Vino In-dipendente 2026. L’artigianalità del vino
A Calvisano l’artigianalità del vino stabilisce un record e segna la mia miglior esperienza degustativa di questo primo bimestre.
Vino In-dipendente, ideato e coordinato da Stefano Belli, raduna ogni gennaio a Calvisano, in provincia di Brescia, una settantina di vignaioli da tutta l’Italia.
Rispetto per la natura e amore per la tradizione dei territori si respirano ad ogni postazione di questa mostra-mercato, che alla sua undicesima edizione ha vantato il record di oltre 700 visitatori.
A Vino In-dipendente si ha l’occasione di conoscere vignaioli che proteggono l’integrità del proprio territorio attraverso una solida etica ambientale, per produrre vino senza additivi chimici e con il minor numero possibile d’interventi, sia in vigna che in cantina.
Ecco alcuni dei sorsi di genuina personalità che più mi hanno colpita.
Il Mimomamu dell’azienda bolognese Terre di Macerato di Franco Dalmonte è un vino rosso travestito da bianco, in cui l’albana in purezza dà carattere, acidità e tannino, grazie alla combinazione di due raccolte da zone e periodi differenti: la prima leggermente precoce per dare freschezza e la seconda un po’ in ritardo, per ricavare la generosità d’aromi della surmaturazione.
Sempre in Emilia Romagna, ma sui Colli Piacentini, le uve di malvasia bianca di Candia aromatica coltivate in Val Tidone regalano un vino orange non filtrato e senza solfiti aggiunti, dal profumo inebriante di zafferano, datteri essiccati e miele d’acacia: è l’Amphora Tigris di Cà Nova Gualdana.
A poco più di 30 kilometri di distanza dalla Val Tidone, una delle zone più celebri in Italia per gli spumanti metodo classico, l’Oltrepò Pavese, con la cantina Torrazzetta come degna rappresentante. Il suo Pas Dosé Luce da Pinot Nero in purezza, vendemmia 2015, con 94 mesi sui lieviti, ha un’acidità vivace e prolungata con sentori di crosta di pane e fiori di sambuco.
A fare da contraltare alle bollicine pavesi, il secondo grande territorio lombardo delle bollicine è quello in cui sorge Stella del Filare, la Franciacorta.
Anche qui 100% Pinot Nero, proveniente da un unico vigneto. Le bottiglie de L’Ancestrale vengono sboccate dopo circa 12 mesi, colmate con lo stesso vino e affinate in bottiglia con tappo di sughero per 6 mesi prima della messa in commercio. Esprimono tutto il frutto e le caratteristiche varietali dei tagli di mosto in seconda estrazione. Mentre il mosto fiore, il titolare Luigi Picotti – con un affascinante passato nella scena musicale underground di Brooklyn – lo utilizza per produrre Franciacorta.
Ancora metodo classico, per delle bollicine che di classico non hanno proprio nulla. Zizzania di Malerba, come il suo stesso nome annuncia, ha tutta l’energia incontenibile di una pianta infestante. Il 2018 che ho degustato viene da un uvaggio di malvasia, trebbiano e altre varietà a bacca bianca toscane. Colore ambrato, naso dirompente fatto di arancia candita, macchia mediterranea e di una straordinaria mineralità che si riconferma al palato.
Da Arezzo immagino di spostarmi verso est con un paio d’ore in auto e arrivo a Urbino in Tenuta Cà Sciampagne. Il rosso Guidobaldo che mi presenta la signora Paola è un sangiovese da bere fresco, più che per età, letteralmente, per temperatura. Viene da 3 vendemmie, un’anticipata, una regolare e una in sovramaturazione. Si sentono tutte al palato: il viaggio parte “verde”, prosegue dolce e chiude tannico.
Tannini e avvolgenza anche da altro produttore dell’Italia orientale, ma decisamente più a Sud, con il San Severo Nero di Troia di Cantine Pallotta. Tutte le vendemmie di Donna Clelia partono da bassissime rese, con uva ancora pigiata con il torchio di legno, fermenti naturali, rimontaggio manuale, affinamento in barriques di rovere francese di secondo o terzo passaggio per almeno dieci mesi e successivo affinamento in bottiglia per altri dodici.
Prima di lasciare Vino In-dipendente, scelgo di coccolarmi con un assaggio di formaggio Silter DOP e di accompagnarlo ad una sorprendente anteprima, uscita proprio questo mese: il rosé ancestrale da Nero d’Avola Marah di Francesca Barracco, di Mazara del Vallo, che con la sua giocosa ma elegante effervescenza regala un sorso fresco e scorrevole.
Mi vien quasi voglia di cominciare un secondo giro tra gli stand… ma decido di tenermi altre invitanti sorprese per il prossimo gennaio, quando tornerò a Calvisano per godermi altri vini che narrano di radici, mani e passione.
Adele Gorni Silvestrini –Passi in cantina
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