Ritorno in Alta Langa. La terra che Marina voleva lasciare ai figli
Marina Piazzo conosceva San Bovo di Castino attraverso i racconti del padre Armando. Ha cercato quella terra per consegnare ai figli un luogo nel quale riconoscere le proprie origini. Ritorno in Alta Langa è il nome del Metodo Classico Brut Millesimato di Piazzo Comm. Armando e del viaggio familiare che lo ha fatto nascere.
Le storie che ascoltavo da bambino
Da bambino mi piaceva ascoltare gli adulti parlare dei luoghi che avevano lasciato. Bastava il nome di un paese, una strada in salita, una casa con la cucina accesa e qualcosa cambiava nei loro occhi. Io provavo a immaginare quei posti e, dopo un po’, mi sembrava quasi di conoscerli. Ho conosciuto molti luoghi prima negli occhi e nei racconti dei nonni, poi li ho ritrovati andandoci con loro, infine li ho visti con luce diversa quando sono tornato da solo.
Forse è per questo che ho trovato subito qualcosa di familiare nelle parole di Marina Piazzo, titolare dell’azienda Piazzo Comm. Armando.
San Bovo di Castino era entrato nella sua vita attraverso la voce del padre Armando. Marina conosceva il carro, la legna, il bisnonno e la vecchia cascina pur non avendo frequentato quei luoghi. Li aveva ascoltati tante volte da sentirli propri.
Io volevo un pezzo a San Bovo. Lo dicevo da anni. Volevo qualcosa che mi tenesse legata alle nostre origini.
La voce si abbassa e gli occhi si illuminano. Marina parla con il viso, con le mani, perfino con le pause. La forza arriva subito, la dolcezza un attimo dopo.
Cercava una terra capace di dare un luogo ai racconti del padre. Voleva raggiungerla, camminarci sopra e lasciarla ai figli, perché anche loro conoscessero il punto dal quale la famiglia era partita.
Il vino sarebbe arrivato dopo, trasformando quel desiderio in Ritorno in Alta Langa, il Metodo Classico Brut Millesimato della famiglia Piazzo

La parola che riportava a San Bovo
Le origini dei Piazzo conducono a San Bovo di Castino. Il bisnonno commerciava legna e, quando qualcuno gli chiedeva quanta ne avesse ancora, rispondeva di avere soltanto un mugiot, un piccolo mucchio in piemontese. Una cautela da commerciante, forse accompagnata da un sorriso appena trattenuto. (I mucchietti sono anche nell’articolo che avevo scritto sull’azienda Piazzo e che trovi qui)
Un parola che rimase in famiglia dopo il trasferimento verso San Rocco Seno d’Elvio.
Armando ricordava i viaggi compiuti da bambino con il carro trainato dai buoi, mentre la legna scendeva da San Bovo. Volle quell’immagine sulle etichette dell’azienda. Il carro dei Piazzo conserva il passo degli animali, il profumo del bosco e un bambino in viaggio con la propria famiglia.
Papà parlava del Mugiot, di San Bovo, di questo andare e tornare. Lui aveva dei ricordi. Io ho ricevuto i suoi.
Marina aveva imparato ad amare quella terra attraverso gli occhi del padre. È qualcosa di bellissimo che nelle famiglie più unite: una persona racconta, l’altra ascolta e, molti anni dopo, scopre di custodire immagini mai vissute. Ecco perché custodisco ancora in me il calore del camino, l’odore della pelle di mio nonno, le sue mani rugose, gli occhi, le parole. Ogni cosa è scolpita in me. Anzi, la parte di me.
Lei desiderava che Marco e Simone ricevessero qualcosa di più concreto. Una terra da vedere, toccare e riconoscere come propria.
Il luogo che sentiva già suo
Marina parlava di San Bovo con le agenzie, con gli amici, con chiunque potesse conoscere un terreno disponibile. Gli anni passavano, lei continuava a cercare. Un giorno poi confidò quel desiderio a una persona estranea alle compravendite.
Gli dissi che, in quel momento, l’unico investimento che desideravo davvero era un terreno a San Bovo.
Il giorno seguente quella persona le mostrò un appezzamento. Era un bosco fitto e vivo. Marina lo acquistò per riavvicinare la famiglia alle proprie origini. In quel momento mancavano ancora il progetto, la vigna e la bottiglia. Le bastava sapere che i Piazzo avevano di nuovo una terra a San Bovo.
Quando Marco e Simone maturarono il desiderio di produrre un Alta Langa, quel bosco sembrò offrire una possibilità. Marina scelse di custodirlo.
Era bellissimo. Mi spiaceva tagliarlo. Così abbiamo cercato un altro terreno.
Poco distante trovarono un noccioleto trascurato, già destinato alla coltivazione. La vigna nacque lì, accanto al primo appezzamento. Il bosco rimase intatto. Aveva cercato quella terra per anni e, dopo averla trovata, volle rispettarla.
Franco ha seguito ogni lavoro con un’attenzione incredibile. Vedere quel terreno cambiare, giorno dopo giorno, è stato bellissimo.
Franco è il marito di Marina. Una figura importantissima nell’azienda. Marina ne parla con un misto di amore, riconoscenza, stima. Un mix che difficilmente si trova in altre famiglie.
Poco distante da quella terra si trova ancora la vecchia cascina di famiglia, oggi appartenente ad altri. Marina la guarda con la serenità di chi conosce bene la propria tenacia.
Prima o poi ci arriviamo. Piano piano.
Conoscendola, viene spontaneo crederle.

