Il colore del vino è un giallo dorato, mentre al naso si aprono note di albicocca, agrumi, tabacco e pasta di mandorle, con intensità ed eleganza che anticipano il gusto. In bocca, il Picolit si distende con freschezza e intensa aromaticità, accompagnate da una dolcezza presente ma equilibrata, senza risultare mai stucchevole. Il finale perfetto di un’esperienza sensoriale straordinaria! Rosati di Puglia con il Miglior Sommelier Puglia 2022 Dal Friuli vi conduco in una terra bellissima: la Puglia. Questa regione poggia su un grande basamento marino calcareo che, nell’antichità, era un fondale marino ancestrale. Abbiamo intrapreso un viaggio che si è svelato attraverso tanti vitigni autoctoni diversi, regalandoci espressioni molto variegate che riflettono le peculiarità del vitigno, del territorio e anche l’espressione stessa del produttore.
A guidarci in questo viaggio sensoriale è stata l’affiatata squadra dell’Enoteca Regionale Puglia, capitanata dal Presidente Giacomo D’Ambruoso. Il servizio di comunicazione dei vini di Puglia è stato portato avanti da una squadra di ben 20 sommelier provenienti da tutte le delegazioni, dal Gargano al Salento, coadiuvati dai Sommelier Astemi, ragazzi con bisogni educativi speciali. Un onore poter godere della partecipazione di un relatore d’eccezione come Giuseppe Baldassarre, docente, studioso e autore di libri sui tanti percorsi del vino pugliese, e Giuseppe Caragnano, Miglior Sommelier di Puglia 2022, che avevo conosciuto qualche anno fa a una gara nazionale per sommelier in cui avevamo concorso insieme. Iniziamo con due rosati a base di Bombino Nero, un’uva perfetta per essere vinificata in rosato. Anche a piena maturazione, in ogni grappolo è possibile trovare dei chicchi più acerbi che preservano l’acidità del vino. Questi vini provengono dallo stesso territorio di Castel del Monte, Andria ma parlano lingue diverse: sono Pungirosa 2023 delle Cantine Rivera e Mezzana 2023 di Conte Spagnoletti Zeuli. il primo si distingue per la sua vivacità e freschezza, con note floreali e fruttate che danzano in armonia sul palato. Mezzana, d’altra parte, presenta una struttura più complessa e una maggiore profondità aromatica, con sentori di frutti rossi e un’acidità ben bilanciata che conferisce al vino una piacevole persistenza, rendendolo un vino più gastronomico e strutturato.
Proseguiamo con un Nero di Troia e ci spostiamo al nord della regione, nella provincia di Foggia a Stornara, con il Marilina Rosé 2023 delle Cantine Spelonga. Questo vino si caratterizza per la sua vigoria e forza tannica che, nella versione rosata, si svela in modo interessante, con un piglio energico e un naso floreale elegante. Ecco poi due rosati a confronto a base di Susumaniello, un’antica uva tintorea che mi incuriosisce molto. Occorre una certa maestria nella lavorazione per ottenere da un’uva così dominante dei vini dai colori quasi eterei e impalpabili che ne preannunciano l’eleganza e la serbevolezza. Del rosato di Varvaglione ho apprezzato la sua estrema bevibilità e piacevolezza. Anche Vivìa regala una bella espressione di Susumaniello della zona di Lecce, vira su tonalità calde, con un profilo olfattivo un po’ più vegetale e speziato di pepe bianco. Un sorso più denso e avvolgente, sostenuto da una bella acidità e un finale ammandorlato che diverte. Arriviamo a Gioia del Colle, sulla Murgia carsica ricca di fossili, con Gioia Rosa di Terre Carsiche, un Primitivo dal sorso fresco e un bouquet floreale in cui predomina la rosa, seguito da piccoli frutti rossi, sensazioni iodate e vegetali di erba tagliata. Gocce di Giada di Vinicola Savese Pichierri , l’altro rosato a base di Primitivo, proviene invece da una zona più bassa e varia a livello pedologico. tanti suoli diversi caratterizzano infatti la Manduria, offrendoci un vino di maggiore spessore con un colore ramato che anticipa un frutto maturo e caldo. Proseguiamo con un Negroamaro in purezza del Salento di Mottura e con un blend di Negroamaro con una piccola percentuale di Malvasia, Taranta Vetrerè della zona di Taranto. In questi vini percepisco anche un potenziale evolutivo interessante. Concludiamo la degustazione con un Negroamaro in purezza della DOC Nardò, molto carico e persistente, che si sposa benissimo con il panettone di Molino Bongermino, del territorio di Taranto, preparato con un po’ di vino Primitivo.
La Puglia, con i suoi vitigni autoctoni e i suoi produttori appassionati, continua a stupire e deliziare, offrendo vini che sono espressione autentica del territorio e della cultura vinicola locale. Per oggi è tutto, un brindisi! Grazie per avermi seguito in questo viaggio attraverso le esperienze sensoriali e le scoperte enologiche di Vinitaly. Ci sono ancora tante storie e assaggi che meritano di essere raccontati, e non vedo l’ora di condividerli con voi nei prossimi articoli. Ma è arrivato il momento di lasciarci alzando insieme i calici e brindando virtualmente a questi meravigliosi momenti di convivialità e passione per il vino. Salute! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
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24 Maggio, 2024
Castello di Razzano. Il fascino nel Monferrato
La Gioconda di Leonardo è custodita al Louvre di Parigi. È in una grandissima sala, protetta dietro una spessa teca di vetro. Per vederla occorre fare la fila. Piccolo è il quadro, grande la ressa.
Un quadro meraviglioso, un capolavoro senza tempo. Il sorriso di Monna Lisa è enigmatico (avete mai provato a dividere in due il quadro e ad osservare solo il lato destro o sinistro?). Lo sguardo ti segue da qualunque angolazione guardi il dipinto. I colori non sono vivi ma attraggono. Un quadro nel quale Leonardo ha posto attenzione maniacale. Insomma, una opera che merita senz’altro di essere vista e studiata. Eppure, una visita al Louvre non può e non deve essere rivolta solo a questa opera. Ve ne sono di stupende, a partire da quello posto nella medesima sala: Le nozze di Cana di Paolo Caliari detto il Veronese.
Quando si parla di Piemonte del vino, si parla di Langhe, meraviglioso e unico territorio con sua Maestà il Barolo a dominare la scena. Un territorio così esclusivo che rischia di mettere in ombra le altre perle della regione. Come ad esempio il Monferrato, un incredibile territorio incastonato nelle province di Asti ed Alessandria, dal nord del Pò fino quasi a ridosso dell’Appennino ligure.
Dolci colline, vigneti, borghi, castelli che, al pari delle Langhe, sono Patrimonio dell’Unesco.
Alfiano Natta è un piccolo (poco meno di 700 abitanti) paese dell’Monferrato Casalese. Ancorché faccia parte della provincia di Alessandria è più vicino ad Asti. Siamo nell’Alto Monferrato dove Grignolino, Barbera, Dolcetto, Arneis, Ruchè, Freisa, Bonarda, Cortese sono solo alcuni dei vini che si producono. Un aereale molto vasto che gode di 4 DOCG (Barbera d’Asti, Ruchè di Castagnole Monferrato, Nizza, Terre d’Alfieri) e 9 DOC. La Barbera è trainante per tutti gli altri vini di queste zone. Un vitigno e un vino che caratterizza il Piemonte ancor prima del Nebbiolo. Il vino della gente, fresco e versatile.
Qui si respira il vero Piemonte che fonde l’aristocrazia con il lavoro dei contadini, l’austerità Sabauda dei militari con la voglia delle persone del luogo, mai esuberante, di godersi la vita. Il vino al centro di una cultura fondata sul connubio cibo-vino.
È il vero Piemonte, non artefatto dalla necessità di mutarsi per piacere a qualcuno. Un pò chiuso tra le colline e fuori, ancora per poco, dalle rotte dei turisti e degli eno turisti.
Ernesto Olearo, agli inizi del secolo scorso, investe nelle terre e nella cantina per produrre vino. Piccole dimensioni, quasi ad uso familiare. Poco vino prodotto nella Tenuta Cà di Corte ovvero Casa Vinicola Olearo. Con Ernesto e la moglie Clementina Razzano, inizia l’avventura enoica di una famiglia.
La nostra è una azienda familiare alla quarta generazione di produttori di vino. Adesso siamo due fratelli. Io mi occupo più della parte amministrativa e ospitalità. Federico della vinificazione e della produzione in quanto enologo.
Incontro Riccardo Olearo che con suo fratello Federico, dal 2006 costituiscono la quarta generazione degli Olearo.
Dopo Ernesto arriva Eugenio a fare crescere l’azienda.
Mio nonno era un grande commerciante che comprava partite di uva e vino da tutta italia vendendoli sfusi o in damigiane.
Nonno Genio. Un diminutivo certo ma anche un appellativo. Negli anni del boom economico non sta fermo. È lungimirante. Vede lontano. Sa che quello è un momento di grande espansione. Occorre solo capire dove andare senza aver paura dei soldi. Tanto ci sono le banche.
Un giorno andò in banca. Non aveva grandi disponibilità economiche. Va dal direttore e gli chiede: di quanto è il conto oggi? Siamo (sparo una cifra a caso) ad un miliardo e mezzo in passivo. Lui rispose: Allora abbiamo troppi soldi. Dobbiamo spenderli. Era un carro armato. Doveva vedere cisterne piene in cantina.
Grandi persone queste. Grandi imprenditori dotati di quel fiuto che una volta trovavi in persone con il sacro fuoco che ardeva dentro. Volevano emergere. Certo, il business andava bene ma gli investimenti, quelli giusti, erano altra cosa. Riuscire a vedere l’evoluzione che verrà, è per pochi. Eletti, dotati, scaltri, intraprendenti. Ce ne fossero ancora oggi.
Poche volte capita che ad un grande padre succeda un grande figlio. Forse gli Olearo sono fortunati o bravi nel trasmettere il dna giusto. Fatto sta che ad Eugenio succede Augusto che da enologo modifica completamente (e ci vuole coraggio con un padre come Eugenio!) la filosofia aziendale iniziando a produrre, in proprio, il vino. Acquisisce nuove terre piantando nuovi vigneti fino a raggiungere gli attuali 30 ettari. Da commercianti a produttori. Un passo non proprio breve e facile ma utile per costituire l’azienda attuale Castello di Razzano.
Nel 2006 entriamo in azienda io e mio fratello portando avanti la filosofia di papà attualizzandola. Oltre alla parte di cantina infatti abbiamo aggiunto la parte di ospitalità. La cantina è suddivisa in tre diverse Tenute. Quella principale, il Castello di Razzano, è stata adibita a ospitalità con 13 camere e ristorazione. Oltre alla cantina dove facciamo l’invecchiamento dei vini. La nostra rimane una piccola attività familiare e non puntiamo ad ingrandirci tanto. Si cerca di curare sempre più il prodotto e la sua qualità. Non vogliamo ampliare vigneti e produzione. Il nostro mercato è, per scelta, a clienti privati. Cerchiamo di andare a dare il nostro vino direttamente a cliente finale. Produciamo vino e olio extra vergine. Questo è nato un pò per follia e passione. Alla fine degli anni 90 papà ha piantato gli olivi e oggi abbiamo circa 1200 piante in produzione, 300 che entreranno in produzione nei prossimi anni. Abbiamo installato un frantoio in azienda. Facciamo tutto internamente noi.
Mi sa che pure con Riccardo e Federico gli Olearo sono riusciti a trasmettere il dna giusto….
Al Castello di Razzano si respira un’aria aristocratica. Un Castello, una tenuta di charme del 1600 acquistata dal Genio nel 1969 dalla famiglia Caligaris.
La tenuta è una casa forte con una torre. Mio nonno aveva acquistato la tenuta dall’avvocato Valentino Caligaris, avvocato della Repubblica Italiana. Una famiglia molto importante. Era la tenuta di campagna della famiglia e veniva usata da loro in estate. Fino alla Seconda Guerra Mondiale quando la famiglia si rifugiò qui per evitare le rappresaglie del Duce che aveva chiesto a Valentino Caligaris di occuparsi della Repubblica di Salò.
Altre due tenute costituiscono l’azienda. Cà di Corte, quella di nonno Ernesto, dove si vinifica; Campasso per stoccaggio e affinamento delle bollicine metodo classico. Tutte nel comune di Alfiano Natta con i vigneti intorno.
Riccardo e Federico contribuiscono ad un ulteriore, saggio, passo per l’azienda: arrivare a vendere quasi il 70% delle 100.000 bottiglie prodotte, direttamente in cantina.
Papà lavorava con distributori e vendita al dettaglio. Noi abbiamo stravolto il concetto portando il consumatore in azienda. Degustazioni e visite in cantina così che di ogni bottiglia possa esserne narrata la storia.
Qui in effetti si respira la storia del nostro paese e di una famiglia. Non è un racconto però. Non c’è un disco che parla o una persona che recita la sua poesia, fa il suo compitino. Qui c’è una famiglia che si racconta. Ci mette non solo la faccia ma anche la propria anima.
La nostra è una famiglia e il rapporto con il cliente è quasi a livello familiare. C’è un rapporto umano. Una scelta ponderata.
L’ospitalità qui è sacra. Il vino, il cibo, i luoghi. Dietro ogni cosa, dietro una etichetta, ci sono delle persone. Una identità, una storia. Quello che c’è qui, c’è per passione e amore.
Ci siamo nati. Ci viviamo. Vogliamo continuare a stare qui. I miei genitori non ci hanno mai ne chiesto ne imposto di rimanere in azienda. È stato naturale. Hanno visto in noi una passione che c’era già da bambini. A quattro anni andavo insieme ai cantinieri ad imbottigliare. Per me questo mondo è quello che voglio fare. Non immagino di poter fare altro.
Non c’è solo un enologo qui. Ce ne sono due: papà Augusto e Federico. Non so dire se sia una fortuna o una sfortuna (per le eventuali liti!) ma a giudicare dai vini, è una fortuna. Il confronto serve!
Tante etichette per andare incontro alle varie esigenze del mercato. Non può mancare la Barbera nelle versioni Barbera d’Asti e Barbera d’Asti Superiore.
La Barbera è quella che vogliono i nostri clienti. Un gusto che incontra quelli di tanti. È in cinque tipologie proprio per andare ad accontentare gusti diversi. Acciaio, botte di rovere da venti ettolitri, affinamento in barrique di diversa tostatura e passaggio con altre tre versioni.
Nella prima versione, La Leona, è la Barbera che più Barbera non si può. Classicamente fresca, fruttata, di pronta beva. Ovviamente vinificata in acciaio.
Quattro le versioni Superiore.
Campasso (riposa 3 anni in botti di rovere da 20 ettolitri). Mantiene la freschezza della Barbera con un pizzico di complessità e rotondità in più. I sentori infatti parlano di una Barbera pronta e immediata: una frutta non ancora matura, una intensa parte floreale che si esalta per il meraviglioso bouquet di fiori rossi freschi. Il passaggio in botte ha riesco evidenti ma non eccessive le spezie e le tostature: tabacco e cacao si sentono senza stressare. Così come la vaniglia, il pepe e la cannella. Infine la nota di goudron. Ne deriva un naso interessante senza esser particolarmente complesso.
Il sorso è caldo per via dei 15 gradi. La meraviglia sono i tannini non aggressivi ancorché vivi e presenti e tali da rendere il vino determinato e fresco. Un perfetto bilanciamento per una chiusura di bocca anch’essa perfetta. È davvero meraviglioso come chiude la bocca e come la persistenza, non particolarmente lunga renda questo vino decisamente bevibile. Il retrogusto piacevolmente fruttato, ma di frutta fresca nella quale la vaniglia viene fuori insieme al sapore che mi ricorda l’odore di goudron, fanno di questo vino una vera, piacevole, scoperta (ho assaggiato la versione 2020). Beneficio. L’uso di barrique a diversa tostatura e passaggio consentono l’ingresso, non aggressivo e non invasivo, di spezie e note fruttate più mature. 15 mesi vanno bene. Eugenea ha sempre 15 mesi di barrique ma, in questo caso, tostature, spezie e rotondità, sono più evidenti. Valentino Caligaris infine è il vino con il maggior corpo e la maggior presenza di spezie. Le barrique nuove qui fanno il loro egregio lavoro per una alta espressione della Barbera. La frutta al naso è matura. Nera e matura. Ciliegia e mora spiccano insieme ad una nota erbacea che impreziosisce il naso. Sembra di essere in un rovo di more! Parecchie le note speziate e di tostature. Spezie di cardamomo, vaniglia, noce moscata, pepe, liquirizia. Le tostature del tabacco, del cacao, del pellame. Roteando il bicchiere è come se quel cespuglio fosse stato reciso per sigillarlo nella ceralacca di un sacchetto di gomma. Siamo ad una bella complessità con il plus dell’etereo.
Il sorso non si può che definirlo meraviglioso, ricco, pieno. Una Barbera perfettamente bilanciata che pur mantenendo la freschezza ammalia per morbidezza e avvolgenza così che la bocca rimane in un vero stato di grazia. C’è una sorta di marmellata di visciole che riempie e aggrazia pur essendo decisa. I tannini sono eleganti tanto da danzare silenziosi in bocca. Uno dei migliori Barbera io abbia mai bevuto che vorrei bere ancora tra qualche anno per capirne l’evoluzione (ho assaggiato il 2017) Due le interpretazioni di Nebbiolo. Serra del bosco, Monferrato Nebbiolo DOC. Solo acciaio per un vino fresco ed equilibrato ancorché quasi vegetale sul finale. Nero di Razzano, il Monferrato Nebbiolo Superiore DOC. Tre anni di barrique per un vino decisamente interessante. Uno di quei vini che si ricordano. Devo dire che difficilmente si trovano vini da Nebbiolo che escono fuori dal canone tradizionale che sa di austerità. Austero come solo un Barolo, il Re del Piemonte (forse d’Italia) può essere. In questo (versione 2020), ho trovato un vino leggiadro ancorché corposo dotato di pienezza e delizia. Mi ha entusiasmato già dal colore granata e dai sentori a matrice floreale e di frutta secca (datteri e fichi). Il resto della frutta appare polposa, ricca, piena. La cannella e la vaniglia sono insoliti per un Nebbiolo. Qui invece ammorbidiscono, ammaliano, stuzzicano. Così come la cioccolata, intensa, morbida e la liquirizia. Affascinante il goudron che è il filrouge dei vini rossi del Castello.
Anche in bocca è evidente la nota di continuità con gli altri vini. Tannini levigati, eleganti morbidi. I 15 gradi nona i fanno sentire per il grado alcolico quanto per la morbidezza. Il bilanciamento si muove protendendo verso le morbidezze Molto lunga la persistenza e la chiusura di bocca, impreziosita dalla frutta che si unisce a vaniglia e cannella, chiude in una sorta di stato di grazia. Avvolgente, ammaliante quasi civettuolo tanto che potrei berlo anche con un dolce. Da ribere tra qualche anno per vedere quanto si è ammorbidito ancora (ho assaggiato il 2020). Poi il Ruchè DOCG Ruckè, bellissima interpretazione di un vino che amo. Pieno, ricco, unico. Mi ha intrigato. Mi ha stupito. Senza se e senza ma. Abbiamo del Merlot in purezza e un taglio bordolese. Di famiglia siamo molto appassionati di merlot e taglio bordolese. Li abbiamo fatti più per noi anche se poi sono molto richieste. Il taglio bordolese è il Pian dei Tigli (blend di Cabernet, Croatina e Merlot) con 5 anni di affinamento in barrique; Cuntrà, Merlot 100% con tre anni di barrique. Da sette otto anni produciamo spumante metodo classico. Era molto richiesto. Continuano a chiamarlo prosecco gli stranieri. È una battaglia persa. Due metodo classico da Pinot Nero in purezza con 12 mesi sui lieviti: Lunadoro rosè, rosato; Lunadoro blanc de noir. Poi Chardonnay e Pinot Nero con 36 mesi sui lievi per Privilegio. Infine i bianchi. Sanspirit, Sauvignon blanc affinato in acciaio. Semplice e deciso. Costa del Sole, Chardonnay. Preciso, uno Chardonnay che fa il suo mestiere. Desiderio, la versione francese del Sauvignon realizzato con affinamento in legno di acacia per 8 mesi. Sa di miele di acacia! Non poteva mancare un rosato, Bellaria, da Pinot Nero. Semplice, razionale, giusto. Colpisce il vedere così tanti vini con etichette tutte diverse. Non ce ne è una uguale! Le etichette sono diverse una dall’altra. Fa parte un pò della vecchia generazione. Mio papà ha fatto le etichette che sono dei quadri di un artista locale. Giancarlo Ferraris. Ha disegnato etichette anche per altri produttori. È un discorso che stiamo affrontando. Sotto un punto di vista commerciale sappiamo che è una strategia sbagliata. Un artista del territorio che offre la sua arte alle etichette del vino. Per una azienda che vende gran parte delle propri bottiglie ai visitatori, ci sta. Ci starebbe meno per la distribuzione. Riccardo e Federico lo sanno. Così come sanno che sarà dura far retrocedere papà Augusto. Ma non dubito che è solo questione di tempo. Nemmeno poi così tanto. In fondo, siamo alla quarta generazione e di cose ne sono cambiate in questi oltre cento anni di vita dell’azienda. Cambierà pure questa. Con il giusto tempo piemontese. La giusta calma piemontese. La giusta austerità piemontese. Nonno Genio avrebbe voluto vedere i numeri, le quantità, il dinamismo. Forse andava bene per quei tempi, non per oggi. Chissà, forse vedendo questa realtà come è diventata oggi, storcerebbe il naso per poi però meravigliarsi subito dopo per il fascino che il Castello di Razzano oggi ha acquisito. Che prima non aveva. Fascino in cambio di volume. La scelta giusta per contribuire allo sviluppo di uno straordinario territorio. La scelta che fa del Castello di Razzano un punto di riferimento per il Monferrato. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Il sorso è caldo per via dei 15 gradi. La meraviglia sono i tannini non aggressivi ancorché vivi e presenti e tali da rendere il vino determinato e fresco. Un perfetto bilanciamento per una chiusura di bocca anch’essa perfetta. È davvero meraviglioso come chiude la bocca e come la persistenza, non particolarmente lunga renda questo vino decisamente bevibile. Il retrogusto piacevolmente fruttato, ma di frutta fresca nella quale la vaniglia viene fuori insieme al sapore che mi ricorda l’odore di goudron, fanno di questo vino una vera, piacevole, scoperta (ho assaggiato la versione 2020). Beneficio. L’uso di barrique a diversa tostatura e passaggio consentono l’ingresso, non aggressivo e non invasivo, di spezie e note fruttate più mature. 15 mesi vanno bene. Eugenea ha sempre 15 mesi di barrique ma, in questo caso, tostature, spezie e rotondità, sono più evidenti. Valentino Caligaris infine è il vino con il maggior corpo e la maggior presenza di spezie. Le barrique nuove qui fanno il loro egregio lavoro per una alta espressione della Barbera. La frutta al naso è matura. Nera e matura. Ciliegia e mora spiccano insieme ad una nota erbacea che impreziosisce il naso. Sembra di essere in un rovo di more! Parecchie le note speziate e di tostature. Spezie di cardamomo, vaniglia, noce moscata, pepe, liquirizia. Le tostature del tabacco, del cacao, del pellame. Roteando il bicchiere è come se quel cespuglio fosse stato reciso per sigillarlo nella ceralacca di un sacchetto di gomma. Siamo ad una bella complessità con il plus dell’etereo.
Il sorso non si può che definirlo meraviglioso, ricco, pieno. Una Barbera perfettamente bilanciata che pur mantenendo la freschezza ammalia per morbidezza e avvolgenza così che la bocca rimane in un vero stato di grazia. C’è una sorta di marmellata di visciole che riempie e aggrazia pur essendo decisa. I tannini sono eleganti tanto da danzare silenziosi in bocca. Uno dei migliori Barbera io abbia mai bevuto che vorrei bere ancora tra qualche anno per capirne l’evoluzione (ho assaggiato il 2017) Due le interpretazioni di Nebbiolo. Serra del bosco, Monferrato Nebbiolo DOC. Solo acciaio per un vino fresco ed equilibrato ancorché quasi vegetale sul finale. Nero di Razzano, il Monferrato Nebbiolo Superiore DOC. Tre anni di barrique per un vino decisamente interessante. Uno di quei vini che si ricordano. Devo dire che difficilmente si trovano vini da Nebbiolo che escono fuori dal canone tradizionale che sa di austerità. Austero come solo un Barolo, il Re del Piemonte (forse d’Italia) può essere. In questo (versione 2020), ho trovato un vino leggiadro ancorché corposo dotato di pienezza e delizia. Mi ha entusiasmato già dal colore granata e dai sentori a matrice floreale e di frutta secca (datteri e fichi). Il resto della frutta appare polposa, ricca, piena. La cannella e la vaniglia sono insoliti per un Nebbiolo. Qui invece ammorbidiscono, ammaliano, stuzzicano. Così come la cioccolata, intensa, morbida e la liquirizia. Affascinante il goudron che è il filrouge dei vini rossi del Castello.
