Chi semina utopia, raccoglie realtà. Addio a Carlo Petrini, l'uomo che ci insegnò a mangiare lentamente
22 Mag 2026
Editoriale

Chi semina utopia, raccoglie realtà. Addio a Carlo Petrini, l’uomo che ci insegnò a mangiare lentamente

 

La velocità è violenza
Paul Virilio, Velocità e politica, 1977

Un’idea semplice può essere così semplice da sembrare ovvia a posteriori. Così semplice però da spaccare il mondo in due: prima e dopo. Prima di Carlo Petrini mangiavamo. Dopo, abbiamo cominciato a capire che mangiare è un atto politico, un atto d’amore, un atto di resistenza. Di socialità e condivisione. Non solo con chi sta attorno al nostro stesso tavolo, ma anche con chi ci ha consentito di godere di quanto in tavola c’è.

Carlin, come lo chiamavano tutti a Bra, come lo chiamavano i contadini delle Langhe e i filosofi che lo ascoltavano parlare nei convegni con la stessa attenzione, ci ha lasciati nella tarda serata di ieri, 21 maggio 2026. Settantasei anni, una vita intera spesa a seminare utopia. Parola sua, rivendicata con orgoglio, nella certezza che i sogni giusti, quelli vissuti con passione vera, prima o poi diventano realtà.

Aveva ragione.

Il chiodo contro il vento

Era il 1986. A Bra, nelle Langhe, un gruppo di persone fondate sull’amore per il cibo buono e per il vino onesto decideva di alzare un chiodo controvento. L’Italia si stava americanizzando a velocità accelerata: i fast food avanzavano nelle piazze delle città, la plastica sostituiva la terracotta, il ketchup scalzava il sugo della nonna. Il progresso aveva il sapore di un hamburgher surgelato.

Petrini capì. Una lucidità tipica di chi viene dalla provincia profonda e non ha paura di sembrare anacronistico. Capì che la velocità stava uccidendo qualcosa di fondamentale. Non soltanto il gusto. Stava uccidendo la relazione.

Slow Food nacque così: come atto di resistenza culturale. Non un’associazione di gourmet nostalgici, non un club di anziani che rimpiangono il passato. Una rivoluzione estetica e insieme etica, che metteva al centro del discorso pubblico una domanda che nessuno stava facendo: chi ha prodotto questo cibo, come lo ha prodotto e a quale prezzo umano, ambientale, culturale?

La terra come vocabolario

Quello che Petrini ha cambiato, nel profondo, è il nostro vocabolario. Prima di lui o meglio, prima che la sua visione si diffondesse come acqua nel terreno, il cibo era soprattutto consumo. Una catena lineare: produzione, distribuzione, acquisto, ingestione. Fine.

Dopo Slow Food, il cibo è diventato una mappa. Una mappa del territorio, della memoria, dell’identità. Ogni formaggio racconta un pascolo. Ogni vitigno autoctono porta dentro di sé secoli di adattamento silenzioso tra uomo e clima. Ogni ricetta tramandata è un documento storico più sincero di molti libri di storia.

Ho ripensato a questa intuizione tante volte, girando per le cantine d’Italia. Quando un produttore mi parla della sua vigna con la stessa precisione e lo stesso amore con cui un poeta parla di una metafora, capisco che Petrini ha vinto. Ha vinto perché ha convinto una generazione di agricoltori che la loro storia valeva la pena di essere raccontata. E una generazione di consumatori che quella storia meritava di essere ascoltata.

Terra Madre e il mondo che si connette

Nel 2004 arrivò Terra Madre: la rete internazionale che portò a Torino contadini, pastori, pescatori, cuochi, accademici da tutto il mondo. Da ogni latitudine, da ogni cultura alimentare. Un’operazione che aveva qualcosa di antropologico e qualcosa di liturgico insieme: riconoscersi, guardarsi negli occhi, capire che la battaglia per un cibo buono, pulito e giusto non ha confini nazionali.

Nello stesso anno aprì i battenti l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. L’idea che la gastronomia fosse una disciplina degna di studio accademico sembrava, allora, una provocazione. Oggi forma generazioni di professionisti che portano nel mondo una visione del cibo come cultura totale.

Quello che rimane nei solchi

Mi trovo a scrivere questo pezzo stamattina presto, con ancora addosso la notizia fresca come terra appena rivoltata. E mi rendo conto che il modo migliore per ricordare Carlin Petrini non è elencare i suoi traguardi che sono troppi (e altri lo faranno meglio di me).

Il modo migliore è forse fermarsi un momento. Rallentare, appunto. Guardarsi intorno: il vignaiolo che vinifica in anfora per rispettare il frutto, il pastore che porta il gregge sugli alpeggi d’estate, il pescatore che conosce i fondali come le proprie tasche, la nonna che fa la pasta a mano il giovedì. Tutto questo, tutto questo mondo che resiste, che produce bellezza e nutrimento con consapevolezza, è anche, in parte, opera sua.

Petrini non ha inventato i contadini. Ha dato ai contadini una voce che il mercato stava togliendo loro. Non ha inventato il territorio. Ha ricordato al territorio che aveva diritto di esistere.

Questo, alla fine, è il vero testamento di Slow Food: non un marchio, non un festival gastronomico, non una guida. Ma un cambio di sguardo. Irreversibile.

Dormi bene, Carlin. La terra che hai amato tanto sa già come accoglierti.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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