Il nome che San Bovo ricordava ancora
Il proprietario del bosco prese il biglietto da visita di Marina e lasciò trascorrere alcuni giorni. Poi comprese chi fosse quella donna arrivata fino a San Bovo per acquistare il suo terreno. Era la figlia di Armando Piazzo. Da bambino aveva conosciuto Armando e ricordava i suoi passaggi con la famiglia.
Quando capì chi ero, cambiò tutto. Conosceva papà. Da piccoli si erano incontrati lassù.
Proprio il ricordo di Armando aiutò Marina a ritrovare la terra che il padre le aveva raccontato. Dopo tanti anni, quel nome viveva ancora nella memoria di un uomo.
Nei paesi piccoli un cognome porta con sé i gesti, la parola mantenuta, il modo in cui una famiglia ha vissuto accanto agli altri. Il proprietario riconobbe Marina e comprese a chi stava affidando quel bosco. Un episodio che porta alla mia memoria quando andavo da nonna paterna a Santissimi Cosma e Damiano, un paesino del basso Lazio. Prima di uscire lei mi diceva sempre: ricordati di dire che sei il nipote della maestra Vellucci. Lei e il nonno erano stati gli insegnanti del paese. Gli unici al tempo. Io non capivo perché mi dicesse quelle cose. Almeno fino a quando, giocando nel vicolo dietro casa le donne del paese che incontravamo mi chiedevano: a chi si figl’ tu? A chi sei figlio tu? Allora ricordavo ciò che nonna Evelina mi aveva detto e rispondevo pronto: sono il nipote della maestra Vellucci. Da li si aprivano ricordi che partivano sempre con: è stata la mia maestra!
Il ricordo di Armando era rimasto lì e, tanti anni dopo, aiutava sua figlia a tornare.

Armando e Gemma, la loro bellissima follia
Quando Armando Piazzo e Gemma Veglia arrivarono a San Rocco Seno d’Elvio fecero una scelta che, osservata con gli occhi di allora, sembrava quasi incomprensibile.
Armando rinunciò al posto in banca. Gemma lasciò il lavoro nella confezione degli abiti da sposa. Insieme acquistarono porzioni di una collina mentre molte famiglie partivano verso Torino in cerca di sicurezza.
Se ci penso, fu una cosa folle. Acquistavano terreni mentre tutti volevano andare via. Li chiamavano i matti.
Marina sorride pronunciando quelle parole. Nel volto affiorano insieme orgoglio e gratitudine. I suoi genitori vedevano qualcosa che gli altri avrebbero riconosciuto molto più tardi.
Quando parlo dell’intuizione di papà e mamma mi brillano gli occhi. Quello che hanno costruito ha qualcosa di incredibile.
Marina e sua sorella crescevano in una casa piena di persone. Dipendenti, operai e collaboratori entravano nella vita quotidiana, sedevano a tavola, condividevano lavoro e giornate. Lei usa con affetto la parola “principessine” per descrivere un’infanzia protetta dai sacrifici più duri, ma immersa completamente nell’azienda.
Gemma teneva insieme la casa e le persone che la attraversavano. Armando guardava la collina e immaginava ciò che sarebbe diventata.
Anni dopo Marina avrebbe fatto qualcosa di simile: avrebbe guardato una terra e vi avrebbe riconosciuto il futuro dei propri figli.
Quello che Marina voleva lasciare
Armando aveva consegnato a Marina parole, immagini e il sentimento per San Bovo. Lei aveva dentro di se il desiderio di lasciare a Marco e Simone una terra sulla quale camminare, un bosco da custodire, una vigna da seguire.
Senza questa mia voglia loro avrebbero avuto pochi motivi per cercare qualcosa a San Bovo. Volevo lasciare ai miei figli qualcosa che li tenesse vicini al luogo da cui veniamo.
Marina ha trasformato i racconti del padre in un luogo che i figli potessero conoscere. Ora Marco e Simone possono salire a San Bovo, camminare tra i filari, guardare il bosco e sapere che la storia della famiglia passa anche da lì.
I giovani portano idee nuove ed è giusto che accada. Le fondamenta restano e continuano a sostenerci mentre cambiamo.
I figli viaggiano, incontrano mercati diversi, portano nuove competenze e cercano vini sempre più fedeli ai luoghi. Il carro voluto da Armando resta sull’etichetta.
Anche Franco ha accompagnato questa crescita. Aveva studiato francese e imparò l’inglese per accogliere i clienti stranieri. Marina lo ricorda mentre interrompeva il lavoro, lasciava la tuta e cercava le parole giuste per raccontare l’azienda a chi arrivava da lontano.
Questo mestiere ti tiene vicino alla natura e nello stesso tempo ti chiede di conoscere il mondo, parlare le lingue, viaggiare, tenere la mente aperta.
Ogni bottiglia che parte da San Bovo porta con sé il nome dei Piazzo e il luogo dal quale la famiglia era partita.

