Donato Giangirolami. Uno scrigno appena fuori Roma
È una mattina fredda di dicembre, di quelle in cui il sole riesce comunque a illuminare la giornata con una luce gentile.
Decido di partire alla scoperta di un’azienda che avevo incrociato quasi per caso, sfogliando la carta dei vini di un ristorante a Latina.
Un nome che mi aveva incuriosito subito: Azienda Agricola Biologica Donato Giangirolami.
Dopo qualche messaggio sui social fissiamo un appuntamento.
Arrivo nella loro sala degustazione, a pochi chilometri dalla cantina, immersa nella quiete della pianura pontina.
Ad accogliermi sono Laura e Federica, due sorelle unite da una passione che non ha bisogno di essere spiegata: il vino.
Laura si occupa del commerciale, Federica dell’amministrazione.
Mi raccontano che c’è anche una terza sorella, Chiara, impegnata in cantina.
Un’azienda tutta al femminile, capitanata da Donato, il loro papà.
Ci fermiamo accanto a un tronco d’albero e iniziamo a parlare.
Laura mi racconta che tutto nasce nel 1957, quando il nonno Dante acquista cinque ettari di terra nella pianura pontina, un territorio ancora giovane, restituito da poco alla bonifica dell’Agro Pontino.
La passione passa di generazione in generazione, fino ad arrivare a Donato il papa che, nel 1993, diventa uno dei pionieri dell’agricoltura biologica in zona.
Oggi Laura, Federica e Chiara rappresentano la terza generazione alla guida dell’azienda.
Da oltre trent’anni produciamo vino nel rispetto dell’ambiente e delle persone,
mi dice Laura.
Per noi il vino è felicità.
Federica aggiunge che la gestione agricola segue pratiche a impatto ambientale minimo: lavorazioni meccaniche, concimazioni organiche, sovescio.
Tecniche antiche che qui tornano ad avere senso.
Siamo a ridosso del Parco Naturale di Ninfa.
Qui agricoltura sostenibile significa protezione della terra, del clima e delle generazioni future.
Prendiamo in prestito la terra da chi verrà dopo di noi,
mi dice Laura.
Questo è il nostro patto.
La cantina è uno scrigno nascosto fuori Roma.
Fa parte della Strada del Vino di Latina, dei Vignaioli Indipendenti, dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino e dei produttori biologici del Lazio.
Qui il vino è sapere artigianale, paziente, autentico.
Laura mi accompagna tra i vigneti.
Tre aree: due nei Castelli Romani DOC, una nella DOC Cori, tutte iscritte all’albo dei vigneti IGT Lazio.
Il filo conduttore è Ninfa, sintesi di storia, natura e meraviglia.
Federica arriva con i calici.
Il primo brindisi è con Nynphe, uno spumante metodo ancestrale da uve Grechetto, nato dalle vigne coltivate a ridosso dei Giardini di Ninfa.
Nel bicchiere si presenta con un colore dorato, leggermente velato, vivo. Al naso è immediatamente elegante: emergono note di crosta di pane, pasticceria secca, fiori bianchi – gelsomino e acacia – seguite da timo e da una frutta a polpa gialla nitida, pesca e albicocca, che dona profondità e continuità olfattiva.
In bocca è fresco, minerale, slanciato, con una bolla fine e integrata che accompagna la beva senza mai appesantirla. La chiusura è asciutta, pulita, con una persistenza che richiama le sensazioni floreali e fruttate percepite al naso.
Uno spumante senza aggiunta di zuccheri, che gioca sull’equilibrio e sull’eleganza più che sull’effetto, capace di raccontare con precisione il territorio da cui nasce.
Questo lo vedrei perfetto con crostacei crudi, mozzarella di bufala e paste all’uovo»,
dico sorridendo.
Entriamo poi nella sala degustazioni.
Un ambiente caldo e raffinato, con il camino acceso, il legno che domina lo spazio e un’eleganza naturale che invita alla sosta, al racconto.
Federica arriva con la seconda bottiglia: Cardito.
Lo versa nel calice e già al primo movimento emergono profumi nitidi e delicati. Al naso si apre su gelsomino e fiori bianchi, seguiti da pera matura, mandorla fresca e una leggera sfumatura mielata che aggiunge rotondità senza mai appesantire.
In bocca è equilibrato e luminoso, sostenuto da una freschezza misurata che accompagna il sorso con naturalezza. La trama è fine, scorrevole, con una progressione elegante che chiude su una persistenza pulita, in cui tornano le sensazioni di mandorla e una lieve sapidità finale.
Un vino che non cerca l’effetto, ma lavora sull’armonia e sulla grazia del gesto, lasciando una sensazione di equilibrio che invita al sorso successivo.
Resto qualche istante in silenzio, il bicchiere ancora tra le mani, mentre il camino continua a crepitare. È uno di quei momenti in cui il vino smette di essere solo degustazione e diventa conversazione.
I vostri vini hanno tutti un filo comune,
dico guardando Federica e Laura.
Non cercano mai di imporsi. Hanno sempre qualcosa di misurato, di rispettoso.
Federica sorride.
È quello che siamo anche noi. Cerchiamo un vino che accompagni, non che sovrasti. Un vino che stia bene nei momenti veri.
Laura annuisce e aggiunge: «Questa sala è nata proprio per questo. Per accogliere le persone, per farle fermare. Qui abbiamo fatto tante serate, degustazioni, incontri. Ogni volta è diverso, ma il filo resta sempre lo stesso: condividere.»
Mi raccontano delle cene organizzate attorno al camino, dei calici che passano di mano in mano, delle storie che si intrecciano tra un vino e l’altro. Di come questo luogo, negli anni, sia diventato uno spazio vivo, abitato, mai solo espositivo.
Il vino, per noi, è relazione,
dice Federica.
È tempo dedicato.
Laura sorride ancora, con quella luce negli occhi di chi crede davvero in ciò che fa. «E le prossime serate sono già nella nostra testa. Nuovi incontri, nuovi brindisi. Questo posto è fatto per continuare.»
Poso il bicchiere e mi guardo intorno un’ultima volta. Capisco che qui non si viene solo a degustare dei vini, ma a prendere parte a una visione, a un modo di stare al mondo fatto di tempo, cura e attesa. Il camino continua a scaldare la sala mentre il tempo, fuori, corre più veloce.
Prima di andare, Laura mi regala Apricor, il loro passito. Non lo assaggio. Me lo racconta. Mi descrive quello che troverò quando lo aprirò: profumi di albicocca matura, frutta candita, miele, un sorso caldo e avvolgente, pensato per accompagnare formaggi blu, dolci alla frutta secca, un fine pasto lento, da condividere.
Ascolto e immagino. E in quell’attesa, forse, c’è già tutto il senso di questo incontro.
Ci salutiamo con un abbraccio sincero, di quelli che non hanno bisogno di promesse. Me ne vado con la certezza di aver incontrato una realtà autentica, fatta di persone prima ancora che di vini. E so già che questo non è un addio, ma solo una pausa gentile tra un incontro e il prossimo.
Roberto Silvio De Pascale
Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina