Filarole. Barbara Pulliero e la terza vita, quella senza copione
Bologna, gli esordi di internet, poi le colline di Pianello Val Tidone: tre vite diverse convergono nella stessa scelta radicale. Barbara Pulliero, insieme al compagno Paolo Rusconi e al figlio Nicola, guida Filarole, azienda vinicola piacentina nata nel 2017 dal recupero di vecchie vigne vicine al secolo. Undici etichette, macerazioni spontanee e un’idea di vino naturale scelta molto prima che diventasse una moda.
La terza vita
L’agricoltura è spesso sinceramente crudele. Ogni giorno ridimensiona l’illusione di poter governare il tempo e lo spazio ricordando all’uomo che il mondo continua a muoversi anche fuori dei suoi programmi. Una riunione può essere spostata, un viaggio rinviato, una consegna rinegoziata, mentre una vite cresce, rallenta, soffre, reagisce, si ammala e riprende forza seguendo un calendario che ignora i social, le notifiche, l’urgenza permanente nella quale abbiamo finito (o finto) per vivere.
Barbara Pulliero ha impiegato tre vite per arrivare a questa verità, sebbene oggi, ascoltandola parlare, quelle esistenze apparentemente lontane sembrino parti della stessa strada, necessarie l’una all’altra, come se il teatro, internet e la terra l’avessero condotta verso il medesimo punto con linguaggi diversi.
Questa è la mia terza vita. Credo di essere un po’ matta.
La sua è la leggerezza della follia che si attribuisce alla capacità rara di lasciare una vita mentre funziona ancora, prima che il successo diventi abitudine e l’abitudine prigione. Ho visto persone disperarsi perché il corso della propria vita stava cambiando per poi tornare dicendo: non sai quanto ci si diverta la fuori.
La prima vita di Barbara comincia a Bologna, dentro il teatro di ricerca, la danza contemporanea, lo studio dei classici e la costruzione, insieme a un gruppo di amici, di uno spazio teatrale nato dal nulla e divenuto negli anni una presenza importante della scena cittadina. Barbara è dottoressa in teatro e di quel periodo ricorda soprattutto gli incontri, le persone con cui condividere un’intuizione ancora priva di forma. La fatica di trasformare un luogo vuoto in qualcosa capace di accogliere storie, corpi e idee.
Mi piaceva guardarlo, ho cominciato a studiarlo e poi gli incontri della vita ti portano a trovare dei compagni di strada.
Compagni di strada è forse l’espressione decisiva del suo racconto, perché ritorna nel teatro come nella comunicazione, nell’amore per Paolo Rusconi, nell’avventura con il figlio Nicola e perfino nelle vigne vecchie che oggi sembrano accompagnarla con la pazienza silenziosa di chi era già lì molto prima del suo arrivo.
Quando internet comincia a cambiare il modo di comunicare, Barbara avverte la stessa eccitazione provata davanti alla scena, soltanto moltiplicata dalla possibilità di superare le pareti di una sala e raggiungere migliaia di persone in luoghi lontani.
Passare da una piccola sala teatrale alla possibilità di comunicare così velocemente con tante migliaia o centinaia di migliaia di persone mi ha affascinato molto, per cui ho cambiato strada.
Inizia la seconda vita, quella della comunicazione online agli albori della rete, quando internet sembrava conservare ancora l’innocenza delle grandi promesse. Dal 2004 affianca Paolo nei progetti dedicati al vino, da Vinipiacentini.net a Sorgentedelvino.it; nel 2009 nasce Sorgente del Vino Live, una manifestazione che contribuisce a far conoscere in Italia produttori naturali, vini di tradizione e territori rimasti fuori dalle geometrie più comode del mercato. Poi le colline piacentine aprono una direzione più lenta e insieme più radicale, fatta di legna da preparare per scaldare la casa, pane, orto, conserve, galline, boschi e stagioni capaci di rimettere ordine nei desideri.