Anche in bocca è evidente la nota di continuità con gli altri vini. Tannini levigati, eleganti morbidi. I 15 gradi nona i fanno sentire per il grado alcolico quanto per la morbidezza. Il bilanciamento si muove protendendo verso le morbidezze Molto lunga la persistenza e la chiusura di bocca, impreziosita dalla frutta che si unisce a vaniglia e cannella, chiude in una sorta di stato di grazia. Avvolgente, ammaliante quasi civettuolo tanto che potrei berlo anche con un dolce. Da ribere tra qualche anno per vedere quanto si è ammorbidito ancora (ho assaggiato il 2020). Poi il Ruchè DOCG Ruckè, bellissima interpretazione di un vino che amo. Pieno, ricco, unico. Mi ha intrigato. Mi ha stupito. Senza se e senza ma. Abbiamo del Merlot in purezza e un taglio bordolese. Di famiglia siamo molto appassionati di merlot e taglio bordolese. Li abbiamo fatti più per noi anche se poi sono molto richieste. Il taglio bordolese è il Pian dei Tigli (blend di Cabernet, Croatina e Merlot) con 5 anni di affinamento in barrique; Cuntrà, Merlot 100% con tre anni di barrique. Da sette otto anni produciamo spumante metodo classico. Era molto richiesto. Continuano a chiamarlo prosecco gli stranieri. È una battaglia persa. Due metodo classico da Pinot Nero in purezza con 12 mesi sui lieviti: Lunadoro rosè, rosato; Lunadoro blanc de noir. Poi Chardonnay e Pinot Nero con 36 mesi sui lievi per Privilegio. Infine i bianchi. Sanspirit, Sauvignon blanc affinato in acciaio. Semplice e deciso. Costa del Sole, Chardonnay. Preciso, uno Chardonnay che fa il suo mestiere. Desiderio, la versione francese del Sauvignon realizzato con affinamento in legno di acacia per 8 mesi. Sa di miele di acacia! Non poteva mancare un rosato, Bellaria, da Pinot Nero. Semplice, razionale, giusto. Colpisce il vedere così tanti vini con etichette tutte diverse. Non ce ne è una uguale! Le etichette sono diverse una dall’altra. Fa parte un pò della vecchia generazione. Mio papà ha fatto le etichette che sono dei quadri di un artista locale. Giancarlo Ferraris. Ha disegnato etichette anche per altri produttori. È un discorso che stiamo affrontando. Sotto un punto di vista commerciale sappiamo che è una strategia sbagliata. Un artista del territorio che offre la sua arte alle etichette del vino. Per una azienda che vende gran parte delle propri bottiglie ai visitatori, ci sta. Ci starebbe meno per la distribuzione. Riccardo e Federico lo sanno. Così come sanno che sarà dura far retrocedere papà Augusto. Ma non dubito che è solo questione di tempo. Nemmeno poi così tanto. In fondo, siamo alla quarta generazione e di cose ne sono cambiate in questi oltre cento anni di vita dell’azienda. Cambierà pure questa. Con il giusto tempo piemontese. La giusta calma piemontese. La giusta austerità piemontese. Nonno Genio avrebbe voluto vedere i numeri, le quantità, il dinamismo. Forse andava bene per quei tempi, non per oggi. Chissà, forse vedendo questa realtà come è diventata oggi, storcerebbe il naso per poi però meravigliarsi subito dopo per il fascino che il Castello di Razzano oggi ha acquisito. Che prima non aveva. Fascino in cambio di volume. La scelta giusta per contribuire allo sviluppo di uno straordinario territorio. La scelta che fa del Castello di Razzano un punto di riferimento per il Monferrato. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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23 Maggio, 2024
ViniAMO 2024
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 11 Maggio, gli ampi spazi dell’Hotel Colombo hanno ospitato l’Edizione 2024 di ViniAmo, il bell’Evento organizzato da Stefano Minelli (www.minelliwineevents.it) con la collaborazione di Cristina Santini.
Oltre 70 Aziende in rappresentanza di tutto lo stivale italico, più di 250 etichette, folte delegazioni francesi e albanesi, masterclass, tricchettracc e bombe a mano.
Insomma, una giornata all’insegna della Qualità e del Territorio con davvero tanto (come sempre TROPPO) da assaggiare.
GLI ASSAGGI
Come accennato poco sopra, le etichette in degustazione superavano di gran lunga le mie modeste capacità di assaggio (p.s. mi sto facendo vecchio: credo di dover valutare l’acquisto di uno sputa vino).
M’ero fatto una sorta di road-map che come sempre ho poi deciso di non seguire dando retta all’estro del momento, sono riuscito a schivare con destrezza quasi (QUASI) tutti gli agguati di quegli amici Produttori che volevano per forza farmi provare le nuove annate e ho cercato di fare il possibile per viaggiare lungo il nostro meraviglioso Paese.
Certo mi sono reso conto di aver dedicato forse più tempo alle chiacchiere che al bicchiere, ma un vino è tale perché c’è un cristiano che si sporca le mani per farlo e la parola è fondamentale per poi emozionarsi del frutto di anni di lavoro.
Comunque, di seguito troverete come sempre il mio recit de dégustation che da questa settimana lascerà a Voi il compito (salvo casi particolari) di andare a leggere le info sulle Aziende cliccando sul link associato.
Non è per cattiveria e non è per risparmiare parole, vuole solo essere uno stimolo alla Vostra curiosità.
Dai tanti vini assaggiati (tutti di ottimo livello) ho poi estrapolato la mia ormai consueta e personalissima classifica che, come sempre, non tiene conto di blasoni, prezzi et similia ma solo di quanto un sorso abbia saputo accendere i miei sensi.
Date una letta ai miei deliri enoici e correte ad assaggiare.
LA TOP SEVEN
1. ORMEASCO DI PORNASSIO SCIAC-TRÀ 2023, TENUTA MAFFONE (LIGURIA): un rosato che rosato non è.
La bella etichetta me lo fa subito associare al vermouth Campari e il naso conferma amaricanti sensazioni targate chinotto e rabarbaro cui danno una mano freschezze vegetali di felce e sottili dolcezze di lampone.
Sorso GGiovane e pimpante, teso, fresco, sapido quanto serve.
Gli do il mio premio “LEVATEMELO”.
Da bere ascoltando “BITTER SWEET SYMPHONY” dei VERVE.
2. LANGHE DOC CHARDONNAY “VIGNA GAIA-PRINCIPE” 2021, TAVERNA (PIEMONTE): solo legno, di spocchiosa, sabauda “francesità” per uno Chardonnay (cloni vecchi propagati “in casa” per preservare la totale identità del vitigno come necessario corollario a quella del Territorio) che segue rotte non percorse da altri, mai timoroso di calcare la mano, anzi…
Il burro è quello dei biscotti belgi, l’acacia e la vaniglia sono lì in agguato.
Il legno, affatto nascosto evoca ricordi finiti in soffitta, fotografie dei nonni, poltrone polverose in cuj sprofondare.
Un’idea di torba carica l’atmosfera di mistero e l’incenso gli dona una certa sacralità.
Sorso morbido (guarda un po’…) ma davvero fresco e dotato di un’accelerazione salina che regala piccantezze pepose, sottolinea la mineralità ed evidenzia le note agrumate.
3. FRIULI COLLI ORIENTALI DOC VERDUZZO 2022, DI GASPERO (FRIULI VENEZIA GIULIA): interpretazione che mixa le anime del vitigno in un cocktail di fruttate dolcezze e tannico schiaffo.
Scostando la nota appena eterea il naso apprezza lentamente la progressiva disidratazione della frutta e il suo mescolarsi a graffi di erbe amare, salvia, timo e mandorla mentre s’affacciano alla mente polverosi ricordi di soffitta.
Il sorso è abboccato dolce quanto serve a compensare la spinta sapida e la freschezza sopra le righe.
Morbidezze sugli scudi e…via libera al secondo bicchiere!
4. VINO ROSSO FRIZZANTE “NERO COLLEZIONE”, BRUNO CARNEVALI (EMILIA ROMAGNA): la prima bottiglia di questa Azienda nata negli anni ’40 del Secolo scorso ha tutta la verve giovanile dei ragazzi che oggi si sporcano le mani per soddisfare il nostro alcolico edonismo.
Lambrusco Salamino che ha l’opulenta gentilezza della viola mammola e la passione della rosa rossa, un tocco di sottobosco e una intrigante speziatura.
Il palato è rapito dalla fine effervescenza e quasi dimentica la sottile morbidezza dando ascolto alle sole freschezze di frutta e spezie per dissetarsi a suon di altri bicchieri.
Monello.
Si merita il mio premio “A TESTA ALTA”.
5. SPUMANTE METODO CLASSICO “ON ATTEND LES INVITÉS RISERVA RONCOLINO” (MAGNUM) 2011, LURETTA (EMILIA ROMAGNA): di questo ho già scritto altrove ma qui mi preme ribadire come certi “inviti” siano irrinunciabili.
La complessità del naso è devastante: frutti di bosco, melograno, ricordi che del pane raccontano anche la legna arsa per riscaldare il forno.
Ci sono il tè da sorseggiare nell’attesa e c’è la stuzzicante peposità che sempre si cela nel “dopo vino”, uno sbuffo di salvia e l’urgenza del palato.
Quasi tannico, fresco di ciliegia croccante, ben più diretto del misterioso olfatto ma tutto da sfogliare.
Rotondo quanto serve, Vi asciuga a tradimento e Vi fa riempire di nuovo il calice.
Non ce ne sarà più ma ce n’è ancora, poco ma ce n’è ancora.
Da bere ascoltando “HUNGRY LIKE THE WOLF” dei DURAN DURAN.
6. EMILIA IGT ROSSO “COME LA PANTERA E I LUPI DELLA SERA” 2021, LURETTA (EMILIA ROMAGNA): l’aggressività di un tacco dodici di perversa, traviante eleganza rende ondeggiante l’incedere olfattivo di questo blend.
Il Cabernet Sauvignon getta l’amo, la Barbera ammicca e la Croatina Vi stende.
Cemento per aggiungere mistero al romanticismo della botte grande.
Una intricata boscaglia bucata dallo sguardo del felino: due occhi profondi di resina e arancia in una tenebra di bastoncino di liquirizia e piccoli frutti neri drappeggiato di orientali sensualità speziate.
Un sorso in cui perdersi, succoso ma ben fermo sulle proprie gambe, fiducioso dell’arma tannica e di un finale quasi marino in cui frutto dolce e amaritudini mandorlate duellano all’ultimo sangue soccombendo però alle balsasmicità.
Un vino “femmina” col cervello da donna.
Da bere ascoltando “THIS LOVE” dei PANTERA (obviously).
7. SICILIA DOC CATARRATTO LUCIDO “ORION” 2022, SANCARRARO (SICILIA): un Catarratto dal naso importante come quello di un pugile.
Colpisce con un gancio di scorza di limone grattugiata e poi Vi lavora ai fianchi con un ipnotico gioco di piedi fatto di albicocca e voci concitate di tonnara.
Il sorso segue l’olfatto come il boxeur l’incitamento del pubblico in un corpo a corpo irrisolto tra grasse dolcezze fruttate e sapidità marine.
Da bere ascoltando “ORION” dei METALLICA.
E ORA?
Ora è il momento dei ringraziamenti, agli organizzatori (Stafano Minelli e Cristina Santini) per avermi ospitato, a tutti i Produttori (quelli che sono stati costretti a sopportare le mie divagazioni e quelli cui per mancanza di tempo non ho potuto rompere le scatole) e a tutti Voi per avermi letto fino a qui.
Mi resta un sacco di lavora di approfondimento da fare ma…forse ne vale la pena
Roberto Alloi
VINODENTRO
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22 Maggio, 2024
Saint Honorat. Un'isola mistica tra vigneti e sapori
Al largo di Cannes, cullata dalle acque cristalline del Mediterraneo, sorge l’isola di Saint Honorat, un gioiello incontaminato dove storia, spiritualità e natura si intrecciano armoniosamente. Un luogo magico che rapisce i sensi e invita a un’immersione profonda in un’atmosfera mistica e suggestiva.
Un viaggio nel tempo: tra storia e leggenda
La storia di Saint Honorat è strettamente legata a quella di San Onorato, un monaco provenzale che nel V secolo fondò un monastero sull’isola. Da allora, l’abbazia divenne un centro di riferimento spirituale e culturale, attirando pellegrini e studiosi da tutta Europa. L’isola conserva ancora oggi l’impronta del suo passato glorioso, con i resti del monastero fortificato e la chiesa romanica di San Michele, che domina il paesaggio con la sua ieratica bellezza.
Un’oasi di pace e spiritualità
Passeggiando tra i sentieri che si snodano tra i vigneti e la macchia mediterranea, ci si sente avvolti da un’atmosfera di pace e serenità. Il silenzio è rotto solo dal canto degli uccelli e dal rumore delle onde che si infrangono sulla costa rocciosa. Un luogo ideale per ritrovare se stessi e ricongiungersi con la natura.
Vini e sapori d’eccezione
L’isola di Saint Honorat è conosciuta anche per la sua produzione di vini pregiati. I monaci, custodi di antiche tradizioni vitivinicole, coltivano con amore e dedizione i vigneti che si estendono su gran parte dell’isola. Dai bianchi freschi e fruttati ai rossi intensi e corposi, i vini di Saint Honorat sono un’espressione autentica del terroir mediterraneo.
Un’esperienza gastronomica da non perdere
Oltre ai vini, l’isola produce anche liquori a base di erbe aromatiche e frutta oltre che un olio d’oliva extravergine di qualità superiore. Tutti i prodotti sono biologici e realizzati con metodologie artigianali, nel rispetto dell’ambiente e delle tradizioni locali. Acquistare questi prodotti significa non solo deliziare il palato, ma anche sostenere la comunità monastica e contribuire alla preservazione di questo luogo unico.
Saint Honorat e Cannes: un connubio perfetto
Visitare Saint Honorat è un’esperienza che non può mancare durante un soggiorno a Cannes. L’isola è facilmente raggiungibile in barca dal porto di Cannes, con frequenti corse durante il giorno. Una volta sull’isola, ci si può immergere completamente nella sua atmosfera magica, godendo di una giornata all’insegna della natura, della storia e della spiritualità.
