Gagiablu. Laura Mauriello: la ghiandaia che tornò in Maremma
07 Ott 2026
Suggestioni di Vino

GagiaBlu. Laura Mauriello: la ghiandaia che tornò in Maremma

 

Per anni Laura Mauriello ha vissuto tra due mondi. Da una parte Milano, il lavoro, le scadenze e uno studio assicurativo costruito con ostinazione. Dall’altra la Maremma, una terra incontrata quasi per caso e diventata lentamente una necessità. In mezzo, una quercia secolare, una ghiandaia blu che torna ogni anno nello stesso luogo e una cantina, GagiaBlu, nata dalla convinzione che alcune scelte difficilmente si possono spiegare. Però quando si concretizzano, si riconoscono.

Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.

La massima di Seneca mi ha accompagnato quando ho rimesso mano al materiale relativo alla chiacchierata con Laura Mauriello, una donna che, pur vivendo a Milano, ha scelto di piantare le sue radici, e le sue vigne, trecentosessanta chilometri più a sud, in quella striscia di Toscana che i troppi turisti dimenticano e che proprio per questo è rimasta la più vera. La Maremma. 

Il coraggio di ricominciare (o forse no, il coraggio di continuare)

A Milano l’umidità ha steso una cappa grigia sulla città. Laura la liquida senza esitazioni: «Fa schifissimo». È la schiettezza acquisita in trent’anni di Brianza, il modo diretto di una donna che non ama i preamboli. Ha quarantotto anni, due figlie, due aziende e due città. Soprattutto, ha voglia di raccontarsi senza lasciarsi rinchiudere in una definizione.

La sua è la schiettezza meneghina acquisita in trent’anni di Brianza. Laura è una donna che non ha bisogno di preamboli. Quarantotto anni, due figli, due aziende e due città. Una gran voglia di raccontare, senza schemi. 

Ancora non mi sono inquadrata. Forse il bello di me è che non ho stereotipi dentro cui mettermi.

In una Milano dove, come dice lei “nasci e sei già in ritardo”, Laura ha costruito la sua vita a una velocità diversa dal normale. Occorrerebbe certo capire bene quale sia la velocità normale visto che spesso questa cambia in funzione delle latitudini e non già perché al sud si proceda ad una velocità inferiore. È che al sud fa più caldo e allora si va un po’ meno velocemente. Anche se poi si lavora fino a tardi la sera. Divagazioni, è vero.

Quella di Laura è semmai una doppia velocità. Che forse vuol dire due vite. Ma possono due vite andare a velocità diverse? Già vivere due vite è complicato, farle andare a velocità diverse deve essere un incubo.

Gagiablu. Laura Mauriello: la ghiandaia che tornò in Maremma

Comunque sia, la prima vita è la carriera assicurativa, presa in mano a ventitré anni quando il padre, Augusto, se ne andò in una torrida estate del 2006. 

Mio padre era venuto su dalla provincia di Avellino nel ‘69. Uno che veniva dalla fame e dal niente. Uno tosto, che scherzava poco.

Quando la compagnia assicurativa per cui il padre lavorava non si comportò bene con la famiglia, Laura, incinta della prima figlia, sconvolta dal lutto e “incazzata contro il mondo”, firmò un mandato e si rimise a studiare

Con una bambina piccola da allattare e l’orgoglio di chi ha perso tutto tranne la voglia di rialzarsi

È proprio qui che ho capito la stoffa di questa donna. Perché quando vedi in faccia Laura, l’impressione che si ha è di una donna della quale devi aver timore. Non paura, non parlo di quella. Parlo di una sorta di forza interiore che, seppur nascosa da un sorriso che disarma potrebbe sopraffarti in un attimo. Una forza che la mantiene sempre elettrica ed attiva. Pronta a fare qualcosa. Ci sono persone che aspettano qualcosa che forse non arriverà mai così che l’attesa spesso diventa emozione pura, memoria, radice. Laura non penso abbia mai aspettato che le cose arrivassero. È andata a prenderle. Così si è costruita la sua vita.

Poi venne il 2008, l’autunno dei Lehman Brothers. 

Il comparto assicurativo prese il colpo immediatamente perché i nostri prodotti erano legati alla borsa americana.

Fu in quel momento, in una “giornata d’estate in Puglia”, uno di quei giorni in cui l’aria è così densa che i pensieri diventano leggeri, che Laura e suo marito fecero il grande passo. 

Comprarono un terreno di quasi otto ettari a Roselle, nel cuore della Maremma toscana. La scintilla? 