La Val Tidone e il diritto di appartenere
Barbara arriva in Val Tidone da un mondo urbano e velocissimo, eppure dentro quel paesaggio appartato avverte subito una corrispondenza profonda. Ad un’ora da Milano la vita ha, ancora, un altro respiro, soprattutto intorno a Pianello Val Tidone, dove i campi si alternano ai boschi, le vigne affiorano tra le rocce e i siti archeologici ricordano che qui il vino possiede una storia più antica delle strategie con cui oggi si tenta di venderlo. Il territorio è rimasto ai margini delle rotte turistiche più battute e proprio questa distrazione gli ha permesso di conservare una bellezza ruvida, sottratta alla trasformazione di ogni luogo in destinazione, esperienza o scenario da consumare.
Sono sempre stata estremamente felice di questa scelta. Ho trovato proprio il mio posto.
Nessuna enfasi. Proprio per questo colgo una sorta di confessione definitiva. Come se trovare il proprio posto significa riconoscere una forma di appartenenza e accettarne anche la fatica. Sapete, sento ridondantemente parlare di sostenibilità ma nessuno come Barbara ne ha imparato davvero il significato: procurarsi la legna, seguire l’orto, preparare le conserve quando la stagione offre materia, mangiare ciò che esiste davvero in quel momento. Ritrovare il limite, parola diventata quasi indecente in una società che pretende fragole a gennaio, supermercati sempre aperti e desideri soddisfatti prima che abbiano il tempo di trasformarsi in attesa. È così che mi tocca litigare con mia moglie che, per assecondare nostra figlia, vuole il gelato alla fragola quando non è stagione e critica le gelaterie (sane) che non la propongono.
Il vino, all’inizio, entra quasi in punta di piedi, coerente con il resto della vita. Punta di piedi. È Barbara che è così. Un sorriso incredibile che porta con se forza e determinazione. Ma senza darlo troppo a vedere.
Nel 2009 Paolo sente il bisogno di attraversare la frontiera che separa il racconto dall’esperienza e propone di provare a farlo davvero. Cercano Malvasia aromatica di Candia, Ortrugo e Trebbiano presso amici vignaioli, raccolgono i grappoli, li sgranano a mano e lavorano sotto casa con una vaschetta, qualche secchio, le mani e i piedi.
Abbiamo fatto il nostro primo vino senza avere nulla a disposizione, se non le mani, i piedi e i secchi.
In quell’inizio povero di strumenti c’è già tutto ciò che Filarole sarebbe poi diventata: il contatto fisico con l’uva, l’assenza di scorciatoie, la curiosità più forte del calcolo, la volontà di comprendere la materia prima ancora di dominarla. Quel vino prenderà il nome di Fatto coi Piedi e continuerà a portare dentro ogni bottiglia la verità elementare della sua nascita.

Il vino naturale prima della moda
Allora il vino naturale aveva ancora il carattere di una scelta scomoda. Suscitava diffidenza, ironia e discussioni feroci, perché fermentazioni spontanee, macerazioni lunghe, assenza di correzioni e rispetto delle annate entravano in conflitto con un mercato abituato a chiedere vini riconoscibili, stabili e identici a se stessi. Oggi quella scelta è diventata, purtroppo, anche una moda. Compare nei locali più ricercati, nelle carte costruite per comunicare appartenenza, dentro uno strano senso di estetica che accresce il proprio edonismo attraverso etichette irregolari, colori torbidi e un vocabolario che deve sapere di ribellione. Come quando si diceva che alcuni facevano la rivoluzione con gli abiti firmati. Ecco che, proprio come accade a tutte le rivoluzioni arrivate al successo, rischia di perdere la necessità dalla quale era nata. La bottiglia viene fotografata, condivisa e trasformata in segno sociale. La vigna? Lasciamola fuori dall’inquadratura. Anche perché non è instagrammable. Le ore trascorse tra i filari, le rese sacrificate, la grandine, le malattie, l costo reale di una scelta agricola: meglio lasciarle fuori dalla narrazione edonistica.
Barbara e Paolo sono arrivati prima di questa moda e forse proprio per questo sentono poco il bisogno di pronunciare continuamente la parola naturale. Per loro rappresenta una conseguenza, mai un costume da indossare. Nasce, naturalmente, dal modo in cui abitano le colline, dal rifiuto di considerare la terra una superficie da sfruttare, dalla volontà di scegliere un grappolo sano affinché in cantina bastino precisione, attesa e presenza. La naturalità più profonda comincia molto prima del mosto, nel suolo che resta vivo, nel numero contenuto di passaggi del trattore, nell’uso del rame mantenuto molto al di sotto dei limiti consentiti dal biologico, nella protezione delle vecchie piante, nella capacità di considerare boschi, siepi e animali parte dell’azienda invece che spazio sottratto alla produzione.
Li fai quando servono, non li fai quando non servono. Però ci devi essere, devi guardare, devi fare i lavori nel momento giusto.
Questa presenza divide due visioni del vino. Da una parte la cantina intesa come luogo in cui uniformare il raccolto, correggere le differenze e rendere ogni vendemmia simile alla precedente; dall’altra il lavoro di Filarole, che accetta il carattere dell’annata e prova a portarlo intero nel bicchiere. Chiamarlo naturale serve a orientarsi, ma la parola rimane insufficiente quando si separa dalla terra. Un vino può esibire fermentazioni spontanee e poca solforosa, conservando alle spalle un’agricoltura estrattiva; può apparire libero nel calice e nascere da un suolo esausto. La scelta ambientale diventa vera soltanto quando costa fatica, bottiglie, tempo e denaro.

Le vecchie vigne e il valore di ciò che rende meno
La prima vigna avrebbe dovuto occupare qualche fine settimana.
L’abbiamo presa pensando: così poi nel weekend ci divertiamo
La terra possiede una propria espansione silenziosa, perché una vigna chiede di essere registrata, rende necessario un trattore, reclama attrezzature, cure e tempo. Un vecchio appezzamento rischia l’abbandono e sembra impossibile voltarsi dall’altra parte, un’altra fila di piante conserva cloni e varietà che potrebbero andare perduti, Nicola scopre di amare il lavoro in campagna e quello che doveva restare un piacere laterale comincia a occupare il centro della vita.
Filarole nasce ufficialmente nel 2017 dal recupero di piccoli vigneti che nel dialetto piacentino diventano filaröl, piante sparse nella valle, alcune giovani soltanto secondo la misura della vite, altre vicine al secolo, cresciute tra i centocinquanta e i quattrocentocinquanta metri, circondate da boschi, campi e un mosaico agricolo ancora capace di offrire rifugio agli insetti, agli animali e alla diversità vegetale. Le vigne vecchie producono meno, richiedono più lavoro, complicano la logistica e sfidano apertamente l’idea moderna di efficienza. Molte sono state estirpate proprio perché incapaci di garantire le quantità richieste da un’agricoltura orientata al volume, eppure Barbara continua a cercarle, a prenderle in affitto, a rimpiazzare le fallanze con materiale proveniente dalle piante madri, preservando selezioni massali e patrimoni genetici costruiti nel tempo.
Ci interessava lavorare su vini che sapessero esprimere anche la complessità e la profondità aromatica, il carattere delle nostre colline.
Ecco allora la forma concreta di ambientalismo, lontana anni luce dalle formule rassicuranti dei bilanci di sostenibilità e invece più vicina al rischio quotidiano di chi decide di produrre meno per mantenere vivo un organismo agricolo. Ogni vecchia vite custodisce una risposta diversa e propria alla siccità, alle malattie e al mutare delle stagioni. Sradicarla significa perdere un frammento di memoria biologica prima ancora che culturale. Custodirla equivale a riconoscere che il valore di una pianta supera la quantità di uva che riesce a consegnare.
Da un ettaro una persona che sta nel disciplinare della DOC può fare circa diecimila bottiglie. Noi, su sette ettari, nelle annate perfette venticinquemila.
In agricoltura ogni principio diventa credibile quando si trasforma in rinuncia misurabile. Meno grappoli significano maggiore respiro per la pianta, selezione più severa, concentrazione e rischio economico, ma significano anche difendere un’idea di qualità che il prezzo fatica a raccontare. Il mercato vede il numero finale, quasi mai ciò che è stato lasciato sulla pianta o scartato durante la selezione, e proprio nella distanza tra valore e prezzo si consuma una delle fragilità più dolorose del vino artigianale.

Una famiglia che discute il futuro
Nel 2021 la comunicazione e la campagna smettono di lasciarsi condurre insieme. Barbara e Nicola entrano a tempo pieno nel progetto, mentre Paolo continua anche un’altra attività e conserva l’ultima parola in cantina. Le suggestioni, le prove e i desideri appartengono però a tutti, perché la democrazia familiare di Filarole ha l’imperfezione viva delle cose condivise.
Abbiamo questo grande difetto come famiglia: essere molto democratici. Ci piace confrontarci, anche discutere e portare punti di vista diversi. A volte è faticoso, ma i risultati alla fine sono più interessanti e anche condivisi.
Nicola ha ventiquattro anni, ama la campagna e avverte contemporaneamente il desiderio di conoscere altro. Barbara riconosce in lui la stessa inquietudine che l’ha condotta attraverso tre vite e rifiuta di trasformare la terra in un ricatto affettivo. Custodire per chi arriverà dopo avrebbe poco senso se a quel dopo venisse tolta la libertà di scegliere.
È molto sottile la linea tra la decisione e l’obbligo. Quando prendi una decisione, poi prendi un impegno. Si tratta di trovare il giusto equilibrio tra la vita personale, gli interessi e il lavoro.
Consegnare qualcosa a un figlio è molto più complesso che lasciargli una proprietà. Vuol dire offrirgli radici abbastanza solide da permettergli di partire e una casa abbastanza libera da consentirgli di tornare. Il futuro sarà di Nicola soltanto se Nicola lo vorrà, e questa possibilità, più di qualsiasi atto notarile, rappresenta l’eredità più generosa che Barbara e Paolo possano preparare.

I vini di Filarole: undici modi di lasciare parlare la terra
Produrre undici vini con quantità complessive limitate appare commercialmente scomodo, e Barbara lo ammette con incredibile sincerità
Razionalmente sono troppi ed è stupido fare così tanti vini, sono d’accordo. Però ogni vino ha il suo motivo di esistere.
Il mercato domanda semplificazione, poche etichette facili da spiegare e profili immediatamente riconoscibili. Filarole insegue le differenze tra una vigna e l’altra, tra una stagione e la successiva, tra il carattere di una buccia e quello del mosto liberato da quella stessa buccia. Ogni bottiglia diventa così una prova, una domanda rivolta alle uve piacentine e alla valle.
Malvasia aromatica di Candia, Ortrugo e Trebbiano compongono la trama di Fatto coi Piedi, il macerato di Filarole nato da una lunga permanenza sulle bucce. Un processo, insieme al nome che è un mix tra una presa in giro e un ritorno a quando l’uva si pressava davvero con i piedi, che sembra l’origine fisica dell’intero progetto. Ciò che si crea è un vino largo, materico, quasi scolpito dal contatto con la buccia più che dal tempo.
Il colore dichiara subito la setosità dell’albicocca, l’ambra che scivola nel miele. Mi piace la sua sinuosità che, lo ammetto, mi ha conquistato prima ancora di portarlo al naso o al palato.
Quando poi arriva proprio al naso, colgo una coerente logica di terra e di pazienza: albicocca matura, erbe officinali e di campo, un ricordo di girasole e di margherita che si apre accanto alla scorza d’arancia e alla resina. Il sale, quasi salmastro, si intreccia a una dolcezza di miele. Sarà forse una suggestione data dal colore ambrato, ma che bello che sia così. Ciò che comunque si compone è un naso pieno, vibrante, minerale, che lascia sensazioni ondivaghe di dolcezza e freschezza.
In bocca arriva il tannino, a mordere e ad aggredire prima di lasciare spazio a una piacevolezza fatta di buccia d’albicocca e polpa dolce. È o stesso tannino ruvido che ricorda come anche un bianco possa avere mani rudi. È un vino che si fa attendere, che sa di pazienza più che di immediatezza: non semplice, non facile, eppure appagante, con una scia sapida incredibile e un senso di dolce freschezza che pervade tutto.
Le suggestioni non finisco perché è come se avessi la necessità di tenere il calice nelle mani. Per questo evoca un brandy, un cognac, qualcosa che sconfina fuori dal vino. Fatto con i piedi è un bianco che non si aspetta perché non costruito, ma spontaneo e capace di una sfumatura affumicata che accompagna il sorso fino alla fine. Mi rendo conto non sia un vino per tutti ma per chi lo accoglie, resta. Questo è davvero tanto.
Onda d’Urto nasce dalla vinificazione in bianco della Croatina, un’uva dalla buccia spessa e dal carattere deciso che Barbara e Paolo hanno voluto osservare da una prospettiva diversa, quasi a cercarne il volto più nascosto. Nel bicchiere è già una dichiarazione d’intenti. Il colore sfugge alle definizioni più immediate e si muove tra l’aranciato e il rosa antico, più vicino a un rosso alleggerito che a un rosato nel senso tradizionale del termine.
Al naso racconta subito la sua natura libera. La fermentazione spontanea e la macerazione emergono con chiarezza attraverso profumi di melograno, rosa canina, arancia sanguinella e note balsamiche che si intrecciano a una componente vegetale intensa e coinvolgente. La frutta c’è, ma non cerca il centro della scena. Sono le erbe, le sfumature più selvatiche e quelle sensazioni quasi materiche a costruire un profilo fuori dagli schemi, in un continuo dialogo tra freschezza, tensione e profondità.
La bocca sorprende ancora di più. Ci si aspetterebbe leggerezza e invece arriva una pienezza inattesa, sorretta da tannini perfettamente levigati e da una sapidità che sembra allargarsi progressivamente sul palato. Tornano l’arancia rossa, le erbe aromatiche e soprattutto quella caratteristica sfumatura amaricante che richiama alla memoria un Campari, non come gusto vero e proprio, ma come suggestione persistente, come un ricordo che riaffiora a ogni sorso.
Più il vino si apre e più cresce la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di difficile da classificare. Non colpisce per la forza, ma per la capacità di tornare continuamente alla mente. È una piccola onda d’urto, mai violenta, mai esibita. Un susseguirsi di richiami, un tamburellare costante di sensazioni che restano vive anche dopo aver posato il bicchiere. Ed è forse proprio qui che la Croatina rivela il suo lato più autentico: meno muscoli, meno volume, più sfumature. Un vino che sorprende senza cercare di stupire e che lascia un segno profondo con la naturalezza delle cose vere.
Tira fuori il frutto, la dolcezza che non è quella del residuo zuccherino, è proprio il sapore dell’uva.

La terra avrà l’ultima parola
Il futuro, nella voce di Barbara, arriva privo di qualsiasi trucco e senza la consolazione delle frasi preparate.
Nerissimo
È come se il pensiero realistico di ciò che accade intorno, le guerre, le crisi, il clima che cambia, la facilità con cui l’uomo consuma risorse, paesaggi e persone, si condensasse in un solo colore. Poi il racconto della campagna scioglie quella oscurità dentro una misura più grande. Sono le piante che ripetono la vita, l’orto riparte, i semi rompono la terra, le galline tornano a fare le uova e l’essere umano, finalmente più piccolo, comprende che la speranza possiede radici molto più profonde dell’ottimismo.