E per concludere in bellezza il vostro viaggio, una cena da Astoux et Brun a Cannes è d’obbligo. Questo ristorante offre una cucina, a base di pesce fresco e pescato in giornata e una gran varietà di prodotti freschi e di stagione. Un’esperienza gastronomica indimenticabile che saprà deliziare i vostri sensi e completare il vostro soggiorno sulla Costa Azzurra in modo davvero speciale.
Cristina Mascanzoni Kaiser
Titolare di WineHO ® www.wineho.it
Autrice di “Wine Hospitality – Quando il fattore umano e la genialità Italiana cambiano il marketing”
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19 Maggio, 2024
Tedeschi: aromi di Valpolicella
Ci sono realtà che non possono mancare nel nostro bagaglio di conoscenze del mondo del vino e, per chi come me ama i grandi rossi della tradizione, qui siamo difronte ad una vera eccellenza da non perdere.
Quattro secoli di storia e di tradizione vitivinicola, pionieri dei vini cru della Valpolicella, la famiglia Tedeschi dal 1630 interpreta con passione il territorio della Valpolicella. Vini, eleganti e dotati di spiccata personalità, svelano i sapori e gli aromi tipici della terra che caratterizza da sempre la loro produzione e identità.
La grande sfida intrapresa dall’azienda consiste nel coniugare lunga tradizione e metodo di ricerca e produzione innovativa all’interno di vini capaci di raccontare la ricchezza del territorio della Valpolicella.
I vini Tedeschi sono diventati sinonimo di terroir e di Valpolicella in tutto il mondo, grazie ad un lavoro costante e meticoloso in vigna negli anni. Tedeschi sostiene la ricerca e la sperimentazione, quali strumenti fondamentali per garantire una produzione di qualità. L’azienda, da sempre rispettosa del territorio, è oggi sostenibile, certificata secondo gli standard Biodiversity Friend ed Equalitas.
Nulla può essere lasciato al caso: la profonda attenzione alla vigna implica anche la ricerca di ottenere una perfetta interazione tra caratteristiche del terreno, il microclima, l’esposizione, la scelta delle giuste varietà e il sistema colturale, con il fine di ottenere uve perfette.
In quanto produttori di Valpolicella, di Amarone e di Recioto in Valpolicella da secoli, accanto alle uve autoctone obbligatorie nei vigneti di proprietà vengono coltivate anche piccole percentuali di cultivar meno note ma altrettanto tradizionali in Valpolicella come l’Oseleta, la Dindarella, la Negrara, la Rossignola e la Forselina.
Nel 2010 è iniziato un lavoro di zonazione e di caratterizzazione dei vigneti della tenuta di Maternigo e della zona Classica. La zonazione, ovvero lo studio pedologico dei vigneti, è da anni vista come il punto di partenza necessario per una viticoltura di qualità, una strada impegnativa e onerosa, ma capace di offrire risultati importanti e permanenti.
Oltre alla zonazione è stata affiancato il lavoro di caratterizzazione che analizza il terreno e misura il modo in cui la pianta si esprime da un punto di vista vegetativo. Una volta misurate le differenze, è stato dunque possibile intervenire in maniera mirata e capillare al fine di ottenere uno sviluppo vegetativo e produttivo uniforme della vite nell’intero parco vigneti, con evidenti conseguenze positive sulla qualità dei vini.
Il lavoro di zonazione e di caratterizzazione ha permesso di preparare una carta dei suoli: Maternigo ha evidenziato l’esistenza di 7 diverse aree con caratteristiche pedologiche proprie per giacitura, terreno, sostanza organica e capacità di drenaggio; nella Valpolicella Classica, sia nel vigneto Monte Olmi sia nel vigneto La Fabriseria sono state invece evidenziate due diverse aree.
Per ogni area a vigneto sono state delineate le diverse tipologie di suolo rinvenute. Le analisi mostrano un terroir ad alta vocazione e di grande qualità. Sono le differenze in microelementi, a tratti apparentemente poco significative dal punto di vista quantitativo, a determinare e a definire le peculiarità delle singole parcelle e quindi dei vini prodotti nei diversi vigneti.
I risultati ottenuti dalla zonazione e dalla caratterizzazione dei suoli hanno avviato una serie di interventi in vigna.
Nel tempo è stato portato avanti un processo di inerbimento per rafforzare le difese naturali del vigneto, un piano di controllo dello stress idrico, un innalzamento del contenuto di carbonio organico, un arricchimento del terreno mediante semina di particolari essenze, con lo scopo anche per rafforzare le difese naturali del vigneto, e l’apporto di concimi organici.
Viene inoltre adottata una lotta integrata tramite l’utilizzo di batteri contro malattie come la tignola e la botrite e di estratti naturali per combattere la peronospora e l’oidio.
Consapevoli di come la composizione del terreno possa influenzare l’aroma di un vino, in modo pionieristico nel territorio della Valpolicella, Tedeschi ha intrapreso uno studio di caratterizzazione aromatica dei vigneti.
Le prove scientifiche dell’esistenza di un codice chimico trasmesso da uno specifico terroir ai vini arrivano grazie ai nuovi strumenti a disposizione dei ricercatori, spinti nei loro studi anche dalla curiosità dei produttori, sempre più interessati a comprendere i meccanismi che generano differenze aromatiche e di longevità nei vini ottenuti da vigneti situati in zone diverse dello stesso areale di produzione.
Dopo la presentazione dei primi risultati, nel 2021, di uno studio iniziato nel 2017 svolto dalla famiglia Tedeschi con il Prof. Maurizio Ugliano e in collaborazione con il Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona sui caratteri aromatici delle uve e dei vini da singoli vigneti e sui principali fattori coinvolti nella loro espressione, arriva oggi un ulteriore aggiornamento, che entra ancora più nel dettaglio di quella che viene definita firma aromatica di un vino.
L’identificazione delle impronte aromatiche di ciascun terroir ha comportato l’impiego di una strategia di analisi piuttosto complessa, che si è avvalsa dell’impiego di 4-5 differenti metodi di analisi della frazione aromatica. Questo perché l’aroma di un vino è, da un punto di vista analitico, un mix estremamente complesso, costituito da diverse centinaia di sostanze di cui però solo un numero più contenuto contribuisce all’aroma percepito. Infatti, alcuni dei composti che contribuiscono alle firme aromatiche non sono presenti nelle uve o nei vini giovani, ma si formano con l’invecchiamento.
“In particolare, gli studi hanno mostrato che alcuni Amarone, tra cui quelli dell’azienda Tedeschi, si distinguono per la presenza di alcune sostanze odorose dalle caratteristiche olfattive complesse. Tra queste, i cineoli sono di particolare interesse in quanto supportano l’espressione di note aromatiche balsamiche che ricordano a tratti l’odore delle foglie di eucalipto”, sottolinea Ugliano.
Affinché i vini possano sviluppare nel tempo questi caratteri, è importante che nelle uve siano presenti alcuni composti, aromaticamente poco odorosi e quindi spesso trascurati dai ricercatori, che poi nell’ambiente debolmente acido del vino formano lentamente i cineoli stessi. Si tratta quindi a tutti gli effetti di una riserva di precursori d’aroma che nel tempo contribuisce ad arricchire il profilo aromatico del vino con nuovi caratteri.
“L’aspetto interessante è che l’appassimento, in particolare nel caso della varietà Corvina, aiuta la formazione di precursori d’aroma specifici a supportare poi lo sviluppo di questi sentori balsamici, attraverso meccanismi che ancora non comprendiamo del tutto”, aggiunge Ugliano.
Grazie all’impiego di un nuovo metodo di analisi messo a punto dal Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona, inoltre, è stato evidenziato il contributo, alle firme aromatiche dei vini, di un altro composto finora poco studiato nei vini rossi italiani, ossia il dimetil solfuro. Si tratta di un composto aromatico che a concentrazioni elevate impartisce al vino odori che ricordano il tartufo e il sottobosco, mentre se presente a livelli più bassi supporta l’espressione di note odorose di frutti neri e cassis. Nei vini giovani esso è pressoché assente, mentre con l’invecchiamento aumenta in maniera significativa ed è considerato un aroma chiave nel bouquet di invecchiamento dei rossi di Bordeaux e di quelli della valle del Rodano a base Syrah.
“Nel corso del nostro studio abbiamo riscontrato livelli elevati di dimetil solfuro in vini ottenuti da uve con un particolare profilo di sostanza azotata, a sua volta riflesso delle interazioni suolo-pianta. Appare legittimo quindi considerare questo composto come uno dei fattori chiave nell’espressione aromatica del terroir di un vino. Nel caso dei terroir studiati, il vigneto Fabriseria e una specifica parcella all’interno della tenuta di Maternigo sono risultati maggiormente associati allo sviluppo di dimetil solfuro nel corso dell’invecchiamento del vino”, conclude Ugliano.
Per Riccardo Tedeschi, “lo studio conferma, una volta di più, che l’Amarone è un vino di terroir, dal quale dipende la produzione di vini con caratteristiche di complessità, corpo ed eleganza diverse da qualsiasi altro. A noi il compito di scegliere i vigneti più idonei e di lavorare le uve in modo da farne sprigionare il massimo potenziale”.
Tedeschi: aromi di Valpolicella
A cura di Giuseppe Petronio
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18 Maggio, 2024
Un secolo di Gallo Nero: io c'ero!
Come in una favola
C’era una volta una giovane giornalista del vino, sempre in viaggio e pronta a vivere avventure emozionanti. Grazie al lavoro che faceva si sentiva come Cappuccetto Rosso in una favola moderna. Ma invece di recarsi dalla nonna malata, aveva la fortuna di incontrare belle persone e vivere esperienze uniche in luoghi incantevoli. Domenica scorsa, la nostra eroina si trovava a Firenze, pronta a immergersi in un’altra di queste avventure. Ma non c’era alcun lupo cattivo ad attenderla. Ecco che lì, per festeggiare il suo 100esimo compleanno, c’era un magnifico Gallo Nero, simbolo del prestigioso Consorzio del Chianti Classico.
Questa non è la solita fiaba dei fratelli Grimm.
Questa è la storia vera e tangibile del Consorzio del Chianti Classico e del suo nobile Gallo Nero. E la nostra giornalista aveva la fortuna di incontrare anche i Galli Neri – i giovani produttori che portano avanti la tradizione e l’innovazione di questa prestigiosa denominazione – e Leonardo Romanelli, una figura iconica nel mondo del vino.
Un cast di personaggi affascinanti e un mondo di avventure da esplorare. E sa già che questa sarà una delle sue avventure più indimenticabili. Intanto un po’ di storia Nel cuore della Toscana, tra le dolci colline che si stagliano contro un cielo azzurro senza fine, si erge una delle regioni vinicole più celebrate al mondo: il Chianti Classico. Questa storia affonda le sue radici nei secoli. Il legame profondo con il simbolo del Gallo Nero risale addirittura al XIV secolo, quando il Gallo Nero era l’emblema della Lega del Chianti, un’organizzazione politico-militare per il controllo del territorio della Repubblica di Firenze. Ma è nel lontano 1716 che la storia del Chianti Classico assume una svolta decisiva, quando il Granduca di Toscana Cosimo III dei Medici emana un bando per stabilire i confini della zona di produzione del Chianti Classico. In quello stesso anno, istituì anche una congregazione di vigilanza per contrastare la diffusa contraffazione di questo vino pregiato, anticipando di fatto l’idea di un Consorzio di tutela.
Ecco perché la data del 1716 è così significativa da essere riportata all’interno del marchio del Gallo Nero che contraddistingue tutti i vini della denominazione. Una storia continua nel corso dei secoli Nel 1872, il Barone di Ferro Bettino Ricasoli crea la ricetta del Chianti, mettendo in evidenza la centralità del Sangiovese, il vitigno principe della zona, in una “mescolanza di varietà di uve per produrre quel vino di alta qualità”.
Nel 1924, nasce il Consorzio a Radda, con l’obiettivo di promuovere e proteggere il Chianti Classico, distinguendolo dagli altri vini prodotti fuori del territorio di origine. Ma è solo l’inizio di una lunga serie di battaglie che porteranno alla conquista della propria DOCG nel 1996, separandosi definitivamente dalla denominazione del Chianti.
Un’altra tappa fondamentale è il 2005, quando il Gallo Nero diventa il simbolo univoco di tutti i vini Chianti Classico e viene inserito nel contrassegno di Stato applicato su tutte le bottiglie della denominazione: se non c’è il Gallo, non è Chianti Classico.
Nel 2014, l’istituzione della piramide di qualità segna un’altra pietra miliare, con tre livelli distinti: annata, riserva e Gran Selezione, che riflettono la diversità e l’eccellenza dei vini del Chianti Classico. Territorio Il territorio del Chianti Classico ha mantenuto sostanzialmente i confini stabiliti dal bando granducale, con le “capitali” rappresentate dalle città di Firenze e Siena, le quali abbracciano un’area di circa 70.000 ettari che si estende tra le due province.