A me la Maremma è sempre piaciuta tantissimo. Quella zona selvaggia, il mare senza troppi orpelli… è rimasta rude, umana, non Instagrammabile come altre parti della Toscana. 

La Maremma non la scegli, ti sceglie. È una terra di etruschi e butteri, dove il vento porta salsedine e gli olivi si contorcono come sculture d’argento sotto un cielo che sconfina nel mare. Laura la descrive con l’amore di chi ha riconosciuto un luogo dell’anima prima ancora di capire perché. Ma forse, conoscendola bene, la Maremma la rappresenta a pieno.

La ghiandaia che tornò a casa

Come spesso accade nei progetti veri, il nome contiene già l’intera filosofia che contraddistingue l’azienda. GagiaBlu è un nome che di per se suona anche bene ma se si comprende bene la sua etimologia allora si capisce bene che è non solo l’azienda ma proprio Laura..

La gaggia è la ghiandaia marina, un uccello migratore che però se trova l’habitat ideale ci rimane per sempre, con la sua compagna.

Al centro del vigneto c’è un quercia secolare. Proprio su quella quercia una ghiandaia blu torna ogni anno. Ha trovato su quella meravigliosa quercia il suo luogo. Non importa se bello o brutto, se lontano o vicino. È il suo rifugio coccola. Il suo angolo di paradiso.

Laura è arrivata in Maremma quasi per caso, con la leggerezza di un sogno estivo pugliese e vi  ha messo radici profonde come la quercia che campeggia sulle sue brochure. Forse cercava un luogo dove poterle mettere quelle radici. Un posto meno veloce e con qualcosa di più stabile. Ma non per sempre, no. Chi è abituato a correre, non si ferma mai di botto.

Nel 2010 si piantano le prime barbatelle. Un atto scontato ancorché mai semplice per chi vuole avviare una azienda vinicola.

La vigna dava i primi frutti esattamente quando i miei figli entravano nell’adolescenza. Mi dicevano: la vigna ha i suoi tempi. A scuola mi dicevano: i ragazzi hanno i loro tempi. È stata una crasi perfetta. Ho imparato l’arte dell’attesa.

La storia si fa densa di metafore, di quelle che a me piacciono tanto e che cerco sempre nel fondo del bicchiere.

Orazio nelle sue Odi elogiava chi sa attendere il momento giusto per cogliere l’uva. Pasolini vedeva nella campagna l’ultimo baluardo contro l’omologazione. Laura ha imparato l’attesa senza mai smettere di essere un vulcano

Un vulcano che però ha capito che la lava, a volte, deve scorrere piano per diventare terra fertile

Un ossimoro vivente: istintiva e paziente, milanese e maremmana, assicuratrice e vignaiola.

Io non ho discendenze di vignaioli alle spalle. Non mi chiamo Antinori, non ho nulla dietro di me, se non il nonno che a San Martino Valle Caudina aveva il pezzetto di terra. Ma qui siamo tutti così, no? Basta scavare un po’ e trovi un nonno contadino.

Allora parte tutto da zero. Con la determinazione ferrea di chi non ha nulla da dimostrare se non a se stessa. Studia da imprenditore agricolo, passa dall’INPS per infilarsi nel ginepraio delle pratiche. Conosce l’agronomo Domenico Saraceno, poi l’enologo Gabriele Gens

Che ha questa grandissima capacità educativa. All’inizio non capivo una mazza di quello che diceva, poi gli chiedevo di tradurre per i non capenti e lui: ah sì, hai ragione. 

È così che nasce una squadra, senza retorica ma con l’urgenza di chi vuole realizzare qualcosa di vero. Conoscendo i propri limiti e con la voglia da un lato di superarli, dall’altro di lasciar fare a chi sa.

Dentro i vini: il respiro della Maremma nel bicchiere
Frà Merlot 2021.  Il coraggio di una scommessa personale

Quando Laura mi parla della scelta del Merlot, i suoi occhi cambiano luce. Non è solo una questione tecnica, è una confessione intima. 

L’unica nota stilistica personale che ho chiesto io è stata il Merlot, perché è uno dei miei due vitigni preferiti. Ho chiesto all’enologo se con quel terroir poteva uscire qualcosa di interessante, e la risposta è stata affermativa.