Nonostante tutte le bruttezze, vedi le piante, la vigna e gli animali che tornano a ripetere la vita. Alla fine la terra ce la fa sempre, al di là di noi, al di là di tutto.
Filarole ha raggiunto una dimensione che la famiglia considera sufficiente per il vino, mentre il sogno futuro guarda alla possibilità di integrare altre attività agricole, restituendo spazio all’orto, alle colture e a un’economia rurale capace di far vivere la valle senza trasformarla in una cartolina. Resta la fragilità delle vigne in affitto, la consapevolezza che un proprietario possa cambiare idea e sottrarre in un istante piante alle quali sono stati dedicati anni di lavoro.
Se un giorno venderemo tanto vino, magari le compriamo
Ecco una bellissima dote di Barbara: la leggerezza. Quella sorridente leggiadria dietro la quale si avverte il desiderio più profondo di garantire continuità alla terra prima ancora che all’azienda.
Nessuno sa se Nicola sceglierà per sempre queste colline, quali vigne resteranno, come cambierà il clima o quale nuova moda il mercato userà per rivestire di novità ciò che i contadini conoscono da secoli. Barbara, però, ha preso il proprio passato e lo ha consegnato alla materia. Il teatro vive nell’atto con cui ogni vendemmia trova la propria voce, internet nella capacità di mettere in relazione persone e territori, la campagna nella disciplina quotidiana di chi ha compreso che custodire vale più che possedere.
Il vino naturale non può essere una banale definizione ma deve essere una scelta morale: accettare l’annata invece di mascherarla, accompagnare l’uva invece di correggerla, difendere una pianta che rende meno perché dentro quel limite sopravvive qualcosa che riguarda tutti. La moda può prendere il colore ambrato dei vini macerati, può copiarne il linguaggio, fotografarne le bottiglie e consumarne il fascino; resta incapace di imitare il freddo nelle mani durante la potatura, l’ansia di una nuvola carica di grandine, il silenzio di una vigna vecchia salvata all’ultimo momento dall’estirpo. Quella verità non possiede filtri, e nessuna campagna pubblicitaria potrà mai fabbricarla.
Barbara ha vissuto tre volte perché una sola vita le sarebbe stata stretta. Nella prima ha imparato a dare corpo alle storie, nella seconda a farle viaggiare, nella terza ha capito che alcune storie chiedono di essere difese con le mani. Ora quelle mani stringono forbici, cassette, tralci, raccolgono uva e custodiscono piante nate quando nessuno di noi era ancora al mondo. Un giorno passeranno ad altre mani, forse a quelle di Nicola, forse a persone che oggi non conosciamo, e porteranno con sé il segno di una famiglia che ha preferito il rischio alla resa, il carattere alla perfezione, la biodiversità alla comodità, la terra al rumore.
Quando l’ultima moda avrà cambiato nome e le parole usate oggi per vendere autenticità saranno diventate vecchie, sulle colline della Val Tidone resteranno filari storti, radici profonde e grappoli diversi l’uno dall’altro. Resterà il vino di chi ha avuto il coraggio di produrne meno affinché valesse di più, resterà la memoria di piante salvate perché nessun bilancio avrebbe saputo misurarne davvero il valore, resterà la libertà consegnata a un figlio insieme alla responsabilità di scegliere. E se il mondo continuerà a correre verso l’artificiale, Filarole continuerà a opporgli la forza più antica e sovversiva che esista: una terra viva.
Ho trovato proprio il mio posto.
Barbara lo ha trovato dove una vecchia vigna sembrava ormai inutile e qualcuno ha deciso di lasciarla vivere. In quella scelta minuta c’è un’idea immensa di futuro, perché salvare una vite significa dichiarare che ciò che viene dopo di noi merita ancora bellezza, memoria e verità. Questa è la sua terza vita. La più dura, la più fragile, la più libera. Quella in cui il sipario non scende, perché ogni vendemmia ricomincia la storia e la terra, finalmente, pronuncia l’ultima parola.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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