Per rafforzare ulteriormente il legame tra il vino e il territorio e per aumentare l’identità territoriale e la riconoscibilità di questa eccellenza enologica, nel 2021 è stata approvata un’importante iniziativa: le Unità Geografiche Aggiuntive (UGA). Questo progetto, approvato dall’Assemblea dei Soci del Consorzio del Chianti Classico, prevede l’individuazione di 11 aree distintive all’interno del territorio del Chianti Classico.
Le UGA sono delineate sulla base di criteri specifici, che includono la riconoscibilità enologica, la storicità, la notorietà e i volumi prodotti. Sono sotto-zone caratterizzate anche da peculiarità uniche legate al terroir, al microclima e alle tradizioni vitivinicole locali.
È importante sottolineare che, in questa fase iniziale, le UGA sono applicabili esclusivamente alla tipologia di vino Gran Selezione, la massima espressione di qualità del Chianti Classico. Celebrando il Centenario del Consorzio del Chianti Classico 2024 – il Consorzio del Chianti Classico solleva il calice per celebrare un traguardo storico: cento anni di impegno, passione e dedizione alla valorizzazione di uno dei vini più rinomati al mondo. Il tocco di classe in più: per tutto il fine settimana, è stato possibile brindare ai primi 100 anni del Consorzio nell’elegante calice del Centenario, un simbolo tangibile di un secolo di impegno e successi nel mondo del vino.
Il ruolo del Consorzio va ben oltre la mera tutela del vino. Nel corso degli anni, ha svolto un ruolo fondamentale nel plasmare l’identità del Chianti Classico e nel promuoverlo sul mercato globale. Attraverso campagne di marketing innovative, eventi enogastronomici di prestigio e una costante ricerca dell’eccellenza, il Consorzio ha contribuito a far conoscere e apprezzare il Chianti Classico in ogni angolo del pianeta. Uno sguardo al futuro e all’innovazione Ma guardare al futuro richiede lo stesso spirito di innovazione e impegno che ha caratterizzato il passato del Consorzio. Oggi, più che mai, il Chianti Classico si trova di fronte a sfide impegnative per rimanere attuale e competitivo non solo nel mercato interno, ma anche nei 130 paesi in cui viene esportato. È essenziale tenere conto delle nuove tendenze dei consumatori e della crescente consapevolezza ambientale e della sostenibilità.
Il settore del vino sta attraversando una fase di trasformazione e adattamento, e il Chianti Classico non è immune da questo cambiamento. Tuttavia, con la sua storia millenaria, la sua cultura vinicola radicata nel territorio e il suo impegno per la qualità, è ben posizionato per affrontare queste sfide in modo efficace. La Tre Giorni di Degustazioni ed Eventi a Palazzo Uguccioni Il programma per festeggiare il centenario del Consorzio del Vino Chianti Classico è stato un vero e proprio viaggio sensoriale. Dal 10 al 12 maggio, nel cuore di Firenze, tra le stradine acciottolate del centro storico, Palazzo Uguccioni si è trasformato in un palcoscenico per celebrare un secolo di eccellenza.
Questo gioiello architettonico è stata la prima sede del Consorzio in cui i 33 padri fondatori hanno iniziato la loro attività nel 1924. L’atmosfera all’interno del Palazzo era carica di storia e fascino, con le sue eleganti sale affrescate e i sontuosi saloni che trasudavano l’aura dei secoli passati. Grazie alla generosa concessione della proprietà, i partecipanti l’evento hanno avuto l’onore di accedere a un luogo che altrimenti sarebbe stato chiuso al pubblico. Questo ha reso l’evento ancora più esclusivo e memorabile, regalando a tutti i presenti un’esperienza autentica e indimenticabile. Il programma Sono stati 9 appuntamenti che hanno animato il fine settimana, ognuno offrendo un’esperienza diversa per gli amanti del Chianti Classico. Tra i momenti salienti del programma ci sono stati 5 incontri con altrettanti chef stellati di Firenze e Prato, i quali hanno presentato alcune delle loro creazioni culinarie in perfetto abbinamento con i vini del Gallo Nero. Accanto a loro, il rinomato esperto di vino Leonardo Romanelli ha guidato gli ospiti in un viaggio gustativo straordinario, esplorando le sfumature e le armonie tra cibo e vino. E poi assaggi al banco con varie annate ed etichette.
Importante lo spazio dedicato ai giovani talenti del settore, con 2 momenti riservati ai Giovani Galli Neri, i produttori under 40 che rappresentano il futuro della denominazione. Con la moderazione di Simon Staffler, essi hanno condiviso le loro visioni e le loro aspirazioni, mostrando come stiano portando avanti l’eredità dei loro predecessori con passione e creatività. La mia esperienza Nell’ultima giornata del weekend celebrativo, ho avuto il piacere di partecipare ai due emozionanti eventi conclusivi.
Il primo, dalle 17:00 alle 18:00, è stato il “Chianti Classico Century” guidato da Leonardo Romanelli. Durante questo incontro, abbiamo avuto l’opportunità di assaggiare sei vini mentre ci immergevamo in un racconto che mescolava teatro e musica, ripercorrendo gli ultimi 100 anni di storia del Consorzio e del mondo del vino. È stato magico partecipare a un abbinamento musicale unico nel suo genere grazie alla conduzione di Filippo Bartolotta, che ha fuso grandi pezzi del panorama musicale italiano con annate pregiate di Chianti Classico. Assaggi, musica, recitazione e tanti brividi, ma soprattutto, tanta gioia nel cuore per la consapevolezza di aver vissuto qualcosa di unico e irripetibile. Per questo ho scelto di condividerlo con voi! Vallepicciola – Chianti Classico Riserva 2019 La prima tappa di questo viaggio è stata segnata dal Chianti Classico Riserva 2019 di Vallepicciola, un’espressione autentica del Sangiovese che ha incantato con il suo colore scarico e luminoso. Al naso, le note minerali evocavano l’odore delle pietre bagnate, mentre in bocca la struttura e i tannini ben bilanciati regalavano una piacevole masticabilità. Mentre gli ospiti assaporavano questo vino, la melodia dolce e avvolgente di “Il Cielo in una Stanza” di Gino Paoli riempiva l’aria, creando un’atmosfera di intimità e nostalgia. Questa musica ha reso ancora più dolce l’assaggio e il sapore in bocca, come se aggiungesse un gusto in più, quello dell’emozione di vivere qualcosa di speciale. È stata un’esperienza coinvolgente per i sensi, un incontro tra note musicali e sfumature aromatiche che ha sorpreso e incantato gli ospiti. Le citazioni di Luigi e Bettino Ricasoli Siridolfi, pronunciate da Bartolotta, aggiungevano un ulteriore strato di significato, collegando il presente alla ricca storia del Chianti Classico. La Sala del Torriano – Chianti Classico Riserva 2019 Questo vino, composto per il 90% da Sangiovese e per il restante 10% da Cabernet Sauvignon, prevede una lavorazione rispettosa con delestage e delicate follature. Al primo sorso, emerge una forza delicata, accompagnata da un tannino che richiede tempo per distendersi completamente. Tuttavia, è al naso che rivela tutta la sua complessità: note di viola mammola si intrecciano con un frutto ancora croccante e sfumature di erbe aromatiche, creando un bouquet fragrante e invitante. Si ripete la magia, quando la dolce melodia di “Che male c’è” di Pino Daniele riempie la stanza, trasportando tutti in un’atmosfera di calore e nostalgia. Fèlsina – Chianti Classico Riserva Rancia 2019 Il viaggio nel mondo del Chianti Classico ci porta ora a Castelnuovo Berardenga, a sud della zona del Chianti Classico, con la riserva storica di Fèlsina, frutto di un singolo vigneto, Rancia, che dona al vino una personalità unica e distintiva. La degustazione è accompagnata dalla musica di Lucio Dalla, con la sua iconica canzone “Attenti al Lupo”. La voce profonda e decisa di Filippo Bartolotta si fonde con il sottofondo musicale, condividendo delle riflessioni sul cambiamento dei consumi, offrendo il punto di vista di Gherardo Ungarelli. È un momento che ci invita a rallentare, ad apprezzare e ad immergerci completamente nell’essenza del vino e nella ricchezza della vita. Rocca delle Macìe – Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli 2015 È un vino che porta con sé il prestigioso nome del suo creatore, Sergio Zingarelli. Composto al 100% da Sangiovese e proveniente dall’UGA di Castellina, è il risultato di un lungo affinamento, ben 18 mesi di invecchiamento in botti da 25 hl seguiti da ulteriori 2 anni di bottiglia. Questa Gran Selezione ha avuto il tempo di sviluppare complessità e profondità, esprimendosi con note terziarie raffinate che virano su un balsamico di eucalipto che invita alla contemplazione. Dopo nove anni dalla vendemmia, il vino si presenta in bocca rilassato e avvolgente, con una densità tannica che solletica gentilmente il palato, con un ritorno balsamico persistente e piacevole che invita a un altro sorso. L’abbinamento musicale con “Gocce di Memoria”, interpretata dalla voce vellutata di Giorgia, con la sua melodia struggente ha permeava l’aria, creando un’atmosfera di intimità e nostalgia che si è fusa perfettamente con il vino, elevando l’esperienza a un piano superiore. San Felice Wine Estates – Chianti Classico Gran Selezione Il Grigio 2015 La degustazione ci porta adesso alla rinomata San Felice Wine Estates (UGA di Castelnuovo Berardenga) che ci regala un assaggio significativo con la sua Gran Selezione Il Grigio 2015 – 90% Sangiovese e 10% vitigni autoctoni – un’altra Gran Selezione che porta con sé le caratteristiche distintive del suo territorio, con note fruttate e speziate che riflettono il microclima e il suolo unici di questa regione. Al naso parte in sordina ma poi in bocca si svela. Ricorda un calciatore che gioca coperto e poi sul finale fa Goal! L’assaggio è accompagnato da due citazioni degli ultimi presidenti del Consorzio, Sergio Zingarelli e Giovanni Manetti: Alla bellezza del Chianti non bisogna mai abituarsi, occorre invece trovare sempre nuovi modi per goderselo. Altra riflessione sulla coesione tra gli attori di questa comunità chiantigiana che ha reso forte un territorio e una denominazione. Castellinuzza – Chianti Classico Gran Selezione Castellinuzza 2015 (UGA Lamole) La degustazione si conclude con questa Gran Selezione che nasce da un 95% Sangiovese e 5% Malvasia Nera e Canaiolo, due complementari classici che adoro. E anche Lamole perché è un territorio speciale, che a livello pedoclimatico sembra di montagna, caratterizzato dai suoi muretti a secco e le viti ad alberello. L’azienda Castelinuzza di proprietà della famiglia Cinuzzi dal 1400, ha sempre lavorato in modo genuino e con passione fin dal primo vino prodotto nel 1570. Colore trasparente, sentori floreali e note di elicriso e ciliegia. La gustativa è semplice e diretta, scorrevole e sapida. Proprio un gran finale! Evento conclusivo della due giorni Successivamente, ho partecipato all’evento “Niccolò Palumbo per i 100 del Gallo Nero”, ancora una volta condotto da Leonardo Romanelli. Durante questo momento indimenticabile, abbiamo avuto l’opportunità di degustare dei Chianti Classico in abbinamento ai piatti preparati dallo chef stellato Niccolò Palumbo, del rinomato Ristorante Paca di Prato.
Ascoltare il racconto del vino e la spiegazione da parte dello chef del suo piatto e successivamente verificarne l’armonia sensoriale, è stato un gioco divertente e appagante. Il culmine si è raggiunto con il biscottino artigianale cacao e farina di mandorle con fegatini in abbinamento ad un vino emblema del Chianti Classico: la Gran selezione Il Poggio di Castello di Monsanto 2015.
È stata un’esperienza straordinaria per i sensi, che ha mostrato perfettamente come il Chianti Classico possa sposarsi in modo armonioso con la cucina di alta qualità. Conclusioni e un nuovo obiettivo In definitiva, il centenario del Consorzio del Chianti Classico è stato un evento straordinario, un’occasione unica per celebrare l’unione di intenti e la collaborazione fra le diverse aziende, che hanno caratterizzato l’attività del Consorzio fin dalla sua nascita, trasformando questa realtà in una delle più grandi bandiere del made in Italy nel mondo.
L’evento si è concluso con il discorso di Carlotta Gori, direttrice del Consorzio adottata da ben 28 anni dal Chianti Classico. Con passione ha ribadito l’impegno di voler ripartire simbolicamente proprio dal luogo dove tutto è iniziato, promuovendo la candidatura dell’area del Chianti Classico a Patrimonio dell’UNESCU. Questo perché è uno dei territori più belli al mondo, ricchissimo di cultura, che ha prodotto ricchezza preservando tuttavia l’ambiente.
In Chianti classico ci sono 341 siti storici protetti e grazie a studi impegnativi si sta portando avanti la proposta e speriamo di celebrare presto anche questa corona che senz’altro merita. Da Firenze è tutto.
Un ultimo brindisi ovviamente con il Gallo Nero.