Gaggia bluFu il primo vigneto piantato in azienda: una scommessa personale sulla vocazione della terra e sulla capacità del vino di andare oltre i pregiudizi sui vitigni internazionali. Oggi il Frà Merlot 2021 è un vino che definirei meditativo. Affinato per quindici mesi in barrique e tonneaux, ha un colore rubino intenso e profondo che prepara a un’esperienza complessa. Al naso esordisce con mora, mirtillo nero e sentori di sottobosco umido, ma dopo qualche minuto nel bicchiere si apre a suggestioni più evolute: tabacco biondo, cioccolato bianco, una nota balsamica quasi eucaliptica e un ricordo salmastro che racconta la vicinanza del mare. In bocca è vellutato e caldo, con tannini rotondi e una chiusura sapida che persiste.

Non è un Merlot qualunque: è un vino che porta dentro di sé il carattere schietto della Maremma, quella “rudezza gentile” che Laura cerca in tutto ciò che fa. La produzione si aggira sulle ottomila bottiglie, numeri da artigianato di alta gamma, di quelli che ti costringono a scegliere ogni giorno tra quantità e qualità. E la scelta è evidente già dal primo sorso. Il suo vero valore sta nella coerenza: è esattamente il vino che Laura aveva in mente quando, con la sua determinazione che poteva sembrare avventata, decise di scommettere su questo angolo di Toscana.

XVIII 2021. Un brindisi alla vita che compie diciotto anni

XVIII è il metodo classico millesimato Nature Rosé da uve Sangiovese in purezza che ha una storia d’amore dietro. 

Dissi al mio enologo: ‘Voglio un metodo classico, non voglio frizzantini strani.’ Pensavo di farlo con Vermentino. Invece lui mi convinse a rimanere sul Sangiovese, per restare legati alla territorialità. Però mi disse: minimo trentasei mesi sui lieviti. 

Gaggia bluEra il 2017, anno in cui iniziarono le prime prove, senza commercializzare, solo per capire dosaggi e affinamenti. Poi arrivò il 2020, la prima annata commercializzata e il nome fu naturale: il diciottesimo compleanno della figlia Benedetta. Il XVIII 2021 è l’evoluzione ulteriore di quel progetto: base spumante 2021, sboccatura dopo trentasei mesi e, per quest’annata, Laura ha voluto tenere da parte cinquecento bottiglie da sboccare a quarantotto mesi per spingersi ancora più in là nella ricerca. Liqueur d’expédition aggiustata, dosaggi limati: il risultato è un rosé pallidissimo, quasi buccia di cipolla ramata, con riflessi che virano al rosa petalo. La mousse è fine e cremosa. Al naso è un caleidoscopio di pesca bianca, zagara, erbe aromatiche della macchia mediterranea, con una vena agrumata che ricorda il pompelmo rosa. In bocca è teso, verticale, attraversato da una freschezza tagliente e da note autolitiche raffinate: crosta di pane, lievito, una mineralità che richiama la pietra focaia. Chiude lungo e strutturato, con un finale sapido che invita al sorso successivo.

È un metodo classico che non ha nulla da invidiare alle maison più blasonate e che anzi porta con sé quella selvatichezza maremmana che è la cifra stilistica di tutta la produzione Gagiablu. Non è semplicemente un vino: è un atto d’amore verso una figlia, un rito di passaggio verso quell’età simbolica in cui si diventa adulti, ma anche la dimostrazione che il Sangiovese, quando è raccolto a inizio agosto con uve ancora acerbe e vinificato con sapienza, può diventare un’eccellenza assoluta nel panorama delle bollicine italiane. 

Gagiablu. Laura Mauriello: la ghiandaia che tornò in Maremma

L’imprenditrice, la madre, la donna: un ritratto a più voci

Nel dialogo con Laura mi ha colpito profondamente il suo senso di responsabilità verso i collaboratori. D’altronde, se vuoi creare qualcosa di grande, devi delegare. C’è poco da fare

Non mi piace chiamarli dipendenti. Quando li ho assunti ho detto: voi siete i miei occhi e le mie orecchie qui. Siate imprenditori del vostro comparto.

Tommaso e Susi, due trentenni grossetani laureati in enologia, sono la prosecuzione fisica del suo pensiero in vigna e in cantina. 

Sono stata fortunata ad incontrarli. Molto mi insegnano loro, perché hanno studiato, hanno fatto esperienze in altre cantine. Io metto a loro disposizione tutti i mezzi per ampliare le loro conoscenze.” 

Non è semplice delega: è il riconoscimento che un progetto si regge sulle persone, non sulle gerarchie. Ed è anche la prova che la concretezza manageriale di Laura, quella che le deriva da vent’anni di gestione assicurativa, non annulla la dimensione umana.

