Imparare dalle crisi
Come sta andando la vendemmia?
Ah quest’anno l’annata è fantastica. Una delle migliori mai viste. Peccato ci sia la crisi.
Un dialogo, uno dei tanti che mi capita di fare con produttori e vignaioli tutti accomunati dalla vendemmia che si è fatta, si sta facendo, si farà. Un po’ di preoccupazioni per il tempo che dovrà arrivare, ma tutto sommato, una buona annata. Buona sia per quantità sia per qualità. In altri tempi non si sarebbe che gioito di questo binomio. Mai come oggi però il clima è decisamente teso. E non mi riferisco a quello atmosferico.
La grande quantità potenziale di uva che entrerà nelle cantine dopo la vendemmia sarà indubbiamente importante. Gli ettolitri conseguenti sono dunque decisamente alti e non potranno che andare ad aggiungersi a quelli che sono tuttora in stock nelle cantine. Invenduti.
È proprio su quest’ultimo aggettivo che occorre soffermarci. Invenduti.
Non è l’analisi grammaticale che occorre quanto invece farsi la domanda: perché?
Nel 2024 si sono prodotti 43.9 milioni di ettolitri e a luglio scorso erano presenti nelle cantine circa 43,6 milioni a stock. Il che non vuol dire che non verranno venduti ovviamente.
I dazi. È colpa dei dazi.
Non proprio. Numeri alla mano, verso gli USA si sono esportati 3.6 milioni di ettolitri nel 2024. Un dato drogato dall’annuncio dei dazi che ha portato il balzo degli ordini rispetto ai 3.3 milioni di ettolitri del 2023.
Anche se eliminassimo il vino spedito negli USA rimarrebbero comunque 40 milioni di ettolitri in stock.
Ovviamente non tutti sono da considerarsi effettivamente invenduti.
Nel 2024 si sono venduti all’estero 21.7 milioni di ettolitri e 22,3 in Italia. Fanno 44 milioni tondi tondi. Allora non c’è il problema!
Aggregando i dati sembrerebbe di no ma andando a vedere regione per regione, il risultato cambia. La Toscana ad esempio è una delle regioni che soffre di più. Sarà perché di Chianti ce ne è troppo?
Torniamo ai dazi: si sarebbero potuti prevedere i dazi? Certamente no un anno e mezzo fa ma dall’elezione di Trump, sicuramente sì. Era nel suo programma.
Veniamo al mercato, una bestia indomabile che, da sempre, osserva alti e bassi, corsi e ricorsi storici. Abbiamo vissuto, fino al 2024, crescite costanti anno dopo anno. Non sarà andato troppo su?
Beh ma si sa che quando un mercato va su c’è chi fa le grandi abbuffate. Però poi sono gli stessi che piangono perché il mercato scende. In fondo hanno la pancia piena e devono riempirla.
Che ci fosse qualche segnale di cambiamento a partire da dopo il COVID, forse lo si poteva intuire. Il COVID in fondo aveva prodotto due cose. Per primo la capacità di vendere online attraverso siti Internet specializzati piuttosto che direttamente da parte produttore. Un mondo online che aveva consentito a chi doveva rimanere chiuso in casa di consumare il vino. Vendita diretta da parte dei produttori o di siti specializzati con ampi margini per tutti. Soprattutto con prezzi non elevati per i consumatori. Il secondo aspetto del COVID è riferibile meramente ad un punto di vista di prodotto per la capacità per molti di sperimentare avendo in cantina una serie di prodotti non venduti. Sperimentare su nuovi affinamenti, affinamenti più lunghi. C’è perfino chi ha iniziato la propria attività enoica proprio con il COVID non potendo muoversi ed avendo quindi la possibilità di coltivare.
Poi cos’è successo? È successo unicamente che la gente ha cominciato ad uscire riversandosi fuori in una sorta di liberi tutti evviva la libertà.
Da qui è successo qualcosa che questo magazine continua a sostenere da tempo e che bisogna unicamente chiamarla con il proprio nome: ingordigia. L’ingordigia da parte dall’ultimo anello della catena di distribuzione del vino, coloro che erano rimasti a bocca asciutta proprio per via del COVID: i ristoratori.
Non gli sarà parso vero di vedere entrare, finalmente, nelle sale i clienti. Solo che loro li hanno raffigurati come polli da spennare.