Cin!!! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo
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Un cast di personaggi affascinanti e un mondo di avventure da esplorare. E sa già che questa sarà una delle sue avventure più indimenticabili. Intanto un po’ di storia Nel cuore della Toscana, tra le dolci colline che si stagliano contro un cielo azzurro senza fine, si erge una delle regioni vinicole più celebrate al mondo: il Chianti Classico. Questa storia affonda le sue radici nei secoli. Il legame profondo con il simbolo del Gallo Nero risale addirittura al XIV secolo, quando il Gallo Nero era l’emblema della Lega del Chianti, un’organizzazione politico-militare per il controllo del territorio della Repubblica di Firenze. Ma è nel lontano 1716 che la storia del Chianti Classico assume una svolta decisiva, quando il Granduca di Toscana Cosimo III dei Medici emana un bando per stabilire i confini della zona di produzione del Chianti Classico. In quello stesso anno, istituì anche una congregazione di vigilanza per contrastare la diffusa contraffazione di questo vino pregiato, anticipando di fatto l’idea di un Consorzio di tutela.
Ecco perché la data del 1716 è così significativa da essere riportata all’interno del marchio del Gallo Nero che contraddistingue tutti i vini della denominazione. Una storia continua nel corso dei secoli Nel 1872, il Barone di Ferro Bettino Ricasoli crea la ricetta del Chianti, mettendo in evidenza la centralità del Sangiovese, il vitigno principe della zona, in una “mescolanza di varietà di uve per produrre quel vino di alta qualità”.
Nel 1924, nasce il Consorzio a Radda, con l’obiettivo di promuovere e proteggere il Chianti Classico, distinguendolo dagli altri vini prodotti fuori del territorio di origine. Ma è solo l’inizio di una lunga serie di battaglie che porteranno alla conquista della propria DOCG nel 1996, separandosi definitivamente dalla denominazione del Chianti.
Un’altra tappa fondamentale è il 2005, quando il Gallo Nero diventa il simbolo univoco di tutti i vini Chianti Classico e viene inserito nel contrassegno di Stato applicato su tutte le bottiglie della denominazione: se non c’è il Gallo, non è Chianti Classico.
Nel 2014, l’istituzione della piramide di qualità segna un’altra pietra miliare, con tre livelli distinti: annata, riserva e Gran Selezione, che riflettono la diversità e l’eccellenza dei vini del Chianti Classico. Territorio Il territorio del Chianti Classico ha mantenuto sostanzialmente i confini stabiliti dal bando granducale, con le “capitali” rappresentate dalle città di Firenze e Siena, le quali abbracciano un’area di circa 70.000 ettari che si estende tra le due province.
Per rafforzare ulteriormente il legame tra il vino e il territorio e per aumentare l’identità territoriale e la riconoscibilità di questa eccellenza enologica, nel 2021 è stata approvata un’importante iniziativa: le Unità Geografiche Aggiuntive (UGA). Questo progetto, approvato dall’Assemblea dei Soci del Consorzio del Chianti Classico, prevede l’individuazione di 11 aree distintive all’interno del territorio del Chianti Classico.
Le UGA sono delineate sulla base di criteri specifici, che includono la riconoscibilità enologica, la storicità, la notorietà e i volumi prodotti. Sono sotto-zone caratterizzate anche da peculiarità uniche legate al terroir, al microclima e alle tradizioni vitivinicole locali.
È importante sottolineare che, in questa fase iniziale, le UGA sono applicabili esclusivamente alla tipologia di vino Gran Selezione, la massima espressione di qualità del Chianti Classico. Celebrando il Centenario del Consorzio del Chianti Classico 2024 – il Consorzio del Chianti Classico solleva il calice per celebrare un traguardo storico: cento anni di impegno, passione e dedizione alla valorizzazione di uno dei vini più rinomati al mondo. Il tocco di classe in più: per tutto il fine settimana, è stato possibile brindare ai primi 100 anni del Consorzio nell’elegante calice del Centenario, un simbolo tangibile di un secolo di impegno e successi nel mondo del vino.
Il ruolo del Consorzio va ben oltre la mera tutela del vino. Nel corso degli anni, ha svolto un ruolo fondamentale nel plasmare l’identità del Chianti Classico e nel promuoverlo sul mercato globale. Attraverso campagne di marketing innovative, eventi enogastronomici di prestigio e una costante ricerca dell’eccellenza, il Consorzio ha contribuito a far conoscere e apprezzare il Chianti Classico in ogni angolo del pianeta. Uno sguardo al futuro e all’innovazione Ma guardare al futuro richiede lo stesso spirito di innovazione e impegno che ha caratterizzato il passato del Consorzio. Oggi, più che mai, il Chianti Classico si trova di fronte a sfide impegnative per rimanere attuale e competitivo non solo nel mercato interno, ma anche nei 130 paesi in cui viene esportato. È essenziale tenere conto delle nuove tendenze dei consumatori e della crescente consapevolezza ambientale e della sostenibilità.
Il settore del vino sta attraversando una fase di trasformazione e adattamento, e il Chianti Classico non è immune da questo cambiamento. Tuttavia, con la sua storia millenaria, la sua cultura vinicola radicata nel territorio e il suo impegno per la qualità, è ben posizionato per affrontare queste sfide in modo efficace. La Tre Giorni di Degustazioni ed Eventi a Palazzo Uguccioni Il programma per festeggiare il centenario del Consorzio del Vino Chianti Classico è stato un vero e proprio viaggio sensoriale. Dal 10 al 12 maggio, nel cuore di Firenze, tra le stradine acciottolate del centro storico, Palazzo Uguccioni si è trasformato in un palcoscenico per celebrare un secolo di eccellenza.
Questo gioiello architettonico è stata la prima sede del Consorzio in cui i 33 padri fondatori hanno iniziato la loro attività nel 1924. L’atmosfera all’interno del Palazzo era carica di storia e fascino, con le sue eleganti sale affrescate e i sontuosi saloni che trasudavano l’aura dei secoli passati. Grazie alla generosa concessione della proprietà, i partecipanti l’evento hanno avuto l’onore di accedere a un luogo che altrimenti sarebbe stato chiuso al pubblico. Questo ha reso l’evento ancora più esclusivo e memorabile, regalando a tutti i presenti un’esperienza autentica e indimenticabile. Il programma Sono stati 9 appuntamenti che hanno animato il fine settimana, ognuno offrendo un’esperienza diversa per gli amanti del Chianti Classico. Tra i momenti salienti del programma ci sono stati 5 incontri con altrettanti chef stellati di Firenze e Prato, i quali hanno presentato alcune delle loro creazioni culinarie in perfetto abbinamento con i vini del Gallo Nero. Accanto a loro, il rinomato esperto di vino Leonardo Romanelli ha guidato gli ospiti in un viaggio gustativo straordinario, esplorando le sfumature e le armonie tra cibo e vino. E poi assaggi al banco con varie annate ed etichette.
Importante lo spazio dedicato ai giovani talenti del settore, con 2 momenti riservati ai Giovani Galli Neri, i produttori under 40 che rappresentano il futuro della denominazione. Con la moderazione di Simon Staffler, essi hanno condiviso le loro visioni e le loro aspirazioni, mostrando come stiano portando avanti l’eredità dei loro predecessori con passione e creatività. La mia esperienza Nell’ultima giornata del weekend celebrativo, ho avuto il piacere di partecipare ai due emozionanti eventi conclusivi.
Il primo, dalle 17:00 alle 18:00, è stato il “Chianti Classico Century” guidato da Leonardo Romanelli. Durante questo incontro, abbiamo avuto l’opportunità di assaggiare sei vini mentre ci immergevamo in un racconto che mescolava teatro e musica, ripercorrendo gli ultimi 100 anni di storia del Consorzio e del mondo del vino. È stato magico partecipare a un abbinamento musicale unico nel suo genere grazie alla conduzione di Filippo Bartolotta, che ha fuso grandi pezzi del panorama musicale italiano con annate pregiate di Chianti Classico. Assaggi, musica, recitazione e tanti brividi, ma soprattutto, tanta gioia nel cuore per la consapevolezza di aver vissuto qualcosa di unico e irripetibile. Per questo ho scelto di condividerlo con voi! Vallepicciola – Chianti Classico Riserva 2019 La prima tappa di questo viaggio è stata segnata dal Chianti Classico Riserva 2019 di Vallepicciola, un’espressione autentica del Sangiovese che ha incantato con il suo colore scarico e luminoso. Al naso, le note minerali evocavano l’odore delle pietre bagnate, mentre in bocca la struttura e i tannini ben bilanciati regalavano una piacevole masticabilità. Mentre gli ospiti assaporavano questo vino, la melodia dolce e avvolgente di “Il Cielo in una Stanza” di Gino Paoli riempiva l’aria, creando un’atmosfera di intimità e nostalgia. Questa musica ha reso ancora più dolce l’assaggio e il sapore in bocca, come se aggiungesse un gusto in più, quello dell’emozione di vivere qualcosa di speciale. È stata un’esperienza coinvolgente per i sensi, un incontro tra note musicali e sfumature aromatiche che ha sorpreso e incantato gli ospiti. Le citazioni di Luigi e Bettino Ricasoli Siridolfi, pronunciate da Bartolotta, aggiungevano un ulteriore strato di significato, collegando il presente alla ricca storia del Chianti Classico. La Sala del Torriano – Chianti Classico Riserva 2019 Questo vino, composto per il 90% da Sangiovese e per il restante 10% da Cabernet Sauvignon, prevede una lavorazione rispettosa con delestage e delicate follature. Al primo sorso, emerge una forza delicata, accompagnata da un tannino che richiede tempo per distendersi completamente. Tuttavia, è al naso che rivela tutta la sua complessità: note di viola mammola si intrecciano con un frutto ancora croccante e sfumature di erbe aromatiche, creando un bouquet fragrante e invitante. Si ripete la magia, quando la dolce melodia di “Che male c’è” di Pino Daniele riempie la stanza, trasportando tutti in un’atmosfera di calore e nostalgia. Fèlsina – Chianti Classico Riserva Rancia 2019 Il viaggio nel mondo del Chianti Classico ci porta ora a Castelnuovo Berardenga, a sud della zona del Chianti Classico, con la riserva storica di Fèlsina, frutto di un singolo vigneto, Rancia, che dona al vino una personalità unica e distintiva. La degustazione è accompagnata dalla musica di Lucio Dalla, con la sua iconica canzone “Attenti al Lupo”. La voce profonda e decisa di Filippo Bartolotta si fonde con il sottofondo musicale, condividendo delle riflessioni sul cambiamento dei consumi, offrendo il punto di vista di Gherardo Ungarelli. È un momento che ci invita a rallentare, ad apprezzare e ad immergerci completamente nell’essenza del vino e nella ricchezza della vita. Rocca delle Macìe – Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli 2015 È un vino che porta con sé il prestigioso nome del suo creatore, Sergio Zingarelli. Composto al 100% da Sangiovese e proveniente dall’UGA di Castellina, è il risultato di un lungo affinamento, ben 18 mesi di invecchiamento in botti da 25 hl seguiti da ulteriori 2 anni di bottiglia. Questa Gran Selezione ha avuto il tempo di sviluppare complessità e profondità, esprimendosi con note terziarie raffinate che virano su un balsamico di eucalipto che invita alla contemplazione. Dopo nove anni dalla vendemmia, il vino si presenta in bocca rilassato e avvolgente, con una densità tannica che solletica gentilmente il palato, con un ritorno balsamico persistente e piacevole che invita a un altro sorso. L’abbinamento musicale con “Gocce di Memoria”, interpretata dalla voce vellutata di Giorgia, con la sua melodia struggente ha permeava l’aria, creando un’atmosfera di intimità e nostalgia che si è fusa perfettamente con il vino, elevando l’esperienza a un piano superiore. San Felice Wine Estates – Chianti Classico Gran Selezione Il Grigio 2015 La degustazione ci porta adesso alla rinomata San Felice Wine Estates (UGA di Castelnuovo Berardenga) che ci regala un assaggio significativo con la sua Gran Selezione Il Grigio 2015 – 90% Sangiovese e 10% vitigni autoctoni – un’altra Gran Selezione che porta con sé le caratteristiche distintive del suo territorio, con note fruttate e speziate che riflettono il microclima e il suolo unici di questa regione. Al naso parte in sordina ma poi in bocca si svela. Ricorda un calciatore che gioca coperto e poi sul finale fa Goal! L’assaggio è accompagnato da due citazioni degli ultimi presidenti del Consorzio, Sergio Zingarelli e Giovanni Manetti: Alla bellezza del Chianti non bisogna mai abituarsi, occorre invece trovare sempre nuovi modi per goderselo. Altra riflessione sulla coesione tra gli attori di questa comunità chiantigiana che ha reso forte un territorio e una denominazione. Castellinuzza – Chianti Classico Gran Selezione Castellinuzza 2015 (UGA Lamole) La degustazione si conclude con questa Gran Selezione che nasce da un 95% Sangiovese e 5% Malvasia Nera e Canaiolo, due complementari classici che adoro. E anche Lamole perché è un territorio speciale, che a livello pedoclimatico sembra di montagna, caratterizzato dai suoi muretti a secco e le viti ad alberello. L’azienda Castelinuzza di proprietà della famiglia Cinuzzi dal 1400, ha sempre lavorato in modo genuino e con passione fin dal primo vino prodotto nel 1570. Colore trasparente, sentori floreali e note di elicriso e ciliegia. La gustativa è semplice e diretta, scorrevole e sapida. Proprio un gran finale! Evento conclusivo della due giorni Successivamente, ho partecipato all’evento “Niccolò Palumbo per i 100 del Gallo Nero”, ancora una volta condotto da Leonardo Romanelli. Durante questo momento indimenticabile, abbiamo avuto l’opportunità di degustare dei Chianti Classico in abbinamento ai piatti preparati dallo chef stellato Niccolò Palumbo, del rinomato Ristorante Paca di Prato.