La concretezza non è mai disgiunta dalla filosofia. Laura ha anche fatto la scelta coraggiosa del tappo Stelvin per alcuni vini

Pensando alle enoteche che organizzano serate e non finiscono la bottiglia. Con lo Stelvin il vino si conserva, si mantiene, non perde identità.

Pochi in Italia hanno questo coraggio, perché il mercato interno è schiavo del sughero, di una tradizione che non ha nulla di sensato. 

Bisogna ragionare in maniera ecosostenibile. Il sughero non ce n’è più nel mondo, non si può andare avanti a fingere. Poi ci sono tappi tecnici che imitano il sughero e la gente dice: ‘Ah, ma allora lo stappo col cavatappi, va bene così.’ Ma non stai stappando sughero, stai stappando un’illusione.

Quando dico che nel nostro Vermentino c’è solo uva da Vermentino, dico quello che è reale. Sono coerente con quello che faccio.

Coerenza, filosofia, concretezza: è il trittico su cui Laura ha costruito la sua impresa senza mai abbandonare i clienti assicurativi di Milano 

Per un grande rispetto verso di loro. Mio padre mi ha insegnato un’etica professionale che voglio mantenere. Anni di fidelizzazione e di rapporti personali non si possono tramandare a un collega.

 Una fedeltà che oggi le costa tempo ed energie, ma che la onora.

La Maremma, l’attesa e il futuro

Quando parliamo del futuro, Laura non ha esitazioni 

Sicuramente nel futuro di Laura c’è la Maremma a titolo definitivo. Sono stanca di Milano. Sono stanca di questa fretta, di questa cosa che nasci ed sei già in ritardo.

È la stanchezza di chi ha corso per trent’anni e ora sente il bisogno di fermarsi. O meglio, di rallentare, perché fermarsi non è nel suo DNA. L’azienda sta crescendo: cinquantamila bottiglie l’anno, con un nuovo terreno in località Poggio La Mozza, nel comprensorio del Morellino, acquisito nel 2024. 

Abbiamo ottenuto altri diritti di impianto dalla Regione, faremo i primi tre ettari. Poi al massimo altri tre o quattro, così arriviamo a dodici-tredici ettari vitati. Oltre le centomila bottiglie non andremo, perché altrimenti devo ribaltare la cantina e ampliarla. E non è il progetto.

E le figlie? 

Per questo non ci siamo mai trasferiti. Non era corretto togliere loro le opportunità che avevo avuto io. Venti minuti di treno per arrivare a Milano, contro un’ora e mezza per arrivare all’università più vicina se abiti a Grosseto.

È la scelta di una madre che non ha mai separato il progetto imprenditoriale da quello familiare. Anzi, li ha fatti crescere insieme, come due tralci dello stesso ceppo.

Il vino come specchio di un’anima che non si arrende

Rifletto sulle parole di Laura. Ha citato più volte la “follia” delle sue scelte, ma io non ci credo. Non è follia quella che spinge una donna a cambiare vita a trentadue anni, a studiare agronomia mentre cresce due figli e gestisce uno studio assicurativo. Non è follia quella che la porta a scegliere il Merlot in terra di Sangiovese o a fare un metodo classico Nature in una regione che non ha mai puntato sulle bollicine. Quella è visione. La stessa che avevano i pionieri del vino italiano quando, contro ogni logica di mercato, decisero che la qualità poteva diventare un destino.

Ho quarantotto anni, ma ancora non mi sono inquadrata. Forse il bello di me è proprio questo.

Ecco, credo che questo sia il segreto di Gagiablu. Non cercare l’inquadratura perfetta, il vino allineato, l’etichetta rassicurante. Semmai cercare l’autenticità, quella che ti fa assaggiare un Vermentino e riconoscere la salsedine delle coste maremmane. Quella che ti fa stappare un XVIII e sentire dentro quella bolla fine e persistente tutta la fatica, l’attesa e l’amore di una famiglia.

“Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare” non è una frase per Laura che ha trovato il suo porto molto tempo fa, in una giornata d’estate in Puglia, parlando di sogni con suo marito e da allora non ha mai smesso di navigare.

Ora però il vento è cambiato di nuovo. Ora è la Maremma a chiamarla, con la voce roca della ghiandaia blu che torna ogni anno sulla grande quercia. Sono sicuro che Laura tornerà. Perché lei è come la sua ghiandaia blu: ha trovato l’habitat ideale e lì costruirà il nido. Per sempre.

Grazie, Laura. La tua follia è la cosa più saggia che abbia incontrato negli ultimi anni.

 

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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