Avere dei vini con moltiplicatore cinque sulla carta è veramente uno sfregio. Capisco i primi tempi che bisognava rifarsi delle perdite avute durante il COVID (sussidi a parte), ma adesso non è più il caso. Non ci si può lamentare o dare la colpa al nuovo codice della strada se le persone consumano meno vino quando una bottiglia che vale cinque euro viene venduta a 25. Non è possibile perché non sostenibile.
E che non venissero a raccontarci la favola che hanno i costi alti, che non trovano dipendenti e altro. Conti alla mano, non è assolutamente vero.
Parte della croce occorre poi attribuirla anche al sistema Italia che non ha per nulla fatto sistema. Consorzi e cantine sono proliferati nel corso del tempo così che produzione ed etichette sono proliferate. Soprattutto con prodotti di bassa gamma. Sistema Italia vorrebbe dire valorizzare i territori e valorizzarli con modalità ed attività che possano rendere trasparente il mondo del vino. Siano in grado di raccontarlo per far comprendere come dentro una semplice bottiglia con un semplice vino vi sia molto altro che un liquido. Solo che il Sistema Italia ha continuato a lavorare con i soliti noti, le solite manifestazioni, le solite tecniche. Come se niente fosse accaduto. Come se il problema non vi fosse.
Faccio un esempio che conosco da vicino e che non vuole rappresentare un piagnisteo ma unicamente far capire come il Sistema Italia non abbia interesse a cambiare.
Questa redazione ha provato ad interloquire con le Istituzioni del Lazio, Arsial, per proporre qualcosa di nuovo. A prescindere dalla bontà o meno del progetto, il risultato è che non siamo stati nemmeno ascoltati. Non vi è stata alcuna opportunità di presentare un progetto. Ci siamo presentati da persone comuni con un trascorso di esperienze e una idea. Se questo è l’approccio posso solo desumerne che stessa sorte sia toccata a chiunque abbia provato ad presentare qualcosa. A meno che non si rientri tra i soliti noti.
Ciò accade di sovente quando la politica si impossessa di spazi di manovra. L’amichettopoli c’è e c’è anche da parte di chi aveva detto non vi fosse. Questo non è Sistema Italia è semmai un sistema de noantri che impedisce il ricambio delle idee. Quello che si offre è sempre lo stesso dagli stessi.
Cosa ci aspetta nel futuro? Probabilmente niente di buono.
Con una diminuzione dei consumi l’unica possibile (prima) conseguenza è la chiusura di qualche azienda. E non sto parlando delle piccole aziende familiari che forse saranno quelle proprio che si salveranno in quanto il lavoro dei singoli non è particolarmente retribuito. Mi riferisco alle medie aziende, quelle che sono sopra le 100.000 bottiglie l’anno e che non avranno più possibilità di pagare i propri dipendenti. Un patrimonio enorme che si potrebbe perdere insieme alla superficie evitata. Il che non sarebbe tanto un problema qualora si estirpassero Vitigni o aree delle quali non voglio dire che se ne può fare a meno, ma dove non c’è una territorialità rivendibile
Si perderanno vigneti e si perderà superficie evitata e occorrerà sperare che questo non sia il solito gioco di estirpo ora e rimpianto dopo in funzione dei soldi che il governo di turno vorrà mettere.
Alla fine, però, non potendo calmierare i prezzi alla ristorazione, l’unica vera opportunità che abbiamo è una grande operazione di trasparenza: imponiamo ai ristoratori di scrivere sul listino il prezzo consigliato dal produttore o comunque il prezzo al quale la bottiglia è reperibile on line. Solo così il consumatore sarà in grado di capire, nella totale trasparenza, il ricarico del ristoratore e scegliere, liberamente e consapevolmente, di pagare il di più. O di prendere dell’acqua.
Se non faremo questo della crisi, non avremo imparato nulla.
A meno che… a meno che non si aumenti l’offerta. No, non sto scherzando. Un buon bicchiere di vino si può bere altrove oltre che al ristorante. Il problema è che l’offerta dei luoghi alternativi è decisamente scadente.
Secondo una recente indagine di Press Releas Hub, MCO report che ha analizzato i dati relativi alla numerosità di enoteche e wine bar legandoli alle recensioni dei clienti, la città più Wine Friendly d’Italia è Alba con un punteggio di 6.34 seguita da Siena a 6.04. Milano si classifica all’ultimo posto con 0.1. Roma non è neanche citta dal Report.
Ciò vuol dire solo che probabilmente ci sarebbe bisogno di aumentare l’offerta di luoghi ove consumare vino di qualità ad un costo non elevato. Altro che crisi!
Ivan Vellucci
Editoriale