Ascoltare il racconto del vino e la spiegazione da parte dello chef del suo piatto e successivamente verificarne l’armonia sensoriale, è stato un gioco divertente e appagante. Il culmine si è raggiunto con il biscottino artigianale cacao e farina di mandorle con fegatini in abbinamento ad un vino emblema del Chianti Classico: la Gran selezione Il Poggio di Castello di Monsanto 2015.
È stata un’esperienza straordinaria per i sensi, che ha mostrato perfettamente come il Chianti Classico possa sposarsi in modo armonioso con la cucina di alta qualità. Conclusioni e un nuovo obiettivo In definitiva, il centenario del Consorzio del Chianti Classico è stato un evento straordinario, un’occasione unica per celebrare l’unione di intenti e la collaborazione fra le diverse aziende, che hanno caratterizzato l’attività del Consorzio fin dalla sua nascita, trasformando questa realtà in una delle più grandi bandiere del made in Italy nel mondo.
L’evento si è concluso con il discorso di Carlotta Gori, direttrice del Consorzio adottata da ben 28 anni dal Chianti Classico. Con passione ha ribadito l’impegno di voler ripartire simbolicamente proprio dal luogo dove tutto è iniziato, promuovendo la candidatura dell’area del Chianti Classico a Patrimonio dell’UNESCU. Questo perché è uno dei territori più belli al mondo, ricchissimo di cultura, che ha prodotto ricchezza preservando tuttavia l’ambiente.
In Chianti classico ci sono 341 siti storici protetti e grazie a studi impegnativi si sta portando avanti la proposta e speriamo di celebrare presto anche questa corona che senz’altro merita. Da Firenze è tutto.
Un ultimo brindisi ovviamente con il Gallo Nero.
Cin!!! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
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17 Maggio, 2024
Terre Antiche. Il Cesanese si distingue
Eravamo quattro amici al bar
Che volevano cambiare il mondo
Destinati a qualche cosa in più
Che a una donna ed un impiego in banca
Si parlava con profondità
Di anarchia e di libertà
Tra un bicchier di coca ed un caffè
Tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi farò Nella canzone di Gino Paoli, gli amici erano quattro e bevevano coca e caffè. Qui di amici ne abbiamo tre. Non so se sono al bar ma di certo non bevono coca e caffè, ma vino. Un vino che ha radici nel passato, probabilmente nell’antica Roma: il Cesanese. Poco lontano da Roma, il comune di Affile, divenne colonia romana già del 133 a. C. Qui c’erano e ci sono ancora dei boschi che vennero tagliati proprio per far posto alla colonia. Cesanese infatti deriva da Caesae, il luogo dagli alberi tagliati. Il Cesanese nacque qui e qui, nell’areale che comprende i comuni di Piglio, Acuto, Anagni, Paliano e Serrone si produce il Cesanese del Piglio DOCG. Affile invece è a capo del Cesanese di Affile DOC. Due denominazioni per due biotipo di uve. In ogni caso il Cesanese è vitigno difficile. Pieno, ruvido e poco domabile ha avuto vicende alterne per poi diventare finalmente protagonista nel Lazio e non solo. Anche il Marchese Onofrio del Grillo, o meglio Gasperino il carbonaro ne facevano grande uso. Gasperino: “….aspetta ‘n pò prima de fa fagotto dimme ‘na cosa, ma quel vinello che se semo bevuti oggi a tavola, ma che o famo noi?”
Amministratore: “Si Signore, viene dalla vigna del mascherone!”
Gasperino: “Si, e quanto ce ne avemo?”
Amministratore: “Parecchie botti….di quello nuovo, più quello vecchio imbottigliato!”
Gasperino: “ Si indove statto tutte ‘ste botti e ‘ste bottije, oltre a casa tua?
Amministratore: “Giù in cantina!”
Gasperino: “E allora io vado in cantina e tu te ne vai affanculo. Brutto ladro.” Torniamo a noi altrimenti mi perdo. Tonino, Michele, Ambrogio. Il vino lo bevono. Come tutti in queste zone e ci mancherebbe altro. Mica solo il Cesanese. Anche la Passerina che è tipica del frusinate. Lo bevono certo ma non lo producono. Anche perché fanno altro. Tonino ha una azienda che si occupa di materie plastiche; Ambrogio, una azienda di movimento terra; Michele fa il commercialista (anche per le aziende degli amici). La passione per il vino li accomuna e tra un bicchiere e l’altro è Tonino a proporre di costituire una azienda. Ambrogio e Michele si accodano. Pazzi? Visionari? Incoscienti? Romantici? Ah beh questo non lo sapremo mai. È il 2017 quando decidono di acquistare quattro ettari. Non quattro qualsiasi ma quattro ettari con piante di Cesanese vecchie di sessanta anni nella DOCG. L’anzianità delle vigne ma anche la storia di questi territori conduce immediatamente al nome dell’azienda: Terre Antiche. Le vigne sono proprio sulla Strada del Cesanese, a Colle di Grano e Gricciano. La cantina ad Acuto. Tonino è quello dinamico. Una mina vagante. Proviamo. Facciamo. Se propone qualcosa io mi ci accodo. Michele è il preciso dell’azienda. Ambrogio è tutto fare. Se serve qualcosa lui la trova. La follia si sa è una cosa meravigliosa. Specialmente se sana. La sana follia è quella che ti fa fare cose apparentemente insensate ma con un contenuto estremamente intelligente. Il terzetto sa bene che produrre Cesanese DOCG come tutti gli altri produttori non avrebbe senso. Occorre essere diversi e proporre un prodotto diverso. Anzitutto sano. Non fosse altro perché i primi clienti sono proprio loro. Ecco allora che scelgono di partire in regime biodinamico. Non sapendone molto, si affidano ad una persona che è quasi un guru per il biodinamico nel Lazio (e non solo): Michele Lorenzetti. La gestione agronomica ed enologica è affidata a lui mentre i lavori in vigna a Gianni. Tuttofare dell’azienda. La filosofia era un vino naturale. Michele Lorenzetti è l’enologo e agronomo. Ci siamo indirizzati bene. C’è dall’inizio. Dalla prima potatura. Una scelta intelligente. In vigna abbiamo una persona fissa tutto l’anno. La scelta della biodinamica si unisce a quella della vinificazione in anfora. Insolita per Cesanese e Passerina (i due vitigni tipici di queste zone). La necessità comunque di un passaggio in botte per domare il Cesanese comporta una ulteriore scelta di distinzione. Non botti piccole, non rovere. Botti da mille litri in legno di castagno così da non avere grande invasione del legno e quand’anche ci fosse, limitata, che sia di legno locale. La prima vendemmia nel 2019, quattro ettari diventano cinque e Giorgio (con il quale parlo) viene cooptato in azienda per occuparsi della parte marketing e commerciale. Proprio la prima vendemmia fornisce segnali incoraggianti. Eufonia, uno dei vini rappresentativo dell’azienda conquista alla prima uscita i cinque grappoli Bibenda (2019). Come a dire che se il buongiorno si vede dal mattino, i tre hanno fatto un buon lavoro! L’idea alla base era il Cesanese DOCG. Volevamo fare un cesanese diverso. Siamo in regime biodinamico. Ad impatto zero. Abbiamo anche i pannelli solari sulla cantina. È nata proprio cosi per fare un Cesanese diverso. Un Cesanese classico sarebbe stato un Cesanese tra i tanti. Anche l’affinamento in elementi naturali era per fare un prodotto diverso. Cinque le etichette proposte. La Forma, dal nome della zona ove sono i vigneti, è il bianco da Passerina. Un bianco che grazie alla fermentazione ’affinamento in anfore di terracotta si configura come una Passerina decisamente unica. Rimane semplice e deciso ma con una persistenza che si allunga decisamente. Insolito.
Insolito anche per un colore al limite del dorato e una limpidezza che va apprezzata cosi come è vista la mancata filtrazione. Sentori vinosi di frutta tropicale, di mandarancio e banana, di pesca bianca e di tanti fiori gialli, di melissa e camomilla. Insolito per quella vena di balsamico che fa capolino. Un insolito che riempie pastosamente il naso. Non so se si può dire pastosità olfattiva, ma è ciò che definisce meglio questo vino.
In bocca mi sa di un vino vero, di quelli di una volta che non avevano artefazioni. Niente lieviti inoculati, niente uso di diserbanti, solo anfora. Insomma ci vuole arte. Qui c’è tutta e la bocca restituisce il singolo chicco di uva. La sensazione è proprio quella di avere in bocca gli acini. Se ne estrae il succo. Se ne sente la compattezza. Se ne inala il retrogusto. Una bella freschezza, secco, non particolarmente caldo, splendidamente sapido. La bocca chiude in maniera eccellente e la voglia è di berlo ancora anche per via di una persistenza non elevata e un bilanciamento perfetto. Facile beva, piacevolmente insolita. Finirei la bottiglia. Rubino, Cesanese del Piglio DOCG. Prende il nome dal colore della prima svinatura. Fermentazione in anfora con un 20% di grappoli interi e affinamento in botte, anfora e acciaio. Ne deriva un interessante Cesanese di medio corpo. Elegante direi grazie a note essenziali di frutta e fiori. Si beve bene ma sempre accompagnato come vuole il Cesanese. Poderoso Eufonia, Cesanese del Piglio DOCG. Fermentazione in anfora con le bucce e affinamento sempre in anfora. Nessuna chiarifica senza che il colore ne risenta. Il nome pare derivi dalla esclamazione di una persona che durante la prima degustazione disse che il gusto ricordava il rumore della vigna. In effetti mi da questa sensazione. Sentori non particolarmente complessi ma decisi e precisi: frutta ancora non matura (arancia sanguinella, melograno, fragoline di bosco); erbacei, fiori rossi non sbocciati. Il sorso poderoso ed equilibrato. Bello fresco, non particolarmente caldo e una sapidità che piano piano arriva. Tannino deciso e importante. Come un Cesanese vuole. Bellissimo e riuscitissimo bilanciamento. Persistenza non particolarmente lunga con finale che si arricchisce con un tocco di vegetale tale da renderlo particolarissimo. Insomma un vino che si ricorda e che merita un giusto accompagnamento con una pasta al ragù o una bistecca alla brace. Un vino vero, bello, non artefatto. Monumento, Cesanese del Piglio DOCG, a voler essere l’opera monumentale dell’azienda. È il cru che deriva dalla vigna Colle di Grano. Fermentazione in acciaio e affinamento in botte di castagno per 10 mesi ai quali fanno seguito 12 in bottiglia. Un vino elegante che aumenta complessità rispetto ai precedenti. Tannino bello deciso. Un vino che può continuare ad affinare in bottiglia per donare sensazioni anche nel futuro. Di prospettiva. Mi è piaciuto per le note che sanno di profondità. C’è alloro e balsamico. C’è foglia di pomodoro e cioccolato. C’è tabacco Kentucky e castagno (quasi marron glacé). Mi è piaciuto per la ricca trama tannica presente e rilevante con la persistenza quasi lunga. La sua sapidità, il buon bilanciamento e il corpo, non opulento, non stressante. Il finale con la assoluta non banalità che ricorda le ciliegie sotto spirito di nonna con quel lievissimo, impercettibile ma preziosissimo amarognolo. Anche questo, un vino che si ricorda! Infine, l’ultimo arrivato, il rosato da Cesanese R(osè). Vendemmi tardiva e vinificato in anfore di terracotta. Decisamente insolito e unico nel suo genere. Uno di quei vini che accompagnano le estati esaltandole per la sua freschezza e semplicità ma anche per la capacità di accompagnare tanti piatti. Convincente. Io mi occupo della parte commerciale e marketing. Lavoro nell’altra azienda di Tonino. A me piace questo mondo. Le vinificazioni sono fatte tutte con contenitori del territorio. Anfore di terracotta non smaltate, botti non in rovere perché non ci appartiene. Castagno da 1000 litri perché del territorio. Vino avvicinato al territorio. Ambrogio si occupa della parte agricola. Con l’azienda di movimento terra ha i trattori dunque per la manutenzione della vigna se ne occupa lui. Michele della parte amministrativa e commerciale. Tonino commerciale. Eventi, agenti, distributori. Quasi tutti i giorni sono presenti. 15 mila le bottiglie prodotte con un obiettivo di massimo 20 mila. Il distretto è piccolo e non si può ne si deve crescere troppo. Oltretutto la scelta di fare un vino il più naturale possibile fa si che ci voglia tempo e dedizione. L’aumento dei numeri vorrebbe dire dover rinunciare al loro primo lavoro cosa questa al momento, impossibile. Bello che rimanga una passione e un business che deve crescere. È una passione. Un business fino ad una certa perché se lo dovessimo fare per le entrate no. Io essendo poco che sono qui, da luglio, sono il jolly. Mi sento parte del progetto. Mi coinvolgono in tutto e mi fanno divertire. Quello che c’è ed ho visto, funziona tutto. Il vino piace e i feedback sono positivi. In cantina tutto funziona. C’è Gianni che fa tutto. Sulla parte commerciale stiamo crescendo. Non vogliamo crescere troppo. Facciamo un vino che beviamo tutti i giorni. Visto che nella canzone di Gino Paoli, ne rimane solo uno, l’augurio che mi faccio e che faccio a tutta la banda di Terre Antiche, è di continuare a stare insieme. Per business e per diletto ma, sopratutto, per non privarci dei loro vini poiché danno del Cesanese una interpretazione che sarebbe certamente piaciuta a Gasperino il carbonaro. Oltre che a me. Ricciotto: “ Namo!”