Un nome che era già dentro la storia
Quando la vigna cominciò a prendere forma, serviva un nome. Franco lo trovò con semplicità.
Ritorno in Alta Langa.
Dentro quelle parole convivevano il bisnonno e la legna, Armando bambino sul carro, la cascina, il bosco cercato da Marina e il desiderio dei figli di produrre un Metodo Classico proprio lassù.
Siamo partiti da quella terra e siamo tornati vicino alla cascina dove aveva avuto origine la nostra famiglia. Ritorno in Alta Langa era il nome giusto. Teneva insieme ogni cosa.
Il nome è intimamente della famiglia piuttosto che di una semplice bottiglia. Ritorno in Alta Langa non può essere un semplice ritorno perché è un ritrovare le proprie radici, il proprio inizio, l’anima stessa di una famiglia. Marina aveva cercato San Bovo per un legame affettivo; Marco e Simone vi avevano riconosciuto il luogo adatto a realizzare il loro Metodo Classico Alta Langa.
Il vigneto cresce accanto al bosco. Marina cercava una terra da affidare ai figli. Loro hanno trovato il modo di farla viaggiare.
Marina, San Bovo e ciò che ritrovo nel calice
Ritorno in Alta Langa è un Metodo Classico Brut Millesimato prodotto da Pinot Nero e Chardonnay. Il lungo affinamento rende il sorso ampio e cremoso, sostenuto da una freschezza nitida.
Nel bicchiere la luce incontra riflessi dorati e un perlage sottile, fitto, continuo. Il profumo si apre sulla pera e sulla pesca bianca, poi arrivano il pane appena tagliato, il lievito e la frutta secca.
Il pane mi riporta alla casa piena di persone e a Gemma impegnata, ancor oggi, ad accogliere tutti. La sfumatura più calda ricorda la legna commerciata dal bisnonno. La freschezza guarda a Marco e Simone, al loro desiderio di conoscere il mondo e riportare ogni esperienza in azienda.
Il sorso ha slancio e morbidezza. La bollicina accompagna il palato, la sapidità gli dà ritmo e la freschezza allunga il piacere. Nel finale tornano la mandorla, il pane e la polpa chiara della frutta.
Mentre Marina parla, nel vino ritrovo qualcosa di lei. La forza arriva per prima, la dolcezza subito dopo. La voce cresce quando ricorda i genitori, rallenta parlando del padre e riprende energia appena il racconto raggiunge i figli.
Il mio viso racconta tutto. Quando provo qualcosa, si vede.
Ritorno in Alta Langa porta nel calice la vitalità dell’Alta Langa e la storia familiare che ne ha ispirato il nome. Il vino diventa il modo più concreto per condividere quel ritorno.
I sogni che Marina racconta ad alta voce
Da bambina Marina amava Gianni Morandi e desiderava incontrarlo. Quel sogno, accompagnato dalla sua tenacia e dall’aiuto di Franco, è diventato prima un incontro e poi un’amicizia.
Franco mi ha aiutata a realizzare tanti sogni. Servono impegno e tenacia, però molti si sono avverati.
Un banale (manco tanto) episodio racconta molto bene due cose. La prima è l’amore, il rispetto, la fiducia, la gratitudine di Marina verso Franco. Non solo un marito ma un vero compagno di vita. La seconda è il suo modo di stare al mondo nel suo raccontare ciò che desidera con qualcuno che, spesso, finisce per indicarle la strada. Anche San Bovo è arrivato così, attraverso una conversazione inattesa.
Lei parlava di quella terra. Qualcuno conosceva un terreno. Il proprietario ricordava Armando. Franco ha trovato il nome. Marco e Simone hanno piantato la vigna.
Ogni persona ha raccolto una parte del desiderio e l’ha portato un poco più avanti.

La strada lasciata ai figli
Le idee nuove servono. I giovani guardano il mondo con occhi diversi e portano l’azienda avanti. Le tradizioni, i ricordi e quello che è stato costruito continuano a sostenerci.
Il carro di Armando rimane sull’etichetta. Marco e Simone viaggiano e lavorano su vini sempre più legati ai luoghi. Il bosco resta accanto alla vigna. Alla famiglia. La cascina continua ad affacciarsi poco distante. Tutto respira qualcosa che non è solo nell’aria.
Armando aveva lasciato a Marina la voce di San Bovo. Marina ha restituito ai figli quella terra.
Il resto vive nel bosco rimasto intatto, nella vigna che gli cresce accanto e in una bottiglia dal nome semplice, quasi inevitabile.
Ritorno in Alta Langa. L’amore, quando ricorda la strada, sa sempre dove riportarci.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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