Gasperino: “ Ma che fai Aho!? e lassame perde, porca mignotta, devo finì er Genzanese del ’91…”
Ricciotto: “ Namo!”
Gasperino: “ Ma chi sei Aho! Io so’ il Marchese, il padrone de tutte e botti! me le scolo! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Che volevano cambiare il mondo
Destinati a qualche cosa in più
Che a una donna ed un impiego in banca
Si parlava con profondità
Di anarchia e di libertà
Tra un bicchier di coca ed un caffè
Tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi farò Nella canzone di Gino Paoli, gli amici erano quattro e bevevano coca e caffè. Qui di amici ne abbiamo tre. Non so se sono al bar ma di certo non bevono coca e caffè, ma vino. Un vino che ha radici nel passato, probabilmente nell’antica Roma: il Cesanese. Poco lontano da Roma, il comune di Affile, divenne colonia romana già del 133 a. C. Qui c’erano e ci sono ancora dei boschi che vennero tagliati proprio per far posto alla colonia. Cesanese infatti deriva da Caesae, il luogo dagli alberi tagliati. Il Cesanese nacque qui e qui, nell’areale che comprende i comuni di Piglio, Acuto, Anagni, Paliano e Serrone si produce il Cesanese del Piglio DOCG. Affile invece è a capo del Cesanese di Affile DOC. Due denominazioni per due biotipo di uve. In ogni caso il Cesanese è vitigno difficile. Pieno, ruvido e poco domabile ha avuto vicende alterne per poi diventare finalmente protagonista nel Lazio e non solo. Anche il Marchese Onofrio del Grillo, o meglio Gasperino il carbonaro ne facevano grande uso. Gasperino: “….aspetta ‘n pò prima de fa fagotto dimme ‘na cosa, ma quel vinello che se semo bevuti oggi a tavola, ma che o famo noi?”
Amministratore: “Si Signore, viene dalla vigna del mascherone!”
Gasperino: “Si, e quanto ce ne avemo?”
Amministratore: “Parecchie botti….di quello nuovo, più quello vecchio imbottigliato!”
Gasperino: “ Si indove statto tutte ‘ste botti e ‘ste bottije, oltre a casa tua?
Amministratore: “Giù in cantina!”
Gasperino: “E allora io vado in cantina e tu te ne vai affanculo. Brutto ladro.” Torniamo a noi altrimenti mi perdo. Tonino, Michele, Ambrogio. Il vino lo bevono. Come tutti in queste zone e ci mancherebbe altro. Mica solo il Cesanese. Anche la Passerina che è tipica del frusinate. Lo bevono certo ma non lo producono. Anche perché fanno altro. Tonino ha una azienda che si occupa di materie plastiche; Ambrogio, una azienda di movimento terra; Michele fa il commercialista (anche per le aziende degli amici). La passione per il vino li accomuna e tra un bicchiere e l’altro è Tonino a proporre di costituire una azienda. Ambrogio e Michele si accodano. Pazzi? Visionari? Incoscienti? Romantici? Ah beh questo non lo sapremo mai. È il 2017 quando decidono di acquistare quattro ettari. Non quattro qualsiasi ma quattro ettari con piante di Cesanese vecchie di sessanta anni nella DOCG. L’anzianità delle vigne ma anche la storia di questi territori conduce immediatamente al nome dell’azienda: Terre Antiche. Le vigne sono proprio sulla Strada del Cesanese, a Colle di Grano e Gricciano. La cantina ad Acuto. Tonino è quello dinamico. Una mina vagante. Proviamo. Facciamo. Se propone qualcosa io mi ci accodo. Michele è il preciso dell’azienda. Ambrogio è tutto fare. Se serve qualcosa lui la trova. La follia si sa è una cosa meravigliosa. Specialmente se sana. La sana follia è quella che ti fa fare cose apparentemente insensate ma con un contenuto estremamente intelligente. Il terzetto sa bene che produrre Cesanese DOCG come tutti gli altri produttori non avrebbe senso. Occorre essere diversi e proporre un prodotto diverso. Anzitutto sano. Non fosse altro perché i primi clienti sono proprio loro. Ecco allora che scelgono di partire in regime biodinamico. Non sapendone molto, si affidano ad una persona che è quasi un guru per il biodinamico nel Lazio (e non solo): Michele Lorenzetti. La gestione agronomica ed enologica è affidata a lui mentre i lavori in vigna a Gianni. Tuttofare dell’azienda. La filosofia era un vino naturale. Michele Lorenzetti è l’enologo e agronomo. Ci siamo indirizzati bene. C’è dall’inizio. Dalla prima potatura. Una scelta intelligente. In vigna abbiamo una persona fissa tutto l’anno. La scelta della biodinamica si unisce a quella della vinificazione in anfora. Insolita per Cesanese e Passerina (i due vitigni tipici di queste zone). La necessità comunque di un passaggio in botte per domare il Cesanese comporta una ulteriore scelta di distinzione. Non botti piccole, non rovere. Botti da mille litri in legno di castagno così da non avere grande invasione del legno e quand’anche ci fosse, limitata, che sia di legno locale. La prima vendemmia nel 2019, quattro ettari diventano cinque e Giorgio (con il quale parlo) viene cooptato in azienda per occuparsi della parte marketing e commerciale. Proprio la prima vendemmia fornisce segnali incoraggianti. Eufonia, uno dei vini rappresentativo dell’azienda conquista alla prima uscita i cinque grappoli Bibenda (2019). Come a dire che se il buongiorno si vede dal mattino, i tre hanno fatto un buon lavoro! L’idea alla base era il Cesanese DOCG. Volevamo fare un cesanese diverso. Siamo in regime biodinamico. Ad impatto zero. Abbiamo anche i pannelli solari sulla cantina. È nata proprio cosi per fare un Cesanese diverso. Un Cesanese classico sarebbe stato un Cesanese tra i tanti. Anche l’affinamento in elementi naturali era per fare un prodotto diverso. Cinque le etichette proposte. La Forma, dal nome della zona ove sono i vigneti, è il bianco da Passerina. Un bianco che grazie alla fermentazione ’affinamento in anfore di terracotta si configura come una Passerina decisamente unica. Rimane semplice e deciso ma con una persistenza che si allunga decisamente. Insolito.
Insolito anche per un colore al limite del dorato e una limpidezza che va apprezzata cosi come è vista la mancata filtrazione. Sentori vinosi di frutta tropicale, di mandarancio e banana, di pesca bianca e di tanti fiori gialli, di melissa e camomilla. Insolito per quella vena di balsamico che fa capolino. Un insolito che riempie pastosamente il naso. Non so se si può dire pastosità olfattiva, ma è ciò che definisce meglio questo vino.
In bocca mi sa di un vino vero, di quelli di una volta che non avevano artefazioni. Niente lieviti inoculati, niente uso di diserbanti, solo anfora. Insomma ci vuole arte. Qui c’è tutta e la bocca restituisce il singolo chicco di uva. La sensazione è proprio quella di avere in bocca gli acini. Se ne estrae il succo. Se ne sente la compattezza. Se ne inala il retrogusto. Una bella freschezza, secco, non particolarmente caldo, splendidamente sapido. La bocca chiude in maniera eccellente e la voglia è di berlo ancora anche per via di una persistenza non elevata e un bilanciamento perfetto. Facile beva, piacevolmente insolita. Finirei la bottiglia. Rubino, Cesanese del Piglio DOCG. Prende il nome dal colore della prima svinatura. Fermentazione in anfora con un 20% di grappoli interi e affinamento in botte, anfora e acciaio. Ne deriva un interessante Cesanese di medio corpo. Elegante direi grazie a note essenziali di frutta e fiori. Si beve bene ma sempre accompagnato come vuole il Cesanese. Poderoso Eufonia, Cesanese del Piglio DOCG. Fermentazione in anfora con le bucce e affinamento sempre in anfora. Nessuna chiarifica senza che il colore ne risenta. Il nome pare derivi dalla esclamazione di una persona che durante la prima degustazione disse che il gusto ricordava il rumore della vigna. In effetti mi da questa sensazione. Sentori non particolarmente complessi ma decisi e precisi: frutta ancora non matura (arancia sanguinella, melograno, fragoline di bosco); erbacei, fiori rossi non sbocciati. Il sorso poderoso ed equilibrato. Bello fresco, non particolarmente caldo e una sapidità che piano piano arriva. Tannino deciso e importante. Come un Cesanese vuole. Bellissimo e riuscitissimo bilanciamento. Persistenza non particolarmente lunga con finale che si arricchisce con un tocco di vegetale tale da renderlo particolarissimo. Insomma un vino che si ricorda e che merita un giusto accompagnamento con una pasta al ragù o una bistecca alla brace. Un vino vero, bello, non artefatto. Monumento, Cesanese del Piglio DOCG, a voler essere l’opera monumentale dell’azienda. È il cru che deriva dalla vigna Colle di Grano. Fermentazione in acciaio e affinamento in botte di castagno per 10 mesi ai quali fanno seguito 12 in bottiglia. Un vino elegante che aumenta complessità rispetto ai precedenti. Tannino bello deciso. Un vino che può continuare ad affinare in bottiglia per donare sensazioni anche nel futuro. Di prospettiva. Mi è piaciuto per le note che sanno di profondità. C’è alloro e balsamico. C’è foglia di pomodoro e cioccolato. C’è tabacco Kentucky e castagno (quasi marron glacé). Mi è piaciuto per la ricca trama tannica presente e rilevante con la persistenza quasi lunga. La sua sapidità, il buon bilanciamento e il corpo, non opulento, non stressante. Il finale con la assoluta non banalità che ricorda le ciliegie sotto spirito di nonna con quel lievissimo, impercettibile ma preziosissimo amarognolo. Anche questo, un vino che si ricorda! Infine, l’ultimo arrivato, il rosato da Cesanese R(osè). Vendemmi tardiva e vinificato in anfore di terracotta. Decisamente insolito e unico nel suo genere. Uno di quei vini che accompagnano le estati esaltandole per la sua freschezza e semplicità ma anche per la capacità di accompagnare tanti piatti. Convincente. Io mi occupo della parte commerciale e marketing. Lavoro nell’altra azienda di Tonino. A me piace questo mondo. Le vinificazioni sono fatte tutte con contenitori del territorio. Anfore di terracotta non smaltate, botti non in rovere perché non ci appartiene. Castagno da 1000 litri perché del territorio. Vino avvicinato al territorio. Ambrogio si occupa della parte agricola. Con l’azienda di movimento terra ha i trattori dunque per la manutenzione della vigna se ne occupa lui. Michele della parte amministrativa e commerciale. Tonino commerciale. Eventi, agenti, distributori. Quasi tutti i giorni sono presenti. 15 mila le bottiglie prodotte con un obiettivo di massimo 20 mila. Il distretto è piccolo e non si può ne si deve crescere troppo. Oltretutto la scelta di fare un vino il più naturale possibile fa si che ci voglia tempo e dedizione. L’aumento dei numeri vorrebbe dire dover rinunciare al loro primo lavoro cosa questa al momento, impossibile. Bello che rimanga una passione e un business che deve crescere. È una passione. Un business fino ad una certa perché se lo dovessimo fare per le entrate no. Io essendo poco che sono qui, da luglio, sono il jolly. Mi sento parte del progetto. Mi coinvolgono in tutto e mi fanno divertire. Quello che c’è ed ho visto, funziona tutto. Il vino piace e i feedback sono positivi. In cantina tutto funziona. C’è Gianni che fa tutto. Sulla parte commerciale stiamo crescendo. Non vogliamo crescere troppo. Facciamo un vino che beviamo tutti i giorni. Visto che nella canzone di Gino Paoli, ne rimane solo uno, l’augurio che mi faccio e che faccio a tutta la banda di Terre Antiche, è di continuare a stare insieme. Per business e per diletto ma, sopratutto, per non privarci dei loro vini poiché danno del Cesanese una interpretazione che sarebbe certamente piaciuta a Gasperino il carbonaro. Oltre che a me. Ricciotto: “ Namo!”
Gasperino: “ Ma che fai Aho!? e lassame perde, porca mignotta, devo finì er Genzanese del ’91…”
Ricciotto: “ Namo!”
Gasperino: “ Ma chi sei Aho! Io so’ il Marchese, il padrone de tutte e botti! me le scolo! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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